Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SETTIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Vaccini e Cure.

VACCINI.

La rivincita di AstraZeneca. Dal Regno Unito: dati migliori con questo vaccino ai fragili. Il Tempo il 27 dicembre 2021. Il vaccino AstraZeneca dietro i buoni risultati del Regno Unito nel conteggio giornaliero dei morti dovuti al Covid. Clive Dix, responsabile della task-force vaccinale della Gran Bretagna, ha rilasciato un'intervista al Daily Telegraph, elogiando il prodotto anglo-svedese, che in Italia non viene praticamente più somministrato dopo le roventi polemiche degli scorsi mesi: “Osservando i dati dell'Europa, all'aumento dei casi corrisponde anche un successivo aumento dei decessi. Ma questo non si verifica nel Regno Unito e dobbiamo capirne le ragioni. Personalmente, ritengo che ciò dipenda dal fatto che alla maggior parte delle nostre persone fragili sia stato dato il vaccino AstraZeneca”. Dix ha inoltre sottolineato che questo tipo di vaccino potrebbe aiutare a prevenire la grave malattia da Covid più a lungo rispetto ai vaccini a mRNA di Pfizer e Moderna: “Ipotizzo che l’immunità prodotta dal vaccino AstraZeneca potrebbe potenzialmente durare per tutta la vita”. L’analisi dei dati nelle prossime settimane potrebbe confermare tale ipotesi e dare un duro colpo al virus e a tutti quei governi europei che hanno bocciato AstraZeneca.

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 21 dicembre 2021. E sono cinque. Si chiama Nuvaxovid il quinto vaccino anti Covid autorizzato in Europa, l'unico a base di proteine. La commissione di Bruxelles ha dato il via libera all'immissione in commercio del siero prodotto dall'azienda americana di biotecnologie Novavax, dopo la raccomandazione scientifica positiva da parte dell'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali. Che precede, come sempre, il disco verde della nostra Aifa, atteso in questi giorni. Ma, questa volta, anticipa anche la FDA americana, la cui approvazione è attesa all'inizio del 2022. Lo stesso vaccino, con il nome di Covovax, è stato, invece, già autorizzato dall'Organizzazione mondiale della sanità per l'uso in emergenza in India, Indonesia e Filippine. Creato grazie alla tecnologia delle nanoparticelle ricombinanti, usa le proteine dell'agente patogeno per stimolare il sistema immunitario. Per ora può essere somministrato dai 18 anni in su, con due dosi a distanza di 21 giorni, e viene conservato in normali frigoriferi (2-8 gradi), caratteristica che ne rende più semplice la distribuzione. Gli esperti dell'Ema hanno preso in esame due studi clinici, che hanno coinvolto in tutto 45mila persone. Il primo condotto negli Stati Uniti e in Messico, il secondo realizzato in Gran Bretagna: in entrambi i casi è stata riscontrata un'efficacia nel prevenire i sintomi del Covid intorno al 90%. Va detto che durante queste sperimentazioni la variante Omicron non c'era, quindi ad oggi «sono disponibili dati limitati sull'efficacia di Nuvaxovid» contro l'ultima minaccia, fanno sapere dall'Ema. D'altra parte, «magari questo vaccino farà breccia tra qualche no vax che ha paura dei vaccini a Rna - dice il virologo Fabrizio Pregliasco - perché si basa su una metodologia conosciuta da tempo per altre vaccinazioni, come l'epatite B e il papilloma virus». Ma anche la pertosse e la meningite. Proprio per questo la fornitura iniziale, attesa in Italia nel primo trimestre del 2022, potrebbe essere destinata alle prime dosi, con l'obiettivo di avvicinare all'iniezione chi finora se n'è tenuto alla larga, preferendo aspettare un prodotto più "tradizionale" e percepito come più sicuro. Da qui a marzo «gli Stati membri hanno ordinato circa 27 milioni di dosi», fanno sapere da Bruxelles, ma «Novavax sarà in grado di consegnare fino a 100 milioni di dosi nell'Unione europea», nel corso del prossimo anno. Per l'Italia, che di solito riceve il 13% degli ordini europei, parliamo di circa 3 milioni e mezzo di dosi entro marzo e oltre 13 milioni in totale. Sufficienti, in teoria, per recuperare tutti i 6 milioni di over 12 non vaccinati. E, in prospettiva, per garantire le dosi booster, che ci serviranno periodicamente, a un prezzo più basso di quello che paghiamo ora a Pfizer-BionTech, da cui abbiamo comunque già prenotato 2 miliardi e 400 milioni di dosi. Contro i 460 milioni ordinati a Moderna, che ieri ha diffuso i suoi dati preliminari sulla protezione contro la Omicron dopo la terza dose: con il dosaggio dimezzato, attualmente l'unico autorizzato, il livello di anticorpi neutralizzanti contro la nuova variante aumenta di circa 37 volte. Ma, secondo Moderna, una dose completa fa crescere il livello degli anticorpi di circa 83 volte rispetto alla protezione prima del booster. Per questo ha presentato all'Ema i dati necessari per ottenere il via libera anche con questa formulazione. Mentre ha fatto sapere che la sperimentazione clinica del vaccino specifico contro la Omicron comincerà all'inizio del 2022.

Il vaccino Novavax è subito un mistero: la terrificante ammissione dell'Ema sulla variante Omicron. Il Tempo il 21 dicembre 2021. Il vaccino di Novavax, il nuovo prodotto proteico anti-Covid approvato ieri dall’Agenzia europea del farmaco Ema, “è un vaccino che ha dimostrato efficienza e sicurezza pari ai precedenti, anche se a onor del vero non è stato testato contro la variante Omicron di Sars-Cov-2 quindi è difficile valutare quale sarà l’impatto su questa variante”. Ad ammetterlo senza troppi giri di parole all’Adnkronos Salute è l’infettivologo Roberto Cauda, consulente dell’Ema per le malattie infettive. Parole che gelano tutti sulla mutazione del virus, che presto sarà dominante in tutto il continente. “Questo è un vaccino più tradizionale - analizza Cauda - che ha la caratteristica di usare la tecnologia delle ‘proteine ricombinanti’ che è ormai molto collaudata. Per esempio il vaccino contro l’epatite B, e non solo questo, è stato fatto con questa tecnologia e parliamo di 20-30 anni fa. Quindi è un sistema che è stato già ampiamente impiegato. È una tecnologia - chiarisce l’esperto - che richiede più tempo e questo spiega perché, mentre per sviluppare gli altri vaccini c’è voluto qualche mese, per questo è stato necessario più di un anno. Come gli altri vaccini anche quello di Novavax contiene la proteina Spike, l’arpione che consente al virus di agganciarsi alla cellula, che nella fattispecie è nella forma di proteina mentre negli altri vaccini è in forma di Rna o Dna che poi produrrà la proteina”. La speranza di Cauda è che questo tipo di tecnologia possa convincere i no-vax più convinti: “È possibile che i riottosi che vedono di malocchio i vaccini genici possono in qualche modo cambiare idea e, fidandosi di una tecnologia più collaudata, aderire alla vaccinazione. Direi che ci sono tutte le premesse. Ovviamente non esiste un vaccino privo di effetti collaterali, ma gli effetti sono in qualche modo noti e non diversi dagli altri vaccini anti-Covid. L’importante - conclude l’infettivologo - è che siano effetti collaterali accettabili e in una percentuale molto bassa. Dopo l’approvazione di Aifa, che immagino arriverà a inizio 2022 i tempi di approvvigionamento penso che saranno brevi e ci sarà la possibilità di averlo in tempi rapidi. Potrebbe rappresentare una possibile opzione per i non vaccinati e potrà essere utilmente impiegato per il richiamo”. 

(ANSA il 20 giugno 2021) - L'Agenzia europea del farmaco (Ema) ha dato lil via libera all'immissione in commercio condizionata nell'Ue del vaccino anti-Covid Nuvaxovid, prodotto da Novavax. Lo ha deciso il Comitato tecnico per i medicinali a uso umano dell'Ema dopo una riunione straordinaria. E' il quinto vaccino contro il virus del Covid autorizzato in Europa. Nuvaxovid, spiega Ema in una nota, è un vaccino a base di proteine ;;e i dati esaminati dall'Agenzia Ue soddisfano i criteri Ue per efficacia, sicurezza e qualità. Due gli studi più grandi sul vaccino. Il primo, condotto in Messico e negli Stati Uniti, ha riscontrato una riduzione del 90,4% del numero di casi sintomatici di Covid-19 da 7 giorni dopo la seconda dose. Anche il secondo studio, condotto nel Regno Unito, ha mostrato una riduzione simile del numero di casi sintomatici di Covid-19, con l'efficacia del vaccino all'89,7%. Presi insieme, prosegue Ema, "i risultati dei due studi mostrano un'efficacia del vaccino per Nuvaxovid di circa il 90%". "La sicurezza e l'efficacia del vaccino - conclude la nota - continueranno a essere monitorate man mano che viene utilizzato in tutta l'Ue, attraverso il sistema di farmacovigilanza dell'Ue e ulteriori studi da parte dell'azienda e delle autorità europee". Gli studi principali su cui Ema si è basata per valutare il Nuvaxovid, studi in cui il vaccino mostrava un'efficacia del 90%, sono su 'vecchie' varianti e "attualmente sono disponibili dati limitati" sull'efficacia contro la variante Omicron. Lo rende noto l'Ema. "Il ceppo originale di SARS-CoV-2 e alcune varianti preoccupanti come Alpha e Beta erano i ceppi virali più comuni in circolazione quando gli studi erano in corso - si legge in una nota dell'Agenzia - attualmente sono disponibili dati limitati sull'efficacia di Nuvaxovid contro altre varianti preoccupanti, incluso Omicron".

Novavax approvato dall’Ema: è il quinto vaccino anti-Covid autorizzato in Europa. Asia Angaroni il 20/12/2021 su Notizie.it. L'Agenzia europea del farmaco ha dato il via libera al vaccino Novavax. Dopo l'autorizzazione, NVX-CoV2373 sarà commercializzato nell'Unione europea. L’Ema ha dato il via libera al nuovo vaccino anti-Covid, il quinto autorizzato in Europa. Si tratta di Novavax: la decisione arriva dopo una riunione straordinaria da parte del Comitato tecnico per i medicinali a uso umano dell’Ema.

Novavax approvato dall’Ema

Dopo l’autorizzazione, NVX-CoV2373 sarà commercializzato in Ue come vaccino Nuvaxovid Covid-19 (ricombinante, adiuvato).

Stanley C. Erck, presidente e ad dell’azienda, ha dichiarato: “Novavax apprezza l’opinione positiva del Chmp sul nostro vaccino e attendiamo con impazienza una decisione da parte della Commissione europea. Un’autorizzazione della Commissione consegnerebbe il primo vaccino a base di proteine all’Ue.

La possibilità di scegliere tra i vaccini porterà a un aumento dell’immunizzazione”.

Novavax approvato dall’Ema: è il primo a base di proteine

Il nuovo vaccino approvato dall’Agenzia europea del farmaco soddisfa i criteri Ue per efficacia, sicurezza e qualità. Due gli studi più grandi sul vaccino. Il primo, condotto in Messico e negli Stati Uniti, attesta una riduzione del 90,4% del numero di casi sintomatici di Covid-19 a partire dai 7 giorni successivi alla seconda somministrazione.

Anche il secondo studio, eseguito nel Regno Unito, ha mostrato una riduzione simile del numero di casi sintomatici, dimostrando una validità del vaccino pari all’89,7%.

A tal proposito, l’Ema ha fatto sapere: “I risultati dei due studi mostrano un’efficacia del vaccino per Nuvaxovid di circa il 90%. La sicurezza e l’efficacia del vaccino continueranno a essere monitorate man mano che viene utilizzato in tutta l’Ue, attraverso il sistema di farmacovigilanza dell’Ue e ulteriori studi da parte dell’azienda e delle autorità europee”.

Da linkiesta.it il 20 giugno 2021. «I dati sono stari revisionati, abbiamo mandato delle domande, l’azienda ha fornito delle risposte e oggi si decide. Se tutto risulta positivo si dà il via libera». Lo dice alla Stampa Armando Genazzani, professore ordinario di Farmacologia all’Università del Piemonte Orientale e rappresentante italiano nel comitato per l’approvazione dei farmaci dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), che con molta probabilità oggi autorizzerà Nuvaxovid, il vaccino della casa farmaceutica americana Novavax. «C’è ottimismo sull’esito positivo», spiega. «Si tratta di un vaccino tradizionale costituito dalla proteina e non dall’mRna che la codifica. Si inietta solo la proteina dunque, una cosa che si fa da trent’anni, e quando l’organismo la riconosce si scatena una risposta anticorpale. La proteina inoltre si introduce con un adiuvante che facilita la risposta del sistema immunitario». La proteina in questione è la Spike del virus, «che infetta le nostre cellule e che l’organismo deve imparare a riconoscere». I vaccini a mRna «hanno una sequenza di acidi nucleici che codifica la proteina per riprodurla nell’organismo. In questo caso invece si salta un passaggio». E «per chi immotivatamente ha paura può rappresentare una rassicurazione».

L’efficacia resta alta: «Attorno al 90 per cento contro l’infezione come gli altri». Il farmaco «è stato testato sulle varianti risultando efficace. Su Omicron come per gli altri vaccini si attendono nuovi dati per fine anno, ma plausibilmente sarà efficace anche in questo caso al pari degli altri con la terza dose». E come gli altri è ipotizzabile che necessiti di una terza dose per bloccare la Omicron. Dopo l’approvazione dell’Ema, l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) «si adopererà per approvarlo in Italia prima di Natale. L’Europa ne ha comprate 200 milioni di dosi, che potrebbero essere distribuite subito dopo. Potrebbe essere proposto in particolare agli incerti, dunque soprattutto per le prime dosi». Il prossimo vaccino sarà Vla2001 della francese Valneva, che – spiega lo scienziato – «dovrebbe arrivare a metà 2022, il processo di valutazione è appena cominciato. Si tratta di un vaccino ancora più classico di Nuvaxovid, a virus inattivato, con risultati simili agli altri». Ma è importante ricordare il lavoro che fa il vaccino: «Crea delle cellule che producono anticorpi contro il virus proteggendo da infezione e contagiosità. E prepara altre soluzioni per il futuro. Quando l’organismo non percependo più il virus smette di produrre anticorpi, resta dunque una memoria immunitaria. Ecco perché tra i vaccinati chi pure si contagia non muore. Non a caso in tutta Europa la maggior parte dei malati gravi sono non vaccinati». E le medicine che l’Ema sta approvando «per quanto buone sono sempre inferiori ai vaccini. Inoltre, un vaccinato in difficoltà ha ancora il farmaco. Il No Vax ha solo una cartuccia a disposizione». «Sarebbe come gioire dei farmaci per il tumore…» Secondo Genazzani, con il vaccino «almeno per i nove mesi del Green Pass si è coperti verso la malattia grave. Bisogna però fare la terza dose, perché non sappiamo se la memoria cellulare duri per sempre. E poi in regime di pandemia e di fronte alla Omicron conviene affrettarsi». Anche perché i dati inglesi sulla Omicron «sono preoccupanti, perché sembra più contagiosa della Delta e non è confermato che sia meno patogenica. Vanno mantenute le misure precauzionali e aumentate le vaccinazioni, terze dosi comprese». Sui vaccini nei Paesi in via di sviluppo dice: «L’Ema autorizza continuamente nuovi siti produttivi europei anche per questo, ci sono donazioni e iniziative globali, ma servirebbero grandi investimenti delle case farmaceutiche supportati dai governi. La liberalizzazione dei brevetti non risolve il problema se non viene accompagnata da una strategia per il trasferimento tecnologico. Omicron è il campanello d’allarme di una variante nata in Africa, dove ci si vaccina poco e il virus circola di più, che preoccupa i Paesi avanzati». 

Adesso l'Ema approva il protocollo contrario dell'Italia: terza dose con Johnson & Johnson dopo Pfizer o Moderna. Il Tempo il 15 dicembre 2021. Chi ha fatto il vaccino monodose Johnson & Johnson, in Italia, deve fare il richiamo con una dose dei sieri mRna, Moderna o Pfizer. Ora dall'Europa arriva l'autorizzazione al percorso contrario: chi si è sottoposto a due dosi di Moderna o Pfizer può fare come terza dose "booster" una iniezione del vaccino prodotto da Janssen.  È la raccomandazione diffusa dall’Agenzia europea del farmaco Ema. Il suo Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) ha infatti concluso anche che «una dose di richiamo con il vaccino anti-Covid di Johnson & Johnson può essere somministrata dopo le 2 dosi di uno dei vaccini mRna autorizzati nell’Ue», cioè Comirnaty di Pfizer/BioNTech o Spikevax di Moderna. Questa raccomandazione si aggiunge a quella secondo cui una dose booster del vaccino Janssen può essere presa in considerazione almeno 2 mesi dopo la prima dello stesso vaccino nelle persone di età pari o superiore a 18 anni.

J&J, perché l'Ema ha dato l'ok al richiamo dopo 2 mesi. Alessandro Ferro il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Via libera dell'Ema al richiamo vaccinale con il vaccino J&J dopo due mesi dall'unica dose e alla vaccinazione eterologa dopo il ciclo con Pfizer e Moderna. "Protezione al 100% dalle forme gravi". Il tanto bistrattato vaccino della Johnson&Johnson, l'unico monodose, sarà ancora utile e fondamentale nella lotta alla pandemia da Covid-19. L'Ema ha infatti dato l'ok alla seconda somministrazione dopo due mesi dalla prima (e unica) dose ma anche alla vaccinazione eterologa con chi aveva completato l'iter con Pfizer e Moderna.

I perchè della scelta

"Una dose booster del vaccino anti-Covid di Johnson & Johnson può essere presa in considerazione, almeno 2 mesi dopo la prima, nelle persone di età pari o superiore a 18 anni", ha affermato il Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea del farmaco Ema. Come ci siamo occupati sul Giornale.it, il richiamo del monodose si rende necessario già dopo 60 giorni per il calo rapido della sua protezione rispetto al ciclo vaccinale (doppio) degli altri vaccini attualmente in commercio. Da qui, la decisione e la raccomandanzione dell'Ema: chi ha già fatto la prima dose con J&J può fare anche la seconda con lo stesso vaccino perché, "somministrato almeno 2 mesi dopo la prima dose negli adulti, ha portato a un aumento degli anticorpi contro Sars-CoV-2", affermano gli esperti.

"Protezione al 100% dalle forme gravi"

Johnson & Johnson sottolinea che questa raccomandazione si basa sui dati che dimostrano che la dose booster del vaccino J&J ha aumentato la protezione al 75% contro le forme sintomatiche di Covid e una protezione del 100% contro le forme gravi almeno 14 giorni dopo la somministrazione. "Siamo lieti del parere positivo espresso oggi dal Chmp" ha affermato Loredana Bergamini, direttore medico di Janssen Italia, ad AdnKronos.

Ema ed Ecdc: vaccinazione eterologa più efficace. Niente controindicazioni al mix Pfizer-Moderna

L'eterologa con Janssenn

Ma non è tutto: a dimostrazione che questo siero anti-Covid sia efficace anche contro Omicron, l'Ema ha autorizzato la vaccinazione eterologa con il booster di Johnson&Johnson. "Può essere considerato come terza dose per chi si è sottoposto a Pfizer o Moderna" in precedenza. Quindi, la risposta anticorpale è forte anche se si fa la terza dose con questo vaccino a vettore virale e non necessiarmente con quello ad Rna messaggero. Si tratta senz'altro di un'ottima notizia nell'ottica di avere più vaccini a disposizioni e più armi contro la nuova variante del Covid-19.

"Rischio trombosi non noto"

Capitolo trombosi: gli esperti dell'Ema fanno sapere che il "rischio di trombosi in combinazione con trombocitopenia (Tts) o altri effetti collaterali molto rari dopo un richiamo non è noto e viene attentamente monitorato", aggiunge l'ente regolatorio Ue nella nota in cui spiega i contenuti della raccomandazione. Come succede per tutti i medicinali, l'Ema assicura che continuerà "a esaminare tutti i dati sulla sicurezza e l'efficacia del vaccino Janssen", come si legge su AdnKronos. I dati che sostengono la raccomandazione relativa al richiamo per il vaccino Janssen saranno disponibili nelle informazioni aggiornate sul prodotto.

A livello nazionale, sottolinea l'Ema, gli organismi di sanità pubblica "possono emettere raccomandazioni ufficiali" sull'uso dei booster a seguito di una dose di vaccino J&J o di due dosi di vaccini a mRna "tenendo conto della situazione epidemiologica locale, della disponibilità di vaccini, dei dati di efficacia e di quelli di sicurezza limitati per la dose di richiamo". A questo punto, si attende il parere dell'Aifa per capire se ci sarà il via libera anche nel nostro Paese al richiamo e al booster con il vaccino J&J.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più care. Avviso ai naviganti: l’arancino è sempre maschio, diffidate da chi sostiene il contrario.

Dagotraduzione dal New York Post il 14 dicembre 2021. Secondo un nuovo studio pubblicato ieri, i vaccini COVID-19 di Pfizer e AstraZeneca non sono così efficaci nel combattere la variante Omicron rispetto ad altri ceppi. Nel documento in fase di pre-stampa, i ricercatori dell'Università di Oxford che hanno svolto lo studio hanno scritto di aver scoperto una «sostanziale caduta» negli anticorpi neutralizzanti quando i campioni di sangue sono stati infettati con la variante Omicron nonostante provenissero da persone che avevano ricevuto una doppia dose di vaccino Pfizer o AstraZeneca 28 giorni prima. Lo studio, che deve ancora essere sottoposto a revisione paritaria, ha scoperto che alcuni dei partecipanti «non sono riusciti affatto a neutralizzare [il virus]». «Questo porterà probabilmente a un aumento delle infezioni rivoluzionarie in individui precedentemente infetti o vaccinati due volte, che potrebbe guidare un'ulteriore ondata di infezioni, sebbene attualmente non ci siano prove di un aumento del potenziale per causare malattie gravi, ospedalizzazione o morte», hanno affermato gli autori dello studio. Ma gli scienziati hanno affermato che sono necessarie ulteriori ricerche per determinare se la variante elude altri tipi di immunità fornita dai vaccini. «Questi dati sono importanti ma sono solo una parte del quadro. Guardano solo gli anticorpi neutralizzanti dopo la seconda dose, ma non ci parlano dell'immunità cellulare, e anche questo sarà testato», ha affermato Matthew Snape, professore di Oxford e coautore dell'articolo. I ricercatori, tuttavia, hanno affermato che i risultati dovrebbero «trasmettere a casa il messaggio che coloro a cui viene offerta la vaccinazione di richiamo dovrebbero prenderla». «Sebbene non vi siano prove di un aumento del rischio di malattie gravi o di morte dovute al virus tra le popolazioni vaccinate, dobbiamo rimanere cauti, poiché un numero maggiore di casi rappresenterà comunque un onere considerevole per i sistemi sanitari», ha affermato Gavin Screaton, capo del dipartimento di scienze mediche dell'università e autore principale del documento. 

Covid, da Alfa a Omicron: effetto dei vaccini, contagiosità e sintomi delle varianti. Gli allarmi sono giustificati? Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 15 dicembre 2021. Ogni volta che viene identificata una nuova variante del Covid-19, e l’ennesima è l’Omicron, monta l’allerta delle autorità sanitarie. Ma cosa c’è dietro i ripetuti allarmi? Sono sempre giustificati? E perché – come stiamo vedendo in questi mesi – viene via via alzata l’asticella della percentuale di popolazione da vaccinare? Di certo, la formazione di varianti virali è un evento naturale proprio di tutti i virus, in particolare quelli con genoma a RnA come il Covid: le mutazioni genetiche sono alterazioni casuali nel genoma che avvengono in occasione della replicazione del virus all’interno delle cellule infette. Ma quando un virus crea copie di sé stesso cambiando con delle mutazioni si pongono tre tipi di problemi. Uno: la possibilità che sia più contagioso. Due: il rischio di una maggiore aggressività della malattia. Tre: l’eventuale capacità di reinfettare persone precedentemente immunizzate. 

Il primo mattone che cambia

L’origine porta la data del 5 gennaio 2020. È allora che i cinesi sequenziano l’intero genoma di un nuovo Coronavirus, che viene chiamato D614. Ma la diffusione è già in corso da qualche mese e il virus comincia a generare figli. Il 20 gennaio il primo mattone che cambia nella sequenza è questo: la D viene sostituita dalla G. Una modifica che gli dà maggiore contagiosità. Tutte le varianti sono figlie sue.

Cosa succede in Italia

Il 20 febbraio in provincia di Lodi viene identificato un grosso focolaio, e subito dopo in Val Seriana (Bergamo). Il Policlinico San Matteo di Pavia, che è il primo ospedale italiano a studiare le varianti, ne individua ben sette, tutte correlate allo stesso ceppo, anche se con caratteristiche diverse: qualcuna più lenta, altre più veloci (qui l’approfondimento). Dagli studi effettuati dal matematico-epidemiologo Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler (Fbk) e dall’Istituto superiore di Sanità (Iss) emerge che, in assenza di misure di controllo del virus, in quel momento il numero medio di persone infettate da un contagiato (R0) va da 2,8 a 3,1.Nell’estate 2020 calano le restrizioni, si riprende a viaggiare, e in Italia vengono introdotte almeno una decina di varianti virali presenti in altri Paesi, a cui viene assegnata una sigla: B.1, B1.1, B.1.5 ecc., a seconda del Paese di origine. Poi, dall’autunno 2020, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) cominciano a classificare le varianti e a tracciare le nuove mutazioni per vedere quanto possono essere refrattarie ai vaccini in fase di sperimentazione. Nel settembre 2020 nel Regno Unito viene identificata l’Alfa, nello stesso periodo in Sudafrica viene trovata la Beta, e a dicembre 2020 in Brasile è tracciata la Gamma. 

Varianti in circolazione nel 2021

Da gennaio ad aprile 2021 in Italia Alfa, Beta e Gamma circolano in contemporanea. Stimare il loro R0, dunque quanti ne contagia un infetto, è complicato sia perché non ci sono più le condizioni iniziali (popolazione tutta suscettibile al virus, non vaccinata e assenza di misure di controllo) sia perché i calcoli devono tenere conto della co-presenza di diverse varianti. Ma nonostante questi limiti, è possibile calcolare la maggior trasmissibilità di una variante rispetto alle altre. Sempre con l’aiuto dei dati di Merler e dell’Iss, vediamo cosa succede. L’Alfa ha un indice di trasmissibilità superiore da 1,45 a 1,66 volte rispetto al virus del 2020. Vuol dire che in assenza di misure di controllo un infetto può contagiare in media circa altre 4,5 persone. Da aprile 2021 la variante Alfa circola quasi esclusivamente in tutt’Italia (91,6%), senza però dare segni di bucare i vaccini. 

Allerta Beta, Gamma, Delta

La variante Beta colpisce soprattutto in Alto Adige, ma data la sua scarsa diffusione sia geografica che temporale non ci sono stime su un’eventuale maggiore trasmissibilità. Studi preliminari dicono, però, che potrebbe essere in grado di infettare persone precedentemente immunizzate. La Gamma si diffonde in particolare nelle regioni dell’Italia centrale (Lazio, Umbria, Toscana). Il suo potenziale livello di contagiosità è superiore di 1,03-1,56volte rispetto al virus del 2020, vuol dire che in assenza di misure di controllo un infettato può contagiare in media circa altre 4,3 persone. Come la Beta, provoca un potenziale rischio di reinfezione. In termini di gravità, in generale, tutte si mostrano più aggressive rispetto al tipo di virus circolante nel 2020. Amaggio 2021 arriva anche in Italia la Delta, già identificata a dicembre 2020 in India. Il suo indice di trasmissibilità è superiore da 1,33 a 2,1 volte rispetto alla variante Alfa. Dunque, in assenza di controlli un contagiato può infettare in media altre 6,75 persone. Da luglio 2021 la variante Delta diventa dominante (94%).

La campagna vaccinale di massa

Ognuna di esse produce a sua volta varianti e mutazioni. Da fine dicembre 2020, però, è iniziata la più grande campagna di vaccinazione globale, aumentando in modo progressivo le coperture immunitarie, almeno nei Paesi più ricchi. Conseguenza: Alfa e Beta, che erano le più brutte, si sono quasi estinte. Quella che circola oggi è ancora prevalentemente la Delta. In ogni caso, tutte le nuove varianti sono emerse in Paesi a bassa o bassissima copertura vaccinale.

L’Omicron

In Sudafrica e Botswana la percentuale di popolazione vaccinata è del 20%, ed è lì che a novembre 2021 è stata sequenziata Omicron. È una variante con dentro 43 mutazioni, mentre per esempio la Delta ne aveva 8. Secondo Fausto Baldanti, direttore del Dipartimento di virologia del Policlinico San Matteo di Pavia, che osserva da inizio pandemia varianti e mutazioni, le 43 mutazioni di Omicron sono troppe rispetto alla struttura originale, e questo potrebbe non essere vantaggioso per il virus. In altre parole: per la popolazione non sarebbe problematico rispetto alle sue precedenti versioni. Lunedì c’è stato il primo infetto da Omicron sul territorio in Lombardia, a Legnano. Il laboratorio di virologia del Policlinico ha messo il virus in cultura. Una volta cresciuto in vitro, sarà messo a contatto con il siero di una persona vaccinata, e a quel punto si comprenderà a quale livello può interferire con il vaccino, e la differenza rispetto agli altri ceppi. Gli esiti si conosceranno fra una decina di giorni. Magari questa volta la sfanghiamo. 

Il circolo vizioso

Il problema di fondo resta: le varianti sono imprevedibili, e più circola il virus, più varianti nascono. Questo dato di fatto rende necessarie coperture vaccinali più alte, proprio per ostacolarne la diffusione.

In particolare, la percentuale di popolazione da immunizzare aumenta con l’R0 in modo proporzionale in base a una formula matematica

Quindi tenendo conto della velocità di diffusione, con l’R0 iniziale sarebbe stato sufficiente vaccinare grosso modo il 67% della popolazione. Queste coperture salgono al 78% quando si diffonde la variante Alfa e all’85% per la Delta 

Le stime però non considerano che i vaccini di cui disponiamo non sono perfetti nel proteggere dall’infezione: contro la variante Delta, ad esempio, l’efficacia con ciclo completo di due dosi è di circa l’80%, e va a diminuire dopo sei mesi. Quindi vuol dire che la percentuale di popolazione da vaccinare per arginare il virus si alza ancora. In conclusione: nessun singolo Paese è protetto, se i vaccini non arrivano e vengono somministrati a tappeto in ogni parte del mondo, poiché laddove le popolazioni sono poco immunizzate, varianti e mutazioni si moltiplicano e si esportano. Se poi, nei Paesi dove i vaccini ci sono, una fetta di popolazione non si immunizza, si innesca un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire.

Cosa sono Novovax e Valneva, i nuovi vaccini: quando arrivano in Italia i nuovi sieri anticovid. Riccardo Annibali su Il Riformista il 12 Dicembre 2021.  

Nell’arsenale per combattere il Covid 19 l’Ema ha in fase di approvazione due nuove armi. Il vaccino made in Usa Novavax prima e, in coda, lo studio del siero austro-francese Valneva. Il parere dell’Agenzia europea dei medicinali Ema sul Novavax “è attesa a dicembre, tra il 16 e il 20”, spiega il direttore generale Aifa, Nicola Magrini, in audizione in commissione Sanità del Senato.

Il Novavax, in particolare, potrebbe non dispiacere ai no vax – o almeno a chi non si è ancora vaccinato per paura, più che per ideologia – perché è basato su una vecchia tecnologia (non Mrna), e quindi super testata e più accettata dagli scettici, che sfrutta la tecnica delle proteine ricombinanti. Anche il Valneva potrebbe andare a genio ai più timorosi, perché utilizza il know-how del virus non attivato. Tra pochissimi giorni, il 15 dicembre, scatta l’obbligo vaccinale per nuove categorie di lavoratori, compresi gli insegnanti e le forze dell’ordine.

Si tratta comunque di due sieri diversi rispetto a quelli di Pfizer Biontech e Moderna che vengono usati per le terze dosi, e a quelli di Astrazeneca a Johnson&Johnson (a vettore virale). Oltretutto il Novovax potrebbe risolvere il problema della vaccinazione nei Paesi più poveri perché ha un costo contenuto e si può conservare in un frigorifero ‘normale’.

Il ‘Nuvaxovid’ (nome commerciale del vaccino di Novovax) utilizza quindi le proteine ricombinanti, in uso da tempo contro malattie come la pertosse. Quindi non c’entra nulla con la nuova tecnologia a Rna messaggero, invisa alla maggior parte dei contrari al vaccino. In pratica, le molecole sono in grado di assemblarsi per formare particelle simil-virali sulla base delle quali l’organismo produce la sua risposta immunitaria, scatenando la formazione di anticorpi.

Il preparato promette bene perché stando all’azienda l’efficacia è intorno al 90%. Da un’altra indagine, condotta negli Stati Uniti e in Messico, risulta il 100% di protezione contro la malattia moderata e grave e il 90,4% di efficacia totale.

Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (Cts) e Ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano, spiega come funziona parlando al Corriere: “È una tecnica utilizzata da più di trent’anni: ha permesso di produrre vaccini oggi usati anche per proteggere i neonati, senza il rischio di effetti collaterali di rilievo: sono quelli contro l’epatite B, il meningococco B, l’herpes zoster e l’Hpv. Può rappresentare un’arma importante verso indecisi e timorosi”, sottolinea l’esperto.

Anche il vaccino di Valneva è piuttosto diverso dai preparati finora utilizzati contro la pandemia: infatti si basa sul virus inattivato, che stimola la risposta immunitaria. E anche qui si tratterebbe di una tecnologià meno temuta da molti scettici.

Diversamente dagli altri quattro vaccini già autorizzati (due a mRna e due a vettore virale), Valneva contiene il virus Sars-CoV-2 non attivo, che non può causare la malattia, e contiene anche due ‘adiuvanti’, sostanze che aiutano a rafforzare la risposta immunitaria al vaccino. Riccardo Annibali

Diodato Pirone per “il Messaggero” l'11 dicembre 2021. Da gennaio contro il Covid dovrebbe arrivare un vaccino nuovo che usa una tecnologia vecchia, sperimentata da decenni contro malattie come la pertosse e la meningite. Si tratta del farmaco prodotto dall'americana Novavax che lancerà un vaccino contro il quale i no vax non potranno spargere il dubbio della sperimentalità del prodotto. Non solo. Poiché il Novavax sarà utilizzato soprattutto per le Terze Dosi consentirà di ampliare la possibilità di somministrazioni eterologhe, cioè fatte con vaccini diversi da quelli usati per le prime somministrazioni. E, l'eterologa, non è un segreto, è la combinazione consigliata da molti immunologi. C'è poi un terzo aspetto che bisognerà misurare sul campo ovvero la sua efficacia contro le ultime varianti. Già, ma quali sono le caratteristiche del nuovo vaccino? Quella più importante è che utilizza una tecnologia che gli addetti ai lavori chiamano proteine ricombinanti. Che cosa significa? In parole povere nel Novavax sono presenti nano-particelle di virus che vengono addizionate a una molecola che stimola la produzione di anticorpi. Si tratta di un vaccino ultra-classico. Diverso sia da quelli di Pfizer-BionTech e di Moderna che si basano sulla tecnica mRna la quale - semplificando - fornisce alle cellule del nostro organismo informazioni sul virus Sars CoV-2 e dunque fa scattare la reazione protettiva. Novavax è diverso anche da AstraZeneca e Johnson&Johnson che si basano sui cosiddetti adeno virus, ovvero organismi morti ma innocui per l'uomo la cui funzione è quella di simulare nel nostro corpo la presenza del Covid. Il fatto che il nuovo vaccino, che dovrebbe chiamarsi Nuvaxovid, utilizzi una tecnologia vecchia non deve far pensare che la società produttrice sia un'azienda arretrata. Tutt' altro. Novavax è una public company (la proprietà è di molti fondi di investimento) fondata in America nel 1987 non lontano da New York che oggi vale in Borsa una quindicina di miliardi. Si occupa di biotecnologie e ha un grosso centro di ricerca in Svezia. Il suo prodotto di classico ha solo la formula dell'uso delle nano-particelle ma per il resto si tratta di una soluzione avanzatissima. Il vaccino Novavax, infatti, è figlio di una ricerca decollata col maxi-finanziamento pubblico da 1,6 miliardi di dollari ottenuto durante l'amministrazione Trump nell'ambito dell'Operation Warp Speed destinata a garantire agli Usa alcune centinaia di milioni di dosi vaccinali. Diodato Pirone

Nei laboratori di Reithera dove si tenta il vaccino anti-Hiv. Francesco Castagna su L'Espresso l'1 dicembre 2021. Dopo lo stop ai fondi pubblici l’azienda biotech di Castel Romano (Roma), trova un nuovo sponsor nella fondazione di Bill Gates e si impegna nella ricerca di un antidoto a basso costo per la lotta all’AIDS. Si erano impegnati durante tutto il 2020 a trovare un vaccino italiano contro il Covid-19, i laboratori di Reithera non hanno arrestato la loro attività anche dopo lo stop della Corte dei Conti ad un finanziamento statale. Sul progetto ha pesato anche l’abbandono da parte dell’Istituto per le malattie infettive Spallanzani. La casa farmaceutica di Castel Romano, superate le critiche della comunità scientifica, si è orientata su un nuovo studio: la lotta all’Hiv. Il 3 novembre di quest’anno poi Reithera Srl aveva comunicato di voler utilizzare un fondo da 1,4 milioni, ricevuto dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, per lo sviluppo di nuovi vaccini contro le varianti Covid e l’Hiv. Quest’ultimo allo stato attuale è in una prima fase di ricerca. Per non perdere gli sforzi fatti dall’inizio della pandemia, Reithera si è mossa per utilizzare la piattaforma tecnologica che aveva già messa in piedi per lo studio contro il Covid-19, sfruttandola anche per la lotta all’Hiv. Sul virus da immunodeficienza umana l’ultimo successo risale al 2009, con una cura sperimentata in Thailandia che si è dimostrata efficace in un terzo dei casi. Nonostante le riserve, i risultati di fase 1 e fase 2 di Reithera sul vaccino contro il Covid-19 hanno suscitato l’interesse della Fondazione Gates. I ricercatori infatti sostengono di aver ottenuto ottime risposte dagli anticorpi e di tipo cellulare contro gli antigeni di Sars Cov 2, quest’ultima molto importante per lo sviluppo poi di un nuovo vaccino contro l’Hiv. 40 anni fa, esattamente il 5 Giugno del 1981, questa malattia diventò un fenomeno endemico nei paesi sviluppati e tutti erano speranzosi su una possibile cura, senza farsi molti problemi sulle fasi di sperimentazione. Da allora i decessi a causa di questo virus furono 77,5 milioni e sono circa 33 milioni le persone morte per AIDS. Per fortuna la scoperta di una terapia antiretrovirale ha permesso a 27 milioni di persone (dei 37 con Hiv) di accedere alle terapie di cura, portando ad un calo significativo di persone che hanno sviluppato la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS).

La presidente Reithera Antonella Folgori ha spiegato nel dettaglio la funzione della piattaforma tecnologica che stanno utilizzando per la produzione dei vaccini: “La fondazione Bill e Melinda Gates ha deciso di investire sulla nostra piattaforma tecnologica perché presenta una serie di caratteristiche molto importanti.”, dice Antonella Folgori, Presidente di ReiThera Srl, mentre mostra i laboratori. “Per prima cosa può essere utilizzata per lo sviluppo di diversi vaccini contro infezioni virali. Il processo di produzione di questo vaccino poi è ben standardizzato e può essere facilmente trasferito anche nei paesi a basso e medio reddito, possono quindi essere costruite delle cosiddette facilities per la produzione. È anche un vaccino termostabile e fornisce una risposta immunitaria completa, quindi non solo anticorpi ma anche linfociti T che permettono di non far sviluppare una malattia grave”. 

Angelo Raggioli, Head of Technology Development, si occupa della ricerca di vettori virali per vaccini e per curare malattie genetiche.  

A guidare dentro i laboratori Angelo Raggioli e Adriano Leuzzi, rispettivamente Head of Process Development e Head of Technology Development. Si parte da quello di “Sviluppo tecnologico”, che si occupa della ricerca di vettori virali per vaccini e per curare malattie genetiche. Il finanziamento serve per una sperimentazione di tipo preclinico, ciò vuol dire che si stanno svolgendo le ricerche su modelli cellulari e animali. L’obiettivo è quello di individuare il miglior immunogeno (un agente in grado di sviluppare una risposta immunitaria). Per il Covid-19 le case farmaceutiche hanno utilizzato la proteina Spike, si dovrà quindi trovare l’equivalente per l’Hiv. Il laboratorio partner della fondazione Gates ha identificato una serie di immunogeni da testare per individuare il migliore contro l’Hiv. “Per noi è stato importante venire a contatto con laboratori molto esperti nel campo di Hiv. Studiosi con un’esperienza ventennale in questo campo possono contribuire con un disegno più razionale dell’immunogeno rispetto a quello a chi non ci ha mai lavorato” – afferma Angelo Raggioli, spiegando che quello che Reithera Srl aggiunge al processo è una piattaforma tecnologica in grado di per sé di indurre una forte risposta cellulare (linfociti T). È la GRAd Cov2, basata sull’uso di vettori virali isolati da gorilla (GRAd), tra i più potenti per isolare sviluppare vaccini, che non si replicano all’interno dell’essere umano. Su questa piattaforma si basa il candidato vaccino contro il Covid-19 (GRAd Cov2)

La ricerca è destinata ai paesi a basso e medio reddito, nello specifico in Africa. Si mira quindi ad un processo di produzione facilmente trasferibile in siti esterni, dove l’Hiv colpisce senza tregua e l’accesso alle cure per il Covid-19 è quasi inesistente. La piattaforma, sostiene l’azienda, è in grado di rispondere a queste esigenze. 

Adriano Leuzzi, Head of Process Development, si occupa di ottimizzare la fase successiva di produzione. Nella foto il corridoio vetrato dal quale è possibile osservare l'area di produzione GMP (buone pratiche di produzione) 

Con Adriano Leuzzi si parte dal dipartimento di sviluppo e di processo. Qui ci si occupa di ottimizzare la fase successiva di produzione. Per far sì che il vettore virale venga prodotto e poi modificato, in maniera tale da arrivare ad un potenziale vaccino, in questo laboratorio si utilizzano strumenti come i bioreattori. 

Uno dei bioreattori che rappresentano il sistema che permette alle cellule di crescere e funzionare come delle fabbriche di vettore virale 

Questi macchinari rappresentano il sistema che permette alle cellule di crescere e funzionare come delle fabbriche di vettore virale. Strumenti attraverso i quali, in maniera molto sofisticata, è possibile monitorare la riproduzione delle cellule in un ambiente artificiale. Questo processo avviene tramite il controllo costante di una serie di parametri, che devono essere tenuti sotto osservazione e ottimizzati: nutrienti, ossigeno, scambi gassosi, PH. Una volta raggiunta una certa concentrazione delle cellule per cui il vettore virale è in grado di replicarsi, viene sottoposto al processo di purificazione. Migliore è la qualità di questa tecnica e più efficace sarà il vaccino. Il lavoro di questo dipartimento è quello di prendere il prodotto che arriva dal reparto di ricerca e sviluppo per costruire intorno a questo un processo di operazioni che permettano di averne uno pulito, sicuro e in grado di fornire un’efficace risposta immunitaria. “In questo laboratorio” – spiega Adriano Leuzzi – “lavoriamo su una scala detta pilota e una volta identificato il processo di qualità e pulizia del vaccino, lo trasliamo alla facility di produzione GMP del lotto clinico (ovvero chi si occupa di produrre medicinali secondo le linee guida europee)”.

L’obiettivo è quindi quello di ottimizzare e adattare il processo di produzione di un vaccino utilizzando diverse tecnologie, come quella dei bioreattori. Lo scopo è sempre quello di contenere i costi.

“Reithera è un’azienda che è stata scelta” – afferma Antonella Folgori – “proprio perché al suo interno ha sia la parte di ricerca e sviluppo, ma anche la parte di produzione GMP (buone pratiche di produzione)”. In quest’ultimo settore le attività si svolgono oltre un corridoio vetrato. Una serie di aree classificate: stanze per l’espansione e la coltura cellulare.

Per il Covid-19 è stata costruita un’area per la produzione su larga scala del vaccino, al cui interno sono presenti bioreattori grazie ai quali è stato preventivato di poter coprire una richiesta di dosi di 50-100 milioni di dosi all’anno.

Sul fronte della ricerca del vaccino contro l’Hiv si sta procedendo invece su due filoni: individuare l’agente immunogeno migliore da una parte e dall’altra il perfezionamento del vettore dal punto di vista genetico, ovvero la ricerca della tecnologia più buona.

Dagotraduzione dal Telegraph il 25 novembre 2021. Secondo gli scienziati, uno dei motivi per cui la Gran Bretagna sembra affrontare oggi il Covid meglio del resto d’Europa è che il vaccino AstraZeneca potrebbe offrire un'immunità più duratura rispetto alle altre soluzioni. Pascal Soriot, amministratore delegato di AstraZeneca, ha affermato che in Gran Bretagna la decisione di somministrare agli anziani il vaccino di Oxford potrebbe essere uno dei motivi per cui il Regno Unito non vede «così tanti ricoveri rispetto all'Europa» nonostante un numero elevato di casi. Il Telegraph ha appreso che l'azienda farmaceutica si sta preparando a rilasciare dati che dimostrano che il suo vaccino offre immunità a lungo termine alle cellule T per le persone anziane anche dopo che gli anticorpi sono diminuiti. Soriot ha affermato che l'immunità fornita dalle cellule T potrebbe essere «più duratura». Diversi paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna e Belgio, hanno limitato il vaccino AstraZeneca ai minori di 65 anni nelle prime fasi del loro lancio, sostenendo che non c'erano dati sufficienti per dimostrare che funzionasse per le persone anziane. In Francia, martedì, per la prima volta da agosto, i contagi giornalieri hanno superato quota 30.000, con un aumento del 63 per cento in una settimana. La Germania ha confermato di voler rendere obbligatoria la vaccinazione per i soldati. La media di sette giorni dei decessi per Covid nel paese è ora il doppio di quella della Gran Bretagna. «I leader europei nutrivano tutte queste preoccupazioni infondate su AstraZeneca e sul suo utilizzo nelle persone anziane», ha affermato una fonte governativa di alto livello. «Se guardiamo i dati, si può vedere che usarli presto è stato incredibilmente utile in termini di protezione da questa malattia più a lungo nelle persone anziane e vulnerabili». Gli esperti britannici hanno affermato che le affermazioni di Soriot erano "plausibili" e potrebbero essere la ragione per cui i ricoveri e i decessi sono stati relativamente bassi anche se i contagi restano alti. Il dottor Peter English, ex redattore di Vaccines in Practice che in precedenza ha presieduto il comitato di medicina della salute pubblica BMA, ha dichiarato: «Le persone il cui sistema immunitario ha prodotto una forte risposta delle cellule T ma una risposta anticorpale più debole potrebbero avere maggiori probabilità di essere infettate, ma hanno maggiori probabilità di essere in grado di combattere l'infezione e avranno molte meno probabilità di sviluppare una malattia grave». Commentando l'elevata infezione del Regno Unito ma i bassi tassi di ospedalizzazione, ha affermato: «È plausibile che ciò abbia generato un'eccellente risposta dei linfociti T, il che significa che mentre le persone possono ancora essere infette e infettive, è improbabile che stiano seriamente male». Il professor Matthew Snape, dell'Università di Oxford, che è stato investigatore capo degli studi sui vaccini di richiamo, ha dichiarato: «Le migliori risposte dei linfociti T sembrano arrivare se si somministra una prima dose del vaccino AstraZeneca seguita da Pfizer». Steve Baker, il vicepresidente del Covid Recovery Group dei parlamentari conservatori settici di lockdown, ha criticato i politici europei per aver snobbato il colpo e ha chiesto che i dati di AstraZeneca siano resi pubblici.

(ANSA il 30 novembre 2021) - I primi dati mostrano che con 3 dosi di vaccino Pfizer si è protetti dalla variante Omicron. Lo ha detto il ministro della sanità israeliano Nitzan Horowitz. "La situazione - ha spiegato citato da Times of Israel - è sotto controllo e non c'è motivo di panico. Ci aspettavamo una nuova variante e siamo pronti... Nei prossimi giorni avremo informazioni più precise sull'efficacia del vaccino ma le prime indicazioni mostrano che coloro che hanno un richiamo sono molto probabilmente protetti contro questa variante".

Pfizer, uno studio inquietante: quanto dura lo scudo del vaccino, le nuove cifre. Libero Quotidiano il 26 novembre 2021. Con il passare del tempo l’efficacia dei vaccini anti-Covid diminuisce sensibilmente e aumenta di conseguenza il rischio di infettarsi. Il livello di immunizzazione del siero Pfizer-BioNTech, per esempio, inizia a calare già dopo i primi tre mesi. E' quanto emerge dai dati raccolti da un nuovo studio effettuato in Israele dagli esperti del Research Institute of Leumit Health Services e pubblicati sul British Medical Journal (BMJ). Israele è stato tra i primi paesi a lanciare una massiccia campagna di vaccinazione contro il Covid-19 già a dicembre 2020 e a combattere una recrudescenza di casi con i richiami e le terze dosi. E ora ha analizzato da vicino il calo dell'immunità post vaccino. Lo studio ha riguardato oltre 80mila adulti (età media 44 anni) che avevano ricevuto la seconda dose di Pfizer da almeno tre settimane, nessuno di loro aveva precedente contratto il Covid-19. Risultato: se il vaccino di Pfizer fornisce un’elevata protezione dal Covid nelle settimane successive all’inoculazione, la sua efficacia inizia a scendere dopo tre mesi. In tutti i gruppi di età, l'1,3 per cento delle persone sono risultate positive dopo 21-89 giorni dalla seconda dose, 2,4 per cento dopo 90-119 giorni, 4,6 per cento dopo 120-149 giorni, 10,3% dopo 150-179 giorni; 15,5% dopo 180 giorni o più. In conclusione, rispetto ai primi 90 giorni dopo la seconda dose, il rischio di infezione in tutti i gruppi di età è risultato di 2,37 volte più alto dopo 90-119 giorni; 2,66 volte più alto dopo 120-149 giorni; 2,82 volte dopo 150-179 giorni e così via. Appare chiaro, hanno concluso gli studiosi, che l'immunità diminuisce e il rischio di contagiarsi aumenta dopo i primi tre mesi dalla doppia vaccinazione. Una notizia per nulla rassicurante. 

Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2021. Un non vaccinato ha 16,6 volte in più la possibilità di morire di Covid rispetto a chi si è fatto somministrare la terza dose. Il dato è contenuto nell'ultimo rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità ed è stato diffuso ieri nelle stesse drammatiche ore in cui a Trento un no-vax di 50 anni è morto dopo aver rifiutato di essere intubato. Il rischio di decesso di un non vaccinato è 11,1 volte superiore rispetto a chi lo è da meno di 5 mesi e 6,9 volte rispetto a un vaccinato da più di 5. Dal 22 ottobre al 21 novembre, si legge nel documento dell'Istituto, il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei non vaccinati (19 per 100 mila) è circa 9 volte più alto di quello dei vaccinati con ciclo completo da oltre 5 mesi (2 ricoveri in intensiva per 100 mila) e 6 volte rispetto ai vaccinati con ciclo completo entro 5 mesi (3 ricoveri in intensiva per 100 mila). L'Istituto superiore di sanità ha fornito anche nuove indicazioni sulla durata del vaccino. «Dopo 5 mesi dal completamento del ciclo l'efficacia nel prevenire la malattia sia nella forma sintomatica che asintomatica scende dal 74% al 39. Rimane elevata l'efficacia nel prevenire casi di malattia severa», prosegue il rapporto, «in quanto l'efficacia nei vaccinati con ciclo completo è pari al 93%, mentre risulta pari all'84 nei vaccinati con ciclo completo oltre i 5 mesi. L'efficacia nel prevenire la diagnosi e casi di malattia severa sale rispettivamente al 77% e al 93 nei soggetti vaccinati con dose aggiuntiva-booster». Il rapporto spiega che in questo momento l'efficacia complessiva dei vaccini nell'evitare il contagio è del 65%, nell'evitare ospedalizzazioni dell'88,7, nel prevenire i ricoveri del 93,5 e i decessi dell'89,2%. Altri dati. Nell'ultima settimana, rileva l'Iss, c'è stato «un aumento dell'incidenza del contagio in tutte le fasce d'età, in particolare nella popolazione con meno di 12 anni, attualmente non eleggibile per la vaccinazione». Tra i 6 e gli 11 anni, entrando nel dettaglio, viene evidenziata una maggior crescita dei contagi a partire dalla seconda settimana di ottobre, con un'impennata negli ultimi 15 giorni. Nei bambini fino ai 9 anni l'incidenza nell'ultima settimana ha raggiunto valori superiori a 250 casi per 100 mia abitanti. Il bollettino di ieri riporta 21.042 nuovi contagi (mai così tanti dal 3 aprile) e un tasso di positività in crescita, al 3,7% (venerdì era al 2,8). In tutto i pazienti in terapia intensiva sono 818, soltanto 2 in più. 96 i morti (venerdì ne erano stati comunicati 118). In Calabria, che da domani entrerà in zona gialla, il tasso di positività è cresciuto in un giorno dal 4,9 al 6,7%. A Matera torna l'obbligo di mascherina all'aperto. Prendendo in esame i dati delle singole regioni si nota il calo drastico di ricoveri rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, e ciò inevitabilmente è legato alla campagna vaccinale. Riportiamo un caso su tutti, quello del Piemonte, dove il numero di contagi dal 4 al 10 dicembre (8.273) è pressoché identico a quello del 2020 (8.600) ma le ospedalizzazioni sono quasi 10 volte meno (40 posti occupati in terapia intensiva contro i 341 del 2020 e 455 posti letto ordinari contro 4.200). L'anno scorso la percentuale di positivi al tampone era dell'8,2 e oggi è al 2,2. Notevole l'impatto dei vaccini anche sulla riduzione della mortalità: da 457 decessi a 12. «Tutto questo», ha detto il governatore del Piemonte Alberto Cirio, «conferma il valore della nostra campagna vaccinale. I dati della Fondazione Gimbe ci mettono in testa per terze dosi assieme alla Toscana». Intanto nel Regno Unito un modello di previsione della London School of Hygiene&Tropical Medicine desta preoccupazione: la variante Omicron potrebbe causare fino a 75 mila morti (questo lo scenario peggiore) nei prossimi 5 mesi «se non verranno prese ulteriori misure». Il timore dei ricercatori è che la variante sudafricana possa causare un numero di contagi e ospedalizzazioni maggiori che a gennaio 2021. Nello scenario migliore, dice il modello inglese, Omicron potrebbe portare a un picco di oltre 2 mila ricoveri al giorno.

La verità nei dati: cosa succede nelle terapie intensive. Samuele Finetti il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ultimo rapporto dell'Istituto superiore di sanità fotografa la situazione del contagio: chi rischia di più. Se non fosse per i vaccini, la situazione nelle terapie intensive sarebbe più grave. E di parecchio. A confermarlo sono i dati dell'ultimo rapporto settimanale dell'Istituto superiore di sanità, che ribadisce ancora una volta come il livello di protezione garantito dal vaccino sia decisivo rispetto al rischio di contrarre il Covid in forma grave. Nell'ultimo mese il tasso di terapie intensive nei non vaccinati in Italia è a 6,7 per centomila, mentre nei vaccinati da meno di sei mesi è a 0,54 per centomila, dodici volte più basso. "Negli ultimi trenta giorni - si legge nel report - sono stati notificati 61.908 casi (37,7%) fra i non vaccinati, 4.260 casi (2.6%) fra i vaccinati con ciclo incompleto, 81.740 casi (49,7%) fra i vaccinati con ciclo completo entro sei mesi, 15.519 (9,4%) fra i vaccinati con ciclo completo da oltre sei mesi e 969 casi (0,6%) fra i vaccinati con ciclo completo con dose aggiuntiva/booster. Il 49,1% delle ospedalizzazioni, il 64,2% dei ricoveri in terapia intensiva e il 44% dei decessi sono avvenuti tra coloro che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino". Sebbene l'efficacia tenda ad affievolirsi col passare dei mesi - "dopo sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale, scende dal 72% al 40% l'efficacia nel prevenire qualsiasi diagnosi sintomatica o asintomatica di COVID-19 rispetto ai non vaccinati", spiega il rapporto - è innegabile che il vaccino sia fondamentale per evitare di contrarre la malattia in forma severa, anche dopo sei mesi dalla seconda dose: "Si osserva una decrescita dell'efficacia vaccinale di circa 10 punti percentuali, in quanto l'efficacia per i vaccinati con ciclo completo da meno di sei mesi è pari al 91,6%, mentre risulta pari all'80,9% per i vaccinati con ciclo completo da oltre sei mesi, rispetto ai non vaccinati". Tanto che, spiega una ulteriore ricerca dell'Iss, nei primi nove mesi di quest'anno i vaccini anti Covid hanno evitato oltre 22mila decessi e quasi 10mila ingressi nelle terapie intensive nella sola Italia. L'ultimo rapporto fotografa la settimana in cui l'Ema, l'agenzia europea del farmaco, ha dato il via libera per la vaccinazione con Pfizer dei bambini dai 5 agli 11 anni. É proprio la fascia d'età scolare quella dove, complice il rientro a scuola, si registra nelle ultime settimane l'aumento più significativo di contagi. Tra l'8 e il 21 novembre, in questa popolazione sono stati segnalati oltre 30mila nuovi casi, con 153 ricoveri e 3 ingressi nelle terapie intensive: si conferma dunque l'andamento osservato nei sette giorni precedenti, "con il 27% dei casi diagnosticati nella popolazione di età scolare. Il 51% dei casi in età scolare è stato diagnosticato nella fascia d'età 6-11 anni, il 32% nella fascia 12-19 anni e solo il 11% e il 6% sono stati diagnosticati, rispettivamente tra i 3 e i 5 anni e sotto i 3 anni".

Samuele Finetti. Nato in Brianza nel 1995. Due grandi passioni: la Storia, specie quella dell’Italia contemporanea, che ho coltivato all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureato con una tesi sulla strage di piazza Fontana. E poi il giornalismo, con una frase sempre in mente: «Voglio poter fare, soltanto, una cronaca di fatti e di parole veri». Ostinatamente prezzoliniano

Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il "Corriere della Sera" il 26 novembre 2021. Ieri, 25 novembre, l’Ema ha dato il via libera in Europa alla vaccinazione sui bambini fra i 5 e gli 11 anni. E ora la domanda che assilla tutti i genitori è: conviene vaccinarli? Dal bollettino dell’Istituto superiore di Sanità risulta che da inizio epidemia al 17 novembre, su 3,2 milioni bambini dai 6 agli 11 anni (fascia di età disponibile dai report Iss) se ne sono contagiati 241.739, sono stati ricoverati 1.407, e sono finiti in Terapia intensiva in 36. Nove i deceduti. Fare due conti può aiutare a pesare meglio i dati: vuol dire che tra chi è risultato positivo al Covid tra i 6 e gli 11 anni, 6 su mille sono andati in ospedale, 1 su 10 mila in Terapia intensiva e 4 su 100 mila sono morti. Come effetto collaterale della malattia può comparire, poi, a settimane di distanza la sindrome infiammatoria multi-sistemica, caratterizzata da febbre alta, sintomi gastrointestinali (dolore addominale, nausea e vomito), insufficienza cardiaca e alterazioni neurologiche: 239 i casi di giovanissimi colpiti secondo il Gruppo di studio di reumatologia della Società italiana di pediatria. Rispetto alla fascia di età dei loro genitori se non vaccinati, i bambini tra i 6 e gli 11 anni rischiano di essere ricoverati 10 volte in meno, 70 volte in meno di finire in Terapia intensiva e 50 volte in meno di morire. Su 2,9 milioni di 40-59 enni oggi non ancora vaccinati, solo negli ultimi 30 giorni si sono contati 19.051 contagi, 1.055 ricoveri, 126 in Terapia intensiva, 46 decessi. 

Bambini e adolescenti: qual è il rischio di ricovero

Per avere un quadro ancora più preciso i numeri vanno messi in relazione alla platea da cui provengono, ossia bisogna vedere cosa succede su ogni 100 mila bambini e ragazzi di una determinata fascia d’età. Dai 20 anni in giù: su 100 mila fra i 19-16 anni, 89 finiscono ricoverati e 3 in Terapia intensiva. Fra i 15 e i 12, i ricoverati sono 57, e 2 in Terapia intensiva. I bambini fra gli 11 e i 6 anni: 44 vengono ricoverati e 1 finisce in Terapia intensiva.

Le reazioni avverse negli adolescenti

Adesso vediamo cosa succede su 100 mila ragazzi vaccinati con Pfizer/BioNTech. Il vaccino è stato sperimentato su 1.100 12-15 enni e su 300 16-17 enni. Nel dossier Pfizer non compaiono il rischio di miocardite (un’infiammazione del cuore) e di pericardite (un’infiammazione della membrana che avvolge il cuore). Gli effetti collaterali si sono visti dopo la somministrazione su larga scala, partita a maggio negli Usa e a giugno in Europa: su 100 mila vaccinati da 1 a 4 miocarditi e pericarditi, colpiti nel 70% dei casi i maschi. Per Moderna fino a 10-13 su 100 mila (fonte Ema). Nessun decesso noto. 

Il vaccino pediatrico

E siamo al vaccino per la fascia tra i 5 e gli 11 anni. È stato sperimentato con dose pediatrica, cioè un terzo rispetto agli over 12, su 3.116 bambini, e con il placebo su 1.500. L’efficacia riscontrata contro il contagio è del 90,7%. Contro il rischio di ricovero e di finire in Terapia intensiva la protezione è verosimilmente più alta (come dimostra il vaccino sugli adulti). L’Fda ha dato il via libera il 29 ottobre, scrivendo: «Il numero di partecipanti all’attuale programma di sviluppo clinico è troppo piccolo per essere rilevato qualsiasi potenziale rischio di miocardite associato alla vaccinazione. Il vaccino Covid-19 nei partecipanti di età compresa tra 5 e <12 anni sarà studiato in 5 studi sulla sicurezza post-autorizzazione, incluso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare a lungo termine le sequele di miocardite/pericardite post-vaccinazione». Sempre l’Fda specifica poi: «I database di sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci israeliani suggeriscono che i tassi di incidenza di rari casi post-vaccinazione di miocardite raggiungono il picco negli individui di età compresa tra 16 e 19 anni, maschi, e diminuiscono negli adolescenti, dai 12 ai 15 anni. Inoltre, la dose per i bambini di età compresi tra 5 e <12 anni è 1/3 della dose somministrata ai vaccinati più adulti (10 mg contro 30 mg). Sulla base di queste informazioni, è ragionevole prevedere che i tassi di miocardite post-vaccino saranno probabilmente ancora più bassi tra 5 e <12 anni di età, rispetto a quelli osservati negli adolescenti di età compresa tra 12 e 15 anni». 

Negli Usa vaccinati 2,4 milioni di bimbi

Negli Usa hanno iniziato l’8 novembre e finora hanno vaccinato 2,4 milioni di bimbi tra i 5 e gli 11 anni. Al momento le uniche informazioni disponibili sono quelle del Vaers, il dataset americano sugli eventi avversi: a ieri risultavano 607 miocarditi/pericarditi tra i 5 e i 17 anni, che vorrebbe dire all’incirca un caso ogni 10 mila vaccinati. Ma si tratta di dati ancora tutti da verificare e validare, poiché il sistema statunitense si basa sulle segnalazioni spontanee, anche dei singoli individui, e pubblicate in tempo reale. In Israele l’autorità sanitaria HMOs l’ha autorizzato il 15 novembre, e le prime somministrazioni sono partite il 23 novembre. In Europa bisogna attendere l’arrivo delle dosi con formulazione pediatrica e poi distribuirle. Verosimilmente la campagna vaccinale sui 5-11 enni sarà avviata attorno alla metà di dicembre, e i vari Paesi inizieranno prima dai bambini a rischio, per poi scendere fino alla prima elementare. 

Come pende la bilancia nelle altre vaccinazioni

Come sempre vanno messi sul piatto della bilancia i problemi che i bambini rischiano di avere contraendo la malattia con le reazioni avverse che può dare il vaccino. È il rapporto rischi-benefici che nelle altre vaccinazioni, sperimentate sempre all’incirca su tremila bambini e poi somministrate a centinaia di migliaia, è da tempo ben definito. Chi s’ammala rischia di morire nell’1% dei casi con la pertosse, nel 5% con l’haemophilus influenzae di tipo B, nel 2-10% con la poliomielite (che orami è quasi totalmente eradicata), nel 5-10% con la difterite, nel 10-20% con il tetano, fino al 25% con l’epatite B. La difterite contratta in maniera naturale può dare complicanze neurologiche nel 20% dei casi e cardiache nel 10-25% dei casi, la poliomielite un rischio paralisi dell’1%, mentre l’epatite se contratta nel primo anno di vita può cronicizzarsi nel 90% dei casi. Per quel che riguarda le reazioni avverse alla vaccinazione esavalente sono: convulsioni in 1 caso su 200 mila, shock anafilattico in 1-6 su 1 milione e infiammazione dei nervi della colonna cervicale 5-10 casi su un milione. Il morbillo e la rosolia possono causare una grave diminuzione dei trombociti in uno su 3 mila, le stesse conseguenze si riscontrano come reazione avversa del vaccino in un bambino su 30 mila. 

Conclusioni

Dai dati disponibili finora per il vaccino contro il Covid tra i 5 e gli 11 anni è comprovato il rapporto rischi-benefici a livello di comunità. L’immunizzazione dei più piccoli permetterà di raggiungere un importante obiettivo di Sanità pubblica: dare una botta alla circolazione del virus visto che oggi tra tutti i bambini in età scolare che si contagiano, la metà appartiene proprio a questa fascia di età. L’Istituto superiore di Sanità e la Fondazione Bruno Kessler sottolineano: «Un ritorno completo alla vita pre-pandemia potrebbe essere raggiunto in sicurezza solo se più del 90% della popolazione, compresi i bambini dai 5 anni in su, sarà vaccinato utilizzando vaccini mRNA sviluppati nel 2020». In attesa di risultati sulle reazioni avverse su larga scala, ogni genitore dovrà consultarsi con il proprio pediatra. Ma serviranno anche altre risposte, prima tra tutte se ci dovranno essere eventuali modifiche al calendario vaccinale tradizionale: rispetto ai richiami per le vaccinazioni obbligatorie previste in questa fascia d’età come si inserisce quella contro il Covid? Intanto il beneficio certo è che vaccinando i più piccoli si andranno a proteggere anche tutti gli adulti che il vaccino non lo hanno fatto.

Il dossier Ema sui bimbi. "In dieci Paesi europei quasi 10mila ricoverati". Enza Cusmai il 24 Novembre 2021 su Il Giornale. L'Authority: 820mila casi pediatrici e 18 morti Ieri tavolo tecnico, domani l'ok al siero 5-11enni. Dopo Israele, che ieri ha allargato la platea dei vaccinabili arruolando i più piccoli, anche l'Europa potrà proteggere i suoi bambini dal Covid con Pfizer a due dosi ridotte. Domani Ema darà il via libera ufficiale alla somministrazione per la fascia dai 5 agli 11 anni. Poi ci sarà l'assenso dell'Aifa, ed è pensabile che da dicembre i genitori prenotati per la terza dose accompagneranno negli hub vaccinali anche i figli per la loro prima iniezione contro il virus. L'accordo per un'autorizzazione condizionata (come per tutti i vaccini finora in commercio) al vaccino per i bambini è arrivato a conclusione di una riunione scientifica dell'Ecdc dell'agenzia del farmaco europeo, che ha visto l'adesione anche dei paesi più refrattari a ogni tipo di immunizzazione. Come la Norvegia, che ha già detto che userà la doppia dose di Pfizer solo per i bimbi più fragili. Ogni Stato membro, del resto, è libero di fissare paletti per la distribuzione delle dosi ma l'ok dell'Agenzia del farmaco europea garantisce la sicurezza e l'efficacia del vaccino. Ovviamente, anche su questo fronte, ci saranno opinioni opposte. Per esempio, il leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, come mamma, ha già annunciato che non vaccinerà sua figlia perché i rischi «pesano» sul piatto della bilancia più dei benefici. Ma è davvero così? È utile scorrere alcuni dati raccolti dal Cds americano (centro di prevenzione e controllo americano) e dall'omonimo Ecdc dell'Ema. Negli Usa, dove hanno già vaccinato già oltre trecentomila bambini, si sono contati 94 decessi nella fascia 5-11 anni al due novembre scorso. Oltre alle giovani vite spezzate a causa delle complicanze del virus, sono finiti in ospedale 8.300 minori e i casi positivi tra i bambini hanno sfiorato i due milioni (oltre un milione e 900 mila). In Europa i decessi trai più piccoli sono stati 18 ma tra il 27 luglio e il 3 ottobre, cioè quando la pandemia non aveva preso il sopravvento soprattutto tra i paesi dell'est Europa. All'Ema sono stati segnalati casi solo da dieci dei 27 paesi della Ue: Italia, Austria, Cipro, Finlandia, Germania, Irlanda, Slovacchia, Svezia, Lussemburgo e Malta. E nonostante la parzialità del report, in questi territori si sono contati 820mila contagi sintomatici pediatrici e 9624 ricoveri ospedalieri con conseguenti problematiche legate al long covid. Passiamo dai rischi ai benefici. Oltre alla scolarità e alla socialità garantita anche ai più piccoli, i benefici passano, dicono all'Ema, da «un'ottima» sicurezza del vaccino, alla «eccellente» efficacia di copertura immunizzante (supera il 90%). I piccoli, infatti, si ammalano, per fortuna meno che gli adulti, ma finiscono in ospedale e a volte perdono la vita. Inoltre, secondo Ema incidono per il 10-15% sulla diffusione del contagio. Quanto agli eventi avversi, lo studio clinico su cui si basa l'approvazione non ha rilevato casi di miocarditi. Il campione è ristretto a 3mila casi clinici, però in Ema sono ottimisti: questi stati infiammatori del muscolo cardiaco seguono lo stesso profilo di quanto succede quotidianamente anche in tempi non sospetti pre-pandemici: si manifestano mediamente tra i 16-25 anni in giovani adulti maschi e la patologia scema sotto i quindici anni. Enza Cusmai 

In Onda, Ilaria Capua: "Quello che non potevamo dirvi prima sul vaccino". Pandemia, una pesante rivelazione. Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. Siamo a In Onda, la puntata è quella su La7 di sabato 13 novembre. Ospite in collegamento con il programma condotto da David Parenzo e Concita De Gregorio ecco Ilaria Capua. Si parla di Covid, di vaccino, di terza dose. E Parenzo si rivolge all'esperta: "Non ci avevate detto che ci sarebbe stata una quarta ondata, ci avete detto che sarebbero bastate due dosi di vaccino. E in questo interstizio si infila la propaganda no-vax. Qual è il quadro che possiamo dare per il futuro?". "La scienza si muove per tentativi, tante cose le sappiamo ma tante non le sappiamo - premette con onestà Ilaria Capua -. Questo vuol dire che  bisogna anche saper comunicare che certe cose non le sappiamo. Ma comunque dobbiamo anche poter comunicare che nelle pieghe delle cose che un po' si sanno e un po' non si sanno si va avanti. Ma certe cose dette prima (il riferimento è ad alcune tesi no-vax che erano state fatte ascoltare, ndr) si sa che non sono vere: certe cose non sono accettabili. C'è un margine di incertezza nella scienza, come in tutto, ma non può essere preso come lazo per tirare dentro tutto", insiste la Capua. E ancora: "Volevo aggiungere che non è vero che era stato detto che non ci sarebbe stata una nuova ondata. Il virus, una volta sorpassato un certo tasso di infezione, si è endemizzato, e l'endemizzazione porta proprio a questo: delle ondate che si rincorrono, rincorrono l'inverno, gli emisferi più freddi. La terza dose? Non ve lo potevamo dire prima, come facevamo a dirvelo prima? Sappiamo che i vaccini si usano in una, due, tre dosi oppure anche in una dose l'anno. Noi, comunità scientifica, abbiamo sviluppato una serie di prodotti di cui non potevamo conoscere la durata. Abbiamo visto che l'immunità inizia a decadere dopo un numero di mesi, dunque bisogna ritirala un po' su perché siamo all'inizio dell'inverno. Questo virus purtroppo non andrà via: dobbiamo imparare a conviverci, entrare in una nuova mappa mentale in cui conosciamo molto meglio di prima l'avversario e abbiamo strumenti di prevenzione e cura", conclude Ilaria Capua. Insomma, la guerra contro il Covid sarà ancora lunga, molto lunga.

Cristina Marrone per il “Corriere della Sera” il 14 novembre 2021. Da quando la variante Delta è diventata predominante, a sei mesi dalla fine del ciclo vaccinale anti Covid la protezione dei vaccini dall'infezione cala in modo drastico, in particolare per quanto riguarda il monodose Johnson&Johnson. Lo afferma una ricerca condotta dal Public Health Institute di Oakland, dal Veterans Affairs Medical Center di San Francisco e dall'University of Texas Health Science Center da poco pubblicata su Science. Il team di ricercatori ha analizzato l'efficacia dei tre vaccini approvati negli Stati Uniti (Pfizer-BioNTech, Moderna e Johnson&Johnson, assente AstraZeneca che negli Stati Uniti non è stato approvato) nel proteggere dal contagio, dalla malattia e dalla morte i veterani dell'esercito americano (che rappresentano il 2,7% della popolazione degli Stati Uniti). L'indagine è stata condotta tra il 1° febbraio e il 1° ottobre 2021 su 780.225 veterani (di cui 498.148 completamente vaccinati). Lo «scudo»: marzo 2021 e settembre 2021 I ricercatori hanno scoperto che all'inizio di marzo, mentre la variante Delta stava prendendo piede negli Stati Uniti, i tre vaccini erano più o meno uguali nella loro capacità di prevenire le infezioni. In particolar è emerso che nel marzo 202 1 la protezione dall'infezione era: 86,4% per i vaccinati con J&J; 86,9% per i vaccinati con Pfizer-BioNtech; 89,2% per i vaccinati con Moderna. Ma la situazione è completamente cambiata nel giro di sei mesi, cioé quando la variante è diventata ceppo dominante. Nel settembre 2021 infatti l'efficacia per quanto riguarda l'infezione era scesa al: 13,1% per i vaccinati con J&J; 43,3% per i vaccinati con Pfizer-BioNTech; 58% per i vaccinati con Moderna. Sorprende il calo così accentuato del vaccino monodose Johnson&Johnson nella protezione dall'infezione. Il Germania, uno degli Stati più colpiti in Europa dalla nuova ondata di Covid, il Robert Koch Institute ha segnalato che circa il 26% dei pazienti è completamente vaccinato, con un numero che sale al 34% per i ricoverati over 60. L'Istituto ha anche reso noto che le infezioni tra i vaccinati sono percentualmente più comuni tra chi è vaccinato con il preparato monodose Janssen. In Italia (dove questo vaccino è stato somministrato a 1,6 milioni di persone) le nuove linee guida indicano che chi si è vaccinato con J&J può fare il richiamo da subito (a prescindere dall'età) a patto che siano passati sei mesi dalla somministrazione del monodose e riceverà un richiamo con Pfizer o Moderna. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha autorizzato il richiamo per J&J, raccomandandolo a tutte le persone dai 18 anni in su che hanno ricevuto la prima dose almeno due mesi prima. L'efficacia contro la morte da Covid Nello stesso studio di Science i ricercatori hanno anche esaminato la protezione dei vaccini dalla morte da Covid e a differenza dal rischio di infezione, l'efficacia nei confronti dei decessi causati da Covid-19 è rimasta alta nel tempo e, come già dimostrato in molti altri studi, i vaccinati hanno un rischio molto più basso di morte dopo aver contratto il virus rispetto ai non vaccinati, anche a distanza di mesi dalla vaccinazione, sebbene siano emerse differenze per età e tipo di vaccino. A distanza di otto mesi dal ciclo vaccinale completo, il tasso di protezione medio era dell'81,7% negli under 65 e del 71,6% negli over 65. Al di sotto dei 65 anni, l'efficacia per vaccino contro la morte da Covid era del 73% per J&J, dell'81,5% per Moderna e dell'84,3% per Pfizer-BioNtech. Negli over 65 la protezione era invece del 52,2% per J&J, del 75,5% per Moderna e del 70,1% per Pfizer-BioNTech. «Nonostante l'aumento del rischio di infezione dovuto alla variante Delta, l'efficacia contro i decessi è rimasta alta e, rispetto ai non vaccinati, i veterani completamente vaccinati avevano un rischio molto più basso di morte dopo l'infezione» hanno scritto i ricercatori che incoraggiano la terza dose per tutta la popolazione per bloccare la circolazione del virus, oltre l'uso di mascherine, lavaggio mani e distanziamento per ridurre i tassi di infezione.

Vaccino, crollo della protezione: ecco qual è il siero peggiore, una differenza abissale. Libero Quotidiano il 13 novembre 2021. Qual è l'efficacia dei vaccini Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson a sei mesi dall'iniezione? Ha provato a rispondere a questa domanda uno studio americano, di recente pubblicato sulla rivista Science. La ricerca ha sottolineato che la protezione di questi farmaci dall'infezione è calata in modo drastico, soprattutto da quando la variante Delta è diventata predominante. Il vaccino che ha "perso" di più è il J&J. Lo studio americano, in particolare, si è concentrato sull'efficacia dei vaccini nel proteggere dal contagio, dalla malattia e dalla morte i veterani dell’esercito americano. L’indagine è stata condotta tra il primo febbraio e il primo ottobre 2021 su 780.225 veterani. Dunque i ricercatori, come riporta il Corriere della Sera, hanno scoperto che all’inizio di marzo, mentre la variante Delta stava iniziando a diffondersi negli Stati Uniti, i tre vaccini erano più o meno uguali nella loro capacità di prevenire le infezioni. La protezione dall’infezione era dell'86,4% per i vaccinati con J&J, dell'86,9% per i vaccinati con Pfizer-BioNtech e dell'89,2% per i vaccinati con Moderna. A sei mesi di distanza, però, la situazione è cambiata. A settembre 2021, infatti, l’efficacia nel proteggere dall’infezione è scesa al 13,1% per i vaccinati con J&J, al 43,3% per i vaccinati con Pfizer-BioNTech e al 58% per i vaccinati con Moderna. Il calo più pesante, come dimostrano i numeri, è quello registrato da Johnson&Johnson. Un discorso a parte merita invece la protezione dalla morte. Anche questo aspetto, infatti, è stato esaminato nello studio. A differenza del rischio di infezione, però, l’efficacia nei confronti dei decessi causati da Covid-19 è rimasta alta nel tempo. "Rispetto ai non vaccinati, i veterani completamente vaccinati avevano un rischio molto più basso di morte dopo l’infezione", hanno scritto i ricercatori, che incoraggiano la terza dose per tutta la popolazione così da bloccare la circolazione del virus.

Grazia Longo per “la Stampa” il 14 novembre 2021. Rispetto a un anno fa, in cui imperavano coprifuoco e divieti, il vaccino anti Covid ha sicuramente cambiato le nostre vite, restituendoci un po' di normalità. Ma purtroppo non è ancora finita, le insidie della quarta ondata sono dietro l'angolo. Secondo l'Istituto superiore di sanità, dopo i 6 mesi dal completamento del ciclo vaccinale «si osserva una forte diminuzione dell'efficacia vaccinale nel prevenire le diagnosi in corrispondenza di tutte le fasce di età. In generale, su tutta la popolazione, l'efficacia vaccinale passa dal 76% nei vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi rispetto ai non vaccinati, al 50% nei vaccinati con ciclo completo oltre i sei mesi rispetto ai non vaccinati». Per quanto riguarda i ricoveri, poi, «quelli tra i non vaccinati sono 7 volte più alti rispetto ai vaccinati da meno di sei mesi e 6 volte più alti rispetto ai vaccinati da oltre sei mesi. Tra gli over 80, infine, i decessi tra i non vaccinati sono 10 volte più alti contro i vaccinati entro sei mesi e 6 volte più alti contro i vaccinati da più di 6 mesi». Anche per questo il governo è al lavoro per affrontare la quarta ondata ribadendo che è necessario non abbassare la guardia, mentre si discute su proroga stato emergenza e nodi legati alla durata e all'obbligo del Green Pass. A breve dovrebbe arrivare l'obbligo di terza dose per sanitari e personale Rsa. Le stime degli esperti dicono che in Italia per Natale i casi potrebbero essere fra 25 e 30 mila. Ieri i nuovi contagi di coronavirus sono stati 8.544 (contro gli 8.516 di venerdì), i decessi sono stati 53 (venerdì erano stati 68) per un totale di 132.739 vittime da febbraio 2020. In lieve discesa il tasso di positività da 1,7% a 1,6%. Il microbiologo Guido Rasi, consulente del Commissario all'emergenza Figliuolo, lancia l'allarme per il contagio dei bambini e la diffusione del virus a scuola: «Il problema vero è che per le scuole non è stato fatto niente di strutturale: non è tanto una questione di classi affollate, quanto di gestione dei flussi in entrata e in uscita». Ma il presidente dell'Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli replica che «più di così non si poteva fare. Sul tema dei trasporti non è stato fatto praticamente niente: è sotto gli occhi di tutti che i mezzi pubblici sono strapieni, che non c'è controllo su quanti salgono e sull'uso delle mascherine. Inoltre tutti gli studi dimostrano che le scuole non sono veicoli di contagio».

"Una roccia che rappresenta la Puglia che amiamo di più". Chi è Antonella Spica, la dottoressa record che in 10 mesi ha somministrato 23mila vaccini. Roberta Davi su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Ventitremila vaccini anti-covid somministrati in 10 mesi “senza fermarsi mai”. Numeri da record per Antonella Spica, medico del dipartimento di Prevenzione dell’Asl Bari, che la Regione Puglia ha ringraziato pubblicamente sui social: “Un esempio della dedizione con cui la Puglia intera sta affrontando ogni fase della pandemia da Covid-19, senza lasciare indietro nessuno/a.” Ma lei non vuole prendersi il merito di tutto, ha dichiarato a Repubblica: “Questo è un lavoro di squadra, sia ben chiaro” ha sottolineato. “E non smetterò di ringraziare il direttore del dipartimento Domenico Lagravinese per la fiducia che ha avuto in me.”

Un impegno costante

La dottoressa Spica, 58 anni, non si è mai tirata indietro. In questi 21 mesi ha eseguito tamponi a tappeto nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), e ha vaccinato migliaia di persone nelle stesse strutture residenziali, semi-residenziali, il CARA di Bari, nei centri di assistenza e cura per le persone con disabilità.  Ha somministrato il vaccino anche gli over 80, agli afghani arrivati in Italia e ai più fragili a domicilio. In una giornata, con l’unità Mobile, ha raggiunto la cifra di 550 vaccinazioni. “Una roccia che rappresenta la Puglia che amiamo di più. Quella che di fronte all’emergenza risponde ogni giorno ‘Presente’. Immensa gratitudine. Grazie dottoressa” si legge ancora sul post pubblicato sulla pagina Facebook della Regione. Antonella Spica, in passato direttrice di una Rsa nel barese, è sempre stata in prima linea da quando il Covid è arrivato nella sua Regione. Ora il suo impegno ora continua con la terza dose: “Non c’è un motivo per non vaccinarsi, è l’unico mezzo che abbiamo per poterci difendere da questo virus che sappiamo tutti a cosa può portare” ha dichiarato. Un successo per l’area metropolitana confermato anche dal direttore generale dell’Azienda sanitaria, Antonio Sanguedolce: “È un risultato straordinario difficile da raggiungere in città così grandi come Bari. I cittadini hanno dato ulteriore prova di estrema fiducia nella vaccinazione che resta l’unica arma efficace capace di proteggere dal Covid.” Secondo gli ultimi dati, aggiornati al 4 novembre, la campagna di vaccinazione della Asl di Bari ha finora raggiunto quasi due milioni di somministrazioni, di cui 31.078 terze dosi. La copertura vaccinale dei residenti over 12 è del 91% per la prima dose e all’88% per il ciclo completo. Roberta Davi

Covid, chi sono i super-resistenti al virus che non si ammalano. Chiara Nava su Notizie.it il 3 novembre 2021. Ci sono delle persone considerate super-resistenti al Covid, che di conseguenza non si ammalano mai. Chi sono queste persone? Esistono persone che non hanno bisogno del vaccino per proteggersi dal Covid, perché sono resistenti al Coronavirus e non si ammalano. È stato avviato uno studio per scoprire chi sono le persone che non rischiano neanche di avere un lievissimo sintomo. Questa ricerca, coordinata dall’Università di Melbourne e dalla Fondazione per la ricerca biomedica dell’Accademia di Atene, è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Immunology. “La variabilità clinica in risposta all’infezione, virale o meno, può essere spiegata, almeno in alcuni individui, da fattori genetici umani” hanno spiegato i ricercatori. Ci sono state tante famiglie che si sono infettate ma una sola persona non si è contagiata. Questo vuol dire che “alcuni individui altamente esposti possano essere resistenti all’infezione con questo virus”. Gli scienziati hanno esaminato alcuni casi di suscettibilità geneticamente determinata a esiti gravi di due malattie infettive, ovvero la tubercolosi e il Covid, coprendo in modo più approfondito tre casi noti di resistenza congenita alle infezioni. Hanno considerato i geni “candidati” direttamente rilevanti per la resistenza all’infezione di Coronavirus e hanno proposto “una strategia per il reclutamento e l’analisi genetica di individui che sono naturalmente resistenti all’infezione del virus”. Sono necessari altri studi per capire meglio i meccanismi che causano la resistenza congenita all’infezione, che potrebbero fornire “un quadro per l’uso di queste conoscenze a fini terapeutici”. “In tutte malattie infettive c’è sempre una quota di persone che sono naturalmente resistenti all’infezione” ha dichiarato Fausto Baldanti, che da mesi analizza le varianti del Covid nel laboratorio di virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia. Esistono delle persone naturalmente resistenti al Covid, come esistono per altre malattie infettive. “Anche quelle più terribili non uccidono il 100% delle persone coinvolte: il vaiolo, ad esempio, ha una mortalità dell’80%, l’ebola del 90%” ha dichiarato Baldanti a Repubblica. Uno dei meccanismi potrebbe essere l’immunità preesistente, dovuta ad infezioni simili. Alcune persone resistono al Covid perché avevano contratto una precedente infezione dovuta ad altri Coronavirus. “L’aver contratto qualcosa di simile al Covid conferisce una protezione perché ha generato una risposta crociata” ha spiegato l’esperto. Fausto Baldanti è un esempio di questa resistenza. “Da un campione di sangue che avevo prelevato tre anni fa e poi conservato, ho scoperto di aver prodotto una risposta immunitaria contro il Covid” ha dichiarato. Ha spiegato che aveva contratto un beta coronavirus umano che si chiama HKU1. Si stima che il 25-30% delle persone che non si infettano hanno una risposta T-cellulare residuale provocata da un’infezione con un virus “parente” del Covid. Questo può proteggerli da una nuova infezione o determinare un’infezione asintomatica. Un altro meccanismo di protezione naturale potrebbe essere dovuto a qualche tratto genetico che è favorevole nei confronti della nuova infezione. “Ad esempio individui che hanno una densità di recettori Ace2 e Trmpss (proteine) più bassa risulterebbero meno infettabili” ha spiegato Baldanti. Se un soggetto con una variazione genica ha contratto una precedente infezione è “praticamente intangibile”. Scoprirlo, però, è molto difficile. Baldanti se ne è accordo dopo tre anni, senza mai un tampone positivo. Secondo le stime, le persone con varianti genetiche che resistono al Covid sono meno del 10%.

Eugenia Tognotti per "la Stampa" il 2 Novembre 2021. Un solo clic. Zero dolore. Il vaccino cerotto che non ha bisogno di aghi e siringhe non è dietro l'angolo, intendiamoci. Ed è stato testato solo sui topi, al momento. Ma c'è, comunque, il tanto per entusiasmarsi di fronte alla promessa, anticipata già dal titolo dell'articolo pubblicato l'altro ieri da «Science Advances»: «Protezione completa con un vaccino spike SARS-CoV-2 somministrato con cerotto cutaneo monodose». In campo il candidato al vaccino Hexapro dell'Università del Texas, ancora in fase di sperimentazione in studi clinici nella formulazione iniettabile. È curioso, ma non è un caso, occorre dire, che la notizia dei brillanti risultati della ricerca sia stata annunciata da molti giornali con titoli che enfatizzano la possibilità di una vaccinazione Covid-19 senza ago. Una sottolineatura che evoca l'antico fantasma che attraversa due secoli di storia della vaccinazione, a cominciare dall'antivaiolosa effettuata con un ago particolare, a due punte, che inoculava sotto la pelle diverse dosi di virus, causando una piccola escoriazione. Quanto può aver influito, quell'antica paura, tramandata di generazione in generazione, a far crescere la riluttanza a sottoporsi al vaccino anti-Covid, se è vero che, secondo i dati dell'Oms, il 10 per cento della popolazione globale soffre di belonefobia o paura dell'ago, un disturbo psichiatrico ufficialmente riconosciuto che, come tale, compare nel Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali? Quanti, tra quei milioni di non vaccinati in Italia, stanno ritardando o rifiutando il vaccino bloccati dall'ansia e dal timore d'introdurre un ago nel proprio corpo? Non sarebbe opportuno che la campagna d'immunizzazione prevedesse centri d'ascolto con esperti in grado di affrontare un disturbo che forse contribuisce a rallentarla? Aprirà un futuro di vaccini senza aghi la corsa alla ricerca sui cerotti vaccinali? Tra i vari gruppi di ricerca, quello australiano che ha testato il cerotto cutaneo con HexaPro, più stabile al calore e più economico da realizzare rispetto ai vaccini esistenti. Non esagera parlando di «fantastiche risposte» il responsabile del team, David Muller, ricercatore senior di Chimica e Bioscienze molecolari, Università del Queensland (QU). Il vaccino cerotto cutaneo viene somministrato con il clic di un minuscolo dispositivo rotondo sulla parte superiore del braccio. È più piccolo di un'unghia, in plastica solida, e misura solo 7 millimetri per 7. Su di esso, migliaia di microproiezioni rivestite di vaccino che vengono applicate sulla pelle per alcuni secondi per fornirlo alle cellule immunitarie sotto la superficie. Al contrario di un pur minuscolo ago, sono così piccoli che non prelevano sangue né attivano le terminazioni nervose e il dolore. I cerotti a microaghi sono già ampiamente utilizzati in medicina. I vaccini cerotti anti-Covid allo studio potrebbero contribuire a rimuovere gli ostacoli disseminati sulla strada dell'interminabile guerra alla pandemia globale, aprendo uno scenario tra i più promettenti che si possano immaginare: la necessità di trasportare e conservare i vaccini a basse temperature, dove l'accesso all'elettricità è difficile; la carenza di siringhe e di celle frigorifere; la scarsità di personale sanitario, da cui dipende, tra l'altro, la difficoltà di raggiungere l'obiettivo di vaccinare completamente, entro fine anno, almeno il 40 per cento della popolazione di tutte le 54 nazioni africane. I vaccini patch potrebbero perfino essere inviati per posta o addirittura consegnati da droni in luoghi impervi e difficili da raggiungere, in modo che chiunque possa auto-amministrarli. I ricercatori della QU e i capi della società di biotecnologie Vaxxas - che sta pianificando di condurre dalla metà del prossimo anno i test sull'uomo - affermano che i cerotti vaccinali, utilizzati per inoculare i topi con il vaccino Hexapro, hanno prodotto forti risposte immunitarie che si sono dimostrate efficaci negli animali esposti. Non solo. Quando il vaccino viene somministrato tramite l'applicatore HD-MAP (il cerotto per microarray ad alta intensità) piuttosto che con un ago, produce risposte immunitarie migliori e più veloci. Inoltre, mette fuori gioco più varianti, comprese quelle del Regno Unito e del Sudafrica. È molto più facile da usare di un ago: è sufficiente un semplice clic su un applicatore sulla pelle. Altri gruppi stanno lavorando su cerotti vaccinali stabili che non richiedono un applicatore e si attaccano alla pelle come un cerotto, per poi scomparire. Rispetto al solido cerotto del gruppo di scienziati dell'Università del Queensland sarebbero praticamente indolori. Le guerre - tra lutti e rovine - producono poderosi progressi nella lotta alle malattie. Nel secondo conflitto mondiale, la minaccia della malaria, in tante aree del mondo, spinse un gigantesco progetto finanziato dagli Stati Uniti, che condusse a mettere in campo la clorochina - il prezioso farmaco per la prevenzione e il trattamento della malaria, oltre ad una miriade di altre intuizioni chemioterapiche. In quest' altra guerra contro il coronavirus, la ricerca scientifica sta dando una nuova direzione al futuro in cui l'mRna trasformerà il modo in cui trattiamo le malattie, dall'influenza al cancro.

I primi test fanno sperare. Cerotto anti Covid, come funziona la soluzione low-cost e monodose al posto del vaccino. Redazione su Il Riformista il 30 Ottobre 2021. Come un normalissimo cerotto si applica sulla cute e con ‘un’unica dose’ potrebbe avere un ruolo chiave nella lotta al Covid, in particolare nei Paesi con risorse limitate perché costa poco e si conserva a lungo a temperatura ambiente. Testato su modelli animali, il vaccino (a somministrazione cutanea senza aghi) riesce a neutralizzare il virus e induce una forte risposta anticorpale. Resi noti sulla rivista Science Advances, sono i risultati di uno studio condotto tra America e Australia rispettivamente all’Università del Texas e presso la Queensland University. Oltre al vantaggio di somministrarlo con un semplice cerotto dermico senza iniezione, il vaccino è low cost e facile da produrre su vasta scala, inoltre si conserva bene a temperatura ambiente (25 gradi) anche per oltre 30 giorni e può resistere per una settimana anche a temperature elevate (40 gradi). Il vaccino – che viene ‘caricato’ su un cerotto dermico con 5000 microaghetti impercettibili per somministrarlo attraverso la cute – è un prodotto, già in fase di sperimentazione clinica, chiamato Hexapro. Il funzionamento di Hexapro si basa su una versione modificata della proteina virale Spike, che la rende più stabile più a lungo. Negli studi su animali condotti finora è emerso che il cerotto-vaccino è efficace nel difenderli dall’infezione e induce una forte risposta immunitaria, maggiore di quella del vaccino somministrato per iniezione.

Data la semplicità dell’applicazione e la facile conservazione, se ai test clinici si dimostrasse efficace, il vaccino-cerotto potrebbe divenire utilissimo nei paesi che hanno minore accesso ai vaccini.

Il pasticcio del vaccino Johnson & Johnson. Dati allarmanti ma Palazzo Chigi tace. Dario Martini su Il Tempo il 31 ottobre 2021. In Italia ci sono un milione e mezzo di vaccinati con Johnson&Johnson che, in base alle ultime evidenze scientifiche, dovrebbero fare la seconda dose al più presto. Invece, sono stati completamente dimenticati dalle autorità sanitarie e dal ministero della Salute. La Fda americana, l’equivalente della nostra agenzia del farmaco, il 20 ottobre scorso ha dato il via libera al "richiamo" al vaccino monodose, spiegando che la seconda somministrazione va fatta due mesi dopo la prima. Quasi tutti gli italiani immunizzati con questo siero hanno superato abbondantemente questo lasso di tempo. Una vera e propria beffa. Sorprende il fatto che gli scienziati americani se ne siano accorti solo adesso. Il loro parere, però, è inequivocabile: «Il vaccino J&J ha prestazioni in termini di efficacia inferiori a Pfizer e Moderna». Inizialmente sembrava che le nostre autorità sanitarie avessero recepito il problema. Una settimana fa, Walter Ricciardi, consulente per il Covid del ministro Speranza, è andato in televisione per spiegare che «l’efficacia del vaccino J&J cala dopo due mesi». Facendo riferimento proprio agli studi americani, ha aggiunto: «La protezione dopo 60 giorni cala sensibilmente, a maggior ragione con la variante Delta». Per il consulente del ministro bisogna dare la priorità agli over 60. Eppure, negli Stati Uniti, si ritiene che la nuova dose debba essere destinata a tutti i maggiorenni. Subito doopo Ricciardi è intervenuto Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità: «È di queste ore la notizia che è in corso un processo di revisione da parte di Fda, e successivamente anche da parte di Ema, per la somministrazione di una seconda dose con un vaccino mRna, che avrebbe il vantaggio di generare una risposta immunologica anche migliore. Anche somministrandolo oltre due mesi non inficia l’efficacia. Appena arriveranno le indicazioni delle agenzie regolatorie, si farà tutto velocemente». Tre giorni dopo è stata la vota del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri: «Ci sarà una priorità per coloro che hanno fatto il vaccino J&J che dovranno fare la seconda dose. Le indicazioni saranno date a breve in maniera chiara ed esaustiva». È comprensibile che di fronte a tutte queste dichiarazioni gli italiani che hanno ricevuto il monodose J&J, ormai molti mesi fa, abbiano iniziato a preoccuparsi. Alcuni hanno cercato anche di prenotare il richiamo. Ma hanno sbattuto contro un muro di gomma. Intanto il tempo passa e dal ministero della Salute tutto tace. Pare che la prossima settimana, il 2 e il 3 dicembre, la Commissione consultiva tecnico-scientifica dell’Aifa esaminerà la questione. Solo allora, forse, la situazione si sbloccherà. Come detto da Locatelli, la seconda dose per il milione e mezzo di vaccinati con Johnson&Johnson sarà fatta con un siero diverso, Pfizer e Moderna. Ipotesi contemplata anche dalle autorità sanitarie americane. Queste ultime, però, non vietano che possa ripetersi una somministrazione con J&J. L’azienda produttrice di questo vaccino rassicura che non ci sono particolari controindicazioni rispetto a quelle già conosciute. Anzi, la dose "booster" fa schizzare in alto gli anticorpi: «Se somministrata 56 giorni dopo la prima, ha fornito il 100% di protezione contro le forme gravi/critiche di Covid». Se invece viene iniettata «dopo 6 mesi fornisce un aumento degli anticorpi di 12 volte». 

Vaccinati ma contagiati, è boom di medici e infermieri infettati dal Covid. Dar. Mar. su Il Tempo il 30 ottobre 2021. Sono sicuramente vaccinati, eppure i contagi salgono anche tra gli operatori sanitari. I medici e gli infermieri infettati dal Covid nell'ultima settimana sono 522, in aumento rispetto alla settimana precedente, quando erano stati 386 (136 in più). A rilevarlo è l'Istituto superiore di sanità nel suo ultimo report appena pubblicato. L'Iss però fa notare che l'aumento dei contagi in corsia è comunque in linea con quello nel resto della popolazione, e resta stabile attorno al 3,6%. Anche medici e infermieri, per i quali vige l'obbligo vaccinale contro il Covid, pena la sospensione dal servizio, non sono quindi indenni all'aumento dei contagi che sta riguardando tutta Italia. Sempre l'Iss, infatti, scrive: "Sono in aumento l’incidenza in tutte le fasce di età, sebbene si osservino valori più elevati dell’incidenza nella popolazione 0-19 anni. In leggero aumento l’età mediana dei soggetti che hanno contratto l’infezione da virus SARS-CoV-2 negli ultimi 14 giorni (42 anni, rispetto a 41 anni delle due settimane precedenti)". Inoltre, "l’incidenza settimanale a livello nazionale è di 41 casi per 100.000 abitanti, rispetto a 29 casi per 100.000 abitanti della settimana precedente". 

