Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SESTA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        2020. Un anno di Pandemia.

Covid, un confronto con il 2020: siamo messi meglio o peggio dell’anno scorso? Chiara Nava il 20/12/2021 su Notizie.it. I contagi Covid sono in aumento e la situazione sta tornando ad essere preoccupante. Ma siamo messi meglio o peggio rispetto allo scorso anno?

Per quanto riguarda la situazione Covid è inevitabile fare un confronto con l’anno scorso.

La domanda sorge spontanea: siamo messi meglio o peggio? In realtà ci sono due versanti diversi, in cui i dati mostrano situazioni differenti. Il primo riguarda morti, malati gravi e ricoverati, il secondo riguarda contagi e tasso di positività. I dati del dicembre 2021, rispetto allo stesso periodo del 2020, sono migliorati se si tiene conto dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva, mentre sembra essere peggiorata la situazione dei contagi.

Covid, un confronto con il 2020: i dati

Il numero dei casi complessivi quest’anno è superiore rispetto al 2020. La curva della crescita continua ad aumentare nelle ultime settimane, dopo un precedente calo. Questo conferma che per quanto riguarda i contagi la situazione è peggiorata. Questo può far pensare che il vaccino non stia funzionando, ma non è così. La prova sta nell’incrocio del dato dei contagi con quello dei morti e degli ospedalizzati, che sono diminuiti.

La differenza tra il numero di decessi e ricoveri in terapia intensiva è molto significativa tra il dicembre 2020 e il dicembre 2021. Ad oggi siamo intorno ai 100 morti, mentre un anno fa erano tra i 600 e i 700. Al momento ci sono poco meno di mille ricoverati nelle terapie intensive, un anno fa erano 2.794. I nuovi ingressi in terapia intensiva sono cresciuti del 23,35%.

Covid, un confronto con il 2020: il vaccino funziona

Nonostante ci sia un aumento dei contagi, rispetto allo scorso anno la situazione è migliorata, grazie al vaccino. A preoccupare ora è l’arrivo della variante Omicron. Il dubbio è che possa bucare i vaccini. Si tratta di una variante molto più contagiosa, ma meno letale.

Da adnkronos.com il 26 marzo 2021. Meno nascite e più morti per la pandemia. Un triste binomio quello di un 2020, flagellato dal Covid, che ha portato come calcola l'Istat a un calo della popolazione in Italia di 384mila persone. "È come se non ci fosse Firenze" spiega l'Istituto nazionale di statistica, aggiungendo come "il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia, registrato nel 2019", sia stato "di nuovo superato nel 2020". Gli iscritti in anagrafe per nascita sono stati appena 404.104, quasi 16 mila in meno rispetto al 2019 (-3,8%).

Calo nascite 2020, la distribuzione territoriale. La geografia delle nascite mostra un calo generalizzato in tutte le ripartizioni, maggiore al Nord-ovest (-4,6%) e al Sud (-4,0%). I tassi di natalità pongono la provincia autonoma di Bolzano al primo posto con 9,6 nati per mille abitanti e la Sardegna all’ultimo con il 5,1 per mille. "In tutti i mesi del 2020 si registrano valori percentuali inferiori a quelli dello stesso periodo del 2019, a eccezione di febbraio con il 4,5% in più, in parte dovuto al giorno in più nel calendario 2020. Il calo delle nascite - spiega l'Istat - si accentua nei mesi di novembre e soprattutto di dicembre (-10,3%), il primo mese in cui si possono osservare eventuali effetti della prima ondata epidemica".

Record decessi dal secondo dopoguerra. "Il quadro demografico del nostro Paese ha subito un profondo cambiamento a causa dell’impatto che il numero di morti da Covid" scrive l'Istat nel suo report, "ha prodotto sia in termini quantitativi che geografici". "Nel 2020 i decessi in totale ammontano a 746.146, il numero più alto mai registrato dal secondo dopoguerra, con un aumento rispetto alla media 2015-2019 di oltre 100 mila unità (+15,6%)". "Nel corso della prima ondata dell’epidemia (marzo-maggio 2020) i decessi a livello nazionale sono stati 211.750, quasi 51 mila in più rispetto alla media dello stesso periodo dei 5 anni precedenti (+31,7%). Di questi, i decessi di persone positive al Covid-19 registrati dalla Sorveglianza integrata ammontano a 34.079 (il 67% dell’eccesso totale)". L’aumento dei morti, rileva l'Istat, "si è concentrato nelle regioni del Nord, dove si sono sfiorate punte del 95% a marzo e del 75% ad aprile".

Crollo dei matrimoni. "L’osservazione dei dati, seppure provvisori, dei matrimoni e delle unioni civili celebrate nei comuni italiani nel corso del 2020 rivela un crollo significativo: i matrimoni, già in calo nel 2019, si riducono del 47,5% nel confronto con l’anno precedente, attestandosi a 96.687. A diminuire sono soprattutto i matrimoni religiosi (-68,1%) ma anche quelli civili registrano una perdita di quasi il 29%". "Nella fase di transizione (giugno-settembre 2020) - aggiunge l'Istat - con la contestuale riapertura di tutte le attività commerciali e dei movimenti sul territorio nazionale, non si osserva un significativo recupero dei matrimoni rimandati a causa del lockdown".

Imprese. A marzo 2021 si stima una flessione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,4 a 100,9) e un aumento dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese (da 93,3 a 93,9). Per quanto attiene ai consumatori, la diminuzione dell’indice è dovuta ad un diffuso peggioramento sia dei giudizi sia delle aspettative sulla situazione economica generale e su quella personale. Rimangono stabili le attese sulla disoccupazione.

L'andamento dei flussi migratori. Nel corso del 2020 si contano in totale 1.586.292 iscrizioni in anagrafe e 1.628.172 cancellazioni. Mettendo a confronto l’andamento dei flussi migratori nelle quattro fasi in cui si può dividere convenzionalmente il 2020 (pre-Covid, prima ondata, fase di transizione, seconda ondata) con la media dei corrispondenti periodi degli anni 2015-2019, emergono significative variazioni in particolare per i movimenti migratori internazionali. Le iscrizioni dall’estero (220.533 nell’anno 2020), già in calo nel 2019 per la componente straniera, mostrano una diminuzione nei primi due mesi dell’anno (-8,8%) per poi crollare durante la prima ondata (-66,3%) e recuperare lievemente (ma sempre con una variazione negativa) nel corso dell’anno (-23,3% nella fase di transizione e -18,2% nella seconda ondata).

Bandiere a mezz'asta in tutta Italia. Giornata nazionale per le vittime del Covid, Draghi a Bergamo per ricordare le 103mila vittime. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 18 Marzo 2021. Esattamente un anno fa, per la prima volta, i camion dell’esercito furono utilizzati per il trasporto delle salme a Bergamo. Persone morte di Covid, tante, troppe, al punto da mandare in tilt i sistemi di cremazione e sepoltura. Con il via libera dato all’unanimità dalla commissione Affari costituzionali del Senato, riunita in sede deliberante, è stata istituita per la data del 18 marzo la giornata nazionale delle vittime del Covid-19. Il presidente del Consiglio Mario Draghi parteciperà oggi a Bergamo all’evento, deponendo in mattinata una corona di fiori davanti al Cimitero monumentale della città. Più tardi, al Parco Martin Lutero alla Trucca si svolgerà l’inaugurazione del Bosco della Memoria con la cerimonia per la messa a dimora dei primi 100 alberi. Tricolore a mezz’asta su tutti i municipi del Paese per tutta la giornata. Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, ha infatti inviato una lettera a tutti i sindaci affinché partecipino alla ricorrenza facendo osservare alle ore 11 un minuto di silenzio, in concomitanza con l’arrivo a Bergamo del presidente del Consiglio Draghi. Dalla commissione è arrivato anche l’ok unanime ad un ordine del giorno per facilitare gli indennizzi ai familiari delle vittime del virus. Si cerca di impegnare il governo a misure di legge “non solo simboliche ma concrete”. “L’approvazione in Senato della legge che istituisce il 18 marzo la Giornata nazionale in memoria delle vittime di Covid è per me motivo di profonda commozione essendone primo firmatario e promotore”, ha affermato il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia.

Commemoriamo i morti, ma non impediamo che ce ne siano altri. Giampiero Casoni su Notizie.it il 18/03/2021.  Oggi è la giornata dedicata alle vittime del Covid e ci sta, ci sta tutta. Ma se commemori i morti con energia ma non metti la stessa energia nell’evitare che altri morti ci siano, hai fallito. A incasellare date, commemorazioni, flash mob e solenni post it sul calendario noi italiani siamo campioni mondiali su un podio che non dividiamo con nessuno. Non lo facciamo perché a nessuno interessa come a noi passare l’evidenziatore sui nostri afflati emotivi. Di solito agli altri interessa un filino più di noi evitare che si creino le condizioni per la gara. D’altronde siamo il Paese che ha inventato il melodramma e ancora non si è capito se siamo melodrammatici perché lo abbiamo inventato o se è vero il contrario, cioè che essendo già melodrammatici di nostro ci è venuto facile inventarlo. Sta di fatto che oggi è la giornata dedicata alle vittime del Covid e ci sta, ci sta tutta. Ci sta per un fatto crudo che abbiamo incluso nel novero delle motivazioni ma che abbiamo ricoperto di orpelli come piace a noi: i morti non vanno dimenticati, specie se sono tanti e ammazzati serialmente da una faccenda che piega nazioni e sfianca il pianeta intero. Nessuno che voglia derogare dal concetto di civiltà potrà mai dimenticare le foto delle bare, i respiri strozzati intuiti dai frames video del tg, i funerali senza cari e la morte che in Italia falciava ogni giorno a grandi curve da covone. Fissato il preambolo empatico però, che è preambolo vero, dobbiamo dirci una cosa lieve di lessico e greve di polpa. E cioè che se commemori i morti con energia ma non metti la stessa energia nell’evitare che altri morti ci siano hai fallito. Hai fallito nella forma di ciò che vorresti si facesse didattica per le generazioni future e nella sostanza di quello che più che piangere, dovresti impedire. E basta sgranare il rosario mainstream delle cose che come sistema sociale complesso e come stato di diritto abbiamo fatto maluccio per capire di cosa stiamo parlando. Abbiamo avviato la lotta al Covid con ritardi, omissioni e miopie da quarto mondo. Abbiamo scoperto che la marginalità voluta che avevamo dato alla Sanità ci si è ritorta contro come un boomerang di roba calda e marrò. Abbiamo vissuto l’amarezza che le tare di quel sistema erano ataviche, ma lo abbiamo fatto solo dopo aver incontrato i grandi numeri della pandemia. Questo perché prima un esame oncologico alla mammella fissato a una data in cui la mammella ti è già cascata non faceva notizia, ma faceva già storia meschina. Poi abbiamo avviato una campagna di vaccinazione bradipa e ansimante a cui ha messo pezza fortunosa lo stop ad AstraZeneca. Una sosta ai box che ci ha permesso di latrare che ci hanno fermati giusto prima dell’Armageddon vaccinale. Abbiamo visto la politica dividersi fra cazzeggio concettuale e ripicche partigiane usando il Covid come grimaldello di consenso. Abbiamo visto noi stessi pronti a invocare regole per tutti e più pronti ancora a violarle. Abbiamo visto il peggio di tutti noi mitigato dal meglio che alcuni di noi hanno saputo dare in questo spaventoso frangente di cui oggi celebriamo il compleanno sghembo e orribile. Sono quei medici e quegli infermieri a cui noi oggi diciamo grazie piangendo i nostri morti e quelli degli altri. Pensando a quelli che non hanno potuto salvare e a quanto duro sia stato non riuscirci. Perché sarà anche vero che è beato quel Paese che non ha bisogno di eroi, ma è verissimo che è strabeato quel Paese che, ad averne bisogno, poi gli eroi li trova. Pochi per vincere subito, abbastanza per riscattarci dal melodramma di frignare senza agire davvero.

Giampiero Casoni. Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

La retorica patriottarda. Italia travolta dal Covid, troppi peana e pochi mea culpa. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 19 Marzo 2021. A un anno dal dilagare dell’infezione, quella rispetto alla quale eravamo “prontissimi” già un paio di mesi prima, è possibile fare un bilancio meno retorico di quelli correnti? La conta dei tanti morti da parte dell’autorità pubblica dovrebbe adempiere a importanti operazioni statistiche e di monitoraggio, e invece è quotidianamente adoperata a pietistica e ipocrita interfaccia con il dolore di amici e parenti superstiti. E così la celebrazione dei meriti istituzionali (“lo Stato c’è” ), buona quando ne ammette le mende e pessima quando, come spesso accade, serve a sottacerle e a mandarle assolte. A bilancio ci sarebbe da mettere la condizione della democrazia rappresentativa, una cosa infibulata da un’azione di governo che lavorava a inibirne qualsiasi funzione ed era adibita a infertile dépendance di “Chigi”, una platea ammutolita cui il capo del governo faceva la concessione di una visita un paio di volte al mese: e intanto la vita civile ed economica dei cittadini era consegnata al capriccio incensurabile delle sue decretazioni personali, la giungla di comminazioni illustrate nelle conferenze stampa dove la domanda scomoda incontrava la minaccia di querela. Di fronte a questa realtà, celebrare lo “spirito democratico” di cui avrebbe dato prova il Paese durante la pandemia, come ha fatto l’altro giorno il presidente della Repubblica, lascia a dir poco soprappensiero. Un pizzico di retorica patriottarda è pur concessa nelle ricorrenze, ma il perdonabile eccesso laudatorio diventa pericoloso quando c’è rischio che vada a far toppa su un buco di verità: e la verità è che magari in buona fede, ma senz’altro, i responsabili dell’azione pubblica hanno lasciato andare il Paese verso l’esperienza autoritaria e di involuzione civile più grave da che esiste la Repubblica; così come è vero che il caro popolo italiano non ha mostrato di risentire in modo apprezzabile di quel degrado e anzi ha partecipato quasi festosamente al lockdown delle libertà costituzionali, questi impicci lungo il corso impeccabile del modello prefettizio e commissariale che nelle rappresentazioni governative suscitava le ammirazioni universali. Nelle cose da mettere a bilancio ci sarebbe poi altro, che non a caso sfugge alla ricapitolazione comunemente snocciolata. I migranti, per esempio, quelli che non puoi lasciare che “vadino” a infettare la brava gente italiana, una bella propaganda discriminatoria legittimata dal contrappunto adesivo dell’impostazione progressista secondo cui tra Covid e immigrazione c’è “una correlazione evidente”. E i detenuti, l’altra materia passiva delle retoriche sicuritarie che facevano tredici morti in un giorno nelle carceri sottoposte all’imperio di Magistratopoli, la strage di cui non valeva la pena di occuparsi perché prima veniva la gente perbene, quella che siccome ha già tanti guai deve almeno star sicura che ai carcerati non siano concessi troppi privilegi, tipo quello di sopravvivere. Sono scampoli di verità neglette, che meriterebbero invece riconoscimento se avessimo davvero a cuore di uscirne migliori.

Io, paziente numero uno in Puglia e la rabbia per chi nega ancora la pericolosità del virus. L'intervista al torricellese Massimo Mezzolla, primo pugliese contagiato dal coronavirus. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria sabato 20 marzo 2021. Il 25 febbraio del 2020 era un martedì quando la Puglia fu scossa dalla notizia del primo pugliese contagiato dal coronavirus. Massimo Mezzolla, 43 anni, era rientrato da Codogno dove si era recato per far visita a sua madre, ricoverata in una struttura residenziale per anziani, in seguito una delle tante vittime di quel primo cluster italiano del virus. Mezzolla abitava nel minuscolo paese di Torricella, poco più di 4mila abitanti in provincia di Taranto. Quel giorno le autorità sanitarie lo avevano già preso in cura sin dal mattino recandosi al suo domicilio per il tampone molecolare che confermò il coronavirus. L'opinione pubblica fu informata solo nel tardo pomeriggio, quando dall'ospedale Moscati di Taranto, dove era stato ricoverato, filtrò la notizia che avrebbe dato il via all'emergenza pandemica pugliese con effetti e numeri inimmaginabili allora. Oggi Massimo, carpentiere in ferro, dopo aver superato la malattia e gli insulti degli odiatori social che in quei giorni lo hanno letteralmente sommerso di offese e accuse, vorrebbe rappresentare l'anti-negazionismo: «il vero male di questo secolo, ancora più pericoloso del virus stesso», dice.

Primo pugliese che ha contratto il Covid-19, primo ad essere guarito e primo ad aver portato nella sua regione il ceppo di Codogno. Che effetto le fa?

«Naturalmente avrei preferito non rappresentare tutto questo. Ho perso mia madre, ho visto ammalarsi mia moglie e mio fratello e altri miei parenti. Di tutto questo avrei fatto volentieri a meno. Avrei anche evitato tutte le accuse che mi sono vomitate addosso. Le assicuro che non è stato facile».

Di quale colpe è stato accusato?

«Di essere stato uno sprovveduto, di aver portato il virus in casa, di aver cercato di nascondere il contagio; e sono solo le cose che si possono raccontare, perché gli insulti e le accuse preferisco rimuoverle e non darne conto. Io con la coscienza mi sento apposto, ho seguito scrupolosamente quello che mi dicevano i medici e le autorità che ho informato sin da prima di tornare in Puglia. Ho fatto il mio dovere e credo che la stessa cosa abbiano fatto le persone e gli uffici con cui mi sono rapportato in quelle prime ore. Sull'accusa poi di essere stato a Codogno, quando ancora non si sapeva quello che sarebbe accaduto, meglio non replicare: ero andato a trovare la mia mamma che in quel periodo era ospite di mio fratello che abita a 45 chilometri da Codogno. Non ero andato a divertirmi e se mi hanno fatto entrare in quella Rsa è perché a quel tempo si poteva ancora. Infatti l'ultimo giorno che io e mio fratello abbiamo cercato di tornare in quella casa di riposo ci hanno fatti tornare indietro. Ma evidentemente il virus lo avevo già preso».

A distanza di un anno, ha notato dei cambiamenti nei comportamenti della gente nei suoi confronti?

«Fortunatamente no. La gente che mi rispettava prima, lo fa anche oggi. Nei primi giorni delle mie uscite dopo la negatività al virus, notavo un certo timore nell'avvicinarsi ma era comprensibile. Oggi no, la gente non è cambiata con me né con la mia famiglia. Sono tornato a lavorare mettendomi in proprio e non ho problemi da quel punto di vista. Cerco di dare il mio contributo per quello che posso. Mi ero anche proposto per donare il sangue per il plasma iperimmune, ma purtroppo avevo gli anticorpi bassi e non è stato possibile».

Cosa è cambiato da allora? Dopo di lei il contagio non si è più fermato ed è ancora drammaticamente tra noi. Nota delle differenze tra quello che è stata la sua esperienza con l'attualità?

«Vedo con dispiacere e rabbia tante persone che ancora non credono o minimizzano la pericolosità del Covid. Capisco anche la rabbia di chi sta perdendo il lavoro, ma credo che costoro nella loro battaglia sbagliano il nemico numero uno che è il virus. Se penso a quello che ho dovuto sopportare io allora mi chiedo cosa meriterebbero questi che oggi sfidano il virus non rispettando le regole contro il contagio e diventando loro stessi veicoli del Covid? Non so proprio a questo punto cosa meriterebbero». Nazareno Dinoi

LA MEMORIA. Bergamo e Valle Seriana, in prima linea nei giorni più bui del Covid. Genitori, figli, sanitari, politici, militari. Dodici mesi dopo, i racconti di chi ha vissuto il dramma durante la prima fase della pandemia da coronavirus. Armando Di Landro, Fabio Paravisi, Silvia Seminati, Giuliana Ubbiali su Il Corriere della Sera il 18 marzo 2021.

La dottoressa: tanta paura, a casa dei malati però andavo. La dottoressa Arianna Alborghetti risponde di fretta. A 35 anni, da due è medico di base titolare. Il giovedì, riceve i pazienti fino alle 18 nell’ambulatorio in centro a Bergamo. «Come va? Rispetto allo scorso anno non siamo più così spaesati. Ma i casi stanno aumentando, ci sono di nuovo nuclei ammalati. Sono felicemente vaccinata, vorrei un’accelerata per i miei pazienti». Con la famiglia di Albino, nella Valle Seriana più colpita, l’anno scorso era anche guardia medica ad Alzano, sempre Valle Seriana. «Arrivavano anche 100 telefonate a notte — torna indietro —, le saturazioni erano incredibili, mancava l’ossigeno». Pensa di aver preso il Covid: «A febbraio non si facevano i tamponi, tra colleghi ci chiedevamo: anche tu non senti gli odori?». Comunque, a casa dei pazienti è andata, bardata: «Paura? Molta, non per me ma per loro e per i miei familiari. Ho una mamma di 65 anni e una nonna di 91». Non dimentica un uomo arrivato in ambulatorio, a Bergamo: «Ricoverato, è morto dieci giorni dopo. Aveva 50 anni». (Giuliana Ubbiali)

Medico del 118: ho capito i limiti delle nostre conoscenze. Il 18 marzo 2020 il dottor Oliviero Valoti era malato di coronavirus, come il 70% degli operatori del 118 di Bergamo che lui tuttora coordina. «Lavoravo da casa, ma volevo rientrare al più presto» ricorda. Erano giornate frenetiche e paurose: « C’era una valanga di richieste d’aiuto e la nostra preoccupazione era di non riuscire a soccorrere tutti. A volte davamo risposta anche 10 ore dopo. E poi mancavano i mezzi da mandare. Qui davanti, al Pronto soccorso del Papa Giovanni, c’era una fila lunga centro metri di ambulanze in attesa per ore, tanto che spesso finivano l’ossigeno per i pazienti». Dopo i primi giorni di paura, l’atteggiamento di chi chiamava era cambiato: «Ne abbiamo notato il livello di dignità. Quando spiegavamo le difficoltà di intervenire rispondevano: capisco». Questo anno ha cambiato lo stesso medico: «La pandemia ha fatto capire a me e ai miei colleghi che le nostre conoscenze non servivano a granché. C’è una consapevolezza dei nostri limiti che ci portiamo dietro da allora». (Fabio Paravisi)

La figlia: dopo un anno nessun funerale per mio padre. Chiara Invernizzi racconta che il papà Armando era sempre «pieno di energia. La mattina aveva una battuta per tutti, la sera quando rientrava dal lavoro ci chiamava a raccolta, la mamma, io, mia sorella, nostro fratello, i cani anche, sempre ad alta voce. È un vuoto a cui non ci si può abituare». Il padre, artigiano di Azzano San Paolo, è morto a 66 anni il 27 marzo dell’anno scorso all’ospedale Papa Giovanni. Aveva avuto la prima febbre circa un mese prima e per alcuni giorni aveva anche continuato a lavorare. «Un anno dopo la ferita resta aperta — prosegue Chiara — è come se il tempo si fosse fermato, senza funerale non c’è stato nemmeno modo di elaborare quello che è successo. La cosa più assurda è che anche adesso, dopo 12 mesi, avremmo voluto fare una cerimonia per ricordarlo, forse un momento al cimitero con i parenti e gli amici più cari, ma non possiamo, perché ci troviamo ancora in zona rossa. Fa davvero male pensare che il sacrificio di mio padre o di molti altri non sia servito a nulla». (Armando Di Landro)

L’assessore: cimitero pieno. Così feci portare le bare in chiesa. Quando ricorda ciò che è successo un anno fa a Bergamo, si commuove. Ma in quei giorni difficili, appariva distaccato. Giacomo Angeloni è l’assessore ai Servizi cimiteriali di Bergamo. «Ho impiegato un anno — racconta — per rielaborare quei momenti». Fu lui a decidere di usare la chiesa del cimitero come camera mortuaria: «Non sapevamo più dove mettere le bare». Solo adesso ha scelto di mostrare la foto della cappella piena di feretri. Uno scatto fatto da lui con lo smartphone. «Un anno fa sarebbe stato irrispettoso pubblicarlo. Adesso — dice — bisogna lasciare un segno di quello che è successo». Pensa alle giornate in cui stava anche 14 ore al cimitero: «Ero sempre al telefono, a cercare forni crematori disponibili ad aiutarci». Ricorda il trasporto delle bare fuori Bergamo. La prima volta si fece di notte, per non creare clamore (anche se poi una foto sui social cambiò tutto). «Quella sera — dice — ero lì, un dolore misto a sollievo: avevamo trovato un modo per dare dignità a quei morti». (Silvia Seminati)

Lo steward: «Il mio scatto dal balcone di casa». Dal balcone di casa, aveva immortalato con il telefonino la processione dei camion dell’Esercito che attraversavano Bergamo. Un anno dopo, per Emanuele Di Terlizzi, 29 anni di Napoli, assistente di volo di Ryanair, il dolore è lo stesso: «Mi chiedono tutti di commentare questa fotografia, ma mi sento a disagio nel forzare e ripercorrere un tema così triste».

Il militare: «Io, alla guida del camion simbolo». Guidare un camion militare carico di bare. Un incarico, quello di un anno fa Bergamo, che ha segnato il caporalmaggiore dell’Esercito Tomaso Chessa. «Il pensiero si posa sul loro ultimo viaggio — aveva scritto sui social, mentre ora preferisce non parlare —. Spero un giorno di poter conoscere i loro cari. Se così non fosse, sappiano che ci ho messo l’anima».

Il giorno del ricordo delle vittime di Covid. Bergamo un anno dopo l’inizio della pandemia ancora in trincea: “Cataclisma, arrivati a 4mila pazienti”. Redazione su Il Riformista il 18 Marzo 2021. Il Covid-19 come “un vero tsunami”. Con effetti che, a distanza di un anno, si vedono ancora. Bergamo è stata la prima città italiana a soffrire davvero per la pandemia di coronavirus. Eppure, la trincea non è stata ancora smontata. Tutt’altro. “La prima ondata è paragonabile veramente a un cataclisma naturale che ha colpito in modo improvviso e inaspettato il nostro territorio”, confida la direttrice generale dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Maria Beatrice Stasi, dopo l’accensione della fiaccola benedettina nella chiesa dell’ospedale. “Nella prima ondata qui – fa i conti – abbiamo curato 2.500 pazienti gravi, ne sono arrivati oltre 3mila in pronto soccorso e oggi, che siamo di fatto nella terza ondata, siamo già a quota 4mila pazienti transitati dal Papa Giovanni”. Ma la situazione preoccupa ancora. “Abbiamo 42 pazienti di terapia intensiva, oltre il 50% dei posti disponibili, e 150 pazienti ricoverati nei reparti ordinari. Numeri di tutto rispetto – sottolinea Stasi – che dicono che bisogna tenere alta la guardia e che occorre affrettare la campagna vaccinale”. Le immagini del 18 marzo di un anno fa, con i camion dell’esercito carichi di salme usciti dal cimitero monumentale di Bergamo e diretti in altre città del Nord per la cremazione, hanno fatto il giro del mondo e rappresentano “un ricordo drammatico”. “In quei giorni – racconta Stasi – ero anch’io malata di Covid. È stato scioccante, perché il timore di non farcela a curare tutti è stato un timore vero. Fortunatamente, adesso sappiamo com’è andata. Forse per questo siamo stati anche tanto amati, perché penso che qui ci si sia prodigati oltre l’inverosimile e l’umano, per certi versi”. La caccia ai nuovi posti letto di terapia intensiva è stata febbrile. Alcuni pazienti sono stati trasferiti allora dal Papa Giovanni con aerei militari tedeschi in Germania. “Pazienti che erano qui e si sono svegliati dall’altra parte dell’Europa in gravi condizioni e che sono stati molto spesso salvati”, racconta con un filo di voce la dg, a pochi passi dalla chiesetta dell’ospedale, vicino alla Torre 4. “Questo luogo – sottolinea – mi ricorda una messa in solitudine, il Venerdì Santo del 2020, celebrata dal vescovo Francesco Beschi. Dopo la celebrazione, ha detto: ‘Ho qualcosa da darvi a nome del Santo Padre’. E abbiamo scaricato delle scatole di mascherine che sono arrivate dal Vaticano. Un momento proprio di commozione. Lì abbiamo capito di essere davvero nel cuore di molti”. Dal canto suo, Ave Vezzoli, coordinatrice infermieristica del reparto di pneumologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in occasione dell’inaugurazione del Bosco della memoria nella prima Giornata nazionale per le vittime dell’epidemia da coronavirus, racconta: “Alcuni ricordi rimarranno per sempre” e “ci siamo trovati a fare fronte a un elevato numero di perdite che non potremo mai dimenticare”. “Sono molto orgogliosa – conclude – di far parte di un sistema che non mi ha fatto mai sentire sola: si lavorava tutti, spesso senza una sosta ma con grande senso di unità”. (Fonte:LaPresse)

"Chiedevamo l'ossigeno dei morti". Ecco l'orrore patito da Bergamo. La Val Seriana un anno dopo la carovana di bare. La corsa per trovare una bombola. E le salme lasciate in casa per giorni. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini - Gio, 18/03/2021 - su Il Giornale. In occasione della Giornata per le vittime del Covid, per gentile concessione dell'editore Historica, pubblichiamo un estratto del Libro nero del coronavirus di Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. «I ragionamenti, chiaramente, si fanno sui dati ufficiali – ci racconta una insegnante della zona – ma la situazione, qui a Bergamo, è stata molto peggiore di quei numeri». A Nembro e ad Alzano Lombardo, come in tutti i paesi della Val Seriana, a parte gli ospedalizzati, moltissime famiglie si sono chiuse in casa a lottare per la vita. «Anche se non ci hanno colpiti direttamente, sentiamo il peso di tutti quei lutti e, purtroppo, ora che la situazione sta lentamente migliorando e la mente è più lucida, iniziano a emergere grandi domande su come è stata combattuta questa emergenza». Il 15 maggio, dieci giorni dopo l’inizio della «fase 2», i pazienti Covid nelle terapie intensive delle Asst Bergamo Est e Bergamo Ovest si sono azzerati. Il peggio sembra passato. Nei giorni di picco i malati ricoverati erano circa duecento. Nessuno, però, può accantonare il dolore. «Abbiamo vissuto giorni tremendi a contare i morti nei nostri quartieri – racconta ancora l’insegnante – a vedere ambulanze e a chiederci per chi dei nostri condomini fossero venute...». Chi ha patito l’orrore di quei giorni ci racconta di quanto fossero poche le bombole di ossigeno a disposizione: «Ad un certo punto questo ha portato alcune persone a telefonare alle famiglie dei defunti per sapere se per caso gli era avanzata mezza bombola». E chi ha visto morire il proprio caro in casa, a volte ha dovuto attendere anche fino a quattro giorni prima di veder arrivare qualcuno a ritirare la salma. «Tutta l’Italia è stata colta impreparata dal coronavirus – ci raccontano – ma Bergamo è stata una terra abbandonata a se stessa». Molti, infatti, non riescono a «digerire» le campagne di certi politici che, a inizio epidemia, hanno invitato i concittadini a condurre una vita normale. O perché, dinanzi ai grafici in salita, gli impianti sciistici siano comunque rimasti aperti fino ai primi di marzo. Negli occhi dei bergamaschi sono ancora vivide quelle fotografie che immortalano le loro montagne, affollate di sciatori sotto il sole primaverile, nello stesso fine settimana in cui il governo dispone ulteriori restrizioni per evitare che il contagio dilaghi. Sono stati anche questi atteggiamenti sconsiderati a portare il virus nelle altre valli, la Val Brembana e la Val di Scalve? «Prima avevamo tutti paura, adesso abbiamo tanta rabbia – ci spiega l’insegnante – bisogna andare a fondo di questa vicenda: sicuramente non cambierà il nostro dolore né servirà a cercare un qualche responsabile da mettere in croce, ma abbiamo il diritto di sapere come è potuta accadere questa strage». I numeri, appunto, sono quelli di una strage. Sul calare estivo dell’emergenza L’Eco di Bergamo conduce un’attenta indagine tra i Comuni bergamaschi per cercare di svelare il numero esatto delle persone morte nel solo mese di marzo. «Sono 5.700, di cui 4.800 riconducibili al coronavirus – si legge – quasi sei volte in più di un anno fa. I numeri ufficiali, invece, dicono che al 31 marzo erano 2.060 i decessi certificati positivi al Covid 19». Un’ecatombe, insomma. Bergamo, Milano, Roma. È su questa direttrice che si gioca la drammatica partita bergamasca. «Ricordo quei momenti, ricordo una situazione comprensibilmente discussa. Maneggiavamo tutti delle incertezze: noi tecnici stavamo dando un consiglio che non avremmo mai voluto dare e chi ci governa doveva prendere decisioni che non avrebbe mai voluto prendere», racconta una fonte della task force di Regione Lombardia. Perché non è stata fatta alcuna zona rossa? Chi doveva agire, alla fine non si è mosso. «Se fossimo stati più convincenti, forse avremmo guadagnato anche solo tre o quattro giorni nella decisione del governo e avremmo limitato i danni».

Coronavirus, Mario Sorlini: «Ad Albino morivano come mosche. E noi medici non sapevamo da dove cominciare». Il decano dei dottori della cittadina: «In marzo ho perso 25 assistiti in 21 giorni. In coda dietro alla colonna dei camion dell’esercito che trasportavano le bare mi aggrappai al volante chiedendomi perché Dio ci stesse facendo tutto questo». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 18 marzo 2021. «In quelle bare portate via dai camion militari c’erano un mio assistito e un mio amico di infanzia. Tornarono a casa solo dopo quaranta giorni». Ricordare quel che non si potrà mai dimenticare. Mario Sorlini è il decano dei medici di base bergamaschi, quarant’anni di onorata professione nella sua Albino, che siccome è incastrata tra Alzano Lombardo e Nembro ne hanno parlato in pochi, ma è stato uno dei Comuni con il maggior numero di vittime per numero di abitanti.

«Due giorni dopo ci fu un’altra spedizione. Ero in auto e rimasi bloccato dietro una colonna di mezzi dell’esercito che sembrava infinita. Mi appoggiai al volante, chiedendomi perché Dio ci stesse facendo questo».

Quando ha capito cosa stava succedendo?

«Troppo tardi, come tutti. Mattina del 24 febbraio. Una telefonata dietro l’altra. Così, senza nessuna avvisaglia. I miei assistiti si ammalavano uno dopo l’altro. Cento chiamate al giorno. Avevo 1.600 assisiti. Ogni anno ne perdevo un paio per l’influenza. Lo scorso marzo ne sono morti 25 in 21 giorni, quasi cinquanta alla fine di quel mese. Quando si dice la strage di Bergamo, ecco, si tratta di questo. Per tre settimane i miei compaesani, la gente della nostra provincia, morirono come mosche».

Come affrontò questa tragedia?

«Al di là della Tachipirina, che era un po’ come fermare il mare con le mani, non sapevo nulla di questo virus. Cercavo di curare sulla base dell’esperienza, e della conoscenza dei miei malati. Mi sono sentito inadeguato, lo confesso».

Andava per tentativi?

«Abbiamo fatto medicina africana, nel senso che abbiamo provato cure artigianali. Oggi ne sappiamo di più ma ancora non esiste una terapia vera e propria. La strage di Bergamo insegna che alla gente si deve dire la verità, sempre».

Le foto dei camion militari davanti al cimitero cambiarono qualcosa?

«Dopo aver visto quelle immagini, la maggior parte delle persone cominciò ad avere paura di andare all’ospedale. I miei pazienti mi imploravano di lasciarli a casa. Avevano ragione. Un mio mutuato di 82 anni mi impedì di chiamare l’ambulanza. I suoi due amici che si erano contagiati con lui vennero ricoverati. E sono morti. Lui si è salvato».

Merito anche suo?

«No. Davvero. Io non sapevo cosa dare. Per fortuna, ho scelto di non somministrare ai miei pazienti l’idrossiclorochina, il famoso Plaquenil che allora andava per la maggiore. Meno male».

Si è sentito abbandonato?

«Era compito della Regione Lombardia dirci cosa dovevamo fare. Ma questo sempre con il senno di poi. In quei giorni non ci pensavo. C’era solo da tamponare, fare radiografie, mandare persone che curavo da una vita al Pronto soccorso, senza sapere se le avrei mai più riviste. Un mio anziano paziente di Albino andò in coma. Si svegliò un mese dopo, in una terapia intensiva di Catanzaro».

Quanto hanno pesato ritardi e indecisioni delle autorità?

«Qui è successo qualcosa di enorme. Impossibile da prevedere. Poi, certo, in quei giorni noi medici non avevamo alcun mezzo di protezione, alcun protocollo. Per dire, i saturimetri ce li siamo dovuti andare a prendere da soli, in Svizzera. Ma in me il fatalismo prevale su qualunque indignazione. È andata così».

Sono possibili paragoni con il presente?

«Per carità. Questa terza ondata è nulla rispetto a quel che è stato».

Ricorda quando finì?

«Il virus è andato via ad aprile inoltrato. E ancora non sappiamo perché. Quando vedo in televisione miei colleghi pieni di certezze sul Covid, cambio subito canale».

Se lei fosse Mario Draghi, oggi cosa direbbe?

«Vaccinare, e poi resistere, sempre, come abbiamo fatto noi. Perché nulla può essere peggio di quel che ha vissuto la gente di Bergamo».

La speranza che piega il male. Un anno fa, le immagini dell'esercito a Bergamo. Cosa è rimasto di quei giorni? Matteo Carnieletto - Gio, 18/03/2021 - su Il Giornale. "Signore - chiese don Camillo - se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi? Il Cristo sorrise: 'Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede'". Così il Cristo dell'Altar maggiore risponde a un don Camillo preoccupato dal nulla che avanza. Bisogna salvare il seme: la fede. Che diventa speranza perché basata sulla certezza che il male non può vincere. Et portae inferi non praevalebunt, le porte dell'inferno non prevarranno, dice il Vangelo di san Matteo. "Andrà tutto bene", si diceva durante i primi giorni della pandemia. Così non è stato. In poche settimane i canti e i balli sui balconi hanno lasciato spazio alle lacrime e alle bare. Le città erano - e sono ancora oggi - vuote. Spettrali. Ciò che fino a pochi giorni prima dell'arrivo del Covid-19 era considerato normale (il socializzare) cominciava ad esser visto con sospetto. Si iniziava ad aver paura del prossimo, visto prima come potenziale untore, e solo in un secondo momento, come un essere umano. A furia di urlare "andrà tutto bene" abbiamo perso la speranza. La fede. Il culmine della tragedia, come è noto, è arrivato il 18 marzo scorso. Una notte impossibile da dimenticare. Quel giorno, infatti, i camion dell'esercito arrivarono a Bergamo per portar via i corpi di coloro che erano stati uccisi dal Covid-19. Il capoluogo orobico non aveva più spazio per dare riposo ai suoi stessi figli, che dovettero cercare il riposo eterno altrove. Questo è ciò che il 18 marzo rappresenta per il nostro Paese. Ed è per questo motivo che oggi il presidente del Consiglio, Mario Draghi, si recherà a Bergamo. Per ricordare che no, non è andato tutto bene. Che qualcosa è andato storto, che tante famiglie hanno perso delle persone che amavano. Per me, però, il 18 marzo è anche la speranza. Tutto è iniziato con una telefonata, nel cuore della notte: "Si sbrighi, sua moglie sta per partorire. Ci vediamo in sala parto". Una questione di minuti, la corsa in ospedale e le ostretiche di turno che ascoltano le notizie su questo strano virus arrivato da poco. Poi l'urlo improvviso di chi vuol prendersi la vita: "Ci sono anche io", sembra dire la piccola arrivata. Nonostante tutto. Nonostante il male e la sofferenza che avanzano. Perché non è vero che nella vita tutto va bene. Ci sono vittorie e sconfitte. Ci sono gioie e dolori. Ci sono salute e malattia. Ci sono amore e tradimenti. In quell'urlo c'è il vero "andrà tutto bene". Che non significa che nella vita non ci saranno sofferenza e dolori. Che le malattie scompariranno insieme alla morte. Significa che la vita e l'amore sono più forti di tutto. Come ha scritto John Ronald Reuel Tolkien: "Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l'amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte".

RADICAL CHIC - Un passo avanti e due indietro: il nostro anno di Covid. Eva Kant su Il Quotidiano del Sud il 14 marzo 2021. Un anno esatto. E siamo al punto di partenza. Praticamente tutta l’Italia in lockdown. Anzi no, ora si dice zona rossa. Cambiano nomi e definizioni, ma le restrizioni e i divieti sono gli stessi. Ricordate marzo 2020? Tutti a casa, attività chiuse salvo quelle essenziali. Si può uscire solo nel proprio quartiere, con l’autocertificazione e per motivi seri, necessari, tipo fare la spesa o andare in farmacia. Niente sport, nemmeno più lezioni di aerobica sui tappetini fitness comprati da Decathlon magari online. L’altro giorno passeggiavo in un parco vicino casa, bella mattinata con tanto sole. E ho visto una serie di persone, per lo più donne devo ammettere, sistemate in circolo su un prato verde, tutte a fare gli stessi esercizi indicati da un istruttore che evidentemente ha pensato di raggranellare così qualche spicciolo visto che le palestre è una vita che sono chiuse. Non si potrà più fare nemmeno questo, non in gruppetti anche se distanziati. Sport consentito vicino casa e individuale, con la mascherina. Mi aspetto di vedere di nuovo tanti padroni di cani portarli a fare i loro bisogni più volte al giorno, per la felicità (chissà) dei vari Fido. Spero di non dover fare più lunghe file fuori dai supermercati come accadeva regolarmente a marzo e anche aprile dello scorso anno. E, detto tra noi, spero di non sentire più le persone tutti i pomeriggi alle 18 in punto affacciate ai balconi per cantare ed esporre striscioni con scritto su “tutto andrà bene”. La prima volta fu una sorpresa (frequento poco i social e cosi l’ho scoperto sul momento), la seconda fu piacevole, la terza – mentre  ero davanti al mio pc – mi chiesi che cosa avrebbero cantato. La quarta ho chiuso la finestra per non sentirli, non riuscivo a concentrarmi sul lavoro. E poi adesso mi sembrerebbe tutto così retorico. È passato un intero anno, sono morte solo in Italia oltre centomila persone, 317 ancora oggi. Ci avevano detto: fate i bravi, seguite le nostre istruzioni/imposizioni e riusciremo a sconfiggere il nemico invisibile. In estate ci avevamo quasi creduto. Poi siamo ripiombati nell’incubo. Non ci dicono più: “buoni, state buoni, che a Natale  potremo riabbracciare i nostri cari”. Il 25 dicembre e poi il 26 e anche il 31 la maggioranza di noi li ha passati chiusi in casa, al massimo con i parenti conviventi e gli altri li abbiamo visti e salutati attraverso gli schermi dei telefonini e degli ipad. Pasqua sarà uguale. Ci siamo rassegnati. È passato un intero anno e sembra tutto uguale. Ma a pensarci bene non è così. Sono arrivati i vaccini e, a essere sinceri, nessuno ci credeva che li avremmo avuti a disposizione così presto. Ancora una volta gli italiani si sono dimostrati un popolo che impara subito e presto: Ptifzer, Moderna, Atrazeneca, Sputnik, Jhonson. E ancora una volta, come in una qualunque partita del campionato di calcio, siamo tutti “allenatori” esperti. Meglio questo che quest’altro, “mi raccomando  cerca di schivare quello” che tanto serve a poco. Da quando si temeva che bisognava “convincere”  gli italiani a farsi vaccinare siamo passati all’impazienza, ai soliti furbetti, che sono riusciti a farsi inoculare la dose prima di altri. Il Covid non è riuscito a prevalere sui soliti vizi italici. Gli esperti, quelli veri, hanno continuato ad azzuffarsi tra di loro in tv. Poi sono arrivate le notizie ferali: “morto poche ore dopo il vaccino”. Uno, due, tre in Italia e così in altri paesi. Sono morti collegate al vaccino?  No, non lo sono, assicurano. Ma c’è un lotto di Astrazeneca incriminato, che viene ritirato e bloccato praticamente  in tutta Europa. E noi, che non siamo esperti, che i virologi prima del marzo 2020 quasi non sapevamo manco chi fossero, noi che non siamo allenatori di niente se non della nostra mente, ora viviamo nella confusione più totale. Ci possiamo fidare davvero? Non abbiamo risposte e ci chiudiamo sempre più in casa, zona rossa o gialla o arancione. Non possiamo fare altro che prendere ad esempio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e aspettare , senza scalmanarci più di tanto,  il nostro turno. Quando arriverà faremo il vaccino. Incrociando le dita e sperando di non essere in quello 0,001 per mille che svilupperà un micidiale effetto collaterale. Le alternative d’altronde sono solo due: vivere sepolti nella nostra casa, o peggio ingrossare l’interminabile lista dei morti per Covid. E noi invece abbiamo un solo grande desiderio: ritornare a oltre un anno fa, alle nostre vite incasinate e a volte anche complicate. Ma erano le nostre. E le rivogliamo.

Il ricordo di Fontana ad un anno dalla foto simbolo dell’infermiera. Riccardo Castrichini su Notizie.it il 09/03/2021. Un anno fa la foto simbolo dell'infermiera che dorme: il ricordo di Fontana. Esattamente un anno fa, quando l’Italia intera entrava in lockdown, la Lombardia era già alle prese con l’emergenza coronavirus e nei suoi ospedali cominciava a verificarsi quello che da li a poco avrebbe riguardato l’intero territorio nazionale. Il 9 marzo dello scorso anno arrivava anche dall’ospedale di Cremona la foto dell’infermiera Elena Pagliarini che stremata dai pesanti turni di lavoro riposava poggiando la testa sulla scrivania. A scattare l’instantanea era stata la primaria Francesca Mangiatordi. Quell’immagine era servita a sensibilizzare i cittadini in merito a cosa stesse accadendo negli ospedali e aveva portato a quel senso di unione che aveva contraddistinto l’Italia durante tutto il lockdown di marzo e aprile. “Un anno fa – scrive il presidente lombardo su Facebook – questa foto dall’ospedale di Cremona faceva il giro del mondo. L’immagine immortalava la fine di un turno, oggi siamo alla fine di un intero anno di lavoro e restrizioni: la stanchezza si fa sentire con più intensità”. Un anno dopo il territorio lombardo e non solo è alle prese con la terza ondata della pandemia, resa ancora più virulente dalla circolazione delle varianti del virus, che riescono a diffondersi con maggiori facilità, ma attenzione a non commettere l’errore di pensare che tutto sia come lo scorso anno. È questo il monito che lancia Fontana scrivendo: “Sappiamo come proteggerci. I nostri medici e infermieri sono più consapevoli e, soprattutto, 400.000 dei nostri Operatori Sanitari sono vaccinati. Facciamo quasi 60.000 tamponi al giorno per tracciare e isolare. Siamo a 850.000 vaccini fatti e, dato che sicuramente ci fa ben sperare, constatiamo nelle categorie già vaccinate una drastica diminuzione dei contagi”. Una sfida lunga e tortuosa quella contro il covid, nella quale però il governatore leghista rivendica anche alcuni importanti posizioni raggiunte dall’Italia nella lotta alla pandemia. “I vaccini in uso – sottolinea Fontana – stanno dando ottimi risultati sia nella sicurezza che nell’efficacia e ciò va ben oltre le migliori aspettative di un anno fa. Ancora per questo mese i vaccini arriveranno a rilento, da aprile ci auguriamo che la storia cambi per partire con la campagna vaccinale aperta a tutti”. Poi l’invito a non mollare, a rimanere uniti anche in questa fase finale della battaglia: “Non molliamo all’ultimo miglio. Lottiamo per trovare la fine dell’emergenza e con essa la vera libertà”.

Riccardo Castrichini. Nato a Latina nel 1991, è laureato in Economia e Marketing. Dopo un Master al Sole24Ore ha collaborato con TGcom24, IlGiornaleOff e Radio Rock.

Un anno dal lockdown, come siamo cambiati. Giampiero Casoni su Notizie.it il 09/03/2021.

Quel 9 marzo del 2020 ognuno ce lo ha stampato a fuoco nel cervello e nell’anima. Nell'ultimo anno abbiamo declinato il concetto di paura in una gradazione di cui non conoscevano l’esistenza. Il calendario, che è giudice freddo e tignosamente legato ai numeri, ci dice che oggi è il compleanno del lockdown. Un anno intero passato a centellinare nella testa questa parola inglese di cui prima potevano fare benissimo a meno, e di cui faremmo volentieri a meno oggi, ma per altri motivi. Ma il calendario, che è bestia senz’anima e comiziante di numeri, non dice una cosa. Che in questi dodici mesi noi non ci siamo limitati a centellinare una parola, no. Nell’ultimo anno noi abbiamo declinato il concetto di paura in una gradazione di cui non conoscevano l’esistenza; una guerra la puoi guardare cinico, buonista o sinceramente empatico mentre miete vite di altri, una pandemia prima o poi sarà faccenda tua.

Quel 9 marzo del 2020 ognuno ce lo ha stampato a fuoco nel cervello e nell’anima. Con un’immagine, un frame di vita, una sfumatura emotiva tutta sua, una per ogni declinazione dell’essere uomini. Conoscevamo il virus ma non sapevamo ancora la portata infida della sua mission. Questo perché nei sistemi complessi e a casa nostra la percezione di un pericolo reale è stemperata da due fattori: la distanza guicciardiniana e meschinella fra ciò che accade agli altri e ciò che non accadrà mai a noi e il regionalismo, antica crepa italiana da cui mai ci affrancheremo, si accettano scommesse. I contagi erano "nordici" o territoriali e comunque noi ci sentivamo al sicuro, beotamente inquieti ma tutto sommato al sicuro. Ecco perché l’immagine catodica di Giuseppe Conte che ci ordinava di chiuderci in casa e che ci diceva che la nostra vita non l’avremmo pilotata più noi ci ghiacciò l’anima. Perché per noi covid non era fuffa, ma non era ancora mostro. Lo avremmo capito con altri due step: ammalandoci noi e iniziando a contare chi iniziava a morire a mazzi, non più ad unità. Le bare di Codogno, i giorni passati nella mistica dell’Amuchina prezzata in mood cocalero, gli step serali della Protezione Civile, i numeri, le percentuali, il panico se un genitore anziano iniziava a tossire. E poi quegli acronimi nevrili, Dpcm, gli affetti sparati via dalla nostra sfera di controllo dalle nuove geografie di profilassi. Arrivammo a Pasqua con una mascherina sul grugno e una sul cuore, a contenere la voglia irrefrenabile di urlare la paura. E quel concetto, “pandemia”, che ci dava la cifra di come il mondo su cui camminavamo fosse in bilico, in bilico davvero. Maggio ci colse stanchi, capelloni e sporchi, pronti ad uscire di casa divisi fra terrore di vederci attaccata in gola quella morula nana e schifosa e la paura che l’autocertificazione non fosse bastevole a sedare i carabinieri che ci guatavano. Abbiamo preso respiro con l’estate e ci siamo illusi, ma non fatecene una colpa: il virus aveva allentato la morsa e noi avevamo il sistema nervoso in pappa. Molti di noi si limitarono a qualche ora di benedetta luce in più, facemmo l’amore con le compagne, accarezzammo le madri e portammo i bimbi al parco. Altri esagerarono, nelle faccende umane va sempre così. Abbiamo riposto pinne, fucile ed occhiali giusto in tempo per vedere che no, non era finita. E siamo scivolati, fra decreti, ordinanze, nuovi contagi e una consapevolezza più affinata, verso un Natale bislacco e blindato. Volevamo, dopo 10 mesi, che quella Nascita fosse step da cui ripartire, eravamo davvero stanchi. Forse è stato per questo che mentre la politica terremotava i suoi asset e ci avviavamo a cambiare nocchiero la sola cosa che ci interessava era che finisse. Ambigui anche in questo, abbiamo sperato che le risposte ce le dessero le stanze dei bottoni. Mentre il lockdown si apprestava a spegnere la sua prima candelina qualcuno ci ha detto che forse quelle erano stanze dei bottini e che il mostro poteva essere affrontato meglio. Arrivarono i vaccini e conoscemmo la lentezza non come concetto, ma come totem da abbattere a roncolate, ma abbiamo ancora oggi un falcetto smussato. E oggi siamo qui, attorno al tavolo dove le nostre miserie di popolo soffiano sulla torta amara della nostra reclusione. Esattamente un anno dopo da quel televisore acceso siamo ancora chiusi dentro. Perché il calendario è una brutta bestia: ti dice che è passato un anno ma non conosce nessuno dei tormenti che in ogni singolo giorno di quell’anno ci hanno portato via la gioia. A qualcuno hanno portato via la vita, ed è a loro che dobbiamo la pazienza con cui, a vedere il lockdown che spegne la sua candelina, ci prepariamo ai nuovi cimenti. Forse migliori di prima, forse peggiori per sempre.

Giampiero Casoni. Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

L’Italia a un anno dal lockdown, alla vigilia della terza ondata. Lisa Pendezza su Notizie.it l'08/03/2021. Il reportage dagli ospedali Santi Paolo e Carlo a un anno esatto dal primo lockdown, in un'Italia sospesa tra lo spettro della terza ondata e la speranza di uscire dall'incubo grazie al vaccino. Ci sono momenti spartiacque che dividono la storia in un “prima” e un “dopo”. La liberazione del campo di Auschwitz, la caduta del muro di Berlino, il primo passo dell’uomo sulla Luna, l’11 settembre. Il coronavirus ha aggiunto un altro segno indelebile sul calendario: il 9 marzo 2020, quando l’allora premier Giuseppe Conte ha firmato il provvedimento “Io resto a casa” e ha tinto per la prima volta tutta l’Italia di quel rosso che da allora abbiamo imparato – tristemente – a conoscere. Quella che sembrava una serata come tante si è trasformata nell’inizio del primo lockdown nazionale. Le parole danno forma al nostro mondo, al nostro modo di pensare. In 12 mesi abbiamo dovuto aggiornare il nostro vocabolario e imparare a usare i termini lockdown e quarantena. Abbiamo ridotto la nostra tavolozza a tre colori: giallo, arancione e rosso, più o meno scuri (anzi, rafforzati). Abbiamo familiarizzato con bilanci, bollettini e conferenze stampa e imparato a leggere tabelle ministeriali che giorno per giorno ci dicono se stiamo andando verso la luce o verso il baratro. Abbiamo imparato la differenza tra decreti legge e Dpcm, tra sintomatici e asintomatici. Abbiamo soppesato tutti i nostri rapporti per decidere chi può essere considerato un congiunto. Il nostro mondo si è ristretto improvvisamente e oggi guardiamo agli altri Paesi non come mete di un viaggio ma per le varianti che producono: inglese, brasiliana, sudafricana, nigeriana. Ci siamo abituati a uscire di casa con timore, brandendo l’autocertificazione come fosse uno scudo e chiedendoci a ogni posto di blocco se il nostro è davvero un “valido motivo”. Abbiamo esultato per quello che sembrava un traguardo irraggiungibile, l’arrivo di un vaccino che rappresenta la sola via d’uscita da questa realtà distopica a cui abbiamo dovuto fare l’abitudine, o almeno provarci. “È passato un anno ma mi sembra che si stia ricominciando da zero“. Mentre pronuncia queste parole, gli occhi della professoressa Antonella D’Arminio Monforte – infettivologa e direttrice di Malattie Infettive all’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano – non riescono a nascondere la stanchezza e l’avvilimento “perché si sperava che il 2021 fosse l’anno della rinascita, ma per ora non è così“. La mente torna a un anno fa, ai primi di marzo, quando si è infranta l’illusione che questo nuovo male potesse restare confinato in Cina: “Abbiamo capito che la situazione era grave quando abbiamo iniziato ad avere 40 persone in pronto soccorso che non riuscivano a respirare. È stato uno shock“. Lì, in pronto soccorso, c’è anche Sergio, l’infermiere che ha accolto il primo paziente Covid dell’ospedale San Carlo. “Eravamo preoccupati fin da quando è stata proclamata la prima zona rossa a Codogno, ci aspettavamo che prima o poi l’emergenza sarebbe arrivata anche da noi” racconta. La situazione è precipitata una sera come tante, quando “è arrivata in ambulanza una signora residente a Milano ma che lavorava a Codogno, aveva febbre altissima e respiro affannoso. Non ce l’ha fatta, forse aveva aspettato troppo, ma il virus nella prima ondata era davvero aggressivo“. A partire da quel momento tutto è cambiato. La voce di Sergio si incrina: “Abbiamo dovuto stravolgere ogni piano, riorganizzare l’ospedale, improvvisare per contenere queste ondate di pazienti che arrivavano anche a 90-100 al giorno. Ho visto morire 11 persone in un turno di 7 ore“. Alla morte non ci si abitua mai, non esiste un anestetico che renda sopportabile pensare che in 12 mesi l’Italia ha visto morire oltre 100 mila persone, una media di poco meno di 300 al giorno (numeri che dovrebbero far rabbrividire qualsiasi negazionista). “All’inizio della mia carriera ho vissuto un’altra epidemia drammatica, quella dell’AIDS” ricorda D’Arminio Monforte. “Noi giovani medici, appena entrati in servizio, abbiamo visto gente della nostra età morire come mosche“. Oggi la sensazione di impotenza e turbamento è la stessa: “Allora morivano i giovani della mia età, ora muoiono gli ‘anziani’ della mia età. Trovarsi di fronte alla morte non smette mai di fare effetto“. Di quel marzo 2020 le è rimasto, indelebile, “il ricordo delle sirene delle ambulanze nel deserto della città, uno spettacolo lunare, post apocalittico. Mi è rimasto il volto delle persone che sono morte, ma anche i gesti di solidarietà verso medici e infermieri“, quegli eroi diventati troppo presto untori quando anche la voglia di cantare dai balconi e di dipingere arcobaleni si è esaurita. Per Matteo Stocco, direttore generale dell’Asst Santi Paolo e Carlo, il punto di non ritorno è stato una domenica in cui “avevamo difficoltà a garantire le protezioni per i nostri operatori. È stata una giornata terribile, abbiamo mandato i nostri fattorini a cercare protezioni in altri ospedali“. “Quello che più mi ha colpito di questo anno di pandemia sono le videochiamate, sia quelle belle che quelle brutte, quelle in cui i pazienti chiamavano a casa per dire addio” aggiunge Sergio. Ma anche “vedere i pazienti dentro i caschi CPAP che, pur sapendo che quel dispositivo era l’unica cosa che poteva salvarli, dovevano combattere continuamente contro se stessi e il desiderio di strapparselo. In quei momenti dovevamo mettere da parte tutto il resto, sederci accanto a loro e convincerli a resistere ancora un po’“. Vita professionale e personale si intrecciano in un groviglio di preoccupazioni che pesano ancora oggi come un fardello. Quando l’incubo è cominciato “mia moglie era al settimo mese, aspettava due gemelline” continua l’infermiere. “Non ho potuto assistere al parto né vedere mia moglie e le mie figlie per una settimana. Anche dopo, quando ho potuto riabbracciarle, ho vissuto con la preoccupazione di poter portare il virus dentro casa. È la cosa che più mi spaventa ancora oggi“. Un anno fa “ci sembrava di essere in guerra, anzi, eravamo in guerra. Ora lo siamo ancora ma non ci troviamo più al fronte, siamo in trincea: è diventata una situazione di routine, un deja-vu” spiega l’infettivologa. Anche l’adrenalina, quella che ha permesso a migliaia di medici e infermieri di trasformarsi in eroi, è finita. Ora a prevalere è la stanchezza. Per Sergio “questo ultimo anno è come un unico giorno che non finisce mai. La prima ondata non è mai finita, così come la seconda. Ora si parla della terza, ma la verità è che questa pandemia è come un’altalena con dei picchi e dei momenti di relativa calma, ma non c’è un solo giorno in cui non accogliamo almeno un paziente Covid”. Ai sanitari di ogni ospedale d’Italia è stato e viene ancora chiesto uno sforzo immane per permettere a tutti noi di vincere questa guerra. Ma come si fa a trovare la forza di continuare a combattere se, una volta tolta la tuta e lasciato alle spalle il reparto, ci si imbatte in gesti irresponsabili come gli assembramenti in Darsena, a Milano, alla vigilia della zona arancione? “Vedo ragazzini senza mascherina, che si passano la birra o la sigaretta. Tutti abbiamo avuto 14-16 anni, so che a quell’età ci si sente invincibili, ma se ognuno di noi non fa la sua parte sarà difficile venirne fuori rapidamente” commenta Sergio. “Non credo che i giovani siano totalmente insensibili, credo piuttosto che ci sia molta insofferenza” aggiunge la professoressa D’Arminio Monforte: “Il senso civico è stato molto forte all’inizio, in ogni fascia d’età, ma l’isolamento produce danni. C’è chi non ce la fa più“. A un anno esatto di distanza da quel 9 marzo 2020, si leva sempre più forte la voce di chi chiede un nuovo lockdown per scongiurare un ulteriore aumento dei contagi, ma anche tra i medici e gli esperti c’è chi invita alla prudenza. “Non si può paralizzare un Paese per un anno, non è solo una questione di economia e di lavoro ma anche di stabilità mentale” spiega la professoressa. “Le chiusure devono essere localizzate, come si sta facendo in questo momento. Ma soprattutto, più che di un lockdown, c’è bisogno di vaccinare“. L’unica speranza di porre fine rapidamente alla pandemia è racchiusa in una fiala di vetro non più grande di una falange. Se qualcosa è davvero cambiato rispetto a un anno fa, è proprio questo: ora abbiamo a disposizione un’arma contro il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero. È il momento di usarla bene e in fretta perché, come ricorda il dottor Stocco, l’incubo “finirà solo quando saremo tutti vaccinati o quando avremo tutti contratto il virus e avremo sviluppato gli anticorpi“. In questa corsa contro il tempo sono ancora loro, medici e infermieri, i nostri eroi in prima linea. Come quelli in servizio al COM (Centro Ospedaliero Militare) di Milano dove a partire dal 4 marzo è stato aperto un nuovo padiglione in collaborazione con l’ASST Santi Paolo e Carlo. Alle 750 somministrazioni al giorno se ne aggiungono così altre 600, quasi raddoppiando l’offerta vaccinale tra le dosi Pfizer destinate agli over 80 e quelle Astrazeneca per il personale scolastico e le forze dell’ordine fino ai 65 anni (e presumibilmente oltre, dopo il via libera del Ministero). Non c’è timore, solo speranza e fiducia negli occhi degli over 80 che – al drive through o nel padiglione appena inaugurato – arrotolano la manica e porgono il braccio al medico. E, di riflesso, negli occhi di tutti noi si ravviva la speranza che presto lockdown e zone rosse appartengano solo ai libri di storia e di non dover mai più vedere l’esercito sfilare per le strade a portare via i nostri morti.

Lisa Pendezza. Giornalista pubblicista classe 1994, nata in provincia di Monza e Brianza, è laureata magistrale in "Lettere moderne" presso l’Università degli Studi di Milano. Ha scritto per la rivista Viaggiare con gusto.

Covid, un anno di confusione e fallimenti. Mauro Indelicato, Sofia Dinolfo su Inside Over il 5 marzo 2021. Era il 21 febbraio del 2020 quando è stato rilevato il primo caso di Covid in Italia a Codogno. Da quel momento tutto il Paese si è ritrovato a fare i conti con l’emergenza sanitaria. Dopo quella data la confusione e gli errori hanno preso il sopravvento in ogni aspetto della gestione dell’emergenza. Inutile girarci intorno: l’Italia nella lotta contro l’epidemia sta uscendo drasticamente ridimensionata e sempre più vulnerabile. In questa occasione tutte le falle del “sistema Paese” sono venute al pettine.

Quella sottovalutazione che ha aperto le porte al virus in Italia. Era il 2 febbraio del 2020 quando a Wuhan veniva consegnato il primo Covid hospital costruito appositamente per fronteggiare l’emergenza sanitaria. In Italia la Cina appariva lontana, il Sars-CoV-2  veniva visto come un problema che riguardasse solamente l’Asia orientale e di cui guardarsi solo se si fosse venuti in contatto con gente che provenisse da quel territorio. Una visione generale sbagliata della situazione ma che trovava giustificazione nel protocollo del ministero della Salute n.2302 emanato il 27 gennaio del 2020. Il documento infatti  prevedeva la possibilità di effettuare il tampone laringo faringeo solo “ per i casi sospetti” ovvero per quelle persone con “un’infezione acuta grave” con provenienza da “aree a rischio dalla Cina”. Sin dall’inizio è passato l’errato messaggio di un problema destinato a rimanere circoscritto nello stesso luogo in cui si era generato. Ad alimentare questa convinzione anche gli esperti del settore scientifico e i politici che prendevano parte ai talk dei salotti televisivi. In queste circostanze si è sempre parlato di un problema che poco avrebbe intaccato l’Italia. Dalla superficialità all’isteria è stato un attimo. Dopo il primo caso di Codogno del 21 febbraio è arrivato anche il primo decesso a Vo. Da quel momento l’Italia, colta di sorpresa, si è trovata nel mezzo della pandemia senza gli appositi strumenti per combatterla.

Le falle delle misure adottate. Dal momento in cui la pandemia ha corso velocemente in Italia, il primo strumento necessario per conoscere chi fossero le persone contagiate e potenzialmente infette erano i tamponi. Ma quanti tamponi si facevano al giorno? Quanti ne venivano processati? Pochi. Un numero non sufficiente a rilevare una buona fetta dei casi di contagio. Soltanto alla fine della prima ondata l’Italia ha iniziato ad aumentare il numero dei tamponi quotidiani, ma è rimasta indietro con il sequenziamento del virus. Un’attività molto importante che permette di conoscere le varianti del Sars-CoV-2 e quindi la sua evoluzione con le conseguenze che ne derivano. Mentre Regno Unito, Nuova Zelanda e Australia  hanno da subito lavorato per sequenziare il coronavirus, l’Italia non ha investito in questo settore rimanendo molto indietro: “Fino a dicembre nel nostro Paese – ha dichiarato il professor Marco Falcone su il Giornale.it – è stato sequenziato solo l’1% dei virus”. Solamente nel gennaio del 2021 è stato aperto un apposito consorzio di laboratori per arrivare al sequenziamento del virus. Il ritardo nei tamponi e nel sequenziamento, non ha permesso un deciso tracciamento dell’epidemia. E così, nel corso della prima ondata, invece di adottare azioni per combattere il virus partendo dalle basi, è stato semplicemente alzato uno scudo di difesa attraverso il lockdown: una volta finito, la situazione è tornata come prima o peggio. L’estate trascorsa ha lasciato tregua per pensare alle prossime misure di difesa da adottare in vista della preannunciata seconda ondata: se nella prima gli errori potevano essere giustificati da una situazione sottovalutata ma comunque nuova e grave, così non poteva essere nel suo ritorno in autunno. I fatti hanno invece dimostrato che l’Italia non ha imparato dagli sbagli commessi.

L’esempio dei monoclonali. C’è un ramo della ricerca di farmaci anti Covid che rappresenta l’emblema di come si è mossa l’Italia in questi faticosi 12 mesi. Riguarda l’uso degli anticorpi monoclonali: “Gli anticorpi monoclonali – ha spiegato su InsideOver il virologo Matteo Bassetti – sono importanti da utilizzarsi nella fase precoce della malattia per evitare che essa degeneri ed evolva verso forme più gravi. Essi hanno il compito di bloccare la cascata infiammatoria”. L’Italia è in prima linea nella produzione. A Latina infatti è presente la Bsp Pharmaceuticals, una società che opera anche per conto della Eli Lilly, azienda farmaceutica statunitense tra le più importanti nella produzione di monoclonali. Anche la tecnologia e la ricerca italiana quindi è arrivata con largo anticipo ad intuire le possibilità di questi farmaci. È stato il sistema Paese invece ad arrivare con grave ritardo: “Il dottor Guido Silvestri – ha ricordato Matteo Bassetti – era riuscito grazie alla sua interlocuzione con chi produce gli anticorpi ad avere 10mila dosi disponibili già nello scorso mese di ottobre”. Il via libera per l’uso dei monoclonali è arrivato però soltanto il 3 febbraio, quando il comitato scientifico dell’Aifa, l’Associazione Italiana per il Farmaco, ha dato il disco verde. L’iter sui monoclonali è soltanto uno dei tanti aspetti riguardanti l’attuale emergenza sanitaria. Ma che ben rappresenta il (mancato) funzionamento del sistema Italia nel primo anno di pandemia: ritardo nelle decisioni, incapacità di mettere a sistema ricerche e conoscenze, lentezza degli apparati burocratici. Sono tutti elementi questi che hanno contribuito a condannare a una sorta di affanno perenne il nostro Paese.

Una confusione da cui l’Italia non è più uscita. In poche parole, l’Italia il 21 febbraio 2020 si è risvegliata confusa. E da questa confusione non si è più ripresa: “Credo che questo sia dipeso anche da fattori culturali – ha commentato su InsideOver lo studioso e opinionista Pierluigi Fagan – Lo si può vedere su quanto è accaduto a livello mediatico: abbiamo portato in piazza conflitti, impressioni, divisioni, questo ha contribuito a dare alla popolazione maggiore sconcerto ed a rallentare anche la fase decisionale”. Gli italiani, impauriti dalle impennate dei contagi, si sono ritrovati al centro di una miriade di decisioni e opinioni che non hanno consentito di ridare una certa lucidità al Paese: “Da altre parti – ha proseguito Fagan – la comunicazione è stata più centralizzata e non c’è stata una pluralità di interventi così ampia da parte del mondo scientifico”. “Non crediate – ha aggiunto l’opinionista – che in Germania ad esempio non ci siano stati scontri. Ma tutto è stato gestito più internamente. Da noi invece si è avuto un eccesso di pubblicità su ogni decisione sia scientifica che politica. Con divisioni ben marcate in ogni ambito e una confusione che non ha aiutato il Paese”. Uno degli storici problemi dell’Italia è il non riuscire ad imparare dai suoi errori. A giudicare da come oggi, a distanza di un anno da Codogno, si sta continuando a gestire l’emergenza, è difficile credere che l’esperienza maturata in 12 mesi stia servendo a qualcosa.

Il 20 febbraio 2020 cominciava l'emergenza. Coronavirus anno primo, il paziente 1 di Codogno Mattia Maestri: “Voglio solo tornare a vivere”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 20 Febbraio 2021. Il 20 febbraio 2020 l’Italia entra nella più grande emergenza della sua storia repubblicana dal secondo dopoguera. E lo fa a partire da Codogno. Circa 16mila abitanti, provincia di Lodi, Lombardia, che diventa nel giro di poche ore la Wuhan italiana, la città dove è esploso il contagio. Il tampone per il coronavirus cui viene sottoposto Mattia Maestri, 38 anni, dà esito positivo: è il primo paziente italiano. Il Paese entra nell’emergenza covid. Un anno dopo, le vittime, dall’inizio della pandemia, sono più di 95mila. Sono le 20:00 del 20 febbraio 2020 quando arriva all’ospedale di Codogno l’esito del test. Maestri è uno sportivo, appassionato di maratone, ricercatore della multinazionale Unilever, con una pessima polmonite. L’intuizione di sottoporlo al tampone è della dottoressa Annalisa Malara, anestesista di turno di terapia intensiva. Il 39enne non era mai stato in Cina, dove nella città di Wuhan, era esplosa la pandemia. Forse il contagio a una cena con un amico tornato dall’Asia da poco, che però risulta negativo al tampone. Mattia, primo paziente cui viene diagnosticato il covid, è intubato e ricoverato in terapia intensiva. Codogno diventa osservato speciale, centro dell’Italia, protagonista delle cronache. Sono i giorni della Milano Fashion Week. Mancano, alla kermesse, buyer e stampa cinese. L’organizzazione pensa all’iniziativa di solidarietà virtuale: “China we are with you”. Si gioca intanto il campionato di serie A. L’epidemia è percepita ancora come qualcosa di estremamente lontano, anche se una ventina di giorni prima due turisti cinesi sono risultati positivi all’ospedale Spallanzani di Roma. Nel giro di una manciata d’ore cambia tutto: l’ospedale è circondato dai giornalisti, medici e infermieri che hanno curato Mattia risultano positivi, il pronto soccorso viene chiuso, le mascherine chirurgiche diventano introvabili. Il sindaco Passerini emette un’ordinanza di chiusura che sorprende anche il governo. L’esecutivo si dovrà ricredere subito visto che il contagio cammina, si è diffuso nel lodigiano. In Veneto, a Vo’ Euganeo, la prima vittima accertata, Adriano Trevisan, 77 anni. Le Zone Rosse scattano a Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano. Negozi chiusi, scuole chiuse. L’esercito presidia i confini dei comuni. Le mascherine sono ormai introvabili, soprattutto in Lombardia, i supermercati assediati da file lunghissime. Si lanciano appelli a non avere paura e a prestare comunque attenzione. Il contagio intanto dilaga, soprattutto al Nord, nella bergamasca e in provincia di Brescia. La Regione diventa Zona Rossa l’8 marzo. È solo l’inizio della più grande emergenza, della pandemia che ha sconvolto vite ed economie e società per intero. A Codogno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto nel cimitero una stele in ricordo ai caduti. Oggi sono una ventina i positivi. Un paziente ricoverato in terapia intensiva. I pazienti morti in Lombardia, la Regione più colpita, sono quasi 28mila da quel 20 febbraio 2020. Mattia Maestri è diventato suo malgrado un simbolo. Lo scorso gennaio, in uno studio pubblicato sul British Journal of Dermatology dall’Università Statale di Milano, la scoperta di un nuovo paziente 1: una 25enne con dermatosi atipica, il risultato da una biopsia del novembre 2019. Il simbolo resta però lui. Tutti facevano il tifo per Mattia, in quei giorni di malattia. In un anno è guarito, ha visto nascere la figlia Giulia, avuta con la moglie Valentina e nata all’ospedale Buzzo di Milano, ha perso il padre proprio per il covid-19. A un anno dal giorno che ha sconvolto la sua vita e quella di tutta Italia, respinge troppe interviste. Ha rifiutato anche soldi. Una dichiarazione al Corriere della Sera: “Da questa mia esperienza le persone devono capire che la prevenzione è indispensabile per non diffondere il virus. Io voglio dimenticare questa brutta esperienza e tornare alla normalità”.

Lockdown Italia: una storia di voci, suoni e silenzi. Audioracconto dei giorni in cui tutto è cambiato. Anna Silvia Zippel su La Repubblica il 17 febbraio 2021. "Siamo a Wuhan, al mercato del pesce da cui tutto è iniziato, dove per la prima volta il coronavirus è stato individuato e ha contagiato venditori e clienti". Così Filippo Santelli, corrispondente di Repubblica dalla Cina, parla dalla città che rappresenta il primo focolaio dell'epidemia del virus ancora misterioso, chiamato "2019-Ncov". Provoca una malattia simile alla polmonite e appare lontanissimo da noi. Siamo alla fine di gennaio 2020. Nell'arco di poche settimane, tutto cambia. Quello che ormai si chiama Sars-Cov-2 è arrivato anche qui. E il 22 febbraio, nelle aree del Lodigiano e di Vo' Euganeo, scattano le prime zone rosse d'Europa. L'effetto domino è inarrestabile. Le immagini di questo anno orribile le abbiamo davanti agli occhi, ci siamo ancora in gran parte dentro. Ma è stato anche un anno di annunci, bollettini, decreti, allarmi, opinioni. Di ospedali pieni e strade deserte. E di voci, suoni e grandi silenzi, mai ascoltati prima. Questo è l'audioracconto di quelle poche settimane che, tra febbraio e marzo del 2020, ci hanno fatto precipitare tutti in una nuova, imprevista e inevitabile dimensione.

Codogno, un anno dopo: quando il Covid si prese l'Italia - Il reportage. Daniele Alberti ed Edoardo Bianchi su La Repubblica il 20 febbraio 2021. "A distanza di un anno faccio tuttora fatica a ricordare quella notte". Ancora è incredulo Giorgio Milesi, infermiere, coordinatore della terapia intensiva dell'ospedale civico di Codogno, quando ripensa al momento in cui prese in mano il referto del tampone di Mattia, il paziente 1, e lesse 'positivo al sars covid 19': "da quel giorno cambiò tutto". Codogno fino a poco più di un anno fa era uno dei tanti paesi del lodigiano. Questa piccola città da 16.000 abitanti è improvvisamente diventata nota in tutto il mondo come uno degli epicentri di un virus che avrebbe segnato le nostre vite."All'interno della terapia intensiva sembrava scoppiato il mondo: pazienti per terra o sui lettini in corridoio, dottori isolati, pochi respiratori e noi che spesso dovevamo autogestirci - racconta emozionato Giancarlo Visigalli, uno dei primi residenti che si ammalò di Covid a febbraio - Da quest'anno festeggio il compleanno il 15 marzo, il giorno in cui sono stato dimesso dall’ospedale dopo un mese e mezzo di calvario e ho potuto riabbracciare la mia famiglia. Quel giorno è stato come rinascere". "Era una situazione irreale, queste cose le vedi solo nei film - aggiunge Massimo Rocca, volontario della croce Rossa in prima linea durante la pandemia - Era impensabile immaginare che da Wuhan il virus sarebbe arrivato a Codogno". A un anno di distanza da quel 21 febbraio 2020 il videoreportage che racconta una città ancora ferita con le voci di chi in quelle settimane decise di andare avanti e affrontare l'evento che ha completamente cambiato le vite di tutti.

"Un anno fa isolammo il primo caso. Fu uno shock, ma sapevamo cosa fare". La responsabile di Virologia del Sacco: "Ho sbagliato a parlare di una forma di influenza, ma attaccarmi è stato un atto di maschilismo". Marta Bravi, Giovedì 18/02/2021 su Il Giornale. Maria Rita Gismondo, responsabile del Dipartimento di Virologia e diagnostica delle bioemergenze dell'ospedale Sacco di Milano dopodomani è un anno esatto dalla prima diagnosi di Covid in Italia. «Sì, merito del coraggio di Annalisa Malara, l'anestesista che diagnosticò il Covid a Mattia a Codogno e di Valeria Micheli, dirigente Biologo e aiuto reparto, che quella sera era di guardia al nostro laboratorio».

Ci racconta quella notte?

«Mattia era ricoverato a Codogno, la dottoressa Malara, grazie anche ai racconti della moglie sui contatti avuti da Mattia, fece la diagnosi di polmonite atipica da virus cinese. Non si sapeva bene ancora di cosa si trattasse, ci chiamò per un consulto perchè siamo laboratorio di riferimento regionale per le bioemergenze e siamo operativi 24 ore su 24. Decidemmo di fare un'analisi approfondita del tampone che era risultato positivo. Con un'ambulanza venne trasportato da noi il tampone, erano le 20, e lo sottoponemmo a PCR (test fabbricato in casa grazie alla mappatura del genoma del Sars-Cov -2 che arrivava dalla Cina). Un test tra i più attendibili perchè va dritto al genoma del virus. Ma eravamo perplessi, non si sapeva bene di cosa si trattasse...»

Poi cosa successe?

«Il test confermò la positività, chiamai Rizzardini, il responsabile del Dipartimento di malattie infettive con la voce tremante: sapevo che da lì sarebbe scattata l'allerta. Rizzardini andò subito a Codogno a visitare Mattia, che era in condizioni tali da non poter essere trasportato, e da noi venne ricoverata la moglie incinta».

Che cosa pensò?

«Nessuno di noi andò nel panico, siamo il Dipartimento di Bioemergenze, seguiamo continui corsi di aggiornamento e facciamo esercitazioni, siamo formati. Sicuramente lo choc sarebbe stato diverso se la scoperta fosse avvenuta in un altro ospedale».

Qualche giorno dopo, sotto stress, affidò a facebook un suo sfogo...

«Era il 23 febbraio, stanca di una serie di pressing, sommersa da tamponi da analizzare, vedevo intorno a me montare un panico crescente. Scrissi State calmi, sono solo 4 i ricoverati e la malattia è poco più di un'influenza. Non dissi nè più nè meno di quello che avevano detto i miei colleghi: Fabrizio Pregliasco, l'Oms, l'Iss, Ilaria Capua e Roberto Burioni. Purtroppo però io e la Capua siamo passate per essere state le uniche ad averlo detto».

Cosa ne ha ricavato?

«Credo si sia trattato di un'esternazione maschilista. In quel momento sbagliammo tutti, ci portavamo dietro l'esperienza della Sars e non potevamo prevedere una pandemia del genere».

Venendo a oggi, si sta profilando l'emergenza varianti anche se quella inglese circolava in Italia da novembre.

«Siamo parte di un network gestito dall'Iss che si occupa di sorveglianza: facciamo mappatura a spot con modelli statistici per studiare le varianti in circolazione. E questa è un'ottima arma per arginarne la diffusione. Basta isolare i mini focolai per tenere la situazione sotto controllo».

"Mi avvisò il prefetto: e mi venne freddo..." La telefonata di Cardona annunciò il primo caso. Poi arrivarono i militari. Redazione - Dom, 21/02/2021 - su Il Giornale. La «prima immagine» è lo schermo del cellulare. Così ricorda all'Agi Francesco Passerini 35 anni , sindaco di Codogno e anche presidente della Provincia di Lodi. È mezzanotte e venti minuti del 21 febbraio 2020. mangia un panino e beve una birra in un bar assieme a un consigliere comunale dopo una lunga seduta in Municipio. Sul display il nome del prefetto, Marcello Cardona. «Ho pensato che fosse successo qualcosa sul sito del Frecciarossa deragliato a Lodi pochi giorni prima, che era sorvegliato dopo l'incidente: Francesco, ti chiamo per dirti che il primo caso di coronavirus in Italia è a Codogno». Respiro interrotto, poi la risposta con una domanda: »Ma davvero?». «No, uno scherzo non poteva essere - ricorda Passerini - chi mi parlava era il prefetto. Però mi ripetevo che non era possibile: le zone a rischio erano i porti, gli aeroporti, i confini. Non certo un paese nel cuore della pianura Padana». «Ti arriveranno delle chiamate, poi ci aggiorniamo» taglia corto Cardona che di lì a pochi giorni finirà ricoverato per Covid. «Ho salutato il consigliere, dicendogli che c'era un problema, sono andato a casa e mi sono attaccato al telefono. Alle 5 mi ha richiamato un sindaco di un paese vicino per chiedermi se gli avevo fatto uno scherzo annunciandogli la notizia. Da quel momento, per tre giorni non ho dormito». La consapevolezza arriva da un'informazione che quella notte gli dà il presidente del Croce Rossa Locale: «Abbiamo cento interventi in coda a Codogno: è impensabile, qualcosa non va». Il giorno dopo, il giovane sindaco firma l'ordinanza con cui chiude tutto, poi arrivano la prima zona rossa, i militari che sigillano Codogno e i paesi vicini. Il momento più duro arriva a marzo. «È stato quando assieme a cinque volontari della Protezione civile abbiamo svuotato la Chiesa per metterci le bare che non ci stavano più altrove. Volevamo evitare che i nostri morti finissero fuori, le scene che purtroppo poi abbiamo visto coi camion di Bergamo. Abbiamo tolto le panche, fatto spazio per loro. Non ci siamo detti nulla. Solo alla fine, abbiamo guardato tutti con gli occhi vitrei l'altare, tutti avevamo in ballo un discorso, un'interlocuzione tra noi e Dio o con noi stessi. Ho provato un freddo mai avuto. La percezione era quella di essere lo stremo e la parola che si ripeteva dentro era ancora, ancora... Sembrava non dovesse finire mai». A marzo a Codogno sono morte 154 persone, l'anno prima 46 nello stesso periodo. Ogni giorno nella Chiesa c'era una media di 18 bare che i familiari potevano vedere per pochi minuti, il tempo della benedizione. «Dovevamo controllare ogni giorno che non fossero troppe, per motivi sanitari. Allora si pensava che i morti potessero essere contagiosi». Tra il 21 febbraio e l'8 maggio i decessi saranno 224. «Impossibile dire se avessero tutti il Covid, quello che è certo è che sono nostri cari che non hanno potuto avere un funerale». Per loro, Codogno adesso ha un giardino della memoria sul modello di quello di Berlino per le vittime dell'Olocausto progettato con un concorso d'idee. «È per noi e per le future generazioni. Un luogo verde, di vita, di futuro».

"Non ci rendevamo conto a cosa stavamo andando incontro...". Così è iniziato l'incubo Covid. I primi contagi, i centralini intasati, le corse in ospedale e l'incubo dei familiari nelle terapie intensive: un anno fa l'inizio di tutto. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini - Dom, 21/02/2021 - su Il Giornale. Per gentile concessione della casa editrice Historica pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo Codogno, l'incidente della storia tratto da Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia, scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. L'opera, pubblicata l'anno scorso, è un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19. Quando il 27 febbraio Omar riesce a raggiungere l’ospedale di Lodi grazie al certificato della Prefettura, che gli permette di uscire dalla zona rossa di Castiglione d’Adda, non sa che quella sarà l’ultima volta che vedrà il padre. Giovanni inizia ad accusare i primi mal di testa il 16 febbraio. Due giorni dopo, quando arriva anche la febbre, decide di andare a farsi visitare dal medico di base, che gli prescrive l’antibiotico. «Ho fatto l’anti influenzale», fa presente. Ma il dottore gli spiega che altri pazienti si sono presentati in ambulatorio e che, pur avendo fatto il vaccino contro l’influenza, presentano gli stessi sintomi. Dopo due giorni, Omar si sente sempre peggio. Così chiede al medico di base di andare a visitare il padre a casa. Passano le ore, ma non si presenta nessuno. Anche il dottore è malato. Il contagio continua a correre senza che nessuno lo sappia. «Poi venerdì (21 febbraio, nda) scoppia il caso di Mattia – ci racconta il giovane – ci attacchiamo a chiamare la Croce Rossa ma i centralini sono tutti intasati». Anche quando riescono a prendere la linea, c’è un operatore che promette loro che saranno richiamati a breve. Tutto inutile. La situazione si sblocca solo la mattina del 22 febbraio quando arriva un’ambulanza a prendere Giovanni per portarlo in ospedale a Lodi. Ai familiari vietano di seguirlo, lasciandoli nell’incertezza. La stessa incertezza che piomba su di loro l’indomani quando si presentano al nosocomio per portargli il cellulare e un cambio di vestiti. «Senza mascherina e guanti qui non potete entrare», li ferma un addetto che fornisce loro i dispositivi necessari. All’interno regna la confusione. Solo in un secondo momento capiranno che tutti quei pazienti accalcati sono in attesa di fare il tampone o di ricevere l’esito del test. Dopo un paio d’ore, un’infermiera li rimanda a casa. «Non preoccupatevi – spiega – suo padre resta dentro anche oggi. Vi facciamo sapere noi qualcosa…». Per altre quarantotto ore, però, Omar e la madre brancolano nel buio. Il 25 febbraio riescono a mettersi in contatto con il reparto dove è stato ricoverato il padre. Quello che gli comunicano è una vera e propria doccia fredda: Giovanni è stato trasferito nel «reparto blu» dopo esser risultato positivo al tampone del coronavirus. Omar si muove, quindi, per ottenere dal prefetto il permesso per lasciare la «zona rossa», ma solo quando arriva a Lodi un’infermiera gli spiega che l’area, dove vengono curati i malati Covid, non è accessibile. È grazie alla sua insistenza che gli viene concesso di varcare quella soglia che divide i sani dagli infetti: gli fanno indossare la tuta di contenimento e lo portano da Giovanni che è attaccato alla mascherina di ossigeno. Da sabato è allettato e non mangia nulla perché gli antivirali, che gli vengono somministrati per combattere il virus, gli provocano la nausea. Per un quarto d’ora padre e figlio parlano «del più e del meno». «In quel momento – ammette – non ci rendevamo conto, né io né lui, a cosa stavamo andando incontro». Nella stanza di Giovanni ci sono altri tre pazienti. Alcuni di questi hanno il casco. «Ci vediamo domani», saluta Omar. «Io di qua non mi sposto…», gli risponde il padre. Nel giro di quattro ore, però, la situazione precipita. «Lo abbiamo dovuto sedare perché non passa la notte – gli comunica una dottoressa al telefono – purtroppo è una malattia che ancora non conosciamo». Probabilmente Omar è stato uno dei pochi, se non l’unico, ad essere riuscito ad entrare in un reparto Covid e a vedere il proprio padre prima che questo morisse. A tutti gli altri toccherà una gelida comunicazione. Alcuni medici usano cellulari e tablet per permettere ai pazienti un ultimo saluto ai propri parenti. All’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, per esempio, come raccontato al Giornale, la dottoressa Francesca Cortellaro, primario del pronto soccorso, ha un lungo elenco di videochiamate da fare. Le chiama «lista dell’addio». «La sensazione più drammatica è vedere i pazienti morire da soli… ascoltarli mentre ti implorano di salutare i figli e i nipotini». Tutti i contagiati arrivano in ospedale da soli. «Quando stanno per andarsene lo intuiscono – continua la Cortellaro – sono lucidi, non vanno in narcolessia. È come se stessero annegando, ma con tutto il tempo per capirlo». A mano a mano che l’emergenza si farà sempre più dura, il governo si vedrà costretto a vietare persino i funerali. Le salme saranno direttamente portate dalle camere mortuarie ai forni crematori, in attesa di una sepoltura pianta a distanza. Omar seppellirà il padre il 28 mattina, una settimana dopo averlo salire sull’ambulanza per essere ricoverato. «Dall’ospedale lo hanno portato direttamente al cimitero – ci racconta – abbiamo fatto una funzione breve». Dopo la morte del padre, l’Asl contatta Omar e i suoi familiari per cercare di mappare le persone e i luoghi frequentati. Sono ancora i primi giorni e si cerca di provare a contenere il contagio risalendo ai «contatti stretti». Tra questi ci sono gli avventori di un bar frequentato da Giovanni. Almeno tre di loro moriranno nelle settimane successive. Ormai cercare di contenere l’onda è del tutto inutile. Il 3 marzo tocca alla sorella 86enne di Giovanni, Giuseppina, che si spegne al policlinico San Martino di Genova. L’anziana soggiorna all’hotel Bel Sit di Alassio insieme a una comitiva di Castiglione d’Adda. I primi sintomi sono del 25 febbraio. Provenendo da una delle «zone rosse» lombarde, la comitiva viene sottoposta a tampone. Giuseppina risulta positiva e viene ricoverata dapprima al San Paolo di Savona e successivamente al San Martino dove viene immediatamente messa in ventilazione assistita. Ben presto, però, le sue condizioni si aggravano e muore per «insufficienza respiratoria». Qualche giorno dopo il funerale di Giovanni, anche l’Ats prende contatti con i parenti stretti. Si limita, però, a comunicar loro che saranno «monitorati telefonicamente». Monitoraggio che va avanti per la prima settimana, poi vengono completamente dimenticati. Né a Omar né alla madre né al fratello viene fatto il tampone. Così, dopo i quindici giorni di quarantena imposta, possono tornare a uscire di casa. E sì che il 22 febbraio, proprio in considerazione dell'evoluzione della situazione epidemiologica e delle «nuove evidenze scientifiche», il ministero della Salute ha deciso di modificare, per l’ennesima volta, la definizione di caso «sospetto». L’obiettivo è evitare l’insorgere di nuovi focolai diagnosticando per tempo gli infetti. «C’è stata una non conoscenza dei sanitari che non sono stati in grado di riconoscere immediatamente i sintomi del virus», ammette in quei giorni il commissario all’emergenza Antonio Borrelli. «Le manifestazioni cliniche dei ricoverati erano quelle dell’influenza – conferma Fabrizio Pregliasco, ricercatore del Dipartimento di scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano – non si è pensato al coronavirus semplicemente perché in Italia non era mai stato segnalato se non per i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani». Come spiega il virologo, «le diagnosi differenziali vengono esguite quando c’è attenzione su un particolare patogeno». E questo, fino a pochi giorni prima che venga a galla il «paziente 1» a Codogno, non viene fatto. Dove vanno ricercate, dunque, le colpe? In parte nei ritardi del ministero della Salute. Perché, nonostante i campanelli d’allarme che arrivano dalla Cina, nessuno dota il sistema sanitario nazionale di linee adeguate per riconoscere il nemico contro cui si deve combattere? Quella diramata da Roberto Speranza il 22 febbraio è solo la prima di una lunghissima serie di disposizioni con cui medici e infermieri dovranno confrontarsi nelle settimane a venire. E, mentre a Roma sembrano tutti concentrati a «rincorrere» i primi focolai individuati, il virus è ormai diffuso in tutta la Regione: all’ospedale di Crema muore una 68enne, già ricoverata in terapia intensiva con una patologia oncologica, e dalla Bergamasca arrivano informazioni allarmanti (nella Val Seriana si moltiplicano i contagi e all’ospedale Papa Giovanni si conta il primo paziente morto arrivato dal nosocomio di Alzano Lombardo). «La progressione è rapida – ammettono dalla Regione Lombardia – è più veloce di quello che ci aspettavamo». Appare già chiaro che il decreto, annunciato dal governo la notte del 22 febbraio e che appunto si limita a «chiudere» il Lodigiano e Vo’ Euganeo, è insufficiente a limitare il dilagare di un virus che ormai arriva anche a lambire i confini di Milano. «Non ci sono evidenze da farci pensare alla chiusura dei servizi pubblici», ribadisce Sala. E così metro, tram e autobus continuano a portare avanti e indietro centinaia di migliaia di persone ogni giorno che vanno avanti a condurre la propria vita come se niente fosse, come se Covid-19 fosse ancora confinato in un Paese molto lontano.