Più contagiati in corsia. "Aumento sotto gli occhi di tutti", così il Covid colpisce medici e infermieri già vaccinati. Dario Martini su Il Tempo il 31 ottobre 2021. Aumentano i casi di Covid in corsia. I medici e gli infermieri contagiati negli ultimi sette giorni sono 522. La settimana precedente erano 386. Un campanello d’allarme da non sottovalutare, soprattutto se pensiamo che il personale sanitario è tutto vaccinato. Chi non si è immunizzato, infatti, è stato sospeso dal lavoro. L’Istituto superiore di sanità, però, tende a non ingigantire il problema, facendo notare che l’aumento è in linea con quello della popolazione generale, e «la percentuale degli operatori sanitari rimane stabile al 3,6%». I sindacati degli infermieri non sono dello stesso avviso. Il Nursing up ricorda che «qualche settimana fa eravamo stati i primi a lanciare l’allarme sul rischio concreto di una nuova recrudescenza di contagi degli operatori sanitari, analizzando quello che era stato a settembre il primo nuovo picco delle infezioni estrapolato dai dati dell’Iss. E ci meravigliammo non poco di come gli stessi vertici dell’Istituto, interpellati da alcuni giornali al riguardo, avevano sminuito la gravità della situazione». Oggi, il sindacato fa notare che «a distanza di poche settimane, dopo una calma che evidentemente era solo apparente, l’aumento costante delle infezioni dei professionisti della sanità, lento ma pericolosamente costante, è di nuovo sotto gli occhi di tutti».

Ecco alcuni numeri forniti dal Nursing up: «Negli ultimi trenta giorni siamo passati dai 1.377 operatori sanitari contagiati di lunedì 25 ottobre (25 settembre-25 ottobre), ai 1.720 di venerdì 29 ottobre (29 settembre-29 ottobre). Oggi se ne contano 1.734 (30 ottobre), ovvero 14 contagiati in più in 24 ore». Poi l’attacco: «Crediamo ancora una volta che l’opinione pubblica non abbia l’anello al naso». Va ricordato che i medici e gli infermieri possono fare la terza dose di vaccino. Attualmente è del 13% la percentuale degli operatori in servizio negli ospedali e nelle strutture sanitarie ad aver ricevuto il nuovo richiamo contro il Covid. Su un milione di dosi booster somministrate in tutta Italia, secondo l’analisi condotta da Fiaso (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere) sugli open data messi a disposizione dalla struttura del Commissario straordinario per l’emergenza, circa 170mila sono andate a soggetti tra 20 e 60 anni che rappresentano per lo più la platea di personale sanitario, in tutto 1 milione 400mila unità, a cui è destinato il richiamo vaccinale. «Le Aziende sanitarie e ospedaliere sono impegnate al massimo per proteggere i professionisti e l’intero sistema. Da circa due settimane è partita la campagna di immunizzazione con la terza dose per gli operatori sanitari che sono stati i primi, ormai dieci mesi fa, a ricevere la vaccinazione e per i quali è previsto il richiamo che consente di rafforzare ulteriormente la risposta immunitaria», commenta Giovanni Migliore, presidente Fiaso, che aggiunge: «In alcune strutture si sta procedendo con la co-somministrazione del vaccino antinfluenzale e di quello contro il Covid, una soluzione organizzativa che consente di ottimizzare le risorse e di garantire in una sola seduta vaccinale una doppia protezione. Circa il 13% del personale sanitario ha già ricevuto la dose booster e si tratta per lo più di operatori ancora impegnati in prima linea nei reparti Covid dai pronto soccorso alle rianimazioni».

Il nuovo Cts lavora nell'ombra. Nessun verbale online, alla faccia della trasparenza. Il Tempo l'11 maggio 2021. Comitato nuovo, abitudini vecchie. Come quella alla scarsa trasparenza. Già perché il Comitato tecnico-scientifico (Cts) che supporta il governo di Mario Draghi nella gestione dell'emergenza Covid fornendo le indicazioni scientifiche che, almeno in teoria, dovrebbero stare alla base delle misure contro la diffusione del Covid, è stato rinnovato il 16 marzo scorso con una nuova squadra guidata da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità del ministero della Salute, che ha preso il posto dell'ex coordinatore Agostino Miozzo. Ma la pubblicazione dei verbali delle riunioni in cui si discute del futuro degli italiani sul sito della Protezione civile è ferma al 12 marzo, ultimi lampi del primo Cts. Dopo le pressioni sulla divulgazione dei resoconti ci eravamo abituati a un ritardo di trenta-quaranta giorni tra lo svolgimento delle riunioni degli esperti e la pubblicazione dei resoconti. Ma qui si attende ancora il verbale della prima riunione e siamo ben oltre i tempi visti finora. Non è escluso che ci siano difficoltà tecniche e di "avvio" delle operazioni di segreteria, ma certo che la pubblicazione dei verbali ferma a marzo rappresenta un passo indietro notevole nella trasparenza dell'azione del Cts. Il nuovo Cts varato dopo la nascita del governo Draghi è formato da 12 componenti: il coordinatore è Locatelli, come portavoce è stato scelto invece Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità. Partecipano al Cts, Sergio Fiorentino (segretario), Giuseppe Ippolito, Cinzia Caporale, Giorgio Palù, Giovanni Rezza, Fabio Ciciliano, Sergio Abrignani, Alessia Melegaro, Alberto Giovanni Gerli, Donato Greco.  

Covid e pandemia dei non vaccinati, le bugie sono dannose e ingrossano il popolo no vax. Franco Bechis su Il Tempo il 06 novembre 2021. Il coordinatore del Cts, professore Franco Locatelli, ieri in conferenza stampa ha voluto platealmente sposare la tesi del ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, secondo cui oggi saremmo in presenza di una “pandemia dei non vaccinati”. L'affermazione non è lontana dalla verità anche in Italia, perché è vero che la maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva e dei decessi nell'ultimo mese secondo il bollettino Iss è effettivamente di non vaccinati. In terapia intensiva per Covid sono finiti in tutto 474 italiani dai 12 anni in su, e di questi 332 erano non vaccinati (70%), 128 avevano ricevuto due dosi di vaccino e 14 una sola dose. Sui decessi il confronto è ancora più risicato: fra il 3 settembre e il 3 ottobre sono stati in tutto 1.012 e di questi 511 erano di non vaccinati (50,49%), 461 di vaccinati con ciclo completo e 40 di vaccinati con una sola dose. Nella categoria degli ultraottantenni per altro il 57,5% dei decessi (337 ) è stato fra vaccinati a ciclo completo, il 3,8% (22) è stato fra vaccinati con una sola dose e solo il 38,7% (227) risultava del tutto non vaccinato. Sempre fra gli ultraottantenni nei 30 giorni indicati dal rapporto Iss non sono stati tantissimi per fortuna i ricoveri in terapia intensiva: in tutto 66. Ma il 68,2% di ultraottantenni finiti in terapia intensiva aveva doppia dose di vaccino da tempo, e solo il 30,3% non risultava vaccinata. Che la pandemia sia solo di non vaccinati è una verità dunque molto parziale visti questi numeri, e con i dati italiani la tesi di Spahn andrebbe presa molto a spanne. Dal professore Locatelli ci saremmo attesi spiegazioni su questi numeri che un po' inquietano, essendo lui lo scienziato, perché noi non sappiamo il motivo per cui i numeri delle ospedalizzazioni, dei ricoveri in terapia intensiva e purtroppo anche dei decessi fra completamente vaccinati sia diventato con il passare del tempo sempre meno irrilevante. Per gli ultraottantenni la spiegazione potrebbe essere quella che abbiamo già avanzato da queste colonne: puramente matematica. I vaccini hanno una protezione dal virus del 90%, quindi per il 10% dei vaccinati è come se quelle fiale non funzionassero del tutto o comunque parzialmente. Sopra quell'età hanno chiuso il ciclo vaccinale 4,3 milioni di italiani. Il 10% di loro significa quindi 430 mila italiani su cui il vaccino non ha avuto l'effetto protettivo che c'è stato fra tutti gli altri. Sono vaccinati, ma è come se non lo fossero. I veri non vaccinati ultraottantenni sono invece 240 mila, quasi la metà dei vaccinati con ciclo completo su cui le fiale però non hanno funzionato a dovere. E' ovvio che contagi, ospedalizzazioni, terapie intensive e purtroppo anche decessi capitino di più nel gruppo dei vaccinati che in quello dei non vaccinati. Ma per tutti gli altri sono gli scienziati a dovere dare spiegazioni: la protezione del vaccino sta scemando con il passare del tempo ed è per questo che è necessaria la seconda dose? La protezione dichiarata si è rivelata inferiore alle previsioni? O ci sono anche qui spiegazioni matematiche anche se meno evidenti? La scelta del nostro Cts ieri rappresentato dal professore Locatelli- che per altro è fra i pochi a essere definito scienziato, avendo uno dei più alti h-index in Italia, è stata quella di negare la realtà, per non doverla spiegare. Il coordinatore del comitato tecnico scientifico che assiste il governo ha affermato sicuro che dai rapporti Iss risultano “zero ricoveri in terapia intensiva di vaccinati completi dai 59 anni di età in giù”. Bisognerebbe apporre il timbro “Fake News” su queste parole, perché non sono vere. I rapporti Iss settimanali degli ultimi 140 giorni dicono che al di sotto dei 59 anni di età ci sono stati 44 ricoveri di vaccinati a ciclo completo in terapia intensiva Covid al di sotto dei 59 anni e che di questi 4 sono stati di pazienti fra 12 e 39 anni. Pochi, molti meno di quelli dei non vaccinati. Ma non zero. E dobbiamo dire che nello stesso periodo sono morti di Covid 3 vaccinati con prima e seconda dose che avevano meno di 39 anni e 29 vaccinati completi che avevano fra 40 e 59 anni. Numeri piccoli, per fortuna, lontanissimi da quelli cui siamo stati abituati nei periodi peggiori della pandemia. Sono numeri che per altro confermano che con il vaccino la protezione dal virus è notevolmente più alta e il rischio di ammalarsi gravemente notevolmente ridotto rispetto ai non vaccinati. Perché allora negarli e dire zero quando zero non è? Si pensa di tranquillizzare di più la popolazione così e di spingerla meglio a fare la terza dose del vaccino? Ecco, non sarà il mestiere del professore Locatelli fare il comunicatore, ma posso assicurare che ogni piccola bugia su queste cose si trasforma in un macigno che poi non levi dalla strada manco con le gru. Dire zero quando invece qualche decina di casi c'è stata è come buttare benzina sul fuoco delle paure o delle contrarietà ideologiche verso quei vaccini. Grazie alla conferenza stampa di ieri da domani quel fuoco scoppierà con fiamme più alte di prima.

Fiorenza Sarzanini, Simona Ravizza per il "Corriere della Sera" il 5 dicembre 2021. Chi non è vaccinato «rischia di contagiarsi 6 volte in più dei vaccinati se ha meno di 39 anni e all'incirca 4 volte in più dai 40 in anni in su». È questa analisi dell'Istituto superiore di sanità effettuata calcolando l'incidenza dei nuovi positivi da Covid-19 su 100 mila abitanti ad aver convinto il governo sulla necessità di dare una nuova spinta alla campagna gestita dal generale Francesco Paolo Figliuolo. Muovendosi su un doppio binario: cercare di persuadere i milioni di italiani ancora restii a immunizzarsi e accelerare sulla terza dose. I dati aggiornati al 24 ottobre non tengono conto dell'impennata registrata negli ultimi giorni, ma consentono di individuare in quali settori e fasce d'età si deve intervenire con maggiore urgenza. Tenendo conto che i dati di altri Paesi più avanti nelle somministrazioni, primo fra tutti Israele, dimostrano come dopo alcuni mesi l'effetto dei vaccini comincia a scemare e dunque è necessario programmare la terza dose, come già in Italia si sta facendo con chi ha più di 60 anni. In Germania - dove soltanto il 66,8 % degli abitanti ha ricevuto una doppia dose - il ministro della Salute Jens Spahn ha chiesto misure restrittive per fare fronte «alla pandemia dei non vaccinati che è enorme». In Italia la situazione è ancora sotto controllo, il numero dei posti occupati nelle aree mediche e nelle terapie intensive rimane sotto il livello di criticità. Ma la curva epidemiologica ha ricominciato a salire e il governo cerca di fermare la corsa del virus prima che arrivi il freddo e soprattutto il periodo delle festività di dicembre quando le occasioni di socialità e, dunque, di contagio risultano maggiori. Lo fa esaminando i dati aggiornati ogni settimana. Il bollettino di oggi sarà determinante per comprendere quanto veloce sia la risalita della curva, certamente i vertici dell'Istituto ribadiranno la necessità di «mantenere elevata l'attenzione e applicare e rispettare misure e comportamenti raccomandati per limitare l'ulteriore aumento della circolazione virale». L'analisi sulla protezione del vaccino viene effettuata sulla base dell'incidenza per 100 mila abitanti: quante persone immunizzate si contagiano, vengono ricoverate o finiscono in terapia intensiva. Lo stesso calcolo viene realizzato poi per i non vaccinati. E dimostra come «tra i 12 e i 59 anni in rianimazione non è finito alcun vaccinato e rimangono molto basse le percentuali di ospedalizzati». Nella fascia d'età tra i 60 e i 79 anni «emerge che il vaccino continua a proteggere quasi totalmente dal ricovero in rianimazione». E in area medica, come era già emerso in precedenti report , di solito viene ricoverato chi soffre già anche di altre malattie. Secondo l'ultimo bollettino dell'Istituto superiore di Sanità questa è la situazione del periodo che va dal 24 settembre al 24 ottobre scorso: «Nella fascia d'età tra 12 e 39 anni ci sono stati in un mese 404 nuovi contagiati tra i non vaccinati contro 70 tra i vaccinati; le persone ricoverate in area medica sono state 13 contro lo 0,7; in terapia intensiva lo 0,75 contro zero. Nella fascia d'età tra i 40 e i 59 anni, tra i nuovi contagiati 354 erano no vax mentre 89 erano immunizzati; in area medica il rapporto è stato di 28 contro 1,3: in terapia intensiva 3 contro zero. Nella fascia d'età tra i 60 e i 79 anni: i nuovi contagiati non immunizzati sono stati 300 e quelli vaccinati 77; sono stati ricoverati 65 no vax contro 5 in area medica; 12 contro 0,5 in terapia intensiva. Tra gli over 80 i contagiati non vaccinati sono stati 388, quelli immunizzati 95; in ospedale sono finite 160 persone contro 21; in terapia intensiva 8 contro 1». L'incidenza dei decessi su 100 mila abitanti dimostra che «tra i 60 e i 79 anni ci sono state 16 vittime tra i non vaccinati contro 1 di chi ha fatto due dosi, mentre per gli over 80 i morti tra chi non era immunizzato sono stati 93, soltanto 8 tra chi aveva completato il ciclo». Tradotti in rischio, questi numeri vogliono dire che i non vaccinati rischiano di contagiarsi da 4 a 6 volte in più, di essere ricoverati 20 volte in più fino a 59 anni, poi circa 12 volte dai 60 anni in su, e 8 volte se over 80. Per quanto riguarda le terapie intensive «i non immunizzati rischiano 30 volte in più fino a 59 anni, 21 volte in più tra i 60 e i 79 anni, 8 volte in più per gli over 80». Questi dati sono sovrapponibili a quelli già registrati nelle scorse settimane, a riprova che per il momento l'efficacia dei vaccini anche a distanza di tempo resta in ogni caso altissima. Nell'ultimo mese sono finiti in ospedale 2.836 non vaccinati contro 1.814 vaccinati con due dosi. A livello generale, dunque, il rapporto è ancora tutto a vantaggio di chi è immunizzato: su 5 ospedalizzati, tre sono senza vaccino contro i due che invece l'hanno fatto. Per le terapie intensive ci sono stati 331 non vaccinati e 128 vaccinati. Qui la distanza è ancora maggiore: in rianimazione più di due pazienti su tre non hanno fatto la vaccinazione contro il Covid. L'osservazione costante dei numeri relativi alla pandemia ha già evidenziato come a lungo andare i numeri assoluti hanno un effetto ingannevole: più la popolazione è protetta maggiore diventa infatti il numero di chi può finire in ospedale anche con le due dosi. È quello che viene definito paradosso vaccinale. Ciò succede già oggi per i contagi: tra gli over 80 e i 60-79 enni, la percentuale di vaccinati è decisamente alta, rispettivamente a quota 92,7% e 87,4%: in entrambi i casi in numeri assoluti le infezioni sono più alte tra chi ha fatto le due dosi rispetto a chi è senza (4.033 contro 941 e 9.175 contro 4.207). E ormai tra i 40-59 enni, immunizzati al 76,5%, la diffusione del contagio sempre in dati assoluti è simile: 12.623 vaccinati contro 12.266 no. Bisogna dunque effettuare le percentuali sulle platee di riferimento: i cittadini vaccinati con ciclo completo sono 41 milioni e 915.257, i no vax 9 milioni 231.487. Ebbene nell'ultimo mese la percentuale dei nuovi contagiati tra chi non si è immunizzato è pari allo 0,37%, tra chi è immunizzato è pari allo 0,08%.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 19 ottobre 2021. «Hai visto che Colin Powell è morto di Covid nonostante avesse fatto due dosi di vaccino? Ecco la prova che vaccinarsi non serve a niente». In realtà è la prova che neanche il vaccino rende immortali. Colin Powell aveva 84 anni (7 in più della aspettativa media di vita di un maschio statunitense) e soffriva di una grave patologia pregressa, il mieloma. Eppure, in America e non solo, furoreggia il dibattito sulla morte di «Covid Powell». Ci si aggrappa a un'eccezione (fra l'altro capziosa, lo abbiamo appena visto) per delegittimare una regola suffragata da dati inequivocabili, come conferma l'inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza sul Corriere : ormai, tra morti e ricoverati, si trovano quasi soltanto persone che non hanno fatto il vaccino, e aggrapparsi a quel «quasi» per delegittimarne l'efficacia è un'operazione disonesta intellettualmente. Il guaio è che nell'era delle fake news (a cui pure Powell diede il suo contributo con la pantomima sulla bomba di Saddam) non è solo la scienza a essere messa in dubbio, ma la stessa oggettività dei dati, il loro valore di prova inconfutabile. Anzi, più un dato proviene da fonte autorevole, più è sospettabile di essere stato manipolato. Negare la realtà non è più considerato sintomo di malafede o di follia, ma di libertà. Se non mi sta bene che oggi sia martedì, troverò sicuramente un sito che mi conforterà nell'idea che oggi è domenica e che il calendario che mi obbliga ad alzarmi dal letto conferma l'esistenza di un complotto contro di me.

Covid: vaccinati, ma ricoverati. Chi sono e perché. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 18 ottobre 2021. C’è una domanda che si pongono in tanti, vaccinati e non: chi sono quelli che nonostante abbiano ricevuto la doppia dose finiscono in ospedale? Tra i 9,5 milioni di italiani che oggi non hanno ancora aderito alla campagna vaccinale questo interrogativo ha sicuramente un peso, e non ritengono convincente quello che tutte le autorità sanitarie del mondo stanno ripetendo da mesi sulla enorme riduzione del rischio di infezione da virus SARS-Cov-2. Dal bollettino dell’Istituto superiore di Sanità del primo ottobre: «Nelle persone completamente vaccinate la copertura dal contagio è del 77% rispetto a quelle non vaccinate, del 93% per l’ospedalizzazione, 95% per i ricoveri in terapia intensiva e per i decessi». L’obiezione comune – sentita in banca, dal parrucchiere, in posta, fuori da scuola, fra i manifestanti – è che ci si può ammalare lo stesso, e allora perché farsi iniettare delle sostanze che chissà quali effetti potranno avere subito o in futuro? La scienza insegna che tutti i vaccini, per i loro meccanismi di azione, possono dare effetti collaterali solo a breve termine (99% dei casi). Ma nessuno, è vero, è sicuro ed efficace al 100%. Dunque, per capire perché conviene vaccinarsi è utile esaminare, in modo più concreto di quanto fatto finora, i dati ottenuti in esclusiva su chi si ammala anche da vaccinato. 

Dove pende la bilancia

Prendiamo sempre l’ultimo bollettino dell’Istituto superiore di Sanità pubblicato il primo ottobre e che fotografa gli ultimi 30 giorni, ovvero il mese di settembre. Su 120.244 contagiati totali, 70.900 non sono vaccinati e 40.060 completamente vaccinati. I ricoverati per Covid non vaccinati sono 6.160, e 2.408 con due dosi. In terapia intensiva ci sono 717 non vaccinati e 174 vaccinati. Dunque, i numeri parlano da soli, ma non abbastanza perché va considerata la platea da cui provengono: i 2.408 arrivano dall’ampio bacino dei 37,4 milioni di vaccinati con ciclo completo (a settembre), i 717 dagli 11,7 milioni che non hanno ricevuto nemmeno una dose. Ma man mano che la platea di riferimento cambia, è evidente che questi dati si modificheranno. Oggi di fatto due su tre che si contagiano e vengono ricoverati sono non vaccinati (e 3 su 4 di quelli in terapia intensiva), ma più crescono coloro che fanno il vaccino, più sono destinati ad alzarsi tutti i valori che li riguardano, fino ad arrivare a un possibile ribaltamento della situazione. Già adesso in ospedale, a livello nazionale, abbiamo 1.175 over 80 ricoverati per Covid vaccinati contro i 673 non vaccinati. Il motivo è che gli ottantenni immunizzati sono 4,2 milioni (92%), mentre solo 274.400 (6%) non lo sono. Allora come si fa ad avere una statistica oggettiva? 

L’incidenza su 100 mila abitanti: cosa ci dice

Non bisogna considerare i numeri assoluti, ma quel che succede su 100 mila abitanti e per fascia di età. I dati che riportiamo sono prodotti dall’Iss. Partiamo proprio dagli over 80: su 100 mila non vaccinati si contagiano in 602, vanno in ospedale 245, in rianimazione 13. Su 100.000 vaccinati si contagiano 116, finiscono in ospedale 28, in rianimazione 1. Tra i 12-39 anni non vaccinati: contagiati 692, finiti in ospedale 25, 1 in terapia intensiva. Fra i vaccinati con ciclo completo i contagiati sono 110, 1 ospedalizzato, 0,05 in terapia intensiva. Tra i 40-59 anni non vaccinati si contagiano 540 contro 113 vaccinati, in ospedale 54 contro 2, in rianimazione 6 contro 0,13. Sessanta-79enni si contagiano in 449 contro 94, vanno in ospedale 107 contro 7, in terapia intensiva 20 contro 1. 

In sintesi: fino a 59 anni il rischio di essere ricoverato è venti volte più alto per un non vaccinato, quindici volte in più per un 60-79 enne, e di nove volte in più per un over 80. Sempre l’elaborazione dati dell’Istituto superiore di Sanità mostra che l’età mediana di chi è vaccinato con due dosi finisce in ospedale prevalentemente in età più avanzata, 79 anni, che scende a 52 anni per i non vaccinati. In terapia intensiva per i non vaccinati è 61 anni, contro i 74 dei vaccinati. L’età mediana si differenzia dalla media perché rappresenta il valore intermedio fra gli estremi. 

Chi sono i vaccinati che finiscono all’ospedale?

Resta la domanda: chi è vaccinato perché finisce in ospedale? L’Istituto superiore di Sanità non ha statistiche affinate sulle malattie pregresse dei ricoverati per Covid perché dipendono dalle Regioni. Il Veneto ha analizzato le cartelle cliniche dei suoi 2.348 pazienti ospedalizzati per Covid tra il 1 maggio e il 31 agosto 2021, e con questi dati è possibile andare più a fondo proprio sul loro precedente stato di salute. Guardiamo, per esempio, la fascia 60-79 anni. Con zero patologie fra i non vaccinati vediamo 163 ospedalizzati e 82 in terapia intensiva; fra i vaccinati sono 12 e 2 in terapia intensiva. Con 1 patologia i non vaccinati sono 201, 141 in rianimazione; fra i vaccinati 22 e 3 in terapia intensiva. Con 2-3 patologie 189, 120 in terapia intensiva, fra i vaccinati sono 31, e 11 in terapia intensiva. Sappiamo, però, che i dati assoluti possono trarre in inganno. A maggio, per esempio, i non vaccinati sessantenni erano più dei vaccinati della stessa fascia di età: è comprensibile, dunque, che i ricoverati tra i non vaccinati siano di più indipendentemente dall’efficacia del vaccino. Per questo è indispensabile avere una platea di riferimento dove inquadrarli, e nei quattro mesi presi in considerazione questa platea cambia enormemente di settimana in settimana. Allo stesso tempo sappiamo che quando la stragrande maggioranza sarà vaccinata, in ospedale ci andranno perlopiù i vaccinati, lo stiamo già vedendo a livello nazionale per gli ultraottantenni. Però fatto 100 i ricoverati vaccinati, e 100 quelli non vaccinati, i dati del Veneto danno indicazioni importanti e chiare. 

Fra i 40 e i 79 anni ha già di suo una patologia rilevante il 30-32% dei vaccinati finiti in ospedale per avere contratto il virus, e il 46% di patologie ne ha due o tre. Parliamo di diabete, malattie cardiovascolari, renali, respiratorie, oncologiche. Al contrario i non vaccinati hanno più rischi di finire in ospedale anche da sani: per esempio tra i 40-59 anni il 61% non ha nessuna patologia pregressa. Cresce anche la durata media del ricovero: 25 giorni per i 60-79enni non vaccinati, contro i 15 per i vaccinati. 

Patologie: il livello di protezione

Un’altra analisi preliminare dell’Ats di Milano mette a confronto 2.220.667 vaccinati che hanno avuto 3.136 ricoveri (0,1%), contro 472.215 non vaccinati che hanno avuto 5.818 ricoveri (1,2%). I due gruppi sono stati osservati dal primo gennaio al 30 settembre del 2021. I dati di ricovero dei vaccinati mostrano chiaramente come il rischio di ospedalizzazione aumenta proporzionalmente in relazione a determinate patologie, da quella più bassa come l’ipertensione, poi via via salendo c’è il diabete, cardiopatie, broncopneumopatie, trapiantati e immunocompromessi. Il vaccino, in ogni caso riduce il rischio di finire in ospedale sia per i sani (93%), sia per chi soffre di patologie croniche. Ma per le categorie dei trapiantati e degli immunocompromessi può esserci una percentuale di protezione lievemente inferiore (87%). 

Infine, per quel che riguarda i decessi delle persone vaccinate, su un campione di 171 cartelle cliniche su 1.440 esaminate dall’Iss (al 5 ottobre), emerge che l’età media dei vaccinati con ciclo completo morti di Covid è di 86 anni e con 5 patologie pregresse, contro gli 80 anni e tre patologie dei non vaccinati, o che hanno ricevuto una sola dose. Questi i fatti.

Da Ansa.it il 5 ottobre 2021. La casa farmaceutica AstraZeneca ha chiesto alla Food and drug administration Usa di approvare con autorizzazione di emergenza quello che potrebbe rivelarsi il primo trattamento a base di anticorpi per prevenire il Covid sintomatico in persone immuno-compromesse, o che non possono fare il vaccino per motivi di salute. La terapia - in sigla AZD7442 - sarebbe appunto la prima combinazione anticorpale ad azione prolungata, diretta a fasce specifiche di popolazione, offrendo un'alternativa all'immunizzazione per chi non risponde adeguatamente ai vaccini.

Covid, dagli anticorpi dei lama uno spray per bloccare il virus. Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica l’1 ottobre 2021. Annunciato da Scientific Reports, un nuovo report conferma la scoperta: una serie di nanoanticorpi sembrano impedire l'ingresso del virus nelle cellule e funzionare anche con le mutazioni. I lama contro il Covid. Sì, proprio loro: i quadrupedi camelidi che affollano le Ande e le montagne del Tibet sembrano avere tutte le caratteristiche per difenderci dal male di questo inizio secolo. C'erano già stati segnali in questo senso, oltre alle indicazioni che arrivano dai curandeos e i vecchi saggi dei paesini arroccati sulle più alte vette del mondo. Si diceva che i loro anticorpi erano in grado di contrastare Sars-CoV-2 e impedire che infettasse le nostre cellule. Adesso ci sono nuove conferme. Scientifiche. Uno dei tanti gruppi di ricercatori che da anni studia le particolarità genetiche di questo animale e le sue possibili applicazioni in campo immunitario ha messo a punto un rapporto che presenta risultati incoraggianti. Già pubblicato su Scientific Reports sette mesi fa, il nuovo report conferma le scoperte e ne aggiunge altre a conferma di una speranza che presto potrebbe diventare realtà medica. Il gruppo è guidato dai ricercatori dei NIH, i National Institutes of Health, agenzia del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti. I ricercatori hanno isolato una serie di nanoanticorpi presenti nel sangue dei lama che si dimostrano particolarmente attivi contro la Sars-2. Sono generati naturalmente da una specie di lama noti come Cormac e presenti sulle sommità della catena andina. Uno di questi anticorpi, chiamato NIH-Co Vnb-112, potrebbe prevenire le infezioni e bloccare le particelle di virus a partire da quello che genera il Covid. I piccoli anticorpi sembrano agire anche sotto forma liquida o via aerea facendo ipotizzare il loro uso anche per inalazione. Insomma, adattato come anti virus potrebbe essere messo dentro uno spray nasale che ci spruzziamo come facciamo quando abbiamo fastidiosi raffreddori. Il Cornac usato negli esperimenti è un maschio di 16 anni allevato nelle fattorie del Triple J Farms, nei Laboratori Kent, a Bellinghgam, negli Usa: un centro di indagine, sviluppo e produzione di composti per la medicina e la veterinaria. Nei 32 ettari che circondano il complesso vivono vari gruppi di lama, pecore, capre e asini. "Eravamo concentrati sull'uso dei nanocorpi per migliorare le immagini cerebrali", racconta a La Avanguardia il professor Evan Brody che fa parte dell'equipe. "Quando è sopraggiunta la pandemia abbiamo pensato che era l'occasione della vita e ci siamo messi all'opera. Adesso speriamo che questi nonoanticorpi siano versatili e si possano applicare anche al Coronavirus. Tutto lascia pensare sia così". Il nanoanticorpo è un tipo speciale di protettore creato naturalmente dal sistema immunologico dei camelidi, gruppo di animali che comprende cammelli, lama e alpaca. Queste proteine pesano circa una decima parte di quelli che si trovano all'interno del nostro organismo. Giocano un ruolo fondamentale nella difesa del sistema immunologico perché riconoscono le proteine nei virus, nei batteri e in tutti gli altri invasori infetti noti comunemente come antigeni. Sono meno stabili e meno costosi da produrre oltre ad essere più semplici da disegnare rispetto agli altri anticorpi.

"Agiscono come una chiave", spiega il professor Diego Esparza, l'autore principale dello studio, in una nota diffusa dallo stesso NIH. "Le nostre indagini hanno dimostrato che il nanoanticorpo si unisce al recettore Ace2 da 2 a 10 volte più forte che quelli costruiti in laboratorio". Perché è naturale. E solo dalla natura, per di più animale, può arrivare l'antidoto al virus trasmesso all'uomo da un altro animale.

Vaccino ai bambini, Pfizer: “Sicuro ed efficace nella fascia 5-11 anni”. La casa farmaceutica pubblica i risultati dei trial clinici: i dati saranno sottoposti "il prima possibile" agli enti regolatori di Ue e Usa. su Il Dubbio il 20 settembre 2021. Il vaccino anti-Covid di Pfizer è sicuro per i bambini tra i 5 e gli 11 anni. Lo ha riferito la casa farmaceutica citando i risultati dei trial clinici. I dati devono ancora essere sottoposti alla valutazione della Fda e il processo potrebbe completarsi entro la fine di settembre. «Nei partecipanti di età5-11 anni, il vaccino si è mostrato sicuro, ben tollerato e con una forte risposta degli anticorpi», ha fatto sapere Pfizer-BioNTech, precisando che in quella fascia di età è stato somministrato a un dosaggio inferiore (due dosi da 10microgrammi a distanza di 21 giorni, rispetto a 30 microgrammi). L’intenzione è di presentare i dati alle autorità regolatorie di Ue, Usa e nel resto del mondo «il prima possibile». Quelli di Pfizer sono i primi risultati disponibili: i test clinici di Moderna sui bambini 6-11 anni sono ancora in corso.  Pfizer e BioNTech intendono presentare «il prima possibile» i dati sul loro vaccino anti-Covid nella fascia 5-11 anni alla statunitense Food and Drug Administration (Fda) e all’Agenzia europea del farmaco Ema, ma anche ad altri enti regolatori. Da un lato, spiegano, è «prevista una richiesta all’Ema per aggiornare l’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio dell’Ue». Dall’altro, per gli Stati Uniti, le aziende prevedono di includere i dati in una presentazione a breve termine per l’autorizzazione all’uso di emergenza (Eua), mentre continuano ad accumulare dati di sicurezza ed efficacia necessari per presentare la richiesta di approvazione completa in questa fascia di età. «Negli ultimi 9 mesi, centinaia di milioni di persone di età pari o superiore a 12 anni provenienti da tutto il mondo hanno ricevuto il nostro vaccino anti-Covid. Siamo ansiosi di estendere la protezione offerta dal vaccino a questa popolazione più giovane, soggetta all’autorizzazione regolatoria, mentre seguiamo la diffusione della variante Delta e la sostanziale minaccia che rappresenta per i bambini», afferma Albert Bourla, presidente e Ceo di Pfizer. «Da luglio i casi pediatrici di Covid sono aumentati di circa il 240%negli Stati Uniti, evidenziando la necessità di vaccinazione» da un punto di vista di salute pubblica, aggiunge. «Questi risultati della sperimentazione – conclude – forniscono una solida base per richiedere l’autorizzazione del nostro vaccino per i bambini dai 5 agli 11 anni e prevediamo di presentarli con urgenza alla Fda e ad altri regolatori». «Ci aspettiamo una autorizzazione per uso emergenziale entro fine ottobre 2021», commenta il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta.  «Lo studio ha coinvolto oltre2.200 bambini negli Usa, tra cui, e lo dico con grande orgoglio, anche mio figlio Nicholas di quasi 11 anni», racconta il virologo. «Ricordiamo – evidenzia lo scienziato – che il dosaggio del vaccino è di due dosi da 10 microgrammi (un terzo della dose per adulti), fatte a 3 settimane di distanza tra loro. I principali risultati dello studio indicano una efficacia nel generare anticorpi neutralizzanti il virus pari a quella dimostrata dallo stesso vaccino nella fascia di età superiore e la sostanziale assenza di effetti collaterali non rari», perché «quelli rari non potrebbero emergere in questo tipo ditrial clinico». Secondo Silvestri, «questo studio è una tappa essenziale nella grande marcia verso la vaccinazione universale contro Covid-19, che riteniamo necessaria sia per ridurre sempre più i danni causati da questo virus molto trasmissibile e clinicamente insidioso, e sia per eliminare una volta per tutte ogni tentazione di affrontare questa malattia con interventi “non-farmacologici” (le cosiddette chiusure) di efficacia modesta ed effetti collaterali enormi».

Da Corriere.it l'11 settembre 2021. È «forte» la riduzione del rischio di infezione da virus SARS-Cov-2 nelle persone completamente vaccinate rispetto a quelle non vaccinate: 77% per la diagnosi, 93% per l’ospedalizzazione, 96% per i ricoveri in terapia intensiva e per i decessi. È questo il dato aggiornato all’8 settembre sulla protezione e l’efficacia vaccinale pubblicato nel report esteso dell’Istituto Superiore di Sanità diffuso oggi. Il tasso di ospedalizzazione negli ultimi 30 giorni per i non vaccinati è di circa nove volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo (219,1 rispetto a 24,5 ricoveri per 100.000 abitanti). Fra gli over 80 negli ultimi 30 giorni il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo è ben tredici volte più basso dei non vaccinati (1,1 contro 14,8 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è quindici volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (76,2 contro il 5,0 per 100.000 abitanti). Sono i dati del Report Esteso Covid dell’Iss.

Articolo di “The Economist” - dalla rassegna stampa estera di “Epr Comunicazione” il 10 settembre 2021. Se hai intenzione di prendere il covid-19, scherza Jacob Hopkins, uno studente universitario, il posto più sicuro per farlo è un ospedale. Così a marzo Hopkins si è sdraiato su un letto del Royal Free Hospital di Londra mentre i medici gli mettevano nel naso gocce di liquido che portavano il virus sars-cov-2. Hopkins era uno dei 36 partecipanti al primo "human challenge trial" (hct) per il covid-19. I trial umani sono una parte importante della ricerca medica. Studiare persone malate nell'ambiente controllato di un laboratorio permette agli scienziati di raccogliere informazioni preziose su come funzionano le malattie molto più rapidamente che affidarsi ai dati disordinati e incerti del mondo reale. Dalla seconda guerra mondiale, circa 40.000 volontari si sono lasciati infettare da tutto, dalla malaria e dal tifo alla febbre dengue e al colera – scrive The Economist. Ma anche se l'idea di fare un hct per covid-19 è stato discusso fin dai primi giorni della pandemia, si è dimostrato abbastanza controverso che solo la Gran Bretagna ha permesso loro di andare avanti. (Un secondo hct è in corso presso l'Università di Oxford.) I risultati della prova Royal Free, condotto con l'aiuto dell'Imperial College di Londra e una società chiamata hvivo, che è specializzata in hcts, sono attesi nelle prossime settimane. Includeranno dettagli sul corso naturale dell'infezione del covid-19, quanto bene fanno i diversi test nel rilevare le infezioni, quanta esposizione a sars-cov-2 è necessaria per infettare qualcuno e quanto sono utili le mascherine per prevenire la trasmissione. Nonostante le preoccupazioni per la sicurezza, le prove hanno proceduto senza incidenti, dice Andrew Catchpole, direttore scientifico di hvivo. I volontari nelle prove hanno avuto solo sintomi lievi. E i dati generati sembrano essere molto utili. Il dottor Catchpole dice che lui e il suo team erano "sbalorditi" da quanto fosse coerente il corso della malattia in diversi volontari. Lo spargimento di particelle virali, per esempio - che possono poi andare a infettare gli altri - di solito inizia entro pochi giorni di infezione, in genere fino al quarto giorno, dopo di che aumenta molto rapidamente. Un altro filone della prova mira a inchiodare solo quanto tempo ci vuole, dopo che un individuo è infettato, per covid-19 per essere rilevato, sia dagli economici, ampiamente utilizzati test, e dai più costosi, più accurati pcr. Durante la sperimentazione, i ricercatori hanno condotto frequenti tamponi delle stanze in cui erano confinati i volontari. Questo ha permesso loro di capire esattamente quando le particelle virali infettive - al contrario di semplici macchie passive di materiale genetico - erano presenti nella stanza. Ci sarà anche più da dire sui sintomi neurologici del covid-19, e sulla risposta immunitaria degli individui infetti. Nonostante questa promessa di dati, gli hcts per il covid-19 rimangono controversi. Gli oppositori sottolineano che il covid-19 è una malattia potenzialmente pericolosa che non è ben compresa o sempre trattabile. "Long covid", una condizione misteriosa in cui i sintomi persistono per mesi, è una possibilità, così come la morte. Jan Helge Solbakk, capo della ricerca presso il Centro di Etica Medica di Oslo, dice che non c'è più alcun argomento valido a favore degli hct ora che i vaccini sono stati sviluppati e testati. I sostenitori replicano che il livello di sicurezza dei precedenti hct è "eccezionale", e che i rischi possono essere minimizzati dando a volontari giovani e sani la più piccola dose possibile di virus. Arthur Caplan, professore di etica medica alla Grossman School of Medicine dell'Università di New York, fa notare che le sperimentazioni di farmaci comportano anche il rischio di lesioni o morte, eppure non sono controverse. Dice che gli oppositori degli hct non si stanno concentrando sulla ricerca che è ancora necessaria, anche su nuovi vaccini, o sul tempo che ci vorrà per ottenere tali dati senza hct. Li accusa di "pensiero morale confuso". La sperimentazione ha infettato i partecipanti con il ceppo originale di sars-cov-2 che è emerso per la prima volta in Cina nel 2019. Ciò significa che non tutti i dati saranno generalizzabili alla variante Delta del virus, che è diventata dominante in molti paesi. Ma il dottor Catchpole dice che si aspetta almeno una certa coerenza nei risultati riguardanti la dose minima necessaria per l'infezione. E avendo condotto una serie di hcts in modo sicuro, dovrebbe essere più facile intraprenderne altre in futuro. Ulteriori prove potrebbero consentire test più rapidi di vaccini contro nuove varianti di sars-cov-2, per esempio, o confronti strettamente controllati di diversi vaccini per vedere qual è il più efficace. (Queste domande potrebbero richiedere anni per rispondere con i dati del mondo reale). Potrebbero anche aiutare a ottenere risposte rapide su quanto bene i farmaci nuovi o esistenti funzionano contro il covid-19. Adrian Hill, il direttore dello Jenner Institute, un ente di ricerca sui vaccini con sede a Oxford, dice che i rischi di condurre gli hct sono stati ridotti dalla disponibilità di nuovi trattamenti per il covid-19, come gli anticorpi monoclonali. Eppure, anche in Gran Bretagna, le discussioni sulla sicurezza hanno ritardato l'inizio delle prove di mesi. È improbabile che il covid-19 sia l'ultima nuova malattia che il mondo deve affrontare, dice il dottor Hill. Per aiutare a salvare vite in futuro, vorrebbe vedere le questioni etiche intorno a hcts risolti prima che la prossima pandemia arriva.

Positivi dopo la prima dose, cosa fare con il vaccino: i chiarimenti del Ministero. Debora Faravelli il 10/09/2021 su Notizie.it. Gianni Rezza ha firmato una circolare per chiarire come devono comportarsi i cittadini che risultano positivi dopo la prima dose di vaccino. Il Ministero della Salute ha diffuso una circolare contenente alcuni chiarimenti per i soggetti che risultano positivi al Covid dopo aver effettuato la prima dose di vaccino spiegando chi deve sottoporsi anche alla seconda e chi può dire completato il ciclo di immunizzazione. Il testo differenzia due casi: chi si è contagiato entro due settimane dalla vaccinazione e chi invece è risultato positivo dopo 14 giorni. Nella prima eventualità il Ministero indica di completare il ciclo vaccinale con la seconda dose, che va effettuata entro sei mesi dal contagio. Nel secondo caso invece la schedula vaccinale è da intendersi completata in quanto l’infezione stessa è da considerarsi equivalente alla somministrazione della seconda dose. La circolare precisa però che l’eventuale somministrazione di una seconda dose non è comunque controindicata. La stessa cosa vale anche per i soggetti guariti, in precedenza non vaccinati, che hanno ricevuto una sola dose di vaccino dopo l’infezione. Il documento si conclude affermando che “l’esecuzione di test sierologici, volti a individuare la risposta anticorpale nei confronti del virus, non è indicata ai fini del processo decisionale vaccinale”.

Elena Dusi per “la Repubblica” il 9 settembre 2021. A fine agosto Israele aveva 10 mila contagi al giorno, più che a gennaio. In quel momento è arrivato uno studio preoccupante. Le persone vaccinate a gennaio avevano una probabilità del 53% superiore di infettarsi rispetto a chi aveva ricevuto le iniezioni a marzo. Sembrava arrivato il giorno tanto temuto: quando avremmo visto l'efficacia dei vaccini calare. Dopo soli 9 mesi dall'arrivo delle prime fiale, un po' di delusione è comprensibile. Israele si è affrettata ad avviare il terzo ciclo di somministrazioni. Anche l'Italia ha dato il via libera alla terza dose, ma solo a categorie ben precise, con il via libera dell'Agenzia italiana del farmaco atteso a breve. A fine settembre l'ulteriore iniezione è prevista per circa 3 milioni di immunodepressi. A dicembre toccherà agli over 80 e da gennaio agli operatori sanitari. Alle statistiche israeliane si sono aggiunte quelle americane e inglesi, non dissimili, accompagnate anche lì da un forte aumento dei contagi: 160 mila al giorno negli Usa, quasi 40 mila nel Regno Unito. Numeri da ondata pre-vaccini per quanto riguarda le infezioni, ma con una percentuale di morti grandemente ridotta. I dati raccolti a New York confermano che le curve dei vaccinati che si contagiano sono molto differenti dalle curve di chi si ammala gravemente. Il rischio di ricovero fra i vaccinati è basso e non aumenta col tempo: meno 95% rispetto ai non vaccinati. Israele calcola un meno 85%, per gli inglesi è meno 96%. In Italia segnali di un calo di efficacia non si notano. La fondazione Gimbe calcola che sono aumentati gli operatori sanitari contagiati (questa categoria era stata immunizzata per prima, a partire dal 27 dicembre, e oggi è quasi al 98% di copertura): 2.553 a luglio e 2.460 ad agosto. In primavera erano calati a 265. Ma Gimbe stessa ammette che la causa potrebbe essere l'aumento dei casi nella popolazione generale. Un focolaio di 6 persone (5 vaccinate) si è registrato all'ospedale di Trento. Una decina i contagiati al Sant' Eugenio di Roma, 15 in una Rsa, del cosentino, immunizzate. Ma nessuno di loro ha sintomi che non siano lievi. I vaccini allora stanno perdendo efficacia? Di fronte alla variante Delta, arrivata a giugno, sicuramente sì. Di fronte al passare del tempo, probabilmente no. Che i vaccini, messi a punto con il coronavirus di Wuhan, non fossero perfetti di fronte alla Delta, era prevedibile. Una ricerca su Nature ha visto che gli anticorpi dei guariti hanno un'efficacia ridotta di 5,7 volte rispetto al virus di Wuhan. Per gli anticorpi dei vaccinati il calo è di 8 volte. L'università di San Diego ha misurato un'efficacia del 90% a marzo, scesa al 65,5% a luglio, con la Delta ormai prevalente. E poi c'è il fattore tempo. «Il numero di anticorpi si dimezza approssimativamente in tre mesi» spiega Andrea Mengarelli, responsabile dell'unità di ematologia dell'Istituto oncologico Regina Elena a Roma. «Nei nostri pazienti il sistema immunitario è meno efficiente. Già in partenza i livelli non erano alti. Oggi siamo scesi a valori che potrebbero essere insufficienti ». Nel caso delle persone fragili, dunque, la terza dose sembra molto importante. Anche nei sani si vede un calo degli anticorpi. «Ma più importante sarebbe osservare le cellule della memoria immunitaria» spiega Andrea Cossarizza, immunologo all'università di Modena. Sono loro a determinare la durata di un vaccino. «Ma mentre gli anticorpi li misuri nel sangue, per un esame accurato dei linfociti serve un prelievo nei linfonodi o nella milza. Non è un caso che le informazioni sulla durata dei vaccini non siano ancora conclusive».

Paolo Russo per “la Stampa” il 18 settembre 2021. Fino a ieri la campanella che spaventava di più virologi ed epidemiologi era quella scolastica. Ora però a far suonare l'allarme è quella della ripresa dei contagi tra il personale sanitario. Non solo perché medici e infermieri sono a contatto con i malati più esposti a rischio Covid. Ma perché questo potrebbe essere il segnale di allerta sulla durata della protezione vaccinale, che potrebbe non essere di un anno e più come molti esperti speravano. I professionisti sanitari sono stati infatti i primi ad essere immunizzati a gennaio e questa recrudescenza improvvisa dei casi fa sorgere più di un sospetto. Compreso quello che la variante Delta possa in qualche modo rendere la vita più breve agli anticorpi messi in circolo dal vaccino. Comunque sia i dati del monitoraggio «Epicentro» dell'Iss sono inequivocabili. Se dall'11 giugno alla stessa data di luglio si contavano appena 212 contagi, durante il mese di agosto sono balzati a 1.951. Un incremento del 600% che potrebbe essere anche sottostimato visto che la rilevazione è stata fatta durante il clou delle vacanze, quando molti camici bianchi erano in ferie e non del tutto solerti a farsi il tampone per un po' di tosse o raffreddore. Perché, è bene precisarlo, il vaccino comunque continua a proteggere dalle forme gravi di malattia, visto che i ricoverati nei reparti ordinari sono pochi e che non risultano medici o infermieri finiti in terapia intensiva o deceduti. A essere più colpito da questa recrudescenza dei contagi è stato soprattutto il personale infermieristico, che secondo l'Inail rappresenta circa l'82% dei nuovi positivi al virus e che in questo momento conta una media di 50 positivi al giorno. Questo perché sono proprio gli infermieri quelli che hanno il maggior contatto fisico con i malati. La nuova circolare del ministero della Salute emanata martedì fa partire dal 20 settembre la somministrazione della terza dose, per ora limitandola agli «immunocompromessi», trapiantati e malati oncologici in testa. Poi la dose «booster» verrà somministrata agli altri pazienti fragili. Ospiti delle Rsa, ultraottantenni e infine le «popolazioni connotate da un alto rischio per esposizione professionale». Leggi appunto medici e infermieri. Che allarmati dalla ripresa dei contagi chiedono ora di accelerare i tempi e non finire in fondo alla lista. La presidente dell'Ordine degli infermieri (Fnopi), Barbara Mangiacavalli, è allarmata. «Gli effetti della ridotta immunità con il virus ancora circolante nelle sue varianti più invasive mette a rischio non solo gli infermieri, ma anche i loro assistiti, che per lo più sono fragili e hanno bisogno della massima assistenza». E riguardo ai tempi della terza dose chiede di stringere i tempi, perché non si deve correre un rischio sul filo del rasoio e non si può per le scelte incaute di pochi che non rispettano le regole tornare a livelli che rischiano ancora di mettere in crisi i servizi sanitari per mancanza di personale». Accende i fari anche il presidente dell'Ordine dei medici, Filippo Anelli, per il quale «la situazione va monitorata nelle prossime settimane e se dovessero aumentare i casi di Covid tra il personale sanitario il richiamo andrebbe fatto a tutta la categoria in tempi più rapidi». «Decisioni risolutive» le chiede anche il presidente del sindacato Nursing up, che parla di situazioni «non del tutto chiare» riferendosi ai focolai divampati al Sant' Eugenio di Roma, all'Ospedale dei Castelli romani e nella sala operativa del 118 a Palermo. Spie rosse accese che segnalano la necessità di rifare il pieno di anticorpi agli antesignani della vaccinazione.

Silvia Turin per corriere.it il 19 settembre 2021. Israele ha approvato già dal 30 luglio la somministrazione di una terza dose (richiamo) del vaccino Pfizer a persone di età pari o superiore a 60 anni e che avevano ricevuto una seconda dose di vaccino almeno 5 mesi prima. Come successo in inverno e in estate con i dati sull’efficacia vaccinale, il Paese anticipa il futuro di quel che succederà con il vaccino (e con la terza dose), anche se ogni nazione ha delle peculiarità che influenzano i risultati e che rendono i dati non direttamente e totalmente applicabili a ogni realtà.

La terza dose agli anziani. Il primo studio sulle terze dosi in Israele è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine il 15 settembre e mostra che la terza dose raggiunge lo scopo: chi è stato vaccinato ha avuto 19 volte meno probabilità di avere una grave malattia da Covid rispetto a chi è stato vaccinato con due dosi e la probabilità di contagiarsi è scesa di 11 volte. I dati vengono dal database del Ministero della Salute israeliano e riguardano 1.137.804 persone di età pari o superiore a 60 anni e che erano state completamente vaccinate 5 mesi prima, monitorate nel periodo dal 30 luglio al 31 agosto 2021. Nell’analisi primaria, gli studiosi hanno confrontato il tasso di infezioni Covid e il tasso di malattia grave tra coloro che avevano ricevuto la terza dose almeno 12 giorni prima (gruppo di richiamo) e coloro che non avevano ricevuto la terza dose, ma erano completamente vaccinati. Nell’analisi secondaria è stato valutato il tasso di infezione da 4 a 6 giorni dopo la terza dose, rispetto al tasso di almeno 12 giorni dopo il richiamo. 

Efficacia «tornata» al 95%. I risultati hanno mostrato che nel gruppo vaccinato con la terza dose da almeno 12 giorni, il tasso di infezione era inferiore di 11,3 volte, il tasso di malattia grave era inferiore di un fattore di 19,5. Nell’analisi secondaria il tasso di infezione confermata almeno 12 giorni dopo la vaccinazione era inferiore al tasso dopo 4-6 giorni di un fattore di 5,4. Ogni giorno durante il periodo da 12 a 25 giorni dopo aver ricevuto la terza dose, il «gruppo di richiamo» ha avuto un tasso di infezione confermata inferiore a quello del gruppo «senza richiamo» di un fattore da 7 a 20. Gli studiosi spiegano che la terza dose, in presenza di variante Delta, riporta l’efficacia del vaccino tra i soggetti che hanno ricevuto il richiamo a circa il 95%, un valore simile all’efficacia del vaccino «originale» riportata contro la variante Alfa. 

Il programma e le domande senza risposta. Israele adesso ha esteso il programma di richiamo all’intera popolazione adulta. In Italia la terza dose viene prevista per chi è a rischio di sviluppare grave Covid: chi ha una serie di patologie (persone fragili) o a rischio professionale (sanitari). Le somministrazioni partiranno lunedì. La domanda che deve avere ancora risposta adesso è quanti mesi durerà l’effetto benefico della terza dose.

In Italia partita la somministrazione della terza dose del vaccino. Terza dose di Pfizer: dopo 4 mesi ridotta la protezione contro i ricoveri. Redazione su Il Riformista il 19 Settembre 2021. Il Comitato scientifico della Food and Drug Administration (Fda), l’autorità regolatoria degli Stati Uniti, si è espresso e ha detto ‘sì’ alla terza dose di Pfizer per le persone fragili o che hanno più di 65 anni di età a partire dai sei mesi dopo la seconda dose. Si tratta solo di una raccomandazione e il verdetto definitivo della Fda arriverà la prossima settimana. Al momento, per il resto della popolazione Usa, non è prevista la terza somministrazione del vaccino anti Covid-19. Cruciale per questa decisione la pubblicazione della raccomandazione del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie su alcuni dati che indicano che il livello di protezione contro i ricoveri: le persone che hanno ricevuto il vaccino Pfizer vedono la copertura dal virus ridotta nei quattro mesi successivi alla vaccinazione completa.

Ricoveri. Secondo gli studi del Cdc, da due settimane dopo la seconda dose Pfizer a quattro mesi dopo, le persone sono protette da ospedalizzazioni al 91 per cento. Dopo i 120 giorni dalla somministrazione della seconda dose, l’efficacia del vaccino contro i ricoveri scende al 77 per cento. Discorso diverso per il siero Moderna, che non ha mostrato una diminuzione comparabile nello stesso lasso di tempo. Dopo quattro mesi, infatti, l’efficacia contro la malattia grave è stata valutata al 92 per cento: un livello uguale all’efficacia raggiunta subito dopo la somministrazione (il 93 per cento). Il vaccino Moderna ha anche prodotto livelli di anticorpi post-vaccinazione più elevati rispetto agli altri due vaccini. Lo studio ha preso in considerazione 3.689 persone senza condizioni di immunocompromissione, ricoverate in 21 ospedali statunitensi in 18 Stati dall’11 marzo al 15 agosto; tra questi sono compresi cento volontari sani arruolati in tre ospedali, dopo un periodo che va dalle due alle sei settimane successivo alla vaccinazione completa.

La terza dose in Italia. La settimana scorsa in Italia è partita la somministrazione della terza dose del vaccino per le persone immunodepresse e per coloro che hanno subito un trapianto di un organo solido. La volontà delle autorità sanitarie nazionali è quella di tutelare la popolazione a fronte della dilagante diffusione della variante Delta. In Italia i dati dell’ultimo monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), pubblicati venerdì, mostrano numeri incoraggianti: un’efficacia contro le ospedalizzazioni dei vaccini del 93,1 per cento e contro il ricovero in terapia intensiva del 95,4 per cento (periodo 4 aprile-12 settembre).

Michele Bocci per repubblica.it il 9 settembre 2021. E' arrivato il via libera di Aifa alla terza dose di vaccino per certe categorie di cittadini. La Cts, Commissione tecnico scientifica, dell'agenzia del farmaco ha iniziato la discussione sul tema martedì scorso e ha avuto bisogno di un po' più tempo del previsto per giungere alla conclusione, comunque scontata. Si è parlato delle categorie per le quali autorizzare una nuova somministrazione. L'indicazione, comunque, è quella di fare la terza dose non prima di sei mesi dopo la seconda somministrazione. Va detto che già prima che gli esperti che si occupano dell'approvazione dei farmaci iniziassero il loro lavoro, già in molti avevano detto che a partire da questo settembre si faranno le terze dosi a persone con problemi al sistema immunitario (provocati ad esempio da trapianti e cancro), poi ad anziani, in particolare over 80 e ospiti delle Rsa, e infine al personale sanitario. Lo stesso ministro alla Salute Roberto Speranza aveva detto martedì, alla conclusione del G20 a Roma, che si sarebbero certamente fatte le terze dosi. Stessa cosa ha poi fatto il commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo. I tecnici dunque hanno seguito la stessa linea. L'Italia si muove dunque prima che arrivi un parere sul punto di Ema, l'agenzia regolatoria europea, che ha spiegato di avere bisogno ancora di alcune settimane per concludere uno studio specifico sulla terza dose, nel quale sono arruolate 300 persone. Anche l'agenzia europea prende in considerazione la nuova somministrazione solo dopo sei mesi dalla seconda. E Marco Cavaleri, responsabile della strategia sui vaccini dell'agenzia europea, ha detto che le autorità nazionali "possono procedere in ogni caso con piani per somministrare dosi addizionali o richiami di vaccino, come misura proattiva per proteggere la salute pubblica, prima che una decisione da parte del regolatore possa essere presa. Questo tipo di decisioni sono pienamente comprese dall'Agenzia nel contesto di emergenza in cui siamo".

Paolo Russo per “La Stampa” il 9 settembre 2021. L'ok dell'Aifa alla terza dose arriverà ad ore e riguarderà solo i vaccini a Rna messaggero, quindi per ora Pfizer e Moderna, anche per chi fino adesso ha fatto AstraZeneca o Johnson&Johnson. Un via libera che arriva dopo la lettura da parte dei tecnici del ministero della Salute dei dati israeliani, non ancora pubblicati, sull'efficacia del richiamo aggiuntivo nella popolazione fragile, che ha visto crescere a oltre il 90% la protezione dal semplice contagio e tra il 95 e il 100% quella da forme gravi di malattia. Da qui la decisione di rompere gli indugi, senza attendere le versione aggiornata dei vaccini in funzione anti-Delta, in fase di sperimentazione ma che non vedranno luce prima della fine dell'anno. E mentre l'Aifa accende il semaforo verde, al ministero della Salute si danno gli ultimi ritocchi al piano per la somministrazione del «booster», come i tecnici chiamano l'ulteriore richiamo, che già a partire da fine mese verrà somministrato a circa tre milioni di immunodepressi, «compresi quelli che hanno ricevuto da poco la seconda dose, perché questo non è da considerare un richiamo ma il completamento del ciclo vaccinale per chi ha un sistema immunitario in qualche misura compromesso», spiega un super tecnico del ministro Speranza. Quindi per ottenere la terza dose non bisognerà attendere i sei mesi che erano stati indicati come tempo certo di durata della difesa anticorpale, velocizzando non poco le operazioni, che andranno avanti di pari passo con il proseguimento della campagna tra chi non è ancora immunizzato. Alla lista degli eventi diritto al «booster» stanno lavorando Salute e Cts, che per certo danno al momento l'avvio dell'operazione per gli immunodepressi. Ai quali dovrebbero poi far seguito a novembre i 570 mila ospiti e dipendenti delle Rsa, tra i quali si stanno già diffondendo nuovi focolai. A seguire, ma sempre entro l'anno, sarà la volta dei 4,4 milioni di over 80, in parte già ricompresi nella categoria degli «immunocompromessi», come li ha definiti il generale Figliuolo. Infine dovrebbe essere il turno del milione e 900 mila operatori della sanità. Operazione complessa, perché rischia di rallentare l'erogazione delle prestazioni sanitarie, dove le liste di attesa si sono allungate e di molto, con il blocco delle attività ordinarie imposto dalla pandemia. Per questo al ministero della Salute si aspettano i dati degli studi in corso sulla durata della copertura vaccinale prima di dare il via libera all'operazione. Che nel 2022 dovrebbe interessare via via tutto il resto della popolazione, procedendo per fasce di età come è avvenuto per le prime due dosi. Intanto a fine mese inizieranno a mostrare il braccio per la terza puntura i tre milioni che hanno in qualche modo compromesso il funzionamento del loro sistema immunitario. Quindi non soltanto affetti da Hiv, trapiantati e malati oncologici sottoposti a chemioterapia da non più di sei mesi. Ma anche le tante persone affette da malattie autoimmuni che hanno dovuto sottoporsi a terapie a base di immunosoppressori, diabetici e cardiopatici gravi, grandi obesi, pazienti con malattie neurologiche e cardiovascolari importanti, malati di fibrosi cistica o con funzionalità renale e respiratoria compromesse. Con qualche ritocco più o meno la lista dei pazienti fragili da immunizzare prioritariamente secondo il primo piano vaccinale. Spetterà alle strutture sanitarie che li hanno eventualmente in carico contattare questi pazienti per avviarli alla terza dose. Che dovranno prenotarsi da soli in caso contrario, sperando che la lista integrale degli aventi diritto venga pubblicata in bella evidenza e senza far ricorso a terminologie scientifiche delle malattie sconosciute ai più. Chi non è assistito in regime di day hospital o day service dovrà fare ancora riferimento agli hub vaccinali, che dovrebbero però sempre più essere affiancati da medici di famiglia e pediatri. Sperando che questa volta le dosi non arrivino ai loro studi con il contagocce.

Anticipato il parere dell'Ema. Terza dose del vaccino anti-Covid, Aifa dà l’ok: priorità agli immunodepressi, richiamo dopo sei mesi. Redazione su Il Riformista il 9 Settembre 2021. Via libera dalla Commissione tecnico scientifica dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, alla terza dose per la vaccinazione anti-Covid. La priorità sarà data in una prima fase ad alcune categorie: immunodepressi, anziani (più di 80 anni), personale nelle RSA e infine il personale sanitario. Una decisione, quella dell’Aifa, che non sorprende e che di fatto era già stata anticipata dal ministro della Salute Roberto Speranza nel corso del G20 a Roma, dove il ministro aveva sottolineato che si sarebbero certamente introdotte le terze dosi di vaccino anti-Covid. La somministrazione dovrebbe iniziare, per le categorie più a rischio come gli immunodepressi, ad esempio pazienti oncologici e trapiantati, già a fine settembre. Secondo un primo ‘calendario’ il governo dovrebbe quindi procedere nel mese di dicembre col richiamo contro il Covid-19 per gli over 80, circa 4 milioni di persone, compresi gli ospiti delle Rsa. Quindi a gennaio e febbraio del 2022 toccherà agli operatori sanitari, circa 2 milioni di persone. Nei prossimi gironi è invece atteso anche il parere dell’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, che la scorsa settimana ha avviato la valutazione della domanda presentata da Pfizer-BioNTech. Proprio dall’Ema Marco Cavaleri, responsabile della strategia sui vaccini dell’Agenzia europea, aveva invitato i vari Paesi a procedere con “piani autonomi per somministrare dosi addizionali o richiami di vaccino”, indicazione prontamente eseguita dall’Italia. Quanto alle tempistiche, la somministrazione della terza dose avverrà sei mesi dopo la seconda e riguarderà i soggetti con età superiore a 16 anni. Discorso diverso invece per immunodepressi e i trapiantati che invece dovranno ricevere il terzo richiamo dopo almeno 28 giorni dalla seconda iniezione. Secondo le indicazioni dell’Agenzia i vaccini da utilizzare per il nuovo richiamo dovranno essere quelli a mRna e quindi Pfizer e Moderna.

LE PAROLE DI FIGLIUOLO – Sulla questione è intervenuto oggi il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario all’emergenza Covid-19, in occasione della sua visita all’ospedale di Piacenza. “Stiamo affinando le platee per poter dare un richiamo a coloro i quali ne hanno più necessità che, in questo momento, sono quello che clinicamente sono chiamati immunocompromessi. Verrà quindi dato loro un booster e si stima una platea di circa tre milioni di persone”, ha spiegato il commissario. “Ho sentito questa mattina il ministro della Salute, Roberto Speranza: stiamo chiudendo i protocolli, poi il Cts dell’Aifa, che è l’organo competente, darà le sue indicazioni credo entro la fine della settimana – ha specificato Figliuolo -. Poi, entro il mese di settembre, partiremo con questo richiamo. Aspettiamo poi le indicazioni del Cts per vedere di fare una terza dose per super anziani, fragili, le persone nelle residenze sanitarie assistenziali o nelle Cra e chi è in prima linea”.

Speranza, da Aifa ok a terza dose. (ANSA il 9 settembre 2021) "Aifa oggi ha chiuso il suo lavoro sulla terza dose e in questi minuti è in corso il Cda di Aifa e Aifa ha dato il via libera alla terza dose con un percorso: partiremo dai più fragili che dopo due dosi non hanno protezione necessaria. Ci sarà poi una circolare del ministero in merito". Così il ministro della Salute Roberto Speranza al festival della salute. "Dopo la prima fascia partiremo dai primi che sono stati vaccinati: mettere in sicurezza le Rsa è una priorità e poi dobbiamo salvaguardare gli over-80 ed il personale sanitario. Riconfermo che sulla disponibilità di dosi non abbiamo difficoltà. Possiamo garantire la terza dose" (ANSA). 

Da ilgiorno.it il 9 settembre 2021. L'annuncio era arrivato direttamente dal ministro Roberto Speranza durante la conferenza stampa finale del G20 della Salute: "La terza dose in Italia ci sarà, partiremo sicuramente già a settembre per le persone che hanno fragilità di natura immunitaria", aveva sottolineato. Ora ecco un altro passo in avanti. Il Consiglio di Amministrazione dell'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), convocato in via d'urgenza, "ha approvato all'unanimità l'utilizzo di una dose aggiuntiva di vaccino contro il Covid". 

Terza dose, chi ne avrà diritto. L'ok dell'Aifa alla terza dose riguarda soggetti con immunosoppressione grave, in accordo alla valutazione del medico curante, quali ad esempio trapiantati, oncologici, dializzati, oltre che gli anziani (over 80) e i ricoverati nelle Rsa". Lo rende noto l'Aifa in un comunicato. Per gli operatori sanitari, il richiamo "è previsto in condizioni di particolare esposizione a rischio".

Quali vaccini saranno usati. Per i richiami, sempre tenendo presente le indicazioni espresse dalla Commissione tecnico scientifica dell'Aifa, verranno utilizzati i vaccini a mRna, ovvero le dosi Pfizer e Moderna. 

Le tempistiche. La terza dose di richiamo del vaccino anti-Covid dovrebbe essere somministrata "almeno dopo 28 giorni" dalla seconda dose per quanto riguarda i soggetti immunodepressi e i trapiantati. Il richiamo andrebbe invece effettuato "almeno dopo sei mesi" per le altre categorie indicate, ovvero grandi anziani, ospiti delle Rsa e personale sanitario a rischio. 

Dati da valutare. Nel parere della Commissione Aifa sulla terza dose non è inclusa la popolazione generale perché per la valutazione del richiamo sulla popolazione più ampia sono attesi ulteriori dati. A precisarlo è la stessa Aifa. Nel provvedimento, spiega, "non viene inclusa la popolazione generale in attesa che Ema valuti i dati forniti dalle aziende produttrici dei vaccini. L'estensione di tale misura a livello nazionale, assunta in anticipo rispetto alla posizione Ema, si configura come importante atto di sanità pubblica per la tutela della popolazione più esposta a forme gravi di Covid".

Il ministro Speranza. "Aifa oggi ha chiuso il suo lavoro sulla terza dose. C'è il via libera con un percorso delineato: partiremo dai più fragili che dopo due dosi non hanno la protezione necessaria. Ci sarà poi una circolare del Ministero in merito", così il ministro della Salute Roberto Speranza. "Dopo la prima fascia partiremo dai primi che sono stati vaccinati: mettere in sicurezza le Rsa è una priorità e poi dobbiamo salvaguardare gli over 80 ed il personale sanitario. Riconfermo che sulla disponibilità di dosi non abbiamo difficoltà. Possiamo garantire la terza dose".

FRANCESCO PAOLO FIGLIUOLO. "Siamo pronti. Posso dire che le dosi ci sono, ne abbiamo in maniera più che sufficiente per poter fronteggiare questo richiamo". Lo ha detto il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario per l'emergenza Covid, al termine della visita all'ospedale di Piacenza. "Gli scienziati - ha spiegato - parlano di un richiamo con vaccini Pfizer e Moderna: a livello tecnico ci stiamo già muovendo, stiamo mettendo a punto gli ultimi dettagli sui sistemi informatici poi daremo le indicazioni alle Regioni e alle Province autonome per far scattare la campagna". 

"L'obiettivo è raggiungere il 40% della popolazione mondiale entro il 2021". Patto di Roma sui vaccini approvato all’unanimità: “Terza dose al via già da settembre”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Settembre 2021. È stato approvato all’unanimità il cosiddetto Patto per Roma: un accordo sui vaccini, la loro distribuzione e diffusione, raggiunto nell’ambito del G20 della Salute che si è tenuto nella Capitale. “Da Roma un messaggio al mondo contro il covid – ha annunciato il ministro della Salute Roberto Speranza – L’anno scorso il G20 si chiuse senza una dichiarazione approvata. Lavoreremo per contrastare il covid che è ancora un nemico insidioso. Noi dobbiamo assumere impegni di bilancio che poi non possono diventare una camicia di forza, noi vogliamo portare il vaccino in tutto il mondo, faremo tutti gli investimenti necessari”. La due giorni del summit ai Musei Capitolini. Lo scorso 31 agosto la Commissione Europea ha fatto sapere che il 70% della popolazione adulta ora è completamente vaccinato: oltre 256 milioni di persone nell’Unione Europea hanno completato il ciclo. A preoccupare è più la differenza con l’Est Europa: gli ultimi dati del Centro Europeo per il controllo delle malattie Ecdc ha sottolineato, aggiornati al 29 agosto, riportava il 20% in Bulgaria, il 32,3% in Romania, il 46,4% in Lettonia, il 47,7% in Croazia, il 49,4% in Slovacchia, mentre a Malta il 91%, in Irlanda l’87,6%, in Portogallo l’83,2% come in Belgio, in Francia il 75,2%, in Germania il 72,2% e in Italia il 70,1%. Ad alzare l’asticella a Est solo l’Ungheria al 65,1%, grazie anche al vaccino russo Sputnik non approvato comunque dall’Agenzia Europea del Farmaco (Ema), e la Polonia al 58,1%. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Ghebreyesus ha dichiarato che “l’Africa ha la copertura vaccinale più bassa, con il 2%. Questo è inaccettabile”. Spesso sono scetticismo e i No Vax a incidere più che la distribuzione. Speranza sostiene che tra i Paesi ci sono “distanze sbagliate e non sostenibili”. Perciò il G20 si è impegnato a intervenire per potenziare la distribuzione anche in collaborazione del programma Covax e favorendo la produzione sul posto. “In linea con l’Oms, sosteniamo l’obiettivo di vaccinare almeno il 40% della popolazione globale entro la fine del 2021. Riaffermiamo l’impegno dei nostri Leader al Global Health Summit per rafforzare le capacità produttive locali e regionali, sviluppare una capacità regolatoria regionale e promuovere standard minimi di qualità dei prodotti medicali”, hanno affermato i ministri della Salute del G20 nella Dichiarazione Finale. Le azioni chiave focalizzate riguardano quattro aree prioritarie: “Ripresa sana e sostenibile; costruire resilienza One Health; risposta coordinata e collaborativa; vaccini, terapeutici e diagnostici accessibili”. Speranza ha anche dichiarato che l’intenzione è di insistere nell’approccio One Health, ovvero globale, “guardando a esseri umani, animali e ambiente come un unico ecosistema”. Quindi i Paesi del G20 si sono impegnati a portare i vaccini anche nei Paesi più fragili. La conferenza stampa è stata anche occasione di annunci per quanto riguarda la situazione in Italia, dove nel frattempo si sono superate le 79 milioni di somministrazioni per oltre 38 milioni 790mila persone che hanno completato il ciclo, il 71,82% della popolazione over 12 anni. Il ministro ha annunciato che “la terza dose in Italia ci sarà, partiremo già da settembre con pazienti fragili come gli oncologici o i trapiantati. Su questo punto già Ema e Ecdc si sono espresse. Dunque già nel mese di settembre partiranno in Italia queste prime terze dosi, poi analizzeremo per proseguire con gli over80 e residenti Rsa e personale sanitario, che sono le prime categorie che hanno ricevuto il vaccino e da quale si partirà”. Prevista prossimamente anche l’estensione del Green Pass, la certificazione che attesta la vaccinazione, la guarigione o un tampone negativo. L’Ema ha intanto avviato un’indagine su una terza dose di vaccino Pfizer BioNTech, da somministrare sei mesi dopo la seconda dose, a 16enni e over 16. L’esito è atteso nelle prossime settimane.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Vaccino, il genetista Mauro Giacca: "Così il siero ripara il cuore dopo l'infarto", la più straordinaria scoperta. Andrea Cappelli su Libero Quotidiano il 03 settembre 2021. Covid, quale autunno ci aspetta? A dare una risposta alla questione cruciale dei nostri giorni saranno il genetista Mauro Giacca (ordinario al King' s College di Londra) e il presidente Aifa Giorgio Palù, con un dialogo nell'ambito del Link Festival che avrà luogo oggi alle 18 alla Fincantieri Newsroom di piazza Unità a Trieste. In attesa del convegno, lo scienziato di fama internazionale Mauro Giacca anticipa a Libero alcuni spunti interessanti sul tema. Assieme alla sua équipe, infatti, il prof. Giacca sta verificando la possibilità di utilizzare la modalità di inoculazione dei vaccini Pfizer e Moderna per curare patologie diverse dal Covid, come la rigenerazione di un cuore infartuato.

Il vaccino anti- Covid ripara anche il cuore?

«Per completezza è corretto specificare che non il vaccino quanto le tecniche di somministrazione dei vaccini Pfizer e Moderna possono essere impiegate anche per rigenerare il cuore. Una scoperta straordinaria, considerato che al mondo ci sono più di 60 milioni di persone che soffrono di scompensi cardiaci».

In che modo queste tecniche rigenerano il cuore?

«Una breve premessa. Nella nostra formazione genetica esistono dei geni che hanno funzione di produrre piccole molecole di RNA chiamate microRNA. Dei circa 2000 micro-RNA che esistono, alcuni sono in grado di stimolare la riparazione cardiaca. La tecnica Pfizer e Moderna si basa su sferette di lipidi (grassi) che contengono RNA messaggero, in grado di codificare la proteina Spike del virus. Noi non facciamo altro che prendere le stesse "sferette" e inserire al loro interno un microRNA, che entra nelle cellule cardiache spingendole a replicarsi. Il processo porta alla rigenerazione del cuore dopo un infarto.

Interessante.

«Ma anche sul Covid stiamo facendo importanti scoperte...».

Ci spieghi.

«L'équipe del King' s College che ho l'onore di guidare ha scoperto che la Niclosamide, un comune farmaco antiparassitario, potrebbe risultare efficace nell'arresto della fusione cellulare, indotta dalla proteina Spike del coronavirus. Questo farmaco (che in India è in fase avanzata di sperimentazione) non solo impedisce la replicazione del virus ma ne blocca anche i danni che quest' ultimo arreca all'organismo».

Cosa dobbiamo aspettarci in autunno?

«Se la gente continuerà a vaccinarsi sia la diffusione del virus che il suo impatto saranno ridotti. Con ogni probabilità ci sarà comunque un leggero aumento dei contagi ma a livello individuale i vaccini dovrebbero garantire un'adeguata protezione, riducendo la gravità della malattia».

Si parla di una terza dose. Che ne pensa?

«Probabilmente la terza dose è indispensabile, a partire dalle persone fragili e da chi si è vaccinato prima, come gli operatori sanitari. Stiamo osservano che per chi si è sottoposto al vaccino a inizio anno l'immunità comincia un poco a calare...Per questo ritengo che a un anno di distanza dalla prima inoculazione sia utile procedere con la terza dose».

Come agire nei confronti dei No vax?

«Una piccola percentuale di loro è "perduta": non rinuncerà alle sue convinzioni. Ma la maggioranza è semplicemente male informata. I cosiddetti No vax non sono né stupidi né ignoranti, molti di loro sono laureati. Dobbiamo convincerli trasmettendo loro informazioni corrette».

Quando torneremo alla vita pre Covid?

«Possiamo cercare di tornare a fare una vita normale senza rinunciare, per ora, alla mascherina. Il nostro traguardo è tornare al cinema, allo stadio e alla socialità conservando le giuste precauzioni, facendo tesoro di questa esperienza». 

Vaccini, che fine ha fatto AstraZeneca: nessuno lo vuole più, le fiale stanno per scadere e molte sono finite nel cestino. Elena Dusi su La Repubblica il 27 agosto 2021. Ricordate quando c’era AstraZeneca? Con i Nas che ispezionavano i magazzini della Catalent di Anagni, la ditta che infialava il vaccino, sospettando accaparramenti del prezioso prodotto. E con il premier Draghi che col pugno di ferro bloccava l’export in Australia. Oggi invece perfino la sentenza della Corte Europea che imponeva alla casa farmaceutica la consegna di 80 milioni di dosi è rimasta lettera morta. Quel vaccino sembra esser diventato ingombrante. Non lo chiede più nessuno stato. In Italia da inizio luglio non ci sono consegne. Le 585mila dosi settimanali somministrate a fine giugno, quando pure il problema delle trombosi era emerso da un paio di mesi, si sono ridotte a 26mila oggi: quasi tutti richiami. Il Lazio ha dichiarato che esaurite le scorte procederà solo con i vaccini a Rna, Pfizer e Moderna. Diverse Regioni hanno restituito le fiale al commissario per il Covid Francesco Figliuolo. Il governo all’inizio di agosto ha donato 1,4 milioni di dosi alla Tunisia. Il problema riguarda anche Johnson&Johnson. A metà luglio quasi metà delle fiale di questo vaccino era ferma in frigorifero. Peccato che i vaccini contro il Covid scadano. La durata di AstraZeneca ad esempio è di sei mesi, come Pfizer e Moderna (sono quattro per Johnson&Johnon). Per evitare di ritrovarsi con dosi inutilizzabili, il Canada ha per esempio scelto la soluzione più facile: estenderla di un mese. Lo stesso hanno deciso gli Stati Uniti con Johnson&Johnson, valido sei settimane in più per decreto. L’Olanda ha fatto la scelta del cestino, suscitando l’ira via twitter del medico vaccinatore dell’università di Leida Dennis Mook-Kanamori, ripreso dal Washington Post: “E’ deplorevole, arrogante, egoista!! Il ministero della salute ha deciso consapevolmente di buttare via 200.000 vaccini AstraZeneca che avrebbero potuto essere usati per Covax. Mi fa star male!!!”. Covax è il programma dell’Oms per portare le fiale nei paesi poveri. Né quello olandese è l’unico esempio di vaccini sprecati. Richard Mihigo, direttore del dipartimento vaccini dell’Oms, ufficio Africa, il 15 luglio ha denunciato la distruzione di 450mila dosi di vaccini scaduti in 9 paesi del continente, in maggior parte AstraZeneca. La causa: il ritardo della spedizione da parte dei paesi donatori. Con le fiale spedite a metà marzo ormai prossime alla scadenza (13 aprile), i paesi non sono riusciti a distribuirle in tempo. Il Malawi, per rassicurare la popolazione che le dosi scartate non sarebbero state usate, le ha bruciate pubblicamente a maggio. Un rogo che parla dell’ingiustizia della campagna di immunizzazione nel mondo, con una copertura media del 58% nei paesi sviluppati e del 2% in quelli poveri. Gli Stati Uniti nel frattempo tengono in frigo, perché una quota della popolazione è riluttante, 26 milioni di dosi inutilizzate. Il paese ha acquistato in tutto 1,4 miliardi di dosi (non tutte ancora consegnate): abbastanza per arrivare al quarto richiamo. I vari giornali degli stati hanno riferito di 65mila dosi buttate in Alabama, 81mila in Iowa e 110mila in Georgia. Una ricostruzione degli sprechi di vaccini nel mondo è appena arrivata dalla rivista medica British Medical Journal. Secondo l’articolo, Germania, Gran Bretagna, Canada, Lituania, Polonia, Romania e Israele hanno già dovuto gettar via una quota dei loro vaccini troppo vecchi. Israele in particolare a giugno è stata accusata dall’Autorità Palestinese di volergli donare fiale Pfizer ormai quasi scadute. La cessione è stata cancellata su richiesta dei palestinesi. Riguardava 1,4 milioni di dosi valide in parte fino alla fine del mese, in parte fino a fine luglio. Israele ha ammesso che la scadenza era vicina, ma ha ricordato che le fiale erano sicure fino a quella data, e lei stessa le stava usando per immunizzare gli adolescenti. Un tentativo di cedere quegli stessi vaccini alla Gran Bretagna è fallito subito dopo per non precisate “ragioni tecniche”, spiega sempre il British. Solo la Corea del Sud, a metà luglio, ha accettato la metà del lotto ancora valida, 700mila dosi, avendo una copertura ancora molto bassa e una nuova ondata del virus in corso, per cercare di proteggersi in zona Cesarini.

Bloccate dal Giappone 1,6 milioni di dosi di vaccino Moderna: "Fiale contaminate". La Repubblica il 26 agosto 2021. Lo stock fermato è stato prodotto in Spagna. La sospensione dell'uso del vaccino inizia oggi. Richiesta un'indagine urgente. Dopo le segnalazioni di contaminazione in diversi lotti di vaccino Moderna il Giappone ha bloccato l'uso di 1,63 milioni di dosi. Lo hanno reso noto il produttore di farmaci Takeda e il ministero della Salute. Takeda, responsabile delle vendite e della distribuzione di Moderna in Giappone, ha affermato di aver "ricevuto segnalazioni da diversi centri di vaccinazione secondo cui sono state trovate sostanze estranee all'interno di fiale non aperte di lotti specifici". La partita sotto indagine è stata prodotta in Spagna. "Inoltre - ha poi spiegato il distrubutore giapponese - previa consultazione con il ministero della salute, abbiamo deciso di sospendere l'uso del vaccino dal lotto dal 26 agosto". L'azienda ha dichiarato di aver informato Moderna e di aver "richiesto un'indagine urgente". L'azienda farmaceutica per ora non ha ancora risposto alla richiesta di commento sulla vicenda. Takeda non ha fornito dettagli sulla natura della contaminazione, ma ha affermato di non aver ricevuto finora alcuna segnalazione di problemi di salute derivanti dalle dosi interessate. Il ministero della Salute giapponese ha affermato che lavorerà con Takeda per garantire dosi alternative per evitare l'interruzione del programma di vaccini del paese, che è aumentato dopo un avvio a rilento. Circa il 43% della popolazione giapponese attualmente ha completato il ciclo vaccinale, ma il Paese sta combattendo un'ondata record di casi di virus a causa della variante Delta. Circa 15.500 persone sono morte di Covid-19 nel paese durante la pandemia e gran parte del Giappone è soggetta a restrizioni legate al virus.

Da leggo.it il 25 agosto 2021. Il richiamo del vaccino Johnson & Johnson genera un aumento degli anticorpi di 9 volte rispetto ai 28 giorni dopo la prima dose. Ad affermarlo è la casa farmaceutica J&J dopo aver condotto degli studi negli Stati Uniti e in Europa su 2000 partecipanti. I dati provengono da due studi di fase 2 condotti negli Stati Uniti e in Europa su 2000 partecipanti in previsione della potenziale necessità di un richiamo. I dati sono stati presentati in pre-pubblicazione su medRxiv. A luglio l'azienda aveva rilasciato i dati provvisori, pubblicati su New England Journal of Medicine, che dimostravano una risposta immunitaria stabile per otto mesi dopo l'immunizzazione. «Sappiamo che una singola dose del nostro vaccino genera risposte immunitarie forti e robuste che sono durevoli e persistenti per otto mesi - ha sottolineato Mathai Mammen, capo della Ricerca e Sviluppo di Janseen -. Con questi nuovi dati stiamo vedendo che una dose di richiamo del vaccino ai partecipanti allo studio, che erano precedentemente immunizzati con il nostro vaccino, aumenta ulteriormente le risposte anticorpali». J&J sta dialogando con l'Fda, i Cdc e l'Ema sulla necessità di offrire una dose di richiamo del vaccino Janssen. «Non vediamo l'ora di discutere con i funzionari della sanità pubblica della potenziale strategia per il nostro vaccino monodose, pensando ad un richiamo dopo otto mesi dalla prima dose».

(ANSA il 23 agosto 2021) La Food and Drug Administration (Fda) ha dato l'approvazione completa e definitiva al vaccino anti Covid della Pfizer. Finora è stato utilizzato grazie a un'autorizzazione d'emergenza. (ANSA).

Usa, il vaccino Pfizer è stato autorizzato definitivamente dalla Fda: cosa significa e cosa cambia ora? Federica Palman il 23/08/2021 su Notizie.it. Negli Usa, la Fda ha ufficialmente autorizzato il vaccino anti-Covid-19 prodotto da Pfizer/BioNTech. Finora era stato usato con autorizzazione d'emergenza. Il vaccino contro il Covid-19 Comirnaty della Pfizer/BioNTech è stato definitivamente approvato negli Stati Uniti dalla Food and Drugs Administration (Fda). Finora era stato utilizzato nel Paese grazie a un’autorizzazione d’emergenza concessa dall’ente governativo, che rimane per la fascia di età 12-15 e per la somministrazione della terza dose alle persone immunocompromesse. La Fda sta valutando inoltre di approvare il vaccino anti-Covid dell’azienda farmaceutica Moderna, anch’esso prodotto negli Stati Uniti.

Usa, il vaccino Pfizer è stato autorizzato definitivamente dalla Fda: possibile introdurre l’obbligo vaccinale. L’approvazione del vaccino Pfizer potrebbe far scattare l‘obbligo di vaccinazione per i dipendenti di diverse organizzazioni pubbliche e private. Il Pentagono ha annunciato che tutti i militari in servizio attivo saranno tenuti a immunizzarsi. United Airlines chiederà ai dipendenti una prova dell’avvenuta vaccinazione entro cinque settimane. Lo Stato dell’Oregon imporrà la copertura a tutti i lavoratori statali, così come faranno molte Università in Louisiana e Minnesota. Da New York,il sindaco Bill de Blasio ha dichiarato che gli insegnanti e il personale della scuola pubblica saranno tenuti a vaccinarsi. I responsabili sanitari federali e statali sperano inoltre che questo passo della Fda possa convincere i cittadini che ancora non si sono vaccinati a causa dello scetticismo dovuto all’autorizzazione d’emergenza.

Usa, il vaccino Pfizer è stato autorizzato definitivamente dalla Fda: la situazione in Europa. In Europa, la Commissione europea ha concesso l’autorizzazione per l’immissione in commercio condizionata (Cma) del vaccino messo a punto da BioNTech e Pfizer. Nel dicembre del 2020, l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) aveva raccomandato ai singoli Stati di rilasciare in modo provvisorio le Cma per i vaccini anti-Covid. L’Agenzia italiana del farmaco aveva recepito queste decisioni e autorizzato l’utilizzo di quanto approvato a livello europeo nel Paese.

Usa, il vaccino Pfizer è stato autorizzato definitivamente dalla Fda: cos’è l’autorizzazione per l’immissione in commercio condizionata. La Cma certifica la sicurezza, l’efficacia e la qualità del prodotto, così come che i benefici siano maggiori dei rischi, e consente agli sviluppatori del vaccino di presentare dati supplementari anche dopo questo tipo di autorizzazione (al contrario di quelle normali, che prevedono che i dati vengano presentati tutti prima del rilascio del prodotto). La Cma fornisce più garanzie rispetto a un’autorizzazione d’emergenza, che garantisce semplicemente l’uso temporaneo di un vaccino non autorizzato a determinate condizioni. Infatti, con la Cma tutti i controlli di farmacovigilanza e di fabbricazione, compresi quelli per i lotti per i vaccini e altri obblighi successivi all’approvazione, devono essere svolti in modo giuridicamente vincolante e vengono valutati periodicamente dai comitati scientifici dell’Ema. Inoltre, con la Cma è possibile, se necessario, ricorrere a un’azione normativa.

Le dosi soddisfano i 5 requisiti necessari per imporle con una legge. Via libera a vaccini obbligatori e green pass, respinti tutti i ricorsi: le 5 condizioni necessarie. Salvatore Curreri su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Per quanto interlocutoria, la decisione con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, lo scorso 24 agosto, ha provvisoriamente respinto la richiesta di 672 vigili del fuoco francesi di misure cautelari contro la legge che impone loro di vaccinarsi contro il Covid-19 s’inserisce in un sempre più consistente filone giurisprudenziale favorevole all’introduzione di simili obblighi. Tale decisione, infatti, fa seguito a quella – stavolta definitiva e per di più presa dalla Grande Camera della stessa Corte europea – che, lo scorso 8 aprile, ha respinto il ricorso di alcuni genitori contro la legge della Repubblica ceca che, come da noi, vieta l’iscrizione alla scuola d’infanzia ai bambini non vaccinati. In Francia il Consiglio costituzionale, lo scorso 5 agosto, non ha bocciato né l’obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari, né le limitazioni introdotte per chi non ha il c.d. green pass, ritenendole un ragionevole punto di equilibrio tra la tutela della libertà di circolazione e quella della salute collettiva. Nel nostro paese, i Tribunali di Belluno (23 marzo) e Modena (23 luglio), pronunciandosi sulle sospensioni dal servizio senza retribuzione adottate nei confronti di personale sanitario rifiutatosi di vaccinarsi contro il Covid-19 ancor prima che per costoro fosse introdotto il relativo obbligo (art. 4 decreto legge n. 44 del 1° aprile 2021), avevano comunque ritenuti tali provvedimenti fin da allora legittimi in forza dell’obbligo del datore di lavoro di garantire la salute e la sicurezza degli altri dipendenti e degli stessi pazienti. Ad analoga conclusione è pervenuto il Tar di Lecce (4 agosto), respingendo l’istanza cautelare di un dipendente dell’Asl di Brindisi sospeso dal servizio perché non vaccinato. Infine il Tribunale di Roma (28 luglio) ha ritenuto legittimo il provvedimento con cui un villaggio turistico (settore produttivo in cui non è previsto l’obbligo di vaccinazione) ha deciso di sospendere dall’attività e dalla retribuzione una dipendente dichiarata dal medico competente parzialmente inidonea a svolgere le sue mansioni perché non poteva “essere in contatto con i residenti del villaggio”. Il fatto che tutti coloro che hanno fatto ricorso al giudice, nazionale e no, per contestare la legittimità (costituzionale) degli obblighi vaccinali si sono visti puntualmente respingere le loro pretese non si deve alla #dittaturasanitaria-ordita-percomplotto-giudaicomassonico-daipoteriforti-edellecasefarmaceutiche-controlenostrelibertà – come (senza hashtag) avrebbe un tempo scritto la Fallaci per metterli alla berlina – ma, più semplicemente, per l’inconsistenza scientifica e giuridica degli argomenti opposti, frutto di una visione egoistica e individualista inevitabilmente recessiva di fronte all’interesse pubblico di contrastare la diffusione della pandemia da Covid-19. Come più volte chiarito dalla Corte costituzionale, trattamenti sanitari obbligatori collettivi, come sono le vaccinazioni, possono essere imposti dallo Stato per legge (il che permette la discussione parlamentare, e quindi pubblica, su di essi), alle seguenti cinque condizioni:

1) va preventivamente dimostrata in sede scientifica l’efficacia delle vaccinazioni nel prevenire e debellare malattie infettive e diffusive. Si obietta: i vaccini contro il Covid-19 sono in fase sperimentale per cui non possono essere imposti perché non se ne conoscono gli effetti a lungo termine. Replico: i vaccini sono stati approvati dalle autorità competenti italiane e straniere (v. da ultimo l’approvazione definitiva del Pfizer da parte della Food and drug administration Usa) in tempi più rapidi del previsto grazie a un sistema di revisione su scala mondiale e progressiva; in ogni caso che oggi la massima parte dei ricoverati e deceduti sia non vaccinata dimostra inequivocabilmente la loro efficacia. Infine, quanto agli effetti a lungo termine, costoro dovrebbero trovare il coraggio di spiegare ai parenti di quanti deceduti non vaccinati, che hanno fatto bene a non sottoporsi alla vaccinazione perché sperimentale…

2) la vaccinazione deve tutelare la salute non solo individuale ma anche collettiva. Essa infatti è legittima solo se diretta «non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale» (C. cost. 307/1990). Chi, appellandosi all’art. 32 Cost., oppone che non si possono introdurre trattamenti sanitari obbligatori lesivi del rispetto della persona umana dovrebbe dimostrare, contrariamente a ogni evidenza come sostenuto al punto 1), che ci troviamo di fronte a un trattamento sanitario a beneficio della salute della collettività ma a scapito di quella del singolo. Forse vale la pena ricordare a costoro che tale limite fu introdotto in Assemblea costituente, su proposta di Aldo Moro, per evitare che lo Stato potesse, come nel programma nazista Aktion 14, imporre pratiche sanitarie eugenetiche “per il miglioramento della razza” radicalmente lesive della dignità umana, come la soppressione o sterilizzazione obbligatoria degli handicappati e dei portatori di malattie ereditarie o l’uso di pazienti vivi per sperimentazioni mediche. Il che svela l’abnormità del paragone e la mancanza di senso di misura e di proporzioni di chi si appella a un simile limite.

3) la vaccinazione non deve incidere “negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle solo conseguenze che appaiono normali e, pertanto, tollerabili” (C. cost., 5/2018, 8.2.1) o siano comunque marginali e statisticamente inevitabili (C. cost., 118/1996, 4). Pertanto, le vaccinazioni non sono di per sé incostituzionali quando per eliminare una malattia infettiva comportano purtroppo il rarissimo ma inevitabile rischio di conseguenze di salute negative per chi vi si sottopone. In tali casi, infatti, il legislatore, pur essendo dinanzi a una “scelta tragica”, giacché «sofferenza e benessere non sono equamente ripartiti tra tutti, ma stanno integralmente a danno degli uni o a vantaggio degli altri» (C. cost., 118/1996), può privilegiare la salvezza dei molti rispetto al sacrificio dei pochi;

4) in forza di questa dimensione solidarista, chi, a causa di una vaccinazione subisce una menomazione permanente della propria integrità psico-fisica ha diritto a essere non solo risarcito ma anche indennizzato nonché a ricevere misure di sostegno assistenziale. Ciò a prescindere che la vaccinazione sia obbligatoria o promossa dalle pubbliche autorità in vista della sua capillare diffusione nella società. Difatti, così come il singolo espone a rischio la propria salute per un interesse collettivo, egualmente la stessa collettività deve essere disposta a condividere il peso delle eventuali remote conseguenze negative che egli può subire (C. cost. 27/1998). La tesi, amplificata dalla Meloni, per cui lo Stato non introduce l’obbligo vaccinale per non dover pagare indennizzi non è quindi vera.

5) infine, il sacrificio della libertà di autodeterminazione personale deve essere proporzionale e ragionevole rispetto all’interesse della collettività al non diffondersi della malattia. Pertanto, in un’ottica di bilanciamento tra mezzi e fini, la vaccinazione può essere dapprima solo raccomandata, poi prevista come onere o requisito obbligatorio temporaneo per chi vuole compiere determinate attività sociale o economiche (c.d. green pass), infine resa obbligatoria per tutti. Questa è esattamente la prudente strada finora perseguita da tutti i governi, compreso il nostro. Il rispetto di queste cinque condizioni fa sì che nulla osti sul piano costituzionale perché la strada finora percorsa venga completata, introducendo – se la maggioranza parlamentare lo riterrà opportuno – l’obbligo vaccinale per tutti. Salvatore Curreri 

Vittorio De Vecchi Lajolo per ilfattoquotidiano.it il 21 settembre 2021. Gad Lerner sostiene che i non vaccinati andrebbero “dichiarati fuori legge” esattamente come gli evasori fiscali. L’idea non è originalissima: ci aveva già pensato Roberto Burioni qualche mese fa a lanciare l’anatema dell’evasione fiscale, salvo poi invertire la rotta per definire i non vaccinati più sobriamente “sorci”. Più recentemente, Giuliano Cazzola ha invocato i cannoni di Bava Beccaris per fare piazza pulita dei no-vax, mentre Renato Brunetta auspica un progressivo “schiacciamento” (cit.) dei non vaccinati ai margini della vita sociale. Su tutto aleggia il soave monito del Presidente della Repubblica, secondo cui “non si può invocare la libertà per non vaccinarsi”. Pochi chilometri più a nord, in Germania, nessun partito sostiene l’obbligo vaccinale: anche Olaf Scholz, possibile futuro cancelliere, lo ha escluso categoricamente. La Frankfurter Allgemeine (il secondo quotidiano del paese, di orientamento liberal-conservatore) ad agosto pubblicava un articolo dall’eloquente catenaccio “Non è compito dello Stato proteggere il cittadino da se stesso”. Diversi costituzionalisti, tra cui il prof. Alexander Thiele dell’università di Gottinga ritengono che l’obbligo sarebbe giustificabile solo qualora il fenomeno epidemico divenisse completamente incontrollabile. Il 13 settembre 2021 la Süddeutsche (primo quotidiano del paese, di orientamento liberal-progressista) pubblica un articolo sulla recente decisione del governo federale di mettere il turbo alla campagna vaccinale creando centri vaccinali pop-up un po’ dappertutto (in autobus, allo zoo di Berlino, presso alcuni chioschi di kebabbari etc.) per convincere gli indecisi – tesi di fondo: è un errore aumentare la pressione, giusto invece migliorare informazione e disponibilità. Sulla stessa linea il telegiornale della prima rete televisiva pubblica ARD, in cui la psicologa e professoressa dell’università di Costanza, Katrin Schmelz, si spinge fino a sostenere che l’obbligo in queste condizioni sarebbe un errore, perché la propensione a vaccinarsi (ovviamente) è molto più alta quando esiste una scelta, che quando si è costretti ad adempiere ad un obbligo. La mascherina obbligatoria generalizzata (anche all’aperto) in Germania non è mai esistita. Ancora oggi, il green-pass all’italiana è completamente sconosciuto: non serve nel trasporto pubblico e neanche i lavoratori del settore sanitario sono soggetti a obbligo vaccinale (ma ad obbligo di tampone). E, naturalmente, nessuna persona si azzarda a definire pubblicamente i non vaccinati sorci, evasori fiscali, gente da mettere fuori legge, da schiacciare o da prendere a cannonate. Sarà perché in Germania ormai sono tutti vaccinati? No, anzi: “solo” il 62,7% della popolazione è completamente immunizzato[1], contro il 68% [2] di quella italiana. Allora forse in Germania non esistono no-vax? Falso anche questo, come dimostrano le manifestazioni (ben più frequentate degli sparuti drappelli di no-vax italiani) che hanno invaso Berlino, Stoccarda, Monaco, Amburgo e tante altre città. Allora si vede che in Germania ci sono meno casi, meno contagi e dunque il problema è percepito come meno urgente? No, anche su questo i numeri non mentono: secondo i dati più recenti, l’incidenza settimanale in Germania è di 76,3 casi per 100.000 abitanti contro i 64 dell’Italia. Forse che la legge tedesca non consente l’introduzione di un obbligo? Sbagliato: anche la legge fondamentale della Repubblica Federale – seppur in modo meno esplicito dell’art. 32 della Costituzione Italiana – riconosce la possibilità di introdurre un obbligo di vaccinazione per le categorie a rischio (che, in astratto, potrebbero anche coincidere con l’intera popolazione). Insomma, o la Germania [3] sta commettendo un azzardo spaventoso, oppure in Italia regna una psicosi collettiva. Sicuramente si fa largo un sospetto: che, semplicemente, non sia necessario spingersi a tali estremi. Forse la sensibilizzazione degli indecisi può avvenire sulla base di dati scientifici presentati in modo trasparente (cioè nell’unico modo che la scienza ammette) invece che sulla base di volgari – a mio avviso – invettive moraliste; forse nel dibattito pubblico è possibile dissentire senza perdere il rispetto che in una democrazia è dovuto a tutti, anche a chi sostiene posizioni estreme, assurde, non condivisibili; forse in un sana democrazia liberale il governo sostiene il cittadino a fare scelta consapevole invece di obbligarlo a seguire le sue direttive con paternalismo ottocentesco.

[2] Il dato del governo (oltre il 70%) si riferisce alla popolazione sopra i 12 anni. Sulla popolazione totale la percentuale è lievemente inferiore, intorno al 68%. [3] E non solo la Germania. Bisogna tener presente che nessun paese (salvo Indonesia e un paio di regimi autoritari centroasiatici) ha introdotto l’obbligo vaccinale contro il Covid (neanche la Cina), la Danimarca ha invece revocato tutte le misure di contenimento, nel Regno Unito il governo ha deciso di abbandonare l’idea del green-pass etc. In Italia, al contrario, due terzi della popolazione apparentemente sosterrebbero l’obbligo vaccinale.

Articolo su "El Pais" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 25 settembre 2021. Il ritmo della vaccinazione contro il Covid – leggiamo su El Pais - ha subito un rallentamento in molti paesi ricchi e, a differenza dei primi mesi della campagna di vaccinazione, quando ciò che mancava erano le fiale, ora mancano le braccia a cui iniettare il farmaco. In Spagna, più del 75% della popolazione ha già completato il programma di vaccinazione, ma questi alti livelli di copertura sono ancora una chimera in alcuni paesi vicini: gli Stati Uniti sono fermi a più del 50% e l'Italia a circa il 64%. La Francia è in testa con l'81%. Precisamente, mentre mezzo mondo lotta per procurarsi dei vaccini che sono ancora inaccessibili per loro, questi tre paesi, che hanno accumulato dosi inutilizzate, devono obbligare i loro cittadini a vaccinarsi. Con diversi gradi di severità, tutti e tre hanno optato per l'applicazione forzata: partendo dal più severo, l'Italia, che ha ordinato a tutti i lavoratori di essere vaccinati; alla direttiva degli Stati Uniti che impone la vaccinazione dei dipendenti federali; alla Francia, che ha ordinato agli operatori sanitari di essere vaccinati entro il 15 settembre. La polemica sulle vaccinazioni obbligatorie è inoltre balzata fuori dagli uffici scientifici e nelle strade: a Parigi, per esempio, gli attivisti anti-vaccini manifestano ogni sabato contro la direttiva del governo francese.

Italia: la prima nel mondo occidentale a renderlo obbligatorio

L'Italia è il primo paese del mondo occidentale a rendere la vaccinazione obbligatoria per tutti i lavoratori, una popolazione di circa 23 milioni di persone. La formula tecnica utilizzata evita, giustamente, di parlare di imposizione giuridica. Ma il decreto approvato dal governo di Mario Draghi giovedì scorso richiede il certificato verde che attesta di aver ricevuto il siero contro il covid-19 per poter lavorare: o come lavoratore autonomo o come dipendente in un'azienda. La garanzia sarà richiesta anche per l'assistenza domestica o i servizi a domicilio, come un idraulico. Queste categorie si aggiungono all'obbligo esistente di mostrare il pass verde in cinema, teatri, palestre e ristoranti. La misura, approvata all'unanimità dal Consiglio dei ministri, è stata accolta con favore anche dagli italiani. Nel centro di Roma, accanto alle rovine del Senato romano in Piazza Largo Argentina, il 28enne Daniel Polaco vende ogni giorno riviste e giornali nel suo chiosco. Nella piccola impresa lavorano lui, suo padre e un dipendente che ora dovrà anche ottenere un certificato verde. "Penso che sia giusto. Se stai a casa, non farti vaccinare, ma se esci, vai al ristorante o in palestra, devi farti vaccinare per motivi di sicurezza. Questa è una pandemia. Ed è vero che ogni lavoro è diverso. Se lo fai all'aperto, può sollevare dei dubbi, ma non puoi andare caso per caso”. All'inizio della pandemia, Polaco non la pensava così. Arrivò a dire che non si sarebbe fatto vaccinare. "Ho pensato che non c'era stato il tempo di studiarlo e di verificare che non ci fossero effetti collaterali. Ma ho vissuto in prima persona il dramma dei parenti morti e ho cambiato idea", dice. Le aziende si troveranno di fronte alla necessità di monitorare i loro lavoratori utilizzando un lettore di codici QR. I dipendenti che non rispettano la nuova regola saranno multati fino a 1.500 euro. Coloro che non hanno il certificato di vaccinazione saranno mandati a casa e, se non presentano il documento entro cinque giorni, saranno sospesi dal lavoro e dalla retribuzione. Marco Vitalli gestisce un negozio di abbigliamento in Via del Corso a Roma. Dodici persone lavorano su due turni. Il negozio è quasi sempre pieno di clienti e gli stessi impiegati ritengono che ci debba essere un controllo. Pietro Buonerba, che lavora nel negozio da quattro anni, non ha dubbi. "Ci sono 23 milioni di lavoratori in Italia. Se un piccolo gruppo decide di opporsi alla vaccinazione, ci mette tutti a rischio. Penso che la decisione sia valida, anche se può sollevare qualche dubbio sulla libertà di ognuno di agire come vuole. La situazione è estrema ed è importante agire in modo unito", dice. 

100 milioni di lavoratori colpiti negli Stati Uniti

La Casa Bianca ha ordinato ai dipendenti del ramo esecutivo e ai lavoratori federali di essere vaccinati contro il coronavirus, oltre a redigere un regolamento che richiederà lo stesso per le aziende con più di 100 dipendenti. "Sto esaurendo la pazienza", ha detto il presidente Joe Biden, annunciando la misura dopo che la variante delta del virus ha mandato i tassi di infezione in estate a livelli non visti da mesi, con più di 1.000 persone che muoiono ogni giorno, quasi tutte non vaccinate. In totale, quasi 100 milioni di lavoratori sono interessati, il che significa due terzi della forza lavoro statunitense. Tuttavia, la tradizione politica che prevale in questo paese, a cui ora si unisce la destra più recalcitrante sotto il marchio di Donald Trump, ha subito fatto scattare i campanelli d'allarme denunciando l'incostituzionalità del decreto presidenziale. La decisione del democratico è stata rapidamente contestata e in più di 24 stati i procuratori generali hanno fatto sapere alla Casa Bianca che se persiste nel renderla obbligatoria dovrà affrontare "azioni legali". La stragrande maggioranza di questi stati sono repubblicani e hanno un'alta incidenza di covid-19, come il Texas e la Florida. "È illegale", dice Marjorie Lansky, 52 anni, di Arlington, Virginia, a proposito dell'inoculazione obbligatoria. Il figlio della signora Lansky - Josh, un postino - è uno di quei casi che si trovano tra l'incudine e il martello: farsi vaccinare entro il periodo di grazia di 75 giorni concesso dall'amministrazione Biden o affrontare il licenziamento. L'unica eccezione per non rispettare l'ordine esecutivo di Biden è rivendicare motivi religiosi. Il figlio maggiore di Lansky non ne ha. Sua madre parla per lui e gli assicura che dovrà essere vaccinato anche se non lo ha fatto fino ad ora, per motivi puramente "personali" che non ha ancora specificato. Come Josh Lansky, circa 80 milioni di persone negli Stati Uniti hanno deciso di non essere vaccinati. Anche se il presidente ha avvertito che se "i governatori degli Stati non contribuiranno a fermare la pandemia" userà il potere conferitogli dalla presidenza, Biden è consapevole che non è possibile esigere la vaccinazione per tutti gli americani, poiché, dopo tutto, spetta a ogni Stato renderla obbligatoria. Con la Costituzione come testimone, che garantisce la sua libertà, e appellandosi alla separazione dei poteri, Jeff Cooper assicura che nessuno, nemmeno il presidente, può obbligarlo a sottoporsi all'ormai famoso colpo di pistola. "Siamo cavie nelle mani delle multinazionali farmaceutiche", dice il 48enne mentre lascia il suo lavoro al Dipartimento del Tesoro. Più del 53% degli americani ha ricevuto il corso completo di vaccini covid-19, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). 

Francia: Macron vince la scommessa dei certificati Covid

La data è finalmente arrivata: 15 settembre. E quel giorno, i pochi operatori sanitari in Francia che non avevano fatto almeno una prima vaccinazione hanno cominciato a usare ogni sorta di stratagemma per salvare il loro lavoro. Senza vaccinazione, secondo la legge annunciata dal presidente Emmanuel Macron il 12 luglio e adottata in agosto, gli operatori sanitari non vaccinati rischiano la sospensione del lavoro e della paga. Maria, un'infermiera di 49 anni in un ospedale alla periferia di Parigi, si è messa in malattia una settimana fa. "Un po' a causa di questo [il vaccino], e a causa della stanchezza, e della fatica mentale e fisica: siamo sotto pressione. Se potessi scegliere, non lo prenderei", risponde. "Ma visto che non puoi scegliere..." E quando tornerà in ospedale? "Non lo so." Come altri operatori sanitari intervistati a Parigi per questa cronaca, Maria non ha voluto dare il suo cognome. Nora, che ha 59 anni e lavora nel reparto di radiologia di un altro ospedale, spiega che un amico medico ha firmato un certificato che la esenta dall'essere vaccinata. "Il mio corpo non può sopportare un corpo estraneo, né i farmaci", dice. Rachid, 45 anni, infermiere in un reparto di psicologia, è in vacanza. Il fatto che ora sia in vacanza, dice Rachid, è una coincidenza, ma gli permette di evitare, almeno fino al suo ritorno al lavoro in ottobre, la data critica a partire dalla quale ha affrontato un dilemma: o si vaccina o rimane in strada. In Francia, non c'è un obbligo diretto di vaccinare tutta la popolazione. Macron ha optato per un'altra strategia: incoraggiare la vaccinazione. In primo luogo, ha reso obbligatoria la presentazione di un certificato sanitario - che dimostra che il titolare è stato vaccinato o è risultato negativo in un recente test di covid-19 - per entrare in cinema, caffè, ristoranti, musei, treni a lunga percorrenza e aerei, tra gli altri spazi pubblici. Il messaggio: per divertirsi, bisogna vaccinarsi. L'altra parte della strategia consisteva nel costringere gli operatori sanitari a farsi vaccinare sotto la minaccia della disoccupazione. È stata una scommessa rischiosa per Macron, ma ha funzionato bene. In un paese in cui il 60% della popolazione era riluttante a vaccinarsi a gennaio, oggi l'81% è vaccinato, davanti a Regno Unito, Israele e Spagna. In un paese in cui lo scetticismo anti-vaccino tra gli operatori sanitari era preoccupante, oggi il 90% degli operatori sanitari sono stati vaccinati e, secondo il ministro della salute Olivier Véran, solo circa 3.000 sono stati temporaneamente sospesi dal lavoro, un numero esiguo in un settore che impiega 2,7 milioni di persone. Alcuni degli ultimi recalcitranti - come Maria, Nora e Rachid - erano alle varie manifestazioni di sabato a Parigi contro il certificato sanitario. Cédric Baron, uno psicologo di 39 anni che ha smesso di andare al lavoro mercoledì, era anche in uno di essi in piazza del Trocadero. Non è stato vaccinato e non ha intenzione di essere vaccinato. "Se fossi stato vaccinato", dice, "avrei mantenuto il mio lavoro".

Barbara Acquaviti per "Il Messaggero" il 20 novembre 2021. «Pacifico e conclamato». Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, sceglie questi due aggettivi per spiegare perché, a suo giudizio, non ci sia alcun dubbio sul fatto che l'obbligo vaccinale sia costituzionale: «Se così non fosse vivremmo in perenne incostituzionalità da quando i vaccini sono stati introdotti per legge e definiti vincolanti salvo l'ipotesi in cui non possa essere somministrato per ragioni specifiche». 

Ora però la scelta dell'Austria, che lo imporrà da febbraio insieme alla posizione (favorevole) del presidente di Confindustria, riaprono il dibattito anche in Italia. Quali sono gli articoli della Costituzione a cui bisogna fare riferimento?

«L'articolo 16 è quello in cui si parla delle possibili limitazioni alla libertà di circolazione e soggiorno mentre l'articolo 32 è quello in cui si dice che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. Entrambi esprimono un concetto che è già presente nell'articolo 2 della Costituzione: ci sono diritti fondamentali inviolabili della persona e ci sono i doveri inderogabili, tra cui quelli di solidarietà sociale. La mediazione tra i due punti va effettuata alla luce delle indicazioni costituzionali. E le indicazioni costituzionali sulla possibilità di introdurre l'obbligo vaccinale sono conclamate e pacifiche. A mio giudizio non c'è da discutere, come dimostrano i vaccini previsti per l'ammissione scolastica dei bambini». 

Se è così palese allora perché ci si ritrova a discuterne nuovamente nel pieno di una pandemia?

«Perché noi siamo capaci di discutere di tutto. Mi pare che il gusto di contraddire le decisioni dell'autorità sia troppo connaturato nella mentalità italiana. E invece è la scienza che deve formulare delle ipotesi, sperimentarle secondo la prassi e le regole, e quando ha i risultati li deve comunicare alla politica. Ed è quest' ultima che deve prendersi la responsabilità di attuare quello che la scienza suggerisce». 

Perché secondo lei non si è deciso di prevedere l'obbligo di vaccino sin dall'inizio?

«Noi purtroppo siamo un Paese con una situazione politica un po' instabile, con una maggioranza - e lo stiamo vedendo in questi giorni - non dico di emergenza, ma quasi. Io credo che abbiano pesato in primo luogo le difficoltà di introdurre una legge: quali sanzioni, quali metodi di accertamento? Un secondo motivo potrebbe essere il timore di una protesta ancora più violenta. La terza ragione, l'unica che mi sembra fondata purché sia previsto un limite e sia impedita la violenza, è stata la ricerca di persuasione. Una buona legge è quella che viene accolta dai destinatari, che viene capita o comunque accettata in nome della convivenza. Tutto questo un po' è mancato». 

Cosa ne pensa del caso Cunial, la deputata a cui è stato consentito, seppur con molti paletti, di accedere in Parlamento senza Green pass?

«Con tutto il rispetto per la Camera e per la sua sovranità, il fatto che una parlamentare che deliberatamente dica non faccio il vaccino e non ho Green pass venga ammessa tranquillante, mi dà da pensare. Tutto questo accade perché in fondo c'è un discorso di negoziazione nel Green pass. Non nasce come un obbligo, ma come un modo per dimostrare che non si è contagiosi. Io credo che la tendenza italica sia un po' quella di considerare la linea più breve per arrivare a congiungere due punti non la linea retta, come ci insegnavano nella geometria euclidea, ma la spirale». 

L'obbligo vaccinale può essere introdotto per decreto?

«Si può anche fare con decreto legge il quale però non è il toccasana, e ancor meno lo è il Dpcm di buona memoria. Esso è un'anticipazione urgente dell'assoluta necessità della legge e va convalidato entro 60 giorni dalle Camere. Quindi il timore è che poi venga bocciato per ragioni politiche alimentando ulteriori situazioni di confusione». 

Remuzzi: "Ecco perché l'obbligo vaccinale non deve essere un tabù". Marta Moriconi il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Obiettivo: vaccinare più persone possibili. Il Giornale.it ne ha parlato con il direttore dell'Istituto Mario Negri, il professor Giuseppe Remuzzi. Nel decreto legge approvato ieri che detta "misure urgenti" per evitare che la pandemia mieta nuove vittime risalta tra le novità l’estensione dell'obbligo del vaccino a nuove categorie e l’istituzione del super Green pass a partire dal 6 dicembre. Obiettivo: vaccinare più persone possibili. Il Giornale.it ne ha parlato con il direttore dell'Istituto Mario Negri, il professor Giuseppe Remuzzi.

Il super Green pass che spetta solo a vaccinati o guariti per le attività ricreative la trova d’accordo? E’ una misura sufficiente?

“Siamo in una situazione che potrebbe evolvere o in più ricoveri e morti oppure che ci potrebbe premiare come i migliori d’Europa. Cosa succederà? Non siamo in grado di prevederlo ora, tanto più che abbiamo scoperto una nuova sottovariante della variante Delta negli Stati Uniti. Per questo dobbiamo fare il massimo sforzo proprio adesso, per ottenere più pazienti vaccinati possibili. Il super Green pass va nella giusta direzione”.

Cosa risponde a chi dice che il nostro Paese è stato fino a poco tempo fa l’unico Paese ad aver approvato regole tanto restrittive e limitanti?

“Nei dibattiti televisivi si ascoltano tanti discorsi qualunquisti. Abbiamo visto come stanno messi gli altri Paesi d’Europa. Se confrontiamo Italia, Spagna e Portogallo con Romania e Bulgaria e perfino se guardiamo più in là, alla Russia, la differenza è enorme. Noi abbiamo fatto meglio e lo abbiamo fatto sui tre fronti possibili: vaccino, Green pass e comportamenti individuali”.

Il super Green pass però, non obbligherà i bambini a fare il vaccino. Questo mentre proprio oggi arriva la notizia che l'Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha approvato il vaccino di Pfizer per quelli tra 5 e 11 anni.

“Su Science e sul New York Times sono usciti di recente due importanti articoli in merito a questa delicata questione. Uno invitava a vaccinare i bambini riportando il calcolo che negli Usa finora sono stati ospedalizzati 8000 bambini dai 5 agli 8 anni non vaccinati e sono morti 172 di loro. E nessuno è morto di vaccino, quindi sono stati 172 bambini che sono morti per niente. L’altro articolo spiegava come la scelta di non dare un vaccino ai bambini non sia una scelta di libertà, ma la scelta di accettare un rischio diverso e molto più serio”.

Le potrebbero ribattere che sul bambino decidono i genitori…

“I bambini hanno i loro diritti, i genitori non possono decidere ad esempio, che non vadano a scuola, tanto è vero che si chiama scuola dell’obbligo”.

Ci pare di intuire che lei approvi l’estensione dell'obbligo del vaccino…

“L’obbligatorietà non è il mio mestiere, posso dire che l’obbligo non dovrà essere un tabù se il super Green pass non basterà. Per ora è buona come misura. Leggendo Giovanni Maria Flick si può capire come sia del tutto costituzionale obbligare le persone a vaccinarsi. Non voglio dire che si debbano obbligare, le soluzioni possono essere tante, la politica deve scegliere, noi diciamo solo che adesso si deve vaccinare il più possibile. Vaccinarsi è un dovere verso gli altri e la salute pubblica e la medicina non sono un’area per scelte personali. Come avrete notato, in questi due anni, le situazioni evolvono continuamente, e non si può lasciare un tema così al giudizio della gente. Che un vaccino possa durare cinque o quattro mesi etc, lo sappiamo solo verificandolo e man mano che arrivano i dati da chi ha fatto gli studi. I cittadini devono essere informati al meglio ma poi non può essere il singolo cittadino a decidere quale sia il farmaco più indicato per lui”.

In molti ritengono che nessuno ha il diritto di mettere in discussione le loro decisioni.

“Tu sei libero di tenere la tua casa in disordine, di accumulare la tua spazzatura nelle stanze ma non hai il diritto di buttarla giù dalla finestra. Per questo io vorrei che le personalità scientifiche non partecipassero a certi spettacoli televisivi, perché altrimenti il pubblico mette sullo stesso piano il Professor Bassetti, il professor Abrignani etc con l’opinione di un giornalista o di un opinion leader. Ma non è così. E’ importante che parlino i medici ma in un contesto non impostato come uno show. Ecco, ci manca una sorta di Piero Angela che moderi un dibattito tra medici”.

La nuova misura governativa sembra mettere d'accordo tutto il mondo scientifico comunque. Ma in un mondo globalizzato ogni sforzo rischierà di essere vano se non si vaccinano tutti i popoli?

“Certo. Finché non è vaccinato il mondo non stiamo tranquilli e non abbiamo risolto il problema, ma abbiamo evitato almeno 12000 morti col vaccino che mi sembrano tanti. Adesso gli Usa stanno procedendo a vaccinare più persone. Si incomincia a farlo anche in Africa. Presto arriveranno i nuovi vaccini poi, a Rmna o anche i proteici, che funzionano contro tutte le varianti di coronavirus”. Marta Moriconi

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 24 novembre 2021. Cosa vuol dire obbligo vaccinale? O meglio, come si applica davvero? Abbiamo chiarito che sarebbe pienamente costituzionale. Siamo in attesa di capire se mai ci sarà la volontà politica (e una maggioranza parlamentare) per approvare una legge che imponga agli italiani l'iniezione anti Covid. Nel frattempo, c'è una domanda che riassume la grande confusione sul tema, l'ha posta qualche sera fa in tv il presidente del Veneto, Luca Zaia: «Vorrei che qualcuno mi spiegasse per filo e per segno come si fa concretamente: con l'accompagnamento coatto? Con l'ammanettamento, l'arresto per la vaccinazione?». Difficile anche solo immaginare che qualcuno possa finire in carcere o ai domiciliari per non essersi vaccinato. Come pure non è pensabile che i No Vax vengano sottoposti a un trattamento sanitario obbligatorio, stanati casa per casa da infermieri armati di siringa. Il tema della sanzione, di cosa si rischia se non si fa il vaccino è, però, cruciale. Oltre 6 milioni senza una dose Prendiamo gli operatori sanitari e i lavoratori delle Rsa, le uniche categorie in Italia ad oggi obbligate a vaccinarsi contro il Covid (con il nuovo decreto anche per la terza dose). Se rifiutano l'iniezione vengono sospesi dal servizio, lasciati a casa senza stipendio. È successo a 2.113 medici, 500 dei quali si sono poi convinti a scoprire il braccio e sono rientrati a lavoro: meno di un quarto del totale, gli altri resistono rinunciando alla busta paga. Per legge non possono essere licenziati. Succederà lo stesso anche con gli altri lavoratori No Vax, a cui per ora basta fare un tampone? D'altra parte, escludendo che le forze dell'ordine possano mettersi a fermare sistematicamente le persone per strada per chiedere il certificato vaccinale, i luoghi di lavoro restano la principale occasione di controllo. Ma non tutti i 6 milioni e 700mila italiani over 12 tuttora senza la prima dose lavorano. E, soprattutto, molti sono lavoratori autonomi, artigiani, liberi professionisti, quindi datori di lavoro (e controllori) di sé stessi: già ora eludono serenamente l'obbligo di Green Pass, senza disturbarsi a fare il tampone, potranno fare lo stesso con quello di vaccinazione. Senza contare che un milione e 100mila sono ragazzi tra i 12 e i 19 anni, che vanno a scuola, senza bisogno del vaccino (o del Green Pass). Per loro, eventualmente, si dovrà adottare una disciplina simile a quella fissata dalla legge Lorenzin del 2017 per gli studenti dai 6 ai 16 anni: per tutelare il diritto allo studio, vanno in classe anche da non vaccinati e i genitori inadempienti possono vedersi infliggere una multa da 100 a 500 euro, su iniziativa della Asl competente, in base a quante delle dieci vaccinazioni pediatriche obbligatorie vengono saltate. Non è dato sapere, però, quante sanzioni di questo tipo siano state comminate in Italia negli ultimi tre anni, pare non esistano dati ufficiali. La strada austriaca E allora torniamo al tema centrale: cosa rischierebbe davvero chi non dovesse rispettare l'eventuale obbligo di vaccinazione. Probabilmente solo una multa, magari più alta di quella che si paga ora se si viene beccati senza Green Pass o si viola una delle regole anti Covid. In Austria, primo Paese dell'Unione europea a introdurre l'obbligo vaccinale, che scatterà da febbraio (non è ancora chiaro per quali fasce anagrafiche), la bozza di legge prevede sanzioni amministrative pesanti, fino a 3.600 euro. Insomma, se non basterà tagliarli fuori dalla vita sociale (con il super Green Pass solo per i vaccinati, per accedere ai luoghi dello svago), l'ultimo tentativo per recuperare i No Vax sarebbe prenderli dal portafoglio: niente stipendio e multa tripla da versare allo Stato.

PERCHÉ IL VACCINO NON E’ OBBLIGATORIO? Flavia Amabile per “la Stampa” il 23 agosto 2021. Se ne discute ogni giorno di più. Si litiga ogni giorno di più ma per il momento l'obbligo vaccinale è lontano dai tavoli del governo. Al ministero della Salute sarebbero anche favorevoli ma fonti vicine al dicastero fanno capire che non ci sono le condizioni. Per introdurre un obbligo è necessaria una legge che dovrebbe essere votata dal governo e poi dal Parlamento. Sul Green Pass Draghi è riuscito a ottenere l'approvazione all'unanimità da parte del Consiglio dei ministri ma il decreto è stato travolto da una valanga di emendamenti alla Camera anche da parte della stessa maggioranza. L'esecutivo quindi sa che su una misura ancora più coercitiva come l'obbligo vaccinale difficilmente si troverebbero i numeri in Consiglio dei ministri e ancora più difficilmente in Parlamento. Nulla però esclude che la situazione cambi nelle prossime settimane sottolineano dal ministero della Salute. E lo ha precisato due giorni fa anche il sottosegretario alla Salute Andrea Costa che ha definito l'obbligo l'«ultima ipotesi» se la campagna non dovesse raggiungere l'obiettivo dell'80% dei vaccinati entro fine settembre. Per il momento il governo resta convinto della necessità di convincere gli italiani vaccinarsi senza ricorrere a obblighi. Una linea condivisa quasi ovunque nel mondo. Lo ha ricordato ieri il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini a margine del suo intervento al Meeting di Rimini che ha confermato di essere a favore dei vaccini ma ha ricordato che «nessun Paese al mondo, tranne l'Indonesia e forse l'Uzbekistan, ha finora stabilito l'obbligo di vaccino anti Covid». Eppure in tanti stanno chiedendo al governo di decidersi. Alcuni anche con la voglia di scaricare sull'esecutivo ogni responsabilità, come ha denunciato ieri il presidente di Confindustria Vincenzo Bonomi che dopo la richiesta della Cisl di due giorni fa all'esecutivo di intervenire sull'obbligo, ha attaccato il sindacato. «È troppo facile rimandare la lattina alla politica. C'è una differenza di posizione tra i partiti che difficilmente potrà farci arrivare a una legge. Ma possiamo sederci a un tavolo oggi stesso», ha spiegato Bonomi invitando i rappresentanti dei lavoratori a raggiungere un accordo e evitare ulteriori chiusure. La decisione, quindi, è innanzitutto politica ma, nonostante le pressioni di alcuni settori della popolazione, ovunque i governi preferiscono affidarsi alla responsabilità dei cittadini perché l'obbligo è una fonte di grane certe. In Italia l'obbligo è stato introdotto solo per chi esercita professioni sanitarie e, in modo indiretto, nelle scuole e nelle università, chiedendo il Green Pass per i lavoratori, e nelle università anche per gli studenti. Un migliaio di sanitari, tra medici e infermieri, hanno presentato un ricorso al Tar della Toscana per chiedere la sospensione dei provvedimenti nei confronti di coloro che non si sono vaccinati. Lo ha confermato due giorni fa Tiziana Vigni, avvocata che li assiste nella causa. «Abbiamo già notificato ed è in corso di deposito del ricorso con circa 1.000 ricorrenti ma stiamo raccogliendo altre firme, circa 200, per un altro ricorso uguale». Sono solo una parte dei tanti ricorsi presentati da aprile in poi, quando è stato introdotto l'obbligo di vaccino per i sanitari, da parte di chi ha deciso di opporsi. Nelle ultime settimane, Tar e giudici hanno respinto molti di questi ricorsi ma l'opposizione legale non si ferma. Francesco Fontana, avvocato, presidente di Iustitia in Veritate, sta monitorando 200 casi di sanitari non vaccinati decisi a impugnare le sospensioni che stanno per arrivare dalle amministrazioni. «L'obbligo non ha alcun fondamento. Da un lato si viene obbligati a firmare un consenso che per legge dovrebbe essere libero e dall'altro lo Stato si dichiara esente da ogni responsabilità in caso di effetti sulla salute» spiega. La battaglia è appena iniziata nel mondo della scuola dove il Green Pass obbligatorio ha creato molto malcontento. Marcello Pacifico, presidente dell'Anief ha avuto solo in tre giorni duemila adesioni per presentare ricorso. E si prepara a tre azioni, la prima contro il Green Pass nelle università, la seconda al Tar per chiedere la disapplicazione dell'obbligo nelle scuole e la terza al tribunale ordinario per contestare la discriminazione in contrasto con il regolamento comunitario.

GLI SCIENZIATI SPINGONO PER L'OBBLIGO DI VACCINO: «EMERGENZA SANITARIA». Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 23 agosto 2021. Parlare di obbligo vaccinale, quanto meno per alcune categorie oltre agli operatori sanitari o per determinate fasce di età, non è più un tabù. Il tema è sul tavolo del governo ora che la campagna di immunizzazione ha subito un rallentamento, con una diminuzione del numero di iniezioni quotidiane, mentre nei reparti di terapia intensiva i pazienti sono quasi tutte persone che non hanno ricevuto la seconda dose e, molto più spesso, neanche la prima. Per oggi è atteso l'intervento del ministro della Sanità, Roberto Speranza, al Meeting di Rimini. Da settimane uno dei membri più ascoltati del Comitato tecnico scientifico, il professor Sergio Abrignani, immunologo dell'Università Statale di Milano, lo ripete: siamo nel pieno di una emergenza sanitaria, l'unico modo per uscirne è prevedere l'obbligo vaccinale, perché serve a ridurre la circolazione del virus e a limitarne gli effetti negativi. Abrignani aggiunge sempre che il sostegno allo strumento dell'obbligo del vaccino anti Covid è una sua posizione personale, ma ormai su questo tema le pressioni a fare di più sono molteplici. Ad esempio, anche un altro componente del Comitato tecnico scientifico, Fabio Ciciliano, invita a prendere in considerazione questa soluzione. E ieri è tornato alla carica il governatore della Liguria, Giovanni Toti, il primo a dire senza troppi giri di parole che il vaccino sopra i 50 anni deve essere obbligatorio. Ieri ha scritto sul suo profilo Facebook: «Se entro la settimana prossima non avremo un sufficiente numero di prenotazioni per il vaccino e i numeri non saranno cambiati, sarà il caso di passare all'obbligo vaccinale per alcune categorie. Non vedo perché un lavoratore vaccinato debba essere costretto a convivere con un non vaccinato oppure un insegnante vaccinato debba partecipare alle riunioni didattiche con insegnanti e personale non vaccinato. E banalmente perché un cittadino che si è diligentemente vaccinato debba dividere il posto in autobus con un non vaccinato. Forse qualcuno spera di far chiudere ancora l'Italia, per giocare sulla paura e la miseria. Questo non deve accadere». Toti sfida anche i No vax ricordando che i letti di ospedale sono pieni di persone non vaccinate, oltre 4 milioni di cittadini tra i 50 e i 60 anni «non si sono né prenotati né vaccinati: sono proprio loro che finiscono in ospedale». Morale: «Non possiamo rimanere schiavi di superstizioni, di battaglie di retroguardia e men che meno di meschini giochi politici, di chi strumentalizza e sfrutta per interesse una vera e propria macchina di insulti organizzata sui social da pochi fanatici No vax». Anche all'interno del governo la riflessione è cominciata, dopo che il consulente del commissario Figliuolo, il professor Guido Rasi, si è schierato a favore dell'obbligo vaccinale. Parallelo, ma non sovrapponibile, corre l'applicazione di un altro tipo di strumento che, va sempre ricordato, non è necessariamente collegato al vaccino perché si può ottenere anche con un semplice tampone antigenico negativo eseguito nelle ultime 48 ore. Dice il sottosegretario alla Sanità, Andrea Costa: «Per l'obbligo di Green pass penso a tutte quelle attività dove c'è da garantire la continuità di un servizio, per esempio gli operatori del Trasporto pubblico locale, i dipendenti dei market e dei servizi essenziali. E anche gli impiegati degli uffici comunali e pubblici dovranno tornare alla normalità e in presenza: hanno la responsabilità di garantire un servizio al Paese e a contatto con il pubblico». Per il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, che parla all'indomani dell'attacco del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ha criticato i sindacati perché si sono opposti al Green pass nelle aziende e nelle mense: «Il nostro Paese deve far esperienza dei mesi scorsi. Non si può sbagliare. Noi abbiamo oggi uno strumento in più: il Green pass, le vaccinazioni. Bisogna che sia esteso al maggior numero di attività, solo così noi saremo in grado di dare libertà alle attività e alle persone e quindi alla ripresa in sicurezza. A partire dalla scuola che è la grande priorità. L'impegno che dobbiamo mettere è mai più dad: i dati degli Invalsi dimostrano che disastro è stata la dad. Io sono la massima espansione del Green pass. Invoco che ci sia un lavoro a tre tra istituzioni, sindacati e rappresentanti delle imprese per trovare le soluzioni migliori: abbiamo tutti voglia di soluzioni e non di problemi. L'importante che ciascuno faccia la sua parte». Mauro Evangelisti

Sergio Harari per il “Corriere della Sera” il 7 settembre 2021. L'obbligatorietà dei vaccini di cui tanto si discute in questi giorni non è certo una novità e stupisce un po' il clamore che accompagna il dibattito pubblico se si considera che il primo obbligo vaccinale fu introdotto nel nostro Paese all'indomani dell'unità d'Italia, nel 1888, per arginare la diffusione del vaiolo. L'obbligo fu poi abolito nel 1981, dopo che nel 1979 l'Oms aveva dichiarato la completa eradicazione in tutto il mondo della malattia. Successivamente divennero obbligatorie le vaccinazioni contro la difterite (1939), la poliomielite (1966), il tetano (1968) e l'epatite B (1991). L'Italia è stato poi uno dei primi Paesi a introdurre nel 2006 la vaccinazione universale facoltativa per le infezioni da Papilloma Virus, importante misura preventiva contro il cancro della cervice uterina. Il provvedimento necessitò dell'inserimento di uno specifico emendamento alla Legge finanziaria del 2008 per sostenere la campagna vaccinale dato l'elevato costo del vaccino (allora circa 500 euro per la schedula di tre dosi). A seguito della legge n. 119 del 31 luglio 2017, sono state rese obbligatorie altre 6 vaccinazioni oltre alle quattro già in vigore (difterite, tetano, poliomielite ed epatite B), quelle per morbillo, parotite e rosolia, pertosse, Haemophilus tipo b e varicella. La stessa legge prevede inoltre quattro vaccinazioni fortemente raccomandate, ma non obbligatorie, ad offerta attiva e gratuita da parte di Regioni e Province autonome: l'anti-meningococcica B, l'anti-meningococcica C, l'anti-pneumococcica e l'anti-rotavirus. Tralasciando le polemiche politiche e venendo ai dati scientifici, l'obbligo vaccinale non è quindi certo una novità, né nel mondo né nel nostro Paese, e rappresenta l'unica possibilità per debellare alcune malattie infettive: la storia, a partire dall'esempio del vaiolo, ne è testimone. D'altra parte, tra obbligo e semplici misure di convincimento non ci sono dubbi sulla maggiore efficacia del primo e anche qui la storia può esserci di aiuto. Nel 2007 la Regione Veneto ricorse contro l'obbligo vaccinale per i minori fino ai 16 anni di età, sostenendo tra i vari argomenti che una campagna di sensibilizzazione e comunicazione ai cittadini avrebbe ottenuto risultati migliori che la coercizione, ma non fu così: nei 10 anni durante i quali fu in vigore la libera scelta le coperture vaccinali della popolazione veneta furono inferiori al resto del Paese. Nel 2017 la Corte Costituzionale respinse infine definitivamente il ricorso con la motivazione che «le misure in questione rappresentano una scelta spettante al legislatore nazionale. Questa scelta non è irragionevole, poiché volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie». Forse le stesse ragioni di solidarietà e tutela della salute collettiva si potrebbero addurre per l'introduzione dell'obbligo vaccinale anche per il Sars-CoV-2. Lasciando una parte, seppur limitata e minore, della popolazione scoperta dalla copertura vaccinale, oltre al rischio al quale andrebbero incontro i soggetti non immunizzati, lasceremmo terreno fertile al virus per proseguire nella sua sopravvivenza, mutare, continuare a circolare e prima o poi dare luogo a varianti pericolose. L'esempio che stiamo vivendo in questi mesi con la rapidissima diffusione della delta e le prime preoccupanti segnalazioni di altre, come la lambda, ne sono la controprova. Per questo l'obbligatorietà, una volta ottenute le approvazioni finali degli enti regolatori Fda e Ema, è una strada non solo ragionevole ma molto probabilmente l'unica che possa garantire una duratura via d'uscita dalla pandemia e che possa mettere al riparo il Paese dal pericolo di nuove ondate che avrebbero drammatiche ripercussioni di salute e economiche. I vaccini per il Sars-CoV-2 hanno avuto una prova sul campo, di «real life» come si dice tecnicamente, che mai in passato ha avuto nessun vaccino nella storia della medicina, ad oggi oltre 5 miliardi e mezzo di persone sono state immunizzate e ormai conosciamo bene i rari e circoscritti effetti collaterali. La storia dei vaccini ci insegna, come ha recentemente ricordato Antony Fauci, che i possibili effetti collaterali si manifestano, quando occorrono, nell'arco di qualche settimana dalla inoculazione, mai di anni, non si capisce quindi sulla base di quale argomento biologico qualcuno possa supporre qualcosa di diverso per quelli attualmente in uso contro il Coronavirus. L'ipotesi poi di un terzo richiamo non è certo una novità, anche le vaccinazioni per il tetano e l'epatite B, che come già ricordato sono obbligatorie da anni, prevedono un ciclo di tre somministrazioni. Una volta adottato l'obbligo vaccinale resterebbero aperti altri importanti problemi per sconfiggere la pandemia: la diffusione della vaccinazione nelle aree più povere del mondo, l'adozione di misure uniformi di sorveglianza, prevenzione e controllo a livello europeo e non solo (l'Oms in questo senso dopo i tanti errori commessi potrebbe riacquisire un ruolo importante), la necessità di dover eventualmente implementare campagne con successivi richiami (così come si fa, ad esempio, con l'influenza stagionale o per altre malattie infettive), mentre restano ancora scarse le armi terapeutiche contro la malattia una volta che si è manifestata in forma conclamata.

Vaccini, ecco tutti gli obblighi imposti finora dallo Stato. Giampiero il 27/07/2021 su Notizie.it. Vaccini, ecco tutti gli obblighi imposti finora dallo Stato: dalla questione green pass fino a quella giuridica che impone una legge parlamentare. Vaccini e leggi che li regolano, tutti gli obblighi imposti finora dallo Stato sono figli di situazioni normative di emergenza che nel corso della storia si sono ripetute in maniera periodica. E l’ultima in ordine di tempo è esattamente quella che stiamo vivendo nella fase finale di questo concitato biennio, con il governo Draghi che ha normato ad esempio sull’obbligatorietà del green pass a partire dal 6 agosto. Come sempre accade in maniera ricorrente l’Esecutivo ha una specie di “mission” che prende piede anche dall’obbligatorietà di un documento che della vaccinazione è conseguenza: convincere gli indecisi. Pare che la cosa stia funzionando, a contare il boom di prenotazioni per i vaccini di questi giorni, ma con le epidemie massive i “pare” non servono, perciò il governo sta valutando l’obbligatorietà. E qui la questione, se non fosse urgente, darebbe adito ad analisi sociologiche, e partirebbe da una domanda: i No Vax crescono e sono più aggressivi perché il governo li ha “punti sul vivo” con il green pass o il green pass serve esattamente per vanificare una riottosità che i No Vax hanno sempre avuto? In maggioranza l’obbligo vaccinale esteso da sanitari a docenti e personale connesso è visto con favore da molti, in primis da Forza Italia, ma la faccenda è ancora prospettica e non ci sono leggi o decreti in merito. Renato Brunetta, che presiede il dicastero della Pubblica Amministrazione, non ha dubbi: l’obbligo va esteso a chi fa front office nella pubblica amministrazione e a chi lavora nei servizi pubblici. Lo spauracchio è la ripresa di settembre che non è poi così lontana, ovvio. Tuttavia in tema di vaccinazioni obbligatoria c’è la questione giurisprudenziale che pesa, non tanto in termini di merito, quanto di mezzo e forma, ma in Italia e con la democrazia parlamentare forma e merito coincidono, vediamo perché.

Il costituzionalista Cassese sui vaccini e su tutti gli obblighi: “Serve una legge”. A Il Dubbio lo spiega Sabino Cassese che della Corte Costituzionale è presidente emerito: “La Costituzione dispone che possono essere introdotti trattamenti sanitari obbligatori, ponendo un solo limite: quello di farlo per legge”. Tradotto: niente decreto da palazzo Chigi, se si vuol farlo tocca al Parlamento e alla sua composita capacità legiferativa. E ancora: ”La Costituzione stabilisce che la Repubblica tutela la salute, aggiungendo che lo fa sia per tutelare un diritto dell’individuo, sia per assicurare un interesse della collettività. Quindi possono essere disposti trattamenti sanitari obbligatori. La Consulta ha aggiunto che la legge che li dispone deve essere non discriminatoria e proporzionata”. E in merito i precedenti non mancano: nel 1939, 1963, 1966, 1991 e 2017 vennero varate leggi che obbligano i cittadini e sottoporsi a diversi tipi di vaccini. Tanto che chi è in età pediatrica, “da zero a 16 anni, è già soggetto a un obbligo vaccinale. Questo obbligo riguarda ben 10 vaccinazioni”.

Vaccini, ecco tutti gli obblighi e le malattie che abbiamo sconfitto o domato Fu con quelle leggi che molte malattie vennero eradicate, cioè letteralmente cancellate dal pianeta togliendo il terreno sotto i rispettivi agenti patogeni con vaccinazioni massive. Poliomielite, vaiolo e morbillo sono alcune di esse. Nel ‘39 fu resa obbligatoria la vaccinazione contro la difterite entro i primi due anni di vita. Al vaccino anti polio toccò nel 1966, al tetano con una legge del ‘63 integrata nel ‘68, all’epatite B nel 1991. L’obbligo a vaccinare contro il vaiolo venne sospeso nel 1977, quando l’eradicazione era in corso negli ultimi focolai indiani e russi ed abolito nel 1981, quando “variola maior” esisteva solo conservato in alcuni siti refrigerati del CDC di Atlanta.

Vaccini, quali sono tutti gli obblighi condensati nella legge 119/2017. Senza contare che la legge 119/2017 ha rimesso sul tavolo l’obbligatorietà di un gruppo di vaccinazioni per gli italiani fra 0 e 16 anni, nella crono di oggi quindi a partire dai nati del 2001. Quali sono? Anti-poliomielitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilus Influenzale tipo B; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella, quest’ultimo a partire dai nati nel 2017.

Da “La Stampa” il 25 luglio 2021. La vaccinazione come tutti gli eventi di massa fa parlare di sé, dando vita a quella che in termini scientifici si definisce aneddotica, cioè il sentito dire senza verifiche, che col passaparola spesso diventa fake news. Ecco una carrellata di bufale, che alimentano la diffidenza nei confronti della via maestra per uscire dalla pandemia. 

1) I vaccini contro il Covid-19 sono sperimentali. 

No, tutti i vaccini approvati dall’Ema sono il risultato di sperimentazioni concluse e successive revisioni, per cui sono sicuri ed efficaci. Quando in rarissimi casi e fasce precise di popolazione ci sono stati problemi le autorità lo hanno comunicato e hanno modificato i criteri di vaccinazione. 

2) Gli effetti collaterali si vedono nel tempo. 

La maggior parte degli effetti collaterali si manifesta entro pochi minuti e al massimo entro due giorni. Si tratta di eventi rari e leggeri, a meno di soffrire di patologie particolari per le quali c’è la visita medica precedente la vaccinazione. I centri vaccinali hanno tutta l’attrezzatura per fare fronte a particolari situazioni ed è per questo che dopo la dose si attendono 15 minuti in osservazione. 

3) Dentro i vaccini c’è il metallo.

Una volta forse, e non ne è mai stata dimostrata la pericolosità nelle quantità contenuta nei vaccini. Oggi nel Pfizer ci sono mRna, composti chimici, colesterolo, potassio cloruro, potassio diidrogeno fosfato, sodio cloruro, fosfato disodico diidrato, saccarosio e acqua. E nell’AstraZeneca adenovirus di scimpanzé, L-istidina, L-istidina cloridrato monoidrato, cloruro di magnesio esaidrato, polisorbato 80, saccarosio, disodio edetato e acqua. 

4) I vaccini fanno venire l’autismo.

E’ una leggenda che risale al vaccino contro il morbillo e nasce da uno studio fraudolento di un medico inglese radiato dall’albo. Numerose ricerche scientifiche provano l’esatto opposto. 

5) I vaccini indeboliscono il sistema immunitario. 

Al contrario, sono un’ottima ginnastica per l’organismo e secondo gli immunologi qualsiasi vaccino fortifica almeno in parte contro tutti gli agenti patogeni. 

6) Meglio prendere la malattia in forma lieve che vaccinarsi. 

Ammalarsi di una patologia prevenibile con il vaccino impegna il sistema immunitario molto più di quanto accada sottoponendosi alla vaccinazione, ed espone a parecchi rischi soprattutto nel caso di un virus nuovo i cui effetti a breve e lungo termine sono tutti da studiare. 

7) I vaccini a Rna cambiano il codice genetico.

Impossibile, l’Rna messaggero trasporta semplicemente le istruzioni per la produzione della proteina Spike utilizzata dal virus per attaccarsi alle cellule, così che l’organismo produca gli anticorpi specifici. 

8) Se la malattia per i giovani è simile all’influenza è inutile vaccinarsi. 

Purtroppo ci sono rari casi di ricoveri con sintomi gravi anche nelle fasce di età minori, nonché serie preoccupazioni per gli effetti del long Covid pure sugli asintomatici guariti. E poi ci sono giovani particolarmente esposti, fragili o con altre malattie. Bisogna inoltre pensare al ruolo sociale dei ragazzi, alle famiglie e alle istituzioni che li circondano, dalla scuola ai centri sportivi. Infine, non è corretto paragonare il Covid all’influenza, sia per la sua storia sia perché anche per quest'ultima è consigliata la vaccinazione a bambini, anziani e fragili. 

9) La vaccinazione ai bambini fa male. 

La posizione della Società italiana di pediatria è di consigliare caldamente il vaccino a tutti i ragazzi dai 12 anni in su, come da autorizzazione dell’Ema. Il motivo per cui non si vaccinano ancora i più piccoli è che sono in corso le verifiche sugli studi riguardanti quelle fasce di età, ma è probabile che entro pochi mesi arrivi il via libera dai 6 anni in su.

Da blitzquotidiano.it il 6 agosto 2021. Novavax presto potrebbe essere autorizzato in Europa diventando così il quinto vaccino autorizzato dopo quello di Pfizer, di Moderna, di AstraZeneca e Johnson & Johnson. La casa farmaceutica, anche in questo caso è statunitense. La Commissione Ue ha firmato un accordo per fornire ai Paesi dell’Unione fino a 200 milioni di dosi che arriveranno nel quarto trimestre 2021 e poi a seguire nei prossimi due anni.

Novavax quinto vaccino in Europa non appena verrà giudicato “sicuro ed efficace”. L’intesa diventerà operativa non appena il vaccino sarà giudicato “sicuro ed efficace” dall’Agenzia europea per i medicinali. Si tratta di un vaccino proteico che, come dichiarato anche dalla Commissione europea sembra efficace contro tutte le varianti. Stella Kyriakides, la commissaria alla salute, ha sottolineato che “l’accordo con Novavax amplia il nostro portafoglio includendo un altro vaccino a base di proteine, tipologia che sta dando promettenti risultati nei trial clinici”. Novavax è un vaccino a base di proteine ricombinanti. I vaccini attualmente in commercio sono a vettore virale, a mRna e a virus inattivato. Come spiega al Corriere Sergio Abrignani, professore ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di Genetica molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”, oltre che membro del Comitato tecnico-scientifico per l’emergenza Covid: “NVX-CoV2373 (è il nome del vaccino) agisce in modo diverso. Introduce nell’organismo la proteina Spike messa a punto in laboratorio” che viene mixata con un adiuvante a base di saponina. Il mix “serve per stimolare il sistema immunitario innato. Quest’ultimo aiuta a sua volta l’innesco della ‘risposta adattativa’ ovvero i linfociti T e B, e di conseguenza la produzione di anticorpi diretti contro il coronavirus”. 

Novavax vaccino che può convincere gli indecisi. Essendo un vaccino a proteine ricombinanti, tecnica utilizzata e conosciuta da più di trent’anni, Novavax, a detta di Abrignani potrebbe convincere gli scettici. Questo tipo di tecnica ha infatti permesso di produrre vaccini oggi usati anche per proteggere i neonati. Vaccini che non hanno effetti collaterali di rilievo e che curano epatite B, il meningococco B, l’herpes zoster e l’Hpv. Il trial clinico di fase 3 mostra intanto che Novavax ha un’efficacia simile a quelli a mRna come Pfizer e Moderna. Lo studio conclusivo e pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha confermato un’efficacia del 96,4% contro il ceppo originario del virus, dell’86,3% contro la variante Alfa e dell’89,7% in generale. Negli Stati Uniti e Messico è stata condotta un’altra indagine che ha mostrato un’efficacia pari al 100% contro la malattia moderata e grave e il 90,4% di efficacia totale. In Sudafrica si è rivelato efficace contro la variante Beta, la più cattiva tra tutte che ha però un’efficacia limitata. Il vaccino NVX-CoV2373 contiene inoltre un antigene proteico purificato che non permette al virus di replicarsi. Novavax, anche in questo caso due iniezioni. Si conserva in frigo e può essere usato per le terze dosi. Anche in questo caso le iniezioni sono due che vengono fatte a 21 giorni di distanza. Il vaccino va inoltre tenuto in frigo, a 2-8 gradi. La sua approvazione potrebbe arrivare dopo l’estate e potrebbe essere usato per le terze dosi. 

Ecco le 12 fake news sui vaccini (che l’Iss intende smentire). Ecco le 12 fake news sui vaccini che l'Istituto Superiore di Sanità smentisce, pubblicando un vademecum con le informazioni corrette. Ecco "bufale" e verità. Il Corriere.it-Il Dubbio il 9 agosto 2021. Da «I vaccini causano il contagio» a «D’estate non serve vaccinarsi» sono molte le fake news che circolano sui vaccini anti Covid. Ecco allora un vademecum, a cura del Gruppo Vaccini dell’Istituto superiore di Sanità, con le risposte alle principali “bufale” che si trovano in rete. Le 12 fake news sui vaccini:

«Non si conoscono gli effetti a breve e lungo termine, i vaccini sono stati prodotti troppo velocemente e le uniche informazioni vengono dalle aziende» – Il sistema di farmacovigilanza per i vaccini contro il Sars-Cov-2 è lo stesso di tutti gli altri farmaci e vaccini già approvati in precedenza. Dopo i risultati degli studi autorizzativi effettuati su decine di migliaia di individui di diversa età, che sono stati condotti anche in questo caso, vengono raccolte le segnalazioni dalle agenzie regolatorie nazionali e internazionali di possibili eventi avversi temporalmente correlate con la vaccinazione. In caso vengano evidenziati eventi avversi non manifestatisi durante gli studi autorizzativi, se dopo un’indagine approfondita viene sospettata o dimostrata una relazione causale con la vaccinazione, vengono aggiunti all’elenco delle reazioni avverse e che sono elencate nelle schede informative dei vari vaccini (farmacovigilanza post marketing).

«I vaccini anti Covid sono sperimentali» – I vaccini autorizzati contro il Sars-Cov-2 hanno completato tutti i passaggi della sperimentazione necessari per l’autorizzazione all’immissione in commercio senza saltarne alcuno. Per questi vaccini il processo di sviluppo ha subito un’accelerazione senza precedenti a livello globale ma al momento della loro autorizzazione da parte dell’Agenzia Europea per il farmaco erano state percorse tutte le stesse tappe dell’iter di sperimentazione previste per gli altri vaccini in commercio. I vaccini attualmente usati nella campagna vaccinale in Italia (Comirnaty di Pfizer-BioNtech, Vaxzevria di Astrazeneca, Spikevax Moderna, Vaccino anti COVID-19 Janssen) pertanto non sono sperimentali, ma preparati regolarmente immessi in commercio dopo aver completato l’iter che ha testato la loro qualità, sicurezza ed efficacia.

«I vaccini provocano l’infezione» – I vaccini attualmente in uso in Italia usano la tecnologia a mRNA (Pfizer-Biontech e Moderna) e quella a vettore virale (Astrazeneca e Janssen). In entrambi i casi si introducono nell’organismo le istruzioni per produrre frammenti della proteina che il virus usa per “agganciare” la cellula. Quindi non viene utilizzato il SArs-CoV-2 vivo e infettante. Una eventuale malattia COVID-19 successiva alla vaccinazione può essere quindi causata solo da una infezione naturale del virus contratta indipendentemente dal vaccino.

«I vaccinati sono contagiosi» – Questo è possibile perché, come per tutti i vaccini esistenti, l’efficacia anche se molto alta non è del 100%, e ci possono essere quindi i cosiddetti “fallimenti vaccinali”. Inoltre anche un soggetto che risponde al vaccino si può ritenere immunizzato solo dopo almeno una settimana dal completamento del ciclo. Un livello di copertura della popolazione alto nella popolazione minimizza il rischio di trasmissione tra individui suscettibili all’infezione. I dati provenienti dai paesi con una campagna vaccinale avanzata, Italia compresa, hanno dimostrato che il vaccino protegge dalle conseguenze peggiori della malattia, dal ricovero al decesso, oltre 9 persone ogni 10 vaccinate. La vaccinazione riduce anche la capacità di infettare dei vaccinati.

«Vengono nascosti effetti collaterali e decessi post vaccino» – I dati della farmaco-vigilanza sono pubblici. In Italia l’Agenzia Italiana per il farmaco (AIFA) pubblica periodicamente il resoconto le segnalazioni di sospetti eventi avversi, e lo stesso fa l’autorità europea Ema.

«Il vaccino causa infertilità e aborti» – Al momento non c’è nessuna evidenza scientifica di un effetto negativo dei vaccini sulla fertilità maschile o femminile. Per quanto riguarda la somministrazione del vaccino in gravidanza, le prime osservazioni, soprattutto dei dati Usa dove sono migliaia le donne immunizzate durante la gestazione, non hanno rilevato un aumento di rischio di effetti avversi per madri e neonati.

«Il vaccino modifica il nostro DNA» – I vaccini anti COVID-19 non cambiano e non interagiscono in alcun modo con il DNA. Sia i vaccini a mRNA che a vettore virale forniscono istruzioni alle nostre cellule utili ad attivare una risposta immunitaria così da proteggere contro il Sars-Cov-2.

«Il vaccino causa trombosi e miocarditi» – Tutti i farmaci e i vaccini possono avere effetti collaterali. Le Agenzie regolatorie riportano queste due patologie, che peraltro sono anche tra quelle causate dall’infezione, come rari effetti avversi della vaccinazione. Proprio per la loro estrema rarità questi effetti lasciano comunque il rapporto benefici-rischi a favore dei primi, come rilevato da tutte le agenzie regolatorie internazionali.

«I produttori di vaccini e i medici fanno firmare il consenso per evitare responsabilità» – La vaccinazione è un atto medico, e prevede quindi la firma di un consenso informato per essere sicuri che il vaccinando comprenda i benefici e rischi connessi.

«Dai 19/20 anni in giù per i soggetti sani è impossibile morire per Covid e pure manifestare sintomi gravi» – Anche se nelle fasce più giovani il rischio di sviluppare un’infezione sintomatica è minore rispetto agli adulti, è comunque presente. Dall’inizio della pandemia al 17 luglio ad esempio ci sono stati 28 decessi nella fascia di età 0-20 anni. In ogni caso lo scopo della vaccinazione anche nelle fasce di età più giovani è anche quello di limitare a livello di popolazione la circolazione del virus e permettere quindi di uscire dalla pandemia, oltre che di proteggere i soggetti più fragili.

«Più vacciniamo più escono nuove varianti» – Le varianti emergono perché il virus, replicandosi, tende a sviluppare nuove mutazioni. I vaccini, riducendo la circolazione, limitano quindi la possibilità che il virus muti. Le varianti in circolazione in questo momento inoltre, compresa la “Delta”, sono state osservate per la prima volta lo scorso dicembre, quando ancora le campagne vaccinali erano iniziate in pochissimi paesi

«D’estate il virus scompare, è inutile vaccinarsi o mettere le mascherine» – La trasmissione del virus è facilitata dalla frequentazione degli ambienti chiusi, ma anche all’aperto, in caso di assembramenti, è possibile la sua circolazione, ed è quindi necessario adottare le misure opportune.

Tutte le fake news sui vaccini: non è vero che sono stati autorizzati in emergenza, l’Ema non può farlo. Redazione sabato 31 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. I vaccini contro Covid-19 sono stati autorizzati in emergenza? E’ una delle domande che circola in rete e una delle certezze del fronte no vax. Gli scettici del siero immunizzante, infatti, parlano di vaccino sperimentale e definiscono “cavie” coloro che accettano di vaccinarsi. Il portale anti fake-news della Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici e odontoiatri “Dottore ma è vero che?”, ha deciso di replicare alle fake news che circolano sui vaccini.

Gli iter che consentono di accelerare l’approvazione. All’Agenzia europea per i medicinali (Ema) non è permesso – chiarisce il portale Fnomceo – rilasciare approvazioni di emergenza. Tutt’al più, ma in circostanze eccezionali, ha raccomandato l’uso compassionevole di alcuni farmaci, come ha spiegato l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), che ben conosce le norme che disciplinano l’immissione in commercio dei medicinali, dal momento che le cure per il cancro sono spesso oggetto di iter approvativi accelerati con la speranza di andare incontro alle esigenze dei malati: le approvazioni di emergenza da parte dei Paesi membri sono consentite, ma costringono gli Stati ad assumersi la piena responsabilità dell’operazione. La Commissione Europea ha invitato gli Stati membri a non ricorrere alle autorizzazioni nazionali di emergenza per i vaccini per Covid-19, perché potrebbero limitare la capacità dell’autorità regolatoria europea di verificare efficacia e sicurezza dei vari prodotti.

Per i vaccini l’approvazione c’è stata per “circostanze eccezionali”. Dunque, come sono stati approvati i vaccini utilizzati in Italia? “I vaccini contro Covid-19 attualmente in uso nel nostro Paese sono stati approvati dalla Ema “under exceptional circumstances”. In altre parole, il percorso di approvazione è stato più veloce perché le nazioni europee stanno vivendo un periodo eccezionalmente difficile dal punto di vista sanitario. I medicinali possono essere approvati con questa procedura qualora siano destinati a curare, prevenire o diagnosticare malattie gravemente debilitanti o potenzialmente letali.

Ma i dati su efficacia e sicurezza sono completi. Disponiamo quindi di dati incompleti su efficacia e sicurezza dei vaccini? No: nella storia della medicina – ricorda il sito anti-fake – pochi farmaci sono stati valutati per sicurezza ed efficacia in modo così accurato come sta avvenendo per i vaccini contro Covid-19. Al 27 luglio 2021 sono state somministrate quasi 66 milioni di dosi di vaccini in Italia. Tutte le vaccinazioni effettuate sono monitorare attraverso il sistema di farmacovigilanza del sistema sanitario italiano. Più di 180 milioni di dosi del vaccino Pfizer e 133 milioni di Moderna sono state somministrate negli Stati Uniti. Inoltre – si legge sul sito Fnomceo – continuano a essere svolti studi che hanno l’obiettivo di monitorare l’efficacia: dal momento dell’approvazione iniziale, una serie di studi clinici sono stati sottoposti a revisione critica (peer review) e pubblicati su riviste importanti, utilizzando i dati raccolti in Israele, Qatar, Regno Unito, Stati Uniti e in altri Paesi. In altre parole, i vaccini a mRNA sono stati ampiamente dimostrati sicuri ed efficaci da studi clinici, ricerche indipendenti e dall’esperienza di milioni di persone in tutto il mondo che li hanno ricevuti.

Draghi: “I vaccinati non contagiano”. La Federazione dei medici lo smentisce: “Fake news”. Luisa Perri lunedì 26 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi ha sparato una bufala colossale sul vaccino, che è passata sotto silenzio: “I vaccinati non sono contagiosi”, ha detto il premier in conferenza stampa in occasione della presentazione del Green pass.

Draghi e la bufala dei vaccinati non contagiosi. La gaffe di Draghi è stata pressoché ignorata da tutti (o quasi). Solo il giornale Open di Enrico Mentana ha avuto il coraggio di riferire correttamente il fatto. Avete letto commenti indignati o allarmati? Muti i Burioni e Crisanti di turno. Zitto il ministro Speranza. Silenti i vertici dell’Iss. Non uno straccio di virologo che abbia detto a Draghi quello che non viene risparmiato a Meloni, Salvini e ad altre personalità della vita politica o sociale, quando parlano del Covid. Non tutti i leader di governo sono così fortunati. Per alcune frasi sul Covid, il presidente americano Donald Trump è stato censurato, bannato, bloccato e segnalato. Sia da Twitter che da Facebook.

Che cosa ha detto il premier? «Il Green Pass è una misura con cui gli italiani possono continuare ad esercitare le proprie attività, a divertirsi e andare al ristorante, a partecipare a spettacolo all’aperto o al chiuso con la garanzia, però, di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. In questo senso è una misura che, nonostante abbia chiaramente delle difficoltà di applicazione, è una misura che dà serenità, non che toglie serenità. Grazie».

La Fnomceo smentisce Draghi sui vaccinati. Da quando è scoppiata la pandemia, la Federazione dei medici ha allestito una task force che fornisce chiarimenti ai giornalisti e ai cittadini. Interpellati dal Secolo d’Italia, alla nostra precisa domanda: “I vaccinati che hanno completato il ciclo vaccinale possono contagiare?”. La risposta smentisce categoricamente il premier. 

Il caso dei positivi sull’Amerigo Vespucci dove sono tutti vaccinati. «La risposta è sì: una persona vaccinata può infettarsi e contagiare – spiegano dalla Fnomceo, l’Ordine nazionale dei medici, tramite il team di dottoremaeveroche, il sito anti fake- news rivolto a medici e cittadini -. Tuttavia, come dimostra il recente caso dell’Amerigo Vespucci, il vaccino riduce moltissimo entrambi questi rischi. Non solo tutti i casi sono stati lievi o asintomatici – cosa che potrebbe essere anche legata all’età – ma soprattutto l’infezione non si è diffusa oltre un ristretto numero di persone, una ventina su oltre trecento. E questo nonostante si trattasse di una comunità chiusa».  Andrebbe ricordato che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha avuto i suoi interventi censurati per dichiarazioni ritenute “inesatte” e “fuorvianti”. Per Draghi, invece, i solitamente solerti censori dei Social si sono improvvisamente distratti. Zuckerberg & c. inizieranno a “segnalare” anche le conferenze stampa di Palazzo Chigi?

Dagotraduzione dalla Nbc il 28 luglio 2021. I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti martedì hanno pubblicato nuove linee guida raccomandando l'uso di maschere per interni in aree con alti tassi di trasmissione dopo che nuovi dati hanno suggerito che gli individui completamente vaccinati non stanno solo contraendo il Covid-19, ma potrebbero potenzialmente infettare altri. Il direttore del CDC Rochelle Walensky ha affermato che studi recenti hanno dimostrato che gli individui vaccinati che vengono infettati da Covid hanno la stessa carica virale dei non vaccinati, rendendo possibile la diffusione del virus ad altri. Sulla base di tale scoperta, Walensky ha affermato che il CDC raccomanda anche a tutti i bambini delle scuole di indossare maschere in autunno. «Stiamo vedendo ora che è effettivamente possibile che può trasmettere ulteriormente, ed è questa la ragione del cambiamento", ha detto Walensky. Dopo l'annuncio, lo staff della Casa Bianca ha iniziato a indossare maschere e il vicepresidente Kamala Harris ne ha indossata una durante un evento martedì pomeriggio in cui ha invitato più americani a farsi vaccinare per ridurre la diffusione del virus. «Le persone hanno bisogno di essere vaccinate, questo è l'unico modo per risolvere questa cosa, a nessuno piace indossare una maschera. Fatevi vaccinare», ha detto Harris. La Casa Bianca ha poi affermato che avrebbe richiesto a tutti coloro che si trovano nella Casa Bianca e nei suoi uffici di indossare maschere a partire da mercoledì. Nel frattempo, il medico curante del Campidoglio, Brian Monahan, ha notificato martedì agli uffici della Camera che sarebbero state necessarie «maschere per il viso filtranti ben adattate, di grado medico» all'interno degli edifici degli uffici della Camera e dell'edificio del Campidoglio. Ha inviato una lettera simile al leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, DN.Y., e al leader della minoranza Mitch McConnell, R-Ky., raccomandando ai senatori e al personale di indossare una maschera al chiuso a Capitol Hill in risposta alle nuove linee guida sulle maschere del CDC. I funzionari dell'amministrazione sostengono ancora che i vaccinati rappresentano una percentuale molto piccola di trasmissione, che si verifica principalmente tra le persone non vaccinate. Walensky ha affermato che la decisione di chiamare un ritorno all'uso della maschera non è stata presa alla leggera e che spera che sarà temporanea, fino a quando i ranghi dei vaccinati non aumenteranno e la quantità di virus in circolazione nella comunità non diminuirà. «Non è una notizia gradita che il mascheramento farà parte della vita delle persone che sono già state vaccinate», ha detto Walensky. «Questi nuovi dati pesano molto su di me, questa nuova guida ha pesato molto su di me e volevo solo trasmettere che questa non è stata una decisione presa alla leggera». La guida arriva dopo un dibattito interno tra i funzionari sanitari: se rispondere a questi risultati semplicemente informando il pubblico su di essi o raccomandando ulteriori restrizioni, incluso il ritorno all'uso uniforme della maschera interna sia per gli individui vaccinati che per quelli non vaccinati. I funzionari dell'amministrazione hanno lottato negli ultimi giorni su come rispondere al crescente numero di infezioni da Covid e ricoveri tra coloro che sono completamente vaccinati, nonostante le pressioni degli esperti di sanità pubblica per rimettere in atto le raccomandazioni sulle mascherine. Gran parte dell'agenda interna di Biden punta a far superare la pandemia al Paese e a spostare l'attenzione su altre priorità, come le infrastrutture e i diritti di voto. «L'annuncio odierno del CDC – e cioè che nuove ricerche e preoccupazioni sulla variante delta portano il CDC a raccomandare un ritorno al mascheramento in alcune parti del paese - è un altro passo nel nostro viaggio per sconfiggere questo virus. Spero che tutti gli americani che vivono nelle aree indicate dalla guida del CDC la seguirà. Lo farò sicuramente quando viaggerò in queste aree», ha detto Biden. All’interno dell’amministrazione la preoccupazione sul ritorno dell’obbligo di mascherina è stata forte: il fatto di poter circolare anche senza è stato un grande incentivo alla vaccinazione.  Il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha detto lunedì che il presidente seguirà tutte le linee guida del CDC sull'uso delle maschere quando si recherà nei luoghi in cui sono raccomandate. Mentre i vaccini Covid hanno portato a un forte calo di nuove infezioni, decessi e ricoveri, numerosi studi hanno scoperto che sono meno efficaci contro la nuova variante delta che ora rappresenta la stragrande maggioranza delle infezioni negli Stati Uniti. Data l'infettività della variante, alcuni esperti di salute ora mettono anche in dubbio l'efficacia delle maschere di stoffa standard e chiedono che le maschere come la KN95 siano raccomandate per l'uso indoor per tutti, in particolare tra gli anziani e gli immunocompromessi. Uno studio ha scoperto che le persone infette dalla variante delta trasportavano 1.000 volte il virus rispetto ai ceppi precedenti. Nonostante una spinta negli ultimi due mesi da parte dell'amministrazione Biden per aumentare il numero di persone vaccinate, il numero di vaccinazioni giornaliere si è stabilizzato a circa 500.000 al giorno e Biden deve ancora raggiungere il suo obiettivo del 4 luglio di ottenere il 70% degli adulti almeno parzialmente vaccinato. Non è noto quanto siano diffuse le infezioni tra i vaccinati negli Stati Uniti. Il CDC ha dichiarato a maggio che smetterà di monitorare il numero di infezioni nelle persone vaccinate, a parte i casi in cui una persona completamente vaccinata è stata ricoverata o è morta. Walensky ha detto lunedì che l'agenzia ha monitorato gruppi specifici per le infezioni rivoluzionarie e che presto riporterà i dati. Finora i dati limitati portano i medici a valutare alla cieca il rischio che la nuova variante rappresenta per i loro pazienti. La scorsa settimana in Israele i ricercatori hanno pubblicato dati che mostrano come il vaccino Pfizer-BioNTech abbia un efficacia del 39% contro la prevenzione dal contagio della variante delta, e del 91% nel prevenire malattie gravi. «È una politica molto miope non raccogliere quei dati perché temono che vengano interpretati erroneamente da persone che pensano che i vaccini non funzionino», ha affermato Christopher Murray, direttore dell'Institute for Health Metrics and Evaluation presso il Università di Washington. «Essenzialmente ci sta rendendo un po' ciechi di fronte a ciò che sta realmente accadendo». Ma nonostante la mancanza di dati dal CDC, le prove aneddotiche sono diffuse, con casi di alto profilo di gruppi di individui completamente vaccinati che vengono infettati - come un gruppo di democratici della legislatura del Texas, un funzionario della Casa Bianca, un gruppo di New York Yankees e un atleta olimpico. Michael Osterholm, direttore del Centro per la ricerca sulle malattie infettive dell'Università del Minnesota, ha affermato di essere particolarmente preoccupato per il numero crescente di casi in cui sta sentendo parlare di gruppi di individui vaccinati che vengono infettati. Il CDC ha affermato che i dati indicano che i vaccinati non possono diffondere il virus ad altre persone vaccinate, ma Osterholm ha affermato che i gruppi di casi tra i vaccinati suggeriscono il contrario. In un cluster di oltre 200 casi a Provincetown, nel Massachusetts, il 70% dei casi positivi al Covid dal 1° luglio sono stati tra individui vaccinati, ha dichiarato il responsabile della città Alex Morse in un'intervista a MSNBC. Una piccola percentuale di coloro che sono completamente vaccinati continua anche a essere ricoverata in ospedale e muore a causa del virus, in particolare nelle aree che vedono un'impennata dei casi della variante delta. Al Texas Medical Center di Houston, il 10% degli oltre 250 pazienti Covid ricoverati è stato vaccinato, ha detto un portavoce dell'ospedale. A Las Vegas, secondo il Southern Nevada Health District, a luglio l'11% dei ricoveri per Covid era stato di persone completamente vaccinate. Un portavoce del sistema sanitario dell'Università del Kansas ha dichiarato il 15 luglio che il 16% dei pazienti ricoverati erano persone completamente vaccinate. I funzionari ospedalieri hanno aggiunto, tuttavia, che coloro che sono vaccinati hanno meno probabilità di essere in terapia intensiva o morire, e quasi tutti coloro che sono stati ricoverati dopo le vaccinazioni avevano gravi condizioni di base. A livello nazionale, il CDC ha monitorato oltre 4.000 casi di persone completamente vaccinate ricoverate in ospedale con sintomi di Covid al 19 luglio, in aumento del 9% rispetto alla settimana precedente. L'agenzia ha affermato che un totale di 849 persone vaccinate sono morte, di cui 58 nella settimana del 12 luglio, secondo i dati riportati al CDC dai dipartimenti sanitari locali.

Laura Cuppini per il "Corriere della Sera" il 28 luglio 2021.

Professor Abrignani, chi è vaccinato contro il Covid può comunque infettarsi e trasmettere l'infezione?

«Premesso che il rischio zero in medicina non esiste e che sta circolando una variante estremamente contagiosa, la Delta, la vaccinazione riduce in modo impressionante sia il rischio di ospedalizzazione e morte, che il numero di contagi. Dunque anche le possibilità di trasmettere il virus: se non sono positivo, non posso infettare altre persone». 

Sergio Abrignani è professore ordinario di Patologia generale all'Università Statale di Milano e direttore dell'Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi», oltre che membro del Comitato tecnico-scientifico per l'emergenza.

Di che percentuali stiamo parlando?

«Nelle fasi più pesanti della pandemia, sia in Italia che in Gran Bretagna c'era un morto ogni 50 infettati, ora - a 6 mesi e mezzo dall'inizio della campagna vaccinale e con una variante super diffusiva divenuta predominante - in Gran Bretagna si stima circa un morto ogni 500 infettati. Il ciclo completo di vaccino Pfizer (due dosi) protegge all'88% da malattia grave e morte e tra il 65 e il 90%, secondo gli ultimi dati inglesi, dal rischio di contagiarsi e quindi trasmettere l'infezione. Pensiamo a un ambiente chiuso con uno o più positivi: se i presenti sono tutti vaccinati se ne infettano nel peggiore dei casi 65 su 100, se non sono vaccinati la percentuale può salire al 100 per cento. La variante Delta ha un R0 stimato di 5-8 (i soggetti che può contagiare un positivo), il ceppo di Wuhan aveva un R0 di 2,5 e la variante Alfa è a 4-5». 

I no vax sostengono che nei giovani gli effetti collaterali dei vaccini possono superare i benefici. È così?

«No, è fondamentale che gli under 40 si vaccinino, per vari motivi: proteggere sé stessi, i propri cari (soprattutto se fragili) ed evitare che il virus continui a circolare. Nell'ultimo mese l'età media dei nuovi contagi è 27 anni e il 24,8% dei casi ha riguardato la fascia 0-18 anni. Lasciare un'intera fetta di popolazione non vaccinata può portare allo sviluppo di nuove varianti». 

Quanto incide la fascia under 18 nel superamento della pandemia?

«In Italia i ragazzi tra i 12 e i 17 anni - oggi vaccinabili con Pfizer - sono circa 3 milioni. Un bacino molto vasto per l'infezione. Inoltre i rischi legati a Covid nei bambini non sono pari a zero: in questo anno e mezzo i morti tra 0 e 19 anni sono stati 28, secondo dati dell'Iss. Con i vaccini possiamo evitare che se ne aggiungano altri. 

I minori con fragilità sono per fortuna pochi (pensiamo per esempio ai pazienti oncologici), ma non dimentichiamo che in Italia circa un bambino su dieci è obeso (9,4%) e l'obesità rappresenta uno dei fattori di rischio per le forme gravi di Covid. Non solo. In molte famiglie ci sono persone che, seppur vaccinate, non sono protette. Basti pensare ai tanti pazienti in chemioterapia o che assumono farmaci immunosoppressori. Vaccinare un figlio o un nipote significa ridurre drasticamente le probabilità che un padre o un nonno fragili finiscano in ospedale per Covid con altissimi rischi di morte».

Anche per i bambini i benefici della vaccinazione superano i rischi?

«Certamente. Da Israele sono arrivati dati su casi di miocarditi nei giovani vaccinati, poi confermati dai Centers for disease control and prevention (Cdc) statunitensi. Si è visto che c'è un legame con il vaccino Pfizer, ma si tratta di eventi lievi che si risolvono in pochi giorni.

Nessun ragazzo è morto a causa del vaccino Covid mentre, come vediamo per esempio in Indonesia, il virus uccide anche in quelle fasce di età. Secondo un'analisi dei Cdc, un milione di dosi di vaccino Pfizer possono, nella fascia 12-29 anni, evitare 23.500 casi di Covid, circa 1.500 ricoveri, 211 ingressi in terapia intensiva e 12 decessi. Il tutto a fronte di un rischio di 43-52 casi di miocardite. Che la bilancia penda dalla parte del vaccino è evidente».

Perché alcuni Paesi, come la Gran Bretagna, consigliano la vaccinazione solo ai minori fragili?

«In Gran Bretagna è stato autorizzato l'uso del vaccino Pfizer negli adolescenti ed è fortemente consigliato per i minori a rischio. Questo può dipendere dal fatto che nel Paese è stato vaccinato con doppia dose più del 70% della popolazione. Se aggiungiamo i guariti (circa il 10%), si comprende come sia stata già raggiunta un'immunità diffusa che consente di tenere sotto controllo contagi, ricoveri e decessi. La Gran Bretagna ha iniziato la campagna vaccinale prima di noi. In Italia dobbiamo procedere a pieno ritmo proteggendo tutte le fasce di età per evitare che la situazione torni a peggiorare». 

Il vaccino è l'arma vincente per sconfiggere il virus?

«Sì, non possiamo confidare nella stagionalità o nell'esaurimento naturale dell'infezione. Pensiamo alla polio: la malattia è stata debellata in quasi tutto il mondo grazie al vaccino. A livello globale abbiamo superato i 3 miliardi e mezzo di dosi somministrate contro Covid. Gli eventi avversi sono stati limitati, pensiamo alle trombosi rare collegate ai vaccini a vettore virale per le quali le Agenzie regolatorie hanno cambiato la destinazione per fasce di età. Quelli a mRna hanno mostrato un'efficacia e una sicurezza di altissimo livello e si sta studiando un loro possibile utilizzo anche nei bambini under 12». 

Perché anche i vaccinati devono fare la quarantena? E quanto sono contagiosi? Silvia Turin su Il Corriere della Sera il 19/7/2021. Il punto sugli studi e le regole con l’avanzata della variante Delta. L’infettività dipende dalla carica virale: essere completamente vaccinati la abbassa e ci rende meno contagiosi. Boris Johnson è stato «costretto» all’isolamento proprio alla vigilia della fine di tutte le restrizioni in Inghilterra: il primo ministro è stato infatti raggiunto dall’avviso di obbligo di quarantena a causa di una riunione avuta venerdì con il ministro della Sanità, Sajid Javid, risultato positivo al coronavirus pur essendo completamente vaccinato, come d’altronde lo è Boris Johnson. In Gran Bretagna la quarantena scatta se si viene «segnalati» dalla app di tracciamento del Covid e attualmente oltre mezzo milione di cittadini comuni in tutta l’Inghilterra è costretto a isolarsi perché ha avuto contatti con persone contagiate.

Ha senso isolarsi dopo un contatto a rischio per una persona completamente vaccinata? 

«Non ha senso con le varianti precedenti, perché i vaccini proteggono anche dall’infezione. Con la variante Delta il rischio di infettarsi è più alto, tuttavia il virus si replica meno proprio perché c’è il vaccino, infatti le persone che si sono vaccinate o non sviluppano sintomi o fanno una forma lievissima di malattia, proprio perché hanno una bassa carica virale e quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono anche non contagiose», spiega l’immunologa Antonella Viola.

Qual è l’orientamento rispetto alla quarantena in Usa ed Europa? 

«I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) Usa sono stati i primi a dire che le persone vaccinate non sarebbero state testate, non sarebbero andate in quarantena e potevano non usare la mascherina. In Europa la comunicazione non è stata così chiara e ogni Paese ha fatto da solo. In Italia c’è ancora l’obbligo di quarantena, che però non è possibile pensare di mantenere nel tempo», dice Viola.

C’è una differenza di rischio con chi avesse fatto solo una dose? 

Ci sono dati da Israele che dicono che già una dose fa abbassare la carica virale: nei vaccinati positivi è stata misurata una riduzione fino a 4 volte (per le infezioni che si sono verificate 12-28 giorni dopo la prima dose). «Le cariche virali ridotte suggeriscono una minore infettività, però per prudenza, quando diciamo che non è necessario fare la quarantena, ci riferiamo a soggetti completamente vaccinati» , specifica l’immunologa.

Un vaccinato positivo quanto è contagioso per gli altri?

Ci sono una serie di studi che hanno analizzato la variante Alfa e hanno dimostrato che le possibilità che un vaccinato possa contagiare sono bassissime. Con la variante Delta non ci sono ancora dati pubblicati, ma sono in corso gli studi. Anthony Fauci, il consulente medico della Casa Bianca, ha dichiarato essere «un’ipotesi ragionevole» che le persone completamente vaccinate positive abbiano «molto meno» virus nelle vie aeree rispetto alle persone non vaccinate con infezioni asintomatiche. «Quello che vediamo è che le persone vaccinate non si infettano allo stesso modo e nella gran parte dei casi non hanno sintomi. Questo significa che la carica virale è bassa e hanno una possibilità inferiore di contagiare gli altri». La pecca di questo tipo di studi è che una persona vaccinata sarà testata molto meno e, se anche fosse positiva sarebbe facilmente asintomatica e quindi, ancora una volta, sottoposta meno a tamponi.

Può dipendere anche dal tipo di vaccino con cui sono stato immunizzato? 

«Sì, è possibile che ci siano dei vaccini che abbiano una maggiore capacità di offrire immunità neutralizzante nelle vie aeree e quindi di bloccare meglio la replicazione virale», osserva l’esperta.

Cosa dobbiamo fare con la variante Delta con le regole su quarantena e mascherine?

«Dobbiamo dare un segnale chiaro a chi ha fatto le due dosi: sarei per togliere la quarantena, tuttavia dobbiamo dire alle persone vaccinate che la situazione è cambiata. Con la variante Delta è bene che, quando si trovano con persone non vaccinate, usino mascherina e distanziamento perché potrebbe esserci un rischio, seppure bassissimo, di contagiarle e farle ammalare», conclude la specialista. 

Covid, Vidal contagiato dopo essere stato vaccinato: il centrocampista cileno è ricoverato in ospedale. Asia Angaroni l'1/06/2021 su Notizie.it. Arturo Vidal, giocatore dell'Inter, è stato ricoverato dopo la positività al Covid. "A chi può, chiedo di vaccinarsi", dice il centrocampista cileno. Dopo la soddisfazione per la vittoria del campionato con la maglia neroazzurra, Arturo Vidal è volato in Cile per giocare con i suoi compagni la Copa America. Tuttavia, il centrocampista è già fermo a causa del Covid: risultato positivo al virus, Vidal è stato ricoverato. Era stato vaccinato tre giorni prima, ma ora è risultato positivo al coronavirus: Arturo Vidal è stato ricoverato dopo la positività al test. Il centrocampista cileno è rimasto isolato per 72 ore nel ritiro della nazionale che a Santiago del Estero incontrerà l’Argentina per le qualificazioni ai prossimi Mondiali di Qatar 2022. Il giocatore ha manifestato una “sindrome febbrile dovuta a tonsillite”. Venerdì 28 maggio era stato vaccinato con i suoi compagni di Nazionale. Per il momento il suo impegno accanto a La Roja si ferma e deve pensare a riprendersi. Una nota ufficiale della squadra comunica: “Arturo è stato ricoverato e isolato dal gruppo per più di 72 ore come misura preventiva di una grave tonsillite pleurica”. In Cile l’emergenza Covid-19 continua a fare paura. Nel Paese si registrano circa 6000 contagi al giorno e dall’inizio della pandemia si contano 29.000 vittime per 1,3 milioni di contagi complessivi. “Felice con il vaccino”, scriveva Arturo Vidal sul suo profilo Instagram, condividendo i suoi scatti. Solo pochi giorni dopo però, ha comunicato ai fan la sua positività al Covid-19. “Sfortunatamente il controllo di oggi ha dato esito positivo al Covid”, ha scritto su Instagram. Ha spiegato che è la conseguenza di un contatto avuto “con un amico asintomatico”. Questa volta non potrà scendere in campo con la Nazionale, comunica Vidal, ma “sosterrò i miei compagni con tutta la mia forza”. Poi ha sottolineato: “Mi riprenderò presto per poter vestire nuovamente La Roja de Todos”. Nel suo post su Instagram, Vidal ha ringraziato i medici che “stanno curando tutti noi cileni che stiamo combattendo contro questa terribile pandemia”. Quindi ha ribadito: “E chiedo per favore che chi può vaccinarsi lo faccia”. Dopo aver fatto sapere ai tifosi di essere risultato positivo al virus, Vidal ha ricevuto l’affetto e l’incoraggiamento di amici e sostenitori cileni, interisti e non solo. Non si fermano i messaggi di supporto per il centrocampista, che dai fan sta ricevendo tanta forza per guarire presto dalla malattia. “Che peccato, forza king”, si legge tra i commenti su Instagram. Ma anche: “Rimetti presto fratello” e “Un forte abbraccio, guarisci presto”.

Riccardo Galli per blitzquotidiano.it il 29 luglio 2021. Vaccini, una propaganda velenosa, surreale e suicida, una vera e propria overdose di roba-parole mal tagliata sussurra maligna che i vaccini servono a poco. Non è solo falso, è spudoratamente falso. Il fatto che poi la menzogna piaccia, che crogiolarsi nella menzogna sia piacere in cui indulgono in molti appartiene ad altra e grave patologia. Di Covid, di questa patologia, prima che esistessero e fossero somministrati i vaccini moriva un infetto su 50. Dopo sei mesi di vaccini alla popolazione i morti di Covid sono uno ogni 500 infetti e contagiati. I talebani del vaccino strumento del maligno in Terra diranno che coronavirus è diventato clemente, seppur mai esistito. Diranno che è l’estate, il caldo, le cure. Diranno che è la prova che Covid è solo un’influenza. Diranno la qualunque e, soprattutto, diranno la qualunque e il suo contrario. Diranno e dicono infatti che Covid è influenza e che di Covid si muore anche se vaccinati.

Morti di Covid anche se vaccinati. Non è la prova che vaccino serve a poco o chissà davvero a cosa serve? Come prova è un po’ quantitativamente esile: i morti per Covid pur avendo ricevuto due dosi di vaccino sono meno dell’un per cento di chi non ce l’ha fatta a superare la malattia (da quando vaccino esiste). E come prova, se sottoposta ad analisi qualitativa, come prova si squaglia. I morti per Covid anche se vaccinati non solo pochissimi, in più età media 89 anni e ciascuno con almeno (!) cinque altre patologie. Eccole: cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ictus, ipertensione. Il vaccino non li ha salvati, a 89 anni di media e in queste condizioni di mala salute nella li avrebbe salvati. 

Quante persone sono state salvate dai vaccini. I vaccini hanno “solo” salvato quei 9 su 10 infetti che altrimenti sarebbero morti, la differenza acclarata e documentata tra un morto su 50 infetti prima dei vaccini e un morto ogni 500 infetti dopo i vaccini.

(ANSA il 27 luglio 2021. ) Quasi 99 deceduti per Covid su 100 dallo scorso febbraio non avevano terminato il ciclo vaccinale, e fra quelli che invece lo avevano completato si riscontra un'età media più alta e un numero medio di patologie pregresse maggiori rispetto alla media. Lo afferma un approfondimento contenuto nel report periodico sui decessi dell'Istituto Superiore di Sanità. Fino al 21 luglio sono 423 i decessi SARS-COV-2 positivi in vaccinati con "ciclo vaccinale completo" e rappresentano l'1,2% di tutti i decessi SARS-COV-2 positivi avvenuti dallo scorso 1 febbraio (in totale 35.776 decessi). L'1 febbraio, spiega l'Iss, è scelto come data indice perché corrisponde alle cinque settimane necessarie per il completamento del ciclo vaccinale a partire dall'inizio della campagna. L'analisi è basata su un campione di 70 cartelle cliniche dei 423 decessi SARS-COV-2 positivi avvenuti fino al 21/07/2021 in vaccinati con "ciclo vaccinale completo" (16.5%). Rispetto alla totalità dei decessi per cui sono state analizzate le cartelle cliniche, rileva l'Iss, nel campione dei deceduti con "ciclo vaccinale completo" l'età media risulta decisamente elevata (88.6 vs. 80 anni). Inoltre, il numero medio di patologie osservate in questo gruppo di decessi è di 5,0, molto più elevato rispetto ai decessi della popolazione generale (3,7). Dopo l'insufficienza respiratoria acuta, le sovrainfezioni sono le complicanze maggiormente diffuse nelle persone decedute con ciclo vaccinale completo. Terapia antibiotica e steroidea sono le terapie più utilizzate su questi pazienti. "I risultati qui presentati - conclude il report - possono avere due possibili spiegazioni. In primis, i pazienti molto anziani e con numerose patologie possono avere una ridotta risposta immunitaria e pertanto essere suscettibili all'infezione da SARS-CoV-2 e alle sue complicanze pur essendo stati vaccinati. In secundis, questo risultato può essere spiegato dal fatto che è stata data priorità per la vaccinazione alle persone più anziane e vulnerabili e che quindi questa rappresenta la popolazione con maggiore prevalenza di vaccinazione a ciclo completo alla data in cui è stata eseguita questa valutazione". 

Mauro Evangelisti per "il Messaggero" il 12 agosto 2021. «I vaccini stanno funzionando. E bene. Stanno fermando i casi gravi. Ai 4,5 milioni di over 50 che rifiutano il vaccino dico solo: guardate i dati. E tenete conto che la variante Delta ha una capacità di trasmissione da 6 a 8 volte più alta del ceppo originale. Se non si è vaccinati, è quasi impossibile non essere contagiati» dice il professor Massimo Ciccozzi, direttore del laboratorio di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare dell'Università Campus Bio-medico di Roma che insieme ad alcuni colleghi ha pubblicato una lettera sul Journal of Medical Virology dal titolo d'impatto: «Mentre discutiamo sui vaccini, il virus se la ride». Guardatevi i dati, dice il professor Ciccozzi.

SCENARIO E l'ultimo report dell'Istituto superiore di sanità, sulla base dell'esperienza italiana, dice questo: con il ciclo completo della vaccinazione la protezione dal decesso è del 96,6 per cento. Tra l'11 giugno e l'11 luglio di 180 morti per Covid presi in considerazione, i vaccinati erano solo 34. «E di questi - ricorda Ciccozzi - 29 erano over 80 con varie patologie». Non solo: in un reparto di terapia intensiva, 9 pazienti Covid su 10 non sono vaccinati. Travolti da dichiarazioni, notizie che rimbalzano dai vari Paesi, numeri non sempre semplici da interpretare, i cittadini si domandano: ma i vaccini stanno funzionando? La sintesi, che emerge dall'ultimo studio dell'Istituto superiore di sanità, e che coincide più o meno con gli studi che arrivano anche dall'estero, è: sì, stanno funzionando, stanno riducendo il numero dei ricoveri, anche se con la variante Delta c'è una minore efficacia nel fermare l'infezione. Cosa significa? Semplificando: se sei vaccinato, hai molte meno possibilità di finire in ospedale rispetto a una persona che non è vaccinata. Hai anche molte meno possibilità di infettarti, ma in questo caso il margine di incertezza sale. Per questo motivo ieri il direttore dell'Oxford Vaccine Group, Sir Andrew Pollard, ha affermato: «Non è possibile raggiungere l'immunità di gregge con l'attuale variante Delta del coronavirus. La variante Delta infetterà ancora le persone che sono state vaccinate. E questo significa che chiunque non sia ancora vaccinato a un certo punto incontrerà il virus e non abbiamo nulla che possa fermare completamente quella trasmissione».

FUTURO Per questo, ormai molti virologi ed epidemiologi sono concordi: Sars-CoV-2 diventerà endemica, continuerà a circolare normalmente, ma non sarà un grande problema, perché se la maggioranza di noi sarà vaccinata, se lo saranno soprattutto le categorie più fragili, di conseguenza ricoveri e decessi saranno pochi e dunque la convivenza sarà accettabile. Perché ancora non siamo a questo punto? Malgrado l'Italia sia uno dei Paesi al mondo che ha vaccinato più persone, siamo ancora lontani dal traguardo: tra gli over 12, vale a dire i vaccinabili, c'è ancora oltre il 30 per cento di persone che ha rifiutato l'iniezione e non è protetto.

CONVIVENZA L'ultimo report dell'Istituto superiore di sanità analizza nel dettaglio infezioni, ricoveri e decessi per Covid tra il 25 giugno e il 25 luglio. Immaginate di entrare in un reparto di terapia intensiva che raccoglie tutti i malati che, purtroppo, in Italia hanno dovuto affrontare questa esperienza: gli ingressi sono stati 203, ma di quelli la stragrande maggioranza, 180, non è stata vaccinata o, in misura minore, ha ricevuto solo una dose di vaccino. Andiamo oltre, analizziamo i decessi sempre attingendo dai dati dell'Istituto superiore di sanità: su 180 morti i vaccinati sono solo 34 (dati del periodo 11 giugno - 11 luglio). Non solo: di quei 34, 29 sono over 80, la fascia di età per la quale il tasso di letalità è molto più alto; per fortuna il 90 per cento degli over 80 è protetto con la doppia iniezione, se non lo fosse stato quel dato sarebbe molto più doloroso. I ricoveri ospedalieri, dunque considerando anche quelli in area medica, riflettono lo stesso scenario: su 3.000 pazienti Covid, solo un settimo sono vaccinati, 404. Ancora: di quei 2.526 ricoveri di non immunizzati, 932 hanno meno di 40 anni, a dimostrazione che non è vero che se sei giovane non rischi nulla. Conclude il professor Massimo Ciccozzi: «Il nostro obiettivo non è più l'immunità di gregge, ma la protezione di più persone possibile. Se il vaccino evita la malattia grave e il ricovero, allora possiamo convivere con Sars-CoV-2, così come facciamo storicamente con altri virus».

Marina Amaduzzi per "corrieredibologna.corriere.it" il 12 agosto 2021. «Se non ci fosse il vaccino avremmo il triplo dei ricoveri, vista la contagiosità della variante Delta. Su dieci pazienti nove non sono vaccinati: qualcosa vorrà dire no?». Andrea Zanoni dirige la Covid Intensive Care, la terapia intensiva Covid al padiglione 25 del Sant’Orsola dove sono ricoverate 42 persone in degenza ordinaria e 10 appunto in terapia intensiva. 

Com’è la situazione?

«I ricoveri sono aumentati molto rispetto all’agosto dell’anno scorso. Abbiamo aperto due reparti di degenza ordinaria invece di uno mezzo vuoto l’estate scorsa. In terapia intensiva ho 10 pazienti, contro i 3-4 dell’anno scorso. Insomma, c’è una pressione maggiore, ancora niente di drammatico sia ben chiaro, ma la situazione è più impegnativa».

Sono cambiati i pazienti?

«Sì decisamente. Ci sono più pazienti giovani, in terapia intensiva abbiamo avuto anche un ragazzo di 23 anni, senza comorbilità, che è stato intubato e poi estubato. L’età media dunque si è molto abbassata anche nelle degenze ordinarie dove però arrivano forme di malattia più leggere. Gli anziani sono pochissimi, così come i non vaccinati». 

Anche in terapia intensiva non sono vaccinati?

«Di quelli che ho ricoverati ora tutti, a parte uno, hanno la polmonite bilaterale, l’altro è entrato per altre patologie e dallo screening pre-ricovero è risultato positivo. I 9 con la polmonite sono tutti non vaccinati, a parte uno». 

È una ulteriore dimostrazione della differenza che fa il vaccino no?

«Assolutamente, non c’è alcun dubbio. Se non avessimo i vaccini avremo il triplo dei malati. I vaccini poi non coprono al 100% ma al 98%, per cui c’è sempre quel 2% di possibilità di sviluppare la malattia che però non è una forma lieve, breve, leggera. È vero anche che i vaccinati possono essere contagiosi, ma gli studi mostrano che il tempo di contagiosità si riduce a un quarto, quindi con meno possibilità di far circolare il virus. A meno di nuove varianti il vaccino funziona. Stiamo proteggendo le parti ricche del mondo, dove non è stata fatta una campagna vaccinale e dove c’è un’ampia circolazione del virus le probabilità che si sviluppino altre varianti è alta». 

Tornando alla comunità bolognese, cosa si aspetta per settembre?

«In realtà di questi tempi pensavo di essere vuoto come l’anno scorso, di essere in una situazione migliore. Questo stato di cose ci ha colto di sorpresa, pensavamo di passare un’estate più tranquilla, invece la passiamo con più pazienti e più pazienti intubati. Le previsioni degli esperti dell’Università di Bologna dicono che ci sarà un incremento ulteriore tra fine agosto e l’inizio di settembre. È il picco previsto da loro, anche se non è paragonabile a quello che abbiamo vissuto a marzo. Dovrebbe essere un’onda più breve e con un numero di ricoveri molto inferiore. Ci aspettiamo di essere un po’ sotto stress a fine agosto».

E dopo?

«Tutto dipende dalla campagna vaccinale. Siamo ancora dentro questa pandemia, credo che ne avremo ancora per tutto il 2022, ma per restare all’autunno molto dipenderà anche dalle decisioni che saranno prese sulla scuola. Solo i ragazzini vaccinati andranno a scuola in caso di focolaio e i non vaccinati in dad? Sono decisioni che conteranno. Tornando ai miei 10 pazienti di adesso, otto sono no vax, persone di 60-70 anni che sono stati contagiati dai figli o dai nipoti». 

Ma quando un no vax viene ricoverato si pente?

«In genere quando ti senti dire ti addormentiamo perché ti intubiamo il pentimento viene da sè. A parte una signora che ha detto chiaramente che se la vaccinavamo mentre era sotto anestesia ci avrebbe denunciato. La testa della gente è anche questa. Devo essere sincero: sono quasi più stanco degli atteggiamenti di chi non vuole vaccinarsi che del Covid in sé, ne sentiamo di tutti i colori».

Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 14 agosto 2021. Chi non si vaccina non è un negazionista, ma ha semplicemente paura. Una paura mascherata da scetticismo, diffidenza, perplessità e sfiducia nelle istituzioni, un timore che va ben al di là dei movimenti anti-vax che protestano ideologicamente nel nostro Paese. La maggioranza dei soggetti paurosi che rifiutano il vaccino contro il Covid infatti, ha un sistema neurobiologico che li porta a valutare le informazioni in modo pessimistico, cioè dando più peso a quelle negative e scoraggianti, ha riserve nei confronti dei farmaci dei quali evidenzia gli effetti collaterali piuttosto che i benefici, e per questo interpreta in maniera errata dati de-contestualizzati, arrivando a convinzioni personali senza validità logica e scientifica, perché la paura, si sa, non è mai razionale. Lo studio e l'analisi delle caratteristiche psicologiche delle persone che ancora esitano o resistono alla vaccinazione, che la rifiutano oche hanno dubbi sulla utilità, validità e sicurezza, un'indagine eseguita su decine di migliaia di soggetti residenti in tutte le Regioni, conferma che la paura e la diffidenza sono i due sentimenti prevalenti riguardo a questo tema, che andrebbero gestiti sullo stesso piano da cui si generano, quello emotivo, che in queste persone appare fragile e vulnerabile, scosso da emozioni radicate che riemergono associando il siero preventivo ad eventi avversi, a rischi certi o ad elevata probabilità di morte. La paura è un sentimento che non può essere ignorato o represso, che spesso produce comportamenti aggressivi, rabbiosi e irresponsabili, e più questo sentimento cresce, più sfoga nel diniego, nella negazione dell'esistenza stessa del virus, della pericolosità dell'epidemia e del suo miracoloso rimedio. Coloro che ammettono chiaramente di avere paura sono le persone più evolute intellettualmente e culturalmente, mentre la maggioranza dei soggetti che si ritengono coraggiosi a rifiutare il vaccino, che lo dichiarano pubblicamente, vivono questa loro resistenza come un'occasione liberatoria per dare sfogo al proprio desiderio latente di vivere in guerra contro tutto e tutti, di distinguersi mettendosi in trincea, tipico atteggiamento delle personalità frustrate, sociopatiche, ansiose per natura, depresse, vittime nella vita quotidiana e nel lavoro di continui sensi di persecuzione e di ingiustizia per non essere valorizzati secondo le loro aspirazioni, cosa che li spinge ad assumere comportamenti contrari, ossessivi, paranoidi o maniacali, che arrivano all'urlo di piazza e nei social per dare valore al proprio io, per ottenere consensi fuori dal pensiero di gruppo e cercare una realizzazione personale finalmente soddisfacente in nome di una libertà di pensiero e azione che pure nessuno gli nega. In pratica queste persone sono passate dalla paura del Coronavirus, che le ha perseguitate per oltre un anno, con le notizie di migliaia di morti al giorno, tutti non vaccinati, alla paura del vaccino salvifico, nel quale non credono, non hanno fiducia, nonostante l'evidenza dei fatti dimostri come la vaccinazione di massa in atto abbia fatto crollare contagi, ricoveri e migliaia di decessi in tutta Italia, tranne che nei non vaccinati, per i quali sarà quasi impossibile non restare contagiati. La responsabilità di tutto questo in parte è dovuta alla comunicazione disastrosa e spesso contraddittoria che è stata fatta in tv e sui media nei mesi passati, la quale ha contribuito a rafforzare false credenze e superstizioni che hanno viaggiato velocissime sui social, influenzando migliaia di utenti più del virus, in un passaparola da pianerottolo divenuto immediatamente virale. È sulla base di queste paure che gli attivisti.       

Fabio Savelli per corriere.it il 14 agosto 2021. Chi si contagia di Covid tra gli over 80 e non è vaccinato ha una probabilità di morte venti volte maggiore di chi è immunizzato con due dosi nella stessa fascia d’età. Tra i 60 e i 79 anni la differenza di letalità tra i vaccinati e chi non lo è diventa ancora più eclatante: 30 volte maggiore il rischio di morte per chi non si è coperto. Tra i 40 e i 59 anni diminuisce invece di cinque volte il rischio di finire in ospedale. Tra i più giovani, 12-39 anni, siamo al rischio zero per casi in terapia intensiva tra i vaccinati. In quattro mesi, dal 4 aprile all’8 agosto, neanche un episodio. Sono i dati che l’Istituto superiore di Sanità ha diffuso ieri. Prendono in considerazione contagiati, ricoveri ordinari o in terapia intensiva e decessi legati al Covid. Sono gli stessi mesi in cui la campagna vaccinale ha accelerato diventando massiva, arrivando a coprire oltre 35,3 milioni di connazionali con doppia dose e circa 38 milioni con una. Il rapporto dell’Iss, presieduto da Silvio Brusaferro, è il frutto dell’analisi congiunta dei dati dell’anagrafe nazionale vaccini con quelli della sorveglianza Covid-19 che affluiscono dalle regioni. 