"Se qui si scatena l'inferno...". Così scattò l'allarme in corsia. Maschere d'ossigeno, C-Pap, intubazione: quando poi il polmone si trascina dietro gli altri organi, non c’è più niente da fare. Così i malati di Covid muoiono nelle terapie intensive. Giuseppe De Lorenzo Andrea Indini - Mar, 02/03/2021 - su Il Giornale. Per gentile concessione della casa editrice Historica pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo Codogno, l'incidente della storia tratto da Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia, scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. L'opera, pubblicata l'anno scorso, è un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19 durante la "fase 1". «Bergamo ha avuto il grandissimo problema di Alzano Lombardo, che è stata una bomba atomica. Poi, c’era Cremona. Noi sapevamo 13. Il focolaio al bocciodromo di Orzinuovi è stato denunciato anche dall’ex ct della Nazionale, Cesare Prandelli, ma è stato smentito categoricamente dal consigliere di maggioranza Tiziana Brizzolari che è anche la figlia del presidente della bocciofila che sarebbe arrivato a Brescia perché eravamo accerchiati». Il caos per Francesca Serughetti, anestesista degli Spedali Civili, inizia il 24 febbraio. È in sala operatoria con un politraumatizzato che ha la febbre. In quelle ore sono già scattate tutte le indicazioni di prevenzione. Il paziente va intubato, la mascherina Ffp3 sarebbe obbligatoria. Ma non ce n’è nemmeno una. «Non eravamo ancora preparati...», ammette. Il politrauma arriva, infatti, nel blocco operatorio seguendo un percorso normale, ma rimane bloccato lì per almeno un paio d’ore. Di mascherine ne servono ben due: una per l’anestesista e una per l’infermiera che la deve assistere. Lo stallo fa sì che ci sia il rischio di farlo incrociare con un altro paziente che deve essere operato nella seconda sala. «In quelle ore – ci spiega – non sapevamo ancora come gestire quella promiscuità. Quando, poi, sono tornata a casa ricordo di essermi chiesta: ‘Se qui si scatena l’inferno, cosa facciamo?’». L’inferno, nel giro di pochi giorni, si scatena con una potenza inaudita. Ma i medici, gli infermieri e il personale sanitario degli Spedali Civili di Brescia fanno un vero miracolo. E lo fanno nel giro di una sola settimana. La terapia intensiva viene interamente dedicata ai pazienti infetti. Nasce così la «Covid 1». I letti sono solo dodici e si riempiono all’istante. Gli studi dei medici vengono quindi smantellati e inglobati nel reparto. I letti salgono a venti, ma quelli liberi durano davvero poco. Così anche la cardiochirurgia viene riorganizzata e trasformata nella «Covid 2» che, a sua volta, si satura nel giro di poco tempo. Al picco dell’epidemia i reparti Covid saranno ben tre. La corsa, però, non è solo a recuperare nuovi posti letto. Servono anche i respiratori, la presa per l’ossigeno e quella per lo scarico del gas. È una corsa contro il tempo per salvare più vite possibile. Alcuni macchinari sono nuovi e non tutti hanno dimestichezza. «In una stanza in cui di solito mettevamo quattro letti, ce ne facevamo stare otto – spiega Serughetti – e il personale doveva saltare da un paziente all’altro, con un rischio di sbagliare altissimo dal momento che se ne vedevano tanti e tutti erano l’uno la fotocopia dell’altro». Le differenze tra un caso e un altro sono minime e, sin dall’inizio, appare chiaro che molto dipende dalla ventilazione del paziente e dalla pressione data alle vie aeree. «Il rischio di sbagliare era enorme – continua – il tempo di visitare l’ultimo paziente e il primo che avevi visto al mattino era già sconquassato». La pressione sugli Spedali Civili è altissima. Non solo da Brescia e provincia. A Bergamo non c’è più posto e pure a Cremona il sistema non regge più. Non c’è il tempo per spostare i pazienti a Milano o, ancora più difficile, trasferirli extra regione. Quando arrivano c’è giusto il tempo per decidere se vanno intubati o meno e come aggredire il virus per provare a sconfiggerlo. Sin dall’inizio appare chiaro che la ventilazione non invasiva non è la strategia giusta. «Il problema – ammette Serughetti – è stato che per la ventilazione precoce non avevamo i posti e non avevamo i ventilatori». Le maschere d’ossigeno e i caschi C–Pap servono solo a guadagnare tempo. Tempo in cui i medici riescono a reperire nuovi posti. «Sapevamo che la dovevamo usare a lungo – continua – ma era l’unico modo per dare ossigeno a chi non ne aveva». Col passare delle settimane i medici si accorgono che pressioni troppo elevate rischiano di danneggiare i polmoni e, quindi, viene tutto ricalibrato alla luce di questa nuova scoperta. Anche perché non c’è alcun farmaco che può aiutare i pazienti. Dal Tocilizumab all’idrossiclorichina, le risposte sono troppo differenti per riuscire a stabilire una cura. «La verità è che i pazienti sopra una certa soglia di età non ce la facevano, perché avevano polmoni più rigidi – spiega ancora – potevi dargli qualsiasi medicinale, ma non ce la facevano... di settantenni, ne ho visti uscire davvero pochi dalla terapia intensiva». Tutt’altro discorso per i giovani: quasi tutti riescono a cavarsela. La differenza non è solo l’età, ma la stoffa del polmone. Alla fine, però, i casi più gravi muoiono perché vanno in insufficienza multiorgano. «Finché sono in terapia intensiva, cerchi di inseguirli su tutto – ci racconta Serughetti – li insegui sulla parte polmonare finché non ha più spazio per aumentargli l’ossigenazione. Quando poi il polmone si trascina dietro gli altri organi, non c’è più niente che possiamo fare per salvarli». Quando i casi più gravi arrivano in ospedale, o sono già intubati e, quindi, non sono coscienti, oppure il medico deve spiegare loro che li addormenteranno per qualche giorno, in modo da far «riposare» i loro polmoni, per poi risvegliarli non appena staranno meglio. In quel momento puoi leggere nei loro occhi il terrore. Buona parte dei pazienti che si trovano nella «Covid 1» degli Spedali Civili di Brescia è in coma farmacologico. Non sente e non capisce nulla di quello che gli sta succedendo. Solo quando la loro situazione migliora i medici li fanno «riemergere»: li estubano e cercano di stimolarli per capire se riescono a interagire con il mondo esterno. Poco alla volta anche il paziente reagisce. «Immagina di essere sveglio e lucido, con una tracheo, cioè un buchino nella trachea, e non poter parlare...», continua Serughetti. Chi non ha voce, tenta di scrivere. Ma molti non hanno nemmeno la forza per prendere in mano una penna e mettere in fila qualche lettera che componga frasi di senso compiuto. Niente può descrivere a fondo quello che i medici e gli infermieri devono vivere in prima persona. Non bastano le parole, non bastano gli aggettivi. Persino le immagini, che qualche talk show è riuscito a trasmettere, non rendono la drammaticità vissuta nelle terapie intensive. E, mentre alcuni giornalisti impugnano la penna per getta- re fango su un sistema sanitario (quello lombardo) che, nonostante l’eccezionalità dell’evento, regge e reagisce, gli eroi in camice bianco danno il meglio di sé, vincendo la paura e mettendo da parte il timo- re di sbagliare. Solo quando tornano a casa, possono lasciarsi andare e fare i conti con i propri fantasmi. In ospedale non è ammesso. Devono tener duro per cercare di fare il miracolo e salvare più vite possibile. Anche Serughetti, nel rivivere quei momenti, rivede tutta la squadra combattere senza mai risparmiarsi. «Ho colleghi, prossimi alla pensione, che avrebbero potuto ammalarsi e morire – ci spiega – nessuno di loro ha mai saltato un giorno di lavoro. Io avrei ben capito se un sessantaquattrenne, impaurito dal fatto di prendersi il Covid, magari faceva un passo indietro... non è successo. Anzi, sono stati i primi a mettersi in prima fila». È proprio questo a dare forza all’intera squadra e a sostenere emotivamente il singolo. Certo, poi c’è un momento in cui si deve fare i conti con tutto questo male. E quel momento varia da medico a medico. «Io sono stata lontana dai miei figli per trenta giorni – racconta ancora Serughetti – quando giocavo con loro in giardino, tenendo su la mascherina, sorridevo sempre perché non volevo che capissero la gravità della situazione. La sera, nella casetta che mi hanno prestato, sola, senza marito per- ché ricoverato e i due bambini lontani, vacillavo... il giorno dopo, però, tornavo sempre a lavorare e dare il mio piccolo contributo. Probabilmente – conclude – lo pagheremo di più: quando calerà la tensione, magari salterà fuori qualcosa che per ora è sopito nell’inconscio».

Diario del virus/100: anniversario. Ragù di capra di Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 18 febbraio 2021. Martedì 18 febbraio 2020 Mattia Maestri, 38 anni, dipendente della multinazionale Unilever, si presenta al pronto soccorso della sua cittadina, Codogno in provincia di Lodi. Ha la febbre alta e altri sintomi compatibili con un'affezione delle vie respiratorie. Secondo le cronache, gli viene proposto di ricoverarsi ma l'uomo decide di tornare a casa. Si ripresenta poche ore dopo, nella notte fra il 18 e il 19 febbraio, perché le sue condizioni peggiorano. La sera di mercoledì 19 febbraio si gioca a San Siro l'andata degli ottavi di Champions league fra Atalanta e Valencia. Il club bergamasco ha ottenuto lo stadio milanese per accogliere un pubblico più che doppio (46 mila spettatori circa) rispetto alla capienza dello stadio Atleti azzurri d'Italia. La partita, vinta dal club italiano 4-1, sarà considerata uno dei veicoli di maggiore diffusione del contagio nella provincia di Bergamo, che sarà colpita duramente. Secondo l'assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, anche la fiera del fieno di Orzinuovi, nella bassa bresciana, è stato un fattore. Mesi dopo sapremo che il Cov-Sars-2 circola almeno da novembre del 2019. Giovedì 20 febbraio il cosiddetto paziente 1 viene trasferito in rianimazione con la polmonite bilaterale interstiziale. Alle 21 l'anestesista Annalisa Malara sottopone il malato a un tampone che dà esito positivo. Per Maestri inizia un calvario che, per fortuna, si concluderà in modo felice il 24 marzo con le dimissioni dal San Matteo di Pavia. Inizia la ricerca spasmodica del paziente zero. Si individua l'untore in un collega con cui Maestri è stato più volte a cena e che è tornato da Shangai il 21 gennaio. L'uomo viene portato al Sacco di Milano, fa il tampone ed è interrogato a lungo dai medici. Come di solito accade agli untori, non c'entra niente ma dopo di lui il tracciamento del paziente zero andrà inutilmente avanti per settimane. Lo stesso 20 febbraio, intorno alla mezzanotte, l'assessore Gallera annuncia alla stampa che in Lombardia c'è un positivo al Covid-19, la malattia che si sviluppa dal virus Cov-Sars-2 e che ha colpito la città di Wuhan, messa in lockdown giovedì 23 gennaio, due giorni prima che inizi l'anno del Ratto, secondo il calendario cinese.

Venerdì 21 febbraio, mentre Gallera dichiara che ci sono quindici positivi in Lombardia, a Vo' Euganeo in provincia di Padova c'è il primo morto ufficiale di Covid-19. Si chiama Adriano Trevisan, di 78 anni, ed era ricoverato nell'ospedale di Schiavonia da dieci giorni. Sabato 22 febbraio un Dpcm del governo Conte chiude undici comuni fra la zona dei colli Euganei e il lodigiano. Due settimane dopo la conclusione del festival di Sanremo, inizia la storia del contagio più grave da un secolo in Italia. Il virus cinese, nella sua variante sviluppata in Germania, si chiama ancora epidemia e non pandemia perché resta a lungo limitato, all'apparenza, nel territorio della penisola. Il 18 febbraio 2021 si contano 94560 decessi ufficiali ai quali se ne devono forse aggiungere circa ventimila rilevati dall'Istat nel confronto della mortalità anno su anno. Ognuno si prenda un minuto oggi per pensare a loro.

Il giorno prima del Covid-19, un anno fa. Poi il virus ha inghiottito il nostro mondo.  Gigi Riva su L'Espresso il 17 febbraio 2021. C’erano le sfilate a Milano. I turisti a Ivrea. Parasite fresco di Oscar. Il no all’arresto di Carola Rackete. La notizia dall’ospedale di Codogno sul primo contagiato trapelò solo a tarda sera. Dopo, niente sarebbe stato più lo stesso. Il giorno prima, un anno fa, a Gibellina (Trapani) le preoccupazioni riguardavano la meteorologia. Il parroco aveva guidato una processione di cittadini col naso all'insù che cantavano: “Oh Dio dacci la pioggia”. Non pioveva da due mesi e le previsioni erano pessime, cioè ottime: anticlone su tutta la Penisola da Bolzano a Palermo, temperature miti, considerata la stagione. A Firenze, palazzo Strozzi, veniva inaugurata la mostra dell'artista argentino Tomàs Saraceno dal titolo che a posteriori sembra un'invocazione: “Aria”. Si andava ancora alle mostre, al cinema a teatro. A Roma, all'Ambra Jovinelli, si erano presentati tutti gli amici di Ferzan Ozpetek per la prima della trasposizione sul palcoscenico del suo film “Mine vaganti”. A Bologna Branciaroli portava “I Miserabili” di Victor Hugo al Duse. Nelle sale imperversava il Gabriele Muccino de “Gli anni più belli” e si contendeva gli spettatori col coreano “Parasite”, fresco di molti Oscar. Napoli annunciava sfilate di Carnevale dal Rione Sanità a Scampia dove le ruspe stavano abbattendo le Vele, il mostro di cemento, anche se gli abitanti, interrogati rispondevano: “Ma noi lì dentro ci siamo stati bene”. A Ivrea per la tradizionale “battaglie delle arance” si aspettavano “centomila turisti”. Già, c'erano ancora i turisti. Un italiano si era spinto sino alla meravigliosa Petra, in Giordania ed era stato ucciso da un masso staccatosi dalle rovine. All'Olimpico di Roma, per un assembramento che oggi ci sembra fantascienza, erano stati staccati 50 mila biglietti per la partita di rugby tra Italia e Scozia.

Tutto cominciò con una nave a Civitavecchia: 2020, il racconto di un anno di pandemia. Elena Testi su L'Espresso il 26 dicembre 2020. Il giorno prima del primo caso di coronavirus (allora lo chiamavamo così, Covid-19 sarebbe entrato in uso dopo), era il 20 febbraio 2020 e a Milano c'erano le sfilate di moda, Fendi e Prada vestivano donne “dalla femminilità potente e fiera” che di lì a poco avrebbero potuto sfoggiare solo fantastiche tute casalinghe. Il SuperMario delle cronache era Balotelli finito non nello sport ma nella cronaca perché una ragazza minorenne, con la complicità del suo avvocato, lo aveva accusato di stupro. Stupro molto presunto se il legale era finito indagato per estorsione. Aveva chiesto soldi al calciatore per evitare una denuncia. Nella stessa città del mancato campione, Brescia, una donna vittima di Revenge porn era disperata per essere stata licenziata ed aveva scoperto che le sue immagini intime erano finire pure nelle chat delle forze dell'ordine. Chiedeva aiuto ma i suoi datori di lavoro rispondevano: “Dobbiamo tutelare i clienti”. Insomma tutto era normale, tutto diverso da “dopo”. Un spartiacque. Tutto? Tutto il resto. Non l'immutabile, immarcescibile politica. Il SuperMario dei tempi attuali campeggiava sulla prima pagina de “La Stampa”. Titolo di apertura: “Il piano di Renzi punta su Draghi”. Ma dai! Sommario: “L'ipotesi di un governo costituzionale affidato al banchiere tenta pure la Lega. Ma Salvini è dubbioso”. Il leader di Italia viva, stando ai retroscenisti di pressoché tutte le testate, minacciava la crisi di governo sulla Giustizia, voleva sfiduciare il ministro Bonafede e “flirtava” con Forza Italia. Conte dal canto suo si preparava all'addio ai renziani per rimpiazzarli con i “Responsabili”. Se avete uno stordimento da deja-vu non avete le allucinazioni e siete in buona compagnia. “Il Fatto Quotidiano” sparava un titolo che, col senno di poi, sembra humour nero: “Chiamate l'ambulanza” per il fiorentino. E sintetizzava: “Via reddito di cittadinanza e Bonafede (lo dice da un mese). Conte lo ignora”. Seppur con tempi molto più lunghi avrebbe dovuto prenderlo parecchio sul serio. La direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri gli dedicava un fondo al vetriolo: “Il piccolo cabotaggio di un ex leader”. Si sprecavano i paragoni con Bettino Craxi e l'uso spregiudicato della sua posizione da ago della bilancia. La “Repubblica” aveva il solito annuncio dell'anteprima di cosa si sarebbe trovato la domenica successiva su “l'Espresso”. In copertina una vignetta di Makkox con Renzi e Conte: “Gli illusionisti”. Spiegazione: “Si scambiano parlamentari. Si contendono il palcoscenico. Si fanno la faccia feroce, tra minacce e bluff. Così Renzi e Conte nascondono le loro debolezze. E spianano la strada a Salvini”. Ora sappiamo quanto. Negli altri richiami agli articoli più importanti. “Libia senza tregua. La guerra non si ferma. Tripoli è sotto assedio. La comunità internazionale proclama invano lo stop alle armi”. “Le nuove accuse per la strage di Bologna. Gelli e Ortolani “mandanti e finanziatori”, il prefetto D'Amato “organizzatore”, il killer nero Bellini che porta l'esplosivo ai Nar”. “Salviamo l'anima ai robot. La Chiesa e i big dell'informatica scrivono una Carta etica sull'intelligenza artificiale”. Al contrario di quasi tutti gli altri che avevano privilegiato il Palazzo, “Repubblica” quel giorno aveva guardato per la notizia principale all'estero. “Sterminio razzista. Quarantenne tedesco di estrema destra fa fuoco in tre bar in Assia frequentati da turchi. Muoiono otto uomini e una donna incinta”. Metteva in guardia dai “fantasmi dell'odio”. Le prime pagine non erano, come sarebbero state spesso “dopo” monotematiche. Il “Sole 24 ore” già lamentava una “Italia ferma, dilaga la cassa integrazione”. Niente al confronto dei milioni poi costretti sul divano. “Il Manifesto” dava conto delle motivazioni della Cassazione sul no all'arresto di Carola Rackete, la capitana della SeaWatch3 che aveva sfidato Salvini, il Capitano leghista in felpa (dismessa per un blu ministeriale quando ha capito che non funzionava più), irriso da Repubblica: “Io nel mirino dei Casamonica, la denuncia di Salvini che non risulta a nessuno”. Eugenio Scalfari salutava il suo amico Jean Daniel, giornalista e scrittore, fondatore del “Nouvel Observateur”, morto a 99 anni. E a proposito di scomparse, “Il Messaggero” dedicava un articolo a Larry Tesler, l'inventore del tasto “copia” e “incolla” e dunque da molti santificato, che se ne era andato a 75 anni. Nel taglio basso il “Giornale” dava conto del “Calciatore che va al Wuhan” a cui dedicava un commento: “Il fascino dei soldi batte la paura del coronavirus”. È Daniel Carrico, centrocampista portoghese del Siviglia, attratto dai soldi della Cina nonostante l'epidemia non ancora pandemia. Ah già, il virus. Per poche ore un problema non ancora troppo nostro. Relegato molto all'interno. E per segnalare un lieto fine: “A casa gli italiani di Wuhan. Quarantena finita”. E pare, letta oggi, una beffa se poco dopo in quarantena c'è finita l'Italia intera. A tarda sera, quando i giornali stanno chiudendo l'edizione, trapela una notizia dall'ospedale di Codogno. Il Corriere della Sera fa in tempo a infilarla su una colonna nel taglio della prima pagina: “Positivo al test del coronavirus, è un uomo di 38 anni”. La “Repubblica” lo inserisce in un sommario a pagina 23. “Un contagiato in Lombardia”. Dopo, niente sarebbe stato più lo stesso.

Un anno dopo. Viaggio per immagini e parole nel passato e nel presente di Bergamo, l'epicentro della pandemia Covid-19 che ha sconvolto le nostre vite. Carlo Bonini (coordinamento editoriale e testo), Fabio Bucciarelli (foto), Paolo Berizzi (testo). La Repubblica il 18 febbraio 2021. Non dimenticare è il solo modo per guardare avanti, per ricominciare. Per sostituire la parola “trauma” con “trasformazione”, la sola capace di forza rigeneratrice. La memoria è un ponte tra il prima e il dopo, è la malta che tiene insieme una comunità e ne alimenta la resilienza. È deposito di emozioni, consapevolezza, esperienza. Per questo, abbiamo pensato che ritornare lì dove tutto è cominciato, nel triangolo isoscele Codogno -Vo’- Bergamo che ha definito l’epicentro italiano della pandemia fosse la cosa da fare un anno dopo. E abbiamo deciso di affidarci agli strumenti primari di cui il giornalismo dispone. Le immagini e le parole. Abbiamo affidato le parole alle testimonianze dei sopravvissuti e al racconto dei luoghi, solo apparentemente immutabili. Abbiamo affidato le immagini a Fabio Bucciarelli, il fotoreporter che, nel marzo-aprile del 2020, fece conoscere al mondo, sulle pagine del New York Times, cosa si muoveva nel nostro Ground Zero del contagio, e che per Repubblica è tornato sui suoi passi. Ricominciando a scattare lì dove aveva scattato allora. Per una galleria fotografica del “prima” e del “dopo” di cui in questo longform trovate oggi un’anteprima (accompagnata da un diario dello stesso Bucciarelli) e che, domenica, troverete su carta e digitale nella sua completezza.

Il volto del Covid-19. Fabio Bucciarelli. Ci sono anni che più di altri rimangono nella nostra memoria, cambiano le nostre abitudini e segnano il corso della Storia. Che hanno scritto il nostro passato, condizionandone inevitabilmente il futuro. Il 2020 è sicuramente uno di questi. Definisce un tempo che oggi riconosciamo con fatica e che prima non avremmo mai immaginato. È uno spartiacque fra quello che è stato e l’incertezza di quello che sarà. Nel 2020, persino le coordinate con cui convenzionalmente si scandisce il tempo sono state alterate. Le settimane e i mesi sono stati sostituiti dai Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm) che hanno sancito nuove libertà e norme comportamentali. Come una maledizione, esattamente cento anni dopo l’influenza spagnola con le sue decine di milioni di vittime, il Covid-19 si è diffuso in tutto il mondo, scegliendo l’Italia come laboratorio globale del contagio. L’avvento dell’epidemia, presto diventata pandemia, ha trovato nella penisola il suo terreno più fertile, contagiando ad oggi più di 2,7 milioni di persone e causando oltre novantamila vittime. Solamente a marzo però, quando la prima ondata ci ha travolto e quotidianamente la Protezione Civile annunciava in televisione il bollettino dei contagiati e delle vittime, abbiamo realizzato l’entità della crisi pur non comprendendone il volto. In quel 2020, come fotogiornalista, fra le prime domande che mi sono posto ce n’è stata una: qual è il volto del Covid-19? E nel guardarmi intorno, mi sono sorpreso sospeso nel cercare una risposta. I siti internet e i giornali pubblicavano immagini di spazi vuoti, piazze deserte e di acqua pulita a Venezia. Molte delle fotografie ritraevano persone sconosciute, catturate a camminare con la mascherina sul volto in città fantasma. Ho passato questi ultimi dieci anni della mia vita professionale documentando guerre, rivoluzioni e violazioni dei diritti umani in molti Paesi in aree di conflitto. Ho assistito alla caduta di regimi totalitari, a esodi planetari e bombardamenti indiscriminati, provando sempre a riportare indietro una testimonianza umana, per non dimenticare. Ed ora che nel mio Paese si stava consumando la più grande emergenza della sua storia recente, non sapevo come approcciarmi. Sapevo però quello che la fotografia è capace di fare, la sua dote unica di informare e allo stesso tempo di trasmettere emozioni immediate e di provocare una reazione che, se si è fortunati, è collettiva. Durante gli anni, ho dato molte interpretazioni all’approccio che caratterizza il fotogiornalismo contemporaneo coniato da Robert Capa: “Se la fotografia non è abbastanza buona, vuole dire che non sei abbastanza vicino”. E tuttavia, nonostante molte volte convergano, quella che personalmente ho sempre preferito, non riguarda la vicinanza fisica bensì quella empatica con il soggetto fotografato. Questa volta mancavano solo pochi chilometri per raggiungere l’epicentro ma avrei dovuto immergermi nella malattia, entrare nell’intimità delle persone affette dal virus per raccontare le loro storie di resilienza. In quel 2020, con un Paese oramai in lockdown, la Lombardia, Bergamo e la sua provincia diventano il focolaio italiano di coronavirus. Mancano le mascherine di protezione, gli ospedali sono saturi di pazienti, scarseggia l’ossigeno e le persone muoiono in casa. I forni crematori si affannano nel seguire il numero delle vittime e serve l’aiuto dell’esercito per portare via i feretri. Il 15 Marzo decido così di partire alla volta di Alzano Lombardo, dove per diverse settimane ho documentato per il New York Times le conseguenze nell’epicentro della crisi. È stato l’inizio di un viaggio dentro l’epidemia durato un anno e non ancora terminato. Sono sempre stato convinto che per fare del buon giornalismo serva molto tempo, condicio sine qua non si rischia di cadere nel vortice della superficialità dell’informazione. È fondamentale avere il tempo necessario per studiare la cultura del Paese, per entrare in contatto con il suo popolo, per organizzare la giusta rete di contatti e per creare empatia con le persone che stai fotografando. È proprio questa empatia la chiave di una buona immagine capace di andare oltre la mera testimonianza fotografica.  Ora scrivo da Bergamo dove per Repubblica sono tornato sui miei passi, per raccontare attraverso la macchina fotografica l’umanità incontrata e documentare come in un anno la vita è cambiata per sempre. Attraverso le stesse strade, prima percorse solo da ambulanze e mezzi funebri, mentre oggi avvolte dal traffico: celano una realtà ancora presente ma nascosta da un’apparente normalità […]

Fabio Bucciarelli è un fotografo, giornalista e autore italiano apprezzato a livello internazionale per i suoi reportage in zone di conflitto. Negli ultimi dieci anni ha documentato gli eventi centrali della storia contemporanea, dalle Primavere arabe alle guerre in Medio Oriente, dai conflitti africani e quelli europei, all’esodo dei migranti lungo il confine fra Messico e Stati Uniti. I suoi lavori hanno conquistato i più importanti premi fotografici al mondo come la Robert Capa Gold Medal, il World Press Photo, il Visa d’Or di Perpignan, Il Lucie Award. Il libro “The Dream”(FotoEvidence, New York, 2016) è stato scelto fra i migliori libri fotografici dell’anno dalla rivista Time. Nel 2020 Bucciarelli ha documentato l’epidemia di Covid-19 in Italia per il New York Times. Le sue fotografie pubblicate il 28 marzo sul quotidiano americano sono state fra le prime immagini che hanno mostrato al mondo il volto della pandemia.

Testimoni dell’apocalisse. Paolo Berizzi. Il mostro ha piegato la linea del tempo. Un anno dopo, anche i luoghi simbolo - Bergamo, Codogno, Vo’ - sembrano avere cambiato faccia. Bergamo: stazione di servizio Esso in via Borgo Palazzo. Come una quinta nel teatro dell’assurdo (perché ogni cosa, a partire dalla morte, sembra priva di logica apparente) è questo il benzinaio che, dalla sera del 18 marzo 2020, fa il giro del mondo dentro l’immagine più iconica del coronavirus: la colonna di camion militari con a bordo centinaia di bare. Sfilarono qui davanti. Come in una traversata in territorio di guerra. La città muta del coprifuoco, marchiata per sempre. “Il giorno dopo, con mia moglie, vedendo la televisione, pensammo fosse un film. E invece era il negozio, che è anche un po’ la mia vita. Non riesco neanche più a rivederla quella foto. Mi coccolo mia nipote e guardo avanti”, ricorda Severo Cornago, mister Esso. Su ogni camion erano stati caricate fino a otto salme. In un mese, ultimo carico il 17 aprile, fanno 900. Novecento caduti di una “guerra” che, in queste terre, ne ha uccisi a migliaia, tra i 6.500 e i 10mila. Morti di tutti e di nessuno. In quei giorni che nel capoluogo della provincia più colpita d’Europa dalla prima ondata del Covid-19 trasformano gli uomini dell’esercito in Caronte in tuta mimetica, nel buio sparso dalla peste silenziosa, i familiari nemmeno sapevano che il loro morto fosse partito. Né quando, né per dove.

La notte in cui Bergamo cambiò per sempre. Edoardo Bianchi e Paolo Berizzi. “Quando ho visto i carri sfilare per Bergamo ho provato un vuoto e tanto dolore. Sembrava un film: la città era silenziosa e si sentivano solo le sirene che rimbombavano”. È una delle testimonianze raccolte a Bergamo a un anno da quelle immagini che sconvolsero il mondo intero: i carri militari lungo via Borgo Palazzo carichi di bare da portare altrove perché in città non c'era posto per tutti tante erano le vittime, la chiesa del cimitero monumentale trasformata in deposito e le terapie intensive e sub-intensive straripanti di pazienti. Per chi ha vissuto quello strazio, una cicatrice che rimarrà per sempre. Giuseppe Vellelonga è uno dei tre addetti dell’impianto crematorio del cimitero di Bergamo. Ricorda: “I soldati ci sono venuti in soccorso perché eravamo oltre l’overbooking. Ogni impresa funebre portava anche quattro salme per volta. Trenta imprese al giorno. Straripavamo”. A marzo e aprile dell’anno di disgrazia 2020 lui, la collega Giovanna Corriga e la responsabile Mariarosa Calderaro, hanno lavorato dalle 7 alle 22. Marzo: 650 cremazioni. Aprile: 681. “Per me il Covid è stato correre tanto”, dice Giuseppe. “La scena più straziante ce l’ho dentro e non la voglio ricordare”, Giovanna. Mariarosa: “Avevo il terrore di sbagliare a compilare gli elenchi con i nomi”. Dal forno crematorio alla Esso ci sono 500 metri in linea d’aria. “Siamo stati fermi un mese. È stata un’apocalisse”, dice Alessandro Tacana, meccanico. “Quando vai via la sera, col buio, ci pensi”. Figlio di boliviani, ormai bergamasco, bòcia da undici anni sotto i motori delle auto. “E quindi”, dice stringendo un bullone, “il posto dove lavoro resterà per sempre impresso in quella foto”. Il ricordo della luce sparata dai grossi fari tondi dei mezzi telonati nella notte più cupa si riaccende sotto il pallido sole di febbraio. Il nuovo febbraio dell’ex Wuhan d’Italia. Nell’auto-officina Alessandro ascolta il notiziario alla radio: variante inglese, ritardi della campagna vaccinale per gli over 80. “Siamo ancora dentro?”, chiede al suo capo. “Si - gli risponde Severo - siamo ancora dentro. Più che altro, Ale, sembra che non ne siamo mai usciti”. Quando tutto è cominciato, il mostro si è manifestato in un punto preciso. Ma, dodici mesi e 94mila morti dopo, il finale è ancora aperto. Come nei thriller. E allora, per capire la trama, quello di cui è stato capace e senza nemmeno la certezza che rinculi e molli la presa, ripercorri la prima mappa del Covid. In un tempo non ancora di pace ha senso tornare nei luoghi del debutto. Là dove il virus si è preso il campo e, per presentarsi, ha picchiato durissimo. Codogno, Vo’, Bergamo. L’innesco della pandemia ha la forma di un triangolo isoscele: la punta rivolta a est, verso Venezia un tempo porta d’Oriente, appunto. Vita e morte in un pezzo di profondo Nord: 518 km, se colleghi le tre linee rette. Cimitero di Codogno, primo pomeriggio. L’aria gelida spazza l’ingresso dove è posta la targa dedicata ai “caduti del Covid-19” (sulla facciata domina la scritta Resurrecturis, coloro che risorgeranno). La scoprì il presidente Mattarella il 2 giugno. Per arrivare al “campo nuovo”, come lo chiama il custode, Vincenzo, da Marsala, devi percorrere il portico a sinistra. Dopo una “elle” di marmo grigio, tempestata di lapidi, fiori e piante rovesciate dal vento, si apre il prato dei morti del coronavirus. Vincenzo indica la tomba di Giuseppe Vecchietti. Un codognese illustre. Fondatore della Protezione civile e della manifestazione ciclistica Ciclolonga delle Rose, gestore della storica Locanda San Marco. Vecchietti è una delle 186 vittime cadute sotto i colpi del virus (lui si è spento al policlinico di Pavia) – tra il 20 febbraio e fine maggio. “Ho ancora davanti agli occhi il pronto soccorso stipato di pazienti, e noi che lavoriamo di notte per aumentare le bocchette dell’ossigeno”, racconta Enrico Storti, all’epoca primario di terapia intensiva all’ospedale di Lodi (da cui dipende anche quello di Codogno). “Mi sembrava un punto di non ritorno. Siamo tornati. Ma la lotta non è finita”. Storti, che oggi è a Cremona, lavorava con Annalisa Malara. È l’anestesista che scoprì il Paziente 1, Mattia Maestri.

Raffaele Bruno, il medico che salvò il paziente 1. Andrea Lattanzi. "Eravamo come medici dell'Ottocento, non c'erano studi né terapie. Poi le cose sono migliorate, ma non è stato semplice". Raffaele Bruno, direttore del reparto Malattie Infettive al policlinico San Matteo di Pavia che il 21 febbraio 2020 si trovò ad affrontare la malattia di Mattia Maestri, passato alle cronache come il paziente 1 di Codogno. Il professor Bruno di quell'esperienza ha scritto, con il giornalista Fabio Vitale, un libro intitolato "Un medico". Tutto il ricavato verrà devoluto alle famiglie degli operatori sanitari deceduti per colpa del Covid. "Ho imparato che prima eravamo felici e forse non lo sapevamo. Uscire, andare a cena e abbracciare sono privilegi che adesso non ci sono concessi". A proposito. Dov’è, Mattia? “Sono partiti ieri, lui, la Valentina (Valentina Soldati, la moglie, insegnante di ginnastica, ndr) e la bambina - dice la suocera all’erboristeria Madre Natura a Casalpusterlengo -. Volevano staccare un po’, in questi giorni, sa, prevedendo le telefonate”. Un 38enne maratoneta. Una salute di ferro. Da quel corpo aggredito dal virus parte l’epidemia in Italia. Oggi Mattia ha ripreso a correre. Si gode la figlia Giulia nata quando lui era ancora intubato in ospedale. È tornato anche a bere centrifugati al bar “Manìa”, in piazza XX Settembre. Bentornati nella prima zona rossa d’Italia. Primo contagiato, primo lockdown totale. “Siamo rimasti vivi e oggi possiamo dire di essere stati un modello”. È il sindaco, non ancora 40enne, Francesco Passerini, a dividere il prima e il dopo. La città della mela cotogna, del biscotto e della raspadura. Qui, in mezzo alle nebbie della bassa lodigiana, i segni più tangibili della vita bloccata per 108 giorni resteranno la fiera del bestiame saltata dopo 200 anni e la soppressione del mercato in piazza. “Ma così abbiamo fermato il coronavirus. Senza tentennamenti, come fanno i nostri contadini per proteggere le vacche dal temporale”. I sopravvissuti, il sabato, fanno le vasche sullo struscio di via Roma; le sciure si fermano da “Cornali” a prendere i pasticcini. Dice Gigi Cornali, quarta generazione dolciaria: “La ferita deve ancora cicatrizzarsi. E tutte le volte che rialzi la testa, bam!, sembra arrivare sempre la nuova botta”. Nel lessico asciutto e concreto dei codognesi, l’abusatissima parola “resilienza” non entra. Però è quella roba lì. Quando la gente era tappata in casa e pochi si incontravano alle rotatorie dei posti di blocco per le consegne dei cambi per i familiari in ospedale. Nella chiesa del Cristo, che fu trasformata in obitorio, oggi si prega. La prece può anche essere laica. Piera Antarelli, negozio di abbigliamento Cincillà. Lei si è inventata una storia divertente: le donne qui erano diventate “regine”. Nasce il gruppo “Noi come regine…”. “Ognuna viene invitata a mandare un selfie. Aderiscono anche Chiara Ferragni, che a Codogno aveva la nonna, e Ambra Angiolini. Ogni volta postavamo la regina del giorno. Socialità leggera, per non far spegnere l’anima”.

Ti allontani di un niente: Casalpusterlengo. La morte qui è scolpita. Il memoriale del Covid è un monumento in pietra: “pietre della memoria” impresse in un tronco di cono con punta spezzata al Mortarino. Ogni sasso un defunto. Ce ne sono più di 200 (anche da Codogno). L’ultima pietra? È datata 25-01-2021: “Silvia…”. Sono stati un macigno anche per i sopravvissuti i mesi soffocanti della peste. E per chi era in prima linea. “Di notte stavamo attaccati al fax in attesa dell’esito dei tamponi - torna indietro con la memoria Andrea Filippin, direttore sanitario dell’ospedale di Codogno, appena 100 posti letto, evacuato tra il 20 e il 21 febbraio -Alla fine, però, sa cosa penso? Il Covid è stato un atto della natura. Ci sentivamo così forti e invece eravamo fragili. La natura ci ha detto: ‘occhio che non ci siete solo voi al mondo’”. Filippin incontra una persona molto cara. “Vede? Non ho sentito il bisogno di dargli la mano. Incredibile come il virus ci stia cambiando nel profondo”.

Spostiamoci a Vo. “Locanda al Sole”, in piazza Liberazione. Il tavolo a forma di botte dove Adriano Trevisan, detto “il moro”, e il suo amico Renato Turetta, alpino, giocavano a briscola, è l’ultimo in fondo alla sala. Sulla vetrina del locale, riaperto il 18 maggio del 2020, campeggia una vetrofania. “Noi abbiamo l’alcol che ci protegge”. Esorcizzare, certo. Ma non è che suoni proprio benissimo. Alla “locanda”, come la chiamano in questo Paese di 3.300 anime sul versante ovest dei colli euganei, scoppiò il focolaio che piantò la prima croce italiana. Il Morto 1: Trevisan. A 78 anni, il 21 febbraio. L’amico Turetta, che ne aveva 67, se ne va il 10 marzo. Anche lui contagiato. Entrambi ricoverati all’ospedale di Schiavonìa. Incontriamo Manuela Turetta, la figlia: “Lavoravo in enoteca a Torreglia, mi hanno chiamato. Papà era un leone, non aveva malattie. Ancora adesso non ho metabolizzato quello che è successo. Faccio una fatica enorme. È stata come una bomba a orologeria e ogni notizia sul Covid mi tiene aperta la ferita”. Passo indietro. Al “Sole” ci va anche Erik Granzon. Chi è? Uno dei più grossi produttori di fuochi d’artificio del nord Italia. Li importa dalla Cina. “Quando hanno chiuso il Paese ci è crollato il mondo addosso. Trevisan era mio vicino di casa. All’inizio pensavano tutti che il virus l’avessi portato io dalla Cina: invece ero stato a Dubai”. C’è un proverbio veneto che recita così: “Ci g’a paura del diaolo no fa schei”. Chi ha paura del diavolo non fa i soldi. È che il diavolo è arrivato davvero. “Dal 21 febbraio 2020 non ho fatto un lavoro - dice Granzon - I 17 dipendenti sono in cassa integrazione. Ho perso il 95% del fatturato”. Vo’ e Codogno sono stati i primi due comuni cinturati (nel lodigiano insieme a Codogno altri 9 paesi Comuni). La cintura che è mancata nella bergamasca, la provincia più colpita d’Europa. “Siamo stati uno stress test – spiega il sindaco del centro euganeo, Giuliano Martini, farmacista, in attesa della giornata del ricordo il 2 - Check point subito. Triplo tracciamento per 3mila persone grazie all’intuizione di Crisanti e Zaia. Volontariato straordinario. Alla fine, il virus è rimasto qua, non è uscito e abbiamo avuto solo 6 morti”. Merito anche dei medici. Camici bianchi più inclini al lavoro in corsia che alla tv. Jacopo Monticelli è l’infettivologo dell’ospedale di Schiavonìa (oggi è a Trieste) a cui viene l’idea di fare il tampone a Adriano Trevisan. “Mi sono sempre sentito un po’ in imbarazzo. Passerò alla storia come il medico del primo morto. Avrei voluto guarirlo. È andata così: chiedo alla figlia di Trevisan se il padre aveva avuto contatti con la Cina eccetera. No, mi dice. Poi il padre, stava già male, mi racconta che gli amici del bar avevano avuto tutti febbre e tosse. A quel punto mi è venuto il dubbio”. Sono passati dodici mesi. Ma se parli con la gente hai la sensazione che tutto sia accaduto ventiquattro ore prima. C’è come un blocco delle emozioni. Eppure la vita si è ripresa i suoi spazi. Il sabato e la domenica nei 43 ristoranti e agriturismi sui colli del buon vino e dei sentieri dolci non si trova un posto libero. Dimenticare, però, è impossibile. Giorgio Campanese, 63 anni, operaio in pensione. “Quando il 23 febbraio ci hanno chiuso, ho aperto una pagina Fb. Ci scambiavamo informazioni, cose di prima necessità. Prima a Vo’ c’era molto individualismo. Il Covid ha fatto nascere tante amicizie”. A settembre una corsa a staffetta ha unito le prime due zone rosse d’Italia. C’era anche Mattia. Ha corso le ultime due frazioni, da Caselle di Novella Vicentina a Vo’. “Sia benedetto”, dice Campanese. A proposito di fede: il patrono di Vo’ è San Lorenzo. “Crisanti – scherza Giorgio – potrebbe insediarne il titolo”. Da queste parti il direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Azienda Ospedaliera di Padova è considerato un salvatore. “Ha capito subito che la cosa era seria”, aggiunge il sindaco Martini. Il sottopancia di ogni discorso nei due angoli del triangolo del “primo Covid” è quasi sempre quanto successo nel terzo angolo: Bergamo. La provincia dell’ecatombe. L’effige drammatica delle bare. “È troppo presto. Dentro di noi avremo bisogno di molto tempo per realizzare che cosa è successo”, dice Luca Lorini, l’ormai noto primario della terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII. Mentre il capoluogo con il suo mega ospedale provava a non annegare sotto la marea montante, Lorini si sdoppiava: medico sul campo e comunicatore. “Ho cercato di lanciare messaggi di buon senso a una popolazione disorientata di fronte alle incertezze e agli errori della politica. La gente moriva sola. A un certo punto ho fatto il medico, il prete e il familiare”. Un altro che di mestiere sta tra la vita e la morte è Roberto Cosentini: 60 anni, primario della Medicina d’urgenza dell’ospedale. “Nel flagello bergamasco, sembra un paradosso, mi sono sentito fortunato. Mi sentivo la persona giusta al momento giusto, non sempre capita”. Scherzo del destino: fino al 2016 Cosentini andava a Wuhan a insegnare ai colleghi come usare i caschi Cpap. Mostra la locandina di un convegno a Pechino. E da Wuhan, la pandemia tirato un filo che ha strangolato Bergamo. Per Cosentini “è stata la strage di un popolo”. Renata Colombi, responsabile del Pronto soccorso, si commuove ancora. E come lei tanti infermieri. “Sì, da medico e da donna, ho avuto paura di crollare”. Per fissare la “strage” a imperituro ricordo, per provare a trasformare il dolore in rinascita, a Bergamo sorgerà il “bosco della memoria”. Proprio lì, accanto al corpaccione del Papa Giovanni XXIII. Un albero per ogni vittima al Parco della Trucca. “Così non dimentichiamo”, lo ha benedetto Francesco Guccini. Un bosco nascerà, forse, anche a Nembro: il Paese più colpito della Val Seriana che nessuno, né il governo, né la Regione, ha mai chiuso, mentre la gente crepava. Centottantotto alberi nembresi, tanti quante le vittime Covid di marzo e aprile. “Come alberi, ci rialzeremo”, dice il sindaco Claudio Cancelli. Ma adesso, dopo tanto strazio, che volto ha il domani? La chiosa di Roberto Cosentini è puro realismo: “Siamo ancora sotto scacco. C’è voglia di voltare pagina ma non riusciamo ancora a farlo”. Il mostro non sente la fatica. E non ha scelta. Per vivere deve continuare ad aggredire corpi sani.

L'ora zero dell'incubo Covid. A distanza di un anno la notte in cui il coronavirus si svelò a tutto il Paese. Ecco cosa è successo all'ospedale di Codogno. Giuseppe De Lorenzo ed Andrea Indini, Sabato 20/02/2021 su Il Giornale. Per gentile concessione della casa editrice Historica pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo Codogno, l'incidente della storia tratto da Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia, scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. L'opera, pubblicata l'anno scorso, è un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19. «Ventiquattro infermieri e nove medici: non mi dimenticherò mai il momento in cui mi sono reso conto che il personale, nessuno escluso tranne me, era da mettere in quarantena - racconta il direttore del pronto soccorso di Codogno, Stefano Paglia - improvvisamente erano diventati tutti contatti stretti di pazienti a cui avevamo appena scoperto il Covid-19. Non c’era alternativa alla chiusura. In diciotto ore abbiamo trasformato il dipartimento di emergenza di Lodi per reggere l’onda d’urto e lì ho trascorso i 104 giorni più lunghi e difficili della mia vita». L’Italia piomba nell’incubo il 20 febbraio quando, poco dopo la mezzanotte, l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, dà notizia del primo contagio: Mattia Maestri, un 38enne della provincia di Lodi, risulta positivo al tampone. «Sono stato ricoverato per una polmonite - spiegherà mesi dopo in una intervista a Sky Tg24 - solo quando mi sono svegliato mi hanno raccontato cosa c’era in giro, cosa stava succedendo… e neppure nel dettaglio. Solo dopo ho capito la gravità di quello che stava succedendo intorno a me». È da almeno una settimana che Mattia non sta bene. All’inizio pensa alla «solita influenza», ma presto capisce che c’è qualcosa che non va. La febbre, infatti, non passa. Il 18 febbraio, poco prima delle tre di pomeriggio, si presenta al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno e, quando le lastre evidenziano la presenza di una leggera polmonite, decide di tornare a casa. D’altra parte, il suo profilo non autorizza i sanitari a un ricovero coatto e così si limitano a prescrivergli un generico antibiotico. Nel frattempo, però, le persone con cui il giovane ricercatore dell’Unilever di Casalpusterlengo entra in contatto da quando ha contratto il coronavirus, continuano ad aumentare. Molte di queste sono proprio i medici e i pazienti dello stesso nosocomio. [...] Alle tre di notte del 19 febbraio Mattia torna a farsi vedere in pronto soccorso: la polmonite si è fatta gravissima e ormai fatica a respirare. Nessuno sa dargli spiegazioni e la preoccupazione inizia a farsi sentire. «Può essere un caso di coronavirus», chiede Maestri a un operatore sanitario di passaggio al pronto soccorso. La risposta, letta col senno del poi, fa strabuzzare gli occhi. «Ensà nianche addu stà», gli risponde in dialetto. I medici brancolano nel buio ma, grazie all’intuito dell’anestesista Annalisa Malara, si riesce a capire cosa sta succedendo. È lei a prendersi la responsabilità di effettuare il tampone anche se la situazione non lo prevede. Se decidesse di seguire il protocollo del ministero della Salute, non arriverebbe mai a capire che Mattia ha contratto Covid-19. La circolare in vigore allora, quella emanata il 27 gennaio, corregge un’altra emanata solo cinque giorni prima e che invita a considerare caso sospetto chi «manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato». Secondo le nuove linee del ministero della Salute, sono da considerarsi «casi sospetti» solo quelle persone con una infezione respiratoria acuta grave» che siano anche state in «aree a rischio della Cina», che abbiano lavorato «in un ambiente dove si stanno curando pazienti» colpiti dal coronavirus o che abbiano avuto contatti stretti con un «caso probabile o confermato da nCov». Alle prime domande dei medici, Mattia racconta di aver fatto soltanto «un viaggio a New York» e di non essere mai entrato in contatto con persone che hanno viaggiato in Cina. Solo il 19 gennaio la moglie Valentina, all’ottavo mese di gravidanza, racconta di una cena con alcuni colleghi di lavoro il primo febbraio. Uno di questi è il manager di una società di Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza, che è rientrato dalla Cina il 21 gennaio. L’amico risulterà, poi, non essere il «paziente zero» che ha provocato il contagio nel Lodigiano, ma tanto basta alla Malara per decidere di battere strade eccezionali. «Quando un malato non risponde alle cure normali, all’università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore», spiega l’anestesista di Cremona in una intervista a Repubblica. «Per aiutarlo ho pensato che anche io dovevo cercare qualcosa di impossibile. Mi sono trovata al posto giusto nel momento giusto, o forse in quello sbagliato nel momento sbagliato». Sono «la rapidità e la gravità dell’attacco virale» a spingerla ad andare oltre. A metà mattina di giovedì 20 febbraio, quando ormai Mattia è in rianimazione, la 38enne decide di effettuare il tampone anche se, come abbiamo spiegato, il protocollo ministeriale non lo giustifica. Corre, quindi, a chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria che le scarica addosso qualsiasi responsabilità. «Ho scelto di fare qualcosa che la prassi non prevedeva – ribadisce – l’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato da settimane». Sin da subito l’impegno in prima linea non viene apprezzato da Roma che reagisce con piccata stizza a qualsiasi salto in avanti. Anche quando, come al nosocomio di Codogno, aiuta a bruciare i tempi e salvare vite in una situazione già di per sé drammatica. Succede così che, durante una trasmissione di Raiuno, il premier Giuseppe Conte riscrive completamente la realtà accusando «un ospedale» di aver così scatenato uno dei focolai. Il riferimento è appunto a Codogno. «C’è stata una gestione a livello di una struttura ospedaliera non del tutto propria, secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi – è la denuncia del presidente del Consiglio – e questo sicuramente ha contribuito alla diffusione». Un attacco che non solo fa infuriare i vertici di Regione Lombardia, ma che manca di rispetto a medici, infermieri e personale sanitario che, soprattutto all’inizio, si trovano a combattere contro il virus ad armi impari. Lo schiaffo di Palazzo Chigi sarà «riparato» il 3 giugno quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nominerà la Malara cavaliere al merito. All’ospedale di Codogno non sarà la sola a ricevere tale onorificenza: toccherà anche a Laura Ricevuti, medico del reparto medicina. «Qui, all’ospedale di Codogno, abbiamo visto per primi il ‘paziente 1’ e il ‘paziente 2’, entrambi più giovani di me, in condizioni gravissime, intubati per sopravvivere - spiega Paglia - in quei momenti la nostra speranza era di contenere la diffusione della malattia e di blindarci per proteggere le grandi città, prima tra tutte Milano». È grazie a professionisti del calibro della Malara che si è riuscito a evitare che la pandemia dilagasse anche al Sud Italia e colpisse altre regioni. Grazie alla sua pervicacia, intorno alle 13 del 20 febbraio, il tampone di Mattia arriva agli ospedali Sacco di Milano e San Matteo di Pavia per essere analizzato e in serata, poco dopo le 20.30, una telefonata può fugare i dubbi dei medici dell’ospedale di Codogno che non riescono a curarlo con le medicine tradizionali. «Il paziente ha contratto il coronavirus», fanno sapere da Milano. In quel momento tutto cambia. In attesa che vengano effettuate le controanalisi da parte dell’Istituto superiore di sanità (Iss), i medici del piccolo ospedale di Codogno si fiondano a indossare le protezioni prescritte in caso di epidemia e gli accessi al pronto soccorso e tutte le attività programmate vengono interrotte «a livello cautelativo». «Medici e infermieri sono rimasti chiusi all’interno, in quarantena, continuando a lavorare», spiega il primario Stefano Paglia ricordando la decisione di rinunciare, «per tre giorni», a fare al personale sanitario i tamponi «perché erano esauriti e i laboratori del Sacco e del policlinico San Matteo di Pavia risultavano intasati». «Abbiamo deciso di considerarci tutti positivi, lasciando la precedenza dei test ai malati». «Ho pensato molto dove possa aver preso il virus ma non ho la benché minima idea di dove possa essere accaduto - spiegherà più avanti Mattia - sia io che mia moglie, nelle nostre ricostruzioni, non siamo venuti a capo di un possibile punto di inizio». Nessuno lo capirà mai, nonostante gli ingenti sforzi messi in campo per riuscire a ricostruire tutti i movimenti dei Maestri. La Regione Lombardia si fionda subito a diramare l’allarme a tutta l’Italia: «Le persone che sono state a contatto con il paziente sono in fase di individuazione e sottoposte a controlli specifici e alle misure necessarie». L’effetto domino è ormai partito e non può essere arrestato. Anche la moglie di Mattia risulta subito positiva al tampone. E con lei anche un amico che fa sport con il marito. I due vengono immediatamente ricoverati al Sacco di Milano. Altre quattro persone, arrivate all’ospedale di Codogno nella notte tra il 20 e il 21 febbraio, finiscono in isolamento perché presentano «quadri di polmoniti importanti». E ancora: i riflettori vengono puntati sul medico di famiglia che ha visitato il giovane il 17 febbraio dopo due giorni di febbre incessante e una collega dell’Unilever di Casalpusterlengo. Quest’ultima viene ricoverata nel reparto malattie infettive dell’ospedale di Piacenza. Sin dalle prime ore appare chiaro che riuscire a mappare i contatti avuti dal «paziente 1» negli ultimi diciannove giorni e, quindi, tentare di contenere l’epidemia appare impossibile. Si parte dall’Unilever, dove Mattia lavora al centro ricerche. Alle 3 di notte, durante il terzo turno, alcuni lavoratori si fiondano al mezzanino dello stabilimento per cercare Stefano Priori che, oltre lavorare al reparto separazione dove si produce la materia prima per fare i detersivi, è il vice sindaco di Castiglione d’Adda. «Sabato pomeriggio (22 febbraio, ndr) – ci spiega – gli impiegati, che erano entrati in contatto con Mattia, sono stati convocati in infermeria ed è stato fatto loro il tampone. Il giorno dopo è toccato a tutto il resto della fabbrica». Il 25 febbraio arrivano gli esiti: su 350 persone, dieci risultano positive. «Alcuni di questi, dopo pochi giorni, hanno avuto la febbre – continua – e almeno un paio di loro sono rimasti ricoverati in ospedale per oltre un mese. Fortunatamente nessuno ha perso la vita…». Oltre agli affetti e al lavoro, si cerca tra gli eventi sportivi a cui ha partecipato Mattia nelle settimane prima dell’esplosione della malattia: due gare podistiche (quella delle «Due Perle» tra Santa Margherita Ligure e Portofino il 2 febbraio e l’altra a Sant’Angelo Lodigiano il 9 febbraio) e una partita di calcio con la squadra «Il Picchio di Somaglia» (il pomeriggio del 15 febbraio dopo aver partecipato a un corso con la Croce Rossa di Codogno). E ancora: una serata in birreria a Casalpusterlengo (il 4 febbraio) allarga il contagio ad altre tre persone. È una corsa contro il tempo. Si lavora senza sosta, come degli agenti sotto copertura, fino a ricostruire gli ultimi contatti prima che il 38enne si ammali e si chiuda in casa. È il 15 sera, dopo una cena con un paio di amici in un ristorante di Piacenza: la febbre inizia ad alzarsi e per Mattia inizia l’incubo. Non appena il quadro è tracciato, sono 150 i «contatti stretti» da monitorare. Ma è uno sforzo del tutto inutile perché tutti i contagiati hanno avuto, a loro volta, una fitta serie di contatti da verificare. Per esempio Valenti, che fortunatamente è in maternità e non tiene più le lezioni nella scuola in cui insegna, frequenta un corso preparto e aiuta la madre in una erboristeria. Ben presto, ci si accorge, quindi, che il virus ha valicato non solo i confini della «zona rossa» nel Lodigiano ma anche quelli della stessa regione Lombardia. «Le indagini sul focolaio di Codogno sin da subito dimostrano che i casi si erano già propagati e che ormai erano arrivati troppo lontani», racconta una fonte all’interno della task force della Lombardia. «Ricordo ad esempio il caso della scuola agraria di Codogno, dove studiavano alcuni ragazzi della Valtellina e dove abbiamo trovato un gruppetto di casi positivi, sicuramente derivati dal basso lodigiano». Intanto un nuovo caso viene individuato all’ospedale civile di Cremona: si tratta di una paziente ricoverata cinque giorni prima nel reparto di pneumologia. A Vo’ Euganeo, un paesino in provincia di Padova, risultano positivi due anziani. Uno di questi, Adriano Trevisan, un 78enne ricoverato dieci giorni prima per altre patologie, muore all’ospedale di Schiavonia (Padova) la sera del 21 febbraio. E il giorno dopo si registra il primo caso a Torino, una persona che lavora in una azienda di Cesano Boscone. Sono giorni segnati dal caos. L’Italia si affida ancora ai dati forniti dalla Cina, che fanno segnare appena 2.360 morti su 77.662 contagi, e alle rassicurazioni del direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che su Twitter parla di contagi lievi nell’80 per cento dei casi, di contagi critici nel 20 per cento e di una mortalità al due per cento. «Poco più di una banale influenza», si affrettano ad assicurare anche stimati virologi. Numeri e percentuali che ben presto saranno smentiti da quanto accadrà nel nostro Paese.

Marco Belpoliti per doppiozero.com il 24 febbraio 2021. Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata? Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.

Febbraio-maggio 2020

CARTA IGIENICA. Appena l’emergenza Coronavirus è stata dichiarata a Milano, a Chinatown è scomparsa la carta igienica dagli scaffali dei supermercati. La stessa cosa era capitata qualche settimana prima a Hong Kong, dove i negozi erano stati presi d’assalto e la Tp (toilet paper) sparita. Non l’acqua, non il cibo, non i generi di conforto, ma proprio i rotoli per i gabinetti. Nella città asiatica poi si era diffusa la voce che la malavita locale stava speculando su questo prodotto. Cosa che poi si è rivelata in parte vera. La ragione di questo accaparramento resta misteriosa, tuttavia pare condivisa da un altro paese orientale che ha alcuni tratti in comune con la Cina: il Giappone. Ogni volta che in quella nazione accade un disastro di grandi proporzioni, ad esempio l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, scatta il Tp Panic. Com’è possibile che proprio i rotoli di carta tengano il primo posto tra i beni per la sopravvivenza? La risposta non c’è. La carta igienica sarebbe stata inventata in Cina, anche se la prima ufficialmente registrata è la J. C. Gayetty’s Medicated Paper for the Water Closet in vendita in America nel 1857. Prima si usavano i fogli di giornale, ma l’inchiostro tipografico, le tracce di sbiancanti come il vetriolo, la calce viva e la potassa, tendevano a provocare o aggravare le emorroidi, come scrive Steven Connor nel suo libro Effetti personali (il Saggiatore), mentre le “medicazioni emollienti” del nuovo prodotto davano sollievo. Da quel momento la carta igienica è diventata un prodotto diffuso in tutto il mondo e ha conquistato paesi e popoli che in precedenza non vi facevano ricorso. La carta per i WC ha due vantaggi, se la si acquista in quantità enormi: costa poco e non deperisce. Si conserva a lungo e passata l’emergenza chi l’ha comprata la smaltisce pian piano. Nonostante tutto questo la spiegazione per la corsa compulsiva da parte dei cinesi che vivono in Italia non c’è. Neppure la psicoanalisi sembra venire in soccorso. Non bisogna dimenticare che lo scorso anno proprio a Pechino Bill Gates ha presentato un nuovo tipo di gabinetto privo di acqua corrente e alimentato da un pannello solare, per cui ha investito 200 milioni di dollari. La questione della defecazione non è infatti un problema da poco nei paesi che posseggono sistemi fognari poco efficienti. Una lunga storia che continua, carta igienica compresa.  

MANI. Quante volte ci laviamo le mani in questi giorni? Ho calcolato non meno di cinque o sei volte. Mi è venuto in mente Sigmund Freud e le sue riflessioni circa le ossessioni e le fobie, tra cui quella di lavarsi le mani molte volte al giorno come per un rito di purificazione da parte di soggetti afflitti da nevrosi di angoscia. Senza dubbio il coronavirus ha attivato in noi atteggiamenti fobici, per quanto il lavarsi le mani, a detta degli esperti, è una delle misure profilattiche migliori per non essere contagiati. Ora il continuo lavaggio delle mani però un effetto lo produce sulle nostre preziose estremità: le secca. Perciò via tutti, donne e uomini, a usare la crema per le mani. Questa è tra gli oggetti più ricercati in questi giorni, indispensabile anche per il fatto che siamo in inverno e le mani si screpolano già per via del freddo. Da dove vengono le creme per le mani? Dal mondo antico. Nella farmacopea egizia tra gli unguenti vari, come riportano i papiri, c’è anche la formula per la creazione di una efficace crema per la pelle e per le mani. La necessità di idratarle attraverso una pellicola che salvaguardi lo strato corneo è una costante di tutte le creme sia antiche che moderne. La loro base è costituita dai grassi che compongono una sorta di film superficiale che riduce la perdita d’acqua. Per questa ragione tutte le creme contengono già di loro acqua e poi oli vegetali come la mandorla o minerali come la paraffina, che è un derivato dalla raffinazione del petrolio, oppure prodotti sintetici come i trigliceridi. Tuttavia le sostanze umettanti più usate sono la glicerina e l’urea. La prima è anche una delle componenti più consuete di alcuni disinfettanti che si usano contro il temibile virus: la contengono in modo da non seccare troppo la pelle mentre la disinfettano. In realtà, per evitare di lavarsi sempre – metodo molto semplice ed efficace a cui ci hanno educati prima di metterci a tavola o toccare il cibo – basterebbe indossare dei guanti, come quando si lavano i piatti. Ma i guanti fanno molto massaia e operaio e, pur essendo un capo tecnico, non sono molto amati in genere dalle persone che non esercitano mestieri per cui sono indispensabili, dai carpentieri ai chirurghi. Inibiscono la cosa più immediata: toccare, palpare, accarezzare, sfiorare. I guanti sono ritenuti “innaturali”, eppure mai come oggi ci eviterebbero di screpolarci le mani con continui lavaggi che Covid-19 ci obbliga. Maledetto virus! 

ALCOOL. Caro vecchio alcol o alcool, con due o, come si diceva una volta, sei tornato di moda? Quanti tipi di alcol esistono? Almeno sei o sette: metanolo, etanolo, propanolo, eccetera. Il metanolo è l’alcol della strage di bevitori diversi decenni fa, nel 1986, quando vennero immesse in commercio bottiglie di vino in cui era presente il metanolo usato per addizionare gli zuccheri. Ne aveva parlato all’epoca Primo Levi in un suo memorabile articolo. L’alcol di oggi è l’etanolo, quello che si usa, o si usava un tempo, per disinfettare, il liquido di colore rosso che era sempre presente nelle case. Poi era stato superato da altri prodotti disinfettanti dai nomi commerciali sempre diversi. Ma sempre di disinfettanti si trattava. L’etanolo ha la prerogativa di uccidere i microrganismi denaturando, per cui è noto come “alcol denaturato”, che si compra nei negozi, oltre che nelle farmacie: denatura le proteine dei microbi, come si diceva una volta, prima che imparassimo la distinzione tra batteri e virus; così dissolve i loro lipidi e li mette fuori gioco. Uccide batteri, funghi e virus, compreso quello della SARS e anche il coronavirus. Ma anche lui ha dei limiti: non ce la fa con le spore dei batteri. Come dire che non c’è un disinfettante a effetto totale. Un tempo non c’era casa che non avesse nell’armadietto dei medicinali un bel flacone rossiccio. Era un oggetto ritenuto pericoloso, perché oltre a disinfettare – le ferite o sbucciature che ci si procurava da ragazzi bruciavano – era anche infiammabile, per cui ci intimavano di stare attenti. L’attrazione del fuoco è incredibile per i ragazzini, come dimostrano tanti racconti che hanno per protagonisti bambini piromani. Le mamme lo tenevano perciò nel ripiano in alto e minacciavano terribili punizioni se lo avessimo usato per scopi diversi da quello per cui era stato acquistato. Poi è stato sostituito dall’acqua ossigenata o perossido di idrogeno, che non brucia e riempie di schiuma biancastra le ferite. Oggi al supermercato la commessa sparge con un panno l’alcol sul ripiano della cassa e lo ripulisce dopo il mio passaggio. Tornato di moda? Necessariamente sì, come anche l’acqua ossigenato o l’ipoclorito di sodio, nota come candeggina, quella del bucato. Così tutti a comprarlo nei negozi e a usarlo per disinfettare, ad esempio il cellulare o la tastiera del computer dove si annidano batteri, e dove speriamo non ci sia il terribile coronavirus. Se c’è lo uccidiamo senza pietà con la soluzione al 70%.

VIDEOCHIAMATA. La videochiamata con il cellulare è diventata il modo con cui rompere la solitudine di queste giornate. Così anche gli anziani hanno imparato a vedere e farsi vedere da figli e nipoti. Il problema è come tenere la telecamera. Imitano i nipoti che tengono il cellulare vicino al viso e inquadrano la faccia con qualche taglio verso l’alto. Se il nonno e la nonna devono mostrarsi in coppia resta fuori quadro metà dell’uno e metà dell’altro. Quasi nessuno è munito della protesi telescopica, il selfie stick, che sarebbe assai utile per ritrarre la propria persona in modo adeguato. Alcuni avvicinano, forse per via della miopia, lo Smartphone al viso, così che sullo schermo dei nipoti si vedono solo gli occhi e il labbro superiore. Altri, non solo tra gli anziani, non riescono a scegliere tra la visione verticale e quella orizzontale, e gli interlocutori sono costretti a girare il loro cellulare per inseguire le diverse inquadrature. Ci sono poi quelli che appoggiano il cellulare a un sostegno, libro o altro oggetto, e si posizionano per entrare bene nel riquadro. Ma spesso si vede il soffitto e figli e nipoti sollecitano i nonni a rientrare nell’inquadratura. Insomma, la consegna a non uscire produce un’attività visiva nuova obbligando tutti a diventare esperti operatori video. Quando devono mostrare il piatto che stanno cucinando, o far vedere qualcosa della casa, invece di invertire la inquadratura usano lo schermo dello Smartphone come se fosse un occhio proteso verso ciò che vogliono ritrarre, mentre i loro figli e i nipoti, resi abili dalla attività dei selfie sanno come gestire adeguatamente il dispositivo elettronico. Alla fine tutti fanno della televisione usando lo Smartphone come se fosse una telecamera, perché tutto ora è live, parola che significa “dal vivo” ma anche “vissuto”, istante per istante, eppure sempre a distanza.

FAZZOLETTI. “No, i fazzoletti di carta non sono scomparsi, anche se ora ne vendiamo più del solito. Lo sa, col virus chi si soffia il naso, li usa spesso”, così mi dice un addetto al supermercato. Nei negozi dove si vendono i Kleenex e i Tempo, le due marche più diffuse, non sono spariti. Per strada si vede la gente che, invece di starnutire nel gomito in assenza di fazzoletto, come consiglia il Ministero della salute, usa i fazzolettini e poi li getta nei cestini; qualche volta anche per terra. Li fabbricano in diversi; quasi ogni brand della grande distribuzione ha le sue confezioni col proprio marchio. La prima a produrli è stata la Tempo nel 1920 in Germania, paese all’avanguardia tecnologica all’inizio del XX secolo, ma erano già in circolazione da prima. In Italia i fazzoletti usa-e-getta sono utilizzati soprattutto dai giovani, mentre il pubblico anziano ultrasessantenne utilizza ancora il tradizionale fazzoletto da tasca, che un tempo i genitori ricordavano ai propri figli prima di uscire di casa: “Hai il fazzoletto?”. Un oggetto che nasce lontano nel tempo, se già nel Duecento se ne parla in vari testi, in particolare a Venezia, dove era detto fazolus, parola che indica la faccia, la superficie che si deterge con questo ritaglio di tessuto già presente nella antica Roma. Per diventare uno strumento con cui spurgare il naso, bisogna probabilmente attendere il secolo successivo, quando lo usa il re inglese Riccardo II. Allo stesso re è attribuita l’invenzione del fazzoletto da taschino, con cui a volte, ma molto raramente, ci si può pulire anche l’organo dell’olfatto. Quale è più ecologico, il fazzoletto di cotone, che si conserva in tasca, e con cui ci si soffia il naso più volte, oppure quello di carta che si getta via? Probabile il primo, ma non è detto. Quanta acqua infatti serve per lavare il cotone? Ed è più igienico il secondo, dato che ci si libera dei bacilli gettandolo? Probabile, ma è pur sempre carta sbiancata con prodotti chimici. Produrla cosa comporta? E la si può riciclare? Nessuno sa bene calcolare i costi igienici e quelli ecologici di entrambi. Intanto cotone e carta continuano a convivere, perché nei giorni invernali del coronavirus non si può lasciare colare il naso anche se è un semplice raffreddore. In tram e in metropolitana la gente poi s’allontana, e anche chi usa il fazzoletto usa e getta lo ripone educatamente in tasca, come se fosse di cotone.    

NECROLOGI. Nei giorni più terribili dello scatenamento del Covid-19 a Bergamo e in Val Seriana, nel quotidiano locale, “L’Eco di Bergamo”, i necrologi sono passati da due a dieci pagine. Non c’era altro modo per manifestare il proprio cordoglio per la scomparsa di parenti e amici che quel saluto sulle pagine del giornale. Niente cerimonia funebre, niente sepoltura. Il necrologio è letteralmente l’elogio di un morto; può essere un articolo, oppure l’annuncio a pagamento della scomparsa d’una persona, entrambi presenti su un quotidiano. Nei giornali locali il secondo è un genere molto letto, perché finisce per informare, seppure con la sua laconicità, di eventi luttuosi che possono interessare la comunità locale. Le origini del necrologio sono molto antiche, poiché la parola viene dal greco, per quanto poi legata a un’espressione cristiana, quella del “martirologio”, ovvero elogio del martire. I defunti sono sempre stati celebrati oralmente e per iscritto, ma è con la nascita dei giornali a partire dall’Ottocento, che comincia il necrologio modernamente inteso. Un annuncio, ma anche un messaggio, a volte rivolto agli stessi defunti, più spesso ai vivi. Il necrologio è infatti un messaggio che contiene aspetti personali e persino intimi: manifesta il legame con chi è scomparso. Un estremo messaggio. Sembra che sia stato John Thadeus Delane, editore del Times di Londra, a creare nell’Ottocento la forma attuale del necrologio con la fotografia del defunto. Un grande successo commerciale. Secondo l’antropologo Géza Róheim, allievo di Freud, sarebbero l’ultima difesa contro l’angoscia, un modo “per rinvigorire l’Io contro la perdita dell’oggetto amato”. Una interpretazione probabilmente giusta, dato che il necrologio è una di quelle scritture ultime in cui si compendia il nostro modo di rapportarci sia con la morte che con la vita stessa: vita passata, presente e futura. 

SCALE. “La palestra è chiusa, lo stesso il parco, dove andavo a correre nei giorni scorsi. Allontanarsi da casa non è più possibile, perciò non mi resta che la discesa delle scale di casa”. Così le scale sono diventate una risorsa. Non gli ascensori, dove ora non si può salire in più di una persona per volta, bensì le scale: due, tre, quattro, cinque o più piani da fare passo dopo passo varie volte al giorno. Le vecchie scale di casa sono diventate un mezzo per mantenersi in forma in questo periodo di segregazione forzata a causa del virus. Un tempo le scale erano l’oggetto architettonico più importante degli edifici, insieme alla facciata. Imponenti, eleganti, maestose erano l’elemento intorno a cui ruotava tutta la casa, che si trattasse di una residenza patrizia o di un edificio pubblico. Il loro scopo era collegare il basso con l’alto, una funzione non solo pratica, ma anche simbolica, perché i simboli in architettura hanno un ruolo importante. Poi pian piano hanno cominciato a perdere di importanza, a stringersi, a ridursi, a diventare solo una struttura pratica priva di qualsiasi simbolismo. Il Movimento Moderno in architettura, a partire dai nipotini di Le Corbusier, le ha ridotte a un accessorio; quindi la diffusione dell’ascensore per salire ai piani alti le ha ancor di più declassate. Eppure fino a sessanta e settanta anni fa erano decorate con corrimano di legno, ringhiere di metallo ornate con motivi geometrici o floreali, e gradini di marmo o serizzo, perché non solo il piede vuole la sua parte, ma anche l’occhio e persino il tatto. Salendo e scendendo le scale per fare quel po’ di esercizio fisico che oggi serve per tenersi in forma, abbiamo riscoperto le scale di casa che chi abita al di sopra del secondo piano conosce ben poco preferendo la pulsantiera dell’ascensore. Perciò tante scale sono apparse a chi ha cominciato a percorrerle su e giù, modeste, realizzate con materiali dozzinali o addirittura scarsi, mal tenute nonostante la pulizia settimanale. Inoltre scale più vecchie, dell’inizio del XX secolo, o addirittura della fine del XIX, sono state nel passato tagliate per far passare l’ascensore riducendo scalini e pianerottoli, segando corrimano e balaustre. Senza gli ascensori non esisterebbero i grattacieli; lì ci sono ben poche scale. In questi giorni di autoreclusione mi sono chiesto: come faranno quelli che non possiedono le scale? Beati coloro che salgono e scendono a piedi, di loro sarà il Regno dei Cieli.  

CORVI. I corvi hanno fame. Calano dai tetti o dalle antenne dove stanno appollaiati e cercano nei cestini della spazzatura che ora sono vuoti. Nessuno in giro, perciò niente rifiuti da becchettare o con cui pasteggiare in città. Anche nelle campagne i corvidi – cornacchie, corvi, taccole, cornacchie grigie – si dirigono verso i sacchetti della spazzatura lasciati sulla strada per il passaggio degli addetti al ritiro. Ho visto un bell’esemplare i Corvus frugilegus intento a strappare un grosso sacchetto trasparente di plastica. Appena mi sono avvicinato è volato via. Ora un amico mi dice che in città sul suo balcone pieno di piante ornamentali invece dei merli arrivano loro, che prima stavano ben lontani. Il nutrimento scarseggia. I contenitori per l’immondizia prima straripavano di coni gelato, avanzi di pizze, scarti di merendine e altri resti, cibarie preziose per questi volatili neri e grigi resi famosi da un film di Alfred Hitchcock, Gli uccelli, e su cui circolano varie leggende metropolitane. Da alcuni decenni i corvidi hanno lasciato l’habitat naturale nelle campagne irrigue o nei pressi dei corsi d’acqua per risiedere come molti altri animali nelle città e nelle metropoli, dove è più facile approvvigionarsi. Animale intelligente come pochi il corvo – in particolare il corvo reale – è il protagonista di vari libri usciti da poco opera di etologi e ora anche di un custode di corvi che li cura nella celebre Torre di Londra (si veda il libro Il signore dei corvi di Christopher Skaife, edito da Guanda editore): la leggenda dice che, se vanno via da lì finisce la monarchia. I meno nobili corvi visti affamati in questi giorni alla ricerca del cibo potrebbero forse ritornare ai loro siti abituali e nutrirsi d’insetti, semi, cereali e ghiande. Dieta più sana delle schifezze che trovavano sino a ieri nelle nostre pattumiere.  

KM ZERO. Km 0 al Km 0,5? Sto parlando delle vacanze estive che inizieranno per forza con i primi caldi, in giugno o poco oltre. Km 0,5 significa località vicine, sufficientemente prossime. Sarà la riscoperta dei centri montani e balneari situati a non grande distanza dall’abitazione di residenza, in passato snobbati. Poiché l’Italia è attraversata da due catene montuose che l’innervano, Alpi e Appennini, non c’è quasi regione che non abbia alle proprie spalle siti in cui trovare refrigerio: prati, boschi, sentieri. L’Italia offre molto, dalle Prealpi alle colline che precedono gli Appennini. Naturalmente tutti a debita distanza. Per chi non ama la montagna, dove il distanziamento sembra più facile, si tratterà di trovare località di mare meno affollate, posti dove poter stendere la propria sdraio o l’asciugamano lontano dai propri simili. Sarà meno facile, ma le coste italiane, dal Mar Ligure sino all’Adriatico sono molto lunghe e qualche angolino dove fare il bagno non sarà impossibile trovarlo. Certo il problema rimane nei luoghi più ambiti e frequentati, ma c’è anche la soluzione del canotto, gommone o altra imbarcazione da mettere in acqua nel posto giusto. A remi o a vela o a motore i mari sono percorribili e ampi, e qualcosa di solitario si trova sempre, basta non concentrarsi tutti nel medesimo tratto di costa o di mare. Sarà l’estate dei brevi tragitti, non più le vacanze esotiche in paradisi lontani, dalle Maldive agli atolli del Pacifico. Già qualcuno ha cominciato a cercare affitti estivi entro i confini della propria regione, mentre chi possiede una seconda casa progetta di trasferircisi al più presto con bambini e ragazzi che, dopo due mesi di segregazione forzosa in città, non vedono l’ora di correre all’aperto. È l’autarchia vacanziera, e la ricerca del luogo intermedio. Ora, lo sappiano, tutto è diventato intermedio. Ma visto il virus, è bene così. 

FERRAMENTA. Se non ci fossero state le ferramenta non avrei saputo come fare. Appena isolata Codogno, dove pensate che abbia trovato le mascherine? Dal ferramenta. E i guanti usa-e-getta? Dal ferramenta. E il mio medico dove credete abbia trovato la visiera per proteggere il suo volto dal contagio? Dal ferramenta. Una di quelle visiere trasparenti con il copricapo che si usano insieme al decespugliatore per tagliare l’erba. Lì ha trovato anche la tuta per coprirsi e difendersi dal virus. Tutto materiale fai-da-te con cui ha potuto continuare il suo lavoro di medico di base. La parola “ferramenta” è ottocentesca ed è stata usata da Ugo Foscolo, l’autore di I sepolcri, nel 1807 per indicare il negozio in cui si vendono strumenti di ferro. Chiuse le ferramenta – sostantivo femminile secondo il dizionario – molte attività oggi non sono praticabili. Dove comprare altrimenti chiodi, martello, pinze, cacciaviti, ma anche la vernice per dipingere i muri di casa, i mobili e gli oggetti? Vero che i grandi magazzini e i supermercati sono forniti di queste attrezzature, ma volete confrontarle con la disponibilità di scelta che offre il ferramenta, inteso come il venditore maschio, anche se a volte è una donna, sua moglie? Sono tra i negozi più affascinanti che esistono, dove sono presenti merci molto diverse tra loro: dalle attrezzature per l’idraulica a quelle per il giardinaggio, dalle pentole per la cucina alle scarpe per uso tecnico, dalla viteria alle scale. Non si finisce mai di scoprire cosa si trova in vendita in questo tipo di negozi. In Italia non c’è paese o frazione che non possieda un ferramenta, oggi altrettanto importante di una farmacia, di un alimentari e di un fruttivendolo. Vero che coi farmaci ci si cura e con il pane e la verdura ci si nutre, ma vi assicuro che anche le ferramenta rientrano tra le rivendite di beni essenziali. Per favore riapritele!

METRO. Quello della sarta, del muratore e del fabbro; quello di legno, di metallo e di plastica; quello ripiegabile, quello avvolgibile e quello arrotolabile. Il metro è diventato uno strumento indispensabile di misurazione in questi ultimi mesi dopo essere stato per 228 anni un silenzioso servitore di milioni di persone. Jean-Baptiste-Joseph Delambre e Pierre-François-André Méchain, di professione astronomi, non pensavano certo alla distanza salvifica di un metro quando nel giugno del 1792, nel bel mezzo della Rivoluzione francese, si diressero uno a nord e l’altro a sud su incarico della Assemblea Nazionale per misurare l’arco di meridiano con cui avrebbero poi stabilito la nuova unità di misura universale. Lo scopo era quello di mettere fine al disordine che vigeva in Francia e in Europa riguardo alle varie misure. Furono loro a fissare in un decimilionesimo della distanza tra il Polo Nord e l’Equatore, la nuova unità di misura che “sarebbe stata patrimonio di tutti gli esseri umani”. La storia di quella spedizione attesta che occorsero sette anni ai due per viaggiare con i loro strumenti lungo il mediano che si estendeva da Dunkerque a Barcellona in mezzo a contadini superstiziosi e la diffidenza dell’Assemblea nazionale. Commettono persino un errore, o almeno così accade a Méchain. Se ne accorge e il conseguente senso di colpa lo porta alla follia e poi alla morte. Anni fa, in un libro intitolato La misura di tutte le cose, un professore americano, Ken Alder, ha raccontato la storia di questo semplice strumento cui affidiamo oggi la nostra salvezza rispetto a un organismo invisibile e pernicioso che ha provocato tanti morti in Italia e nel mondo. Il sistema metrico decimale contro il Coronavirus: una sfida che non possiamo perdere. Il nostro grazie ai due astronomi e alla Rivoluzione, che ci ha fornito lo strumento per starne alla larga. Basta solo un metro.