Gli over 80. Il rischio decesso tra gli over 80 diverge enormemente tra chi si è coperto e chi no. Senza due dosi chi appartiene a questa fascia d’età ha il 96,69% in più di probabilità di morire a causa del virus rispetto a chi si è immunizzato. Con una dose soltanto la differenza scende al 74,22%, un divario comunque ampio. I numeri assoluti sono più chiari: da aprile ad oggi sono deceduti 28 over 80 che avevano ricevuto due dosi e appartenevano dunque ai 4 milioni di vaccinati di questa fascia. Tra i non vaccinati il rapporto è completamente diverso: sono morti 54 anziani sui 418 mila non coperti. I contagi sono stati 756: la letalità è ancora oggi molto alta, oltre l’8%, se non ci si vaccina. Tra chi è immunizzato i contagiati sono stati invece 2.017, un numero superiore. Questo perché si è verificato quello che gli esperti chiamano «paradosso vaccinale». I numeri di casi Covid tra i vaccinati sono superiori a chi non lo è perché abbiamo coperto oltre il 93% della platea. 

La fascia 60-79 anni. In questa fascia si trovano le stesse differenze. Ancor più interessanti in caso di ospedalizzazioni in terapia intensiva, un rischio concreto per chi contrae il Covid. Chi ha completato il ciclo vaccinale, che l’Iss considera 14 giorni dopo dalla somministrazione della seconda dose, il rischio di finire allettati in carenza di ossigeno scende del 97,79% rispetto a chi non è vaccinato. E del 90,57% per chi ha ricevuto una dose sola. Ci sono stati appena 17 vaccinati con doppia dose finiti in carenza di ossigeno in questi 4 mesi. E 6 decessi su oltre 8,3 milioni di vaccinati di queste due decadi. Tra i non immunizzati i numeri divergono chiaramente: 104 persone sono finite in area medica critica (con 64 decessi) su una platea di gran lunga inferiore: 2,8 milioni di non vaccinati. 

La fascia 40-59 anni. Anche in queste due decadi differenze sostanziali tra le due categorie: vaccinati e non. Il calcolo sui ricoveri in via ordinaria a causa del Covid è esemplificativo: in quattro mesi in questa fascia d’età sono stati ricoverati 1.081 persone non vaccinate su oltre 16.800 contagiati. Significa che tra i non coperti c’è una probabilità su 16 di essere ricoverati, seppur in posti letto di degenza ordinaria. Se invece ci si vaccina la proporzione cambia sensibilmente. Appena 89 vaccinati con doppia dose sono stati ricoverati per Covid su 7,3 milioni di immunizzati. I contagi tra i vaccinati sono stati 6.873. Significa che c’è un caso ogni 77 contagi che finisce in ospedale. 

La fascia 12-39 anni. È quella dove l’analisi sull’efficacia vaccinale è più complicata perché è minore la capacità di tracciamento dei contagi. Scrive l’Iss che «una quota di infezioni asintomatiche o con sintomi lievi non siano diagnosticate, e questo è verosimile si verifichi più frequentemente nella popolazione giovane». In più tra i giovani non vaccinati c’è un altro elemento: «Lo stigma e la paura di eventuali restrizioni alla loro vita sociale conseguenti un’eventuale diagnosi» determinano una «sottostima del rischio». Significa che i numeri dei casi Covid sono sottostimati e quindi cambiano le proporzioni complessive. L’Iss registra la diminuzione del 68,32% del rischio di contagiarsi per i vaccinati con doppia dose rispetto a chi non lo è. Che scende al 41,34% con una dose soltanto. Ma si tratta, come dicevamo, di stime per difetto. Perché l’efficacia vaccinale è probabilmente molto superiore.

Covid, lo studio Iss conferma: ospedalizzazione 7 volte più alta per i non vaccinati, aumentano i contagi tra i bambini. Redazione su Il Riformista il 14 Agosto 2021. Aumentano i casi di contagio tra i bambini con età inferiore ai 9 anni. Mentre il tasso di ospedalizzazione per i non vaccinati è stato oltre sette volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo negli ultimi 30 giorni. A fotografare la situazione Covid in Italia è il rapporto di sorveglianza integrata settimanale dell’Istituto Superiore di Sanità, che mette in risalto anche come la variante Delta, ormai diffusa in Europa così come in Italia, continui a far aumentare le infezioni da Sars-Cov2 nel nostro Paese.

Allerta contagi tra i bambini. Secondo il rapporto Iss, da fine giugno si è osservato un aumento dell’incidenza settimanale tra 0 e 40 anni. Nonostante il dato non sia ancora consolidato, il documento sottolinea come nell’ultima settimana sia stato registrato un incremento particolare nella fascia di età 0-9 anni, con un’incidenza di poco superiore a 50 casi per 100.000 abitanti: è la prima volta che accade da inizio maggio. 

I numeri, simili alla settimana precedente, indicano che l’incidenza nella fascia di età 10-19 è pari a 156 per 100.000 abitanti; nella fascia 20-29 a 146 per 100.000 abitanti. Mentre nelle fasce 30-39 e 40-49 è rispettivamente a quota 79 e 56 per 100.000 abitanti.

Il confronto tra vaccinati e non vaccinati. Il report evidenzia inoltre come negli ultimi 30 giorni, il 26,3% delle diagnosi di Sars-Cov2, il 40,7% delle ospedalizzazioni, il 61,3% dei ricoveri in terapia intensiva e il 62,1% dei decessi negli over 80 siano avvenuti tra non vaccinati. Stesso discorso per ciò che riguarda il tasso di ospedalizzazione negli ultimi 30 giorni, con  52 ricoveri tra coloro che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino contro i 7 dei vaccinati.

L’effetto “paradosso”. Quando le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura, ecco verificarsi il fenomeno denominato “effetto paradosso”, per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, a causa della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi. Per esempio, si legge nel rapporto dell’Iss, nella fascia di età 80+, dove la copertura vaccinale si attesta intorno al 90%, il numero di ospedalizzazioni tra vaccinati con doppia dose è pari a 294, mentre nei non vaccinati è leggermente più basso, a quota 220.

Casi in aumento. Nel mese di agosto i contagi risultano in aumento a livello nazionale, passando a 68 per 100.000 abitanti nella settimana 2-8 agosto contro i 62 del periodo tra il 26 luglio e il 1° agosto, con un’incidenza settimanale che rimane superiore rispetto alla soglia settimanale di 50 casi ogni 100.000 abitanti “che potrebbe consentire il controllo della trasmissione basato sul contenimento ovvero sull’identificazione dei casi e sul tracciamento dei loro contatti” si legge sul documento. Resta così fondamentale rispettare le regole anti-covid, evitando comportamenti a rischio. “Una più elevata copertura vaccinale ed il completamento dei cicli di vaccinazione rappresentano gli strumenti principali per prevenire ulteriori recrudescenze di episodi di aumentata circolazione del virus sostenuta da varianti emergenti con maggiore trasmissibilità” sottolineano gli esperti.

IL 99 PER CENTO DEI MORTI PER COVID NON ERA VACCINATO. In Italia sono soprattutto i non vaccinati a finire in ospedale o a morire a causa del Covid. Dei 35.776 decessi dal 1° febbraio al 21 luglio, 423 erano vaccinati. Federico Cenci su Il Quotidiano del Sud il 28 luglio 2021. Sono soprattutto i non vaccinati a finire in ospedale o a morire a causa del Covid in Italia. È quanto emerge da un approfondimento del rapporto periodico sui decessi dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Il testo riferisce che «quasi 99 deceduti per Covid su 100 dallo scorso febbraio non avevano terminato il ciclo vaccinale, e fra quelli che invece lo avevano completato si riscontra un’età media più alta e un numero medio di patologie pregresse maggiori rispetto alla media».

IL RAPPORTO. Il periodo preso in considerazione arriva fino al 21 luglio: in quella data sono state 423 le vittime del virus cinese che avevano completato il ciclo vaccinale, pari a una percentuale dell’1,2% di tutti i decessi per Covid avvenuti dallo scorso primo febbraio, per un totale di 35.776 morti. L’Iss spiega che il primo febbraio è stato scelto «come data indice perché corrisponde alle cinque settimane necessarie per il completamento del ciclo vaccinale a partire dall’inizio della campagna». Gli esperti rilevano inoltre che l’età media di questi 423 morti risulta più elevata di quella delle vittime del Covid in generale (86,6 anni contro 80). Altra indicazione emersa dal rapporto dell’Iss è quella relativa al numero di patologie pregresse delle vittime: sono mediamente 5, un dato – osservano gli esperti – «molto più elevato rispetto ai decessi della popolazione generale». In quest’ottica, dopo l’insufficienza respiratoria acuta, «le sovrainfezioni sono le complicanze maggiormente diffuse nelle persone decedute con ciclo vaccinale completo». L’Iss offre due possibili letture a questo risultato: la prima è che «i pazienti molto anziani e con numerose patologie possono avere una ridotta risposta immunitaria e pertanto essere suscettibili all’infezione da Sars-Cov-2 e alle sue complicanze pur essendo stati vaccinati»; la seconda è che la categoria degli anziani «rappresenta la popolazione con maggiore prevalenza di vaccinazione a ciclo completo alla data in cui è stata eseguita questa valutazione» in quanto ad anziani e vulnerabili è stata data priorità nella campagna vaccinale.

NUMERI RELATIVI E ASSOLUTI. Va inoltre rilevato che quattro mesi dopo l’inizio della rilevazione, il 2 giugno, data in cui la campagna vaccinale è stata aperta a tutta la popolazione, soltanto il 20,7% degli italiani aveva completato il ciclo, per un totale di 12.506.509 di persone. Quest’ultimo aspetto dimostra che nel periodo di maggior impeto del virus, a cavallo tra l’inverno e la primavera scorsi, il numero di persone che avevano completato il ciclo vaccinale in Italia era ancora scarso (il 31 marzo aveva ricevuto due dosi 3.245.884 persone, vale a dire il 5,4% della popolazione), motivo per cui era statisticamente molto più probabile che i non vaccinati potessero essere contagiati. Per avere dunque un dato comparativo efficace, le percentuali di vaccinati e non vaccinati dovrebbero essere equamente distribuite. Del resto lo stesso Iss la scorsa settimana ha pubblicato un altro rapporto in cui precisava la distinzione tra numeri assoluti e numeri relativi: «Se le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura, si verifica l’effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati». Per esempio, spiegava l’Iss in quel rapporto, «nella fascia di età 80+, dove la copertura vaccinale è alta, si osserva che il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo e non vaccinati è simile». Dall’altra parte, si legge ancora, «il tasso di ospedalizzazione negli ultimi 30 giorni nei non vaccinati è circa dieci volte più alto rispetto a quello dei vaccinati con ciclo completo (28 vs 3 per 100 mila abitanti)».

VACCINI INNOVATIVI A MESSINA. Sul fronte delle vaccinazioni si registra inoltre che la città di Messina potrebbe fare da apripista per la somministrazione attraverso una tecnologia innovativa già utilizzata negli Stati Uniti, in Australia e in India. Essa consiste in un getto ad alta velocità che sostituisce completamente l’utilizzo dell’ago, quindi della tradizionale puntura, e garantisce un totale assorbimento del vaccino per via intramuscolare. Il dispositivo medico “Comfort-in”, certificato CE, è ideato per somministrazioni sub-cutanee o intramuscolari di sostanze medicamentose.

"Neanche un vaccinato nelle terapie intensive, la battaglia la vinciamo". Alberto Giannoni il 4 Settembre 2021 su Il Giornale. Il virologo del San Raffaele ottimista sui dati "Se i no-vax resteranno sotto il 20%, è fatta". Milano. Massimo Clementi, docente e direttore del laboratorio di virologia e microbiologia del San Raffaele, i dati lombardi attestano che ora, in terapia intensiva, ci sono solo persone non vaccinate. Chi si vaccina, dunque, non finisce in terapia intensiva.

«E molto raramente in ospedale. I vaccini, anche se in modo non assoluto, proteggono, fino al 95%, dalla malattia. L'infezione può attecchire ma la malattia molto difficilmente».

Si confermano le previsioni più ottimistiche?

«Tutti ci stiamo facendo un'esperienza su questo. Non è vero che procediamo sperimentando, ma certamente, questa infezione, alcuni elementi di novità li ha. La stiamo combattendo bene, come confermano questi dati, e altri che abbiamo. Stiamo vincendo una battaglia difficile».

La stiamo vincendo?

«Io sono molto ottimista. Se ci vacciniamo sì. L'aspetto più rilevante consiste nel fatto che, malgrado i vaccini siano stati progettati tenendo conto della sequenza del 2019, quella di Wuhan, proteggono dalle varianti più aggressive. La stessa Delta, nel nostro Paese, ha fatto salire inizialmente il numero dei ricoverati, poi rimasto stabile, ma non si è vista una ripresa come in altri Paesi che hanno attuato una strategia diversa. Dobbiamo essere soddisfatti per aver tenuto testa a questa variante più insidiosa e diffusibile».

Chi è vaccinato non si ammala ma può contagiare?

«Sì. La vaccinazione, avvenendo per via parenterale, non dà immunità nell'apparato respiratorio, il punto di ingresso del virus. Questa transitoria positività, questa possibilità di replica, fa sì che il soggetto vaccinato, a bassi titoli e per pochi giorni, sia comunque infettante. È possibile il virus possa albergare e trasmettersi. La vaccinazione non è sterilizzante. Ma protegge dalla malattia».

Scuole, cosa suggerisce?

«Quel che si sta facendo: andare avanti vaccinando il più possibile, anche ragazzi giovani, e quella quota, circa 2 milioni circa di over 50, che per diversi motivi non si sono vaccinati. Più riusciamo in queste due fasce più ci avvicineremo a un'immunità di popolazione che ci protegge. Al tempo stesso, visto che i primi, personale ospedaliero e anziani, sono stati vaccinati fra gennaio e marzo, e visto il decremento dell'immunità in 9-11 mesi, occorre iniziare i richiami con terza dose, importantissima, in grado di dare una protezione forte e di bloccare qualsiasi variante. Ce lo dicono gli israeliani con 2 milioni di terze dosi, un quinto degli abitanti».

Vedremo un decremento costante dei casi o un andamento «a ondate»?

«È impossibile che una pandemia scompaia dalla mattina alla sera come altre più piccole, come la Sars 1 del 2003. Lo scenario migliore prevede casi residuali e una convivenza con il virus, che diventerà uno dei tanti, fastidiosi agenti infettanti, senza darci troppe preoccupazioni. Al contrario, se questa fascia di non vaccinati resterà sopra il 20% è possibile che una qualche ripresa - attraverso la circolazione del virus - possa dare origine a nuove varianti. Io confido che si possa raggiungere un'immunità sempre maggiore. Anche alla luce di questi dati lombardi».

Si avverte un po' di stanchezza e una certa insofferenza nella popolazione.

«Comprensibile, ma ho visto dei ragazzi, che giocano a basket, che si sono tutti vaccinati per avere il green pass, e alcuni avevano i genitori non vaccinati e contrari. Lo considerano un valore. Quindi ci sono luci e ombre. Tanta gente è stanca, ma c'è voglia di chiudere la partita».

Terza dose: sarà l'ultima o avremo richiami annuali?

«Potrebbe essere quella definitiva ma è difficile fare previsioni. Potrebbe bastare, in ogni caso non sarebbe un gran danno, come il vaccino anti-influenzale».

La sanità italiana, in particolare quella lombarda, hanno tenuto o devono ripensarsi?

«Confrontandoci con gli altri direi che, dopo forse un iniziale sbandamento, c'è stata una risposta importante, efficiente e adeguata. E l'organizzazione della campagna vaccinale, anche grazie al generale degli Alpini, ha marciato come doveva». Alberto Giannoni

I morti vaccinati sono solo l'1,2%. "Sì alla terza dose per i più fragili". Enza Cusmai il 19 Agosto 2021 su Il Giornale. Decessi quasi solo tra i no vax, gli altri erano anziani ultra 80enni e malati. Bassetti: "Questi i numeri da comunicare". In una Rsa in Calabria 20 contagi e salvi in 15: "Senza cura sarebbe stata un'ecatombe". Nella piccola Rsa calabrese «Antonino Messina» di Sant'Eufemia di Aspromonte, mai sfiorata nella prima e seconda ondata di Covid, i 21 ospiti a luglio sono stati investiti dalla Delta come un tornado nonostante l'attenzione maniacale per le misure di prevenzione e sicurezza. In tre giorni, il centro si è autoisolato sopportando l'incognita della nuova variante. Tutti gli anziani non autosufficienti del centro, vaccinati con due dosi a gennaio scorso, sono risultati positivi ma la maggior parte di loro hanno resistito alla malattia rivelando sintomi simil-influenzali. Solo cinque anziani con gravi comorbilità non ce l'hanno fatta. «Erano persone con patologie gravissime che avevano sviluppato pochi anticorpi nonostante le due dosi di vaccino», spiega la direttrice sanitaria Carmela Cannizzaro. «Se i nostri ospiti non fossero stati vaccinati qui ci sarebbe stata un'ecatombe», aggiunge la direttrice Rossana Panarello che ha blindato la struttura per settimane mettendo in quarantena tutti i 27 operatori di cui sei infettati ma guariti dopo pochi giorni di febbriciattola e mal di gola. Il caso dell'Rsa calabrese la dice lunga su quante morti abbia risparmiato il vaccino nonostante la Delta. Ma quando contiamo ogni giorno decine di decessi viene da domandarsi chi e perché? In Campania, per esempio, confermano che il 95 per cento dei morti quotidiani per il virus non era stati vaccinati. In Sardegna emerge invece che i non vaccinati affollano soprattutto le corsie delle aree Covid, ma nelle intensive ci vanno anche quelli immunizzati, spesso anziani fragili con scarsa copertura anticorpale. I numeri su scala nazionale lo confermano. Da febbraio ad oggi, in Italia solo 423 vittime del covid era state vaccinate su un totale di 35.776 decessi. E questo corrisponde all'1,2 del totale. La media dei pazienti vaccinati era di circa 88 anni con cinque comorbilità. «Una quota irrisoria di decessi commenta il virologo Fabrizio Pregliasco . E questi numeri ci confermano che la vaccinazione è efficacissima e copre anche la variante Delta dalle forme gravi di malattia. Semmai aggiunge - ritengo che sia necessaria la terza dose per i soggetti più fragili, perché secondo la nostra osservazione i titoli anticorpali, in questa fascia di popolazione, sono calati. Da ottobre in poi le loro difese immunitarie degli anziani vanno rinforzate». Stessa idea di Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive del San Martino di Genova: «Basta terrorizzare gli italiani con i dati sui contagi, quello che conta è che finiscono in terapia intensiva e muoiono quasi solo i non vaccinati». Il virologo ancora alle prese con attacchi violentissimi dei no vax (mail di ieri: speriamo che l'autunno ti faccia cadere come le foglie, un bell' infarto e via..) sostiene, dunque, che sia inevitabile la terza dose sia pure per i fragili anche perché ammette che si sono verificati diversi focolai per la Delta nelle rsa sparsi qua e là lungo lo Stivale. Al Trivulzio di Milano, però, la nuova ondata ha lasciato indenne la struttura che attualmente è covid-free. Ma l'attenzione è altissima. Ieri 69 decessi (mai così tanti dallo scorso 11 giugno), i contagi sono 7.162 con il tasso di positività è ora al 3,2 per cento. Ma se in Italia il virus sale con gradualità, negli Stati Uniti è di nuovo emergenza: ieri si sono contati oltre mille morti, 42 ogni ora. E le autorità sanitarie accelerano sulla terza dose: oltre 155 milioni di persone la potranno ricevere dal 20 settembre. «I dati disponibili spiegano gli esperti- mostrano che la protezione contro il SARS-CoV-2 inizia a diminuire nel tempo dopo le iniziali dosi di vaccino e, in associazione con la variante Delta, cominciamo a vedere le prove di una ridotta protezione contro sintomi lievi e moderati della malattia». Enza Cusmai

Vaccino, il report dell'Iss: quei 35mila morti che l'Italia avrebbe potuto evitare. Brunella Bolloli su Libero Quotidiano il 28 luglio 2021. Età media 88 anni e mezzo, un numero elevato di patologie, complicazioni provocate da infezioni e scarsa risposta immunitaria dovuta all'età. L'ultimo report diffuso dall'Istituto Superiore di Sanità parla chiaro: da febbraio ad oggi quasi 99 deceduti su 100 non avevano terminato il ciclo vaccinale e tra coloro che avevano ricevuto la doppia dose non si registrano ragazzini sani come pesci che sono stati spazzati via in una manciata di giorni dal Covid. Erano, invece, persone molto anziane e, purtroppo, molto malate, un mix di fattori che non ha lasciato loro scampo. Alla voce "caratteristiche demografiche dei deceduti" il documento dell'Iss cita gli anni (le donne decedute erano più in là degli anni rispetto agli uomini) e le "comorbilità": cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ictus, ipertensione arteriosa passando dal diabete, dal cancro, fino all'obesità. Alcuni avevano ben 5 patologie insieme, croniche e preesistenti al Coronavirus, il che significa che in un fisico già così fiaccato anche una doppia dose non ha potuto strapparli dalla morte.

COPERTURA. Medici e scienziati, del resto, non hanno mai assicurato una copertura del cento per cento contro Sars-Cov2, gli studi clinici hanno evidenziato un'efficacia dei vaccini in uso in Italia con valori tra l'88 e il 97%. Ma di sicuro per morire ci deve essere stato qualche altro fattore di rischio oltre al virus. In particolare, dal primo febbraio (scelto come data indice perché corrisponde alle cinque settimane necessarie per il completamento del ciclo vaccinale a partire dall'inizio della campagna) e fino al 21 luglio, sono stati 423 i decessi Sars-Cov-2 positivi in vaccinati con ciclo vaccinale completo. Una cifra che rappresenta l'1,2% di tutti i decessi Sars-Cov-2 positivi avvenuti dal 1 febbraio, (in totale 35.776 decessi) e che, letta al contrario, conferma che quasi tutti i morti da Covid da sei mesi a questa parte non avevano fatto la profilassi, o comunque non avevano completato il ciclo e ancora di più conferma che il vaccino avrebbe salvato vite, liberato i reparti delle terapie intensive ed evitato tante altre morti, almeno 35mila. L'analisi è basata su un campione di 70 cartelle cliniche delle 423 vittime sottoposte a terapia antibiotica e steroidea, ma, si legge nel rapporto, «a causa di una ridotta risposta immunitaria suscettibili all'infezione da Sars-Cov-2 e alle sue complicanze pur essendo stati vaccinati». L'istituto superiore di Sanità fa poi anche un confronto tra le diverse ondate del Covid individuando tre periodi dall'inizio della pandemia ad oggi: la fase iniziale (marzo-maggio 2020), il secondo periodo (giugno-settembre 2020) e il terzo (ottobre 2020-luglio 2021) con l'incognita di agosto che, ipotizzano in tanti, potrebbe provocare una quarta ondata per colpa della variante Delta e delle riaperture. Rispetto alla prima ondata epidemica, i deceduti della seconda avevano una maggiore complessità clinica, infatti anche l'utilizzo dei farmaci è diverso: meno antivirali e maggior uso di steroidi.

CONTAGI E RICOVERI. In quanto ai contagi, l'ultimo bollettino registra un aumento dei casi in Italia ma, per la prima volta, negli ultimi 3-4 giorni si osserva un rallentamento della velocità di crescita. Un primo segnale da monitorare, anche se è troppo presto per dire se si tratti di una reale inversione di tendenza della curva epidemica e, dunque, serve prudenza. I numeri giornalieri dell'epidemia, infatti, sono ancora in salita. I nuovi positivi sono 4.522, 24 invece le vittime (lunedì erano state 22). Il tasso di positività, pari all'1,9%, è invece in calo rispetto al 3,5% del giorno precedente. Sempre su base giornaliera, continuano inoltre a salire i ricoveri: sono 189 i pazienti ricoverati in intensiva per Covid, 7 in più rispetto a lunedì e i ricoverati nei reparti ordinari sono 1.611 (+99). Di questi pazienti ospedalizzati quasi nessuno aveva completato il ciclo vaccinale, mentre i no-vax continuano a riempire i social di "bufale", come quelle che i vaccini fanno morire (ma non c'è nessuna evidenza scientifica in tal senso) e ad improvvisare manifestazioni rivendicando il diritto d'infettare.

Diodato Pirone per “il Messaggero” il 25 luglio 2021. Una volta si sarebbe detto che la matematica non è un'opinione. E forse non c'è modo migliore per spiegare l'effetto delle vaccinazioni se non quello di ricorrere ai numeri per dimostrare che il Sars Cov-2, il maledetto virus che ci ha stravolto la vita da quasi due anni, ormai colpisce e ha effetti gravi solo sulla platea dei non vaccinati. Come se non bastassero i dati israeliani o quelli inglesi o quelli americani (con l'incredibile differenza di decessi da Covid determinata dal diverso livello di vaccinazione nei vari Stati) prendiamo le cifre diffuse dall'Istituto Superiore di Sanità per il periodo 21 giugno - 4 luglio. Ebbene in quelle due settimane i decessi da Covid sono stati quasi tutti concentrati fra i non vaccinati: il 100% nella fascia fra 12 e 29 anni; il 92% fra i quarantenni e i cinquantenni, l'81% fra chi aveva fra 60 e 79 anni e il 70% per i nati dal 1941 e annate precedenti. Fra i vaccinati sotto i 60 anni non è stato registrato neanche un morto causato dal Covid-19. Il vaccino insomma il suo lavoro di protezione lo sta facendo egregiamente. Non a caso la fascia di italiani più vaccinata, quella composta da persone ultraottantenni, ha visto crollare del 500% la propria quota di contagi in relazione al totale della popolazione. Il grafico che pubblichiamo in alto a destra è esplicito: all'inizio dell'anno i contagi fra gli ultraottantenni (che rappresentano grosso modo il 7% della popolazione italiana) erano il 10% del totale, oggi sono ridotti al 2% o giù di lì con un lievissimo incremento dovuto all'ingresso sul palcoscenico della ipercontagiosa variante Delta. Ma torniamo alle cifre dell'Istituto Superiore di Sanità. Un altro dato che certifica l'effetto positivo dei vaccini è quello dei ricoveri in terapia intensiva. In questa fase ce ne sono pochissimi contro i quasi 4.000 letti occupati di aprile. Ma quei pochi sono per l'85%, cioè per la quasi totalità, pazienti che non erano vaccinati quando sono entrati in ospedale. Solo il 10,6% delle terapie intensive sono assegnate a pazienti con una sola dose vaccinale. Mentre appena il 4,3% dei ricoveri più gravi è legato alle condizioni di pazienti cui sono state somministrate le classiche due dosi. Se così stanno le cose è lecito chiedersi quale scenario si sta preparando per l'Italia per il prossimo autunno. Partiamo da un paletto preciso: il vaccino protegge bene solo dopo la seconda dose. E i dati ci dicono che gli italiani che sono in questa condizione a ieri (ore 18.25) era 29 milioni e 655 mila pari alla metà della popolazione complessiva. Dunque c'è ancora un bel pezzo di strada da fare anche se altri 5,5 milioni di italiani hanno già fatto la prima dose. Che non ci sia tempo da perdere lo dimostrano le previsioni degli esperti che parlano di un livello di 25/30.000 nuovi contagi giornalieri a partire dalla seconda metà di agosto causati dalla variante Delta che è molto contagiosa. L'aumento esponenziale delle vaccinazioni è fondamentale per impedire che questa grande quantità di infezioni si trasformi in una nuova ondata di ospedalizzazioni e di decessi e, quindi, in un nuovo stop alla ripresa dell'economia. I più recenti dati inglesi, dove i vaccinati con doppia dose sono 36,5 milioni, un dato non lontanissimo da quello italiano, ci dicono che fra i nuovi contagiati con variante Delta il 2% finisce in ospedale e lo 0,4% non ce la fa a sopravvivere alla malattia. Questo significa che anche in Italia ci dobbiamo aspettare che su ogni 10.000 contagiati futuri circa 200 (il 2%) andranno ad occupare letti d'ospedale e 40 (lo 0,4%) moriranno. Dati gravi ma non terrificanti come quelli del primo Covid che erano fino a 5 volte superiori sia per i ricoveri che per i decessi. Anche su questo fronte la matematica non scherza. Ma abbiamo capito che c'è un solo modo per impedire che quei numeri per ora solo ipotetici diventino una realtà: vaccinarsi il più presto possibile. Diodato Pirone

Da Adnkronos.com il 12 agosto 2021. Fanno breccia nello scudo vaccinale e per questo le chiamano infezioni “breakthrough”. Sono i contagi che si verificano fra persone vaccinate. Con l'ascesa delle varianti Covid, in particolare la Delta, questi dati sono costantemente sotto i riflettori e vengono monitorati attentamente per cogliere eventuali segnali di cedimento nella profilassi. Uno studio Usa non ancora pubblicato, e quindi non sottoposto a revisione paritaria, ma disponibile in versione preprint sulla piattaforma “Medrxiv”, mette a confronto l'efficacia dei due vaccini a mRna, Moderna e Pfizer/BioNTech. L'analisi è stata condotta su dati del Mayo Clinic Health System da gennaio a luglio 2021, periodo in cui erano molto diffuse sia la variante Alfa che la Delta, e mostra che l'efficacia contro l'infezione sembrerebbe essersi ridotta meno per Moderna. «Abbiamo definito gruppi di persone del Minnesota vaccinate e non (25.589 persone per ciascuno dei due gruppi), abbinate per età, sesso, etnia, storia di precedenti test per Sars-CoV-2 e data della vaccinazione completa», spiegano gli autori che riportano i risultati della loro analisi su più fronti. «Entrambi i vaccini sono stati altamente efficaci durante questo periodo di studio contro l'infezione da Sars-CoV-2 e contro i ricoveri per Covid. A luglio, però, se l'efficacia contro il ricovero è rimasta elevata, l'efficacia contro l'infezione è risultata inferiore per tutti e due i prodotti scudo (Moderna 76%, Pfizer 42%), con una riduzione più pronunciata per il vaccino Pfizer». Questo calo si verificava mentre in Minnesota la prevalenza della variante Delta aumentava dallo 0,7% di maggio a oltre il 70% di luglio, e la prevalenza di Alfa calava dall'85% al 13% nello stesso periodo di tempo. Confrontando i tassi di infezione tra vaccinati nei siti del Mayo Clinic Health System in più stati (Minnesota, Wisconsin, Arizona, Florida e Iowa), il vaccino Moderna ha mostrato una riduzione di due volte del rischio di infezioni “breakthrough” rispetto a Pfizer. In Florida, che a luglio stava vivendo la sua più grande ondata di Covid, il rischio di infezione dopo vaccinazione completa era inferiore di circa il 60% con Moderna rispetto a Pfizer. Lo studio osservazionale, va precisato, evidenzia che entrambi i vaccini a mRna proteggono fortemente contro infezioni e malattie gravi, ma giustifica un'ulteriore valutazione dei meccanismi alla base delle differenze nella loro efficacia, concludono gli autori. 

Efficacia anche contro le varianti. Quanto è efficace il vaccino Moderna, lo studio: “Al 93% a 6 mesi dalla seconda dose”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 5 Agosto 2021. “Siamo lieti che il nostro vaccino Covid-19 mostri un’efficacia duratura del 93% per sei mesi, ma riconosciamo che la variante Delta è una nuova significativa minaccia, quindi dobbiamo rimanere vigili”. Così l’amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, ha annunciato il risultato degli studi su uno dei vaccini più utilizzati in tutto il mondo. Fondamentale anche il passaggio sull’efficacia contro la Variante Delta. Per l’ad ci sono “risposte anticorpali robuste” contro importanti varianti di preoccupazione di Sars-CoV-2, sono state osservate per i 3 candidati richiami vaccinali attualmente in fase 2 di sperimentazione da parte di Moderna. In uno studio di fase 2, riferisce Moderna, è stata valutata la vaccinazione con 50 microgrammi di 3 diversi candidati ‘booster’. Le solide risposte anticorpali sono state osservate sia contro il ceppo D614G del coronavirus pandemico, sia contro le varianti di preoccupazione principali, tra cui la brasiliana Gamma (P.1), la sudafricana Beta (B.1.351) e l’indiana Delta (B.1.617.2). I candidati al richiamo includevano sia una dose booster dell’attuale vaccino, sia i due prodotti sperimentali mRna-1273.351 e mRna-1273.211. I livelli di anticorpi neutralizzanti dopo il richiamo si avvicinavano a quelli osservati dopo la vaccinazione primaria con 2 dosi da 100 microgrammi di mRna-1273, cioè dell’attuale vaccino Moderna. L’ad ha annunciato anche la creazione di un nuovo vaccino di nuova generazione. “Sono orgoglioso dei progressi dei nostri team”, ha commentato Stéphane Bancel. “Ora abbiamo candidati mRna in studi clinici in 5 aree terapeutiche, tra cui malattie infettive, cardiovascolare, oncologica, malattie rare e malattie autoimmuni. Siamo lieti che il nostro vaccino Covid mostri un’efficacia duratura del 93% per 6 mesi, ma riconosciamo che la variante Delta è una nuova significativa minaccia, quindi dobbiamo rimanere vigili”. Guardando al futuro, Bancel aggiunge: “Abbiamo iniziato a preparare studi in fase avanzata per il nostro vaccino antinfluenzale e per quello contro il virus respiratorio sinciziale (Rsv), che ha ricevuto la designazione rapida dalla Fda pochi giorni fa, e guardiamo avanti alla nostra visione di una singola dose di richiamo annuale che fornisca protezione contro Covid, influenza e Rsv per gli adulti. Crediamo che questo sia solo l’inizio”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Antonio Caperna per "il Giornale" il 4 agosto 2021. La necessità della terza dosa sta catalizzando il dibattito scientifico e politico dell'estate. Se da un lato, infatti, si spinge per raggiungere la massima copertura della popolazione, ragionando sui giovani per il prossimo anno scolastico e su qualche milione di over 50 ancora scoperto, dall'altra non si hanno le idee chiare se attivarsi in una nuova campagna vaccinale e soprattutto a chi destinarla. Il rischio concreto è di andare in ordine sparso con alcune nazioni che hanno già deciso (Israele, Germania, Gran Bretagna), altre con qualche dubbio (Italia), altre ancora lontane dal dibattito (Svizzera) mentre l'Agenzia europea del farmaco Ema ha ribadito ancora una volta, tramite il direttore esecutivo, Emer Cooke, che «al momento non ci sono dati sufficienti per indicare che sia necessario un richiamo. Per alcune popolazioni si potrebbe iniziare a vedere la necessità, il che non significa che ce ne sia bisogno in generale». La questione, perciò, assume soprattutto i caratteri di una scelta politica anche per metter un freno alla recrudescenza di contagi per la variante Delta, poiché dal punto di vista scientifico mancano le prove per una decisione definitiva. Lo studio condotto in Israele e pubblicato sul New England Journal of Medicine, infatti, è solo un primo passo: su 11.500 operatori sanitari coinvolti ne sono stati identificati solamente 39 vaccinati e reinfettati con sintomi lievi o nessuno; tra questi in appena 22 lavoratori si hanno avute misurazioni anticorpali. I ricercatori hanno poi esaminato i dati di 104 lavoratori completamente vaccinati, che non sono stati infettati pur essendo stati a contatto con il virus. Il confronto ha mostrato che i livelli di anticorpi neutralizzanti erano più bassi tra coloro che sono stati infettati, fornendo la prima prova diretta di questo effetto. Un dato simile si era ottenuto durante gli studi clinici per Astrazeneca. Il numero esiguo del campione e il fatto che «l'analisi non fornisce un livello specifico di anticorpi associato alla protezione, e su questo è necessario ora indagare», sottolineano gli autori, lascia qualche dubbio. Da considerare poi i dati sulle reinfezioni nei guariti da Covid, come riportato a fine maggio su Jama Internal Medicine. In questa situazione complessa il dg della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha sottolineato comunque la necessità di decidere «nel giro di un mese chi vaccinare e in quali tempi con una terza dose. Una decisione che va meditata bene. Probabilmente saranno persone più fragili e immunodepresse ma non sappiamo quando. C'è indecisione, perché non ci sono ancora evidenze forti per poter dire che la faremo a tutti piuttosto che ad alcuni». In Israele intanto, è partita la somministrazione su base volontaria agli over 60, anche se in un sondaggio, solo il 52% degli israeliani con due dosi sarebbe disponibile alla terza. Secondo la ricerca, rilanciata dal Jerusalem Post, appena il 47% degli under 60 riceverebbe un'ulteriore dose, che sale al 67% negli over 60. La vicina Svizzera è attendista, con Virginie Masserey dell'Ufsp, che ribadisce innanzitutto la necessità vaccinare chi ancora è scoperto e dopo si penserà alla terza dose. La Germania e la Gran Bretagna invece puntano già al 1 settembre: i ministri della Salute dei Länder hanno approvato all'unanimità un piano per iniziare con Pfizer o Moderna dalle persone anziane e a rischio; Oltremanica il governo sta «preparando un piano di richiami» per 32 milioni di persone tra over 50, fragili, lavoratori dell'assistenza e della sanità ma i dettagli della decisione finale saranno resi pubblici «a tempo debito» anche sulla base di studi in corso.

Vaccino Pfizer meno efficace dopo 6 mesi, servirà una terza dose: lo studio. Chiara Nava il 31 luglio 2021 su Notizie.it. Il vaccino Pfizer diventa meno efficace dopo sei mesi dalla somministrazione, per questo motivo servirà una terza dose. Lo studio della Pfizer. Il vaccino Pfizer diventa meno efficace dopo sei mesi dalla somministrazione, per questo motivo servirà una terza dose. Lo studio della Pfizer, che ha arruolato volontari in Europa e nelle Americhe. Il vaccino della Pfizer e della Biontech perde efficacia nel giro di sei mesi. A rivelarlo uno studio della stessa casa farmaceutica americana. L’efficacia scende dal 96% all’84%, secondo i dati pubblicati in preprint, non ancora sottoposti a peer-review. Stat News ha riportato che secondo uno studio di Pfizer, in corso su oltre 44.000 persone, l’efficacia del vaccino nel prevenire qualsiasi infezione da Covid-19, che causa anche sintomi minori, tende ad essere meno efficace dopo sei mesi dalla somministrazione, con una diminuzione del 6% della sua efficacia. Questi sono i risultati dlelo studio Pfizer.

Terza dose Pfizer: i dati. Il vaccino Moderna risulta efficace al 90% contro il Covid-19 sintomatico e al 95% contro la malattia grave dopo sei mesi, come ha comunicato la società in aprile. Johnson&Johnson non ha ancora rivelato i dati di efficacia a sei mesi, come riferito da Stat News. Il vaccino Pfizer, invece, secondo lo studio che ha arruolato volontari in Europa e nelle Americhe, ha rivelato una diminuzione dell’efficacia a distanza di sei mesi dalla somministrazione. Questo sicuramente fa pensare alla necessità di effettuare una terza dose, nella speranza che sia più duratura rispetto alla seconda dose. Lo studio, però, non ha valutato se il vaccino è meno efficace anche contro la variante Delta.

Vaccino Pfizer meno efficace: ipotesi la terza dose. Con i risultati di questo studio si torna a parlare della possibilità di fare una terza dose di vaccino. La questione è stata trattata in diverse occasioni. La possibilità di effettuare una terza dose è sempre più concreta, anche se per il momento non hanno ancora stabilito dopo quanto tempo si dovrà effettuare. Se anche l’efficacia della terza dose si dovesse rivelare minore dopo alcuni mesi, potrebbe esserci la possibilità di effettuare nuove dosi. Il capo della ricerca e sviluppo dell’azienda farmaceutica Pfizer ha dichiarato che si aspetta che la terza dose sia “un po’ più duratura” della seconda dose. Lo studio ha confermato una diminuzione dell’efficacia del 6% in soli sei mesi.

Da ansa.it il 2 agosto 2021. La risposta immunitaria che si ha con due dosi di vaccino anti-Covid AstraZeneca è minore rispetto a quella osservata con il mix di vaccini con prima dose di Astrazeneca e seconda a Rna e anche con due dosi di vaccino ad Rna. Il regime eterologo non sembra avere la stessa efficacia invece se la prima dose è a Rna e la seconda con AstraZeneca. Lo precisa l'Organizzazione mondiale della sanità nelle nuove raccomandazioni sul vaccino anti-Covid di AstraZeneca. È bene però ricorrere al mix di vaccini, afferma l'Oms, solo in particolari situazioni di interruzione nelle forniture visto che gli studi sono su un campione limitato. L'Oms precisa che con il regime misto di vaccini si è anche osservata una maggiore, anche se accettabile, reattogenicità. "Anche se i dati al momento sono incoraggianti, serve cautela nell'interpretarli - precisa nell'aggiornamento delle raccomandazioni - visto il campione limitato e la mancanza di follow up, specialmente sui dati relativi alla sicurezza. Al momento non ci infatti sono studi sull'efficacia del vaccino in regime eterologo. Più dati arriveranno a breve, così come nuove raccomandazioni". Il regime eterologo con i due tipi di vaccino "è da considerarsi off-label - conclude - e non ci sono attualmente dati per preferire il regime eterologo rispetto agli altri vaccini". È "plausibile, anche se il meccanismo biologico alla base è ancora da chiarire" la relazione causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid di AstraZeneca e una sindrome molto rara della coagulazione del sangue di trombosi e trombocitopenia, avvenuta tra i 3 e 30 giorni dopo la vaccinazione. Il rischio stimato è di 1 caso per 100.000 adulti vaccinati, con la maggior parte dei casi riportati nel Regno Unito e nell'Unione europea, mentre molto pochi ne sono stati segnalati fuori dall'Europa, nonostante l'uso estensivo del vaccino in questi paesi. Lo precisa l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nell'aggiornamento delle sue raccomandazioni sul vaccino sviluppato da AstraZeneca. I dati disponibili dall'Europa e altri paesi, come l'Australia, suggeriscono un rischio maggiore per i giovani rispetto agli anziani, mentre altri fattori di rischio non sono stati identificati. Non si sa ancora se il rischio di questa rara sindrome si abbia dopo la seconda dose di vaccino. Per quanto riguarda invece i casi di sindrome di Guillan-Barrè riportati dopo questo vaccino, sono "molto rari", continua l'Oms, e "una reazione di causale non è stata confermata né stabilita. Servono maggiori studi per confermarla. Sulla base dei dati disponibili - conclude l'Oms - i potenziali benefici di questo vaccino continuano a superare ogni potenziale rischio di Guillan-Barrè, soprattutto considerata la maggiore trasmissibilità della variante Delta".

Nessuna connessione causale con la sindrome di Guillan-Barrè che restano "molto rari". “Doppia dose di Astrazeneca è meno efficace del mix con Moderna e Pfizer”, la conferma dell’Oms. Elena Del Mastro su Il Riformista il 2 Agosto 2021. La risposta immunitaria con due dosi di vaccino anti-Covid AstraZeneca è minore rispetto a quella osservata con il mix di vaccini con prima dose di AstraZeneca e seconda a Rna e anche con due dosi di vaccino ad Rna come Pfizer e Moderna. Il regime eterologo non sembra avere la stessa efficacia invece se la prima dose è a Rna e la seconda con AstraZeneca. Lo precisa l’Organizzazione mondiale della sanità nelle nuove raccomandazioni sul vaccino anti-Covid di AstraZeneca. È bene pero ricorrere al mix di vaccini, afferma l’Oms, solo in particolari situazioni di interruzione nelle forniture visto che gli studi sono su un campione limitato. L’Oms precisa che con il regime misto di vaccini si è anche osservata una maggiore, anche se accettabile, reattogenicità. “Anche se i dati al momento sono incoraggianti, serve cautela nell’interpretarli – precisa nell’aggiornamento delle raccomandazioni – visto il campione limitato e la mancanza di follow up, specialmente sui dati relativi alla sicurezza. Al momento non ci infatti sono studi sull’efficacia del vaccino in regime eterologo. Piu dati arriveranno a breve, cosi come nuove raccomandazioni”. Il regime eterologo con i due tipi di vaccino “è da considerarsi off-label – conclude – e non ci sono attualmente dati per preferire il regime eterologo rispetto agli altri vaccini”.

“Plausibile nesso tra Astrazeneca e casi di trombosi”. L’Oms ha nuovi aggiornamenti anche per quanto riguarda le trombosi. È “plausibile, anche se il meccanismo biologico alla base è ancora da chiarire” la relazione causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid di AstraZeneca e una sindrome molto rara della coagulazione del sangue di trombosi e trombocitopenia, avvenuta tra i 3 e 30 giorni dopo la vaccinazione. Il rischio stimato è di 1 caso per 100.000 adulti vaccinati, con la maggior parte dei casi riportati nel Regno Unito e nell’Unione europea, mentre molto pochi ne sono stati segnalati fuori dall’Europa, nonostante l’uso estensivo del vaccino in questi paesi. Lo precisa l’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms) nell’aggiornamento delle sue raccomandazioni sul vaccino sviluppato da AstraZeneca. I dati disponibili dall’Europa e altri paesi, come l’Australia, suggeriscono un rischio maggiore per i giovani rispetto agli anziani, mentre altri fattori di rischio non sono stati identificati. Non si sa ancora se il rischio di questa rara sindrome si abbia dopo la seconda dose di vaccino. Per quanto riguarda invece i casi di sindrome di Guillan-Barre’ riportati dopo questo vaccino, sono “molto rari”, continua l’Oms, e “una reazione di causale non è stata confermata nè stabilita. Servono maggiori studi per confermarla. Sulla base dei dati disponibili – conclude l’Oms – i potenziali benefici di questo vaccino continuano a superare ogni potenziale rischio di Guillan-Barre’, soprattutto considerata la maggiore trasmissibilità della variante Delta”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Uno studio inglese: due dosi di AstraZeneca o Pfizer proteggono dalla variante Delta. Il Quotidiano del Sud il 23 luglio 2021. DUE dosi di vaccino Pfizer o AstraZeneca proteggono dalla variante Delta del Covid, con solo una piccola diminuzione di efficacia. Lo conferma uno studio inglese dell’agenzia sanitaria Public Health England, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Per l’analisi che arriva dalla Gran Bretagna sono stati utilizzati i dati dei positivi in Inghilterra di cui era stato sequenziato il virus, per un totale di circa 20mila casi di variante Delta, elaborati in due modi diversi. Due dosi di vaccino Pfizer sono risultate efficaci all’88% nel prevenire la malattia sintomatica, contro il 93,7% della Alfa. Per quanto riguarda l’efficacia dell’AstraZeneca, con due dosi è risultata del 67%, più alta quindi del 60% riportato da altri studi, rispetto al 74,5% della Alfa. L’analisi ha confermato anche che una sola dose non basta: per entrambi i vaccini l’efficacia dell’immunizzazione parziale di ferma intorno al 30%. Ad una conclusione diversa erano arrivati gli esperti del ministero della Salute israeliano, che avevano preso in considerazione i dati relativi ai contagi nel Paese tra le persone protette con il vaccino Pfizer, l’unico usato. Secondo i numeri diffusi l’efficacia era passata dal 94% osservato per le altre varianti al 64% della Delta, ferma restando un’elevata protezione nei confronti delle forme più gravi della malattia e del rischio di decesso.

I dati disponibili in Italia. Al problema dell’efficacia però, suggerisce uno studio sempre inglese pubblicato su Lancet, potrebbe aggiungersi quello della durata degli anticorpi dati dal vaccino. Quelli generati dalla seconda dose, affermano gli esperti dell’University college di Londra, iniziano a diminuire dopo poche settimane, e il calo potrebbe indicare la necessità di un richiamo, almeno per le persone più fragili. Lo affermano i ricercatori dell’University College di Londra in uno studio pubblicato sulla rivista Lancet. In Italia ancora non ci sono studi specifici per la variante Delta, ma secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità per quanto riguarda l’infezione il ciclo completo di vaccinazioni ha un’efficacia tra il 79,8% e l’81,5%, a seconda della fascia d’età.

Fabio Savelli per il “Corriere della Sera” il 19 luglio 2021. È l'ultimo rapporto, il più aggiornato. Misura in maniera sempre più attendibile l'impatto dei vaccini sul decorso delle infezioni Covid in parallelo col progredire della campagna che estende l'immunizzazione su fasce sempre più ampie della popolazione. Il periodo preso in esame dall'Istituto Superiore di Sanità, che lo ha redatto, comprende gli ultimi 30 giorni. Si tratta di un'istantanea più accurata perché i numeri di vaccinati sono ormai nell'ordine di diversi milioni e permettono riflessioni ponderate sulla differenza tra chi vaccinato lo è e chi ancora no. Il primo effetto è l'efficacia complessiva della vaccinazione che «è superiore al 70% nel prevenire l'infezione in vaccinati con ciclo incompleto» e «superiore all'88% per i vaccinati con ciclo completo». L'efficacia nel prevenire l'ospedalizzazione sale «all'80,8% con ciclo incompleto» e «al 94,6% con ciclo completo». Mentre «nel prevenire i ricoveri in terapia intensiva è pari all'88,1% con ciclo incompleto e al 97,3% con ciclo completo». Sui decessi la diapositiva è incoraggiante: «L'efficacia è pari a 79% con ciclo incompleto e al 95,8% con ciclo completo». Con una nota metodologica: si tratta di stime che non tengono in conto fattori che potrebbero influire nella valutazione come la presenza nei soggetti infetti di «comorbidità», cioè con patologie che potrebbero moltiplicare il rischio. 

LA FASCIA 12-39 ANNI. Si tratta della fascia d'età che ha cominciato da circa un mese con le somministrazioni. È entrata ora nel vivo della campagna. Ha un'indice letalità da Covid quasi irrilevante ma ha una mobilità maggiore e quindi maggiori capacità di trasmissibilità del virus. L'88,4% dei contagi di questo ultimo mese e in questa fascia d'età è avvenuto in soggetti non vaccinati. L'8,1% dei casi era stato coperto con una dose. Il 3,4% con due dosi. Le ospedalizzazioni riguardano per il 97,2% quelli senza copertura e solo lo 0,8% tra chi ha completato il ciclo vaccinale. Ci sono stati zero decessi per chi era vaccinato, mentre l'87,5% degli eventi avversi in chi non era vaccinato.

LA FASCIA 40-59 ANNI. Con questa anagrafica differenze analoghe tra i non vaccinati e chi lo è. Il 71,3% dei casi Covid di questo ultimo mese, segnala l'Iss, riguarda soggetti privi di copertura vaccinale, il 19,7% aveva avuto una dose, solo il 9% aveva completato il ciclo vaccinale. In questa fascia d'età siamo al rischio zero di vaccinati che finiscono in terapia intensiva. Non ci sono casi segnalati. Perché il 95,7% di chi ha avuto bisogno dell'ossigeno non era stato vaccinato. Anche sui decessi proporzioni analoghe: il 90% non era vaccinato, solo il 2% aveva ricevuto le due dosi, l'8% solo una.

LA FASCIA 60-79 ANNI. In questa fascia la letalità Covid non è stata irrilevante. Nell'ultimo mese le proporzioni sono cambiate facendo pendere la bilancia ampiamente dalla parte dei vaccinati. Il 47,7% dei nuovi casi non era vaccinato, solo il 18,2% invece aveva completato il ciclo vaccinale. Di chi è finito in terapia intensiva il 71,2% era privo di copertura, con doppia dose la percentuale è scesa al 3%, al 25,8% con una dose sola. Il 73,1% dei deceduti non era vaccinato, solo il 5,6% aveva completato il ciclo.

GLI OVER 80. Anche in questa fascia c'è una differenza sostanziale tra i vaccinati e non. Tra gli ospedalizzati il divario si accorcia solo per le degenze ordinarie: il 49,9% dei ricoverati non era vaccinato contro il 42,1% che lo era. Ma l'80,8% di chi è finito in terapia intensiva in assistenza respiratoria non aveva fatto la vaccinazione e solo il 19,2% aveva ricevuto il ciclo completo di due dosi. Anche i decessi toccano per il 65,9% chi non ha voluto «coprirsi». Il 24,7% invece lo era.

Israele, "152 morti dopo la doppia dose di vaccino". Lo studio e le cifre drammatiche: dubbi su Pfizer. Libero Quotidiano il 17 luglio 2021. Altre pessime notizie da Israele, uno dei paesi più avanti a livello mondiale nella campagna di vaccinazione del coronavirus e che però, a fronte dell'aumento di contagi e vittime, è stato costretto a introdurre, recentemente, nuove restrizioni. Tra queste brutte notizie, in mattinata, le parole del primo ministro, Naftali Bennett, che ha sottolineato come il vaccino Pfizer sia meno efficace contro la variante Delta. "Non sappiamo esattamente fino a che punto il vaccino aiuti - ha spiegato Bennett -, ma è significativamente inferiore".  In Israele, oltre 5,7 milioni di persone hanno ricevuto almeno un'iniezione del vaccino Pfizer. E il Paese continua a spingere i cittadini a vaccinarsi, in particolare gli adolescenti: il punto è che come detto i contagi sono tornati a salire. Il numero più alto, da marzo a questa parte, è stato registrato giovedì, con l'1,52% dei tamponi positivi. Ma è una seconda la notizia più inquietante che arriva sempre da Israele: si apprende infatti che 152 persone si sono ammalate di coronavirus e morte nonostante avessero ricevuto entrambe le dosi di vaccino. Tutte le vittime avevano in comune l'età avanzata e un sistema immunitario indebolito, oltre ad altre patologie. Ma il dato, ovviamente, desta più di una preoccupazione. Le cifre sono quelle contenute in una ricerca in via di pubblicazione sulla rivista Clinical Microbiology and Infection, ricerca condotta in 17 ospedali di Israele sotto la guida di Tal Brosh-Nissimov, dell'Università Samson Assuta Ashdod e dell'Università Ben Gurion. Anche per questa ragione, Israele si prepara alla terza dose di vaccino: una consegna è prevista per il primo agosto, in anticipo rispetto a settembre, la prima ipotesi. 

Quando vaccinarsi dopo la guarigione dal Covid. Today.it il 22/7/2021. La circolare del ministero. A coloro che hanno avuto il virus basterà una sola dose di vaccino entro un anno. Lo comunica il ministero della Salute con la circolare firmata dal direttore generale della Prevenzione Gianni Rezza. I guariti dal Covid quando possono vaccinarsi? A coloro che hanno avuto il virus basterà una sola dose di vaccino entro un anno. Lo annuncia il ministero della Salute con la circolare, firmata dal direttore generale della Prevenzione Gianni Rezza, di aggiornamento delle indicazioni sulla vaccinazione dei soggetti che hanno avuto un'infezione da Sars-CoV-2. "E' possibile considerare la somministrazione di un'unica dose di vaccino anti-SarsCoV-2/Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa e comunque non oltre 12 mesi dalla guarigione", si legge nella circolare. "Per i soggetti con condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici, in caso di pregressa infezione da Sars-CoV-2, resta valida la raccomandazione di proseguire con la schedula vaccinale completa prevista", chiarisce il ministero. Inoltre, "come da indicazioni dell'Oms, l'esecuzione di test sierologici, volti a individuare la risposta anticorpale nei confronti del virus, non è raccomandata ai fini del processo decisionale vaccinale". Chi ha avuto il Covid-19, anche con una forma lieve della malattia, sviluppa quasi sempre un’immunità (quindi una protezione contro il virus) che dura circa un anno. E’ la scoperta di un team di ricercatori della Rockefeller University (USA). Dallo studio, pubblicato sulla rivista Nature, è emerso anche che la vaccinazione nei pazienti guariti migliora ulteriormente la loro risposta immunitaria e conferisce una forte protezione anche dalle varianti più preoccupanti, come la Delta. Uno studio dell'IRCCS 'Sacro Cuore Don Calabria' di Negrar di Valpolicella, nel Veronese, avrebbe dimostrato che la somministrazione di un vaccino a mRNA a chi è guarito dal Covid porta a una risposta anticorpale migliore se avviene dopo 10 mesi dal contagio anziché a distanza più ravvicinata come da precedenti indicazioni del ministero della Salute. 

Il nuovo provvedimento atteso in tempi brevi. Vaccino ai guariti dal Covid, Costa: “Una dose entro 12 mesi e non più 6, ci sono evidenze scientifiche”. Elena Del Mastro su Il Riformista il  21 Luglio 2021. Per chi è guarito dal Covid 19 come deve comportarsi con i vaccini? Ancora una volta le evidenze scientifiche portano il Governo italiano a un nuovo cambio di rotta. Le persone guarite da Covid-19 potranno effettuare una unica dose di vaccino entro 12 mesi dal primo tampone positivo dopo la malattia. Lo ha detto all’ANSA il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, precisando che si estendono così i tempi della normativa attuale, che prevede un’unica dose vaccinale entro 6 mesi dalla guarigione. Ciò, ha precisato, “sulla base delle nuove evidenze scientifiche” relative alla durata della immunità. Un provvedimento in merito, ha annunciato Costa, “verrà adottato in tempi brevi, già probabilmente entro questa settimana”. Quello che è accaduto, spiega Costa, è che “molti cittadini che hanno contratto Covid-19 e che facevano una dose di vaccino, avevano poi difficoltà ad ottenere il green pass, e ciò perchè in alcune regioni la dose era somministrata magari dopo i sei mesi previsti. Quindi, la piattaforma del sistema non faceva generare il green pass dal momento che l’algoritmo prevedeva la vaccinazione per i guariti entro i sei mesi”. Se l’immunizzazione veniva quindi effettuata a sei mesi e 1 giorno, ad esempio, il sistema non riconosceva l’unica dose come ciclo completo – come è previsto che sia per i soggetti che hanno già contratto Covid-19 – ma classificava in automatico quella vaccinazione come incompleta e necessitante di una seconda dose ai fini del green pass. Questo, ha affermato Costa, “è un problema che riguarda già qualche migliaia di cittadini e che ora risolveremo”. Sui nuovi parametri relativi alle percentuali di occupazione per Covid dei reparti di terapia intensiva e ordinari “non si esclude anche una ipotesi modulare in base all’incidenza dei casi. Quindi, potrebbero esserci anche delle percentuali variabili a seconda dell’incidenza dei contagi nelle diverse regioni”. Lo spiega all’ANSA il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Questo, rileva, “potrebbe essere un modo per dare risposte più puntuali e cercare di non generalizzare, perchè a volte generalizzando si rischia di penalizzare dei territori”. “Ad oggi 38 milioni di italiani sono già in possesso del green pass e tra i temi sul tavolo c’è anche quello di prevedere il diritto al green pass non più con la prima dose ma con il ciclo vaccinale completato di due dosi, o di un’unica dose per chi ha già contratto Covid-19”. Ciò, ha detto, “prevederà ovviamente una sorta di periodo transitorio per coloro che avevano già il green pass a seguito di una prima dose di vaccino: continueranno ad avere il green pass valido fino alla somministrazione della seconda dose, quindi non si negano diritti a chi li ha già acquisiti”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Col vaccino sei protetto? Ecco la verità sulle dosi. Alessandro Ferro il 5 Luglio 2021 su Il Giornale. Dalla variante Alfa alla Delta: tutto quello che c'è da sapere sull'efficacia e durata della protezione dei vaccini. In attesa che i vaccini ad Rna vengano "aggiornati", ci sono nuove ottime notizie sulla protezione di quelli attualmente in uso su tutta la popolazione: nonostante la variante Delta, Pfizer e Moderna hanno un'efficacia, con due dosi, del 91% nel prevenire l'infezione e all'81% dopo la singola dose.

Cosa dice lo studio. A rilevare questi numeri è un nuovo studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto in Usa su 3975 sanitari: tra i partecipanti con l'infezione (solo il 5%) la carica media virale era inferiore del 40% nei partecipanti parzialmente o completamente vaccinati rispetto ai partecipanti non vaccinati. E poi, è stato visto che il rischio di sintomi febbrili era inferiore del 58% e la durata della malattia molto più breve, con 2,3 giorni in meno di malattia a letto. Insomma, rispetto ai dati iniziali di protezione al 95% con Pfizer e 94% con Moderna (sempre con ciclo completo), la variante Delta ne ha abbassato soltanto di due-tre punti percentuali l'efficacia. Attenzione, però, perché nell'intervallo tra prima e seconda dose la protezione è ovviamente minore anche nei confronti della variante Alfa (ex inglese) con 70-75% di protezione con Pfizer e 50-60% con AstraZeneca.

Il pericolo si chiama Delta. Come detto, però, le varianti abbassano l'efficacia dei vaccini prodotti e sviluppati molti mesi fa: se contro quella Alfa, la variante attualmente dominante in Italia, la protezione contro malattia severa ed infezione è sempre molto alta, con la variante Delta scende all'85-90%, ciò significa che il 10-15% di chi è completamente vaccino può infettarsi ma, sottolineamolo, senza sviluppare (quasi mai) forme gravi di malattia. Per AstraZeneca, invece, da un livello del 70-75% si scende al 65-70%. Con una dose soltanto nei confronti della Delta, invece, c'è un crollo: con Pfizer si arriva appena al 30% di efficacia e con AstraZeneca al 20%. Questo significa che può infettarsi il 70-80% delle persone entro le due settimane dalla prima iniezione perché il sistema immunitario non avrà ancora sviluppato anticorpi a sufficienza. Come detto, però, e come dimostra l'Inghilterra, i casi inglesi aumentano ma restano molto bassi i decessi ed i ricoveri in terapia intensiva dimostrando come, anche con la variante Delta, i vaccini attualmente in uso funzionano molto bene.

Quanto dura la protezione. Mentre gli studi si moltiplicano, non c'è ancora una reale conoscenza sulla durata della copertura dal vaccino: come riporta il Corriere, i primi ad essere vaccinati sono stati i medici che hanno finito entrambe le dosi a fine gennaio e da quattro a sei mesi dalla prima dose è il momento migliore per essere protetti. Per quanto riguarda, invece, chi ancora non ha ricevuto alcuna dose di vaccino, contro la variante Delta il rischio di contrarre il virus è altissimo, chi ha fatto una dose è protetto almeno 20-30%, chi è guarito dalla malattia al 60-70%, chi ha fatto due dosi di vaccino è al 70-80% mentre, chi ha già avuto l'infezione e si è vaccinato, è coperto almeno al 90%. Come detto in apertura, però, i vaccini che probabilmente riceveremo nel 2022 (la cosiddetta terza dose o richiamo) dovranno essere adattati al nuovo virus in circolazione: quelli ad Rna, fortunatamente, in poche settimane possono essere cambiati ed adattati alle nuove varianti del Covid-19, un enorme passo in più verso il pieno ritorno alla normalità. 

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più care. Avviso ai naviganti: l’arancino è sempre m... 

Terza dose di vaccino Pfizer e Moderna non necessaria: lo studio della Washington University. Alessandro Artuso il 4 luglio 2021 su Notizie.it. La questione della terza dose di vaccino è al centro di un ampio dibattito scientifico: le novità arrivano da alcuni studi. Una grandissima parte delle persone che hanno ricevuto con il vaccino Pfizer e Moderna, sieri a mRna, potrebbero non necessitare della terza dose. La notizia è stata lanciata grazie ad uno studio pubblicato sulla rivista Nature. Secondo questo studio i richiami non sarebbero necessari, almeno fino a quando i virus e le varianti non cambieranno in maniera radicale.   

Terza dose di vaccino, cosa dice lo studio. Lo studio è stato pubblicato su Nature e prende spazio grazie al lavoro degli immunologi della Washington University di Saint Louis. Gli studiosi hanno analizzato gli anticorpi di 77 persone che sono state contagiate dal Covid-19.

Terza dose di vaccino, la novità. Già alcune ricerche effettuate in precedenza avevano parlato delle pochissime possibilità di infettarsi nuovamente. I pazienti reduci dal Covid-19 raggiungono infatti l’immunità, seppur in maniera temporanea e quindi non definitiva. Secondo lo studio dopo quasi un anno gli ex pazienti hanno mostrato una quantità di anticorpi importante per prevenire il Coronavirus.

Terza dose di vaccino, altri studi al vaglio degli esperti. La vaccinazione è risultata quindi efficace e paragonata ad una sorta di fabbrica di plasmacellule della memoria esistente nel corpo. Questo dato dimostrerebbe quindi una resistenza al virus a lunga gittata. Gli scienziati hanno realizzato anche un altro studio grazie alla Rockfeller University di New York che ha controllato le cellule B di 63 persone reduci dal Covid-19. I ricercatori credono che chi abbia contratto il Covid con una sola vaccinazione possa avere un’immunità di tipo permanente. Anche per la vaccinazione eterologa uno studio pubblicato su Lancet ha confermato che la somministrazione di due vaccini differenti darebbe una maggiore risposta immunitaria. La vaccinazione eterologa è diventata teatro di discordia e di ampio dibattito: sulla questione è intervenuto Marco Cavaleri, capo della strategia di vaccinazione dell’Ema. “È storicamente provato che la vaccinazione eterologa è efficace e ha una solida base scientifica” ha dichiarato Cavaleri nel corso della conferenza stampa dell’Ema. Intanto è scontro aperto sulla questione vaccini contro il Covid-19 per Alberto Zangrillo e Walter Ricciardi. All’origine della diatriba un tweet che causerebbe, secondo Zangrillo, “una grande confusione e terrorismo psicologico”. La vicenda parte da alcune risposte offerte dal consulente del ministro Roberto Speranza sui social network. 

Vaccino Johnson&Johnson efficace contro la Variante Delta, anche a 8 mesi dall’inoculazione. Riccardo Castrichini il 4 luglio 2021 su Notizie.it. Contro la variante Delta il vaccino Johnson&Johnson ha efficacia protettiva anche dopo 8 mesi dalla somministrazione.

Variante Delta: il vaccino Johnson&Johnson efficace dopo 8 mesi. Un po’ in tutto il mondo gli scienziati studiano quale possa essere la risposta dei vaccini covid attualmente approvati contro la variante Delta. Si cerca in particolar modo di capire se i vaccinati possono considerarsi al sicuro da questa nuova mutazione del virus che ha preso a circolare con grande impeto anche in Europa. In riferimento al vaccino Johnson&Johnson, la casa produttrice ha diffuso un comunicato stampa nel quale si legge che il siero monodose ha un’elevata attività neutralizzante contro la variante Delta anche 8 mesi dopo l’inoculazione. A dimostrarlo ci sarebbero due studi in pre-stampa, uno dei quali verrà presto pubblicato su una rivista scientifica.

Variante Delta, la copertura del vaccino Johnson&Johnson. Nello specifico, nel primo dei due studi presentati in data 1 luglio a biorXiv, gli scienziati si sono occupati di testare “l’attività neutralizzante degli anticorpi di otto partecipanti vaccinati in seno studio di Fase 3 ENSEMBLE”. Le analisi effettuate hanno fatto emergere che l’attività anticorporale contro la variante Delta del vaccino Johnson&Johnson è addirittura più alta rispetto a quella che si era registrata contro la variante Beta, comunemente definita la mutazione del virus Sudafricana. Per quanto riguarda invece il secondo studio, questo è stato condotto dagli scienziati del Beth Israel Deaconess Medical Center coordinati dal professor Dan Barouch. Dall’attività svolta è emerso che sia la risposta anticorporale che cellulare indotta dal vaccino Johnson&Johnson persistono anche 8 mesi dopo l’unica inoculazione prevista. È stato inoltre riscontrata una forte produzione di cellule T, nello specifico cellule T CD8+, specializzate nella caccia e nella distruzione delle cellule infettate dal patogeno del virus.

Variante Delta: il vaccino Johnson&Johnson efficace dopo 8 mesi. Il professor Mathai Mammen, dirigente ricercatore presso Janssen Research & Development, sezione di Johnson&Johnson e responsabile della creazione del vaccino, si è così espresso sul tema: “I dati attuali su otto mesi mostrano che il vaccino COVID-19 a iniezione singola di Johnson & Johnson genera una forte risposta anticorpale neutralizzante che non diminuisce; piuttosto, osserviamo un miglioramento nel tempo. Inoltre – ha aggiunto – osserviamo una risposta immunitaria cellulare persistente e particolarmente robusta e duratura”. Anche Paul Stoffels, vicepresidente del comitato esecutivo e direttore scientifico di Johnson&Johnson, ha commentato gli esiti degli studi clinici condotti: “Riteniamo – ha concluso – che il nostro vaccino offra una protezione duratura contro la COVID-19 e susciti un’attività neutralizzante contro la variante Delta. Ciò si aggiunge al solido corpo di dati clinici che supportano la capacità del nostro vaccino a iniezione singola di proteggere da molteplici varianti di preoccupazione”.

Dagotraduzione da Study Finds il 26 giugno 2021. Secondo un importante scienziato genetico, un rivoluzionario vaccino per "supereroi" ispirato al codice del DNA degli atleti olimpici potrebbe aiutare a trasformare la società nel prossimo decennio. Euan Ashley, professore di medicina e genetica alla Stanford University, sostiene che il vaccino fornirebbe una protezione permanente contro tre delle prime dieci cause di morte. Grazie ai progressi dell’ingegneria genetica, il cosiddetto vaccino "supereroe" potrebbe offrire una protezione simultanea a lungo termine contro malattie cardiache, ictus, morbo di Alzheimer e malattie del fegato. Questo trattamento rivoluzionario fornirebbe il progetto di cellule "ideali" di uomini e donne i cui geni sono più resistenti alle malattie di quelli della persona media, insieme a un "manuale di istruzioni" per aiutare il corpo a «riparare, modificare e migliorare» le proprie versioni. Una singola dose potrebbe portare a un «aggiornamento genetico a livello del corpo» che ridurrebbe il rischio di morte prematura in alcuni adulti fino al 50%. Ashley dice che, prima di essere esteso alla popolazione, il vaccino sarà somministrato a coloro che hanno gravi necessità cliniche. Gli studi clinici sui singoli componenti dovrebbero iniziare entro il 2026, e il vaccino combinato sarà disponibile entro 10-15 anni. Se le scoperte nella ricerca e nella tecnologia del genoma continueranno ad evolversi allo stesso ritmo, secondo Ashley il vaccino potrebbe essere ampiamente disponibile in tutto il mondo in soli 10 anni. Il prof. Ashley, 49 anni, è il direttore fondatore del Center for Inherited Cardiovascular Disease di Stanford e del suo programma di genomica clinica. «La medicina genomica è stata promessa per decenni, ma grazie ai progressi nel campo stiamo raggiungendo la fase in cui quella promessa è destinata a diventare realtà, inaugurando una nuova era audace di trattamenti medici», ha detto. «Presto avremo gli strumenti di ingegneria genetica per riparare, modificare e migliorare il DNA associato a una serie di malattie, per renderci tutti meno inclini a sviluppare queste malattie nel corso della nostra vita. Questo, ovviamente, non vuol dire che possiamo far vivere le persone per sempre e non possiamo garantire che l'aspettativa di vita aumenterà, ma è probabile che in molti casi si possano evitare le morti premature», continua Ashley. «I progressi nella modifica del DNA porteranno all’idea di persone con geni “superumani” - più resistenti alle malattie – non più fantascienza ma come un fatto scientifico assoluto. Potenzialmente milioni di persone potrebbero essere influenzate da questa tecnologia». «Il vaccino ha il potenziale di ridurre notevolmente il carico di malattie con una componente genetica come il morbo di Alzheimer, malattie del fegato, malattie coronariche e condizioni associate come ictus e demenza vascolare», continua il genetista di Stanford. «Non è solo possibile, ma probabile, che un vaccino simile sarà disponibile nei prossimi 10-15 anni, e i benefici del trattamento diventeranno evidenti entro i successivi due o tre decenni. Considerando solo gli attacchi cardiaci mortali, il nuovo trattamento potrebbe portare a ridurne l'incidenza fino al 50%». Al contrario dei vaccini tradizionali, i vaccini genomici, come quello «supereroe», forniscono stringhe di codice genetico a determinate cellule per correggerne gli errori, modificando la lettera di Dna che ci rende predisposti a una determinata malattia. Per garantire che questi codici raggiungano gli organi giusti e non vengano distrutti sulla strada dal nostro sistema immunitario, vengono inseriti dentro ad alcuni virus inattivati o racchiusi in lipidi (particelle di grasso) che li trasportano a destinazione. È lo stesso procedimento utilizzato per il vaccino Pfizer-BioNTech. Gli scienziati paragonano l'editing genetico alla funzione di "correzione automatica" utilizzata dai programmi di scrittura. Invece di riscrivere le parole, l'editing genetico riscrive il DNA corrotto. La tecnica non è nuova, ma resta poco testata, almeno sugli esseri umani. «L'editing genetico sta diventando maggiorenne, portando con sé l'eccitante possibilità di prevenire malattie gravi nella popolazione prima che si sviluppino», aggiunge il prof. Ashley. «Non tutti saranno suscettibili a queste malattie ma, per coloro che lo sono, questo sarà un nuovo approccio rivoluzionario alla prevenzione». Per realizzare un vaccino «supereroe» è necessario prima di tutto trovare persone particolarmente resistenti alle malattie o capaci di combatterle. Il campione olimpico finlandese Eero Mäntyranta, per esempio, ha scoperto di avere un livello insolitamente alto di emoglobina, a significare un eccesso di globuli rossi che trasportano ossigeno. Quest’abbondanza gli permette di aumentare i livelli di resistenza. E non è il solo: c’è l'americana Sharlayne Tracy, che ha livelli di colesterolo insolitamente bassi; un ragazzo pakistano, insensibile al dolore. Il numero esatto di persone con geni sovrumani non è noto, ma si creda possano essere diversi milioni di persone. Il prof. Ashley ritiene che i database genetici come la BioBank britannica, che attualmente detiene informazioni sanitarie e genetiche su oltre 500.000 persone, svolgeranno un ruolo cruciale nello sviluppo di vaccini genetici. Hanno già scoperto geni sovrumani per malattie cardiache, epatiche e morbo di Alzheimer e potrebbero essere la chiave per la prevenzione del cancro e altre malattie terminali in futuro.

Vaccini anti Covid, confermata l'efficacia nei pazienti affetti da cancro. Maria Girardi il 15 Giugno 2021 su Il Giornale. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Montefiore Health System e dell'Albert Einstein College of Medicine. Sin dai primi giorni della pandemia di Covid ci si è chiesto in che modo se la sarebbero cavata i pazienti in trattamento attivo del cancro qualora fossero stati colpiti dal virus. Le preoccupazioni, in gran parte, erano dovute agli effetti che i tumori e le relative cure possono avere sul sistema immunitario. Ora che i vaccini anti coronavirus sono ampiamente disponibili, ci si interroga circa la sicurezza e l'efficacia degli stessi in queste persone vulnerabili. A fornire una risposta uno studio pubblicato su "Cancer Cell" e condotto dai ricercatori del Montefiore Health System e dell'Albert Einstein College of Medicine nel Bronx. In una revisione di 200 soggetti con ampio spettro di diagnosi di cancro, gli scienziati hanno scoperto che, dopo la vaccinazione completa, il 94% di essi ha mostrato complessivamente la sieroconversione. Quest'ultima è stata determinata dalla presenza di anticorpi contro la proteina spike del Covid. I tassi di risposta erano molto alti tra gli individui con tumori solidi (98%), ma inferiori (85%) nelle persone affette da determinate neoplasie del sangue. Tuttavia anche la maggior parte di essi ha sviluppato una risposta immunitaria. Diversa la situazione per i pazienti sottoposti ad alcuni trattamenti. Coloro che ricevevano terapie per i tumori ematologici che agiscono uccidendo le cellule B (rituximab o CAR-T), ad esempio, avevano tassi di sieroconversione del 70%. Per quelli che avevano avuto di recente trapianti di midollo osseo o di cellule staminali, il tasso era del 74%. Tali numeri, come assicurano gli scienziati, erano comunque più alti del previsto. Più precisamente, i risultati si sono rivelati maggiormente incoraggianti per chi soffriva di neoplasie del sangue che colpiscono le cellule mieloidi piuttosto che quelle linfoidi. Gli effetti collaterali della vaccinazione osservati in questa popolazione non sono stati peggiori rispetto ad altri gruppi. Non un singolo individuo è dovuto andare al pronto soccorso o essere ricoverato in ospedale. Dall'inizio dell'emergenza sanitaria è noto che i pazienti oncologici che contraggono il Covid hanno tassi più elevati di mortalità. «Questo studio - affermano gli autori -conferma che non è necessario che le persone attendano la vaccinazione fino a quando non terminano la chemioterapia o l'immunoterapia. I pazienti devono sentirsi rassicurati dal fatto che i vaccini sono sicuri e funzionano bene».

Maria Girardi. Nasco a Bari nel 1991 e qui mi laureo in Lettere Moderne con una tesi su L'isola di Arturo di Elsa Morante. Come il giovane eroe morantiano, sono alla perenne ricerca della mia "Procida" e ad essa approdo mentre passeggio in mezzo al verde o quando vedo film drammatici

DA leggo.it il 28 giugno 2021. La protezione prodotta dai vaccini a mRna, cioè Pfizer e Moderna, potrebbe funzionare per un tempo molto lungo contro il coronavirus. A dirlo è uno studio della Washington University di Saint Louis, pubblicato sulla rivista Nature, secondo cui i vaccini prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna potrebbero proteggerci addirittura per anni dal virus Sars-CoV-2. I risultati dello studio - si legge sul New York Times - si aggiungono ad altri che dimostrerebbero che la maggior parte delle persone immunizzate con i vaccini a mRna potrebbe non avere bisogno di richiami, almeno fino a quando il virus e le sue varianti non dovessero mutare radicalmente dalle forme attuali. Dallo studio emerge poi che, nelle persone sopravvissute al Covid-19, le cellule immunitarie che riconoscono il virus rimangono nel midollo osseo per almeno otto mesi dopo l'infezione. Sulla base di questi risultati, i ricercatori credono che l'immunità possa durare anni, forse una vita, nelle persone che sono state infettate e poi vaccinate. Non è al momento chiaro se la vaccinazione da sola possa avere un effetto altrettanto duraturo. Lo studio non ha valutato il vaccino prodotto da Johnson & Johnson (a vettore virale), ma secondo i ricercatori proteggerebbe meno a lungo rispetto ai vaccini a Rna messaggero.

Durata dell’immunità e mix tra vaccini anti Covid diversi: cosa (ancora) non sappiamo. Federico Giuliani su Inside Over il 29 maggio 2021. Decine di vaccini autorizzati, quasi 2 miliardi di dosi effettive iniettate in tutto il mondo e altre centinaia di milioni di flaconcini pronti a essere utilizzati da qui ai prossimi mesi. La battaglia contro il Sars-CoV-2 procede a gonfie vele e, mai come adesso, la luce in fondo al tunnel appare così vicina. Gli ultimi dati fotografano una situazione incoraggiante, anche se permangono evidenti disparità tra i Paesi più ricchi, dove le campagne vaccinali non destano problemi, e quelli in via di sviluppo, alle prese con importanti problemi strutturali. In ogni caso, sempre più persone sono immunizzate contro il Covid. Eppure ci sono ancora diverse domande senza risposta. Una volta che un cittadino qualunque riceverà la sua doppia dose, sarà per sempre protetto contro il Sars-CoV-2? Gli esperti sono al lavoro per capire dopo quanto tempo le persone completamente vaccinate avranno bisogno di ulteriori richiami e, soprattutto, se sarà possibile iniettare un vaccino diverso rispetto al primo ricevuto. “Come sappiamo, il Covid non scomparirà presto e sappiamo che gli anticorpi diminuiscono nel tempo, quindi sarà necessaria una spinta in qualche momento. Non posso prevedere quando”, ha affermato al Wall Street Journal John Beigel, direttore associato per la ricerca clinica presso la Divisione di microbiologia e malattie infettive, dell’Istituto nazionale americano di allergie e malattie infettive.

I due nodi da sciogliere. Negli Stati Uniti sono in corso varie prove per cercare di sciogliere il nodo dell’immunità e quello della diversità tra i vaccini. Detto in altre parole, gli scienziati hanno intenzione di far luce su due aspetti. Innanzitutto, per quanto tempo i vaccinati possono vantare la loro immunità contro il virus? Sappiamo che l’immunità indotta da un vaccino contro la maggior parte delle malattie diminuisce con il passare del tempo. Ma poco o niente sappiamo del comportamento immunitario dei vaccini anti Covid. La comunità scientifica deve identificare al più presto una soglia: quello sotto il quale il livello di immunità è troppo basso per proteggere le persone. Dopo di che devono chiedersi quanto tempo impiegherà l’immunità per decadere fino al di sotto di quel livello. Se dare una risposta a questa domanda è ostico, ancor più complesso è risolvere il secondo enigma. Ossia: una persona completamente vaccinata – ipotizziamo – con il vaccino Pfizer-BioNTech a febbraio, potrà ricevere, in futuro, la terza dose di Moderna o dovrà mantenersi sul Pfizer? Ci sono vantaggi nel passare da un vaccino all’altro oppure tutto ciò comporterà dei rischi?

Anticorpi, immunità, combinazioni di vaccini. I campioni di sangue delle prime persone vaccinate un anno fa potranno aiutare gli esperti a determinare se gli anticorpi continueranno a esistere o svaniranno e, in quest’ultimo caso, in quanto tempo spariranno dai radar. Le prime ricerche lasciavano ipotizzare che gli anticorpi resistessero per almeno sei mesi, fatta eccezione delle varianti di Covid che in teoria possono complicare lo scenario. Altri studi sostengono che gli anticorpi diminuiscono dopo che le persone si sono riprese dall’infezione, ma solo fino a un certo punto. Dopo una data soglia, i suddetti anticorpi si stabilizzerebbero e persisterebbero per quasi un anno.

Capitolo vaccini: il rebus si complica. Chi, ad esempio, ha ricevuto il monodose Johnson & Johnson a gennaio, nel prossimo futuro, in vista della terza dose, potrà cambiare marchio o dovrà mantenere lo stesso vaccino? Occorrono sperimentazioni per testare quali combinazioni funzioneranno meglio. Potrebbe anche avvenire la stessa cosa che accade con il vaccino anti influenzale: la maggior parte delle persone non sa quale azienda produce il vaccino che riceve ogni anno. E per quanto riguarda l’immunità, è sì possibile che le persone vaccinate possano ammalarsi dopo un certo lasso di tempo. Ma è anche plausibile che il loro sistema immunitario riesca comunque a riconoscere il virus e schermarlo. “Non lo sappiamo per certo”, ripetono in coro gli esperti.

Vaccino, niente più fasce d'età: c'è la data per le prenotazioni libere. Alessandro Imperiali il 27 Maggio 2021 su Il Giornale. Con l'arrivo entro il prossimo mese di 28 milioni di dosi, accelera la campagna vaccinale. C'è la data per la prenotazione senza limiti d'età. Entro il 10 giugno verrà decisa la data per la quale non ci saranno più restrizioni e limiti d'età per le prenotazioni del vaccino. Poco più di dieci giorni e gli italiani sapranno quando potranno fissarla, anche se hanno meno di 40 anni. La campagna vaccinale procede spedita e le dosi consegnate, più quelle che in breve tempo arriveranno, permettono al Generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per il contrasto dell'emergenza Covid, e alla sua struttura di pianificare, nelle prossime due settimane, un'ulteriore accelerazione. È previsto nei prossimi giorni l'arrivo di 8,5 milioni di dosi che andranno a completare la fornitura prevista per maggio. Sono 20 milioni, invece, le dosi che arriveranno secondo programma e accordi nel mese di giugno. Per un totale di 28 milioni di dosi. Numeri che non solo permettono di coprire le fasce d'età previste in questo momento ma di fare anche un ulteriore passo in avanti. Come scrive il Corriere.it, è stato proprio il Generale Figliuolo in persona a fare un quadro della situazione: "Sugli over 80, che è la categoria più a rischio, abbiamo vaccinato oltre il 90%, ne mancano all’appello 460 mila. Per gli over 70 siamo all’80% e ne mancano 1,2 milioni, sugli over 60 siamo a oltre il 65% e ne mancano all’appello 2,6 milioni, considerando la platea calcolata su tessera sanitaria. Adesso dobbiamo terminare queste classi andando a intercettarle in una maniera più proattiva rispetto a quello che è stato fatto finora". L'obiettivo principale è quello di allineare i numeri delle regioni evitando di fatto che ci siano alcune che restino indietro, soprattutto rispetto ai soggetti fragili. La data non viene annunciata in questi giorni, ma verrà fatto tra due settimane, proprio per dare la precedenza a tutti gli over 60 che non hanno ancora ricevuto il vaccino. La circolare riguardo le prenotazioni libere per tutti è ideata proprio con il fine di evitare che ci sia un lavoro eterogeneo. Le regioni che sono più avanti con le vaccinazioni, infatti, hanno già cominciato a vaccinare i più giovani. Il Lazio tra il primo e il tre giugno conta di vaccinare tutti i maturandi. La Lombardia ha aperto la vaccinazione agli over 30, l'Alto Adige, da oggi, prenoterà tutti coloro che hanno più di 18 anni. L'Emilia-Romagna ha aperto tre hub interaziendali per i lavoratori.

Il vaccino in ferie. "Prenderemo una decisione insieme ma la situazione deve essere armonica e uguale ovunque", ha dichiarato Figliuolo riguardo il nodo da sciogliere sulla somministrazione della seconda dose per chi è in vacanza e, dunque, lontano dalla propria residenza. La Lombardia, attraverso il presidente della regione Attilio Fontana, ha dichiarato che si adeguerà alle scelte del generale. Altri governatori però hanno dichiarato che per invogliare il turismo faranno in modo di assicurare una dose a chi è lontano da casa. Un'altra circolare, già diramata, prevede che tutti coloro che hanno in programma un soggiorno di almeno tre settimane non hanno di che preoccuparsi dal momento che possono ottenere la seconda dose. Il problema sorge per chi ha previsto delle vacanze brevi ma, durante un incontro con le Regioni, Figliuolo ha assicurato che "si arriverà a un compromesso".

Alessandro Imperiali. Nato il 27 gennaio 2001, romano di nascita e di sangue. Studio Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza e ho preso la maturità classica al Liceo Massimiliano Massimo. Sono vicepresidente dell'Associazione Ex Alunni Istituto Massimo e responsabile di ciò che...

Paolo Russo per "la Stampa" il 26 maggio 2021. Draghi chiama e l'Ema risponde. Al premier che chiede dall'agenzia un segnale sulla possibilità di fare il richiamo con un vaccino diverso dal primo e di rilasciare il pass vaccinale anche con una sola dose, i super esperti di Amsterdam rispondono con due si e un no. Sì all'ipotesi di fare il richiamo con Pfizer dopo aver fatto la prima puntura con AstraZeneca, sì anche al pass con una sola dose, ma no se la si è fatta con un vaccino a Rna messaggero, ossia con Pfizer o Moderna. Posizioni che come sua abitudine l'Ema esprimerà in forma molto più sfumata, lasciando poi ai singoli Stati, o meglio alla Commissione Ue, il compito di tradurre le sue indicazioni scientifiche in provvedimenti. Da adottare al più presto, visto che il green pass europeo, come confermato dallo stesso Draghi, «sarà pronto a metà giugno». Anche i pareri dell'Ema sui quesiti posti dal premier potrebbero arrivare dopo l'atteso via libera domani al vaccino per gli adolescenti tra i 12 e i 15 anni targato Pfizer.

Protezione più lunga. L'Agenzia europea del farmaco dovrebbe mandare un segnale anche sulla durata del pass. «Ragionevolmente potrebbe essere fissata in un primo momento a 9 mesi, come già fatto dall'Italia, perché gli studi osservazionali sugli anticorpi dei vaccinati fino ad ora non si sono potuti spingere più indietro nel tempo. Ma presumibilmente il termine potrà poi essere prorogato almeno a un anno senza che i cittadini debbano chiedere alcun nuovo certificato», spiega una fonte autorevole dal palazzo di Amsterdam. Resta da capire se il pass in formato europeo seguirà le orme di quello italiano, che viene rilasciato anche dopo la sola prima dose. A questo proposito gli studi in mano all'Ema dicono che questo è possibile per il bistrattato AstraZeneca, che dopo una puntura dà una protezione maggiore di quelli a Rna messaggero. Da qui un probabile via libera che non discriminerebbe chi assumendo il vaccino targato AZ dovrebbe aspettare tre mesi per ottenere il pass. Riguardo il mix di vaccini tra prima e seconda dose un primo studio britannico e uno nuovo spagnolo, dai quali sono però attesi dati più consolidati, confermerebbero quanto affermato da Draghi al Consiglio Ue dedicato al Covid, ossia che fare una prima dose con AstraZeneca e il richiamo con uno dei vaccini a Rna messaggero fornirebbe una risposta anticorpale persino maggiore a quella che si ottiene ricorrendo in entrambi i casi al ritrovato di Oxford. Con un doppio vantaggio. Quello di superare le resistenze di chi, soprattutto tra gli insegnanti, ingiustificatamente punta comunque i piedi davanti al richiamo con Az. E rendere più appetibile lo stesso vaccino anglo-svedese alla popolazione giovane, che non vuole correre il rischio di dover interrompere le vacanze ad agosto per il richiamo, previsto con AstraZeneca a tre mesi. «E che potrebbe invece ridursi tra le 8 e le 12 settimane facendo la seconda dose con Pfizer», chiarisce la medesima fonte dell'Ema.

I timori. Tutti calcoli che non fanno però i conti con le varianti. La sudafricana e la brasiliana in particolare. Con la prima i dati in possesso dell'agenzia europea dicono che AstraZeneca è efficace solo al 10%, mentre con la brasiliana si dimezza scendendo al 40%. Vanno meglio quelli a Rna, che scendono al 50% con la prima dose per risalire all'80 con la seconda. Mentre studi osservazionali britannici sulla variante indiana dimostrerebbero una efficacia del 30% dopo la singola dose e del 59% con due. Per questo sono da guardare al microscopio i dati dal nuovo studio osservazionale dell'Iss, che danno la brasiliana in crescita dal 4 al 6% nel Paese. Ma con punte del 18,3% nel Lazio, di oltre il 14% in Umbria, Alto Adige e Valle d' Aosta, dell'11% in Toscana e dell'8,6 in Liguria. Realtà da tenere sotto stretta osservazione.

Efficacia maggiore dopo 28 giorni. Prima dose del vaccino, dopo quanto tempo si è immuni e quanto è efficace. Elena Del Mastro su Il Riformista il 21 Maggio 2021. La campagna vaccinale per sconfiggere il coronavirus in Italia procede spedita. Una parte della popolazione ha ricevuto solo la prima dose e dovrà aspettare ancora per la seconda. Ma fatta la prima dose, dopo quanti giorni si è protetti contro il virus? È stato studiato che i quattro vaccini attualmente in uso in Italia, Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson e AstraZeneca, iniziano ad avere un effetto protettivo dopo 7-10 giorni dalla prima inoculazione. Effetto che aumenta con il passare dei giorni. In base alla pubblicazione del 27 aprile sulla rivista scientifica British Journal of Medicine (BMJ), bisogna aspettare 28 giorni per vedere tutta l’efficacia della prima dose. Anche per Johnson & Johnson, il vaccino a una sola dose, l’efficacia maggiore si riscontra a 28 giorni dall’inoculazione. Secondo i dati del BMJ dopo la prima dose la possibilità di contrarre il Covid in maniera sintomatica è ridotta del 60-70%, scende dell’80% invece la possibilità di finire in ospedale con sintomi gravi. Negli Usa (dove Pfizer è utilizzato accanto a Moderna) il dato è stato calcolato su operatori sanitari e over 65 anni che, rispettivamente, mostrano una riduzione del contagio sintomatico dell’82% e del 64%. L’efficacia di Johnson & Johnson è del 66,9% per Covid sintomatico e sale all’85,4% riguardo ai casi di malattia grave. Dei vaccini gli scienziati hanno fiducia al 100% perché il loro obiettivo è la riduzione del Covid sintomatico o grave e questa efficacia è stata appurata. Non è ancora certo in quale percentuale si possa trasmettere o contrarre il Covid dopo la prima dose di vaccino. Ma i dati dei contagi in tutta Europa certificano che la prima dose di vaccino ha abbattuto drasticamente il numero di contagi. Uno studio specifico, svolto sempre in Gran Bretagna, ha misurato questa riduzione in famiglie dove fosse presente un positivo (il caso più pericoloso) e la trasmissione si è dimezzata. In un nuovo studio (sempre in UK e sempre sui due vaccini) si parla di una riduzione del 65%. Per questo motivo risulta importante fare la prima dose il prima possibile. Se per qualche motivo la seconda dovesse essere rimandata dal punto di vista immunologico non è un problema. Aspettare 2-3 mesi non cambia niente. L’unico consiglio medico è quello di non ritardare la seconda dose oltre i sei mesi: c’è comunque molto tempo per organizzarsi e farla.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Quanto durano davvero i vaccini? Ecco tutti i dubbi. Alessandro Ferro il 21 Maggio 2021 su Il Giornale. Secondo quanto riportato dall'Aifa, la durata dei vaccini è compresa fra i 9 ed i 12 mesi. Il siero di AstraZeneca, però, potrebbe coprire per un periodo maggiore: ecco perché. Man mano che passano i giorni, le settimane ed i mesi sappiamo sempre di più sul virus ma soprattutto sui vaccini, argomento che quotidianamente è all'ordine del giorno (giustamente). Ma sono tanti, ancora, i dubbi e le ipotesi sulla durata degli anticorpi che ci proteggono contro la malattia.

Domande senza risposta. Con un meccanismo nuovo ed unico nella storia dell'umanità, stiamo acquisendo nuove conoscenze ogni giorno che passa in contemporanea alla pandemia ed alla somministrazione vaccinale semplicemente perché il Sars-Cov-2 è spuntato fuori all'improvviso cogliendoci del tutto impreparati, non c'era mai stato il precedente di vaccini messi a punto e somministrati in meno di un anno e non c'erano mai stati vaccini con la tecnica nuovissima dell'Rna messaggero (vedi Pfizer, Moderna e a brevissimo anche CureVac). La prima domanda che, spontaneamente, noi tutti ci facciamo è: quanto dura la protezione dopo la vaccinazione? Sei, nove, dodici mesi o di più? Nessuno, al momento, lo sa. L'Aifa, nella propria sezione Faq, a questa domanda risponde che "la durata della protezione non è ancora definita con certezza perché fino ad ora il periodo di osservazione è stato necessariamente di pochi mesi, ma le conoscenze sugli altri tipi di coronavirus suggeriscono che dovrebbe essere di almeno 9-12 mesi".

Alcune ipotesi in campo. In questi mesi abbiamo sentito tanti epidemiologi ed esperti virologi che ci hanno detto, con certezza, che mentre la prima dose serve per avere una prima immunizzazione dal Covid, la seconda, chiamata booster (cioé richiamo), serve per aumentare gli anticorpi e farli durare di più nel tempo. Ecco il criterio con cui quasi tutte le Big Pharma hanno lavorato sui loro prodotti ad eccezione di Johnson&Johnson che prevede un'unica somministrazione. Nel tempo, poi, è cambiata anche l'intervallo con cui si somministra la seconda dose, e qui potrebbe esserci un punto di svolta: recentissimi studi hanno dimostrato che Pfizer, somministrato dopo 42 giorni o addirittura tre mesi, aiuta l'organismo ad avere una risposta anticorpale più forte. Ma è quello che si fa con AstraZeneca già da mesi, da quando cioé la seconda dose è stata spostata di 12 settimane. Comincia a serpeggiare l'ipotesi, infatti, che un richiamo ritardato nel tempo possa consentire una copertura più lunga arrivando anche ad un anno completo e, perché no, magari di più. Queste ipotesi, al momento, valgono soltanto per il siero anglo-svedese ma potrebbero essere valide anche per il vaccino Pfizer se verrà estesa da 42 giorni a tre mesi la seconda dose che consente la copertura completa.

Cosa sappiamo. I dubbi non mancano, sono tanti ed è logico che sia così. Le certezze che abbiamo, però, ci dicono che il pass vaccinale avrà la durata di un anno e ci si dovrà rivaccinare (quindi terza dose) entro i 12 mesi dalla prima dose, non dalla seconda. Questo è un punto importante che è stato spesso oggetto di confusione. "Il richiamo deve essere fatto entro un anno dall'aver ricevuto la prima dose di qualsiasi vaccino", ci hanno detto gli esperti. Va da sè, quindi, che i primi vaccinati a gennaio (operatori sanitari, anziani delle Rsa) rimarranno immunizzati per tutto il periodo estivo ed autunnale: secondo quelle che sono le attuali conoscenze, ci si dovrà preoccupare di fare il richiamo non prima di dicembre. Piuttosto, dopo quanto tempo si è protetti dopo aver fatto il vaccino? Per il Pfizer "l’efficacia è stata dimostrata dopo una settimana dalla seconda dose", scrive l'Aifa anche se un certo grado di protezione viene riconosciuta da molti scienziati anche dopo la prima; per quanto riguarda Moderna, invece, la copertura si raggiunge "due settimane dopo la seconda dose". Su AstraZeneca, invece, la risposta dell'Aifa è più articolata. "La protezione inizia da circa 3 settimane dopo la somministrazione della prima dose di Vaxzevria e persiste fino a 12 settimane. Tuttavia, fino a 15 giorni dopo la somministrazione della seconda dose la protezione potrebbe essere incompleta. Inoltre, come accade con tutti i vaccini, anche la vaccinazione con Vaxzevria potrebbe non proteggere tutti i soggetti vaccinati". Niente paura, perché contro la malattia grave AstraZeneca copre al 99%: eventuali sintomi dopo la somministrazione completa, come si è visto fino ad oggi, sono blandi e si risolvono spontaneamente in 2-3 giorni. Infine, c'è il vaccino Johnson&Johnson, l'unico ad essere monodose: in questo caso, l'Aifa afferma "che la protezione inizia circa 14 giorni dopo la vaccinazione".

Vaccini conseguenze ed effetti: 95% no contagio, 99% no Covid grave. Astrazeneca? Salva vita al 95%. Da "blitzquotidiano.it" il 14 maggio 2021. Vaccini conseguenze ed effetti. Mal di testa, febbre, stanchezza? Ipnotizzati dal dito non vediamo la luna, conseguenze ed effetti dei vaccini misurati ad oggi sono: meno 95% contagi tra i vaccinati, crollo della malattia in forma grave del 99 per cento tra i vaccinati. AstraZeneca? Stronca la mortalità da Covid del 95%.

Vaccini: studio italiano, tutti 95% di efficacia, stop casi gravi. (ANSA il 13 maggio 2021) Il "primo studio" organizzato in Italia sull'efficacia dei vaccini conferma che "tutti e tre i vaccini sono molto efficaci". I risultati sono stati presentati ieri in una conferenza a Bologna dall'epidemiologo pescarese Lamberto Manzoli in collaborazione con l'Università di Ferrara. Secondo Manzoli tre sono i punti decisivi dello studio statistico compiuti su 37 mila persone che hanno ricevuto il vaccino in provincia di Pescara dal 2 gennaio al 24 aprile, e i cui dati completi sono stati elaborati dalla Asl del capoluogo adriatico. "Per prima cosa - spiega il dottor Manzoli - abbiamo registrato il -95% di infezioni successive al virus dopo i tempi di produzione di anticorpi rispetto ai residenti adulti. Poi un -99% di malattia conclamata nei riceventi il vaccino. In più un -90% di decessi, ma il dato è condizionato dal fatto che abbiamo registrato un solo morto, una donna di 96 anni, contro i 206 non vaccinati dello stesso periodo, quindi è un dato non probante". Secondo lo studio i dati sono in linea con quanto emerso in studi esteri e sono statisticamente trasportabili su scala nazionale "Non ci aspetteremmo conclusioni diverse - puntualizza il dottor Manzoli, che in precedenza aveva lavorato con l'Agenzia Sanitaria Regionale abruzzese - ce lo dice la logica. Tra sei mesi potremo ristudiare nuovi dati, ma riteniamo improbabile che non ci fornisca le stesse conferme. Tra le cose interessanti c'è da rilevare che siccome in Abruzzo la variante inglese in questo periodo è stata dominante, anche in questo caso i vaccini sono stati efficaci. C'è un dato che non abbiamo potuto pubblicare che è quello degli eventuali effetti negativi, ma sappiamo che c'è una sorveglianza stretta e però posso dire che anche in questo caso i risultati sono positivi", conclude l'epidemiologo abruzzese.

Silvia Turin per corriere.it il 13 maggio 2021.

Vaccini e varianti: l’efficacia.

La casa farmaceutica Pfizer ha dichiarato che non esistono evidenze che sia necessaria una nuova formula del suo vaccino contro le varianti. Che cosa significa?

Il vaccino Pfizer si è dimostrato in grado di proteggere le persone anche nei confronti delle varianti di SARS-CoV-2 più temute. L’ultimo studio in ordine di tempo, svolto in Qatar contro le varianti inglese e sudafricana, ha mostrato una buona efficacia del vaccino, che diventa ottima nella prevenzione di malattie gravi o fatali indotte dal SARS-CoV-2 mutato.

Anche Moderna ha buoni risultati, inoltre sta studiando un potenziamento del suo vaccino, che ha generato buoni anticorpi contro la variante sudafricana, e un prodotto specifico formulato contro tutte le varianti, che ha generato anticorpi ancora migliori negli studi clinici di Fase 2.

Come si è arrivati a questo risultato?

Da subito le case farmaceutiche hanno iniziato a fare ricerche nei confronti delle varianti più diffuse (sostanzialmente l’inglese, la sudafricana e la brasiliana) e hanno visto che gli anticorpi indotti dal vaccino sono in grado di bloccarle tutte.

Anche i vaccini a vettore virale come AstraZeneca e Johnson & Johnson sono efficaci contro le varianti?

Sembra che non ci sia una differenza marcata tra vaccini a RNA messaggero e a vettore adenovirale e che tutti siano in grado di difenderci. Riguardo ad AstraZeneca inizialmente c’erano dati che suggerivano che funzionasse meno bene nei confronti della variante sudafricana, ma in studi successivi le analisi si sono dimostrate migliori, specie nei confronti della brasiliana. Tutti e quattro i vaccini in uso oggi in Italia proteggono anche dalle varianti, soprattutto nel prevenire gravi conseguenze da Covid-19. Ricordiamo che in Italia la variante dominante è ormai l’inglese (prevalente al 91,6%), mentre la brasiliana rappresenta il 4,5% dei casi e tutte le altre sono sotto lo 0,5%.

I vaccini cinesi rispondono altrettanto bene?

I vaccini cinesi funzionano meno bene anche nei confronti del virus originario (senza mutazioni significative), perché hanno una protezione massima del 50%. In alcuni Paesi dove sono stati utilizzati, come il Cile o le Seychelles, i contagi sono aumentati nonostante un’altissima percentuale di popolazione immunizzata (rispettivamente il 45% e il 60%).

Dovessero sorgere mutazioni peggiori?

Le autorità di Nuova Delhi dicono che sia Astra Zeneca sia Pfizer sono efficaci contro la variante indiana. con la nuova tecnologica dell’RNA messaggero, nel caso di mutazioni nuove si troverebbe una nuova composizione in tempi abbastanza rapidi: si parla di un paio di mesi dall’inizio del processo all’approvazione.

La durata dell’immunità

La buona risposta contro le varianti è un’indicazione utile anche per i guariti?

Sicuramente l’immunità indotta dalla malattia non è altrettanto valida come quella indotta dai vaccini, specialmente contro le varianti. Il suggerimento fortissimo, anche per chi è guarito, è quello di vaccinarsi. Per chi ha fatto il virus da meno di sei mesi basta una singola dose.

Per quanto tempo i vaccini ci proteggeranno? Ci sono nuove evidenze?

I dati - solidi - che vengono dal mondo reale dimostrano come, anche quando la quantità di anticorpi che si misura nel sangue (con i test sierologici) scende, non diminuiscono le “cellule di memoria”, che in un secondo incontro con il virus si attiverebbero immediatamente producendo altri anticorpi. Siamo arrivati a oltre sette mesi di durata, ma la forchetta dovrebbe ampliarsi ancora.

Alcuni scienziati propongono di studiare un vaccino pan-coronavirus, funzionerebbe contro tutte le varianti?

Si. Sarebbe un vaccino a tecnologia RNA “a prova di varianti”. Potrebbe forse anche fornire una certa protezione da future epidemie di betacoronavirus zoonotici e una piattaforma valida per l’ulteriore sviluppo di vaccini pan-betacoronavirus.

Luigi Gaetani per “la Repubblica” il 14 maggio 2021. Il 14 maggio la Storia ci parla di attualità. In questa data, nel 1948, David Ben Gurion proclamò l'istituzione dello Stato d'Israele. Neanche ventiquattr'ore dopo, le truppe di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq invasero il Paese. Iniziò così la prima guerra arabo-israeliana (nello Stato ebraico ricordata come "Guerra d'indipendenza"). Era sempre il 14 maggio - del 1798 - quando il primo vaccino efficace mai sviluppato fu inoculato a un bambino inglese di otto anni, James Phipps. L'intuizione l'aveva avuta il medico britannico Edward Jenner: si era accorto che le mungitrici che si infettavano con il vaiolo bovino - una forma più leggera del morbo - poi non sviluppavano la variante umana, molto più grave. Così pensò di iniettare al piccolo Phipps il materiale prelevato dalle lesioni da vaiolo bovino apparse sulle mani di una giovane lattaia. Funzionò. E la nuova rivoluzionaria tecnica, destinata a cambiare il destino dell'umanità, prenderà il nome dalla malattia delle mucche: variolae vaccinae (vaiolo "vaccino").

Giuseppe Remuzzi per il "Corriere della Sera" il 29 novembre 2021. «Perché poliomielite sì e Covid-19 no?». Se lo chiede in questi giorni, in un bellissimo articolo pubblicato sul Washington Post, Ashish Jha che è rettore della Brown University School of Public Health. Il virus della poliomielite circolava in forma endemica da millenni. Le prime epidemie importanti si sono registrate in Europa fin dagli inizi del 1900, subito dopo il virus ha fatto la sua comparsa negli Stati Uniti e ha raggiunto il suo picco negli anni 40 e 50: in quel periodo la malattia paralizzava o uccideva più di mezzo milione di persone nel mondo ogni anno. La popolazione era in preda al panico: i genitori temevano per i loro bambini, il virus immobilizzava i muscoli e c'era l'incubo del «polmone d'acciaio», una macchina dentro la quale bambini, e qualche volta adulti, venivano rinchiusi: fuori solo capo e collo, era la macchina che respirava per loro e avrebbe continuato a farlo per il resto della vita. Ma per il virus della poliomielite, come per quello del Covid, non è che tutti quelli che si infettavano dovessero per forza ammalarsi, i tre quarti non avevano sintomi e la gran parte degli altri aveva disturbi trascurabili, simili all'influenza, che guarivano da soli nel giro di pochi giorni. Solo lo 0,1 per cento di quelli che si infettavano sviluppava complicazioni. Adesso, a tanti anni di distanza, a quali conclusioni ci porta il confronto tra la poliomielite e il Covid-19? I bambini sono meno suscettibili degli adulti al coronavirus, questo lo sanno tutti ed è la ragione per cui non li si vorrebbe vaccinare, ma a pensarci bene era un po' così anche per la polio: è vero che colpiva specialmente i piccoli, ma si andava incontro a un decorso più grave quando la malattia si manifestava in età adulta. In ogni caso, nonostante solo una piccola parte di coloro che contraevano l'infezione si ammalasse gravemente di polio o morisse - la più grave epidemia di polio ha colpito gli Stati Uniti nel 1952 causando oltre 21 mila casi e tremila vittime - tutti accolsero con entusiasmo il vaccino messo a punto da Jonas Salk. Fu annunciato ufficialmente al mondo il 12 aprile 1955. Le famiglie ricevettero un vademecum: «Genitori, questo messaggio riguarda voi e i vostri bambini». Tutti leggevano quelle istruzioni e le seguivano. Il vaccino fu reso obbligatorio e lo è rimasto fino a oggi. Con una differenza fondamentale: quello di Salk era un virus inattivato, il processo per rendere innocuo il virus non riesce sempre alla perfezione, per cui capitava, anche se raramente, che fosse proprio il vaccino a causare la polio. «Non potrebbe succedere la stessa cosa per il vaccino contro il Covid-19?», si chiedono oggi molti genitori. La risposta è no, non può proprio succedere: il vaccino di oggi non è fatto con un virus, che per quanto inattivato è sempre un virus intero; con il vaccino contro il Covid-19 il processo è completamente diverso, per cui è assolutamente impossibile che chi si immunizza contragga la malattia. Non solo: i vaccini contro il Covid-19 - infinitamente più affidabili di quello di Salk contro la polio - sono già stati somministrati a più di quattro miliardi di persone nel mondo (tra cui decine di milioni di bambini; in tutto oltre 7,6 miliardi di dosi) e risultano essere i più efficaci e anche i più sicuri della storia della medicina. Negli anni delle epidemie di polio più severe non c'era la capacità di fare screening tra la popolazione, si testava solo chi aveva già i sintomi della malattia e stava sviluppando una forma severa dell'infezione. Un po' come se oggi si dovesse aspettare a fare il tampone ai nostri bambini quando il Covid li ha già costretti a un ricovero in ospedale. La polio alla fine non c'è più, sarà così anche per il Covid-19? Penso proprio di no. Questo virus è troppo contagioso per essere vinto con il solo vaccino, sapremo tenerlo sotto controllo, causerà forme più lievi, ma starà con noi per un bel po'. A patto che si vaccinino i bambini, se no potrebbero essere proprio loro a essere più colpiti dal virus - e sta già succedendo - e a sviluppare forme più gravi di quelle che abbiamo visto finora. La vittima più illustre della polio fu il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt: a 39 anni fu colpito da una severa forma della malattia, così prima lanciò una fondazione e poi una vera e propria campagna per debellare la polio: con la cosiddetta «March of Dimes» si chiedeva ai cittadini di mandare monetine alla Casa Bianca per raccogliere fondi destinati a sconfiggere la paralisi infantile. Quando arrivò il vaccino di Salk, il mondo intero tirò un sospiro di sollievo. «Ma cosa sarebbe successo - chiede il dottor Ashish Jha - se negli anni 50 ci fossero stati movimenti contrari al vaccino? Avremmo avuto lo stesso livello di copertura contro la polio? Ci avrebbero detto che la maggior parte dei bambini non rischiavano niente e che i più erano asintomatici? E che quelli che morivano erano di fatto pochissimi?». Vacciniamoli i bambini, contro Sars-CoV-2, oggi come abbiamo fatto con la polio.

Vaccini, così l'esercito degli infelici fu sconfitto da uno zuccherino. Donatella Di Pietrantonio su La Repubblica il 4 aprile 2021. Albert Bruce Sabin somministra il vaccino contro la poliomielite. La scrittrice ricorda quando i paesi del suo Abruzzo erano pieni di persone con malformazioni causate dalla poliomielite. Malattia che venne debellata, negli anni Sessanta, dalla campagna vaccinale di massa nelle scuole. Fino a non molti anni fa gli infelici si aggiravano ancora per le vie del paese. Attraversavano la piazza nel loro modo storto e claudicante, ognuno diverso dall’altro, come diverse erano le deformità. Venivano per lo più dalla campagna e non rinunciavano al mercato del sabato. Si fermavano a guardare le bancarelle e a comprare qualcosa, nell’incrociarsi si scambiavano appena un cenno di saluto riconoscendosi a malincuore nella invalidità dell’altro. Ricordo una donna, sempre con la borsetta nera a due manici, vestita con una sua modesta eleganza per l’unica uscita settimanale. Non usava il bastone, a ogni passo era costretta a inclinarsi di parecchi gradi con il busto e poi a rialzarsi, così procedeva verso il furgone della porchetta. Mi impressionava quel suo inchino continuo, a ogni passo, tutta la vita. Nel dialetto dei nostri anziani infelice significa storpio. A seconda della sede della disabilità classificano: infelice a un braccio, a una gamba. E se una di quelle persone si comportava male, mio nonno sentenziava: non ti fidare di chi è segnato dal Padreterno. A segnarli non è stato il Padreterno, ma il virus della poliomielite. Gli infelici sono stati bambini prima dell’introduzione del vaccino antipolio, alla fine degli anni ’50. Oppure abitavano dove le notizie delle campagne vaccinali non arrivavano, ma i contagi a volte sì. Quella generazione scomparsa prima del tempo ha scontato l’arretratezza di certi luoghi di nascita in cui la malattia era considerata un destino, una sfortuna o anche il meritato castigo per colpe proprie o dei padri. I paralitici erano affidati non solo alle famiglie, ma anche alle nostre piccole comunità solidali e pietose, che se ne prendevano cura tacendo un fondo di segreta repulsione. Sono nata e cresciuta negli anni ’60 e mi sembra di aver vissuto un secolo.  Abitavo lontano dal mare, dalle vie di comunicazione, dalla modernità. Ho visto scomparire un mondo. Lo stesso che D’Annunzio raccontava nelle Novelle della Pescara e nel Trionfo della Morte, che Francesco Paolo Michetti ritraeva in fotografia e in pittura tra ‘800 e ‘900: gli storpi in processione verso il Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino. Frequentavo le elementari in una piccola scuola tinteggiata di rosa, che spiccava nel verde o nella neve, a seconda delle stagioni. Dalle finestre vedevamo la capigliatura rocciosa della Bella Addormentata e il bosco di faggi secolari. Appena arrivati accendevamo la stufa di terracotta e tossicchiavamo un po’ per il fumo. La maestra lo lasciava fare a noi, che eravamo abituati a maneggiare la legna e il fuoco. La scuola era la sola presenza dello Stato nelle sue contrade più sperdute. Una mattina è venuto un medico a portarci degli zuccherini, ha detto. Prima di darceli ci ha spiegato a cosa servivano, contro una brutta malattia di cui ha scandito il nome: PO-LIO-MIE-LI-TE. Ci ha domandato se conoscevamo qualcuno con una gamba deforme. Nello spazio tra i banchi e la cattedra Bruno ha mimato l’andatura di un suo zio infelice, esagerando un po’. La maestra gli ha chiesto di restare lì, e a noi di metterci in fila dietro di lui. Il dottore ha bagnato una zolletta con un liquido rosa e gliel’ha messa in bocca, poi a tutti gli altri. Sembrava il prete che dava l’ostia consacrata, però senza dire: il Corpo di Cristo. Nessuno di noi voleva diventare come lo zio di Bruno e anche se lo zuccherino non sapeva di fragola, l’abbiamo lasciato sciogliere sulla lingua e deglutito. In quelle settimane milioni di bambini italiani ricevevano la loro dose di vaccino Sabin e noi, così lontani, eravamo parte della comunità di scolari diffusa su tutto lo Stivale che pendeva alla parete, un po’ scurito dal fumo della stufa. Esistevamo. Guardo con un misto di pena e tenerezza la fotografia delle pluriclassi di allora, scattata dietro la scuola: con i grembiuli della prima elementare diventati troppo corti sorridevamo all’obiettivo, magri e fiduciosi. Eravamo poveri ma sani. Bruno persino elegante, con una giacchetta blu per l’occasione, ma si vede che non era sua. Lo zio di cui imitava il trascinamento della gamba è morto presto, l’infelice. La poliomielite e il vaiolo sono stati debellati su scala planetaria, in seguito alle campagne vaccinali di massa. Il morbillo invece l’abbiamo preso quasi tutti. Ho rischiato la vita, mi ha raccontato poi mia madre. Sentivo la sua voce angosciata che diceva: “il termometro è pieno”. Non aveva il paracetamolo, né il telefono per chiamare il medico del paese. Mi copriva invece di raffreddarmi, le avevano insegnato così. Gli astronauti dell’Apollo 11 erano usciti dal televisore di Luisa - l’unica della contrada a possederne uno – e si muovevano intorno a me nelle tute spaziali bombate, con quei passi privi di gravità. Li avrei seguiti sulla Luna, ma per fortuna non hanno voluto. Se ne sono andati all’alba e io sono sfebbrata inzuppando di sudore anche il materasso. Mia zia ha detto che san Gabriele mi aveva fatto la grazia. Ripassavo a mente queste storie mentre ero in fila davanti all’aula magna dell’ospedale di Pescara. Medici, odontoiatri e infermieri: potevamo sembrare studenti, a parte i segni delle nostre varie età. Non ci trovavamo lì per una lezione o un congresso, stavamo per ricevere la seconda dose del vaccino anti-Sars Cov 2. Una dottoressa bionda elencava i possibili effetti collaterali e si chiedeva se avrebbe potuto lavorare il giorno dopo. Con la febbre no, con la spossatezza forse. Una collega le ha risposto che lei aveva già l’Oki nella borsa. Eravamo meno medici che pazienti, con una battuta o una risata nervosa sfogavamo la stanchezza di un anno vissuto nel rischio quotidiano di ammalarci e morire. Qualcuno parlava dei recettori ACE 2 a cui il virus si lega per entrare nelle cellule umane e dell’ormai famosa proteina Spike, come sede di possibili mutazioni. Ho sentito parlare anche d’altro, di turni, della riorganizzazione di un reparto, ma ogni argomento era viziato da una sorta di irrilevanza, sullo sfondo cupo della pandemia. Alla prima inoculazione, tre settimane avanti, eravamo più leggeri e speranzosi. Avevo ricevuto la puntura al deltoide quasi con la stessa fiducia della bambina che si lasciava sciogliere sulla lingua la salvifica zolletta. Poi il dilagare delle varianti e l’aumento di letti occupati nelle terapie intensive avevano spento l’entusiasmo. Un’infermiera gentile mi ha punto sul braccio segnato dalle cicatrici ancora visibili dell’antivaiolosa. Ho aspettato la mezz’ora prescritta per il monitoraggio di eventuali reazioni avverse e sono andata via senza certezze. Adesso dovrei essere già immune – per quanto tempo? - dal virus che conosciamo, ma chissà se in un posto impensabile del pianeta è già “nata” la mutazione che non sarà riconosciuta dalle mie difese. Fuori ho ritrovato la città nella luce di una primavera che è cominciata lo stesso.

Giovanni Battista Grassi è il “nobel negato” che svelò il segreto della malaria. Riccardo Chiaberge su l'Inkiesta il 14 Ottobre 2021. Il medico italiano (1854-1925, lombardo ma vissuto a Roma) dimostrò che la trasmissione dell’infezione avveniva dalla zanzara anofele all’uomo, sventando la teoria dell’aria malsana come veicolo di contagio. Uno dei classici sempreverdi delle pagine culturali è il pezzo sui Nobel negati. Ogni anno in questa stagione qualcuno deve farsene carico, spesso su richiesta del direttore, soprattutto quando, come succede quasi sempre, non c’è nessun italiano tra i premiati (quest’anno, con Giorgio Parisi, è stato una felice eccezione). E allora parte la carrellata dei trombati illustri: Joyce, Tolstoj, Borges, Virginia Woolf, Philip Roth… E la geremiade sui nostri grandi ingiustamente esclusi, da Ungaretti a Moravia. Maledetti svedesi! In compenso l’hanno dato a Dario Fo, che non era degno! Ricordo un tale che negli anni Ottanta ne aveva fatto una missione, e ai primi refoli d’autunno martellava tutti i capiredattori della cultura d’Italia per patrocinare la causa del poeta Mario Luzi, a suo dire boicottato da una satanica consorteria, il cui grande burattinaio sarebbe stato chissà perché un noto ambasciatore e storico. Che poi, anche ammesso che il complotto fosse reale, non era chiaro come riuscisse a condizionare l’Accademia di Stoccolma. Sta di fatto che il povero Luzi passò a miglior vita senza vedere l’agognato (e forse meritato) alloro. Confesso di non avere mai capito questa ossessione per il Nobel della letteratura, assegnato il più delle volte sulla base di un discutibile manuale Cencelli geopolitico, o peggio dei capricci di qualche traduttore scandinavo. Ben più serie sono le esclusioni immotivate in campo scientifico, dove dovrebbe regnare un rigoroso criterio meritocratico. Uno dei casi più assurdi e scandalosi è quello di Giovanni Battista Grassi. Mai sentito? Infatti nessuno ne parla. Eppure il suo nome dovrebbe tornare alla ribalta in questi tempi di pandemia, tanto più dopo che l’Oms ha dato il via libera al primo vaccino contro la malaria. Perché della lotta alla malaria Grassi è stato uno dei pionieri, forse il più grande di tutti. Fu il medico italiano (1854-1925, lombardo di nascita, ma vissuto a Roma) a dimostrare la trasmissione dell’infezione dalla zanzara anofele all’uomo, mandando definitivamente al macero la vecchia teoria dei “miasmi”, dell’aria malsana come veicolo di contagio. Altri prima di lui, tra cui Robert Koch, il padre tedesco della batteriologia, avevano sospettato che l’insetto fosse in qualche modo coinvolto. Ma non erano mai arrivati a risultati probanti. Il francese Alphonse Laveran, nel 1880, aveva scoperto i plasmodi, microorganismi responsabili della “febbre palustre”, senza però individuare la particolare specie di zanzara che fa da vettore. Nell’ottobre del 1898 Grassi e i suoi colleghi compiono il passo decisivo: catturano un bel po’ di anofeli nel delta del Tevere e gli offrono in pasto un paziente affetto da plasmodio falciforme, quello che provoca la forma più grave di malaria. Poi mettono le zanzare così infettate nella camera di un volontario sano. Dieci giorni dopo, l’uomo sviluppa i sintomi della malattia. È la prova regina che Grassi stava cercando. Seguono, l’anno successivo, esperimenti su larga scala a Pian Capaccio, in Campania, una delle peggiori zone malariche d’Italia. Che confermano definitivamente la nuova teoria. I plasmodi della malaria non circolano liberamente nell’ambiente, in nessuno stadio della loro esistenza: vivono in un circuito chiuso tra il corpo umano e quello dell’insetto, tra l’ospite intermedio e quello finale. Una scoperta da Nobel, non vi pare? E invece no. Negli stessi anni (tra il 1895 e il ’97) in India, senza comunicare in nessun modo con Grassi, un medico britannico, Ronald Ross, fa anche lui ricerche sulla malaria. Si mette a dissezionare le zanzare del genere Culex, e trova il plasmodio nel loro stomaco. Ma è il parassita della malaria “aviaria”, quella che infetta gli uccelli. Ed è proprio lavorando sugli uccelli che Ross riesce a provare la trasmissione della malattia attraverso la puntura degli insetti. E arriva alla conclusione che, per analogia, la stessa cosa debba succedere con gli umani. Un’intuizione fondamentale, che però senza gli esperimenti di Grassi sarebbe rimasta allo stadio di ipotesi. Ma quando il comitato Nobel discuterà la questione, nel 1902, darà il premio a Ross e non allo zoologo romano. La Britannica, alla voce Ross, non menziona nemmeno il suo concorrente sconfitto. Alla voce malaria, invece, si limita a ricordare la controversia che seguì il Nobel come “una delle dispute più al vetriolo della scienza moderna”. Il povero Grassi si ritirò dalla scena, deluso e amareggiato, proprio quando il parlamento italiano approvava la campagna antimalarica basata in gran parte sul suo lavoro, e mentre la scuola romana di malariologia da lui fondata era ormai diventata la più prestigiosa d’Europa.  Gli hanno dedicato qualche ospedale e un po’ di vie qua e là, a Fiumicino, a Ostia, nei luoghi della malaria. A Milano si chiama così, guarda caso, la strada che passa davanti al Sacco. Per il resto, l’oblio è assoluto. Uno come Grassi meriterebbe come minimo un biopic o una miniserie. Ma in tv e sui social si preferisce parlare, anzi blaterare di Nobel convertiti al verbo novax come Luc Montagnier o di un Giulio Tarro che si autocandida all’insaputa degli accademici di Svezia. E i patridioti sovranisti si scaldano per l’italianità dei cetrioli di mare invece che per il genio, italianissimo e misconosciuto, della lotta alla malaria. 

Lo scienziato moriva il 3 marzo 1993. Albert Sabin, l’inventore del vaccino anti-polio che rinunciò al brevetto: “Lo dono ai bimbi del mondo”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Il 3 marzo del 1993 moriva a 86 anni all’ospedale della Georgetown University di Washington Bruce Albert Sabin. È diventato famoso anche come “l’uomo della zolletta di zucchero”: era stato infatti lui a ideare il più diffuso vaccino contro la poliomielite che veniva somministrato con una zolletta imbevuta. Il suo nome viene spesso citato in questi giorni per via della pandemia da coronavirus, dell’andamento lento della campagna vaccinale, dei brevetti: chi propone di condividerli e chi dice che è impossibile. “È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse invece Sabin che visse una vita piuttosto rocambolesca, spesso drammatica. Non ha mai vinto il Premio Nobel per la Medicina ma è finito nel ritornello della canzone del film Mary Poppins con quel “poco di zucchero e la pillola va giù”. Un inno, allegro e inconsapevole, alla sconfitta di un’epidemia tragica.  Sabin era nato nel 1906 nel ghetto di Bialystok, in Polonia, una città parte dell’Impero Russo. Quando aveva 15 anni era partito con la famiglia per gli Stati Uniti. Il padre Jacob era artigiano: aveva deciso di partire per via della crescente ostilità anti-ebraica che si andava diffondendo in Europa. Bruce Albert fin dalla nascita era quasi cieco dall’occhio destro. Con l’appoggio dello zio, divenne un promettente studente di odontoiatria alla New York University. Quando però lesse il libro I cacciatori di microbi di Paul de Kruif cambiò idea: non più dentista, ma medicina. Microbiologia, per la precisione: un’epifania. L’aneddotica sulla sua vita racconta che andasse perfino raccogliendo microbi per la città, lì dove capitava: stagni, polvere, cassonetti della spazzatura e via dicendo. Sabin si laureò, divenne capo della ricerca pediatrica, assistente di William Hallock Park, celebre per gli studi sulla difterite. Approfondì quindi lo studio delle malattie infettive: la poliomielite era una piaga in quegli anni. La malattia virale aveva paralizzato tra il 1951 e il 1955 oltre 28mila bambini. Diverse migliaia le vittime. Nel solo 51 negli USA aveva colpito 21mila persone; in Italia oltre 8mila nel 1958. La poliomielite colpisce il sistema nervoso centrale e in particolare i neuroni del midollo spinale. Il contagio avviene per via oro-fecale: ingestione di acqua o cibi contaminati o tramite la saliva e le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da soggetti ammalati o portatori sani. La fascia più a rischio sono i bambini sotto i cinque anni di età. L’1% dei malati sviluppano paralisi, il 5-10% una meningite asettica. Un vaccino annunciato negli Stati Uniti nel 1934 si era rivelato inefficace, anzi letale. Il Presidente Franklin Delano Roosvelt il 3 gennaio del 1938, costretto su una sedia a rotelle con una diagnosi di poliomielite – che in seguito sarebbe stata contestata – scrisse un appello sui quotidiani e fondò la National Foundation for Infantile Paralysis allo scopo di raccogliere fondi per la lotta alla malattia. La campagna, alimentata anche da volti noti, fece esplodere l’attenzione sulla poliomielite. Sabin era uno scienziato rigoroso, egocentrico, intransigente. Un’esplosione di contagi a New York lo aveva spinto a studiare la polio. Lo fece dal 1931 all’University of Cincinnati, nello stato dell’Ohio. Il suo primo grande risultato fu capire che non si trattava di un virus respiratorio: ma che vive e si moltiplica nell’intestino. Aveva inaugurato l’epoca degli enterovirus. Ma allo scoppio della II Seconda Guerra Mondiale Sabin partì come ufficiale medico: sbarcò in Sicilia e poi a Okinawa, in Giappone; a Berlino aveva intanto assistito a una terribile epidemia di polio. Quando tornò in America riprese le sue ricerche armando un laboratorio con 10mila topi e 160 scimpanzé. Mise a punto così un vaccino che si basava su ceppi indeboliti e che andava somministrato per via orale. Ma Jonas Salk, ricercatore della University of Pittsburgh, aveva realizzato intanto tre vaccini, uno per ogni tipo fondamentale di polio, a partire da virus uccisi e conservati in formalina, che gli USA nel 1952 approvarono. Il farmaco di Salk tuttavia non preveniva il contagio iniziale e veniva somministrato tramite iniezione. A chiamare in causa gli sforzi di Sabin fu l’Unione Sovietica che, con altri Paesi dell’Est europeo, richiese allo scienziato di sperimentare il farmaco sulla sua popolazione. Fu un successo: il primo Paese a produrlo su scala industriale fu la Cecoslovacchia, poi la nativa Polonia, l’Urss stessa, la Repubblica Democratica Tedesca e la Jugoslavia. L’autorizzazione in Italia arrivò nel 1963, dal 1966 il vaccino divenne obbligatorio. In ritardo arrivarono anche gli Stati Uniti. Si vaccinarono milioni di bambini in tutto il mondo. L’ultimo caso negli Usa risale al 1979, in Italia al 1982. Sabin divenne molto celebre: ricevette 40 lauree honoris causa, il Premio Feltrinelli, la Medaglia Nazionale per la Scienza. Divenne anche presidente del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, e dopo la pensione continuò a studiare i tumori, il morbillo e la leucemia. “Non dobbiamo morire in maniera troppo miserabile – diceva – La medicina deve impegnarsi perché la gente, arrivata a una certa età, possa coricarsi e morire nel sonno senza soffrire”. Se dolce come lo zucchero era il suo farmaco, altrettanto non era lui a quanto pare: dai modi spesso burberi, anche per una vita fin dall’infanzia segnata da drammatici sconvolgimenti. Che non finirono in età adulta: la sua prima moglie, madre delle figlie Amy Deborah – chiamate come le nipoti uccise dalle SS durante la guerra – si tolse la vita trangugiando barbiturici nel 1966. Eredi dello scienziato vivono in Italia, tra Milano, Biella e Bologna. “Il vaccino di Sabin – si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità – somministrato fino ad anni recenti anche in Italia, ha permesso di eradicare la poliomielite in Europa ed è raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità nella sua campagna di eradicazione della malattia a livello mondiale”. Se Sabin così spesso viene tirato in causa in questi giorni è per la sua decisione di non brevettare la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale dell’industria farmaceutica. “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse e non guadagnò un dollaro dalla sua scoperta. Donò i ceppi virali all’Urss, superando le gare sull’orlo della Cortina di Ferro, tra Usa e Urss, in piena Guerra Fredda, e continuò a vivere del suo stipendio da professore. Molti lo tirano quindi in ballo per la campagna vaccinale, e la penuria di farmaci, contro il coronavirus che avanza a fatica in queste settimane, questi mesi. La questione è argomento di dibattito ormai da mesi. Oxfam ed Emergency hanno scritto un appello al governo per la liberalizzazione dei brevetti “ponendo fine al monopolio delle case farmaceutiche. A cominciare dal vaccino italiano Reithera, in dirittura d’arrivo”. Un brevetto riconosce un monopolio: un’esclusiva di produzione, uso e vendita. Vale di solito 20 anni. Questo meccanismo è considerato da molti economisti ed esperti un incentivo per investire nella ricerca. È anche vero però che molte ricerche vengono – e sono state, nel caso specifico – finanziate da ingenti investimenti pubblici. I vaccini sono anche farmaci poco redditizi rispetto a quelli che vengono assunti per una malattia cronica. I governi hanno in effetti la possibilità di sospendere momentaneamente il monopolio, da Risoluzione 58.5 dell’Assemblea Mondiale della Sanità (Ams). Una strada alternativa, come ha ricordato il Post in un lungo e approfondito articolo sulla questione, potrebbe essere una licenza su base volontaria da parte delle aziende farmaceutiche che permetta la produzione ad altre società. Il dibattito è comunque molto più complesso di così e si ramifica in tutti i brevetti che possono esserci dentro un solo vaccino, nelle norme per gli stabilimenti industriali, negli accordi e le collaborazioni tra case farmaceutiche (Sanofi e Novartis si occupano dell’imballaggio e del confezionamento dei lotti di Pfizer e BioNTech, per esempio), nelle autorizzazioni in arrivo per altri vaccini.

LA COPPIA A CUI DOVETE DIRE GRAZIE - I CONIUGI TEDESCHI DI ORIGINE TURCA UGUR SAHIN E OZLEM TURECI, FONDATORI DI BIONTECH, SPIEGANO COME HANNO DISEGNATO L'ANTI-COVID OLTRE UN ANNO FA: "ERA IL 25 GENNAIO 2020, NE ABBIAMO DISCUSSO A COLAZIONE PARLANDO DI VIRUS. POI È STATO SVILUPPATO IN 48 ORE, TUTTO IL RESTO DEL TEMPO È SERVITO PER STUDI E TEST. MA NOI PUNTIAMO ALLA CURA CONTRO IL CANCRO. SE SI RIMANE SANI È UN BENE VIVERE ANCHE FINO A 200 ANNI..."Dagospia il 22 marzo 2021. Articolo di Mathias Dopfner pubblicato dal “Corriere della Sera” il 22 marzo 2021.

Il 25 gennaio 2020 stavate facendo colazione, parlando dello strano virus in Cina. Lo stesso giorno c'è stato il primo contagio in Germania. Verità o leggenda?

Ugur Sahin: «È vero. Venerdì sera avevo letto un articolo sulla rivista Lancet. Il focolaio di Wuhan era noto da tre settimane. Ho fatto qualche ricerca, e mi sono convinto che l'epidemia non si sarebbe limitata alla Cina. Ne abbiamo discusso a colazione: non avevamo dubbi che il virus sarebbe arrivato in tutto il mondo. Ma sapevamo di essere in possesso di una tecnologia che ci avrebbe permesso di sviluppare un vaccino molto rapidamente. Sapevamo di dover fare qualcosa».

Özlem Türeci: «Sulle riviste mediche avevamo letto della nuova malattia polmonare nella provincia di Hubei. Ugur ha cominciato a pianificare i primi passi per lo sviluppo di un vaccino subito. Abbiamo deciso nel weekend, il team si è messo al lavoro lunedì».

In un certo senso, il momento perfetto per applicare le conoscenze della tecnologia mRna a un grande caso concreto?

S: «Sì, benché avessimo in mente altre cose per il 2020, tutta la ricerca sul cancro, l'avevamo appena presentata a San Francisco. Improvvisamente, tutto è cambiato».

Può spiegarmi in parole semplici che cosa è l'mRna?

S: «L'mRna è un pezzo di informazione genetica che mette a disposizione delle cellule un piano specifico per costruire le proteine. È un processo naturale nelle cellule, come quando si prende un hard disk, il Dna, e si fa una copia, l'Rna, che si chiama Rna messaggero. Abbiamo trovato molto interessante questo messaggero, perché ha una caratteristica fantastica. È un vettore di informazioni, come un'email, che dopo che è stata aperta viene cancellata. La cellula svolge la sua funzione naturale e opera secondo le nostre istruzioni. Il trucco, per restare sull'esempio dell'email, è di assicurarsi che il messaggio non finisca nello spam, ma che venga effettivamente usato per dare istruzioni. Se riusciamo a farlo in modo efficiente, la cellula farà quello che deve fare».

Ingannare il sistema immunitario che crede di avere un virus, benché in realtà non ci sia?

S: «Sì. È un training del sistema immunitario senza avere bisogno del virus».

È vero che il vaccino è stato sviluppato in 48 ore, e tutto il resto del tempo è stato necessario per studi e test?

S: «Sì, abbiamo creato 10 candidati in tempo breve, e poi altri 10. Non sapevamo quale era il candidato giusto, perché sapevamo ancora poco del virus».

Quindi, avete iniziato con 20 varianti?

S: «Si può dire che il vaccino di oggi è stato disponibile già nel febbraio dell'anno scorso. Ma non era chiaro se funzionava. Servono dati e risultati clinici da studi molto ampi».

Qual è stato il momento eureka? Quando avete capito: ci siamo riusciti!

S: «Più tardi ancora. Una domenica di novembre. Avevamo terminato la fase 3 dello studio con più di 40.000 volontari e ci aspettava la valutazione di una commissione indipendente. Ci siamo svegliati presto al mattino, sapevamo che era il giorno della verità. Avevamo creato il vaccino migliore possibile, ma non sapevamo come avrebbe reagito il virus. Eravamo pronti a una valutazione negativa. Alle 8 di sera i colleghi dagli Stati Uniti ci chiamano. Resto in apnea 5 secondi, poi la voce all'altro capo della linea dice: "Il risultato è positivo, con un'efficacia superiore al 90%". Questo è stato il momento eureka».

Voi siete stati incredibilmente veloci, ma l'Ue ha ordinato il vostro vaccino con molta lentezza. Siete preoccupati del fatto che l'Europa sembri poco efficace nel trovare soluzioni in questa crisi globale?

S: «Secondo me non si dovrebbe parlare di colpevoli in una crisi. Le persone con le quali collaboriamo nell'Ue sono tutte orientate alle soluzioni. L'Ue agisce e ognuno deve dare il suo contributo. Siamo sulla strada giusta».

È così diplomatico che potrebbe anche lavorare per la Ue. Qualche consiglio costruttivo al governo tedesco?

T: «Non ho un consiglio preciso. Penso che si tratti di una macchina che corre per la prima volta: ha bisogno di molte corse per trovare una routine. È un processo di apprendimento su tutti i livelli. Come funziona la distribuzione? Come si trasporta il vaccino? Come lo si conserva? Come s'informano le persone che si vogliono vaccinare? Che cosa si fa con il vaccino che avanza? Sono temi complessi, serve una collaborazione di tanti attori».

Si può dire che i tedeschi siano stati troppo perfezionisti e poco pragmatici?

S: «Si è trattato di correttezza, che è giusto, ma abbiamo anche bisogno di pragmatismo».

Con quale percentuale di vaccinati potremmo dire di avercela fatta e esserne fuori?

T: «Non si sa ancora. Tanti esperti ritengono quando saremo al 70%».

S: «È molto importante vaccinare gli anziani. Hanno un rischio più alto di ammalarsi. Quando saremo riusciti a immunizzare gli anziani, raggiungeremo ben presto una situazione in cui la mortalità e il ricovero caleranno».

Consiglia a ogni ragazzo over 16 di vaccinarsi?

S: «Sì, anche ai ragazzi, ma più tardi dopo ulteriori test clinici. La loro percentuale è importante per raggiungere l' immunità di gregge».

Quando la Germania raggiungerà la percentuale del 70%?

S: «Possiamo immaginarci che succederà a fine settembre».

Il vostro obiettivo: battere il virus oppure conviverci?

S: «Il virus non sparirà. Vedremo se avremo bisogno di una vaccinazione ogni anno oppure ogni 5 anni».

Voi non volevate lottare contro una pandemia, ma trovare una terapia contro il cancro.

T: «Siamo oncologi. Sappiamo bene che cosa devono sopportare i pazienti malati di cancro. Le terapie standard per molte forme tumorali raggiungono molto rapidamente il limite, e si deve informare il paziente che purtroppo non se ne possono offrire altre. Ci siamo resi conto molto presto che si potrebbe fare molto di più se i risultati della ricerca fossero portati al paziente in tempo reale. Non vedevamo nessun altro modo per farlo che diventare imprenditori. Abbiamo fondato aziende e Ong per sviluppare farmaci contro il cancro. La nostra idea è quella di usare il sistema immunitario contro il cancro. Questo è l'obiettivo di BioNTech».

L'azienda vale molto, e avete molta disponibilità di denaro. Quanti candidati ha, in questo momento, per farmaci contro il cancro?

S: «Abbiamo 30 candidati. È vero, il successo del vaccino porta una trasformazione all'azienda. Per la prima volta abbiamo vere entrate da reinvestire».

I vostri successi dipendono molto dai dati, dall'analisi dei dati e dalla loro trasparenza. Israele sembra il laboratorio del coronavirus più interessante, perché i dati di più del 90% della popolazione sono disponibili. E quindi si possono trarre tante conclusioni. E i conflitti sulla privacy?

S: «L'idea di base è: più sappiamo del paziente e del suo tumore, meglio possiamo adattare i nostri farmaci. Naturalmente, noi generiamo dati. Per esempio, esaminiamo il tumore del paziente e determiniamo la mutazione in modo da sviluppare poi un farmaco individualizzato. Per generare questi dati abbiamo bisogno di un accordo con il paziente. Serve un modulo informativo che deve essere molto chiaro sull'uso dei dati. Questo è molto importante anche per noi. Non abbiamo intenzione di sviluppare un modello di business con questi dati. I dati che abbiamo non sono resi disponibili a nessuno».

Mai?

S: «Mai».

Quando tra cent'anni ci guarderemo indietro, sarete ricordati come gli inventori del primo vaccino contro il coronavirus o quelli che più hanno contribuito nella lotta al cancro?

T: «Noi ci auguriamo il secondo. Il cancro è un male altrettanto grande di una pandemia, anche se non viene percepito così».

Quanto a lungo può vivere un uomo?

S: «Dal punto di vista biologico, possiamo già immaginarci che con dei trattamenti la durata della vita possa significativamente allungarsi».

T: «È un campo in cui ci sono molti progressi, per esempio nella medicina rigenerativa».

Ed è un bene, arrivare a 200 anni?

T: «Se rimaniamo sani. Alla fine si tratta di questo: invecchiare senza malattie o fragilità».

Siete figli di Gastarbeiter (lavoratori stranieri, ndr), lei signora Türeci nata in Germania, lei Sahin in Anatolia. Che legami avete con la Turchia?

S: «I nostri genitori sono morti, lì abbiamo ancora dei parenti».

Tra di voi parlate tedesco?

T: «Sì».

Che ne pensate della Turchia attuale?

S: «La conosciamo poco per dare giudizi».

E la libertà, cos'è per voi?

S: «Per me è la possibilità di decidere da soli cosa fare».

T: «È la base dell'innovazione, del cambiamento, della trasformazione. Che non esistono senza la libertà».

Anche se vivete di vaccini, vi siete dichiarati contro l'obbligo di vaccino. Per una questione di libertà?

S: «Sì, ognuno deve decidere per sé. Ma noi dobbiamo garantire trasparenza, perché ciascuno lo possa fare».

Cos'è l'amuleto che porta sempre?

S: «In turco si chiama Nazar Boncuk. È un occhio che protegge dagli sguardi maligni».

(Traduzione di Christina Ciszek)

Coronavirus, "la cura era pronta nel 2003". La rivelazione di Andrea Gambotto: "In Italia tempi troppo lunghi". Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 21 marzo 2021. Il vaccino anti-Covid era pronto nel 2003. Sarebbe bastato finanziarne lo sviluppo e la produzione per evitare che 17 anni dopo il virus sconvolgesse il mondo. Lo studio era stato pubblicato su Lancet, rivista scientifica considerata la Bibbia del settore. Nessuno l'ha considerato. Una bestemmia. L'antidoto, denominato "PittCoVacc", è stato creato da uno scienziato italiano, Andrea Gambotto, professore di Microbiologia e Genetica molecolare e ricercatore dell'Università di Pittsburgh, in Pennsylvania, Nord-Est degli Stati Uniti. Si tratta di un cerotto con microaghi attraverso cui si potrebbe, o meglio, si sarebbe potuta inoculare la proteina contro il Covid. Per il trasporto non sarebbero serviti camion speciali né per la conservazione potenti frigoriferi. «Cercavamo un vaccino per la Sars», ha spiegato Gambotto all'Espresso, «e siamo riusciti a immunizzare le scimmie usando un adenovirus come vettore virale. Nessuno però ha mai finanziato i test clinici sull'uomo. Fosse andata diversamente l'anno scorso avremmo potuto circoscrivere l'epidemia alla Cina».

IL RUOLO DI FAUCI. Gambotto è uno dei massimi esperti di Covid. Con la sua squadra ha realizzato i primi studi sui 3 Coronavirus che hanno contagiato l'uomo, quello della Sars, della Mers e il CoV-2. Poco dopo le prime notizie su ciò che stava accadendo a Wuhan ha scongelato il vaccino testato sulle scimmie. Lo scienziato l'anno scorso si è accorto che funzionava anche contro la malattia del secolo ma era troppo tardi: «Non siamo più andati avanti perché avremmo dovuto comunque iniziare gli studi di fase 1 e 2, e abbiamo preferito chiederli su un nuovo vaccino, che abbiamo elaborato in 10 giorni». Il cerotto anti-Covid doveva essere finanziato dall'Università di Pittsburgh ma soprattutto dal National Institute of Health, l'agenzia di ricerca biomedica americana, ma quest' ultima nel 2004 sostenne che tanto la Sars era finita, e nel 2014, riferisce Gambotto, quando arrivò la Mers l'Istituto disse «che era solo una malattia mediorientale dei cammelli». Il tasso di letalità della Mers, sebbene la patologia abbia provocato nel mondo appena 330 decessi, fu del 34%, con picchi del 75 in Gran Bretagna (il dato, ricavato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, è aggiornato a luglio 2014). L'Agenzia biomedica è controllata dal National Institute of Allergy and Infectious Disease, diretto dal 1984 da Anthony Fauci, l'immunologo a capo della task force statunitense contro il Covid e che qualche mese dopo lo scoppio della pandemia ha rotto con Donald Trump. La tesi dell'Espresso è che Trump abbia deliberatamente ignorato il cerotto salvavita «per inondare di miliardi le case farmaceutiche» produttrici dei vaccini oggi disponibili. È però pure possibile che Fauci, col tempo sempre più vicino alle posizioni del futuro presidente Joe Biden, abbia nascosto al tycoon che il farmaco anti-virus c'era già, o che comunque abbia omesso particolari importanti. È un'ipotesi, così come dovrebbe essere quella dell'Espresso, a meno che non si voglia affermare che l'ex capo della Casa Bianca per compiacere le Big Pharma abbia mandato a morire 500mila persone e condannato alla disoccupazione milioni di connazionali.

TROPPA BUROCRAZIA. Persa la speranza in America il professor Gambotto ha tentato di produrre il vaccino in Italia ma è stato subito fermato dalla burocrazia. Le autorità sanitarie hanno ricevuto la documentazione a dicembre sennonché l'iter sarebbe dovuto ricominciare daccapo dato che l'Europa non accetta le ricerche dei laboratori accademici statunitensi. Il 20 febbraio l'Istituto superiore di sanità ha messo fine al discorso: «Se avessimo voluto realizzare il vaccino in Italia», ha affermato lo scienziato sempre all'Espresso, «avremmo dovuto chiedere due autorizzazioni, una per il siero e l'altra per il dispositivo-cerotto, e i tempi sarebbero stati ancora più lunghi». Alla fine l'iter per il cerotto è stato avviato dall'Fda, l'ente regolatore americano, e in Europa, da Pittsburgh, potrebbe arrivare un vaccino-spray nasale. Speriamo. Intanto si continua a crepare.

Un vaccino mai approvato contro la Sars funziona anche per il Covid: «Poteva fermare la pandemia». Gambotto (Università di Pittsburgh): «Il primo studio è del 2003, nel 2020 avremmo potuto lanciare il PittCoVacc, un cerotto con micro-aghi in grado di arrestare la corsa del virus». Ma l’amministrazione Trump ha lasciato a secco i centri di ricerca per inondare di miliardi le case farmaceutiche. E le industrie hanno ricominciato la ricerca da zero. Andrea Tornago su L'Espresso il 19 marzo 2021. Il professor Andrea Gambotto, ricercatore dell’università di Pittsburgh, che ha elaborato il primo vaccino contro Sars, Mers e Sars-CoV-2. Il professor Andrea Gambotto sorride ironico nel suo studio all’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania. «Stavolta hanno vinto le case farmaceutiche - ammette - ma abbiamo imparato molto. Alla prossima pandemia non ci faremo trovare impreparati». Scienziato italiano trapiantato negli Usa, dove è ricercatore di punta dell’eccellenza Upmc, University of Pittsburgh Medical Center, è stato il primo studioso a individuare nel 2003 la proteina «spike» come bersaglio dei vaccini anti coronavirus. Racconta all’Espresso i risultati del suo gruppo di ricerca e il difficile rapporto con i governi e le case farmaceutiche. Rivelando una notizia: l’esistenza fin dal 2003 di un vaccino contro i coronavirus, mai testato sull’uomo, dal funzionamento simile a quello dei vaccini usati oggi contro il Covid-19. «Cercavamo un vaccino per la Sars - ricorda Gambotto - e riuscimmo a immunizzare le scimmie usando un adenovirus come vettore virale. Il nostro studio del 2003 pubblicato su Lancet è il primo in letteratura sul tema. Ma all’epoca nessuno finanziò i trial clinici sull’uomo. Altrimenti nel 2020 avremmo avuto già da subito un vaccino efficace anche contro il Sars-CoV-2, almeno per le fasi iniziali dell’epidemia, che così forse poteva essere circoscritta alla Cina».

«AVEVAMO IL VACCINO DAL 2003». Pochi ricercatori al mondo conoscono i coronavirus come il professor Gambotto e il suo gruppo di ricerca di Pittsburgh. Le prime pubblicazioni relative a potenziali vaccini sui tre coronavirus passati all’uomo, quelli responsabili di Sars (2002) e Mers (2012), predecessori del Sars-CoV-2, e quello del Covid-19, portano la loro firma. Eppure nessuno li ha coinvolti nella corsa mondiale al vaccino o ha bussato alla loro porta per chiedere di rispolverare il vaccino sperimentato e mai testato contro le «polmoniti killer» della Sars, una malattia ben più letale che si è autoestinta verso la fine del 2003. Poco dopo lo scoppio dell’epidemia in Cina, all’inizio del 2020, a Pittsburgh i collaboratori di Gambotto scongelano i sieri delle scimmie vaccinate con il prodotto sperimentale contro il virus della Sars. «Ci siamo accorti subito a febbraio 2020 che il siero delle scimmie immunizzate contro la prima Sars funzionava anche contro il nuovo coronavirus - prosegue Gambotto - c’era una notevole cross-attività. In pratica qui noi il vaccino ce l’avevamo da 18 anni nel frigorifero. Non siamo andati più a fondo perché avremmo dovuto comunque iniziare gli studi di fase uno e due, e abbiamo preferito chiederli su un nuovo vaccino, che abbiamo elaborato in dieci giorni». 

I TRIAL CLINICI MANCATI. Perché il vaccino contro la Sars non fu testato sull’uomo? E chi doveva finanziare i costosi studi clinici che avrebbero portato all’approvazione delle autorità regolatorie? Il progetto, spiegano da Upmc, doveva essere finanziato «in casa» dall’Università di Pittsburgh e dalla stessa Upmc con il contributo determinante del National Institute of Health (Nih), l’agenzia per la ricerca biomedica del governo degli Stati Uniti. «Nel 2004 ci risposero che tanto la Sars era scomparsa - ricorda Gambotto-. Anche nel 2014, quando arrivò la Mers, con una letalità del 35 per cento, ci dissero che era solo una malattia mediorientale dei cammelli. Non capivano perché fosse necessario investire in un vaccino. Ora purtroppo sappiamo perché». Upmc è un centro no profit che investe tutti i margini in sviluppo e non può sostenere da solo i costi della sperimentazione. L’istituto del Nih che si occupa delle malattie infettive, il National Institute of Allergy and Infectious Desases (Niaid) è diretto dal 1984 da Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e membro di spicco della task force per l’emergenza coronavirus della Casa Bianca. L’Espresso ha cercato di contattarlo per chiedergli di ricostruire il ruolo delle agenzie governative Usa nella decisione di abbandonare il progetto del vaccino contro la Sars, ma non è stato possibile: un messaggio automatico fa sapere che né il dottor Fauci né il suo staff possono rispondere a causa del suo «lavoro nella task force» e dell’«elevato numero di messaggi». Il 17 aprile 2020, intervistato da Fox News, Fauci ha fatto riferimento in questi termini al vaccino mai nato: «La Sars è tutta un’altra storia. Avevamo sviluppato un vaccino, eravamo in procinto di fargli attraversare le varie fasi, era sicuro e aveva una buona efficacia. Ma poi la Sars è scomparsa. E non abbiamo più avuto bisogno di produrre un vaccino». Nel 2004 gli Stati Uniti erano nel pieno della guerra all’Iraq e la lotta alle pandemie non era certo al centro del programma dell’amministrazione di George W. Bush. 

NESSUNO VUOLE IL «PITTCOVACC». A distanza di quasi vent’anni, la storia sembra ripetersi. Pittsburgh ha trovato in tempi record un nuovo innovativo vaccino contro il Sars-CoV-2, una proteina che si può inoculare grazie a un semplice cerotto dotato di microaghi. Facilità di trasporto e di conservazione, possibilità di produzione praticamente illimitata. Si chiama «PittCoVacc». Il 2 aprile 2020 lo studio scientifico è già su Lancet e il professor Gambotto annuncia a un’Italia in lockdown la scoperta del primo vaccino anti-Covid: «Un cerotto con micro-aghi fermerà la corsa del virus» fa sapere insieme al professor Bruno Gridelli, a capo della divisione italiana di Upmc. Ma l’amministrazione Trump lascia a secco i centri di ricerca accademici e decide di inondare di miliardi le case farmaceutiche. Le principali industrie del farmaco però decidono di sviluppare da sole nei loro laboratori, ricominciando da zero, la tecnologia sperimentata per la prima volta a Pittsburgh diciotto anni fa, la cosiddetta «piattaforma adenovirale». Nascono così, in pochi mesi, i vaccini AstraZeneca, Johnson & Johnson, Sputnik V e i due sieri cinesi. Mentre i ricercatori arrivati per primi, nella corsa della scienza al vaccino, oggi sono ancora in attesa dei via libera delle agenzie regolatorie. Anche perché nel frattempo Pittsburgh decide di produrre il vaccino in Italia e i tempi si allungano ulteriormente.

SERVONO 20 MILIARDI DI VACCINI. Le carte arrivano a Roma nel dicembre scorso. Tutto il processo seguito negli Usa dev’essere trasferito in Europa e riprodotto da capo, in quanto i laboratori accademici americani non sono validati dalle autorità europee. Upmc così si trova costretta ad accantonare il programma del vaccino-cerotto, anche per via di un parere trasmesso il 20 febbraio scorso dall’Istituto superiore di sanità: «In sostanza se avessimo voluto produrre in Italia il cerotto con microaghi avremmo dovuto chiedere due autorizzazioni, una per il vaccino e una per il dispositivo cerotto - spiega il professor Gambotto - con tempi ancora più lunghi». Il vaccino di Pittsburgh così cambia nome e tecnologia: non più «PittCoVacc» ma «UPMCoVacc», un vaccino adenovirale «classico», che a differenza degli altri però sarà somministrabile via spray nasale, con notevoli vantaggi produttivi, di conservazione e di trasporto. L’iter per il cerotto PittCoVacc invece viene avviato presso l’Fda statunitense. E chissà che non si riveli il vaccino in grado di immunizzare gran parte della popolazione mondiale. «Non ci dimentichiamo che per sconfiggere la pandemia abbiamo bisogno di 20 miliardi di vaccini - conclude Gambotto - e al ritmo attuale ci arriveremo nel 2028. Le mutazioni saranno più veloci della vaccinazione. La sfida ormai è elaborare vaccini prima dello scoppio delle pandemie e mettere a punto un sistema pubblico-privato che permetta di produrre miliardi di vaccini in un periodo di tempo molto breve. Un dispositivo come il cerotto in questo senso potrebbe salvarci: la distribuzione potrebbe essere velocissima in tutto il mondo e non dare alcuna possibilità di emergere alle varianti». 

Uccisa da un'overdose la figlia del medico eroe che ci salvò dalla Sars. Stefano Vladovich il 28/3/2021 su Il Giornale. Roma. Tragedia sulla Cassia, a Roma. Stroncata da un'overdose Maddalena Urbani, 21 anni, figlia di Carlo Urbani, il virologo che ha isolato il virus della Sars. E la magistratura apre un'indagine per «morte come conseguenza di altro reato». Quando arrivano i sanitari del 118, allertati da una donna, per la giovane non c'è nulla da fare. Stroncata da sostanze stupefacenti non meglio identificate si legge sul referto del medico legale. Tomba di Nerone, via Vibo Mariano 14, Roma Nord. Sono le 13,30 di ieri quando viene chiamato il 112. Il locatario della casa popolare è un siriano di 64 anni, agli arresti domiciliari per spaccio di droga (deve scontare una pena di sei mesi). Ma da quanto tempo è morta Maddalena? L'uomo viene interrogato fino a tarda sera dagli uomini del commissariato Flaminio e dalla squadra mobile romana. La polizia scientifica, intanto, reperta impronte, effetti personali e tracce di droga. Da chiarire cosa ci facesse la 21enne assieme a un'amica nell'appartamento del cittadino siriano, cosa abbia assunto di preciso e, soprattutto, chi ha fornito la dose letale alla terzogenita dell'infettivologo morto nel 2003 in Thailandia, colpito dallo stesso virus da lui scoperto e isolato. Tre figli. Tommaso, 33 anni, Luca 28 e Maddalena, tutti impegnati come il padre nel volontariato. Tommaso, in particolare, si occupa di logistica umanitaria per Medici Senza Frontiere e per Intersos in Africa. Assieme alla madre, Giuliana Chiorrini, e ai suoi fratelli, Maddalena si era scontrata con il sistema sanitario della sua Regione, le Marche, quando vengono decisi drammatici tagli all'ospedale di Jesi intitolato alla memoria del papà, nativo di Castelplanio. Tanto da minacciare, se non si fosse arrivati a una soluzione, la rimozione del suo nome dalla struttura ospedaliera. Il microbiologo muore dopo aver contratto la Sars, «Polmonite Atipica», da un uomo d'affari americano ricoverato ad Hanoi, in Vietnam. Urbani capisce immediatamente che si tratta di una nuova malattia e allerta l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Oms. Due settimane dopo, in volo da Hanoi a Bangkok, Urbani viene colto da febbre. Chiede di essere messo in quarantena. Il suo intervento, a dir poco tempestivo, ha permesso di salvare migliaia di vite e di debellare in poco tempo la Sars in tutto l'Estremo Oriente, impedendo che si propagasse, come accaduto per il Covid-19, nel resto del Mondo. Il suo metodo anti pandemie, detto protocollo Urbani, resta l'unico metodo internazionale per combattere virus altamente infettivi di questo tipo.

Il corpo di Maddalena viene portato all'Istituto di Medicina Legale del policlinico Gemelli dove verranno effettuati, nei prossimi giorni, l'esame autoptico e i test tossicologici. Da stabilire esattamente le sostanze assunte e se ci fossero malattie congenite che potrebbero aver provocato la morte associate alla droga. Non si escludono responsabilità dirette dello spacciatore che potrebbe essere iscritto nel registro degli indagati. L'uomo dovrà spiegare come abbia fatto a ricevere droga in regime di arresti domiciliari e come abbia fatto ad ospitare la 21enne e la sua amica nonostante i controlli. Una famiglia perbene gli Urbani, stimata ed apprezzata non solo per il sacrifico dello scopritore della Sars, ma per l'eredità lasciata ai figli, in prima linea con organizzazioni mediche impegnate nel paesi del terzo Mondo.

La 20enne, morta di overdose, figlia del medico che scoprì la Sars. Maddalena Urbani, il fratello Luca: “Spirito libero, ma ha sofferto più di tutti la mancanza di papà”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 29 Marzo 2021. Maddalena Urbani era uno spirito libero. È morta per overdose, a 20 anni. Era figlia di Carlo Urbani, il medico e scienziato che nel 2003 scoprì la Sars – sindrome respiratoria acuta grave – e morì a causa della stessa, a Bangkok, capitale della Thailandia. È stato insignito della Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia. Un lutto che la ragazza neanche poteva ricordare, ma che ha sofferto per tutta la sua vita. È stata ritrovata in un appartamento alla periferia di Roma Nord. Arrestato un 62enne, proprietario dell’appartamento dove Urbani è stata trovata. Un uomo siriano, già agli arresti domiciliari per reati di droga. Un’overdose forse dovuta a eroina o a un mix di sostanze. Sequestrata l’abitazione. Indaga la Procura di Roma. L’autopsia al Policlinico Gemelli chiarirà le cause del decesso. “Si era rimessa a studiare, voleva diplomarsi. Lavorava in un bar di Perugia. Era amata da tutti. Un anno fa il suo principale mi ha detto che di ragazzi dietro al bancone ne aveva visti passare a centinaia ma mai una brava come lei”, ha detto il fratello, Luca Urbani, 25 anni, in un’intervista al Corriere della Sera. Nessuno temeva una fine del genere. L’ultima volta che i due si erano sentiti, due giorni prima della morte. A influire sulla già fragile personalità della sorella, dice, alcune cattive compagnie. “Non immaginavamo che si facesse però eravamo preoccupati. Perugia è famosa per certi ambienti non proprio puliti. Maddy diceva di ripudiare la droga pesante. Non era una tossicodipendente, non di quelle droghe”. Uno spirito libero, Maddalena, che comunque ha sempre sofferto la mancanza del padre. “Quando papà è morto lei aveva tre anni. Noi fratelli siamo tornati da soli in Italia in attesa che mamma ci raggiungesse dal Vietnam. Maddy ne ha risentito più di tutti perché per anni ha vissuto il padre attraverso la risonanza mediatica. Soffriva interiormente e non lo dava a vedere. Quando si parlava di papà lei si teneva in disparte, come se volesse estraniarsi. Come se in cuor suo gli rimproverasse di averla lasciata. È capitato che abbia passato qualche esperienza negativa. A 19 anni è andata a Perugia che è la città che è. A lei piaceva stare lì”.

Alessia Marani per "il Messaggero" il 30 marzo 2021. Maddalena si poteva salvare. Si era sentita male già venerdì sera e aveva trascorso tutta la notte «respirando male e rantolando», dodici ore di agonia prima di morire stroncata da una sospetta overdose tra le braccia dell' amica Carola sabato mattina nella casa dove Abdul Aziz Rajab, un trafficante di droga siriano di 64 anni, stava scontando i domiciliari. Con il sospetto che sia stata anche stuprata. L' uomo da ieri, dopo essere stato portato in carcere perché trovato in possesso di eroina, è formalmente indagato dalla Procura di Roma per morte in conseguenza di altro delitto. Sarà ascoltato in carcere domani. Ma non è l' unico su cui sono puntati i fari degli inquirenti. Perché a cedere la droga a Maddalena, ventenne figlia del medico eroe vittima della Sars Carlo Urbani, sarebbe stato un altro pusher, anche lui straniero, il libico, con il quale la ragazza si era data appuntamento in via Vibio Mariano sulla Cassia. É a lui che ora gli inquirenti danno la caccia. «Tu rimani qua», aveva detto Maddalena all' amica lasciandola seduta su una panchina, allontanandosi con lo straniero per poi tornare dopo una mezz' ora. È lì che Maddi avrebbe cominciato a stare male. Carola, ha messo tutto a verbale con gli investigatori della Squadra Mobile e si è confidata anche con Giuseppe Dolciami, il titolare del bar di Perugia dove Maddalena lavorava e che per lei era come un secondo padre.

L' AUTOPSIA «La sua amica mi ha telefonato sabato mattina con il cellulare di Malia, così si faceva chiamare Maddalena - racconta Giuseppe, da tutti conosciuto come Celentano che a Perugia gestisce il bar Via Gluck - mi ha mandato un vocale, era sconvolta». Il racconto lascia senza fiato. Gli inquirenti stanno cercando riscontri sul telefonino di Maddalena, sequestrato, e attendono conferme dai risultati dell' autopsia che verrà eseguita stamani al Gemelli. L' esame autoptico dovrà stabilire a che ora risale effettivamente la morte della ventenne (la chiamata al 118 è delle 13,30 di sabato) e se questa ha subito violenza; oltre a dire quale sostanza ha provocato l' overdose. Forse un mix di droghe e sostanze psicotrope, i tranquillanti che la ragazza aveva iniziato ad assumere da circa un mese perché la notte non dormiva.

OMISSIONE DI SOCCORSO «Lo straniero ci ha portate nell' appartamento di Abdul e poi se ne è andato», ha spiegato Carola agli inquirenti. Le due ragazze arrivate a Roma nel tardo pomeriggio con il treno partito da Perugia alle 14, da quel momento restano sole con Abdul. Il quale a un certo punto manda Carola a fare la spesa e a comprare due casse d' acqua. C' è il sospetto che sia stata solo una scusa per rimanere solo con Maddalena. «Quando ho chiesto a Carola se pensava come me che quell' uomo abbia abusato di Maddalena, lei non ha negato lasciandomi intendere il peggio», dice il barista di Perugia. Le condizioni della ventenne durante la notte non migliorano. Carola la veglia, ha paura. «Ho implorato il siriano di chiamare i soccorsi, ma lui non ne voleva sapere, mi terrorizzava, non sapevo che fare», le parole della ventitreenne. Finché la mattina dopo la studentessa perugina vince la paura, prova a praticare il massaggio cardiaco all' amica, prende il telefono e chiama i soccorsi. Nel frattempo aveva avvisato anche Giuseppe, «di nascosto dal siriano». Ma quando l' ambulanza arriva Maddalena era già morta. L' inchiesta dovrà fare luce sulle lunghe ore di agonia di Maddalena. Nei confronti del siriano potrebbe aggiungersi l' accusa di omissione di soccorso o mutare nel concorso in omicidio. Non era la prima volta che Malia andava a Roma. I viaggi sarebbero iniziati dopo l' arresto di Aziz, già implicato in un traffico internazionale di droga in un' operazione dei carabinieri di Cagliari. Con Maddalena si erano conosciuti a Perugia dove il siriano teneva le fila del giro di spaccio di piazza Grimana, non lontano dalla casa dove nel 2007 si consumò l' omicidio di Meredith Kercher. «Maddalena era una ragazza speciale e fragile - ricorda il titolare del bar - gli spacciatori si sono gettati su di lei come sciacalli sulla preda».

Adelaide Pierucci per "il Messaggero" il 31 marzo 2021. Una spremuta d'arancia e un letto dove riposare. Si sarebbe dato da fare per accoglierla perché stava male, non per fornirle droga, peggio ancora eroina. Il primo sfogo con gli investigatori al momento del fermo Abdul Aziz Rajab, il sessantaquattrenne siriano sospettato di aver fornito sabato la dose letale a Maddalena Urbani, la figlia ventunenne dello scienziato scopritore della Sars Carlo Urbani, morta nella sua casa, a Tomba di Nerone, sulla Cassia, cozza con un primo riscontro. L'esame autoptico sul corpo della ragazza conferma la morte per overdose per un mix di sostanze, a partire da alcol e eroina. Gli esami avviati ieri all'istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli, però, si prospettano lunghi e complessi. Su ordine del procuratore aggiunto Nunzia d'Elia e del sostituto Pietro Pollidori è stato messo in campo un pool di esperti composto dal medico legale Antonio Oliva, la genetista forense Francesca Scarnicci e la tossicologa Sabina Strano Rossi. Bisognerà accertare quali e quante sostanze abbia assunto la giovane, da quanto tempo fosse morte, e se sia stata vittima di attenzioni sessuali.

LA RICOSTRUZIONE. Quel giorno Maddalena era con un amica che ha fornito la stessa versione, poco credibile, del siriano, un sessantenne con una carrellata di arresti e condanne per reati legati allo spaccio. La ragazza ha riferito che Maddalena Urbani si sarebbe sentita male in strada: «Era nervosa. E stava per perdere conoscenza. E allora ho pensato di chiedere aiuto a Abdul, che noi chiamiamo Zio'». Rajab racconta una versione convergente. «Quando ho soccorso Maddalena in casa non stava bene, soprattutto era su di giri. Le ho offerto un succo d'arancia e un letto dove riposare. Ma poi non si svegliava. Ci siamo preoccupati. Sono stato io a chiamare i soccorsi, il 118. Non ho nessuna responsabilità per la sua morte. La conoscevo da qualche tempo. Sono addolorato». Gli investigatori ella Squadra Mobile e dei colleghi del Flaminio dubitano della ricostruzione e sospettano anche che l'allarme sia scattato tardi per evitare problemi che poi sarebbero diventati insuperabili. Al momento dell'arrivo dei soccorritori la ventenne era già morta, nella camera da letto dell'uomo. Su sollecito degli inquirenti a giorni la giovane sarà riascoltata affinché chiarisca le contraddizioni emerse.

L'INTERROGATORIO. Rajab, invece, sarà interrogato oggi, in carcere, a Regina Coeli, dal gip Gaspare Sturzo, dopo il fermo di polizia avallato dalla procura decisa a trattenerlo in carcere. In casa dell'uomo è stata trovata una traccia di eroina, nemmeno una dose, che l'ha portato all'arresto per detenzione di sostanza stupefacente a fine di spaccio. Ma si profila la contestazione più grave di morte come conseguenza di altro reato, appunto lo spaccio. Gli inquirenti d'altra parte non si aspettavano di trovare grossi quantitativi in casa. L'uomo potrebbe aver avuto il tempo di disfarsi di tutto ciò che fosse per lui è scomodo. Al momento della tragedia Abdul Aziz Rajab stava scontando gli arresti domiciliari per l'ultima condanna, una pena di 1 anno e mesi incassata ad agosto dopo che era stato trovato alla fermata del bus vicino casa con una decina di dosi di eroina in tasca. Un aggravante per lui. Ma la sua precaria salute aveva spinto i giudici ad accordargli, su richiesta dell'avvocato Andrea Palmiero, i domiciliari nella sua casa in via Vibio Mariano, al civico 14, dove sabato è stata trovata morta Maddalena Urbani. Una stamberga sudicia, senza nemmeno l'acqua calda. Una casa dove il siriano non avrebbe potuto ricevere nessuno, tanto più una ragazza in crisi per una sospetta overdose. A pesare sulla posizione di Rajab anche altre grane. La penultima del 2017, altra condanna, a 4 anni di carcere in appello per lo smercio di un centinaio di dosi, sempre di eroina.

Ecco il vaccino nelle uova: "Un miliardo di dosi all'anno". Alessandro Ferro il 24 Aprile 2021 su Il Giornale. Un vaccino prodotto direttamente dalle uova in fase embrionale che mette insieme due differenti tecnologie: potrebbe essere questa la soluzione vincere per i Paesi più poveri. Non mancano, però, alcuni dubbi. Un nuovo vaccino contro il Covid-19 in sperimentazione in Sud America ed Estremo Oriente può rappresentare una concreta speranza per uscire definitivamente dalla pandemia: la "rivoluzione", che rivoluzione non è, sarà quella di usare le uova di pollo ancora in fase embrionale.

Di cosa si tratta. Abbiamo capito che, per uscire dalla pandemia, una malattia che interessa ogni angolo di mondo, non possiamo basarci soltanto su due-tre vaccini. Anche perché, come stiamo scoprendo strada facendo, alcuni presentano dei problemi o sono "consigliati" soltanto per determinate fasce d'età. E se il Covid rimanesse anche nel luogo più sperduto della Terra la pandemia potrebbe ripartire daccapo. Ecco perché è necessario avere più frecce al nostro arco ed ecco perché alcuni ricercatori stanno cercando di mettere in piedi NDV-HXP-S, primo vaccino negli studi clinici ad utilizzare un nuovo design molecolare che è ampiamente previsto per creare anticorpi più potenti rispetto all'attuale generazione di vaccini. E il nuovo vaccino potrebbe essere molto più facile da realizzare. Ne parla il New York Times: " I vaccini esistenti di aziende come Pfizer e Johnson & Johnson devono essere prodotti in fabbriche specializzate utilizzando ingredienti difficili da acquisire. Al contrario, il nuovo vaccino può essere prodotto in serie nelle uova di gallina, le stesse uova che producono miliardi di vaccini antinfluenzali ogni anno nelle fabbriche di tutto il mondo".

Caratteristiche del vaccino con le uova. Come funziona e in cosa consiste questo vaccino prodotto con le uova? Per capirlo dobbiamo partire dall'Inghilterra con una breve introduzione. "C'è un virus chiamato virus della malattia di Newcastle, cittadina inglese dove è stato scoperto, che infetta quasi ed esclusivamente il pollame, sia selvatico che di allevamento, ed è una malattia molto temuta dagli allevatori, la 'malattia di Marek' dal patologo ungherese Joszef Marek che la descrisse per primo. Questo virus era già noto qualche anno fa perché, essendo un cugino stretto del virus del morbillo e del virus del cimurro del cane, malattia simile al morbillo ma che si manifesta soltanto sull'animale, una decina di anni fa fu preso in considerazione perché è stato dimostrato essere oncolitico", ha affermato in esclusiva per ilGiornale.it il Prof. Pasquale Ferrante, ordinario di Microbiologia clinica all'Università Statale di Milano e Direttore Sanitario della struttura Istituto Clinico Città Studi. Qual è il significato di oncolitico? "Che le sue proteine, selettivamente, distruggono le cellule tumorali. Per questo motivo c'è un filone di ricerca che si è focalizzato sulla possiblità di utilizzare questo virus direttamente come agente oncolitico. Con il Sars-Cov-2, invece, ricercatori di Newcastle hanno deciso di usare la proteina Spike così com'è assieme ad un'altra proteina Spike da loro modificata affinché acquisisca particolari caratteristiche di replicazione diventando, secondo gli studi, più efficace nell'indurre la risposta anticorpale", ci dice il Prof. Ferrante. In pratica, i ricercatori hanno fatto questo "costrutto" di Spike del Sars-Cov-2 potenzialmente usabile come vaccino.

Così si utilizzano uova embrionate di pollo. Se NDV-HXP-S si dimostrerà sicuro ed efficace, i produttori di vaccini antinfluenzali potrebbero produrne oltre un miliardo di dosi all'anno. I Paesi a basso e medio reddito che attualmente lottano per ottenere vaccini dai paesi più ricchi potrebbero essere in grado di produrre NDV-HXP-S per se stessi o acquistarlo a basso costo da quelli vicini. Ma cosa succede una volta che l'uovo viene messo all'interno dell'incubatore? "All'interno di quest'uovo crescerà un pulcino, l'ambiente ideale per la crescita dei virus soprattutto respiratori come l'influenza. Nel pulcino abbiamo un embrione di apparato respiratorio, un micro ambiente naturale e sterile che viene utilizzato. La tecnologia di coltivare i virus in queste uova embrionate di pollo o, se si preferisce, nell'uovo di gallina, è una tecnologia in uso sin dagli anni '50 che ha permesso di scoprire tanti virus. La maggior parte dei vaccini antifluenzali prodotti fino a 10-15 anni fa venivano prodotti nell'uovo embrionato di pollo", spiega Ferrante.

Differenze con i vaccini ad Rna. Pfizer e Moderna sono due vaccini che puntano sull'utilizzo della Spike veicolata dall'Rna messaggero in grado di sintetizzarla una volta entrata dentro la cellula; invece, il tanto contestato AstraZeneca e J&J sono dei vaccini che usano sempre la Skipe ma veicolata all'interno del corpo umano da adenovirus, cioè virus animali o umani di solito poco patogeni. "In questo caso hanno deciso di utilizzare NDV-HXP-S perché è un agente che non infetta assolutamente l'uomo ed è facilmente producibile. Si è unita un'alta tecnologia che modifica la Spike assieme all'idea di eliminare il bisogno di dipendere dalle industrie con i reattori molecolari e produrre una cosa semplice semplice utilizzando l'uovo embrionato di pollo, per venire incontro anche alle esigenze dei Paesi del Terzo mondo ed in via di sviluppo. Con uova embrionate di pollo si intendono uova di gallina dopo essere state fecondate", afferma il virologo. Gli esperimenti condotti finora e pubblicati su The Lancet sono stati fatti sui topi e dimostrano che questi vaccini sono efficaci, si sono immunizzati senza essersi infettati. "È come gli adenovirus che non dà gravi problemi all'uomo, solitamente si infettano gli allevatori con una congiuntivite che può durare 5-6 giorni. La novità sta nell'accoppiare queste due tecnologie, se si dovesse passare ad una fase di produzione bisogna assicurarsi che siano efficaci e sicuri".

Alcuni limiti della ricerca. Nella vita, però, non è tutto oro quello che luccica: nonostante i vantaggi che abbiamo appena descritto, esistono almeno due problematiche differenti che potrebbero mettere i bastoni fra le ruote al vaccino creato con le uova. "Il fascino sentimentale di questa faccenda è che sposa una tecnologia naturale che conosciamo da 50 anni con qualcosa di ultrasofisticato. Ma c'è un problema - sottolinea il Prof. Ferrante - L'idea di usare l'uovo embrionato di pollo è di per sè geniale perché è uno strumento semplice ma rimane il problema che il Sars-Cov-2 si sta rivelando più complicato del previsto da affrontare. Tutti i dubbi, le necessità ed i chiarimenti dovranno essere eseguiti con altri vaccini in un ambiente un po' più sofisticato perché le Spike che sono utilizzate hanno dimostrato di essere efficaci ed essere in grado di dare quella risposta che vogliamo dal vaccino", afferma Ferrante.

Il problema maggiore per questo vaccino. Il secondo problema è relativo alla piattaforma utilizzata, quella cioè con vettore virale simile ad AstraZeneca e J&J che sta suscitando controversie ed alcuni problemi in determintate categorie della popolazione. La preferenza per i vaccini ad Rna e la diffidenza per gli altri potrebbe rallentare la sua espansione. "Questo tipo di vaccino che utilizza un vettore virale, anche se non è l'adeno ma NDV, a questo punto, probabilmente rallenterà l'interesse perché pare che i vaccini con i vettori stanno dando alcuni problemi", spiega il Prof., che spiega qual è il criterio utilizzato da questo vaccino. "Utilizza un virus NDV come vettore, dentro questo virus mettiamo la capacità di esprimre la proteina Spike e in questo modo diventa il vettore che trascina nelle cellule il potenziale per produrla. I vaccini ad Rna sono una roba più avanzata e tecnologicamente affascinanti in questo momento. Adesso, tra l'altro, si è aperto anche il fronte delle varianti che è tutto da discutere e da capire", conclude.

(ANSA il 23 aprile 2021) Una dose di vaccino AstraZeneca o Pfizer riduce il rischio di contagio da coronavirus di quasi due terzi. Lo ha rilevato uno studio dell'Università di Oxford in collaborazione con l'Office for National Statistics che ha analizzato i risultati dei test del Covid di oltre 350.000 persone nel Regno Unito tra dicembre e aprile. I ricercatori hanno scoperto che 21 giorni dopo la somministrazione della prima dose, il tempo necessario al sistema immunitario per reagire, le infezioni da coronavirus sono diminuite del 65%. 

Ecco tutta la verità sui vaccini: "Così combattono le varianti". Arriva il primo studio sull'efficacia dei vaccini sulle varianti del Covid. Realizzato all'Ospedale San Matteo di Pavia, ce ne parla il professor Fausto Baldanti responsabile del laboratorio di Virologia molecolare. Roberta Damiata - Sab, 03/04/2021 - su Il Giornale. C'è ancora molta confusione sull’effettiva efficacia dei vaccini rispetto alle numerose varianti Covid. C’è chi sostiene che la copertura sia parziale, chi invece che è efficace solo per alcune delle varianti più note. A chiarire le idee arriva uno studio italiano che ha testato dall’inizio delle vaccinazioni la risposta immunitaria effettiva su queste varianti, con risultati sorprendenti. Ce ne parla il professor Fausto Baldanti responsabile del laboratorio di virologia molecolare dell’ospedale San Matteo di Pavia.

Prima di addentrarci nello studio realizzato nel suo ospedale, può spiegare qual è la differenza tra le tre varianti più note: l'Inglese, la Brasiliana e la Sudafricana.

"Queste varianti sono tutte derivate dal ceppo cinese che ha dato origine a questa pandemia. Il virus diffondendosi nel mondo ha avuto mutazioni in vari punti del suo genoma. Noi siamo interessati a quelle della proteina Spike che permette l'ingresso del virus nella cellula, e determina la maggiore risposta immunitaria nei suoi confronti. In particolare in una parte di questa che si chiama RBD (Receptor-Binding Domain) che è la parte virale che si trova sulla punta della proteina, e permette il legame del virus con la cellula. È ovvio che questa parte, così importante per il virus per entrare nella cellula e infettarla, è anche uno dei bersagli principali della risposta dei nostri anticorpi neutralizzanti, che sono un particolare tipo di anticorpi capaci di inattivare il virus rendendolo inefficace e non più in grado di infettare. Questi RDB che ricoprono questa porzione della proteina, impediscono il legame del virus con la cellula e quindi l'infezione. Però le varianti hanno una mutazione che rende la proteina virale più appiccicosa e quindi il virus si aggancia meglio, infetta di più e produce anche più virus. Questo è il motivo per cui sono più contagiose. La variante Inglese è una mutazione in una parte che si chiama 501 (dove il numero segnala la posizione della mutazione all'interno del genoma di Sars Cov 2). Le altre due varianti, la Brasiliana e la Sudafricana, hanno invece una mutazione in posizione 484, che si pensa che sia legata ad una minore risposta agli anticorpi. Per essere ancora più precisi, la Sudafricana oltre alla 484 ha anche una mutazione in un'altra posizione la 417”.

Ogni giorno si sente parlare di nuove mutazioni, perché però si attenzionano solo queste tre che ha appena citato?

"C’è una particolare attenzione alla loro circolazione per vari motivi: Il primo soprattutto per quella Inglese, per verificare la sua maggiore diffusibilità, confermata in tutti i paesi e anche in Italia dove ad oggi è la variane predominante oltre alla più contagiosa. Le atre due invece sono controllate per la possibile perdita di efficacia dei vaccini nei loro confronti. Per quanto riguarda le centinaia di altre che ogni giorno vengono scoperte, le abbiamo seguite sin dall'inizio dalla prima ondata, e abbiamo notato durante il corso di tutto l'anno che non hanno particolare rilevanza perché presentano solo piccole variazioni”.

È corretto dire che le mutazioni sono una forma di protezione del virus non estinguersi?

“Questo è un virus di origina animale che sta cercando di trovare il miglior compromesso per la biologia umana (infettare ma non uccidere perché se muore l'organismo muore anche il virus ndr) e quindi in questi casi il virus muta casualmente creando tantissime varianti. La maggior parte di queste si perderanno, scompariranno, e verranno soppiantate da altre che hanno una migliore interazione con l'organismo. Alla fine la migliore sarà quella che vedrà il virus perdere di aggressività quindi di capacità di uccidere l'organismo”.

Fino ad ora si diceva che con le varianti il virus diventava più contagioso ma meno mortale, però il numero dei decessi in questo periodo sembrano invece dire altro.

“In realtà in prospettiva su queste varianti non possiamo ancora affermarlo. Dobbiamo distinguere tra quello che è un evento che si può attendere su un arco temporale che non conosciamo, rispetto a quello che osserviamo giorno per giorno. Quindi la teoria ci dice che il virus cercherà di adattarsi all'uomo perdendo patogenicità (virulenza ndr), ma quanto questo percorso sarà lungo, al momento non lo sappiamo. Sicuramente l'intervento della vaccinazione dovrebbe accorciare questi tempi, perché dovrebbe azzoppare la replicazione del virus nella popolazione”.

Come si è svolto il vostro studio sull'efficacia dei vaccini sulle varianti?

“Quando si parla di uno studio sui vaccini si può fare in due modi: in maniera estesa su tantissimi soggetti vaccinati analizzando un solo parametro, come ad esempio la produzione di anticorpi, oppure su un numero più piccolo di soggetti sempre vaccinati, analizzando però molto più approfonditamente tutta la cinetica in produzione (ovvero la velocità di reazione ndr) della risposta immunitaria. Noi abbiamo fatto il secondo sui primi 150 vaccinati del nostro ospedale tra cui c'ero anche io. Abbiamo studiato la risposta immunologica al tempo 0, ovvero prima della vaccinazione, a tre settimane dopo la prima dose, e a tre settimane dopo la seconda dose. In ciascuno di questi periodi abbiamo analizzato: gli anticorpi totali generati, gli anticorpi neutralizzanti generati e la risposta T generata. Per specificare e comprendere meglio, la risposta T è il secondo elemento che regge la risposta immunitaria, praticamente una doppia via che la natura ci ha fornito per il controllo delle infezioni in generale. Nel nostro organismo infatti non c'è solo la produzione di anticorpi prodotti dai B linfociti ( che sono cellule del sistema immunitario che hanno il compito di produrre anticorpi), ma anche dei T linfociti che sono cellule che uccidono le cellule infette. Da questo studio sono venute fuori cose molto interessanti: i soggetti che hanno già avuto il Covid, dopo la prima dose di vaccino avevano raggiunto i livelli massimi di anticorpi e parliamo anche di soggetti che hanno preso il virus in maniera asintomatica. Chi invece non ha avuto il Covid ha avuto bisogno delle due dosi per raggiungere i livelli massimi. Un’altra cosa che abbiamo notato è che la risposta neutralizzante, cioè quella componente di anticorpi che impedisce l'ingresso del virus nella cellula che si genera dopo la vaccinazione, è in grado di neutralizzare la variante cinese, italiana, inglese e brasiliana in eguale misura. C’è solo una lieve riduzione di efficacia per quanto riguarda la mutazione Sudafricana, anche se per essere corretti le risposte dei T linfociti è uguale alle altre. Questo ci dice sostanzialmente che vaccinandoci siamo protetti anche da queste varianti”.

Su quale vaccino avete fatto questo studio?

“Sul primo uscito, anche se io non ho dubbi circa gli altri, perché alla fine lo stimolo che generano Pfizer, Moderna e AstraZeneca è lo stesso. In tutti infatti c’è la proteina S che sviluppa lo stesso tipo di risposta immunitaria. Ora stiamo iniziando un altro studio sui pazienti fragili”.

Secondo quanto riporta il vostro studio si può quindi ipotizzare che nei pazienti che hanno avuto il Covid, si può fare una sola dose di vaccino?

“Abbiamo fatto lo studio all'inizio delle vaccinazioni, abbiamo quindi seguito la scheda della prima fase della vaccinazione, che prevedeva due dosi. Però il dato che è venuto fuori è indubbio che sarà molto utile a modulare ciò che arriverà dopo”.

Un ultimo chiarimento, chi è vaccinato può contagiarsi o contagiare?

“In rari casi chi è stato vaccinato, parliamo dell’arco di tempo tra la prima e la seconda dose, può risultare positivo al virus. Di questi rari casi andranno fatti studi molto approfonditi. Per quanto riguarda il fatto di poter contagiare, lo stiamo studiando ora”.

Ecco perché alcuni soggetti risultano positivi dopo il vaccino. Andreoni: “Il vaccino non protegge dall’infezione ma dalla malattia”. Almeno un immunizzato su 10 può prendere comunque il virus. Valentina Dardari - Dom, 21/03/2021 - su Il Giornale. Tante le domande sul vaccino, alcune delle quali non hanno ancora una risposta certa. Tra queste ci si chiede quanta durata avrà l’immunità data grazie all’inoculazione del siero. La risposta però si potrà avere solo con il passare del tempo. Un’altra che invece ha già un responso, seppur parziale, è quella relativa al fatto che alcuni soggetti, nonostante abbiano ricevuto il vaccino, siano risultati comunque positivi.

Positivo anche chi ha ricevuto il vaccino. Come riportato dal Messaggero, Massimo Andreoni, primario del reparto di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma, ha spiegato che “il vaccino non è stato sviluppato per proteggere le persone dall'infezione, ma dalla malattia”. Può quindi capitare che una persona, un evento non comune, che è stata vaccinata risulti positiva al test. “Dai dati aggiornati sulla protezione dall'infezione asintomatica dei vaccinati emerge che solo 1-2 persone vaccinate su 10 rischiano di infettarsi” ha tenuto a precisare Giovanni Maga, direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm). Maga ha anche aggiunto che l’'80-90% delle persone, quindi, risulta protetto anche dall'infezione asintomatica. Alquanto improbabile però che un immunizzato possa ammalarsi in modo grave. Secondo quanto affermato dall’esperto, i dati in mano agli studiosi mostrano che i soggetti vaccinati, indipendentemente dal siero inoculato, hanno più del 90% di possibilità di non sviluppare forme gravi dell’infezione da Covid-19.

Chi è immunizzato può contagiare gli altri?

E anche il fatto che possa contagiare le altre persone è altamente improbabile. Come precisato da Andreoni “ è così per gli altri vaccini che usiamo ormai da tantissimo tempo. Perché per diventare contagiosi è necessario che il virus si replichi un certo numero di volte. Se non lo fa perché si è vaccinati, di conseguenza né si sviluppa la malattia è né si diventa contagiosi”. In rari casi può capitare anche che chi è stato vaccinato non abbia però anticorpi e risulti quindi negativo al test sierologico. Questo però non vuole assolutamente dire che il vaccino non sia utile. Maga ha sottolineato che “il test sierologico individua gli anticorpi sviluppati a seguito della vaccinazione che si trovano in circolo nel sangue ma che non sono la sola misura dell'immunità di una persona al virus”. Quindi, una persona potrebbe avere comunque una memoria immunitaria del virus una volta incontrato, anche se non ha anticorpi che si vedono con il test sierologico. “Ci sono infatti delle cellule, responsabili della memoria immunologica, che si attivano e aggrediscono le cellule infette o producono anticorpi utili soltanto quando l'organismo viene esposto al virus contro il quale hanno imparato a difendersi” ha aggiunto. Ancora non è chiaro quanto possa durare l’immunità dei guariti o di coloro che sono stati vaccinati. Sembra però che chi è guarito dopo aver contratto il virus sviluppi degli anticorpi che durano meno rispetto a chi ha invece ricevuto il vaccino. “Questo comunque non esclude che il nostro sistema immunitario possa aver sviluppato una memoria non visibile al test sierologico anche in caso di guarigione”.

Coronavirus, vaccinare prima chi è sovrappeso: “È il secondo fattore di rischio dopo l’età”. Le iene News il 04 marzo 2021. Uno studio internazionale per la Giornata mondiale contro l’obesità: “Più morti per Covid nei paesi come Italia, Regno Unito e Stati Uniti dove ci sono alte percentuali di persone sovrappeso: vanno vaccinate prima degli altri”. Ecco tutti i dati. I paesi che hanno percentuali più alte di persone sovrappeso come Regno Unito e Stati Uniti ma anche Italia, contano anche percentuali più alte di morti per Covid. Per questo i governi dovrebbe dare loro priorità nelle vaccinazioni e anche nei tamponi. Lo sostiene uno studio dell’associazione internazionale World Obesity Federation, che lo diffonde in occasione della Giornata mondiale contro l’obesità del 4 marzo. In generale, la grande maggioranza dei morti per coronavirus nel mondo, 2,2 milioni su due milioni e mezzo, si concentrano in paesi con alti numeri di persone sovrappeso, che in Gran Bretagna e in Italia per esempio superano il 50% degli adulti. La percentuale di vittime sarebbe 10 volte più alta, secondo la ricerca, in chi ha un indice di massa corporea superiore al livello “normale” di 25 kg/m2. Tra i paesi dove questo succede per oltre la metà degli adulti, il Belgio ha la percentuale più alta di vittime per coronavirus. Seguono Slovenia, Regno Unito, Italia, Montenegro e Stati Uniti. Al contrario il Vietnam che ha il numero più alto di “magri” è il secondo con livelli meno alti di morti. “La correlazione tra obesità e tassi di mortalità per Covid-19 è chiara”, sostiene il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus commentando lo studio. Stiamo parlando, secondo la ricerca del secondo fattore di rischio dopo l’età. Nelle terapie intensive della Gran Bretagna, come riporta il quotidiano inglese The Guardian, il 64% dei pazienti è obeso, il 24% sovrappeso, il 12% normopeso. Il problema non sarebbe direttamente collegato ai livelli di sviluppo. “Ci sono paesi ricchi come Giappone e Corea del Sud con bassi livelli di persone sovrappeso e di morti per Covid”, dichiara Tim Lobstein, autore del rapporto ed ex consulente del governo britannico e dell’Oms. “Così come paesi con livelli più bassi di redditi come Sudafrica e Brasile, dove l’essere sovrappeso riguarda più della metà della popolazione registrano alte percentuali di vittime per coronavirus”. Anche la Fondazione Veronesi ricorda, per la Giornata mondiale contro l’obesità, come si tratti del secondo fattore di rischio per i decessi per Covid, anche perché di associa spesso a problemi di ipertensione e di diabete. Il problema, come accennato, riguarda anche l’Italia e anche i più giovani: 3 bambini su 10 sono sovrappeso, uno su 10 obeso. E il tema della priorità nelle vaccinazioni, di cui vi parliamo qui sopra con Alice Martinelli fugando ogni dubbio sui rischi, diventa così fondamentale in tutto il mondo.

Cristina Marrone per "corriere.it" il 18 marzo 2021.

I guariti da Covid-19 devono vaccinarsi?

Sì, perché ad oggi non sappiamo quanto duri la protezione del sistema immunitario dopo l’infezione da Covid-19 (asintomatica o sintomatica) ed è inoltre probabile che la risposta non sia univoca da persona a persona. «La quantità di anticorpi dopo l’infezione non è in genere comparabile a quella più elevata che si ottiene dopo l’immunizzazione: vaccinando anche i guariti si raggiunge il potenziamento e l’ottimizzazione della risposta immune» spiega Mario Clerici, professore ordinario di Immunologia all’Università di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi.

Quando devono farlo?

Le nuove linee guida pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità stabiliscono che chi è guarito da oltre sei mesi dovrebbe fare entrambe le dosi, mentre è raccomandata un’unica dose dopo almeno tre mesi dall’infezione documentata e preferibilmente entro sei mesi. Fanno eccezione gli immunodepressi che, seppur guariti da Covid-19 devono essere vaccinati al più presto con doppia dose.

Perché una sola dose?

La singola dose funziona come un richiamo e stimola un’elevata quantità di anticorpi. La raccomandazione si basa su pubblicazioni citate dall’Iss in cui si è visto che «nelle persone con pregressa infezione da Sars-CoV-2 la risposta immunitaria evocata dalla prima dose di vaccino mRNA è robusta e paragonabile e persino superiore a quella ottenuta con due dosi nei soggetti sieronegativi». Inoltre secondo dati molto preliminari «è ipotizzabile che la risposta immunitaria alla seconda dose» in chi è già stato infettato «possa essere irrilevante o controproducente». I dati si riferiscono ai vaccini mRNA e secondo l’Iss non ci sono differenze per altre tipologie di prodotti. «La scelta della singola dose nei primi sei mesi dall’infezione -puntualizza tuttavia Clerici - deriva più che altro dal fatto che c’è carenza di vaccini ed è giusto in questo momento privilegiare chi è ancora suscettibile. Anche i guariti dovrebbero comunque seguire il protocollo classico con doppia dose e lo potranno fare una volta che ci sarà maggior disponibilità del prodotto, tra qualche mese.

Esiste un vaccino raccomandato per chi ha avuto Covid-19?

«No, non lo sappiamo. Non c’è nessun trial clinico che suggerisca una tipologia di vaccino migliore dell’altra per i vaccinati – aggiunge l’immunologo - ma visto che si parla di monodose, per buonsenso si potrebbe pensare a Johnson&Johnson. Sarebbe comunque una scelta che non deriva dalla pratica clinica».

Quanto dura l’immunità sviluppata da una precedente infezione?

Il documento dell’Iss riporta uno studio multicentrico su 6.600 operatori sanitari del Regno Unito che ha valutato il rischio di reinfezione: «La durata dell’effetto protettivo dell’infezione ha una mediana di 5 mesi». Tuttavia altri studi riportano dati di memoria immunologia anche superiore agli otto mesi.

Che cosa succede se scopro con un test sierologico che non ho più anticorpi nonostante una malattia recente?

«Il fatto che ci sia una risposta anticorpale debole o assente a distanza di mesi – chiarisce l’immunologo - non significa che non ci sia protezione. La risposta immunitaria a breve termine è mediata dalle cellule B che producono anticorpi, ed è quanto rileva un test sierologico. Esistono però anche le cellule T di memoria, che stimolano la produzione degli anticorpi quando c’è il contatto con il virus. Studi ci dicono che uomini e scimmie infettati da Sars-CoV-2 pur non avendo cellule B hanno i linfociti T. Il problema è che le cellule di memoria non le possiamo andare a cercare».

Non esiste un test per misurare i linfociti T?

«No, non è possibile farlo. È una procedura molto complessa, possibile solo in strutture di ricerca altamente specializzate, utilizzata in alcuni studi proprio per misurare la durata della protezione di memoria» spiega Clerici.

È utile fare il test sierologico per accertare se si è già stati colpiti dal virus?

L’Iss dice che non è indicato. «Non c’è motivo– conferma il professore – perché anche se si ha avuto un’infezione, pur senza sintomi, l’indicazione è quella di vaccinarsi. Vincolare il vaccino alla presenza o assenza di anticorpi non ha senso».

Non è pericoloso fare la doppia dose se si ha già avuto l’infezione magari senza saperlo?

«No, al limite possono verificarsi reazioni avverse come febbre, brividi e dolori muscolari, debolezza, mal di testa più duraturi - conclude l’immunologo-. È una risposta attesa perché si va a sollecitare al massimo una risposta immunitaria che già c’è, ma nessuno degli effetti collaterali è stato così serio da suggerire di non fare la seconda dose».

La circolare. Vaccino, una sola dose ai guariti dal covid: il via libera del ministero. Antonio Lamorte su Il Riformista il 4 Marzo 2021. Novità nella campagna vaccinale anti-covid: sarà possibile somministrare un’unica dose di vaccino, senza alcun richiamo, ai soggetti che hanno già avuto un’infezione da SarsCov2. È quanto indica una nuova circolare firmata dal direttore della Prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza. Una linea che era stata già anticipata dal Consiglio Superiore di Sanità e dall’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa). La ratio dietro il provvedimento si basa sull’assunto che i soggetti che hanno già contratto l’infezione e ne siano guariti abbiano sviluppato un certo grado di immunità. In tutto (dati aggiornati al 3 marzo 2021) i positivi in Italia dall’inizio dell’emergenza sono stati 2.976.274, 98.635 le vittime e 2.440.218 i guariti . La circolare chiarisce che “è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino” anti-Covid-19 nei soggetti con “pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica)”, “purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa”. Da questa modalità sono però esclusi i soggetti con particolari problemi di salute: “Ciò non è da intendersi applicabile ai soggetti che presentino condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici” in quanto non essendo prevedibile la protezione immunologica seguita all’infezione e la durata della stessa si raccomanda quindi di seguire il ciclo classico con la doppia inoculazione. A preoccupare sono però sempre le varianti, a causa delle quali si stanno registrando dei picchi di contagi in alcune aree del Paese. Secondo un report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) con il ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler, in Italia, al 18 febbraio scorso, il 54% delle infezioni Covid-19 è dovuto alla variante inglese del virus SarsCov2, il 4,3% a quella brasiliana e lo 0,4% a quella sudafricana. Le raccomandazioni della nuova circolare sono quindi modificabili ed il ministero sottolinea che “potrebbero essere oggetto di rivisitazione qualora dovessero emergere e diffondersi varianti di SARS-CoV-2 connotate da un particolare rischio di reinfezione”. All’alba di oggi, giovedì quattro febbraio 2021, sono state in totale 4.757.890 le somministrazioni in Italia. Il totale delle persone vaccinate, alle quali è stata somministrata sia la prima che la seconda dose, sono 1.496.267. I dati sono del sito ufficiale del Report del governo. Il bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute ha registrato 20.884 nuovi positivi, 347 le vittime, con tasso tamponi-contagiati al 5,8%. Altre 84 persone sono entrate in terapia intensiva.