Virus, quella strage tenuta nascosta ​per colpire solo la Lombardia. Perché i media hanno preso di mira la Lombardia? Il racconto a senso unico dell'epidemia: ecco cosa hanno nascosto. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini - Gio, 25/02/2021 - su Il Giornale. Per gentile concessione della casa editrice Historica pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo Codogno, l'incidente della storia tratto da Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia, scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. L'opera, pubblicata l'anno scorso, è un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19. In città si vocifera che, per meritare la giusta attenzione, a Piacenza sia mancata un’immagine come quella dei camion dell’esercito che lasciano Bergamo carichi di bare. Non è il desiderio di fare una gara a chi ha sofferto di più, ci mancherebbe. È solo una constatazione. «Quello che ha passato Piacenza in termini di onda d’urto, non so se altre realtà lo hanno vissuto», sussurrano i medici. «Ma di noi si è parlato troppo poco». Forse ci siamo fissati a tal punto su Alzano Lombardo, Nembro e i paesi della Val Seriana che ci siamo dimenticati qualcosa. O qualcuno. «L’impressione che ho avuto è che per molto tempo Piacenza non venisse neppure menzionata. Nemmeno l’opinione pubblica aveva la percezione di quello che stava succedendo da noi». Patrizia Barbieri, sindaco della città emiliana, il contagio l’ha vissuto sulla sua pelle. Anche un mese dopo aver superato la malattia, la voce è provata da un’esperienza che lei stessa definisce «tutto tranne che una passeggiata». Si è contagiata il 4 marzo, una data che ritorna più volte nel suo racconto come se fosse uno spartiacque. Ci sono un «prima» e un «dopo» il Covid-19. «Un giorno ci siamo svegliati con la notizia che a Codogno era stato trovato il primo caso positivo e in poche ore siamo precipitati a combattere un nemico a mani nude. Molti ritenevano che il virus fosse poco più di una semplice influenza e che bisognava stare calmi, ma noi abbiamo capito subito che non si poteva affatto stare tranquilli». In fondo non potevano certo essere 16 miseri chilometri ad impedire ad un virus altamente contagioso di superare i confini provinciali e infettare ora questo, ora quel Comune. A dividere Piacenza da Codogno ci sono il Po e una ventina minuti di auto. «Superi il ponte e sei in città», ripetono i residenti. Troppo poco per un virus arrivato da un remoto mercato di Wuhan e in grado di diffondersi rapidamente in tutto il mondo. Per uno scherzo del destino, Sar–Cov–2 potrebbe essersi diffuso a Piacenza proprio per colpa del mercato cittadino. Qui il sabato si riversa tutta la bassa lodigiana. Le vie sono strette, le bancarelle si affiancano. La calca è inevitabile. La settimana precedente all’esplosione del primo focolaio italiano, centinaia di famiglie da Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini camminano spalla a spalla con i piacentini. Fanno compere. Probabilmente si contagiano a vicenda. (...) «Le due realtà vivono in maniera molto stretta, perché per socialità e motivi di lavoro siamo due comunità che si frequentano tantissimo», ci racconta Barbieri. Gli studenti lodigiani vanno a scuola nei licei piacentini. I malati preferiscono l’ospedale emiliano a quello di Lodi. È un fatto storico, di abitudini. Eppure per almeno un giorno, dal 21 al 22 febbraio, in attesa delle decisioni delle autorità, dai Comuni del focolaio ci si muove senza impedimenti. Quando quella stessa sera il governo annuncia finalmente la volontà di trasformare i dieci paesini lodigiani in «zona rossa» è ormai troppo tardi. Piacenza è già infetta. Quel fine settimana si sarebbe dovuta giocare Piacenza–Sambenedettese, valida per il campionato di serie C, e la Bekery Basket avrebbe dovuto sfidare Jesi. L’annullamento delle partite avrà forse salvato decine di vite. Ma non ha potuto evitare l’ecatombe. Il paradosso infatti è che qui, nonostante la poca attenzione mediatica concentrata sulla Lombardia, si è ripetuto l’identico copione di Alzano Lombardo e della Val Seriana, diventate, secondo la percezione comune, le zone più colpite dall’epidemia. Il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui i medici dell’ospedale «Pesenti Fenaroli» scoprono che sta per arrivare loro addosso uno tsunami, il nosocomio di Piacenza riscontra il primo caso positivo. È una signora di 82 anni di Codogno. Quando arriva l’esito del test, l’onda si è ormai abbattuta sulla città. Il giorno dopo, una domenica, i casi saranno già nove tra cui due medici e un’infermiera. Nelle stesse ore, nella Bergamasca, gli infetti sono ancora soltanto quattro. «In 24 ore il nostro stato d’animo è cambiato drammaticamente – ricorda il primario Luigi Cavanna – Tutti avevamo la percezione che stesse succedendo qualcosa di importante. Giorno dopo giorno al Pronto Soccorso arrivavano pazienti con una grave insufficienza respiratoria, che dovevano essere attaccati all’ossigeno, ventilati oppure trasferiti in rianimazione. Erano sempre più numerosi, decine, anche 70 o 80 casi di broncopolmonite al giorno. L’ospedale era saturo di malati e dovevamo trovare un posto dove metterli». Come ad Alzano Lombardo, nemmeno l’ospedale di Piacenza verrà mai chiuso. Come giusto che sia. Il racconto lo fa un’infermiera, che chiede di rimanere anonima: «Fino a lunedì 24 febbraio non era stato realizzato alcun triage sicché al Pronto soccorso affluivano indistintamente persone che denunciavano febbre e tosse sia altri con differenti tipi di disturbi». I pm avviano quasi subito accertamenti per far luce sull’epidemia, in particolare sulla carenza di dispositivi di protezione individuale per i sanitari. È la prima procura a muoversi, ma non fa scalpore come in Lombardia. «Fatalmente in molti casi si sono verificati contagi sia tra il personale medico ed infermieristico, sia tra coloro che erano stati al pronto soccorso – continua l’infermiera – Molti di questi ultimi, dimessi magari poche ore dopo, se ne sono andati a casa e qui hanno finito per contagiare oltre a se stessi anche i familiari. E da lì che è iniziata la catena di Sant’Antonio. Per di più alcuni malati venivano inviati nella fase iniziale dal pronto soccorso al reparto di medicina interna e solo successivamente, a risultato del tampone noto, si scopriva che erano affetti da coronavirus». Basti pensare che il 26 febbraio le cronache registreranno già sette positivi tra medici, infermieri e operatori sanitari. Ed è solo la punta dell’iceberg. Ci vorranno due mesi prima che l’Italia si accorga del «caso piacentino». Succede quando media e scienziati iniziano ad osservare la curva dei contagi valutando non solo i numeri assoluti, ma anche l’incidenza che il virus ha sulla popolazione residente. A fine aprile il Piacentino conta oltre 3500 positivi e più di 800 decessi certificati Covid-19. Sembrano numeri distanti da Bergamo, che nelle stesse ore piange quasi 3mila morti e 11mila infetti. Ma se si osserva l’entità dell’epidemia in rapporto al numero di abitanti, allora il quadro cambia. Qui abitano solo 287mila persone, nella Bergamasca oltre 1,1 milioni. In tutte le statistiche Piacenza supera i territori di Alzano e Nembro per morti e contagi. Fuori dai freddi numeri significa che i piacentini hanno più probabilità di infettarsi, ammalarsi. Morire. A fine marzo i sindaci della provincia sfogliano i registri dell’anagrafe per scoprire che, se nel primo trimestre del 2019 erano spirate 1126 persone, quest’anno i cimiteri hanno accolto 2187 corpi. Il doppio. Solo a marzo se ne sono andati in 1428, di cui almeno 502 senza una spiegazione. Nessuno li ha mai sottoposti a tampone. «Un giorno – ci racconta Cavanna – mi ricordo di essere entrato in Pronto soccorso per visitare un mio amico che poi non ce l’ha fatta, un amico giovane, di 55 anni. Parlavo con i miei colleghi e il sibilo dell’ossigeno ci entrava nell’orecchio. Sembrava quasi di vedere una cortina di fumo. Era tutto molto difficile. Ho perso degli amici, amici che non avrei mai pensato potessero morire. Amici che magari vedi al mattino, parli con loro e poi al pomeriggio iniziano a non respirare più». Il primario è abituato alla morte, alla sofferenza che modella i volti dei malati oncologici. Eppure vedere cadere i pazienti uno dietro l’altro, uccisi come birilli dal virus, gli lascia un segno indelebile. «Ho avuto l’impressione che ci trovassimo di fronte a qualcosa mai visto prima. Faceva paura. Le ambulanze arrivavano in fila a portare altri malati, io mi guardavo intorno, incrociavo gli oc- chi dei colleghi: avevamo la percezione di non farcela, talmente tanti erano i ricoverati in quei lettini di fortuna. Un giorno era così, l’altro pure e quello dopo di nuovo. Piacenza ha subito un’onda d’urto che solo chi l’ha vissuta può capirla». Solo a fine aprile uno studio dell’Università Vita–Salute del San Raffaele di Milano dà forma alle lacrime versate dai cittadini e riconsegna un po’ di attenzione alla città dimenticata. Analizzando i dati della Protezione civile su Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Val D’Aosta, gli analisti scoprono che in cima alla funerea classifica del tasso di mortalità cumulativa c’è proprio Piacenza con 258,5 vittime ogni 100mila abitanti. Seguono Bergamo con 255,9, Lodi con 247,8 e Cremona con 247,4 morti ogni 100mila residenti. A seguire Brescia (170,9), Pavia (150,9), Parma (132,6), Mantova (114,1), Alessandria (108,0), Lecco (105) e Sondrio (100,8). Se nella Bergamasca il rapporto contagio/popolazione è dello 0,98%, nel Piacentino si atte- sta all’1,25%. Per gli amanti delle statistiche, significa che la Val Seriana ha sepolto un cittadino ogni 382 residenti, Piacenza uno ogni 353. Ma sono nomi, non numeri. Tra le vittime ci sono Giovanni Malchiodi, sindaco di Ferriere; Nelio Pavesi, consigliere comunale leghista; don Paolo Camminati, 53 anni, uno dei tanti parroci diocesani richiamati dal Padre. È un lungo corteo di funerali mai celebrati. Nei primi venti giorni di marzo, il forno crematorio di Piacenza vede sfilare carri funebri ad ogni ora. All’interno non c’è spazio per le salme e la Croce rossa militare è costretta a montare celle frigorifere da campo poco fuori l’ingresso. Sul posto arriva anche il nucleo di recupero dei corpi senza vita, che normalmente si attiva per catastrofi e terremoti. Se non vi basta, sappiate che nel pieno dell’emergenza anche sui giornali locali piacentini ogni giorno si sfogliavano sette pagine di necrologi fitti. Proprio come a Bergamo.

Fontana: "Mascherine? Avevo ragione io Ora basta stillicidi settimanali". Attilio Fontana venne attaccato ferocemente per il video con la mascherina il 26 febbraio 2020: a un anno di distanza ricorda quel momento. Francesca Galici - Ven, 26/02/2021 - su Il Giornale.  Un anno fa, la Lombardia e l'Italia erano appena piombati nell'incubo del coronavirus. Ancora non si sapeva contro cosa si sarebbe dovuto combattere e, soprattutto, per quanto. Si viveva con l'incubo dell'aumento dei contagi e dei morti che iniziavano a essere segnati come Covid. Attilio Fontana e la sua giunta sono stati i primi in Italia ad attuare le misure di contenimento contro il coronavirus ed esattamente un anno fa faceva il giro del web l'immagine del governatore della Lombardia con indosso una mascherina chirurgica. Erano i giorni della confusione, degli esperti che sconsigliavano di indossarla. Attilio Fontana venne deriso per quel gesto simbolico e oggi, a un anno esatto di distanza, si toglie qualche sassolino dalle scarpe. "Il 26 febbraio 2020 una collaboratrice risultò positiva al Covid; annunciai di dover entrare in isolamento utilizzando anche la mascherina per proteggere me stesso e chi mi era vicino. Ricordate le critiche per quel gesto che, allora come oggi, era il semplice rispetto delle regole e del buon senso?", esordisce Fontana in un post condiviso sul suo profilo Facebook, dove ha caricato un'intervista video realizzata di recente. "Un anno fa mi ero reso conto della gravità di quello che rischiava di succedere, non perché avessi una particolare conoscenza ma perché avevo esaminato con attenzione le dichiarazioni del presidente della Cina, che aveva denunciato come il Covid fosse la più grave emergenza sanitaria della storia della Cina", ha proseguito il governatore, che poi sottolinea come "da sempre la mascherina è stata individuata come mezzo per proteggersi e per difendere gli altri dalla circolazione di qualunque tipo di virus, non era una prospettiva molto difficile da prevedere". Nonostante il gesto di buon senso, "si sono scatenati contro di me e si è scatenata una parte dell'opinione pubblica contro la Lombardia, in maniera del tutto gratuita". È passato esattamente un anno da quel momento, l'Italia è ancora stretta nella morsa del coronavirus, ma a differenza di quei drammatici momenti "abbiamo un grandissimo vantaggio, abbiamo delle cure migliori, più efficienti, più mirate a combattere il virus e soprattutto abbiamo la prospettiva di una vaccinazione che sarà l'unico mezzo attraverso il quale sconfiggere in virus". Tuttavia, la strada d'uscita della pandemia è ancora lunga e non certo semplice da percorrere. Attilio Fontana sottolinea che "dobbiamo avere più dosi di vaccini" e che "dobbiamo insistere perché il nostro Governo riesca a ottenere una maggiore quantità di vaccini per potere fare questa operazione su tutta la popolazione, che ci porterebbe alla vittoria sul virus". Non è finita, per questo il governatore chiede pazienza e attenzione ai suoi cittadini: "Finché non ci sarà la conclusione della campagna vaccinale, si dovrà sempre prestare molta attenzione". Oggi, Attilio Fontana ha comunicato il nuovo ingresso della Lombardia in zona arancione a causa dell'aumento dei contagi: "Prendiamo atto della decisione, ma è arrivato il momento che i tecnici e gli scienziati studino e poi ci dicano in modo chiaro e definito come superare questo stillicidio settimanale attraverso regole stabili e sicure. Le informazioni scientifiche ormai ci sono. I cittadini e le imprese devono essere garantiti nella vita quotidiana con un orizzonte più lungo della verifica settimanale". Il governatore sottolinea la necessità della programmazione di ampio raggio: "Il nuovo Governo può dare un importante segnale di discontinuità su questo tema e - sono certo - avrà al suo fianco le regioni, ha dichiarato Fontana". Un ulteriore sforzo per la Lombardia, anche se "sappiamo molto bene quali sono i comportamenti non pericolosi e quelli compatibili con le diverse attività sociali ed economiche, a patto di seguire le regole che tutti ci siamo dati. Auspico quindi che si lavori su questo trovando un equilibro tra la necessità di garantire da un lato la sicurezza sanitaria e, dall'altro, la tenuta del sistema economico".

Rivincita di Fontana (dopo un anno). Sulle protezioni aveva ragione lui. La prudenza del governatore fu distorta da Pd, 5s e virologi. "Avevo capito la gravità". Alberto Giannoni - Sab, 27/02/2021 - su Il Giornale. Milano Una «sceneggiata» «totalmente inappropriata», una cosa «mai vista», un «errore marchiano». Compie un anno oggi il primo linciaggio contro Attilio Fontana, ed è una ricorrenza che dovrebbe far impallidire tanti. Il governatore lombardo fu demonizzato per la scelta (dovuta) di indossare la mascherina. Ora si prende una amara rivincita: aveva totalmente ragione lui, quasi da solo. Eppure fu fatto bersaglio di una campagna ostile scriteriata. Massacrato dalla sinistra chi non voleva fermare le città, delegittimato da esperti tanto confusi quanto assertivi, deriso da opinionisti e influencer. Sono gli stessi: allora si divertivano a fare battute sulle precauzioni, sui timoni, sulla «paura degli involtini primavera», poi sarebbero diventati i fustigatori massimi degli italiani accusati di non avere abbastanza paura. Un enorme abbaglio per cui nessuno ha chiesto scusa. «Mi ero reso conto della gravità di quello che stava per succedere - ha rivelato ieri Fontana - perché avevo esaminato con attenzione le dichiarazioni del presidente della Cina». Fontana aveva capito che la cosa «non si poteva prendere sottogamba». «Non era una prospettiva difficile - minimizza oggi - eppure si sono scatenati contro di me, come una parte dell'opinione pubblica si è scatenata contro la Lombardia, in maniera un po' gratuita». Era il 26 febbraio 2020, 5 giorni dopo il paziente 1, una sera delle più drammatiche fra tante giornate nere segnate dal Coronavirus come allora si chiamava. Una conferenza stampa fu prima rinviata e poi annullata per «alcune verifiche sanitarie su un dipendente regionale». Adesso sta bene, ma quel giorno era risultata positiva. Si trattava di una stretta collaboratrice di Fontana e il governatore, pochi muniti prima delle 22, con una breve diretta video annunciò la sua quarantena: «Mi atterrò a quelle che sono le prescrizioni date dall'Istituto Superiore di Sanità». E alla fine indossò una mascherina chirurgica, oggi normale per milioni di persone. «Quando mi vedrete così non spaventatevi» disse. Apriti cielo. Quel messaggio che voleva essere trasparente e - per quanto possibile - anche rassicurante, fu distorto. E quella scelta di prudenza fu letteralmente fatta a pezzi. «Totalmente inappropriata» la definì il consulente ministeriale Walter Ricciardi in un tripudio di applausi televisivi. «Le mascherine alla persona sana non servono a niente» avvertiva. Subito gli faceva eco l'incauto Danilo Toninelli, 5 Stelle: «Assolutamente da evitare» scandiva esaltato con tono professorale. Ma si scatenò anche Carlo Calenda («Quello gioca con la mascherine - diceva il leader di Azione - in una situazione del genere è delittuoso»). «Ma l'avete mai visto in un Paese normale un governatore di Regione che si mette lì con la mascherina?» chiedeva con la consueta sicumera Andrea Scanzi. «Trova le differenze», recitava uno sciagurato «volantino» del Pd ancor oggi visibile in rete. Raffigurava da un lato Fontana con la mascherina e dall'altro il sindaco Giuseppe Sala illuminato da un sorriso sornione e ottimista, e dal motto «Milanononsiferma». Il capogruppo lombardo Fabio Pizzul dichiarò che Fontana aveva «amplificato in modo incalcolabile i danni economici dell'emergenza»), il consigliere Pietro Bussolati parlò di «errore marchiano». E intanto i sindaci dem mettevano a punto iniziative per aprire i musei «contro la paura», o per promuovere le visite in città o per «abbracciare i cinesi». E il segretario Nicola Zingaretti sbarcava sui Navigli per l'aperitivo. «Il virus è il razzismo» diceva un partito intero. «La sola mascherina è la cultura» sentenziavano le cosiddette «Sardine». Giudizi affrettati, ideologici, superficiali. Gigantesche cantonate firmate da chi non avevano capito niente di ciò che stava accadendo e dava lezioni. Avrebbero continuato a farlo anche dopo, in senso opposto. Continuano a farlo oggi e lo faranno probabilmente anche quando si tratterà di scrivere (o meglio riscrivere) la storia del Covid in Italia.

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 25 febbraio 2021. Era il 19 febbraio 2020 e l'Atalanta dominava il Valencia negli ottavi di Champions. L' entusiasmo dei tifosi bergamaschi, al Meazza di Milano, era alle stelle e altrettanto, si è accertato dopo, la diffusione del virus. È passato un anno, stessa scena. Con l' aggravante che in mezzo ci sono stati 6.000 morti in due mesi in provincia di Bergamo, un' inchiesta della Procura e le bare portate via dai camion dell' esercito. La sera del 18 marzo la città era in quarantena da ormai dieci giorni, le strade deserte e silenziose e una dozzina di mezzi militari sfilavano da un ingresso laterale del cimitero. A bordo c' erano le salme portate a cremare in altre regioni, per ritrovare i loro cari le famiglie hanno impiegato settimane. Ricordi che sembrano cancellati. Alle cinque di ieri pomeriggio, a quattro ore dall' inizio della partita di Champions contro il Real Madrid, nei pressi dello stadio si sono radunati circa 200 tifosi dell' Atalanta per una manifestazione non autorizzata. E questo nonostante gli appelli a essere «vicini alla squadra ma davanti alla televisione» lanciati dal direttore dell' Agenzia per la tutela della salute della città, Massimo Giupponi.

BOMBA EPIDEMIOLOGICA. I sostenitori nerazzurri, tra cori, bandiere e striscioni, si sono concentrati al Baretto di viale Giulio Cesare, di fronte alla tribuna Rinascimento, abituale luogo di ritrovo della tifoseria organizzata, anche dopo che la società nel primo pomeriggio ha esortato alla calma: «Atalanta-Real Madrid: questa sera seguiamo la nostra squadra del cuore da casa, per proteggere noi e gli altri dal contagio del Covid-19 e della sue varianti». Il raduno è stato innescato da un tamtam della vigilia sui gruppi whatsapp ed è il secondo in epoca di restrizioni anti Covid dopo quello a Zingonia il 10 febbraio scorso, alla partenza del pullman sociale verso lo stadio prima della semifinale di ritorno di Coppa Italia con il Napoli. Adesso si replica, con due ali di folla che accolgono l' Atalanta al suo arrivo al Gewiss stadium, fumogeni e petardi compresi. Senza distanziamento, naturalmente, e non tutti con la mascherina. Eppure, tra gli accertamenti svolti dalla Procura di Bergamo che indaga sulle eventuali responsabilità sulla strage causata in provincia di Bergamo dal coronavirus, c' è la partita fotocopia di un anno fa. «Una bomba epidemiologica», l' hanno definita i virologi. Gli investigatori hanno tracciato i luoghi a rischio da cui potrebbe essere partita la devastante catena di contagi e l' incontro a San Siro del 19 febbraio di un anno fa è stato messo sotto osservazione. I pm hanno acquisito l' elenco dei tifosi per ricostruire chi era allo stadio, a bordo di quali mezzi è arrivato e da dove proveniva, mettendo a confronto i dati con quanti contagi si sono verificati nelle aree di origine dei sostenitori della squadra. L' Atalanta ha fornito informazioni sulla composizione di circa 40 pullman che hanno raggiunto lo stadio milanese da varie zone della provincia orobica, ma le indagini hanno preso in esame anche il flusso di persone in arrivo all' aeroporto di Orio al Serio che giungevano da numerosi Paesi esteri prima del lockdown.

Mattia Maestri, il «Paziente 1» un anno dopo: «Voglio solo vivere e dimenticare». Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 20/2/2021. Ritratto di Mattia Maestri, 39 anni, a lungo considerato il «paziente 1» della pandemia in Italia: risultò positivo al virus il 20 febbraio 2020. «Voglio solo dimenticare». A un anno dalle ore 20 del 20 febbraio 2020, il momento esatto in cui all’ospedale di Codogno arriva l’esito del tampone ed è positivo, Mattia Maestri lo ripete come un mantra: «Verso i dottori che mi hanno salvato ho un debito di riconoscenza enorme, ma io ora voglio solo dimenticare». Il 39enne accetta qualche giorno fa un collegamento su Zoom solo per discutere dell’idea di girare un video sul suo ultimo anno, nessuna intervista si raccomanda, presente anche Raffaele Bruno, l’infettivologo del San Matteo di Pavia che per lui ormai è un secondo padre (anche se il medico, 54 anni, preferisce considerarsi un fratello maggiore, per non rimarcare troppo la differenza d’età). La proposta sarà rifiutata. «Tutti mi cercano — dice —. Mi offrono persino eventi a pagamento. Ma l’unico mio desiderio è tornare una volta per tutte alla mia vita normale». 22 febbraio 2020, due persone con la mascherina nel centro di Codogno, vicino a Lodi. Nella città del paziente 1 l’allerta è massima. Anche la moglie (incinta) e un amico sono positivi. Dopo di loro, vengono confermati altri casi in Lombardia e in Veneto. Il giorno successivo, il governo istituisce le prime “zone rosse”: Codogno, altri dieci centri del lodigiano e Vo’ Euganeo, in Veneto, vengono isolati. Il sindaco di Codogno, Francesco Passerini, dichiara di non avere ancora ricevuto istruzioni logistiche da Roma: «Chi si occuperà delle provviste e dei trasporti medici?». Proprio il bisogno di essere lontano dai riflettori lo spinge adesso, nelle ore di una ricorrenza maledettamente scolpita nel calendario della storia, ad allontanarsi per un po’ dall’abitazione di Codogno, a 10 minuti d’auto da Casalpusterlengo, dove lavora come ricercatore della multinazionale Unilever: «In questi giorni non sono a casa», sottolinea ieri nell’ultimo WhatsApp a cui risponde. Anche se in più di un’intervista nei mesi passati Mattia assicura che non gli dà fastidio essere definito come il «paziente 1», evidentemente a lungo andare questa etichetta gli sta pesando come un macigno: «Io sono la prima persona in Italia a cui il Covid è stato diagnosticato — dice —. Non il primo infetto». È un po’ come se volesse prevenire l’accusa insensata di qualcuno che lo può ingiustamente identificare come colpevole di chissà che cosa. L’ultima apparizione in pubblico la fa il 3 febbraio insieme con la moglie Valentina e la figlia Giulia di dieci mesi nel suo Comune, per la celebrazione del patrono cittadino san Biagio, occasione in cui tutti gli anni il sindaco Francesco Passerini consegna le benemerenze civiche. Stavolta la medaglia d’oro e la pergamena è dedicata «a tutta la comunità di Codogno per la resilienza individuale durante l’emergenza Covid-19». A ritirarle per tutti non può essere che lui, Mattia. Nel corso dei mesi tutto quel che lo riguarda è oggetto di articoli e servizi tv per un semplice motivo, che gli spiega per la prima volta Roberto Rizzardi, il rianimatore del San Matteo ammalato di Covid, con cui Mattia condivide la stanza una volta uscito dalla Rianimazione: «Tutti hanno fatto il tifo per te, sei diventato un simbolo». Ma ricordargli oggi, per l’ennesima volta, che è il simbolo di chi ce l’ha fatta non serve a smuoverlo dalla voglia di dimenticare. Nell’Italia di quei giorni, perfino i bollettini medici che riportano che le sue condizioni sono stazionarie fanno sperare che andrà tutto bene. Chissà se qualcuno ancora ci crede. «Vivo le cose della vita con un po’ più di distacco», confessa Mattia ad Annalisa Malara una delle ultime volte in cui i due si sono sentiti. Oggi Mattia è un sopravvissuto che desidera soprattutto dare serenità alla sua famiglia. Riflette la Malara, da qualche giorno anche lei assunta al San Matteo: «Ha ben chiaro quali siano i veri valori». Il ritorno alla vita ha il nome di Valentina e Giulia, ma allo stesso tempo non è facile superare la morte per Covid-19 del padre Moreno, scomparso proprio alla Festa del papà, lo scorso 19 marzo, dopo settimane in cui quattro componenti della famiglia Maestri, contando anche la piccola Giulia, si trovano in tre diversi ospedali della Lombardia. Un incubo che, come in ogni famiglia che in questo lungo anno piange morti o teme per la vita delle persone più care, Mattia vuole solo buttarsi alle spalle. 8 marzo 2020: Viale Forlanini, a Milano, (quasi) completamente deserto. Sullo sfondo l’aeroporto di Linate. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo il governo ha blindato la Lombardia e le altre zone del Nord Italia più a rischio contagio e immagini come questa - strade, piazza, viali e parchi vuote di traffico e persone - iniziano a diventare la triste normalità. Certo, lui è nato per correre. Con il pallino per le maratone e la passione per il calcio a cui gioca con gli amici (e guarda in tv tifando Milan). Così, se esistesse una colonna sonora nella vita di ognuno di noi, la sua sarebbe Born to Run di Bruce Springsteen. È la convinzione di Bruno che, nel libro Un medico scritto con il giornalista di Sky Tg24 Fabio Vitale, racconta numerosi retroscena sulla ripresa di Mattia. Il 4 settembre il giovane torna a giocare su un campo di calcio in un triangolare tra la nazionale dei sindaci, politici della ex zona rossa e volontari della Protezione civile. «Oggi può fare tranquillamente sport», assicura Bruno. Di certo, Mattia avrà anche gustato il piatto di gnocchi con gorgonzola o la pizza con cipolla e salamino piccante tanto desiderati subito dopo essere uscito dalla terapia intensiva. Ma alla fine, oggi come allora, la sua lezione è racchiusa nel messaggio diffuso il 21 marzo all’uscita dall’ospedale: «Da questa mia esperienza le persone devono capire che la prevenzione è indispensabile per non diffondere il virus. Io voglio dimenticare questa brutta esperienza e tornare alla normalità». In fondo è quello che vogliamo tutti noi.

Coronavirus, Simona, l'infermiera che curò il paziente 1: "Volontaria per l'emergenza in Umbria. Qui la mia mia nuova Codogno". Antioco Fois su La Repubblica il 24/2/2021. Simona Ravera,53 anni, l'infermiera che curò il paziente 1 a Codogno, un anno fa, ora volontaria in Umbria. Assegnata alla "terapia intensiva 2" del Covid hospital di Spoleto, è tra i 19 sanitari lombardi, veterani della prima ondata, arrivati di rincalzo a Perugia e al San Matteo degli Infermi la sera del 21 febbraio, a un anno dalla notizia dell'esordio del virus. "La mia nuova Codogno è l'Umbria, a un anno esatto da quando tutto è cominciato". È un fiume in piena Simona Ravera, 53 anni, infermiera dell'ospedale che ha vissuto l'innesco della pandemia in Italia, appena smontata dal primo turno di servizio sul nuovo fronte caldo del Covid. Nell'Umbria zona rossa per tre quarti, diventata epicentro delle varianti, dove otto infezioni su dieci sono attribuite a "brasiliana" o "inglese" e una rete ospedaliera piegata dall'ondata anomala di contagi ha chiesto personale in prestito alle altre regioni. La volontaria assegnata alla "terapia intensiva 2" del Covid hospital di Spoleto è tra i 19 sanitari lombardi, veterani della prima ondata, partiti col camice in valigia e arrivati di rincalzo a Perugia e al San Matteo degli Infermi la sera di domenica scorsa, il 21 febbraio, a un anno dalla notizia dell'esordio del virus a Codogno.

Lei ha vissuto il pieno della prima ondata. Perché affrontare un'altra emergenza in Umbria?

"Quando ho saputo dell'esigenza di personale sanitario non sono riuscita a sottrarmi al senso del dovere. L'Umbria è la mia terra d'origine, sono nata a Perugia, e quando l'ho saputa sofferente mi è sembrava naturale rispondere".

Siete arrivati il 21 febbraio, a un anno esatto dalla notizia del "paziente uno" a Codogno. Crede nelle coincidenze?

"Non sono potuta rimanere indifferente all'anniversario di un evento che ho vissuto in prima persona. Ricordo il caos e l'incertezza di quei giorni, ho sentito che a distanza di un anno la chiamata per l'Umbria mi riguardava. Non poteva essere un caso".

Cosa ricorda di quella giornata?

"Il 20 febbraio era un normale giovedì, ero di turno il pomeriggio. Sono arrivata in anticipo e ho visto la porta antipanico stranamente sbarrata e il segnale di emergenza in corso. Ho approfittato per prendere un caffè ed è finita che sono uscita dall'ospedale due giorni dopo".

Cos'è successo quel pomeriggio?

"Appena entrata in reparto, il nostro responsabile ci ha detto di vestirci e tenerci pronti. C'era un caso fortemente sospetto, un giovane affetto da sindrome respiratoria in insufficienza acuta. Abbiamo blindato l'ospedale, bloccato la turnazione e richiamato in servizio il personale del mattino. È iniziato così un turno di 48 ore. In serata è arrivata la conferma del tampone: Mattia era positivo al Covid. Dopo mezzanotte la notizia è uscita sulla stampa".

Quindi ha curato il "paziente uno"?

"Sì, ero tra quegli infermieri che da subito se ne sono occupati e hanno garantito il turnover a oltranza. Poi un'équipe del Sacco di Milano ci ha confermato che le procedure da noi adottate erano giuste".

Nella prima ondata non si conosceva niente del Covid, adesso l'incognita è un nemico che muta. Ha paura delle varianti? 

"Ho fatto il vaccino, dovrei essere coperta almeno per quella 'inglese'. Le varianti sono altamente contagiose, ma non significa altamente letali. Utilizzo i dispositivi di protezione e non dovrei infettarmi. Quindi non devo nemmeno avere paura".

La sua famiglia era d'accordo per la sua partenza?

"I miei genitori hanno fatto di tutto per dissuadermi, sono terrorizzati dalle varianti. Mio marito e mia figlia adolescente, Bianca, non ci hanno nemmeno provato, sanno che la mia missione adesso è in Umbria. Prima che partissi abbiamo scritto assieme una guida su come amministrare la casa, dalle pulizie all'utilizzo della lavatrice. Bianca mi ha scattato una foto mentre salivo sul treno e mi ha mandato un messaggino: 'Sono orgogliosa, sei un esempio di vita per me'. Sarà un mese molto lungo. Ma basta adesso, non mi faccia commuovere".

Come ha trovato la situazione in Umbria?

"La crisi c'è e si sente, ma se penso a quello che abbiamo vissuto nel Lodigiano nelle prime settimane, al viavai continuo di ambulanze, qua mi sembra una condizione tutto sommato affrontabile".

E in ospedale a Spoleto?

"C'è una piccola terapia intensiva, come a Codogno. Il carico assistenziale è notevole, ma non posso entrare nel merito delle criticità".

In Umbria la curva negli ultimi giorni sembra rallentare, mentre in Lombardia proclamano zone arancioni "rafforzate". Non ha paura che riaccada tutto da capo?

"Sono molto preoccupata, la pandemia sembra ripercorrere lo stesso ciclo 'stagionale' dell'anno scorso, ma adesso siamo più preparati e abbiamo i vaccini. Un mese è lungo, intanto per questi 28 giorni la mia casa è l'Umbria, la mia nuova Codogno".

La rivolta contro Oms e governo. Così Zaia svegliò l'Italia sul Covid. Un anno fa il primo decesso a Vo'. Il governatore e i suoi scienziati rompono i protocolli: gli sms da cui è nato tutto. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini - Mar, 23/02/2021 - su Il Giornale. Per gentile concessione della casa editrice Historica pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo Codogno, l'incidente della storia tratto da Il libro nero del coronavirus - Retroscena e segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia, scritto da Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini. L'opera, pubblicata l'anno scorso, è un viaggio a ritroso che svela al lettore tutti gli errori commessi nella lotta al Covid-19. Si dice che la storia, beffarda e imprevedibile, tenda a ripetersi nel corso dei secoli. Era il 1423 quando la Repubblica di Venezia aprì il primo lazzaretto della storia. Si trovava su un’isola nella laguna centrale della città, vicina al Lido e di fronte al bacino di San Marco. Due ettari e mezzo, 8.500 metri quadri edificati, il primo e vero ospitale nel mondo dedicato esclusivamente all’isolamento e alla cura dei malati di peste. Dal nome dell’isola, dedicata a Santa Maria di Nazareth, derivò prima il termine Nazaretum poi trasformato dal senso comune in Lazzaretto, forse a causa della vicina isola dedicata a San Lazzaro. Una parola che entrerà nella storia, simbolo delle tante battaglie contro le pestilenze che città, Stati e continenti si troveranno via via a combattere. Pochi anni dopo, nel 1468, il Senato della Serenissima fece edificare su un’altra isola anche il lazzaretto nuovo, per distinguerlo dal vecchio, con il compito di prevenire i possibili contagi della peste. È proprio qui che venne inventata la «quarantena», cioè quaranta giorni di isolamento, per le navi che da tutti i posti del Mediterraneo portavano le merci all’ombra di San Marco. Il paragone col presente potrà apparire audace, forse addirittura forzato. Ma le coincidenze con le scelte «innovative» fatte dal Veneto nella battaglia al coronavirus sono più di una. Innanzitutto dalle parti di Padova non esitano neppure un secondo a «mettere in quarantena» Vo’, riducendo contagi, infetti e decessi. Poi la Regione avvia una vera e propria sfida al mondo scientifico, all’Oms e ai consulenti del governo sulla realizzazione dei tamponi. Mentre a Roma e a Ginevra si predica il Vangelo secondo l’Oms di fare test per il coronavirus solo ai sintomatici con una storia epidemiologica a rischio, Zaia decide di disobbedire. I virologi dicono che i tamponi a tappeto sono «inutili» se non «dannosi»? Il Veneto li implementa. In tutto il mondo governa lo scetticismo sulla possibilità che il virus cinese arrivi in Occidente? Le aziende sanitarie regionali si attrezzano acquistando reagenti per il test a prezzi stracciati, prima che la corsa al tampone li trasformi in beni di prima necessità e ne faccia lievitare il costo. In Italia criticano la strategia di sottoporre tutti agli esami diagnostici? Il governatore risponde «me ne frego» e va per la sua strada. Ne nascono critiche, scomuniche scientifiche, baruffe politiche. Poi il morbo dilaga, l’Italia finisce in lockdown, gli esperti cambiano parere e al «Modello Veneto» viene pian piano riconosciuta una certa validità. Numeri alla mano, pare proprio che abbia portato risultati. Quando sull’Italia si abbatte prima il ciclone Codogno e poi quello di Vo’, il governatore Zaia prende subito una decisione controcorrente: «Decisi, di fare i famosi tamponi a tutti i tremila abitanti di Vo’. Tutti dicevano che non bisognava farli, ho avuto un sacco di attacchi nei giorni successivi, però pensai subito che siamo davanti a un virus che non conosciamo, abbiamo i primi due cittadini contagiati...». Nell’immediato vengono realizzati 2.812 test e i risultati sono inaspettati: 73 positivi, il 2,6% della popolazione, ma non tutti conclamati. «Con i tamponi – spiega Zaia – abbiamo trovato alcuni positivi al coronavirus asintomatici, molti dei quali non conoscevano neanche i famosi primi due contagiati, ammesso e non concesso che fossero i primi due». Tradotto: tra gli infetti, 30 persone, il 41.1%, non presentano alcun sintomo. La squadra di Crisanti si mette allora al lavoro per ricostruire legami personali, parentele, contatti, nella speranza di poter contenere la diffusione. «È stata una scoperta straordinaria, perché se noi avessimo lasciato quelle persone a piede libero e non in isolamento fiduciario avremmo avuto degli untori inconsapevoli». La scoperta veneta inficia le convinzioni fino a quel momento radicate nel mondo scientifico, soprattutto italiano (ma anche della sanità veneta). Nei primi giorni tutti sono concentrati a indagare lo stato di salute di chi presenta tosse, febbre o congiuntivite. Nessuno invece si preoccupa degli asintomatici, ovvero la massa di persone positive al virus, potenzialmente contagiose, ma abbastanza fortunate da non sviluppare i sintomi dell’infezione. Nessuno pensa di fare una mappatura di massa, per capire se ci siano a «piede libero» individui senza sintomi, ma comunque infetti e potenzialmente contagiosi. Qualche giorno dopo, il cellulare di Zaia inizia a squillare e dall’altra parte della cornetta sente per la prima volta la voce di Crisanti. «Non me l’ha presentato nessuno, mi sono fatto dare il suo numero e l’ho cercato io – ha raccontato il virologo – Fu una lunga telefonata. La fortuna non esiste: chiamiamo così l’incrocio delle persone giuste, al momento giusto, nelle condizioni giuste». Crisanti chiede al governatore di ripetere l’esperimento dei Covid–test su Vo’ alla fine della quarantena, convinto che servano dati più precisi per poter decidere quali politiche intraprendere. Zaia si convince rapidamente e mette a disposizione del virologo 150mila euro per ripetere l’esperimento. La decisione permetterà di creare un caso unico al mondo: Vo’ è infatti il solo cluster chiuso con casi di infezione che sia stato sottoposto a tamponi di massa per due volte consecutive, a 14 giorni di distanza. I risultati diranno che la decisione di controllare tutti e isolare gli infetti ha funzionato: vengono trovati 29 positivi, di cui solo 8 «nuovi» casi e il 44.8% ancora asintomatici. Ma intanto la maggior parte dei contagiati si è negativizzata. «Noi a differenza di Codogno abbiamo potuto fare i tamponi a tutti», ci spiega il sindaco Martini. «Così scovando gli asintomatici e mettendoli in isolamento fiduciario siamo riusciti ad abbassare l’indice di contagio». Crisanti lo annuncia «in via confidenziale» al governatore via sms, spiegando che in una prima fotografia «il tasso di reinfezione» è sceso «all’1 per mille dal 3 per cento iniziale». «La sorveglianza attiva funziona», afferma il virologo annunciando entro un paio di giorni i dati completi. «Ma è un successo senza precedenti, un modello che può essere esportato a tutti i focolai senza necessariamente chiudere tutto». Zaia è raggiante e risponde con la sola emoticon con la freccia in alto e la scritta «TOP». Visti i risultati di Vo’, a metà marzo il Veneto decide allora di adottare la stessa, identica strategia per tutta la regione: tamponi, tamponi, tamponi. «Al fine di interrompere la circolazione del virus Sars-CoV-2 nella popolazione generale – si legge nella direttiva regionale – si intende avviare un piano che attraverso l’individuazione di soggetti "positivi" paucisintomatici ed asintomatici consenta l’allargamento dell’isolamento domiciliare fiduciario attorno al caso "positivo"». Gli obiettivi sono ambiziosi: individuare tutti i casi sospetti, probabili e confermati; effettuare un’approfondita indagine epidemiologica per individuare tutti i possibili contatti, anche quelli definiti «non stretti» o a basso rischio; disporre poi le misure di quarantena e isolamento domiciliare fiduciario; individuare positivi in «categorie di lavoratori dei servizi essenziali», come gli addetti alle casse dei centri commerciali, i vigili del fuoco e le forze dell’ordine; e, soprattutto, realizzare uno screening completo di tutti i dipendenti del Sistema Sanitario Regionale, farmacisti e operatori delle strutture per non autosufficienti. «Non abbiamo fatto entrare nessun paziente in nessun reparto, anche se aveva l’appendicite, l’ictus, finché non era stato testato per il coronavirus, perché non volevamo che infettasse gli altri pazienti e i medici nel reparto», racconta a Le Iene Crisanti. Il risultato è che, tra le zone d’Italia con più casi, il Veneto risulterà essere quella con il più basso tasso di operatori sanitari infettati. Per riuscire a tenere il ritmo, la Regione investe 350mila euro e acquista dagli Stati Uniti una macchina in grado di realizzare ogni giorno 9mila tamponi. Il risultato è che al 3 maggio l’Emilia Romagna, che ha un numero simile di abitanti, realizzava in media settimanale 113 tamponi al giorno ogni 100mila abitanti, contro i 180 del Veneto. In termini assoluti, vuol dire che in circa due mesi Bologna ha effettuato 197mila tamponi. Venezia oltre 378mila. Oggi la scelta del governatore può apparire logica e forse addirittura scontata. Eppure nelle ore calde dell’epidemia appariva come una vera e propria ribellione. Basta tornare indietro nel tempo e rileggere le dichiarazioni di governo, esperti e virologi per capire la portata dello strappo veneto. All’inizio dell’epidemia le autorità sanitarie sottopongono a tampone tutte le persone con cui i positivi sono stati a contatto e i casi iniziano così a emergere un po’ ovunque. «Le inchieste sul focolaio di Codogno – ci spiega una fonte nella task force lombarda – ci avevano dimostrato la presenza di casi propagati che ormai erano arrivati molto lontani. Una cosa che ormai ci è chiara, ma in quei giorno lo era un po’ meno, è che la velocità con cui noi raccoglievamo le informazioni sulla catena di contagio era insufficiente rispetto a quella del virus». Nel mondo inizia a farsi strada l’immagine di un’Italia «lazzaretto». Alcuni Paesi arrivano addirittura a sbarrare i confini col Belpaese e così la politica si ribella: c’è chi va a fare aperitivi (vedi il segretario del Pd Nicola Zingaretti) e chi propone di far ripartire Milano (leggasi il sindaco Beppe Sala). Per mettere ordine nella confusione, e forse nella speranza di «ridurre» l’impatto dell’epidemia, il governo decide di dettare una linea unica e di sottoporre al tampone solo le persone sintomatiche. Il motto sembra essere: «meno test si fanno, meno se ne scovano». Uno stratagemma che può aiutare a nascondere la polvere sotto il tappeto, ma non impedisce certo al virus di circolare. Il 27 febbraio, il consulente del ministero della Salute e membro dell’Oms, Walter Ricciardi, dichiara che in alcune parti d’Italia «i tamponi sono stati fatti in maniera inappropriata». Due giorni prima il premier Conte in conferenza stampa aveva sposato la stessa linea: «La prova tampone non va fatta diffusamente. Non è che oggi uno avverte di avere la febbre, anche alta, e fa la prova tampone. Assolutamente non sono queste le raccomandazioni della comunità scientifica». In effetti le linee guida dell’Oms, e a cascata quelle dell’Istituto superiore di sanità, non prevedono test di massa. I tamponi, ribadisce Ricciardi, vanno fatti «soltanto ai soggetti sintomatici e con fattori di rischio legati al contatto o alla provenienza geografica». (...) Numeri alla mano, in effetti, il modello Veneto sembra aver funzionato: nonostante Vo’ sia uno dei due focolai iniziali, nella regione i contagi al 1° maggio erano 18.318 contro i 26.016 dell’Emilia Romagna, nonostante il triplo dei tamponi realizzati. La sua prevalenza (numero di casi ogni 100mila abitanti) nell’ultima settimana di aprile era di 373, contro il 583 dell’Emilia e il 771 della Lombardia. Il merito va dato al sistema sanitario, che vanta un’ottima integrazione tra ospedali e medicina del territorio. Ma forse anche all’intuizione di predisporre i test a tappeto. «Il virus qui è stato isolato – dice orgoglioso il sindaco di Vo’ – Ed è rimasto all’interno del paese. Non si è espanso. Il nostro sistema ha salvato Padova, Vicenza, Verona, Treviso e Rovigo. Il virus isolato a Vo’ è rimasto a Vo’». Una «operazione chirurgica» tutt’altro che scontata. Il Veneto è stata la prima Regione in Italia a sposare i test a tappeto. Un po’ come per il lazzaretto nella Serenissima.

"Una coppia cinese con la febbre": così un anno fa il Coronavirus sbarcava a Roma. Lorenzo D'Albergo su La Repubblica il 29 gennaio 2021. Il 29 gennaio del 2020 il Covid muoveva i suoi primi passi in città. Un esordio da incubo partito con la telefonata di una turista proveniente da Wuhan alla reception dell'hotel Palatino di via Cavour: "Mio marito ha la febbre". L'ambulanza parcheggiata davanti all'hotel Palatino. I sanitari bardati di tutto punto, da astronauti. I primi video dell'intervento del 118 condivisi migliaia di volte social, a tarda sera. Così, un anno fa, il coronavirus muoveva i suoi primi passi a Roma. Un esordio da incubo partito con la telefonata di una turista cinese alla reception dell'albergo di via Cavour: "Mio marito ha la febbre". Così, con una manciata di parole pronunciate in un inglese stentato e tra i singhiozzi, il 29 gennaio 2020 è entrato nella storia della Città Eterna. Quel giorno una coppia di Wuhan, provincia simbolo della pandemia, sbarcava nella capitale ignara di aver portato con sé il Covid. Un ospite sgradito, disinnescato dallo Spallanzani. A seguire marito e moglie, 67 e 66 anni, è stata l'unità di Malattie infettive ad alta intesità di cure dell'istituto. Ed è il suo direttore, Emanuele Nicastri a ricordare quei giorni: "Abbiamo accolto la coppia e l'abbiamo isolata. Poi il test ci ha confermato quello che sospettavamo: coronavirus. Il primo problema fu come comunicarlo ai pazienti". Una piccola impresa: "Erano di un livello culturale alto, ma parlavano poco inglese. Furono decisivi WhatsApp e le videocall con la figlia, che lavora negli Stati Uniti. La reazione alla diagnosi? Per loro fu una sorpresa". E non delle migliori. Nicastri ricorda ogni passaggio, ogni piccolo aggravamento o miglioramento del quadro clinico dei due cinesi. Compresa la notte tra il 4 e il 5 febbraio, 12 ore terribili: "Prima finì intubato lui e poi lei. Il peggiormento fu sensibile, inaspettato. E fu un'altra videochiamata ad aiutarci a uscire fuori da quel caso". Ecco il ponte 2.0 allestito dall'ambasciata cinese con i pneumologi di Wuhan: "Ci si poteva attendere reticenza da parte loro. Invece ci spiegarono subito come affrontare la situazione. Ossigeno e cortisone da subito, anche se l'Oms lo riteneva dannoso. Poi il Remdesivir, un antivirale. Sono le armi che utilizziamo ancora oggi". Con i primi casi di coronavirus si sono rivelate particolarmente efficaci: "Il 95% dei pazienti Covid non presenta sintomi così gravi. A loro poteva andare malissimo, ma ne sono usciti sulle loro gambe", ricorda ancora Nicastri. Poi un flash: "La figlia, certo. Quando venne a sapere che la madre e il padre erano in rianimazione prese il primo volo per Fiumicino. La andammo a prendere noi in aeroporto. Dovevamo accorciare i tempi, non eravamo certi di cosa potesse accadere ai genitori". Ore di attesa e di ansia, fino alla notizia: "Prima lui, poi lei. Guariti e finalmente capaci di comunicare con noi, grazie all'aiuto dei ragazzi del consorzio Confucio della Sapienza. Ricordo la prima boccata di aria fresca del nostro paziente cinese, con tutta la nostra squadra. È stato un momento emozionante". Tanto quanto quello in cui ha potuto rivedere la moglie: "Lei era ancora intubata - racconta Nicastri - e lui si è commosso. La nostra politica è stata sempre quella di separare le famiglia. Se peggiora uno, lo fa anche l'altro di solito. Certe notizie sono insostenibili. Loro, pur stando lontani, peggiorarono assieme. Come se ci fosse una connessione psicologica". Telepatica. E oggi? A distanza di un anno il virus è una realtà, è entrato nel quotidiano. "La paura è stata nostra compagna per tutti questi mesi. Ma ora c'è il vaccino. È difficile far capire a chi non lavora in ospedale il senso di sicurezza che può fare. È il nostro vestito di Superman. Da noi non esistono no-vax, ma solo medici, infermieri, biologi, ausiliari e amministrativi forgiati dalle precedenti pandemie, dall'Ebola fino alla Chikungunya. Eravamo pronti al coronavirus, come team. E i due coniugi cinesi sono stati la nostra palestra".

Confessioni sulla pandemia. Luigi Iannone il 27 gennaio 2021 su Il Giornale. Da pochi giorni nelle librerie, La vita quotidiana ai tempi del coronavirus (Solfanelli editore, p. 175, euro 12),  l’ultimo libro di Giuseppe De Ninno, saggista e traduttore che, in passato si era cimentato su lavori di taglio storico (Risorgimento e Controrivoluzione) e di critica cinematografica (Piombo, sogni e celluloide) e che, adesso, in un quadro più intimistico, volge la sua attenzione a timori, aspettative, paure provocate da questo anno claustrofobico segnato dalla pandemia globale. Un racconto tra indignazioni e speranze, pubbliche e private, di cui – qui di seguito – anticipiamo le prime pagine. 

Premessa. Si può “fare storia” a partire da un diario? Molti precedenti, ben più illustri di questo, consentono di rispondere affermativamente, e qualche esempio si troverà anche nelle pagine che seguono. Dunque, si può scrivere la storia come testimonianza privata, specialmente quando ci si trova di fronte ad un avvenimento grandioso e imprevisto, come una guerra o, nel nostro caso, una pandemia. Si può “fare letteratura”, sempre adottando la forma narrativa del romanzo? Anche qui gli esempi si moltiplicano e anche di questo riporteremo qualche esempio nel libretto che, se non aureo, aspira ad essere “argenteo” (e speriamo non di bronzo, come le facce di certi personaggi che nel racconto incontreremo). Nel diario, si troverà di tutto: sensazioni intime e pubbliche indignazioni, gusti e disgusti per questo o quel libro, questa o quella serie tv, questo o quel protagonista delle cronache. Ci saranno “pensierini” sulla politica e la religione, la famiglia e la scuola, lo sport e l’amore, i giovani e i vecchi, le piante, gli animali e le stagioni; ci sarà persino un accenno alla poesia, ma la protagonista in assoluto sarà la casa, dimora eletta della quarantena, assurta a microcosmo protettivo, ma claustrofobico per molte settimane. Parlerò dunque della mia casa, della mia famiglia e della mia città, perché fin dai banchi del liceo mi hanno insegnato che se vuoi essere universale, devi parlare delle cose che conosci bene, e quindi del tuo “particolare”. Spero di esserci riuscito, aldilà delle drammatiche circostanze che sono all’origine di queste pagine.

Prologo a Venezia, Febbraio 2020. Questo diario di una lunga limitazione della mobilità comincia, paradossalmente, con un viaggio: torniamo in una delle nostre città del cuore, grazie a nostro figlio Alessandro, che riprende il suo insegnamento alla Ca’ Foscari. La sua prima lezione è fissata domani, in concomitanza con l’inizio del Carnevale, e noi lo seguiamo ben volentieri. Non lo sappiamo ancora, ma proprio in questi giorni ci sarà l’avvio della pandemia da coronavirus, in particolare in Lombardia e Veneto. Usciamo dalla Stazione di S. Lucia in una classica serata veneziana, umida e affollata. Mentre aspettiamo d’imbarcarci per l’appuntamento con la ragazza dell’agenzia, che dovrà consegnarci le chiavi dell’appartamento preso in affitto, ci assale l’altrettanto classica nostalgia tipica di questa città e di chi la visita; ma la nostra non si può riferire agli “amori morti”, come cantava Aznavour: piuttosto alle “amicizie morte”, cioè a quegli amici veneziani già compagni di lontane avventure intellettuali e poi persi di vista da anni. E dunque, nostalgia di tempi andati. Ben presto ci facciamo ammaliare dal fascino della sera veneziana, con lo sguardo che dal vaporetto vaga tra canali, ponti e luci a illuminare facciate aristocratiche, anonime dimore, il mercato del pesce. Poche fermate fino a Cannaregio, dove ci aspetta l’addetta dell’agenzia che ci mostrerà la bella casetta su due livelli, dove alloggeremo per tre giorni, in una stretta calle che si apre sul campo, “drio la chiesa” dei SS. Apostoli. Qui però, aldilà degli spunti diaristici, voglio soffermarmi sul mio primo carnevale nella città delle acque e della Repubblica marinara. Ho sempre avuto del Carnevale l’idea di una squallida coazione al divertimento, nel migliore dei casi di una festa per i bambini e solo in funzione loro sopportabile. So bene che vi è tutta una cultura simbolica, che nella scelta di una maschera vede una dionisiaca assunzione degli stati di coscienza più profondi e nascosti nonché, in chiave sociologica, l’eccezione ad una generale regola condivisa, magari con un rovesciamento dei ruoli sociali. E poi… semel in anno licet insanire… Tuttavia, nella mia personale interpretazione di questa festa, restavano e restano a spiegarne il mio infastidito distacco la trasandatezza di travestimenti arrangiati e l’inconsapevole nevrosi del divertimento ad ogni costo (e — perché no? — una diffusa tendenza a prendersi troppo sul serio…). Qui non è così. Fin dalla prima sera, eccoci in un flusso di maschere in movimento su ponti, campielli e calli; e tutti i costumi mi appaiono curati nei minimi dettagli e sono perlopiù ispirati al Settecento, il secolo d’oro della Repubblica dei Dogi, l’ultimo dell’eleganza maschile associata ad una sia pur superficiale sicurezza di sé ed alla gioia di vivere. Veniamo quasi trascinati in un tripudio di ricami e spadini, tricorni e calzamaglie, fibbie, parrucche e alamari, in una festa di blu e di avori, di rossi e di verdi, dove perfino il nero colpisce per il suo insolito vigore cromatico, esaltato com’è da nastri e bordure d’oro e d’argento. Qui poi ancor oggi la maschera appare, come tre secoli fa, come strumento di misteriosa seduzione, ma anche di gioco, di rimescolamento sociale e generazionale (molti dei volti intravisti sono probabilmente di maturi e agiati commercianti e professionisti, ma anche di giovani commesse e garzoni) e di sfida alle forze maligne della vita, sorriso beffardo in faccia all’età che avanza e finanche alla morte, esorcizzata nei teschi di cartapesta e nelle maschere dei “dottori della peste”, quelle col naso lungo (nella memoria collettiva veneziana, è rimasta la peste del 1700, quella che diede luogo, per la prima volta dopo quella evocata dal Manzoni, al lazzaretto). E le dame? Le più attempate non temono di mostrare maquillagee sorrisi, sotto ardite parrucche, e le vedi passeggiare, nei loro variopinti abiti di velluti e broccati, compiaciute e incuranti dei paragoni con le più giovani e avvenenti, che sfoggiano gli stessi generosi décolletésdelle antenate, tutte pronte e disposte, con i loro cavalieri, a offrirsi all’avido obiettivo dei mille telefonini (compresi i nostri). Soltanto a Venezia poi il carnevale assume anche le sembianze di un sorridente orgoglio identitario: si prende un po’ in giro la storia, che conobbe delazioni e ingiustizie — come nel caso del famoso fornaretto — ma anche i trionfi dell’abilità mercantile e della potenza marittima, che portò il nome di Venezia in tutto il Mediterraneo, le cui coste sono ancora costellate delle sue architetture militari, civili e religiose. Certo, il tono del carnevale era, e solo in parte è, dato dall’esaltazione dell’eros — praticato dal se- duttore principe, Casanova, e cantato dal suo con- temporaneo Giorgio Baffo, poeta licenzioso — e del corteggiamento, che vedeva in prima fila le figure del “cavalier servente” e degli abati cicisbei. Ma quella Venezia conosceva pure atti di generosità pubblica verso i più sfavoriti, legati alle gioiose solennità carnevalesche: ne rimangono tracce ancor oggi, sia nel linguaggio che nella salvaguardia di certe consuetudini. Una per tutte: il concorso delle “Mariette”, cioè delle fanciulle più bisognose, per le quali il Doge offriva un lauto pasto alla cittadinanza (il “bagordo”), provvedendo alla necessaria dote per la vincitrice. A costei era poi riservato, l’anno successivo, il volo dell’Angelo o della Colombina, e cioè l’acrobatica discesa lungo un cavo dalla cima del campanile di S. Marco giù fino alla piazza (una cerimonia che anche ai nostri giorni apre le celebrazioni carnevalesche). Insomma, ancor oggi qui si avvertono gli echi del secolo di Goldoni e Mozart, Casanova e Cagliostro, felice con tutte le sue contraddizioni, almeno fino a quando questa felicità non fu soffocata nel sangue della ghigliottina e poi nel tradimento napoleonico. In questi giorni, tuttavia, si rievocano soltanto scherzi, feste e banchetti, e i sospiri non sono più quelli dei condannati ai Piombi, ma quelli degli innamorati, di un giorno o di una vita. Così anche noi ci abbandoniamo alla corrente dei cento affluenti che s’infrangono contro le barriere dei “tutori dell’ordine”, per poi sfociare nell’unico accesso consentito nella piazza, sotto le cupole della basilica ispirata all’Oriente e i merletti marmorei del Palazzo ducale: da un lato il mare, che fondò la ricchezza e il potere di quella Repubblica, dall’altro le possenti Procuratie, che delimitano la piazza, tutti col naso in su, a seguire il volo della Colombina. E alla nostra mente, di tanto in tanto, si affacciano le immagini di un’altra basilica, che ci attende lunedì a Roma: quella di Santa Teresa d’Avila, teatro di tante cerimonie familiari, tristi e allegre, e che stavolta ospiterà i funerali di Prisca, zia carissima di mia moglie, che abbiamo appreso averci lasciato proprio in nostra assenza. In fondo, dietro ogni maschera di Carnevale, c’è Lei, la Signora in nero con la falce, con la quale, per brevi momenti, si riesce anche a giocare, un po’ come fece il Cavaliere del Settimo Sigillo nel capolavoro di Bergman.

2020: un anno in ostaggio di Covid-19. Simone Valesini su La Repubblica il 30 dicembre 2020. Da Wuhan a Codogno. I mesi del lockdown. E oggi, i vaccini con la uce in fondo al tunnel. 12 mesi terribili, ma da non dimenticare. E chi se lo dimenticherà, questo 2020. Un anno strano, scandito da preoccupazioni, sacrifici, paure, distanze e nuove abitudini. Un anno di vita sospesa, che in molti vorremmo solamente lasciarci alle spalle e dimenticare al più presto. E che invece sarà importante ricordare, non solo per rispetto verso le tante vittime di questa pandemia, ma anche per assicurarci di aver imparato qualcosa dai successi e dagli errori fatti negli scorsi mesi. Così da farci trovare pronti quando il prossimo, maledetto, virus epidemico tornerà a colpire le nostre società. Per aiutare la memoria, ecco una timeline degli eventi più significativi in questo anno dominato da Covid-19.

31 dicembre 2019, prime avvisaglie. In questa data l’Oms comunica ufficialmente la comparsa dei primi casi di polmoniti anomale nella città di Wuhan, dopo che per giorni il governo cinese ha cercato di silenziare le voci di una possibile nuova malattia diffuse dall’oculista Li Wenliang (che a febbraio morirà proprio a causa di Covid). Si tratta di 41 infezioni riconducibili ad un mercato cittadino, uno dei cosiddetti wet market dove si vendono pesci e animali vivi, che diviene così l’epicentro del primo focolaio della nuova epidemia (anche se le ricerche successive hanno iniziato a mettere in dubbio la questione), e sarà chiuso dalle autorità il primo gennaio del 2020.

9 gennaio, il mondo riscopre i coronavirus. L’Oms annuncia che le autorità sanitarie cinesi hanno identificato il patogeno responsabile delle misteriose polmoniti di Wuhan: si tratta di un nuovo coronavirus ancora sconosciuto, battezzato inizialmente 2019 nCov (nuovo coronavirus del 2019). Il virus inizia subito a fare paura, perché appartiene alla stessa famiglia di Sars e Mers, due delle più pericolose malattie infettive diffusesi negli ultimi decenni. Ma in questa fase i timori sono contenuti, non ci sono ancora conferme che il virus possa trasmettersi da uomo a uomo e anzi, il 14 gennaio il governo cinese (con l’appoggio dell’Oms) annuncia che le indagini svolte sembrano negare il rischio. Il 10 gennaio viene pubblicata la sequenza genetica del virus, e nei giorni successivi in tutto il mondo iniziano gli sforzi per produrre kit diagnostici basati sulla Pcr (i famosi “tamponi”).

21 gennaio, si inizia a parlare di epidemia. Dopo aver smentito per settimane i rischi, il 21 gennaio il governo cinese ammette che il virus è trasmissibile tra esseri umani, e risulta anzi anche particolarmente infettivo. A questo punto ha già ucciso 4 persone e i casi confermati sono saliti a circa 200. Diversi casi sono ormai stati identificati anche fuori dal paese (in Thailandia, Giappone, Corea, Stati Uniti e Francia). Il 23 gennaio il governo cinese decide di agire, e sceglie la linea dura: arriva il primo lockdown, che chiude a casa oltre 18 milioni di cinesi a Wuhan e nelle città limitrofe.

30 gennaio, primi pazienti in Italia. Il presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza annunciano che sono stati identificati i primi pazienti anche in Italia. Si tratta di una coppia di coniugi cinesi in viaggio nel nostro paese, ricoverati il 29 gennaio in isolamento allo Spallanzani di Roma. Il ministro Speranza annuncia la chiusura del traffico aereo da e per la Cina. Il giorno seguente, 31 gennaio, l’Oms dichiara che la nuova malattia, ancora senza nome, è ora classificata come emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale. Il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza sanitaria in Italia. 

10 febbraio, la malattia ha un nome. I decessi in Cina superano ufficialmente quelli provocati dalla Sars nel 2003, raggiungendo quota 908 (contro le 774 morti registrate durante la precedente epidemia). L’11 febbraio l’Oms annuncia che il nuovo virus, e la malattia che provoca, hanno finalmente un nome: sentiamo parlare per la prima volta di Covid 19 (Coronavirus disease 2019) e del suo agente eziologico, il virus Sars-Cov-2. Il 12 febbraio viene confermata l’infezione di 175 persone a bordo della nave da crociera Diamond Princess, attraccata nel porto di Yokohama, in Giappone. Nelle settimane seguenti 700 passeggeri isolati a bordo della nave verranno contagiati da Sars-Cov-2, e 14 moriranno a causa della malattia.

20 febbraio, inizia l’epidemia italiana. Il paziente italiano numero uno si presenta all’ospedale di Codogno il 17 febbraio con i sintomi di una leggera polmonite. Viene rimandato a casa con una prescrizione di antibiotici, perché in quel momento i criteri per sottoporre i pazienti ad un tampone richiedevano un contatto sospetto con qualcuno proveniente dalla Cina. Nei giorni seguenti le sue condizioni peggiorano, viene sottoposto a tampone molecolare nonostante le prescrizioni contrarie del Ministero e viene trovato positivo. Si iniziano a sottoporre a tampone altri casi sospetti, e il 20 vengono confermati 16 casi autoctoni di Covid 19, 14 in Lombardia e 2 in Veneto. Il 23 marzo arriva il primo decreto legge che impone l’isolamento nei comuni colpiti dall’epidemia: sono 10 nella provincia di Lodi e uno in provincia di Padova. Inizia ufficialmente la stagione dei dpcm: il 5 marzo viene sospesa la didattica nelle scuole e nelle università di tutta la penisola, l’8 marzo si estende la zona ad altre 26 province del Nord Italia, e il 9 marzo viene annunciato il primo lockdown nazionale, che andrà avanti fino al 3 maggio.

11 marzo, Covid è ufficialmente una pandemia. Dopo settimane di attesa e di critiche, l’11 marzo il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, annuncia che Covid 19 è stata dichiarata ufficialmente una pandemia. Dall’inizio dell’epidemia nel mondo sono già morte più di 4mila persone, e i casi registrati sono quasi 120mila.

18 marzo, il giorno peggiore. L’Italia finisce sulle prime pagine di tutto il mondo. A fare scalpore è la foto dei camion militari che sfilano per il centro di Bergamo, carichi di bare dirette verso i forni crematori di altre regioni perché la camera mortuaria cittadina non è più in grado da giorni di accogliere nuovi feretri. I morti nel nostro paese hanno quasi raggiunto quota 3mila. Per la fine del mese i morti italiani raggiungeranno la cifra record di 12mila, i casi totali saliranno a 105mila. Non a caso, il 23 luglio il governo decide di istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia, da celebrare il 18 marzo di ogni anno.

2 aprile, il mondo è in ginocchio. In questa data viene superata ufficialmente la soglia del milione di contagi in tutto il mondo. I morti sono oltre 53mila, e il virus ha raggiunto ormai i quattro angoli del globo. Dal 27 marzo gli Usa hanno superato i 100mila casi, diventando il nuovo epicentro dell’epidemia: l’11 aprile i morti americani raggiungono quota 20mila, strappando al nostro paese il triste primato dei decessi legati a Covid 19, che detenevamo da metà marzo quando i morti italiani hanno superato quelli cinesi. Entro la fine del mese nel mondo si superano i 200mila morti per Covid 19.

29 aprile, il primo farmaco. Un trial dell’Nih suggerisce l’efficacia del remdesivir, farmaco che dai dati dell’agenzia americana velocizzerebbe del 31% i tempi di dimissione dei pazienti Covid. Il primo maggio il farmaco è il primo (e attualmente ancora l’unico) a ricevere l’approvazione di emergenza dell’Fda per il trattamento dell’infezione da Sars-Cov-2. L’Europa segue a stretto giro, e il farmaco viene approvato dall’Ema a luglio. Nonostante l’alto prezzo deciso dall’azienda produttrice (che in America supera i 3mila dollari per paziente) il medicinale non ha mostrato però benefici sulla sopravvivenza dei pazienti all’interno dello studio solidarity dell’Oms, e l’agenzia mondiale della sanità al momento non ne raccomanda l’utilizzo nei pazienti ospedalizzati.

4 maggio, finisce il lockdown. Con l’ennesimo dpcm il 4 maggio l’Italia esce dal lockdown. Il calo dei contagi permette finalmente di allentare le regole, anche se il ritorno alla normalità è lento, e progressivo. Inizialmente riaprono solamente le attività essenziali, e si torna a poter uscire di casa per incontrare parenti e amici, previo il rigido rispetto delle regole di distanziamento sociale. Il 18 riaprono negozi, musei, bar e ristoranti, e si tornano a celebrare le funzioni religiose. Il 25 è la volta dei centri sportivi, dal 3 giugno si torna a circolare tra regioni.

4 giugno, la ricerca traballa. Due delle principali riviste mediche del pianeta, Lancet e New England Journal of Medicine, annunciano il ritiro di due studi sull’efficacia dell’idrossiclorochina, il farmaco delle meraviglie sponsorizzato dallo stesso presidente Trump. Il problema riguarda i dati, forniti da un’azienda privata, la Surgisphere, che non è in grado di offrire garanzie sufficienti sulla loro accuratezza. È la prima avvisaglia dei problemi che funesteranno la ricerca scientifica su Covid19: conciliare rigore e velocità non è facile, e non è un caso se per la fine dell’anno le ricerche di peso ritirate sul tema dell’epidemia siano arrivati quasi a 40.

15 giugno, arriva Immuni. Voluta dal governo, e presentata come asset strategico per gestire la fase 2 dell’epidemia, il 15 giugno viene finalmente lanciata su tutto il territorio nazionale Immuni, la app per il contact tracing realizzata gratuitamente dalla società Bending Spoons. Nonostante la pubblicità la app stenta però a decollare: ad agosto sono appena 5 milioni gli utenti che l’hanno installata sul proprio smartphone.  A ottobre siamo a circa 7 milioni. Si scopre inoltre che le Asl non avevano l’obbligo di inserire i codici dei pazienti positivi nel database, rendendo di fatto inutile l’applicazione. Conte pone rimedio al problema il 18 ottobre, ma ormai la app si era rivelata un fallimento, almeno per prevenire l’arrivo della seconda ondata epidemica nel nostro Paese.

17 luglio, l’epidemia indiana. Dopo aver superato la prima ondata, iniziata a marzo, senza troppi danni, l’India ha visto risalire l’indice dei contagi durante il periodo estivo. Il 17 luglio i casi nel paese hanno superato quota un milione, con oltre 25mila decessi. Molte aree della nazione tornano in lockdown, e il mondo assiste impotente mentre l’epidemia fa il suo corso chiedendo un costo altissimo in vite umane: ad oggi l’India è il secondo paese più colpito al mondo, con oltre 10 milioni di casi confermati e più di 140mila decessi.

21 luglio, arriva il recovery fund. Dopo giorni di trattative tesissime, il 21 luglio i leader Ue hanno trovato l’accordo sul piano straordinario di aiuti per i paesi maggiormente colpiti dall’epidemia. Una vittoria per l’Italia, che si vede destinare oltre 200 miliardi sui 750 messi a disposizione dal piano.

22 agosto, nuovo record di morti. L’estate ha visto l’epidemia procedere a singhiozzo, con nazioni in cui la situazione è migliorata fino a spingere i più ottimisti a ritenerla storia passata (come in Italia) e altre in cui il virus non ha mai lasciato la presa. Il 22 agosto nel mondo si è superata la soglia degli 800mila morti, soprattutto sulla spinta dell’alto numero di decessi registrati in Usa, India, Sud Africa, Brasile e altre nazioni del Sud America.

28 settembre, un milione di morti. A 10 mesi dall’inizio della pandemia il mondo ha raggiunto il milione di morti per Covid 19. Una soglia psicologica importante: il nuovo coronavirus ha ucciso più persone di quante ne abbiano uccise influenza, Hiv, dissenteria, malaria e morbillo sommate assieme.

2 ottobre, si ammala anche Trump. Dopo aver annunciato che la first lady è risultata positiva a Sars-Cov-2, anche il presidente degli Stati Uniti si ammala e viene ricoverato. Viene dimesso dopo appena tre giorni, dopo aver ricevuto un cocktail di farmaci sperimentali tra cui spiccano gli anticorpi monoclonali della Regeneron (che in Usa hanno ricevuto l’approvazione emergenziale a metà novembre). Non è il primo né l’ultimo uomo politico colpito dalla malattia: prima di lui era capitato a Boris Johnson nel Regno Unito (finito anche in terapia intensiva) e al presidente brasiliano Bolsonaro, e nei mesi seguenti succederà anche a Emmanuel Macron in Francia.

8 ottobre, seconda ondata. Dopo un’estate tranquilla, molti paesi europei hanno visto tornare alla carica il virus con l’inizio dell’autunno. L’Italia inizialmente ha sembrato reggere meglio dei vicini, ma la curva epidemica ha iniziato a impennarsi verso i primi di ottobre. Dall’8 ottobre si corre ai ripari, imponendo l’utilizzo delle mascherine anche all’aperto sull’intero territorio nazionale. Non è sufficiente: la corsa del virus continua inarrestabile, e verso  primi di dicembre si arriva al nuovo record di decessi, con quasi mille morti al giorno.

3 novembre, l’Italia a zone. Per cercare di arginare la seconda ondata epidemica, il nuovo dpcm del 3 novembre stabilisce un sistema di semafori regionali che divide il paese in zone rosse, arancioni e gialle, in ordine decrescente di gravità dell’epidemia. In tutta la nazione viene instaurato un coprifuoco notturno tra le 22:00 e le 5:00 di mattina.

9 novembre, arrivano i dati sui vaccini. Finalmente, novembre riserva anche le prime buone notizie dell’anno. Pfizer annuncia infatti i risultati del trial di fase 3 per il suo vaccino anti covid. L’efficacia sembra aggirarsi attorno al 90%. Pochi giorni e arriva anche l’annuncio della rivale Moderna: vaccino efficace oltre il 95%. È quindi la volta di Astrazeneca, produttrice del vaccino realizzato in collaborazione con l’Università di Oxford su cui l’Europa (e l’Italia) puntano maggiormente per uscire dall’epidemia. In questo caso l’efficacia sembra minore, vicino al 70%, ma durante lo studio è emerso, grazie ad un errore, che un dosaggio minore del preparato potrebbe risultare ben più efficace di quella prevista, raggiungendo una protezione vicina al 90%. Un risultato promettente, che obbliga però a nuovi trial, e ritarda l’approvazione del vaccino.

8 dicembre, il Regno Unito si smarca. Bandendo gli indugi e le precauzioni seguite dal resto dei paesi europei, il Regno Unito decide di approvare il vaccino anticovid della Pfizer senza attendere il parere dell’Ema. Il 9 dicembre è la prima nazione occidentale a iniziare la campagna di vaccinazioni di massa contro Covid 19. Seguono gli Usa, che l’11 dicembre concedono l’approvazione emergenziale al vaccino di Pfizer, e danno inizio alle somministrazioni il 15 dicembre.

21 dicembre, arriva l’ok dell’Europa. A pochi giorni da Natale arriva finalmente l’annuncio della Commissione Europea: a seguito del parere positivo espresso dall’Ema il vaccino di Pfizer riceve l’autorizzazione (condizionale) per l’immissione in commercio nei paesi Ue. Le danze si aprono il 27 dicembre, con una grande giornata di vaccinazioni in tutta Europa. In Italia vengono effettuate le prime 9.700 iniezioni. Dal 29 dovrebbero iniziare ad arrivare le altre 459mila dosi previste per il nostro Paese dal contratto sottoscritto dall’Unione Europea con Pfizer. Il 4 gennaio 2021 si attende quindi l’approvazione del vaccino Moderna, e l’arrivo di nuove dosi e nuove vaccinazioni. La strada è ancora lunga, e se tutto andrà come sperato i vaccini dovrebbero arrivare a garantire l’immunità di gregge (e quindi la fine dell’epidemia) per il prossimo autunno. Ma se non altro, sembra che finalmente il vento stia cambiando.

2020, l’anno da dimenticare che non cancelleremo mai dalle nostre vite. Francesco Leone su Notizie.it il 26/12/2020. Dalla terza guerra mondiale alla pandemia: il 2020 è stato un anno difficile, da dimenticare ma il cui segno rimarrà indelebile sulla nostra pelle. Lo schiaffo del Papa nella notte di San Silvestro, l’uccisione nel raid statunitense a Bagdad del generale Qassem Soleimani e l’alba di una fantomatica terza guerra mondiale. Il 2020 iniziava così, non con il migliore dei presupposti, e avanzava nelle vite di tutto il mondo insinuando lentamente la minaccia di un’emergenza di cui ancora oggi stentiamo a definirne la natura, gli effetti e la capacità di intimorire intere popolazioni, governi ed economie. Era il tempo dell’elezioni regionali, quelle in cui la sfida era tra centrodestra e centrosinistra: una partita a scacchi nel nome delle nuove amministrazioni locali, quelle che ancora in un immaginario dal retaggio democristiano erano considerate come territori da conquistare in vista di instillare il declino del governo centrale. E chi se lo dimentica Salvini che citofona a Yaya nella periferia di Bologna. O ancora il cavaliere Berlusconi che rassicura gli elettori ai banchetti della Santelli a suon di “Lei in 26 anni che la conosco non me l’ha mai data”. Eppure quella corsa elettorale ci aveva fatto provare un non modesto interesse. Le sardine sono solo un esempio. Piccoli pesci in un mare di giovani vecchi che per la prima volta, o di nuovo, carpivano l’importanza del voto, quella che avrebbero successivamente perso più tardi: più precisamente nel referendum costituzionale di settembre quando a fare da padrona del seggio è stata la rabbia, sapientemente mixata nei pregiudizi populisti verso la casta parlamentare promossa da chi voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, ma che alla fine un po’ la figura del tonno l’ha fatta. Viaggiava come sempre tutto rapidamente. Il processo Gregoretti prendeva forma, l’Australia soccombeva al maltempo dopo i grandi incendi che ne avevano devastato gran parte del territorio, Kobe Bryant si spegneva insieme alla piccola Gianna Maria in un incidente in elicottero prima di una celebrazione sportiva provocando l’estremo cordoglio di tutto il mondo dello sport. Scorreva tutto così, rapidamente. Una sequela di vicende, cronaca, politica, lotta per i diritti e battaglie contro il cambiamento climatico. A fare da sottofondo moderato c’era ciò che stava accadendo in Cina: troppo lontano per impensierirci, troppo tardi per poterne comprendere il fenomeno in modo tale da non soccombervi. Così mentre da Wuhan, Nancino e Hong Kong ci arrivavano le immagini di una delle epidemie più bestiali di sempre, noi dichiaravamo lo stato d’emergenza, discriminavamo prima e poi difendevamo la comunità, la ristorazione e la cultura cinese. La verità è che eravamo troppo intenti a non perderci la faida sanremese di Morgan e Bugo e pensavamo (come Zingaretti) che in fondo fare un aperitivo a Milano non era poi un’idea così malvagia, nonostante nella gara alla sicurezza sanitaria, i primi casi e l’allerta del contagio fossero già in pole. L’Italia non si ferma, Milano non si ferma. Poi è stata la volta di Vo’ Euganeo e di Codogno, prima la zona rossa localizzata poi il lockdown generalizzato. Italia zona protetta. Mentre si consumava una strage silenziosa all’interno delle Rsa di tutto il paese, a Bergamo, Alzano Lombardo e Nembro i morti non si contavano più. L’esodo dei fuorisede viaggiava sulle rotaie delle ferrovie di stato, in barba ai commenti dei governatori del sud che mai come allora hanno desiderato la fuga dei cervelli indigeni. Dalle carceri di tutta Italia giungeva il primo presentimento della tolleranza zero nei confronti delle norme anti-covid. Col tempo abbiamo imparato (chi più, chi meno) a conoscere la schiettezza dei termini "assembramento", "quarantena", "restrizioni". Abbiamo assistito alla politica dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri mentre cercavamo in mascherine il lievito sugli scaffali dei supermercati a entrata contingentata. Abbiamo cantato sui balconi, scoperto lo smart working e le atrocità della pandemia di coronavirus. Ci eravamo fermati, e fermandoci abbiamo scoperto che la nostra non è una società che sopravvive in stasi. La quarantena passa così, tra un fuorionda di Mattarella, una gaffe di Fontana e Gallera e il dolce augurio di Vincenzo De Luca di una vampata di lanciafiamme durante qualche festa di laurea. Quello che è venuto dopo è stata la caccia in elicottero al rider occasionale, al passeggiatore di cani domenicale, al nostalgico dell’aperitivo. L’era dei “governatori sceriffo”. Di seguito la corsa alle terapie intensive, gli eroi in corsia, le storie dalla prima linea e la gara delle regioni al “chi contiene meglio vince e non può essere contestato”. I casi raggiungevano il picco della curva epidemiologica, le vite spezzate erano diventate numeri nel continuo aggiornamento del bollettino della Protezione Civile. La cassa integrazione, i posti di lavoro a rischio e intere categorie abbandonate prima e soccorse poi da provvedimenti in continuo emendamento. Il plateau, il tempo per ragionare sulla riapertura, sull’accesso al Mes per sostentare la crisi economica che veniva alimentata, erta sulle colonne rette dall’emergenza sanitaria vestita da Atlante. Quel 4 maggio sembrava che tutto fosse passato. Silvia Romano era stata liberata e riportata in Italia e con lei era tornata anche la polemica sterile all’italiana. Trascorsi i mesi più bui, la falsa partenza italiana si muoveva in un’estate di sana perdizione (a confronto col tenore di vita osservato in lockdown) giustificata dalle scelte del governo e alternata al caldo delle piazze italiane infervorate dalle proteste di innumerevoli categorie e rappresentanze dei lavoratori. Tra questi balenava in sordina anche il pensiero negazionista: un complottismo che altro non poteva che far scivolare la disperazione dei tanti nel calderone del fanatismo scellerato dei molti. Dall’altra parte del mondo intanto cresceva il movimento Black Lives Matter. Oltreatlantico dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta per mano di un agente di polizia, si mobilitavano attivisti per i diritti civili, folle che facevano scricchiolare la poltrona di Donald Trump prossimo alle nuove elezioni presidenziali. Un tema complesso quello dell’uguaglianza negli Stati Uniti, che vedeva dibattere le parti attorno a scogli generazionali che affondano ancora oggi le radici in differenze culturali appartenenti a epoche ormai abbandonate. Qualcosa di stupidamente difficile. In Italia invece, nella grande complessità situazionale della pandemia, la fase 2 era riuscita a rendere tutto più stupidamente semplice. Distanziamento a scuola? Bando del ministero per i banchi a rotelle. Distanziamento nei locali? Plexiglass, massimo 6 persone al tavolo ma nessuna mascherina indossata una volta seduti. Sostentamento alle partite iva? Assegno da 600 euro da corrispondere con qualche mese di ritardo. Nota bene: nessuna di queste è stata una soluzione, ma col senno di poi, in effetti, è troppo facile asserirlo (o forse no?). C’è chi aveva detto che il virus era morto, clinicamente s’intende. C’era anche chi aveva detto che ci sarebbe stata una seconda ondata nel periodo autunnale. Al tempo erano solo opinioni, voci stampate sulle pagine cartacee e digitali che si sfogliavano di tanto in tanto in vacanza. Settembre ha sancito il crocevia di quella che doveva essere la vera rinascita. Di fatto, mentre inorriditi ascoltavamo la storia di Willy, giovane ragazzo capoverdiano ucciso in una rissa a Colleferro, assistevamo alla volontà dell’elettorato sul taglio dei parlamentari, alla poco preparazione di alcune regioni nella campagna vaccinale e ai mancati controlli sui trasporti, lì dove brulicava il contagio. Distratti, magari dall’incredibile vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle presidenziali in Usa, passavamo i nostri giorni attorniati dall’ombra di un nuovo lockdown mentre i contagi continuavano a crescere a dismisura. Scontavamo le colpe di un’estate passata all’insegna di quella libertà che ci era stata limitata in primavera. Le regioni prendevano colore, le nuove restrizioni richiamavano gli appuntamenti dei dpcm alle luci della ribalta e le piazze delle città pativano il nuovo coprifuoco. L’incubo della Dad è tornato, così come la chiusura dei ristoranti e il timore di doversi ritrovare a contare ancora nuovi morti per covid in Italia. Così è stato. Di nuovo in prima linea, ancora una volta a rincorrere una curva epidemica che ormai c’era sfuggita dalle mani. Ci siamo fermati di nuovo. Abbiamo salutato due eterni campioni come Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, ricordandoci che questo poco poetico 2020 ci ha portato via anche Ezio Bosso, Ennio Morricone, Franca Valeri e Gigi Proietti. Adesso tiriamo le somme e attendiamo di capire se almeno a Natale non dovremmo sentirci dei criminali mentre sediamo al tavolo del cenone con le nostre famiglie, nonostante vestiremo una mascherina e stringeremo in mano il referto di un tampone covid negativo.

C’è rimasta una speranza, quella del vaccino, che di certo non redimerà niente di quanto terribilmente inaccettabile sia accaduto in questo 2020. Però magari, stigmatizzando il passaggio di quest’anno nefasto, sorrideremo. E alla domanda che chiede se il 2021 potrà mai essere peggiore dell’anno che lasciamo alle nostre spalle, amaramente risponderemo “Dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c’è“.

Nel 2020 i morti sono diventati solo un numero. Natale Cassano su Notizie.it il 28/12/2020. Le vite diventano cifre, senza indicazioni di storie, di nomi e cognomi, di situazioni; si trasformano in pura statistica per definire un incremento o decremento in quelle tabelle. Un numero. Fredde cifre che a volte fatichiamo a ricollegare a vite reali, affetti, sentimenti, problemi e gioie della vita quotidiana. Com’è cambiata l’idea della morte in questo difficile 2020, da quando la pandemia è entrata nella nostra vita? Finché la parola “Covid” era ancora estranea al nostro vocabolario, finché questa infezione misteriosa sembrava circoscritta a qualche lontana città d’oriente, la perdita di una vita è sempre stata vissuta in maniera empatica, anche quando la persona coinvolta non era strettamente legata a noi. Leggendo i giornali o navigando sui social network, era facile immedesimarsi nel dolore dei parenti e provare noi stessi quella sofferenza, sempre consapevoli del classico “poteva accadere a noi”. Eppure da quando a marzo la parola “pandemia” ha cominciato a entrare, silenziosa, nella nostra quotidianità, quel meccanismo si è lentamente spezzato. Con un risultato tragicamente noto: oggi, a quasi un anno di distanza, si nota una maggiore difficoltà nel provare empatia davanti a un decesso che non ci tocca direttamente. E questo è legato direttamente a come la gestione del Covid-19 ha trasformato la nostra percezione della morte. Sembrano infatti lontane anni luce quelle immagini strazianti della fila delle camionette dell’Esercito che attraversano Bergamo con all’interno le salme dei deceduti della prima ondata. Un’immagine che è stata riproposta ciclicamente da TG e giornali, anche per mantenere l’attenzione alta sulla pericolosità del virus, quando al termine della quarantena è scattato il “liberi tutti”. Improvvisamente il Covid non sembrava più un pericolo, bensì un dramma del passato da esorcizzare. Ma dopo i bagordi dell’estate la seconda ondata del virus ci ha investito come un tifone, obbligandoci a tornare a quelle restrizioni a cui così difficilmente ci eravamo abituati. Al contempo, però, diversamente da quello che si diceva (tutti ricordiamo il “ne usciremo migliori”, motto della prima fase, vero?), si è assistito a una deumanizzazione della morte, perché questa si è trasformata in un freddo numero. Lo vediamo ogni giorno nel bollettino, regionale e nazionale, che leggiamo sulla stampa. Le vite diventano cifre, senza indicazioni di storie, di nomi e cognomi, di situazioni; si trasformano in pura statistica per definire un incremento o decremento in quelle tabelle. E in questo marasma, l’unico elemento che ci preoccupa è il capire se la curva è in discesa o in risalita. Torniamo così a pensare a noi stessi e a non provare empatia. Un ragionamento che si ritrova anche nelle dichiarazioni pubbliche. Pensiamo alle parole di Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, che davanti alle telecamere ha ricordato la necessità di aprire, perché “le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori, anche se qualcuno morirà, pazienza”. Ecco, in quel “pazienza” si rivede perfettamente il quadro della situazione: il bene della popolazione che supera quello del singolo; la morte giustificata come danno collaterale alla vita di altri.Una situazione che da molti viene accettata, anche a causa dell’effettiva sciatteria che si ritrova nei famosi bollettini della Protezione civile: i decessi direttamente legati al virus non vengono distinti da quelli legati anche ad altre patologie e finiscono nel calderone della statistica, facendo inevitabilmente crescere le fila dei negazionisti, che cercano continui appigli per confermare la confortante ipotesi del “virus che non esiste, è tutto un complotto“. E neppure il Natale ci ha reso, se non più buoni, almeno più empatici. Il gigantesco dibattito sulle aperture che ha preceduto le festività si lega a doppio filo a questo triste risultato: del rischio della morte (soprattutto degli altri) ci interessa poco, l’importante era (ed è) poter respirare un istante di normalità, almeno in un periodo che da sempre è sinonimo di felicità. Doveva essere un Merry Christmas, a tutti costi, in attesa di brindare a un (si spera) felice anno nuovo. E se questo comporta conseguenze per la salute degli altri? Il pensiero comune si riassume in quell’unica parola: “Pazienza”. E allora come si inverte la tendenza, in vista del 2021 ormai alle porte? Difficile dirlo, ma un buon punto di partenza sarebbe tornare a legare quei numeri dei morti a un viso, a una storia, a un particolare che possa nuovamente renderli umani. Qualcuno ci sta provando, ripercorrendo questo 2020 da dimenticare ma che mai cancelleremo dalla nostra memoria, raccontando quelle vite spezzate dalla malattia, nonostante i commenti poco empatici di chi continua imperterrito a sottolineare che “la persona era anziana” oppure che “soffriva di patologie pregresse”. Dimenticandosi che la perdita di un affetto fa male comunque, qualunque sia la causa che l’ha allontanato da noi per sempre.

Il contagio, la quarantena, la morte. E la speranza. Il racconto di un anno di pandemia. Tutto cominciò con una nave a Civitavecchia. E poi Codogno, Nembro, Bergamo, Jesolo, Milano. Nel diario di una cronista l’Italia in zona rossa. Ognuno con la sua linea di confine. Elena Testi su L'Espresso il 26 dicembre 2020.  Una madre guarda la nave da crociera. È ferma. In lontananza si vedono solo alcune persone che si muovono. «Sto cercando di contattare mio figlio», dice. Le telecamere puntano la flotta galleggiante, tutti riprendono il ponte in un’inquadratura a caccia di sensazioni. Dentro c’è un sospetto caso di Coronavirus. Arriva la chiamata del figlio. Raccontano di gente ammassata all’interno del grande ristorante, dell’altoparlante che chiede a tutti di isolarsi nelle proprie cabine. Arrivano informazioni sconnesse di tamponi, di reagenti, di 72 ore. Di risultato negativo e di altri virus che devono essere esclusi per poter dire che il Covid-19 non fluttua in una nave attraccata a Civitavecchia. È il...