Il vaccino anti-coronavirus? "Ai già infettati una sola dose". Il presidente del Consiglio superiore di sanità annuncia una circolare del Ministero che prevede una sola dose di vaccino per le persone già infettate dal Covid-19. Francesca Bernasconi - Mar, 02/03/2021 - su Il Giornale. Una sola dose di vaccini per le persone che in passato hanno già contratto il Covid-19. Lo ha annunciato Franco Locatelli, durante la conferenza stampa tenuta per esporre le misure contenute nel nuovo Dpcm firmato oggi da Mario Draghi, che sarà in vigore dal 6 marzo al 6 aprile. Il presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) ha precisato, rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi: "Per quanto riguarda i soggetti già infettati in passato domani verrà diffusa una circolare del ministero per la quale vi è stato un parere formulato sia dall'Aifa che dal Css secondo cui vi sarà una sola dose". Locatelli ha spiegato che la decisione deriva dal fatto che "l'infezione svolge una funzione di priming". Fanno però eccezione "i soggetti immunodepressi, per i quali si preferisce continuare con due somministrazioni". Il presidente del Css ha parlato anche delle diverse varianti del virus che si stanno diffondendo in Italia e del loro rapporto con il vaccino, messo a punto prima del loro sviluppo. "Sappiamo da tempo che la variante inglese non mostra resistenza all'effetto protettivo della vaccinazione con i vaccini disponibili, per la variante brasiliana credo vada sottolineato che vi sono segnalazioni di soggetti che si sono reinfettati", ha dichiarato Locatelli. Ma, precisa il presidente del Css, "non vi è nessuna pubblicazione scientifica che abbia messo nero su bianco questa informazione". Per quanto riguarda la variante nigeriana, identificata nella zona di Brescia, sottolinea: "Il virus con un meccanismo di pressione selettiva tende a mutare e tendono ad emergere alcune varianti. Da qui a dire che questa variante possa sfuggire all'effetto dei vaccini sarei cauto". Infine, Locatelli riferisce anche sulle sperimentazioni dei vaccini nella popolazione pediatrica, i cui risultati verrano resi disponibili nelle prossime settimane. "La risposta immunitaria sui bambini è brillante, anche più di quella osservata negli adulti - ha aggiunto - Si potrà quindi poi considerare la vaccinazione anche in età pediatrica".

Mi.Bo. per "La Stampa" il 23 febbraio 2021. Chi è stato infettato dal coronavirus da più di sei mesi farà il vaccino, ma in una sola dose. Chi invece è risultato positivo più di recente dovrà aspettare. È quasi pronto il documento del ministero della Salute, dell'Istituto superiore di sanità, di Inail e di Aifa nel quale verranno risistemate una serie di questioni legate al virus e sarà affrontato anche il tema della vaccinazione per chi è stato malato. Si cambierà quanto è stato previsto fino ad ora. Oggi sono 2 milioni e 335 mila gli italiani che sono stati positivi e quindi hanno sviluppato una carica di anticorpi variabile contro il virus. All'inizio della campagna si era previsto di farli aspettare, cioè vaccinarli con prima dose e richiamo alla fine, una volta coperte le altre persone. Nell'ultimo periodo, però, sono usciti studi e altri Paesi hanno preso decisioni diverse. In Francia ad esempio si farà una dose soltanto. Uno dei lavori scientifici è stato realizzato dal gruppo di Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Humanitas di Milano. «Nel lavoro, coordinato da Maria Rescigno, abbiamo osservato che nelle persone che hanno avuto il Covid, con la prima dose di vaccino c'è una risposta straordinaria del livello di anticorpi. Questo e altri studi suggeriscono che vada seriamente considerata l'ipotesi di dare una sola dose a chi ha già avuto Covid sintomatico». Da una parte è un vantaggio per la persona che viene vaccinata «e per risparmiare tossicità», dall'altra il vantaggio è per la collettività perché diventano così disponibili centinaia di migliaia di dosi da usare per altre persone. In questo momento, con le consegne che ancora stentano, non è poco. Aifa, in particolare il comitato scientifico per la sorveglianza dei vaccini, è tra le istituzioni sanitarie che si stanno occupando di questo tema. Gli esperti hanno suggerito di aspettare comunque sei mesi prima di fare la singola dose a chi ha avuto l'infezione. La stessa linea è sposata anche dal ministero. Da chiarire ci sono però ancora un paio di aspetti importanti. Prima di tutto va deciso da quando iniziare a contare i sei mesi. Presumibilmente il periodo partirà dal tampone negativo che decreta la fine dell'infezione. Poi bisogna stabilire se la regola vale solo per i sintomatici o anche per le persone che non hanno avuto sintomi. La strada scelta potrebbe essere la seconda. Il punto di partenza è che, comunque, vaccinare chi ha già avuto il coronavirus non ha effetti negativi sull'organismo, come hanno più volte spiegato gli esperti. E del resto tra medici e infermieri, categorie particolarmente colpite dall'infezione, sarebbero stati in tanti coloro che hanno scelto comunque di fare il vaccino, anche se erano stati contagiati dal coronavirus. Più che altro, decidere di far aspettare queste persone permette di proteggere prima chi rientra nelle categorie più a rischio. Se ci si guarda indietro, la gran parte dei casi registrati in Italia risale proprio all'ultimo periodo. Il primo settembre dell'anno scorso, cioè appunto sei mesi fa, i casi nel nostro Paese erano stati appena 200mila. Queste persone, da ora in avanti, potrebbero avere la loro dose singola di vaccino. Il grosso di chi è stato contagiato, oltre 2 milioni di persone, verrebbe invece vaccinato più avanti. Sempre nel documento che verrà presto reso noto si prevederà che chi, dopo la prima dose di vaccino, ha avuto comunque la malattia (cosa che è avvenuta in un certo numero di casi), non debba fare il richiamo. Si ritiene che il nuovo incontro con il coronavirus serva a concludere il percorso di immunizzazione proprio come se fosse una seconda somministrazione.

1 dose basta. Dagospia il 24 febbraio 2021. Da un articolo di "The Guardian" per la rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 24 febbraio 2021. Le prove del mondo reale dei programmi di vaccinazione contro il Covid in Inghilterra e Scozia mostrano che una dose di vaccino dà un'alta protezione contro la malattia grave e il ricovero in ospedale - e protegge anche dalla malattia lieve senza sintomi nelle persone più giovani. I primi dati reali dai programmi di vaccinazione di massa sono promettenti, e anche se i risultati non includono prove che impediscono la trasmissione completamente, ci sono dati che mostrano che stanno fermando alcune persone dall'infettarsi, il che dovrebbe rallentare la diffusione del coronavirus – riporta The Guardian. Tre studi sono giunti a conclusioni altrettanto positive sulla protezione offerta dai vaccini - uno in Scozia e due in Inghilterra - anche se sono stati impostati per guardare gli effetti in diversi gruppi di persone. In Inghilterra, lo studio Siren sugli operatori sanitari sotto i 65 anni ha trovato che una dose del vaccino Pfizer/BioNTech ha ridotto il rischio di prendere il virus del 70% - e dell'85% dopo la seconda dose. Gli operatori sanitari sono stati tutti testati per il virus ogni due settimane, quindi lo studio ha raccolto le infezioni asintomatiche così come quelle che avevano sintomi. Public Health England ha anche pubblicato i risultati dei test di routine negli over 80, che sono a più alto rischio di ammalarsi gravemente e morire di Covid. È stato rilevato che 3 settimane dopo la prima dose, il vaccino Pfizer/BioNTech era efficace al 57% contro la malattia sintomatica, sia lieve che più grave. Anche se non molte persone hanno avuto una seconda dose, le prove suggeriscono che l'efficacia salga all'85% in coloro che lo hanno fatto. I dati mostrano anche che le persone vaccinate che prendono l'infezione sono molto più protette contro la malattia grave, l'ospedalizzazione e la morte. "Oltre alla riduzione dell'infezione sintomatica, la protezione del vaccino contro la malattia più grave da una singola dose è ancora più alta - almeno il 75%", ha detto Mary Ramsay, capo dell'immunizzazione al PHE, in un briefing. Ha detto che questi risultati giustificano la politica del governo di dare una prima dose a milioni di persone e ritardare la seconda dose fino a 12 settimane dopo. Ramsay ha detto: "Penso che questo rafforzi la politica di dare la singola dose a più persone per prevenire più morti e più ricoveri ora e poi tornare più tardi e ottenere la seconda dose, che darà loro una protezione più duratura e potenzialmente una migliore protezione". Matt Hancock ha detto che i risultati sono la prova che la strategia ha avuto successo. Il ministro alla salute ha detto: "Questo rapporto cruciale mostra che i vaccini funzionano - è estremamente incoraggiante vedere la prova che il vaccino Pfizer offre un alto grado di protezione contro il coronavirus". I dati dalla Scozia sono stati altrettanto incoraggianti. Mentre gli studi in Inghilterra hanno esaminato solo le persone a cui è stato dato il vaccino Pfizer/BioNTech, che era disponibile dalla prima settimana di dicembre, gli esperti scozzesi hanno analizzato i dati di entrambi i vaccini per un periodo di 28 giorni. Entro la quarta settimana dopo aver ricevuto la dose iniziale, i vaccini Pfizer e Oxford/AstraZeneca avevano ridotto il rischio di ricoveri ospedalieri per Covid-19 rispettivamente dell'85% e del 94%, secondo uno studio delle università scozzesi e della Public Health Scotland. Tra le persone di 80 anni e più, la vaccinazione è stata associata a una riduzione dell'81% del rischio di ricovero in ospedale nella quarta settimana, quando i risultati per entrambi i vaccini sono stati combinati. Gli scienziati, il cui lavoro è disponibile online ma non è stato ancora sottoposto a peer-review, hanno detto che i risultati dei due vaccini non dovrebbero essere confrontati. C'erano più dati sulle persone a cui era stato dato il vaccino Pfizer, mentre il vaccino AstraZeneca era stato somministrato per lo più a persone anziane.

Vittorio Sabadin per la Stampa il 4 aprile 2021. Milioni di persone hanno già ricevuto il vaccino, milioni di altre lo attendono e tutte si fanno le stesse domande. E' sicuro? Avrò la febbre? Sarò contagioso? Dovrò portare ancora la mascherina? E le varianti? Ecco le risposte della scienza e degli esperti.

1. E' vero che gli effetti collaterali della seconda dose possono essere gravi? Mal di testa, dolori muscolari e affaticamento sono più comuni in chi ha ricevuto la seconda dose di Pfizer-BioNTech e Moderna. I sintomi sono spesso uguali a quelli di una brutta influenza. Questi effetti collaterali possono anche non manifestarsi, ma è meglio prevedere la possibilità di doversi prendere un paio di giorni di riposo. Negli Stati Uniti, solo il 7% delle persone ha avuto brividi e febbre dopo la prima dose, ma il 26% li ha avuti dopo la seconda. Gli effetti collaterali sono il segnale che il sistema immunitario si sta attrezzando a respingere il virus.

2. Se non si hanno effetti collaterali vuol dire che il vaccino non funziona? Molte persone non manifestano alcun effetto collaterale dopo il vaccino, ma questo non significa che il sistema immunitario non ha reagito. Il 95% dei soggetti vaccinati con Moderna che non presentavano disturbi dopo l'iniezione è risultato completamente protetto dal virus. I giovani e le donne hanno reazioni più forti al vaccino rispetto alle persone anziane, il cui sistema immunitario è indebolito. Il vaccino offre comunque una protezione anche ai soggetti il cui sistema immunitario è fortemente indebolito da malattie preesistenti come il cancro o l'HIV.

3. Le donne sono più soggette agli effetti collaterali? Le femmine producono quasi il doppio degli anticorpi rispetto ai maschi quando ricevono un vaccino. Anche nel vaccino del Covid gli effetti collaterali si sono rivelati più frequenti nelle donne in una ricerca su 13 milioni di dosi iniettate negli Stati Uniti. Le reazioni gravi al vaccino sono molto rare, ma quasi tutti i casi di anafilassi si sono verificati nelle donne. Ma lo stesso avviene per i vaccini contro l'influenza, il morbillo, la parotite e l'epatite. Gli estrogeni femminili possono stimolare la risposta immunitaria, mentre il testosterone maschile può attenuarla.

4. E' consigliato prendere un antidolorifico prima dell'iniezione? Meglio di no. Analgesici come il paracetamolo o l'ibuprofene possono prevenire il dolore al braccio, il mal di testa o la febbre, ma potrebbero anche attenuare la risposta immunitaria dell'organismo.

5. E prenderlo dopo? Se il malessere è gestibile senza analgesici è meglio non prenderli, perché potrebbero attenuare alcuni degli effetti del vaccino.

6. Gli effetti collaterali sono più forti se si è già avuto il Covid? Alcune ricerche hanno evidenziato reazioni più forti al vaccino da parte di persone già infettate dal virus. La presenza di significativi effetti collaterali dopo la prima dose può essere il segnale che si è stati contagiati in passato in maniera asintomatica.

7. Il vaccino protegge dalle mutazioni del virus? Quelli attualmente disponibili sono efficaci contro la variante inglese. Le mutazioni identificate in Sud Africa e in Brasile sono più pericolose, perché riescono ancora ad aggirare gli anticorpi delle persone vaccinate. In ogni caso i vaccini hanno un alto grado di efficacia anche contro queste varianti e proteggono dagli sviluppi più gravi del contagio. Gli scienziati stanno mettendo a punto richiami per neutralizzare anche le mutazioni più resistenti. Combattere una variante è molto più semplice e rapido che realizzare un vaccino.

8. Chi ha già avuto il Covid può limitarsi a una dose di vaccino? Alcuni studi portano a pensare che una dose potrebbe bastare a proteggere chi ha già avuto il Covid, ma le linee guida delle strutture sanitarie non sono cambiate al riguardo. Il rilascio di un passaporto vaccinale potrebbe inoltre essere legato alla dimostrazione che si sono seguite le procedure previste fino alla seconda vaccinazione. Anche le compagnie aeree potrebbero pretendere la prova che si sono fatte le due vaccinazioni.

9. Dopo l'iniezione bisogna continuare a indossare la mascherina? Meglio di sì. Gli scienziati sono ancora divisi sulla possibilità che un vaccinato possa essere ancora contagioso ed è meglio continuare a proteggere se stessi e gli altri finché la maggior parte delle persone non sarà immunizzata. Chi ha preso il vaccino può comunque sentirsi molto protetto: è estremamente improbabile che vada in ospedale a causa del Covid. (Le raccomandazioni riportate sono state espresse al New York Times dal dottor Paul Offit, docente della University of Pennsylvania e membro del gruppo consultivo sul vaccino della Food and Drug Administration)

Margherita De Bac per il “Corriere della Sera” il 14 marzo 2021.

1 Perché anche i soggetti che sono stati vaccinati ricevendo due dosi devono restare a casa se abitano nelle zone rosse?

Anche quando si è protetti dal vaccino non è completamente esclusa la possibilità di infettarsi. Tutti i vaccini, non solo gli anti-Covid, non sono uno scudo al 100%. L'immunità arriva fino a una certa percentuale (nel caso dei preparati AstraZeneca, Pfizer e Moderna si va dal 70 al 95%) e molto dipende dalla risposta individuale che può essere più o meno pronta. Alcuni non reagiscono in modo ottimale.

2 Vale per tutti i vaccini contro le malattie infettive?

Anche chi fa l'antinfluenzale, che tra l'altro ha una copertura inferiore rispetto agli anti-Covid, non schiva la probabilità di prendere l'infezione.

3 Quindi chi ha completato il ciclo di inoculazioni deve comportarsi come tutti?

Deve restare a casa e rispettare i limiti di spostamento imposti nelle varie Regioni, indossare le mascherina e curare l'igiene delle mani. Questi sono farmaci nuovi, le campagne vaccinali sono cominciate da poche settimane, il numero delle persone che hanno ricevuto le dosi è ancora troppo limitato per trarre conclusioni definitive. Dunque è bene osservare le regole e considerarsi potenzialmente esposti per non rischiare di essere contagiati dal virus. Con alte probabilità non ci ammaleremo, ma potremmo sviluppare una forma asintomatica che passa il Sars-CoV-2 ad altri.

4 Quanto dura la protezione?

Non lo sappiamo, lo vedremo nel tempo. Molti vaccini hanno bisogno di un richiamo, più o meno ravvicinato.

5 Arriverà il momento in cui il vaccinato, forte di un ideale patentino, potrà sentirsi libero, come in Israele?

Certo che arriverà. Quando raggiungeremo una certa percentuale di popolazione vaccinata, fino all'immunità di gregge, il virus circolerà di meno e allora i vincoli potranno cadere. Non adesso, con l'epidemia al picco, l'incidenza alta, gli ospedali di nuovo sotto pressione, l'indice di replicazione Rt superiore all'unità. Il ritorno alla vita normale non avverrà all'improvviso.

6 È colpa delle varianti?

Anche. I dati sulla protezione dei vaccini dai ceppi mutati non sono sufficienti. Sembrano però difendere dalle forme più severe della malattia ed è bene farli. ( Ha risposto Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia).

Qual è il vaccino migliore? Ecco perché è impossibile stabilirlo. "Popolazioni differenti, periodo di osservazione, contesto geografico, caratteristiche demografiche e cliniche dei partecipanti": sono soltanto alcuni degli aspetti per cui è impossibile stabilire quale sia adesso il miglior vaccino anti-Covid. Alessandro Ferro - Mer, 24/03/2021 - su Il Giornale. "Per me Pfizer", "No no, io preferisco Moderna", "Macchè, il miglior vaccino sarà Johnson e Johnson, il monodose in arrivo": queste sono soltanto alcune delle conversazioni che si fanno in famiglia, in ufficio o al bar (quando ci si poteva andare) tra familiari, colleghi ed amici.

Qual è il vaccino migliore? In base alle attuali conoscenze che vengono riportate dalle case farmaceutiche produttrici o, più semplicemente, alla "sensazione", la gente comincia ad avere delle preferenze che fanno propendere per un vaccino piuttosto che un altro. Il discorso, però, è molto più complesso di quanto si creda perché non si può, allo stato attuale, fare una classifica dei vaccini stabilendo quale sia il migliore semplicemente perché un vaccino migliore di un altro non c'è, non in senso assoluto. Ad esempio, un vaccino che offre una protezione del 70% contro il Covid-19 potrebbe essere uno strumento prezioso contro la pandemia di Coronavirus in Africa, soprattutto se quel vaccino è economico e non deve essere conservato a temperature estremamente fredde. Ma cosa succederebbe se un altro vaccino, più costoso da acquistare e da conservare, fosse efficace al 95%? "Dovremmo inviare il vaccino meno efficace in Africa? O dovremmo cercare un modo per rafforzare la cella frigorifera?", si domandano i ricercatori e leader di governo di tutto il mondo mentre fanno il punto della situazione sulla pandemia globale che ha ucciso più di 2,7 milioni di persone.

Perché è impossibile stabilirlo. Data la velocità della domanda e le scorte limitate, qualsiasi sforzo per classificare i vaccini dovrà tenere conto non solo dell'efficacia dichiarata ma anche delle forniture, dei costi, della logistica di implementazione, della durata, della protezione che offrono e della loro capacità di respingere tutte le varianti emergenti. Anche così, però, molte persone potrebbero trovare difficile distogliere lo sguardo dai risultati degli studi clinici che suggeriscono un divario di efficacia. Finora sono state somministrate più di 200 milioni di dosi di vaccini contro il Coronavirus e sono stati raccolti dati da studi clinici in diversi Paesi. I migliori risultati di questi studi suggeriscono una gamma di protezione: dal 95% di efficacia per un vaccino prodotto da Pfizer di New York City e BioNTech di Mainz, Germania, a circa il 70% suggerito dai risultati iniziali su un vaccino prodotto da AstraZeneca di Cambridge e l'Università di Oxford. "Potrebbe essere allettante, ma semplicemente non è possibile confrontare direttamente l'efficacia dei vaccini solo sulla base di quei risultati", afferma David Kennedy, Prof. di Ecologia e Malattie Infettive all'Università della Pennsylvania come viene riportato da un articolo pubblicato su Nature. "Ogni misura di efficacia è accompagnata da un grado di incertezza e gli studi potrebbero avere definizioni diverse di criteri importanti, come ciò che costituisce un attacco 'grave' di Covid-19 rispetto a uno 'moderato'", aggiunge.

"Il migliore? Quello disponibile quando è il mio turno". Ma perché è così difficile classificare quale dei vaccini anti-Covid sia il migliore? "Perché cambiano le variabili da un Paese ad un altro. Ci si dovrebbe chiedere: migliore per cosa? Se il criterio è il vaccino con la massima efficacia (94-95%) ma è delicatissimo al punto di necessitare di ultra-congelatori in Paesi in cui la logistica non lo permette, questo vaccino non è di prima scelta", afferma in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Alessandro Diana, vaccinologo e docente di Medicina all'Università di Ginevra, in Svizzera. L'esperto ci spiega come, nello scorso mese di settembre, in un meeting con numerosi esperti nello sviluppo dei vaccini, sul proprio quaderno di appunti aveva scritto come tutti concordassero nel dire che, se per il mese di maggio 2021 ci sarebbe stato un solo vaccino efficace al 60%, sarebbe stato un miracolo. "Un vaccino efficace al 70%? Ma è ottimo! Non dimentichiamoci quanto sostenevano gli esperti a settembre 2020... Lo scopo globale della vaccinazione è quello di evitare le complicazioni (ricoveri e decessi) specialmente per le persone con fattori di rischio. Quindi, il miglior vaccino è quello disponibile al momento in cui mi sono deciso a vaccinarmi", specifica chiaramente il Prof. Diana.

Perché sono così difficili da confrontare? "Gli studi clinici di valutazione della sicurezza ed efficacia dei vaccini sono stati condotti in popolazioni differenti per periodo di osservazione, contesto geografico, caratteristiche demografiche e cliniche dei partecipanti. L'efficacia osservata e la frequenza e tipologia di eventi avversi possono essere influenzate da molti fattori, tra cui l'età dei soggetti, il loro stato di salute, il tipo di virus circolante nel momento dello studio, le misure di contenimento in vigore", afferma in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Francesco Remuzzi, Direttore dell’istituto Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, che ci spiega anche come le stesse considerazioni e cautele vanno applicate nel momento in cui si paragonano le segnalazioni di effetti indesiderati o l'efficacia sul campo, nel corso delle campagne vaccinali. "Se un vaccino è offerto prevalentemente ad una popolazione mediamente più anziana e un altro ad una più giovane, gli effetti indesiderati possono essere differenti e lo stesso può avvenire per l'efficacia protettiva". Insomma, al momento non è possibile confrontarli tra loro, confronto che sarebbe possibile "solo con uno studio di comparazione tra vaccini differenti in gruppi con caratteristiche simili. I dati oggi disponibili documentano, in ogni caso, che per tutti i vaccini disponibili non ci sono differenze nell'efficacia di prevenire le formi più gravi di Covid-19 e i decessi, che è molto elevata", sottolinea Remuzzi. "Approfondire le conoscenze". Nonostante il lancio di diversi vaccini, potrebbero ancora essere necessari dei mesi prima che possano essere classificati. "È in corso una campagna vaccinale a livello internazionale che ha già coinvolto e coinvolgerà decine di milioni di persone ed è possibile avere informazioni per approfondire meglio, sul campo e nella pratica, il profilo di sicurezza ed efficacia in termini relativamente brevi", afferma l'esperto, che riporta l'esempio delle analisi già disponibili in Israele e nel Regno Unito sull'impatto che hanno avuto le vaccinazioni fino a questo momento. "Ci sono possibili effetti indesiderati estremamente rari che possono essere osservati solo dopo che un numero molto elevato di persone è stato vaccinato. Questo avviene, però, con tutti i vaccini e i farmaci e il profilo di sicurezza è favorevole e sufficientemente indagato per tutti i vaccini", ci dice. Il ruolo delle tempistiche. C’è un ruolo che hanno le diverse tempistiche con cui viene somministrato: ad esempio il Regno Unito ha iniziato AstraZeneca un mese prima di noi. "Quando il Regno Unito ha omologato l'Astra Zeneca con una procedura d'urgenza e malgrado la 'bocciatura' del primo studio fase 3 - ci dice il vaccinologo Diana - il loro sistema sanitario era al collasso. Bisogna agire, e la storia ha dato loro ragione compreso la decisioni di allungare l'intervallo della seconda dose dopo 8-12 settimane". In definitiva, allo stato attuale, una classificazione dei vaccini in base alla qualità (questo è migliore di quello e perché) non si può ancora fare. "Direi di no e raccomanderei alle persone con fattori di rischio di non fare gli schizzinosi: ci saremmo accontentati di un solo vaccino efficace al 60%, non dimentichiamocelo. A mia madre con fattori di rischio direi di non aspettare perché 'il miglior vaccino è quello disponibile', come ho detto in precedenza", conclude.

Report choc dell’Iss: tutti i dubbi sui vaccini. Max Del Papa il 23 Marzo 2021 su Nicolaporro.it. Sono una ventina di smilze paginette in formato Pdf (25 considerando le fonti e gli stacchi imposti dalla realizzazione grafica), riassunti nel burocratichese titolo “Indicazioni ad interim sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in tema di varianti e vaccinazione anti-COVID-19 Gruppo di Lavoro ISS Prevenzione e Controllo delle Infezioni”; più sinteticamente, è il Rapporto ISS Covid 19 n. 4 risalente allo scorso 13 marzo, elaborato a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, a cur a di non meno di 25 studiosi: quanti geni lavorano solo per noi, come nella Rai di Renato Zero. Viva l’ISS, dunque, che ci fa crescere sani e però parte subito, sembrerebbe (e speriamo che lo sia: diversamente, la faccenda aggiungerebbe odore a già cospicue maleolenze) con una topica deliziosa: “Al febbraio 2020, sono state segnalate tre varianti che destano particolare preoccupazione, la già menzionata VOC 202012/01 identificata per la prima volta nel Regno Unito, la 501Y. V2 (denominata anche B.1.351) identificata in Sudafrica e la P1 con origine in Brasile”. Febbraio 2020? quando ancora si sapeva poco e niente, almeno ufficialmente, del ceppo originario? Interdetti, c’inoltriamo nel rapporto, strutturato secondo uno schema pedagogico di domanda e risposta, dunque ad uso delle masse, o forse per meglio usare le masse.

Varianti e misure di prevenzione. Primo quesito: “La circolazione delle varianti richiede una modifica delle misure di prevenzione e protezione non farmacologiche (distanziamento fisico, mascherine, igiene delle mani) in ambito comunitario e assistenziale?”. Si risponde: “No, non è indicato modificare le misure di prevenzione e protezione basate sul distanziamento fisico, sull’uso delle mascherine e sull’igiene delle mani; al contrario, si ritiene necessaria una applicazione estremamente attenta e rigorosa di queste misure”. Tradotto: le “misure di prevenzione” debbono restare e se mai venire ulteriormente irrobustite. Compreso il lockdown? La risposta non è data, ma è facilmente intuibile. Quindi si scende nei dettagli, si fa per dire: “(…) Anche se non vi sono attualmente evidenze scientifiche della necessità di un isolamento in stanza singola di pazienti con infezioni da varianti virali, tuttavia, in presenza di diagnosi sospetta o certa di infezione da varianti 501Y.V2 o P1 di SARS-CoV-2, o di nuove VOC non ancora significativamente diffuse nella popolazione, si suggerisce, laddove possibile, di adottare l’isolamento in stanza singola o strategie di cohorting di pazienti infetti da una stessa variante. (…) Coerentemente con il documento del 18 e del 20 gennaio 2021 dell’Haut Conseil de la Santé Publique (HCSP) francese, 9 non è possibile identificare clinicamente tutti i pazienti che sono infetti / portatori delle nuove varianti virali e, pertanto, le misure di prevenzione e cura devono rimanere invariate. (…)”. Oscuro ma decifrabile, lo studio prosegue all’insegna dell’incertezza: “Relativamente al distanziamento fisico, non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino la necessità di un incremento della distanza di sicurezza a seguito della comparsa delle nuove varianti virali; tuttavia, si ritiene che un metro rimanga la distanza minima da adottare e che sarebbe opportuno aumentare il distanziamento fisico fino a due metri (…)”. È la linea fin qui seguita: siccome non ne sappiamo ancora abbastanza, allora tutto fermo, tutto chiuso e distanziato. Con i vaccini l’incubo finirà? Dopodiché, il documento si sofferma sui sieri finora approvati: quelli che dovrebbero garantire una veloce e definitiva fuoruscita dall’allucinante segregazione cui siamo sottoposti ormai da 13 mesi. Davvero? “Gli studi clinici condotti finora hanno permesso di dimostrare l’efficacia dei vaccini nella prevenzione delle forme clinicamente manifeste di COVID-19, anche se la protezione, come per molti altri vaccini, non è del 100%. Inoltre, non è ancora noto quanto i vaccini proteggano le persone vaccinate anche dall’acquisizione dell’infezione”. Perfetto: siamo ancora agli studi clinici, che tuttavia non forniscono certezze. “È possibile, infatti, che la vaccinazione non protegga altrettanto bene nei confronti della malattia asintomatica (infezione) e che, quindi, i soggetti vaccinati possano ancora acquisire SARS-CoV-2, non presentare sintomi e trasmettere l’infezione ad altri soggetti (…). Studi preliminari in vitro condotti sulla risposta immunologica (umorale e cellulare) evocata dai due vaccini a mRNA, BioNtech/Pfizer e Moderna, hanno evidenziato una ridotta attività neutralizzante da parte del siero dei soggetti vaccinati nei confronti della variante sud-africana e della variante brasiliana (…) Non è ancora noto quale sia l’impatto delle varianti per la protezione nei confronti delle forme di malattia severa, con ospedalizzazione ed esito letale. La Who afferma che lo studio ha un campione troppo limitato per una valutazione sulla malattia severa ma che evidenze indirette mostrano una protezione contro questa forma; alla luce di ciò, la Who raccomanda attualmente l’uso del vaccino AZD1222 di AstraZeneca secondo la già stabilita roadmap nazionale di definizione delle priorità, anche se sono presenti varianti in un Paese. Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione. Gli studi che attualmente sono in corso forniranno in futuro utili informazioni a tale riguardo”. Siamo al trionfo del dubbio, alla sagra dell’incertezza, alla fiera dell’eventualità; in altre parole: vi invitiamo caldamente a vaccinarvi, ma non garantiamo niente visto che siamo agli “studi preliminari” che “non forniscono certezze”. Con il che, si potrebbe anche parlare di sperimentazione umana su scala mondiale. La guida dell’ISS, difatti, prosegue con un’altra questione: “I lavoratori vaccinati, inclusi gli operatori sanitari, devono mantenere l’uso dei Dpi e dei dispositivi medici, l’igiene delle mani, il distanziamento fisico e le altre precauzioni sul luogo di lavoro?”. Si risponde: “Tutti i lavoratori, inclusi gli operatori sanitari, devono continuare a utilizzare rigorosamente i Dpi, i dispositivi medici prescritti, l’igiene delle mani, il distanziamento fisico e le altre precauzioni secondo la valutazione del rischio, indipendentemente dallo stato di vaccinazione e aderire a eventuali programmi di screening dell’infezione (…) Si ribadisce che nessun vaccino anti-COVID-19 conferisce un livello di protezione del 100%, la durata della protezione vaccinale non è ancora stata stabilita, la risposta protettiva al vaccino può variare da individuo a individuo e, al momento, non è noto se i vaccini impediscano completamente la trasmissione di SARS-CoV-2 (infezioni asintomatiche). Quindi, seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati (…) In conclusione, ogni lavoratore, inclusi gli operatori sanitari, anche se ha completato il ciclo vaccinale (…) dovrà continuare a mantenere le stesse misure di prevenzione, protezione e precauzione valide per i soggetti non vaccinati, in particolare osservare il distanziamento fisico (laddove possibile), indossare un’appropriata protezione respiratoria, igienizzarsi o lavarsi le mani secondo procedure consolidate”. Lecito, a questo punto, domandarsi cosa cambia in concreto dopo la vaccinazione di massa. La successiva problematica, se possibile, peggiora ulteriormente le cose: “Se una persona vaccinata con una o due dosi viene identificata come contatto stretto di un caso positivo, bisogna adottare le misure previste per i contatti stretti?”. Si risponde: “Se una persona viene in contatto stretto con un caso positivo per SARS-CoV-2, secondo le definizioni previste dalle Circolari del Ministero della Salute, questa deve essere considerata un contatto stretto anche se vaccinata, e devono, pertanto, essere adottate tutte le disposizioni prescritte dalle Autorità sanitarie (…) La vaccinazione anti-COVID-19 è efficace nella prevenzione della malattia sintomatica, ma la protezione non raggiunge mai il 100%. Inoltre, non è ancora noto se le persone vaccinate possano comunque acquisire l’infezione da SARS-CoV-2 ed eventualmente trasmetterla ad altri soggetti. Infine, è verosimile che alcune VOC possano eludere la risposta immunitaria evocata dalla vaccinazione, e, quindi, infettare i soggetti vaccinati. (…) Pertanto, in base alle informazioni attualmente disponibili, una persona, anche se vaccinata anti-COVID-19, dopo un’esposizione definibile ad alto rischio e considerata “contatto stretto” di un caso COVID-19, deve adottare le stesse indicazioni preventive valide per una persona non sottoposta a vaccinazione. A prescindere dal tipo di vaccino ricevuto, dal numero di dosi e dal tempo intercorso dalla vaccinazione, in generale, la persona vaccinata considerata “contatto stretto” deve osservare, purché sempre asintomatica, un periodo di quarantena di 10 giorni dall’ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato in decima giornata o di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso, come da indicazioni contenute nella Circolare n. 32850 del 12/10/2.

I fallimenti vaccinali. Dulcis in fundo, viene affrontato l’aspetto dei cosiddetti fallimenti vaccinali; ma, ancora una volta, le indicazioni del documento a cura dell’ISS sono a dir poco vaghe, in una forma cautelativa che tutto fa tranne rassicurare: “Quali casi sono da considerarsi fallimenti vaccinali?”. Risposta: “Anche i soggetti vaccinati, seppur con rischio ridotto, possono andare incontro a infezione da SARS-CoV-2 poiché nessun vaccino è efficace al 100% e la risposta immunitaria alla vaccinazione può variare da soggetto a soggetto. Inoltre, la durata della protezione non è stata ancora definita. (…) Va specificato che i vaccini anti-COVID-19 attualmente disponibili, come riportato nelle rispettive schede tecniche, sono autorizzati per la prevenzione di malattia COVID-19 sintomatica e non per la prevenzione dell’infezione asintomatica (e di conseguenza la possibilità di avere un risultato positivo al tampone molecolare): pertanto, la definizione di fallimento vaccinale deve essere ancora standardizzata per la malattia asintomatica alla luce degli studi autorizzativi mirati alla sola malattia COVID-19 in forma sintomatica. Oltre a quanto riportato, deve essere considerato il fatto che, poiché lo sviluppo dei vaccini anti-COVID19 è stato molto rapido, non sono ancora state acquisite informazioni sulla durata a lungo termine della protezione successiva alla vaccinazione. (…) Una persona può infettarsi nei giorni immediatamente successivi alla vaccinazione, in quanto l’organismo necessita di un tempo minimo per sviluppare una completa risposta immunitaria protettiva (…) mentre per il vaccino AstraZeneca la protezione inizia da circa 3 settimane dopo la somministrazione della prima dose. Per tutti i vaccini al momento in uso in Italia è necessaria la somministrazione della seconda dose di vaccino al fine di ottenere una protezione ottimale”. Qui c’è almeno un passaggio inquietante, dove si specifica che “lo sviluppo dei vaccini è stato molto rapido, di conseguenza non sono state raggiunte informazioni certe circa l’effettiva protezione. È la conferma di quanto obiettano non i negazionisti, ma gli scettici del vaccino: come può un siero elaborato in troppo breve tempo lasciare tranquilli? Il rapporto non fornisce certezze, anzi, in forma retorica, si chiede: “I programmi di screening dell’infezione degli operatori sanitari, inclusi quelli delle strutture residenziali socioassistenziali e sociosanitarie, devono essere modificati dopo l’introduzione della vaccinazione?”. E si risponde: “Alla luce delle conoscenze acquisite, non si ritiene, al momento, di dovere modificare i programmi di screening dell’infezione da SARS-CoV-2 in atto per gli operatori sanitari mantenendo inalterata la frequenza dei test. (…) Poiché, al momento, è impossibile correlare in modo preciso il titolo di anticorpi con il livello di protezione, la presenza di anticorpi all’esame sierologico non esime la persona dall’uso dei DPI e dispositivi medici, nonché dal seguire tutte le precauzioni standard e specifiche per impedire la trasmissione dell’infezione da SARS-CoV-2”. Alla luce delle conoscenze acquisite… Al momento è impossibile correlare… Tutte conferme di una sostanziale, e allarmante, condizione di incertezza nel mondo scientifico. C’è spazio per un ultimo aspetto: “I contatti stretti di un caso di COVID-19 quando possono essere vaccinati?”. Risposta: “I contatti stretti di COVID-19 dovrebbero terminare la quarantena di 10-14 giorni secondo quanto previsto dalle normative ministeriali vigenti prima di potere essere sottoposti a vaccinazione. (…) Di conseguenza, le persone esposte ad un caso noto di COVID-19, identificate come contatti stretti, non devono possono (sic!) recarsi presso i centri vaccinali (anche per non rischiare di esporre a SARS-CoV-2 le persone nei mezzi pubblici, il personale sanitario deputato alle vaccinazioni, le altre persone presenti nel centro vaccinale, ecc.), ma devono terminare la quarantena di 10-14 giorni, secondo quanto previsto dalle normative ministeriali vigenti, prima di potere essere vaccinate”.

Chi ha avuto il Covid deve vaccinarsi? Il meglio, come di prassi, arriva in fondo, e affronta la più urgente delle questioni: “Chi ha avuto il COVID-19 deve comunque vaccinarsi? È a rischio di avere delle reazioni avverse più frequenti o gravi al vaccino?”. Risposta: “La vaccinazione anti-COVID-19 si è dimostrata sicura anche in soggetti con precedente infezione da SARS-CoV-2, e, pertanto, può essere offerta indipendentemente da una pregressa infezione sintomatica o asintomatica da SARS-CoV-2. Ai fini della vaccinazione, non è indicato eseguire test diagnostici per accertare una pregressa infezione. È possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-COVID-19 nei soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e, preferibilmente, entro i 6 mesi dalla stessa. Fanno eccezione i soggetti che presentino condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici, i quali, pur con pregressa infezione da SARS-CoV-2, devono essere vaccinati quanto prima e con un ciclo vaccinale di due dosi”. Quindi, quasi di passata, scivolando sul pericolo: (…) Sulla base di dati molto preliminari è ipotizzabile che la risposta immunitaria alla seconda dose nei soggetti con pregressa infezione possa essere irrilevante o persino controproducente. Sebbene questi dati si riferiscano ai vaccini a mRNA, è ragionevole assumere che non vi siano differenze per altre tipologie di vaccini “. persino controproducente? In quale senso? In che misura? Il rapporto non approfondisce. 

Vaccini, troppe perplessità: chiesto il ritiro. Gioia Locati il 5 marzo 2021 su Il Giornale. Tre notizie su cui riflettere. La prima riguarda il video che trovate a questo link. Il filmato ritrae alcuni medici e farmacisti del Trentino Alto Adige che informano la popolazione sulle vaccinazioni in corso. Sono una decina, in rappresentanza di un centinaio di colleghi (perlopiù impegnati nel privato) e invitano alla prudenza verso la nuovissima terapia genica propria di questi primi vaccini in commercio poiché, essendo innovativi, è più quello che si ignora di ciò che si conosce. Il video ha avuto migliaia di visualizzazioni in pochi giorni. Per la precisione: 120mila in 24 ore solo dalla pagina Facebook. La seconda notizia è la reazione della stampa da un lato, e degli Ordini dei medici di Trento e di Bolzano dall’altro, che non hanno apprezzato le dichiarazioni dei professionisti e stanno valutando provvedimenti disciplinari. La terza, invece, riguarda le azioni legali nei confronti della Commissione UE. Medici e infermieri altoatesini chiedono di annullare la distribuzione dei vaccini sperimentali su base genica in tutta Europa. Secondo i ricorrenti, che stanno presentando esposti al Tribunale europeo, sarebbero  violate la normativa comunitaria sulla garanzia della sicurezza dei medicinali e le rispettive procedure.

Il video. I medici che appaiono nel filmato precisano che “è la prima volta che si provano vaccini con questa tecnologia: l’RNA messaggero fornisce istruzioni alle nostre cellule, induce un’espressione genica di cui non si conoscono gli effetti”. Affermano che sono “più di 20 anni che si cerca di far approvare questa tecnologia nei farmaci oncologici ma l’approvazione al commercio non è mai arrivata (al momento esiste solo un farmaco per l’amiloidosi che si basa sull’RNA messaggero”). Ricordano che “in questo caso l’approvazione al commercio è stata velocissima, 11 mesi fra produzione e test, per effetto della pandemia”. Fanno presente che “l’efficacia al 95%, dichiarata dalle aziende produttrici, è stata messa in dubbio da uno studio del British Medical Journal, che stima l’efficacia fra il 19 e il 29%”. E che le autorità regolatorie hanno concesso ai nuovi vaccini un’autorizzazione al commercio “condizionata” di un anno poiché gli studi clinici condotti sulla popolazione si concluderanno negli anni 2022 e 2023. Dicono che non si conoscono gli effetti sulla fertilità, maschile e femminile (vedasi bugiardino). Che non si conosce l’interazione con altri farmaci (vedasi bugiardino). Che non si sa ancora se la persona vaccinata, una volta incontrato il virus, lo possa diffondere agli altri proprio come chi si è infettato e non ha fatto il vaccino (vedasi bugiardino). “L’intento del video è quello di informare i cittadini italiani e tedeschi – visto che ci troviamo in una zona di frontiera – poiché le spiegazioni fornite dalla Sanità pubblica sono assai carenti – ci spiega Hannes Loacker, farmacista – È nostro dovere illustrare alla popolazione come funziona un farmaco in modo comprensibile per permettergli di fare una scelta responsabile. Lo stabilisce la legge italiana ma anche la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo”.

La reazione. La stampa locale ha definito il video “no-vax” e annunciato che l’azienda sanitaria dell’Alto Adige presenterà un esposto in Procura per procurato allarme. “Al momento non abbiamo ricevuto nulla – chiarisce il chirurgo e ortopedico Roberto Cappelletti, uno dei medici che ha parlato nel video. Respingo l’accusa di no-vax poiché, come ogni mio collega sa, ogni vaccino è un prodotto diverso dall’altro, e per dovere, dovremmo parlare accuratamente di ciascuno. Il video tocca aspetti delle nuove tecnologie applicate ai vaccini che non sono ancora stati chiariti. L’Ordine dei Medici ha fatto sapere, in via informale, che chi non si vaccina è indegno. Non ci sentiamo indegni né di aver manifestato perplessità, né di applicare, in mancanza di dati, il principio di precauzione”. Quanto al procurato allarme, semmai è il contrario. Spieghiamo che la Covid ha effetti seri su una categoria circoscritta di persone, con più patologie”.

La richiesta di annullare la distribuzione dei vaccini. Loacker ci informa che dal 16 febbraio sono state presentate al Tribunale UE le prime due azioni di annullamento delle rispettive decisioni della Commissione UE sull’autorizzazione condizionata di immissione in commercio dei vaccini Comirnaty (Pfitzer/BioNTech) e Moderna, “vista la grave violazione della normativa comunitaria in materia di farmaci”. L’azione di annullamento della decisione della Commissione UE relativa all’autorizzazione del vaccino AstraZeneca verrà presentata prossimamente. Spiega Loacker: “Dato che l’Italia, come gli altri Paesi dell’UE, illegittimamente non si si è opposta all’autorizzazione centralizzata di questi vaccini a terapia genica, e l’autorizzazione per l’immissione nel mercato UE è avvenuta da parte della Commissione UE, è fondamentale un’impugnazione a livello comunitario degli illegittimi atti comunitari”. In particolare: “La normativa comunitaria mette al primo posto l’obbligo delle autorità di garantire ai cittadini la sicurezza dei medicinali, soprattutto se sono destinati a tutta la popolazione. Visto che a rischio di salute per il Sars-Cov-2 è una percentuale di cittadini molto limitata, è un azzardo, oltre che vietato dalla normativa comunitaria, mettere a rischio la salute di tutta la popolazione con farmaci di cui non si sa nulla”. Secondo i ricorrenti mancano i presupposti per l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata, come precisato dal Codice comunitario dei medicinali per uso umano, vedasi direttiva del Parlamento europeo del 2001, qui.

In sintesi:

1) il beneficio di questi vaccini non è dimostrato;

2) i rischi sono ancora tutti da esplorare;

3) non si sa se i vaccinati impediscano la circolazione del virus;

4) manca il rapporto rischio/beneficio;

5) non è probabile che si aggiungano in seguito dati clinici completi poiché la procedura di approvazione ha trattato questi prodotti come vaccini e non come terapia genica;

6) i nuovi prodotti non rispondono nemmeno a effettive esigenze mediche insoddisfatte, dato che sono stati anche i medici italiani ad aver dimostrato che esistono già farmaci (peraltro poco costosi) che, se utilizzati bene, garantiscono le cure. 

Medici italiani che, ricordiamolo, sono ricorsi ripetutamente al TAR per contrastare le istruzioni carenti del Ministero della Salute e dell’AIFA  (vietata per mesi l’idrossiclorochina, cliccate qui, e raccomandato solo il paracetamolo e la vigile attesa) per farsi confermare la legittimità dell’uso di farmaci infondatamente vietati per curare i malati di Covid-19. La Commissione UE ha tempo rispettivamente fino al 17 marzo e 6 aprile per costituirsi in giudizio. È stata chiesta l’applicazione del rito accelerato. Possono intervenire a sostegno tutti i cittadini UE.

Lotta al coronavirus, i vaccini utilizzati nel mondo: tecniche utilizzate e differenze. Francesco Ridolfi su Il Quotidiano Del Sud il 23 febbraio 2021. La parola d’ordine in questi giorni è vaccino. La corsa ad acquisire dosi dei vaccini attualmente disponibili, in particolare il Pfizer/Biontec, il Moderna e l’Astrazeneca, è la priorità per il Governo ma anche per le Regioni Italiane senza contare l’impegno attivo che sta mettendo in campo in questo settore l’Unione Europea. Ma il dibattito si è acceso negli ultimi tempi sulla validità dei singoli vaccini anche perché se il Covid-19 è uno (al netto delle innumerevoli varianti che stanno sorgendo nel mondo) le tecniche di vaccinazione per contrastarlo sono molte di più.

Vaccini anti Covid: I diversi approcci scientifici. Il primo passo per comprendere di cosa si sta parlando in riferimento ai vaccini e comprendere la tecnica che le case farmaceutiche stanno utilizzando per rendere immune l’essere umano da quella specifica tipologia di coronavirus che è il covid 19. In particolare emergono allo stato attuale 4 approcci diversi:

I vaccini prodotti su base di Rna o Dna

I vaccini proteici

I vaccini basati sui vettori adenovirali umani

I vaccini basati sul virus disattivato

Vaccino RNA e DNA. Per quanto riguarda il vaccino basato su Rna o Dna, si tratta della tipologia principale adottata nel mondo occidentale e funziona attraverso l’iniezione di una sequenza di RNA che dovrebbe indurre le cellule a produrre una proteina, l’ormai celeberrima proteina Spike, simile a quella che in realtà il nostro organismo deve debellare. Una volta indotta la risposta immunitaria, dovrebbero prodursi gli anticorpi che si attiveranno anche qualora il virus dovesse essere contratto. Appartengono a questa tipologia di vaccini quelli della Pfizer/Biontech e di Moderna entrambi finanziati direttamente dagli USA e sono stati certificati con una efficacia del 95%. In entrambi i vaccini sono necessarie due dosi per via intramuscolare per ottenere l’immunità, per il Pfizer dopo 21 giorni per Moderna 28 giorni dopo la prima.  In entrambi i casi il vaccino non contiene il virus e, dunque, non fa ammalare, ma introduce nell’organismo solo l’informazione genetica che viene sfruttata per realizzare copie della proteina Spike. Il vaccino che si basa sul DNA funziona sostanzialmente allo stesso modo, ma, invece che un frammento di Rna, viene utilizzato un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio. Appartiene a questa tipologia il vaccino di Astrazeneca, che utilizza un vettore virale inattivato di scimpanzé, e a cui viene attribuita una efficacia del 60%.

Vaccino proteico. In questa tipologia di vaccini, una volta ottenuta in laboratorio la sequenza di RNA virale, vengono sintetizzate le sue proteine che verranno poi iniettate nell’organismo attraverso l’utilizzo di una soluzione che contiene anche altre sostanze. Attraverso questa iniezione viene attivata la risposta immunitaria e dunque la produzione degli anticorpi necessari per combattere il virus.

I vaccini basati sui vettori adenovirali umani (Vaccino Russo). Il vaccino russo, prodotto dal Centro Gamaleya, è stato chiamato Sputnik V, ed è basato sui vettori adenovirali umani. È stato registrato dal Ministero della Salute russo l’11 agosto dello scorso anno diventando il primo vaccino ufficiale contro il covid 19. Ha manifestato un’efficacia per il 95% dopo circa 40/42 giorni dall’iniezione. Secondo gli scienziati russi, questo tipo di vaccino consentirebbe una risposta immunitaria più forte e a lungo termine. Con lo Sputnik V, il Coronavirus “non viene iniettato” quindi non comporta il rischio di contrarre il virus, poiché il vaccino presenta solo informazioni genetiche del rivestimento proteico esterno, le cosiddette “punte” della corona. Gli effetti collaterali non sono stati gravi, ed è stato già richiesto per 1 miliardo di dosi.

I vaccini basati sul virus inattivato (Vaccini cinesi). I vaccini cinesi contro il Covid in fase avanzata si basano sulla tecnologia del virus inattivato. A differenza delle altre sperimentazioni i cinesi hanno voluto percorrere la strada classica dei vaccini ossia l’utilizzo dello stesso virus che viene “disattivato” e inoculato nell’organismo in modo da consentire a quest’ultimo di conoscerlo e, in caso di contagio, riconoscerlo e batterlo. Si tratta di un sistema che potrebbe garantire comunque grande efficacia ma i vaccini cinesi non hanno superato ancora la terza fase, perché l’inattivazione del virus richiede tempistiche lunghe. La stessa metodologia è stata utilizzata per i vaccini Sinovac e Sinopharm. I cinesi hanno scelto di realizzare con Sinopharm un vaccino standard, con un’efficacia di circa il 79%, facile da trasportare, avendo bisogno solo di refrigerazione ordinaria. Sembra avere un’efficacia maggiore il vaccino della Sinovac.

Lo Sputnik e tutti i suoi “gemelli”. Federico Giuliani su Inside Ove il 13 marzo 2021. Siamo ormai abituati da qualche mese a leggere il nome delle stesse case farmaceutiche: Pfizer-BioNTech, AstraZeneca e Moderna. Da poco si è aggiunta alla lista anche Johnson & Johnson, il cui vaccino anti Covid è stato appena autorizzato dall’Agenzia del farmaco europea (Ema) dopo il via libera ricevuto negli Stati Uniti. Non tutti forse sanno che, al netto dei vaccini finiti sul mercato internazionale, i ricercatori di tutto il mondo stanno testando qualcosa come 75 sieri, tra i 42 fermi alla Fase 1, i 30 in Fase 2 e i 21 in Fase 3. Senza contare gli (almeno) altri 78 ancora in fase di sperimentazione attiva sugli animali. Nei prossimi mesi, hanno ripetuto gli esperti, l’Europa e il mondo intero saranno travolti da una marea di farmaci capaci di debellare il Sars-CoV-2. Non c’è motivo di non credere a tale affermazione, anche e soprattutto alla luce dei numeri sopra riportati. Dunque, con una mole così ingente di vaccini in rampa di lancio, è pressoché scontato attenderci l’entrata in scena di nuovi nomi da memorizzare. Soffermandoci sul contesto europeo, dobbiamo però fare una distinzione tra i vaccini non ancora autorizzati che potrebbero presto ottenere il semaforo verde – è il caso di Sputnik – e quelli, invece, che arriveranno “dal nulla”.

Sputnik e Johnson & Johnson. Appare scontato partire dallo Sputnik, il vaccino russo finito, nelle ultime settimane, nell’occhio del ciclone mediatico. L’Ema ha reso noto di aver avviato l’iter per la revisione del siero. Si dovrà adesso attendere qualche settimana per valutarne la conformità agli standard dell’Unione europea “in materia di efficienza, sicurezza e qualità”. Nel frattempo, le trattative per la produzione del vaccino in Italia sono andate avanti. Lo Sputnik sarà prodotto sul territorio italiano dall’Adienne Pharma & Biotech, azienda farmaceutica italo-svizzera, anche se le dosi non entreranno sul mercato prima della fine dell’anno corrente. Lo ha dichiarato all’agenzia Tass il presidente della società con sede a Lugano, Antonio Di Naro. “Abbiamo avviato degli scambi di competenze tecnologiche 15 giorni fa, termineremo questo processo in un paio di mesi, quindi effettueremo dei test; a luglio produrremo un lotto per la valutazione che non sarà destinato alla vendita; poi a settembre-ottobre un lotto per la registrazione, raccoglieremo i dati che verranno inviati all’agenzia italiana del farmaco, che a sua volta dovrà controllare la nostra produzione”, ha detto Di Naro, secondo cui “sino alla fine del 2021 l’azienda non produrrà lotti per la vendita”.Abbiamo poi parlato dell’Ad26.COV2.S, il siero monodose sviluppato da Johnson & Johsnon. È stato autorizzato per l’uso emergenziale negli Stati Uniti e in Europa, anche se nel Vecchio Continente le sue fiale rischiano di non essere disponibili almeno fino alla metà di aprile. Secondo quanto riportato da Politico, i diplomatici Ue temono che le consegne concordate con l’azienda – la quale, ricordiamolo, produce in Usa – possano essere bloccate dal governo americano. Washington sta infatti continuando a seguire la linea vaccinale “America First” impostata da Joe Biden.

Gli altri vaccini. In rampa di lancio troviamo il CvnCoV sviluppato dalla tedesca CureVac e l’NVX-CoV2373 dell’americana Novavax. Il primo ha avviato lo scorso dicembre una sperimentazione di Fase 3, mentre l’Unione europea ha iniziato, a febbraio, il processo di revisione continua del siero. È probabile che la fumata bianca possa arrivare tra aprile e l’inizio di maggio. Intanto CureVac ha già negoziato un accordo per fornire all’Ue fino a 225 milioni di dosi del vaccino. A luglio il governo americano ha investito qualcosa come 1.6 miliardi di dollari per sostenere le sperimentazioni cliniche e la produzione del vaccino Novavax. A settembre l’azienda statunitense ha lanciato i test di Fase 3. I risultati dovrebbero arrivare ad aprile, mentre il siero – se non dovessero esserci intoppi – potrebbe essere autorizzato dalla FDA americana a maggio. Difficile, tuttavia, pensare che l’NVX-CoV2373 possa essere disponibile per il mercato europeo, almeno in un primo momento. Interessante, poi, la situazione relativa ad altri due vaccini, già usati nei rispettivi Paesi di produzione. Il russo EpicVacCorona è una sorta di alter ego dello Sputnik. Prodotto dal Vector Institute, come riportato dal New York Times, ha superato i test di Fase 3, anche se deve ancora presentare i risultati della sperimentazione. A gennaio, Mosca ha lanciato una campagna vaccinale che ha incluso anche il suddetto siero.

L’altro vaccino si chiama Covaxin, un prodotto nato grazie alla collaborazione tra l’Indian Council of Medical Researc, il National Institute of Virology e l’azienda indiana Bharat Biotech; al momento, è stato approvato all’uso d’emergenza in India e in Zimbabwe. Infine, tra i vaccini già diffusi in gran parte del mondo, troviamo i sieri cinesi: dal Sinopharm al CanSino, passando per il Sinovac. Anche queste potrebbero  essere altri armi interessanti da poter impiegare nella lotta contro il virus.

Tutti i segreti dei 7 vaccini. Qual è davvero il più efficace. Sono sette i vaccini più importanti: da Pfizer e Moderna a Sputnik V, ecco quali di questi potrebbero cambiare il volto della pandemia. Importanti novità riguardano AstraZeneca, più efficace di Pfizer con la prima dose. Alessandro Ferro - Gio, 04/03/2021 - su Il Giornale. Parola d'ordine: vaccini. È inevitabile che sarà questa la più cliccata e pronunciata del 2021 almeno fin quando la pandemia da Covid-19 non darà un po' di tregua ed il virus comincerà a "morire". Per fare in modo che accada, soltanto i vaccini potranno mettere punto al disastro mondiale facendoci tornare alla vita di prima.

Qual è la situazione?

Il 27 dicembre 2020 è stato il D-day europeo con le prime somministrazioni simboliche del vaccino Pzifer-BioNtech nel nostro Paese. Da quel giorno sono passati due mesi e mezzo e nel frattempo si sono aggiunti anche quello realizzato da Moderna e l'italo-inglese AstraZeneca. A giorni dovrebbe arrivare il via libera anche per Johnson&Johnson, l'unico ad essere monodose mentre alcuni altri sono in fase di sperimentazione e pronti ad essere lanciati nei prossimi mesi. Pian piano avremo un tale sovraffolamento da capirci poco: è bene fare un po' di chiarezza ed una carrellata dei 7 principali vaccini che sono e saranno a disposizione prossimamente con la nostra infografica ed il parere di due esperti che abbiamo intervistato. "In quanto vaccinologo chimico ho avuto modo di seguire lo sviluppo di questi vaccini. La prima cosa che ripeto spesso è che a settembre scorso, in un meeting con esperti nello sviluppo dei vaccini, sul mio quaderno di appunti ho scritto che tutti concordavano nel dire che, se per il mese di maggio 2021 avremmo avuto un vaccino efficace al 60% sarebbe stato un miracolo", ha dichiarato in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Alessandro Diana, vaccinologo e docente di Medicina all'Università di Ginevra, in Svizzera. Beh, la Scienza ce ne ha già dati alcuni e con un'efficacia molto elevata. "Per l'Epifania avevamo già più di un vaccino e siamo stati tutti rimasti stupiti dell'efficacia di quelli ad mRna al 94-95%, nessuno se l'aspettava".

Pfizer/BioNtech. Il suo nome tecnico è Comirnaty ed è il primo vaccino approvato con la nuova tecnica ad Rna messaggero: le cellule ricevono l'mRNA dentro un piccolo involucro di grassi (per entrare nelle cellule) e lo usano come stampo per ricavare proteine virali. Da sola, senza il resto del virus, la proteina Spike è innocua ma mette in allarme il sistema immunitario per fargli produrre anticorpi. Si conserva a temperature glaciali comprese tra -90 °C e -60 °C (qui il nostro pezzo). Il vaccino messo a punto dall'azienda americana Pfizer assieme alla società farmaceutica tedesca BioNtech, ha conquistato il mercato europeo già a fine 2020. È quello più utilizzato al momento in Italia che aveva inizialmente acquistato 27,3 milioni di dosi alle quali se ne sono aggiunte 13,2 come recita la tabella del Ministero della Salute che trovate anche all'interno del pezzo. L'efficacia, ed è questa la cosa più importante, è del 95% dopo la somministrazione di entrambe le dosi.

Moderna. Il vaccino della società statunitense Moderna si potrebbe quasi definire fratello gemello del Pfizer/BioNtech per la stessa tecnica ad Rna messaggero, per la stessa efficacia del 95% con la somministrazione completa di due dosi e per la conservazione anch'essa sottozero ma a temperature più "alte" intorno a -20°C. È arrivato poco dopo quello Pfizer, intorno a metà gennaio grazie all'approvazione dell'Ema ma ha subìto degli intoppi a causa di problemi nella produzione ma soprattutto distribuzione. L'Italia aveva inizialmente acquistato 10 milioni di dosi che ha raddoppiato successivamente per un totale di 20 milioni. La problematica maggiore rimane, al momento, la quasi totale mancanza nel nostro Paese anche se la situazione dovrebbe sbloccarsi da qui a breve. "Pfizer e Moderna sono un po' come una Rolls Royce ma molto fragile: hanno un'efficacia del 94-95%, una Rolls, ma sono fragilissimi perché hanno bisogno di super congelatori per una conservazione a -80 gradi (Pfizer) e -20 (Moderna) e si sa che questi vaccini, a causa della logistica, sarà molto difficili darli in alcuni Paesi in via di sviluppo dove non c'è elettricità e mancano tante cose", ci dice il Prof. Diana.

AstraZeneca. Finora, è il vaccino più travagliato di tutti: un errore nel dosaggio durante i trials, poi corretto, ne ha ritardato l'approvazione da parte di Ema ed Aifa. E ancora, i dati incompleti sopra la popolazione oltre i 65 anni che non consentono, al momento, la somministrazione alla fascia d'età più anziana. Come se non bastasse, la partenza del vaccino di Oxford e Pomezia è stata ad handicap perché, nonostante l'efficacia del 62% nel contrarre l'infezione e del 100% nei casi gravi sia ottima, paragonato a quelli Pfizer e Moderna è stato giudicato quasi come fosse "non buono". A differenza dei primi due, il vaccino di AstraZeneca si basa sul vettore virale, utilizza cioè un virus (in questo caso quello dello scimpanzé) innocuo per l’uomo che funge da navicella per trasportare nelle cellule umane il codice genetico delle proteine del virus contro le quali si vuole innescare la produzione di anticorpi. La diffidenza è arrivata anche per la poco chiarezza nella somministrazione della seconda dose: in un primo momento si era detto dopo 4-6 settimane, adesso si è deciso per la somministrazione tra le 8 e le 12 settimane secondo quanto riportato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'Italia aveva puntato tutto su questo vaccino acquistando un totale di 40 milioni di dosi: l'azienda è pronta a cedere le licenze per accelerarne la produzione. Le ultimissime novità. "Un pre-print della Publich Healt inglese insieme all'Istituto d'Igiene di Londra e Glasgow ha mostrato che l'efficacia della vaccinazione con Pfizer e AstraZeneca è dell'80% nel prevenire l'ospedalizzazione già con una dose oltre a ridurre anche la malattia sintomatica", dice in esclusiva al nostro giornale il Prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell'Istituto per le Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. "Entrambi questi due vaccini hanno un effetto simile e la protezione è mantenuta per 6 settimane, naturalmente la seconda dose protegge ancora di più ma quella di AstraZeneca va comunqe rimandata a 12 settimane" aggiunge Remuzzi che dà una notizia molto importante che rende giustizia anche al vaccino italo-inglese. "Una singola dose di AstraZeneca riduce l'ospedalizzazione del 90% ed è più efficace di Pfizer, lo riporta il NewYorTimes anticipando la letteratura scientifica. È uno studio condotto dal Sistema Sanitario inglese, molto simile ad altri studi scozzesi. Sono queste le novità più grosse", ci dice.

Johnson & Johnson. Prodotto dall'azienda farmaceutica Janssen con sede in Belgio, è un altro vaccino su cui l'Italia ha puntato molto acquistandone 26,5 milioni di dosi: la novità principale rispetto a tutti gli altri riguarda la somministrazione perché è l'unico ad essere monodose, un vantaggio non da poco. Un altro punto di forza è la conservazione in frigorifero, come quelli tradizionali, ad una temperatura compresa tra 2 e 8 gradi. "Una dose, invece di due, cambia molto ed è veramente un vantaggio", afferma il vaccinologo Diana. La cosa più importante di tutte è l'efficacia che è "pure ottima perché siamo intorno all'80% vaccino ed è anche lui vettoriale come AstraZeneca. Vaccini di questa tipologia hanno il vantaggio che si possono conservare in frigorifero e non negli ultra congelatori come quelli ad mRna di Pfizer, Moderna e Curevac", aggiunge. Come abbiamo trattato di recente, è stato appena approvato dall'Fda americana ed, a giorni, si attende il via libera anche dall'Agenzia Europea del Farmaco previsto per l'11 marzo. Sarebbe il quarto vaccino approvato in Europa dopo i primi tre già trattati.

Curevac. Un vaccino di cui ancora sappiamo poco è quello della CureVac, a base di Rna messaggero come Pfizer e Moderna sviluppato dall'azienda biofarmaceutica tedesca. "Aspettiamo gli studi di fase 3 che arriveranno tra poco", ci dice Diana. L'Italia, per non sbagliare, ha già acquistato 29 milioni di dosi ma difficilmente prima di fine maggio-giugno sarà approvato dall'Ema e, di conseguenza, anche dall'Aifa. Non sappiamo a quale temperatura sarà conservato né, come detto, l'efficacia. In questa situazione, l'Unione Europea ha dimostrato tutta la sua fragilità firmando un contratto al buio ma acquistando 225 milioni di dosi. "Mentre l'appaltatore (l'azienda CureVac, ndr) ha dato la priorità ed accelerato i suoi sforzi per sviluppare e produrre il prodotto alla luce dell'attuale pandemia di Covid-19, vi è tuttavia una sostanziale incertezza su questi sforzi, con particolare riguardo allo sviluppo clinico del prodotto rispetto alla capacità di mostrare un'efficacia sufficiente per prevenire un'infezione da COVID-19", si legge sul contratto.

Novavax. Al contrario, si dice un gran bene di Novavax, una società americana di sviluppo di vaccini con sede a Gaithersburg, in Maryland, ma con strutture anche in Svezia. La tipologia vaccinale è simile ad altri già utilizzati in passato. "È un vaccino inattivato, non ad mRna, la proteina Spike è stata purificata in laboratorio con un adiuvante. Appartiene ad una tecnologia dei vaccini che conoscevamo come quella per Epatite B e l'antitetanica, è tecnologia molto più conosciuta. Ci siamo stupiti anche nel vedere che gli studi dimostrino come questo vaccino induce un alto tasso di anticorpi ed ha stupito anche per l'efficacia. È un vaccino promettente che completa l'armata contro questo virus", afferma il vaccinologo che vive in Svizzera. Inoltre, il vaccino di Novavax non ha bisogno di essere mantenuto a temperature gelide ed è un enorme vantaggio per ospedali, cliniche e farmacie che non hanno capacità di congelamento. Anche in questo caso, però, saranno necessarie due dosi.

Sputnik V. Dulcis in fundo, il vaccino russo di Putin tanto bistrattato alcuni mesi fa quanto voluto adesso anche dall'Italia: a far cambiare idea alla comunità scientifica ed alla collettività sono stati i risultati pubblicati su The Lancet pochi giorni fa che ne hanno certificato l'efficacia del 91,6% e fino al 100% nelle forme più gravi (qui un pezzo sul vaccino russo). Tra gli altri vantaggi, la conservazione può avvenire in un normale frigorifero tra 2 e gli 8 gradi. Va somministrato in due dosi a distanza di 21 giorni l'una dall'altra. "Ero il primo ad essere scettico così come la comunità scientifica perché non c'erano dati - ci dice il Prof. Diana - Per molto tempo ci dovevamo accontentare soltanto dei comunicati stampa russi che dicevano che il vaccino funzionava. Quando tre settimane fa è stato pubblicato l'articolo su The Lancet, devo dire che la lettura di questo studio è ottima sia a livello scientifico sia per come è stato ideato, è un vaccino vettoriale ed hanno cambiato i due vettori entrambi ad adenovirus. Se qualcuno mi dicesse se oggi lo accetterei direi di si". A San Marino già si usa ed in Europa se ne parla sempre di più: acquisteremo anche questo?

Piccolo problema: mancano i vaccini. Questa carrellata ci fa ben sperare ma soprattutto sognare: si perché, ad oggi, di questi numerosi studi non rimangono che gli studi stessi. I vaccini scarseggiano ovunque e le previsioni più ottimistiche lanciate a dicembre sulla corsa alla vaccinazione sono cadute, per adesso, nel vuoto. "Se avremo abbastanza vaccini non c'è ragione di aspettare per fare richiamo per Pfizer e Moderna, se non ne avremo abbastanza bisogna vaccinare tutti gli anziani il più rapidamente possibile con tutto quello che c'è. Il Washington Post titola 'The best vaccine is the one you can get', Il vaccino migliore è quello che puoi avere", ci dice il Prof. Remuzzi, secondo cui un numero consistente di dosi dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. "Se nel giro di una settimana ce ne saranno abbastanza per vaccinare gli anziani anche con i richiami faremo senz'altro così perché facilita il lavoro delle autorità regolatorie. Altrimenti faremo con quello che abbiamo". Il Direttore dell'Istituto Mario Negri sottolinea come, anche con una dose, si possa evitare il rischio di una malattia severa. "Secondo l'ultimi lavoro pubblicato su Jama Network, Moderna ha il 92% efficacia dopo la prima dose, Pzifer 52% dopo la prima dose e Astrazeneca al 64%. Tutti questi vaccini, però, proteggono contro il serial Covid al 100%. Quelle percentuali sono contro qualunque sintomo, il 100% è contro la malattia severa". "Gesti barriera". Ecco perché, in attesa che si raggiunga l'immunità di gregge (e la strada è ancora lunga), dovremo continuare ad utilizzare tutte le precazioni a cui siamo ormai abituati da un anno esatto a questa parte. "La vaccinazione aiuterà ad uscire dalla pandemia ma non è tutto, abbiamo bisogno dei gesti barriera: mascherine, distanziamento, lavaggio delle mani ed apertura delle finestre, il ricircolo dell'aria aiuta - afferma il Prof. Diana - La novità che potremo avere fra qualche settimana è che le vaccinazioni non solo proteggono le persone vaccinate ad evitare complicazioni ma aiuterebbero anche a diminuire la trasmissione tra una persona ed un'altra. Questo è un grande argomento perché significa che il vaccinato, oltre al beneficio individuale, non contamina altre persone. Se fra qualche settimana avremo questa evidenza ci permetterà di allentare i gesti barriera. Non oggi ma sarà così nei prossimi mesi". 

Covid, vaccini Pfizer, Moderna, AstraZeneca: quanto sono efficaci? Domande e risposte. Sara Bettoni su Il Corriere della Sera il 26/2/2021.

1 - I vaccini approvati contro Sars-Cov-2 funzionano?

«È necessaria una premessa — dice Carlo Federico Perno, direttore di Microbiologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e in precedenza al Niguarda di Milano —. Non sappiamo ancora tutto di questi vaccini, ma non possiamo permetterci di aspettare. Ogni giorno acquisiamo nuovi dati, per questo anche chi è capace e preparato cambia idea. Detto ciò, a oggi i vaccini Pfizer e Moderna risultano estremamente potenti. Proteggono dalla malattia e in buona parte anche dall’infezione».

2 - Perché si distinguono i due aspetti?

«La differenza è sostanziale. Nel primo caso, si valuta l’efficacia nell’evitare che il virus si replichi e si sviluppi la malattia grave. Nel secondo la capacità di proteggerci dal contagio e quindi dalla possibilità di essere contagiosi».

3 - Cosa si intende per malattia grave?

«Finché ci sono sintomi solo simil influenzali, la patologia non è considerata grave».

4 - Come è collegata la vaccinazione anti-Covid ai sintomi più «leggeri»?

«C’è una correlazione diretta tra la quantità di virus e la gravità della malattia. Il vaccino, anche se non è completamente efficace, riduce il virus circolante nel corpo. E di conseguenza si ha meno danno».

5 - Se un vaccinato si ammala o contagia vuol dire che l’iniezione non ha funzionato? «Non è un segno diretto o indiretto dell’efficacia del vaccino. Quando ci infettiamo, l’organismo risponde producendo anticorpi in un tempo non inferiore ai 7/10 giorni. Il vaccino mima l’infezione naturale. Chi riceve l’iniezione non è protetto da subito».

6 - Può trasmettere l’infezione ad altri?

«Se la quantità di virus è inferiore, diminuisce questa possibilità. Ma una piccola quantità può comunque contagiare: anche i vaccinati devono tenere la mascherina».

7 - Quanto dura la protezione?

«Diversi mesi, non è ancora noto quanti. Le prime informazioni ci dicono però che gli anticorpi potrebbero rimanere a lungo».

8 - Cosa sappiamo del vaccino AstraZeneca?

«Non è ancora nota la sua reale efficacia. Al momento sembra decisamente buona per gli under 55, attorno all’80 per cento e probabilmente anche per gli under 65».

(DIRE il 7 marzo 2021) Il vaccino AstraZeneca potrà essere somministrato anche alle persone con più di 65 anni. Lo conferma il ministro della Salute Roberto Speranza a “Mezz’ora in più” su Raitre. “Ci sono nuove evidenze scientifiche che dimostrano come questo vaccino possa essere utilizzato su tutte le fasce generazionali”, spiega. “Abbiamo ricevuto da pochissime ore dal Consiglio Superiore di sanità “il via libera”, “io spero già domani o massimo da dopodomani ci sarà una circolare del ministero in questa direzione”. È una notizia che “ci aiuta e ci permetterà di avere un pieno utilizzo” e di procedere “In maniera più spedita” anche per vaccinare le persone più fragili”.

Vaccino AstraZeneca agli over 80, Bassetti: "Una svolta, serve coraggio". Secondo il primario del San Martino di Genova Matteo Bassetti, la possibilità di estendere a tutti l'Astra-Zeneca potrebbe essere una svolta: “Non me l’aspettavo di arrivare ad oggi con così pochi vaccinati”. Sofia Dinolfo - Sab, 06/03/2021 - su Il Giornale. Buone novità per quanto riguarda l'uso del vaccino contro il coronavirus. In due articoli scientifici in pre-print emerge che quello Astra-Zeneca potrebbe funzionare anche su chi ha più di 80 anni. Una grande notizia in un periodo in cui l’Italia è impegnata nella corsa contro il tempo contro il Covid con risultati che fin qui non sono ancora quelli sperati. La notizia è stata accolta positivamente dal direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, Matteo Bassetti: Mi auguro- ha detto su il Giornale.it il professore- che presto Aifa riveda la raccomandazione e che renda il vaccino Astra-Zeneca disponibile per tutti e non più solo per chi ha meno 65 anni”.

Quali sarebbero i benefici? Se si potesse estendere il vaccino Astra-Zeneca a tutta la popolazione senza distinzioni di età, si potrebbe allargare lo scudo protettivo contro il coronavirus e accelerare anche i tempi della campagna vaccinale. “Avere a disposizione il vaccino Astra-Zeneca che può essere utilizzato su tutti – dichiara Matteo Bassetti -vorrebbe dire avere tre vaccini che vanno bene per tutti. Questo renderebbe più facile la calendarizzazione delle vaccinazioni e soprattutto, considerando che Astra-Zeneca consente di inoculare la seconda dose fino a 4 mesi dopo, guadagnare tempo. In questo modo- prosegue il professore-potremmo fare la prima dose al maggior numero di persone possibili e poi, fra 3 o 4 mesi iniziare con le seconde dosi. Nel frattempo i vaccini potrebbero arrivare”.

A questo punto, secondo il direttore del San Martino, risulterebbe attuabile con maggiori risultati il metodo seguito In Inghilterra. Qui, quasi 22 milioni di persone hanno ricevuto la prima dose e i casi di contagio giornalieri sono diminuiti notevolmente. I nuovi affetti dal virus non arrivano mai a superare al giorno i 7mila casi. Purtroppo, almeno per il momento, in Italia non ci sono molti vaccini Astra-Zeneca a disposizione.

“Ci vuole più coraggio”. Scelte scientifiche ad impatto diretto e maggiore coraggio nell’adottare decisioni diverse dal solito ma dalle quali poter trarre benefici. Questa è secondo Matteo Bassetti la ricetta per continuare a lottare contro il coronavirus e che vede l’Inghilterra più avanti rispetto a noi. “Secondo me gli inglesi- afferma il professore- sono stati più coraggiosi. Quando si gestisce un’emergenza bisogna avere un atteggiamento diverso rispetto alla gestione della normale amministrazione. Il giudizio sul nuovo vaccino per il Covid, non può essere lo stesso di un vaccino antinfluenzale, bisogna provare a dare un nostro contributo. L’Ema, ad esempio, ha approvato il vaccino Astra-Zeneca per chi aveva più di 18 anni e noi l’abbiamo approvato in Italia per chi ne aveva fino ai 55. In questo abbiamo avuto poco coraggio”. Bassetti non si limita solamente a quello che è accaduto fino ad oggi, ma lancia un monito: “Bisogna avere più coraggio nelle scelte future assumendo anche delle responsabilità scientifiche nel dire qualche cosa di unico come hanno fatto gli inglesi. Non possiamo andare sempre dietro gli altri. Noi abbiamo tutta la forza nel settore scientifico italiano di prendere delle decisioni e assumerci le responsabilità”

"Sono sopra la soglia critica". I nuovi colori delle regioni. Qual è lo stato di salute dell’Italia? Da qualche giorno in Italia i dati giornalieri sul coronavirus sono tornati ad aumentare in maniera veloce tanto da imporre il ritorno della zona arancione in Abruzzo, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Friuli Venezia Giulia, nelle Province Autonome di Trento e Bolzano. In Lombardia è entrata in vigore la zona arancione “rafforzata” che, nelle prossime ore, potrebbe portare ad ulteriori restrizioni rispetto a quelle degli scorsi giorni. Basilicata e Molise in zona rossa assieme a Campania ed Emilia Romagna. Aumentano i ricoveri negli ospedali e anche quelli nei reparti di terapia intensiva. Nel bollettino del 5 marzo si contano 24.036 nuovi casi di contagio e i dati, per alcune Regioni, confermano l’arrivo della terza ondata. “Avremmo potuto fare a meno della terza ondata e di buona parte dei contagi- ci dice Matteo Bassetti- se la vaccinazione si fosse fatta in maniera più capillare e più ampia di quanto abbiamo fatto. Fondamentalmente è una terza ondata molto legata alla non efficacia della campagna vaccinale. Non me l’aspettavo di arrivare ad oggi con così pochi vaccinati. Mi aspettavo almeno il doppio”.

Così il vaccino AstraZeneca è finito nell’occhio del ciclone. Federico Giuliani su Inside Over il 10 marzo 2021. Somministrazioni interrotte e poi riprese, rigorosi limiti di età oltre i quali non iniettare il siero, dosi non utilizzate, strani malori registrati un po’ in tutto il mondo, effetti collaterali improvvisi e presunte morti conseguenti alla sua inoculazione. L’AZD1222 è finito nell’occhio del ciclone e continua a far parlare di sé. Il vaccino realizzato dall’azienda anglo-svedese AstraZeneca, in collaborazione con l’Università di Oxford, ha ricevuto l’approvazione dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, lo scorso 29 gennaio. Da quel momento in poi, gli enti regolatori dei Paesi membri dell’Ue hanno via via autorizzato l’antidoto a distanza di qualche settimana. In Italia il semaforo verde dell’Aifa, seppur condizionato, è arrivato il 30 gennaio, con la raccomandazione del suo utilizzo preferenziale sugli under 55. A causa di alcuni dubbi in merito all’efficacia del siero per i soggetti più anziani – dubbi derivanti dalla scarsità di pazienti appartenenti a quella fascia di età arruolati negli studi clinici -, l’Agenzia italiana del farmaco ha preferito mettere un argine. Eppure, l’Ema aveva autorizzato l’AstraZeneca, in Unione europea, per tutti i pazienti che avessero più di 18 anni. L’Aifa, in sostanza, si è adeguata alla decisione europea, pur raccomandando un uso limitato del farmaco.

Le prime incertezze. Inutile girarci intorno: la maggior parte dei dubbi che oggi avvolge il vaccino AstraZeneca, nasce da un’approvazione del siero a dir poco pasticciata. Le comunicazioni lanciate dagli enti regolatori, spesso in contrasto tra loro e titubanti, hanno contribuito a generare confusione e incertezza tra le persone. In altre parole, l’AZD1222 è un vaccino che, fin da subito, pagato dazio a causa di un pessimo messaggio di accompagnamento al pubblico. D’accordo la situazione di emergenza, e la necessità di affidarsi a nuove armi contro il Sars-CoV-2 nel minor tempo possibile. Forse, però, era meglio aspettare di avere qualche sicurezza teorica in più sull’efficacia dell’AstraZeneca, anziché avventurarsi in percorsi irti di ostacoli. Cosa mai possono pensare i non addetti ai lavori – molti dei quali già diffidenti nei confronti dei vaccini – se, ad esempio, l’Ema parla di autorizzazione per tutti gli over 18 e l’Aifa raccomanda la non somministrazione agli over 55? Tra l’altro, l’ente italiano ha inizialmente diffuso un comunicato emblematico, definendo l’AstraZeneca “uno strumento che rafforza la campagna vaccinale in Italia”, nonostante i dati a disposizione “indichino una efficacia inferiore a quella degli altri due vaccini disponibili” (seppure comparare i tre sieri disponibili risultasse complesso).

Tra sospensioni e limitazioni. AstraZeneca è un vaccino a vettore virale che richiede l’iniezione di due dosi. Per avere effetto, utilizza un virus quasi identico a quello del Sars-CoV-2 ma non aggressivo, sul quale vengono incollate informazioni genetiche chiamate a far scattare la risposta immunitaria nei pazienti. Il farmaco ha superato un problema dello studio clinico di Fase 3, durante il quale si era scoperta – pare per errore – un’efficacia maggiore del prodotto dopo la somministrazione di una dose e mezza anziché due, come da prassi. Successivamente, in Germania è stata stoppata l’inoculazione dell’AstraZeneca per gli over 65 a causa dei soliti, pochi dati relativi a questa fascia di età. All’inizio di marzo, sempre dalle parti di Berlino, è cambiato tutto. “La commissione vaccini ora raccomanda il vaccino AstraZeneca anche per le persone oltre i 65 anni. Questa è una buona notizia per gli anziani che stanno aspettando la somministrazione”, ha annunciato il ministro della Sanità, Jens Spahn. Anzi: “I nuovi dati – ha aggiunto il ministro – mostrano anche che il vaccino è perfino più efficace quando la prima e la seconda dose vengono somministrate a distanza di 12 settimane“. L’Italia, e altri Paesi, estendono il siero anche agli over 65. Situazione caotica anche nel resto del mondo. A febbraio il Sud Africa ha deciso di sospendere la somministrazione del vaccino AstraZeneca per gli effetti ridotti sulla variante sudafricana del virus. In Austria, a quanto pare in via del tutto precauzionale, è stato ritirato il lotto del quale faceva parte una dose del siero AstraZeneca somministrato a un’infermiera, poi deceduta dopo la vaccinazione. La morte della donna non è stata collegata al vaccino, anche se sono in corso indagini approfondite. Certo è che, in un simile turbinio di indiscrezioni, incertezze e cambi di passo, la nomea del siero in questione ha subito un contraccolpo pressoché fatale. E questo nonostante – sostengono gli esperti – AstraZeneca svolga alla perfezione il suo compito: ridurre le ospedalizzazioni e le manifestazioni più gravi della malattia.

La verità su varianti e vaccini. Le varianti preoccupano e si stanno mettendo a punto nuovi vaccini. Clementi e Garattini ci spiegano come stanno le cose. Alessandro Ferro, Lunedì 15/02/2021 su Il Giornale. Neanche il tempo di aver creato ed avere a disposizione vaccini innovativi ad Rna-messaggero che già si pensa e si cerca di produrre i cosiddetti "vaccini di seconda generazione".

Nuovi vaccini contro le varianti. Sia chiaro, non è che quelli che stiamo utilizzando nella lotta anti-Covid siano da buttare ma, anzi, sono il trampolino per avere l'upgrade, un po' come quando si compra un nuovo smartphone appena messo in commercio che necessita di aggiornamenti che vengono rilasciati dalla case madre. Con i nuovi vaccini anti-Covid in cui la tecnologia è fondamentale si fa più o meno la stessa cosa: la seconda generazione è già sviluppata ma occorrono ulterori aggiustamenti. Tutto questo perché il Sars-Cov-2 "corre" veloce e muta altrettanto velocemente. Sono ormai sotto gli occhi di tutti le mutazioni principali, quella inglese, brasiliana e sudafricana (ce ne siamo occupati in questo Focus) che, pur cambiando soltanto in minima parte la loro sequenza, rischiano di mettere a repentaglio l'efficacia degli attuali vaccini sviluppati a tempo di record.

Cosa accade e come adattarli. Una delle modalità per adattare i vaccini già esistenti alle nuove mutazioni è quella di usare un nuovo Rna messaggero, che contenga cioè le sequenze nucleotidiche variate. Tecnicamente, la proteina Spike del virus è costituita da due porzioni entrambe importanti, la porzione S1 e la porzione S2. La porzione S1 contiene una regione chiamata Rbd (receptor binding domain) che è la chiave che serve a legarsi alla cellula bersaglio aderendo al suo recettore (serratura) denominato Ace2. La porzione S2, una volta aperta la porta, consente l’ingresso del virus nella cellula. Le mutazioni riguardano quasi tutte l'Rbd, la parte più esterna della proteina. Per nostra fortuna, questi nuovi vaccini sono duttili ed è facile attuare delle modifiche.

"La stessa cosa si fa con il virus dell'influenza". "Non solo è attuabile, ma in realtà le stiamo già attuando perché è quello che si fa per l'influenza: ogni anno si corregge il vaccino quando il virus cambia e si sviluppano nuove varianti. Il vaccino dell'anno precedente o non va più bene o, comunque, non è ottimale. In questa pandemia sembra che ci si accorga soltanto ora che questo virus può cambiare", dice in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Massimo Clementi, Direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Il Prof. tende, comunque, a rassicurare tutti: allo stato attuale i vaccini funzionano. "In Sudafrica si è detto che il vaccino AstraZeneca sia meno efficace su quella variante ma è da provare, tutti gli altri vaccini funzionano. Da un punto di vista meramente pratico possiamo stare sostanzialmente tranquilli, le varianti che si sono generate non alterano la risposta alla vaccinazione. Ciò non significa che non sia necessario un miglioramento ed un adeguamento dei vaccini che, tra l'altro, sono costruiti in un modo da poter essere adeguati molto facilmente", afferma Clementi. Esattamente come per il vaccino influenzale, quindi, si adegueranno quelli contro il Covid se dovesse continuare a mutare.

"Varie modalità per modificare i vaccini". "Moderna ha già detto che sta preparando un vaccino per la variante sudafricana, ci sarà una modifica che è già disponibile. Questi vaccini ad Rna hanno il vantaggio che possono essere facilmente modificabili, si calcola sia necessario un periodo relativamente limitato per fare queste variazioni. In altri casi, qualcuno ha suggerito che si possano fare tre somministrazioni invece di due. Ci sono varie modalità", ha detto in esclusiva per noi il Prof. Silvio Garattini, farmacologo e fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Lo scienziato italiano ci rassicura anche su AstraZeneca, vaccino non ad Rna. "Nel caso di AstraZeneca si tratta di cambiare soltanto un vettore, un adenovirus che porta l'Rna dentro le cellule. Basta cambiare l'Rna per avere risposte contro le proteine modificate", sottolinea. "Vale così anche per il vaccino russo Sputnik - aggiunge Clementi - Ma al momento non serve perché è uscito un lavoro sull'efficacia degli anticorpi nei confronti di tutte e tre le varianti".

"Adeguamento automatico". La Scienza e la Medicina, in modo complementare, ci hanno catapultato in un mondo nuovo accelerato dalla pandemia. Ricordiamo agli amici No-Vax che è da tanti anni che viene studiata questa nuova tipologia di vaccino, non è spuntata all'improvviso. "I vaccini si possono modificare, vale per tutti ma per quelli ad Rna messaggero si tratta di una correzione banale, è molto semplice cambiare la sequenza di Rna. L'importante è che non debbano ripetersi le tre fasi che portano via molto tempo ma, così come per il vaccino del virus dell'influenza, ci sia un adeguamento automatico - ci dice il Prof. Clementi - il vaccino rimane lo stesso, cambia semplicemente la sequenza della regione Spike". Insomma, con piccole correzioni che incorpora un nuovo codice, si può neutralizzare sia la variante che la Spike della variante.

Unico vaccino pluricombinato? A questo punto la domanda sorge spontanea: e si mettesse a punto un unico vaccino pluricombinato, cioè con più di una proteina come avviene per i vaccini anti-papilloma e anti-pertosse? Nel caso del Covid, però, la risposta è negativa. "Per quanto possiamo combinare più sequenze e produrre un vaccino nei confronti di tutte le sequenze che ci sono, c'è sempre la possibilità che il virus sfugga generando una variante che non è contenuta in quella miscela", ci dice Clementi. La differenza con i papilloma virus è che questi sono molto stabili, il Covid invece non lo è perché "totalmente instabile dal punto di vista genetico. Potremmo farlo ma riducendo un po' l'attività: avendo 4 proteine diverse avremmo per ciascuna singola proteina una potenzialità inferiore rispetto ad averne una sola", aggiunge. È la storia di Hiv ed epatite C per i quali non ci sono vaccini che funzionino ma cure con i farmaci. Nel caso della pandemia, però, che si diffonde in modo totalmente diverso dalle altre malattie, è "indispensabile sviluppare una vaccinazione, non si blocca il Covid se non viene vaccinata tutta la popolazione. È per questo che bisognerebbe andare più veloci, altrimenti si dà la possibilità al virus di trovare altre strade per resistere. Bisogna metterlo in una condizione da non poter trovare più una via di fuga", conclude Clementi.

"Cosa sta circolando?" Anche Silvio Garattini è sulla stessa lunghezza d'onda: il vaccino pluricombinato è complicato perché "bisogna vedere quante varianti abbiano il sopravvento", ci dice, e non è una via così percorribile. L'esigenza più grossa, intanto, è quella di "fare una continua analisi del virus che circola: in gran Bretagna hanno sequenziato più di 130mila genomi, in Italia ne abbiamo fatti qualche migliaia, non sappiamo cosa circola, abbiamo identificato le varianti ma non quanto circolino, se in una piccola area o se è molto diffusa in tutta Italia. Se non sappiamo questo non sapremo cosa fare nè con i vaccini di prima nè con quelli di seconda generazione - ci dice lo scienziato - L'esigenza di avere vaccini si accompagna all'esigenza di sapere cosa circola veramente.

"Prudenza, non sappiamo cosa accadrà". "Ritengo importante che bisogna cercare di far presto e non dare alla gente l'impressione che abbiamo risolto il problema": è un appello chiaro quello dello scienziato, non bisogna cullarsi sull'idea che tra vaccini e monoclonali si sia risolto il problema ma bisogna basarsi sulle regole di protezione con mascherine, distanziamento, lavaggio delle mani ed evitare i luoghi affollati. "Guardandosi in giro sembra che questo sia diventato ciò che fa una parte della popolazione che si comporta come se non ci fosse niente, questo aggrava la situazione. Dobbiamo essere preparati, nessuno sa come si svilupperà la pandemia in futuro". Il Prof. Garattini denuncia soprattutto l'enorme ritardo nella vaccinazione ed è fondamentale che ne arrivino di nuovi "per le varianti attuali e quelle che potranno esserci nei prossimi mesi. È molto difficile che si possa raggiungere una immunità di gregge prima della fine dell'anno e, se guardiamo a tutto il mondo, probabilmente ci vorrà molto più tempo. Il vaccino è poco disponibile per i Paesi con basso reddito, dobbiamo prepararci a questo".

"È necessario un lavoro diverso". L'idea è di realizzare una catena di fabbriche pronte a sviluppare vaccini man mano che si rendono necessari, un programma europeo per tutti producendo di più di quanto fatto perché "la vaccinazione va fatta dappertutto, è quello che ragionevolmente si dovrebbe fare", ci dice. "Bisogna fare un lavoro di previsione che non abbiamo fatto in passato prenotando vaccini, dobbiamo evitare di rifare gli stessi errori, mettiamoci in una condizione di mettere a punto le cose che sono necessarie seguendo lo scenario più negativo, più sfavorevole. Se poi non si svilupperanno varianti che sono più dannose, tanto meglio", conclude.

Covid: il vaccino sarà spray. Valentina Arcovio su La Repubblica il 15 Febbraio 2021. La versione spray del vaccino. Nebulizzato o in pillole, con virus inattivato o a DNA: ecco tutti i candidati presentati all'Accademia delle Scienze a New York. In pillola o spray. Oppure stampati al bisogno o spediti per posta. Presto agli attuali vaccini anti-Covid in corso di somministrazione in tutto il mondo se ne aggiungeranno molti altri. Per certi versi più innovativi e, si spera, efficaci anche contro le varianti emergenti di Sars-CoV-2. E' il mondo che ne ha bisogno, non solo per la diffusione di nuove versioni del virus, ma anche per porre rimedio alle forti disuguaglianze nell'accesso ai vaccini e alle poche opzioni di vaccinazione per i bambini. I candidati più promettenti sono stati presentati in occasione di un incontro virtuale organizzato dall'Accademia delle scienze di New York. Finora, tutti i vaccini anti-Covid9 approvati sono iniettabili. La società biotecnologica Codagenix, a Farmingdale, New York, sta invece lavorando a uno spray nasale. Questa tecnologia utilizza una versione viva, ma indebolita, del coronavirus in grado di stimolare una risposta immunitaria. Tuttavia questo approccio viene guardato con scetticismo. “E' la forma di vaccino più efficace, è monodose, fornisce un'immunità ampia e robusta, ma la maggior parte delle persone lo considera rischioso per la sicurezza”, afferma Robert Coleman, Ceo di Codagenix. Il motivo principale sta proprio nel metodo di produzione. Questi vaccini vengono prodotti mediante un processo di “tentativi ed errori”, in cui il virus viene coltivato in cellule animali fino a quando non acquisisce abbastanza mutazioni da diventare innocuo per l'uomo. I virus in questi vaccini possono occasionalmente ritornare alla versione precedente e diventare quindi nuovamente pericolosi e possono iniziare a circolare tra le persone, innescando nuove ondate epidemiche. Tuttavia, Codagenix sintetizza il genoma del coronavirus a partire da zero e introduce mutazioni genetiche che indeboliscono il virus. Il virus indebolito può replicarsi lentamente e stimolare la risposta immunitaria, ma non è in grado di causare la malattia. Il team ritiene che il genoma sia così pesantemente modificato - ha 283 mutazioni rispetto al virus originale - che non vi è alcun rischio che torni a essere pericoloso. “La chiamiamo morte per mille tagli”, dice Coleman. Un vantaggio di questo approccio è che il sistema immunitario incontra il virus intero, quindi fornisce un'ampia risposta, che potenzialmente gli consente di essere più efficace contro le varianti, anche se su questo mancano ancora specifici test. Il vaccino viene somministrato in una singola dose con una spruzzata nel naso. Attualmente è in fase I di sperimentazione, ma nei piani sono previsti anche test sui bambini. In Francia, invece, la società Valneva ha sviluppato un vaccino basato sul virus intero inattivato, che non può replicarsi ma che induce comunque una risposta immunitaria. Convenzionalmente, questi virus vengono inattivati utilizzando sostanze chimiche o radiazioni ultraviolette. Il virus inattivato viene quindi purificato, concentrato e miscelato con una sostanza chiamata adiuvante, che potenzia la risposta del sistema immunitario. È una tecnologia promettente e già utilizzata in molti vaccini antinfluenzali. “Sono eccezionalmente sicuri”, afferma Thomas Lingelbach, Ceo di Valneva. Quindi il vaccino potrebbe essere somministrato a popolazioni vulnerabili come quelle a rischio di sviluppare una reazione allergica ad altri tipi di vaccino. Il prodotto di Valneva, che prevede due somministrazioni, è attualmente in fase di sperimentazione I / II. In programma ci sarebbero anche test sui bambini. Da Inovio Pharmaceuticals, invece, arriva un vaccino a DNA, diverso da quelli sviluppati e prodotti da Pfizer/BioNTech e Moderna. Quest'ultimi, infatti, utilizzano l'RNA messaggero (mRNA), che viene iniettato nelle cellule muscolari che, in questo modo, traducono il codice genetico dell'RNA e producono proteine virali che stimolano una risposta immunitaria. Nonostante entrambi i vaccini abbiano un'efficacia di circa il 95% contro le gravi forme di Covid-19, hanno degli svantaggi: devono essere mantenuti rigorosamente al freddo durante la distribuzione e non possono essere conservati a lungo una volta "scongelati". Il vaccino a DNA, come quello sviluppato da Inovio Pharmaceuticals, invece, non ha questo limite. Il siero sviluppato dalla società americana è composto da un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a produrre una proteina simile alla Spike, quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria. I vaccini a DNA non hanno bisogno di essere refrigerati e possono essere conservati per un anno a temperatura ambiente e fino a 5 anni in frigorifero. Il vaccino di Inovio contiene solo DNA e acqua, quindi è anche meno probabile che provochi reazioni allergiche. Il vaccino a due dosi di Inovio è attualmente in fase di sperimentazione II. Un altro vaccino innovativo è quello di CureVac, in Germania. E' un vaccino mRNA diverso da quello di Pfizer-BioNTech e Moderna. Qest'ultimi utilizzano mRNA che è stato modificato chimicamente in modo da poter eludere le difese del sistema immunitario innato che altrimenti distruggere l'mRNA estraneo in quanto considerato minaccioso. La modifica viene effettuata aggiungendo nucleotidi sintetici, i mattoni dell'RNA, che non si trovano in natura. Tuttavia, queste modifiche “smorzano” l'immunità innata, la nostra prima linea di difesa che è anche indispensabile per l'immunità adattativa: gli anticorpi imparano a riconoscere il virus e i globuli bianchi chiamati cellule T lo distruggono. CureVac utilizza mRNA costituito da nucleotidi presenti in natura, stabilizzati in modo diverso. “Questo induce una forte risposta immunitaria innata e anche adattativa”, afferma Stefan Mueller di CureVac. L'azienda sta inoltre sviluppando una stampante portatile per mRNA, in collaborazione con Tesla, per produrre rapidamente mRNA. Queste stampanti potrebbero essere portate dove serve il vaccino per produrlo su richiesta. Il vaccino di CureVac è in fase di sperimentazione III. La società di biotecnologie Vaxart, con sede a San Francisco, propone invece una soluzione che rende inutile l'uso di siringhe e aghi, procedura che può rallentare la vaccinazione. Il suo vaccino, attualmente nelle prime fasi di sviluppo, è in pillola e potrebbe essere distribuito addirittura per posta. “Il vaccino viene da te”, dice Sean Tucker, direttore scientifico di Vaxart. Questa pillola contiene un adenovirus umano indebolito chiamato Ad5 caricato con geni del coronavirus - sia la proteina spike che la proteina nucleocapside, che forma il guscio del virus - più un adiuvante. Le compresse sono progettate per degradarsi nell'intestino tenue, stimolando una risposta immunitaria. I risultati di uno studio di fase I, annunciati durante l'incontro virtuale organizzato dall'Accademia delle scienze di New York, mostrano che la pillola induce una risposta dai linfociti T nel sangue e dagli anticorpi nel rivestimento del naso. Tuttavia, non ha prodotto anticorpi nel flusso sanguigno, sollevando dubbi sulla sua potenziale efficacia. Dalla Cina, precisamente dai laboratori della CanSino Biologics a Shanghai, è allo sviluppo un vaccino simile a quello di Oxford/AstraZeneca. Il CEO Xuefeng Yu ha detto alla conferenza che il vaccino è in fase di sperimentazione III. Il siero è già stato somministrato a più di 150mila militari cinesi senza che siano stati segnalati effetti negativi, sebbene non ci siano dati di efficacia perché ci sarebbero pochi casi in Cina. Nella sperimentazione sono stati coinvolti anche i bambini. Come parte dello studio di fase II, infatti, 30 bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni, provenienti da Tiazhou, nella provincia di Jiangsu, hanno già ricevuto due dosi. Yu dice che l'azienda sta ora analizzando i dati sulla sicurezza e l'efficacia. Nel frattempo la Global Coronavirus Vaccine Initiative (GCVI), istituita da Peter Hotez del Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, e i suoi colleghi hanno un vaccino in fase di sperimentazione II in India “semplice e diretto”, dice Hotez. Il loro obiettivo è quello di portare il vaccino in ogni parte del mondo, soprattutto nei paesi poveri. Del resto, la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha avvertito che la pandemia non finirà finché il mondo intero non sarà vaccinato. Il vaccino di GCVI contiene una parte vitale della proteina spike, coltivata in un lievito transgenico e mescolata con un adiuvante. Questo tipo di vaccino ha un ottimo “curriculum” ed è simile a un comune vaccino contro l'epatite B. Questi vaccini costano circa 3 dollari per due dosi. L'esperienza suggerisce che sarà adatto ai bambini. Il GCVI richiederà l'autorizzazione all'uso di emergenza in India entro pochi mesi e sta negoziando con i produttori in Africa, America Latina e Medio Oriente.

Da "agi.it" il 15 gennaio 2021. Alcune particolari condizioni, come la depressione, lo stress, la solitudine, potrebbero ridurre l'efficacia del vaccino contro Covid-19. Pubblicata sulla rivista Perspectives on Psychological Science, questa ipotesi è stata formulata dagli scienziati della Ohio State University, che hanno indagato sui possibili effetti collaterali di una serie di condizioni fisiche e mentali sulla somministrazione delle dosi immunizzanti. "I vaccini rappresentano uno dei progressi più efficaci nella storia della medicina - afferma Annelise Madison, ricercatrice presso la Ohio State University - perchè proteggono la società da un'ampia gamma di malattie altrimenti estremamente pericolose, come il vaiolo o la poliomielite. Ma è fondamentale garantire che la maggior parte della popolazione sia correttamente immunizzata per ottenere l'immunità di gregge". Il team ha analizzato la risposta anticorpale, uno degli aspetti del sistema immunitario adattativo, per valutare quali fattori possano influenzare la resa del vaccino. "I test hanno dimostrato che i vaccini per Covid-19 approvati per la distribuzione negli Stati Uniti sono altamente efficaci nel produrre una robusta risposta immunitaria - continua l'esperta - anche se qualcuno potrebbe non trarne pieno beneficio sin dall'inizio. Alcuni fattori ambientali, la genetica, la salute fisica e mentale di un individuo potrebbero indebolire il sistema immunitario del corpo, rallentando la risposta al vaccino". Oltre alle difficoltà fisiche legate alla pandemia, gli autori ribadiscono la significativa componente di salute mentale, responsabile di sentimenti quali ansia e depressione, che provoca una serie di situazioni spiacevoli associate a Covid-19. "I vaccini agiscono sul sistema immunitario - prosegue Janice Kiecolt-Glaser, direttrice dell'Istituto per la ricerca di medicina comportamentale presso la Ohio State University e autore senior della ricerca - per cui un ritardo nella risposta immunitaria potrebbe rendere meno efficace la procedura immunizzante". Tra i risvolti positivi della situazione, gli scienziati indicano l'elevata efficacia dei vaccini approvati e in via di somministrazione e la relativa semplicità con cui è possibile predisporre l'organismo a massimizzarne l'effetto. "Impegnarsi nell'attività fisica e dormire bene nelle 24 ore precedenti al vaccino - conclude Madison - sono comportamenti che riducono l'effetto negativo di una serie di condizioni psicologiche e fisiche che potrebbero altrimenti ritardare i benefici del vaccino. In questo modo possiamo fare in modo che la risposta anticorpale avvenga nel modo migliore e più tempestivo possibile".

Covid-19  e vaccini. Ogni giorno di ritardo nella somministrazione del vaccino contro il Covid-19 equivale a decine di aziende chiuse in più, a centinaia di morti in più, a migliaia di infettati in più, a milioni di reclusi in più.

Eppure nella sgangherata Italia si riesce a vaccinare una minima percentuale di persone, rispetto alle dosi già ricevute, e comunque dosi, di per sé, ritenute insufficienti rispetto alla popolazione.

Oltretutto, proprio nella operosa Lombardia leghista si frena nella vaccinazione, perché si pensa prima alle ferie dei sanitari.

Morire con il vaccino pronto è morire due volte. Giampiero Casoni su Notizie.it il 04/01/2021. Ci saranno i morti "più morti di tutti": quelli che se ne andranno quando c’è la "cura", ma non faranno in tempo ad averla, figli di una lentezza che davvero non capiamo. Piccolo preambolo tecnico mainstream: la regione Lombardia ha 10 milioni di abitanti e “conta”, in pia e lodevole intenzione, di vaccinare 140mila persone per febbraio. Ad oggi siamo nell’ordine del migliaio e bruscoli annessi dal V Day del 27 dicembre. Nel resto dello stivale non va certamente meglio e la regione col Pirellone è in bilancia solo per questioni di calibro territoriale con la nazione di Tel Aviv. Israele, che non è una regione ma uno stato, ha infatti circa 9 milioni di abitanti ed è più o meno nello stesso ordine di grandezza della Lombardia. Ha iniziato a vaccinare il 19 dicembre, otto giorni prima e ad oggi ha somministrato Pfizer a un milione di persone. Un milione di vaccinati su nove in 13 giorni, con una sanità gheparda che ha allibito il pianeta. Da noi i bollettini regionali pigolano come cardellini in fregola, con annesse foto da pastura social, ogni volta che 70/80 dosi arrivano a contatto di spalla di qualche decina di pazienti o camici bianchi. In tutto questo molti, troppi media con paturnie da angolo retto hanno messo in tacca di mira non la spaventosa lentezza con cui stiamo risolvendo il problema, ma gli scemi che il problema non lo vedono, cioè quei quattro disastrati terrapiattardi dei no vax. Perché fa più notizia l’elefante bianco della foresta che brucia, ovvio quanto sconcertante. Ergo, ci ritroviamo frames ed approfondimenti sul talebanesimo zen della Brigliadori o sul medico che non vuole vaccinarsi invece che botte di pungolo ai generali di una battaglia che non è ancora vinta. E le guerre, è bene ricordarlo, si vincono col Genio, oltre che con gli Incursori. Tutto questo per distrarre dal fatto che a noi non mancano i vaccini, né mancano le persone da vaccinare. Però mancano quelli che i vaccini li fanno e manca un piano di vaccinazione che prenda non dico il galoppo, ma almeno il trotto spinto, a cominciare dai software fino al personale che, non dimentichiamolo, ha anche la sanità ordinaria da gestire. Israele è un caso di eccellenza limite perché ha messo in moto l’esercito più organizzato del mondo e non ha frange radical chic che latrano ogni sei secondi di tagliare i fondi alla difesa. Tuttavia il dato è un altro: il 23 marzo in Israele si voterà e Netanyahu deve farsi bullo e bello per la bisogna, mettendo assieme necessità etica e di governo con opportunismo politico. Perché c’è poco da fare: un governo senza acqua alla gola e con ataviche tare logistiche è un governo tardo. E un governo tardo può creare, per fisiologica incapacità e non certo per volontà precisa, una forbice temporale fra la prima puntura e l’immunità generalizzata, cioè lo scampato pericolo a livello di sistema complesso, non di singole unità del medesimo. Una cosa che a casa mia sta fra tragedia e paradosso amaro. Perché in mezzo a quella forbice ci saranno i morti “più morti di tutti”: quelli che se ne andranno quando c’è la “cura”, ma non faranno in tempo ad averla. La stima a contare una immunità di gregge per novembre di quest’anno? Senza scalmane statistiche diciamo che fino ad allora molte centinaia di italiani moriranno perché la cosa che non li avrebbe fatti morire non è arrivata all’altezza della loro spalla. E in mezzo a quei mille sfigatissimi figli di una lentezza che davvero non capiamo, potenzialmente, c’è ognuno di noi.

Simona Ravizza e Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 12 febbraio 2021. Settimana scorsa, Roma. Squilla il telefono di una funzionaria che lavora all'emergenza. La chiamata arriva dal Brasile: «I tamponi non li avete voluti, ora vedo che avete problemi con i vaccini. Io posso farvi avere almeno un milione di dosi. Interessa?». L'offerta riguarda AstraZeneca, autorizzato solo pochi giorni prima e che ieri, per inciso, l'Organizzazione mondiale della Sanità ha raccomandato anche per gli over 65. Il prezzo è trattabile, tra i 15 e i 20 euro a dose. Molto più alto di quello pagato dall'Ue, poco sotto i 2 euro. «No, grazie». Clic. Non c'è bisogno di scendere nel dark web per trovare il mercato parallelo dei vaccini. Domanda e offerta si incrociano o almeno si sfiorano all'ombra dei canali ufficiali. Perché non ci sono solo le Regioni che cercano forniture parallele, alla luce del sole. Ma anche intermediari più o meno misteriosi che si fanno avanti spontaneamente. Facile immaginare cosa potrà succedere quando il vaccino russo Sputnik arriverà a San Marino, che lo sta per comprare. All'ufficio del commissario all'emergenza Domenico Arcuri negli ultimi giorni sono arrivate tre mail da tre indirizzi diversi. Anche in questo caso venivano offerte forniture aggiuntive. Non solo AstraZeneca ma anche il più ricercato Pfizer. In una mail, in particolare, si parla della possibilità di avere «milioni di dosi in più». Anche in questo caso i prezzi sono sensibilmente più alti di quelli previsti dal contratto con l'Unione europea. Le mail non arrivano dalle case farmaceutiche, naturalmente. Ma da intermediari che, dopo un esame sommario, non sembrano proprio il massimo dell'affidabilità. Gli uffici del commissario hanno segnalato il tutto al Nas, il Nucleo antisofisticazioni dei carabinieri. C'è poi una variazione sul tema, raccontata in un servizio mandato in onda ieri notte da Piazza Pulita, su La7. A Milano l'8 febbraio il commercialista Alessandro Arrighi e l'imprenditore Luigi Crespi, con buoni agganci in Regione, vengono contattati da un intermediario. L'uomo, italiano, dice di avere una società in Italia e una in Svizzera. Offre AstraZeneca a 13 euro per fiala e Pfizer a 75 euro per fiala. I vaccini verrebbero consegnati alla società svizzera, che non è nell'Unione europea e quindi può muoversi come vuole. Per poi essere trasferiti in Italia. Ai due l'intermediario offre un compenso da 20 centesimi a fiala. L'affare non si fa, AstraZeneca nega che sia possibile. Anzi, invita a stare attenti alle contraffazioni, insomma ai vaccini falsi. Il governatore del Veneto Luca Zaia lo dice pubblicamente da giorni. La Regione cerca alla luce del sole forniture aggiuntive per accelerare la campagna. Un annuncio che, evidentemente, ha attirato l'attenzione. Qualche offerta è arrivata direttamente a lui, sul telefonino. Altre le hanno ricevute gli uffici della Regione. C'è anche - dicono i ben informati - un intermediario americano. Lo stesso è successo in Emilia-Romagna. In questo caso le offerte sono arrivate dall'Europa dell'Est. Qualche contatto c'è stato anche nelle altre Regioni che si sono messe in scia, seppur più timidamente, come il Friuli-Venezia Giulia e la Campania. Il mercato parallelo è un dato di fatto. Ma, intermediari oscuri a parte, se tutto è in regola si può fare? Il Veneto ha sempre detto di voler fare tutto a norma di legge. Agli uffici dell'Aifa è stata annunciata, anche se non è ancora arrivata, una lettera firmata da Luciano Flor, direttore generale della Sanità veneta. Quella lettera chiede formalmente l'autorizzazione a importare vaccini, in aggiunta e in parallelo alle forniture nazionali, che poi sono quelle contrattate dall'Unione europea. I contratti europei vietano agli Stati l'acquisto parallelo. Non alle Regioni attraverso le loro Aziende sanitarie. In gioco c'è la salute pubblica ed è difficile dire di no, anche per una questione di responsabilità. C'è un dettaglio, però, che non è un dettaglio. Se una Regione riuscisse a comprare per conto proprio un milione di dosi, quel milione di dosi potrebbe essere scalato dalla fornitura nazionale. Per capire: l'acquisto fatto dal Veneto per conto proprio, e a prezzi probabilmente più alti, finirebbe per aiutare le altre Regioni, che si spartirebbero quel milione di dosi nazionali «risparmiato». Ne vale la pena?

Giuseppe Liturri per "La Verità" il 2 febbraio 2021. Il tema della gestione dell'approvvigionamento dei vaccini ha mandato in subbuglio diverse capitali europee, e non solo, nell'ultimo fine settimana. Dublino, Londra e Belfast, Seul, Tokyo e Ottawa. Ma anche Bruxelles, Berlino e Parigi hanno vissuto momenti concitati. È infatti accaduto contro il Covid, ha pensato bene di mettere sotto controllo l'export di vaccini al di fuori della Ue. Prima un semplice obbligo di notifica, inasprito poi con un vero e proprio regime di autorizzazione preventiva. Peccato che tutto questo sia avvenuto toccando un nervo scoperto importantissimo nei rapporti tra Ue e Uk: la frontiera tra Belfast e Dublino, la cui apertura permanente era stato uno degli aspetti più critici dei negoziati conclusisi solo qualche settimana fa. La Commissione aveva intenzione di applicare i controlli anche a quella frontiera ed è riuscita a far arrabbiare tutti contemporaneamente e, se possibile, a peggiorare la situazione innescando una goffa retromarcia. Sui media stranieri, solitamente teneri con la Commissione - a partire da El Pais, seguito da Guardian, Telegraph e accompagnati da interventi su Bloomberg e sul Financial Times - è stato un coro di disapprovazione. El Pais titolava sulla «credibilità della von der Leyen che si incrina», sempre sul quotidiano spagnolo il commentatore Wolfgang Munchau ha intonato un de profundis per la Ue che «all'inizio faceva alcune cose buone. Adesso ne fa molte male». Secondo Munchau, la volontà di intestarsi la fase delle trattative, degli acquisti e della distribuzione ha fatto andare in sovraccarico la Ue, in quanto del tutto impreparata - dal punto di vista istituzionale e dei meccanismi di governo - a farsi carico di tale compito. La complessità dei meccanismi legali e istituzionali della Ue si è rivelata inidonea alla gestione di un progetto in cui il tempo è fattore scarso e, per tale motivo, determinante. E quando un motore è su di giri rischia di esplodere, ha chiosato Munchau, facendo riferimento all'unione monetaria, che condivide con la vicenda dei vaccini le stesse difettose regole di governo. Nella giornata di ieri, come riportato da Bloomberg, hanno cominciato a volare anche gli stracci all'interno della Commissione. Infatti il portavoce della presidente, Eric Mamer, ha dichiarato alla stampa che la gestione del dossier, e quindi l'affannoso dietro front sul tema dei controlli alle frontiere, era di competenza del vice presidente esecutivo Valdis Dombrovskis. Il quale si è difeso parlando di una risposta all'emergenza sanitaria creatasi nell'Unione. Risposta che si è rivelata un infortunio politico di notevole portata che ha messo ha nudo tutti i difetti dell'assetto istituzionale e dei meccanismi di governo della Ue. Il confronto con il Regno Unito si è mostrato impietoso, al punto che perfino un quotidiano come il Guardian, non certo tenero con il premier Boris Johnson, sabato scorso ha raccontato con dovizia di particolari la lunga corsa cominciata già a fine gennaio, mentre da noi eravamo ancora ad «abbraccia un cinese». Giovedì 30 gennaio 2020 gli scienziati della Università di Oxford erano già riuniti a discutere del vaccino. I motivi che hanno portato i britannici a somministrare 12,5 dosi ogni 100 abitanti, contro 2,5 della Ue e gli 8,8 degli Usa, sono riassumibili in una sigla ed un nome e cognome: Vtf (Vaccine task force) e Kate Bingham nominata al vertice da Johnson già a fine aprile. Col risultato che l'ordine firmato ad Oxford Astrazeneca reca la data del 17 maggio, mentre la Ue ci è arrivata ad agosto. Tre mesi di vantaggio. Ma ancor prima della nomina della Bingham, l'industria farmaceutica inglese aveva compiuto passi da gigante nell'ampliamento della capacità produttiva necessaria per la produzione di vaccini su una scala senza precedenti. La squadra della Bingham aveva con sé il meglio delle competenze scientifiche, organizzative, militari e, soprattutto, tanto denaro. Basti pensare che il Regno Unito ha potuto pagare alle case farmaceutiche a fondo perduto, senza obbligo di risultato, ben 1,9 miliardi di euro, contro 1,78 della Ue e 9 miliardi degli Usa. Ma la complessità decisionale ha avuto un ruolo determinante per l'accumularsi del ritardo della Ue. La Presidente ha fatto un'enorme fatica per mettere d'accordo 27 Paesi, tra i quali non tutti concordavano sulla necessità di sborsare somme così rilevanti. Nel mentre, l'orologio continuava a correre. Ieri pomeriggio è addirittura intervenuta la Cancelliera tedesca Angela Merkel in una videoconferenza con i top manager delle case farmaceutiche, la von der Leyen stessa e i leader regionali tedeschi. La Ue ha pure avuto la sfortuna di puntare sul cavallo sbagliato (Curevac) mentre Astrazeneca si è rivelata ex post la scelta forse più azzeccata. Ai britannici non sarà sembrato vero di assistere già nei primi mesi post Brexit alla più plastica dimostrazione dei vantaggi dell'agilità e della speditezza del processo decisionale, al confronto di una Ue malata di «comitatologia». «Ci vuole un grande pennello, non un pennello grande», era il motto di un famoso spot pubblicitario dei primi anni '80.

E L'ITALIA VA AVANTI LENTA: SU CENTO DOSI PRONTE SOLO SETTE GIÀ INIETTATE. Corrado Zunino per “la Repubblica” il 2 gennaio 2021. Più che una falsa partenza, nel Paese a organizzazione variabile, questo è un falso arrivo. Le dosi per le vaccinazioni c' erano, come annunciato. Sono atterrati gli aerei gialli della Dhl e i camion militari di scorta ai van frigorifero sono arrivati ai 203 ospedali. Era stato allestito da giorni il grande hub italiano, a Pratica di Mare. C'era, ecco, il Piano di Arcuri per il reperimento e la consegna dei vaccini Pfizer anti Covid, l' ultimo piano affidato al manager pubblico dopo quello per le mascherine chirurgiche, i banchi monoposto, gli stantuffi delle siringhe. Poi, però, mancavano i medici vaccinatori nelle residenze sanitarie e il personale tutto negli ospedali, quello che doveva vaccinare e quello che doveva essere vaccinato. Era rarefatto, come accade a ogni fine anno. Sono stati un "routine day" d' ospedale, la notte e il giorno che hanno ruotato attorno al Capodanno: turni contingentati e pochi abilitati a vaccinare. Un giorno di routine dopo il V-Day, la passerella di domenica 27 dicembre. La partenza delle vaccinazioni nelle prime 48 ore non è stata falsa o lenta ovunque. Nell' Italia a organizzazione variabile, su 469.950 dosi a disposizione, negli ultimi due giorni, ne sono state usate - dato di ieri sera alle 23 - 35.850. Il 7,6 per cento, in media, nel Paese. Il problema è che in Friuli Venezia Giulia e nella Provincia autonoma di Bolzano siamo sopra il 16 per cento dei vaccini consegnati e iniettati. Nel Lazio poco sotto. In Calabria, Basilicata, Valle d' Aosta, nella Provincia di Trento e nel Molise viaggiamo, invece, attorno al 2 per cento. In Sardegna all' uno e sei. Anche in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia e crudelmente messa a nudo nei suoi deficit sanitari, la percentuale di vaccini utilizzati nei primi due giorni è stata del 2,6 per cento. La Sicilia ha una distanza stridente tra la disponibilità e l' utilizzo. Domenico Arcuri, lo sbroglia-rogne del governo Conte, si dice comunque soddisfatto, ricorda che il 27 scorso sono state consegnate 9.750 dosi di Pfizer «e sono state interamente somministrate». Ma quello era il Vip day, le iniezioni al governatore De Luca e a pochi prescelti. Quando la campagna è diventata di massa, dalla mattina di giovedì 31 appunto, al vaccino non ha corrisposto il vaccinato. C' è un problema generale di produzione industriale in tutta Europa e di ritardi nella consegna. Il capo della startup tedesca BioNTech, che produce le dosi con Pfizer, ha avvertito: «Da soli non riusciremo a coprire il fabbisogno». Ma a questa emergenza mondiale, da noi le prime 48 ore hanno aggiunto una questione specifica di organizzazione di base, in diversi ospedali e diverse residenze per anziani. Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute, prova a spiegare. «È davvero presto per dire che la partenza sia stata lenta. Certo, colpisce che in Germania siano state iniettate 165 mila dosi e in Israele un milione di persone siano state già immunizzate, ma è pure vero che la campagna vaccinale è iniziata da due giorni». Altri Paesi europei, Grecia e Francia, per esempio, hanno numeri inferiori ai nostri. «Io stesso», continua Sileri, «ho rimproverato una responsabile del Pio Albergo Trivulzio di Milano quando ha spiegato che le 1.500 dosi arrivate alla struttura il giovedì sarebbero state utilizzate solo il lunedì successivo». Diversi ospedali italiani hanno fatto questa scelta conservativa, non hanno approntato turni speciali, «ma griderò allo scandalo solo se il 6 gennaio le 469.950 dosi della prima settimana non saranno state usate tutte». È probabile che questi numeri bassi continueranno oggi e domani, sabato e domenica. Uno dei motivi per cui ci sono differenze così larghe tra le regioni, spiegano al ministero, è dovuto al fatto che giovedì 31 e venerdì 1 risultavano sguarnite soprattutto le amministrazioni ospedaliere e probabilmente non tutti i dati sono stati inseriti: «Quei trentaseimila vaccinati sono sottostimati», dice Sileri citando gli affanni dell' organizzazione sanitaria in Calabria. In questa fase iniziale, l' 85,5 delle vaccinazioni è andata agli "operatori sanitari e sociosanitari": sono 31.716 in tutto. Ma quando i turni in ospedale torneranno a essere pieni, diventerà chiaro il problema della mancanza dei vaccinatori. La Sicilia, ad esempio, ha solo 345 abilitati, ne servirebbero 1300. E i frutti del bando per 15 mila nuove figure specializzate allestito sempre da Arcuri, si vedranno solo a febbraio.

Umberto Rapetto per infosec.news il 3 gennaio 2021. Il Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 – come si legge nel titolo di La Repubblica e su tanti altri quotidiani – ribadisce l’ambizioso obiettivo di 65mila vaccinazioni al giorno. Si potrebbe pensare che la maestra oppure il professore cui competevano le materie scientifiche siano morti prima della fine dell’anno scolastico e non abbiano avuto modo di ultimare il programma didattico nonostante che a quei tempi veniva svolto “in presenza”. Non conosco la scuola elementare (o “primaria” come ci piace chiamarla oggi) frequentata dal dottor Domenico Arcuri nella sua infanzia e tanto meno ho notizie della salute e della sorte dell’insegnante che gli ha dato i primi rudimenti con la non sempre digeribile arte del calcolo. Ho ben presente, però, il liceo in cui “der Kommissar” ha conseguito la maturità, perché alla “Nunziatella” di Napoli ci sono stato anch’io qualche anno prima. Non ho avuto notizia di eventi luttuosi che abbiano segnato tra il 1978 e il 1981 la vita della Scuola Militare privando lo storico istituto con radici borboniche di un suo professore di Matematica e Fisica. Debbo quindi escludere che la ridotta dimestichezza con le moltiplicazioni e le divisioni sia da imputare al mancato completamento del corso in quella materia. Proviamo umilmente a spiegare a chi ha in mano il nostro destino che la sua stima non combacia con le promesse di “immunizzare” l’Italia entro la fine del 2021. Procediamo con calma così da aiutare anche chi non è dotato di un pallottoliere o di una “app” equivalente. Per agevolare i conteggi immaginiamo la cifra tonda di 60milioni di vaccinandi nel nostro Paese. Se prendiamo 60.000.000 e lo dividiamo per 65.000, scopriamo che quest’ultima cifra “sta” nella precedente 923 volte. Il risultato è 59.995.000 che andiamo a mettere in colonna e, sottraendolo, ci si accorge che ci dà un resto di 5.000. A voler esser tignosi si potrebbe dire che dedicando la massima ostinazione si apprende che il risultato finale è 923,0769 con l’avanzo di altre briciole di decimali. Siccome – reduci dalle festività trascorse con bollettini sanitari e previsioni di colorazioni regionali al posto di mortaretti e cotillons – siamo tutti più buoni, immaginiamo che i giorni occorrenti (salvo imprevisti, ovviamente) sono 923. Se si comincia la somministrazione di 65 mila dosi oggi e non si smette mai – nemmeno nei festivi – con questo ritmo fino all’ultimo giorno, la parola “fine” alla campagna di vaccinazione è prevista per il 15 luglio 2023. Chi vuole ripetere il calcolo e si vuol fare aiutare da Excel, scriva nella prima cella 3 gennaio 2021, in quella subito sotto “923”, nella terza “=A1+A2”…Nella cella A3 comparirà il risultato. Senza imprevisti, ovviamente.  

Fonti Lega, frasi Gallera non rappresentano Lombardia. (ANSA il 3 gennaio 2021) "Le dichiarazioni dell'assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia. Non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusare la Lombardia di ritardi nella campagna vaccinale". Lo sottolineano fonti della Lega.

Bufera per la frase sui vaccini. La Lega si dissocia da Gallera. Il Carroccio gela l'assessore: "Le dichiarazioni di Gallera non sono state condivise, non rappresentano la Lombardia". Federico Giuliani, Domenica 03/01/2021 su Il Giornale "Le dichiarazioni dell'assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia. Non possono comunque essere strumentalizzate dal governo Conte per accusare la Lombardia di ritardi nella campagna vaccinale". Queste sono le inaspettate parole rilasciate da non meglio specificate fonti della Lega in merito alle recenti esternazioni di Giulio Gallera sulla campagna di vaccinazione portata avanti dalla Lombardia.

Le parole di Gallera. L'affondo leghista, registrato da tutte le agenzie, arriva come una sorta di fulmine a ciel sereno. Ma, soprattutto, arrivano dopo l'intervista rilasciata dall'assessore al Welfare della Regione Lombardia al quotidiano La Stampa. In quell'occasione, a proposito del ritardo nella somministrazione dei vaccini nel territorio lombardo, Gallera aveva dichiarato: "Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa". Una posizione netta, un concetto forse troppo diretto, che probabilmente non è piaciuto ad alcuni esponenti del Carroccio. "Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi il 4 gennaio. E noi - aveva sottolineato Gallera - ci siamo organizzati per quella data. Solo nelle strutture sanitarie pubbliche ci sono 120 mila dipendenti. Non ci si può improvvisare, abbiamo preparato un'agenda. Il 31 era l'ultimo giorno dell'anno, poi ci sarebbero stati tre giorni di festa". Infine la promessa, di raggiungere l'obiettivo in tempo, nonostante i nodi ancora da sciogliere: "Assicuro tutti che faremo in tempo, nei tempi previsti. La vaccinazione è una priorità. E il 17 gennaio iniziamo con i richiami per chi ha avuto una prima somministrazione". Fonti leghiste, a quanto pare, hanno voluto chiarire la posizione del proprio partito sulla vicenda.

Nell'occhio del ciclone. L'uscita di Gallera, con la conseguente precisazione della Lega, hanno scatenato una mezza tempesta intorno all'assessore. In prima fila gli esponenti del Partito Democratico. "La Lega fa sapere che Gallera non rappresenta il governo della Regione Lombardia. Finalmente lo dice anche la Lega: Gallera dimettiti!", ha scritto su Twitter la deputata dem Lia Quartapelle, capogruppo Pd il commissione Esteri alla Camera. "Non meglio specificate fonti della Lega - ha invece commentato il deputato dem Emanuele Fiano, della Presidenza del Gruppo Pd alla Camer - scaricano per l'ennesima volta l'assessore alla Sanità della Lombardia, Giulio Gallera. Lo fanno dopo che lo stesso, investito dalle critiche per il bassissimo livello di vaccinazioni effettuate nei primi giorni della campagna vaccinale, che pone la Lombardia in fondo alla classifica italiana, ha replicato arrampicandosi sui vetri". Fiano ha inoltre sottolineato che "sfiduciare l'assessore che per i lombardi ricopre il ruolo più importante in questa fase, per di più con una dichiarazione anonima, rende ancora più paradossale e confusa la situazione". "La Lega sia chiara, stanno scaricando Gallera?", ha concluso lo stesso Fiano.

Stefano Landi per il “Corriere della Sera” il 3 gennaio 2021. Fa discutere, a tratti già litigare, la corsa al vaccino. Intesa questa volta come la graduatoria delle vaccinazioni fatte da ogni Regione al netto delle (poche) dosi di Pfizer già recapitate. Così monta la prima polemica, quella di chi accusa la Lombardia di falsa partenza. La discussione gira intorno a quel 3 per cento di somministrazioni già eseguite rispetto alle 80.595 mila dosi a disposizione. Con l'opposizione locale, che per voce di Pd e 5 Stelle, grida all'ennesima brutta figura. E con l'assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera costretto a una replica che non pensava di dover tirar fuori a poche ore dal semaforo verde della campagna: «Chi utilizza delle graduatorie riferite a tre giorni, di cui uno festivo, per continuare a cavalcare polemiche pretestuose, dimostra assenza di responsabilità istituzionale e politica». E annuncia da domani il primo vero cambio di passo: «La nostra agenda prevede almeno 10 mila vaccinazioni al giorno. Un numero che, con tutte le strutture a regime, potrà salire in questa prima fase tra personale medico e ospiti di Rsa fino a 15 mila». Per spiegare le verità che stanno nel mezzo bisogna partire dalla distribuzione dei primi lotti di Pfizer. Che non sono arrivati a destinazione tutti insieme, come da prima ipotesi, ma frazionati. La Lombardia, che essendo la regione più popolosa si prepara ad affrontare la profilassi più ampia, ha optato, a differenza di altre Regioni, per una distribuzione su 65 hub, anche se solo 34 ricevono direttamente da Pfizer le consegne. Una strategia che pagherà nel lungo periodo, ma che non ha favorito il ritmo dei primi giorni. Ma come mai, sempre stando alla graduatoria del sito che in tempo reale aggiorna la progressione delle somministrazioni, la Lombardia ha eseguito solo il 4 per cento dei vaccini già inoculati in Italia? Qui bisogna fare i conti con il calendario. Il piano originario, al netto dei ritardi di consegna, dovuti anche al maltempo, prevedeva di aprire l'agenda dal 4 gennaio. «Una scelta ponderata, motivata anche dal fatto che nei giorni delle festività parte del personale ha goduto di un sacrosanto riposo, visto che dal mese di febbraio, come in nessun altra regione italiana, è sotto pressione per la violenza con cui il virus ha colpito il nostro territorio», aggiunge Gallera. Troppo complicato modificare i turni del personale per guadagnare un paio di giorni, con il rischio di imballare ospedali ancora sotto pressione con quasi 4 mila ricoverati Covid, fra rianimazioni e altri reparti. La prova del nove si avrà nei prossimi due-tre giorni, contando che si vaccinerà a pieno ritmo anche il giorno dell'Epifania e l'adesione è stata quasi ovunque intorno al 90 per cento. Al Pirellone sono certi non solo di stare nella scadenza complessiva di fine febbraio della prima fascia di popolazione, ma anche di balzare ai vertici della graduatoria regionale nel giro di pochi giorni. Per ora si è scelto di rodare la macchina vaccinando primari e capi reparto. «Ci sarà da abituarsi all'idea che le date di consegna ballano e balleranno - conclude il responsabile operativo della campagna vaccinale in Lombardia Giacomo Lucchini -. Bisognerà essere bravi a rendere elastiche le agende senza perdere ritmo».

Fabio Poletti per “La Stampa” il 3 gennaio 2021. Lombardia al 31 dicembre fanalino di coda tra le regioni per numero di vaccinazioni anti Covid effettuate: solo 2.446, appena il 3% dei primi 80 mila vaccini a disposizione. Ma l'assessore alla Sanità lombardo Giulio Gallera non ci sta: «Agghiacciante una simile classifica. Per non parlare di quelle regioni che hanno fatto la corsa per dimostrare di essere più brave di chissà chi. Noi siamo una regione seria. Partiamo domani con 6000 vaccinazioni al giorno nei 65 hub regionali. I conti facciamoli tra 15 o 20 giorni». Il commissario lombardo ai vaccini Giacomo Lucchini guarda ancora più avanti: «Abbiamo la capacità in Lombardia di arrivare a 10 mila vaccinazioni al giorno, anche 13 mila con le Rsa. Garantiamo che a fine febbraio saranno vaccinate 340 mila persone, tra personale sanitario e Rsa. A Brescia abbiamo adesioni al 94%, la media è 75-80%».

Dunque assessore Giulio Gallera, Regione Lombardia è pronta. Ma perché solo 2171 vaccinazioni il 31 dicembre?

«Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi il 4 gennaio. E noi ci siamo organizzati per quella data. Solo nelle strutture sanitarie pubbliche ci sono 120 mila dipendenti. Non ci si può improvvisare, abbiamo preparato un'agenda. Il 31 era l'ultimo giorno dell'anno, poi ci sarebbero stati tre giorni di festa. Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa. Ma assicuro tutti che faremo in tempo, nei tempi previsti. La vaccinazione è una priorità. E il 17 gennaio iniziamo con i richiami per chi ha avuto una prima somministrazione».

Prima i sanitari.

«Sì ma non tutto il personale di un reparto. Non possiamo correre il rischio di bloccare una struttura se ci fosse qualche reazione allergica. Anche questo weekend sono state fatte delle vaccinazioni. Ma per noi si parte il 4 gennaio. Iniziamo con 6 mila vaccinazioni al giorno, poi andremo a crescere nel numero in tutti i 65 hub lombardi. Naturalmente dobbiamo vedere quanti vaccini ci verranno mandati. Iniziamo con il personale sanitario, poi gli anziani ospiti delle Rsa, i più fragili e infine per fasce di età. Nelle Rsa stiamo facendo un lavoro capillare tra operatori e pazienti. Abbiamo per gli anziani ospiti il problema di tutori e famigliari».

La Lombardia ha 10 milioni di abitanti. Quanti ne volete vaccinare? Ma soprattutto, arriveranno i vaccini per tutti?

«Su quest' ultima domanda il tema è del governo. Ci fidiamo del governo quando ci ha detto: "Vaccinateli tutti". È una responsabilità precisa. Adesso riceviamo 80 mila vaccini a settimana da Pfizer-Biotech. Aspettiamo che Ema l'agenzia europea per il farmaco mercoledì validi il vaccino Moderna. Poi aspettiamo tutti gli altri».

Quanti ne serviranno per la Lombardia?

«Gli esperti ci dicono che l'immunità di gregge si raggiunge quando il 70% della popolazione è vaccinata. Ma già al 30% gli scienziati ci assicurano che c'è una riduzione dei contagi».

A livello nazionale si stanno cercando 3 mila medici e 12 mila infermieri per somministrare il vaccino. Basteranno i 65 hub per vaccinare tutti?

«Qui abbiamo già trovato altri 600 siti esterni, palazzetti dello Sport, centri civici... Basta che arrivino i vaccini, in tempo e correttamente».

In che senso?

«Pfizer in alcuni hub ha consegnato zero vaccini, in altri il doppio. Sono cose che ci possono stare in questa situazione, ma ci ha costretto a rimodulare le consegne».

Problema siringhe: vi siete lamentati perché centralmente non sono state fornite quelle da 1 cc., più adatte per le dosi.

«Vero, ma capisco che sia un momento complicato per tutti. Abbiamo chiesto alle strutture sanitarie lombarde di sopperire con i propri mezzi».

Un privato cittadino come fa a sapere che è il suo turno?

«Ci saranno call center, il sito della Regione, stiamo incrociando i dati tra codice fiscale e cellulare per mandare un sms. E se serve potremo utilizzare anche l'app Immuni per mandare un messaggio».

Il 7 si torna a scuola? La Lombardia torna gialla?

«La valutazione tocca all'Istituto Superiore di Sanità. I dati in Lombardia oggi sono migliori anche se c'è stata una piccola crescita per le feste. Siamo la quarta regione dopo Veneto, Lazio e Campania. Sulla scuola vedremo, magari gradualmente, all'inizio solo il 50% in presenza. La situazione è migliorata ma va tenuta sotto controllo».

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 24 febbraio 2021. Spesso le persone mi chiedono come faccia a rimanere calmo durante trasmissioni televisive in cui alcuni ospiti dicono palesi stupidaggini. Ogni volta rispondo che l'imperturbabilità è una dote di famiglia, ma anche a me qualche volta capita di non riuscire a restare impassibile. L'altra sera, nel programma di Barbara Palombelli, trovandomi davanti un senatore del Pd con l'aria di voler impartire lezioni nonostante abbia molto da imparare, non mi sono trattenuto. Avevo appena finito di spiegare i ritardi nella campagna vaccinale, quando con l'aria del maestrino della penna rossa Antonio Misiani ha cominciato il suo intervento invitandomi a informarmi meglio. Ora, si dà il caso che, a differenza di molti politici, io prima di partecipare a qualsiasi trasmissione chieda quale sia l'argomento di cui dovrò parlare e, se non ho conoscenza della materia, occupo qualche ora del mio tempo a leggere e documentarmi. Nel caso in questione, mi ero appena riletto i dati delle vaccinazioni nel nostro Paese, confrontandoli con quelli di altri e scrivendone un editoriale sulla Verità. I numeri erano impietosi, perché dall'iniziale vantaggio accumulato nelle prime settimane di inoculazione, abbiamo via via rallentato, fino addirittura a essere sotto la media europea. Ovviamente questo Misiani non lo sapeva, ma siccome doveva difendere l'operato del governo di cui fino al 13 febbraio ha fatto parte, ossia quello di Giuseppe Conte, voleva sostenere che con lui e i suoi compagni alla guida del Paese era filato tutto a gonfie vele e per questo si è messo a cianciare di percentuali pubblicate su un sito internazionale. Beh, non c'è bisogno di scomodare database stranieri, perché è sufficiente consultare quello fatto dal Sole 24 Ore per ottenere le informazioni necessarie e ogni lettore, se lo desidera, può verificare. Dal canto mio, i numeri e le percentuali le conosco a memoria e so che molti Paesi europei stanno facendo meglio dell'Italia, per non parlare poi di altri che stanno fuori dalla Ue. A Misiani ho citato la Spagna, la Polonia, i Paesi scandinavi, la Serbia, la Slovenia eccetera, ma il senatore non pareva convinto. Sarà dunque il caso di riassumere. Ieri l'Italia aveva vaccinato 3,6 milioni di persone, 2,3 milioni con una sola dose e 1,3 milioni con la seconda. In pratica, il 5,97% della popolazione. Per capire come siamo messi è sufficiente dare un'occhiata ad altri Paesi. In Israele è stato vaccinato l'87% della popolazione, negli Emirati Arabi Uniti il 56%, nel Regno Unito il 27%, negli Stati Uniti il 19,19%, in Cile il 15,66%, in Serbia il 14,5%, in Turchia l'8,11%, in Romania il 7,32%, in Svizzera il 7,07%, in Norvegia il 7,18%, in Marocco il 6,98%. Tralascio le isole e le piccole comunità, perché i numeri sono poco significativi, ma nel caso dei Paesi che ho citato parliamo di milioni di persone: 64 in America, 18 in Gran Bretagna, 7,5 in Israele, 6,8 in Turchia, 5,5 negli Emirati, 2,5 in Marocco. Metto i valori assoluti per farvi capire che non siamo di fronte a poche migliaia di vaccinati, ma a numeri importanti, che richiedono una vera e propria mobilitazione delle strutture sanitarie e d'emergenza di una nazione. Di fronte a queste cifre, qualcuno potrebbe obiettare che stiamo parlando di Paesi extra Ue, che hanno potuto comprare i vaccini pagandoli e somministrandoli come volevano, senza cioè seguire le indicazioni - e soprattutto gli errori - di Bruxelles. Vero. Tuttavia, davanti a noi con le inoculazioni non ci sono solo nazioni extraeuropee, ma anche quelle che fanno parte dell'Unione. Alcuni esempi per il senatore Misiani? Eccoli. La Danimarca ha già vaccinato l'8,57% della popolazione, la Romania il 7,32%, la Polonia il 7,29%, la Lituania il 7,13%, la Slovacchia il 7%, la Grecia il 7%, la Slovenia il 6,94%, l'Ungheria 6,86%, l'Estonia il 6,69%, il Portogallo il 6,67%, l'Irlanda il 6,9%, la Spagna il 6,61%, la Finlandia il 6,57%, la Germania il 6,23%. La media dei Paesi Ue è pari al 6,05% e l'Italia è, come dicevo, al 5,97%. Peggio di noi fanno solo la Francia, la Repubblica Ceca, i Paesi Bassi, l'Austria e la Croazia. E tralascio Malta, che sta al 14,5% per l'esiguità dei numeri. Ecco, questi sono i dati che, lunedì sera in tv, Misiani ha dimostrato di non conoscere. Tuttavia, con la spocchia e il complesso di superiorità che contraddistingue la sinistra, mi ha invitato a informarmi. Lo so, nei talk show, non bisognerebbe accavallare le voci, perché altrimenti a casa gli ascoltatori non capiscono che cosa si dice. Ma ne ho le tasche piene di politici che, oltre a ignorare i fatti, si presentano nelle trasmissioni con l'aria arrogante di chi può impartire lezioni. Di sciocchezze e balle nell'ultimo anno ne ho sentite troppe e non ne posso più di sopportare l'esibizione televisiva dell'esercito di incompetenti che affolla gli studi televisivi.

(ANSA il 26 febbraio 2021) - "Noi dobbiamo esigere che le case farmaceutiche rispettino quanto avevano promesso. Forse qui c'è stata da parte della Commissione una sottovalutazione di quanto le promesse delle case farmaceutiche avrebbero potuto dimostrarsi non attendibili del tutto". Lo ha detto il commissario all'economia Paolo Gentiloni parlando a Radio Anch'io.

Da corriere.it il 25 febbraio 2021. Il virologo Roberto Burioni attacca Sandra Gallina, direttrice generale alla Salute della Commissione nella Ue: «A sinistra - scrive Burioni sui social pubblicando due cv - la persona che ha trattato per l’acquisto dei vaccini per l’UE. A destra la persona che ha trattato per l’acquisto dei vaccini in UK. Trova le differenze». Nella foto, a sinistra si vede il cv di Sandra Gallina, a destra una presentazione di Kate Bingham. Gallina, friulana, è stata chiamata d’urgenza da Von der Leyen in estate per negoziare i contratti dei vaccini con le case farmaceutiche, dopo aver avuto un ruolo di primo piano nel concludere il trattato di libero scambio con l’America Latina (Mercosur). Burioni, in un altro post, insiste nel suo attacco: «La funzionaria che ha condotto la trattativa dell’EU per i vaccini è laureata alla scuola interpreti e ha avuto a che fare per la prima volta con la sanità nel luglio 2020. Prima si occupava di agricoltura e pesca. Non è questa l’EU che voglio».

Francesco Malfetano Diodato Pirone per "Il Messaggero" il 2 marzo 2021. Perché le vaccinazioni vanno a rilento? E come mai alcune Regioni sono rimaste molto indietro nelle somministrazioni rispetto ad altre che invece filano come treni? Per orientarsi nella giungla della campagna vaccinale bisogna fissare un paletto. «Purtroppo nella Sanità italiana impera la cultura del cavillo, tutti si riparano le spalle e nessuno prende decisioni semplici e pratiche come hanno fatto gli inglesi», spiega l'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, assessore alla Sanità della Puglia. Proprio la cultura del cavillo ha creato una enorme confusione intorno al vaccino AstraZeneca di cui da metà febbraio sono arrivate in Italia 1,5 milioni di dosi (463.000 venerdì notte) delle quali solo 332.000 (il 22% del totale) risultavano somministrate al pomeriggio di ieri. Che cosa è successo? «Il problema con AstraZeneca - confida uno dei tecnici della Stato-Regioni che ha seguito da vicino la parabola della campagna vaccinale - è nato con la decisione iniziale di vincolare il vaccino solo a persone che avevano meno di 55 anni». Una decisione presa dall'Aifa (l'Agenzia che controlla i farmaci) spaccando in quattro il capello dei casi sperimentati da AstraZeneca prima dell'approvazione del vaccino arrivata il 15 febbraio. «Quel limite dei 55 anni che invece era di 65 anni in Germania e che non è mai esistito in Gran Bretagna ha fatto saltare molti piani organizzativi - spiegano allo Stato-Regioni - Che senso ha vaccinare i professori di una scuola fino a 55 anni lasciando in balia del Covid-19 un loro collega di 56 anni?». Di fatto le Regioni mentre iniziavano a protestare col ministero della Sanità si sono fermate. Rimettendosi in moto solo dieci giorni dopo quando l'Aifa ha rivisto le carte e ha alzato a 65 anni il limite per la somministrazione dell'AstraZeneca, limite che peraltro probabilmente salterà nei prossimi giorni. «Le campagne vaccinali - spiega Lopalco - si fanno come abbiamo fatto fra novembre e dicembre con il vaccino anti-influenzale: nessuno conosce la marca dei vaccini anti-influenzali che sono stati somministrati a manetta». Uno scenario che mentre è già visibile con i vaccini Pfizer e Moderna (con i quali ormai si viaggia alla velocità di oltre 100.000 somministrazioni al giorno) per l'AstraZeneca è ancora un miraggio. Sapete a domenica scorsa quanti AstraZeneca aveva usato la Basilicata: zero. E le Marche? 82. E la Sardegna? Meno di 4.000. Briciole. Alla difficoltà di selezionare i vaccini infatti si aggiunge la disorganizzazione endemica dei sistemi sanitari di alcune Regioni. «Alcune strutture già fragili - assicurano sempre alla Stato-Regioni - all'improvviso si sono dovute confrontare con l'organizzazione di due canali vaccinali, uno per Pfizer e Moderna e l'altro per Astrazeneca. Questo senza avere personale sufficiente». Dulcis in fundo nelle scelte di alcune Regioni è riapparso il nemico italiano per eccellenza: l'ufficio complicazioni cose semplici che domina le burocrazie. Il caso della Sardegna è forse quello più evidente. Questa Regione è rimasta indietrissimo nella vaccinazione degli ultraottantenni: ne ha fatto appena 7.000 pari al 6,2% dei suoi 112.000 nonni, ben quindici volte meno di quanto ha fatto il Lazio con le sue 126.000 somministrazioni a questa categoria. Come mai? Le cose in Sardegna funzionano così. La Asl territoriale comunica a un Comune due giorni prima della vaccinazione gli elenchi degli ultraottantenni cui somministrare il farmaco. I vigili del Comune avvisano gli anziani, si accertano che vogliono essere vaccinati e li fanno tamponare. Infine carte e risultato del tampone alla mano i nonni debbono farsi accompagnare dai parenti nel centro vaccinale più vicino che generalmente dista non meno di mezz'ora di macchina. Alcuni sistemi sanitari regionali poi sono arrivati alla pandemia in condizione di disordine e debolezza senza pari. La Calabria è a quota 1,5 medici su 1.000 abitanti, il Friuli a 2,1. Non si spiega diversamente la ragione per cui la Calabria abbia ricevuto a ieri ben 186.000 dosi e ne abbia inoculate solo 102.000. Siamo a quota 54% nell'uso dei vaccini. È vero che la Regione ha fatto il pieno la domenica per somministrare durante tutta la settimana ma quel 54% è inaccettabilmente più modesto dell'88% della piccola Valle d'Aosta e del 77% della ben più grande Campania. Il comportamento di quest'ultima Regione sfata però il falso mito della scarsità del personale. In Campania i dipendenti del servizio sanitario sono 41.000 per 5,8 milioni di abitanti mentre il Veneto vanta 57.400 lavoratori per la sua Sanità su 4,9 milioni di abitanti. Ma la Campania ha effettuato a ieri 400.000 somministrazioni e il Veneto 340.000.

Il “mistero” del vaccino AstraZeneca: l’Italia ha le dosi ma non le usa. Federico Giuliani su Inside Over l'8 marzo 2021. Grazie all’approvazione del vaccino AstraZneca – che si sarebbe aggiunto al Pfizer-BioNTech – dalla fine di dicembre 2020 all’aprile 2021, l’Italia sarebbe stata sommersa da milioni e milioni di vaccini. Almeno, così annunciava il ministro della Salute, Roberto Speranza, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa lo scorso 28 dicembre. Gli italiani avrebbero ricevuto in dono dall’Unione europea – va da sé, grazie al contributo dell’allora governo giallorosso – dosi a sufficienza per arrivare ad aprile più sereni. “Noi già dal primo aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati e così avremmo già raggiunto la Fase Uno, cioè quella che ci consente di avere il primo impatto epidemiologico”, spiegava Speranza, sottolineando come le Regioni, questa volta, non avrebbero avuto alibi, dato che la gestione sarebbe stata centralizzata sul piano delle forniture “e per il resto gli abbiamo dato 15 mila assunzioni in più”. AstraZeneca avrebbe insomma contribuito in maniera decisiva a spostare gli equilibri della lotta al virus. Nel caso in cui il siero realizzato dall’azienda anglo-svedese avesse ricevuto semaforo verde, ragionava Speranza, “entro il primo trimestre si aggiungeranno altri 16 milioni di dosi”.

Una situazione paradossale. Abbiamo utilizzato il condizionale, visto che alla fine le cose sono andate diversamente. Non c’è stato neppure il tempo di gioire per l’avvio della campagna vaccinale, che le case farmaceutiche – tra cui AstraZeneca – hanno comunicato un rallentamento nelle consegne di dosi pattuite. Un taglio delle dosi, questo, inaspettato e ricollegato a non meglio specificati lavori per accrescere le capacità produttive degli stabilimenti. A distanza di qualche settimana dall’annuncio, e dopo mille polemiche, i media inglesi sono usciti con un’inchiesta che ha sottolineato un fatto piuttosto bizzarro. Pare che i Paesi membri dell’Ue, non si sa bene per quale motivo, abbiano a disposizione un bel po’ di vaccini inutilizzati, per lo più sieri realizzati da AstraZeneca. Parliamo di qualcosa come quattro dosi su cinque stoccate, in attesa di essere inoculate ai cittadini. E qui arriviamo all’Italia. Una notizia riportata dal The Telegraph parla chiaro: a quanto pare, nessuno Stato dell’Unione europea avrebbe una scorta di vaccini AstraZeneca più grande di quella posseduta da Roma, o avrebbe usato una percentuale minore delle sue scorte.

La situazione dell’Italia. In definitiva, l’Italia ha rallentato la propria campagna di vaccinazione lamentando una pericolosa carenza di sieri, e questo al netto delle promesse, evidentemente non certe, fatte dagli esponenti dell’ex governo giallorosso. Non solo: l’Italia, con il permesso della Commissione europea, ha poi bloccato una spedizione di 250mila dosi AstraZeneca diretta all’Australia. Sarebbe però anche emerso che Roma avrebbe rallentato il piano vaccinale – e impedito l’export di vaccini – nonostante potesse contare sul più grande stock di AstraZeneca dell’intera Unione europea, nonché il terzo più grande stock totale di sieri, includendo sia Pfizer-BioNTech che Moderna, alle spalle di Francia e Germania. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha affermato che l’Italia ha più di 1.5 milioni di vaccini AstraZeneca e, fino a venerdì, ne aveva usati appena il 21,3%. Per fare un esempio, la Germania ha 1.4 milioni di dosi AstraZeneca ma ne ha usate il 32%; la Francia 1.1 milioni (il 24% somministrate). In definitiva, ha concluso il Telegraph, Roma ha somministrato il 67,6% dei vaccini a disposizione, 4,3 milioni delle sue scorte, ed è in ritardo rispetto alla maggior parte dell’Ue. Due domande sorgono spontanee: dove sono finite le dosi promesse a dicembre da Speranza? E perché, se le cifre fossero confermate, l’Italia non sta usando tutte le dosi a sua disposizione?

ABBIAMO I FRIGORIFERI PIENI DI VACCINI FERMI AD ASPETTARE 3 MILIONI DI DOSI. Camilla Conti per "la Verità" il 9 marzo 2021. «Davanti a noi ci sono settimane dure, ma abbiamo nuovi strumenti. Avremo molte più dosi di vaccino in arrivo e la possibilità di costruire spazi, ci saranno sempre più luoghi in Italia dove vaccinarsi», ha detto ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, durante la presentazione del treno sanitario e dell'hub alla stazione Termini. Tutto bene, quindi? No. Per nulla. Perché quello che il ministro continua a non citare nelle sue rassicurazioni è il terzo elemento della catena vaccini-vaccinandi-vaccinatori che deve essere organizzata per estrarre il massimo della produttività da ciascuna delle risorse impiegate, come una catena di montaggio da cui deve uscire come prodotto un cittadino immunizzato al Covid. Gli spazi per vaccinare ci sono, i vaccini non sono mai mancati e non mancano. Anzi, paradossalmente abbiamo il problema opposto perché lo stock sta diventando sempre più difficile da smaltire. E anche da calcolare, visto che il contatore delle consegne si è inceppato di nuovo. Si tratta dei dati grezzi pubblicati sul sito Github direttamente dal ministero della Salute che poi fluiscono sul report quotidiano, pubblicato online sul portale del governo. Ebbene, il «cruscotto digitale» dei vaccini ha ricominciato ad andare in tilt sulle consegne - rimaste ferme per sei giorni e ripartite magicamente ieri sera, caricando però solo le Pfizer - facendo sballare anche gli altri indicatori, compresi quelli sulle scorte. Una stima si può comunque elaborare in base alle commesse previste. E il numero di dosi ancora in frigo è preoccupante: 3,1 milioni. Vediamo come siamo arrivati a questo numero partendo da Pfizer: secondo il contatore Github, fermo al 4 marzo, sono state consegnate 5.202.990 dosi. Se si aggiungono quelle previste per ieri, arriviamo a quota 5.852.990. Poiché ne sono state somministrate 4.549.667, abbiamo 1.303.323 dosi non inoculate. Per Moderna parliamo di 743.000 dosi consegnate (493.000 sul cruscotto del ministero non aggiornato, ma dovrebbero essersene aggiunte 250.000 nell'ultima settimana) e di 192.492 somministrate, con una scorta quindi di 550.508 vaccini. Quanto ad Astrazeneca, qui i calcoli si fanno ancora più complessi perché secondo Github sono state consegnate 1.512.000 dosi cui però vanno sommati 470.000 vaccini che dovrebbero essere arrivati tra il 6 marzo e ieri, per un totale di 1.982.000 vaccini. Ebbene, di questi ne sono stati somministrati 675.519 creando una scorta di 1.306.481. Facendo la somma delle dosi non ancora utilizzate di Pfizer, Moderna e Astrazeneca già consegnati, otteniamo un totale di 3.160.312. E anche se la stima sulle dosi di Astrazeneca non ancora contabilizzate sul contatore fosse sbagliata, viaggeremmo comunque attorno ai 2,8-3 milioni. Un'enormità. Destinata ad aumentare, considerando che entro la fine di marzo potrebbero arrivare a più di 10 milioni di dosi di tutti e tre i vaccini già previsti. E anche se riuscissimo a tenere un ritmo di 200.000 vaccinazioni al giorno, (la vaccinazione di massa è comunque destinata a partire dopo aprile), significa arrivare a circa 6 milioni di somministrazioni, accumulando altre 4 milioni di scorte. Quindi, riassumendo: i vaccini ci sono, i target di persone da vaccinare sono lì che aspettano di essere raggiunti. Il ritmo però non può decollare senza vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi. La Verità lo scrive ormai da settimane, riportando con un mantra il monito degli esperti di logistica industriale (che al governo avrebbero dovuto ascoltare prima di varare una campagna che per mesi ha navigato a vista). Nel frattempo, ieri il ministero della Salute ha dato il via libera all'utilizzo del vaccino Astrazeneca anche nei soggetti sopra i 65 anni di età, esclusi però i soggetti «estremamente vulnerabili» per particolari patologie. In una circolare firmata dal direttore della prevenzione del ministero, Gianni Rezza, viene spiegato che «ulteriori evidenze scientifiche resesi disponibili, non solo confermano il profilo di sicurezza favorevole relativo al vaccino ma indicano che, anche nei soggetti di età superiore ai 65 anni, la somministrazione del vaccino Astrazeneca è in grado di indurre una significativa protezione». Attenzione, però. Questa indicazione, precisa il ministero, «non è applicabile ai soggetti identificati come estremamente vulnerabili in ragione di condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici o per patologia concomitante che aumenti considerevolmente il rischio di sviluppare forme fatali di Covid-19». In questi soggetti, si conferma dunque l'indicazione a un uso preferenziale dei vaccini «a Rna messaggero». E, sempre ieri, si è tenuto un vertice tra i ministri della Salute e degli Affari regionali, Speranza e Gelmini, il commissario per l'emergenza, Figliuolo, il capo della Protezione civile, Curcio, e l'ad di Poste, Del Fante, per fare il punto sull'aspetto logistico e «sull'implementazione del piano vaccini». Dopo la circolare su Astrazeneca, il Lazio ha rimodulato le prenotazioni per gli over 70. In Lombardia sono, intanto, 124.054 gli over 80 vaccinati alla data di ieri, dopo tre settimane dal via. Si tratta del 22% tra quanti hanno fatto richiesta, ossia 575.219 cittadini. Il programma del Pirellone per gli over 80 prevedeva che nelle prime tre settimane venissero vaccinate circa 165.000 persone. In totale, al 7 marzo, sono state somministrate 832.327 dosi. La piattaforma della Regione per le prenotazioni dei vaccini degli over 80 ha però sollevato diverse polemiche per i ritardi nella programmazione.

FRIGORIFERI PIENI DI VACCINI MANCANO ANCORA I VACCINATORI. Maurizio Belpietro per "la Verità" il 9 marzo 2021. Roberto Speranza ha promesso di vaccinare tutti gli italiani entro l'estate. Ammettiamo pure che il ministro della Salute non parlasse proprio di 60 milioni di persone, ma solo di quella parte di loro in età da vaccino, escludendo dunque gli infanti e i minorenni. Mettiamo pure che in tv l'esponente di Liberi e uguali si sia allargato un po' e volesse dire che per la fine di settembre sarebbero stati immunizzati gran parte dei cittadini, così da rendere effettiva l'immunità di gregge. Tuttavia, una volta scremata la cifra dai bambini, da alcune migliaia di pazienti affetti da malattie autoimmuni, che dunque non possono essere vaccinate, eliminati anche un certo numero di No vax, cioè di chi mai e poi mai si farebbe inoculare qualche farmaco, alla fine rimangono pur sempre più di 40 milioni di persone. Per comodità diciamo 45, ossia circa il 70 per cento della popolazione. Ora, come abbiamo già spiegato, per vaccinare un numero così elevato in sei mesi, bisogna procedere con almeno 150.000 iniezioni al giorno, festività comprese. Se poi si considera che dosi come quelle di Pfizer e Astrazeneca, per essere efficaci, hanno bisogno di un richiamo dopo un certo numero di settimane, si arriva a 300.000 vaccinazioni al giorno. Cioè, se non si riesce a mantenere una media di 300.000 iniezioni al giorno, il raggiungimento dell'obiettivo di rendere immune il 70 per cento degli italiani è un'operazione impossibile. Per lo meno fino a che non ci verranno consegnate le dosi del vaccino della Johnson & Johnson, che non prevede il richiamo. Tuttavia, anche considerando che una parte dei cittadini sarà trattata con il farmaco messo a punto dalla multinazionale americana e senza la necessità di una seconda iniezione, rimane pur sempre il problema di fare almeno 200-250.000 vaccinazioni al giorno: un numero che non è una sciocchezza. Nei primi due mesi e mezzo, a ricevere il farmaco sono stati in media circa 70.000 persone al giorno. È vero che ora, da quando è stato rimosso Domenico Arcuri, a dirigere le operazioni c'è un generale esperto in emergenze e logistica, tuttavia stiamo procedendo con una media di poco superiore a 90.000 vaccinazioni quotidiane. Dunque, ben lontani dall'obiettivo. Al momento, siamo ad appena 5,7 milioni di italiani immunizzati e per rispettare la cronotabella promessa da Speranza, all'appello mancano ancora circa 37 milioni di persone, se non 40. Insomma, cambiato il commissario all'emergenza, la soluzione di un problema chiamato Covid, che ha già provocato più di 100.000 morti e centinaia di migliaia di disoccupati, nonostante le parole rassicuranti di Speranza (e anche di Mario Draghi) appare ancora lontana. Per questo ci permettiamo di richiamare un paio di fatti. Il primo è costituito dal numero di dosi che ci sono state consegnate: al momento risultano dati all'Italia 8,5 milioni di vaccini, dei quali ne sono stati utilizzati poco più di 5,5 milioni. Significa che circa 3 milioni di dosi stanno in frigorifero, inutilizzate: in principio si pensava che un certo numero di fiale dovessero essere tenute di scorta, per consentire la seconda iniezione. Ma ormai si è capito che quelle conservate stanno lì perché al momento non si riesce a vaccinare tutti.È probabile che presto, nei frigoriferi delle aziende sanitarie, le dosi a disposizione aumentino. Nel secondo trimestre Astrazeneca dovrebbe consegnare all'Italia 10 milioni di vaccini, a cui si aggiungeranno circa 18 milioni del farmaco della Pfizer, più altri 7 di Johnson & Johnson, 7 di Curevac e 4,6 di Moderna, per un totale di quasi 47 milioni di dosi. Possiamo stare tranquilli, dunque, che prima o poi avremo il farmaco che ci renderà immuni al Covid? Non proprio, perché pur in presenza di milioni di vaccini, siamo ancora in attesa di sapere chi ci vaccinerà e quando. Prenotarsi non si può, anche perché le piattaforme che dovrebbero consentire di iscriversi a un'ipotetica lista d'attesa non ci sono. Il piano vaccinale, se esiste, è custodito gelosamente da qualche funzionario, non si sa se ministeriale o regionale. E, ultimo in ordine di citazione ma non d'importanza, c'è il problema del personale medico-infermieristico. Chi la farà l'inoculazione dato che mancano gli addetti? Al momento, i 15.000 effettivi promessi da Arcuri non ci sono e nessuno ha idea di come reperirli. O meglio: un'idea ci sarebbe: basterebbe cambiare una legge che impone il vincolo di esclusiva agli infermieri del servizio sanitario, obbligandoli a operare solo nella struttura da cui dipendono. In pratica, basterebbe permettere a chi lavora in un ospedale pubblico di lavorare anche per privati o per qualche altra amministrazione. Ovviamente, si tratta dell'uovo di Colombo, ma siccome è una cosa semplice, di buon senso, finora nessuno dei cervelloni che si occupano della nostra salute ci ha pensato. Chiediamo a Draghi di farci un pensiero, perché se ci appellassimo a Speranza finirebbe come con i contratti per i vaccini che annunciò a giugno dello scorso anno: non pervenuti. Uguale a quasi tutto ciò che era stato promesso dal precedente governo.

La Mafia come alibi del fallimento.

Giuseppe Ayala: così la mafia approfitta del Covid. Veronica Grimaldi l'1 gennaio 2021 su Il Giornale. Giuseppe Ayala, un magistrato che ha combattuto la mafia in prima linea nella sua Sicilia al fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e poi una lunga esperienza in Parlamento. Gli abbiamo chiesto in quale modo la mafia sta approfittando della crisi provocata dalla pandemia.

A distanza di dieci mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata al Covid, quali sono state le ripercussioni sul sistema della Giustizia? 

«La principale ripercussione della pandemia sulla Giustizia italiana riguarda l’ulteriore aggravamento della principale patologia che, da tempo immemore, l’affligge: la sua insopportabile lentezza. Ho assistito a non so quanti annunci dei governi succedutisi nel tempo alla guida del Paese sulla necessità di ” sveltire” la risposta giudiziaria. Agli annunci, però, non è mai seguita alcuna idonea riforma.  Se pensiamo che un illustre giurista dello scorso secolo asseriva che: “Non c’è peggiore giustizia della tardiva giustizia”, non ci resta che constatare quanto avesse ragione. L’effetto Covid, insomma, ha ulteriormente aggravato una situazione già di per se patologica».

Nei prossimi mesi o anni, l’emergenza sanitaria si tradurrà sempre di più in emergenza economica. Come vede il futuro?

«Il futuro che ci attende non so che colore avrà. Escludo che lo si possa immaginare roseo. Molto dipende dalle scelte politiche  che saranno messe in atto per renderlo meno pesante. Purtroppo da quello che vedo non mi sentirei di coltivare alcun ottimismo. Con la speranza di essere smentito dai fatti, naturalmente».

Cosa pensa riguardo a tutti i processi caduti in prescrizione  causa Covid?

«L’aumento del numero delle prescrizioni maturate grazie, si fa per dire, al Covid rafforza una convinzione che mi accompagna da tempo:  occorre metter mano ad alcune riforme che rendano questa causa di estinzione del reato quanto più rara possibile. E torniamo, così, alle riflessione sulla lentezza di cui ho parlato pocanzi».

Ritiene che la pandemia e la crisi provocata dal lockdown possano favorire le organizzazioni mafiose?

«Il rischio c’è e, per fortuna, vedo che se ne sono resi conto alcuni esponenti delle nostre Istituzioni. Occorrerà essere particolarmente vigili nel mondo dell’economia in generale. In quella privata per evitare che capitali mafiosi  vengano accettati da imprenditori in difficoltà per salvare la loro azienda. In quella pubblica occorrerà sgranare ancora di più gli occhi sul settore degli appalti  per garantire la trasparenza delle aggiudicazioni. Questioni vecchie, non c’è dubbio, ma potenzialmente aggravate proprio dall’effetto Covid».

Perché la mafia al Sud spesso arriva prima dello Stato?

«Tradizionalmente era così. Oggi vedo una situazione diversa. La mafia, parlo di Cosa Nostra, ha subito colpi molto duri, soprattutto per opera della magistratura,  per cui fa fatica ad arrivare prima dello Stato. Ciò non vuol dire affatto che è stata sconfitta. Ma che non goda di buona salute è sicuro. La guardia, insomma, deve continuare ad essere mantenuta alta, molto alta».

La mafia è un problema di ordine pubblico o culturale?

«La mafia, anzi direi meglio le mafie, sono innanzitutto un problema criminale che, in quanto tale, va combattuto in termini di repressione.  Sul decisivo piano della prevenzione, poi, lo Stato dovrebbe farsi carico di diffondere, specie nelle giovani generazioni, un’autentica cultura della legalità. Tanto più il rispetto delle regole è osservato, tanto più la mafia fatica ad inquinare i settori della società che la interessano. Quelli economici innanzitutto».

Esiste una connessione tra il potere mafioso e i problemi della sanità nel Sud evidenziati dalla pandemia?

«Certo che esiste. In quel settore girano un sacco di soldi  e la mafia a quelli guarda con grande attenzione. Spesso, nei miei incontri con gli studenti, spiego che la mafia può aver piazzato i suoi tentacoli ovunque, ma so per certo dove questo non è avvenuto : dove non ci sono soldi».

L’Unione europea è preparata a combattere il dilagare delle mafie?

«Non credo a sufficienza. Forse non tutti i Paesi della UE si rendono conto di essere potenzialmente a rischio di infiltrazioni mafiose. Non c’è da meravigliarsi più di tanto. In Italia, fino a non molti anni fa, al Nord si credeva che la mafia fosse un problema del Sud del Paese. I fatti hanno dimostrato che oggi, e da tempo, molte regioni del Nord Italia sono afflitte da pesantissime presenze mafiose. E torniamo al discorso dei soldi. Tanto più ce ne sono in giro, tanto più alla mafia  viene l’acquolina in bocca. Denunciavo questo rischio già negli anni ottanta e non mi pare di aver ricevuto un apprezzabile consenso dalle parti del Po. E non solo. Se tanto mi da tanto, anche l’Europa finirà con il muoversi in maniera più efficace. Ma quando?»

Qual è il suo stato d’animo da inizio pandemia ad oggi?

«Il mio stato d’animo mi induce ad essere molto guardingo. Non mi sono chiuso in casa terrorizzato dal rischio di essere contagiato. Mi sono limitato a ridimensionare, nel numero e nelle occasioni, i miei rapporti sociali. L’arrivo del vaccino mi conforta sul futuro e, allora, penso alla napoletana: ” A da passa’ a nuttata!”».

Quali sono i suoi interessi da quando ha smesso la toga?

«Sono in pensione da otto anni. Questo mi consente di occuparmi dei miei interessi culturali e, in particolare, della lettura che ho sempre amato. E poi dedico più tempo alla Fondazione Falcone, della quale sono il vice presidente. Credo molto nella principale attività che svolgiamo attraverso progetti sulla legalità con molte scuole e università in tutta Italia».

Vaccino, il grafico della fondazione Gimbe: un gap impressionante tra dosi disponibili e somministrate. Libero Quotidiano il 28 febbraio 2021. Del fatto che abbiamo pochi vaccini e neppure li usiamo ve ne abbiamo già dato conto. Insomma, contro il coronavirus non solo gli errori dell'Europa, ma anche quelli tutti italiani: con la regia di Domenico Arcuri, neppure riusciamo a somministrare le dosi di siero in nostro possesso. E ora una conferma a tal riguardo arriva anche dalla fondazione Gimbe, che con il presidente Nino Cartabellotta passa all'attacco: "Protestiamo giustamente perché arrivano pochi vaccini. Ma intanto quasi 1,8 milioni stanno serenamente al fresco". E a corredo delle parole, un grafico che mostra in modo plastico lo scandalo: nell'immagine, le dosi consegnate all'Italia e quelle somministrate. Il tutto mentre in Italia i morti per Covid da inizio pandemia sono più di 97mila. Scandalo confermato da Roberto Burioni: "Arrivano pochi vaccini ma se quelli che arrivano rimangono nei frigoriferi, il guaio diventa ancora maggiore", scrive il virologo su Twitter. Nel grafico elaborato dalla Fondazione Gimbe, sulla base dei dati resi pubblici dal commissario per l'emergenza Covid in tandem con il ministero della Salute, si comprende in modo lampante come il gap sia di proporzioni inquietanti. Il gap, ovviamente, è tra le dosi vaccinali disponibili e quelle somministrate. Quasi 1,8 milioni di fiale inutilizzate, a fronte di una fornitura in continuo ribasso, stanno "serenamente al fresco", sottolinea Cartabellotta riferendosi ai vaccini stoccati a meno 75 gradi. Insomma, in Italia la campagna vaccinalo non solo non decolla, ma continua a rallentare. Il tutto mentre la drammatica terza ondata sta iniziando a manifestarsi in tutta la sua potenza. Potremmo così arrivare a fine di marzo senza aver immunizzato le fasce di popolazione a rischio, così come prevedeva il piano originale.  La continua revisione al ribasso, documentata dai 4 aggiornamenti ufficiali delle forniture attese, in soli 2 mesi ha quasi dimezzato le dosi previste per il primo trimestre 2021 che sono precipitate da 28,3 a 15,7 milioni. Sempre la fondazione Gimbe mette in evidenza come delle dosi previste per i primi tre mesi del 2021, al 24 febbraio ne sono state date alle regioni soltanto un terzo. Per entrare nel dettaglio, soltanto  il 43% del siero Pfizer-BioNtech (3.905. 460 su 9.012.748), un meno 18,4 di quello Moderna (244.600 su 1.330. 000) e il 19,6% di AstraZeneca (1.048.800 su 5.352.250). Per parlare in termini pratici, se si volessero rispettare le scadenze del piano vaccinale originario, ora dovremmo procedere al ritmo di 2,3 milioni di dosa alla settimana. Cifre assolutamente irrealistiche e fuori portata.

I vaccini che nessuno usa. La verità in questo grafico. Il grafico elaborato dalla Fondazione Gimbe mostra l'ampio divario tra le dosi attualmente disponibili e quelle somministrate. Rosa Scognamiglio - Dom, 28/02/2021 - su Il Giornale. "Protestiamo giustamente perché arrivano pochi vaccini. Ma intanto quasi 1,8 milioni stanno serenamente al fresco". Lo scrive su Twitter Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, postando il "grafico dello scandalo" che evidenzia il divario fra il totale delle dosi consegnate all’Italia e il totale di quelle somministrate. Sulla stessa lunghezza d'onda anche il virologo Roberto Burioni che "cinguetta" con tono solenne: "Arrivano pochi vaccini - scrive -ma se quelli che ci arrivano rimangono nei frigoriferi, il guaio diventa ancora maggiore".

Il grafico sui vaccini. Nel grafico elaborato dalla Fondazione Gimbe, sulla base dei dati divulgati dal commissario per l'emergenza Covid-19 in accordo con il ministero della Salute, si evince chiaramente un gap di proporzioni "mostruose" tra le dosi vaccinali disponibili e quelle somministrate. Quasi 1,8 milioni di fiale, a fronte di una fornitura in continuo ribasso, stanno "serenamente al fresco" - come fa notare Nino Cartabellotta nel tweet - nelle celle Ult (i frigoriferi temperati a -75°C dove si conservano i vaccini).

A che punto sono le forniture? La campagna vaccinale continua a rallentare il passo col rischio che, in previsione di una nuova impennata di casi prevista per il mese di marzo, non si riesca ad immunizzare le cosiddette "fasce a rischio" della popolazione in tempo utile per evitare l'ennesimo disastro sanitario. La continua revisione al ribasso, documentata dai 4 aggiornamenti ufficiali delle forniture attese, in soli 2 mesi ha quasi dimezzato le dosi previste per il primo trimestre 2021 che sono precipitate da 28,3 a 15,7 milioni. Secondo quanto si apprende da una elaborazione Gimbe, delle dosi previste per il primo trimestre 2021, al 24 febbraio ne sono state consegnate alle Regioni solo un terzo. Nello specifico, solo il 43% del siero Pfizer-BioNtech (3.905. 460 su 9.012.748), un mero 18,4 di quello Moderna (244.600 su 1.330. 000) e il 19,6% di AstraZeneca (1.048.800 su 5.352.250). Per rispettare le scadenze del piano vaccinale originario, dovrebbero essere somministrati in media 2.3 milioni di dosi a settimana: un miraggio.

Il numero di vaccini somministrati. A fronte dell'approvvigionamento deficitario anche le inoculazioni procedono al rilento. Al 24 febbraio (aggiornamento ore 08.01) hanno completato il ciclo vaccinale con la seconda dose oltre 1,34 milioni di persone (2,25% della popolazione), con marcate differenze regionali: dal 1,58% dell’Abruzzo al 4,17% della P.A. di Bolzano (figura 6). "Se l’obiettivo della prima fase della campagna vaccinale – spiega il Presidente della Fondazione Gimbe – era proteggere, oltre al personale sanitario e socio-sanitario, le persone più fragili (ospiti RSA e over 80), aver somministrato oltre 655 mila dosi (17,7%) al personale non sanitario (figura 7) stride con l’esigua copertura degli over 80: su oltre 4,4 milioni solo 380 mila (8,6%) hanno ricevuto la prima dose di vaccino e circa 127 mila (2,9%) hanno completato il ciclo vaccinale (figura 8). Un’inversione di priorità, non prevista dal piano vaccinale, che sta ritardando la protezione della categoria che ha pagato il tributo più alto in termini di vite umane".

Michele Bocci per "la Repubblica" il 14 gennaio 2021. È durata pochi giorni la speranza di avere più dosi di vaccino Pfizer allo stesso prezzo. Giusto il tempo che Ema sistemasse la questione delle fiale. L'8 gennaio il Chmp, il Comitato per i medicinali per l'uso umano dell'agenzia regolatoria europea, ha stabilito che ogni fiala contiene sei dosi, e non cinque come indicato fino a quel momento. E così, visto che l'Italia, come gli altri Paesi europei, ha fatto un contratto per l'acquisto di dosi di vaccino (e non per le fiale) l'azienda farmaceutica ha buone ragioni per smettere di fare un "regalo" agli Stati, tanto più in un periodo di enorme richiesta, che mette sotto pressione la produzione. Quando si sono iniziate ad usare le prime partite del vaccino Pfizer-Biontech in tutto il mondo si è visto che una volta estratte cinque dosi con le siringhe di precisione resta uno sfrido, un residuo di materiale sufficiente a fare almeno un'altra somministrazione (anche due in certi casi). Aifa e il ministero alla Salute hanno dato un preliminare via libera all'estrazione di sei dosi e a quel punto ci si è trovati con il 20% dei vaccini in più rispetto a quelli attesi e pagati. Anche per questo motivo nei dati comunicati quotidianamente dalla struttura del commissario straordinario all'emergenza Domenico Arcuri sull'andamento delle vaccinazioni sono spuntate alcune regioni che avevano fatto oltre il 100% delle dosi consegnate. Dopo la decisione di Ema però, e quindi con la consegna di questa settimana all'Italia le dosi per ogni fiala sono ufficialmente diventate sei e quindi Pfizer può mandare meno fiale o farsi pagare di più se ne invia la quantità prevista inizialmente (ipotesi remota). Così il vantaggio si trasforma in rischio, quello di non riuscire, per errori nei dosaggi a estrarre tutte e sei le dosi e quindi a sprecarne una. In certi Paesi europei si lamentano di non aver siringhe adeguate per questa operazione. In Italia da questo punto di vista dovremmo essere a posto, visto che sono state acquistare siringhe di precisione, anche se è vero che su quelle inizialmente consegnate dalla struttura commissariale ci sono state proteste delle Regioni perché non erano ritenute adeguate per calcolare i dosaggi. Adesso comunque starebbero arrivando le siringhe giuste. Mentre le Regioni vaccinano lavoratori della sanità (ma anche alcuni non sanitari) e operatori e ospiti delle Rsa, al ministero alla Salute si prepara l'ordine delle categorie, con relativi numeri di cittadini che le compongono, che devono essere vaccinate successivamente. Tutti sono d'accordo con il partire dagli over 80, come del resto previsto nel piano strategico per la vaccinazione. Dopo si dovrebbe proseguire con chi ha più di 60 anni. La ministra all'Istruzione Lucia Azzolina ha però ricordato che dopo tocca alle categorie essenziali, tra le quali quella degli insegnanti. Il tutto ovviamente sarà possibile solo se arriveranno altri vaccini. E un aspetto fondamentale da chiarire riguarda quello di AstraZeneca, atteso per i primi di febbraio. Ancora non si sa se sarà autorizzato per tutti coloro che hanno più di 16 anni o per gli under 55. Oggi comunque si parlerà anche di questi aspetti in un incontro con le Regioni, dove si sta procedendo un po' in ordine sparso, non solo per quanto riguarda le categorie vaccinate ma anche sui sistemi di prenotazione e su chi dovrà occuparsi delle somministrazioni quando ci saranno più vaccini. Intanto sono oltre 850 mila le persone alle quali è stata somministrata la prima dose.

Laura Berlinghieri per "la Stampa" il 16 febbraio 2021. Ventisette milioni di dosi di vaccino contro il Covid. È quanto è stato offerto al Veneto da due intermediari di case farmaceutiche produttrici di vaccini approvati dall' Ema, l'agenzia europea per i medicinali. I contratti giacciono sulla scrivania del segretario generale della sanità regionale, Luciano Flor, pronti a essere firmati. Ma c'è un presupposto non aggirabile: il via libera del commissario Domenico Arcuri, chiamato in causa dall' Aifa, l'agenzia italiana del farmaco. I dettagli delle offerte arrivate non possono ancora essere diffusi - e quindi prezzi, tempi e modalità di consegna e di verifica, tutti già nero su bianco, trasmessi dalla Regione a Roma -, perché coperti dal vincolo di riservatezza. Ma, in una campagna vaccinale che fatica a decollare, vista la penuria di dosi, potrebbe essere questa la chiave di volta. «Ci sono arrivati due contratti per iscritto. In uno ci sono proposti 12 milioni di dosi di vaccino, nell' altro 15 milioni» spiega Luca Zaia. Un' enormità anche per una regione popolosa come il Veneto, dove sono circa 4 milioni le persone vaccinabili. D'altra parte, appena una manciata di giorni fa, era lo stesso presidente leghista ad aprire alle altre regioni: «Quando vedrà i numeri, Flor dirà "C'è un magazzino con questa potenzialità"». Precisando, ieri: «La speranza è di avere scoperto una via di fornitura nuova, di cui l'Italia si possa giovare. Cosa ce ne facciamo di 12 milioni di dosi? Le portiamo in dote» le parole del presidente, che aggiungeva: «So di colleghi che stanno facendo i miei stessi ragionamenti». Già negli ultimi giorni si era parlato infatti di un asse del nord est, con un interesse comune di Veneto, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, pronte ad andare sul mercato per strappare condizioni più vantaggiose. Ma è un'iniziativa che ha fatto proseliti: Lombardia - «Siamo in contatto con il Veneto e altre due regioni, per verificare i requisiti per acquisti autonomi» diceva, pochi giorni fa, Letizia Moratti -, Piemonte, Liguria, Campania, tutte intenzionate a gettarsi sul canale parallelo, per ammissione dei rispettivi presidenti. Un comportamento che, parlando della "sua" regione, Andrea Crisanti ha bollato come «disgustoso e immorale». Ora, la richiesta del Veneto di negoziare l'acquisto e importare i vaccini approvati dall' Ema è stata spedita al commissario Arcuri, su indicazione dell' Aifa, prima destinataria della missiva. «L'agenzia ha risposto che riconosce la carenza di vaccini e che quindi ricorre il presupposto per la nostra domanda» spiegava ieri il veneto Flor. «Ma, stanti le normative, la valutazione sull' autorizzazione va indirizzata alla struttura commissariale del governo». Mentre la posizione della Commissione Ue resta la stessa: va bene, purché non si intacchino i lotti già coperti dalla strategia dell' Unione. La palla ritorna quindi in Italia. Spedita la lettera ad Arcuri, si attende un responso che potrebbe avere impatti ben oltre i confini della regione governata da Luca Zaia. Basti pensare che, in tutta Italia, sono circa 1.3 milioni le persone a cui sono state somministrate due dosi di vaccino. Ora, improvvisamente, sono offerti 27 milioni di dosi. Assicura il presidente veneto, «con costi uguali o inferiori a quelli pagati finora». Zaia si smarca poi da qualsiasi polemica - «Questo non è il mercato nero e gli intermediari con cui dialoghiamo non sono dei "mestieranti"» -; certo, appare difficile non interrogarsi sul perché una regione, da sola, riesca dove un Paese intero non è riuscito. «Probabilmente ci sono dei canali che prevedono l' inserimento di intermediari, che acquistano interi lotti che ora hanno in magazzino. E magari il magazzino è la fabbrica stessa», la spiegazione di Zaia. «Perché Israele ha vaccinato tutti e in Gran Bretagna non c' è un problema di dosi? Il mondo è più grande dell' Unione europea e non credo che le aziende stiano vendendo solo agli Stati membri».

Veneto, i 27 milioni di vaccini offerti a Zaia via mail: «Prezzi in linea con l’Ue, dosi in meno di un mese». Marco Bonet su Il Corriere della Sera il 17/2/2021. «Il mio sogno è il Veneto Covid-free». E per realizzarlo, il presidente Luca Zaia è disposto a (quasi) tutto. Frustrato dai continui ritardi nelle forniture del vaccino (dopo Pfizer e AstraZeneca ieri è stato il turno di Moderna), Zaia ha deciso di provare a far da sé: «Sul mio tavolo ci sono due offerte per un totale di 27 milioni di dosi. Attendo l’autorizzazione del commissario Domenico Arcuri per firmare. Ci siamo sentiti e sono in corso verifiche sulla provenienza, la sicurezza e l’affidabilità dei lotti che ci sono stati proposti». L’annuncio è sorprendente, vista la situazione in cui versa la campagna vaccinale in Italia. Eppure, giura Zaia, lui si è limitato ad assecondare il mercato, «non abbiamo cercato nessuno».

La proposta via mail. Tutto è nato da una serie di banalissime email che la sua segreteria ha ricevuto a fine gennaio, quando esplosero le polemiche sulle sforbiciate imposte dalla case farmaceutiche alle forniture concordate con l’Europa. Si trattava di sei offerte, passate al setaccio dai tecnici della Regione: «In alcuni casi i prezzi erano superiori di 5-6 volte rispetto a quelli concordati dall’Ue, in altri perfino più bassi, di circa il 10 per cento — spiega il direttore della Sanità, Luciano Flor — e abbiamo svolto accertamenti sui soggetti proponenti, per evitare di cadere in truffe o in situazioni poco chiare». Alla fine, delle sei offerte, ne sono rimaste due: una per 12 milioni di dosi, l’altra per 15 milioni. I dettagli sono coperti da un patto di riservatezza, ma Zaia assicura che i prezzi «sono in linea con quelli stabiliti dall’Ue», mentre Flor sgombra il campo dall’accusa, lanciata tra gli altri dal professore Andrea Crisanti, di essersi rivolto a un «mercato opaco». «La trattativa — afferma — è stata resa pubblica e gli intermediari (le case produttrici hanno respinto contatti diretti, ndr) li conosciamo, ci hanno già fornito mascherine e ventilatori polmonari durante la prima ondata». Pare si tratti in entrambi i casi del vaccino prodotto da Pfizer, mentre Flor ha fatto sapere che «una volta ottenuta l’autorizzazione i contratti si possono chiudere in 3-4 giorni e le dosi possono arrivare in meno di un mese». Ma chi deve dare il fatidico via libera, a cui guardano con interesse anche Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Friuli Venezia Giulia? Il Veneto ha scritto ad Aifa il 4 febbraio, ma l’agenzia ha rinviato ad Arcuri. Il Veneto ha quindi spedito analoga lettera lunedì al commissario e Arcuri ha chiamato Zaia chiedendo alcuni chiarimenti. «Procederemo nell’ottica della massima collaborazione — dice il presidente —. Siamo pronti a mettere a disposizione dello Stato e delle altre Regioni il canale che abbiamo aperto». Pare, comunque, che sia necessaria anche l’autorizzazione del ministero della Salute, trattandosi di un’operazione che impatta su accordi comunitari. L’ipotesi è che le dosi acquistate «in parallelo» possano essere scalate dalle forniture nazionali, generando un surplus che verrebbe ridistribuito tra le altre Regioni. Questo a patto che lo Stato garantisca la copertura finanziaria, pagando le dosi «extra» come avrebbe pagato quelle inserite nell’accordo Ue. Quanto all’obiezione «etica» sull’opportunità di rivolgersi al libero mercato, il presidente del Veneto taglia corto: «Israele ha già vaccinato 5 milioni di persone, la Gran Bretagna procede al doppio della nostra velocità, si rincorrono indiscrezioni sugli acquisti extra della Germania. I vaccini ci sono: se non li compriamo noi, li comprerà qualcun altro».

Marco Bresolin e Fabio Poletti per "la Stampa" il 17 febbraio 2021. Un milione di dosi di purissimo AstraZeneca offerti da un intermediario brasiliano all' ufficio del commissario all'emergenza Domenico Arcuri. Un'altra offerta pronta per il Pirellone in Lombardia assai consistente. Spiega l'intermediario che giura di avere società in Svizzera e in Italia: «Volete Pfizer, ce l'ho! AstraZeneca in questo momento ho qualche problema. Però se Ema lo autorizzasse ho pronto anche lo Sputnik. Ho già i contratti». Poi ci sono le 27 milioni di dosi, in due tranche da 12 e 15 milioni, che il Governatore veneto Luca Zaia giura di poter comperare in un amen e per cui ha chiesto autorizzazione a Roma. «Ce le hanno offerte intermediari di un'azienda che collabora già con noi, fornendoci altri medicinali», assicurano da Palazzo Balbi. Senza sprofondare nel dark web sembra che ci siano vaccini ovunque, basta chiederli. Un mercato parallelo che vorrebbe saltare alla giugulare di Stati e Regioni che fanno fatica a trovare vaccini. Ma questi intermediari sono veramente affidabili? Le case farmaceutiche prendono le distanze e l'ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) ha aperto un' inchiesta dopo aver ricevuto una serie di denunce da parte delle autorità pubbliche di diversi Stati Ue. Sotto la lente dell' Olaf ci sono offerte per circa 250 milioni di dosi con richieste di denaro che superano i 2 miliardi di euro. «Si tratta di truffe» ripetono dagli uffici di Bruxelles dell'Olaf. Vaccini contraffatti o, nella stragrande maggioranza dei casi, millanterie: spediscono qualche campione del vaccino, chiedono il versamento di un acconto, poi spariscono. E in effetti vien da chiedersi come sia possibile che sul mercato europeo, dove nel primo trimestre di quest' anno arriveranno tramite i canali ufficiali 100 milioni di dosi, ci sia una così ampia disponibilità di fiale sottobanco. Il mediatore "lombardo", non senza qualche lacuna ha una sua spiegazione: «Io li compero dai rivenditori. Anche a Dubai. Certo i prezzi lievitano. C'è la logistica e una filiera. Da me il vaccino Pfizer costa 75 euro (quasi 4 volte tanto, ndr). Ma in una settimana, massimo 10 giorni, posso darvi tutto quello che volete». L'intermediario aveva agganciato l'ex sondaggista Luigi Crespi e il commercialista Alessandro Arrighi, ritenendo che avessero rapporti in Regione. Loro sono filati da Piazza Pulita su La7 e ora dicono: «Magari non ci saranno reati ma è immorale e disgustoso». L'intermediario insiste e giura di giocare a carte scoperte: «Le aziende produttrici dopo che hanno onorato l'accordo con la Ue possono vendere a chiunque. Non so se le Regioni possono comperare...». AstraZeneca, dalla sede centrale di Basiglio alle porte di Milano, smentisce e teme che si tratti di vaccini contraffatti. Spiega la responsabile dei rapporti coi media Ilaria Piuzzi: «Abbiamo sentito anche noi le dichiarazioni del governatore veneto. Per quanto ci riguarda è impossibile. Non esistono mercati paralleli. Non ci sono intermediari. Non possiamo vendere a privati, singoli Stati o enti locali. Ci sono vincoli precisi nel contratto con la Ue. Per tutelarci abbiamo fatto un esposto al Nas dei carabinieri». Sulla stessa linea anche Pfizer: «Non stiamo fornendo il nostro vaccino al mercato privato in questo momento - spiega a "La Stampa" una portavoce dell' azienda americana -. Durante le pandemia, i nostri contratti sono con i governi. È importante che i vaccini rimangano all' interno della catena di fornitura stabilita». Ma allora da dove arrivano i vaccini sventolati da Zaia? Il governatore ha parlato di «due diversi lotti» da altrettante società che hanno già ottenuto il via libera dall' Ema. Che al momento sono tre: Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca. Due su tre smentiscono l' esistenza di questi canali e Moderna ha appena annunciato all' Ue un rallentamento delle consegne a febbraio in seguito a una serie di problemi. Nei giorni scorsi il premier ceco Andrej Babis ha rivelato in Parlamento di aver ricevuto (e rifiutato) un' offerta per acquistare il vaccino di AstraZeneca da un intermediario basato a Dubai. Alla firma del contratto chiedeva un acconto pari al 50%. Prendi i soldi e scappa.

Da "la Repubblica" il 20 febbraio 2021. In Italia nessun governatore potrà acquistare vaccini dal mercato parallelo. Se lo facesse, infatti, dovrebbe poi spiegare alla magistratura contabile (e non solo) cosa ha comprato. E soprattutto perché lo ha fatto a un prezzo superiore rispetto a quello stabilito tra il nostro governo (per il tramite del Commissario straordinario) e la Commissione europea. Partono anche da questa considerazione - per poi arrivare in tutto il mondo, dal Brasile ai Balcani - le indagini che in questi giorni tre procure hanno aperto sugli intermediari, veri o fasulli, che offrono vaccini alle Regioni e alla struttura commissariale. Una delle inchiesta è stata istruita a Roma proprio sulla base della segnalazione di Arcuri che ha ricevuto tre mail da parte di presunti broker farmaceutici. «Gentile commissario - si legge in una di queste - le scriviamo per offrirle la disponibilità di ingenti dosi di vaccino». Nella missiva si fa espressamente riferimento ad AstraZeneca anche se le persone in questione si presentano non come fornitori, ma come intermediari. Costi e tempi non sono indicati. Ma si chiede, nel caso ci sia l'interesse, di firmare una lettera di intenti. Il tipo di offerte visionata da Arcuri non è così differente da quella che è arrivata in queste settimane ad alcune Regioni: al Veneto, all'Emilia Romagna, alla Puglia. Probabilmente anche altrove. I carabinieri del Nucleo antisofisticazione stanno effettuando approfondimenti. Si sono fatti una prima idea di cosa sta accadendo. Ci sono due filoni e corrono paralleli. Da una parte, i millantatori: non hanno a disposizione i vaccini, né sanno dove prenderli, ma provano lo stesso a truffare le pubbliche amministrazioni. Le uniche che, in teoria, potrebbero accettare l'acquisto di dosi di vaccino, visto che i colossi produttori hanno escluso la vendita ai privati. Per questo vengono bollati come "fake" o poco più, i tentativi di smercio a prezzi altissimi sul deep web. Proprio ieri il Nas ha oscurato tre pagine web che offrivano "vaccini anti Covid". È possibile però che una sorta di mercato nero più ridotto, locale, si sia aperto in ambito ospedaliero. Qualche evidenza investigativa è stata trovata a Roma: con le siringhe di alta precisione è infatti possibile tirare fuori dalle fiale qualche goccia in più oltre alla sesta dose, in modo da ricavarne alcune extra. Ma torniamo ai broker. Il secondo filone riguarda gli intermediari che lavorano per multinazionali e per stati esteri extra Ue. È stata individuato, per esempio, un italiano che fa affari con il Brasile e che si propone come promotore di AstraZeneca. Ha offerto un numero importante di dosi al mercato italiano. È la stessa offerta arrivata al governatore del Veneto, Luca Zaia. Che, per valutarla, ha interpellato l'Agenzia italiana del farmaco e il commissario Arcuri. Non solo. Per tutelare la Regione, il 12 febbraio ha inviato una segnalazione ai carabinieri del Nas. Che ieri hanno bussato alla porta del direttore generale della sanità del Veneto, Luciano Flor, per acquisire la documentazione. A mandarli è stata la procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone che ha aperto un fascicolo dopo un episodio avvenuto presso la sede della Regione Umbria. Il 28 gennaio scorso un commercialista messinese di 40 anni si è presentato ad alcuni funzionari, sostenendo di poter portare in Italia «grossi quantitativi di vaccino AstraZeneca». I carabinieri hanno perquisito la sua abitazione a Messina per capire a che gioco stesse giocando: era una truffa o aveva davvero le disponibilità delle dosi? L'uomo è incensurato ma a casa sua non sono stati trovati contatti o documenti riferibili all'azienda anglo- svedese. Durante le prime fasi della pandemia aveva provato a vendere anche mascherine. AstraZeneca ha smentito che fosse un suo intermediario. Al momento è indagato per tentata truffa.

Marco Bresolin per "la Stampa" il 18 febbraio 2021. L'acquisto di vaccini al di fuori dei canali Ue «è estremamente rischioso» perché «stiamo assistendo a un crescente numero di truffe». Ursula von der Leyen mette in guardia dagli intermediari che contattano governi e amministrazione locali per offrire i farmaci. La presidente della Commissione europea lo fa rispondendo a una domanda sulle ultime mosse di alcune regioni italiane, Veneto in primis, dopo che il presidente Luca Zaia ha detto di essere in contatto con alcuni mediatori che avrebbero assicurato la fornitura di 27 milioni di dosi del farmaco prodotto da Pfizer. «La garanzia che ci sia effettivamente quel vaccino all'interno delle fiale è pari a zero - ha puntualizzato von der Leyen -. Non si sa che percorso abbiano fatto quelle dosi, né se la catena del freddo sia stata rispettata. Chi compra su quel mercato si prende un rischio». Ma il Veneto va avanti, dice di aver ottenuto la garanzia che quei vaccini arriveranno «direttamente dai siti produttivi europei ed extra-Ue» e Zaia assicura di avere dalla sua parte anche Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige e Marche. Il dossier è nelle mani di Luciano Flor, direttore generale della Sanità regionale, che spiega di aver ricevuto una ventina di offerte diverse: «A sei di queste abbiamo risposto e due ci hanno mandato proposte dettagliate». Si tratterebbe di due lotti da 12 e 15 milioni di dosi di vaccini Pfizer, nonostante l'azienda continui a smentire l'esistenza di canali di vendita paralleli. L'offerta viene però ritenuta credibile e interessante dalla Regione, anche se lo stesso Flor spiega di non aver ancora negoziato né sul prezzo né sulla tempistica delle consegne. Ha solo detto di aver richiesto informazioni aggiunte ai mediatori, come il numero di lotto e la scadenza, «per ottenere l'autorizzazione ministeriale all'importazione». Una risposta è attesa entro oggi. Proprio ieri la Commissione ha annunciato la firma del secondo contratto con Pfizer/BioNtech che consentirà di acquistare ulteriori 200 milioni di dosi del vaccino (più un'opzione per altri 100 milioni) che si aggiungeranno ai 300 milioni già ordinati nel 2020. All'Italia spettano circa 27 milioni di dosi nel quadro nel nuovo accordo, che era già stato annunciato all'inizio di gennaio. È invece notizia di ieri il via libera a un nuovo contratto con Moderna: 150 milioni di dosi arriveranno quest' anno e altrettante sono state opzionate per il 2022. L'Ue aveva già acquistato 160 milioni di dosi del vaccino americano. Bruxelles non esclude di dover far ricorso un giorno anche a Sputnik V, ma ieri von der Leyen è parsa molto fredda: «Ci chiediamo come mai la Russia offra milioni di dosi quando ancora non ha vaccinato tutta la sua popolazione». In ogni caso l'eventuale acquisto dovrà passare da un'autorizzazione dell'Ema e da «un'ispezione nei loro siti produttivi» che sono situati in territorio extra-Ue. Thierry Breton ha spiegato che, data la particolare tecnologia, non sarà facile produrlo in Europa. Nel frattempo si lavora per incrementare la produzione dei vaccini che hanno già ottenuto il via libera dall'Ema. Per rispondere alle polemiche delle scorse settimane, la Commissione ora vuole introdurre nei contratti «un piano dettagliato e credibile» con «tempistiche affidabili» - anche se forse ormai è troppo tardi. Si lavora per riconvertire alcuni impianti situati sul territorio europeo, ma c'è il nodo delle licenze. Al momento la Commissione si limita a «sostenere la cooperazione tra imprese» e a «sviluppare un meccanismo specifico per il rilascio delle licenze», ma solo «su base volontaria». L'Ue non intende usare lo strumento della licenza obbligatoria. Breton è in contatto con i Paesi per individuare potenziali siti industriali per la realizzazione dei vaccini e ha fornito rassicurazioni su AstraZeneca, che aveva rallentato le consegne in seguito ad alcuni problemi: un aiuto - ha spiegato - potrebbe arrivare anche dalla fabbrica di Anagni, dove vengono realizzate alcune fasi del processo produttivo. C'è infine la lotta alle varianti al centro del progetto «Hera Incubator» che è stato approvato ieri dal collegio dei commissari. Sono stati stanziati 75 milioni di euro dal bilancio per sviluppare test specializzati nell'individuazione delle mutazioni: al momento soltanto l'1% dei tamponi viene analizzato. Bruxelles chiede agli Stati di arrivare almeno al 5% e di condividere i dati. Si è inoltre deciso di incentivare lo sviluppo di vaccini in grado rispondere alle varianti, anche attraverso l'introduzione di una procedura di approvazione accelerata all'Ema che garantirà un percorso più rapido per i farmaci che hanno già avuto l'autorizzazione e che vengono modificati.

Monica Serra per "la Stampa" il 18 febbraio 2021. Si agitano nel dark web, ma anche su siti che appaiono e scompaiono magicamente. Provano ad avvicinare enti locali e grandi società. Qualcuno di loro, dal Brasile, ha contattato addirittura il commissario per l'emergenza Domenico Arcuri, mentre il governatore del Veneto, Luca Zaia, si è detto pronto ad acquistare autonomamente 27 milioni di dosi di vaccino anti Covid. Qualche oscuro broker ha provato a offrirne ingenti quantitativi pure alla Regione Lombardia. Ma ora su questo mercato parallelo del vaccino più richiesto e più difficile da trovare al mondo vogliono vederci chiaro i magistrati di Milano. Il procuratore aggiunto Eugenio Fusco, a capo del pool Antitruffe della procura, ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti per frode nell'esercizio del commercio. Sulla sua scrivania è arrivata la prima informativa redatta dagli investigatori del Nucleo speciale frodi tecnologiche della Gdf, diretto dal comandante Gian Luca Berruti. Nel frattempo anche l'aggiunto Tiziana Siciliano, a capo del dipartimento Ambiente, salute e lavoro, ha affidato alcune verifiche ai carabinieri del Nas. Indagini che poi, con ogni probabilità, confluiranno in un'unica inchiesta che sarà coordinata da entrambi i magistrati, come già successo per le truffe con mascherine e gel igienizzanti venduti a prezzi esagerati da «speculatori dell'emergenza» quando questi beni erano quasi introvabili, all'inizio della prima ondata del coronavirus. Che cosa c'è - si chiedono i magistrati - nelle fiale che questi «oscuri soggetti» propinano a destra e a manca? Non è chiaro se si tratti di vaccini finti e pericolosi per la salute pubblica oppure veri, ma che seguono canali irregolari. Dove si approvvigionano i presunti broker? Chi sono? Gli inquirenti cercano risposte a tutte queste domande. Il prezzo applicato alle fiale è in genere trattabile, tra i 15 e i 30 euro a dose, anche di più. Molto più alto di quello pagato dall'Unione europea. Anche se proprio il governatore Zaia, che è pronto ad acquistarle, sostiene di avere sulla scrivania due proposte di contratto per 27 milioni di dosi di Pfizer a prezzi più o meno in linea con quelli Ue. Alla sua segreteria sarebbero arrivate tante offerte e, su indicazione dell'Aifa, ora è in attesa del via libera di Roma. Le case farmaceutiche, intanto, prendono le distanze. AstraZeneca dice di aver già presentato un esposto al Nas: «Per quanto ci riguarda non esistono mercati paralleli. Non possiamo vendere a privati, singoli Stati o enti locali. Ci sono vincoli precisi nel contratto con l'Ue». La delicata questione è già al centro di un'inchiesta dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) dopo le tante segnalazioni ricevute da autorità pubbliche di diversi Stati europei. Nel mirino ci sono offerte per circa 250 milioni di dosi con richieste di denaro che superano i due miliardi di euro. Negli uffici dell'Olaf a Bruxelles sono certi si tratti di «truffe»: vaccini contraffatti o millanterie per racimolare i soldi degli acconti per gli ordini e sparire. Anche in Lombardia si muovono strani soggetti. Uno di loro, intervistato ieri da La Stampa, sostiene di acquistare i vaccini all'estero, anche Dubai, a prezzi più alti: «Da me una dose di Pfizer costa 75 euro». L'intermediario, che giura di avere società in Svizzera e in Italia, è lo stesso che l'8 febbraio aveva provato ad agganciare l'ex sondaggista Luigi Crespi e il commercialista Alessandro Arrighi, ritenendo che avessero buone conoscenze in Regione. Sono stati proprio loro, però, a denunciare tutto alla trasmissione di La7 Piazza Pulita. Un mondo oscuro, fatto di personaggi più o meno misteriosi, su cui ora anche la procura di Milano ha deciso di accendere un faro per evitare che si tratti solo di un'enorme speculazione sulla pelle di milioni di cittadini che attendono il vaccino.