Una madre guarda la nave da crociera. È ferma. In lontananza si vedono solo alcune persone che si muovono. «Sto cercando di contattare mio figlio», dice. Le telecamere puntano la flotta galleggiante, tutti riprendono il ponte in un’inquadratura a caccia di sensazioni. Dentro c’è un sospetto caso di Coronavirus. Arriva la chiamata del figlio. Raccontano di gente ammassata all’interno del grande ristorante, dell’altoparlante che chiede a tutti di isolarsi nelle proprie cabine. Arrivano informazioni sconnesse di tamponi, di reagenti, di 72 ore. Di risultato negativo e di altri virus che devono essere esclusi per poter dire che il Covid-19 non fluttua in una nave attraccata a Civitavecchia. È il 30 gennaio. Sono le 22.00 dello stesso giorno, di fronte all’hotel Palatino di Roma, due turisti cinesi vengono messi dentro a un’ambulanza e portati all’ospedale Spallanzani. Entriamo nella grande hall dell’albergo. Il direttore fa cenno con una mano che non può parlare. Un gruppo di inglesi entra e nascosti tra loro ci infiliamo nell’hotel. Tutto è normale, tutto è placido. La notizia del Covid -19 arrivato in Italia è un timido accenno che si disperde in una manciata di ore. C’è vita, c’è normalità, ci sono le persone ammassate per strada. C’è la crisi di Governo con un Matteo Renzi intento a scarnificare il ministero della Giustizia Alfonso Bonafede. C’è Matteo Salvini con i selfie. C’è la prescrizione. Ci sono i bambini che vanno a scuola. C’è una Wuhan lontana che mormora con gente affacciata ai balconi. C’è un mese. Nulla accade. I treni sono bloccati, la stazione di Bologna è persa in un vociare di persone che tentano di raggiungere Milano. A Casalpusterlengo un macchinista è risultato positivo al Covid-19, hanno deciso di bloccare quella tratta per precauzione. È il 24 febbraio, tre giorni fa un ragazzo di Codogno, paesino di 15mila abitanti è il primo positivo accertato. «La prego mi faccia salire», urla una ragazza a un controllore di Trenitalia, l’uomo fa cenno con la testa. Ci infiliamo tutti dentro l’unico treno pronto a partire per il nord. Non c’è spazio, non c’è aria. Alcuni sono seduti dove si impilano le valigie. È un’Italia schizofrenica. Quando il treno parte ci sentiamo vittoriosi. Passiamo per il Veneto, Casalpusterlengo è ancora chiusa, qualcuno si chiede se il virus non sia nell’aria, ma il pensiero da guerra batteriologica viene schizzato via dalla mente. Le forze dell’ordine in quei tre giorni si sono già piazzate. Nessuno deve uscire. C’è un fuori e un dentro. Un noi e un loro. Sono 47mila quelli in area rossa, l’area del lodigiano. Gli “infetti”, c’è chi li chiama così. Per raggiungere i check-point basta prendere Google maps. I segni rossi nella mappa sono il confine invalicabile. I militari non parlano, rimangono con il mitra a metà. I “quarantenati” si affacciano alla frontiera, una donna ferma l’auto, attende le provviste. Un altro gruppo di persone ha una ruspa, sulla pala viene caricato cibo per animali portato da un paesino vicino, libero dalle restrizioni. Ai check-point arriva di tutto: detersivi, sigarette, cibo. Viene lasciato a pochi metri e poi preso da chi è bloccato dentro. Un ragazzo si nasconde, esce fuori quando vede arrivare un’auto, è la fidanzata. Si scambiano un abbraccio. Lei piange, lui la bacia. Le ambulanze corrono dentro. Sono tante. Non sono ambulanze normali, dentro hanno tutti una tuta bianca che li copre. La gente muore mentre fuori si parla di banale influenza. Una bambina di 14 anni di Codogno rimane sola con la sorella di 12, i genitori sono in terapia intensiva. Ha paura degli assistenti sociali. C’è caos, rimangono sole per dieci giorni. Senza cibo. La protezione civile è sopraffatta, deve consegnare le mascherine che non ci sono, deve organizzare, trovare ossigeno per salvare chi ha crisi respiratorie. Dopo dieci giorni c’è chi si accorge di loro, mentre la vita scivola via. Sono denutrite ma si salvano. Un miracolo nella tragedia. Sembra un paese spezzato da verità diverse. Milano si sente intoccabile, il sindaco Beppe Sala invoca normalità. Arriva il segretario del Pd Nicola Zingaretti da Roma, lo accogliamo circondandolo, tutte le domande sono su Matteo Renzi e la tenuta del Governo. Il simbolo della normalità è uno Spritz, mentre la morte silenziosamente miete centinaia di lodigiani. Ci rendiamo conto che il virus è diffuso più di quanto non si voglia credere quando iniziamo a schivare quarantene. Parte la conta degli incontri. Le distanze e la diffidenza. Ad Alzano Lombardo e Nembro, comuni a pochi chilometri da Bergamo, un’ondata si porta via anime inconsapevoli. Si discute se fare una cinta di protezione per evitare che Bergamo diventi un focolaio. I giorni passano e nulla viene fatto, ancora è da capire il perché, visto che le forze dell’ordine sono già schierate per chiudere l’intera area. Camillo Bertocchi, sindaco di Alzano, ha uno schema nel suo ufficio. Su un cartellone di carta bianca ci sono le frecce che indicano cosa fare ogni volta che mancano le bombole d’ossigeno. Nell’unica agenzie di pompe funebri di Alzano, le urne sono una accanto all’altra. «Questi fogli – dice la proprietaria – dove c’è data di nascita, luogo e riferimenti, sono persone che noi conosciamo personalmente. Hanno avuto una vita e una storia». Le ceneri sono in barattoli ovali neri con sopra il nome di chi non c’è più. Sono stati messi nei forni crematori dentro un sacco nero. Nudi e con i segni della malattia cicatrizzati sui propri corpi, a cancellare quei segni sono le fiamme. Donne e uomini, giovani e anziani. Sono passati attraverso la malattia. Sono caduti, si sono rialzati, ma anime e corpi sono ancora prigionieri del virus. Le loro storie, gli incubi e le speranze. È il 7 marzo, un sabato, sono le 18. Trapelano notizie di una Lombardia quarantenata. Milano scopre di essere in mezzo a un focolaio. La gente corre verso la Stazione Centrale. È l’inizio del domani e la fine improvvisa dell’oggi. Dopo un giorno l’Italia intera viene dichiarata zona rossa. Alcuni giorni dopo la serrata generale sul Pirellone le luce accese delle finestre scrivono “Restate a casa”, mentre davanti al cimitero di Bergamo c’è la fila di carri funebri. Non ci sono parenti. Il cancello si apre, entrano dentro, lasciano la bara e ripartono. Quel giorno in un’ora ne arrivano dodici. Dodici corpi. In una chiesa non distante uomini con le tute di bio-contenimento disinfettano i feretri. Il sole si è già eclissato, i carri dell’esercito si fermano, i militari escono composti e silenziosi, prendono le bare. Non c’è più spazio nella piccola cappella, sono oltre sessanta. Nessuno in quel momento sa chi ci sia dentro, neanche le famiglie. Non hanno un nome i morti che lasciano la città. Si percorrono chilometri di autostrada senza incontrare nessuno. Le uniche vite che incroci guidano ambulanze o carri funebri. Sono così tanti da farti venire la nausea. Il covid in Lombardia si è infilato ovunque, anche a Milano. La gente alza il volume dei televisori, dello stereo. Ogni casa ha una colonna sonora per coprire il suono della paura. Tutto è avvenuto all’improvviso, senza preavviso. Un frangente che segna il prima e il dopo, ma ognuno ha il suo frangente. Per alcuni è la morte di un parente, per altri è la quarantena, per altri ancora la fine della libertà avvolta dal terrore del contagio. E quei contagi arrivano in corsia. Fuori dall’ospedale di Cremona ci sono dei tendoni bianchi. I malati scendono dalle ambulanze sopra una barella. Fissiamo i loro visi che spariscono nella zona sporca allestita all’aperto, prima di entrare nella tensostruttura riscaldata. Se rimani in silenzio senti la loro tosse e credi di morire con loro. Per istinto ti allontani. Una signora sui sessanta anni arriva, attende e fa cenno a un medico. Poco dopo un uomo con un sacchetto dell’immondizia in mano le si avvicina. «Finalmente», dice la donna all’uomo. Il marito è lì da un tempo infinito: quaranta giorni. «Lo riporto a casa», fa cenno con la mano e vanno via abbracciati. Non capiamo, difficile farlo. Sappiamo che l’ossigeno è finito. Conosciamo le procedure perché le vediamo. Le ambulanze arrivano impacchettano i malati dentro delle coperte termiche dorate. Un colore strano per il dolore, ti viene da pensare ogni volta che i soccorritori li portano via. Poi ci sono i vigili del fuoco che vanno a sfondare le porte delle persone morte da sole in casa. Sono tante e noi lo sappiamo perché vicino casa c’è una caserma dei vigili del fuoco. Stanno proprio davanti. Sulla finestra c’è scritto “FORZA GIACOMO” a lettere grandi e colorate. Dicono che è in terapia intensiva, ma che ce la farà. Dicono tante cose, ma sono terrorizzati negli occhi, nelle smorfie della bocca. Entrano nelle case vuote, avvertiti da qualche vicino. Entrano nei ricordi. La maggior parte sono sui loro letti. Intorno il vuoto. Le immagini delle vittime del Covid rimangono con noi. E compongono un’elegia, una preghiera.  Che chiede giustizia, memoria, vicinanza. I contagi sono iniziati a calare mentre il numero dei medici morti è salito. Giacomo Grisetti vive a Como, lui il Covid lo ha preso per visitare un paziente, parla dalla taverna dove è stato confinato. La moglie gli lascia un vassoio con il cibo. Ricorda l’amico, medico anche lui, prima di essere intubato ha spedito un messaggio nella chat whatsapp «Si mette male, saturo poco». Quando parla di lui la voce si strozza. A volte ti capita di tornare negli ospedali, di cercare alcuni medici per salutarli e di scoprire che non ci sono più. Hanno perso la loro battaglia con il Covid, ma prima ne hanno vinte tante altre salvando la vita dei loro pazienti. Abbiamo capito che la prima ondata se ne stava andando quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è apparso a Lodi. Dopo, l’estate è passata senza che nessuno si fermasse. Non c’è stato un momento di silenzio per le perdite. Eppure ricordiamo quei medici mentre percorrono i corridoi bianchi. Il momento in cui riuscivano a staccarsi la mascherina dal viso, non avevano segni ma solchi. I vestiti zuppi di sudore per le tute. I turni infiniti. Tutto cancellato, coperto dal suono delle discoteche. Ma il covid è un virus subdolo. Cammina con noi. E lo abbiamo tenuto per mano fino a ottobre. Vicino al Michelangelo, il covid hotel della prima ondata, sulla ringhiera di una terrazza c’è un cartello, c’è scritto “andrà tutto bene”. È sbiadito, la luce dell’appartamento è sempre spenta. Abbassi lo sguardo e vedi le auto circolare. Le persone camminano per strada, ammassate in metro arrivano al lavoro. Per un attimo ricordi i corpi degli anziani portati fuori da una Rsa con un telo bianco sopra. La gente sui balconi. La protezione civile che con il megafono intima a stare in case, a indossare la mascherina. Tempi dimenticati. È metà ottobre quando fuori dall’ospedale Niguarda di Milano i pazienti covid-19 iniziano ad essere troppi. Il responsabile del Pronto Soccorso, Andrea Bellone, ha la faccia preoccupata: «Dobbiamo limitare gli spostamenti o non ce la faremo». Il responsabile della terapia intensiva Roberto Fumagalli si commuove pensando a quando avevano chiuso ai covid il suo reparto, perché non ce ne erano più. All’ospedale Sacco, sempre di Milano, Pietro Olivieri, direttore medico, ha già riconvertito metà struttura «e il peggio se continuiamo così, deve ancora arrivare». Il peggio alla fine è arrivato. All’ospedale di Magenta il reparto di terapia sub-intensiva, gestito dal primario Nicola Mumoli, è stracolmo, dentro ci sono 240 pazienti. Se la terapia intensiva è impressionante quello che accade dentro una sub-intensiva è agghiacciante. Il casco che li aiuta a respirare fa un rumore assordante, sono sempre coscienti. Stanno a pancia in giù nella speranza di far entrare più aria possibile nei polmoni. La sensazione è tentare di respirare con il getto della doccia sparato in bocca. Quando chiedi a un medico cosa provano i pazienti che dalla sub-intensiva passano all’intensiva, in molti ti rispondono: «Sollievo, così possono avere una tregua». I reparti si riempiono, i medici per alcuni diventano degli aguzzini, accusati di esagerare. «Tutta una montatura, il Covid non esiste». E così capita che qualche negazionista entri in una farmacia e dica a Cristina Longhini: «I carri dell’esercito non esistono», proprio a lei che ha visto il padre dentro un sacco e che ha saputo qualche mese dopo che quei carri avevano portato via il suo papà a Ferrara. È successo anche a Diego Federici che ha perso entrambi i genitori: «Coppia inseparabile». Soccorritori, volontari che sacrificano la propria vita, inseguiti e insultati perché accusati di creare allarmismo. Presidenti di Regione impegnati a farsi colorare la regione con una tinta che non metta a repentaglio la propria reputazione, il tutto mentre noi contiamo i morti della seconda ondata che superano quelli della prima. È successo in Lombardia, è successo in Veneto, nel Lazio. Nell’Italia intera che parla di vite “non indispensabili” per poi scusarsi. Non c’è solo il Covid, c’è la mancata prevenzioni, le persone morte d’infarto perché non vogliono andare in ospedale. È successo anche a Tonina, portiera a Milano. Sempre sull’attenti appena arrivava un estraneo nel palazzo. Il cuore le si è fermato, ma lei di andare in ospedale con questo covid non voleva proprio saperne. Di Tonina rimane il ricordo della pasta al forno appena sfornata e un cartello con su scritto compianta. L’emergenza covid travolge il Nordest: in provincia di Verona gli obitori sono pieni e le salme vengono spostate in celle frigorifere per merci nel cortile dell’ospedale pubblico. Dopo i camion militari di Bergamo, ecco le terribili immagini della seconda ondata: nella regione di Zaia record di contagi e vittime, medici e infermieri allo stremo. Non abbiamo atteso la fine della seconda ondata, siamo a dicembre, e in provincia di Verona montano i container per stipare le salme. Dentro la terapia intensiva dell’ospedale di Jesolo si sente una voce: «Urgente, terapia intensiva». Un medico entra con una barella. Con poche mosse la paziente viene intubata, mentre un’altra, la “numero 1”, forse non ce la farà, perché come spiega il direttore Fabio Tuffoletto: «Con il covid il 50% vive, l’altro muore. La verità è che ancora non si è capito bene il motivo». È come tirare una monetina per aria. Per quasi 70mila italiani quella monetina è caduta dalla parte sbagliata. Alle loro famiglie dimenticate dalle Istituzioni un felice anno nuovo. Seppur difficile.

I nostri morti non se ne sono mai andati. Le immagini delle vittime del Covid rimangono con noi. E compongono un’elegia, una preghiera.  Che chiede giustizia, memoria, vicinanza. Giuseppe Genna su L'Espresso il 22 dicembre 2020. L'immagine più grande è la morte spiegata a noi bambini. Sono i camion militari. Noi bambini (perché ora siamo bambini anche se siamo adulti) li vediamo dall’alto, sappiamo tutto di tutti e ancora non abbiamo disimparato a sorprenderci, ad angosciarci e piangere. Più in là col tempo, mesi e mesi di virus alle spalle, matureremo un’anestesia impensabile, non sentiremo più nulla perché saremo stanchi di tutto: dei conteggi, degli annunci vaccinali, dei dpcm, dei volti elucubranti dei virologi, della fine delle economie, dell’insistenza dei preti per le messe, perfino di chi sta accanto a noi gomito a gomito in casa. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo, nell’anno di disgrazia 2020, siamo invece...

L’immagine più grande è la morte spiegata a noi bambini. Sono i camion militari. Noi bambini (perché ora siamo bambini anche se siamo adulti) li vediamo dall’alto, sappiamo tutto di tutti e ancora non abbiamo disimparato a sorprenderci, ad angosciarci e piangere. Più in là col tempo, mesi e mesi di virus alle spalle, matureremo un’anestesia impensabile, non sentiremo più nulla perché saremo stanchi di tutto: dei conteggi, degli annunci vaccinali, dei dpcm, dei volti elucubranti dei virologi, della fine delle economie, dell’insistenza dei preti per le messe, perfino di chi sta accanto a noi gomito a gomito in casa. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo, nell’anno di disgrazia 2020, siamo invece resi inermi nei nostri appartamenti italiani. Noi non sappiamo come ma dobbiamo fare la penitenza, perché la storia che ci punisce si fa vivida e ci spaventa, mediante un’immagine più grande del tempo che abbiamo finora vissuto. Nelle strade esuberanti di buio e luce artificiale, nella città muta Bergamo, nel cuore della Lombardia, la regione con l’indice di mortalità per virus più alto al mondo, una fila di convogli militari trasporta le bare respinte dal forno crematorio, che non può più ricevere cadaveri e ci espone, finalmente, all’orrore della morte che non vediamo. Le immagini della morte per virus le abbiamo intercettate per qualche secondo nella televisione, si intuivano i corpi nudi dei pazienti pronati, l’azzurro elettrico dei tubi per la respirazione assistita. Quella maniera della luce di far tremare le cose, gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male dentro il reparto Covid. Ma questo dolore no, questi camion con la tela mimetica e le oscure sagome alla guida, un collassare della materia tutta, accecarci mentre vediamo la scena – questo no, non ce lo aspettavamo. Non dimenticheremo il 2020: dodici mesi segnati dal contagio, dalla paura e dalla solitudine. Ma anche dalla consapevolezza che se cambiamo ripartiremo. «L’immagine dei mezzi militari che escono dal nostro cimitero è stata e continua ad essere più grande di me», dice il sindaco di Bergamo. È stata e continua a essere più grande di tutti noi e non soltanto di Giorgio Gori, un uomo che nelle prime settimane del virus è andato piagandosi e rovesciandosi per il dolore e ha trasformato nell’incrinatura umana l’astratta reazione che ebbe a inizio della pandemia. Quel sindaco, in qualche modo, ha fatto la storia, perché l’ha davvero subita in nome di tutti noi: noi che abbiamo continuato a vivere, noi i morti, noi che non eravamo fisicamente lì, ma c’eravamo, perché Bergamo era comunque dappertutto, era il rischio ubiquitario nel pianeta. I camion atterriscono il pianeta. Questa immagine ci annichilisce. Come è diversa dalle grandi immagini che l’hanno preceduta! Con le immagini istantanee abbiamo appreso a rapportarci con la storia. Quando è accaduto sul pianeta che tutti avvertissimo nello stesso istante lo stesso pericolo di morte? Noi annaspiamo nella storia. Fatichiamo a prendere respiro tra un’immagine e l’altra. Ogni cronaca infittisce il trionfo del dolore a cui abbiamo assistito da spettatori privilegiati. L’uomo che cade, geometrico e minuscolo, newyorkese, lanciatosi da una delle Torri Gemelle – ci ha riguardato e infatti lo abbiamo guardato e riguardato, più volte. Ma non era l’immagine che implicava il rischio per tutti. Era forse la fine di un’idea di occidente o di un capitalismo, il tabù infranto della guerra su suolo americano, una scena in qualche film. Ricaricavamo il video, l’uomo tornava a cadere. Potevamo godere oscenamente di questo spettacolo di morte, perché anzitutto era tale: c’era una dose di spettacolarità. Chi aveva ideato ed eseguito quell’attentato aveva pensato alla risonanza spettacolare. Il che non accade qui, a Bergamo, seconda metà di marzo, nella notte che sa di neve schiacciata nella mota dai pneumatici. Qui non c’è spettacolo. I camion militari non desiderano farsi vedere, agiscono in silenzio. Sono mimetici, perché non si deve essere notati. Le bare in legno chiaro vengono stipate senza pubblico preavviso. Questo sconvolgente corteo funebre impartisce un monito definitivo, perché conferma la nostra impotenza e dimostra le ragioni della nostra disperazione. Esiste qualcuno che abbia visto continui replay queste immagini? Le immagini più prossime ai camion militari a Bergamo sono piuttosto le foto delle ombre umane stampigliate su marciapiedi e muri di Hiroshima. Donne uomini bambini evaporati, una morte istantanea mai prima sperimentata, il potere sovrannaturale della radiazione, la letalità di una nuova era imposta da un dispositivo tecnologico. Morti non visti, cadaveri inesistenti ma eternati, identità sconosciute, anonimato e perentorità del tempo, rattrappitosi in un istante. Quel flash atomico faceva sentire chiunque a rischio nel pianeta. Inaugurava un’epoca diversa dalle precedenti, un’economia planetaria hi-tech, una storia di accelerazioni e di vita progressiva delle macchine, la biologia confusa con il metallo. La paura globale cominciava qui a manifestarsi con i caratteri della modernità. L’Espresso ha scelto come protagonisti del 2020 la vita e la morte. Quest’ultima è stata rimossa dalla cultura, ma l’anno della pandemia l’ha riportata al centro. Ma avere paura del morire significa sapere che c’è qualcosa che trascende la nostra esistenza individuale. Un Fine. E gli Eredi. La bomba ieri, come il virus oggi, diviene il soggetto della storia. I camion militari a Bergamo sono l’istantanea di questo passaggio d’epoca. Tutti gli istanti culminati in uno. È un’immagine di involucri che nascondono dentro di sé altri involucri. I corpi dei respinti al forno crematorio sono ora occultati nelle bare zincate male, sarcofaghi spogli dentro cui si nasconde ciò che non vogliamo vedere. E non vediamo nemmeno questi feretri: essi giacciono nei camion dell’esercito, i quali paiono grossi sarcofaghi. I mezzi militari fendono la città, diventata essa stessa un abnorme sarcofago, Bergamo in forma di sepolcro, la lombardità nella sua cifra più lugubre e gelida. E infine l’ultimo sarcofago: è tutta l’immagine in sé, che mostra nascondendo ogni cosa, il male silente, le salme radioattive per il virus, le anime dei monatti. Qui non c’è più spettacolo, la realtà, pur rivestita a strati per nascondere i corpi affilitti dal male, è nuda. E un’ultima idea: forse è un sarcofago anche chi guarda il sarcofago dell’immagine, dentro cui si muovono i sarcofaghi di camion che nascondono i sarcofaghi dei deceduti…Tutto ciò che è nascosto, sarà in evidenza. Tutto ciò che è in evidenza, viene occultato. I morti li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Ovunque nel mondo è questa immagine e regna lo sconforto, la paura. Prima che cada la tunica della dimenticanza. E poi si rovescia tutto: l’anno, la disperazione, la morte. I camion militari si arrestano, i nosocomi si svuotano, sono scordati tutti i crematori e l’aria nuova entra nei pertugi e loro, che sono morti, ritornano a noi restaurati. Sono viventi, sono ritornati viventi. Non se ne erano mai andati. Con parole di poesia possiamo abbracciare chi non c’è più perché ci sarà sempre.

Esclusivo - Troppi morti in Veneto. Si riempiono i container.

L'emergenza covid travolge il Nordest: in provincia di Verona gli obitori sono pieni e le salme vengono spostate in celle frigorifere per merci nel cortile dell'ospedale pubblico. Dopo i camion militari di Bergamo, ecco le terribili immagini della seconda ondata: nella regione di Zaia record di contagi e vittime, medici e infermieri allo stremo. Paolo Biondani e Andrea Tornago su L'Espresso il 17 dicembre 2020. Dopo il triste corteo dei camion militari in marzo a Bergamo, le foto choc della seconda ondata arrivano dalla provincia di Verona: un container frigorifero sistemato nel cortile di un ospedale, per accogliere le salme delle troppe vittime del covid. Succede a Legnago, la cittadina di 25 mila abitanti dove ha sede il secondo polo sanitario pubblico della provincia. L'ospedale non riesce più a gestire il record dei contagi, ricoveri e decessi: l’obitorio è pieno, per cui le bare vengono spostate nel contenitore d'acciaio collocato all'esterno. Verona è la provincia più colpita dal coronavirus, con più di 1.300 morti e quasi 20 mila persone attualmente positive. E gli ospedali scoppiano, come testimonia il il chirurgo Ivano Dal Dosso, segretario veronese del sindacato dei medici Anaao: «Siamo in una situazione di estremo stress, a Legnago l’altro giorno in pronto soccorso c’erano 49 pazienti, di cui 20 in attesa di un letto. Ormai si gestiscono i malati direttamente lì, con il casco Cpap, come se fosse una terapia semi-intensiva. E questi pazienti non risultano nemmeno censiti nei bollettini della Regione, perché tecnicamente non sono ricoverati». Non va meglio nelle altre province venete, come raccontano gli altri rappresentati degli operatori sanitari ormai stremati. Stefano Polato, medico dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, registra una «situazione decisamente preoccupante: sia le terapie intensive che i reparti attualmente disponibili sono pieni, basta un soffio di vento perché tutto precipiti». Anche a Vicenza, conferma l’ematologo Enrico Di Bona, «il quadro è grave e se continua così si arriverà al collasso, perché tutti gli ospedali dovranno essere riconvertiti esclusivamente al covid». A Treviso il chirurgo ortopedico Pasquale Santoriello, dell’ospedale cittadino Ca’ Foncello, parla di «personale distrutto, sfinito dai turni di 12 ore nelle tute di plastica, e sempre più soggetto al contagio. Poco fa ho incrociato un amico infermiere che mi ha riferito di essere appena risultato positivo al test: stava scappando dall’ospedale passando per gli scantinati, per cercare di non contagiare nessuno». In Veneto si era registrata, il 21 febbraio, la prima vittima italiana della pandemia. Nei mesi successivi della prima ondata questa regione, grazie alla massiccia campagna di controlli con tamponi molecolari avviata dall'ospedale universitario di Padova, ha limitato i contagi e i decessi rispetto al resto del nord Italia. Le riaperture incontrollate di questi mesi in zona gialla, però, hanno fatto esplodere i contagi e i decessi nella seconda ondata. E anche oggi, come ormai da settimane, il Veneto registra il record nazionale di nuovi contagiati (oltre 4.400) e delle vittime: altri 92 morti in 24 ore. Il primo a lanciare l’allarme era stato il segretario regionale dell’Anaao, il dottor Adriano Benazzato, che aveva contestato i criteri utilizzati dalla Regione Veneto per conteggiare i posti disponibili nelle terapie intensive: «In realtà sono soltanto 639, per attivarne 500 in più bisognerebbe assumere almeno 400 anestesisti rianimatori e oltre 1200 infermieri dedicati e preparati, che in Veneto non ci sono». Gli fa eco il suo vice, Andrea Rossi, geriatra dell’ospedale Borgo Trento di Verona: «In Veneto iniziamo a raschiare il fondo del barile. Qui o la regione cambia colore, oppure rischiamo di trovarci in un'emergenza ancora peggiore. Tra poco il covid potrebbe sommarsi al picco dell’influenza. E se non si corre subito ai ripari, la nave andrà a picco come era successo a Brescia e a Bergamo nella prima ondata».

Coronavirus, tutti i personaggi famosi contagiati e quelli che sono morti. Redazione su Il Riformista il 31 dicembre 2020. Il coronavirus come tutte le grandi infezioni e malattie non discrimina in base alla classe sociale. Il covid 19 non guarda in faccia a nessuno ma anzi è arrivato a colpire tutti, poveri e ricchi, anche i volti più noti dai calciatori ai politici passando per gli attori più celebri. Considerata ormai da settimane una pandemia, il virus è arrivato a coprire ogni parte del pianeta costringendo milioni di persone a stare in quarantena, vip compresi. Anche se tra i più colpiti troviamo gli esponenti politici, i quali anche per i loro impegni non sono riusciti a sottrarsi al virus.

POLITICI 

Nicola Zingaretti – Il segretario del PD e governatore del Lazio ha annunciato di aver contratto il coronavirus ed è in isolamento. Le sue condizioni di salute sono buone e ha dichiarato di stare bene. Infatti il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito.

Alberto Cirio – Il governatore della Regione Piemonte ha annunciato di aver contratto il coronavirus. Il 23 marzo ha dichiarato di stare bene e di essere guarito.

Alessandro Mattinzoli – L’assessore della Regione Lombardia ha contratto il covid 19 ma ha dichiarato di essere in buona condizioni di salute.

Raffaele Donini – Assessore per la salute della Regione Emilia Romagna è risultato anche lui positivo al covid ma sta bene.

Barbara Lori – L’assessore regionale per le aree montane dell’Emilia Romagna è risultata positiva al tampone del coronavirus, ma è in buone condizioni.

Gianluca Galimberti – Il sindaco di Cremona ha annunciato di aver contratto il coronavirus ma di stare bene.

Claudio Pedrazzini – Primo parlamentare  italiano ad essere stato contagiato dal covid, scaturendo così una serie di controlli e precauzioni anche a Montecitorio.

Edmondo Cirielli – Il deputato campano di Fratelli d’Italia, il quale alla camera svolge il ruolo di questore, ha annunciato di essere positivo al coronavirus ma di stare bene.

Luca Lotti – L’ex ministro e deputato del Partito Democratico è risultato positivo al coronavirus, anche se ha dichiarato di stare bene.

Anna Ascani – La vice-ministra dell’Istruzione è risultata positiva al coronavirus, ma ha annunciato con un messaggio sui social di stare bene.

Pierpaolo Sileri – Anche il vice-ministro della salute ha dichiarato di essere positivo al coronavirus ma di essere in buone condizioni di salute.

Nelio Pavesi – Non ce l’ha fatta il consigliere comunale di Piacenza della Lega, che dopo aver contratto il coronavirus è morto il 10 marzo all’età di 68 anni.

Mohammad Mirmohammadi – Tra le vittime che l’Iran sta mietendo per il coronavirus c’è anche un membro dell’organismo di consiglio della Guida Suprema Ali Khamenei, dell’età di 71 anni.

Masoumeh Ebtekar – La vicepresidente dell’Iran con delega alle donne e gli affari familiari, è il terzo esponente politico ad aver contratto il coronavirus e le sue condizioni di salute sono buone.

Iraj Harirchi – Ha fatto il giro del web il video che vedeva protagonista il vice-ministro della salute in Iran mentre sudava in diretta. E’ stato il primo a contrarre il covid 19 nella politica persiana ma le sue condizioni appaiono stabili.

Mahmud Sadeghi – Anche un parlamentare eletto in Iran è stato contagiato dal covid 9 ed è il secondo politico colpito nella terra persiana.

Alberto II di Monaco – Anche il sovrano è risultato positivo al coronavirus, diventando così il primo monarca contagiato.

Santiago Abascal – Leader politico della destra spagnola a capo del partito Vox è risultato positivo al covid 19 ma le sue condizioni sono buone.

Principe Carlo d’Inghilterra – Il Principe Carlo è risultato positivo al coronavirus. Oltre ad essere il secondo caso nel mondo monarchico, è anche il primo contagiato della Royal Family. Il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito e di essere in buona salute.

Franck Riester – Il ministro della cultura francese è risultato positivo al tampone ma sta bene.

Nadine Dorries – La ministra della salute inglese è risultata positiva al coronavirus ma le sue condizioni sono buone.

Michael Wos – Il ministro dell’ambiente in Polonia è risultato positivo ma sta bene.

Michel Barnier – Il negoziatore francese dell’Unione Europea per la Brexit è risultato positivo al coronavirus, essendo così il primo della governance europea ad aver contratto l’infezione.

Begona Gomez – La moglie del premier spagnolo Pedro Sanchez ha contratto il coronavirus anche se il primo ministro non risulterebbe contagiato.

Sophie Grégoire – Ex conduttrice televisiva e moglie del presidente canadese Justin Trudeau è risultata positiva al coronavirus, anche se Trudeau non risulterebbe essere stato contagiato sebbene sia in isolamento. Il 30 marzo ha annunciato di essere ufficialmente guarita.

Guido Bertolaso – L’ex capo della Protezione civile è risultato positivo al coronavirus. Si stava occupando dell’allestimento della Fiera di Milano in un ospedale per il covid. E’ ricoverato ma le sue condizioni non destano preoccupazioni.

Boris Johnson – Il premier britannico è risultato positivo al coronavirus. Dopo essere stato ricoverato in ospedale per l’aggravarsi delle condizioni di salute, ha affermato di stare in auto-isolamento e di essersi ripreso.

Mikhail Mishustin – Il primo ministro russo ha contratto il Covid-19 e ha trasferito le sue mansioni al vice premier Andrei Belusov.

Otavio Rego Barros – Il generale portavoce del presidente brasiliano Jair Bolsonaro è risultato positivo al coronavirus. Da quando è scoppiata l’epidemia in Brasile oltre venti funzionari di Bolsonaro sono stati contagiati, ma il suo test è risultato negativo.

Jeanine Añez Chavez – La presidente ad interim della Bolivia è risultata positiva al test per il coronavirus ed è sottoposta all’isolamento per due settimane.

Robert O’ Brien – Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca è risultato positivo al coronavirus. Uno dei più stretti collaboratori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha sintomi lievi ma resta in isolamento.

Silvio Berlusconi – Il Presidente di Forza Italia è risultato positivo al tampone da coronavirus. L’imprenditore è asintomatico ed è in isolamento ad Arcore.

Donald Trump – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è risultato positivo al coronavirus insieme alla moglie Melania, entrambi asintomatici. Solo a seguito del contagio il Presidente americano ha avvertito sintomi simil influenzali ed è posto ad isolamento.

Nunzia De Girolamo – L’ex deputata di Forza Italia ha comunicato sui social di essere risultata positiva al coronavirus e sintomatica. Un lungo decorso per la politica che, dopo 15 giorni è guarita.

Beatrice Lorenzin – La deputata del Partito Democratico ed ex ministro della salute è risultata positiva al coronavirus.

Principe William – Duca di Cambridge e membro della famiglia reale britannica, avrebbe nascosto la sua positività al coronavirus. Il contagio sarebbe avvenuto ad aprile, e quindi in piena prima ondata.

Virginia Raggi – La sindaca della città di Roma è risultata positiva al coronavirus dopo essere stata in contatto con una persona contagiata. E’ in isolamento e asintomatica.

Volodymiyr Zelensky – Il presidente dell’Ucraina è risultato positivo al Covid-19. A dare la notizia è stato lo stesso governatore che sui social ha rassicurato sulle sue condizioni. Per ora sta rispettando la quarantena con l’isolamento e una cura di vitamine.

Francesco Samengo – Il presidente dell’Unicef è morto il 10 novembre all’ospedale Spallanzani a causa del contagio da Covid-19. Ad annunciarlo è stata la stessa associazione con un comunicato ufficiale.

Saeb Erekat – Il segretario generale dell’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, è morto il 10 novembre per complicanze da Covid-19. Il politico era stato ricoverato in ospedale a seguito del contagio ed era in coma dallo scorso 19 ottobre.

Stefano Bonaccini – Il governatore dell’Emilia Romagna è risultato positivo al Covid-19 l’1 novembre. Dodici giorni dopo, ha annunciato sui social di aver sviluppato una polmonite bilaterale allo stadio iniziale e di essere in cura presso la propria abitazione.

Giulia Bongiorno – L’avvocata penalista e senatrice della Lega è risultata positiva al Coronavirus. La politica ha annunciato in un’intervista di essersi contagiata all’inizio di novembre con lievi sintomi ed essere rimasta in isolamento come da protocollo, ma ora sta bene.

Valéry Giscard d’Estaing – È morto a 94 anni l’ex presidente della Repubblica, nella sua proprietà di Authon nel Loir-et-Cher. Era risultato positivo al coronavirus, hanno fatto sapere i familiari. Giscard d’Estaing è stato presidente dal 1974 al 1981.

Lidia Menapace – Risultata positiva al coronavirus, la partigiana e politica è morta il 7 dicembre all’età di 96 anni. Qualche giorno prima era stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni.

Emmanuel Macron – Il presidente francese è risultato positivo al Coronavirus. La diagnosi è stata stabilita in seguito a un test Rt-Pcr realizzato subito dopo l’apparizione dei primi sintomi. E’ posto in isolamento anche se continuerà le sue attività a distanza.

Iacopo Melio – Lo scrittore, giornalista e consigliere regionale della Toscana ha annunciato sui social di essere risultato positivo al Covid-19. E’ sintomatico ma in isolamento domiciliare e sotto stretto controllo medico.

CINEMA

Lucia Bosè – E’ morta il 23 marzo ad 89 anni l’attrice icona del cinema italiano per complicanze da coronavirus.

Giuliana De Sio – La famosa attrice adesso è negativa, ma ha annunciato di aver contratto il coronavirus in una delle sue tournèe teatrali ed è stata ricoverata per due settimane all’ospedale Spallanzani a Roma. Ora è guarita.

Tom Hanks – La celebre star hollywoodiana ha annunciato di essere positivo al coronavirus insieme alla moglie Rita Wilson. In questo momento l’attore si trova in Australia ma ha dichiarato di stare bene.

Harvey Weinstein – Anche il produttore cinematografico è risultato positivo al coronavirus. Dopo la recente condanna a 23 anni di carcere, ora è in una cella di isolamento nella prigione di New York.

Idris Elba – Il celebre attore è risultato positivo ma ha annunciato di stare bene.

Itziar Ituno – L’attrice star della serie tv La casa di carta ha annunciata di essere stata contagiata dal coronavirus ma di stare bene. Ha dichiarato però di non sottovalutare questa infezione e di rimanere a casa.

Kristofer Hivju – Anche un’altra serie tv è stata colpita dal coronavirus. Ad essere risultato positivo al coronavirus è l’attore norvegese di Game of Thrones.

Nick Cordero – L’attore canadese è morto il 6 luglio. Era ricoverato in ospedale da oltre 90 giorni, a seguito del risultato positivo al coronavirus. Le complicanze dopo la trasmissione del virus lo avevano sottoposto ad un’amputazione della gamba destra, una tracheotomia facendo apparire subito gravi le sue condizioni.

Mel Gibson – Il famoso attore americano è risultato positivo al coronavirus lo scorso aprile. Ricoverato e curato con il trattamento del farmaco remdesivir, è risultato negativo al virus e positivo agli anticorpi dando così conferma della sua guarigione.

Antonio Banderas – Il famoso attore spagnolo è risultato positivo al test per il coronavirus. Il 10 agosto, giorno del suo 60esimo compleanno, ha annunciato di essere rimasto contagiato dalla pandemia che sta piegando nuovamente la Spagna.

Dwayne Douglas Johnson – Il celebre attore hollywoodiano, conosciuto anche come The Rock, ha annunciato sui social di essere stato contagiato dal Covid insieme alla moglie e al figlio. L’ex stella del wrestling ha rassicurato i fan affermando di essere riuscito a sconfiggere il virus, anche se con la sua famiglia ha dovuto affrontare tre settimane difficili.

Robert Pattinson – Il celebre attore 34enne è risultato positivo al test del coronavirus. In isolamento come da protocollo, le riprese per il film di Batman di cui è protagonista sono state sospese.

Gabriele Salvatores – Il celebre regista è risultato positivo al coronavirus, è asintomatico e ha rassicurato sulle sue condizioni.

Lillo Petrolo – Il celebre Lillo del duo comico Lillo & Greg ha contratto il covid-19. Ad annunciare la positività al virus è lo stesso attore che in una conferenza da remoto ha raccontato di essere in quarantena e di avvertire tutti i sintomi dell’infezione.

Rocco Siffredi – Il celebre pornoattore è risultato positivo al coronavirus insieme alla sua famiglia, la donna di servizio e l’autista.

Christian De Sica – Il celebre attore in un’intervista ha annunciato di essere stato positivo al Covid-19. L’ultimo tampone eseguito ha dato esito negativo, ma è stato in cura domiciliare ed era sintomatico.

Michele La Ginestra – L’attore è risultato positivo al coronavirus. Ad annunciarlo è stato lui stesso sui social, rassicurando sulle sue condizioni. E’ in isolamento insieme alla sua famiglia, tutti contagiati ma sotto controllo medico.

Franco Giraldi – ​È morto nella serata del 2 dicembre il regista, sceneggiatore e critico cinematografico. Era ricoverato da un paio di giorni perché affetto da Covid-19. Aveva esordito nel filone western ed era stato anche aiuto regia di Sergio Leone in Per un pugno di dollari.

Kim Ki-duk –  Il regista sudcoreano è morto l’11 dicembre in Lettonia, in seguito a complicazioni legate al Covid-19. 

CALCIATORI E SPORTIVI

Daniele Rugani – Il calciatore della Juventus è stato il primo giocatore ad essere risultato positivo al coronavirus seppur asintomatico, facendo partire così l’isolamento di tutta la squadra. Ha dichiarato di stare bene e di essere in buone condizioni.

Manolo Gabbiadini – Il calciatore della Sampdoria è risultato positivo al covid 19, a annunciarlo è stata la società blucerchiata. Lo stesso Gabbiadini ha rilasciato poi un messaggio sui social dichiarando di stare bene.

Paulo Dybala – Il giocatore della Juventus è risultato anche lui positivo al coronavirus insieme alla sua fidanzata, anche se dichiarano di stare bene ed entrambi erano asintomatici.

Paolo Maldini – Il dirigente del Milan è rimasto positivo al coronavirus e con lui anche il figlio calciatore della squadra milanese Daniel Maldini.

Antonino La Gumina – Anche il calciatore della Sampdoria è risultato positivo ma in buone condizioni.

Morten Thorsby – Insieme agli altri cinque compagni, anche il calciatore della Sampdoria Thorsby è risultato positivo al tampone del coronavirus.

Fabio Depaoli – L’altro giocatore della Sampdoria ad essere stato contagiato dal virus è Depaoli.

Dusan Vlahovic – Il giocatore della Fiorentina è risultato positivo al coronavirus, il primo della squadra a contrarre l’infezione.

German Pezzella – Anche Pezzella della Fiorentina è rimasto contagiato ma è in buone condizioni.

Patrick Cutrone – Il calciatore della Fiorentina è rimasto contagiato dal coronavirus, ma sta bene.

Blaise Matuidi – Il calciatore francese della Juventus è risultato anche lui positivo al tampone sebbene asintomatico, ma sta bene.

Mattia Zaccagni – Anche il centrocampista del Verona è rimasto contagiato dal covid 19.

Fatih Terim – L’allenatore del Galatasaray è risultato positivo al coronavirus ed era stato ricoverato in ospedale. Il 30 marzo è stato dimesso in quanto in buone condizioni, anche se non è ancora vista la sua rinnovata positività al virus.

Mikel Arteta – Anche gli allenatori non sono risultati immuni al coronavirus. L’allenatore dell’Arsenal è risultato positivo ma le sue condizioni sono buone.

Callum Hudson-Odoi – Il giocatore del Chelsea è rimasto contagiato anche lui in Inghilterra dal coronavirus.

Ezequiel Garay – Il difensore argentino militante nel Valencia è risultato positivo.

Wu Lei – Anche il calciatore cinese dell’Espanyol è rimasto contagiato e ha contratto il coronavirus.

Rudy Gobert – L’altra stella cestista dell’NBA ha annunciato di essere stato contagiato dal covid 19 ma di stare in buone condizioni.

Donovan Mitchell – Il famoso cestista dell’NBA è risultato positivo al coronavirus ma sta bene.

Timo Hubers –  Il calciatore dell’Hannover è rimasto contagiato insieme ad un atleta dell’Herta Berlino.

Marco Sportiello – Il portiere dell’Atalanta è il primo caso in squadra ad essere risultato positivo al covid19, ma è asintomatico e sta bene.

Pape Diouf – L’ex presidente dell’Olympique di Marsiglia è scomparso l’1 Aprile all’età di 68 anni a causa delle complicanze da coronavirus.

Donato Sabia – L’atleta è morto l’8 Aprile all’età di 56 anni a causa del coronavirus. Due volte finalista olimpico degli 800 metri piani, il mezzafondista aveva perso pochi giorni prima anche il padre.

Novak Djokovic – Il numero uno al mondo di tennis è positivo al coronavirus. Il fenomeno serbo classe 1987, è risultato positivo al tampone dopo aver partecipato all’Adria Tour. In totale sono cinque, tra tennisti e membri dello staff, coloro che sono stati contagiati.

Anton Khudayev – Il 48enne medico della nazionale di calcio ucraina e membro dello staff del ct Andry Shevchenko, ex attaccante del Milan, è morto di coronavirus il 27 luglio.

Alyssa Milano – La famosa attrice americana ha raccontato la sua brutta esperienza con il coronavirus. Nonostante avesse tutti i sintomi dell’infezione, soltanto al quarto test, del sangue e non il tampone, è risultata positiva lo scorso aprile. E’ stata male per oltre due settimane, ma dopo qualche mese ha dichiarato di stare meglio.

Angel Di Maria, Leo Paredes, Neymar e Mauro Icardi – I quattro calciatori militanti nella squadra del Paris Saint-Germain sono risultati positivi al test del coronavirus. I primi due giocatori hanno passato insieme le vacanze in Spagna, così come il brasiliano che però era in compagnia dei suoi amici a Ibiza. Il club francese ha annunciato di continuare i controlli all’interno del team prima dell’inizio del campionato 2020/21, dove si è scoperto che anche l’argentino Icardi è risultato contagiato.

Thibaut Courtois – Il portiere del Real Madrid è risultato positivo al tampone del Covid-19. La conferma è arrivata dopo aver sostenuto gli esami con la nazionale belga.

Aurelio De Laurentiis – Il presidente dell’Ssc Napoli è risultato positivo al coronavirus. Nei mesi precedenti il patron del Napoli ha subito una forma non leggera di polmonite e sembra essere non asintomatico. Come da protocollo, sono stati presi tutti i provvedimenti del caso. Poche ore prima aveva partecipato all’assemblea di Lega della Serie A per l’inizio del campionato 2020/21.

Zlatan Ibrahimovic – L’attaccante svedese del Milan è risultato positivo al coronavirus dopo l’esito dei tamponi cui sono stati sottoposti i calciatori rossoneri. Il giocatore è stato prontamente posto in quarantena a domicilio.

Cristiano Ronaldo – Il calciatore della Juventus è risultato positivo al coronavirus ed è asintomatico. L’attaccante è volato in Portogallo, violando le regole dell’isolamento dopo i casi di contagio nella squadra bianconera, per giocare una partita con la sua Nazionale.

Valentino Rossi – Il celebre pilota ha comunicato di essere risultato positivo al Covid dopo essersi sottoposto ad un secondo tampone che ha confermato il contagio. Ha fatto sapere di avere una leggera influenza. Le sue condizioni sono costantemente monitorate.

Federica Pellegrini – La celebre nuotatrice ha fatto sapere attraverso il suo profilo Instagram di essere risultata positiva al Covid. E’ sintomatica con mal di gola e debolezza, ed ora è in isolamento.

Danielle Frédérique Madam – La campionessa di atletica nella specialità del lancio del peso, residente a Pavia, ha fatto sapere di essere risultata positiva al coronavirus attraverso una stories sul suo profilo Instagram. Ha detto di soffrire sintomi come la perdita dell’olfatto.

Ronaldo de Assis Moreira, Ronaldinho – L’ex calciatore brasiliano, fenomeno di Paris Saint Germain, Barcellona e Milan è risultato positivo al coronavirus. Lo ha fatto sapere attraverso i social. È asintomatico.

Irma Testa – La prima pugile italiana alle Olimpiadi (era Rio 2016) ha fatto sapere all’Ansa dell’esito del tampone. Ha perso gusto e olfatto. “Non si deve mollare – ha detto la campionessa di Torre Annunziata – e occorre continuare ad allenarsi, sempre rispettando le regole. Le restrizioni sono importanti per tenere a bada il virus ma noi senza preparazione e match non possiamo stare”.

Urbano Cairo – L’imprenditore e presidente del Torino Football Club è risultato positivo al Covid-19. E’ stato ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano ed è sotto osservazione.

Francesco Totti – Nei giorni scorsi l’ex campione giallorosso ha avuto la febbre e sintomi riconducibili al virus confermati dall’esito del tampone arrivato nelle scorse ore. Le sue condizioni sono in miglioramento. In isolamento la moglie Ilary Blasi e i figli.

Roberto Mancini – L’allenatore della Nazionale di calcio italiana è risultato positivo al coronavirus e asintomatico. La notizia del suo contagio ha destato molto scalpore in seguito alle sue dichiarazioni negazioniste sulla malattia Covid-19.

Diego Armando Maradona Junior – Il figlio del Pibe de Oro è risultato positivo al Covid-19 insieme a sua moglie. A dare la notizia è stato lo stesso Diego che sui social ha raccontato di essere sintomatico con tosse e febbre e di stare isolamento.

Mohamed Salah – Il calciatore del Liverpool è risultato positivo al coronavirus ed è asintomatico. Ad annunciarlo è stata la Federcalcio egiziana ed è in buone condizioni.

Stefano Pioli – L’allenatore del Milan è risultato positivo al coronavirus dopo aver effettuato il test rapido. Il tampone molecolare ha confermato l’esito ed è stato posto in isolamento.

Lewis Hamilton – Il pilota di Formula 1 è risultato positivo al coronavirus.  La Mercedes fa sapere che Lewis è in isolamento come previsto dai protocolli covid-19, e che fatta eccezione per lievi sintomi, sta bene ed è in forma.

PERSONAGGI TV

Nicola Porro – Il popolare giornalista e conduttore di Quarta Repubblica è risultato positivo al covid ed è in isolamento anche se sembrerebbe in via di guarigione.

Renato Coen – Il giornalista di SkyTg24 è risultato positivo al coronavirus ma è in buone condizioni.

Piero Chiambretti – Il celebre conduttore televisivo è risultato positivo al coronavirus e le sue condizioni appaiono buone. Il 30 marzo ha dichiarato di essere guarito. Mentre non ce l’ha fatta sua mamma Felicita, la prima tra i due ad aver contratto il virus spegnendosi il 21 marzo all’età di 84 anni.

Floyd Cardoz – Il famoso cuoco indiano è il primo chef al mondo ad essere risultato positivo al covid 19. Si è spento il 25 marzo all’età di 59 anni.

Sergio Rossi – Il famoso re delle scarpe di lusso è morto il 3 Aprile all’età di 85 anni a seguito di complicanze da coronavirus. Nei giorni precedenti alla sua scomparsa aveva donato 100mila euro all’ospedale Sacco.

Richard Quest – Il noto giornalista della CNN ha rivelato durante uno show di essere positivo al coronavirus.

Giacomo Poretti – Il famoso comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo ha confessato di aver contratto il coronavirus a fine marzo, insieme a sua moglie Daniela Cristofori. Poretti ha però aggiunto di esserne guarito ed ha intenzione di riprendere a lavorare il prima possibile con il suo nuovo spettacolo.

Alba Parietti – La nota showgirl ha confessato di essere stata contagiata dal coronavirus nei primi giorni di marzo. Ad oggi sta bene ed è guarita.

Flavio Briatore – L’imprenditore e celebre proprietario del Billionaire in Sardegna è risultato positivo al tampone per il Coronavirus. Recatosi in ospedale per una prostatite, ha scoperto di avere il virus. Subito sono scattate le misure di protocollo, come l’isolamento, e la procedura di rintracciamento di tutti i contatti avuti scoprendo così un focolaio.

Fabrizio Corona – Il noto ex paparazzo ha annunciato sui social di essere risultato positivo al Covid e di avere sintomi quali febbre alta e debolezza.

Antonio Ricci – Il noto creatore della trasmissione satirica Striscia la notizia è stato ricoverato in ospedale a scopo precauzionale dopo essere risultato positivo al coronavirus. Le sue condizioni si presentano stabili a seguito di una cura mirata ed è in netto miglioramento.

Gerry Scotti – Il celebre volto della televisione è risultato positivo al coronavirus. Ad annunciarlo è stato lo stesso presentatore sui social che ora si trova in isolamento sotto controllo medico.

Carlo Conti – Il celebre presentatore della Rai è risultato positivo al Covid-19. A comunicarlo è stato lo stesso conduttore sui social, che è asintomatico e sotto controllo medico.

Alessandro Cattelan – Il conduttore di X-Factor è risultato positivo al coronavirus. A dare l’annuncio è stato lo stesso Cattelan che sui social ha fatto sapere di stare in isolamento e sotto controllo medico.

Valentino Picone – Il comico e attore del duo Ficarra e Picone è risultato positivo al test rapido da coronavirus. Dopo un mese in isolamento e in condizioni stabili, il tampone ha dato esito negativo ritornando in tv per la conduzione di Striscia la Notizia accanto all’amico e socio Salvatore Ficarra.

Aurora Ramazzotti – La figlia di Eros e Michelle Hunziker è risultata positiva al coronavirus. A dare la notizia è stata la stessa 23enne durante un collegamento telefonico in una rete televisiva affermando di aver avuto sintomi come tosse e sinusite e di stare in isolamento insieme al fidanzato Goffredo Cerza. Anche se adesso le sue condizioni sono migliorate.

Alena Seredova – L’ex modella è risultata positiva al Covid-19. Ad annunciarlo è stata la stessa showgirl sui social che è sintomatica e in isolamento.

Emilio Fede – L’ex direttore del Tg4 è risultato positivo al tampone da coronavirus. E’ asintomatico ed in buone condizioni di salute. La prima parte dell’isolamento l’ha trascorsa in un hotel del lungomare di Napoli, mentre per le festività natalizie verrà trasferito al Covid residence.

MUSICA E LETTERATURA

Luis Sepùlveda – Lo scrittore cileno è risultato essere positivo al coronavirus insieme alla compagna poetessa Carmen Yanez. Anche se le sue condizioni sembravano inizialmente stazionarie, il 16 Aprile è scomparso all’età di 70 anni.

Placido Domingo – Il celebre tenore spagnolo ha dichiarato di essere positivo al coronavirus, le sue condizioni per ora appaiono stabili.

Manu Dibango – E’ morto il 24 marzo in Francia il sassofonista camerunense e leggenda dell’afro-jazz dopo aver contratto il coronavirus.

Vittorio Gregotti – E’ morto il 15 marzo 2020 il grande architetto di fama internazionale, anche lui vinto dal coronavirus.

Jackson Browne – La celebre star americana ha annunciato di essere risultato positivo al coronavirus dopo essersi sottoposto al test, ma ha dichiarato di stare bene.

Till Lindemann – Il celebre cantante tedesco del gruppo metal Rammstein non soltanto ha manifestato tutti i sintomi della malattia, ma a causa del coronavirus è stato ricoverato in terapia intensiva.

Raffaele Masto – Scrittore e giornalista milanese, Masto è morto a 66 anni il 28 marzo dopo aver contratto il coronavirus.

Joe Diffie – Il cantante country, vincitore di un Grammy Award,  è scomparso all’età di 61 anni il 30 marzo per complicanze da coronavirus.

Ellis Marsalis jr – Il musicista leggenda del jazz a New Orleans è scomparso il 2 Aprile per complicanze legate al coronavirus. Aveva 85 anni.

Adam Schlesinger – Il cantante e musicista della band americana Fountains of Wayne è morto l’1 aprile all’età di 52 anni dopo essere stato ricoverato per complicanze da covid-19.

Fiordaliso – La celebre cantante Marina Fiordaliso è risultata positiva al coronavirus insieme alla sua famiglia. L’artista ha annunciato di essere guarita dal covid 19 insieme alla sorella e al padre, ma la madre invece non ce l’ha fatta.

Pink – La celebre cantante ha lasciato un messaggio sui suoi social annunciando di essere positiva al covid-19 insieme a suo figlio. La star ha poi rassicurato i suoi fan dichiarando di essere guarita e ha donato 1 milione di dollari a due fondi per la ricerca contro il coronavirus.

John Prine – Il cantautore americano si è spento all’età di 73 anni il 7 Aprile a seguito di complicazioni da coronavirus. L’artista ha vinto due Grammy Award, nel 1991 e nel 2005.

Fred The Godson – Il rapper statunitense si è spento all’età di 35 anni il 24 Aprile, a causa delle complicanze da coronavirus.

Madonna – La famosa cantante ha lasciato un messaggio sui social informando i suoi fan di essere risultata positiva al Covid-19. La star americana non ha specificato quando ha scoperto di essere stata contagiata, ma ha spiegato di aver sviluppato gli anticorpi.

TY- Il rapper britannico, il cui vero nome è Ben Chijioke, è morto a 47 anni l’8 maggio a seguito delle complicanze sorte dopo aver contratto il coronavirus.

Andrea Bocelli – Il noto tenore ha confessato di essere stato contagiato dal coronavirus insieme alla sua famiglia. Dopo il tampone effettuato lo scorso 10 marzo, dopo vari mesi dopo essere guarito ha donato il plasma per poter contribuire alla ricerca sulla cura da covid-19.

Nina Zilli – La cantante ha annunciato sui social di essere risultata positiva al covid, nonostante i primi test avessero dato esito negativo.

Ornella Vanoni – La celebre artista è risultata positiva al coronavirus. A comunicarlo è stata la stessa cantante sui social rassicurando sulle sue condizioni.

Mara Maionchi – La produttrice discografica è stata ricoverata in ospedale dopo essere risultata positiva al coronavirus. Dopo pochi giorni è stata dimessa ed ora è sotto controllo medico a casa.

Iva Zanicchi – La celebre cantante è risultata positiva al coronavirus. Ad annunciarlo è stata la stessa artista sui social, rassicurando sulle sue condizioni di salute.

Stefano D’Orazio – Lo storico batterista del gruppo musicale dei Pooh è venuto a mancare il 7 novembre. Ricoverato da una settimana a causa del contagio da Covid-19, aveva malattie pregresse.

Marco Santagata – Lo scrittore e docente all’Università di Pisa è morto il 9 novembre a seguito di un come irreversibile. A patologie pregresse si è aggiunta anche la positività al covid-19, infezione che gli è stata fatale.

Damiano David e Victoria de Angelis – I due musicisti del noto gruppo musicale Maneskin sono risultati positivi al coronavirus. Ad annunciarlo sono stati gli stessi membri della band sui social che hanno rassicurato i fan sulle loro condizioni, stanno bene e sono in isolamento. Ma hanno voluto lanciare l’appello, soprattutto ai più giovani, di rispettare le regole anti-Covid.

PARENTI DEI VIP

Mamma di Alex Baroni – E’ deceduta il 22 marzo a causa del coronavirus la madre del noto cantante Alex Baroni, morto in un incidente stradale nel 2002.

Suocero di Adriana Volpe – Il Grande Fratello Vip continua nonostante il virus, ma ad essere stata colpita da un lutto è stata proprio una delle concorrenti del reality che ha perso suo suocero a causa del coronavirus ed ha abbandonato la casa prima della fine del programma.

Madre di Fiordaliso – L’artista piacentina ha comunicato di essere risultata positiva al coronavirus insieme alla sua famiglia, ma l’unica a non essere sopravvissuta è stata sua mamma scomparsa il 2 aprile.

Nonno di Fabio Rovazzi – Il giovane cantante ha postato un lungo messaggio su suoi social per ricordare suo nonno scomparso il 3 Aprile proprio a causa del coronavirus.

Mamma di Pep Guardiola – L’allenatore catalano del Manchester City ha perso sua madre di 82 anni a causa del coronavirus il 6 Aprile. Nelle settimane precedenti Guardiola aveva donato un milione di euro alla Fondazione Angel Soler Daniel per l’acquisto del materiale utile a fronteggiare l’emergenza covid-19.

Zindzi Mandela – La più piccola delle figlie di Nelson Mandela è scomparsa lo scorso 13 luglio all’età di 59 anni. Famosa per aver letto in mondovisione una lettera ribellandosi all’apartheid, è risultata positiva al coronavirus ma non c’è nessuna certezza sul fatto che il virus abbia provocato la sua morte.

Papà di Francesco Totti – Ricoverato all’ospedale Spallanzani dopo essere risultato positivo al coronavirus,  il 14 ottobre Enzo Totti si è spento all’età di 70 anni. L’ex capitano della Roma ha ricordato il suo papà con un commovente messaggio sui social.

·        Gli Effetti di un anno di Covid.

Covid, morti e contagi: cosa è cambiato rispetto a ottobre 2020. Fabio Savelli su Il Corriere della Sera il 13 ottobre 2021. 

Primo clic: 13 ottobre 2020. «Il virus oggi circola in tutto il Paese». L’incipit del rapporto settimanale dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato quel giorno, è l’epitaffio sulle speranze di evitare la seconda ondata. La curva dei contagi sta crescendo esponenzialmente. Stabilmente sopra i 5mila casi quotidiani, il 13 ottobre sfioriamo i 6mila (5.901). 

Secondo clic: «Si osserva un’accelerazione del progressivo peggioramento dell’epidemia». Incidenza cumulativa a 75 casi per 100mila abitanti, ben al di sopra del limite dei 50. Numero di casi (sintomatici) quasi raddoppiato. Scende la quota di contagi segnalati da attività di tracciamento: è il segnale che la curva del Covid è partita e abbiamo perso la capacità di monitorarla. L’Rt, l’indice di trasmissibilità, schizza a 1,17, facendo scattare l’allarme. Le scuole hanno riaperto, in presenza, da poco più di tre settimane. Veniamo da un’estate tranquilla, al netto di alcuni focolai in Spagna e Sardegna. Con pochi controlli alla frontiera e la mancanza del Green Pass, allora illustre sconosciuto. 

Terzo clic: il 13 ottobre 2020, giusto un anno fa, il governo Conte vara il primo di una lunga serie di Dpcm autunnali per evitare altre migliaia di morti. Proposito vano per quello che vedremo dopo. Obbligo di mascherina all’aperto, le attività di ristorazione vengono ristrette alle 24, vengono vietate le feste, pubbliche e private, c’è una prima stretta sulle palestre.

A distanza di un anno assistiamo al cambio di direzione di tutte le curve epidemiologiche: casi, deceduti, tasso di positività, terapie intensive. È un giorno chiave per capire l’effetto dei vaccini sull’epidemia. Perché l’anno scorso non c’erano, oggi sì. Con oltre 43,4 milioni di coperti a ciclo completo e 2,44 milioni in attesa del richiamo. Siamo all’inizio della stagione autunnale, le temperature cominciano a scendere, si restringe la vita sociale all’aperto e cresce quella al chiuso, in cui, converge la comunità scientifica, il virus ha maggiori possibilità di propagarsi. Soprattutto quest’anno abbiamo la variante Delta, dominante al 99,8%, con una trasmissibilità superiore tra il 40 e il 60% rispetto a quella dello scorso anno. 

Ieri, 12 ottobre, 2.494 casi e 49 morti. L’anno scorso oltre il doppio dei casi, quasi lo stesso numero dei morti (41), ma perché la dinamica dei decessi ha uno scostamento temporale di tre-quattro settimane rispetto al momento del contagio. Il tasso di positività dei tamponi molecolari era al 5,21%, quello attuale al 3,10% (nel calcolo ora ci sono anche gli antigenici che un anno fa non venivano contabilizzati). Soprattutto stava decollando verso l’alto la curva-chiave: i posti letto occupati in terapia intensiva (514 il 13 ottobre 2020, ieri erano 370) uno dei parametri decisivi per le misure di contenimento perché misura la sofferenza del sistema sanitario.

Che cosa accadde nel mese successivo vale forse la pena di ricordarlo. Ora che abbiamo solo 4 regioni a rischio moderato (Basilicata, Valle d’Aosta, le province autonoma di Trento e Bolzano), tutte in fascia bianca per un’incidenza settimanale al di sotto dei 50 casi ogni 100mila abitanti (34 su base nazionale). Diciotto giorni dopo, il 31 ottobre 2020, sfondiamo quota 30mila casi al giorno. Col picco di 40.902 del 13 novembre, appena un mese dopo. Il tasso di positività s’impenna. Già il 19 ottobre 2020 sale ben oltre il livello di guardia, al 9,45%. Fino al picco del 16 novembre: il 17,92% dei tamponi molecolari positivi. Quasi uno su cinque.

L’andamento dei decessi è quello che fa più impressione. Il 31 ottobre dell’anno scorso il numero comincia a impennarsi: 297 vittime. Fino a decollare tra novembre e dicembre: il 24 novembre 853, il 3 dicembre saranno 991 in un solo giorno, picco della seconda ondata, il 10 dicembre 887, il 15 dicembre 846, il 29 dicembre ancora 659 morti. Due giorni prima, il 27 dicembre, le prime iniezioni Pfizer ai fragili. Non riusciremo però ad evitare la terza ondata, di marzo 2021, con un altro pesante conto di vittime. Quel che vediamo oggi è chiaro: l’Istituto superiore di Sanità registra che l’incidenza tra i non vaccinati di nuovi casi Covid ogni 100mila contagi è di dieci volte superiore rispetto ai vaccinati (822 contro 85). E la probabilità di nuovi decessi tra chi non è coperto è di sei volte superiore (87 contro 15 per milione di morti).

(ANSA il 5 ottobre 2021) - Più di un adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato e tra questi 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni ragazze. Un disagio che a volte può diventare insopportabile e che porta quasi 46.000 adolescenti ogni anno a togliersi la vita ogni anno, più di uno ogni 11 minuti. A lanciare l'allarme è l'Unicef attraverso il rapporto "La Condizione dell'infanzia nel mondo - Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani", presentato oggi. L'ansia e la depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati e i tassi in percentuale sono più alti in Medio Oriente e Nord Africa, in Nord America e in Europa Occidentale. In alcuni casi il disagio mentale è tale che da lasciare i giovani con la sensazione di non avere una via di uscita. E così il suicidio è, nel mondo, una fra le prime cinque cause di morte fra i 15 e i 19 anni ma in Europa occidentale diventa la seconda, con 4 casi su 100.000, dopo gli incidenti stradali. Le problematiche di salute mentale diagnosticate, tra cui ADHD, ansia, autismo, disturbo bipolare, disturbo della condotta, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia, danneggiano i bambini e anche la società nel suo insieme. Una nuova analisi della London School of Economics presente nel rapporto indica che il mancato contributo alle economie a causa dei problemi di salute mentale che portano a disabilità o morte tra i giovani è stimato in quasi 390 miliardi di dollari all'anno. A fronte di questo, "i governi stanno investendo troppo poco per affrontare questi bisogni fondamentali", ha dichiarato il direttore generale dell'Unicef Henrietta Fore. A livello globale, infatti, agli interventi per la salute mentale viene destinato circa il 2% dei fondi governativi per la salute. "Troppo poco rispetto alle necessità", mette in guardia il rapporto.

Dagotraduzione dal Guardian il 6 ottobre 2021. Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, quasi una persona su cinque tra i 15 e i 24 anni in tutto il mondo afferma di sentirsi spesso depresso. L'agenzia per i bambini, l'Unicef e la Gallup hanno condotto interviste in 21 paesi durante i primi sei mesi dell'anno. Quasi tutti i bambini in tutto il mondo sono stati colpiti da restrizioni, chiusura delle scuole e interruzione delle routine. Il rapporto, pubblicato martedì, spiega che insieme alla preoccupazione per il reddito e la salute della famiglia, molti giovani si sentono spaventati, arrabbiati e incerti per il futuro. Quasi un terzo dei bambini in Camerun ha affermato di sentirsi spesso depresso o di avere scarso interesse nel fare le cose, mentre un bambino su cinque nel Regno Unito e un bambino su 10 in Etiopia e Giappone si sentivano così. I risultati non riflettono i livelli di depressione diagnosticata, ma mostrano come si sono sentiti bambini e giovani durante la pandemia di Covid-19. La mancanza di raccolta di dati e di monitoraggio di routine significava che il quadro dello stato di salute mentale e dei bisogni dei giovani nella maggior parte dei paesi era estremamente limitato. Il rapporto ha evidenziato come si stima che più di un bambino su sette di età compresa tra 10 e 19 anni (13%) conviva con un disturbo di salute mentale diagnosticato: 89 milioni di ragazzi e 77 milioni di ragazze. «Sono stati 18 mesi lunghissimi per tutti noi, specialmente per i bambini. Con i blocchi a livello nazionale e le restrizioni di movimento legate alla pandemia, i bambini hanno trascorso anni indelebili della loro vita lontano dalla famiglia, dagli amici, dalle aule, dal gioco, elementi chiave dell'infanzia», ha affermato Henrietta Fore, direttore esecutivo dell'Unicef. «L'impatto è significativo, ed è solo la punta dell'iceberg. Anche prima della pandemia, troppi bambini erano gravati dal peso di problemi di salute mentale non affrontati», spiega il documento. Che riporta un dato: nel mondo ogni 11 minuti un bambino si ammazza. Ogni anno circa 45.800 adolescenti muoiono per suicidio, la quinta causa di morte più diffusa per i bambini di età compresa tra 10 e 19 anni. Per i giovani di 15-19 anni, è la quarta causa di morte più comune, dopo l'incidente stradale, la tubercolosi e la violenza interpersonale. Secondo il rapporto, è la terza causa di morte per le ragazze in questa fascia di età, e la quarta per i ragazzi. «È davvero brutto», ha detto Ann Willhoite, specialista in salute mentale e supporto psicosociale all'Unicef. I problemi di salute mentale diagnosticati, tra cui ansia, autismo, disturbo bipolare, ADHD, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia, possono danneggiare in modo significativo la salute, l'istruzione e il futuro dei bambini e dei giovani. Inoltre i problemi di salute mentale non trattati hanno un impatto sulle economie mondiali. Una nuova analisi della London School of Economics, inclusa nel rapporto, ha mostrato che il prezzo economico di tale negligenza è di 387,2 miliardi di sterline (circa 285 miliardi di euro) all'anno. Nonostante la richiesta di sostegno, la spesa pubblica per la salute mentale rappresenta globalmente il 2,1% dell'importo totale speso per la salute in generale. In alcuni dei paesi più poveri del mondo, i governi spendono meno di 1 dollaro a persona per curare le condizioni di salute mentale. Il numero di psichiatri specializzati nel trattamento di bambini e adolescenti è inferiore allo 0,1 per 100.000 in tutti i paesi tranne quelli ad alto reddito, dove la cifra è di 5,5 per 100.000. Gli investimenti nella promozione e nella protezione – diversi dal trattamento e dalla cura dei bambini che affrontano gravi sfide – della salute mentale sono estremamente bassi. La mancanza di investimenti significa che le persone che lavorano in una serie di settori, tra cui l'assistenza sanitaria di base, l'istruzione e i servizi sociali, non sono in grado di affrontare i problemi di salute mentale. «La salute mentale è una parte della salute fisica - non possiamo permetterci di continuare a considerarla diversamente», ha affermato Fore. «Per troppo tempo, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, abbiamo visto troppa poca comprensione e troppo poco investimento per un elemento fondamentale che serve a massimizzare il potenziale di ogni bambino. Questo deve cambiare».

Benedetto Saraceno per “la Repubblica - Salute” l’1 ottobre 2021. È molto probabile che anche da noi, come dimostrato da studi epidemiologici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ci sia una correlazione fra livello socioeconomico e mortalità da Covid-19. Certamente i morti nelle Rsa non erano anziani benestanti. Certamente i più poveri, i più socialmente vulnerabili, hanno sofferto in misura maggiore e pagato i prezzi più alti. Certamente chi, durante il lockdown, viveva in appartamenti microscopici e a volte affollati ha sofferto in maniera particolare. Chi aveva un’autonomia economica di breve durata o era già in difficolta ha patito le conseguenze più pesanti. In uno studio sulla distribuzione di contagi e sui tassi di mortalità in differenti contee degli Stati Uniti gli indici più elevati si sono registrati fra le popolazioni urbane che vivevano in povertà o estrema povertà, e dove si riscontra l’incidenza più alta di neonati a basso peso alla nascita. Un altro studio, partendo da un’analisi storica della pandemia di Spagnola del 1918, sottolinea quanto le misure di lockdown adottate per limitare l’attuale pandemia da Covid-19 avranno un impatto diverso a seconda delle differenze di condizione socioeconomica delle popolazioni colpite, con un aumento futuro delle diseguaglianze dello stato di salute. Le persone più vulnerabili, si e detto, sono più esposte al rischio di contagio e hanno inoltre un rischio più elevato di decorsi gravi e letali. Non si e pero sottolineato abbastanza che la vulnerabilità non si riferisce soltanto a condizioni biologiche (obesità, diabete, cardiopatie), ma anche sociali. E quello che emerge in uno studio di Amaia Calderon-Larranaga e colleghi, che a partire da dati svedesi mostra che gli anziani più gravemente colpiti dal virus non siano soltanto portatori di malattie croniche importanti ma anche socialmente fragili, ossia soli, poveri o isolati. L’adozione di un modello esclusivamente biomedico che non tenga in debito conto i fattori sociali può rivelarsi fallimentare e determinare un aumento dell’esposizione al contagio e tassi più elevati di mortalità da coronavirus. Infatti, le persone in condizioni socioeconomiche svantaggiate vivono sovente in abitazioni sovraffollate e sono dunque esposte al rischio di infezioni respiratorie (del 20% dei poveri in Gran Bretagna, il 7% si trova ad affrontare questa situazione). Inoltre, il sovraffollamento impedisce il distanziamento fisico e molto spesso le persone in una situazione sociale ed economica sfavorevole svolgono lavori che non possono essere eseguiti a casa in smart working. Sono queste infine le categorie che utilizzano maggiormente i mezzi pubblici. La precarietà lavorativa di molti induce elevati livelli di stress e ansia, con conseguente indebolimento del sistema immunitario: dunque la povertà non solo aumenta il rischio di esposizione al virus, ma diminuisce la capacita di combatterlo. I più poveri e vulnerabili arrivano generalmente all’attenzione dei servizi sanitari in stadi più avanzati della malattia, quando gli esiti dell’infezione si rivelano più pesanti se non letali. Infine, stigma e discriminazione dovuti ad appartenenza a minoranze etniche o religiose possono indurre queste categorie a evitare il contatto con i servizi sanitari, spesso vissuti come fonte di umiliazione e di incomprensibili procedure burocratico-amministrative. Tutto questo e descritto in uno studio condotto in Gran Bretagna, ma certamente rispecchia situazioni analoghe in Italia o in altri Paesi europei. Il virus non ha colpito soltanto le classi sociali più deboli, ma anche la gigantesca forza lavoro costituita dalle donne. risposte intelligenti Secondo i dati ufficiali della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, in un confronto tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, su un totale di 841.000 posti di lavoro perduti, 470.000 appartenevano a donne, ossia più di cinquantacinque su cento. Sono loro, infatti, ad avere in misura maggiore contratti meno stabili o part-time, a essere impiegate nei settori più colpiti dalle restrizioni, dove e impossibile svolgere telelavoro. Si parla di 707.000 donne inattive in più, specialmente nelle fasce giovanili. Il lavoro di gestione e di sostegno psicosociale dei bambini, degli adolescenti, degli anziani e dei disabili e svolto quasi esclusivamente dalle donne e impedisce loro di cercare o mantenere un impiego retribuito. Secondo i dati Eurostat relativi al 2019, il 15,2% delle donne in Italia non lavora per poter prendersi cura di figli o parenti anziani: e la percentuale più alta tra i Paesi dell’Unione Europea, dove la media si attesta al 9%. Si tratta molto spesso di un secondo lavoro che non solo non è retribuito, ma nemmeno riconosciuto in termini professionali, tantomeno in ambito sindacale. Vi è una sorta di complicità di genere che fa sì che il fondamentale ruolo svolto dalle donne nel gestire, sostenere e assistere milioni di minori, vecchi e disabili sia assunto come “dovuto e implicito”, mentre non e ne dovuto dalle donne alla società maschile ne implicito nella “natura femminile”. Dev’essere considerato invece una questione collettiva, di interesse pubblico e istituzionale, e non relegato alla dimensione e alla negoziazione individuale e privata. La pandemia ha reso questa grave e insopportabile diseguaglianza ancora più evidente e urgente. Abbiamo sentito molto spesso la frase: “Il virus non discrimina, siamo tutti uguali di fronte alla malattia”. Ebbene, non è così. Dobbiamo dircelo e dirlo a voce alta che il virus non è democratico e colpisce chi sta peggio. Sembra banale, ma di questo aspetto non si parla granchè. Tuttavia, non è il virus che deve diventare più democratico, sono le risposte dei sistemi sanitari e di welfare che devono ristabilire la democrazia. L’emergenza ha consentito la clamorosa evidenziazione di due principali criticità storiche dei nostri sistemi di salute pubblica: a) lo smantellamento della medicina di prossimità e del welfare di territorio e di comunità; b) lo sviluppo incontrollato del modello residenziale per le popolazioni fragili e vulnerabili. Partiamo dalla prima criticità. Alcuni sistemi sanitari regionali, primo fra tutti quello lombardo, si sono sviluppati negli ultimi anni in accordo con una precisa visione promossa da politici e amministratori. La strategia e stata chiara: disinvestire dal- la medicina di comunità e dei territori, incentivare esclusivamente il polo ospedale e promuoverne la privatizzazione. Il neoministro dello Sviluppo economico nonchè dirigente della Lega Giancarlo Giorgetti, nell’agosto 2019 al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini affermava, testuali parole: «E vero, mancheranno quarantacinquemila medici di base nei prossimi cinque anni. Ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i medici di base anche qui presenti in sala? Nel mio piccolo paese vanno ovviamente per fare le ricette mediche, ma quelli che hanno meno di cinquant’anni vanno su Internet, si fanno fare le autoprescrizioni su Internet, cercano lo specialista. Tutto questo mondo qui, questo mondo del medico di cui ci si fidava anche, quella roba lì e finita». «Quella roba lì» in realtà dovrebbe essere l’asse portante di un moderno sistema sanitario: la medicina di base e di territorio. E tale asse e stato smontato, irriso, definanziato. Si tratta, al contrario, di ripensare molti dei comparti del welfare e della sanita. Innanzitutto e urgente superare la separazione fra sociale e sanitario, che conduce a interventi sociali miseri in ambito sanita- rio e a interventi sanitari di bassa qualità in ambito sociale. E necessario potenziare le reti dell’assistenza sociosanitaria previlegiando la struttura Distretto, che deve esser in grado di organizzare i servizi in funzione delle persone e della co- munita (e non delle malattie), realizzando una forte integrazione fra professionisti e istituzioni, fra socia- le e sanita, con la partecipazione della popolazione. [...] E ciò va ben al di là del semplice ambulatorio di un medico di base. risposte intelligenti Passiamo ora alla seconda criticità. Le patologie croniche e disabilitanti hanno bisogno di risposte più intelligenti di quelle fornite dal modello residenziale. E ben noto come l’incremento significativo delle malattie croniche non trasmissibili (per esempio obesità, diabete, tumori), delle malattie mentali e più in generale di tutte le malattie croniche (dunque anche quelle infettive come l’Aids o la tubercolosi) ponga la necessita di superare il modello preponderante di assistenza sanitaria a beneficio di un’assistenza territoriale in grado di abbinare interventi sanitari e di sostegno psico -sociale. Le patologie croniche hanno una durata talvolta indefinita e la loro persistenza richiede trattamenti medici e psicologici, interventi di sostegno psicosociale e assistenza che si protraggano nel tempo con intensità variabile. La tradizionale risposta rappresentata dall’intervento biomedico erogato in ambiente ospedaliero risulta ovviamente molto parziale, se non inadeguata e talora addirittura controindicata. Oggi, con la pandemia, abbiamo a che fare con una situazione acuta che necessita di risposte altrettanto acute. Una risposta acuta non è automaticamente sinonimo di letto ospedaliero. Una risposta acuta si declina in molteplici dispositivi di cui il letto in ospedale e uno e non necessariamente il più importante. [...] Anche prima della pandemia il termine “residenzialità” e divenuto dominante in quasi tutti i sistemi sanitari regionali ove abbondano forme diverse di residenze, più o meno protette, più o meno manicomiali, pubbliche o private, o private convenzionate. Ma la residenzialità non rimanda necessariamente a una vita sociale, a un luogo che sia parte integrante della comunità circostante, ma alla semplice disponibilità di letti utilizzati secondo una tipica logica ospedaliera. L’adozione di un modello innovativo per rispondere alla sfida delle patologie croniche bene si adatta a un insieme di interventi che si compiono essenzialmente al di fuori dell’ospedale e non necessitano del letto come asse portante, perchè hanno luogo nei centri di salute territoriali o nel domicilio del paziente. Potremmo definirli “comunitari” sia perchè predisposti nel territorio ove vive il paziente sia perchè frutto di sinergie fra differenti attori e risorse di cui dispone la comunità che sta al centro del modello psico-sociale di lunga durata nella duplice accezione di “luogo” in cui i cittadini e il singolo utente vivo- no, e di “insieme di cittadini e risorse” di cui quella comunità dispone.

Gianni Santucci per il “Corriere della Sera - Edizione Milano” il 20 agosto 2021. L'ipotesi, per lo più in forma di battuta licenziosa, circolava con una certa frequenza durante il lockdown. Tanto veniva ripetuta, che venne citata anche in un articolo pubblicato su Science, nel luglio 2020, da un gruppo di eminenti studiosi, tra cui Arnstein Aassve della «Bocconi» e Massimo Livi Bacci dell'università di Firenze: «Si sente spesso dire che la pandemia provocherà un baby boom, perché le coppie passeranno più tempo insieme e sarà più probabile che concepiranno un figlio». In realtà, già in quella pubblicazione, l'ipotesi veniva citata per essere subito smentita, in quanto, almeno nei Paesi più sviluppati, sarebbe accaduto proprio il contrario. La conferma di quella previsione arriva oggi con uno studio sul trend delle nascite nelle maggiori città del Nord Italia. In una tendenza generalizzata alla riduzione, a Milano s'è verificato un tracollo: tra novembre 2020 e gennaio 2021 (nel periodo in cui sono nati i piccoli concepiti durante il lockdown, nel trimestre marzo-maggio 2020) le nascite sono state 2.325. Negli stessi tre mesi di un anno prima, tra novembre 2019 e gennaio 2020, quando la pandemia non era ancora scoppiata, l'anagrafe di Milano aveva registrato 4.187 neonati: oltre il doppio. La recente contrazione «causa Covid-19» è stata massiccia: meno 55 per cento. Esaminando i dati raccolti nell'articolo "Impact of Covid-19 on birth rate trends in the metropolitan cities of Milan, Gena and Turin", elaborato dai medici del policlinico «San Martino» di Genova, si scopre che il calo delle nascite a Milano è stato molto più marcato rispetto alle altre due città prese in esame: a Torino infatti la riduzione è stata del 33 per cento (1.043 neonati a cavallo tra 2020 e 2021, contro i 1.579 dello stesso trimestre pre-pandemia); a Genova la tendenza è stata ancora più labile (meno 12 per cento). Le statistiche sono in linea con lo scenario complessivo che il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, aveva già definito nell'autunno scorso: «I 420mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità azionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del 2020, a causa di un calo dei concepimenti nel mese di marzo, per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021». Il primo punto che gli studiosi mettono in evidenza è la ricorrenza storica di un calo delle nascite in seguito a grandi sconvolgimenti catastrofici (guerre, pandemie, eventi naturali). Il tasso di fertilità rimase ad esempio abbastanza stabile negli anni 1913-1918, ma ebbe un forte declino nel 1919, dopo che l'influenza «spagnola» dell'anno prima aveva ucciso circa 50 milioni di persone. Per spiegare il crollo della natalità dopo il Covid-19, nel recente articolo pubblicato sulla rivista Public health vengono chiamati in causa diversi fattori: «Il lockdown ha avuto un fortissimo impatto sul benessere della popolazione, portando un grave stress psicologico. Ansia, frustrazione e noia potrebbero aver compromesso l'attività sociale, ma anche la motivazione ad avere un figlio, così come potrebbero aver influenzato la sessualità». Gli stessi analisti riprendono però quel che appare l'aspetto decisivo, già ampiamente definito su Science nel luglio 2020: «Le chiusure causeranno pesantissime perdite economiche che avranno conseguenze per milioni di famiglie. E data l'irreversibilità della scelta di mettere al mondo un figlio, e i forti costi ad essa collegati, la disoccupazione e la riduzione delle risorse economiche ridurranno necessariamente il numero delle nascite. Tutto ciò è accaduto già con la grande recessione del 2008. In più, il grande senso di incertezza porterà molte coppie a posticipare la scelta di avere un figlio». Così è accaduto. Resta una domanda: cosa avverrà dopo? Ci sarà una ripresa? Dopo la «spagnola» e il seguente calo delle nascite, nel 1920 ci fu un baby boom, ma è difficile spiegare se furono gli effetti della ritrovata fiducia per la fine della pandemia o della prima guerra mondiale. 

Dagospia il 29 marzo 2021. Simon Kuper per “FT Weekend”. Sabato scorso ho preso un caffè con un amico che ho visto a malapena durante tutta la pandemia. Subito dopo esserci dati il gomito, ha orgogliosamente preso il telefono per mostrarmi i risultati delle sue analisi più recenti: il colesterolo era crollato perché aveva smesso di mangiare fuori; era contento di non socializzare, e quando la sera precedente era stato invitato a due cene “illegali” ha detto di non poter partecipare perché doveva rimanere a casa a guardare Netflix. È stato piacevole incontrarci, ma in meno di un’ora avevamo finito gli argomenti e ci siamo inventati delle scuse per tornare a casa e goderci la beata solitudine. Durante la pandemia al centro dell’attenzione ci sono state giustamente le persone che hanno sofferto: i morti, le persone in lutto, quelle lasciate sole, i depressi, disoccupati, impoveriti, le donne malmenate dai propri partner, i genitori intrappolati dalle infinite lezioni online dei figli e i ragazzi che vedono la loro gioventù passare senza poterla utilizzare. Ma c’è anche una verità nascosta che raramente si vuole scoprire: molti di noi sono molto più felici grazie alla pandemia. Ora, mentre i vaccini promettono un ritorno alla vita normale, non siamo più sicuri di volerla. Il sondaggio annuale sulla felicità globale di Ipsos, che nel periodo tra lo scorso luglio e agosto ha intervistato 20.000 adulti in 27 paesi diversi, ha riportato delle conclusioni interessanti: il 63% delle persone hanno detto di essere felici, solamente un punto percentuale in meno rispetto al 2019. Questo è in linea con il solito declino annuale: la percentuale di persone che dicevano di essere felici è calato di 14 punti globalmente tra il 2011 e il 2020; con cali vertiginosi in Messico, Turchia, Sud Africa, Argentina, Spagna e India. La perdita dell’anno scorso non sembra essere molto determinante, visto che le fonti di felicità più citate provenivano dal privato: “la mia salute/benessere”, “la mia relazione con il partner” e “i miei figli”. Allo stesso modo, Meike Bartels, professoressa di genetica e benessere alla VU di Amsterdam, ha paragonato i dati di sondaggi condotti su 5.000 persone pre-pandemia con i dati circa 18.0000 persone durante il periodo Covid-19 e ha trovato una considerevole minoranza, circa una persona su cinque, che riportavano “livelli incrementati di felicità, ottimismo e significato nella vita”. La pandemia ha semplificato molte vite “impegnate e complicate” ha rivelato Bartels a Horizon, la rivista Europea sulla ricerca e innovazione: “alcune persone hanno realizzato che probabilmente non conducevano la vita che volevano [e hanno] passato più tempo a casa con le proprie famiglie – ricevendo un po’ di sollievo dallo stress quotidiano”. Il gruppo dei “felici” potrebbe essere anche più grande di quanto riportato, visto che ammettere di essere felici durante una pandemia è considerato socialmente inappropriato. Sarebbe troppo facile elencare tutti quelli felici come “privilegiati” o accusarli di far parte di una “elite”, ed è un ragionamento contestabile. Pensate a tutti i dipendenti che sono stati liberati da lavori e capi che odiavano e – specialmente in Europa – che ora sono pagati per restare a casa. Nel sondaggio sullo stato della felicità globale di Gallup del 2017, solo il 15% degli impiegati in 155 paesi diversi dichiaravano di sentirsi appassionati nei propri lavori; due terzi non erano appassionati, e il 18% erano attivamente disinteressati e “risentiti del fatto che i loro bisogni non fossero soddisfatti, aumentando la loro infelicità”. La pausa di un anno potrebbe essersi rivelata un sollievo per tutti coloro che l’antropologo David Graeber chiama “bullshit jobs” che non contribuiscono alla società in modo significativo: i “tirapiedi” il quale compito è solo di far sentire gli altri importanti, o “scagnozzi” dei call center che vendono prodotti inutili. Queste persone sono state liberate dal compito di programmare la vita di altri, senza contare le vittime di una fonte di miseria speso sottovalutata: fare il pendolare. Secondo il Britain’s Office for National Statistics, in un sondaggio del 2014 su 60.000 persone “i pendolari hanno un livello di soddisfazione di vita più basso della media, un minor senso del valore delle proprie attività giornaliere, livelli inferiori di felicità e livelli di ansia più elevata rispetto ai non pendolari.” Però coloro che continuano a fare i pendolari durante la pandemia stanno traendo benefici dalle strade vuote e dai treni meno affollati. Molte persone nei paesi più sviluppati hanno tagliato i costi dei pasti fuori e delle vacanze. Il tasso di risparmio personale negli Stati Uniti ha raggiunto il picco record del 32.2% lo scorso aprile, e da allora in poi è rimasto considerevolmente più alto rispetto al periodo pre-pandemia. Coloro che non devono avere a che fare con la didattica a distanza o lavorare in terapia intensiva hanno soprattutto ricevuto il dono del tempo. Quest’anno ho occasionalmente provato una nuova sensazione poco familiare: il non dover fare niente di urgente. La vita in società è innaturale, complicata e sovrastimolante. Per la prima volta abbiamo a disposizione delle alternative quasi completamente virtuali: lavoro, socializzazione, shopping, consegne di cibo e anche sesso. Alcune persone non vorranno mai più tornare indietro. L’altra sera ho dovuto attraversare Parigi dopo il coprifuoco per un evento di lavoro. Risentito di avere alterato la mia piacevole routine serale, mi sono reso conto di essere diventato un animale abitudinario. Quando sono stato costretto a condividere lo spazio con sconosciuti in metro mi sono autodiagnosticato con una leggera forma di agorafobia e quello che gli psicologi stanno chiamando “ansia da rientro”. Vorrei mantenere certe abitudini prese durante la pandemia, come passare un giorno intero del weekend dentro casa. Ma ho il sospetto che presto ricascherò nel vortice pre-Covid.

Un anno di Covid: i danni ad oggi e quelli che vedremo nel tempo. DATAROOM di Milena Gabanelli e Giuditta Marvelli su Il Corriere della Sera l'1/3/2021. Dopo un anno esatto di pandemia l’azienda Italia tira le somme. Il Prodotto interno lordo nel 2020 è diminuito dell’8,8%, dice l’Istat. Sono circa 160 miliardi di euro in meno rispetto al 2019. Vuol dire che ognuno di noi ha «perso» 2.600 euro di Pil. Se tutto va bene nel 2021 la ricchezza nazionale risalirà del 3-4%. La più ottimista è Standard & Poor’s: +5,3%. In ogni caso non basta per tornare dove eravamo prima. Ci saremo forse nel 2023. Tutto il mondo ha perso vite umane e Pil, ma, nota Ref ricerche, c’è chi ha preso la botta in una situazione di forza e chi paga debolezze antiche. La ricchezza della Germania, pandemia compresa, negli ultimi 25 anni è cresciuta comunque del 30%, il nostro incremento dal 1995 ad oggi è zero.

Famiglie, meno reddito e più risparmio. Nel 2020 per le famiglie mancano all’appello 29 miliardi di euro di reddito e 108 di consumi. Chi invece non ha perso reddito ha risparmiato, visto che molte spese sono «vietate» dal distanziamento fisico. Così la propensione a «metter via» è passata dal 9 al 16%: sui conti correnti delle famiglie sono finiti 84 miliardi in più rispetto al 2019 (un record storico) e ora il totale viaggia a 1.200 miliardi (Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo). Dentro questi dati medi si nascondono disagi e disuguaglianze in aumento. Un terzo delle famiglie dichiara di aver subito una diminuzione di reddito, il 15% denuncia decurtazioni delle entrate pari al 25%. E crescono le situazioni di grave indigenza: secondo l’indagine Caritas il peso dei nuovi poveri è passato dal 31 al 45% nell’ultimo anno.

Come è cambiata la spesa nei lockdown? Con meno occasioni di stare in pubblico non si comprano vestiti e scarpe, e questi tagli hanno comportato per il settore un meno 23%. Si rinuncia ai viaggi (-63%), alberghi (-47%), tempo libero (-46%). Per le città d’arte, orfane dei turisti, i cali degli scontrini battuti nei negozi sono vertiginosi, con punte del 56% a Firenze e del 53% a Venezia (osservatorio Cofimprese Ey). È invece salita del 18,9% la spesa per tablet e computer e del 4,7% quella per piccoli elettrodomestici, +2,8% per gli alimentari e +2% quella per telefonia e servizi digitali (stime Prometeia su 192 settori).