La truffa dei vaccini: non solo il filone veneto. Inchieste in tutta Italia. La procura di Perugia ordina perquisizioni negli uffici di Zaia. Caccia agli intermediari. Nino Materi Venerdì 19/02/2021 su Il Giornale. Appena in tempo. Se non è una «stangata», poco ci manca. Quella sugli «intermediari dei vaccini» rischiava di trasformarsi - se non nella truffa del secolo - in un colossale imbroglio. Un possibile raggiro da milioni di euro. Diversi governatori - a cominciare da quello veneto - stavano per cascarci dentro con mani e piedi, ma in extremis Luca Zaia (in queste ore smentito clamorosamente dalla Pfizer) ha pensato bene di rendere di dominio pubblico l'«offerta vantaggiosa» (arrivata «tramite un semplice scambio di mail») e così la magistratura ha cominciato a sentire puzza di bruciato. Le stesse «offerte vantaggiose» erano infatti giunte più o meno con le stesse modalità e relativo «prezzario» anche ad altri colleghi di Zaia: in Lombardia e Umbria. Si tratta delle regioni in cui le procure hanno avviato indagini e sequestri ipotizzando il reato di truffa, ma non è escluso che analoghe iniziative giudiziarie siano avviate in altre zone d'Italia. Fatto sta che sull'intero territorio nazionale c'è ora la massima attenzione sul fenomeno dei «venditori che spediscono i presunti vaccini, vantando potenziali scorte già disponibili» (l'allarme è di Ville Itälä, direttore generale di Olaf, l'Ufficio europeo per la lotta antifrode). La prima a muoversi è stata la procura di Perugia che ha ordinato ai Nas di acquisire alcuni documenti presso la struttura del Commissario straordinario per l'emergenza Covid e all'Aifa; acquisizione che riguarderà anche la sede della Regione Veneto e i diretti uffici di Zaia. Obiettivo: accertare i presunti proponenti di forniture di vaccino in deroga agli accordi con le autorità centrali. La sensazione è che «l'acquisto fai-da-te dei vaccino» presenti - al di là degli aspetti etici e morali - rilevanti profili di illegalità. La trappola di frodi e contraffazioni è a portata di clic. Criminali senza scrupoli da una parte e amministratori ingenui dall'altra possono trasformarsi in un mix pericolosissimo, contagioso almeno quanto il Covid. E in una campagna di vaccinazione che va già a rilento, questo del «commercio parallelo dei vaccini» rappresenta una variabile impazzita da evitare assolutamente. E così in Veneto, Lombardia, Abruzzo e Umbria le procure dei capoluoghi di regione hanno dato mandato ai carabinieri del Nas di acquisire alcuni documenti presso la struttura del Commissario straordinario per l'emergenza Covid e all'Aifa. Lo scopo è comune: accertare se siano state inoltrate dalle istituzioni regionali «istanze ai fini dell'approvvigionamento diretto dei farmaci anti-covid», individuando nel contempo i «soggetti che abbiano proposto ai suddetti enti locali l'acquisto dei vaccini in deroga agli accordi con le Autorità centrali». Da giorni le case farmaceutiche di Pfizer e AstraZeneca avevano sottolineato di «non aver previsto per il momento la fornitura il proprio vaccino al mercato privato», senza contare che gli Stati membri dell'Ue hanno un vincolo «a non acquistare fuori dall'Europa». Di ieri l'ennesima precisazione dell'Unione Europea: «Gli intermediari non possono proporre i loro vaccini, perché non li forniscono a privati, ma solo ai Governi». «Di fronte a queste parole il presidente Zaia ha il dovere di denunciare in Procura portando tutte le carte, non può tirare dritto come se niente fosse, dicendo che non ha seguito la trattativa o scaricando sul commissario Arcuri, girandogli le offerte», denunciano in una nota sei consiglieri regionali del Veneto. Ma è solo la punta dell'iceberg. Le inchieste promettono sviluppi devastanti. Gli scandali legati alle mascherine e ai tamponi pare abbiano insegnato poco. O niente.

Vaccino, perse 27 milioni di dosi: "Affari regolari, ma ora è tardi", la testimonianza del mediatore. Libero Quotidiano il 22 febbraio 2021. Partiamo da un dato: dire che non esista al mondo qualcuno pronto a metter all'asta vaccini è semplicemente falso. Quel che sappiamo di certo è che almeno un venditore c'è: il Sud Africa ha ufficialmente annunciato che rinuncerà a utilizzare i suoi stock ricevuti da AstraZeneca perché ritenuti non sufficientemente validi nel contrastare la variante di Covid nata a Città del Capo. E solo per questo mese si tratta di 1,5 milioni di dosi. Fiale che non verranno certo buttate, ma che il governo ha detto di voler far fruttare per ripagarsi la spesa. Ovviamente i prodotti sono stati offerti prima all'Unione Africana, che tuttavia per ora non ha manifestato particolari interessi. Non tutti i Paesi del terzo mondo stanno sgomitando per far incetta di fialette. Per esempio, la Tanzania ha un governante folle che non crede nella pandemia e di conseguenza ha rifiutato di partire con campagne di immunizzazione. In un quadro simile un governante astuto potrebbe tranquillamente e legittimamente inserirsi per strappare un accordo con Pretoria. L'astuzia, tuttavia, pare non esser più di casa in Italia. E' di ieri la notizia che la stessa Astrazeneca ha tagliato del 15% le forniture al nostro Paese. Ricapitolando: in Sud Africa i vaccini di quella marca sono in eccedenza, da noi vengono di nuovo tagliati. Molto curioso. E tutto questo fa pensare che l'Italia si stia facendo soffiare decine di milioni di dosi di fiale sotto il naso. Almeno 27, solo in Veneto. 

IL SORPASSO. Molti Paesi hanno sfruttato le varie occasioni per superarci nella classifica dei Paesi più immunizzati del pianeta. Il Cile è riuscito a fare il triplo delle somministrazioni della media Ue, il Marocco ha superato l'Italia e così via. Per non parlare degli arabi o degli israeliani. Il mercato mondiale non è così limpido come qualcuno ci racconta, altrimenti non si spiegherebbe come mai il 75% degli antivirus sia finito alle 10 nazioni più ricche del pianeta. Noi, però, siamo in fondo alla fila. Le autorità italiane se qualcuno gli offre farmaci preferiscono passare la mano. Per non rischiare. La ragione per cui i nostri politici scappano terrorizzati sono evidenti: sono già tre le procure al lavoro per analizzare le lettere piovute in varie amministrazioni del nostro Paese, dalla segreteria del commissario Arcuri fino agli uffici di Luca Zaia in Veneto passando per il grattacielo Pirelli a Milano, sede dell'assessorato alla Salute ora diretto da Letizia Moratti. Le Regioni, visto il pressing giudiziario, hanno dovuto passare immediatamente la pratica al governo, chiedendo che prima fosse Palazzo Chigi a valutare la possibilità di aprire trattative. Il tutto per non correre il pericolo di finire dietro le sbarre con l'accusa di truffa. E Arcuri e Speranza ovviamente hanno fatto vari passi indietro, forti anche delle prime informazioni arrivate ai pm che indagano sul caso. Pare che uno di questi intermediari sia titolare di una società con solo 1000 euro di capitale. Il che però non significa molto: perché un intermediario dovrebbe possedere beni per milioni? 

L'AGENTE. In questo senso è molto interessante quanto riferito in un'intervista a Repubblica da Juri Gasparotti, broker farmaceutico bresciano, la cui società, la J.& G., è a Novigrad, regolarmente registrata in Croazia. L'agente ha spiegato di lavorare per un'enorme società farmaceutica, che ha raggiunto accordi per acquistare milioni di vaccini da AstraZeneca. Vaccini che la suddetta azienda ora vorrebbe rivendere a chi è più interessato. Per questo Gasparotti si è messo pazientemente a mandare lettere a varie figure istituzionali che potevano plausibilmente essere interessate. Tutto vero? Non c'è certezza, ma il nostro uomo avvisa: il pagamento della merce sarebbe avvenuto soltanto alla consegna e dopo i dovuti controlli. Quindi non c'era alcuna possibilità di truffa. O almeno così dice. Comunque sia, c'è un altro grosso problema. Ormai l'offerta non è più valida. Abbiamo aspettato troppo l'atteso via libera del governo: i presunti stock hanno già preso altre rotte. Così come successo in Veneto, dove abbiamo fatto scadere il termine per trattare i 27 milioni di vaccini Pfizer. Ora non ci resta che aspettare le forniture Ue e sperare che finalmente qualcosa vada per il verso giusto. Viste le premesse, ci sarà da piangere.

Il mercato nero dei medicinali "Funzionano anche per il Covid". Con l’arrivo della pandemia è iniziato il traffico di farmaci per curare i sintomi del Covid, prodotti dai nomi impronunciabili e dalla composizione sconosciuta che non dispongono di nessun tipo di autorizzazione da parte dell’Aifa. Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti, Martedì 16/02/2021 su Il Giornale. Se chiedi ad un cinese dove poter acquistare un ottimo rimedio antinfluenzale ti dirà: "In erboristeria". Passeggiando per le strade del rione Esquilino, anche conosciuto come la Chinatown romana, il leitmotiv è sempre lo stesso. "Cerchiamo un rimedio naturale per curare tosse e febbre", esordiamo più volte affacciandoci nelle tante attività cinesi della zona. "Andate in erboristeria, noi ci curiamo lì", è la risposta. "Sì ma quale prodotto chiediamo?". Il coro è unanime: "Ganmano Qingre, in Cina lo prendiamo tutti i giorni, va bene anche per curare il Covid". Qui tutti sembrano pronti a scommettere sulla bontà del prodotto. "Di solito funziona, e se non dovesse funzionare state pur certe che non fa male, perché è un rimedio naturale". Decidiamo così di tentare l’acquisto. La bottega che ci viene indicata però è semichiusa. Il titolare sta armeggiando dietro al bancone, circondato da scartoffie e pile di scatoloni. Ci facciamo notare al di là del vetro e gli chiediamo se può darci una confezione del medicinale di cui tanto abbiamo sentito parlare. L’uomo allarga le braccia: "Non ce l’ho più, me lo hanno sequestrato". È amareggiato: "Non so perché lo hanno bloccato, lo vendo da anni e nessuno mi ha mai detto nulla, è un mix di estratti di piante usato nella medicina tradizionale cinese, non c’è niente di chimico". E qui veniamo all’inchiesta condotta dai carabinieri del Nas. Come ricostruito da Il Tempo, l’attività di indagine parte lo scorso 9 aprile proprio da Roma. In pieno lockdown la polizia locale ferma un imprenditore cinese a bordo di una utilitaria. Sta trasportando duecento confezioni di "Lianhua Qingwen Jionang", un preparato a base di piante medicinali che in Italia non può essere commercializzato. È un ricettatore? Quelle dosi in realtà fanno parte del carico di aiuti umanitari arrivati da Pechino il 12 marzo. L’uomo dice di volerle distribuire gratuitamente ai connazionali. Quanti farmaci analoghi sono attualmente in circolazione? Gli investigatori se lo domandano e iniziano a passare al setaccio supermarket etnici ed erboristerie gestite da cittadini asiatici. Anche il negozio dove siamo capitate noi finisce in mezzo ad una maxi retata che si conclude con il sequestro di 437 confezioni di farmaci fuorilegge. Più di duemila pillole di "Ganmao Qingre Keli" e "Zhongyao Peifang Keli" utilizzate dalla comunità cinese per la cura dei sintomi del Covid. Prodotti dai nomi impronunciabili e dalla composizione sconosciuta che non dispongono di nessun tipo di autorizzazione da parte dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). L’attività di monitoraggio dei farmaci clandestini sinora ha portato al sequestro di circa 150mila unità farmaceutiche su tutto il territorio nazionale e all’oscuramento di più di duecento siti internet. "Il traffico di farmaci falsificati c’è sempre stato, prima della pandemia riguardava soprattutto medicinali utilizzati per la sfera sessuale oppure per il doping o il lifestyle, adesso invece – osserva Katja Carboni del nucleo carabinieri Aifa – abbiamo antibiotici, antinfiammatori, cortisonici e antifebbrili che possono dare effetti cardiotossici o epatotossici". "La pericolosità di questi farmaci – continua – non è solo nel principio attivo, che può essere sovradosato o sottodosato, ma in tutte le loro componenti: al posto dello zucchero in passato abbiamo trovato la calce come eccipiente". I rischi riguardano anche modalità di conservazione e materiali di confezionamento. "Se una fiala è realizzata con un vetro scadente, ad esempio, potrebbe rilasciare dei frammenti". C’è un modo per difendersi da tutto questo? "Sul portale tracciabilità del farmaco del ministero della Salute – spiega ancora il tenente colonnello – c’è la sezione verifica bollino, qui il cittadino può inserire il codice dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco e quello identificativo della confezione per verificare se il medicinale è legale, in caso contrario deve immediatamente segnalarlo ai Nas". Ma le direttrici del commercio illegale di medicinali portano anche al Continente Nero. Nei bagagli di un cittadino africano, sbarcato a Fiumicino a fine gennaio, sono state ritrovate 6.840 capsule e 66 confezioni di flaconi. Un carico dal valore di 30mila euro di medicinali antibiotici e antinfiammatori probabilmente destinati al mercato nero che è alimentato dalla pandemia. Peccato che tra i principi attivi ce ne fossero alcuni altamente tossici per il cuore, e che nessuno dei rimedi fosse autorizzato dalle autorità italiane.

Ricavi, licenze e produzione: la verità sul business dei vaccini. Una legge impedisce alle case farmaceutiche di cedere la licenza e consentire ad altri di produrre vaccini più velocemente: così siamo "ostaggio" di chi ha il brevetto. Alessandro Ferro, Martedì 16/02/2021 su Il Giornale. Il ricavo dei vaccini anti-Covid delle big Pharma ha numeri da capogiro: tra i 50 ed i 75 miliardi di dollari soltanto nel 2021 sui contratti di fornitura di tutte le aziende che, per prime, hanno sviluppato l'arma contro il virus e che sono stati resi pubblici finora. Se a questo si aggiunge la quotazione in Borsa di Pfizer e Moderna per arrivare a Johnson & Johnson e Novavax, il valore complessivo di queste aziende è lievitato anche di 100 miliardi.

I problemi di produzione. È indubbio che si tratti dell'affare del secolo per queste poche case farmaceutiche senza contare gli altri vaccini ancora in sperimentazione che arriveranno entro la fine del 2021: più durerà la pandemia, maggiori saranno i ricavi. Unione Europea e Stati Uniti hanno messo un'enorme massa di denaro pubblico per accelerarne lo sviluppo e garantirne la produzione. Come scrive Repubblica, la capitalizzazione di Moderna è lievitata in un anno di 60 miliardi, quella di Biontech è raddoppiata a 117. Il valore di Novavax, un altro farmaco arrivato quasi al traguardo e ad alta efficacia si è gonfiato del 6000%. L'impatto dei vaccini anti-Covid sulle quotazioni di big come Pfizer, Astrazeneca e J&J è stato invece molto più contenuto - nel caso degli inglesi addirittura negativo - anche perché il peso nei nuovi prodotti sul loro portafoglio di farmaci è molto più ridotto. Il problema maggiore, però, non riguarda i ricavi delle singole aziende ma ciò che riguarda la produzione: come si può sperare di "correre" più velocemente delle varianti del virus se i produttori dei vaccini non possono star dietro alla più grande domanda mondiale della storia? È ovvio che da soli non possono farcela ma, al momento, non esistono altre strade: siamo "ostaggio" delle Big e small Pharma non per colpa loro ma per un problema di legge vigente.

Cosa dice la legge in vigore. "La questione dei vaccini è seria perché ha preso il mondo occidentale alla sprovvista", ha detto in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Stefano Zamagni, ordinario di Economia Politica all'Università di Bologna e Professore a contratto di Economia politica internazionale alla Johns Hopkins University in Baltimora, negli Stati Uniti. Zamagni ci ha spiegato, in tema di vaccinazione anti-Covid che interessa il globo intero, la differenza che il bene comune ha rispetto al bene pubblico e quello privato per capire cosa sta succedendo in questo preciso momento. "I beni comuni, che si studiano in Scienza economica hanno certe caratteristiche che non li rendono nè pubblici nè privati. Poiché il mondo occidentale, fino ad ora, non aveva mai avuto bisogno di una vaccinazione di massa come quella attuale, studiosi di diversi discipline e politici non si sono mai posti il problema di modificare l'assetto giuridico internazionale per dire che i beni comuni non possono essere brevettati. Oggetto di brevettabilità sono soltanto i beni privati e quelli pubblici ma non quelli comuni, questo lo sanno tutti", ci dice il professore. Cosa significa tutto ciò? Che, con il brevetto delle Big Pharma, la produzione non può essere concessa a nessun'altra azienda se non a loro stesse, le uniche a poter produrre i vaccini. In questo modo, però, si rallenta enormemente il processo di vaccinazione per raggiungere l'immunità di gregge perché è impossibile soddisfare, in breve tempo, la richiesta per avere miliardi di fiale a disposizione.

"Vanno usate le licenze". I beni comuni, quindi, sono la terza categoria di beni dopo quelli privati e quelli pubblici. La teoria economica è d'accordo sul fatto che non possano essere brevettati. Qual è allora il sistema che si dovrebbe usare? "Quello delle licenze: la proprietà intellettuale dell'impresa che ha fatto la scoperta resta sua ma lo sfruttamento, cioè la produzione del vaccino, deve essere data a licenza anche ad altri che la vogliono prendere" afferma Zamagna. Chi la prende, ovviamente, deve pagare una royalty all'impresa che l'ha fatta, cioè un un pagamento legalmente vincolante effettuato ad un individuo o ad un'impresa (come in questo caso) per l'uso continuo dei suoi beni originariamente creati, comprese opere protette da copyright, franchising e risorse naturali. Il prof. fa l'esempio di cosa avviene quando si pubblica un libro. "L'autore lo concede alla casa editrice la quale decide che, su ogni copia venduta, la percentuale sia ad esempio del 5%. Dal momento che questo non si è pensato per i vaccini, le quattro case farmaceutiche produttrici che devono produrre hanno una capacità produttiva limitata. Il risultato è che la gente muore, metaforicamente parlando. È giusto che questo accada soltanto perché loro insistono nel volere produrre ciò che non sono in grado? Basterebbe porsi soltanto questa domanda". Insomma, non sono le Big Pharma a non voler condere la licenza perché vogliono guadagnare di più, "è soltanto perché non c'è la normativa, quella esistente è ancora basata sui beni privati ed i beni pubblici", sottolinea.

Il precedente del vaccino antipolio. A fine pandemia, Unione Europea e Stati Uniti riscriveranno le regole della brevettabilità, fissate a suo tempo quando ancora la tematica dei 'commons', cioè dei beni comuni, non si era posta e si andrà verso il sistema delle licenze. È bene ricordare due precedenti di buon senso che hanno fatto storia di molti anni fa, quando nei primi anni '60 Jonas Salk, scienziato americano che realizzò il primo vaccino contro la poliomelite, si oppose al brevetto. Stessa cosa fece anche Albert Sabin, che sviluppò il più diffuso vaccino contro la poliomelite, dicendo di rinunciare al brevetto perché altrimenti i bambini sarebbero continuati a morire. "Adesso ci troviamo con le case farmaceutiche che utilizzano la normativa esistente perché i governi non hanno provveduto, e la normativa esistente dice che il soggetto imprenditoriale che inventa deve avere lo sfruttamento della produzione per un lasso di tempo variabile di 10,15 o 20 anni a seconda dei casi - afferma Zamagni - Ci si può soltanto appellare al buon cuore: chiedere a Pzifer, Moderna e AstraZeneca di lavorare giorno e notte per aumentare le dosi". In un modo diverso, le imprese non ci avrebbero rimesso perché avrebbero ottenuto le royalty, l'esempio dei libri che ci ha fatto il professore è lampante. "In Italia abbiamo tre case farmaceutiche: se avessero ottenuto la licenza, ora sarebbe diverso. Su ogni flacone venduto, riservavano una percentuale da dare all Pfizer ed alle altre".

"Le regole riguarderanno il futuro". Ormai, gli studi di laboratorio su questo maledetto virus sono stati iniziati 10-11 mesi fa. "Le regole riguardano il futuro, non il passato: l'Unione europea non può fare, adesso, una regola, che imponga comportamenti diversi alle imprese farmaceutiche che hanno iniziato il processo, pensiamo al principio basico del diritto - afferma - È chiaro che a questo punto i risultati sarebbero gli stessi ma è importante sapere che alla fine di questa pandemia le regole verranno cambiate". Se si andrà in quella direzione, è la volta buona che possano nascere, in vista di future e possibili pandemie, dei laboratori creati ad hoc per i vaccini anti-pandemici così come in Italia adesso abbiamo le imprese che producono mascherine. "Quando un anno fa è scoppiata la pandemia, in Italia non c'era nessuna impresa che sapesse produrle", aggiunge Zamagni.

Piano etico contro piano economico. Il problema va approfondito anche sul piano etico: non si può mettere sullo stesso piano un oggetto che serva a soddisfare bisogni personali con oggetti che servono a salvare la vita come i vaccini. "Non si può mettere il valore della vita sullo stesso piano di quello economico, l'errore che si fa è esattamente questo, ecco perché non si potrebbero rendere brevettabili a differenza dei beni di consumo che non sono essenziali per la tua vita. Di fronte al vaccino non c'è libertà di scelta, è indispensabile per la vita. Come dice anche Papa Francesco, il vaccino deve essere universale, non si può darlo a chi ha più soldi". Il caso delle GAFAM. Ed alla gente che ironizza e si scaglia contro le case farmaceutiche che si arricchiscono? "Sono piani diversi - ci dice Zamagni - L'anno scorso, a seguito del Covid, le GAFAM (cioè Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, ndr), quindi le 5 maggiori multinazionali dell'informazione e della comunicazione, hanno incrementato i profitti di 650 miliardi in un anno. Grazie al Covid, hanno potuto vendere i diritti su piattaforme e con altre modalità. Vale la stessa cosa: che merito hanno? Non hanno alcun merito, semplicemente è scoppiata la pandemia e loro hanno colto la palla al balzo", afferma il professore. In quel caso, il ragionamento riguarda il sistema di tassazione che afferma come chi produca un valore debba tenerselo ma il valore di 650 miliardi in più non è stato prodotto da loro, è indotto. "Il caso dei vaccini è diverso, non è un problema di tassazione ma di produzione: le poche case farmaceutiche, anche se lavorano giorno e notte, più di tanto non possono produrre. Non bisogna essere ingegneri per capirlo, ecco perché ci vogliono le licenze". In questo caso, le case produttrici dei vaccini si difendono dicendo che non hanno colpe se i governi dei Paesi non hanno previsto le licenze. "Uno che gioca in Borsa e ottiene un extra profitto dalla speculazione finanziaria e paga il 15% di tasse quando invece sul lavoro si paga il 42%? È un problema serio ma non è tipico delle case farmaceutiche, riguarda anche altri ambiti e settori. Il problema è di rendere accessibili a tutti questi sieri salvavita", conclude Zamagni.

(Adnkronos il 26 febbraio 2021) - Quattro dosi su cinque del vaccino AstraZeneca consegnate ai Paesi UE non sono ancora state utilizzate. E' quanto rivela il Guardian, che ha condotto una propria indagine sull'impiego nei Paesi dell'Unione del vaccino sviluppato dall'azienda farmaceutica anglo-svedese in collaborazione con l'Univesità di Oxford. Analizzando i dati dell'European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e di altre fonti ufficiali, si stima che 4.849.752 dosi delle 6.134.707 distribuite tra i 27 Paesi UE debbano ancora essere somministrate. Tracciando alcuni esempi, suscettibili di qualche margine di errore a causa della tempistica nella raccolta dei dati, il Belgio ha ricevuto 201.600 dosi di AstraZeneca e ne ha somministrate appena 9.832; La Bulgaria ha ricevuto 117.600 dosi e ne ha somministrate 2.035 (1.73%), la Germania ha ricevuto 1.452.000 e ne ha somministrate 189.206 (13%); un po' meglio, in percentuale, ha fatto l'Italia, che secondo i dati Ecdc ha ricevuto 499.200 dosi di Astrazeneca e ne ha somministrate 96.621 (19%). La Francia non ha fornito all'Ecdc i dati sulle somministrazioni di Astrazeneca, ma secondo quanto rilevato dal sito Covidtracker.fr, si stima che su 1.137.600 dosi ricevute ne siano finora state impiegate appena 125.859 (11%). Un fattore significativo di questa situazione potrebbe essere la decisione delle autorità di Francia, Germania, Italia e Polonia di raccomandare il vaccino Astrazeneca solo per le persone di età inferiore ai 65 anni e l'incapacità logistica di destinare il vaccino a classi di età più giovani. Un altro fattore potrebbe essere anche la riluttanza di molti cittadini a farsi somministrare il vaccino Astrazeneca, dopo la campagna di stampa che ne ha messo in discussione la sicurezza e l'efficacia. Come ha ammesso la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel in un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, tra gli europei c'è un "problema di accettazione" del vaccino anglo-svedese.

Il giallo del vaccino Astrazeneca: “4 dosi su 5 ancora inutilizzate”. Federico Giuliani su Inside Over il 28 febbraio 2021. L’Unione europea è a secco di vaccini anti Covid, eppure i Paesi membri, gli stessi che lamentano i ritardi nelle consegne delle case farmaceutiche, hanno a disposizione diverse dosi non ancora inutilizzate, in particolare del siero realizzato da AstraZeneca. Stiamo parlando di quantitativi importanti, circa quattro dosi su cinque stoccate in attesa di essere iniettate nelle braccia della popolazione. È il Guardian a far luce su questo fenomeno alquanto singolare, soprattutto considerando il delicatissimo periodo che stiamo attraversando. Proprio adesso che il virus ha ripreso a correre, e che servirebbe il massimo tasso di vaccinazione possibile, è stato scoperto che vari governi non stanno usando tutte le fiale fin qui ricevute. Ricapitolando: le big pharma hanno annunciato un taglio nelle consegne delle dosi e diversi Stati sono stati costretti a rallentare la campagna di vaccinazione. Nell’occhio del ciclone è finita l’Unione europea, per gli opachi accordi messi nero su bianco tra Bruxelles e le industrie del farmaco – intese che, a quanto pare, risultano meno efficaci di quelle strette da Stati Uniti, Israele e Regno Unito -, e le stesse case farmaceutiche, accusate di non rispettare i contratti, preferendo dirottare le consegne da una nazione all’altra, a seconda delle convenienze economiche. Detto altrimenti, indipendentemente dai patti, chi sarebbe disposto a mettere sul piatto un prezzo migliore riceverebbe il vaccino in anticipo rispetto agli altri.

Dosi non usate. Un’indagine condotta sull’uso del vaccino AstraZeneca nei Paesi membri dell’Ue ha fatto emergere valori a dir poco singolari. Stando ai dati dello European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), il Guardian ha stimato che 4.849.752 dosi delle 6.134.707 distribuite tra i 27 Stati Ue debbano ancora essere somministrate ai cittadini. Può aver influito la decisione delle autorità francesi, tedesche, polacche e italiane di raccomandare l’uso dell’Astrazeneca solo agli under 65. Ma una simile spiegazione non è sufficiente per spiegare quanto avvenuto. Giusto per fare qualche esempio concreto, e prendendo in considerazione un comprensibile margine di errore nella raccolta dei dati, il Belgio ha ottenuto dall’azienda anglo-svedese la bellezza di 201.600 dosi; ebbene, ne ha somministrate 9.832. La Germania ha ottenuto 1.452.000 dosi, somministrandone appena il 13%, cioè 189.206. Ancora peggio ha fatto la Bulgaria, con 117.600 dosi ricevute e solo 2.035 (1,73%) iniettate. In Svezia, invece, ci sono 26.595 dosi usate su 100.200 ricevute.

Che cosa è successo? E l’Italia? Ha fatto un po’ meglio degli altri Paesi citati, ma anche Roma ha numerose scorte non ancora utilizzate. I dati Ecdc parlano di 499.200 dosi ricevute e 96.621 somministrate (19%). La Francia, che non ha fornito dati al suddetto Ecdc in merito al vaccino AstraZeneca, dovrebbe aver impiegato 125.859 dosi su 1.137.600 ricevute, circa l’11%. Difficile dare una spiegazione plausibile. È molto probabile che, data la campagna di stampa che nelle ultime settimane ha messo in discussione l’efficacia dell’Astrazeneca, molte persone possano aver preso le distanze dal farmaco Astrazeneca. Come se non bastasse, nel corso di un’intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Angela Merkel ha spiegato che l’Astrazeneca “è un vaccino affidabile, efficace e sicuro, approvato dall’European Medicines Agency (Ema) e raccomandato in Germania fino all’età di 65 anni” e che, insomma, non c’è motivo di non fidarsi. Quando però hanno chiesto alla Merkel se fosse disposta ad assumere quel tipo di vaccino, la cancelliera ha risposto di aver 66 anni e di non appartenere “al gruppo per il quale è raccomandato Astrazeneca”. Il professor Thomas Mertens, che presiede la commissione permanente della Germania sulla vaccinazione, è stato tuttavia chiarissimo. “Stiamo lavorando molto duramente su questo punto per cercare di convincere le persone ad accettare il vaccino e per ricostruire la fiducia nella popolazione. È un problema psicologico e purtroppo ci vorrà del tempo per raggiungere questo obiettivo”, ha spiegato a Bbc Radio 4.

Da leggo.it il 26 febbraio 2021. «Io ho 66 anni e non appartengo al gruppo per cui AstraZeneca è consigliato» ma «è un vaccino affidabile, efficace e sicuro ed è stato approvato dall'agenzia europea del farmaco e in Germania consigliato fino ai 65 anni di età». La cancelliera Angela Merkel è stata chiamata a "dare il buon esempio" ai cittadini tedeschi sottoponendosi al vaccino anti-Covid davanti alle telecamere e dissipare così i dubbi della popolazione, ma in un'intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha spiegato che non si farà iniettare una dose del siero AstraZeneca. La Germania è uno dei numerosi paesi europei in cui il vaccino AstraZeneca non è attualmente approvato per gli over 65 a causa della mancanza di dati clinici sufficienti a dimostrare la sua efficacia nelle persone più  anziane. Nel Paese c'è una massiccia adesione al movimento dei no-vax e un recente sondaggio ha rilevato che il 34% dei cittadini non vuole vaccinarsi, tanto che al momento sono state somministrate solo 240mila delle 1.54 milioni di dosi fornite da AstraZeneca. Secondo i rapporti diffusi in Germania, molte persone annullano gli appuntamenti per la vaccinazione o semplicemente non si presentano quando vengono a sapere che verrà loro somministrato il siero Astrazeneca. Nel frattempo, ai viaggiatori britannici è stata offerta qualche speranza per un viaggio nel continente entro quest'anno dopo che la Merkel ha spiegato in conferenza stampa che i certificati di vaccinazione digitali saranno probabilmente disponibili prima dell'estate. «Tutti concordano sul fatto che abbiamo bisogno di un certificato di vaccinazione digitale», ha detto la cancelliera, aggiungendo che la Commissione europea avrebbe bisogno di circa tre mesi per creare la base tecnica per tali documenti. Tuttavia, ha affermato che non è stato vaccinato un numero sufficiente di persone da revocare le restrizioni sui viaggi non essenziali e l'UE ha vaccinato solo circa il 6% della sua popolazione. Le restrizioni, che includono il divieto di viaggi non essenziali dal Regno Unito, dovrebbero rimanere in vigore fino a quando la cifra non sarà più vicina al 70% degli adulti. La Gran Bretagna ha vaccinato circa il 28% delle persone e le compagnie di viaggio hanno segnalato un aumento delle prenotazioni per le vacanze dopo che Boris Johnson ha affermato che il divieto di viaggi internazionali potrebbe essere revocato il 17 maggio.

Angela Merkel rifiuta il vaccino AstraZeneca: "Non è consigliato per la mia età". Libero Quotidiano il 26 febbraio 2021. Angela Merkel non ha voluto farsi iniettare la dose contro il coronavirus: "Io ho 66 anni e non appartengo al gruppo per cui AstraZeneca è consigliato" ma "è un vaccino affidabile, efficace e sicuro ed è stato approvato dall'agenzia europea del farmaco e in Germania consigliato fino ai 65 anni di età". La cancelliera Merkel doveva sottoporsi al vaccino anti-Covid davanti alle telecamere per convincere i tedeschi a seguirla ma in un'intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha spiegato che non si farà iniettare la dose del siero AstraZeneca. Il vaccino AstraZeneca in Germania non è approvato per gli over 65 perché non ci sono dati clinici sufficienti a dimostrare la sua efficacia nelle persone più  anziane. Ma in tutta Europa, sostiene il Guardian in una inchiesta clamorosa, quattro dosi su cinque del vaccino anti Covid di AstraZeneca non sono ancora state utilizzate. Analizzando i dati dell'European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) e di altre fonti ufficiali, si stima che 4.849.752 dosi delle 6.134.707 distribuite tra i 27 Paesi Ue debbano ancora essere somministrate. Un fattore significativo di questa situazione potrebbe essere la decisione delle autorità di Francia, Germania, Italia e Polonia di raccomandare il vaccino Astrazeneca solo per le persone di età inferiore ai 65 anni e l'incapacità logistica di destinare il vaccino a classi di età più giovani. Un altro fattore potrebbe essere anche la riluttanza di molti cittadini a farsi somministrare il vaccino Astrazeneca, dopo la campagna di stampa che ne ha messo in discussione la sicurezza e l'efficacia. Come ha ammesso la stessa cancelliera tedesca tra gli europei c'è un "problema di accettazione" del vaccino anglo-svedese. E la cosa la riguarda direttamente visto che è stata lei la prima a non farselo iniettare e a non dare il "buon esempio".

BUONGIORNO OMS! – L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ HA APPROVATO IL VACCINO PFIZER-BIONTECH. CON COMODO: NEL REGNO UNITO L’OK È ARRIVATO L’8 DICEMBRE, PRATICAMENTE UN MESE FA. Dagospia il 2 gennaio 2021. (ANSA il 2 gennaio 2021) - ROMA, 02 GEN - L'organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha approvato il vaccino Pfizer-BioNTech: la decisione rappresenta una svola per i Paesi in via di sviluppo privi di propri organismi di regolamentazione in materia sanitaria, che potranno così accelerare i loro iter per il via libera al vaccino ed iniziare i relativi programmi di immunizzazione. Lo riporta la Cnn. Il vaccino Pfizer-BioNTech è stato approvato dal Regno Unito l'8 dicembre scorso e poi dagli Stati Uniti, dal Canada e dall'Unione europea. (ANSA).

Dagospia il 5 gennaio 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Lettera 14. Caro Dago, Covid, persino il Messico ha approvato il vaccino AstraZeneca/Oxford. Gli unici idioti che continuano a non dare l'approvazione per l'utilizzo, sono gli europei. Che evidentemente devono continuare ad accontentare la Merkel acquistando quello prodotto da Stati Uniti e Germania (Pfizer-BioNTech) che costa ben 7 volte di più! Senza contare i soldi spesi in energia elettrica per conservarlo a -80 gradi. Baldassarre Chilmeni

Dagospia il 7 gennaio 2021. LA GRANDE TRUFFA DEI VACCINI - ITALIA E FRANCIA ORA SPINGONO INSIEME PER AVERE ASTRAZENECA ENTRO FINE GENNAIO. MA COSTANDO QUELLO ITALO-INGLESE 2,80 EURO A DOSE (PUÒ ESSERE CONSERVATO ANCHE IN FRIGO) CONTRO I 20 DI PFIZER-BIONTECH E DI MODERNA ((CON TRASPORTO A -80 GRADI), L’EMA HA “RALLENTATO” CON MILLE CAVILLI L’AUTORIZZAZIONE PER DARE TEMPO AI TEDESCHI-AMERICANI DI RIMPINGUARE LE CASSE (IL BUSINESS VALE 50 MILIARDI DI DOLLARI) - PERCHÉ LE FORNITURE DI ASTRAZENECA DIVENTANO VITALI PER LA CAMPAGNA DI MASSA.

Michele Bocci per “la Repubblica” il 7 gennaio 2021. Una buona notizia ma un numero di dosi che non basta a tranquillizzare sui tempi di immunizzazione dei cittadini italiani. Da Moderna arriveranno pochi vaccini e per non essere costretti ad aspettare aprile per far partire il grosso della campagna vaccinale è necessario avere a disposizione anche le fiale di AstraZeneca. Come noto, gli studi sul vaccino sviluppato dall' azienda farmaceutica con l' Università di Oxford hanno avuto un rallentamento ma comunque la richiesta di autorizzazione alle autorità regolatorie non sarebbe lontana. E proprio per non perdere altro tempo il ministro alla Salute italiano Roberto Speranza e quello francese Olivier Véran hanno fatto insieme pressioni su Ema, che autorizza i farmaci in Europa, perché decida prima possibile, nel rispetto delle sue procedure che valutano sicurezza ed efficacia di tutti i medicinali immessi sul mercato. Se tutto va bene, il via libera potrebbe arrivare a fine gennaio, cosa che permetterebbe di avere le dosi disponibili a febbraio, e quindi di dare la svolta alla campagna vaccinale. Ieri Speranza, con il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia e il commissario straordinario per l' emergenza Domenico Arcuri ha incontrato le Regioni per fare il punto sulla situazione, premettendo che l' Italia è la seconda in Europa dopo la Germania come numero di vaccini già fatti. Riguardo a Moderna, è stato spiegato che all' inizio non arriveranno molte dosi. A gennaio ne sono attese 110 mila, a febbraio 650 mila e a marzo 570 mila. Nel primo trimestre ci saranno quindi invii quasi simbolici. Nel secondo i milioni inviati dalla società americana saranno 4,65, nel terzo 7,97 e nel quarto 7,31. In tutto si tratta di poco più di 21 milioni di dosi. Anche per il vaccino di Moderna è necessario il richiamo. Pfizer continuerà a fare le sue consegne, anche se il ritardo in quella prevista per l' altro ieri ha preoccupato un po' tutti. Comunque, la multinazionale Usa a febbraio dovrebbe inviare 3,36 milioni di dosi, a marzo 4,76, nel secondo trimestre 12,75, nel terzo 14,11 e nel quarto 3,32. Se si considerano Pfizer e Moderna, fino al 31 marzo in Italia arriveranno poco più di 9 milioni di dosi. Non moltissime, visto che servirebbero a vaccinare oltre 4,5 milioni di persone (4,9 se si considerano quelle già somministrate). Per questo si spera in AstraZeneca, che entro marzo ha promesso oltre 16 milioni di dosi (e altre 24 nel secondo trimestre). Se non dovessero arrivare, si punterà su Johnson&Johnson, altra multinazionale il cui vaccino deve ancora essere approvato. Quell'azienda dal secondo trimestre, appunto a partire da aprile, invierà 14,81 milioni di dosi e nel terzo addirittura 32,3. Va precisato che il suo è l' unico vaccino che non ha bisogno di un richiamo e quindi se gli studi diranno che funzione ed è sicuro, da solo potrebbe coprire buona parte della popolazione italiana. L' obiettivo di Arcuri (che vorrebbe aver coperto 13,7 milioni di persone ad aprile e 21,5 a maggio) è di completare la vaccinazione volontaria entro fine agosto. Riguardo alla velocità di vaccinazione in questo avvio della campagna, alla riunione di ieri l' assessore alla Salute del Lazio Alessio D' Amato ha spiegato che si potrebbero fare anche più iniezioni ogni giorno. «Ma visto che le dosi non sono molte nei prossimi due mesi viaggiano col freno a mano tirato». Ha chiesto poi la garanzia della puntualità nelle consegne. Arcuri, che annuncia per il 20 gennaio l' invio dei primi 1.500 vaccinatori assunti a tempo determinato nelle Regioni, ha parlato di «giornata di tregenda» riferendosi a martedì, quando Pfizer ha annunciato di non poter inviare tutte le dosi previste per questa settimana. Le altre dovrebbero comunque arrivare oggi. «Faccio un lavoro complicato con Pfizer per richiamarla formalmente e sostanzialmente alla puntualità», ha detto, spiegando di confidare che i difetti distributivi progressivamente saranno superati. Ci vuole costanza nelle consegne, ha concordato con D' Amato.«Se viene rapidamente approvato il vaccino di AstraZeneca lo scenario cambierebbe », ha detto ancora Arcuri alle Regioni, spiegando anche di avere fiducia nella velocità di Johnson& Johnson.

Pfizer ritarda le consegne del vaccino, Arcuri: “Pronte azioni legali”. Redazione su Il Riformista il 20 Gennaio 2021. Allarme vaccino anti-covid in Italia a causa dei ritardi delle consegne da parte di Pfizer. E’ quanto annuncia il Commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri. “Ho ricevuto una unanime solidarietà da parte di tutti i presidenti delle regioni e delle province autonome del nostro paese nel corso della riunione appena conclusa alla presenza dei ministri Speranza e Boccia”, spiega Arcuri. “La tutela della salute dei cittadini italiani non è una questione negoziabile. La campagna vaccinale non può essere rallentata, tantomeno per le somministrazioni delle seconde dosi ai tanti italiani a cui è stata già somministrata la prima”. “Purtroppo l’esito delle interlocuzioni anche odierne con Pfizer non ha sortito gli effetti che auspicavamo. Infatti l’azienda – ha aggiunto il Commissario straordinario – ci ha comunicato che anche nel corso della prossima settimana non solo non verranno consegnate in Italia le dosi che sono state unilateralmente e senza preavviso non consegnate in questa settimana, pari al 29%, ma ci sarà una pur lieve ulteriore riduzione delle consegne. Di conseguenza si è discusso quali azioni intraprendere a tutela dei cittadini italiani e della loro salute in tutte le sedi, civili e penali, in cui ciò sarà possibile. Si è unanimemente deciso che tali azioni verranno intraprese a partire dai prossimi giorni in un quadro unitario”. Nel corso della riunione con i rappresentanti delle Regioni, cui hanno partecipato anche il ministro Roberto Speranza e i rappresentanti delle Regioni, tra loro i governatori Stefano Bonaccini (Emilia), Donato Toma (Molise), Marco Marsilio (Marche), Luca Zaia (Veneto), Attilio Fontana(Lombardia) e l’assessore lombardo al Welfare Letizia Moratti, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia ha ringraziato le regioni per aver aderito unitariamente alla proposta di azione legale congiunta commissario stato regioni contro Pfizer. Secondo quanto si apprende, domani grazie alla decisione presa durante la riunione verrà attivato il contenzioso attraverso avvocatura dello Stato.

Marco Bresolin per "La Stampa" il 20 gennaio 2021. Cosa succede se un'azienda, in questo caso Pfizer/BioNTech, non rispetta i tempi di consegna dei vaccini? Al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda perché sui contratti vige una clausola di riservatezza che impedisce di conoscerne i dettagli. E anche se ora la multinazionale Usa ha annunciato che renderà noto l'accordo siglato con i governi Ue, gli interrogativi sono destinati a rimanere tali perché con ogni probabilità il documento verrà pubblicato con una serie di «omissis». Esattamente come è stato fatto con quello di CureVac. La mancanza di trasparenza ha scatenato le proteste degli europarlamentari, che accusano la Commissione di occultare informazioni importanti per i cittadini: secondo il capogruppo dei liberali, Dacian Ciolos, questo atteggiamento «mette a rischio la loro fiducia nei vaccini». Ma dall'esecutivo Ue ammettono di non poterci fare nulla: «Abbiamo le mani legate dalle clausole di riservatezza», si è difesa Stella Kyriakides, commissaria alla Salute. Nei giorni scorsi il contratto siglato con CureVac è stato messo a disposizione degli eurodeputati, ma a una serie di condizioni molto rigide: per consultarlo era necessario recarsi fisicamente in un ufficio della Commissione, solo per pochi minuti, senza la possibilità di scattare fotografie o prendere appunti. E con sorpresa finale: le parti più interessati erano censurate. Niente dettagli sui prezzi, sui pagamenti e sulle consegne. Sul contratto siglato dalla Commissione con CureVac c'è una tabella con il numero delle dosi da consegnare (che però è oscurato) con cadenze trimestrali. Da Bruxelles spiegano che «i dettagli delle consegne sono disciplinati dagli accordi tra le case farmaceutiche e i singoli Stati». Ma da un punto di vista legale le aziende che producono vaccini potrebbero essere vincolate a rispettare solo la quantità prevista all'interno di ogni trimestre e non il calendario settimanale. Questo spiegherebbe perché, nei giorni scorsi, Pfizer ha assicurato a Ursula von der Leyen che tutte le dosi previste per i primi tre mesi dell'anno arriveranno entro marzo. L'intesa con Pfizer, come detto, è ancora ignota. Ma se fosse in linea con quella siglata con CureVac ci sarebbero pochi margini per contestare i ritardi. Nel contratto si legge: «In caso di ritardo nella fornitura del prodotto rispetto al programma di consegna stimato, il contraente informerà la Commissione non appena ragionevolmente possibile, spiegando le ragioni del ritardo e presentando un programma di consegne rivisto che dovrebbe essere il più vicino possibile al programma di consegne stimato, tenendo in considerazione le ragioni del ritardo». Se così fosse, non ci sarebbero conseguenze per l'azienda. Pfizer ha giustificato i ritardi con un temporaneo rallentamento della produzione che è finalizzato a una sua ulteriore espansione. Sembra che la frenata sia dovuta a una mancanza di scorte delle materie prime. A questo si aggiunge il caos legato al numero di dosi per fiala: inizialmente erano 5, ma alcuni Stati - attraverso speciali siringhe - sono riusciti a estrarne 6. Tanto che anche l'Agenzia europea del farmaco ha dato il via libera all'estrazione della sesta dose. Pfizer/BioNTech, però, non ha alcuna intenzione di regalarla: la dose in più viene conteggiata come tutte le altre e il problema è che alcuni Stati (come la Francia o la stessa Germania) sono al momento a corto delle siringhe necessarie, dunque si ritrovano con meno vaccini rispetto a quelli ordinati. Dalla Commissione Ue sono però ottimisti e assicurano che a fine marzo arriverà «una quantità impressionante di vaccini». L'esecutivo Ue ha fissato obiettivi ambiziosi per i governi: entro la fine dell'estate si punta a vaccinare il 70% degli adulti, mentre entro la fine di marzo l'80% del personale sanitario e degli over 80.

Claudia Voltattorni per il "Corriere della Sera"  il 20 gennaio 2021. Oggi l'Italia attende 241.020 dosi di vaccino Pfizer. Dovevano arrivare ieri. Ne sono state consegnate solo 53.820. E questo dopo che già lo scorso venerdì ne sono arrivate 165 mila in meno. Un ennesimo ritardo che il direttore generale dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, Nicola Magrini, definisce «molto preoccupante» e che mette le Regioni in stato di allarme perché una consegna a singhiozzo rischia di far saltare l'intero piano vaccinale, con ritardi sia nella prima vaccinazione sia nel richiamo. Non solo. La consegna ritardata ha creato disparità tra le Regioni con arrivi in alcuni casi ridotti di oltre la metà, come in Veneto, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna. Dopo aver cambiato a sorpresa e unilateralmente la tempistica di consegna motivandola con problemi di assestamento nella produzione, il colosso farmaceutico Usa Pfizer promette che dal 25 gennaio tutto tornerà regolare. Ma il commissario straordinario all'emergenza Domenico Arcuri fa sapere che «l'azienda ci ha comunicato che anche nel corso della prossima settimana non solo non verranno consegnate in Italia le dosi non consegnate in questa settimana, pari al 29%, ma ci sarà una pur lieve ulteriore riduzione delle consegne». Un comportamento «deplorevole» e, nell'incontro di ieri sera con le Regioni e i ministri di Salute e Affari regionali, Roberto Speranza e Francesco Boccia, ipotizza un esposto alla procura «per inadempimento del contratto pubblico: valuteremo - spiega - quali azioni intraprendere a tutela dei cittadini italiani e della loro salute in tutte le sedi, civili e penali, in cui ciò sarà possibile». Oggi partirà il contenzioso attraverso l'avvocatura dello Stato, dice Boccia: «Pretendiamo chiarezza e rispetto per il nostro Paese sugli accordi europei presi». E il presidente della Conferenza Stato-Regioni e presidente dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini assicura l'appoggio delle Regioni «per tutte le azioni che si vorranno intraprendere allo scopo di tutelare il diritto alla salute dei cittadini italiani». Nel frattempo, per tamponare i «buchi» lasciati dai ritardi di Pfizer, d'accordo con le Regioni, il governo vara un nuovo piano di distribuzione dei vaccini con un meccanismo di solidarietà tra le Regioni per garantire i richiami: chi ha conservato più dosi di scorta le cederebbe a chi ha somministrato più vaccini rimanendo poi senza. Ma intanto ecco già i primi effetti dei ritardi con lo slittamento deciso da Lazio, Piemonte e Puglia dell'inizio della vaccinazione degli ultraottantenni e dei 400 mila pazienti oncologici. L'obiettivo era quello di vaccinare over 80 e sanitari entro la fine di marzo. Ieri un milione e 200 mila persone ha ricevuto il vaccino, per 4.285 è arrivata la seconda dose. Non si placa poi la polemica sulle parole della vicepresidente della Lombardia Letizia Moratti che legava la consegna dei vaccini al Pil. Ma in una lettera inviata ad Arcuri, Moratti spiega di non aver mai «pensato di declinare vaccini e reddito, il Pil cui mi riferivo è un indicatore finanziario, produttivo, economico». Nonostante ciò, accuse e critiche sono arrivate un po' da tutte le parti, a partire dal ministro Boccia: «Un'ipotesi contraria alla civiltà e ai diritti universali». Poi il sindaco di Milano Beppe Sala, «mi cadono le braccia», e il governatore della Campania Vincenzo De Luca: «Siamo ad un passo dalla barbarie».

La causa a Pfizer per sequestrare le dosi pattuite. Mistero sul contratto. La mossa consente all'Avvocatura dello Stato di bloccare le fiale che spettano al nostro Paese e sanzionare il produttore. Ma il governo deve depositare gli accordi che l'Ue tiene "coperti". Luca Fazzo, Giovedì 21/01/2021 su Il Giornale. Adesso, volente o nolente, il governo dovrà tirare fuori dal cassetto il contratto segreto firmato dalla Commissione europea con il colosso Pfizer per la fornitura di Corminaty, il primo vaccino per il Covid-19 approvato dalle agenzie del farmaco europee. Perché se davvero l'Italia è decisa a fare la voce grossa con la multinazionale per la riduzione unilaterale della fornitura, e a rivolgersi alla magistratura per costringerla al rispetto degli accordi, bisognerà spiegare almeno al giudice quali sono questi patti. Si dovrà, cioè, sollevare almeno in parte il velo che ricopre gli accordi presi: ancora l'altro ieri il commissario europeo alla salute Stella Kyriakides non ha voluto rivelare ai parlamentari quali sanzioni preveda l'accordo, e nei prossimi giorni gli eurodeputati potranno solo leggere l'accordo senza farne copia, con 50 minuti di tempo a testa. Un velo di riservatezza che i vertici della Ue hanno finora motivato con la necessità di tutelare sia i segreti industriali di Pfizer-Biontech, sia di non divulgare il contenuto economico, cioè il prezzo pagato per ogni dose. Ma è chiaro che nessun ricorso e nessuna denuncia può partire contro Pfizer se non si deposita per intero il contratto che regola la fornitura. Ma quali sono le chance di ottenere per via giudiziaria il rispetto degli accordi presi? L'altro ieri il ministro per gli Affari regionali, il piddino Francesco Boccia, ha ipotizzato apertamente una denuncia penale nei confronti di Pfizer per inadempienza contrattuale. Sarebbe una mossa di notevole impatto mediatico ma difficilmente in grado di sortire risultati concreti in tempi utili: prima che un magistrato affronti la pratica, la valuti, intervenga, il piano di somministrazione dei vaccini si spera che sia in fase avanzata. Per questo è più probabile che - se la dilazione delle consegne dovesse proseguire - il governo scelga di affidarsi alla magistratura civile: e proprio in questa direzione sembra andare l'affidamento della pratica nei giorni scorsi all'Avvocatura dello Stato. E qui dalla sua parte il governo ha due strumenti. Uno che fa da sempre parte del codice di procedura civile, l'articolo 700 che consente ricorsi e provvedimenti d'urgenza in caso di danno grave e imminente. L'altro è uno strumento più recente, inserito all'articolo 614bis, e si chiama «astreinte»: prevede la possibilità per il giudice di stabilire una sanzione fissa, immediatamente esecutiva, stabilendo «la somma di denaro dovuta dall'obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del provvedimento». In pratica, l'Avvocatura dello Stato potrebbe chiedere un provvedimento d'urgenza per dichiarare l'inadempienza contrattuale di Pfizer, e un ordine alla multinazionale di consegnare tutte le dosi previste. E nel caso che, come probabile, costringere materialmente il colosso a consegnare tutte le dosi, chiedere che per ogni giorno di ritardo il colosso debba versare una somma che, viste le dimensioni miliardarie del contratto, potrebbe risultare assai salata. In questo modo, al danno di immagine per Pfizer si aggiungerebbe un pesante danno economico. La domanda ora è: questa prospettiva, questo rischio, saranno sufficienti a convincere nei prossimi giorni l'azienda newyorkese a tornare sui suoi passi? Per rispondere, bisognerebbe conoscere il dettaglio cruciale che la Kyriakides si è ben guardata dal rendere noto al Parlamento di Bruxelles: quali clausole sono previste in caso di ritardi nelle forniture di vaccino? Al momento della firma dell'accordo, ad avere il coltello dalla parte del manico era sicuramente Pfizer, i governi erano alla ricerca disperata di un primo farmaco, e avrebbero accettato qualunque condizione, anche la più pesante, pur di portare a casa le dosi. Se tra le clausole capestro ci fosse anche la rinuncia ad intraprendere azioni legali contro le eventuali inadempienze di Pfizer, fare causa diverrebbe impossibile. E i proclami di questi giorni si rivelerebbero in tutta la loro inconsistenza.

Mezz'ora in più, "sapete quanto ci guadagna Pfizer?": la clausola contrattuale che consente il taglio delle dosi. Libero Quotidiano il 24 gennaio 2021. Lucia Annunziata si è avvalsa del collegamento con Marc Boatenga da Bruxelles per affrontare il delicato tema del vaccino Pfizer. Ospite di Mezz’ora in più su Rai3, l’europarlamentare ha spiegato alcune clausole contrattuali che giocano tutte a favore dell’azienda americana. “Si è scoperto che si possono estrarre non cinque ma sei dosi e quindi Pfizer ha comunicato che, siccome il contratto parla di dosi e non di fiale, adesso darà meno fiale ai paesi coinvolti”, ha dichiarato Boatenga che ha poi sottolineato che si tratta di un’interpretazione “molto stretta” del contratto. “Capisco il punto di vista di Pzifer che vuole fare il 20% di profitto in più e lo farà, ma dal punto di vista della salute pubblica non ci conviene perché rimaniamo in penuria”, ha commentato amaramente l’europarlamentare. Il quale poi ha evidenziato un altro aspetto contrattuale che ritiene piuttosto grave: “In caso di vizi segreti nei vaccini risponderanno i governi, e quindi le istituzioni europee. In caso di risarcimento la responsabilità economica ricadrà quindi sugli stati membri e non sulle case farmaceutiche”.

Causa a Pfizer, i pro e i contro di un'azione legale: "Non è escluso il blocco delle consegne dei vaccini". Fabio Tonacci su La Repubblica il 25 gennaio 2021. Il professore emerito di Diritto pubblico alla Sapienza Federico Tedeschini e l'avvocato amministrativista Dario De Blasi rispondono alle domande su tempi e modalità di un eventuale giudizio civile del governo contro le aziende inadempienti. Dopo il taglio delle dosi e i ritardi nelle consegne da parte di Pfizer, il governo italiano ha annunciato che, come primo atto, presenterà una diffida.

Cosa comporta? 

"La diffida - risponde l'avvocato amministrativista Dario De Blasi, partner dello studio internazionale Silaw - è l'atto con il quale si contesta l'inadempimento contrattuale e si richiama la controparte al rispetto degli impegni entro un certo termine". 

Cosa succede se il termine scade?

"L'Italia potrà chiedere in via giudiziaria l'adempimento o la risoluzione del contratto, oltre al risarcimento dei danni". 

ll contratto con Pfizer è stato firmato dalla Commissione a Bruxelles. È possibile intentare una causa civile anche in Italia?

"Dipende dalle clausole che vi sono state inserite. Le parti possono aver individuato l'autorità che ha giurisdizione sulle controversie. Non si può escludere che, trattandosi di un rapporto internazionale, le parti abbiano optato per la devoluzione delle controversie a un'istituzione arbitrale internazionale". 

Pfizer sostiene che il taglio del 29% delle dosi sia temporaneo e dovuto alla ristrutturazione della fabbrica di Puurs. Basta questo a evitarle l'accusa di inadempienza?

"Per sottrarsi alla responsabilità - dice De Blasi - deve dimostrare che l'inadempimento è dovuto a cause ad essa non imputabili, quali il caso fortuito, la forza maggiore o l'impossibilità sopravvenuta". 

Le consegne sono settimanali, ma la fornitura è calcolata su base trimestrale. Se Pfizer a marzo sarà riuscita a recuperare, ci saranno ancora i margini per la causa?

"Non credo. Il produttore può invocare il beneficio del termine trimestrale per poter adempiere alla consegna delle dosi". 

Mediamente che tempi ha una causa civile di questo tipo?

"Un giudizio arbitrale può svolgersi anche in pochi mesi. Per un giudizio ordinario di fronte al giudice italiano pare ragionevole ipotizzare almeno un paio d'anni". 

Nelle more di una causa, Pfizer potrebbe decidere di interrompere la fornitura?

"Potrebbe, sì - spiega Federico Tedeschini, amministrativista e professore emerito di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma - le multinazionali sono molto potenti, per questo è più efficace un'azione del governo dell'Unione". 

La causa civile e il paventato esposto penale per danni alla salute pubblica sono gli unici strumenti a disposizione del nostro governo?

"C'è anche un'altra ipotesi, secondo me la più dissuasiva. Ad oggi ci sono le condizioni perché il Garante della concorrenza, d'ufficio, apra un'istruttoria per valutare se il comportamento di Pfizer e di AstraZeneca, che ha anch'essa annunciato un taglio del 60 per cento delle forniture, oltre a configurare l'ipotesi di pratica commerciale scorretta possa realizzare un'intesa tendente a restringere la concorrenza".

Se così fosse, cosa accadrebbe?

"La sanzione per le case farmaceutiche - dice Tedeschini - potrebbe essere pari al profitto derivato dall'ipotizzata intesa. L'istruttoria si può concludere in qualche mese".

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 26 gennaio 2021.

Dosi e non fiale. Consegne su base trimestrale e non settimanale. Quando all' Avvocatura dello Stato hanno letto il contratto stipulato con Pfizer, hanno capito subito che per il nostro governo non sarà facile mettere con le spalle al muro la multinazionale americana. La diffida inviata ieri, per conto del Commissario per l' emergenza Covid, Domenico Arcuri, chiede il «rispetto degli obblighi contrattuali relativi, anzitutto, alla mancata consegna di dosi destinate alla campagna di vaccinazione della popolazione italiana». Con la minaccia di «ulteriori azioni da intraprendere, in sede nazionale ed europea, a tutela della regolare prosecuzione della campagna e della salute dei cittadini». Una causa civile con richiesta di risarcimento danni, un esposto penale per danno procurato alla salute pubblica, un' iniziativa da sollecitare alla Commissione europea per avviare una controversia presso il foro di Bruxelles, visto che lì è stato firmato il contratto principale con Pfizer, di cui i contratti dei singoli Paesi sono semplici declinazioni. In teoria è tutto possibile, in pratica il percorso è piuttosto accidentato.

I paletti del contratto. Perché se è vero che finora Pfizer non ha consegnato praticamente mai all' Italia il numero esatto di dosi annunciate ogni settimana, con riduzioni via via più pesanti (il 30% e il 20% in meno nelle ultime due settimane) è anche vero che da nessuna parte, nel contratto, vengono indicati i dettagli delle forniture settimanali. C' è solo il riferimento alle 8 milioni e 700 mila dosi da recapitare all' Italia entro il 31 marzo: se a quella data la consegna non sarà stata completata, si potrà avviare una contestazione e pretendere il pagamento di una penale. Non sicuro, tra l' altro, perché l' azienda, sempre in base al contratto, avrebbe prima la possibilità di "rimediare" all' inadempienza. Al momento, con la spedizione attesa tra oggi e domani, arriveremo a un totale di 2 milioni e 300 mila dosi, poco più di un quarto della quantità prevista nel primo trimestre. Pfizer ha già assicurato che dalla prossima settimana il ritmo delle forniture tornerà regolare. Senza dubbio, a febbraio e marzo Pfizer dovrà aumentare il numero di fiale da inviarci e non ridurlo, come ha fatto ultimamente, approfittando del riconteggio autorizzato dall' Ema: 6 dosi utili in ogni fiala invece che 5. Ma, fino a prova contraria, è difficile sostenere l' accusa di non aver rispettato il volume di consegne previsto. Le ragioni del Commissario A meno che non vengano ritenute vincolanti le comunicazioni intercorse tra Pfizer e la struttura commissariale, in cui veniva illustrato nel dettaglio il numero delle dosi in spedizione per ogni settimana. Quello sì disatteso, anche con un preavviso minimo. «Se l'Avvocatura si è mossa in questo senso, evidentemente ritiene ci siano basi legali solide su cui agire - spiegano dallo staff di Arcuri - noi abbiamo fornito tutta la documentazione utile». Altro comportamento contestato, l' aver stabilito in modo unilaterale a quali Regioni tagliare in misura maggiore la fornitura, creando inevitabilmente degli squilibri nella gestione della campagna vaccinale a livello locale, in particolare per la pianificazione dei richiami. Il punto, però, è che la battaglia legale è rischiosa anche dal punto di vista dei rapporti con Pfizer, almeno finché saremo dipendenti dal loro vaccino, come lo siamo stati finora. Anche per questo il commissario Arcuri ha mandato un messaggio chiaro: «Per gli italiani i vaccini sono più importanti di qualsiasi risarcimento, ma non deve succedere che non arrivino né i vaccini né il risarcimento economico». Potendo scegliere, quindi, meglio tutti i vaccini, il prima possibile, perché «la speranza, nonostante tutto, è che l' immunità di gregge si possa raggiungere in autunno».

Indennizzi per danni da vaccino Covid: sì all’ordine del giorno della Lega, ma il risarcimento esiste già. Chiara Nava il 09/09/2021 su Notizie.it. Il Governo ha detto sì all’ordine del giorno della Lega, sugli indennizzi per danni da vaccino, ma questo risarcimento esiste già. Secondo La Stampa sarebbe la merce di scambio per avere l’ok della Lega all’estensione del Green pass. Il Governo ha deciso di dire sì agli indennizzi per i danni da vaccino contro il Covid. Secondo La Stampa, questa sarebbe merce di scambio per ottenere l’ok della Lega all’estensione della certificazione verde per alcune categorie di lavoratori. Il quotidiano che Palazzo Chigi ha chiesto ai leghisti di trasformare gli emendamenti in ordini del giorno, quindi non vincolanti, ai quali il governo darà un parere positivo. Tra questi anche gli indennizzi per le persone che dimostreranno di aver avuto un danno fisico in seguito alla somministrazione del vaccino anti-Covid, l’utilizzo degli anticorpi monoclonali, la semplificazione dei test salivari e le maggiori tutele per i più fragili. Qualcosa, però, sembra proprio non tornare. Come ha ricordato Eugenia Tognotti su La Stampa, e come sostengono le sentenze, lo Stato deve già risarcire eventuali danni fisici da vaccinazione anti-Covid. Anche se non è in vigore l’obbligo vaccinale e la legge 25 febbraio 1992 n.210 stabilisce che “chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge“, la Corte Costituzionale ha sottolineato che tra obbligo e raccomandazioni non ci sono grandi differenze. “La ragione che fonda il diritto all’indennizzo del singolo non risiede allora nel fatto che questi si sia sottoposto a un trattamento obbligatorio: riposa, piuttosto, sul necessario adempimento, che si impone alla collettività, di un dovere di solidarietà, laddove le conseguenze negative per l’integrità psico-fisica derivino da un trattamento sanitario (obbligatorio o raccomandato che sia) effettuato nell’interesse della collettività stessa, oltre che in quello individuale”. Questo significa che il Governo ha detto sì alla Lega per qualcosa che in realtà esisteva già. Lorenzo Cuocolo, costituzionalista e professore ordinario di diritto pubblico comparato all’Università di Genova, ha spiegato che un lavoratore obbligato ad esibire il Green pass potrebbe già ottenere un indennizzo se dovesse riportare danni dovuti al vaccino. “Se un insegnante si vaccina per continuare a lavorare e dovesse avere un’invalidità o una malattia permanente, può senza alcun dubbio rivolgersi allo Stato per farsi risarcire. Si dice che lo Stato attualmente obbliga a vaccinarsi senza assumersi responsabilità, ma di fatto non è vero” ha dichiarato. Quindi, il Governo ha cosa ha detto si? L’ordine del giorno della Lega, accettato soprattutto per ottenere un voto positivo all’estensione del Green pass, riguarda qualcosa che esiste già da tempo.  

Vaccino, clausola segreta: “Le reazioni avverse le paga lo Stato”. In questo modo l'azienda farmaceutica si è tutelata contro eventuali ricorsi legali. Valentina Dardari, Martedì 26/01/2021 su Il Giornale.  L’azienda farmaceutica Pfizer-Biontech ha pensato bene di tutelarsi nel caso la somministrazione del vaccino da lei prodotto dia reazioni avverse.

Il contratto che tutela la Pfizer. Infatti, come riportato da Repubblica, se si legge attentamente il contratto firmato lo scorso novembre tra la Commissione europea e l’azienda statunitense, e anche le due lettere d’ordine di 39 milioni di dosi al nostro Paese firmate dal commissario straordinario Domenico Arcuri, si capisce che, in caso di problemi, la multinazionale produttrice difficilmente risponde. Intanto, la ditta americana è stata la prima a riuscire a ottenere il via libera dagli enti regolatori europei, staccando tutte le altre. E lo ha fatto con un prodotto costoso, grezzo ma che sembra essere efficace. Il prezzo per dose è di 15,5 euro che, per 300 milioni di dosi, vuol dire in totale 4,6 miliardi. Non poco considerando che è anche difficile da conservare, dato che va tenuto a una temperatura di -75 gradi e viaggia in scatole congelate. Ma torniamo al contratto che Pfizer-Biontech ha stipulato per il suo prezioso vaccino. Uno stuolo di avvocati deve aver pensato bene quali clausole e parole utilizzare per evitare che l’azienda possa finire nei guai. Prima di tutto nel contratto vi sono delle formule apposite che tutelano il più possibile l’azienda da reclami nel caso il cronoprogramma non venga rispettato. Si è inoltre parata le spalle anche nei confronti dei destinatari che riceveranno il vaccino ovvero, in caso di reazioni avverse in seguito alla sua somministrazione, la Pfizer non è responsabile in automatico per eventuali richieste di risarcimenti o indennizzi. Chi paga allora? Lo Stato italiano.

A pagare è lo Stato. Una fonte qualificata che lavora nel settore ha infatti spiegato a Repubblica che “nei contratti stipulati dalle Regioni per i normali vaccini antinfluenzali, o per quelli presenti sul mercato da anni, clausole del genere di solito non ci sono”. E nel nostro Paese la legge 210 del 1992 obbliga lo Stato a indennizzare coloro che ricevono danni irreversibili da trasfusioni, somministrazioni di emoderivati e vaccinazioni. Dato che i vaccini autorizzati solitamente sono molto sicuri, questa legge viene applicata molto raramente e di solito per errori umani o dosaggi sbagliati. In ogni caso, la Pfizer ha preferito non correre rischi e preservarsi da qualsiasi azione legale da parte di chi subisce reazioni avverse anche se temporanee. Discorso diverso nel caso in cui il vaccino, dichiarato efficace al 95%, non dovesse funzionare. Sarebbe alla fine partita una diffida da parte dell’Avvocatura generale dello Stato, voluta soprattutto da Arcuri visto come stavano andando le cose, indirizzata all'azienda americana “perché adempia ai propri obblighi contrattuali relativi, anzitutto, alla mancata consegna delle dosi destinate alla campagna di vaccinazione della popolazione italiana”. Secondo quanto concordato inizialemente con la Pfizer, a gennaio sarebbero dovute arrivare circa 469mila dosi a settimana.

Le dosi di vaccino non consegnate. Poi, lo scorso 8 gennaio, l’Ema ha dato il via libera all’estrazione di 6 dosi e non 5 da ogni fiala di vaccino. Dal 18 al 24 gennaio però qualcosa non è andato come previsto. Invece delle 562mila dosi attese, ne sono arrivate solo 397mila, ovvero il taglio unilaterale del 29% comunicato dall’azienda e motivato con “problemi di manutenzione del sito produttivo belga di Puurs”. Stessa cosa accade questa settimana, quando invece delle 562mila dosi ne arrivano 455mila, il 20% in meno. A questo punto parte la diffida. Leggendo l’accordo Pfizer-Ue, le penali per il mancato rispetto dei termini ci sono, valgono il 20 per cento del valore delle dosi che non sono state consegnate. Però, l'applicazione non è automatica, e il volume della fornitura viene calcolato sui tre mesi. Quindi, solo il prossimo 31 marzo si saprà se il contratto è stato violato oppure no. Questa clausola di garanzia impone che, prima della sanzione, vengano cercati altri modi per trovare un accordo, come per esempio il rimborso delle fiale non consegnate e, come ultima spiaggia, la cessazione del contratto. In questo modo la Pfizer-Biontech è comunque salvaguardata.

Fiorenza Sarzanini e Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 25 gennaio 2021. Otto gennaio 2021: è questa la data chiave per comprendere perché l' Italia non potrà rispettare i tempi della campagna vaccinale che doveva chiudere a fine settembre. E per capire come il colosso americano Pfizer abbia avuto gioco facile sui contratti firmati con l' Unione europea per la fornitura di 300 milioni di dosi del vaccino contro il Covid-19. Quel giorno Pfizer ha infatti ottenuto dall' Ema, l' agenzia europea del farmaco, l' autorizzazione a sostenere che ogni fiala prodotta con il suo marchio contiene 6 dosi di vaccino e non 5. Un calcolo mai effettuato durante le trattative, né tantomeno al momento di siglare gli accordi con l' Ue. Clausole, penali, scadenze e costi: eccolo il contratto firmato dalla Commissione Ue con la multinazionale, identico a quello chiuso con le altre cinque case farmaceutiche che producono il vaccino. Un atto secretato che rivela un dettaglio clamoroso: in caso di inadempienze le penali non scattano in maniera automatica. E questo consente alla multinazionale - dunque a tutte e sei le case farmaceutiche - violazioni difficili da contestare e contrastare. Non solo. Nei documenti a disposizione dell' Avvocatura dello Stato per la diffida che già oggi potrebbe partire è confermato che BioNTech, l'azienda tedesca associata a Pfizer nella produzione del vaccino, ha siglato un contratto parallelo con la Germania che si aggiunge a quello concordato da Bruxelles. E che rischia di minare la distribuzione equa delle dosi tra gli Stati dell'Unione stabilita in percentuale rispetto agli abitanti di ogni Paese, visto che garantisce a Berlino una fornitura aggiuntiva di 30 milioni di dosi. Prima ancora di firmare il contratto definitivo, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen si impegna con Pfizer e BioNTech a finanziare la ricerca e la sperimentazione del vaccino in vista della possibile approvazione delle agenzie regolatorie, Ema per l' Europa e poi quelle nazionali, Aifa per l' Italia. Siamo tra ottobre e novembre, nel pieno della seconda ondata. Bisogna fare in fretta, cercare di immunizzare quante più persone è possibile. Eppure il vaccino appare ancora un miraggio. L'Italia e gli altri membri dell'Unione si piegano dunque alla linea imposta da Bruxelles. Accettano di versare soldi a fondo perduto. Si prendono il rischio di perderli qualora i test dovessero avere esito negativo. L' 11 novembre il contratto viene firmato. Il 21 dicembre 2020 l' Ema approva il vaccino di Pfizer-BioNTech. Si stabilisce la ripartizione di 300 milioni di dosi. All' Italia spettano inizialmente 26,5 milioni di dosi che diventano 40 milioni dopo la firma di un contratto aggiuntivo. È il 13,46 % del totale. Nel primo trimestre del 2021 la fornitura prevista è di 8,7 milioni di dosi. Attenzione, nei contratti si parla sempre di dosi, mai di fiale. È questo il dettaglio che servirà poi a cambiare il verso della storia. Non solo. I termini dell' accordo europeo sono vincolanti per tutti gli Stati. E hanno una serie di disposizioni molto precise. Dopo la firma della Commissione europea ogni Stato sottoscrive due lettere d' ordine secondo uno schema predeterminato da Bruxelles, identico per ciascuno Stato membro. «Le condizioni sono interamente previste dal contratto con l' Unione europea e reiteratamente richiamate negli ordini firmati dagli Stati che ne sono una mera esecuzione». Vengono fissate quantità, costi e tempi delle forniture per ogni Paese. I contratti prevedono «allocazioni di dosi su base trimestrale». Le consegne avvengono invece «su base settimanale e secondo le indicazioni successivamente ricevute da Pfizer». Nel contratto le penali «sono esclusivamente sulle forniture trimestrali e non su quelle settimanali». Per avere chiare le conseguenze basta esaminare quanto sta accadendo in questi giorni, così come viene riportato nei documenti a disposizione dell' avvocatura dello Stato: «Finora in nessuna settimana Pfizer ha consegnato effettivamente le dosi che aveva comunicato in precedenza». In quella del 18 gennaio «ne ha consegnate 397.800 invece di 562.770». Nell' ultima settimana c' è stato «un taglio del 29%, che nella prossima scende al 20%». Fino al 31 marzo - quando si avrà il bilancio definitivo del primo trimestre - non potranno esserci contestazioni. Ecco perché l' Italia si muove in autonomia, determinata a contestare il programma di forniture settimanali. Ma non è l' insidia peggiore. La vera clausola di salvaguardia per Pfizer e le altre società farmaceutiche è in quell' articolo dell' accordo che chiarisce termini ed entità delle sanzioni previste in caso di inadempienza. Il contratto fissa infatti «una penale del 20% del valore delle dosi non consegnate» che aumenta in base ai giorni di ritardo. Ma chiarisce che «l' applicazione delle penali non è automatica»: alla fine del primo trimestre deve inizialmente essere esplorata la strada per un «rimedio» alla inadempienza. Tra le possibilità ci sono: il diritto al rimborso, la cessazione del contratto e, solo alla fine, l' applicazione della penale. Un meccanismo che di fatto lascia alle aziende la totale libertà di azione compresa, almeno in teoria, l' eventualità di pagare le penali a fronte di un' offerta alternativa che dovesse rivelarsi più vantaggiosa. Nella consapevolezza che - quando arriveranno sul mercato gli altri vaccini - quello di Pfizer-BioNTech rimane il più complesso da gestire. Costa infatti 14 euro a dose e ha bisogno della catena dell' ultra freddo visto che va conservato a -75°. Per avere un raffronto si può dire che il vaccino AstraZeneca costerà 2 euro a dose e potrà essere conservato a -8°. All' inizio viene comunicato che ogni fiala contiene 5 dosi. Tutto cambia però l' 8 gennaio, a forniture già concordate, quando Ema certifica che «da un' ampolla del vaccino anti Covid Pfizer-BioNTech si potranno vaccinare 6 persone invece di 5». Una nota dell' agenzia chiarisce che «il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell' Ema ha raccomandato di aggiornare le informazioni sul prodotto per Comirnaty (quello di Pfizer-BioNTech) per chiarire che ogni flaconcino contiene 6 dosi del vaccino». Poi le modalità di somministrazione: «Per estrarre sei dosi da una singola fiala, è necessario utilizzare siringhe o aghi a basso volume morto. La combinazione di ago e siringa a basso volume deve avere un volume morto non superiore a 35 microlitri. Se si utilizzano siringhe e aghi standard, potrebbe non esserci abbastanza vaccino per estrarre una sesta dose da una fiala. Se la quantità di vaccino rimanente nel flaconcino dopo la quinta dose non è in grado di fornire una dose completa (0,3 ml), l' operatore sanitario deve eliminarla». Sembra una buona notizia perché gli Stati contano di avere il 20 % di dosi in più senza dover ricorrere a forniture aggiuntive. In realtà è l' appiglio che Pfizer può utilizzare per ridurre le consegne concordate. Nelle lettere d' ordine dei singoli Stati si parla infatti sempre di dosi e mai di fiale. Il 15 gennaio Pfizer comunica però ufficialmente a tutti i referenti europei - per l' Italia il commissario Domenico Arcuri - che «a partire dal 18 gennaio 2021 ogni vassoio spedito conterrà 1.170 dosi e non più 975, con una riduzione del 20 % del numero di fiale». I tagli effettuati finora da Pfizer - che più volte ha promesso di voler «tornare a regime nelle forniture già dalla prossima settimana - sono stati ancora più marcati di quelli che sarebbero serviti a compensare il passaggio da 5 a 6 dosi per fiala. La settimana scorsa, come già ricordato, la riduzione è stata del 29%. Non solo. Perché è stato deciso unilateralmente in quali regioni e con quale intensità ridurre le consegne: in sei regioni non ci sono state variazioni mentre in altre sei il taglio è stato pesante, tra il 49 e il 60%. Per questo la diffida per inadempimento che già oggi potrebbe partire dall' Italia nei confronti di Pfizer contesterà il fatto che «non è stata rispettata la pianificazione settimanale» comportando «pregiudizi per la corretta prosecuzione della campagna vaccinale, impostata sulla base delle formali pianificazioni» di Pfizer. Un esempio è lo slittamento della campagna per le persone con più di 80 anni, confermato ieri. Il tutto causando «potenziali danni alla salute della popolazione italiana, nell' interesse della quale i contratti sono stati sottoscritti». Anche perché i «ritardi nella fornitura sono dipesi da circostanze esclusivamente aziendali». Dopo la diffida, restano due strade possibili. La prima è quella penale: presentazione di un esposto alla Procura di Roma per «verificare la veridicità che le forniture siano state destinate ad altri Paesi», ipotesi più volte smentita dall' azienda, e una «valutazione su frode nelle pubbliche forniture e aggiotaggio». L' altra strada è chiedere all' Unione europea di «valutare l' avvio di una controversia presso il foro di Bruxelles nell' interesse dell' Italia, come Stato membro». Azioni necessarie a pretendere il rispetto dei patti sottoscritti.

Fabio Tonacci per "la Repubblica" il 26 gennaio 2021. Scorrendo le clausole del contratto "madre" stipulato lo scorso novembre tra la Commissione europea e Pfizer-BionTech, e quelle inserite nelle due lettere d' ordine firmate successivamente dal commissario Domenico Arcuri per la fornitura all' Italia di 39 milioni di dosi in sei mesi, non è difficile intuire da che parte sia il manico del coltello.La multinazionale americana è stata la prima a ottenere l' autorizzazione dagli enti regolatori europei. In Occidente, la grande corsa al vaccino l' ha vinta lei. Con un prodotto che è grezzo ma efficace, costoso (la Commissione ha ordinato 300 milioni di dosi al prezzo unitario di 15,5 euro, per un importo totale di 4,6 miliardi) e di non facile conservazione dovendo viaggiare in scatole congelate a -75 gradi. Quando si è trattato di mettere su carta l' impegno immane di distribuire le fiale su tutto il territorio dell' Unione, Pfizer si è tutelata per bene. Ha preteso che nel contratto venissero inserite formule per garantirsi il più possibile da reclami in caso di mancato rispetto del cronoprogramma. E si è tutelata anche nei confronti dei destinatari finali del vaccino: in caso di reazioni avverse alla somministrazione, la Pfizer non è automaticamente responsabile per eventuali richieste di risarcimenti e indennizzi. A pagare è lo Stato italiano. «Nei contratti stipulati dalle Regioni per i normali vaccini antinfluenzali, o per quelli presenti sul mercato da anni, clausole del genere di solito non ci sono», conferma a Repubblica una fonte qualificata che lavora nel settore. Anche perché in Italia esiste una legge (la 210 del 1992) che obbliga lo Stato a indennizzare chi subisce danni irreversibili da trasfusioni, somministrazioni di emoderivati e vaccinazioni. Si applica a eventi rarissimi, causati quasi sempre da dosaggi sbagliati o da errori umani nelle procedure. I vaccini autorizzati, del resto, hanno un livello di sicurezza molto alto. E tuttavia Pfizer si è voluta tutelare da qualsiasi tipo di causa intentata da chi lamenta reazioni avverse, anche solo temporanee, al farmaco inoculato. La clausola non copre, invece, il caso in cui il vaccino (la cui è efficacia contro il Covid-19 è stata testata, in fase di sperimentazione, al 95 per cento) non dovesse funzionare. Anche l' impianto contrattuale che regola l' inadempienza nelle forniture appare, nel complesso, sbilanciato a favore di Pfizer. È di queste ore la notizia dell' invio da parte dell' Avvocatura generale dello Stato di una diffida alla casa farmaceutica «perché adempia ai propri obblighi contrattuali relativi, anzitutto, alla mancata consegna delle dosi destinate alla campagna di vaccinazione della popolazione italiana». È stato soprattutto Arcuri a volerla, dopo la piega che hanno preso le forniture nelle ultime due settimane. Nella pianificazione concordataa fine dicembre con Pfizer, e sui cui il governo ha basato il programma delle vaccinazioni, era stato stabilito che a gennaio l' azienda ci avrebbe fornito in media 469 mila dosi alla settimana. L' 8 gennaio l' Ema, l' ente regolatore europeo, ha autorizzato l' estrazione di 6 dosi da ogni fiala (inizialmente erano 5), aumentando così il computo dei vaccini spediti. Fin qui tutto bene. Per la settimana dal 18 al 24 gennaio Arcuri si aspettava l' arrivo di 562 mila dosi, ma Pfizer ne ha inviate solo 397 mila: è l' ormaifamoso taglio unilaterale del 29 per cento, comunicato con una mail e motivato con «problemi di manutenzione del sito produttivo belga di Puurs». Anche questa settimana le dosi previste erano 562 mila, ma dal Belgio ne arriveranno 455 mila, circa il 20 per cento in meno. Dunque, la diffida. Leggiamo ora l' accordo Pfizer-Ue.Le penali per il mancato rispetto dei termini ci sono, valgono il 20 per cento del valore delle dosi non consegnate, ma: 1) l' applicazione «non è automatica»; 2) il volume della fornitura è calcolato su base trimestrale, quindi non si può stabilire se ci sia violazione contrattuale prima del 31 marzo prossimo. È una clausola di garanzia che impone, prima della sanzione, l' obbligo di provare altre vie per ricomporre la lite, quali il rimborso delle fiale non consegnate e, al limite, la cessazione del contratto. Misure intermedie che proteggono, prima di tutto, l' azienda.

(Adnkronos il 27 gennaio 2021) – Vaccino anti-Covid, Sanofi affiancherà la Pfizer. "La aiuterà nella produzione di oltre 100 milioni di dosi da qui alla fine dell'anno" ha annunciato l'Amministratore delegato del gruppo farmaceutico francese, Paul Hudson, in un'intervista a "Le Figaro". "Dall'inizio dell'epidemia, Sanofi è stata impegnata nella lotta contro Covid-19, lavorando allo sviluppo di farmaci e di due vaccini. Dal momento che siamo in ritardo di qualche mese sul nostro vaccino principale - ha spiegato il numero uno di Sanofi - ci siamo chiesti come renderci utili adesso, in quale altro modo partecipare allo sforzo collettivo per uscire da questa crisi il più rapidamente possibile. Abbiamo studiato le diverse opzioni possibili prima di rivolgerci a Pfizer/BioNTech con cui abbiamo firmato un accordo martedì". "Utilizzeremo il nostro stabilimento di Francoforte, in Germania - conclude Hudson - per confezionare il prodotto che ci verrà fornito da Pfizer-BioNTech a partire da luglio".

Da ilmessaggero.it il 27 gennaio 2021. L'Istituto Pasteur, il più importante organismo di ricerca francese, ha annunciato oggi di aver deciso lo stop allo sviluppo del suo principale progetto di vaccino contro il Covid-19, in partnership con il gruppo Merck (MSD), poiché i primi test hanno mostrato che è meno efficace di quanto si sperasse. Pasteur è il secondo centro di ricerca francese ad annunciare il flop dopo il laboratorio Sanofi, che a dicembre ha fatto sapere che il suo vaccino è in ritardo e sarà pronto soltanto a fine 2021, anche in quel caso per risultati meno buoni del previsto.

Scontro Ue-AstraZeneca: “Basta segreti, rendiamo pubblico il contratto”. Simona Musco su Il Dubbio il 27 gennaio 2021. Polemiche dopo la riduzione delle dosi destinate all’Europa: «Fiale spedite anche fuori dai confini». Ma l’azienda smentisce. La tensione tra AstraZeneca e l’Ue è altissima. E non solo perché l’azienda farmaceutica, nelle scorse settimane, ha annunciato una riduzione di quasi il 60% delle dosi impegnate nell’Unione nel primo trimestre a causa di un problema in uno stabilimento in Belgio. Ma anche perché il Ceo dell’azienda, Pascal Soriot, in un’intervista a Repubblica e al network Lena ha infuocato ulteriormente gli animi. «Non c’è alcun obbligo verso l’Ue. Nel contratto con gli europei c’è scritto chiaramente: “Best effort”. Ossia: “Faremo del nostro meglio”». E i ritardi, rispetto alle dosi consegnate nel Regno Unito, sarebbero dovuti al fatto che l’Ue ha firmato il contratto tre mesi dopo. «Tra l’altro – ha aggiunto – al momento, all’Europa va il 17% della produzione totale del vaccino di Oxford/AstraZeneca, nonostante gli europei siano il 5% della popolazione mondiale. E poi questo è un vaccino no profit per noi. Non ne ricaviamo un soldo». L’impegno, non appena arriverà l’approvazione Ema, «è recapitare all’Ue 17 milioni di dosi entro la fine di febbraio. Di queste, 2,5 circa in Italia», ha chiarito Soriot. Per andare incontro alle richieste europee, l’azienda si è detta disponibile ad anticipare al 7 febbraio l’inizio delle consegne, anziché il 15. Ma alla Commissione Ue non basta: i negoziatori hanno chiesto di dirottare in Europa parte dei vaccini prodotti nel Regno Unito, richiesta che non è andata giù al premier Boris Johnson, già irritato per la proposta di Bruxelles di voler controllare l’export delle dosi. «Spero che i nostri amici europei – ha detto Johnson – onorino i contratti». L’Ue, intanto, contesta la ricostruzione di Soriot, chiedendo lo svincolo dalla clausola di segretezza per poter pubblicare il contratto e smentire la teoria che la dosi per l’Ue debbano essere limitate alla fabbrica in Belgio. Secondo fonti della Commissione, infatti, le dosi possono essere prodotte in quattro impianti, due dei quali in Gran Bretagna, un terzo in Belgio, dove Soriot ha dichiarato esserci problemi di prestazioni, e l’ultimo in Germania. Secondo il Ceo di AstraZeneca, però, l’impianto in Gran Bretagna sarebbe destinato in via esclusiva al solo Regno Unito. Ma l’Ue insiste, definendo scorrette le affermazioni del Ceo. «La versione che l’azienda non abbia un obbligo di consegna» dei vaccini «perché ha firmato un accordo sul “miglior sforzo possibile”» nella produzione di dosi «non è né corretta nè accettabile», ha detto la commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides, nel corso di una conferenza stampa. «Rigettiamo la logica primo arrivato primo servito», ha aggiunto. «È inaccettabile, c’è un dovere morale da rispettare». Ma a infastidire l’Europa è anche il sospetto che l’azienda abbia venduto all’estero le dosi prodotte negli impianti europei grazie ai fondi Ue (336 milioni già stanziati ma non tutti già erogati), opzione totalmente smentita da Soriot: «Un’ipotesi insensata, sul vaccino non facciamo profitti». Ma secondo i dati delle dogane, dall’Ue sarebbero stati spediti diversi vaccini fuori Europa. Non solo: a Bruxelles i dubbi riguardano anche le «contrastanti» giustificazioni sui ritardi, che «non dimostrano l’enorme taglio, perchè all’Ue nel primo trimestre arriverà un quarto delle dosi concordate ed è evidente che non può trattarsi di un guasto in un impianto». E per vederci chiaro l’Ue si sta organizzando con le autorità belghe per fare «un’ispezione nel sito produttivo». Il contratto – secondo la Commissione – prevede che prima dell’autorizzazione dell’Ema (che dovrebbe arrivare venerdì) l’azienda produca stock per farsi trovare subito pronta dopo l’ok. «Abbiamo sottoscritto un Contratto di acquisto anticipato per un prodotto che all’epoca non esisteva e che ancora oggi non è ancora autorizzato. E l’abbiamo firmato proprio per garantire che l’azienda costruisca la capacità produttiva per produrre il vaccino in anticipo, in modo che possa erogare un certo volume di dosi il giorno in cui viene autorizzato – ha spiegato la commissaria Kyriakides -. Non essere in grado di garantire la capacità di produzione è contro il testo e lo spirito del nostro accordo», ha insistito.

Vaccini, "cosa c'è scritto davvero". Contratti capestro, parla il testimone: così Pfizer e AstraZeneca ci hanno fregato. Libero Quotidiano il 28 gennaio 2021. Gli accordi sul vaccino tra la Commissione europea e le aziende produttrici puzzano di marci, non a caso non è possibile visionare alcun tipo di contratto. E quindi bisogna fidarsi di chi, come l’europarlamentare Marc Botenga, è riuscito a vederne almeno uno, quello con CureVac, mentre di quello con Pfizer non vi è traccia. “Che cosa mi ha colpito? Il prezzo non c’era - ha spiegato al Fatto Quotidiano - e c’erano omissis anche su quantità e tempistica delle consegne. Mi ha colpito leggere che, nonostante i Paesi europei abbiano finanziato la ricerca del vaccino, i brevetti restano di proprietà unica della compagnia e sarà la Commissione a doversi assumere il rischio finanziario in caso di vizi segreti e di reazioni avverse”. Nel frattempo l’amministratore delegato di AstraZeneca ha dichiarato che nel contratto non c’è alcun obbligo verso l’Ue per quanto riguarda le consegne, ma c’è solamente scritto “faremo il meglio possibile”. Incredibile il pacco che si è fatta rifilare l’Europa, impossibile che sia stato casuale: “Penso che abbia avuto paura della reazione dell’opinione pubblica - è la teoria di Botenga - i contratti sono stati fatti velocemente, alcune clausole potevano scatenare critiche e complicazioni. Quella sui vizi segreti è nuova in Europa. E sul brevetto siamo stati più generosi persino degli Stati Uniti. Lì il brevetto del vaccino di Moderna è per metà pubblico, dato che è stato finanziato quasi totalmente dal governo. Da noi sono tutti privati”. E quindi non resta che prendercelo in saccoccia grazie alla mirabolante Europa: AstraZeneca ha quindi tutto il diritto di tagliare le consegne, tra l’altro senza che l’Italia e gli altri Stati Ue possano avere uno sconto. Da questo punto di vista i contratti sono chiarissimi: i governi devono pagare un acconto sul totale delle dosi di vaccino loro assegnate indipendentemente dal fatto che nel primo trimestre l’azienda fornirà soltanto il 40% delle dosi pattuite. In pratica i Paesi sono obbligati ad acquistare il vaccino senza possibilità di rinegoziare, mentre AstraZeneca ha svelato di avere la possibilità di allungare i tempi di consegna, mentre quelli di pagamento da parte dei governi devono essere rispettati eccome. 

Accordo AstraZeneca-Ue sui vaccini, svelati alcuni omissis oscurati: 870 milioni per la prima fornitura. Antonello Guerrera il 29 gennaio 2021 su La Repubblica. Nel primo file pdf del contratto caricato sul sito della Commissione europea, e poi sostituito, si vedono alcune delle parti più sensibili oscurate. Un altro colpo di scena nella battaglia tra Ue e AstraZeneca sul vaccino anti Covid di Oxford innescata dall’intervista a Repubblica del Ceo dell’azienda Pascal Soriot e dai ritardi della consegna delle dosi. Nel primo file pdf del contratto di fornitura caricato stamattina sul sito della Commissione Europea, e successivamente sostituito a pasticcio compiuto, si vedono parzialmente le parti più sensibili oscurate. E ci sono particolari molto interessanti. Uno su tutti: l’Ue e i singoli stati membri si sono impegnati complessivamente per 870 milioni di euro con Astrazeneca per la prima fornitura di 300 milioni di dosi e altre 100 milioni opzionabili. Una cifra che sinora non era stata rivelata. L’errore di chi ha caricato il file sul sito sta nel fatto che le righe iniziali di ogni capoverso sono visibili se si clicca sulla funzione “segnalibri” del lettore di Pdf “Acrobat Reader” se si legge il testo nella piccola finestra che si apre a sinistra. Il primo ad accorgersene è stato il giornalista Markus Becker del settimanale tedesco Spiegel. Nelle parti oscurate ma leggibili nella sezione segnalibri si legge per esempio il valore dell’accordo tra Unione Europea e la multinazionale britannico-svedese: 870 milioni di euro che includono tutti i costi diretti e indiretti per AstraZeneca per la produzione del vaccino anti Coronavirus di Oxford, tra cui spese della manodopera, materiali, stabilimenti, costi amministrativi per lo stoccaggio e la distribuzione dei vaccini. L’accordo tra le parti è che, se da un lato il suo impegno è “no profit”, Astrazeneca non deve perderci nulla e quindi deve tenere informata la Commissione sulle spese supplementari. In caso queste sforino il 20% del totale, devono essere giustificate e provate dalla multinazionale. Sempre mediante la funzione “segnalibri” di Acrobat reader, si legge che l’Ue, come istituzione, si è impegnata per 336 milioni di euro: due terzi di questi li avrebbe già pagati a inizio settembre, cinque giorni dopo l’entrata in vigore del contratto firmato il 27 agosto scorso. Il resto del denaro dovrebbe arrivare da Bruxelles ad AstraZeneca entro 20 giorni dalla prima consegna di vaccino, dunque si presume a fine febbraio. Il resto delle spese della casa farmaceutica, ossia poco più di 500 milioni, dovrebbe essere pagato dai 27 stati membri, ma non è chiaro come e quando dal file, in quanto quelle parti permangono illeggibili anche nella sezione segnalibri. Negli omissis ci sono anche dettagli sulla fornitura opzionale di 100 milioni di dosi del vaccino di Oxford, supplementari alle 300 iniziali: se l’Ue deciderà di utilizzarle, AstraZeneca nel contratto si impegna a renderle disponibili entro il 1 luglio 2021.

Il potere delle Big Pharma: così tengono in scacco i Paesi sui vaccini anti Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 28 gennaio 2021. Pfizer-BioNTech, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson: sono questi i quattro vaccini anti Covid in rampa di lancio, pronti o in procinto di essere lanciati sui mercati europei. Al momento, soltanto Pfizer e Moderna hanno ricevuto il via libera dell’Ema. Gli altri sono in attesa del semaforo verde, che, da qui alle prossime settimane, potrebbe accendersi anche per altri antidoti. Il mercato dei vaccini contro il coronavirus, insomma, è attivissimo. E non potrebbe essere altrimenti, considerando l’ingente quantità di denaro investita da molteplici soggetti – tanto pubblici quanto privati – nella ricerca portata avanti dalle singole case farmaceutiche, impegnate a realizzare un’arma con la quale sconfiggere il Sars-CoV-2. A causa di ritardi, inghippi burocratici e piani vaccinali dei singoli Stati da rivedere, il tema dei vaccini ha generato numerose polemiche. Ma, in particolare, sotto i riflettori è finita l’opacità degli accordi stipulati tra l’Unione europea e le aziende produttrici di vaccini. Le intese sono secretate, così come i prezzi pagati da Bruxelles per ogni singola dose e altre informazioni rilevanti. Il poco che sappiamo, è figlio di indiscrezioni della stampa o deriva da annunci di leader europei.

Il coltello dalla parte del manico. Nei giorni scorsi sono emerse indiscrezioni clamorose riguardo l’accordo Ue-Pfizer. L’azienda americana, ad esempio, non può essere sanzionata in caso di ritardi o problemi settimanali. Le penali scattano soltanto sulle forniture trimestrali. Questo significa che Pfizer, così come le altre case farmaceutiche, potrebbe tranquillamente decidere di sospendere le spedizioni concordate verso un dato Paese per un paio di settimane, salvo poi recuperare il ritardo in un secondo momento. L’importante, stando alle notizie trapelate, è che tutto sia in regola nell’arco del trimestre. Come se non bastasse, la mannaia sulle società scatterebbe soltanto come extrema ratio. È prevista una penale pari al 20% del valore delle dosi non consegnate, a salire in base ai giorni di ritardo accumulati. Attenzione però, perché l’applicazione delle suddette penali non è affatto automatica. Prima di arrivare alle sanzioni bisogna esplorare strade alternative, come il diritto al rimborso. Questo significa che Pfizer (o chi per lei) potrebbe ricevere un’offerta più vantaggiosa rispetto a quella già in essere con un dato Stato e fare due conti. A quel punto potrebbe essere più conveniente pagare la penale, cestinare la vecchia intesa e fiondarsi sulla nuova.

Una pioggia di soldi. Stando a quanto riferito dal Fatto Quotidiano, ammonterebbe a circa 20 miliardi di dollari la cifra investita da vari soggetti nella corsa al vaccino. La lista è lunghissima, include gli Stati ma comprende anche le donazioni di Bill Gates, del fondatore di Alibaba, Jack Ma, di filantropi e Ong. Quasi la metà dei soldi, ovvero 9,5 miliardi, proverrebbe dalle casse statali di un buon numero di Paesi (come ricostruito nella terza tabella di questo articolo). Ebbene, molti di questi Paesi sono proprio quelli che oggi si ritrovano a secco di vaccini per colpa dei ritardi nelle consegne dei vaccini vaccini causati dalle Big Pharma che loro stessi hanno finanziato. Giusto per fare un esempio, la Germania ha messo sul tavolo 345 milioni di euro per Pfizer-BioNTech ma adesso è stata costretta a rivedere la propria campagna vaccinale a causa dei citati ritardi. Altro che vaccino disponibile per tutti e in modo equo: alla fine dei giochi, alcuni Paesi saranno trattati meglio di altri. E il bello, a causa dei contratti segreti – la Commissione europea ha consentito a pochi europarlamentari di guardare i contratti firmati per un’oretta, senza foto – è che non sapremo pressoché niente delle dinamiche intercorse tra le parti. Il vaccino, dunque, galleggia nel libero mercato e si muove in base alla legge della domanda e dell’offerta. Detto altrimenti: le dosi finiscono prima dove l’offerta è maggiore. A furia di ripetere che l’accesso al vaccino sarebbe stato garantito a chiunque in maniera equa, le Big Pharma sono riuscite a stringere tra le mani il coltello dalla parte del manico.