Imprese, la resistenza della manifattura. Le imprese italiane, tra servizi e manifattura, fatturano circa 3.100 miliardi euro. Ne hanno persi circa 400, di cui 200 a carico delle imprese chiuse per decreto (Cgia di Mestre). Nella classifica c’è un segno meno anche sui settori più resilienti, dove ai primi posti troviamo alimentare (-3,4%) e farmaceutico (-1,2%). Nella distribuzione c’è un vincitore assoluto: il commercio di beni online: +34% (Prometeia). Chi in assoluto invece ha perso di più è il settore della musica dal vivo (concerti): -97% (Assomusica). I ristoranti hanno lasciato sul piatto il 34% del fatturato mentre cinema, teatri, agenzie di viaggio, palestre, ben il 70% (Cgia Mestre). Qualche segnale positivo arriva dalla manifattura, dopo aver perso il 9% nell’intero 2020, l’export è in crescita del 3,3% soprattutto nei metalli, autoveicoli e alimentari. A gennaio di quest’anno l’indice Pmi, che misura le intenzioni dei manager addetti agli acquisti per il manifatturiero, mostra un’attività in espansione. Nel terziario, invece, la notte resta buia. Ora le aziende, anche le meno colpite, sono più indebitate. Hanno chiesto un 8,5% di prestiti in più rispetto a dicembre 2019 (stima Csc), non per fare investimenti ma per arginare l’emergenza. E così hanno gonfiato, come le famiglie, conti e depositi: 88 miliardi in più rispetto a un anno fa. Tra il 2018 e il 2019 l’incremento era stato di 20 miliardi (stima Intesa Sanpaolo).

Lavoro, più colpite le donne. La disoccupazione è al 9% contro il 7,6 medio dell’Ue, un dato «drogato» dalle misure per evitare il peggio. Il blocco dei licenziamenti, insieme al dispiego di 4 miliardi di ore di cassa integrazione – venti volte la media degli ultimi tre anni per un totale di 7 milioni di lavoratori coinvolti (uno su tre) – ha aiutato soprattutto i contratti a tempo indeterminato. Penalizzati precari, giovani e donne. Gli occupati tra i 25 e i 34 anni sono in calo del 4,4% e gli inattivi, categoria anticamera della disoccupazione, crescono dell’8,3. L’Istat ha certificato che il 70% dei 444 mila posti scomparsi nel 2020 sono femminili. Perché si concentrano tra alloggio, commercio ristorazione e tempo libero, ambiti ad alta occupazione rosa (Ref Ricerche). Una nota positiva: lo smart working (+82% nel 2020) ha limitato (o escluso) il ricorso alla Cig nelle aziende che hanno potuto utilizzarlo.

Gli effetti a lungo termine. Anche sbagli e lentezze hanno un valore nel grande bilancio della pandemia. Confcommercio calcola che la settimana in più in «rosso» della Lombardia, dovuta a errori statistici, sia costata 200 milioni di giro d’affari in meno per Milano e 600 per la Regione. Poi ci sono i danni che si vedranno tra qualche tempo, con la fine delle moratorie. Banca d’Italia mette in guardia da un rischio di crescita dei fallimenti: 2.800 in più entro il 2022, a cui se ne potrebbero aggiungere 3.700 stoppati nel 2020 dagli aiuti pubblici. Tra le più vulnerabili ci sono le imprese molto piccole, di cui l’Italia è piena: quelle in crisi nera sono 292 mila (indagine Istat). Tolto il divieto di licenziare, il bilancio dei posti di lavoro sacrificati potrebbe aggirarsi su cifre ben più alte: tra 1,2 e 1,4 milioni (stime Ey su dati Ocse). E ancora il crollo del Pil, che è il parametro di rivalutazione delle pensioni calcolate con il metodo contributivo, peserà sugli assegni dei futuri pensionati: 99 euro al mese per chi oggi ha 50 anni (stime Progetica). Mentre i ragazzi della didattica a distanza rischiano che eventuali deficit formativi si trasformino in un handicap reddituale. Secondo una stima della Fondazione Agnelli parliamo di 21 mila euro a testa di reddito in meno per 8,4 milioni di studenti nell’arco dei futuri 40 anni di vita lavorativa.

Che cosa ha fatto lo Stato. Il governo ha potuto accollarsi più spese, grazie alla sospensione dei vincoli di bilancio Ue. Il debito pubblico è salito di 160 miliardi e vale il 157% del Pil, un anno fa era al 134%. La spesa pubblica nel 2020 è stata pari a 870,74 miliardi, il livello più elevato degli ultimi dodici anni. Nell’audizione davanti alle Camere del 20 gennaio il Mef ha riepilogato i sostegni a famiglie e imprese nel 2020: 108 miliardi di euro a cui aggiungere 150 miliardi di prestiti garantiti e 300 miliardi di crediti sospesi. Cifre su cui riflettere: in tempi «normali» una manovra finanziaria mette sul tavolo 30 miliardi. Ogni mese di eventuale slittamento della campagna vaccinale (...) vale 4,7 miliardi di mancato recupero dei consumi.

Quando il debito aiuta. All’orizzonte, ora, ci sono i 209 miliardi del Next Generation Ue. In gran parte, 127 miliardi, si tratta di altri debiti. Che però potrebbero raddrizzarci, essendo subordinati a progetti di crescita: dalla digitalizzazione alla transizione verde, dalla modernizzazione delle infrastrutture strategiche all’istruzione. Per sboccare questi soldi l’Europa impone anche le note riforme di cui l’Italia ha bisogno da decenni (giustizia, pubblica amministrazione, fisco), ma che non ha mai fatto. Al netto di una guerra efficace al virus. Ogni mese di eventuale slittamento della campagna vaccinale, calcola Confesercenti, vale 4,7 miliardi di mancato recupero dei consumi, fondamentali per rimettere in moto l’economia.

·        Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

Alessandro Mondo per "la Stampa" l'11 novembre 2021. Aumentano i contagi e i ricoveri. Un rilancio, quello del virus mai domato, che ha implicazioni non soltanto sanitarie, dirimenti, ma economiche. Vale per le degenze nelle terapie intensive, nelle subintensive e nelle Medicine di urgenza degli ospedali. Nessun confronto con le prime, devastanti ondate della pandemia: certo. Ma nelle rianimazioni e nei reparti tornano ad affluire i malati. Non pazienti «normali»: pazienti Covid, più e meno gravi, bisognosi di trattamenti sofisticati, con costi proporzionali. Singapore - dove dall'8 dicembre chi non si vaccina per scelta, e si ammala, dovrà pagare di tasca propria le spese mediche - è lontana. Distanza culturale, più che geografica. Così pure la Turingia, dove il presidente, Bodo Ramelow, ha minacciato di non curare più chi non accetterà la somministrazione del vaccino, se dovesse salire eccessivamente la pressione sulle strutture sanitarie. Una scelta precisa, nel primo caso, una minaccia nel secondo. Nessun dubbio, invece, che i trattamenti per strappare alla morsa del Covid chi ne è stato colpito impattano in termini di spese, oltre che per la pressione sulle strutture sanitarie. Una breve ricognizione sui costi delle degenze in terapia intensiva alla Città della Salute di Torino, tra le maggiori aziende ospedaliero-universitarie in Italia e in Europa, rende l'idea. Come riferimento per stimare il costo medio dei ricoveri è stato preso il periodo marzo-maggio 2020, quando le rianimazioni erano completamente assorbite dai pazienti Covid. Numeri validi anche oggi. La differenza sta nel quadro assai più favorevole, che sovente si sostanzia in degenze più brevi. Maggioranza di non vaccinati Restando al dato dell'anno scorso, e prendendo come base una degenza di 9-10 giorni, è stato calcolato un costo medio pari a circa 2.800 euro al giorno. La cifra, scorporata, rimanda al costo del personale (circa 1.108 euro), ai farmaci e al materiale sanitario (circa 624 euro), ad attività sanitarie di supporto (circa 724 euro), più 320 euro di altri costi. Tutto questo, al giorno. Complessivamente parliamo di poco più di 28 mila euro. Moltiplicate questa somma per i 24 pazienti attualmente ricoverati nelle terapie intensive del Piemonte, 423 in Italia, e avrete una stima attendibile dell'impegno economico. «Naturalmente la durata del ricovero varia da paziente a paziente in base all'età, al quadro clinico e a un'altra serie di fattori - precisa il dottor Giovanni La Valle, direttore generale della Città della Salute -. La durata della degenza può arrivare a 25 giorni, così come risolversi in meno di una settimana». Resta la sostanza. A maggior ragione, considerato che il costo delle terapie intensive, dove oggi approdano prevalentemente persone non vaccinate, si somma a quello delle subintensive e dei ricoveri nei reparti ordinari. «Ogni livello ha un costo, in proporzione - aggiunge La Valle -: anche nelle Medicine di urgenza». Personale, farmaci, apparecchiature. Un altro capitolo, sempre per quanti hanno contratto il Covid, rimanda alla terapia con anticorpi monoclonali (a proposito: quelli di nuova generazione, in distribuzione nei centri di riferimento, sono stati testati in vitro per coprire anche le varianti). «Vanno somministrati in fase precoce, entro cinque-sei giorni al massimo dall'insorgenza dei sintomi, e in alcuni casi, ad esempio gli immunodepressi, a scopo preventivo - spiega il professor Giovanni Di Perri, primario di Malattie infettive all'ospedale Amedeo di Savoia di Torino -. Il fattore-tempo è imprescindibile. Si ricorre a questo genere di terapia proprio per evitare il ricovero: con una sola infusione il rischio si riduce dal 50 all'80 per cento». Il costo varia dai 1.500 ai 2 mila euro: 450 i pazienti già trattati in Piemonte, oltre 200 all'Amedeo.

Il Covid dietro le sbarre: dal panico alla rabbia delle rivolte. Sandra Berardi, attivista di Yairaiha Onlus, nel suo libro “Carcere e Covid” ha ripercorso puntualmente le condizioni di vita preesistenti nelle carceri, fino ad analizzare il ruolo dei media sulle rivolte di marzo 2020. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 4 novembre 2021. Tutto comincia dalle prime notizie di strani contagi, con tanto di morti, che avvenivano nella megalopoli cinese di Whuan. Ci sembrava una situazione lontana dai nostri occhi, un qualcosa che riguardava altrove. Esattamente come le carceri, quelle notizie apparivano come qualcosa che riguardassero altri. Ma poi quel qualcosa ha avuto dapprima un nome, il Covid 19, e infine ha riguardato anche noi. E come ogni cigno nero, la pandemia ha messo a nudo tutte le nostre fragilità e, nello stesso tempo, ha fatto emergere e poi “scoppiare” tutte quelle contraddizioni che riguardano le cosiddette istituzioni totali, tra le quali le nostre patrie galere.

“Carcere e Covid” il libro di Sandra Berardi

Ebbene, Sandra Berardi, attivista di Yairaiha Onlus che si occupa quotidianamente delle condizioni di vita dei detenuti, nel suo libro “Carcere e Covid”, da poco anche in versione cartacea edito da “stradebianchelibri”, ha ripercorso puntualmente le condizioni di vita preesistenti all’interno delle carceri, fino ad analizzare il ruolo dei mass media in merito alle rivolte del marzo del 2020.Interessante, per capire il vero motivo delle rivolte, è il capitolo relativo alla paura del virus dietro le sbarre. Sandra Berardi ricorda che le informazioni riguardo al Covid-19 sono entrate nei 189 istituti penitenziari italiani attraverso gli unici media disponibili e presenti in tutte le celle: radio e televisione e, in minima parte, quotidiani. «Immagino – scrive Berardi nel libro – l’ingresso delle prime, frammentarie, notizie tra gennaio e febbraio essere state seguite con disattenzione dalla popolazione detenuta. E immagino l’attenzione aumentare via via che le notizie divenivano più insistenti. E, assieme all’attenzione, immagino la paura trasformarsi in panico. Paura per i propri cari, innanzitutto. Paura per sé stessi e per i compagni di cella. Paura perché drammaticamente consapevoli della precarietà della sanità penitenziaria».

Le lettere dei detenuti ricevuti dall’associazione Yairaiha Onlus

Per aiutare alla comprensione del dramma psicologico dei reclusi, questo fondamentale capitolo del libro viene alternato dalle lettere dei detenuti che riceveva l’associazione Yairaiha Onlus. La maggior parte delle lettere sono denunce riguardante l’assistenza sanitaria e i tanti detenuti malati, con patologie che – una volta contratto il Covid – diventeranno mortali». Sandra Berardi spiega esattamente il panico in cui vivevano i detenuti. Il ruolo dell’informazione che creava allarme, le inevitabili restrizioni per ridurre i contagi. Chiusure totali. E per chi viveva dentro, inevitabilmente la paura si era amplificata a dismisura. Lo spiega bene. A differenza delle autorità elvetiche che hanno puntato al dialogo con i detenuti, evitando così il prevedibile acuirsi della tensione nella condizione eccezionale che si stava determinando, quelle italiane hanno imposto, di punto in bianco, le restrizioni.

La sospensione dei colloqui ha fatto precipitare la situazione

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le sospensioni dei colloqui. «L’unica relazione umana e affettiva concessa a chi è in carcere, con l’aggravante – sottolinea Berardi nel libro – di averlo comunicato quando i familiari erano già fuori i cancelli in attesa di entrare, con tutte le implicazioni anche emotive che tale attesa comporta già in condizioni normali. «Una notizia che ha aggiunto al panico provocato dalle notizie sul Covid senso di impotenza di fronte a eventi incontrollabili. E dal panico, dal senso di impotenza è sfociata la rabbia», chiosa l’attivista di Yairaiha Onlus.Per chi è a digiuno di carcere, è difficile comprendere quanto sia fondamentale questo passaggio del libro. In mancanza di conoscenza, è stato facile sfociare nella dietrologia, il complotto.

I media hanno rappresentato una situazione distorta

I soliti giornali, al servizio di taluni magistrati che dei teoremi giudiziari ne hanno fatto fonte di carriera, hanno parlato di rivolte organizzate dalla mafia per ricattare lo Stato. Il complottismo funzionale allo Stato di polizia. Nascondere i veri problemi, per ridurre i diritti. Forse, anche per questo gli stessi agenti d polizia penitenziaria si sono sentiti legittimati a reagire – a sangue freddo- con manganellate e pestaggi. Rivolte dove sono scappati i morti, dove giorni dopo si sono verificate le “mattanze” come a Santa Maria Capua Vetere. Tutto questo – tranne alcuni giornali come Il Dubbio, e ringraziamo Sandra Berardi per averlo sottolineato nel libro – è stato sottaciuto, mentre le trasmissioni come, ad esempio, “Non è l’Arena” di Giletti hanno creato le indignazioni sulle cosiddette “scarcerazioni”. Un capitolo, quest’ultimo, affrontato dal libro “Carcere e Covid”. Sandra Berardi ha ripercorso la dinamica di quella trasmissione, scandendo ogni particolare, facendo capire al lettore che si trattava di una vera e propria commedia, ma molto amara. Il messaggio fuorviante che è passato è stato questo: 300 boss di elevato spessore criminale appartenenti al circuito del 41 bis sono stati scarcerati! Il Dap non è in grado di gestire le carceri, i mafiosi sono tornati a casa, siamo tutti in pericolo! Una bufala, che però ha costretto l’ex ministro Bonafede a reagire con decreti emergenziali e restrittivi. Diversi detenuti malati sono rientrati in carcere. Alcuni di loro, hanno poi contratto il covid e sono morti. Il libro di Sandra Berardi va letto tutto, utile per la conoscenza. Un libro che racconta i fatti, evocando anche le parole di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso brutalmente dalla mafia, dove parla di giustizia e non di vendetta. La verità è sempre rivoluzionaria, e in questo libro se ne comprende il motivo.

Il Covid dietro le sbarre. Giustizia all’italiana: agenti penitenziari vaccinati, detenuti no. Francesca Sabella su Il Riformista il 3 Febbraio 2021. «In considerazione dell’elevato stato di promiscuità che caratterizza la vita negli istituti penitenziari, cronicamente sovraffollati, e del conseguente pericolo di diffusione del contagio da Coronavirus, scrivo per sottolineare la necessità eminente di inserire la popolazione carceraria tra le categorie che dovranno ricevere per prime il vaccino». È la richiesta contenuta della lettera firmata dal presidente della onlus Carcere Possibile, Annamaria Ziccardi, e indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza, al governatore della Campania Vincenzo De Luca, al commissario straordinario per la gestione dell’emergenza epidemiologica Domenico Arcuri, al guardasigilli Alfonso Bonafede e al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia. Il virus è entrato da mesi dietro le sbarre e la sua avanzata non pare arrestarsi. Nonostante ciò i detenuti non sono contemplati nel piano di vaccinazione. Dall’inizio della pandemia a oggi, in Campania sono stati registrati più di 600 casi di Covid tra i reclusi, solo 6.022 i tamponi eseguiti tra Secondigliano e Poggioreale dove le persone in cella ammontano rispettivamente a 1.147 e 2.019. I detenuti morti di Covid sono stati quattro. Tra gli agenti di polizia penitenziaria, invece, ci sono stati più di 800 contagiati e una vittima, mentre tra gli operatori sanitari (medici, infermieri, operatori socio-sanitari), si è registrato un solo morto a fronte di decine di casi di infezione. Sono questi i dati raccolti dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello. Attualmente in Campania ci sono attualmente i positivi sono 23: uno a Poggioreale, due a Santa Maria Capua Vetere e 19 a Secondigliano; a loro se ne aggiunge uno ricoverato al Cotugno. Inoltre ci sono circa 70 contagiati tra agenti di polizia penitenziaria e personale sanitario. Negli istituti di pena italiani, invece, sono circa 600 i detenuti positivi al virus e 652 i contagiati tra il personale dell’amministrazione penitenziaria. È notizia di questi giorni anche il focolaio scoppiato nel carcere romano di Rebibbia: sono 104 i detenuti positivi di cui cinque ricoverati in ospedale. I numeri crescono e i reclusi non sembrano avere alcuna priorità, al contrario degli agenti della penitenziaria. «Incredibilmente – scrive Ziccardi – è stata predisposta la vaccinazione solo per il personale delle carceri. Il non aver attribuito alla vaccinazione dei detenuti alcuna priorità appare estremamente grave poiché è stato affermato che la vaccinazione è ispirata a principi di equità, reciprocità, legittimità, protezione e promozione della salute». Nulla da fare, quindi, per i reclusi, almeno per il momento: «In ragione di quanto esposto – conclude la Ziccardi – si invita alla modifica e implementazione del piano strategico dei vaccini. Implementazione improcrastinabile per i detenuti over 60. Ricordando che la popolazione carceraria è sotto la custodia dello Stato che ha l’obbligo di salvaguardarne l’integrità fisica con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di responsabilità politica e giuridica».

Il rapporto sullo stato dei diritti. Carcerati, stranieri e rom: quanto è costato il Covid agli emigrati. Angela Stella su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Presentato ieri da A Buon Diritto e dalla Chiesa Evangelica Valdese il “Rapporto sullo stato dei diritti in Italia”, che traccia una panoramica sullo “stato di salute” dei diritti nel nostro Paese. Diciassette capitoli, ognuno dei quali racconta un diritto e una storia di donne e uomini che si sono battuti per affermarlo. Nell’aggiornamento di quest’anno, i ricercatori e le ricercatrici si sono concentrati sull’impatto del Covid-19 sulla vita quotidiana e sulla sfera dei diritti, con ripercussioni in ambito sociale, educativo, economico, lavorativo. Un capitolo di interesse è quello dal titolo “Prigionieri” e fa riferimento a tutte le persone private della libertà personale nelle carceri e nei centri di permanenza per i rimpatri. In particolare «l’emergenza pandemica è intervenuta in una situazione penitenziaria già “strutturalmente emergenziale”, caratterizzata cioè da un grave sovraffollamento protrattosi ormai almeno dal 2015. Come ben ricostruito da Antigone, a fine febbraio 2020 le 190 strutture penitenziarie italiane contavano 61.230 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti, con un affollamento superiore al 119,4%». Poi grazie al Decreto Cura Italia e alla circolare del Dap del 21 marzo 2020 si è determinata una «riduzione non irrilevante della popolazione detenuta, che a fine aprile raggiungeva la quota di 53.904, scesa poi a luglio – per effetto dell’applicazione a giugno delle misure provvisorie – a 53.619, con un tasso di affollamento del 106,1%». Alla circolare del Dap è dedicato un sotto paragrafo: «diversamente dal d.l. Cura Italia prescindeva dal titolo del reato ai fini della concessione del beneficio, muovendosi dunque in una logica essenzialmente sanitaria» e «ha suscitato forti critiche, soprattutto a seguito della scarcerazione di Pasquale Zagaria», di cui avete letto molto su questo giornale. «Le polemiche scaturite da questa decisione giudiziale – criticata anche dal presidente della Commissione antimafia – hanno indotto il DAP al ritiro della circolare. In realtà, l’infondatezza delle critiche ben può apprezzarsi considerando che la circolare altro non disponeva se non l’applicazione di una disciplina di ordine generale, una norma di civiltà, che coniuga il diritto fondamentale alla salute – che fa parte di quell’irrinunciabile “bagaglio di diritti” che, come ha precisato la Consulta, il detenuto non dismette». In conclusione, «nessuna condizione più di questa emergenza pandemica, ormai destinata a durare lungo, potrebbe insomma motivare una revisione, tanto radicale quanto strutturale (e perciò da acquisire al sistema a regime e al di là della contingenza del momento) dell’ordinamento penitenziario (e dello stesso sistema penale), fondata su di una visione meno carcero-centrica e meno panpenalista, che sappia scommettere su misure extramurarie». Le difficoltà di gestione della pandemia hanno aggravato anche il settore del governo del fenomeno migratorio «che già precedentemente soffriva di carenze ed emergenze ormai cronicizzate. Una delle misure maggiormente critiche adottate nel contesto pandemico è quella del trasferimento coattivo su “navi quarantena” di migranti già titolari di protezione umanitaria, richiedenti asilo o comunque regolarmente soggiornanti da tempo sul territorio, per effetto del solo dato della positività al virus. I tempi dell’isolamento su queste navi «sono stati spesso ingiustificatamente protratti fino a un mese», e i tentativi di fuga sono «costati la vita ad almeno tre migranti». Anche nel 2020 l’Unione Europea resta la grande assente per quanto riguarda le questioni migratorie e il diritto di asilo. «Le proposte di Bruxelles illustrate nel Patto europeo su immigrazione e asilo sono un compendio di tutte le scelte fallimentari degli ultimi vent’anni. Al contrario, il Parlamento italiano ha approvato una serie di modifiche interessanti al quadro normativo su immigrazione e asilo che meritano attenzione: il 21 ottobre il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Decreto Legge 130/2020 che ha modificato alcune disposizioni dei due Decreti Sicurezza». Tra le persone particolarmente colpite dagli effetti della pandemia anche i cittadini di origine rom e sinta «che già vivevano in situazioni alloggiative, lavorative e sanitarie svantaggiate. Molte non sono in possesso di mezzi di trasporto hanno avuto difficoltà anche solo a effettuare il minimo approvvigionamento di beni di prima necessità». In condizioni ancor peggiori si sono trovati coloro che vivono negli insediamenti irregolari, dove già mancano le condizioni minime di igiene e non c’è accesso all’acqua potabile. Contesti in cui il diritto alla salute era già precluso prima della pandemia. Ai problemi sanitari si sono sommate le difficoltà scolastiche, visto che molti bambini e ragazzi che vivono nei campi hanno scarso accesso a supporti tecnologici». Angela Stella

·        La Sanità trascurata.

Gianna Fregonara per il “Corriere della Sera” il 19 agosto 2021. Neppure l'emergenza Covid ha convinto i giovani medici a scegliere per la loro vita professionale specialità come la medicina d'urgenza e la rianimazione, che in questo ultimo anno e mezzo sono state fondamentali per limitare i danni della pandemia e salvare molte vite. Quest'anno c'erano a disposizione 17 mila borse di studio quinquennali per gli specializzandi che cominceranno i corsi il primo novembre. Un numero molto maggiore rispetto al passato - quasi il doppio se paragonato a due o tre anni fa. Ne sono rimaste 1.300 non assegnate o rifiutate. Una parte verrà probabilmente recuperata scorrendo la graduatoria tra gli esclusi e i posti che ancora rimarranno vuoti verranno messi a bando di nuovo il prossimo anno. Ma il dato che più colpisce è che il maggior numero di «buchi» riguardi le specializzazioni del Covid: per i medici di pronto soccorso su 1.077 borse ben 456 sono rimaste senza titolare; per gli anestesisti e rianimazione ce n'erano 2.100, ne sono rimaste 166 e persino per microbiologia e virologia ne sono avanzate 76. Se a questo si aggiunge che anche tra chi ha accettato il posto di medicina d'urgenza c'è un 15 per cento che lo ha fatto per fare esperienza e il prossimo anno proverà a passare ad un altro campo, la situazione è drammatica. È ormai da qualche anno che al momento di scegliere, i giovani medici preferiscono cardiologia, oftalmologia, otorinolaringoiatria, professioni «ambulatoriali». Un tema che è ben noto anche alla ministra dell'Università Cristina Messa, che è medico e aveva già lanciato l'allarme su questo nuovo fenomeno che rischia di lasciare vuoti molti posti chiave negli ospedali già nei prossimi anni, quando tra l'altro è attesa un'ondata di pensionamenti senza un adeguato numero di specializzati per garantire il turn-over. «I giovani sono disincentivati a scegliere la specializzazione in pronto soccorso o rianimazione perché è un lavoro molto gravoso che non è riconosciuto. Anzi - spiega Salvatore Manca presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) - negli ultimi tempi sono aumentate le aggressioni da parte dei malati e dei parenti che costituiscono un preoccupante rischio per tutti noi». In più, ad ascoltare i rianimatori, non c'è un riconoscimento che si tratti di una professione «usurante»: «E per giunta i medici di medicina d'urgenza - continua Manca - sono gli unici che non possono fare libera professione intramoenia». Responsabilità, pressione, fatica, difficoltà a fare carriera: sarà anche tutto questo ma già lo scorso dicembre lo studio dell'Anaao-Assomed segnalava che negli ospedali mancavano 3.000 anestesisti rianimatori per garantire la normale attività.

Sanità, dove rischia il piano Marshall. Gloria Riva su L'Espresso il 10 agosto 2021. Centinaia di nuovi ospedali e presidi territoriali da costruire. Decine di migliaia di infermieri da assumere. Ma ammodernare il sistema vuol dire rivoluzionarlo. La rivoluzione sanitaria italiana passa attraverso la realizzazione di 1350 presidi territoriali e 381 nuovi ospedali. Un gigantesco investimento edilizio che, se non sarà accompagnato dall’assunzione di almeno 33 mila infermieri, sarà totalmente inutile. Il problema è che i nuovi ingaggi non potranno essere effettuati sfruttando i 20,23 miliardi messi a disposizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Pnrr, così come impone l’Europa, al contrario dovranno essere a carico del bilancio pubblico che (per il momento) non ha a disposizione il denaro necessario. Ma andiamo con ordine. Il piano Marshall sanitario ha due obiettivi: trasformare i servizi territoriali e modernizzare la rete ospedaliera. La parte più semplice del piano dovrebbe essere proprio la riqualifica degli ospedali, ma non sarà facile capire su quali puntare: «Se due ospedali su tre hanno raggiunto un sufficiente livello di specializzazione, utile ad affrontare nel modo più corretto le patologie e le urgenze sanitarie, non si può dire lo stesso del restante 30 per cento, che non raggiunge una casistica minima di interventi. Questo significa che il venti per cento della popolazione viene curato in ospedali privi della competenza minima per affrontare, ad esempio, un infarto, un carcinoma, un parto», spiega Francesco Longo, ricercatore del Cergas Bocconi, centro di ricerca sullo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale. I più alti livelli di specializzazione, che si traducono in una maggiore qualità delle cure, si collocano per lo più al centro Nord, lasciando pressoché scoperto il Sud Italia, il che spiega anche l’elevata mobilità sanitaria di pazienti in fuga dai nosocomi del meridione. Nel Pnrr si punta a riqualificare i piccoli ospedali, dotandoli di nuove strumentazioni, senza però considerare le casistiche minime. In particolare vengono stanziati 1,19 miliardi per il rinnovo di 3.133 grandi apparecchi tecnologici - cioè tac, risonanze magnetiche, angiografi, macchinari per scintigrafie, radiografie, ecografie e mammografi - ma senza assicurare che queste nuove macchine offrano alcun miglioramento in termini di efficacia clinica. Perché se è vero che l’Italia ha un indice di obsolescenza dei macchinari fra i più alti d’Europa (il 79 per cento delle apparecchiature è vecchio), è altrettanto vero che possiede un numero di risonanze magnetiche e tac spropositato (il 160 per cento in più rispetto alla media europea, stando ai dati della Corte dei Conti) e che è anche il paese che le usa meno. «È quindi importante che questa nuova allocazione di risorse contribuisca ad aumentare la casistica minima degli ospedali e a sostenere la nascita di hub specialistici al Sud per accrescerne le competenze e contrapporsi alla mobilità ospedaliera. Al contrario, spalmando questi macchinari in modo orizzontale sulla struttura esistente si rischia di non far evolvere il sistema e di sprecare miliardi in tecnologie e nuovi padiglioni che non servono ad aumentare la qualità delle cure e la produttività del Ssn. Dovremmo avere meno apparecchiature tecnologiche, da usare di più», spiega Longo. In concreto questo vorrebbe dire sfruttare le apparecchiature fino a sedici ore al giorno per le visite nel regime di Servizio Sanitario Nazionale, stravolgendo i perimetri della pratica dell’intramoenia, ovvero la possibilità per i medici di fare diagnosi in attività libero professionale utilizzando le strumentazioni degli ospedali pubblici: «È uno scempio, macchine che costano milioni vengono usare solo per poche ore al giorno, di conseguenza gli ospedali le tengono per parecchi anni, diventando obsolete», commenta il professore. Rivoluzionare il sistema significa cambiare i modelli organizzativi e i turni di lavoro, i sistemi di incentivazione e le retribuzioni professionali per far funzionare i macchinari più ore al giorno. E questo si scontra con la scelta del 45 per cento dei medici - sono 11.616 professionisti - di esercitare la professione privata, sottraendo tempo alle visite per il Ssn e impedendo quindi di abbattere le liste d’attesa, che in epoca Covid-19 sono ulteriormente lievitate. I medici, dal canto loro, già lamentano di essere troppo pochi per sostenere i nuovi ritmi. Ad esempio, i radiologi hanno lanciato l’allarme, avvertendo che l’età media del personale è di 57 anni e c’è poca dimestichezza nell’utilizzo dei nuovi macchinari, mentre servirebbe assumere giovani che abbiano già le competenze per l’utilizzo delle apparecchiature: «Acquistare macchinari senza avere il personale medico per utilizzarli al meglio è come avere una fuoriserie senza un pilota capace di portarla in pista», avverte Corrado Bibbolino, segretario del Sindacato Nazionale Area Radiologica. A complicare ulteriormente la situazione, c’è il dato di fatto che nessun giovane medico vuole lavorare in un contesto periferico e infatti i concorsi negli ospedali di montagna e nelle aree interne vanno deserti. Risultato: si rischia di attrezzare presidi ospedalieri con strumentazioni potentissime, senza il personale in grado di farlo funzionare. Dunque, resta da districare il nodo di come rimettere sui giusti binari 270 piccoli e piccolissimi ospedali, tutti con meno di 120 posti letto e che, per altro, in base al Decreto ministeriale 70 del 2015, non dovrebbero neppure esistere: «Dovrebbero chiudere, per legge, soprattutto perché sono pericolosi», continua Longo. «Chi vi opera non ha una casistica minima di pazienti e non può assicurare cure efficaci per trattare un infarto, un cancro. Prima di stanziare finanziamenti a pioggia per riqualificare gli ospedali, sarebbe utile definire un nuovo modello organizzativo, raggruppando quelli esistenti in ospedali a rete (quindi senza chiudere alcun nosocomio, ma permettendo alle equipe di medici di ruotare tra le varie sedi per specializzarsi negli interventi) oppure accorpandoli e riducendoli in numero, come è successo in molte regioni, dall’Ospedale della Versilia in Toscana ai Castelli Romani in Lazio». Tuttavia la razionalizzazione non sembra essere una priorità del Pnrr, che al contrario punta a costruire nuove strutture senza relazionarle a quelle già esistenti. Ad esempio, in programma c’è la costruzione di 1.350 case della comunità e altri 1.200 ospedali di comunità, stando all’ultima versione del piano inviata a Bruxelles. Le Case della Comunità si ispirano al modello emiliano, veneto e toscano e sono pensate per rispondere a quel 38 per cento di italiani (23 milioni di cittadini) affetti da malattie croniche, come ipertensione, diabete, problemi respiratori, nefropatia e scompenso cardiaco: «L’idea forte del Pnrr è costruire una casa della comunità ogni 33mila abitanti, per farle diventare il perno della presa in carico dei pazienti cronici. All’interno di queste strutture operano il medico di medicina generale - che imposta la terapia - e gli infermieri di comunità, che monitorano costantemente i pazienti, avendo a disposizione dati e referti per verificare che le cure avvengano nel modo più corretto. La rivoluzione dovrebbe essere lo sviluppo di competenze digitali per gli infermieri, che si troveranno a maneggiare un’infinità di dati e informazioni utili per l’efficacia clinica», spiega il professore della Bocconi. Dovrebbero inoltre essere realizzati 1.200 ospedali di comunità con 24 mila posti letto territoriali, utili a rispondere ai bisogni sociosanitari degli anziani fragili. Si tratta di strutture a gestione infermieristica, con un medico presente per non più di tre ore al giorno: «L’investimento edilizio è significativo, ma rischia di essere inutile se non sarà affiancato dalla presa in carico orizzontale del paziente. Entro cinque anni il 25 per cento della popolazione avrà più di 65 anni, serve un sistema in grado di accompagnare le persone anziane e fragili da un nodo all’altro del sistema di assistenza, per evitare che, come spesso succede oggi, il paziente dimesso dall’ospedale venga abbandonato a se stesso». Infatti 280 milioni di euro del Pnrr sono stanziati per la creazione di 602 Centrali operative territoriali, dette Cot, composte da sei infermieri che accompagnano l’anziano alla riabilitazione, alla lungodegenza o verso le cure domiciliari: «Ma se si costruiscono soltanto i muri e non si crea una rete strutturata, allora si rischia di aggiungere soltanto una struttura a quelle già esistenti, creando ulteriore confusione, senza rispondere alle esigenze di sei milioni di cittadini, fra non autosufficienti, anziani e fragili». Resta poi da risolvere il nodo delle assunzioni, dal momento che Agenas, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari, ha stimato che, per far funzionare gli ospedali di territorio e le Case della Comunità, sarà necessario assumere oltre 33mila infermieri (numero simile ai 36mila nuovi dipendenti assunti a tempo determinato per far fronte all’emergenza Covid-19), aumentando di un quinto il costo del personale infermieristico. In realtà, proprio gli stipendi dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, che complessivamente si aggirano attorno ai 35 miliardi l’anno, sono già ben oltre i limiti previsti dal tetto di spesa (ovvero 29 miliardi), che non sono comunque sufficienti per garantire cure di qualità, visto che il numero dei sanitari assunti con contratti precari è aumentato del 60 per cento nell’ultimo decennio. Inoltre le previsioni di Agenas potrebbero essere sottostimate, poiché, stando a un’analisi del Crea, Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità che fa capo all’Università Tor Vergata, bisognerebbe assumere fra i 162 mila e i 272 mila infermieri per stare al passo con la richiesta di cure sanitarie del paese: «Le prospettive di assumere e formare più personale nei prossimi anni, senza un’efficace politica retributiva, potrebbe rivelarsi un flop, determinando la fuga dei migliori professionisti verso sistemi sanitari che meglio li remunerano», commenta Federico Spandonaro, economista e presidente del Crea, che continua: «Dal punto di vista delle politiche sanitarie da mettere in atto per alleggerire la sofferenza del Ssn, potrebbe rivelarsi necessario trasferire alcuni compiti dal medico all’infermiere». Ma queste figure professionali, al netto del problema di dover aumentare le risorse annuali correnti per il Ssn, non sono oggi disponibili sul mercato. Pertanto il sistema universitario dovrà aumentare significativamente la propria capacità formativa, tema che a sue volte richiederà importanti investimenti nel sistema educativo, non ancora chiaramente disponibili. Infine c’è da definire l’utilizzo degli otto mila poliambulatori territoriali, sono uno ogni settemila abitanti, pochissimo usati, aperti due o tre giorni la settimana, che offrono pochi servizi, per nulla digitalizzati e in stato manutentivo precario. La scelta è fra costruire nuove strutture, consumando suolo verde e impattando ulteriormente su territori già cementificati, o riutilizzare i presidi, decidendo quali abbandonare e quali riqualificare. «Potrebbe essere l’occasione per fare un po’ di chiarezza nella rete dei poliambulatori, ma perché questo avvenga serve un mandato chiaro da parte del ministero della Salute per stabilire chi e come dovrà agire per riqualificarli, se le Regioni o le aziende sanitarie locali, anche per contrapporsi alle inevitabili spinte campanilistiche che invocano frammentazione delle strutture». 

Sanità: tac, risonanze ed ecografi obsoleti. Cosa si rischia e quali macchine evitare. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 30 giugno 2021. Per la diagnosi delle malattie gravi i macchinari andrebbero sostituiti dopo 5 anni. Dall’ultimo rapporto del ministero della Salute risulta che in Italia in media negli ospedali pubblici e privati convenzionati il 36% dei macchinari ha più di 5 anni e il 32% oltre 10. Le ragioni sono note: attrezzature obsolete espongono il paziente a più radiazioni e a diagnosi meno precise. L’obsolescenza incide anche sui tempi di indisponibilità delle apparecchiature per l’aumento dell’incidenza dei guasti e malfunzionamenti con tac, risonanze e mammografi: ambulatori che si fermano e costi di manutenzione che crescono (il documento della Corte dei Conti del 2017). 

Macchina vecchia e macchina nuova: differenze

L’Associazione italiana degli ingegneri clinici precisa che non esiste un riferimento univoco su quella che dovrebbe essere l’età di riferimento dei macchinari e che, per ciascuna tipologia, occorre fare valutazioni specifiche. In ogni caso da una lunga lista di esempi elaborati dall’Aiic per Dataroom emerge che:

1. la differenza di radiazioni fra una Tac con meno di 10 anni di vita e una di ultima generazione arriva fino all’80%; l’esame si svolge più rapidamente per la velocità di rotazione del tomografo e la diagnosi è più approfondita per la capacità del macchinario di vedere meglio il cuore tra un battito e l’altro, come pulsa il cervello (neuroperfusione) e di individuare con estremo dettaglio le lesioni oncologiche.

2. Una risonanza magnetica all’avanguardia dà una migliore qualità di immagini in tempi inferiori e un maggiore comfort perché diminuisce il senso di claustrofobia del paziente.

3. Un mammografo con meno di 5 anni permette di effettuare biopsie in 3D più precise perché l’immagine viene ottenuta con la tomosintesi, ossia la mammella viene vista da diverse angolazioni grazie a un’acquisizione a strati: ciò consente di esaminare parti di tessuto che altrimenti rischiano di essere nascoste.

4. I nuovi acceleratori lineari per la radioterapia irradiano la parte malata con più precisione salvando i tessuti sani. Inoltre permettono di utilizzare le nuove tecniche di radioterapia a intensità modulata, che significa subire una minore dose di raggi e una netta riduzione dei tempi di trattamento nelle sedute. 

Oltre 3 000 macchinari da sostituire

Una parte dei soldi del Recovery Fund, 1,19 miliardi, saranno investiti proprio nel rinnovo parco-macchine. Il ministero della Salute ha chiesto alle Regioni quanti e quali macchinari con oltre 5 anni d’età hanno bisogno di sostituire negli ospedali pubblici. Il quadro venuto fuori? Da cambiarne complessivamente 3.162 fra tac, risonanze magnetiche, angiografi, macchinari per scintigrafie, radiografie, ecografie e mammografi. Nel dettaglio di tratta di 1.284 grandi apparecchiature su 7.753 (17%) presenti negli ospedali pubblici, che è il numero complessivo che risulta dai dati 2021 dell’Inventario nazionale delle grandi apparecchiature. E sono: 344 nuove tac su 2.219, 191 risonanze magnetiche su 1.330, 83 acceleratori lineari per la radioterapia su 575, 197 angiografi su 1.020, 82 macchinari gamma camera per le scintigrafie su 443, 55 apparecchiature uniche per Tac e scintigrafie su 183, 34 pet su 208, e 298 mammografi su 1.775. Vanno aggiunte 947 macchine per le radiografie e 931 per le ecografie. 

Praticamente quasi l’intero fabbisogno indicato dalle Regioni sarà finanziato dal Pnrr (3.133 su 3162). Circa la metà sarà sostituita entro settembre 2023, il resto entro la fine del 2024. In Lombardia saranno finanziate 423 nuove apparecchiature, in Veneto 301, in Emilia Romagna 207, in Lazio 400, in Sicilia 214, ecc. Per comprare bene, a trattare gli acquisti per tutte le Regioni dovrebbe essere una sola centrale: la Consip.

Diagnosi con macchina vecchia o nuova, i rimborsi non cambiano

Intanto, che fine fanno le macchine vecchie? Normalmente le ritira chi consegna il nuovo. Oggi, dai dati Consip 2017-2020, su 1.934 apparecchiature consegnate, quelle vecchie rottamate sono state solamente 105. Che fine abbiano fatto le altre 1.829 è un’informazione non disponibile. Come non è disponibile dai dati ufficiali il numero di macchinari vecchi che stanno dentro alle strutture accreditate, e se li cambieranno. Pagando di tasca loro nessuno gli chiede di render conto. E questa è una inadempienza dell’erogatore, che rimborsa le prestazioni con denaro pubblico. E i rimborsi sono sempre gli stessi, sia che la diagnosi venga fatta con una macchina top di gamma, che una vecchia di 15 anni. In concreto: una risonanza magnetica fatta con un apparecchio obsoleto viene rimborsata circa 200 euro, esattamente come quella fatta con una macchina di ultima generazione. Questo vale per il privato quanto per il pubblico. Eppure non sarebbe complicato fare in altro modo, basterebbe copiare. La Francia, per incentivare l’adozione di tecnologie più avanzate, rimborsa di meno l’ambulatorio o l’ospedale che fa esami con strumenti di bassa gamma rispetto alla cifra definita. 

Macchine nuove, ma a pieno regime

L’occasione è storica, ma per non buttarla via gli ospedali devono organizzarsi meglio di come fanno ora. Nel convegno organizzato dall’associazione Dossetti e dedicato a questo tema, è emerso che le potenzialità di queste apparecchiature non sono sfruttate appieno: oggi ci sono reparti dove vengono fatte 2 risonanze magnetiche all’ora e altri dove se ne fa una ogni due. E in più i medici devono essere formati all’utilizzo di attrezzature molto sofisticate dal punto di vista tecnologico. Per avere una grande resa, occorre saperle far funzionare. Ma come fa un paziente a sapere se la sua risonanza o mammografia è stata eseguita con uno strumento obsoleto? Per ora può solo chiedere al medico o all’ospedale al momento della prenotazione dell’esame. Sarebbe utile creare delle mappe trasparenti di qualità delle strutture sanitarie sulla base delle tecnologie disponibili. Visti i costi alti (per una tac in media sono 500 mila euro, per una risonanza fino a 900 mila e per un mammografo fino a 300 mila) è irrealistico pensare di installare macchinari di ultima generazione nel piccolo ospedale che la utilizza una volta alla settimana. Di qui l’importanza delle scelte di chi decide cosa bisogna comprare, a che prezzo e dove metterlo. Vuol dire attuare quanto prevede la legge 53 dell’aprile 2021: l’istituzione di un Osservatorio nazionale che monitori e coordini gli acquisti nelle loro diverse declinazioni. Va fatto subito però, non dopo aver fatto gli acquisti.

Paolo Russo per "La Stampa" il 26 marzo 2021. Negli ospedali italiani come al Jurassic Park. Si perché con le sue 18 mila apparecchiature diagnostiche obsolete siamo tra i peggio messi in Europa. Ed è un bel problema per i pazienti che si sottopongono ad un accertamento con una tac o una risonanza troppo in là negli anni e per questo meno precisa di quelle di ultima generazione. Ma anche per quelli in lista di attesa, già rese interminabili dal Covid che ha fatto saltare il 37% degli esami programmati, ma ulteriormente allungate dai nostri macchinari arrugginiti. Che finiscono spesso per andare in manutenzione a tutto danno dell'offerta di prestazioni diagnostiche da parte di asl e ospedali. Ma anche dei loro bilanci, visto che alla lunga i costi di riparazione finiscono per superare quelli di acquisto. Lo sa bene il governo che nelle bozze del Recovery plan stanzia circa 3 miliardi per il rinnovo tecnologico delle strutture sanitarie, pubbliche e private. Ma lo percepisce anche il popolo degli assistiti, visto che l'84% ritiene "di primaria importanza" rinnovare il parco macchine e tecnologico ospedaliero, come rileva un'indagine condotta da "Community Research & Analisi". Perché i nostri ospedali sono vecchi fuori, visto che hanno in media più di 70 anni, ma anche dentro, come dimostra la fotografia scattata dall'indagine condotta dall'"Osservatorio parco installato" di Confindustria dispositivi medici. Nonostante qualche leggero miglioramento rispetto agli anni passati i dati mostrano quanto la modernità non sia ancora di casa nel nostro parco tecnologico ospedaliero. Prendiamo i mammografi. L'età media di quelli convenzionali è di 13,4 anni, quando non dovrebbero superare i sei, secondo gli standard di sicurezza e adeguamento tecnologico. Ma solo il 9% ha meno di 5 anni e l'84% supera comunque il limite anagrafico che darebbe diritto al pensionamento. Va un po' meglio per gli angiografi, le apparecchiature che servono a valutare lo stato dei nostri vasi sanguigni e delle coronarie. Insomma un esame importante, che nel 61% dei casi affidiamo a una strumentazione ormai obsoleta. La risonanza magnetica sappiamo tutti a cosa serve e quanto sia importante per diagnosticare in alcuni casi malattie che prese per tempo possono ancora essere sconfitte. Peccato che ben il 74% di queste apparecchiature abbia superato il limite di età che le rende non più al passo con i tempi. Anche perché parliamo di risonanze magnetiche con minor livello di precisione, secondo l'unità di misura Tesla, che in questo caso è pari a 1, mentre quelle tecnologicamente più avanzate arrivano anche oltre il valore di 3. Qui la percentuale di obsolescenza scende al 41%. Ma le risonanze "4.0" sono una rarità dei nosocomi italiani. Le Tac sono troppo in là negli anni in un caso su due (il 51% per l'esattezza). Anche in questo caso la percentuale si abbassa quando si va a contare l'età delle apparecchiature multistrato, capaci di vedere più in profondità dentro ossa e organi. Ma anche qui le tac più avanzate sono anche quelle meno diffuse. A volte per fare una diagnosi corretta basta una semplice radiografia. Peccato che se parliamo degli apparecchi radiografici tradizionali l'81% abbia superato il limite dei 10 anni di anzianità, oltre i quali si farebbe bene a sostituirli, mentre obsoleto è il 48% di quelli digitali, che più raramente si trovano nei nostri centri diagnostici. Quando pensiamo a una sala operatoria ci vengono in mente bisturi e chirurgo ma non immaginiamo quanta tecnologia ci sia. Ad esempio per monitorare i nostri parametri vitali con quei grandi macchinari, definiti in termini tecnici "sistemi mobili ad arco", obsoleti nel 57% dei casi. «Le tecnologie all'avanguardia - afferma Aniello Alberti, presidente di Elettromedicali e Servizi integrati - consentirebbero non solo una migliore capacità diagnostica, ma anche una maggiore velocità di refertazione, che potrebbe rivelarsi fondamentale una volta che i cittadini saranno meno impauriti dal Covid e riprenderanno a fare prevenzione e a curarsi senza timore di contagiarsi». Che è poi la vera sfida post-pandemica da vincere lanciando verso il futuro i nostri ospedali fermi all'era jurassica.

Il debito sanitario monstre che ingrassa le cliniche. Ecco il sistema Calabria. Walter Molino su L'Espresso il 9 marzo 2021. Bilanci truccati e contenziosi con i fornitori lasciati lievitare, così l’Asp di Cosenza sprofonda. Un metodo che ha fatto scuola, dice il procuratore. Coinvolti manager e politici. E la salute è una lotteria. Falsificavano i bilanci e quando potevano, neppure li presentavano. Sistemavano nei posti dirigenziali amici e clientes senza titoli. E chi doveva controllare, anche se era un commissario del governo mandato da Roma, preferiva girarsi dall’altra parte. Così il debito è cresciuto negli anni a dismisura, nessuno più è in grado di dire esattamente quanto. Benvenuti a Cosenza: l’Azienda Sanitaria Provinciale più grande della Calabria, che dovrebbe prendersi cura di quasi 700 mila cittadini, è ben oltre il limite del fallimento. Il buco è indefinibile, si aggira tra i 750 milioni e 1 miliardo di euro. Un altro mezzo miliardo pesano i contenziosi legali con aziende farmaceutiche, cliniche private e laboratori di analisi che prima fatturano senza autorizzazione prestazioni extra budget, ovvero oltre i tetti di spesa annuali stabiliti dalla Regione, e poi seppelliscono le tesorerie di ingiunzioni legali. Il procuratore Mario Spagnuolo lo ha chiamato “Sistema Cosenza” in un’inchiesta che fa tremare i polsi a un blocco di potere opaco e parassitario che da decenni succhia risorse vitali sottratte ai cittadini calabresi e demolisce un pezzetto alla volta il welfare sanitario della terra più dimenticata d’Italia. Spagnuolo ha lavorato due anni con un solo sostituto e due finanzieri e l’indagine non è ancora finita. Oltre ai massimi dirigenti dell’Asp sono indagati anche i controllori: l’ex commissario alla Sanità calabrese Saverio Cotticelli, licenziato in tronco nel novembre scorso perché neppure sapeva di dover fare il piano anti-Covid; il suo predecessore Massimo Scura, che davanti al Gip ha confessato di non aver mai visto un bilancio dell’Asp di Cosenza; Antonio Belcastro, per anni figura chiave della sanità calabrese, ex capo dipartimento e delegato regionale all’emergenza Covid. Sono stati tutti interdetti dai pubblici uffici, in attesa che si arrivi al processo. "Il sistema Cosenza è il sistema Calabria", dicono due degli indagati in un’intercettazione. Perché i protagonisti cambiano nel tempo e nei luoghi, ma le modalità rimangono le stesse. “L’Asp di Cosenza muove qualcosa come 2 miliardi l’anno e i bilanci che abbiamo esaminato sono falsi – spiega il procuratore Spagnuolo – Più andiamo avanti e meglio si delineano i profili dei protagonisti: oltre alle strutture private che vendono prestazioni sanitarie, ci sono politici, dirigenti e funzionari pubblici ma anche professionisti, importanti studi legali e società finanziarie fuori dalla Calabria”. Già perché il Sistema sazia anche i palati più raffinati, come quelli della finanza milanese: decine di società di factoring con sede in eleganti palazzi tra il Duomo e piazza Affari (e cassaforte rigorosamente nei paradisi fiscali) acquistano i crediti dalle strutture private a prezzo di saldo e lucrano interessi a due cifre approfittando del cronico ritardo nei pagamenti che all’Asp di Cosenza arrivano fino a 800 giorni. Secondo Bruno Santamaria, avvocato milanese che si è occupato a lungo delle truffe ai danni del sistema sanitario, “Il ritardo è il bene principale. Quando il credito rimane fermo matura degli interessi che nessun Bot o titolo azionario è in grado di garantire, con la certezza assoluta che quei soldi prima o poi li prendi. Con interessi anche del 50%”. Una clinica privata magari non può aspettare due anni per il pagamento di una fattura ma una società che si occupa di cartolarizzazioni, sì. È quello che ha pensato l’avvocato Enzo Paolini, politico di lungo corso e più volte candidato a sindaco della città, ma soprattutto presidente regionale di Aiop, l’associazione italiana dell’ospedalità privata. È lui che ha messo in contatto molte case di cura private con la 130 Servicing, società di intermediazione finanziaria che offre servizi a investitori istituzionali come banche, assicurazioni e fondi pensione. Negli uffici di via San Prospero, a Milano, hanno sede legale una galassia di società che hanno acquistato montagne di crediti dalle cliniche private calabresi. Alcune di queste cliniche fanno riferimento a politici come il Gruppo San Bartolo della famiglia del consigliere regionale Luca Morrone o la Casa di cura Cascini, di proprietà del sindaco di Belvedere Marittimo. Il Tribunale di Palmi ha stabilito che c’è incompatibilità tra le due cariche, ma lui ha vinto il ricorso e continua a indossare la fascia tricolore al mattino e il camice da dottore nel pomeriggio. In ogni caso il Municipio e la Casa di Cura distano poche decine di metri. “È venuta da noi una società milanese. Ci ha detto: vi compriamo le fatture che non vi sono state saldate. Ve le paghiamo al 50% - racconta Cascini sul filo dell’indignazione – Pochi, maledetti e subito. Lo capite o no che noi ci perdiamo un sacco di soldi?». Sarà, ma così le cliniche private incassano comunque una parte degli extra budget che non avrebbero potuto fatturare e le società di factoring vedono moltiplicarsi il più sicuro degli investimenti. Ricostruire il rapporto tra prestazioni erogate e fatture è quasi impossibile. Negli uffici dell’Asp di Cosenza nessuno sa dove (e se) vengono conservati i documenti contabili degli anni passati. Poi magari qualcuno – per dolo o per errore – chiede lo stesso pagamento due o tre volte di fila: la tesoreria non se ne accorge e l’ufficio legale non si presenta neppure in tribunale quando l’Asp viene citata in giudizio. Nella teoria dei giochi si chiama “win-win”, vincono tutti. Argo, Arrow, Astrea quattro, Tocai, Toro 1: i nomi delle società di factoring milanesi non dicono nulla, ma tutte hanno come rappresentante legale la stessa persona. Si chiama Antonio Caricato e da mesi sta tempestando l’Asp di Cosenza reclamando 19 milioni di euro di crediti acquistati dalle cliniche private. Ma a Cosenza non si raccapezzano: nella contabilità aziendale per 12 di quei 19 milioni di crediti non c’è traccia neppure di una fattura. La Corte dei Conti lo ha messo nero su bianco: “L’Asp di Cosenza non è in grado di identificare la matrice sulla cui base i pagamenti vengono liquidati. C’è il rischio di remunerare più di una volta lo stesso importo per il medesimo debito”. Intanto il totale dei pignoramenti ammonta a circa 300 milioni di euro. Ed è tutto legale. Anche che in poche settimane un debito dell’Asp da poche migliaia di euro cresca fino a 15 milioni. “E’ accaduto anche questo. Ma il vulnus è giuridico – spiega il procuratore Spagnuolo - Quando a un creditore è riconosciuto un titolo esecutivo si apre una procedura a cui possono accodarsi altri creditori, anche se il loro titolo non è stato ancora riconosciuto dal tribunale. Ma se l’Asp non si difende, il giudice le ordinerà di pagare tutti i creditori. Indistintamente”. Sarebbe curioso sapere chi c’è dietro quella galassia di sigle societarie che girano intorno alla 130 Services di Milano, ma gli investitori istituzionali preferiscono non comparire e la legge glielo consente. Lucrare sulle inefficienze della sanità calabrese non è un reato e neppure farlo a volto coperto. Le conseguenze dell’orrore però sono tutte sulla pelle di quei 700 mila calabresi che vivono nella provincia di Cosenza, la quinta per estensione territoriale in Italia, affacciata ai lati sul Tirreno e lo Jonio. Per esempio: se ti becchi un infarto a Praia a Mare, sul versante tirrenico, devi resistere per cinquanta chilometri di strada statale verso Sud fino all’ospedale di Cetraro, oppure puoi sperare di arrivare vivo fino a Castrovillari, che in linea d’aria sarebbe anche più vicino ma di mezzo c’è il massiccio del Pollino e i chilometri su e giù tra i tornanti di montagna diventano ottanta. Praia a Mare l’ospedale ce l’avrebbe anche, c’è perfino un Pronto soccorso, ma funziona a singhiozzo perché quello è uno dei diciotto ospedali che l’ex governatore Scopelliti decise di chiudere nel 2010. Per risparmiare. Cinque anni prima erano stati avviati tre grandi progetti per gli hub ospedalieri della Sibaritide, nella Piana di Gioia Tauro e a Vibo Valentia. Non ne è stato realizzato neppure uno anche se i lavori per quello della Sibaritide, a pochi chilometri da Rossano, sono stati inaugurati quattro volte, l’ultima nel novembre dell’anno scorso, con tanto di firme e foto di rito. Il provvedimento di chiusura di gran parte dei vecchi ospedali è stata giudicata illegittima dal Tar e dal Consiglio di Stato ma quelle sentenze sono da anni lettera morta. Sufficienti però ad organizzare una nuova inaugurazione in pompa magna. Era il 2017, l’allora Governatore Mario Oliverio tagliò il nastro benedetto dal vescovo e a braccetto con Raffaele Mauro, al tempo direttore dell’ASP e oggi tra i principali indagati del “Sistema Cosenza”. Poi, più nulla. Ma chi gode i frutti di questa desertificazione? A pochi chilometri da Praia a Mare c’è una bellissima clinica privata con Pronto soccorso, rianimazione e cardiologia. Si chiamava fino a poco tempo fa “Tricarico-Rosano”, ancora nel 2020 ha preso 13 milioni di euro dalla Regione per rimborsi di prestazioni sanitarie. Ma era già fallita con 100 milioni di euro di debiti. Gli storici proprietari sono stati condannati in primo grado per bancarotta fraudolenta: distraevano i finanziamenti regionali per acquistare beni di lusso. Adesso si chiama “Tirrenia Hospital”, l’ha comprata all’asta per appena 3 milioni Giorgio Crispino, noto imprenditore della sanità cosentina e unico offerente. Ma non c’è solo Praia a Mare. A Cariati un comitato civico occupa da mesi l’ospedale vuoto da più di dieci anni. Camere perfettamente integre, letti puliti, lenzuola profumate e perfino i riscaldamenti accesi. L’estate scorsa, per qualche imperscrutabile ragione, è stato rifatto anche l’impianto per la distribuzione dell’ossigeno. Tutto inutilizzato. Eppure, quando è iniziata la seconda ondata del Covid, a Cosenza è arrivato l’esercito per montare un ospedale da campo sul piazzale dietro la stazione. A Trebisacce il sindaco Franco Mundo esibisce una galleria di sentenze che ordinano la riapertura dell’ospedale ma poche settimane fa lui stesso ha dovuto impedire con la forza che portassero via i letti dai reparti. Li voleva requisire il commissario dell’ASP di Cosenza per portarli in una struttura Covid che ne era sprovvista. Di soldi per comprarne di nuovi non ce n’erano.

Come sta il nostro sistema sanitario nazionale a un anno dall’inizio della pandemia Covid-19. Il rapporto tra anestesisti e terapie intensive è sceso nonostante le assunzioni. Le malattie oncologiche e cardiache sono un disastro a sé. E molto altro ancora: radiografia della nostra sanità. Gloria Riva su L'Espresso il 18 febbraio 2021. Esattamente un anno fa, il 21 febbraio 2020, a Codogno, nel lodigiano, il primo italiano risulta positivo al Coronavirus. La notte si segnala il primo decesso, a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova. Il giorno successivo il conto sale a sessanta infetti. Mentre la cronaca s’affrettava a tenere il passo della quotidiana diffusione, l’Espresso anticipa con la copertina “Sanità distrutta, Nazione infetta” quello che di lì a pochi giorni sarebbe stato palese: a causa di una dissennata e decennale politica di tagli, il Servizio Sanitario Nazionale non sarebbe stato in grado di reggere l’urto. Già prima della pandemia scarseggiavano medici e infermieri. Era chiaro che i posti letto, per via di una eccessiva politica di razionalizzazione, sarebbero stati insufficienti a rispondere all’emergenza. Oggi alcuni economisti sostengono che il primato di vittime registrato in Italia (siamo prossimi ai 100mila decessi, peggio di noi ha fatto solo il Regno Unito con 112mila morti) sia dovuto a uno scarso finanziamento del Ssn: 2.989 dollari per abitante, contro i 4.690 di Francia e 5.472 della Germania. Un anno dopo L’Espresso torna a esaminare il Servizio Sanitario Nazionale, sfiancato da dodici mesi in prima linea, rivelando che negli ospedali «l’emergenza è tutt’altro che finita», come racconta un medico pneumologo dell’Ospedale San Gerardo di Monza: «A settembre, quando nessuno avrebbe previsto una seconda ondata tanto tempestiva e violenta, i posti letto dedicati al Covid-19 erano quasi tutti vuoti. Oggi che la Lombardia si trova in zona gialla, e quindi con ampia libertà di movimento, i posti letto Covid sono per metà occupati. E la variante inglese - soprattutto quella, ma c’è da considerare anche quella brasiliana e sudafricana - ci preoccupa: temiamo una terza ondata». Il livello di saturazione delle terapie intensive è al 24 per cento, mentre la soglia critica stabilita dal ministero della Salute è del 30 per cento. Insomma, manca pochissimo. Ecco perché Walter Ricciardi, il consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, invoca un nuovo lockdown totale, mentre il governo ha stoppato in zona Cesarini la riapertura della stagione sciistica e Giorgio Palù, il presidente di Aifa, l’agenza italiana del farmaco, ha preannunciato altri tre mesi di sacrifici. Lo scenario non muta: si deve ancora scegliere se salvaguardare la vita degli italiani o l’economia. A cambiare invece è il livello di stress del Servizio Sanitario Nazionale: «Il Ssn e il management delle 191 aziende sanitarie stanno affrontando un momento di intensa pressione perché gestiscono in parallelo quattro cantieri strategici - la cura dei pazienti Covid-19, quelli non Covid-19, la vaccinazione di massa e la programmazione degli investimenti per il Recovery Fund -, con risorse e mezzi sufficienti per affrontarne uno solo», spiega Francesco Longo, professore di Scienze Politiche e Sociali alla Bocconi e ricercatore del Comitato Scientifico del Cergas, Centro di Ricerca sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale. Del resto le risorse del Ssn scarseggiano: in base all’ultima indagine della Corte dei Conti, nel 2021 la maggior spesa prevista è di 3,856 miliardi di euro, ma i finanziamenti stanziati sono di 945 milioni di euro, portando la spesa sanitaria complessiva a 121,370 miliardi. Il primo cantiere è l’emergenza Covid-19 che conta 14mila contagi e 400 morti al giorno, con le varianti in aumento e la terza ondata dietro l’angolo. «Non si tratta solo della cura dei pazienti gravi nelle terapie intensive e nei reparti di subintensiva, ma anche del contact tracing, i tamponi e la cura domiciliare dei malati, un’attività che da sola impegna una quota significativa della capacità produttiva del Ssn», continua Longo. Dice la Corte dei Conti che sono state attivate solo metà delle 1.200 Usca previste, ovvero le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, istituite a marzo e composte da un medico e da un infermiere per monitorare i pazienti Covid-19 ai domiciliari o dimessi. In alcune regioni il tasso di attivazione è elevato, come in Basilicata, Liguria, Emilia Romagna; in altre è particolarmente ridotto, come in Campania (15 per cento), Lombardia (27 per cento), Lazio (34 per cento). C’è anche un enorme divario fra Regioni nell’attivazione di nuovi posti letto di terapia intensiva, come riporta l’ultima analisi di Agenas, Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, con cinque regioni che non sono riuscite a raggiungere la soglia minima di sicurezza di 14 posti letto per 100mila abitanti: fra queste Lombardia, Calabria e Campania. Il rovescio della medaglia è la carenza di medici anestesisti e rianimatori proprio nelle regioni che più si sono attivate per far spazio ai malati Covid-19. In base ai dati forniti da Altems, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari, il rapporto tra anestesisti e posti letto di terapia intensiva era di 2,5 prima della pandemia e, nonostante l’assunzione di personale tramite bandi, il rapporto è sceso a 1,9. Il valore più basso si registra in Veneto (1,4), quello più alto in Calabria. «Per dieci anni si è fatta una programmazione delle scuole di specialità al di sotto delle esigenze. Il Covid-19 ha spinto il governo ad aumentare le borse di studio per la formazione di nuovi medici e gli effetti positivi li vedremo solo fra cinque anni», dice Alessandro Vergallo, presidente del sindacato degli anestesisti rianimatori Aaroi-Emac, che continua: «Nel frattempo c’è da gestire la pandemia, rispetto alla quale siamo poco ottimisti e ci preoccupa la cura di tutte le altre patologie, che non può essere costantemente rinviata». Il secondo cantiere è proprio la gestione ordinaria di tutte le altre malattie. Come spiega Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, onlus per la tutela dei diritti di assistenza sanitaria: «Sono saltati due milioni di screening oncologici e l’associazione Gise, la società italiana di Cardiologia Interventistica, ci fa sapere che ci sono enormi ritardi nella gestione di patologie cardiologiche e cardiovascolari. C’è una pandemia parallela, con un aumento esponenziale delle morti oncologiche e cardiache, che già oggi sono le maggiori cause di decesso in Italia». Rispetto al totale delle segnalazioni giunte a Cittadinanzattiva, oltre il 70 per cento riguarda le attività ambulatoriali bloccate e l’annullamento di visite già prenotate prima che esplodesse la pandemia (49,9 per cento). Nel 34,4 per cento si segnala la difficoltà di prenotare nuovi esami a causa del blocco delle liste d’attesa. La seconda ondata di Covid-19 non ha consentito di recuperare le prestazioni sanitarie rimandate e ha generato un effetto valanga, tanto che a inizio dicembre Lombardia, Puglia, Calabria e Campania hanno sospeso i ricoveri per i pazienti in classe A, ossia da garantire entro 30 giorni. Questo perché se sommiamo il personale sanitario impegnato nella gestione Covid-19 a quello impegnato nella vaccinazione, le energie da dedicare a tutti gli altri pazienti si è ridotto del 30 per cento rispetto al periodo pre pandemia. I ritardi non sono tutta colpa del Coronavirus, «il male maggiore deriva da 20 anni di scelte non fatte. Pesa l’assenza della telemedicina e di banche dati digitali che, ad esempio, obbligano i pazienti a portarsi lastre ed esiti da casa, perché il medico non è in grado di accedere ai documenti digitali», sentenzia Gaudioso di Cittadinanzattiva, che evidenzia come il fascicolo sanitario elettronico è attivo in 19 regioni e in cinque non viene usato dai medici. Il terzo fronte aperto è quello della vaccinazione di massa, con l’obiettivo di immunizzare il 90 per cento degli italiani entro l’anno. Questo significa individuare i centri vaccinali di massa, così come quelli piccoli decentrati, allestire spazi, individuare e formare il personale, organizzare la logistica distributiva dei vaccini, reclutare i pazienti, chiamare chi non si è iscritto o presentato. «Non è facile vaccinare 40 milioni di persone in poco tempo, in massima sicurezza, sia dal punto di vista vaccinale, sia per evitare assembramenti e contagi», spiega Longo. Il quarto cantiere è la predisposizione di piani di utilizzo dei finanziamenti provenienti dal Recovery Fund: «Alla sanità sono stati dedicati 19,7 miliardi di euro, ovvero 12 volte più di quanto era stato stanziato in conto capitale fino al 2019. Questo significa un grande sforzo di programmazione per investire nel modo più corretto e rapido quel denaro che deve essere speso entro cinque anni, pena la perdita del finanziamento». I quattro cantieri poggiano su fondamenta fragili, sia perché cambia costantemente lo scenario di riferimento (dalla numerosità dei contagi, alla disponibilità di vaccini) sia perché i governi - centrale e regionali - cambiano continuamente le proprie decisioni. Ad esempio, i finanziamenti alla sanità dal Recovery Fund da un’ipotesi iniziale di 68 miliardi, sono poi stati ridimensionati a 9 e successivamente a 19,7 miliardi: «È chiaro con quanta difficoltà le aziende sanitarie si apprestano a presentare i progetti, visto che da un giorno all’altro il budget per la propria struttura può passare da 500 a 100 milioni l’anno», afferma il professore della Bocconi, che continua: «Lo stesso vale per la campagna vaccinale, dove il commissario Domenico Arcuri un giorno chiede di estendere la vaccinazione a cinquemila persone al dì, quello successivo a tremila, in base alle informazioni che arrivano sulla capacità produttiva di vaccini. E l’incertezza è alimentata dalla difficoltà di comprendere chi detta le regole: è il commissario nazionale o le singole regioni? Restando sulla campagna vaccinale, ad esempio, da un lato il commissario Arcuri ha promesso di creare entro maggio i Padiglioni Primula Vaccinali, mentre tutte le regioni stanno predisponendo i loro spazi di vaccinazione di massa fin da marzo». Da tempo l’incertezza tra accentramento e decentramento istituzionale alle Regioni che caratterizza il paese nella prassi e nel dibattito culturale, determina una stratificazione decisionale fra amministrazione centrale, regionale e locale che non aiuta a offrire risposte adeguate e in tempi certi: «Siamo di fronte a un bivio: o si sceglie di rafforzare gli organismi ordinari del Ssn, che sono regionalizzati, oppure di sostenere quelli emergenziali e straordinari, che sono accentrati, altrimenti si rischia di sprecare tempo e risorse». Per aumentare la produttività del sistema pubblico il governo Draghi dovrà scegliere tra funzioni centrali e regionali. Non farlo significherebbe sprecare i finanziamenti del Recovery Plan, perché già nel 2020 si è osservato che il problema non è l’extra stanziamento di risorse, bensì la capacità di investire correttamente quel denaro e di monitorare la spesa, azioni rese difficili dal sovrapporsi di diverse strutture di controllo. La soluzione la offre l’Europa, che chiede all’Italia di rafforzare le proprie istituzioni, dare autonomia e responsabilità al management pubblico locale, evitando di creare corpi speciali centrali che poi verranno smantellati al finire dell’epidemia.

Andrea Bassi per "Il Messaggero" il 21 gennaio 2021. Lavori lumaca, risorse non spese, controlli mancati. Alla vigilia del Recovery plan, la relazione della Corte dei conti sugli «interventi di riorganizzazione e riqualificazione dell'assistenza sanitaria nei grandi centri urbani», è un macigno per le già labili convinzioni sulla capacità italiana di spendere soldi per realizzare opere. Lo si potrebbe considerare un manuale degli errori da non commettere, ma che invece sono stati inanellati uno dopo l'altro in un comparto, la sanità e la costruzione ristrutturazione degli ospedali, sul quale nei prossimi anni saranno concentrate notevoli risorse, 21 miliardi. La storia raccontata nella relazione firmata da Mauro Oliviero, inizia 22 anni fa, nel 1999, quando furono stanziati 1.176.386.762,60 euro (1,76 miliardi) per migliorare l'assistenza sanitaria nei grandi centri urbani. E passi che «grandi centri urbani» è stato interpretato non come grandi Comuni, ma come «centro territoriale di riferimento dalle caratteristiche comuni dei problemi e dei bisogni», definizione che ha permesso di finanziare ospedali anche a Mestre, Budrio e Bazzano. Ma il punto centrale è che il programma di riqualificazione doveva funzionare esattamente come funzionerà il Recovery plan. Leggere per credere: lo Stato avrebbe anticipato il 5% delle risorse alle Regioni per progettare gli interventi; nei sei mesi successivi, le Regioni avrebbero presentato i piani e un cronoprogramma e ottenuto un altro finanziamento; ogni sei mesi, poi, il ministero avrebbe dovuto verificare l'avanzamento dei lavori e, solo se questi ultimi avessero raggiunto almeno il 70% di quelli programmati, avrebbe erogato altre risorse. In caso contrario il progetto sarebbe stato stoppato e i finanziamenti revocati. Risultato? Dopo 22 anni degli 1,76 miliardi restano da spendere ancora 315 milioni di euro. Dei 258 interventi programmati, spiega la Corte dei Conti, ce ne sono ancora 52 da realizzare. Per 23 di questi i lavori sono in corso, per 10 sono sospesi, per altri 19 non sono mai iniziati. I ritardi ci sono al Nord come al Sud. Il Piemonte conta 19 interventi rimodulati ancora da completare, e nove non sono stati nemmeno avviati; in Calabria non è partito nessun progetto; nel Lazio erano previsti due interventi, l'Ospedale Sant'Andrea (completato) e l'Umberto I, rimasto al palo prima perché la sovrintendenza ci ha messo lo zampino e poi per le continue modifiche al progetto. La Lombardia fa storia a sé. Ha completato tutti gli interventi previsti, solo che poi si è scordata di chiedere i fondi al governo (ha pagato di tasca propria). Lo stesso ministero ha dovuto sollecitare il Pirellone, altrimenti i soldi sarebbero finiti in prescrizione. C'è anche questo. Ma la verità è che la vera responsabilità per i 315 milioni non spesi, la Corte dei conti l'attribuisce proprio al dicastero della Salute. Questi fondi, spiegano i magistrati contabili, sono andati in «perenzione» da oltre 10 anni. Significa che sono stati cancellati dal bilancio pubblico e, momentaneamente trasferiti tra le passività dello Stato. L'anticamera della prescrizione. Il ministero avrebbe dovuto controllare i cronoprogrammi presentati dalle Regioni per gli investimenti. Ma quando la Guardia di finanza si è presentata, dei cronoprogrammi non ha trovato traccia. Insomma, scrive la Corte dei Conti, il ministero è stato alla fine «un mero finanziatore» per le Regioni e non ha stimolato in queste ultime, «anche con poteri sostitutivi», la «corretta applicazione delle procedure di spesa». La conseguenza, conclude la Corte, è «ad oltre 20 anni dal suo avvio, l'attuale stallo per molte opere, che sono ancora incompiute o mai realizzate». C'è infine un altro punto analizzato dalla Corte: la diffusione territoriale dei ventilatori polmonari. Il 75% di questi dispositivi (ce ne sono 18.500 in tutto) sono ubicati nelle strutture sanitarie del Centro Nord. In rapporto alla popolazione residente c'è un ventilatore ogni 3 mila abitanti nel Centro-Nord e uno ogni 4 mila nel Sud. Una disparità, in tempi di Covid, inaccettabile.

·        Eroi o Untori?

Morto di Covid Graciliano Diaz Bartolo, uno dei medici cubani che aiutarono l’Italia durante la prima ondata. Asia Angaroni il 22/07/2021 su Notizie.it. È morto Graciliano Diaz Bartolo, uno dei medici cubani arrivati in Italia per offrire il proprio prezioso aiuto durante la prima ondata di Covid. Era la primavera 2020, nel pieno dell’emergenza coronavirus, quando medici e infermieri cubani esperti in malattie infettive atterrarono a Malpensa per poi dirigersi verso l’ospedale di Crema, al tempo una delle zone più colpite dalla pandemia. Erano arrivati in Lombardia carichi di coraggio, forza, determinazione e tanta speranza, quell’ingrediente speciale che sembrava smarrito durante giorni grigi e tormentati. Così avevano offerto il proprio prezioso contributo, avevano messo a rischio la propria salute, si erano messi in gioco con dedizione per aiutare chi era in maggiore difficoltà, in un periodo in cui ancora appariva complicato destreggiarsi nell’incertezza del momento e nella pericolosità di una malattia che in larga parte era del tutto sconosciuta. A distanza di oltre un anno, è morto Graciliano Diaz Bartolo, uno dei medici cubani volati in Italia durante la prima ondata. Il medico è risultato positivo al Covid-19, poi le sue condizioni di salute pare siano peggiorate e per lui non c’è stato nulla da fare. In un messaggio condiviso su Facebook, il sindaco di Crema Stefania Bonaldi ha comunicato la triste notizia. “La vita talvolta può essere beffarda. Graciliano Diaz Bartolo, uno dei sanitari cubani accorsi a combattere il Covid nella nostra città nella primavera del 2020, e che altre battaglie sanitarie aveva combattuto nella brigata Henry Reeve, è mancato a causa del virus. Ci stringiamo ai suoi familiari, ai suoi amici e ai suoi compagni della Brigata Henry Reeve, mandando a tutti loro un abbraccio forte e un pensiero di vicinanza”, si legge. Molti colleghi del medico cubano hanno espresso il proprio dolore per l’accaduto e piangono la scomparsa dell’amico. Tra i molti messaggi, sui social si legge: “Ti ricorderemo mentre lottavi contro l’ebola e contro tanti mali in giro per il mondo e a Cuba. Ti ricorderemo sempre”. “Abbiamo perso un altro guerriero”, scrivono alcuni. Cuba aveva aiutato Haiti, sconvolta dal terremoto e in seguito dal colera. Poi la Sierra Leone, aiutando chi lottava disperatamente contro l’ebola. Questa volta è stata l’Italia a ricevere l’aiuto dei medici cubani, mostrando l’alto livello del sistema sanitario locale e dando prova di straordinaria solidarietà. Il governo di Miguel Díaz-Canel aveva accolto l’appello lanciato dall’Italia e predisposto una brigata di 52 medici e infermieri specializzati nel trattamento di pazienti colpiti da virus. Si è trattato di un gesto di profonda umanità e massima professionalità. Solo dopo tre mesi i medici sono tornati in patria. Tra i 52 esperti giunti in soccorso all’Italia in un periodo di massima difficoltà, c’era anche Graciliano Diaz Bartolo, che ha offerto il suo contributo nella lotta al Covid, quella stessa malattia che un anno dopo lo ha portato alla morte.

Rinaldo Frignani per corriere.it il 19 giugno 2021. Nella convocazione di qualche giorno fa agli iscritti all’Ordine dei medici di Roma doveva tenersi un’assemblea per le comunicazioni del presidente Antonio Magi e l’approvazione del bilancio di previsione del 2022. C’erano poi varie ed eventuali, ma nessuno poteva immaginare che la riunione in programma domenica mattina all’Hotel Pineta Palace in via San Lino Papa, non lontano dal Policlinico Gemelli e dall’ospedale Cristo Re, zona Pineta Sacchetti, si sarebbe trasformata in una bolgia: una cinquantina di medici no vax, alcuni dei quali già sospesi e altri in via di sospensione, hanno interrotto l’assemblea gridando insulti ai colleghi partecipanti («Buffoni, mafiosi, disgraziati») con i quali poi c’è stato anche un contatto fisico, con spintoni e qualche schiaffo, interrotto dall’intervento della polizia e di alcune pattuglie dei carabinieri. Adesso la posizione di alcuni medici coinvolti nel tafferuglio è al vaglio di chi indaga: rischiano una denuncia, oltre a provvedimenti disciplinari da parte dell’Ordine ancora più severi. Non è chiaro se l’iniziativa di protesta fosse stata organizzata in anticipo e poi messa in atto. Alcuni dei medici no vax sono anche intervenuti nel corso dell’assemblea, salendo sul palco e strappando il microfono dalle mani di cui stava parlando in quel momento, manifestando il loro dissenso sull’obbligatorietà del vaccino e anche sulla sospensione stessa del personale sanitario che rifiuta il siero a fronte di altri medici per i quali non sono state adottate le stesse misure nonostante siano morosi rispetto al pagamento delle quote dell’Ordine o coinvolti in procedimenti di altro genere. Alla fine la seduta per il bilancio è stata rinviata a data da destinarsi. Fra i no vax intervenuti anche una dottoressa del San Camillo-Forlanini: «Nell’Ordine dei medici ci sono professionisti che non pagano la tassa annuale - ha detto -, ma invece ci si sbriga a sospendere i medici che non sono vaccinati. Per il fatto di non essere vaccinata sono stata demansionata: ora il mio compito è contattare i pazienti per fissare gli appuntamenti sull’assistenza medica». Il ministro della Salute Roberto Speranza ha sentito telefonicamente il presidente Magi dopo quanto accaduto, esprimendogli «solidarietà oltre che gratitudine per il lavoro quotidiano svolto a tutela del diritto alla salute». Solidarietà anche da parte del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti: «Un medico deve combattere le malattie non trasmetterle e chi non ha fiducia nella scienza e nella medicina non può fare il medico. Solidarietà a tutto il personale sanitario e ai medici oggi contestati da no vax». Un episodio «inaccettabile, e intollerabile nei tempi e nei modi», secondo il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, per il quale «gli Ordini sono organi sussidiari dello Stato e hanno il dovere e l’obbligo di dare attuazione alle norme stabilite per legge - spiega -. Fermi restando i risvolti disciplinari e giudiziari di alcuni comportamenti come quelli visti oggi, gli Ordini avvieranno immediatamente la procedura per rilevare i medici non vaccinati. Le sospensioni, con questa nuova norma che riporta in capo agli Ordini le responsabilità, arriveranno in pochi giorni». «Mi dispiace - aggiunge proprio Magi - come medico e presidente dei medici assistere a queste manifestazioni di degenerazione della categoria. In questi mesi ho sempre cercato il dialogo con chi non la pensa come me. Credo che però la situazione sia sfuggendo di mano un po’ a tutti. Continuo a chiedere e a sperare in un’azione che in questo grave momento di pandemia tuteli la salute di tutti i cittadini. Seppur amareggiato per quanto accaduto stamattina ribadisco che l’Ordine di Roma è, e resta aperto ad ascoltare la istanze di tutti i suoi iscritti, nessuno escluso».

(ANSA il 22 dicembre 2021) - Da novembre ad oggi i carabinieri dei Nas hanno scoperto 308 medici e operatori sanitari non vaccinati irregolarmente al lavoro. Durante i servizi di controllo, i militari hanno monitorato 6.600 posizioni. Deferiti alle procure 135 tra medici, odontoiatri, farmacisti, infermieri e altre figure ritenute responsabili di esercizio abusivo della professione per aver proseguito lo svolgimento delle proprie attività nonostante fossero oggetto di provvedimenti di sospensione. Eseguite anche chiusure e sequestri di 6 studi medici e dentistici nonché di 2 farmacie, al cui interno svolgevano l'attività professionisti già sospesi. Durante l'attività investigativa, i carabinieri hanno sequestrato anche farmaci e dispositivi medici fraudolentemente utilizzati nel corso di attività e pratiche mediche da parte di soggetti non aventi titolo alla loro detenzione ed impiego. Il lavoro dei Nas proseguirà con ulteriori servizi di controllo sull'osservanza delle varie tipologie di Green pass ed il rispetto degli obblighi vaccinali. Le operazioni che hanno portato all'identificazioni di medici e sanitari non vaccinati al lavoro hanno riguardato in particolare Piemonte, Sicilia, Trentino, Emilia-Romagna, Veneto e Campania. 

Da quotidiano.net il 3 dicembre 2021. Medici non vaccinati ugualmente al lavoro, i carabinieri del Nas ne hanno trovati almeno 281, nei controlli effettuati in questi giorni in tutta Italia per individuare il personale sanitario che nonostante tutto continua a violare la normativa anti Covid. Dei 281 non in regola, 126 erano anche stati sospesi dagli ordini professionali perché no vax. Senza certificato sanitario anche otto medici di famiglia e pediatri, scoperti in Abruzzo, Sardegna, Campania e Lazio. Controlli anche nelle Asl di Calabria, Sicilia, Molise e provincia di Bolzano, in questo caso s'indagava perché non erano stati presi provvedimenti amministrativi e disciplinari nei confronti dei no vax. Verifiche effettuate in oltre 1.600 strutture pubbliche e private e circa 4.900 posizioni di medici, odontoiatri, farmacisti, veterinari, infermieri e fisioterapisti. 

Nas Campobasso 

Sono 21 i dipendenti dell'Azienda Sanitaria Regionale Molise, tra questi 3 dirigenti medici, 1 puericultrice, 3 tecnici sanitari, 2 assistenti sociali/amministrativi, 11 infermieri e 1 O.S.S., deferiti all'Autorità giudiziaria per aver continuato ad esercitare la professione, nel periodo aprile-novembre 2021, non avendo ancora ricevuto la vaccinazione obbligatoria. Informati i rispettivi ordini professionali e l'Azienda Sanitaria Regionale competente. In un reparto dell'ospedale di Termoli (CB) un medico svolgeva la propria attività sprovvisto di certificazione verde perchè non aveva fatto la seconda dose. 

Nas Latina

A Latina, durante verifiche in una farmacia, trovate le ricette di un medico di medicina generale con studio in Aprilia, risultato non in regola con l'obbligo vaccinale. Il dottore è stato segnalato all'Asl che ha emesso un provvedimento di sospensione a svolgere prestazioni o mansioni che implichino contatti interpersonali. Ma non è bastato, infatti i Nas lo hanno sorpreso mentre continuava ad effettuare visite nel suo studio. Nella rete dei militari anche due medici di medicina generale, titolari di due studi in provincia di Latina: entrambi lavoravano senza il certificato vaccinale. Deferito anche un odontoiatra a Priverno (LT). 

Nas Pescara

A Città Sant'Angelo (PE) è finita nei guai una pediatra convenzionata con la ASL di Pescara. In corso verifiche su sospensivi già emessi dalla ASL o dall'ordine di appartenenza del medico. In due presidi sanitari ad Avezzano (AQ) sono state trovate 7 persone non vaccinate al lavoro: 1 dirigente veterinario, 3 infermieri, 3 operatori socio assistenziali.

Nas Cagliari

In Sardegna non aveva smesso di fare visite un medico di medicina generale con studio nella provincia di Cagliari. Il dottore era sospeso ufficialmente dall'impiego e dall'ordine professionale per omessa vaccinazione. 

Nas Napoli

Un dottore, sospeso dall'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Napoli, continuava ad esercitare professione sanitaria di medico di base in uno studio a Casoria (NA). 

Nas Bologna

A Bologna in un'unità operativa pediatrica di un nosocomio è stata sorpresa una dottoressa, sospesa dal proprio Ordine, mentre svolgeva visite ambulatoriali. 

Nas Trento 

A Bolzano nel mirino è finito uno studio odontoiatrico dove erano all'opera un'assistente alla poltrona, già sospesa perché non vaccinata, e la segretaria senza green pass valido. Sempre in uno studio dentistico, ma a Bressanone (BZ) i carabinieri hanno deferito un odontoiatra e l'assistente alla poltrona (già sospesa). Deferito anche il legale rappresentante di uno studio odontoiatrico di Lavis (TN), per aver omesso di comunicare all'Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento che una dipendente assistente alla poltrona non era vaccinata. 

Nas Catania

A Messina nei guai un medico esterno in convenzione presso l'Inps e anche membro di una Commissione di Valutazione dell'Invalidità Civile, continuava ad eseguire visite sebbene già sospeso. In un ospedale in provincia di Catania i militari hanno trovato in servizio un infermiere professionale ed un'ostetrica a cui era già stata notificata la sospensione. Nel medesimo nosocomio sono risultati non vaccinati altri 4 tra infermieri e operatori assistenziali.

Nas Palermo

A una farmacia privata di Bagheria (PA) notificato un provvedimento di sospensione perché il titolare, sospeso per inottemperanza all'obbligo vaccinale, non aveva designato un nuovo direttore tecnico. Stesso provvedimento per una farmacia di Bompietro (PA) perché il direttore tecnico responsabile della struttura non aveva lasciato la cariva sebbene non vaccinato. Inoltre era stato sospeso dall'Ordine dei Farmacisti di Palermo.  

Nas Parma

Uno studio medico di Modena è stato sottoposto a sequestro penale preventivo perché la responsabile, un medico chirurgo specialista in medicina interna, continuava ad esercitare la professione senza aver ricevuto il vaccino. Sequestrato penalmente anche uno studio (da 250.000 euro) di un odontoiatra per gli stessi motivi. 

Nas Torino 

Deferito un odontoiatra scoperto all'opera nel proprio studio dentistico di Novara, sebbene sospeso dall'albo dei medici chirurghi odontoiatri a seguito della mancanza di immunizzazione. Sequestrato un box odontoiatrico del valore di euro 80.000. Sempre in Piemonte deferita una farmacista di Carmagnola (TO), già sospesa dall'ordine professionale. 

Nas Udine

Una segnalazione al Dipartimento di prevenzione ASL ed all'Ordine per una laureata farmacista, in provincia di Udine, sorpresa sul posto di lavoro non in regola con gli obblighi vaccinali.  Anche il titolare di una farmacia della provincia di Udine è stato segnalato all'ASL competente ed all'Ordine dei Farmacisti. 

Nas Firenze 

A Firenze un altro odontoiatra, sospeso dall'ordine professionale per mancata sottoposizione agli obblighi di vaccinazione, continuava ad esercitare in alcuni locali abusivi. Scoperte anche 12 fiale di anestetici scadute.

Nas Brescia 

In provincia di Lecco scoperta una farmacista intenta a svolgere la professione benchè sospesa dall'ordine. Stessa cosa in una farmacia di Leno (BS): il farmacista titolare della struttura esercitava sebbene sospeso. Inoltre deferiti 13 farmacisti, tra titolari e dipendenti, tutti operanti in farmacie della provincia di Brescia. 

Nas Perugia

Due veterinari deferiti alla competente A.G., per esercizio abusivo della professione in un ambulatorio a Corciano (PG). Uno dei due, era già stato sospeso dal proprio ordine professionale.

Nas Bologna 

Due titolari di una farmacia di Cesena (FC) e di una parafarmacia di Rimini deferiti per aver dispensato medicinali ai clienti, nonostante fossero sospesi dall'Ordine.  

Nas Livorno

Scoperti i titolari di due farmacie, nella provincia di Livorno, al lavoro ma sospesi. 

Nas Aosta

Nella rete dei cc una psicologa che continuava ad effettuare prestazioni professionali nel suo studio, ma era già stata sospesa dall'albo professionale per non aver ottemperato all'obbligo di sottoporsi a vaccinazione. 

Nas Lecce

Non vaccinati sorpresi in una clinica di riabilitazione convenzionata di Lecce. Segnalati il titolare ed una fisioterapista dipendente. Quest'ultima era già stata sospesa e continuava ad esercitare con il consenso del datore di lavoro.  

Nas Taranto

In una farmacia di Fasano (BR), il farmacista titolare ed un dipendente, già sospesi dall'ordine professionale, sono stati trovati intenti ad operare con mansioni diverse da quelle di farmacista. Sprovvisti di green pass, hanno esibito ai militari un tampone scaduto di validità. 

Nas Viterbo

Due medici chirurghi specializzati impiegati presso un poliambulatorio di Civita Castellana (VT), sono stati segnalati all'Ordine dei Medici-Chirurghi e all'ASL per avere esercitato la professione medica presso la struttura sanitaria senza essere stati sottoposti a vaccinazione obbligatoria. 

Nas Caserta 

In provincia di Caserta scovata una cardiologa in uno studio medico polifunzionale della provincia di Caserta, no vax e già sospesa dal proprio Ordine: è stata segnalata alla competente Autorità Giudiziaria. Una fisioterapista ed una O.S.S trovate al lavoro, senza essere vaccinate, in un centro di riabilitazione della provincia di Caserta.

Controlli a tappeto: trovati medici no vax in tutta Italia. Alessandro Ferro il 3 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il blitz dei Nas: scoperti 281 tra medici e sanitari no vax ancora sul posto di lavoro. Ora per loro si ipotizza il reato di esercizio abusivo della professione sanitaria. Nonostante fossero ancora senza alcuna dose vaccino continuavano a esercitare la loro professione. I carabinieri del Nas hanno scoperto e denunciato 281 tra medici e sanitari no vax presenti irregolarmente sul posto di lavoro.

L'operazione è stata possibile grazie ad un accordo con il ministero della Salute: sono state controllate ben 1.609 strutture sul territorio nazionale oltre a innumerevoli Centri sanitari privati e pubblici. Nel complesso, sono state veriticate quasi cinquemila posizioni di varie figure professionali quali medici generici, farmacisti, odontoiatri, infermieri e altri ancora. Durante questi controlli, sono emerse ben 281 persone non in regola con quanto stabilito dalla legge (vaccino anti-Covid obbligatorio) che continuanavano a esercitare come se nulla fosse.

Esercizio abusivo professione sanitaria

Tra questi, ben 126 erano già stati sospesi dall'Ordine professionale di appartenenza ma hanno comunque continuato la loro attività come liberi professionisti negli studi privati, in ospedali pubblici e cliniche private sperando di farla franca. Per queste figure, l'autorità giudiziaria ipotizza il reato dell'esercizio "abusivo della professione sanitaria" perché in servizio nonostante la sospensione. Come riporta Il Messaggero, sono stati segnalati otto medici di famiglia mai vaccinati di Abruzzo, Sardegna, Campania e Lazio. Oltre alle denunce, l'operazione dei Nas non è ancora finita perché sono tutt'ora in corso altri accertamenti verso le Asl di altre Regioni quali Molise, Calabria e Sicilia e la Provincia Autonoma di Bolzano "per possibili condotte omissive e di inerzia nella regolare predisposizione dei provvedimenti amministrativi e disciplinari nei confronti del personale risultato non vaccinato".

Per altri sanitari no vax sospesi, ce ne sono stati due che hanno deciso di tornare sui propri passi, vaccinarsi e l'Asl, preso atto del loro adempimento all'obbligo vaccinale, ha comunicato la fine della sospensione: è accaduto a Latina dopo i provvedimenti decisi nell'ultima riunione della commissione aziendale istituita dall'Azienda sanitaria proprio per vigilare sul rispetto dell'obbligo vaccinale da parte degli operatori sanitari e scovare eventuali "furbetti" che, puntualmente, sono stati scoperti.

"Ferma determinazione per i non vaccinati"

"Un’iniziativa di questo genere ribadisce la nostra ferma determinazione nel dire che la vaccinazione è lo strumento più efficace per uscire dal Covid”, ha affermato il presidente della Fnomceo (Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), Filippo Anelli. "Un medico non vaccinato, se non per motivi di salute, dovrà essere sospeso e lo farà il suo Ordine - spiega Anelli in un comunicato pubblicato sul sito. "La Federazione sarà protagonista perché interrogherà la piattaforma nazionale sui green pass da cui estrarrà i nominativi di coloro che non sono vaccinati e li invierà ai singoli Ordini”, conclude.

Attualmente, medici e camici bianchi sospesi in Italia per non essersi sottoposti alla vaccinazione anti-Covid sono 1.614, lo 0,3% del totale secondo gli ultimi numeri aggiornati dalla Fnomceo dopo aver ricevuto dalle Asl. In realtà, i sanitari sospesi inizialmente erano 2.113, ma di questi 499 (quasi uno su quattro) si sono convinti a vaccinarsi potendo così rientrare a lavoro.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato, Skymeteo24. Scrivo per ilGiornale.it dal mese di novembre del 2019 occupandomi soprattutto di cronaca, economia e numerosi approfondimenti riguardanti il Covid (purtroppo). Amo fare sport, organizzare eventi e stare in compagnia delle persone più care. Avviso ai naviganti: l’arancino è sempre maschio, diffidate da chi sostiene il contrario.

Da ilfattoquotidiano.it il 2 dicembre 2021. “Per legge, e ancor prima per il giuramento di Ippocrate“, il personale sanitario è “tenuto in ogni modo ad adoperarsi per curare i malati, e giammai per creare o aggravare il pericolo di contagio del paziente con cui nell’esercizio della attività professionale entri in diretto contatto”. È un passaggio della decisione con cui il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso di un medico abruzzese contro la sospensione dall’ordine professionale dovuta al suo rifiuto di vaccinarsi. Un rifiuto motivato, scrivono i giudici amministrativi, “sulla base di dubbi scientifici certo non dimostrati a fronte delle amplissimamente superiori prove, con l’erogazione di decine di milioni di vaccini solo nel nostro Paese, degli effetti positivi delle vaccinazioni sul contrasto alla pandemia e alla sue devastanti conseguenze umane, sociali e di deprivazione della solidarietà quale principio cardine della nostra Costituzione”. Il decreto – firmato dal presidente della terza Sezione, l’ex ministro Franco Frattini – riafferma “la prevalenza del diritto fondamentale alla salute della collettività rispetto a dubbi individuali o di gruppi di cittadini sulla base di ragioni mai scientificamente provate”, dubbi che riguardano anche i medici, “malgrado l’imponente quantità di studi che indicano la netta prevalenza del beneficio vaccinale anti Covid-19 per il singolo e per la riduzione progressiva della pandemia ancora gravemente in atto”. “Del resto – si legge ancora – soltanto la massiva vaccinazione anche e anzitutto di coloro che entrano per servizio ordinariamente in contatto con altri cittadini, specie in situazione di vulnerabilità, rappresenta una delle misure indispensabili per ridurre, anche nei giorni correnti, la nuovamente emergente moltiplicazione dei contagi, dei ricoveri, delle vittime e di potenzialmente assai pericolose nuove varianti”. 

Lodovico Poletto per "La Stampa" il 6 dicembre 2021. L'effetto surreale in questa storia è garantito. Allora: c'è un medico - un medico di famiglia del Torinese - che qualche mese fa rilasciava a valanga certificati di esenzione al vaccino Covid. Così tanti che la Procura della Repubblica di Torino lo ha indagato per falso ideologico e ha pure indagato per truffa ai danni dello Stato decine di persone che hanno ricevuto quel documento su basi considerate false. Dall'altro c'è il fatto che quello stesso medico ha chiesto - e «ottenuto» - l'attestato di medico vaccinatore. Contro il Covid. E al telefono giura che di vaccini ne ha già fatti. Quanti, però, il medico di famiglia di Borgaro, Giuseppe Delicati, di anni 61, da 35 iscritto all'Ordine dei medici, non lo dice. «Ho più di 1.540 assistiti, e questo è segno che sono un medico coscienzioso. Vado a fare le visite a casa ai miei pazienti e li seguo passo dopo passo». Ma resta il fatto che non crede alla pandemia. E al virus. O meglio: per lui quella in corso è una «pseudo pandemia» e il virus è stato modificato. Basta? No. Sul vaccino ha le solite posizioni complottiste già sentite mille volte dal popolo No Vax: «Dietro a tutta questa storia c'è big pharma. E mi hanno fatto tutto quel che mi hanno fatto perché hanno trovato in me un medico che resiste». Stavolta però, il fatto che al dottor Delicati - indagato a Torino e con un'altra inchiesta in corso presso la procura di Ivrea - sia stato concesso lo status di vaccinatore fa storcere il naso a tanti e sa di cortocircuito. Tanto che il presidente della Regione, Alberto Cirio dice: «Immaginare, oggi, che un soggetto del genere possa essere considerato idoneo come vaccinatore Covid lo trovo personalmente incredibile». E ancora: «Per questa ragione ho chiesto domani una audizione in Unità di Crisi del direttore dell'Asl, in modo da avere una relazione chiara sulla vicenda e valutare giuridicamente quali siano gli effettivi poteri di intervento diretto ed immediato della Regione». Delicati, invece, punta il dito contro tutti. Contro l'Ordine dei medici, contro i media, contro chiunque lo abbia in qualche modo criticato. Dice: «Hanno travisato le mie parole. Hanno scritto sulle relazioni frasi che non ho mai detto». Ma l'indagine? «Io ho sempre fatto tutto per bene. Ho curato decine di malati a casa loro, evitando ricoveri. Ho seguito i protocolli di Ippocrate e sono tutti guariti». Ma Ippocrate.org è l'associazione che è stata chiusa qualche giorno fa, che adoperava nelle cure contro il Covid farmaci off label, e medici che agivano da remoto. Ma c'è di più. Contro Delicati è attualmente in corso un procedimento disciplinare a Macerata, l'ordine provinciale dei medici al quale è iscritto. È stato sentito a fine novembre: il giudizio sarà emesso tra qualche giorno. E non filtrano indiscrezioni.

Covid, chiude Ippocrateorg: troppi medici sospesi perché non vaccinati. La Repubblica il 4 dicembre 2021. Il sito è stato un punto riferimento dei No Vax. Proponeva cure alternative mai riconosciute dalla scienza. L'annuncio del fondatore Mauro Rango: "Riapriremo a gennaio, stiamo cercando nel frattempo altri medici che siano ancora iscritti all'Ordine e che possano prendere in mano il servizio assistenza". Era nato nel marzo del 2020, all'inzio della pandemia, col supporto di medici volontari. Ma ora Ippocrateorg, la contestata rete di camici bianchi legata a un gruppo Facebook e a un sito diventato un riferimento per alcune terapie domiciliari alternative ai protocolli ufficiali contro il Covid, la cui validità per la malattia non è stata riconosciuta dalla scienza, ha chiuso i battenti: niente più assistenza. Troppi medici No Vax. La maggior parte dei volontari, in realtà quasi tutti, sono stati infatti sospesi, non possono più esercitare neppure in telemedicina, perché non vaccinati. Ippocrateorg lo scorso anno era giunto agli onori delle cronache per un convegno in Senato sulle cure domiciliari che aveva scatenato un acceso dibattito politico. Ma anche per un possibile collegamento col decesso di un uomo No Vax di 68 anni all'ospedale Sant'Anna di Ferrara, ricoverato in condizioni già critiche per Covid che si sarebbe inizialmente "curato" a casa con l'assistenza via mail e telefono di un medico volontario legato all'associazione. Ora ad annunciare la chiusura della rete è stato, sul canale YouTube, il fondatore Mauro Rango, che, come lui stesso aveva chiarito in passato, non è un medico ma uno studioso di "scienze sociali e diritti umani", che ha raccolto l'esperienza terapeutica "messa a punto presso le isole Mauritius (dove viveva durante la pandemia, ndr) e quella di altri medici in Germania e in Italia in cui si era usata l'idrossiclorochina a domicilio e il plasma iperimmune in ospedale". I medici volontari della rete sono stati sospesi perché "non si sono vaccinati e perché - attacca Rango - hanno curato più di 60mila persone a casa, lasciate sole, con Tachipirina e vigile attesa, che non avevano nessun altro a cui rivolgersi se non a uno dei nostri medici per telefono". L'auspicio di Ippocrateorg è riaprire a gennaio. "Siamo stati costretti a chiudere - dice - ma abbiamo chiuso fino al 31 dicembre, perché stiamo cercando nel frattempo altri medici che siano ancora iscritti all'Ordine e che possano prendere in mano il servizio assistenza". "In passato - aggiunge - a dei volontari che dopo il lavoro o nelle pause chiamavano pazienti gratuitamente e li assistevano sarebbe stato dato un premio. Oggi sono persone che vengono perseguitate. Di cui sui giornali, sulle tv, non si fa altro che dire le peggiori cose". Netta è invece la posizione della Fnomceo, Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che sul tema deicamici bianchi che se non vaccinati non possono esercitare la professione rimarca chiaramente: "I medici che non si vaccinano contro il Covid non possono esercitare. Lo dice la Legge, che considera la vaccinazione quale requisito essenziale della professione - sottolinea infatti il presidente Filippo Anelli - lo ha ribadito, il Consiglio di Stato, che ha affermato che 'per legge, e ancor prima per il giuramento di Ippocrate',  il personale sanitario è 'tenuto in ogni modo ad adoperarsi per curare i malati, e giammai per creare o aggravare il pericolo di contagio del paziente con cui nell'esercizio della attività professionale entri in diretto contatto". "Invitiamo i pazienti - conclude Anelli - a continuare a fidarsi e ad affidarsi, anche per le cure domiciliari del Covid, ai propri medici di famiglia, che hanno seguito, nelle loro case, oltre 4 milioni e mezzo di pazienti con questa malattia. Inoltre, ricordiamo che nessuna terapia per il Covid può sostituire la vaccinazione, che rappresenta lo strumento di prevenzione, affiancato dalle cure nel caso in cui il cittadino si ammali".

Covid, chiude il centro di assistenza IppocrateOrg: «Troppi medici no vax sospesi». L’annuncio sui social del fondatore Mauro Rango. Nell’associazione «operava» anche Daniele Giovanardi. Benedetta Centin su Il Corriere della Sera il 4 dicembre 2021. «Abbiamo chiuso l’assistenza perchè la maggior parte dei medici è stata sospesa e non possono più esercitare nemmeno in telemedicina, perchè non si sono vaccinati e perchè hanno curato oltre 60mila persone a casa, lasciate sole con tachipirina e vigile attesa. Persone che non avevano nessun altro a cui rivolgersi se non a un medico nostro». L’annuncio attraverso un video su YouTube e i canali social, ha spiazzato anche più di qualche medico che aderisce a IppocrateOrg. A dare la notizia della chiusura (temporanea, fino al 31 dicembre) dell’assistenza il dottor Mauro Rango, fondatore della rete di medici che ha fornito aiuto ai pazienti attraverso la telemedicina e (contestate) terapie domiciliari anticovid. Della rete di medici sospesi faceva parte anche Daniele Giovanardi, fratello gemello dell’ex ministro Carlo

I procedimenti disciplinari

«Questa è la nostra grande colpa. Fino a qualche anno fa a volontari come noi si sarebbe dato un premio, oggi sono perseguitati» ancora le parole di Rango. Tra questi Alberto Dallari, il medico di Reggio Emilia che la procura di Ferrara ha iscritto sul registro degli indagati per omicidio colposo e omissione di soccorso in merito alla morte di Mauro Gallerani, il pensionato centese no vax, 68 anni, morto il 7 ottobre all’ospedale Sant’Anna per Covid e “comorbidità multiple”. Tra il 25 agosto e il 3 settembre, scoperto di essere positivo al Covid, si era affidato alla telemedicina, al medico che sposa la linea di Ippocrateorg (Rango aveva comunque smentito che il centese avesse richiesto assistenza all’associazione). Ora, Dallari non è sospeso ma, a quanto si apprende, ha due procedimenti disciplinari aperti nei suoi confronti dell’ordine dei medici di Reggio Emilia. Per un paziente di Reggio Emilia finito all’ospedale e che avrebbe curato per settimane, quindi per Gallerani, altro caso per cui il camice bianco era stato chiamato a fornire delucidazioni, come risulta dagli atti nel fascicolo della procura.

Fabrizio Caccia per il Corriere.it il 5 dicembre 2021. «Già mi hanno sospeso, volete farmi proprio radiare?». Il dottor Daniele Giovanardi, 71 anni, gemello dell’ex senatore Carlo, dice che anche adesso che IppocrateOrg, assoluto punto di riferimento dei no vax italiani, ha chiuso il servizio di accettazione dei pazienti Covid, lui comunque continuerà «a dare dei consigli...». La rete, composta da circa 200 (discussi) medici volontari, di cui Giovanardi fa parte, si è vista costretta a sospendere l’assistenza per mancanza di terapeuti: più della metà degli aderenti, infatti, sono stati fermati dall’Ordine perché non vaccinati. E così ora per legge non possono più esercitare la professione, neppure attraverso la telemedicina. «Invitiamo i pazienti a continuare ad affidarsi, anche per le cure domiciliari del Covid, ai propri medici di famiglia», ha tuonato Filippo Anelli, presidente di Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici. Nata nel marzo 2020 IppocrateOrg, legata a un sito e a un gruppo Facebook, nel settembre scorso era arrivata perfino a mettere piede al Senato con un convegno sulle cure domiciliari alternative grazie all’iniziativa di alcuni esponenti della Lega che aveva scatenato un putiferio. E c’erano state anche molte polemiche per un possibile collegamento col decesso di un uomo no-vax di 68 anni all’ospedale Sant’Anna di Ferrara che si sarebbe inizialmente «curato» a casa con l’assistenza via mail e telefono di un medico volontario legato all’associazione. Giovanardi, che non si è vaccinato, eccepisce: «Già, i medici di famiglia. L’80 per cento consiglia ai propri assistiti alle prese col Covid tachipirina e vigile attesa! In caso di complicanze rivolgersi alle Usca o correre in ospedale. Ma col cavolo che vanno a casa a visitarli, cosa che io invece ho sempre fatto. Sono un medico in pensione». Ma non vaccinato a causa - dice lui - di una tromboflebite: «Tutta la documentazione l’avevo spedita alla Asl di Modena, ma quelli manco hanno risposto alla mia Pec». «Ora resteremo chiusi fino al 31 dicembre perché stiamo cercando nel frattempo altri medici che siano ancora iscritti all’Ordine e che possano prendere in mano il servizio assistenza», ha annunciato il fondatore della rete, Mauro Rango, che non è un medico ma uno «studioso di scienze sociali» che ha raccontato di aver basato IppocrateOrg sull’esperienza terapeutica «messa a punto presso le isole Mauritius» dove lui viveva nel 2020 durante la pandemia. Terapie domiciliari alternative ai protocolli ufficiali, la cui validità è duramente criticata dalla scienza: «Ci hanno accusato di essere una setta, perfino di curare il virus coi suffumigi di zenzero o le code di rospo», si difende Laura Campanelli, coordinatrice delle risorse umane della rete, non vaccinata anche lei «per motivi di salute» ma «con tutti vaccinati in famiglia». Fabio Burigana, coordinatore scientifico di IppocrateOrg, taglia corto: «Io sono vaccinato e non sono stato sospeso. Nessuno ha mai messo in discussione le cure classiche, ma molti di noi preferiscono attendere i nuovi vaccini, quelli a virus inattivato, mentre nutrono riserve verso quelli attuali a Rna. E comunque i suffumigi con lo zenzero nella prima fase del virus fanno bene». Di quest’ultima affermazione, ovviamente, nei protocolli per la cura del Covid non c’è traccia...

Da adnkronos.com il 3 dicembre 2021. Il medico Daniele Giovanardi, fratello dell'ex senatore Carlo, è stato sospeso dall'Ordine dei medici perché non si è ancora vaccinato contro il Covid. L'ex parlamentare e ministro lo difende: ''Io ho fatto la terza dose, sono assolutamente convinto che bisogna vaccinarsi perché questa è la strada giusta. Mio fratello, invece, ha sempre sostenuto di non essere un no vax, ma è molto critico rispetto ad alcuni aspetti del green pass, rispetto alla vaccinazione sui bambini e sulla questione che i vaccini siano ancora definiti sperimentali". ''Detto questo -racconta Giovanardi all'Adnkronos- mio fratello, ex primario al pronto soccorso di Modena, aveva scritto una raccomandata all'Asl locale spiegando di avere determinate patologie. Da qui la sua richiesta di verificare se poteva essere esentato dal vaccino o meno''. "L'Asl di Modena - sottolinea l'ex senatore - avrebbe dovuto, per correttezza e trasparenza, rispondere nel merito. Se l'Asl diceva che non si doveva vaccinare, la questione era risolta, vista la presenza delle sue patologie. Se invece, diceva no questa patologia, comunque, è tale per cui mio fratello deve vaccinarsi, allora a quel punto l'Ordine dei medici, legittimamente, come fa con tutti, lo avrebbe dovuto sospendere. Ma la scelta di sospenderlo senza avere una risposta, non mi sembra una cosa corretta. E questo, sia chiaro, vale sia per mio fratello che per qualsiasi cittadino. Rinnovo, ancora, il mio appello a vaccinarsi tutti''.

Suo fratello ed senatore Carlo lo difende: "Non è no-vax". Daniele Giovanardi sospeso dall’Ordine dei medici perché non vaccinato: “Non ho paura di morire di Covid”. Redazione su Il Riformista il 2 Dicembre 2021. Daniele Giovanardi, fratello dell’ex senatore Carlo, è stato sospeso dall’Ordine dei Medici perché non si è sottoposto alla vaccinazione contro il Coronavirus. L’ex primario del pronto soccorso dell’ospedale di Modena avrebbe però inviato una documentazione all’Ausl che lo esenterebbe dalla profilassi.

In sua difesa si è espresso l’esponente politico di centro destra: “Mio fratello ha sempre negato di essere un no vax. Ha espresso perplessità sul Green pass e sul vaccino ai bambini, questo sì, ma – ha sottolineato Carlo Giovanardi – ha indicato di avere una patologia all’Ausl che lo ha portato a decidere di non vaccinarsi e credo che in un rapporto di trasparenza l’Ausl avrebbe dovuto rispondergli nel merito, dicendogli se doveva comunque vaccinarsi o meno”. L’ex senatore e fratello del medico punta quindi il dito sull’Ausl che non avrebbe inviato alcuna comunicazione, inviando invece la richiesta di provvedimento all’Ordine dei Medici. La sospensione è arrivata qualche giorno fa ed è stata confermata dal medico al quotidiano online ‘La Pressa’. Daniele Giovanardi ha specificato di aver fatto avere all’Ausl di Modena la documentazione, certificati medici, che lo esenterebbe dalla vaccinazione. Giovanardi, che non ha mai nascosto la sua contrarietà al Green pass, a metà ottobre ha partecipato insieme ad altri medici a una manifestazione in piazza contro il certificato. E si è espresso persino sui vaccini, sottolineando che per Ema e Aifa “sono pienamente sperimentali, potranno esprimersi su sicurezza ed efficacia solo nel dicembre 2023. Mentre per alcuni commentatori non se ne può parlare perché dicono che non lo è”. Proprio sui vaccini aveva posto alcune domande all’Ausl chiedendo informazioni con alcune raccomandate sul punto. Anche in altre occasioni ha insistito sul fatto che “il consenso informato è alla base di tutto e per vaccinarsi uno deve essere informato bene e chiaramente”. La sua contrarietà al vaccino, nel suo caso specifico, l’aveva espressa più volte pubblicamente, anche in contrasto con la scelta dell’ex senatore di centrodestra di vaccinarsi. “Un vaccinatore – ha detto in un’intervista – mi deve scrivere due cose: che da vaccinato non infetterò nessuno e che non è un farmaco sperimentale e c’è certezza che non avrò effetti collaterali. Deve firmare”, è la bizzarra proposta del medico. Ma a confermare i dubbi sulla sua contrarietà ai vaccini è un’affermazione di Giovanardi: “Io non ho paura di morire di Covid, se sono sopravvissuti al virus Silvio Berlusconi e Boris Johnson perché io dovrei avere paura?” così l’ex direttore del pronto soccorso del Policlinico di Modena, Daniele Giovanardi, ha continuato a difendere la sua scelta di non sottoporsi a vaccino anti covid anche di fronte all’obbligo imposto ai medici come lui”.

Coronavirus, la proposta di Ilaria Capua contro i no vax: "Quanto dovete pagare per ogni giorno di ricovero". Libero Quotidiano il 21 luglio 2021. Chi non si vaccina paghi: è la proposta avanzata dalla nota virologa Ilaria Capua che, sulle colonne del Corriere della Sera, ha detto la sua: "A chi non si vaccina per scelta, si potrebbe immaginare di addebitare una piccola franchigia in caso di ricovero Covid. Si tratterebbe di una sorta di ticket che vada a coprire almeno i costi non sanitari dell'ospedale: letto, biancheria, mensa, servizio di pulizia, utenze". Parole che hanno subito acceso la polemica. "In cambio della libertà di scegliere se vaccinarsi o no, si potrebbe chiedere un piccolo contributo rispetto al costo totale del ricovero in terapia intensiva - ha continuato la virologa direttrice dell'One Health Center of Excellence dell'Università della Florida -. Si tratterebbe solo di 1000-2000 euro al giorno. Il resto, ovvero i costi di medici, infermieri, medicine e altro necessario alla cura, sarebbero esclusi dal compito perché quelli ce li passa lo Stato, visto che la sanità è pubblica. Per ora, e fintanto che il sistema non finisca dissanguato". La Capua ha spiegato di aver fatto questa proposta perché "ogni malato di Covid, ricoverato in terapia intensiva o subintensiva, costa decine e decine di migliaia di euro". Poi ha aggiunto: "Le vittime di oggi, e dei tempi a venire, saranno individui che non hanno iniziato o completato il ciclo vaccinale. Sono solo i non vaccinati a finire in ospedale e a prescindere dall'età anagrafica, saranno solo i non vaccinati a incidere sul bilancio degli ospedali".

Ilaria Capua per il "Corriere della Sera" il 21 luglio 2021. Che brutto momento. Le voci incontrollate sulle proprietà trasformate della variante Delta si oppongono all'esercito di illusi che credono che questa crisi sanitaria scomparirà per miracolo spazzata via dai venti estivi. Già, perché se così non fosse, appena si ricomincia a frequentare più i luoghi chiusi invece degli spazi aperti il nostro Sars-CoV-2 si troverà nella condizione di nuocere ancora alla nostra salute e alla nostra economia. Ricapitoliamo gli ultimi sei mesi: abbiamo iniziato e portato avanti una campagna vaccinale con risultati straordinari. I vaccini di nuova generazione, messi a regime, hanno praticamente azzerato le morti in tutti i Paesi che sono riusciti a immunizzare le fasce a rischio ospedalizzazione. La scienza ha fatto il suo dovere. I vaccini funzionano e i dati raccolti indicano che sono molto più sicuri di qualsiasi altro vaccino utilizzato sino ad oggi. I grandi numeri parlano chiaro: il rischio di subire i danni che il virus può provocare anche in soggetti che sviluppano la forma asintomatica è di gran lunga maggiore degli eventuali effetti associati alla vaccinazione. I dati di tutti i Paesi occidentali sono concordi: i nuovi vaccini registrati presso le Autorità Ue e Usa sono pienamente efficaci nei confronti della forma grave provocata dalle varianti esistenti. Ma cosa possiamo volere di più? Vi ricorderete che all'inizio, anche nei Paesi occidentali, il vaccino non si trovava e sembrava che ce l'avrebbero fatta solo gli americani. Adesso che ce n'è in abbondanza per noi europei (a neanche 8 mesi dalla produzione del primo flacone) c'è una parte di noi che fa i capricci. Non parlo degli estremisti, di quelli che mai e poi mai si farebbero inoculare un preparato biotecnologico come un vaccino (o come molti fermenti lattici o l'insulina, peraltro) perché temono di diventare creature geneticamente modificate. Sto parlando di quelli che fra chiacchiere da bar, cose sentite in tv e una sana dose di egoismo miope oltre che insopportabile si sono trasformati in dei convinti sostenitori del «ma io anche no» e stanno creando i presupposti per un altro inverno di chiusure e di ambulanze a sirene spiegate, di esami di screening o controllo oncologico posticipati che si porteranno via ancora vite oltre ad aggiungere dolore e sofferenza a questi anni durissimi. Ma davvero. Basta pensare che tanto a me non (mi) viene, basta voltarsi dall'altra parte mentre i nuvoloni si caricano di pioggia e di tempesta. Basta credere che ci penserà qualcun altro a vaccinarsi e che ci si può sentire esonerati o giustificati da un atto di responsabilità civile che serve a fermare l'emorragia di vite ma anche di soldi dal nostro sistema sanitario. Perché c'è anche un aspetto che sfugge ai più. Ogni malato di Covid ricoverato in terapia intensiva o subintensiva costa decine e decine di migliaia di euro. I pazienti Covid del nostro recente passato - il mondo prima dei vaccini - hanno gravato inevitabilmente, loro malgrado, sulla Sanità europea in termini di centinaia di milioni euro. Le vittime di oggi, e dei tempi a venire, saranno individui che non hanno iniziato o completato il ciclo di vaccinazione. In altre parole, sono solo i non vaccinati a finire in ospedale. E a prescindere dall'età anagrafica saranno soltanto i non vaccinati a incidere sul bilancio degli ospedali. Ma allora ai non vaccinati per scelta - ovvero coloro che rifiutano di assumere una misura di salute pubblica necessaria a tenere l'emergenza sotto controllo, e di conseguenza uno strumento essenziale per mantenere in equilibrio il sistema sanitario nazionale - si potrebbe immaginare di proporre una piccola franchigia, per non dire ticket, in caso di ricovero Covid che vada a coprire almeno i costi «non sanitari» dell'ospedale: letto, biancheria, mensa , servizio di pulizia, utenze. In cambio della libertà di scegliere se vaccinarsi o no, si potrebbe chiedere un piccolo contributo rispetto al costo totale del ricovero in terapia intensiva. Si tratterebbe soltanto di 1.000-2.000 euro al giorno. Sì, al giorno. Il resto, ovvero i costi di infermieri, medici, medicine ed altro necessario alla cura, sarebbero esclusi dal computo perché quelli ce li passa lo Stato. Per ora, e fintanto che il sistema non finisca dissanguato.

Quasi 1200 i camici bianchi sospesi. Alessandro Meluzzi come De Mari, sospeso dall’Ordine dei Medici: “Non vaccinato contro il Covid”. Redazione su Il Riformista il 7 Ottobre 2021. Non solo Silvana De Mari. L’Ordine dei medici di Torino ha provveduto a sospendere un secondo membro noto al pubblico televisivo e social: si tratta di Alessandro Meluzzi, criminologo, psichiatra, psicoterapeuta e volto dei salotti televisivi, noto ai più per le sue teorie complottiste e per le sue posizioni No-Vax. Meluzzi, esattamente come la De Mari, non si è vaccinato contro il Covid e per questo è stato sospeso per “inosservanza dell’obbligo vaccinale” non potendo più avere contatti con i propri pazienti fino al 31 dicembre prossimo. Sulla questione Meluzzi, che solo pochi giorni fa durante la trasmissione “Controcorrente”, su Rete4, condotta da Veronica Gentili, aveva parlato di “gestione poliziesca della pandemia”, tiene il punto. “Ho fatto una scelta consapevole quella di non vaccinarmi”, ha detto commentando la sospensione all’AdnKronos.  Meluzzi, laureato in Medicina e Chirurgia a Torino, non accusa però il proprio Ordine, a cui è iscritto da 41 anni: “Credo abbia fatto quello che doveva fare sulla base delle normative vigenti. D’altra parte – aggiunge – sino cresciuto nella cultura di Socrate, le leggi della polis si rispettano qualsiasi cosa se ne pensi, quindi va bene così”. Sul vaccino però nessun passo indietro: “Assolutamente no, per il momento me ne guardo, le ragioni che mi hanno spinto a non farlo non le vedo modificate ad oggi modificate”.

I MEDICI SOSPESI – Sono attualmente 1.187 i medici e gli odontoiatri sospesi in Italia in quanto non immunizzati, un numero in lieve crescita rispetto alla scorsa settimana, quando erano 1.100. Una statistica raccolta dalla Fnomceo, Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, che ha ricevuto gli aggiornamenti da parte degli Ordini provinciali. Un numero tronco: i dati sono stati comunicati alla Fnomceo solo da 60 Ordini su 106. Inoltre le sospensioni dall’entrata in vigore del decreto legge sono state in realtà 1.507, ma 320 sono state poi revocate “perché i sanitari hanno comunicato l’avvenuta vaccinazione”, precisa la Federazione.

No vax tra i medici, la denuncia dell’Ordine: «Non riusciamo a radiarli». Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 19 settembre 2021. Il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli: «La Commissione che esamina i ricorsi è scaduta nel 2020 e non è stata più rinnovata». Le sanzioni, così, rimangono in sospeso. Il ministero della Salute: «Al lavoro per sanare la situazione». ROMA - «I medici No Vax possono dormire sonni tranquilli, ma quando mai riusciremo a radiarli? — sospira Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma —. Il fatto è che la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (Cceps), che dovrebbe pronunciarsi sui ricorsi, è scaduta da oltre 7 mesi e già all’epoca aveva un arretrato di 2-3 anni di pratiche. Il giorno che si occuperà dei No Vax, saremo già passati al prossimo virus...».

«Quando si riunirà la nuova Ceeps, saremo alle prese con un altro virus»

Magi è consigliere della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) e insieme al suo presidente, Filippo Anelli, qui lancia un appello al premier Draghi: «È diventato un mistero glorioso il fatto per cui ancora non si sia insediata la nuova Commissione, il nostro potere disciplinare così, per un fatto burocratico, rimane monco...».

Quei medici e magistrati nominati da Palazzo Chigi

La Cceps è l’organo di giurisdizione speciale istituito presso il ministero della Salute, i cui componenti, medici e magistrati, vengono scelti dal Ministero della Salute e dal ministero della Giustizia e poi nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

1500 camici bianchi ancora non vaccinati

Ieri Anelli, all’Huffington Post, ha rappresentato bene la situazione: «Ad oggi — ha detto — abbiamo circa 1.500 medici ancora non vaccinati. Ma non sono tutti No Vax, attenzione. Almeno un 30% di questi si è già prenotato per ricevere la vaccinazione. La quota di duri e puri esiste ma è residua, parliamo di circa lo 0,1-0,2%. E l’assurdo è che non riusciamo a radiarli, per esempio quelli che fanno propaganda contro i vaccini sui social e in televisione. Perché fanno ricorso e la sanzione si sospende automaticamente, non diventa mai effettiva».

La sanzione dell’Ordine si sospende perché dovrebbe essere la Commissione Cceps a decidere sui ricorsi dei medici, ma nel 2020, in piena pandemia, ha terminato il suo quadriennio di lavori e non è stata più rinnovata.

Fonti del ministero della Salute, presso cui la Cceps è istituita, assicurano che già da tempo «si sta lavorando per sanare questa situazione». Ma il dottor Magi sembra saperne qualcosa in più: «La Salute ha già fornito i nomi dei medici per la nuova Commissione — dice —. La cosa si sarebbe bloccata al ministero della Giustizia».

«Abbiamo già provato — aggiunge il presidente Anelli — a interpellare sia il ministro della Salute Speranza che la ministra della Giustizia Cartabia ma per adesso non ci sono novità».

Il dottor Magi, Ordine di Roma: «Le sanzioni bloccate dalla burocrazia»

I 1500 medici ancora non vaccinati costituiscono appena lo 0,3% dei medici italiani. Una percentuale esigua. E se è vero che le radiazioni appaiono come una chimera, sono attualmente 728 le sospensioni in tutta Italia già scattate per mancata vaccinazione, in base alle legge 44 dell’obbligo vaccinale per i sanitari. Ma i provvedimenti sono stati anche di più, ben 936, 208 però sono stati poi revocati perché i medici in questione si sono vaccinati. «Anche qui da noi a Roma - conclude Antonio Magi - abbiamo avuto casi di professionisti che, una volta sospesi dallo stipendio, sono corsi a vaccinarsi . C’è stata però qualche lentezza da parte delle Asl nel comunicarci i nomi dei non vaccinati, perciò è successo anche che per mesi in tanti hanno potuto continuare tranquillamente a lavorare nei reparti».

Un altro sabato di proteste da Milano a Roma. Anelli: "Non riusciamo a radiare i medici no-Vax". Cristina Bassi il 19 Settembre 2021 su Il Giornale. In 5mila nel capoluogo lombardo. Allarme del presidente dell'ordine dei dottori. Milano. «Saremo milioni», annunciava l'amministratore del canale Telegram «Basta Dittatura!» in vista delle manifestazioni contro i vaccini e contro il Green pass che ieri alle 18, come ogni sabato da alcune settimane, sono tornate in diverse città. In realtà da Milano a Roma i partecipanti alle singole proteste sono stati poche centinaia. «Ricordate: niente interviste per i leccac... dei canali di manipolazione», continua il capopopolo rivolto ai ribelli nella chat punto di riferimento dei No vax. L'amministratore «raccomanda una serie di regole nei rapporti con la stampa», invitando a non rilasciare interviste «alle testate che lavorano per il sistema». E aggiunge: «Se vedete che impostano la solita intervista-teatrino con qualche soggetto ridicolo per delegittimare tutta la piazza, invitateli vivacemente ad allontanarsi (in modo non-violento, non dategli il pretesto di fare le vittime)». A Milano i circa 5mila manifestanti hanno violato l'ordine della Questura di limitarsi a un presidio statico all'Arco della Pace e hanno sfilato da piazza Fontana al Duomo, prima in alcune centinaia, fino al punto prestabilito. Qui li aspettavano altri No pass riuniti dal primo pomeriggio. Tra loro, al presidio dell'associazione Genesi, Francesco Maria Fioretti, ex presidente di sezione della Cassazione. Poi tutti sono ripartiti, non autorizzati e scortati dalle forze dell'ordine, verso la sede Rai di corso Sempione. I partecipanti hanno anche inscenato un blocco stradale spontaneo all'altezza di via Canova. Poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa si sono spostati a presidiare la sede Rai. Sono partiti insulti proprio verso le forze dell'ordine («Buffoni», «vergognatevi») e cronisti e cineoperatori («Giornalisti terroristi»). A Torino c'era un migliaio di persone. In piazza anche gli anarchici che a un certo punto sono passati alla testa del corteo con furgone e microfono. A Trento invece hanno sfilato per il centro, contro il Green pass e l'estensione del certificato verde ai lavoratori, circa 200 persone. E l'Ordine dei medici solleva un nuovo problema: «È l'assurdo, non riusciamo a radiare» i medici No vax, «neanche quelli che fanno propaganda contro i vaccini». Il motivo: «Ci proviamo ma loro fanno ricorso e la sanzione si sospende, non diventa mai effettiva». A bloccare il procedimento è un problema burocratico. La Commissione chiamata a esaminare il ricorso e decidere sulla radiazione proposta dall'Ordine competente «è scaduta nel 2020». A spiegarlo all'Huffington Post è Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo). La Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie è un organo di giurisdizione speciale istituito presso il ministero della Salute, i cui componenti vengono nominati con decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Con la Commissione scaduta i procedimenti restano nel limbo. Anelli ricorda che a oggi sono circa 1.500 i medici non vaccinati, ma almeno il 30 per cento di questi ha già prenotato la vaccinazione. Cristina Bassi

La bomba dei medici No Vax. Almeno mille lavorano ancora. Enza Cusmai il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Sono sospesi solo sulla carta, ma restano al lavoro perché le Asl e gli ordini territoriali non dialogano. A Palermo, medici non vaccinati sono in servizio attivo: visitano, curano e operano, magari assistono i pazienti nei reparti Covid, senza che siano immunizzati. Salvatore Amato, presidente dell'Ordine dei medici locale, conferma che su 11mila iscritti, i 250 No Vax rimangono al lavoro perché le Asl non hanno predisposto alcuna delibera di allontanamento e l'Ordine non può cancellarli dall'albo. In Calabria, invece, l'Ordine non ha ricevuto neppure una sola segnalazione dal Dipartimento di prevenzione, quindi non si conosce neppure il numero dei medici non vaccinati. Sono esempi significativi e allarmanti. I medici No vax sono una bomba a orologeria. L'obbligo vaccinale è scattato, per legge, lo scorso primo di aprile. Ma sono tanti gli ordini provinciali che si lamentano delle lungaggini delle Asl che non trasmettono i dati per inerzia, inefficienza o forse evitare di restare senza personale in questo periodo di crisi. Però, l'ostruzionismo è evidente. A Torino, le prime comunicazioni di sospensiva sono arrivate dalle Asl a fine agosto e le cancellazioni dell'Ordine sono scattate solo a settembre. A Roma, ad oggi, nessuna Asl ha comunicato i nominativi dei medici No Vax. Nella provincia di Venezia, i medici sospesi sono stati una ventina, ma dall'Ordine spiegano che molte altre comunicazioni tardano ad arrivare. Non sono messi meglio gli infermieri. Anche qui circa duemila no vax circolano liberamente con la sospensiva sulla testa ma senza che l'Ordine abbia potuto spedirli a casa senza stipendio. Sulla legge della obbligatorietà, la situazione è caotica. Tanto che il presidente della Fnomceo, ieri ha lanciato l'allarme: solo 529 medici sono stati sospesi, 120 riammessi perché «pentiti» ma gli altri mille sembrano intoccabili per mancanza di comunicazione tra Asl e Ordini territoriali. «Questi colleghi spiega Filippo Anelli - stanno lavorando senza essere immunizzati ma se vengono meno all'obbligo vaccinale devono cambiare lavoro. È una situazione inaccettabile». Anelli spiega il perverso meccanismo di allontanamento del lavoro. La legge 60 dice che il sanitario che non si vaccina, deve essere segnalato alla Asl di riferimento e andrebbe immediatamente sospeso. Ma il condizionale è d'obbligo. Affinché medici o infermieri, possano essere allontanati dal servizio, occorre un atto formale del rispettivo ordine che ne dichiari la sospensiva ufficiale. Risultato: ad oggi molti casi di non vaccinati tra gli operatori sanitari sono sospesi solo sulla carta. Ordini e Asl non comunicano o lo fanno con mesi di ritardo, così chi non ha diritto di esercitare prosegue tranquillamente. In barba alla legge sulla obbligatorietà dei vaccini per i sanitari. Ed è un insorgere di proteste. «Le Asl non ci comunicano i dati», confermano alla Fnopi, la federazione degli operatori sanitari. Da Roma, il presidente dell'ordine dei medici Antonio Magi tuona: «Non sono riuscito a sospendere ancora nessuno». Eppure su 46mila medici ci sarà sicuramente qualcuno non vaccinato. Purtroppo, se l'Asl non fa l'accertamento io ho le mani legate. Non ci è permesso entrare nell'anagrafe vaccinale. Ho protestato più di una volta ma spero che non sia una mossa per non perdere personale. Noi come medici pretendiamo il green pass per chi entra in ospedale e non ci vacciniamo? Inammissibile». Magi è scoraggiato. «Ho inviato a marzo scorso l'elenco dei nostri medici iscritti al Dipartimento di prevenzione, siamo a settembre e ancora non sappiamo niente. Probabilmente avremo i dati il 31 dicembre, quando scade la legge sull'obbligo vaccinale. E tutti saranno rimasti al loro posto, vaccinati e non». E intanto arriva una lettera firmata da circa trecento accademici contro il green pass. Il firmatario più celebre è lo storico Alessandro Barbero, che definisce discriminatorio il passaporto vaccinale: «Un conto è dire Signori, abbiamo deciso che il vaccino è obbligatorio perché è necessario, e di conseguenza, adesso introduciamo l'obbligo: io non avrei niente da dire su questo. Un altro conto è dire No, non c'è nessun obbligo, ma non puoi più andare all'università senza il Green Pass». Enza Cusmai

No vax, negli ospedali di Milano 120 medici e 300 infermieri non vaccinati. In tutta l’Ats Milano - Lodi sono tremila gli operatori non ancora immunizzati. Via a 420 lettere di sospensione. Stefania Chiale su Il Corriere della Sera l'8 settembre 2021.

Stafania Chiale per il "Corriere della Sera" l'8 settembre 2021. Ci sono ancora tremila operatori sanitari non vaccinati contro il Covid-19, è in grado di rivelare il Corriere, tra le corsie delle strutture sanitarie o attivi come liberi professionisti nella città metropolitana di Milano e nel lodigiano. Un terzo di questi sono medici, un terzo infermieri e un terzo altri professionisti come tecnici di laboratorio, fisioterapisti, veterinari o psicologi. L’Ats Milano invierà oggi le prime 420 lettere di sospensione di questo enorme gruppo (oltre ai 941 già sospesi a fine luglio): si inizia con i 120 medici e i 300 infermieri ancora non vaccinati e operativi nelle strutture sanitarie pubbliche e private. Poi si procederà con tutti gli altri. La domanda sorge spontanea: avendo l’obbligo di vaccinazione, i sanitari non dovrebbero essere tutti vaccinati o, se contrari, già sospesi dall’incarico? No. Il motivo? La fisarmonica dei tempi nell’iter di verifica. Con la conseguenza che in diversi reparti oggi lavorano ancora medici, infermieri o tecnici non immunizzati e anche dichiaratamente contrari alla profilassi. Andiamo con ordine: l’Ats Milano, su un totale di circa 100mila operatori sanitari, aveva a inizio estate una lista di 17mila professionisti che risultavano non aver aderito alla campagna. Con le successive verifiche si è arrivati a 9.861 lettere di richiamo da inviare. La legge prevede che dopo la prima ne venga inviata una seconda: se il lavoratore non risponde neanche a questa, scatta il provvedimento di sospensione. L’Ats invia l’atto di accertamento (che porta alla sospensione) a lui, all’ospedale e all’ordine professionale. Tutta questa procedura avviene in due modi possibili: via pec, per chi ne è in possesso, o via raccomandata. È questo secondo gruppo che, per i ritardi che si accumulano, è rimasto indietro. Per le 3.591 persone contattate via pec, l’iter si è concluso a fine luglio: si è arrivati a inviare 941 atti di sospensione. Tra i destinatari, pochissimi lavoravano negli ospedali (100 nelle strutture sanitarie e altrettanti nelle socio-sanitarie), e pochissimi erano medici: appena 16. Tra gli altri, si contavano 21 infermieri, 92 biologi, 68 veterinari, ma soprattutto 335 psicologi e 391 tecnici di radiologia, laboratorio, fisioterapisti. Su 941, ne sono stati riammessi tra i 200 e i 300, perché si sono vaccinati o per altri validi motivi. L’iter con raccomandata (che coinvolgeva 6.270 operatori) è molto più lungo: appena a fine luglio si stava mandando la seconda lettera di avviso. Circa la metà di questo gruppo ha proceduto a vaccinarsi o ad offrire all’Ats una legittima esenzione. Oggi, quindi, i primi atti di sospensione: 420 di 3.000 in arrivo. I medici questa volta sono circa un migliaio: 120 nelle strutture ospedaliere, gli altri sono liberi professionisti e qualche medico di medicina generale. Tra i dipendenti del Fatebenefratelli, che a fine luglio ha proceduto a sospendere 5 lavoratori (4 già rientrati), si attendono nuovi provvedimenti: in un reparto dell’ospedale addirittura metà degli operatori attivi si dichiarano, tra i corridoi e nelle chat con i colleghi, apertamente no vax. Non hanno alcuna intenzione di vaccinarsi, dicono per ora.

Gabriele Pipia per ilmessaggero.it il 12 agosto 2021. «Comunicazione urgente: la dottoressa è sospesa dal servizio da mercoledì 11 agosto fino a nuova comunicazione. Gli assistiti possono rivolgersi al proprio distretto di competenza per effettuare la nuova scelta del medico di medicina generale». Cervarese Santa Croce (Padova), piazza don Rino Brasola, porta d’ingresso dell’ambulatorio medico. Il cartello affisso dai vertici dell’Ulss Euganea non esplicita le motivazioni del provvedimento, ma in paese il passaparola corre veloce: Dina Sandon è la prima dottoressa di base della provincia di Padova sospesa dall’Ulss perché non vaccinata. L’Ordine dei Medici procederà poi alla sospensione dall’albo: ieri, martedì 9 agosto, il presidente Crisarà si è subito preso carico della pratica. Da oggi i suoi 1.300 pazienti dovranno dunque cambiare medico e lei non potrà esercitare nemmeno come libera professionista, fino al 31 dicembre oppure fino a quando deciderà di vaccinarsi. Sempre ieri sono stati sospesi anche un dottore di guardia medica e tre dipendenti dell’Ulss, infermieri e operatori sociosanitari. 

I numeri. Sale a undici, dunque, il numero totale dei sanitari padovani finora sospesi. La scorsa settimana erano scattati i provvedimenti per tre oss e tre infermieri, ieri invece le Pec sono state inviate ad altri cinque lavoratori tra cui appunto i primi due medici. In tutta la provincia il mese scorso risultavano oltre quattromila sanitari non vaccinati: dai medici agli infermieri, dai farmacisti ai veterinari, dai biologici ai fisioterapisti. Il decreto numero 44 firmato dal premier Mario Draghi lo scorso aprile prevede per il personale No Vax il demansionamento oppure, nel caso in cui il cambio di ruolo non sia possibile, la sospensione. L’Ulss Euganea è competente dei procedimenti per tutti i sanitari residenti in provincia di Padova, sia che operino nel pubblico sia che lavorino nel privato. Attualmente i fascicoli aperti per gli accertamenti sono 2.500 e un’apposita commissione deve valutare se le giustificazioni presentate sono valide o meno.

Il caso. A far più clamore è la sospensione dei primi due medici. L’Ulss ufficialmente non diffonde i nomi, ma il caso della dottoressa Dina Sandon a Cervarese è inevitabilmente sulla bocca di tutti. «Ci ho parlato anche io, ma l’ho vista ferma sulle proprie convinzioni - spiega il sindaco Massimo Campagnolo - Io sono favorevole al vaccino e già vaccinato con doppia dose, ma rispetto le scelte di tutti e so che non si può obbligare nessuno. Stiamo facendo il massimo per far capire alla gente che è meglio vaccinarsi e abbiamo messo a disposizione di una nuova giovane dottoressa un ambulatorio negli spazi del Comune». Su questa nuova dottoressa, da poco di ruolo a Cervarese, confluiranno molto probabilmente diversi pazienti della professionista sospesa. I 1.300 cittadini potranno procedere al cambio del medico rivolgendosi al Distretto socio-sanitario Terme Colli diretto dal dottor Piero Realdon. Nessun disagio invece per i pazienti dove lavorava l’altro dottore sospeso, impegnato nel servizio di guardia medica nella cintura urbana di Padova. Nelle sedi di guardia medica si lavora a turnazioni e quindi l’attività verrà svolta dai colleghi.

Chi cambia idea. Oltre alle sospensioni, però, dalla direzione Ulss di via Scrovegni arrivano anche notizie ritenute «molto positive». Nelle ultime due settimane oltre un centinaio di sanitari si è convinto a fare il vaccino: solo l’altro ieri ben 40 lavoratori (tutti del comparto privato) si sono prenotati. E tra i dipendenti Ulss i non vaccinati ora sono 490 ma un mese fa erano 573. Il numero è ancora molto alto ma continua a calare. Per fare il punto su una situazione così delicata ieri sono intervenuti Michela Barbiero (direttrice amministrativa), Aldo Mariotto (direttore Sanitario) e Ivana Simoncello (responsabile del Dipartimento di Prevenzione). È proprio Ivana Simoncello a gestire i fascicoli con i vari accertamenti dei presunti No Vax. Ma quando terminerà la procedura per tutti? «Non so dare una data certa - risponde lei - Abbiamo dato gli ultimatum fino al 30 luglio e quindi abbiamo iniziato da pochi giorni. Faremo il prima possibile». Al direttore sanitario Mariotto spetta la patata bollente dell’eventuale carenza di personale se ci sarà una raffica di provvedimenti: «Ma abbiamo un piano pronto per affrontare ogni situazione», assicura. Per ora l’Ulss non ha eseguito alcun demansionamento. Solo sospensioni, con la netta sensazione che non sia finita qui.

Pistoia, infermiera no-vax contagia 5 pazienti: rischia delle sanzioni. Chiara Nava il 20/08/2021 su Notizie.it. Un'infermiera no-vax di Pistoia ha contagiato 5 pazienti. La Asl Toscana sta valutando a quali sanzioni andrà incontro la donna. Un’infermiera no-vax di Pistoia ha contagiato 5 pazienti. La Asl Toscana sta valutando a quali sanzioni andrà incontro la donna. Per lei potrebbero arrivare presto dei provvedimenti molto seri. Un’infermiera ha deciso di non sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid. In seguito, avrebbe contagiato 5 pazienti del suo reparto. Questa è la storia di un’infermiera no-vax che lavora nel reparto di chirurgia dell’ospedale San Jacopo di Pistoia. I cinque pazienti sono risultati positivi all’interno del reparto, dopo che sono stati sottoposti ad un tampone in seguito alla positività dell’infermiera. In questi giorni la Asl Toscana Centro valuterà la posizione della donna, che potrebbe subire dei seri provvedimenti.

Infermiera no-vax contagia pazienti: sanzioni. La posizione della donna è sotto osservazione della Asl Toscana Centro, che sta valutando come procedere. Probabilmente l’infermiera andrà incontro a delle sanzioni, come previsto dalle regole, e ci saranno delle conseguenze che potrebbero anche essere pesanti. Cinque pazienti del reparto hanno ricevuto l’esito del tampone positivo dopo che la scoperta della positività dell’infermiera. Le condizioni di questi pazienti, come riportato da La Nazione, sono buone e sono tutti stati trasferiti in isolamento, come da protocollo. In reparto ci sono altri 32 pazienti, che sono risultati negativi al tampone, ma che ogni giorno continuano ad essere monitorati quotidianamente. Gli operatori sanitari hanno l’obbligo di essere vaccinati contro il Covid.

Infermiera no-vax contagia pazienti: le parole di una senatrice di Forze Italia. La vicenda è stata definita di “estrema gravità” dalla senatrice Barbara Masini, di Forza Italia. “Ora l’azienda sanitaria minaccia provvedimenti nei confronti dell’operatrice eppure da aprile esiste un obbligo vaccinale, pena la sospensione per gli operatori sanitari, perché quest’infermiera era ancora in servizio? Questo è l’ennesimo esempio di come la sanità toscana sia mal gestita. È dall’inizio della pandemia che l’operato della giunta regionale è inadeguato. Ora la misura è colma, il presidente Eugenio Giani dia risposte concrete su cittadini” ha dichiarato la senatrice di Forza Italia Barbara Masini, che ha sottolineato che sarebbe necessario un intervento del presidente di Regione Eugenio Giani, per dare delle risposte concrete a tutti i cittadini. Secondo la donna questo sarebbe un esempio di pessima gestione della sanità toscana.

B.L. per “Il Messaggero” il 13 agosto 2021. Non si può stare in corsia negli ospedali senza vaccino. La regola vale per tutti, medici, infermieri, oss: senza doppia dose scatta la sospensione e si azzera la retribuzione. Non c'è appello alla Costituzione che tenga: a Cagliari, all'ospedale Brotzu, i carabinieri hanno ricordato a una dipendente ribelle che si era presentata al lavoro senza vaccino, l'esistenza delle nuove disposizioni anti Covid. L'operatrice, di fronte alle contestazioni dei superiori, aveva mostrato di non essere d'accordo. E per convincerla sono stati chiamati i militari. Scene che potrebbero in teoria ripetersi, perché sono partite le prime 57 lettere di Ats Sardegna per la sospensione dal servizio dei medici e dei sanitari senza vaccino. Ma tra il personale che opera nelle strutture pubbliche e private accreditate nell'isola, sono oltre 700 coloro che ancora non hanno ricevuto il siero anti Covid-19. Non solo Sardegna. In Veneto, l'Ulss 3 Serenissima sta definendo in queste ore la sospensione di 40 sanitari, dopo i 30 sollevati dal servizio nei giorni scorsi. Si tratta perlopiù di infermieri che hanno rifiutato senza motivazioni plausibili di sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria. Il direttore generale dell'azienda sanitaria, Edgardo Contato, non ha escluso che tra i no vax più convinti ci possano essere anche medici di base, rimasti fermi nelle proprie convinzioni nonostante i richiami inviati nelle scorse settimane. E anche in Liguria sono scattate le prime sospensioni: in 71 i sanitari no vax del sistema regionale sospesi senza stipendio o spostati a servizi non a contatto con i malati. Sono 34 all'ospedale San Martino di Genova, che ha oltre 5000 dipendenti, due al pediatrico Gaslini, 16 nella Asl3 di Genova, 17 nella Asl4 del Tigullio e 2 nella Asl della Spezia. Le prime statistiche in Sardegna parlano di diverse posizioni. Dai no vax convinti ai non vaccinati per problemi di salute o altri pericoli. E ci sono ora delle apposite commissioni che stanno esaminando le certificazioni sanitarie per le esenzioni. C'è anche chi - tra il vedere e non vedere - non sta ritirando la posta: in tanti si sono rifiutati di prendere la raccomandata. Per loro ora scatta il sollecito, come previsto dalla normativa vigente: vale come ultimatum prima della sospensione con decorrenza immediata. I trasgressori saranno sottoposti a sanzioni ancora più pesanti nel caso in cui dovesse nascere in corsia un eventuale focolaio legato alla mancata vaccinazione.

Fabio Giuffrida per "open.online" il 20 agosto 2021. Continuano a fare rumore le azioni e i destini dei medici che si oppongono alla vaccinazione anti Covid. In Sicilia, dove la situazione si fa sempre più critica, l’ordine dei medici di Siracusa ha sospeso – fino al 31 dicembre – ben 49 medici non ancora vaccinati contro il Covid. «Il medico che può e non si vaccina – ha detto il presidente Anselmo Madeddu – è un pessimo esempio per la società. Le regole si rispettano, così come le indicazioni della comunità scientifica accreditata, altrimenti è meglio cambiar mestiere. Vaccinarsi non è solo un atto di attenzione per la propria salute, ma anche un dovere civico e una necessaria tutela che ogni medico deve garantire ai propri pazienti e assistiti». La sospensione comporta il divieto di lavorare a qualsiasi titolo sia come medico dipendente che come libero professionista: vengono esclusi dalla sospensione coloro che nel frattempo dovessero decidere di vaccinarsi. «Non faremo alcuno sconto ai colleghi che dovessero fare propaganda No vax. Il vaccino è l’unica arma che possediamo. Questa è una battaglia di civiltà e di corrette conoscenze scientifiche, che possiamo vincere solo tutti insieme», ha tuonato il presidente Madeddu. 

1.000 sanitari ricorrono al Tar contro l’obbligo vaccinale. In Toscana, invece, 1.000 sanitari a rischio sospensione, tra medici e infermieri, stanno ricorrendo al Tar contro l’obbligo vaccinale, chiedendo di fatto la sospensione dei provvedimenti nei confronti di coloro che non si sono ancora vaccinati, come riporta Repubblica. «Abbiamo già notificato ed è in corso di deposito del ricorso con circa 1.000 ricorrenti ma stiamo raccogliendo altre firme, circa 200, per un altro ricorso uguale», dice l’avvocata Tiziana Vigni che segue i medici insieme al collega Daniele Granara, docente di diritto costituzionale. Uno dei passaggi del ricorso, come riporta Repubblica, recita: «Un ordinamento che voglia definirsi libero e democratico non può imporre ai propri consociati trattamenti sanitari dei quali non vi sia certezza in ordine alle garanzie di efficacia e sicurezza, né esporli ad alcun tipo di rischio per la salute che non sia temporaneo e/o di lieve entità».

Cosa contestano i sanitari. Granara ha presentato ricorsi simili in altre regioni d’Italia per un totale di circa 6.500 operatori della sanità. Secondo i legali, infatti, i loro assistiti qualora dovessero seguire queste norme – che, di fatto, li costringono a vaccinarsi – si vedrebbero «costretti a sacrificare il proprio diritto alla salute e la propria libertà di autodeterminazione, piegandosi a un obbligo liberticida e oppressivo delle opinioni differenti da quelle maggioritarie». In altre parole, proseguono, si violerebbe l’articolo 32 della Costituzione che recita: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Per Granara e Vigni, la “disposizione di legge” sarebbe viziata perché un trattamento sanitario obbligatorio è ammesso solo in presenza di cure che prevedono effetti collaterali lievi o per i quali sono garantiti eventuali risarcimenti, non previsti invece per il vaccino anti-Covid. E ancora: «La vaccinazione per la prevenzione da Covid-19 – si legge nel ricorso – dato il suo carattere, allo stato, sperimentale, come dimostra la determina di Aifa, Agenzia del Farmaco Italiana, del 23 dicembre 2020, con cui sono imposti studi fino al dicembre 2023 “per confermare l’efficacia e la sicurezza” del vaccino Pfizer, importa una serie di danni e rischi di natura permanente e di grave entità, senza contare che potrebbe arrecarne di ulteriori ancora, tuttavia, allo stato ignoti». Un obbligo vaccinale che, secondo i legali, si esplica in un «consenso informato che non è né un consenso, essendo estorto con la minaccia della sospensione dalla professione e della retribuzione, né informato, in quanto non sono note le controindicazioni a lungo termine». Gli avvocati, infine, citano il passaggio di una sentenza della Corte Costituzionale (la 118 del 18 aprile 1996): «Nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri». 

Covid, diecimila in Lombardia, cinquemila in Veneto: i numeri potenziali dei daspo ai medici no vax.  Michele Bocci su La Repubblica il 14 agosto 2021. Tutte le posizioni sotto esame e adesso le Asl fanno partire le lettere. Molti si è pentono e fanno l’iniezione per rientrare in servizio. C’è il medico di base che lascia un intero paese senza assistenza, c’è il camice bianco ospedaliero che sguarnisce un reparto di trincea e l’infermiere che interrompe il lavoro in clinica privata. In piena estate le Regioni stanno arrivando in fondo alle complicate procedure dettate dalla legge sull’obbligo per sospendere il personale sanitario che non si vuole vaccinare.

50 sanitari no vax: scattano le prime sospensioni. Giuseppe Spatola il 27 Luglio 2021 su Il Giornale. I provvedimenti dopo che Ats ha inviato all’ordine gli elenchi dei sanitari che non si sono prenotati. Un settantina tra medici e operatori sanitari bresciani da domani mattina saranno sospesi dal lavoro perché non vaccinati contro il Covid. In tutto si tratta di una quindicina di camici bianchi richiamati dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Brescia per "l’inosservanza vaccinale". Stessa sorte per altri 50 iscritti all’Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (TSRM-PSTRP).

La sospensione. Il Consiglio direttivo dell’Ordine provinciale delle professioni sanitarie di Brescia, primo in Lombardia, questo pomeriggio ha preso atto dei primi atti di accertamento inviati da Ats deliberando le sospensioni che rispettano le indicazioni del Decreto legislativo 44/2021. "La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l'esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative - ha rimarcato il presidente dell'ordine Luigi Peroni -. Da pubblico ufficiale devo ottemperare la legge e non posso discuterla". Non solo. "Ai sospesi - ha proseguito Peroni - lasceremo una porta aperta annullando il provvedimento se l’iscritto si vaccinerà".

Tra "no vax" e pentiti. Nelle scorse ore solo due operatori sanitari hanno inviato all'ordine di appartenenza le prenotazioni agli hub vaccinali, per tutti gli altri, invece, solo silenzio e nessun passo indietro. Tra i sospesi la maggior parte lavora in ospedali pubblici o privati convenzionati ma non mancano i liberi professionisti. Questi durante tutto il periodo di sospensione non potranno svolgere attività ambulatoriali. "Chi lavorerà essendo sospeso dall'ordine - ha precisato Peroni - rischia di essere denunciato per esercizio abusivo della professione".

I presidenti degli ordini danno l'esempio. “Seguo la legge e personalmente sto con la scienza – ha spiegato Peroni –: con i colleghi ci siamo vaccinati il 27 dicembre 2020 e non è stato facile visto che eravamo i primi e non sapevamo ancora a cosa saremmo andati incontro. Alla fine tra i nostri 6 mila iscritti un centinaio ha manifestato dubbi sul vaccino. Nella lettera di sospensione inviata agli iscritti sospesi chiederemo di ripensarsi e li inviteremo alla vaccinazione". Intanto il fronte "no vax" divide anche i sanitari. Giuseppe Spatola

Daniela Lauria per blitzquotidiano.it l'11 agosto 2021. Aveva rifiutato il vaccino per l’influenza e per questo era stata sospesa dal lavoro, ma il Tribunale le ha dato ragione. Succede in Sicilia dove una infermiera no vax ha presentato ricorso contro il decreto regionale che prevedeva l’obbligo della vaccinazione antinfluenzale per tutti i medici e gli operatori sanitari. Per far fronte alla pandemia da Covid, con una ordinanza, la Regione Sicilia aveva sancito l’obbligo di immunizzazione contro l’influenza per il personale sanitario. Ragion per cui l’azienda sanitaria aveva esortato l’infermiera a vaccinarsi entro il 20 dicembre, pena la sospensione temporanea dal servizio per tutta la campagna vaccinale. Ma secondo il Tribunale di Messina, tale obbligo sarebbe illegittimo. L’infermiera, iscritta al sindacato Nursind aveva fatto ricorso contro il decreto regionale: il sindacato aveva contestato che un atto amministrativo come quello regionale, non potesse prevalere sul diritto al lavoro e sul principio “di autodeterminazione del cittadino e del lavoratore”. 

Infermiera no vax reintegrata, la sentenza. Per il giudice del Lavoro l’introduzione dell’obbligo del vaccino non rientra tra le competenze regionali. “La normativa volta a contrastare la diffusione del Covid 19 – si legge nella sentenza – non ha introdotto un obbligo vaccinale per il personale sanitario il cui mancato assolvimento determina inidoneità al lavoro”. Al di la della ragionevolezza o meno del provvedimento l’obbligo “può essere imposto solo con una legge dello Stato” e non con una ordinanza regionale. Secondo la legge nazionale sulla vaccinazione anti Covid, invece, gli operatori no vax vanno assegnati ad altri compiti, ma non sospesi dal lavoro.

Congelata la sospensione dei medici No-Vax. Zaia: "Senza di loro gli ospedali veneti in tilt". Nino Materi il 24 Luglio 2021 su Il Giornale. E contro il certificato verde le discoteche pronte a presentare ricorso al Tar. Ieri gli aggiornamenti «in diretta tv» del governatore Luca Zaia hanno squarciato il velo su uno scenario inquietante. Che, se risulta tale in una regione come il Veneto all'avanguardia nella lotta al Covid, figuriamoci nel resto del Paese. Le parole di Zaia evidenziano almeno quattro gravi criticità: 1) l'impossibilità di dare corso alle «sospensioni» previste per il personale sanitario che rifiuta di vaccinarsi, perché ciò rischierebbe di mandare in crisi l'operatività degli ospedali; 2) la mancanza di norme chiare rispetto ai profili, (giuridici e sindacali) che regolamentano il rapporto di lavoro tra azienda sanitaria e medici e infermieri no-vax; 3) la presenza quasi totale dei pazienti ricoverati in terapia che risultano tutti non vaccinati. «Dieci giorni fa - sottolinea Zaia - avevamo una giornata con 40 nuovi casi, oggi 669, un +150% di casi. Sono quasi tutti asintomatici. Qual è il rischio? Quello vero è che i giovani asintomatici possano contagiare genitori non vaccinati. Dei ricoverati in terapia intensiva solo uno era vaccinato con una sola dose, gli altri non erano vaccinati. Su 160 pazienti ricoverati che abbiamo monitorato, 144 non erano vaccinati, 16 con una dose, con due dosi non ce n'era nessuno». E poi: «La variante Delta è oggi predominante. Un dato: su 280 campioni sequenziati, 226 sono Delta e 22 Alfa (inglese). L'Rt è 1,6 in Veneto». Ma, per certi versi, l'aspetto più paradossala è quello dei medici che dovrebbero curare i malati di Covid, ma hanno la pretesa assurda di farlo senza sottoporsi («per una questione di libera scelta») alla vaccinazione. Casi sporadici? Tutt'altro. Fino al mese scorso i camici bianchi «oppositori» erano 45mila. Nei loro confronti le aziende sanitarie avrebbero dovuto avviare le «procedure per la sospensione». Ma privarsi di 45 mila professionisti tra medici e infermieri significherebbe - e le parole di Zaia lo confermano - mettere a repentaglio la piena funzionalità degli ospedali proprio nel momento in cui ne serve invece la massima efficienza. E allora non c'è da meravigliarsi se 45.753 operatori sanitari attualmente non vaccinati, la percentuale delle pratiche di «procedimento di sospensione» riguarda solo il 2,36% del totale. Insomma, l'ennesima riprova di come alle «minacce» non si vogliano - o meglio, non si possano - far seguire i fatti concreti. Emblematica la resa del governatore Zaia: «Le sospensioni dei sanitari che non si sono ancora vaccinati sono state congelate perché manca personale per sostituirli». Ma a soffrire non è solo il comparto sanitario. Ieri i gestori delle discoteche hanno presentato ricorso al Tar contro la decisione del Consiglio dei ministri di mantenere chiuse le piste da ballo. In questo settore sono 2.500 le imprese per un totale di 50 mila dipendenti e un fatturato complessivo di 5 miliardi di euro (nel 2019). Dal 2020, invece, zero incassi e tutti disoccupati. Nino Materi 

Vaccino obbligatorio per i sanitari? I no vax presentano una raffica di ricorsi al Tar: "Rischio paralisi". Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. Da quando si è deciso di rendere obbligatoria la vaccinazione per il personale sanitario è partita una raffica di ricorsi al Tar da parte di chi non ha alcuna intenzione di immunizzarsi. Molti ne sono arrivati, come scrive il Tempo, ai Tribunali di Firenze e Torino, ma non solo. Ciò fa presagire un caos che rischia di compromettere il completamento del piano vaccinale. Il Tar di Bologna, per esempio, ha accolto l'istanza di fissazione del ricorso contro la decisione delle Asl di sospendere il personale che rifiuta il vaccino anti Covid. La data dell'udienza non è ancora stata fissata ma, secondo l'avvocato che li rappresenta, i sanitari non vaccinati potranno continuare a esercitare la professione senza alcuna limitazione, in attesa del giudizio di merito. In Italia gli operatori sanitari "no vax" o "ni vax" sono ancora oltre 45mila, più del 30 per cento, e i ricorsi fanno pensare a uno scenario piuttosto preoccupante: qualora le Asl sospendessero l'intero personale non vaccinato, "si rischierebbe la paralisi dell'intera sanità", scrive il Tempo. Diversa l'interpretazione della Regione Emilia Romagna, che in una nota ha precisato che in realtà non c'è stato alcuno stop ai procedimenti di sospensione. Dunque, i procedimenti avviati dalle Aziende sanitarie per ottemperare all'obbligo vaccinale dei sanitari previsto dalla legge nazionale "sono oggi pienamente efficaci ed operativi". Adesso, inoltre, si teme che lo stesso meccanismo possa scattare anche per il personale scolastico che non si vuole vaccinare. Basti pensare che il generale Figliuolo ha già chiesto di avere entro il 20 agosto l'elenco di "tutti coloro che non possono o non vogliono vaccinarsi". E il sottosegretario Costa ha fornito questa interpretazione: qualora a entro quella data il problema dovesse persistere, scatterà l'obbligo vaccinale anche per il personale della scuola, misura ritenuta indispensabile per garantire la didattica in presenza.

Estratto dell’articolo di Michele Bocci per “la Repubblica” il 5 giugno 2021. Qualche caso c' è stato, sporadico. A Ragusa pochi giorni fa la Asl ha sospeso 30 suoi dipendenti, tra medici e infermieri. Il 20 maggio 18 addetti di una Rsa della provincia di Verona sono stati allontanati dalla direzione e più o meno negli stessi giorni a Brindisi l'azienda sanitaria ha fermato 5 operatori fino al 31 dicembre. […] Pochi, pochissimi episodi a fronte a migliaia di lavoratori della sanità che secondo le stime non avrebbero copertura vaccinale anti Covid, quindi non starebbero rispettando l'obbligo introdotto dall' articolo 4 dal decreto legge 44 del primo aprile. […] Il punto è che per far valere l'obbligo vaccinale, la norma dovrebbe essere applicata mentre praticamente nessuna delle Regioni italiane ha concluso l'iter preliminare indicato dal decreto scritto dagli uffici della ministra della Giustizia Marta Cartabia e presentato dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro alla Salute Roberto Speranza il 26 marzo scorso in conferenza stampa. L' atto è stato approvato il primo aprile e convertito in legge il 28 maggio. Le Regioni avevano chiesto, attraverso la commissione sanità della loro Conferenza, di fare delle modifiche al testo. La norma stabilisce scadenze precise, tutte saltate. […]

Da tgcom24.mediaset.it il 3 agosto 2021. Un'operatrice sociosanitaria di Terni è stata sospesa dal lavoro e dallo stipendio per aver rifiutato il vaccino contro il Covid-19. Non d'accordo con il provvedimento, ha fatto ricorso al giudice del lavoro che ha, però, ritenuto la misura "adeguata e proporzionata". La donna, addetta all'assistenza di anziani non autosufficienti, si era detta contraria al siero perché "è un trattamento sanitario ancora di natura sperimentale". In un primo momento, l'operatrice socio-sanitaria aveva fatto ricorso alla Usl competente che aveva confermato lo stato di inidoneità, limitando però la sospensione fino al 31 dicembre, salvo un ulteriore protrarsi dello stato d'emergenza. A quel punto la donna si è rivolta al giudice del lavoro, ottenendo anche in questo secondo caso esito negativo. Nell'ordinanza si legge infatti che "il dipendente è tenuto a osservare precisi doveri di cura e sicurezza per la tutela dell'integrità psico-fisica e di tutti i soggetti terzi con cui entra in contatto". La sentenza del giudice evidenzia inoltre "l'obbligo di prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono ricadere effetti di azioni negligenti. È quindi da ritenersi prevalente, sulla libertà individuale di non sottoporsi al vaccino, il diritto alla salute dei soggetti fragili che entrano in contatto con chi esercita professioni sanitarie. 

"Così a Lodi e a Codogno abbiamo evitato la strage". Alberto Giannoni il 7 Giugno 2021 su Il Giornale. I ricordi del responsabile dei pronto soccorso: "Un disastro se avessimo chiuso. Ma sono rimasti tutti".

Stefano Paglia è il medico che per primo in Occidente ha affrontato il Covid. Responsabile del Pronto soccorso di Lodi e Codogno, ha dormito per 38 giorni in ospedale, ha probabilmente salvato Milano e se c'è una dimensione eroica nella resistenza alla pandemia, si incarna nella sua storia.

Dottor Paglia, Codogno non ha più pazienti Covid, qual è il quadro?

«Rassicurante, l'andamento è simile a quello dell'estate scorsa, ma la speranza è che grazie alle vaccinazioni non ci sarà la ripresa. È anche una ragionevole previsione, la verità la avremo a ottobre».

Conte la definì un eroe.

«È una cosa strana, ma chi ha detto sventurati i Paesi che hanno bisogno di eroi ha detto una verità. Chi fa il proprio dovere a volte viene vestito con quest'abito: gli altri ne hanno bisogno per affrontare meglio ciò che spaventa».

Ha vissuto qualcosa di incredibile.

«Siamo stati catapultati in una situazione inimmaginabile. Sapevamo che una pandemia sarebbe tornata: esiste una ciclicità, ma non potevamo certo sapere che saremmo stati noi a trovarcela faccia a faccia, svegliandoci a Wuhan».

Il riconoscimento che l'ha colpita?

«In Vaticano. Il Papa ci passa in rassegna, saluta tutti uno a uno. Mi presento e mi dice: Che Dio la benedica».

Lei ha fede?

«Non sono un buon cristiano, ma sì».

Cosa ha pensato?

«All'inizio di tutto, quella notte concitata in cui abbiamo chiuso Codogno, troppo piccolo per essere difeso, arroccandoci su Lodi. Al quinto tampone positivo in 12 ore venne fuori che 25 infermieri e 10 medici erano contatti non protetti».

Lei ha avuto paura?

«Io ho dato per scontato per ci avrei lasciato la pelle, e temevo che alcuni dei miei sarebbero morti. Abbiamo avuto molti contagiati ma non è successo. È stato... Siamo stati fortunati».

Stava dicendo un miracolo?

«Non è nostro merito. In altri contesti hanno avuto caduti. Avevamo accettato l'idea che accadesse. Lì dentro vedevamo solo un pezzo di realtà».

Il modello Codogno? La prontezza?

«La prontezza sì. E pure Lodi era una situazione paradossale. Si doveva chiudere anche lì: un gruppo di sanitari avrebbe dovuto mettersi in quarantena, ma se fosse caduta Lodi non ci sarebbe più stato argine. Ci fu un intervento e la deroga. Inviai una mail ai miei per precisare che, se sani, eravamo autorizzati a lavorare. Scrissi proprio: Che Dio vi benedica».

Chiamava i suoi medici «fratelli».

«Quella sera è successo tutto velocemente. Abbiamo evacuato Codogno, testato tutti, bloccato gli accessi. Mi spostai a Lodi per presidiarla con l'unica infermiera. Il 21 è arrivata la prima ondata di pazienti, drammatica. E una direttiva ci imponeva la quarantena, pena reato».

Cosa successe fra voi?

«Tanti operatori si rivolgevano a me come dirigente: Cosa dobbiamo fare?. Bastava una telefonata al medico per ottenere la quarantena come contatti. Non mi sento di dirvi cosa dovete fare - rispondevo - ma cosa farò io. Sono rimasti tutti. Come sarebbe andata se 20 o 30 si fossero segnalati come contatti?».

Sarebbe caduta Milano.

«Sarebbe stata la strage. Come Bergamo, ma con le dimensioni di Milano».

Ha scritto: «La paura ci renderà migliori». Lo siamo?

«Dico cosa è stata per me. Ha messo a nudo molto, ha fatto vedere di quante non-verità era infarcita la nostra esistenza, come la convinzione di essere intoccabili e controllare tutto».

Ha due figlie. La racconterà come una vicenda che l'ha segnata?

«Dobbiamo farci ancora i conti. Mio padre diceva che l'esperienza nasce dalla somma degli errori. Io vedo la tentazione di un colpo di spugna, come se fosse tutto una parentesi da dimenticare. Non penso che sarebbe saggio farlo. Anzi».

Si riposerà?

«Nel 2020 ho accumulato 900 ore di straordinario non retribuito. Dopo Ferragosto, vediamo».

Bergamo, il messaggio choc: "Basta notizie sui contagi". Felice Manti il 6 Giugno 2021 su Il Giornale. Alzano, ipotesi insabbiamento per alcuni mancati tracciamenti. E l'ex dirigente Asst di Bergamo lascia. Nascondere alcune notizie per non creare panico ha scatenato l'epidemia nella Bergamasca? La domanda rimbalza dall'altra sera, dopo lo speciale Tv7 su Raiuno che ha rivelato una chat, in mano alla Procura di Bergamo che indaga per epidemia colposa, che chiama pesantemente in causa Carlo Alberto Tersalvi, 58 anni, direttore sanitario dell'Agenzia di tutela della salute di Bergamo. Il 23 febbraio 2020 avrebbe infatti chiesto di «togliere, se riuscite» la notizia dei primi casi di contagio nell'ospedale di Alzano che stava circolando tra i dirigenti degli ospedali lombardi. Il manager si è dimesso appena prima della messa in onda del servizio. Secondo i documenti esclusivi di fatto il primo positivo venne certificato già il 22 febbraio 2020 al Papa Giovanni di Bergamo, ma a lui e ai familiari venne detto di non dire niente. Nessuno comunicò il rischio alla cittadinanza, aggravando così il contagio. Alcuni sanitari con sintomi sarebbero stati lasciati senza tampone, come scrive disperato in una mail il medico del Lavoro dell'ospedale, Marino Signori, morto un mese dopo. «Se fosse provato che Ats Bergamo abbia omesso di comunicare la positività del primo paziente Covid sarebbe un atto consapevole gravissimo - dice al Giornale l'avvocato Consuelo Locati, che difende i familiari di 500 vittime della Bergamasca - Siamo purtroppo abituati ad assistere a silenzi e negazione di responsabilità da parte delle istituzioni lombarde ma questo fatto, se confermato, rappresenterebbe anche forse un tentativo di insabbiamento ancor più grave». Le ripercussioni penali a carico di Tersalvi, già al centro di un caso dopo il decesso per Covid dell'ex responsabile dell'ufficio Igiene e Sanità Pubblica, Vincenza Amato, sono affare dei pm, che potrebbero anche sentire i familiari del paziente positivo mai tracciato. Ma intanto si apre uno squarcio ancora più inquietante sui quei giorni decisivi per la diffusione del virus. Si sa che il 27 febbraio l'allora assessore alla Sanità Giulio Gallera e i suoi chiesero tramite la Prefettura al Cts di chiudere Alzano e Nembro, inutilmente. Le indagini devono stabilire di chi fu la colpa della mancata chiusura della zona rosa tra Alzano e Nembro (gli indagati sono già cinque) alla notizia delle prime positività e chi decise di riaprire l'ospedale di Alzano, innescando di fatto il cluster nella Bergamasca. Non certo l'ex direttore dell'ospedale Giuseppe Marzulli, «Mi opposi soprattutto per tutelare la gente della Valseriana - dice al Giornale - Pensai tra me e me, o chiudi qui la carriera o rischi l'incriminazione per epidemia colposa». E lui disse no, coraggiosamente. «Da pensionato - aggiunge - mi sono letto tutta la documentazione ufficiale, verbali del Cts eccetera e ho capito che le colpe di questo caos sono anche del ministero, che ha le stesse responsabilità del Pirellone, se non addirittura maggiori». Nei guai c'è anche Ranieri Guerra, funzionario Oms, indagato per false dichiarazioni ai magistrati sul report sparito che inguaiava il ministro della Salute Roberto Speranza. Sul tavolo infatti c'è sempre la questione del piano pandemico, il cui mancato aggiornamento potrebbe costare un avviso di garanzia per Speranza ma anche per i suoi predecessori Giulia Grillo e Beatrice Lorenzin, per i dirigenti del ministero dal 2014 a oggi e per alcuni esponenti politici di primissimo piano, da Gallera al sindaco di Bergamo Giorgio Gori. «Quando ho visto Speranza vantarsi di aver fatto un piano pandemico con 100mila morti ho provato molta rabbia», sottolinea Marzulli, che ripete: «Siamo stati mandati a morire...».

Fa.Ro. per "il Messaggero" il 17 maggio 2021. Tremila medici in tutta Italia, di cui 195 solo nel Lazio, si sono dimessi volontariamente dal loro lavoro in ospedale, in appena un anno, prima di aver maturato il diritto ad andare in pensione. Lo rivela l' associazione di medici dirigenti Anaao-Assomed. «Il lavoro in ospedale, infatti, non è più attrattivo - si spiega in una nota - Pochi decenni fa, essere assunti a tempo indeterminato in un reparto ospedaliero era un traguardo, l'obiettivo. Era il posto fisso di prestigio, che dava soddisfazione professionale, opportunità di carriera, una certa sicurezza economica. Ci si realizzava. A nessuno sarebbe mai venuto in mente di dimettersi dagli ospedali. Oggi non è più così». E così nel Lazio, oltre ai pensionati, lo scorso anno il 2,4 per cento dei medici ospedalieri ha lasciato il posto per scelta. A spingere i medici a lasciare volontariamente il lavoro in ospedale, secondo Anaao-Assomed, sono diversi motivi: «Il taglio del personale e la carenza di specialisti hanno creato organici sempre più ridotti rendendo insostenibile il carico di lavoro». Quindi «la presenza delle donne in sanità è in progressivo aumento, e i turni disagevoli previsti dal lavoro in ospedale non consentono, soprattutto a loro, di dedicarsi alla famiglia come vorrebbero». In queste condizioni, «il privato diventa sempre più attrattivo, anche per la possibilità di un trattamento fiscale agevolato del reddito prodotto - si legge nella nota - La medicina di famiglia o specialistica ambulatoriale per il fatto di non conoscere il lavoro notturno e festivo. La speranza è soprattutto di avere un lavoro meno burocratico, più autonomo, con orari più flessibili». I medici ospedalieri «si sentono semplici pedine per coprire i turni, prestatori d' opera ai quali mandare ordini di servizio, chiedere di sopperire alle carenze del sistema o pretendere sempre maggiore produzione ed efficienza. Non parte di un progetto, ma elementi marginali, sostituibili, che pesano sul bilancio quando sono malati, in gravidanza o in congedo, anche per motivi formativi».

A cura di Francesco Cofano per video.repubblica.it il 5 aprile 2021. Victor Aparicio è un infermiere che lavora nel reparto di terapia intensiva all’ospedale Gregorio Maragñon di Madrid. Ha condiviso sui social due immagini del suo volto: la prima scattata un anno fa, all’inizio dell’emergenza sanitaria, e la seconda del marzo 2021. In un anno il suo viso è profondamente invecchiato. Le foto sono subito diventate virali.

Lisa Clark ha sottoscritto la candidatura. Medici e infermieri italiani candidati al Nobel per la Pace: “Per primi in occidente in trincea contro il Covid”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 17 Marzo 2021. “Il personale sanitario italiano è stato il primo nel mondo occidentale a dover affrontare una gravissima emergenza sanitaria, nella quale ha ricorso ai possibili rimedi di medicina di guerra combattendo in trincea per salvare vite e spesso perdendo la loro”. È questa la motivazione che ha spinto la Fondazione Gorbachev ad avanzare la candidatura per il Premio Nobel per la Pace 2021 per i medici e gli infermieri italiani. Oslo ha espresso il suo benestare. Una candidatura simbolo nella lotta contro il Covid. A sottoscrivere la candidatura è stata Lisa Clark, statunitense che vive in Toscana, già Nobel per la Pace nel 2017 per il suo impegno per il disarmo atomico. Il protocollo del prestigioso Premio prevede infatti che la proposta sia sottoscritta da un altro Nobel per la Pace. Clark, da volontaria, ha prestato assistenza durante le fasi più critiche della pandemia ed è co-presidente dell’International Peace Bureau. “Ho candidato il corpo sanitario italiano al premio Nobel per la Pace – ha dichiarato Lisa Clark – poiché la sua abnegazione è stata commovente. Qualcosa di simile a un libro delle favole, da decenni non si vedeva niente del genere. Il personale sanitario non ha più pensato a se stesso ma a cosa poteva fare per gli altri con le proprie competenze”. Il testimonial dell’iniziativa promossa dalla Fondazione Gorbachev di Piacenza è Luigi Cavanna, primario di onco-ematologia all’ospedale di Piacenza, noto per essersi impegnato personalmente nel prestare aiuto ai malati di Covid a domicilio. Nel 2020 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato al World Food Program.

Da liberoquotidiano.it il 19 marzo 2021. Ormai è quasi un format, a Dritto e Rovescio, il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4. Quale format? Lo scontro tra Giuseppe Cruciani, il conduttore de La Zanzara, e il piddino Andrea Romano, tornati a scornarsi anche nella puntata di giovedì 18 marzo. Tema della contesa, il vaccino contro il coronavirus. O meglio, l'obbligo vaccinale, che non esiste: è stato solo ventilato ma nessuno lo ha proposto in Parlamento. E sul tema, Cruciani ha le idee chiare: "È evidente che, senza essere tecnici e medici, è abbastanza assurdo paragonare il morbillo o la poliomelite al Covid. Sono due cose completamente diverse e i vaccini sono completamente diversi. Non capisco perché attaccate sempre questi infermieri e gente che lavora negli ospedali che non si vuole vaccinare - rimarca Cruciani -. Delle due l'una: o c'è l'obbligo o non c'è l'obbligo. O avete il coraggio di mettere l'obbligo per il personale sanitario e per gli altri, oppure uno ha la libertà di farsi iniettare nel proprio corpo quello che vuole. La libertà di avere il trattamento sanitario che uno vuole", insiste mentre Romano si spende in faccette di dissenso. A quel punto, Cruciani aggiunge: "O avete il coraggio... è inutile protestare, sono responsabili o irresponsabili". E qui lo scontro divampa, con il piddino che si inserisce: "Sono irresponsabili". Mister Zanzara a quel punto scatta: "Caro Romano, lei dice che sono irresponsabili? Allora perché non avete il coraggio di imporre in Parlamento l'obbligo di vaccinarsi?". E l'esponente del Pd: "Ma le sembra responsabile un infermiere che non si vaccina e può infettare in reparto?". "Chi si vaccina può infettare lo stesso", ricorda Cruciani, tanto che per i vaccinati resta l'obbligo di mascherina. Ma per Romano non è così: "Non dica stupidate". Infine, l'ultimo affondo di Cruciani: "Non  è questione di responsabilità o no, è chiaro che le persone vanno convinte. Ma allora perché lei non ha proposto in Parlamento un provvedimento per introdurre l'obbligo vaccinale", conclude. Impeccabile. Consueto ko tecnico per Romano.

Flavia Amabile per "la Stampa" il 22 giugno 2021. Avviate le prime procedure da parte delle aziende sanitarie di varie Regioni per la sospensione degli operatori sanitari non vaccinati per la Covid-19. Saranno, infatti, sospesi i medici che scelgono di non vaccinarsi. Lo ha sottolineato la Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) in una comunicazione inviata ai presidenti degli ordini provinciali riportando la risposta ufficiale del ministero della Salute a una loro richiesta di chiarimento sul decreto di aprile che ha introdotto l'obbligo vaccinale per gli operatori sanitari.  È un provvedimento che può interessare un numero limitato di professionisti. «In totale, secondo le stime della struttura commissariale, sarebbero circa 45.753 gli operatori sanitari attualmente non vaccinati per la Covid-19, rispetto ai quali varie aziende sanitarie starebbero avviando provvedimenti di sospensione, sono il 2,36% della categoria. Si tratta, complessivamente, di medici, infermieri, professioni sanitarie e assistenti socio-sanitari», rileva Carlo Palermo, segretario del maggiore dei sindacati dei medici ospedalieri, l'Anaao-Assomed. In particolare, per quel che riguarda i medici, si tratta di circa 200-300 persone, pari a «non più dello 0,2%». Sul totale, quindi, «la percentuale di medici che non si sono vaccinati è comunque molto bassa». Le Regioni con soggetti non vaccinati per questa categoria sono Emilia Romagna (14.390: il 7,87% rispetto al numero di operatori sanitari in tutta la Regione, dove a giorni dovrebbero concludersi le istruttorie), Sicilia (9.214 - 6,52%), Puglia (9.099 - 6,50%) e Friuli Venezia Giulia (5.671 -11,91%), Piemonte (2.893 - 1,90%), Marche (1.181 - 2,58%), Umbria (928 - 3,02%) e Liguria (172 - 0,29%). Alti anche i numeri nella Provincia di Trento (2.205 - 11,03%). Per questi operatori sanitari, spiega Carlo Palermo, «in prima istanza, la legge prevede che possano essere addetti allo svolgimento di altre mansioni non a contatto con i pazienti, ma ciò solo ove possibile; in secondo luogo, l'operatore o il medico può essere messo in ferie forzose. In ultima istanza, si ricorre alla sospensione dalla professione senza il recepimento dello stipendio. Non è però contemplata la possibilità di licenziamento e la norma ha comunque validità fino al 31 dicembre 2021». «Nelle strutture pubbliche quasi tutti gli infermieri sono vaccinati, e siamo sopra al 95%, mentre nelle strutture private e nelle Residenze sanitarie assistite Rsa per anziani la percentuale è purtroppo più bassa», afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). A chiarire modalità e procedura della sospensione è stata la Fnomceo in una circolare inviata a tutti gli ordini territoriali perché possano sapere come procedere». Il controllo dell'avvenuta vaccinazione spetta all' Azienda sanitaria che deve effettuare «l'accertamento della mancata osservanza dell'obbligo vaccinale dalla quale discende la sospensione ex lege dall' esercizio della professione sanitaria e dalla prestazione dell'attività lavorativa». L'esito della verifica viene poi comunicato dalla Asl «all' interessato, al datore di lavoro e agli Ordini professionali perché ne prendano atto e adottino i provvedimenti e le misure di competenza». A quel punto «la sospensione è comunicata immediatamente all' interessato dall' Ordine professionale». E, come precisa il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli «è giusto e doveroso che tutti in medici si vaccinino. Va detto chiaramente che il vaccino è diventato oggi più che un obbligo il requisito stesso per poter svolgere la professione medica». E' quello che sostiene Licia Ronzulli, vicepresidente di Forza Italia al Senato. «I medici che rifiutano il vaccino sono come dei militari che non vogliono difendere il loro Paese, dei disertori» .

Da ansa.it il 15 luglio 2021. Sono 177 gli operatori sanitari residenti in provincia di Pordenone che non hanno adempiuto all'obbligo vaccinale e che ora sono stati sospesi. Tra questi ci sono 46 infermieri. Ne danno notizia i quotidiani locali. L'Azienda sanitaria Friuli occidentale (Asfo) ha pubblicato l'atto di accertamento dell'obbligo vaccinale - redatto dal Dipartimento di prevenzione - il quale determina la sospensione dell'attività che comporta il rischio di diffusione del virus. Il provvedimento stabilisce la sospensione immediata fino ad avvenuta vaccinazione o al 31 dicembre. "Questa azienda - si legge nel documento ufficiale - ha provveduto ad invitare formalmente 177, tra esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario, a sottoporsi nel mese di giugno alla somministrazione del vaccino anti Sars-Cov-2, indicando termini e modalità, ma i medesimi non si sono presentati agli appuntamenti programmati". Dell'accertamento dell'inosservanza dell'obbligo vaccinale "sarà data immediata informazione all'interessato, al datore di lavoro (ove noto) e all'ordine professionale di appartenenza (ove presente), comunicando contestualmente la sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da Sars-Cov-2".

Padova, sono 110 i medici non vaccinati. Crisarà: stop alle visite. Il Mattino di Padova il 14/7/2021. Sono 603 i dirigenti medici che hanno deciso di astenersi (pari al 5,8% del totale) e di questi 74 esercitano nel territorio padovano (38 all’Usl 6, 30 all’Azienda Ospedale Università e 6 allo Iov). A loro si aggiungono altri 223 sanitari tra medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, Continuità assistenziale (guardia medica) e altri convenzionati Usl. «Può essere anche un luminare, il migliore nel suo campo, ma se decide di non sottoporsi al vaccino anti-Covid non deve e non può in alcun modo venire a contatto con i pazienti». Con queste parole Domenico Crisarà, presidente Ordine dei medici e degli odontoiatri di Padova, commenta i dati che mettono nero su bianco l’ammontare dei “dissidenti vaccinali” tra i medici della regione Veneto.

I numeri dei dissidenti. Sono 603 i dirigenti medici che hanno deciso di astenersi (pari al 5,8% del totale) e di questi 74 esercitano nel territorio padovano (38 all’Usl 6, 30 all’Azienda Ospedale Università e 6 allo Iov). A loro si aggiungono altri 223 sanitari tra medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, Continuità assistenziale (guardia medica) e altri convenzionati Usl: in questa seconda categoria i numeri nel Padovano calano a 36 medici dell’Usl 6 (risultano infatti tutti vaccinati sia all’Azienda, sia allo Iov). Ne risulta che di 826 medici veneti contrari a porgere il braccio, 110 praticano la professione nella nostra città, con un’incidenza sul totale del 13,32%.

Principi incompatibili. Ma qual è la ragione che spinge un medico a non vaccinarsi? «Spesso ci si dimentica che la formazione di chi fa questo lavoro s’intreccia inevitabilmente con il percorso personale del singolo individuo – spiega il dottor Crisarà, che aggiunge – Per questa ragione esiste in primis un’abilitazione che dev’essere ottenuta attraverso l’esame di Stato, ma anche una quotidiana dimostrazione di integrità professionale direttamente sul campo. L’articolo 32 della Costituzione dice che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Non credere nel vaccino è incompatibile con i cardini deontologici sanitari: lavoriamo con persone che vengono da noi per essere curate, non per essere messe in pericolo. La decisione di un medico di non tutelare sé stesso equivale a una scelta consapevole di non garantire la sicurezza ai suoi pazienti in quanto possibile veicolo di trasmissione del virus. La prova del nove ce la sta offrendo il fatto che l’Italia rischia di tornare in zona gialla per il contagio da parte di persone non vaccinate».

Imparare dal passato. Per comprendere meglio la situazione attuale e l’importanza del contributo del singolo per il bene suo e della comunità, il presidente dell’Ordine suggerisce di trarre insegnamento da esperienze passate: «Pensiamo alla poliomielite, al tetano, alla rabbia, o anche solo al morbillo. Se oggi non se ne sente più parlare è proprio grazie ai vaccini. Con questa certezza è giusto che chi sceglie questo mestiere rispetti non solo la salute dei suoi pazienti, ma anche i progressi e i risultati stessi della scienza e della medicina».

«Sono numeri davvero troppo alti, mi auguro che quanto prima vengano presi provvedimenti contro chi, senza valida motivazione, insiste nel rifiutare il siero», aggiunge la vicepresidente della commissione Sanità in Regione Anna Maria Bigon, esponente del Pd.

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 23 giugno 2021. «Meglio morire di fame che di vaccino». Non ha dubbi la signora al telefono. Ha poco più di 50 anni e lavora come operatrice socio-sanitaria in una Rsa privata vicino a Ivrea, in Piemonte. O meglio lavorava, visto che da due mesi è stata sospesa dal servizio e lasciata a casa senza stipendio. Dopo l'entrata in vigore della legge sull' obbligo vaccinale, ad aprile, la direzione della struttura ha intimato a tutti i dipendenti di vaccinarsi: «La metà delle colleghe non voleva, ma poi per paura hanno ceduto, io sono l'unica ad aver resistito», racconta a «La Stampa». Ora l'operatrice no vax ha dato mandato al suo avvocato di contestare il provvedimento, ma non arretra di un millimetro dalle sue convinzioni: «Il vaccino fa male, non è sperimentato, la lista dei morti è molto più lunga di quanto ci dicono - spiega - Hanno provato a convincermi a vaccinarmi, per tornare a lavoro, ma io non ci penso nemmeno». E non è certo l'unica. Secondo i dati della struttura commissariale, in Italia sono più di 45mila gli operatori sanitari non ancora vaccinati e, nella maggior parte dei casi, si tratta di operatori socio-sanitari di strutture private, in misura minore di infermieri, ancora meno di medici. Va precisato che non tutti e 45mila hanno scelto di non vaccinarsi, perché nel mucchio ci sono anche quelli che hanno avuto il Covid negli ultimi sei mesi e quelli che hanno problemi di salute incompatibili con la vaccinazione. L' Emilia-Romagna è la Regione che, in numeri assoluti, ha il record di operatori sanitari no vax, oltre 14mila, ma dall' assessorato alla Salute smentiscono: «Dalle nostre verifiche, i segnalati e a rischio sospensione sono circa 5mila: per ora non è scattato nessun provvedimento, perché l'iter è lungo e complesso». In Liguria, invece, l'agenzia sanitaria Alisa ha fatto sapere che dalle varie Asl sono state inviate 11mila lettere di invito alla vaccinazione e che più di mille non hanno ricevuto risposta. Mentre in 2mila, tra le Asl di Imperia, Savona, Chiavari e La Spezia, hanno regolarizzato la propria posizione. Poi ci sono i 26 operatori sanitari (4 della Asl di Savona e 22 della Asl di Genova) che rifiutano il vaccino. L' Usl della Valle d' Aosta ha inviato le diffide, e le relative prenotazioni a luglio, a circa 220 sanitari non ancora vaccinati: 80 infermieri e 140 oss. Le eventuali sanzioni partiranno dopo aver verificato chi non avrà ricevuto il vaccino nella data prenotata. Secondo Angelo Minghetti, coordinatore del Migep, la Federazione delle professioni sanitarie e socio-sanitarie, «tra gli oss oggetto di accertamento, la maggior parte si rifiuta di farsi vaccinare, un 5% a livello nazionale è già sospeso e senza stipendio». Molti lavorano in strutture private medio-piccole, «dove non c' è alcuna possibilità di spostarli ad altra mansione e dove non vengono mai sostituiti, acuendo la carenza di organico». Lasciare a casa i no vax incalliti, dunque, rischia di pregiudicare l'assistenza e danneggiare, tanto per cambiare, i pazienti. Lo conferma Antonio De Palma, presidente del sindacato degli infermieri "Nursing Up": «La mancanza di infermieri è di 90mila professionisti, acuita in alcune realtà che hanno sperimentato piani di rientro - spiega - motivo per cui l'ulteriore mancanza di piccole percentuali corre il rischio di mettere a repentaglio il sistema». Anche perché siamo a inizio estate, «la grande maggioranza chiederà di andare in ferie e ne ha diritto, perché in periodo Covid, per decreto, non ha potuto beneficiarne». Il rischio è che tra luglio e agosto, in assenza di infermieri e operatori, saltino le attività ordinarie. «Le Asl sono costrette a sospendere i professionisti che non si sono vaccinati - avverte De Palma - ma devono garantire i servizi in una condizione di criticità».

Da leggo.it il 17 marzo 2021. «Lavoro in un ospedale in cui ci sono quasi 500 persone, il 20%, che hanno deciso di non vaccinarsi, siamo su numeri impressionanti. Su questo bisognerebbe avere un'azione rapida, una legge per cui se non ti vaccini non sei idoneo al lavoro. Abbiamo il rischio grandissimo che i nostri cari, le persone che portiamo in ospedale, entrino sani per uscire malati per qualcuno che non si è vaccinato». Lo ha affermato il dottor Matteo Bassetti, primario della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, nel corso del suo intervento alla trasmissione Quarta Repubblica su Rete4. «Su questo - ha precisato parlando della necessità di interventi legislativi - siamo in ritardo, dovevamo pensarci ad aprile. La politica si deve prendere delle responsabilità. Deve dire "volete lavorare in ospedale? Vi vaccinate"».

Covid, tredicimila in Toscana, diecimila nel Lazio: la mappa dei medici no-vax. Michele Bocci su La Repubblica il 25 aprile 2021. Non si sa ancora quanti siano i sanitari che dicono no alla somministrazione. La legge sull'obbligo vaccinale è al palo, ma se ritarda la sua utilità rischia di diventare minima. Le mail stanno ancora arrivando, le Regioni fanno i conteggi, confrontano le liste dei vaccinati con i nomi ricevuti dagli Ordini, dalle Asl, dalle strutture private grandi e piccole. Manca ancora tanto a finire il lavoro, così la legge sull'obbligo vaccinale per gli operatori sanitari è ferma. Non si sa ancora quanti sono i medici e gli infermieri no-vax. Intanto sono già saltati tutti i primi termini indicati dalla norma e quelli successivi lo saranno a breve.

Alessio Ribaudo per il "Corriere della Sera" il 25 giugno 2021. Sono scattate le prime sospensioni per medici, infermieri, Oss che hanno rifiutato nei mesi scorsi di essere vaccinati contro il coronavirus. A quasi tre mesi dall' approvazione del decreto che lo impone agli operatori sanitari, secondo gli ultimi dati forniti dalla struttura del commissario per l'emergenza Covid-19, sono 45.753 mila gli operatori sanitari che, a venerdì scorso, erano «in attesa di prima dose o unica»: il 2,3 per cento. Il numero più elevato è in Emilia- Romagna: sono 14.390 (il 7,9% del totale). Poi c' è la Sicilia (9.214, 6,5%), la Puglia (9.099, 6,5%), il Friuli-Venezia Giulia (5.671, 11,9%), il Piemonte (2.893, 1,9%), le Marche (1.181, 2,6%), Umbria (928, 3%). Alto anche il dato nella Provincia di Trento (2.205, 11%). Ieri in Alto Adige è scattata la procedura di sospensione per 333 operatori sanitari. Altri 15 dell'Asp di Reggio Calabria e un veterinario di quella di Catanzaro sono stati sospesi per aver rifiutato le dosi. A Ragusa, nei giorni scorsi, l'Asp aveva avviato la procedura per 25 professionisti. In dieci hanno deciso di vaccinarsi e sono stati reintegrati. A Messina sono state spedite 98 lettere con richiesta di chiarimenti e si attendono le risposte. All' interno delle professioni sanitarie sono partiti i distinguo. «Stimiamo che i medici non vaccinati siano circa mille, ovvero il 2% - dice al Corriere il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli - ma dubito che i colleghi no vax possano essere considerati medici: è come se un ingegnere non credesse alla matematica e non si può affidare la salute a chi non crede nei vaccini. Oggi immunizzarsi è un requisito professionale e lo condivido». Per Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche, «da noi solo un numero sparuto non si è immunizzato, diverso è per gli operatori di interesse sanitario con mansioni meno qualificate, privi di un Ordine: qui la percentuale è del 10-15: molti purtroppo lavorano nelle Rsa con gli anziani». Da Nord a Sud, le Aziende sanitarie stanno procedendo alla «conta» di chi manca all' appello e, come prevede la legge, hanno fatto partire migliaia di lettere con l'invito a presentare, entro 5 giorni, la documentazione che attesta l'inoculazione, la prenotazione o l'esenzione per patologia. Chi non risponde o invia prove insufficienti, è invitato formalmente a vaccinarsi. Se non lo fa, sono informati sia l'Ordine sia il datore di lavoro e scatta la sospensione dalle prestazioni o mansioni con «contatti interpersonali o, in qualsiasi forma, a rischio di diffusione del contagio». In Valle d' Aosta, l'Usl ha inviato le lettere e le relative prenotazioni a 220 sanitari. Duro anche il governatore del Piemonte Alberto Cirio: «Applicheremo la legge, con l'attribuzione di mansioni diverse e, in estrema ratio, con l'interruzione del rapporto di lavoro». In Veneto, mercoledì sono partite le missive, poi si procederà alle eventuali sospensioni. In Emilia-Romagna sarebbero circa 5 mila gli operatori per cui è già stato attivato l'iter. In Toscana Renzo Berti, direttore dell'Asl Centro, rassicura che almeno duemila «ritardatari» hanno prenotato l'appuntamento per l'inoculazione della prima dose. Su 4.891 sanitari segnalati nell' Aretino, Senese e Grossetano oltre 1.260 hanno preso appuntamento. Nelle Marche è stata spedita la lettera a 1.181 professionisti mentre, in Campania, le Asl convocheranno i 700 camici bianchi che non hanno aderito alla campagna. In Italia, a oggi, si sono infettati 29.282 sanitari: 402 nell' ultimo mese. E il Covid ha ucciso 359 medici.

Profili social e allerta tensioni: il faro degli investigatori sul movimento dei medici no vax. Forze dell'ordine attive: attesa per il corteo del 21 aprile. La lettera al Giornale: "Non ci possono imporre il siero". Chiara Giannini - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Nessuna indagine aperta sui 17mila operatori sanitari «No vax» che si oppongono al vaccino per il Covid 19, ma fonti delle forze dell'ordine fanno sapere che il movimento, attivissimo sui social, è monitorato. Soprattutto per ciò che ci sarebbe dietro. All'attenzione i fatti di Brescia, dove sono state lanciate due molotov contro centri vaccinali. Gli inquirenti stanno indagando sui responsabili del gesto (per ora ignoti), perché se da una parte la legge italiana rende legittimo dissentire sulla possibilità di vaccinarsi o meno, dall'altra punisce i reati contro le istituzioni. Come raccontato ieri sul Giornale, «in Italia ci sono almeno 16.900 dottori, infermieri, operatori socio sanitari e professionisti in ambito medico che non intendono vaccinarsi contro il Covid». Una posizione sicuramente legittima, perché ognuno fa della propria salute ciò che crede, fatto dimostrato anche da alcune sentenze. Diversa è l'imposizione di ideologie e metodiche di trattamento. Insomma, si guarda a chi dissente, senza condannare, ma con un occhio puntato a eventuali azioni violente. Si segue l'organizzazione via web di una manifestazione «convocata» per il 21 a Montecitorio. C'è persino chi consiglia di rivolgersi a un avvocato contro il temuto vaccino «che crea problemi di salute». Ma è tutto da dimostrare. In una lettera inviata al Giornale i «No vax» chiariscono: «Noi vogliamo lavorare. Il Decreto dice che, se non si vuole essere vaccinati, si deve essere demansionati e collocati ad un incarico non a contatto coi pazienti, e che se questo non sia possibile, si viene sospesi senza paga, ma secondo voi, noi vorremmo rimanere senza paga? Quello che voi non avete capito è che noi non vogliamo che ci venga imposta la vaccinazione, con un farmaco che non dà sicurezze (chissà perché parlano tanto degli effetti collaterali di Astrazeneca, ma non dicono nulla di quelli dati da Pfizer e Moderna?)». E proseguono: «Se sospendi 17mila operatori sanitari, la sanità si blocca per forza. Come li sostituisci (con i lego, coi Playmobil)? Sparano su di noi per distrarre la gente dalle questioni più importanti: perché in un anno non hanno potenziato gli ospedali e le rianimazioni, perché non hanno assunto e addestrato personale, perché mantengono il numero chiuso per la facoltà di medicina, perché le scuole non vengono fatte funzionare in sicurezza, perché i ristoranti non sono aperti la sera?». Finora è stato dimostrato che il vaccino salva dal Covid. Ma i «No vax» sembrano dissentire. Per il momento nessuna Procura si è attivata sulla questione, anche perché il nostro ordinamento prevede che ognuno possa disporre liberamente della propria salute. Ma un conto è fare informazione, un conto imporre posizioni come è accaduto a Brescia, dove gli inquirenti ora indagano su eventuali responsabili del tiro di molotov. Insomma, l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ma molti della democrazia e del libero pensiero sembrano sempre più infischiarsene. Cosa certa è che, al di là delle singole e legittime posizioni, gli inquirenti stanno continuando a monitorare i profili di quegli estremisti che per imporre il proprio pensiero «No vax» sono disposti a tutto. Persino a mettere a rischio la salute di moltissime persone. Tra i «No vax» ci sono anche medici di famiglia che stanno tentando di disincentivare i pazienti a prendere il vaccino anti Covid.

Il governatore Toti: "Valutiamo legge per obbligo sanitari". “Il vaccino non lo faccio”: scoppia focolaio in ospedale, infermiera contagiata dopo il rifiuto. Redazione su Il Riformista il 14 Marzo 2021. Infermiera rifiuta di vaccinarsi e nel reparto dell’ospedale dove è in servizio, il San Martino di Genova, è stato registrato un cluster con dieci positivi alla variante inglese al primo piano del Padiglione Maragliano. Tra i positivi anche la sanitaria che si era opposta alla vaccinazione. Sulla vicenda è intervenuto duramente il presidente della regione ligure Giovanni Toti: “Un ennesimo campanello d’allarme che ci spinge a un’importante e urgente riflessione sull’opportunità di rendere obbligatorio il vaccino per medici, infermieri, operatori e personale sanitario”. Toti poi si dice pronto ad approvare una nuova legge regionale per obbligare la categoria del personale sanitario a vaccinarsi: “Oggi, con più di 100mila morti in Italia a causa della pandemia – spiega -, sapere che qualcuno che ricopre un ruolo così importante nella lotta al virus, pur potendo vaccinarsi sceglie di non farlo, rappresenta un problema in più che avremmo preferito evitare e di cui il Governo dovrebbe farsi carico. Ma – aggiunge – visto che non si va verso questa direzione, ho dato mandato ai miei uffici di valutare la possibilità di intervenire con una legge regionale per obbligare questa categoria a vaccinarsi”. “Chi fa questo lavoro e rifiuta di proteggere se stesso con il vaccino di fatto non protegge i pazienti di cui dovrebbe prendersi cura. E questo non è accettabile” conclude.

Tiziana Paolucci per "il Giornale" il 15 marzo 2021. La Liguria potrebbe diventare la prima regione d' Italia a introdurre una legge per rendere obbligatoria la vaccinazione per il personale sanitario. L' annuncio è stato fatto ieri dal governatore Giovanni Toti dopo che tredici persone sono state contagiate al San Martino di Genova a causa di un' infermiera, che aveva rifiutato di sottoporsi al vaccino anti-Covid. Si tratta di 11 pazienti e 2 infermieri del reparto di Malattie respiratorie e allergologia, al primo piano lato del padiglione Maragliano, un zona «pulita», dove si può accedere solo con tampone negativo. Non c' è dubbio, quindi, che responsabile del cluster di variante inglese sia stata la dipendente no-vax. Subito è scattato il protocollo di sicurezza per individuare altri contagi tra i ricoverati, secondo le direttive delle strutture complesse di Igiene, del professore Giancarlo Icardi, e di Malattie Infettive, del professor Matteo Bassetti. E si lavora per reperire in fretta nuovi letti, dove spostare chi ha contratto il virus perché il Maragliano torni Covid-free. Il caso ha sollevato diverse polemiche e molti primari, insieme al presidente Toti, chiedono l' obbligatorietà del vaccino per medici, infermieri e operatori sanitari. «Oggi con più di 100 mila morti in Italia per la pandemia - tuona Toti - sapere che qualcuno che ricopre un ruolo così importante nella lotta al virus, pur potendo vaccinarsi sceglie di non farlo, rappresenta un problema in più che avremmo preferito evitare e di cui il Governo dovrebbe farsi carico». Il trattamento sanitario obbligatorio, infatti, può essere disposto solo da una legge dello Stato. «Ma visto che non si va verso questa direzione - spiega il governatore - ho dato mandato ai miei uffici di valutare la possibilità di intervenire con una legge regionale». La Regione Puglia ha adottato un provvedimento che vieta agli operatori non vaccinati l' accesso ad alcuni reparti «a rischio». La Liguria potrebbe intraprendere lo stesso percorso, ma ci sono però problemi pratici, con i quali bisogna fare i conti. «Al San Martino gli infermieri non vaccinati sono 400 su 2.600. Come faccio a tenerli tutti fuori da determinati reparti? Senza l' obbligo non si va da nessuna parte», sottolinea il direttore generale Giuffrida, che a febbraio si era rivolto all' Inail per sapere come comportarsi con 15 infermieri, contagiati senza essersi voluti immunizzare. «Un infermiere non vaccinato farebbe meno danni in un reparto sporco aggiunge. Ma non si possono assegnare soltanto ai reparti Covid, anche perché sono più a rischio degli altri. E si entra in un circolo vizioso. Si è scelto di non affrontare il problema a livello nazionale e ne paghiamo le conseguenze». Il direttore di Malattie Infettive nel nosocomio, Matteo Bassetti, lancia un appello a Draghi: «Ci vuole una legge assolutamente urgente, anche questo rappresenta un cambio di passo che chiediamo al nuovo governo».

Andrea Bucci per lastampa.it il 13 aprile 2021. La barista e l’infermiera contro il vaccino. Tutti insieme appassionatamente un sabato pomeriggio all’aperitivo disobbediente (e recidivo) del bar La Torteria di Rosanna Spatari, a Chivasso. Tra i trenta multati c’era anche lei, Barbara Squillace, 57 anni di Rondissone, dove è consigliere comunale. Da sempre in lotta per l’ambiente e da 25 anni infermiera e sindacalista presso l’ospedale di Chivasso. Insomma, una persona che dovrebbe dare il buon esempio. E invece i suoi comportamenti vanno in netto contrasto con l’etica professionale. Perché a lei i carabinieri, davanti a quel bar, hanno contestato il fatto che fosse fuori dal Comune di residenza, in piena zona rossa. E senza mascherina. «Io la mascherina la indosso solo quando sono in ospedale, perché rispetto i protocolli imposti dal mio datore di lavoro. Fuori no. Perché a forza di lavorare nei reparti Covid sono immunizzata» si giustifica il giorno dopo il blitz delle forze dell’ordine. E dalle parole di Squillace emergono dichiarazioni che fanno acqua da tutte le parti. Sostiene che gli «untori» siano proprio i vaccinati. Teorie complottiste che vanno contro a ogni principio scientifico, anche se lei ritiene che la scienza sia quella da lei raccontata. È infermiera dunque, ma sul suo profilo Facebook porta avanti la lotta contro il vaccino e nei confronti della pandemia: «Nessun dubbio. Non mi vaccino» scrive. E dice che non lo consiglierà nemmeno ai suoi figli. Ma guai a chiamarla no vax: «Io i vaccini li ho fatti tutti, ma questo contro il virus non può ancora essere considerato tale» prosegue nel portare avanti le sue teorie cercando di spiegare la scienza: «Si tratta di un farmaco che fino al 2023 sarà in fase sperimentale e che non ha avuto la certificazione dall’Ema». Ripete: «Io non mi farò inoculare il farmaco perché non voglio fare da cavia. Piuttosto utilizzino i topi o gli animali per la sperimentazione». Come si pone, però, con il suo ruolo di infermiera? Al lavoro le sarà arrivata la richiesta di pre adesione alla campagna vaccinale? «Sì, ma non ho mai risposto alla mail, perché quel consenso che ci viene chiesto è lo stesso nato con le leggi naziste che obbligavano le persone a vaccinarsi». Sostiene di non essere la sola: «Almeno una trentina, tra medici e amministrativi non hanno aderito alla campagna». Per Squillace quella che stiamo vivendo è tutta una montatura, salvo poi correggersi quando invece racconta di aver lavorato nei reparti Covid e di aver visto gente intubata. Ma quando le viene ricordato che a tutti gli operatori sanitari viene imposto l’obbligo vaccinale lei risponde che «quel decreto 44/2021 del primo aprile, che ci impone l’obbligo, viola apertamente tutti i trattati internazionali sui diritti umani». E ancora: «I trattati internazionali citano la libertà di scelta terapeutica». Conclude giustificando ancora la sua presenza, sabato, fuori dalla Torteria ai Chivasso: «Io sono amica della signora Rosanna. E la sosterrò sempre».

Focolaio di coronavirus al policlinico di Genova: tra i contagiati un'infermiera che ha rifiutato il vaccino. Ancora un focolaio a Genova: 10 contagi all'ospedale San Martino. Tra gli infettati anche un'infermiera che ha rifiutato la dose di vaccino. Sconcerto di Toti. Francesca Galici - Sab, 13/03/2021 - su Il Giornale. C'è preoccupazione per il focolaio di coronavirus causato dalla variante inglese al policlinico San Martino di Genova. A renderlo noto è stata la direzione sanitaria dell'ospedale. Tra i 10 contagiati finora registrati, una è un'infermiera che nelle scorse settimane ha rifiutato la sua dose di vaccino. Tutti i protocolli sono stati attivati presso le cliniche complesse di Igiene e di Malattie infettive per far fronte all'improvviso aumento dei contagiati all'interno della struttura ospedaliera. Il professor Icardi della clinica di Igiene e il professor Matteo Bassetti della clinica di Malattie infettive stanno ora agendo di concerto per far fronte all'emergenza. Il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, è intervenuto immediatamente per commentare quanto accaduto nel più grande ospedale del capoluogo della regione: "È discutibile che ci siano operatori sanitari che si sono rifiutati di proteggere loro stessi con il vaccino non proteggendo così neanche i degenti". La questione degli operatori sanitari che rifiutano la dose di vaccino è tra le più attuali nel Paese. Il caso di Genova ha riportato alla ribalta un tema importantissimo nella lotta al coronavirus. Nel Paese in cui prolificano i furbetti del vaccino, che cercano di saltare la fila pur di accedere alla somministrazione anche se non ne hanno diritto, esistono anche operatori sanitari che, invece, si rifiutano di ricevere quella a loro dovuta. Per quanto concerne il cluster all'ospedale San Martino di Genova è impossibile stabilire chi abbia innescato il focolaio. Tra i dati certi c'è che tra i contagiati risulta un'infermiera che nelle scorse settimane non si è sottoposta alla vaccinazione. "Credo che chi fa l'infermiere abbia il dovere di vaccinarsi visto che ci sono tante persone che stanno in coda per farlo", ha proseguito Giovanni Toti nel suo commento a quanto accaduto al policlinico di Genova. "Francamente sentire di personale altamente specializzato che rischia di infettare un reparto, è qualcosa che lascia l'amaro in bocca, credo che il Governo dovrebbe prendersene carico", ha proseguito il governatore della Regione Liguria. Toti ha riacceso i riflettori sulla necessità di trovare una soluzione per casi come questi. Per il momento non è in programma l'obbligatorietà vaccinale, nemmeno per il personale sanitario operativo. Tuttavia alcuni direttori sanitari stanno lavorando per risolvere la questione nel miglior modo possibile. Si cerca la quadra di una questione che deve mettere d'accordo le libertà individuali ma anche la necessità di tutelare la popolazone, soprattutto quella più fragile.

Liguria, nove contagi in ospedale da operatore no vax. Dopo il caso del San Martino di Genova, un altro cluster all’ospedale di Lavagna. Valentina Dardari - Mer, 24/03/2021 - su Il Giornale. Un nuovo cluster di Covid-19 è stato registrato in Liguria, questa volta all'ospedale di Lavagna, e anche in questo caso il cluster avrebbe avuto inizio da un operatore sanitario che non si era vaccinato. A dare la notizia è stato il governatore della Regione Liguria Giovanni Toti durante la conferenza stampa.

Un altro cluster in Liguria da operatori no vax. Il presidente Toti ha infatti spiegato che "all'Ospedale di Lavagna ci sono 9 positivi e un caso analogo si sta verificando a Tiglieto, per fortuna è un cluster di dimensioni più ridotte. Quello del personale non vaccinato a contatto coi pazienti è un tema molto delicato di cui si è parlato a lungo anche col Governo. Mi sono confrontato più volte anche col ministro Speranza, mi auguro che il legislatore intervenga al più presto dando un'interpretazione univoca". Nella Rsa di Tiglieto, comune in provincia di Genova, sarebbero due gli operatori che lavorano all'interno della struttura che hanno provocato il contagio di tre pazienti che hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere. Toti ha poi comunicato che "fortunatamente uno è già stato dimesso e nessuno è in pericolo di vita". Il governatore della Liguria ha tenuto a sottolineare che si tratta di un tema molto delicato che necessita l’intervento del legislatore. Secondo quanto emerso dalle prime indagini sarebbe stato il personale ospedaliero che non ha ricevuto il vaccino a portare il virus all’interno di un reparto trasmettendolo a ben nove pazienti che sono poi stati ricoverati all’ospedale di Lavagna. I nove pazienti in questione erano già ospedalizzati per altri motivi, oggi però sono risultati anche positivi al coronavirus in seguito a un incontro con lo staff della struttura ospedaliera che probabilmente aveva rifiutato l’inoculazione del siero. Tutto il personale sanitario aveva infatti ricevuto da diverso tempo il vaccino.

Obbligo vaccinale. Come ha sottolineato Toti, “questo è un tema evidentemente molto delicato sull'obbligo vaccinale e sulla gestione del personale sanitario a contatto delle persone più fragili che non vuole vaccinarsi. È un tema di cui si è parlato con il governo, mi sono confrontato a lungo anche con il ministro Speranza. Mi auguro che il legislatore corra ai ripari al più presto dando una interpretazione univoca". La procura di Genova sta valutando anche la sentenza del tribunale del lavoro di Belluno che ha accettato le ferie forzate di 10 operatori di Rsa che si erano rifiutati di ricevere il vaccino. Il procuratore Francesco Cozzi ha spiegato che "ovviamente si dovrà valutare caso per caso, capire perché si rifiuta il vaccino. Occorrerebbe una normativa specifica per risolvere il problema". Un datore di lavoro che non solleva dal suo incarico un dipendente no vax per spostarlo in un altro, che non sia a contatto con il pubblico, rischia di venire sanzionato con l’accusa di omissione sulle norme della sicurezza del lavoro.

Focolaio in una Rsa di Fiano Romano: l'operatrice "no vax" contagia 27 anziani. E in Abruzzo muore una donna di 31 anni colpita dalla variante inglese. Luca Fazzo - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. Ha rifiutato il vaccino. E ha finito per infettare molti ospiti della Rsa in cui lavorano. Una storia esemplare quella che arriva da Fiano Romano, cittadina a Nord di Roma. Un'operatrice socio-sanitaria ha deciso di non immunizzarsi, e ha contagiato due colleghi, scatenando un focolaio nella struttura. Risultato: 27 ospiti sono risultati positivi al Coronavirus. Nessuno per il momento è in condizioni critiche, anche grazie al fatto che molti di loro si erano vaccinati e sono quindi al riparo dalle conseguenze peggiori dovute all'evolversi del virus. Ma resta la preoccupazione per i non vaccinati, tutti di età avanzata. Roberto Agresti, responsabile della Rsa, è moderatamente ottimista: «Sono in corso le valutazioni dei medici della Asl, che sono ancora sul posto, e delle persone contagiate solo due necessitano di ricovero». Agresti ricostruisce la vicenda: «Quando è venuta la Asl per la prima dose, anche io ho fatto il vaccino proprio per dare l'esempio. Credo che chi fa l'operatore sociosanitario, l'infermiere o opera in questi contesti dovrebbe proteggere se stesso ma anche gli altri. Spero che il presidente Draghi faccia questo decreto (quello sull'obbligo di vaccino per gli operatori sanitari, ndr) al più presto». Agresti si dice «arrabbiato, anche perché sto vivendo un momento di pressione intensa» ma non se la prende con i dipendenti No Vax. «Gli operatori qui lavorano tanto e ora sono molto dispiaciuti per l'accaduto». Provoca non rabbia ma solo dolore la storia che arriva da Avezzano, in Abruzzo. Qui Sonia Pantoli, architetto di appena 31 anni, è stata uccisa dalla variante inglese del Covid. La giovane donna, che aveva contratto il Covid assieme al padre, alla mamma e alla sorella, è morta nell'ospedale di Pescara, dove era stata trasferita in terapia intensiva per l'aggravarsi delle sue condizioni. È la seconda vittima più giovane provocata dal virus in Abruzzo. Sonia, originaria di Paterno, frazione di Avezzano, viveva a Francavilla e lavorava a Pescara per una nota azienda di engineering internazionale. Appassionata di teatro, aveva un bellissimo sorriso ed era sempre allegra. La malattia l'ha sfibrata anche perché soffriva di una malattia che le provocava già prima difficoltà respiratorie. La sua morte ha provocato molta commozione sui social, non solo tra i suoi amici ma anche in chi non la conosceva, grazie al commovente messaggio postato su facebook dalla sorella Gina: «Sonia avrebbe voluto salutare i suoi angeli con questo sorriso. Loro che l'hanno accudita in questi difficili giorni. Infermieri, Ota, medici e tutto il personale medico del Reparto Rianimazione Covid di Pescara! In particolare a Francesco, Federica e Stefano! Loro che sono stati in grado di rianimarla, vederla con gli occhi aperti per due giorni, farla ballare su un letto di ospedale ascoltando musica dentro una stanza piena di persone appese tra la vita e la morte, farla sorridere! A loro in questo mare di dolore va il nostro più grande ringraziamento».

Lorenzo De Cicco per “il Messaggero” il 27 marzo 2021. Ai medici dell'Asl Roma 4 avevano detto di no: grazie tante, ma il vaccino non lo vogliamo. Ora hanno infettato 27 anziani dell'ospizio in cui lavorano. «Avevo provato a convincere i miei operatori socio-sanitari in tutti i modi, ma non ne hanno voluto sapere di fare la puntura», racconta sconsolato Roberto Agresti, il titolare della Casa di riposo e riabilitazione di via Venezia, a Fiano Romano, comune a 20 chilometri dalla Capitale. Ieri pomeriggio al cancello di legno della struttura si sono presentati i medici dell'unità speciale dei tamponi, per controllare gli anticorpi dei contagiati e capire se qualche paziente ha bisogno di essere trasferito d'urgenza in ospedale. Al momento no, ma trattandosi di persone molto anziane (l'età media degli ospiti della casa è 85 anni, molti hanno diverse patologie) la situazione andrà controllata costantemente. «Abbiamo paura che il virus evolva, che la situazione si aggravi, speriamo di no», continua il titolare dell'ospizio. Per fortuna 24 ospiti su 36 avevano accettato la puntura del siero anti-Covid. In 15 si sono re-infettati lo stesso, ma come hanno dimostrato gli studi scientifici sul vaccino, il farmaco evita che il virus evolva, che la malattia diventi grave, non scongiura il contagio. Infatti i 15 vaccinati trovati positivi erano tutti asintomatici. Altri 12 ospiti invece non avevano fatto il vaccino. Sono loro ad essere tenuti d'occhio con particolare attenzione dall'equipe arrivata sul posto. Altri esami saranno svolti probabilmente in giornata. Il focolaio è stato innescato da un'operatrice socio-sanitaria, che ha contagiato altri 2 colleghi. Da lì, il virus ha viaggiato di letto in letto, trasformando questa bella struttura immersa nel verde, tutta cipressi e piante rampicanti, vetrate e pannelli d'acciaio, in un cluster impazzito di Covid-19. Fino all'arrivo dei camici bianchi dell'Asl Roma 4. Per paradosso, sono intervenuti gli stessi medici che si erano presentati solo un paio di mesi fa con siringhe e boccette per l'iniezione del vaccino. Quella volta, mentre gli ultra-ottantenni si mettevano in fila ordinatamente per ricevere la dose, gli infermieri si comportavano all'opposto. Si scansavano: noi non lo facciamo. Inutili gli inviti, sia dei vaccinatori che del titolare. «Io mi sono vaccinato per primo, figuriamoci - racconta Agresti - l'ho fatto proprio per dare l'esempio, per far capire a tutti l'importanza dell'operazione». Ma non è bastato a convincere il resto della truppa. «Succede spesso nelle case di riposo, tanti rifiutano. Per fortuna finora nessuno degli ospiti è stato mandato in ospedale, ma molti hanno più di 80 anni, speriamo che la situazione non evolva... la paura nostra è questa, siamo preoccupati». Viene da chiedersi: l'operatrice no-vax che ha dato origine al cluster verrà messa alla porta, insomma licenziata, magari con una richiesta di danni? Il gestore dell'ospizio lo esclude: «Credo di no, non la licenzierò. Però è dura, il danno lo ricevono in prima battuta i nostri ospiti, poverini, noi pensiamo sempre prima di tutto al loro bene. Se si fossero vaccinati tutti quanti eravamo più tranquilli».

DiMartedì, Concita De Gregorio inchioda Landini e Cgil: "Gli infermieri no vax? Neanche sotto tortura". Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. "Il personale non ha voluto vaccinarsi, e ora non posso nemmeno licenziarli sennò rischio le vertenze oltre al danno per gli ospiti". Il caso di maxi-contagio in una Rsa arriva a DiMartedì ed è Concita De Gregorio, giornalista di Repubblica, a leggere le parole del direttore sanitario della struttura e a porre la domanda delle domande al segretario della Cgil Fausto Landini. "Il sindacato che lei rappresenta come si orienta in un caso come questo? Ventisei infermieri su 27 che non si vaccinano e hanno contagiato gli anziani di questa Rsa. Sono censurabili? Licenziabili?", chiede la De Gregorio, con molto garbo. "Io sono perché tutti si vaccinino, ma è il governo che deve fare una legge per rendere obbligatori i vaccini, si assuma la responsabilità di farla a partire dal settore sanitario e faccia rispettare le regole, io non ho nulla in contrario". Risposta "svicolona", e infatti la De Gregorio non demorde e chiede conto delle possibili conseguenze di quel gesto: "L'infermiere che non si vaccina? Fa male - risponde Landini, in evidente imbarazzo -, ma se vuole che le dica che deve essere licenziato non glielo dico nemmeno sotto tortura". E al direttore della Rsa assicura: "Non gli farò nessuna vertenza, io dico un'altra cosa: il governo faccia una legge. Aggiungo che penso che sia una cosa di buonsenso: ho la sensazione che non è che ci vacciniamo una volta e basta, questa cosa andrà avanti per un po' di anni e come con l'influenza c'è un problema di sicurezza generale".  "Ma il sindacato tutelerà o no gli infermieri che non si vaccinano?", cerca di arrivare al dunque Concita. "Non mi faccia dire cose che non ho detto - leva gli scudi Landini, forse preoccupato di scatenare un polverone tra gli iscritti del comparto sanità al primo sindacato d'Italia -. Se c'è la volontarietà c'è la volontarietà, facciano le leggi che devono fare e io non mi opporrò. ma non mi prendo la responsabilità di leggi che non ci sono".

Negli ospedali i no-vax sono 35 mila: “Chi rifiuta la dose, sarà trasferito”. di Michele Bocci, Liana Milella su La Repubblica il 26 marzo 2021. Il nuovo decreto sull’obbligo di vaccinarsi conterrà anche lo scudo penale per il personale sanitario: tre i ministeri al lavoro. Allarme nelle Rsa, un operatore su tre senza copertura. Giornata record per le somministrazioni, ieri quasi 364 mila. Il grande problema sono le Rsa, le residenze per anziani. È qui che si concentra il maggior numero di operatori sanitari non coperti dal vaccino. Che siano apertamente no-vax, semplicemente scettici o che il problema stia nella capacità del sistema sanitario regionale di vaccinarli, il risultato non cambia: il 40% di loro non hanno avuto la somministrazione. Si tratta di circa 100 mila persone, anche se il dato è solo una stima, visto che i numeri di alcune Regioni non sono completi. C’è poi un altro fattore di cui tenere conto. Molti di questi lavoratori hanno avuto il Covid e quindi potrebbero aver spostato nelle prossime settimane la vaccinazione. È lo stesso problema che riguarda il personale sanitario, quello che lavora negli ospedali a contatto con malati. Soprattutto per loro, ma anche per i colleghi delle Rsa, è pensata la legge che impone la vaccinazione e sulla quale sta lavorando il governo. L’idea che anche un solo paziente, magari colpito da una malattia grave, possa essere infettato in ospedale è considerata insopportabile. E purtroppo la cronaca di questi giorni racconta che casi di questo tipo stanno avvenendo. È molto più difficile calcolare il numero di operatori degli ospedali che non si sono vaccinati. Riguardo ai medici ospedalieri i sindacati ipotizzano circa il 2% di mancate adesioni alla campagna. Cioè tra 1.150 e 2.300 camici bianchi su 114.000. Gli infermieri danno dati ancora più bassi, nell’ordine di qualche centinaia di non vaccinati. Sono poco credibili visto che nella sanità pubblica italiana di questi professionisti ce ne sono 255 mila. Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni sta preparando per il ministro alla Salute Roberto Speranza una ricognizione. Oltre ai dati delle Rsa ha provato a raccogliere quelli degli ospedali, utilizzando come fonte anche i numeri dei dipendenti comunicati dalle Regioni. Ebbene, la copertura rilevata è più o meno del 96,5%. Ci sono cioè circa 35 mila persone che non hanno fatto nemmeno la prima dose. Il dato comprende tutti coloro che lavorano in sanità, anche i dipendenti delle cliniche convenzionate e private. Anche la presidenza del Consiglio ha pubblicato i dati di copertura del sistema sanitario sempre basandosi su quanto comunicato dalle Regioni e ottenendo numeri assoluti ancora più alti, quasi doppi, evidentemente perché vengono ricomprese altre categorie di lavoratori, come gli amministrativi. In questo caso la copertura rilevata con la prima dose è 86,2%. Ieri, giornata record per la campagna in cui si sono toccate le 363.984 vaccinazioni, gli uffici legislativi dei ministeri della Giustizia, della Salute, del Lavoro e della presidenza del Consiglio si sono confrontati sulla nuova norma. L’idea è quella di introdurre l’obbligo ma anche di prevedere una parte dove si prevede lo scudo penale per i medici e gli infermieri che fanno i vaccini. È una cosa che gli operatori chiedono da alcuni giorni. Si tratta di inserire un’esclusione di punibilità nel caso di effetti collaterali pesanti del farmaco. La protezione non varrebbe solo in caso di colpa grave. Riguardo all’obbligo, intanto la legge dovrebbe prendere in considerazione solo il personale che è a diretto contatto con i pazienti. Quindi non tutti i lavoratori sui quali si basano i calcoli sulla copertura. Del resto l’intento è di proteggere le persone fragili che si rivolgono al sistema sanitario pubblico o privato. E negli ospedali e nelle Asl ci sono molti medici e infermieri che non vedono i pazienti. A chi non si vuole vaccinare potrebbe essere chiesto di cambiare funzione, uno spostamento che richiede anche, nella stesura della legge, la presenza dei tecnici del ministero del Lavoro. Come ha ricordato anche il premier ieri, la ministra della Giustizia Marta Cartabia quando era giudice alla Corte Costituzionale, nel 2018, si era occupata proprio dell’obbligo vaccinale, previsto dall’allora ministra Beatrice Lorenzin per i medicinali destinati ai bambini. Lo giudicò legittimo, facendo prevalere il diritto di garantire la salute pubblica sul principio di libertà di cura .

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 26 marzo 2021. C'è un' epidemia di deficienza in alcuni ospedali della Liguria, ma trovare i colpevoli è più difficile del previsto: perché il vaccino fornisce l' ago, ma il pagliaio è l' insieme degli appigli legislativi che impediscono la cosa più semplice: impedire che dei malati siano curati da altri malati, impedire che tu possa entrare in ospedale per una malattia e restarci per un' altra, o restarci proprio. Secco. Ma cominciamo dalle notizie o dai loro aggiornamenti: in Liguria, appunto, si è verificato un secondo cluster ospedaliero (cluster vuol dire grappolo, perché non chiamarlo grappolo?) legato a un operatore sanitario che non si era vaccinato. Dovrebbe essere un no-vax dichiarato, ma la certezza assoluta non c'è. Il caso si è verificato questa volta a Lavagna (Genova) dove si sono registrati - dato aggiornato - 14 positivi, ossia alcuni ricoverati del reparto di Medicina più l'operatore che li avrebbe contagiati. A rivelarlo è stato il presidente della Regione Giovanni Toti. C'è anche un altro grappolo più contenuto che riguarda una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale) che sta a Tiglieto (Genova) dove due operatori che lavorano all'interno hanno contagiato tre pazienti che hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere. «Fortunatamente, uno è già stato dimesso e nessuno è in pericolo di vita», ha detto Toti, secondo il quale «dalle indagini dell'Asl, personale ospedaliero non vaccinato ha portato il virus all'interno di un reparto e ha provocato nove pazienti positivi che sono ricoverati a Lavagna». Era tutta gente già ospedalizzata per altri motivi, ma ora ha preso il virus dopo aver incontrato lo staff «che evidentemente ha rifiutato il vaccino», dice, «visto che il personale sanitario è già stato vaccinato tutto da tempo».

LA RICHIESTA DI TOTI. In sostanza uno va in ospedale per curarsi e si ammala di Covid, e la tentazione, facile, sarebbe quella di indirizzare alcuni calci nel deretano dei responsabili no-vax: che non hanno una coscienza ma purtroppo neanche una legislazione univoca e chiara che ce li tolga dai reparti. Sul problema - la gestione dei deficienti che sono a contatto con persone fragili ma non vogliono vaccinarsi né levarsi di torno - Toti dice di aver già discusso col ministro della Salute, nella speranza (perdonate il pasticcio) che il legislatore corra ai ripari al più presto con un'interpretazione univoca. Nell'attesa, la deficienza fa danni. Sui morti del reparto Maragliano dell'ospedale San Martino di Genova (almeno tre) sta indagando la Procura perché è lo stesso reparto dove si è acceso un focolaio con 17 positivi, e dove c'era un'infermiera positiva che aveva rifiutato il vaccino: c'è un nesso causale? Lo vedremo, ma colpisce che l'infermiera - e altri come lei - non si siano posti preventivamente il problema. Intanto la Procura ha cercato di stabilire che il datore di lavoro che non sposta il no vax a un'altra mansione (non a contatto con il pubblico) potrebbe essere sanzionato per omissioni sulle norme della sicurezza del lavoro. È un'interpretazione che al solito occupa, con giurisprudenza improvvisata, una vacatio legis: c'è anche stata la sentenza del tribunale del lavoro di Belluno che ha approvato le ferie forzate per dieci operatori di una Rsa che avevano rifiutato il vaccino. Ma resta un casino, perché bisognerebbe valutare caso per caso: sta di fatto che a oggi non c'è un obbligo di fare un vaccino e al contrario c'è il diritto di rifiutarlo in virtù dell'articolo 32 della Costituzione, che a sua volta però cozza con l'articolo 2087 del codice civile, secondo il quale il datore di lavoro deve tutelare l'integrità dei lavoratori e di chi entra in contatto con loro. Come se ne esce? Forse stabilendo che un vaccino è un dispositivo di sicurezza, come molti suggeriscono. E non solo in ambito ospedaliero. Intanto il consiglio regionale ha approvato un documento che stabilisce il «vaccino obbligatorio per il personale sanitario», da riproporre in sede di Conferenza Stato-Regioni; Toti aveva anche pensato a una legge regionale per l'obbligo vaccinale di chi lavora negli ospedali, ma i costituzionalisti hanno fatto capire che senza una legge dello Stato non si può fare.

LA DIFESA DEI SINDACATI. Rimanendo in Liguria, c'è lo sbotto di Matteo Bassetti, che al San Martino ci lavora: «Fuori dagli ospedali i sanitari no vax». Ma il direttore generale dello stesso ospedale, Salvatore Giuffrida, dice che destinare a mansioni diverse i sanitari che non si vaccinano è addirittura «impossibile, bisognerebbe capire cos'è un ospedale prima di fare certe affermazioni». Cos' è un ospedale? Nel suo caso, è un posto dove «ci sono 400 infermieri no-vax, è impossibile toglierli dai reparti non sapremmo come sostituirli». 400? In effetti, nel policlinico genovese, quasi il 17 per cento ha rifiutato l'iniezione: un'enormità, ma anche un promemoria per ristabilire nuovi criteri di assunzione in futuro. Infine, siccome ci vogliamo tanto male, ascoltiamo anche il verbo del sindacato degli infermieri (Nursing Up) che dice «Basta gogna mediatica su chi ha rifiutato il vaccino». Ha ragione: gogna e basta, non solo mediatica. Il segretario sindacale, che non vogliamo citare, ha detto che moltissimi infermieri nel tempo sono risultati positivi e che è la categoria più esposta e che paga il prezzo più alto. E dunque? E dunque il segretario ricorda che, secondo le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità, chi è stato positivo nei sei mesi precedenti può «scegliere di ritardare la vaccinazione fino alla fine di questo periodo». Capito. Non sono dei no vax: sono dei ligi esecutori dei protocolli dell'Oms che poi si vaccineranno in massa. Tutto molto probabile. L'amico del Nursing Up ci ricorda inoltre che «il datore di lavoro non può e non deve conoscere la situazione vaccinale dei propri dipendenti perché solo il medico competente è tenuto a conoscerla». Se nella tua officina hai un malato contagioso, cioè, non hai il diritto di saperlo. Molto logico. Molto attuale. Il lavoro non si tocca. L'Italia è una repubblica fondata sul contagio.

A Brindisi 400 operatori sanitari no vax, l’Asl non farà sconti. «Ora cambino lavoro». Il direttore generale Pasqualone parla della situazione in tutta la Asl: «Un primo elenco conteneva 400 dipendenti non vaccinati, ma credo che questo numero si sia ridotto della metà. «Vadano via, rischiano di contagiare i pazienti». Antonio Della Rocca su Il Corriere del Mezzogiorno il 28 Marzo 2021.

Asl Brindisi: provvedimenti per gli operatori sanitari no vax. Di Francesco Santoro su noinotizie.it il 28 Marzo 2021. Ferie forzate nei confronti del personale sanitario che ha deciso di non vaccinarsi contro il Covid. È la linea del direttore generale dell’Asl di Brindisi, Giuseppe Pasqualone, contro medici, infermieri e operatori sanitari No vax. A darne notizia è il Corriere del Mezzogiorno. Pasqualone parla del caso del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Francavilla Fontana, dove il 50 per cento dei medici in servizio non vogliono farsi somministrare il siero anti-Covid. Per sostituire i professionisti il manager ha dato mandato al direttore sanitario di chiamare in causa i professionisti del “Perrino” di Brindisi.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 28 marzo 2021. Servirà una legge, non un Dcpm o un altro strumento più sbrigativo: ma l'obbligo di vaccinarsi contro il Covid-19 «è perfettamente compatibile con la Costituzione». A spiegarlo al Giornale è Giovanni Maria Flick, che della Corte Costituzionale è stato presidente dopo avere fatto il ministro della Giustizia. Altrettanto certo, spiega, è il diritto a chi dovesse subire dei danni dal vaccino a vedersi indennizzato dallo Stato: «L'obbligo di vaccino è una forma di solidarietà del singolo verso la collettività. Reciprocamente lo Stato deve essere solidale con il singolo nel caso che incontri a causa dell'obbligo delle conseguenze che lo danneggiano».

La Costituzione dice che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la sua volontà. Perché il vaccino dovrebbe fare eccezione?

«La Costituzione è stata scritta quando si era appena usciti dalla tragedia degli esperimenti pseudoscientifici nazisti, dalla soppressione dei disabili. Su questi temi era ovvio che ci fosse una sensibilità particolare. Ma recentemente per due volte, nel 2017 e nel 2018, la Consulta ha stabilito che dalla raccomandazione del vaccino si può passare all'obbligo quando serve a tutelare la collettività. É indubitabile che oggi la situazione sia questa, quindi l'obbligo ci sta, il problema semmai sono le sanzioni».

Senza le sanzioni, l'obbligo rimane lettera morta.

«Ci vogliono, ma devono essere proporzionate e ragionevoli».

Il licenziamento per chi si rifiuta di vaccinarsi è ragionevole?

«Una persona che non accetta il vaccino può non essere ritenuta in condizioni di svolgere attività che svolgeva prima, per esempio a contatto con i malati o gli anziani. Vanno previste sanzioni specifiche che possono portare a una modifica del rapporto di lavoro o alla sua cessazione se non c'è la possibilità di adire il dipendente a altre mansioni».

Sono vaccini nuovi, elaborati in tutta fretta. Il cittadino non ha diritto di avere paura?

«Tutti i timori sono legittimi ma la collettività e lo Stato a un certo punto hanno il diritto di accettare le conclusioni cui è arrivata la scienza. E le conclusioni della scienza dicono che il vaccino è assolutamente necessario, non ha conseguenze dannose per l individuo salvo casi eccezionali ed è l'unico modo per combattere questa pandemia».

Per le scuole come si fa? Se i genitori non lo vaccinano si esclude un bambino?

«La scuola è un diritto fondamentale che si svolge in una comunità che va presidiata. Il bambino deve poter andare a scuola, se i genitori non lo vaccinano un giudice tutelare deve poter decidere per lui».

Si parla di uno scudo penale per proteggere dai processi medici e infermieri che vaccinano, e che oggi si tirano indietro per paura degli avvisi di garanzia.

«Gli scudi penali in genere mi fanno paura. Se concediamo lo scudo ai sanitari, ci saranno altre categorie ad invocarlo. Capisco i timori del personale sanitario e vedo due rimedi: una maggiora prudenza dei pm nello spedire informazioni di garanzia quando non sono necessarie, e una attenzione dei media a non riferire degli avvisi di garanzia come se fossero già delle condanne».

Lei si è fatto vaccinare?

«Avendo purtroppo superato gli ottanta sono stato messo in lista. E non ho avuto esitazioni».

"La cura ai sanitari no-vax? Via lo stipendio e vedrete". Il dg del S. Martino di Genova: qui il primo focolaio. Spostarli un problema: ne ho 400, chi li sostituisce? Enza Cusmai - Lun, 29/03/2021 - su Il Giornale. Salvatore Giuffrida, siciliano di sangue e ligure nella formazione, è direttore generale dell'ospedale S. Martino di Genova, polo sanitario con circa 5mila dipendenti. È l'ospedale in cui un sanitario no vax ha infettato 17 pazienti.

Oggi arriva in Liguria il generale Figliuolo e il capo della Protezione civile Curcio. Messaggi per loro?

«A loro chiedo solo di accelerare sui vaccini. E vorrei mandare a dire al premier Draghi di fare presto».

Riguardo a cosa?

«Al decreto sugli operatori no vax. Noi datori di lavoro abbiamo le mani legate. Siamo costretti a tenerci in corsia gente che può trasmettere il virus ai pazienti e rischia a sua volta di ammalarsi. Inaccettabile».

Perché non li spostate come suggeriscono in molti, compreso il governatore Bonaccini?

«Non so se sentirmi annoiato o infastidito da queste chiacchiere. Persino in Procura si dice che sono sanzionabili i datori di lavoro che non spostano i non vax».

Dunque?

«Chi lascio in corsia se trasferisco gli operatori che rifiutano il vaccino? Se allontano 30 infermieri di rianimazione io tolgo 6 posti letto. E questi pazienti dove li mando? Con gli spostamenti faccio un dispetto al sistema ospedaliero: i posti letto sono in proporzione al numero dei dipendenti».

Da voi quanti sono i no-vax?

«L'adesione al vaccino tra i medici è pressoché totale, ma tra infermieri, oss, tecnici la percentuale dei vaccinati si ferma all'85%».

Quindi il 15% è scoperto?

«Esatto. Circa 400 operatori sanitari che fanno parte della catena assistenziale nei reparti e negli ambulatori rifiutano di vaccinarsi. Che faccio, li mando tutti al centralino?».

Cosa propone?

«L'obbligo della vaccinazione per tutti coloro che lavorano in ospedale o nelle rsa che sono a contatto con gli ammalati. Del resto, c'è già il decreto 465 che ha introdotto l'obbligo vaccinale antitubercolosi per il personale sanitario».

E se questi dipendenti si rifiutano?

«Licenziamento o allontanamento dal lavoro ma senza stipendio, sia chiaro».

Ma non c'è penuria di personale?

«Esatto. Ecco perché sostengo che l'unica soluzione sia l'obbligo vaccinale. Un sanitario non si improvvisa, e quelli che dicono di trovare un altro incarico ai non vax si dimenticano che qualche mese fa tutti gli ospedali erano in grave carenza di personale. E spostare una persona non è semplice».

Come mai?

«Per la Società italiana di medicina del lavoro, al momento, l'essere non vaccinato non è titolo idoneo per cambiare prestazione lavorativa. E in ospedale l'unico che può visionare le cartelle cliniche di un lavoratore è il medico del lavoro».

Vuol dire che lei non sa chi sono gli operatori non vaccinati?

«No. Il datore di lavoro non può avere l'elenco né dei no vax né di quelli vaccinati. Lo dice espressamente il garante della privacy».

E come controllate la situazione?

«Ci basiamo sulle percentuali. Quando c'è un contagio, mi arriva una segnalazione dalla medicina del lavoro, anonima, in cui c'è scritto: infermiere positivo nel reparto tal dei tali E scatta la copertura Inail come infortunio sul lavoro. È un sistema assurdo. Ci sono dei buchi normativi enormi. Bisogna colmarli al più presto».

È vero che ci sono anche operatori già vaccinati che risultano positivi?

«Certamente. Nel nostro ospedale sono una decina, l'ultimo ieri mattina: vaccinato con Pfizer e coperto con doppia dose a gennaio. E ora è positivo».

Dunque mai abbassare la guardia sulle protezioni?

«Sempre mascherine per tutti come da protocollo. Ma un vaccinato che si ricontagia si ammala in forma lieve. Se si ammala un no vax, rischia di trasformarsi da operatore a paziente. Con grave danno per tutti».

Graziella Melina e Francesca Pierantozzi per "Il Messaggero" l'11 marzo 2021. Fabrizio Rocchetto, psicologo, piscoanalista e psicoterapeuta, il virus comincia a conoscerlo bene: ha partecipato al primo servizio di ascolto gratuito Covid organizzato all'inizio di marzo di un anno fa, «nella fase micidiale di smarrimento dell'inizio», poi ha continuato a lavorare con i suoi pazienti, molti adolescenti, e alla fine il Covid lo ha avuto. Ricorda tutte le date: contagiato il 17 ottobre da un familiare con cui era andato a fare un'escursione in montagna, testato il 21, ricoverato due giorni dopo con polmonite e grave insufficienza respiratoria. «Senza l'ospedale ci avrei lasciato le penne», dice. E il familiare che lo ha contagiato? Come si è sentito? Vittima di quella «sindrome dell'untore» che in Francia dicono riguardi un numero sempre più importante di persone? «Quello che ho imparato, dalla mia esperienza personale e clinica, è che il Covid è un virus subdolo, che conosciamo ancora troppo poco. Non abbastanza per poterci dire capaci di stabilire una responsabilità», dice Rocchetto. «Il vero rischio è innescare un sentimento di persecuzione o di paranoia nelle persone». È questo che sta succedendo? Difficile dirlo, visto che l'argomento «è totalmente tabù», come spiega Marc Leone dell'ospedale di Marsiglia, e «tende a restare all'interno delle famiglie». Alla Pitié Salpetrière di Parigi, l'unità di sostegno psicologico si è arricchita di una «cellula etica» per aiutare «gli untori». Anche in Italia, le strutture che si occupano di supporto psicologico post Covid si ritrovano a doversi prendere cura di pazienti che soffrono di disturbi legati alla paura di aver contagiato una persona cara. «Normalmente quando uno fa del male involontariamente ad un'altra persona - spiega Gabriele Sani, professore di psichiatria dell'Università Cattolica di Roma - c'è grande dispiacere. Laddove si sviluppa un senso di colpa è giusto andare ad indagare la presenza di un vero e proprio quadro di alterazione psicopatologica, verosimilmente di tipo depressivo». Al policlinico Gemelli di Roma, dove è attivo un servizio nel quale vengono valutati in modo multidisciplinare i pazienti che hanno sofferto di patologie legate al Covid, le conseguenze della pandemia sull'equilibrio psichico sono frequenti. «Le persone che manifestano il disturbo post traumatico da stress - riflette Sani - sono circa il 30 per cento, inoltre il 50 per cento dei pazienti sviluppa sintomi di ansia e depressione». I primi a manifestare i disturbi legati alla paura di contagiare sono stati gli operatori sanitari. «Svolgendo un lavoro a rischio, medici e infermieri hanno paura di portare il virus, senza rendersene conto, in un ambiente casalingo - ricorda Alberto Siracusano direttore di Psichiatria e psicologia clinica del Policlinico Tor Vergata di Roma - C'è stata un'ansia e una preoccupazione molto diffuse soprattutto l'anno scorso, nel momento in cui l'esperienza pandemica era ancora nuova e per noi sconosciuta».

DEFUSING EMOTIVO. Da una ricerca realizzata a Tor Vergata è emerso che la maggior parte degli operatori sanitari soffriva di un'angoscia fortissima di contagiare gli altri, tanto che evitavano addirittura di rientrare a casa dopo il turno di lavoro. «Ci sono famiglie che hanno vissuto un doppio stress - rimarca Siracusano - di una separazione per proteggere i propri congiunti e in più quella di svolgere un lavoro estremamente a rischio». Per superarla, per molti operatori si è dovuto ricorrere al cosiddetto defusing emotivo. «Si tratta di una tecnica mediata da esperienze di guerra fortemente stressanti che consente di elaborare questo tipo di tensione e di ansia». Anche a Tor Vergata cresce la domanda di assistenza psicologica. «Stiamo vedendo che c'è una fortissima emersione di una manifestazione somatica dell'ansia, dovuta all'incertezza e alla preoccupazione che oggi stiamo vivendo». Per chi poi cerca aiuto perché vive nel dubbio di poter essere stato l'untore di una persona cara, «il senso di colpa viene affrontato grazie a colloqui psicologici che aiutano ad elaborarlo». Secondo Alessandra Simonelli, direttrice del dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell'Università di Padova, «i movimenti psicologici legati alla pandemia sono tantissimi. La sindrome dell'untore, ossia di paura prima e di colpa dopo, si è verificata in particolare sui sanitari che sono stati i più esposti percentualmente al rischio. Ma ricordiamo che in molte persone è evidente anche la sindrome dei sopravvissuti: chi guarisce da una parte è contento, ma dall'altra vive un senso di angoscia che porta a chiedersi per esempio perché io non sono morto e un mio vicino di letto sì? Sono fenomeni osservati quando la nostra psiche è esposta a eventi estremi che perdurano a lungo».

L’orgoglio di "pulire culi", lo sfogo dell’infermiera diventato virale. Elisabetta Panico su Il Riformista l'8 Marzo 2021. Sono tante le professioni che vengono sempre di più sottovalutate e denigrate dalla società moderna. Una delle figure professionali che spesso e volentieri viene collegata a connotati negativi è quella del tecnico nella cura di persone non autosufficienti. Le persone che lavorano in questo campo si dedicano ad aiutare pazienti con disabilità fisiche o malattie mentali e il tecnico offre assistenza sanitaria per tutte le attività quotidiane necessarie per far vivere il paziente nel migliore dei modi, rispettandolo e offrendogli tutte le attenzioni che servono. Molte volte le persone chiamano questa professione “fare le pulizie di culo”. Una donna di origine spagnola di nome Babi Gòmez stanca di sentire dire questa frase e di vedere il suo lavoro associato ad  un lavoro da disprezzare, spiega su Twitter quanto sia fondamentale questa figura professionale. Babi twitta: “Oggi ho sentito di nuovo “lavorare anche se si tratta di pulire culi” e non è la prima né l’ottava volta che lo sento. E sento il bisogno di rivendicare il mio lavoro e di gridare al mondo quanto ne sono orgoglioso. Sì signore e signori, orgogliosi di pulire culi, tagliare unghie, lavare teste, vestire, fare la doccia, nutrire e prendersi cura di persone, sì sì sì PERSONE, che non possono farlo da sole e hanno bisogno di aiuto“. Successivamente, il tweet è diventato virale e molte persone hanno supportato la ragazza e cogliendo anche l’occasione per ringraziare tutti gli assistenti che come lei si prendono cura dei propri cari. Su Facebook un’altra donna di nome Sara Rodriguez Martinez pubblica una sua foto con la didascalia scritta da una sua amica. Il post inizia con la frase di Babi e continua: “… ma riassumiamolo come “pulizia dei culi”. Sono già un po’ stufa dei connotati negativi di questa espressione che è strettamente legata alla mia professione. È chiaro che non tutti siamo bravi in tutto. Ad esempio, non potevo lavorare in qualcosa che mi richiedesse di mentire, come un banchiere o qualcosa del genere. Eppure quella è una professione molto apprezzata, al contrario affrontare la mia è come l’ultima delle ultime. Beh, io dico a voi / e utenti di Facebook, che nella vostra grande maggioranza non avete mai avuto bisogno che nessuno vi “pulisca il culo” e spero che non abbiate mai bisogno di qualcuno ve lo faccia. Ma dico alla maggior parte di coloro che ci classificano in quel modo che se arriverà il momento necessario, io o i miei colleghi professionisti saremo disposti ad aiutarvi e farvi avere la migliore qualità di vita possibile, sempre con buon umore e amore. Ora decidete voi qual è il lavoro davvero importante per le persone come me o voi ma per favore, non usate l’espressione “culi puliti” con disprezzo, perché forse un giorno qualcuno dovrà farlo per voi e credetemi che ne sarete grati. Firmato: una pulita“.

La replica, piccata, di una infermiera del Giannuzzi alle offese ricevute dalla collega Alessia salita sul palco di Sanremo.  Manduria Oggi il 04/03/2021. «Quella divisa, che molti si permettono di insultare e infangare, all’origine era di colore celeste. Dopo qualche ora, dentro i presidi anti-Covid, era diventata blu per il sudore. Ricordatevelo quando vi sentite in diritto di insultare una di noi» La replica, piccata, di una infermiera del Giannuzzi alle offese ricevute dalla collega Alessia salita sul palco di Sanremo. Alessia, l’infermiera-simbolo della prima ondata della pandemia, è stata sul palco di Sanremo, intervistata da Amadeus. Un’occasione per ricordare i sacrifici compiuti dal personale sanitario durante la prima ondata di pandemia e che, purtroppo, sono ripresi dall’autunno e proseguono da qualche mese. Dopo questa sua presenza, utile anche a 5/3/2021 MANDURIA - La replica, piccata, di una infermiera del Giannuzzi alle offese ricevute dalla collega Alessia salita sul palco di Sanremo ricordare la necessità di far fronte comune per arginare il diffondersi del virus attraverso il rispetto delle prescrizioni anti-Covid, Alessia è stata oggetto di offese attraverso i social. Offese indegne, sinonimo, a nostro avviso, di inciviltà. A sua difesa prende posizione, sempre attraverso i social, una infermiera del “Marianna Giannuzzi” di Manduria, Fortunata Barilaro. Ecco la sua replica decisa e piccata: un post e due foto. «Queste foto le ho scattate io. Quella divisa, che molti si permettono di insultare e infangare, all’origine era di colore celeste. Dopo qualche ora, dentro i PRESIDI ANTICOVID, era diventata blu. Quello che vedete non è acqua, E’ SUDORE. I bellissimi capelli ricci della mia collega, grondavano gocce. I suoi occhi erano cerchiati e stanchi. Ricordatevelo quando vi sentite in diritto di insultare una di noi. Com’è accaduto ad Alessia, la collega salita sul palco di Sanremo. Definita con tutti gli aggettivi più dispregiativi per una donna. Quella ragazza è un’infermiera. Ha una laurea, ed anche un cuore “da infermiera” devolvendo il suo compenso in beneficenza ad un’associazione per le cure palliative. E se qualcuno pensa ancora che “ci stiamo arricchendo”, non ho problemi ad esibirgli la mia busta paga, dove neppure 10 euro in più sono riconosciuti per chi lavori in un reparto Covid».

Riccardo, dottore di base in prima linea anti Covid a Nembro: ora è senza lavoro. Le Iene News il 02 marzo 2021. Riccardo Munda non si è mai fermato in questa pandemia e ha sempre continuato a visitare anche a casa i suoi pazienti come medico di famiglia nella Val Seriana epicentro dell’epidemia di coronavirus. A dicembre abbiamo passato una giornata con lui tra visite e pazienti. Ora il periodo di sostituzione è finito e Riccardo tra pochi giorni si troverà senza lavoro. Ha passato un anno a lottare in prima linea contro il Covid e tra pochi giorni non avrà più un lavoro. Stiamo parlando di Riccardo Munda, il medico di base di 39 anni che abbiamo conosciuto nel dicembre scorso con il servizio di Alice Martinelli che potete vedere qui sopra. Riccardo è stato uno dei nostri medici-eroi: durante la pandemia ha continuato a visitare anche casa i suoi pazienti, nonostante le limitazioni e la paura del coronavirus. “Secondo me il ruolo della medicina territoriale è fondamentale ora più che mai”, ci aveva detto. Abbiamo passato una giornata di lavoro con lui. Riccardo è un medico sostituto non specializzato e durante la pandemia ha preso il posto di colleghi ammalati. Ma ora, come riporta Repubblica, il suo periodo di sostituzione sta per finire. Il 19 marzo sarà il suo ultimo giorno di servizio a Nembro, mentre è già terminato il periodo a Selvino. Così questo medico, che ha dato tutto se stesso assistendo senza sosta i pazienti affetti dal Covid, tra pochi giorni sarà senza lavoro. “Sia a Selvino sia a Nembro sono stati nominati i titolari”, ha detto a Repubblica, aggiungendo che la storia finisce “un po’ con l’amaro in bocca”. Avevamo visto il lavoro incessante di questo medico di famiglia che ha seguito circa 1.400 pazienti in piena pandemia. Abbiamo visto il suo telefono intasato di messaggi mentre instancabile continuava a fare le sue visite. “Lavoro 18 ore al giorno tutti i giorni”, ci aveva raccontato."Ho fatto una scelta di vita. Diversa dai miei colleghi che si sono specializzati", dice a Repubblica. "E dunque prima o poi doveva arrivare il momento di cedere il posto ai colleghi titolari. Ho detto ai pazienti che sono gli ultimi giorni, molti si sono messi a piangere  e io con loro”. Quando a dicembre gli abbiamo chiesto se non avesse paura di contagiarsi, ha risposto: “Non ci penso, se mi contagio mi curo. Sono giovane e non ho patologie”. Non aveva dubbi: “Ho visitato centinaia di persone. Tornassi indietro lo rifarei e lo farò ancora. Finché ho la forza spero di poter continuare il più possibile così”. 

"Non abbassiamo la guardia, uniti ce la faremo" dice la giovane 24enne. Alessia Bonari, l’omaggio del Festival di Sanremo all’infermiera: “Sei il simbolo della lotta al covid”. Redazione su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Un anno dopo la foto-simbolo dell’inizio della pandemia è sul palco del Festival di Sanremo a ricordare a tutti che “bisogna continuare a stare attenti e uniti, tutti insieme ce la faremo”. Alessia Bonari, 24enne infermiera originaria di Grosseto e in servizio in un ospedale di Milano, è una delle protagoniste della prima serata di un Festival di Sanremo atipico, senza pubblico ma con tanta carica emotiva. La sua immagine, pubblica il 9 marzo scorso su Instagram con i segni della mascherina sul volto, fece il giro del web. Un anno dopo è stata fortemente voluta da Amadeus che ha ricordato il suo impegno in prima linea nella lotta al coronavirus. All’Ariston Alessia arriva per lanciare il suo appello: “La situazione è sempre la stessa, ci tengo a mandare il messaggio che non bisogna abbassare la guardia. Bisogna continuare a stare attenti e uniti, tutti insieme ce la faremo”. Un monito lo lancia anche Amadeus: “Ho sentito il ministro Speranza al telefono, mi ha chiesto di ricordare che non ne possiamo più ma che c’è solo un modo, al di là dei vaccini, di uscire dalla pandemia: usare la mascherina, lavarci le mani, stare attenti. Non possiamo andare avanti così, dobbiamo tornare alla normalità”. Alessia è “una ragazza che abbiamo voluto fortemente. Fino a un anno fa quando uscivi di casa non dovevi dimenticare le chiavi e il cellulare” ricorda Amadeus. Con la pandemia “c’è un’altra cosa che non bisogna più dimenticare quando usciamo di casa, la mascherina” sottolinea il conduttore del Festival. “Sono fortunato perché quelli come me non la indossano tutta la giornata. Non la indosso quando lavoro. Qualcuno invece questa mascherina l’ha dovuta indossare per 12-15 ore al giorno. Questa ragazza (Alessia, ndr) ha mostrato i segni cutanei delle 15 ore in cui ha dovuto indossare la mascherina”. Un selfie dopo un turno massacrante di lavoro che fece il giro dei social.

IL POST DEL 9 MARZO 2020 – “Sono stanca fisicamente perché i dispositivi di protezione fanno male, il camice fa sudare e una volta vestita non posso più andare in bagno o bere per sei ore. Sono stanca psicologicamente, e come me lo sono tutti i miei colleghi che da settimane si trovano nella mia stessa condizione, ma questo non ci impedirà di svolgere il nostro lavoro come abbiamo sempre fatto. Continuerò a curare e prendermi cura dei miei pazienti, perché sono fiera e innamorata del mio lavoro. Quello che chiedo a chiunque stia leggendo questo post è di non vanificare lo sforzo che stiamo facendo, di essere altruisti, di stare in casa e così proteggere chi è più fragile. Noi giovani non siamo immuni al coronavirus, anche noi ci possiamo ammalare, o peggio ancora possiamo far ammalare. Non mi posso permettere il lusso di tornarmene a casa mia in quarantena, devo andare a lavoro e fare la mia parte. Voi fate la vostra, ve lo chiedo per favore”.

Medici di base morti per il Covid, la petizione per chiedere giustizia. Le Iene News il 23 febbraio 2021. Sono 328 al momento i medici morti combattendo in trincea contro il Covid. Di questi 121 erano medici di famiglia a cui però non viene riconosciuto l’infortunio sul lavoro. Giulio Golia incontra i loro familiari che ora hanno avviato una petizione per chiedere giustizia. Sono 328 al momento i medici caduti dall’inizio della pandemia. Di questi 121 erano medici di famiglia, ma a quanto sembrerebbe sono stati dimenticati rispetto ai loro colleghi. Per i medici ospedalieri viene riconosciuto l’infortunio sul lavoro non è così per quelli di base. Giulio Golia incontra i figli, le mogli e i colleghi di chi non ce l’ha fatta nell’ultimo anno. Questa disparità molti di loro la stanno scoprendo solo adesso. Tra loro ci sono i familiari di Mario Avano, 66 anni, medico di base nel quartiere di Barra (Napoli), il Covid se l’è portato via il 20 dicembre. I suoi figli Gennaro e Laura hanno trovato una sua lettera scritta proprio nelle settimane in cui combatteva contro il coronavirus. Chiedeva al presidente della Repubblica di interessarsi “per modificare questa ingiustizia contro una categoria esposta a così alto rischio”. Ma non ha avuto tempo di portare avanti questa battaglia di uguaglianza che ora è diventata dei figli. “Abbiamo pensato di contattare tutte le altre famiglie per far sentire la nostra e la loro voce”, raccontano Gennaro e Laura che hanno cercato uno a uno i familiari dei medici di base morti. Insieme hanno messo in piedi una rete che attraversa tutta Italia con un grande obiettivo: il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro come vale per i medici ospedalieri. Per far sentire ancora di più la loro voce hanno aperto una petizione su Change.org per far riconoscere il Covid come infortunio sul lavoro. 

Striscia la Notizia svela lo scandalo-ambulanze: ecco come guadagnano sulla pelle dei malati di Covid. Libero Quotidiano il 13 febbraio 2021. Uno scandalo ai danni dei malati di coronavirus. Striscia la Notizia manda in onda il costo dell'ambulanza nella provincia di Napoli. Il servizio di Luca Abete, mostra come alcune onlus di ambulanze richiedono dei prezzi esorbitanti per il trasporto di pazienti Covid nonostante i pochi chilometri da percorrere. Quali? Ben 250 euro per fare giusto 10 km. Questo però solo per chi è infetto, perché alle persone che non hanno il virus costa meno, 100 euro. Ma ci sono onlus che chiedono anche di più. Dimenticate infatti i 250 euro, perché alcune ambulanze arrivano a costare anche 300. Ancora più assurdo - spiega Abete - è la modalità di pagamento che avviene "senza alcuna tracciabilità". Solo ed esclusivamente in contanti. Finita qui? Neanche per sogno c'è chi chiede 500 euro "con contanti da consegnare in ambulanza" e chi addirittura 550. Peccato però che sia Giuseppe Galano, direttore centrale operativa "118" di Napoli, a fare chiarezza sui veri costi: "Un trasporto normale non dovrebbe arrivare ai 100 euro. Tutte le altre cifre sono venute ai tempi del Covid. Quando si parla di fattura, per le onlus non si deve ricaricare con l'Iva". Un vero e proprio scandalo di chi si approfitta della situazione emergenziale. Il tg satirico di Antonio Ricci non si occupa solo di ospedali. Sempre sul coronavirus girano da tempo fake news. Una a caso è quella smascherata dall'inviato Max Laudadio che ha parlato con un esperto, il nutrizionista Dario Vista. La fake news che gira sottolinea che bisogna mangiare cibi col ph superiore all'8,5 perché il ph del coronavirus varia da 5,5 a 8,5. Nulla di più falso.

Il "premio" di Emiliano agli eroi: operatori sanitari tutti precari. Sono centinaia gli operatori socio sanitari in Puglia che hanno affrontato la prima e la seconda ondata Covid e che adesso, ad un passo dalla stabilizzazione, si vedono precari o mandati a casa. Roberta Grima - Dom, 21/02/2021 - su Il Giornale. Li hanno chiamati angeli, poi eroi, adesso sono semplici Operatori socio sanitari. Pure precari. Un esercito di centinaia di lavoratori in Puglia, che dopo aver affrontato la prima e la seconda ondata del Covid nei vari reparti ospedalieri, si vedono ancora con contratti a tempo. I più fortunati hanno ottenuto la proroga dei contratti sino a marzo, ma c'è anche chi è stato già mandato a casa. Come gli Oss delle Asl di Brindisi e della Bat, in tutto circa trecento persone. "Così ci ricompensa il governo pugliese - dice a "ilGiornale.it" un Oss di Brindisi - non vogliamo alcuna medaglia, ma ci aspettavamo che venissimo confermati ai fini dell'assunzione definitiva". I lavoratori in servizio a tempo determinato speravamo nella riconferma. Sopratutto ci sperava chi avrebbe raggiunto i trentasei mesi di servizio nel giro di poche settimane, conquistando il requisito necessario per l'assunzione stabile, così come previsto dal mille proroghe. Invece oltre al danno, la beffa. Eppure da anni nelle corsie dei noscomi pugliesi, i sindacalisti e le stesse Asl registrano una grave carenza di organico: mancano circa 3500 unità in tutto il territorio regionale. Con la pandemia poi c'è maggior bisogno. "Solo chi é stato dentro un ospedale e ha vissuto da vicino questa pandemia, può capire ogni nostro sforzo - ci dice Mariella, Oss del pronto soccorso dell'ospedale "Perrino" di Brindisi e a casa dal primo febbraio. - Quando una persona moriva, eravamo noi a chiudere quel sacco nero, senza poter dare niente ai familiari, se non la triste notizia. Quelle povere persone ricoverate che stavano male, avevano come unico riferimento gli infermieri e noi. Non credo che io potrò arrivare tra venti, trent'anni a dimenticare quello che ho vissuto. Non riesci, non puoi dimenticare. Io non voglio una medaglia, ho fatto il mio lavoro, amo il mio lavoro, ho fatto tanti anni nell'emergenza, ma mai mi sarei immaginata di trovarmi in questa guerra silenziosa, sconosciuta. Io mi sono ritrovata a montare il turno di notte in pronto soccorso, rientrare dopo lo smonto e non riconoscere più il mio reparto, perché erano stati fatti percorsi nuovi, zone chiuse, aree isolate, dall'oggi al domani non si riconosceva più". Gli Oss sono coloro che hanno un rapporto più diretto con l'ammalato, che si avvicinano a lui quando ha bisogno, per pulirlo, che hanno dato anche un supporto psicologico ai pazienti, oltre che mantenere il movimento che evita lesioni o piaghe. Erano gli unici che potevano dare conforto. Tante volte si sono trovati a rispondere ai cellulari dei pazienti, per dare notizie ai familiari, perché chi era ricoverato non poteva parlare. "Ricordo ancora - racconta a "ilGiornale.it" Mariella - quando ho assistito alla dipartita di un anziano signore, il cui figlio era un medico. Quando il padre ha contratto il Covid ed é deceduto, era uno strazio dover chiudere quel sacco e vedere il figlio dall'altra parte che non si dava pace. Per mesi aveva rinunciato a far visita a suo padre quando stava bene. Voleva evitare come medico, di esporre l'anziano genitore a possibili rischi di infezione. Invece poi si è contagiato e il figlio non si capacitava a doverlo lasciare senza averlo salutato per l'ultima volta, avendo rinunciato per mesi a stare con lui quando ancora poteva farlo". Anche Mariella ha rinunciato ai suoi figli e ai suoi nipoti durante la pandemia, per mesi e mesi. Tra loro c'è anche un paziente oncologico e non poteva permettersi di contagiare nessuno. La donna ha fatto la sua parte andando al lavoro a dare una mano, ma nello stesso tempo non poteva darla a chi ne aveva bisogno nella sua famiglia. Adesso per Mariella e i suoi tanti colleghi, vedersi mandare a casa è un pugno allo stomaco. "Tante volte mio nipote mi ha detto di non andare in ospedale e di cambiare lavoro. Ho quattro nipoti: il più grande di 17 anni e il più piccolo di cinque. Ho rinunciato a vederli per tutelarli. È una vita che faccio sacrifici per questo lavoro, pensavo di essere arrivata finalmente al punto di svolta. Dopo 11 anni di 118 come volontaria, tanti anni nelle strutture private che non sempre hanno pagato, alla fine arrivi nell'Asl e pensi che prima o poi verranno riconosciuti i tuoi sforzi". Invece ciò che questi lavoratori si sono sentiti dire, è che per maturare il diritto alla stabilizzazione, serve il riferimento normativo, pur definendo queste persone angeli o eroi, ciò che conta é la legge. "Già, la legge - dice un'infermiera - Ma cosa ne può sapere un avvocato, un politico, la burocrazia o la legge di quello che accade nelle corsie. Noi infermieri lavoriamo gomito a gomito con gli Oss. Cosa ne sa chi guarda solo la legge e dice che va tutto bene, mentre toglie 164 persone per sostiturle con altrettante precarie, come fosse un gioco. I rimpiazzi però, non sono pezzi di macchina di un sistema e se questo sistema ha retto, é perchè c'erano persone valide. Siamo stanchi oramai di indossare tute senza sosta. Si può piangere dietro le mascherine, il lavoro è duro fisicamente e umanamente, ma eravamo una squadra vicente con Oss che hanno affrontato l'emergenza con noi e sanno cosa vuol dire. Invece ci hanno buttato in zone rischiose. Noi, medici e gli Oss che poi sono stati lasciati in mezzo alla strada." Tra gli operatori precari che hanno lavorato durante la pandemia, c'è chi si è ammalato e ha ancora i postumi. Stando a quanto registrato da Chiara Cleopazzo, coordinatrice di categoria regionale della funzione pubblica Cgil Brindisi, l'80% di loro si é contagiato. Qualcuno ha trasmesso il virus al proprio figlio o marito e con trentacinque mesi di attività, si aspettava un riconoscimento con la proroga del contratto sino a tre anni di servizio e quindi l'assunzione. Invece c'è persino chi è stato mandato via mentre era ancora in regime di infortunio. Chi è uscito dalla terapia intensiva, per andarsene a casa. "La cosa strana é che il governo pugliese - dice la sindacalista - sta mandando via personale precario, per assumere altri precari, attingendoli dalla graduatoria del concorso di Foggia. Si tratta della selezione risalente alla primavera scorsa, per 2445 posti per Oss, con 13 mila idonei in graduatoria, tra cui anche gli stessi precari mandati via o nelle migliori delle ipotesi prorogati sino a marzo. Ecco perché molti di loro usciranno dal portone per rientrare dalla finestra. Che senso ha?" Il sindacato chiede che ci sia intanto un'omogenità sul territorio. Ci sono Oss mandati a casa che invece hanno avuto la proroga dei contratti sino a marzo, recependo un'indicazione del dipartimento regionale della salute. La Cgil chiede al presidente Emiliano che si faccia sentire in merito a questa storia. Una cosa, dicono dal sindacato che non si é mai vista e che rischia di ripetersi con il concorso degli infermieri che si sta espletando in questi giorni a Bari. "Stiamo cercando di dare una mano a chi ha perso il concorso di Foggia - ha detto Michele Emiliano - cercando di collocarli nel privato. La questione però è affidata al presidente della task force Leo Caroli, il quale ha sottolineato che il destino di questi lavoratori, dipende dal quadro normativo. "Non è - ha detto Caroli - né la volontà politica, né la gestione delle Asl, a determinare il destino di queste persone, ma solo il quadro normativo, i presupposti giuridici che serviranno da orientamento". La vicenda è sul tavolo regionale che ha constatato i diversi provvedimenti adottati dalle varie Asl pugliesi, che hanno creato di fatto discriminazioni tra lavoratori della Puglia. Il fatto però che alcune aziende sanitarie come quella di Lecce, Taranto, abbiano prorogato i contratti precari sino a marzo, non significa che verranno ulteriormente riconfermati, come ha spiegato lo stesso presidente della task force. "Si sta studiando - ha aggiunto Caroli - se le proposte avanzate dai sindacati di prorogare i precari sino al raggiugimento dei tre anni di servizio al fine della stabilizzazione, sia possibile dal punto di vista giuridico o meno. Si tratta di capire a chi riconosce la legge, la priorità occupazionale: a chi é già in servizio o agli idonei di concorso e se questi possono sostituire i colleghi precari, con contratti a loro volta a tempo o se invece abbiano la priorità sui colleghi solo con un'assunzione a tempo indeterminato. "Una cosa la posso dire - ha concluso il presidente della task force - la volontà politica é quella di non lasciare a casa nessuno, se non nell'immediato, almeno nella prospettiva futura. Il tavolo regionale lavorerà anche per questo, per aiutare chi eventualmente resta fuori. La normativa prevede infatti di assumere prima i vincitori di concorso, poi gli idonei che sono 13 mila e poi il resto".

Covid: infermiere ruba gel e mascherine per ottenere sconto su cocaina. Ilaria Minucci su Notizie.it il 09/02/2021. Durante il primo lockdown anti-Covid, un infermiere ha rubato mascherine e gel igienizzanti per avere uno sconto sulla cocaina acquistata. Nel corso del primo lockdown nazionale, un infermiere milanese di 49 anni ha consegnato mascherine, gel igienizzanti e altri prodotti fondamentali per contrastare la diffusione del coronavirus a uno spacciatore per ottenere sconti sulla droga da acquistare. La vicenda è emersa in seguito al maxi-blitz condotto dalle forze dell’ordine di Milano impiegate presso il commissariato Comasina e la squadra Mobile per sventare un ingente traffico di droga. L’operazione ha portato alla certificazione di 24 arresti e alla scoperta di un commercio di stupefacenti perpetratosi senza limitazioni anche durante il primo lockdown imposto dal governo italiano nei primi mesi del 2020 per arginare la minaccia rappresentata dal SARS-CoV-2. A questo proposito, l’ordinanza, firmata dal gip Guido Salvini su richiesta della pm Francesca Crupi, documenta in modo particolarmente dettagliato uno scambio di cocaina avvenuto tra un infermiere e uno spacciatore, nel pieno delle restrizioni attive su territorio italiano.

Infermiere ruba gel e mascherine per sconto su cocaina. Alle ore 13:22 del 27 febbraio 2020, un infermiere di 49 anni ha incontrato il suo spacciatore, un uomo che aveva adottato lo pseudonimo di Genny Savastano, personaggio di Gomorra, la cui vera identità risponde al nome di Euprepio Carbone. Dopo aver espletato le formalità di rito, il 49enne regala allo spacciatore svariati dispositivi di protezione contro il Covid, sottratti in modo illecito dalla struttura ospedaliera presso la quale era impiegato, al fine di poter ottenere uno sconto sulla cocaina che intendeva acquistare. Consegnando la merce rubata, l’infermiere spiega a Carbone: «Ascoltami: queste sono le mascherine. Queste sono quelle chirurgiche e queste le FP3. Capito? Questa invece è l’amuchina, va bene? Fanne quello che vuoi! Questo è disinfettante per le mani chirurgico, costa un botto di soldi. Lo diluisci. Ti fai i tagli alle mani. È ottimo. Le mascherine quando ne ho ancora di più te le do senza problemi». I prodotti forniti allo spacciatore, secondo le ricostruzioni effettuate dagli inquirenti, sono valsi all’infermiere l’acquisto di «un grammo di cocaina al prezzo scontato di 50 euro». Concluso l’affare, poi, Euprepio Carbone ha inviato un messaggio vocale alla moglie raccontandole: «Vedi che il dottore dove sono andato adesso mi ha dato mascherine, amuchina, sapone per le mani, stasera porto tutto a casa».

Lockdown, il traffico di droga attivo a Milano. Il blitz delle forze dell’ordine di Minato ha consentito di smantellare un’organizzazione basata sulla collaborazione di fornitori albanesi e di spacciatori italiani. Sulla base delle indagini sinora effettuate, è stato verificato che l’organizzazione agiva in modo indisturbato su tutto il territorio del capoluogo lombardo nel corso del primo lockdown italiano, «disponendo di grosse risorse economiche ed avvalendosi della vicinanza a note famiglie criminali come i Pompeo, ras della criminalità di Quarto Oggiaro, e i Falchi, della Comasina». Le informazioni rilasciate dal gip, inoltre, svelano che i legami con i boss attivi nella periferia di Milano dipendono dalla compagna di un trafficante albanese arrestato che sarebbe «in stretti rapporti con componenti della famiglia Falchi ed è legata, anche per rapporti di parentela, a componenti della famiglia Pompeo con i quali parla delle attività delittuose in corso». Il gip, inoltre, ha anche dichiarato quanto segue: «Gli indagati godono del resto di una fitta rete di contatti cui rivolgersi sia per l’approvvigionamento che per la vendita, al dettaglio o all’ingrosso, vantando contatti con moltissimi acquirenti, di qualsiasi estrazione sociale e capacità economica, dimostrando un impegno incessante nel gestire gli appuntamenti e la successiva cessione». In relazione alla attività di contrabbando di stupefacenti condotta, invece, ne è stata ribadita la prosperità anche nei mesi di isolamento dovuti al Covid. è stato spiegato che «gli indagati hanno perfezionato le modalità di acquisto, confezionamento e distribuzione e hanno avuto continua disponibilità di stupefacenti, di mezzi da utilizzare, di ‘cavalli’ e di una filiera criminale, che si occupa delle consegne».

Da leggo.it il 30 marzo 2021. Un focolaio Covid è scoppiato a metà marzo nel convento Regina Pacis di Bari, nel quartiere di Ceglie del Campo, contagiando tutte le 27 suore della congregazione delle Suore adoratrici del sangue di Cristo che vi risiedono. Quattro di loro, tutte ultra ottantenni, sono decedute nei giorni scorsi a causa del virus e le altre 23 sono attualmente positive, 18 in isolamento nel convento e cinque ricoverate in ospedale. La notizia, anticipata da quotidiano La Repubblica, è confermata dalla diocesi. Il contagio potrebbe essere avvenuto attraverso il personale di una cooperativa che fornisce servizi all'interno della struttura, dove non erano ancora partite le vaccinazioni anti-Covid. La Asl ha preso in carico la situazione e sta monitorando lo stato di salute delle religiose in isolamento.

Le denunce servono, ma purtroppo non bastano. Solo ieri il figlio della vittima ha denunciato il caso al TgNorba. Annamaria Rosato su Tgnorba il 27 gennaio 2021. Le denunce servono, ma purtroppo non bastano. È deceduto oggi pomeriggio al Moscati di Taranto il paziente, negativo al tampone, che il 5 gennaio scorso, fu ricoverato al ss. Annunziata per una polmonite. Il giorno delle sue dimissioni, l 11 gennaio, fu sottoposto nuovamente al tampone e risultò positivo. Venne trasferito al Moscati dove fu intubato. Le sue condizioni peggiorarono. Ieri il figlio ha denunciato al Tg norba la vicenda. Oggi la triste notizia. Intanto Vincenzo di Gregorio, vice presidente della commissione sanità alla regione Puglia, chiederà al direttore generale della Asl, Rossi, tutta la documentazione relativa al paziente per capire cosa non ha funzionato.

Matino, focolaio in una Rsa: 74 contagiati, anche 27 operatori. Il sindaco Toma: «Nei giorni scorsi erano stati eseguiti i vaccini». Il personale positivo già sostituito. Pierangelo Tempesta su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Gennaio 2021. Un focolaio Covid in una residenza per anziani di Matino. Il centro di assistenza «Casa Serena» starebbe facendo i conti, in queste ore, con la presenza di 47 ospiti positivi (su 54 posti letto). E sarebbero risultati affetti dal virus anche 27 operatori, per un totale di 74 contagiati. Se i numeri dovessero essere confermati nel bollettino che sarà diramato oggi, quello di Matino sarebbe il focolaio più esteso dopo quello, tristemente noto, della residenza «La Fontanella» di Soleto. «Nella struttura - spiega il sindaco di Matino, Giorgio Salvatore Toma - nei giorni scorsi erano stati eseguiti i vaccini. La direzione mi ha trasmesso una relazione dalla quale si evince che la situazione, nonostante la sua gravità, è sotto controllo. La residenza è stata oggetto di un’ispezione del Servizio igiene e sanità pubblica della Asl che ha confermato la continuità assistenziale». Il problema, aggiunge il primo cittadino, «c’è ed è abbastanza grave, ma la situazione è sotto controllo e sarà continuamente monitorata dagli organismi preposti. Mi è stato assicurato che tutti gli operatori positivi sono già stati sostituiti, anche se con non poche difficoltà, e che quelli negativi sono stati posti in quarantena. La direzione della struttura è sempre stata molto rigida nel far rispettare i protocolli». La Rssa «Casa Serena» sorge in un’antica struttura del centro storico di Matino ed ha una capacità ricettiva complessiva di 54 posti letto. La notizia del focolaio, afferma il sindaco, «è arrivata come un fulmine a ciel sereno: fino ad ora, nonostante tutto, la situazione a Matino è stata relativamente tranquilla. Venerdì scorso il numero di positivi era fermo a 65. Sicuramente nel bollettino di questa settimana sarà destinato ad aumentare». Nell’area tra Casarano, Matino e Parabita il numero di contagi inizia a preoccupare. Negli ultimi giorni si conterebbero circa 300 positivi: il dato certo sarà diffuso nel bollettino di oggi pomeriggio. Nei giorni scorsi, proprio a causa dell’aumentare dei contagi, il primo cittadino di Parabita, Stefano Prete, ha firmato quattro ordinanze con le quali sono stati chiusi due plessi scolastici, sono stati vietati gli stazionamenti nelle piazze del paese, sono stati posti dei paletti allo svolgimento del mercato settimanale e sono stati vietati le visite e i cortei funebri. Sempre nei giorni scorsi, inoltre, è emersa la presenza di un focolaio nella casa di riposo «Euroitalia» di Casarano, con una trentina di persone contagiate tra pazienti e operatori.

Quasi 200 contagiati a Manduria e scoppia il focolaio alla Rsa Villa Argento. Quaranta anziani positivi al coronavirus, pericolo per gli altri ricoverati. La Voce di Manduria venerdì 18 dicembre 2020. Ancora in crescita il numero dei manduriani contagiati dal Covid. L’ultima rilevazione comunicata dalla Prefettura di Taranto al sindaco Gregorio Pecoraro, aggiornata al 15 dicembre, indica 192 cittadini con esito positivo al tampone. Brutte notizie anche dalla residenza sanitaria Villa Argento di Manduria dove è esploso un focolaio che ha contagiato sinora quaranta anziani pazienti e tre infermieri. Il personale sanitario della struttura che dall’inizio della pandemia si era blindata impedendo qualsiasi ingresso se non quello del personale e fornitori, sta seguendo direttamente l’evolversi della malattia virale trasferendo i casi più gravi nell’ospedale cittadino, il Giannuzzi, dove nei giorni scorsi tre anziani pazienti sono deceduti. Il focolaio è tenuto sotto stretta osservazione anche dal personale del Dipartimento di prevenzione della che ha avviato un piano per monitorare l’avanzato del virus attraverso un calendario di esami con il tampone oro faringeo. La residenza per anziani Villa Argento ospita circa 140 persone quasi tutti ultraottantenni, alcuni con patologie gravi. Per questo si teme che la diffusione del virus possa espandersi con conseguenze inimmaginabili. Il focolaio è partito circa un mese fa con il contagio di tre ospiti e nove dipendenti che nel frattempo si sono negativizzati. Il virus però ha continuato a circolare negli ambienti dello stabile situato sulla via per Lecce.

Covid: focolaio nell'rsa Villa Argento a Manduria. Annamaria Rosato su Telenorba venerdì 18 dicembre 2020. Un altro focolaio in una rsa della provincia di Taranto. Si tratta della residenza sanitaria Villa Argento di Manduria. Sarebbero una 40ina i pazienti contagiati e 3 infermieri. Alcune persone sarebbero state trasportate all’ospedale Giannuzzi. Il focolaio e’ sotto stretta osservazione anche del personale del dipartimento di prevenzione della Asl. La residenza per anziani Villa Argento ospita circa 140 persone quasi tutti ultraottantenni, alcuni con patologie gravi. Per questo si teme che la diffusione del virus possa espandersi con gravi conseguenze.

Casa di riposo di Bitonto assediata dal virus: maxi focolaio con 106 positivi. Gli operatori per tirare su il morale agli ospiti ballano Jerusalema. Numeri da paura: 86 positivi tra gli ospiti, 20 tra i dipendenti. Enrica D'Acciò su La Gazzetta del Mezzogiorno il 23 Gennaio 2021. La paura e la rabbia ma anche la dedizione al lavoro e la preghiera. Così si combatte nella Villa Giovanni XXIII, la residenza per anziani travolta dal Covid. Il mini-focolaio, accertato nei giorni scorsi grazie ad uno screening di routine con tamponi rapidi, è esploso giovedì in un maxi-focolaio: i tamponi molecolari, eseguiti due giorni fa dalla Asl, hanno fatto emergere 86 casi positivi fra gli anziani ospiti e 20 fra il personale socio- sanitario. Un solo anziano, 96enne, già provato da altre patologie, è stato ricoverato in ospedale. Gli altri anziani ospiti sono tutti asintomatici o con sintomi lievi e sono stati trasferiti nel reparto Covid allestito nella stessa struttura. Visto il galoppante numero dei casi, un’intera palazzina è stata dedicata ai malati Covid, isolati dai restanti ospiti, una 50ina in tutto. Misure di contenimento anche per il personale, tutto asintomatico. Solo alcuni di loro sono a casa, altri hanno preferito rimanere nella struttura, grazie anche alla foresteria allestita per l’occasione, così da evitare il contatto con i familiari, a casa, ma anche per garantire la massima disponibilità e la massima assistenza agli ospiti ammalati. Spiega a riguardo Nicola Castro, direttore generale di Villa Giovanni XXIII: «Il personale è tutto in servizio, abbiamo assunto 3 operatori socio-sanitari per sostituire chi è in malattia e aspettiamo, a breve, la disponibilità dalla Asl di altri operatori e altre unità lavorative per garantire la massima assistenza ai nostri anziani ospiti ed evitare così situazioni di carenza di personale. Stiamo seguendo, come sempre abbiamo fatto, la linea della massima precauzione, in constante contatto con tutti i medici di medicina generale, con il personale dell’Usca, l’unità speciale di continuità assistenziale. Agli anziani risultati positivi stiamo somministrando le terapie previste. Nessuno è abbandonato a se stesso». La paura e le preoccupazione delle famiglie, però, si fanno sentire: «Ci stanno bombardando di telefonate, per sapere qual è la situazione. Ai familiari possono solo dire di stare tranquilli, di continuare ad aver fiducia in noi, ad affidarsi alle cure che sempre abbiamo garantito ai loro cari». A riguardo, Castro si dice: «Moralmente sereno. In un anno abbiamo fatto di tutto e di più per tenere fuori il contagio». Visite vietate per mesi, e poi concesse solo a distanza e dietro un vetro, nonostante le ire dei familiari. Tamponi rapidi per tutto il personale ogni 15 giorni. Blocco dei ricoveri nel centro diurno e nella residenza sanitaria. «Abbiamo fatto anche molto più di quello che ci era richiesto, con un investimento economico non indifferente, con le massime precauzioni, sempre. Aspettavamo i vaccini, eravamo vicini alla meta, ma le cose sono andate diversamente». Cercare di ricostruire come il virus sia entrato nella Villa Giovanni XXIII «È un esercizio diabolico ma, di sicuro, i comportamenti sconsiderati di tanti bitontini, durante le vacanze di Natale, non hanno aiutato. Villa Giovanni XXIII non è un’isola e l’aumento dei contagi in città era un dato che guardavamo con allarme». Fra 10 giorni, l’Azienda sanitaria locale provvederà a sottoporre nuovamente a tampone personale e ospiti per capire come evolve il contagio. Fino ad allora, dice il direttore «possiamo solo affidarci alla fede e alle preghiere dei tanti, sacerdoti, familiari, comuni cittadini, che ci stanno inviando le loro benedizioni: una carezza di solidarietà e amore che non dimenticheremo». Intanto gli operatori della Rsa per tirare su il morale agli ospiti positivi al Covid 19 hanno deciso di improvvisarsi ballerini, ballando, bardati con le tute e le mascherine, sulle note di Jerusalema. Il video è stato postato su Facebook. "Noi non molliamo. In questi momenti difficili in area Covid, con la stanchezza che ci assale, proviamo a darci coraggio e a trasmettere un pizzico di serenità ai nostri ospiti", hanno pubblicato sui social network gli operatori sanitari in servizio nella Fondazione "Villa Giovanni XXIII" di Bitonto.

Varazze, anziani maltrattati: schiaffi e insulti, tre operatrici di una Rsa in arresto. Le immagini sconvolgenti. Libero Quotidiano il 25 gennaio 2021. Tre operatrici socio-sanitarie di una residenza per anziani di Varazze, in provincia di Savona, sono state arrestate dalla Guardia di Finanza con l'accusa di violenza e maltrattamenti nei confronti di più ospiti della struttura. Le donne, tutte italiane di 48, 58 e 64 anni, si trovano ai domiciliari. Dalle indagini sono emersi bruschi strattonamenti dei pazienti durante le operazioni di pulizia personale e cambio degli abiti, fino ad arrivare a veri e propri schiaffi, accompagnati da insulti, minacce e imprecazioni proferiti dalle tre operatrici, cui corrispondono grida di dolore, pianti e implorazioni delle vittime. 

Paolo Cittadini per lastampa.it il 25 gennaio 2021. Avrebbe somministrato medicinali a due pazienti Covid provocandone la morte. Omicidio volontario è l'accusa che la procura di Brescia (il fascicolo è in mano al pm Federica Ceschi) muove nei confronti del 47enne primario del pronto soccorso di Montichiari (Brescia). Il medico si trova ora ai domiciliari dopo essere stato raggiunto da una misura cautelare emessa dal gip convinto del fatto che il primario potesse reiterare il reato. Per gli inquirenti, le indagini sono state affidate ai Nas, avrebbe somministrato un farmaco ad effetto anestetico e bloccante neuromuscolare che ha portato alla morte dei due pazienti avvenuta nel corso della prima ondata della pandemia, alla fine dello scorso marzo. Nei mesi successivi Nas e procura si erano messi al lavoro per fare luce su alcuni decessi avvenuti nel pronto soccorso di Montichiari. Analizzando le cartelle cliniche dei pazienti venuti a mancare si era così scoperto che le loro condizioni si erano aggravate improvvisamente. Tre salme erano state riesumate per essere sottoposte ad autopsia ed esami tossicologici. Nei tessuti e negli organi di  uno era stata riscontrata presenza di un farmaco anestetico e miorilassante comunemente usato nelle procedure di intubazione e sedazione del malato che, se utilizzato al di fuori di specifici procedure e dosaggi, può determinare la morte del paziente. La somministrazione di quel farmaco non era però stata registrata nella cartella clinica del malato. Da qui la decisione indagare il medico anche per falso in atto pubblico.

Da brescia.corriere.it il 26 gennaio 2021. Farmaci letali a due pazienti in modo da liberare posti per altri malati che ne avevano bisogno. È questa l’accusa che emergerebbe dall’intercettazione di alcuni messaggi WhatsApp tra un infermiere del Pronto soccorso di Montichiari e un collega. «Io non ci sto ad uccidere pazienti solo perché vuole liberare dei letti». È quello che scrive un infermiere che lavora a Montichiari, l’ospedale dove il primario del Pronto soccorso, Carlo Mosca, è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario: secondo gli inquirenti avrebbe somministrato farmaci letali a pazienti affetti da Covid. «Io non ci sto, questo è pazzo» risponde il collega parlando della decisione del medico di far preparare i due farmaci che solitamente si utilizzano prima di intubare un paziente. «Anche a voi ha chiesto di somministrare i farmaci senza intubarli? Io non ci sto a uccidere questi solo perché vuole liberare i letti». Sono messaggi agli atti dell’ordinanza con cui il giudice di Brescia ha disposto l’ordinanza di custodia cautelare di Carlo Mosca. Il dottor Mosca è il primario facente funzioni del Pronto soccorso di Montichiari (Brescia) — appena sospeso dal servizio dalla sua Asst — arrestato e posto ai domiciliari dai Carabinieri del Nas: è sospettato di omicidio, l’accusa è che avrebbe intenzionalmente somministrato a pazienti affetti dal Covid-19 farmaci ad effetto anestetico e bloccante neuromuscolare, causando la morte di due di loro — un paziente di 61 anni e uno di 80 — durante la prima ondata pandemica iniziata a fine febbraio 2020. L’uomo — che lo scorso giugno, in una intervista al Corriere, parlava della sua esperienza con i pazienti Covid al Pronto soccorso di Montichiari — è ai domiciliari. I militari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Brescia. Le indagini hanno consentito di analizzare le cartelle cliniche di numerosi pazienti deceduti in quel periodo per Covid-19, riscontrando in alcuni casi «un repentino, e non facilmente spiegabile, aggravamento delle condizioni di salute». Tre salme sono state esumate per essere sottoposte a indagini di natura autoptica e tossicologica. «Il quadro accusatorio ipotizzato dagli esiti del procedimento penale e le fonti di prova che documentano la condotta criminosa del medico, sostanzialmente consistita nel somministrare a pazienti «Covid» medicinali idonei a provocare una letale depressione respiratoria, hanno rafforzato l’esigenza, condivisa dal Gip di Brescia, di disporre la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del sanitario al fine di scongiurare il pericolo di reiterazione dei reati e di inquinamento probatorio», concludono i carabinieri. La Procura di Brescia ha individuato due professionisti veneti come consulenti tecnici per approfondire l’indagine sulle due salme riesumate per l’inchiesta a carico del dottor Carlo Mosca. Si tratta del medico legale veneziano Antonello Cirnelli, consulente in molte inchieste delle procure del Nordest, e della dottoressa Donata Favretto, chimica, responsabile del laboratorio di medicina legale dell’Università di Padova. Le indagini hanno rilevato presenza di farmaci anestetici miorilassanti comunemente usati nelle procedure di intubazione e sedazione, si tratta di sostanze che se utilizzate al di fuori di specifici procedure e dosaggi, possono determinare la morte del paziente. Compito dei due professionisti veneti è stabilire il nesso di causa-effetto tra i farmaci e la causa del decesso di due pazienti. L’Asst Spedali Civili, che ha sospeso dal servizio il medico di Montichiari Carlo Mosca, «collabora con la Procura, che sta conducendo le indagini, nell’auspicio che rapidamente vengano chiariti i fatti». L’ex responsabile del Pronto soccorso di Montichiari sapeva delle indagini dato che aveva avuto la possibilità di nominare un proprio consulente in occasione delle riesumazioni dei cadaveri. E si difende dalle accuse dicendo: «Nego di aver somministrato quei farmaci» spiega attraverso i legali Elena Frigo e Michele Bontempi. Per lui non è ancora stato fissato l’interrogatorio di garanzia. «Speriamo possa parlare prima possibile e — aggiungono i difensori — chiarire la sua posizione». Per il giudice, che ha disposto i domiciliari, l’accusa è circostanziata: «Mosca non poteva non sapere, in forza della sua specializzazione e delle sue competenze, che né il Propofol né, a maggior ragione, la Succinilcolina erano contemplati dai protocolli di sedazione in materia di terapia del dolore». Il sindaco di Montichiari non esprime «alcun giudizio, anche perché — dice il primo cittadino Marco Togni — non sono medico». Come a sottolineare che la vicenda potrebbe essere più complessa di quanto appaia in prima battuta. «Conosco però il grande lavoro svolto da tutti i medici e dal personale infermieristico, Asa e Oss dell’ospedale di Montichiari che dallo scorso marzo, quando la pandemia ha colto impreparato il mondo intero, si sono prodigati con turni di lavoro massacranti per salvare vite umane e tra questi, per primi, gli operatori del Pronto soccorso» ha continuato il sindaco Marco Togni. «Certamente il reato ipotizzato è molto grave e comporta provvedimenti precauzionali» scrive l’Ordine dei Medici di Brescia. Ma «si tratta di un’indagine, non di una sentenza passata in giudicato». E quindi è «pur sempre un’ipotesi di reato». L’Ordine stigmatizza il fatto che si sia già dipinto il dottor Carlo Mosca come colpevole. «E se le accuse si dimostrassero infondate?» Se invece verranno confermate, «severissimi saranno i provvedimenti ordinistici definitivi» conclude l’Ordine.

Medico arrestato a Montichiari, parla la moglie di uno dei pazienti morti. Notizie.it il 27/01/2021. Parla la moglie di uno dei pazienti di Carlo Mosca, medico di Montichiari accusato di aver ucciso due persone ricoverate per liberare i posti letto. “Quando me lo hanno detto è come se il mio Angelo fosse morto un’altra volta”, sono queste le parole della moglie di Angelo Paletti, uno dei due pazienti del dottor Carlo Mosca, primario del pronto soccorso dell’ospedale di Montichiari accusato di aver somministrato volontariamente dei farmaci letali a due uomini ricoverati al fine di liberare posti letto all’interno del reparto. Secondo l’accusa il primario sarebbe colpevole di omicidio volontario e falso in atto pubblico, ma Mosca continua a negare i reati a lui imputati. Intervistata dal quotidiano La Stampa, la signora Emilia Paletti ha raccontato le ultime drammatiche ore di vita del marito, fino a quando non le è stato comunicato il decesso: “Angelo faceva fatica a respirare. Lo chiamavo e nemmeno mi rispondeva. Ero spaventata. Non sapevo che fosse Covid, Ho chiamato l’ambulanza. Lo hanno portato all’ospedale di Montichiari. Non l’ho più mai visto né sentito. Due ore dopo mi hanno telefonato dall’ospedale dicendo che era morto”. Tutto ciò accadeva a marzo, nel pieno della prima ondata della pandemia, che nel solo comune di Isorella – dove i due coniugi vivevano – ha causato 31 morti. Ad aprile del 2020 arriva però una denuncia nei confronti del primario da parte di un infermiere della struttura ed è nel maggio seguente che la Procura di Brescia autorizza la riesumazione dei corpi dei due pazienti del dottor Mosca per poter effettuare l’autopsia. Esaminando il corpo di Paletti, gli anatomopatologi hanno trovato tracce ingenti di Propofol, un farmaco usato nel caso in cui un paziente debba essere intubato. Nell’intervista, l’anziana donna è comprensibilmente ancora scossa per la perdita del marito e non risparmia i sentimenti di rabbia nei confronti del primario: “Glielo darei io il veleno a quel medico matto. Anzi, poteva prenderlo lui se stava così male, se non sopportava più quello che vedeva ogni giorno in ospedale. […] Non ammazzare altre persone”. La signora Emilia lamenta inoltre di non aver mai ricevuto un contatto dalle autorità sanitarie dell’ospedale dopo la morte del marito, nemmeno una volta avviate le indagini: “Dopo che mi hanno telefonato per dirmi che Angelo era morto, quelli dell’ospedale di Montichiari non si sono fatti più sentire. Né quando lo hanno tirati su dalla tomba né adesso che si è scoperta questa cosa, nemmeno una telefonata mi hanno fatto”.

C.Gu. per "il Messaggero" il 26 gennaio 2021. Chi era davvero il dottor Carlo Mosca? Dipende dal periodo. Un medico competente e una persona premurosa, si legge nella sezione Opinione dei pazienti dell' ospedale di Montichiari di qualche anno fa. C'è la degente che, ingessata per una frattura, esprime la sua gratitudine: «Un sentito ringraziamento al dott. Carlo Mosca per l' assistenza, la sua gentilezza umana e il suo tatto che mi hanno rincuorata». La vita professionale del dottore procedeva bene. Originario di Cremona, Mosca era approdato agli Spedali di Brescia prima come studente e poi come medico, lavorando da subito in pronto soccorso. Dopo un passaggio a Mantova, nel 2017 è entrato all' ospedale di Montichiari e assunto nel 2018. Ma è arrivato il Covid ed è cambiato tutto. Mosca e i colleghi si sono trovati ad affrontare un' ondata inimmaginabile. La struttura, scrive il gip nell' ordinanza, «era sotto l' assedio della pandemia, tutto scarseggiava, dalle maschere e i caschi per l' ossigeno, ai macchinari più sofisticati per mantenere in vita i pazienti». Il primario e la sua equipe diventano gli angeli della prima ondata, gestiscono quasi 600 pazienti Covid. E lui, in un' intervista al Corriere della sera, raccontava che ogni giorno era una battaglia «per cercare di salvare più vite possibili». Così, tra turni saltati e videochiamate alla figlia di sette anni che gli chiede «papà, quando torni a casa?», si giunge a marzo. Il dottore perde la testa, il primo a rivelare l' abisso è un infermiere che lo denuncia e fa partire l' inchiesta. Riferisce di una telefonata di Mosca che gli ordina di somministrare a un paziente in serie difficoltà respiratorie due fiale di succinilcolina, ma lui si rifiuta e altrettanto fa il medico di turno la notte tra il 18 e il 19 marzo: senza intubazione, il malato sarebbe morto soffocato. A questi episodi ne seguono altri, fino ai quattro letali su cui indaga la procura che ha disposto la riesumazione delle salme: uno il 20 marzo, un altro il giorno successivo, due decessi il 22 marzo. Per il giudice, «Mosca non poteva non sapere, in forza della sua specializzazione e delle sue competenze, che né il propofol né, a maggior ragione, la succinilcolina erano contemplati dai protocolli di sedazione in materia di terapia del dolore». A questo punto la trasformazione del medico è completa: il compassionevole dottor Mosca entra in aperto conflitto con gli infermieri che si rifiutano di somministrare i farmaci, litigano con lui, «sono in disaccordo con i suoi disinvolti metodi» e lui fa da sé. La mattina del 23 marzo, giorno successivo alla morte di Paletti, un infermiere scatta la foto di due fiale vuote di porpofol e succinilcolina nel cestino dei rifiuti speciali e quella notte nessun paziente è stato intubato: «Deve dedursene che si trattasse proprio dei resti dei preparati iniettati a Paletti, deceduto poche ore prima», rileva il giudice. La situazione in reparto è fuori controllo. Riferisce un altro operatore sanitario: «Ho avuto una discussione con il dottor Mosca perché mi ha fatto capire che voleva accompagnare un malato al decesso». Ormai in ospedale è Mosca contro tutti. Quando scattano le convocazioni degli infermieri da parte dei carabinieri il primario si attiva per scoprire dove puntano le indagini, «avvicina membri del personale per concordare una versione di comodo della vicenda, istigandoli a dichiarare il falso». Una delle motivazioni delle esigenze cautelari è l' inquinamento probatorio, «vi è il concreto pericolo che induca gli infermieri e gli operatori sanitari a lui subordinati a ritrattare o a nascondere ulteriori particolari rilevanti ai fini dell' indagine». E poi c' è concreto il rischio di reiterazione del reato. I primi mesi di pandemia hanno spezzato i nervi di Mosca. «A casa avevo una bambina di sette anni che il distacco l' ha sofferto. Nelle telefonate ha raccontato stanchezza e ansia emergevano, all' inizio c' erano anche degli sfoghi». Il pensiero era sempre «all' ospedale, ai pazienti, al da farsi», tanto che al ritorno a casa a emergenza passata aveva spiegato che gli ronzava ancora nella testa il fischio dell' ossigeno delle tubazioni dei pazienti in terapia intensiva: «Lo sento ancora anche adesso che è tutto spento». Con la seconda ondata in atto, l' equilibrio precario di Mosca era sul punto di spezzarsi di nuovo. Dalle ultime intercettazioni emerge infatti il ritratto del primario «come quello di un soggetto in preda a un forte stress, originato anche dal dover fronteggiare nuovamente il crescente afflusso di casi di Covid».

Avrebbe provocato la morte di due pazienti covid-positivi. Chi è il medico Carlo Mosca, da eroe della prima ondata all’accusa di omicidio volontario. Redazione su Il Riformista il 25 Gennaio 2021. Farmaci dall’effetto anestetico e miobloccante dati intenzionalmente a pazienti Covid tanto da procurare la morte di due di loro, di 61 e 80 anni. È l’accusa che ha portato all’arresto di Carlo Mosca, primario facente funzioni del pronto soccorso all’ospedale di Montichiari, in provincia di Brescia. Avrebbe agito con il duplice motivo di liberare posti letto e allentare la pressione del reparto, secondo le testimonianze raccolte tra il personale sanitario. Il medico, ora ai domiciliari, deve rispondere delle accuse di omicidio volontario e falso in atto pubblico. I fatti risalgono allo scorso marzo, quando la prima ondata pandemica aveva intasato le strutture ospedaliere, alle prese con un nemico nuovo e sconosciuto. Le indagini, partite da alcune morti sospette dopo inspiegabili aggravamenti delle condizioni di salute dei pazienti, hanno portato oggi al fermo del dottore. Si trova agli arresti domiciliari, perché il gip ha rilevato il rischio di inquinamento delle prove e quello di reiterazione del reato. Mosca, intanto, avrebbe preso atto delle indagini di cui era già a conoscenza. In particolare, sono stati gli esami autoptici e tossicologici a far emergere, all’interno di tessuti e organi delle salme riesumate, tracce di un farmaco anestetico e miorilassante comunemente usato nelle procedure di intubazione e sedazione ma che, se utilizzato fuori da specifici dosaggi e procedure, può portare alla morte. Di questi farmaci però non ci sarebbero tracce nelle cartelle cliniche delle vittime, come invece avviene per i pazienti poi effettivamente intubati, cosa che avrebbe portato a ipotizzare la volontarietà del gesto. Originario di Cremona, Mosca era arrivato agli Spedali di Brescia – struttura a cui è collegato l’ospedale di Montichiari – prima come studente e poi come medico, lavorando da subito in pronto soccorso. Dopo un passaggio a Mantova, nel 2017 era rientrato nell’ospedale del bresciano venendo assunto nel 2018. Qui era diventato uno degli ‘eroi’ della prima ondata, gestendo con il personale locale, quasi 600 pazienti Covid. “Ho appreso la notizia ma al momento non posso esprimere alcun giudizio anche perché non sono medico. Conosco però il grande lavoro svolto da tutti i medici e dal personale infermieristico, Asa e Oss dell’ospedale di Montichiari che dallo scorso marzo, quando la pandemia ha colto impreparato il mondo intero, si sono prodigati con turni di lavoro massacranti per salvare vite umane e, tra questi, per primi, gli operatori del pronto soccorso”, ha ricordato il sindaco di Montichiari, Marco Togni. In un’intervista rilasciata lo scorso giugno al Corriere della Sera, Mosca aveva ricordato il periodo di massima criticità vissuto durante la prima ondata del coronavirus: “A casa avevo una bambina di sette anni che il distacco l’ha sofferto. Nelle telefonate stanchezza e ansia emergevano, all’inizio c’erano anche degli sfoghi”. Un mese difficile quello dello scorso marzo quando l’obiettivo era quello di lavorare “per cercare di salvare più vite possibili”. A emergenza passata, durante il periodo estivo, aveva ammesso come sentisse ancora il fischio dell’ossigeno delle tubazioni dei pazienti in terapia intensiva: “Lo sento ancora – aveva detto -, anche adesso che è tutto spento”.

Da huffingtonpost.it il 29 dicembre 2020. Il suo volto è diventato un simbolo della campagna vaccinale contro il covid e i no-vax l’hanno adesso presa di mira sui social. “Ora vediamo quando muori” si legge in uno dei commenti rivolti a Claudia Alivernini, l’infermiera 29enne dello Spallanzani di Roma, prima vaccinata in Italia contro il coronavirus. Prima dell’iniezione, Alivernini aveva bloccato i suoi profili social per tutelarsi, ma gli attacchi sono comunque arrivati sui profili istituzionali che diffondevano la notizia della vaccinazione. Su Instagram sono apparsi due profili fake a suo nome.

Si legge sul Messaggero: Chi la conosce bene sa quanto sia rimasta scioccata, chiedendone subito la rimozione. L’infermiera che ha accettato di sottoporsi al vaccino «con profondo orgoglio e grande senso di responsabilità», ribadendo di «credere nella scienza», sta valutando in queste ore di denunciare l’accaduto alla polizia postale, probabilmente lo farà già questa mattina. Il reato paventato è quello di furto di identità, senza contare le eventuali minacce.

Clarida Salvatori per il Corriere della Sera il 30 dicembre 2020. «Davvero mi insultano sui social perché ho fatto il vaccino?»: Claudia Alivernini, infermiera 29enne del reparto di Malattie infettive dello Spallanzani, incredula chiede agli amici. Lei che alla vigilia dell' ufficializzazione del suo nome come prima vaccinata d' Italia, si era cancellata da tutti i social network per evitare pressioni e contatti indesiderati. Eppure dopo il V-day di domenica, il livore dei messaggi dei no vax si è riversato contro di lei e contro l' Istituto nazionale per le malattie infettive di Roma. Prendendo letteralmente d' assalto i profili social istituzionali. Lei, con la discrezione che la contraddistingue, si è trincerata nel silenzio. A parlare è il direttore sanitario, Francesco Vaia, dal suo profilo Facebook: «Ho incontrato Claudia per incoraggiarla dopo le fake news e gli attacchi. Non ce n' è stato bisogno. Claudia sta bene, come tutti gli altri vaccinati, è di ottimo umore ed è sempre più convinta della sua scelta».

I commenti più sgradevoli sono quelli che le augurano reazioni avverse e la morte.

«Perché si tiene il braccio in quel modo? Fra 3, 2, 1...», «Questo non è il giorno dell' inizio, è il giorno della bella inc...», «Eroe di cosa? Ora si aspetta gli effetti indesiderati». Qualcuno si sconvolge persino per il messaggio che Claudia ha voluto mandare al Paese, ovvero che fare il vaccino sia un atto d' amore: «Vada ad ingozzarsi di panettone perché a lei che frega se c' è gente che muore. Egoista», o «Cosa non si fa per la fama». Ma a essere ricoperto di insulti è lo Spallanzani tutto. E i contrari all' antidoto al coronavirus attaccano con termini non proprio eleganti. «Bisognava per forza farne un film?», «Siete ridicoli, dovete fare spettacolo per invogliare, spero che la gente non si vaccini», «Povera ragazza», «Perché non l' hanno fatto per primi i politici visto che si parano sempre il c...», e ancora «Le cavie umane» o «Come stanno i volontari che avete pagato 700 euro per partecipare al test sul vaccino?». C' è persino chi si lancia in teorie sull' obbligatorietà dell' inoculazione: «Ci dicono che non è obbligatorio, ma se poi non lo fai non ti fanno andare da nessuna parte. Ditemi se non è dittatura». Le reazioni di questo tono sono comunque una minoranza. La maggior parte dei commenti è infatti in difesa di Claudia e del centro di eccellenza che combatte il Covid. Uno su tutti: «Siete un orgoglio. Avete brillato in mezzo a tutto questo buio». Allo Spallanzani e ai suoi operatori è giunta la solidarietà del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, come dell' assessore regionale alla Sanità, Alessio D' Amato: «Claudia è la prima vaccinata in Italia contro il Covid. È stata travolta da messaggi e attacchi no vax. Il suo sorriso ci ha raccontato una storia di forza e speranza. Una professionista che ha combattuto il Covid, come tante e tanti giovani che si sono trovati in prima linea. Chi la sta minacciando dovrebbe vergognarsi. Siamo con te Claudia e con tutto il personale sanitario che ha lottato in questi mesi! Un grande abbraccio».

Articolo 32 della Costituzione.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Mirabelli: “Vaccino può essere reso obbligatorio con decreto legge”. Notizie.it il 30/12/2020. Il vaccino anti coronavirus può essere reso obbligatorio con un decreto legge: lo ha chiarito il giurista Cesare Mirabelli. Il giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha spiegato che per rendere obbligatorio il vaccino anti Covid è possibile adottare una decreto legge che il Parlamento dovrà convertire in legge entro sessanta giorni. Intervistato dal Messaggero, l’esperto ha ribadito come la Costituzione italiana ammette i trattamenti sanitari obbligatori che devono però essere adeguatamente giustificati e disposti con un’apposita legge. Per procedere con tempi ristretti, ha continuato, il governo ha a disposizione lo strumento del decreto legge che poi dovrà essere convertito in legge dalla Camera e dal Senato. “Abbiamo altre esperienze di obbligo di vaccinazione che hanno portato alla sconfitta di malattie gravi per l’individuo e per la comunità, basti pensare al vaiolo e alla poliomielite“, ha aggiunto. Se si decidesse di agire in questo modo, la legge dovrà essere precisa, perimetrata al caso Covid-19 e non generica. Se poi nell’immediato dovesse emergere un’adesione spontanea e si arrivasse all’immunità di gregge, cadrebbe l’obbligatorietà. Inoltre qualora il vaccino dovesse produrre ad un soggetto effetti collaterali dannosi, “questo può essere inteso come un sacrificio che viene imposto, un rischio per il bene della collettività“. Occorre dunque che chi subisce un danno sia indennizzato: nell’interesse della comunità deve avere un ristoro. Mirabelli è anche intervenuto sulla possibilità da parte del datore di lavoro di licenziare un dipendente che rifiuti di sottoporsi al vaccino, spiegando che se l’obbligatorietà non è stabilita dalla legge non può essere imposta da poteri privati. “Potrà nella propria organizzazione, per tutelare altri dipendenti, collocare diversamente il lavoratore“, ha chiarito.

Da huffingtonpost.it il 29 dicembre 2020. Per un dipendente che rifiuta di vaccinarsi contro il Covid si può arrivare al licenziamento: a sostenerlo è il professor Pietro Ichino, giurista esperto di diritto del lavoro, che in un’intervista al Corriere della Sera, ha sottolineato che non solo si può rendere obbligatorio il vaccino, “ma in molte situazione è previsto”. “L’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure suggerite da scienza ed esperienza, necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica delle persone che lavorano in azienda, il loro benessere”, ha ricordato l’ex senatore Pd e deputato di Scelta civica. Quindi il datore di lavoro non solo può imporlo, aggiunge Ichino, “ma deve farlo”. “Ovviamente se è ragionevole”, ha precisato, “in questo momento non lo sarebbe, perché non è ancora possibile vaccinarsi. Ma, via via che la vaccinazione sarà ottenibile per determinate categorie - per esempio i medici e gli infermieri - diventerà ragionevole imporre questa misura, finché l’epidemia di Covid sarà in corso”, chiarisce Ichino. A suo dire, “chiunque potrà rifiutare la vaccinazione; ma se questo metterà a rischio la salute di altre persone, il rifiuto costituirà un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro”. Quindi, o ti vaccini o ti licenzio? “Sì. Perché la protezione del tuo interesse alla prosecuzione del rapporto cede di fronte alla protezione della salute altrui”.

Inchiesta dell’Ordine su medici negazionisti e No Vax. La pandemia fa strage tra gli operatori sanitari: quasi 90mila contagi e 273 medici morti. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Dicembre 2020. Dall’inizio della pandemia su 2.019.660 casi di contagio da Coronavirus avvenuti in Italia, 89.879 hanno riguardato gli operatori sanitari. Sempre in prima linea per combattere contro il nemico invisibile, sono anche quelli più esposti e a rischio e che non possono esimersi dal lavorare. Per questo motivo in tutta Europa le vaccinazioni sono iniziate proprio da questa categoria della popolazione. Basti pensare che negli ultimi 30 giorni i contagi sono stati oltre 16mila. È quanto rilevano gli ultimi dati della Sorveglianza integrata Covd-19 a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), aggiornati al 27 dicembre. Rispetto agli ultimi 30 giorni, invece, 413.381 sono stati i casi totali di positività diagnosticati nel nostro Paese, di cui 16.923 tra gli operatori sanitari. Secondo altri dati, quelli raccolti dalla Fnomceo e aggiornati al 28 dicembre, sono 273 i medici morti in Italia durante la pandemia. Gli ultimi in ordine di tempo sono Raffaele Antonio Brancadoro, medico ospedaliero in pensione, Leonardo Nargi, ginecologo, e Stefano Simpatico, neurochirurgo. “I nomi dei nostri amici, dei nostri colleghi, messi qui, nero su bianco, fanno un rumore assordante”, è il commento del presidente della Fnomceo, Filippo Anelli. “Così come fa rumore il numero degli operatori sanitari contagiati”. Intanto l’Ordine dei medici di Roma ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di 13 loro colleghi antivaccinisti, scettici o negazionisti del Covid. Si tratta di professionisti che hanno sostenuto sui social network – o addirittura in tv – posizioni volte a sminuire o negare la gravità del Coronavirus come anche l’efficacia del vaccino in tutte le sue forme. Come spiega all’Ansa il presidente Antonio Magi, per 10 di loro il procedimento si è già concluso, mentre per altri tre è ancora in corso. “Si tratta di 10 colleghi che hanno espresso posizioni no vax, e tre invece negazionisti sul Covid”, ha precisato Magi. “La procedura disciplinare è partita dopo che abbiamo ricevuto da cittadini e colleghi degli esposti, corredati da documentazione”. L’iter del procedimento prevede che i medici in questione giustifichino e presentino delle spiegazioni scientifiche a supporto di quanto affermato, che vengono poi valutate da un’apposita commissione dell’Ordine. La commissione, a quel punto, dovrà decidere se procedere con una sanzione o archiviare il caso. “Per alcuni di loro c’è stata l’archiviazione – ha detto Magi – perché si sono pentiti». Per altri, invece, è già scattata la sanzione, «che è andata dalla censura all’ammonimento fino alla sospensione per 1-2 mesi”. Per i tre negazionisti del Covid, invece, il procedimento è ancora aperto. “Uno ha presentato una spiegazione, ma con il Covid i tempi disciplinari si allungano. Per questo tipo di procedimenti serve infatti la convocazione in presenza. Comunque la prima parte dell’iter è stata completata, e credo che per gennaio il nuovo consiglio, che dovrà insediarsi, riuscirà a terminare la procedura”. Ma l’obbligo di vaccino per medici potrebbe essere possibile. Il principio di base dell’ordinamento giuridico “è che ognuno è libero di fare ciò che vuole, a patto di non arrecare danno agli altri. I medici che non vogliono essere vaccinati contro il Covid, possono rimanere liberi di non vaccinarsi ma non possono esporre gli altri a rischio, lavorando a contatto con persone deboli”. Da qui può scattare l’obbligatorietà. In caso contrario “il loro datore di lavoro può non essere obbligato a farli lavorare”. A spiegarlo all’ANSA è Amedeo Santosuosso professore di diritto, scienza e nuove tecnologie presso l’Università degli studi di Pavia. Un principio questo che vale, precisa il giurista, “per tutti coloro che lavorano a contatto con il pubblico, come ad esempio gli insegnanti nella scuola”. La coazione, cioè l’obbligare fisicamente qualcuno dunque è da escludere, ma l’obbligatorietà “può scattare come conseguenza indiretta del non volersi fare vaccinare per una pura questione ideologica. Diverso sarebbe il caso – continua Santosuosso – di una persona che non può sottoporsi a vaccinazione per motivi sanitari. In quel caso il datore di lavoro è obbligato a trovargli un’altra collocazione”.

Ippolito, medici devono vaccinarsi o sospensione da servizio. (ANSA il 29 dicembre 2020) "Tutti gli operatori sanitari, a partire dai medici, devono vaccinarsi contro il Covid e se non vogliono essere vaccinati devono essere sospesi dal servizio perchè, appunto, non possono essere idonei al servizio che svolgono". E' la posizione espressa all'ANSA da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma. Ci sono cioè, sottolinea Ippolito, "delle categorie professionali che devono essere vaccinate assolutamente; questo per proteggere se stessi ma anche gli altri, per i contatti estesi che le stesse categorie devono avere con la popolazione. Chi non lo accetta non può esercitare quelle determinate professioni". Per questo, spiega, "tutti gli operatori sanitari non possono esimersi dall'essere vaccinati, poichè rappresentano fonti di rischio per gli altri". Dinanzi ad un rifiuto della vaccinazione anti-Covid, conclude il direttore scientifico dello Spallanzani, "andrebbero sospesi dal servizio, poichè non idonei al suo svolgimento". (ANSA).

Covid: medico negazionista, Asl gli taglia stipendio. (ANSA il 29 dicembre 2020) Una sanzione disciplinare per aver diffuso sul web teorie negazioniste sulla pandemia. E' quanto ha deciso l'Asl To4 nei confronti di Giuseppe Delicati, medico di famiglia con studio a Borgaro, nel Torinese. In un video il medico sollevava forti dubbi sull'esistenza della pandemia e sull'efficacia del vaccino antinfluenzale, citando fonti non meglio specificate del Pentagono. Dopo l'inchiesta della procura di Ivrea per procurato allarme e la segnalazione all'ordine dei medici, l'Asl ha disposto la sanzione disciplinare che consiste nella riduzione dello stipendio "nella misura del 20% per 5 mesi cinque" a partire dal 31 dicembre.

Valentina Errante per “Il Messaggero” l'1 febbraio 2021. Una legge che consenta ai datori di lavoro di imporre ai dipendenti un trattamento sanitario non c'è. E attualmente il vaccino anti Covid-19 non è obbligatorio. Ma, in attesa che la questione venga normata e definita con chiarezza, il rischio di licenziamento incombe ugualmente sui dipendenti che si rifiutino di sottoporsi alla terapia per l'immunizzazione. A meno che non possano svolgere le proprie mansioni in smart working o essere destinati ad altro incarico, anche inferiore, purché non comporti il contatto con altre persone. L'interruzione del rapporto non sarebbe comunque immediata. Ruota tutto intorno all'articolo 32 del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, che rende il datore responsabile della salute di tutti i dipendenti. E la questione non sembra essere troppo controversa, anche se per le assunzioni e le prestazioni non è previsto, come un tempo, il certificato di sana e robusta costituzione.

L’ESPERTO. A chiarire i termini della questione, è Roberto Pessi, prorettore alla Didattica della Luiss e professore ordinario di Diritto del lavoro. «Il datore di lavoro - spiega - si trova davanti a un problema di responsabilità rispetto agli altri lavoratori. Se un dipendente si rifiutasse di fare il vaccino non potrebbe permanere nei locali con altri, la questione riguarda la responsabilità civile. Ma è chiaro che potrebbe anche sconfinare nel penale. Quindi si potrebbe prevedere che il lavoratore non vaccinato utilizzi lo smart working, sempre che il tipo di mansioni che svolge lo consentano. Oppure dovrebbe essere allontanato, ma sarebbe una sospensione retribuita».

SOSPENSIONE RETRIBUITA. La legge non prevede una sospensione della retribuzione, spiega ancora Pessi: «Sarebbe necessario l'intervento del legislatore per stabilire come procedere in questi casi, prevedendo, ad esempio, un'eventuale imputazione del periodo di sospensione alla cassa integrazione. Oppure considerare la sospensione come una sorta di malattia. A quel punto, però - aggiunge il giuslavorista - ci sarebbe un limite di tempo, dopo il quale il licenziamento è legittimo. Ossia sarebbe come una sopravvenuta invalidità, superiore all'80 per cento, che non consente al dipendente di svolgere le mansioni per le quali è stato assunto. E, dunque, dopo una fase di sospensione, il licenziamento per giusta causa sarebbe previsto dalla legge». Ma per Pessi una modifica normativa è indispensabile, «Anzi, auspico - dice - che venga inserita nel programma del nuovo governo».

SICUREZZA SUL LAVORO. Gli articoli del codice civile che possono mettere in difficoltà i no-vax non sono pochi, c'è anche l'articolo 2087 del codice civile, che obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica dei suoi dipendenti e il loro benessere, o, come ha spiegato ad Agenzia Nova Lavinia Morrico, dello Studio legale lavoro MMBA, il Testo Unico Sicurezza in materia di virus, vaccini e sorveglianza sanitaria, all' articolo 279, prevede che, su conforme parere del medico competente, il datore di lavoro sia obbligato a mettere a disposizione dei lavoratori, che non siano già immuni dall'agente biologico, vaccini efficaci da somministrare a cura di medico competente. Al tempo stesso, nel Testo Unico Sicurezza (articolo 20) sono previsti obblighi a carico del lavoratore che deve collaborare con il datore di lavoro nell'esecuzione della misura, prendendosi cura della salute ma anche di quella di tutti gli altri soggetti presenti sul luogo di lavoro (colleghi o terzi). Quindi per i no-vax le prospettive sono tutt'altro che rosee.

Da corriere.it il 18 febbraio 2021. Mano dura del Vaticano contro i dipendenti che scelgono di non vaccinarsi contro il Covid. La vaccinazione è volontaria ma un decreto del Presidente della Pontificia Commissione dello Stato della Città del Vaticano, cardinale Giuseppe Bertello, prevede per i dipendenti che non fanno il vaccino (che il Vaticano ha messo a disposizione) fino al demansionamento per chi non può farlo per ragioni di salute, con il mantenimento dello stipendio. Per chi si rifiuta «senza comprovate ragioni di salute» ci sono «conseguenze di diverso grado che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro». Il decreto è su Vaticanstate.

M.D. per "Libero quotidiano" il 18 febbraio 2021. Possono esultare i no-vax e, nello stesso tempo, coloro che temono di non riuscire a ricevere in tempo la propria dose di siero anti Covid-19 hanno una speranza in più che l' attesa si abbrevi. In base a una sentenza del tribunale di Messina, medici e infermieri non sono più tenuti a farsi iniettare nulla contro la loro volontà pena la perdita del posto di lavoro. I giudici siciliani hanno stabilito che, non essendo stato introdotto per legge un obbligo vaccinale per il personale sanitario contro il Covid-19, non sussiste nemmeno un obbligo di vaccinazione per il dipendente, anche se impiegato presso strutture sanitarie. Di conseguenza, la mancata vaccinazione non determina l' inidoneità del lavoratore alla mansione.

SOSPESA DALL' AZIENDA. Il caso è solo indirettamente collegato all' antidoto contro il coronavirus, ma riguardava un' infermiera, sospesa dall' azienda ospedaliera per la quale lavorava, in seguito all' applicazione alla lettera del decreto n. 743 del 13 agosto 2020 dell' assessorato regionale della Sicilia che, nel prevedere la somministrazione del vaccino antinfluenzale e antipneumococcico, ovvero, per i soggetti già sottoposti a tale ultimo vaccino, la sola vaccinazione anti Tpa e/o antizoster, recitava testualmente «per la campagna di vaccinazione antinfluenzale 2020/2021, in concomitanza con la pandemia da Covid-19, viene introdotto l' obbligo della vaccinazione antinfluenzale per i medici e personale sanitario, sociosanitario di assistenza, operatori di servizio di strutture di assistenza, anche se volontario. La mancata vaccinazione, non giustificabile da ragioni di tipo medico, comporta l' inidoneità temporanea, per tutto il periodo della campagna, allo svolgimento della mansione lavorativa». Secondo la lavoratrice le norme sulla sicurezza sul lavoro non prevedono l' obbligatorietà della vaccinazione in capo al lavoratore, ma impongono al datore di lavoro la messa a disposizione del vaccino. Secondo l' Assessorato Regionale della Salute, invece, nell' attuale quadro emergenziale, la disposizione regionale sulla vaccinazione obbligatoria degli operatori sanitari rientra nella competenza organizzativa delle Regioni, contribuendo ad alleggerire la pressione sulle strutture sanitarie del S.S.R., a ridurre l' assenteismo degli operatori e ad agevolare la diagnosi differenziale.

COMPETENZA STATALE. Ma con l' ordinanza del 12 dicembre 2020, resa nota solo ieri, il Tribunale di Messina ha cancellato il decreto motivando che l' introduzione dell' obbligo del vaccino non appare «rientrante nella competenza regionale». Solo una legge dello Stato a questo punto potrebbe regolare la questione, vincolando le Regioni a rispettare ogni previsione contenuta nella normativa statale. E forse allora si rispetterebbero i principi sanciti dalla Carta Costituzionale, nonché l' orientamento delineato di recente dalla Corte Costituzionale che ha chiarito che «l' introduzione dell' obbligatorietà per alcune vaccinazioni chiama in causa prevalentemente i principi fondamentali in materia di "tutela della salute", pure attribuiti alla potestà legislativa dello Stato» e aggiunge che deve essere riservato allo Stato «il compito di qualificare come obbligatorio un determinato trattamento sanitario, sulla base dei dati e delle conoscenze medico-scientifiche disponibili».

Da leggo.it il 23 marzo 2021. Ancora scontro sul vaccino ai sanitari. Se non c'è stata vaccinazione non ci può essere lo stipendio: lo ha deciso il giudice di Belluno Anna Travia respingendo le richieste di due infermieri e otto operatori sociosanitari che avevano rifiutato di sottoporsi alla somministrazione della dose lo scorso febbraio e che per questo erano stati sospesi dal lavoro. I dieci sanitari, come riporta il “Corriere del Veneto”, dipendenti di due case di riposo del Bellunese, all'indomani del rifiuto erano stati messi in ferie forzate dalla direzione della rsa e sottoposti alla visita del medico del lavoro. Il medico aveva dichiarato i sanitari «inidonei al servizio» permettendo così che venissero allontanati dalle loro attività senza stipendio. Gli operatori no vax avevano fatto ricorso in Tribunale sostenendo che la Costituzione dà libertà di scelta vaccinale. Il giudice, giudicando «insussistenti» le ragioni dei ricorrenti, ha sancito che «è ampiamente nota l'efficacia del vaccino nell'impedire l'evoluzione negativa della patologia causata dal virus come si evince dal drastico calo dei decessi fra le categorie che hanno potuto usufruire delle dosi, quali il personale sanitario, gli ospiti delle rsa e i cittadini di Israele dove il vaccino è stato somministrato a milioni di individui».

Andrea Pasqualetto per il "Corriere della Sera" il 24 marzo 2021. Avevano detto no al vaccino ed erano stati messi in ferie forzate per due settimane. Hanno fatto ricorso, paventando l'ipotesi della sospensione senza stipendio, ma il giudice del lavoro ha dato loro torto: l'imposizione delle ferie è corretta. Succede tutto nel Bellunese, dove dieci operatori sociosanitari di due case di riposo, che avevano rifiutato Pfizer, sono stati obbligati a rimanere a casa per quattordici giorni con la possibilità di essere sospesi e non pagati nel caso in cui continuino a sottrarsi al vaccino. «La loro permanenza nelle Case di riposo comporterebbe la violazione dell'obbligo che impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica dei suoi dipendenti», scrive il giudice Anna Travia. Quanto al timore di rimanere senza stipendio, il magistrato ha liquidato la cosa come «insussistente» perché non c'è «alcun elemento da cui poter desumere l'intenzione del datore di lavoro di procedere in tal senso o al licenziamento». In realtà, il rischio c'è, come dice lo stesso amministratore della Servizi sociali assistenziali (Sersa), Paolo Santesso, una delle due strutture in questione: «Vediamo cosa succede il 25 marzo, prossimo appuntamento del calendario vaccinale. Se i nostri operatori (sono 8 su 80) dovessero persistere nel rifiuto, considerato che il medico del lavoro li ha giudicati inidonei al servizio di assistenza ai nostri ospiti, verificheremo se c'è la possibilità di impiegarli in altre mansioni e, nel caso non ci fosse, dovremo procedere alla sospensione». La vicenda che ha portato in Tribunale la Sersa e la Sedico Servizi solleva dunque un problema complesso. Da una parte il diritto dei lavoratori di rifiutare il vaccino, dall'altra il dovere del titolare dell'impresa di garantire la sicurezza del luogo di lavoro, dei dipendenti e, nel caso delle Rsa, anche degli ospiti, considerate persone fragili. Da una parte cioè l'articolo 32 della Costituzione, invocato dagli operatori No Vax, secondo cui «nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario», dall'altra l'articolo 2.087 del Codice civile, preteso dall'azienda, che attribuisce all'imprenditore l'obbligo «di adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità dei lavoratori». Il professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, pone un punto fermo: «Per essere obbligatoria, la vaccinazione richiede una legge, non può essere imposta dal datore di lavoro. È dunque escluso innanzitutto il licenziamento». E la sospensione dal lavoro non retribuita? «Non si può sanzionare il lavoratore che non ha commesso alcun illecito. Si può solo organizzare il lavoro in modo da evitare il maggiore rischio di contagiare altri che, a pandemia ancora in corso, può verificarsi, per i non vaccinati». Dal punto di vista del sindacato «il rischio è quello di mettere in crisi le strutture sanitarie che già hanno problemi di organico - spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind che tutela le professioni infermieristiche -. Il provvedimento del giudice di Belluno penalizza i No Vax che saranno spinti a vaccinarsi, altrimenti non mangiano». Va detto che secondo Anaao-Assomed e Fnopi, cioè il maggior sindacato dei medici ospedalieri e la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, ad oggi, in Italia, appena un centinaio di infermieri su un totale di 254 mila, e l'1-2% dei medici ospedalieri (tra 1.140 e 2.280 su un totale di 114.000 attivi) ha rifiutato la vaccinazione anti-Covid.

No-vax sospesi dal lavoro? Una bufala. Gioia Locati il 24 marzo 2021 su Il Giornale. Una notizia diffusa ieri si è rivelata imprecisa. Anzi, è meglio dire: errata. La trovate qui. Si racconta di una decina di dipendenti di due case di riposo del bellunese che si sarebbero rifiutati di vaccinarsi in febbraio e che per questo sono stati sospesi dal lavoro (messi in ferie forzate). Il medico delle due strutture avrebbe stabilito l’ inidoneità al servizio degli operatori sanitari,  “permettendo ai vertici delle case di riposo di allontanarli dal luogo di lavoro, senza stipendio, per impossibilità di svolgere la mansione lavorativa prevista”, così si legge sul Corriere. La cronaca prosegue raccontando che gli operatori sanitari si sono rivolti al giudice “per essere reintegrati nel posto di lavoro rivendicando la libertà di scelta vaccinale prevista dall’ordinamento italiano e dalla Costituzione”. Il giornalista, poi, ci mette del suo lasciando intendere che le sue parole chiariscano maggiormente il verdetto del giudice, eccole: “C’è poco da gridare ai quattro venti che l’autorizzazione ai vaccini è temporanea, che c’è stata poca sperimentazione e che ci sono rischi, il tribunale ha ritenuto insussistenti le ragioni degli operatori no vax”. Quindi l’articolo ricorda che i dipendenti non sono stati licenziati ma solo “sospesi”, “significa che quando cesserà il pericolo per la salute, cioè se si vaccineranno o se la Covid sparirà dalla faccia della terra, potranno essere reintegrati con effetto immediato”. C’è anche una ciliegina – pindarica, perché non c’entra con il resto -: addirittura, secondo gli avvocati delle RSA, “la condotta degli operatori sanitari si può paragonare a mobbing nei confronti degli ospiti delle RSA”. Avete capito bene: gli ospiti anziani sono liberi di vaccinarsi o meno e, secondo questi avvocati, sarebbero mobbizzati dagli operatori che esercitano lo stesso diritto. L’estensore conclude che la sentenza “è destinata a fare da pilota per i prossimi ricorsi” e suggerisce come dovranno comportarsi in futuro i direttori ospedalieri “in mancanza della possibilità di sospendere i no-vax, i direttori generali potranno metterli in reparti isolati dove non saranno in grado di contagiare e contagiarsi”. Ora leggiamo la sentenza qui e cerchiamo le differenze.

Il giudice, Anna Travìa, dopo aver elogiato la bontà dei vaccini e ricordato che al datore di lavoro spetta il dovere di occuparsi della sicurezza dei dipendenti, precisa che i dipendenti hanno diritto a un periodo di ferie retribuito, quindi, leggiamo “ritenuta l’insussistenza del "periculum in mora” (una situazione di pericolo) quanto alla sospensione dal lavoro senza retribuzione e al licenziamento…eccetera eccetera”. Con quelle parole il giudice sottolinea che non vi è pericolo che i dipendenti siano licenziati, per questo ne rigetta il ricorso.

Non è vero che dipendenti sono stati allontanati senza stipendio.

Non è vero che “quando si vaccineranno o sparirà la pandemia” gli operatori potranno tornare a lavorare.

Non è vero che il giudice ha respinto il ricorso degli operatori sanitari perché questi non si erano vaccinati ma perché non vi era alcun rischio che venissero licenziati (praticamente la situazione opposta).

È vero che i dipendenti sono in ferie retribuite.

È vero che il giudice non ha messo in discussione la scelta dei dipendenti di aderire o meno alla vaccinazione.

E se un dipendente sanitario avesse terminato le ferie?

Il giudice non accenna a questa ipotesi. È chiaro che in caso di ferie esaurite vi sarebbe un’altra sentenza visto che si prospetterebbe il “periculum” paventato dal giudice.

Morale: la vaccinazione è un diritto? Sì. E la si può rifiutare? Sì.

Il datore di lavoro non può conoscere lo stato di salute e di malattia di un proprio dipendente (ne violerebbe la privacy), giocoforza non potrebbe neppure sospenderlo lasciandolo senza stipendio come auspicato dal Corriere. Saremmo di fronte, questa volta sì, a mobbing pesante. 

Ricordiamo che tutte le vaccinazioni anti Covid sono proposte alla popolazione. E che il diritto a riceverle non coincide con la costrizione. 

Bari, così chi non si vaccina rischia il licenziamento. Laforgia: «Ma spesso norme e autorità vanno in corto circuito». Rita Schena su La Gazzetta del Mezzogiorno il 07 Marzo 2021. I primi casi già iniziano ad esserci. Personale sanitario che non si è voluto vaccinare e che ha contratto il Covid, magari anche infettando altre persone. Una situazione che a breve si potrebbe riproporre anche per il personale scolastico, dove non pochi hanno rifiutato il vaccino messo a disposizione. Tutte persone che svolgono lavori a responsabilità pubblica. «Come studio Polis alcuni nostri clienti ci hanno chiesto come comportarsi in casi che sicuramente creeranno delle casistiche – spiega l'avvocato Michele Laforgia -, tanto che abbiamo fatto un approfondimento. La domanda che per lo più ci viene posta è: “Come mi comporto se un mio dipendente rifiuta di farsi vaccinare?”. Il problema vero molto italiano è che le norme e le autorità che dovrebbero farle rispettare il più delle volte vanno in corto circuito, con un legislatore sempre in ritardo». Le ipotesi che si potrebbero aprire sono tante e alcune già fanno capolino tra le pagine dei giornali: nel reparto dei Rianimazione dell'ospedale San Paolo un infermiere, che si è rifiutato di farsi vaccinare, ha contratto il virus e sviluppato sintomi pesanti, in contemporanea ad un medico che invece vaccinato ha avuto solo sintomi simil influenzali. Pur non avendo stabilito se il primo avesse contagiato il secondo, le ipotesi sono possibili e anche i dubbi. E se la fonte del contagio fosse il non vaccinato? E se ad andare di mezzo fossero pazienti magari fragili? Come è possibile che un operatore sanitario non coperto dal vaccino fosse ancora al lavoro in un reparto così sensibile? Domande che sono solo le prime, perché ci si può interrogare anche sulla responsabilità civile di una persona che rifiuta un vaccino in un momento così critico e su chi è tenuto a vigilare. «Ho letto la notizia sui giornali, ma naturalmente mi è impossibile fare una valutazione sul caso specifico – sottolinea Laforgia -. Quello che però è ampiamente possibile è analizzare i problemi che si potrebbero avere nel prossimo futuro. Il punto di partenza è normativo: in primo luogo di rango costituzionale, per i doveri di solidarietà che riguardano indistintamente tutti i cittadini a norma dell’art. 2 della Costituzione. È un principio fondamentale della Repubblica. Inoltre, l’art. 20 del Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro previsto dal Dlgs 81/2008 stabilisce che “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro”. Quindi la prevenzione, anche del contagio da Covid 19, non è solo un obbligo del datore di lavoro, ma anche dei lavoratori, a tutela di se stessi e dei terzi. Vale per le regole in vigore per l’emergenza pandemica (protezione delle vie respiratorie e distanziamento), e vale ovviamente per i vaccini, qualora vengano messi a disposizione dei dipendenti». E fin qui tutto chiaro come cornice generale, solo che poi si entra nello specifico. Al momento la possibilità di essere vaccinati è stata offerta agli operatori sanitari, al personale scolastico e alle Forze di Polizia, tutte persone che hanno precisi doveri di cura e contatto con le persone. «Gli insegnanti e, soprattutto, gli operatori sanitari, hanno, oltre un dovere deontologico, un vero e proprio obbligo di protezione nei confronti di chi è loro affidato per ragioni di studio o di salute. Come dice la Cassazione, anche penale, hanno una “posizione di garanzia” nei confronti di studenti e pazienti, oltre che dei colleghi, e rispondono dei danni arrecati con dolo o colpa. Se rifiutano il vaccino espongono a un rischio aggiuntivo se stessi e gli altri e di questo possono essere chiamati a rispondere. La responsabilità, può riguardare anche i terzi, in caso di ulteriore diffusione del contagio fuori dall’ambiente scolastico e ospedaliero, ad esempio fra i familiari. Esiste anche un profilo di responsabilità, civile e penale, a carico dei dirigenti scolastici e sanitari. Perché essi sono a loro volta responsabili della sicurezza dei luoghi di lavoro, avendo il potere, e il dovere, di verificare l’idoneità dei lavoratori a svolgere le proprie mansioni e, in mancanza, destinarli se possibile ad altre funzioni». In pratica se hai un lavoro pubblico e non ti fai vaccinare, uno: puoi doverne rispondere personalmente dei danni arrecati; due: il tuo dirigente può (e deve) spostarti ad altro incarico, dove meno puoi creare problemi di contagio. «In via generale nessuno può essere obbligato a vaccinarsi – spiega l'avvocato Laforgia - perché i vaccini sono un trattamento sanitario che, per principio costituzionale, non può essere imposto se non per legge. Ma la Corte Costituzionale ha affermato – con la sentenza n.137/2019, relatore Cartabia – che in particolari situazioni (e l’emergenza pandemica rientra certamente fra queste) le Regioni possono organizzare la sanità in termini tali da salvaguardare il diritto-dovere del datore di lavoro di garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro. In Puglia, poi, vige uno speciale Regolamento regionale n. 10/2020 recante “disposizioni per l’esecuzione degli obblighi di vaccinazione degli operatori sanitari”, secondo cui chi rifiuta di vaccinarsi deve essere ritenuto “non idoneo all’attività”. E il TAR il 26 novembre scorso ha detto che il Regolamento è legittimo, perché coerente con i doveri del datore di lavoro in tema di salute e sicurezza». Riassumendo: il vaccinarsi è una scelta, ma se non la si rispetta si può incorrere in problemi lavorativi perché il datore di lavoro può decidere si spostare il dipendente ad altro incarico (o anche licenziarlo) e se si trasmette il contagio si può essere chiamati in causa per dolo. Sembra tutto chiaro e semplice. «Purtroppo però nel sistema italiano la semplicità non è di casa. A nostro parere, e in seguito agli approfondimenti fatti come studio legale, almeno gli operatori sanitari devono vaccinarsi, e se non lo fanno, oltre a rischiare sul piano civile e penale, possono essere destinati ad altre mansioni e sottoposti a procedimento disciplinare, sino al licenziamento. Ma ecco una complicazione: il Garante della Privacy ha recentemente affermato che il datore di lavoro non può essere informato dal medico competente né sulla vaccinazione, né sul contagio di un dipendente. E a questo punto il sistema rischia di andare in corto circuito». E quindi qual è la soluzione? «È facile: ci vuole una legge dello Stato che stabilisca chiaramente diritti e doveri. Per garantire i lavoratori, i datori di lavoro e noi. Perché la salute e il lavoro sono beni primari, che vanno garantiti a tutti». In assenza di una legge certa saranno i giudici a dover sbrogliare le matasse, nel momento in cui le prime cause civili e penali dovessero approdare nelle aule di tribunale. «Creando disparità come altre volte è accaduto – mette in evidenza Laforgia -, perché un giudice di Trento può non pensarla come un suo collega barese e arrivare a conclusioni differenti. A farne le spese alla fine sono sempre i cittadini».

Giulio Gavino per "la Stampa" il 4 marzo 2021. «Nessuna conseguenza per chi rifiuta il vaccino». Fin dal primo momento della campagna anti-Covid, varata in Liguria il 7 gennaio con le prime dosi a disposizione dei lavoratori della Sanità, l' Asl 1 Imperiese ha legittimato le scelte dei dipendenti «no-Vax». L' ha fatto con un' informativa dettagliata ai sindacati che ai lavoratori di ospedali e ambulatori, che sono 2600, hanno riferito: «La direzione ha chiarito che c' è assoluta libertà di scelta, senza alcuna conseguenza». Insomma, nessun provvedimento disciplinare e tantomeno «spintarelle» a scegliere il vaccino. Moduli solo statistici Neppure per quelli che in un primo momento avevano detto sì ma che quando era arrivata l' ora di fare l'iniezione avevano optato per un «ma pensiamoci ancora un attimo». E i moduli firmati? «Un semplice dato statistico - avevano risposto Cgil, Cisl e Uil - non vi preoccupate». Il «liberi tutti» deciso dall' Asl Imperiese è tornato d' attualità nel momento in cui l'Inail ha sancito che il contagio sul lavoro è sempre infortunio anche se il dipendente non vuole vaccinarsi (l' importante è che non ci sia dolo). E per una categoria particolarmente esposta come i sanitari non è cosa di poco conto. «Abbiamo preso atto della comunicazione dell' Asl - spiega Tiziano Tomatis, Cgil Funzione Pubblica Imperia - in un primo momento l' adesione dei dipendenti della Sanità del Ponente alla campagna vaccinale è stato tiepido ma con il passare delle settimane i numeri sono saliti». A ieri sono 1600 quelli che hanno acconsentito alla somministrazione, il 61% del totale, che non appare essere un dato particolarmente confortante. Ma secondo fonti vicino all' Asl i «no Vax» titubanti starebbero lentamente scegliendo per la somministrazione, soprattutto con l'ondata pandemica legata alla vicinanza con la Costa Azzurra. Non più in prima linea I più ottimisti ritengono che si possa arrivare al 75% nel giro di qualche mese. E nel frattempo? Nessun provvedimento, libera scelta, ma chi non si è sottoposto al vaccino viene progressivamente allontanato dalla prima linea. Niente di scritto, nessuna disposizione, una gestione più affidata al buonsenso: evitare di alimentare il contagio e al tempo stesso impedire che si possano aprire dei «buchi», per malattia, in quei reparti del Covid Hospital di Sanremo che ha bisogno di tutte le risorse disponibili per combattere il virus.

Francesco Bisozzi per "il Messaggero" il 3 marzo 2021. Medici e infermieri no vax in caso di contagio avranno comunque diritto alla copertura Inail per infortunio sul lavoro. Lo ha stabilito l' ente pubblico dopo aver analizzato il caso del Policlinico San Martino di Genova, dove nei giorni scorsi sono risultati positivi al Covid quindici infermieri che avevano rifiutato il vaccino: il direttore generale della struttura, Salvatore Giuffrida, si era rivolto alla direzione regionale Inail della Liguria proprio per capire quali provvedimenti adottare. Questa settimana la direzione centrale dell' Istituto nazionale per l' assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ha trasmesso una nota con l' istruzione operativa da seguire, sottolineando che il rifiuto di vaccinarsi non comporta l' esclusione dell' operatività della tutela prevista dall' assicurazione gestita dall' Inail. Di più. Lo stesso discorso vale anche per il personale sanitario che contrae il virus per non aver usato dispositivi di protezione individuale. In compenso il datore di lavoro non sarebbe esposto in casi come questi alle conseguenze tipiche della responsabilità da infortunio. Nella lettera inviata alla direzione regionale Inail della Liguria si specifica innanzitutto che «l' assicurazione gestita dall' Inail ha la finalità di proteggere il lavoratore da ogni infortunio sul lavoro, anche da quelli per colpa, e di garantirgli i mezzi adeguati allo stato di bisogno prodotto dalle conseguenze che ne sono derivate». Insomma, i comportamenti colposi (tra cui rientra pure il mancato uso di guanti e mascherine) non eliminano il diritto alla copertura. L'ospedale ligure aveva anche fatto notare che la mancata adesione al piano vaccinale nazionale potrebbe comportare da un lato la responsabilità del datore di lavoro in materia di protezione dell' ambiente di lavoro, sia per quanto riguarda i lavoratori che i pazienti, e dall' altro potrebbe esporre lo stesso personale sanitario a richieste di risarcimento per danni civili. L' istruzione operativa dell' Inail fa chiarezza pure su questo punto: «Il comportamento colposo del lavoratore può invece ridurre oppure escludere la responsabilità del datore di lavoro». Diverso il discorso in caso di rischio elettivo, che delimita il rischio assicurato, ma per l' Inail non è applicabile al rifiuto di vaccinarsi. Perché ricorra il rischio elettivo, ricorda l' Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, occorre che si verifichino simultaneamente una serie di elementi: l' atto oltre che volontario deve essere anche arbitrario, nel senso di illogico ed estraneo alle finalità produttive, diretto a soddisfare impulsi personali e deve affrontare un rischio diverso da quello lavorativo al quale l' atto stesso sarebbe assoggettato. Conclude l'Inail: «In sintesi il rischio elettivo ricorre quando per libera scelta il lavoratore si ponga in una situazione di fatto che l' ha indotto ad affrontare un rischio diverso da quello inerente l' attività lavorativa ed è per questo che il rifiuto di vaccinarsi non può configurarsi come assunzione di un rischio elettivo, in quanto il rischio di contagio non è certamente voluto dal lavoratore». La situazione potrebbe cambiare solo nell' eventualità che venga introdotto un obbligo specifico di aderire alla vaccinazione da parte del lavoratore, allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Soluzione caldeggiata dall' ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, oggi membro del consiglio d' amministrazione dell' Inail. Intanto, alla fine di gennaio risultavano pervenute all' Inail 147.875 denunce di infortunio sul lavoro da Covid. Rispetto a dicembre, l' incremento è stato di 16.785 denunce. Per il 39,2 per cento provengono da tecnici della salute, la categoria più colpita dai contagi, e di queste oltre l' ottanta per cento sono relative a infermieri.

·        Io Denuncio.

Primo esposto serio contro il ministro Speranza per la gestione dei malati Covid. Chiara Nava il 29/12/2021 su Notizie.it. Arriva il primo esposto serio contro il ministro Speranza e la gestione dei malati Covid, deposto dall'avocato Erich Grimaldi alla Procura di Roma.

Arriva il primo esposto serio contro il ministro Speranza per la gestione dei malati Covid, deposto dall’avocato Erich Grimaldi alla Procura di Roma e di Bergamo.

Arriva ufficialmente il primo esposto serio contro il ministro della Salute, Roberto Speranza e contro la gestione dei malati di Covid. L’avvocato Erich Grimaldi, presidente del Comitato per la Cura Domiciliare Covid-19, ha depositato un esposto alla Procura di Roma e uno in quella di Bergamo per chiedere alla Magistratura di fare chiarezza sulla gestione dell’emergenza e sul mancato coinvolgimento dei medici di base che hanno seguito e curato migliaia di persone in questi due anni.

Il Governo non ha mai risposto, neanche quando a chiedere spiegazioni è stato il Senato. Quando si è trattato di mettere nero su bianco i protocolli ministeriali, i medici sono stati dimenticati, secondo quanto riferito da Grimaldi. L’avvocato è rimasto incredulo per il fatto che il Ministero della Salute il 20 novembre 2021 abbia rilasciato delle linee guida sulle cure domiciliari quasi identiche a quelle dell’anno precedente, nonostante le tante esperienze maturate sul campo e le informazioni acquisite da tanti medici che hanno sempre curato i pazienti a casa.

“Abbiamo lavorato duramente, la mia prima richiesta di lavorare a un protocollo di cura domiciliare univoco nazionale risale addirittura al 30 aprile 2020: da allora è stato un continuo tentare di dialogare con il Ministero della Salute, offrire esperienze, disponibilità, poter dare finalmente una risposta a questa grave emergenza. Tuttavia è fallito anche il tentativo da parte del sottosegretario Pierpaolo Sileri di organizzare un tavolo che coinvolgesse i medici che hanno curato i malati di Covid in fase precoce” ha spiegato Grimaldi.

“È veramente assurdo che non sia stata data alcuna possibilità a queste centinaia di professionisti di portare il proprio bagaglio di esperienze al servizio delle istituzioni. È ovvio che qualcosa non ha funzionato, aggiungerei anzi che qualcosa volontariamente non è stato fatto funzionare. Ed è un diritto dei cittadini capire il perché. A oggi riceviamo centinaia di richieste di aiuto di persone abbandonate a casa da medici di medicina generale, persone alle quali viene detto di attendere l’evolversi della malattia assumendo solo paracetamolo (formula che risulta totalmente fallimentare)” ha spiegato l’avvocato Grimaldi. Il legale aveva già chiesto spiegazioni al sottosegretario Costa, che non ha risposto. Questo continuo fuggire alle domande e questa decisione di mettere da parte l’esperienza di medici che hanno curato i malati Covid a casa risulta totalmente incomprensibile, come ha sottolineato l’avvocato Grimaldi. È il momento che la magistratura intervenga per fare chiarezza.

Malasanità Malagiustizia Malaffare… E IO DENUNCIO! La Voce delle Voci l'1 Maggio 2015. La Voce, in tanti anni di giornalismo d’inchiesta, ha denunciato moltissimi episodi di malasanità, malagiustizia e malaffare, spesso partendo dalle denunce dei cittadini che hanno documentato quanto sono stati costretti a subire dal Potere. Denunce tante volte anonime – perchè, si sa, chi denuncia può temere ritorsioni su di sé o sui suoi cari – ma sempre molto documentate, con riferimento a dati precisi, riscontrabili. Non solo sfoghi, quindi, pur pienamente comprensibili e condivisibili; ma la descrizione di quanto è accaduto, con una serie di informazioni che possono essere molto utili per ricostruire – e denunciare – l’accaduto. Perchè chi non ha santi in paradiso tante volte non viene ascoltato, è costretto a inutili peregrinazioni per mendicare il suo diritto a verità e giustizia. Se te la senti puoi scrivere alla Voce e raccontare quello che ti è successo, quello che pensi di aver subito. Ripetiamo: puoi farci sapere chi sei, e ciò può servire per chiederti altri dettagli ed elementi utili; o puoi inviarci la tua denuncia in maniera anonima, ma con una serie di elementi utili a capire quanto è successo per poter – a nostra volta – scrivere un articolo che denunci quanto accaduto, in modo serio ed efficace.

CONTESTATO ANCHE IL TITOLO «CRIMINI BIANCHI». Fiction sulla malasanità e i medici si ribellano: non mandatela in onda. Il produttore Valsecchi: denunciamo errori e interessi dei raccomandati, non accusiamo la categoria. Emilia Costantini il 23 settembre 2008 su Il Corriere della Sera. Per pararsi le spalle da ulteriori polemiche, oltre quelle già suscitate, il produttore Pietro Valsecchi della Taodue ha voluto tre medici come consulenti per «Crimini bianchi », la serie sulla malasanità, che andrà in onda da domani in sei puntate su Canale 5. Ma non è bastato. L'Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente, è già partita all'attacco: «Una fiction dove già dal titolo i medici sono additati come criminali da punire, la dice lunga — avverte il presidente dell'associazione Maurizio Maggiorotti — Non solo non è imparziale, ma sembra voglia appassionare la gente contro medici e Sanità in genere ». Un titolo che ha già fatto drizzare i capelli al preside della facoltà di Medicina, futuro probabile rettore dell'Università La Sapienza di Roma, Luigi Frati, e al presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Mario Falconi. Dice Frati: «È inopportuno, fuorviante, oltretutto copiato da certe serie americane. Non fa giustizia delle tante vite salvate, degli atti di abnegazione e sacrificio che tutto il personale sanitario compie giornalmente, ben oltre ciò che è richiesto dai loro contratti». E Falconi, che nella primavera scorsa sul Bollettino (organo d'informazione interna dell'Ordine) aveva scritto «non intendiamo subire passivamente questo gioco al massacro» ora aggiunge: «Valsecchi mi ha fatto vedere alcuni spezzoni dello sceneggiato, che riguardavano certi aspetti della professione che io denuncio da sempre. Ma avevo pregato di cambiare il titolo, che non approvo assolutamente ». Adesso, l'Associazione presieduta da Maggiorotti rincara la dose: «Dato il potere della televisione, il pubblico italiano sarà ulteriormente condizionato da questa fiction, che getterà fango sull'intera categoria, causando un'impennata di cause contro i medici: un florido giro d'affari per avvocati e avvocaticchi. Proponiamo dunque che gli organismi che ci tutelano chiedano al Garante per le telecomunicazioni di fermarne la messa in onda. E il 26 settembre si terrà un congresso proprio su questi problemi: ne uscirà un documento». Ma Valsecchi, che ieri mattina ha presentato «Crimini bianchi », assicura: «Non è contro i medici, ma solo una serie che intende puntare il dito sui casi di malasanità, su coloro che commettono errori e non vogliono ammetterlo, sui troppi interessi che ruotano intorno, su primari e primarietti raccomandati, sulla politica che dovrebbe fare un passo indietro». Ambientata a Roma e interpretata da Daniele Pecci, Ricky Memphis e Christiane Filangieri, regia di Alberto Ferrari, la fiction tratta vari temi di malasanità: diagnosi sbagliate, le truffe dei rimborsi sanitari, il business delle case farmaceutiche, le baronie. E molto sangue che zampilla, stile «pulp», tanto che qualcuno reclama il bollino rosso. È entusiasta Teresa Petrangolini, segretario generale per i diritti del malato: «Offre un messaggio positivo: la reazione a certe malefatte». E gli attori protagonisti aggiungono: «Non attacchiamo ciecamente i medici, ma è una fiction non edulcorata». Conclude il regista: «Mettiamo in risalto coloro che lavorano con passione. Speriamo in polemiche costruttive». Emilia Costantini il 23 settembre 2008

Andrea Crisanti può far saltare Roberto Speranza: strage a Bergamo, le indiscrezioni della procura. Libero Quotidiano il 05 dicembre 2021. Le notizie e le conferme che arrivano da Bergamo continuano a spaventare Roberto Speranza. Si parla dell'inchiesta condotta dalla procura locale per decidere se chiedere l'archiviazione o il processo per le autorità sanitarie accusate di aver sottovalutato i rischi nella primissima parte dell'emergenza-Covid. Ovviamente nel mirino non c'è soltanto Speranza, il quale però è stato recentemente accusato dal procuratore capo di Bergamo, Antonio Chiappani, di aver mentito. E un avviso di garanzia, per il ministro della Salute, avrebbe conseguenze disastrose. E ora, ecco che Domani scodella un nuovo scoop su questa vicenda. Nell'edizione in edicola oggi, domenica 5 dicembre, si legge: "Immaginatevi un gigantesco puzzle fatto di documenti, alcuni noti e altri no, messi tutti in fila uno dietro l'altro, in successione temporale, a partire da gennaio 2020. Un puzzle che inchioderebbe governo, ministero della Salute, Cts e regione Lombardia alle proprie responsabilità sulla gestione della prima ondata Covid. Un mosaico corredato da modelli matematici, errori scientifici, sottovalutazioni del rischio, azioni mancate (previste dal Piano pandemico influenzale) e relazioni causa-effetto dalle conseguenze nefaste", si conclude la premessa. E ci sono due fatti dirompenti: il contenuto di questa perizia anticipato in sintesi qui sopra sarebbe l'elemento decisivo per stabilire responsabilità ed eventuali avvisi di garanzia. Dunque, il secondo fatto dirompente: la perizia è del consulente tecnico della procura di Bergamo, ovvero il virologo Andrea Crisanti. E, spiega il quotidiano diretto da Stefano Feltri, molto di quel che sarà deciso dipende proprio dall'approfondimento dell'esperto. Insomma, a "far saltare" Speranza potrebbe essere proprio Andrea Crisanti. Continua Domani: "La perizia del consulente tecnico della procura di Bergamo, Andrea Crisanti, potrebbe dare una svolta decisiva a questa voluminosa inchiesta, la cui fase istruttoria sta volgendo al termine. C'è molta tensione intorno a questa indagine sull'ecatombe della Val Seriana con l'ipotesi di reato di epidemia colposa e falso, che rischia di travolgere il ministero della Salute, sebbene le valutazioni in corso riguardino l'apparato tecnico della nostra sanità, non quello politico ha fatto sapere il procuratore capo, Antonio Chiappani". Il punto è che nel corso dell'indagine bergamasca sarebbero emerse molte condotte omissive agli albori della pandemia. Sempre Chiappani ha dichiarato: "Sto aspettando la perizia di Crisanti per acquisire gli elementi di valutazione. Noi non facciamo le cose per rimangiarcele, o si fa o si chiude". "Insomma, in val Seriana si poteva evitare un'epidemia così disastrosa? Il focolaio all'ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano si sarebbe sviluppato ugualmente, anche applicando tutte le misure previste dai protocolli sanitari e dal piano pandemico nazionale e regionale? Ci sarebbero stati 6mila morti in due mesi se si fosse creata tempestivamente (tra il 23 febbraio e l'inizio di marzo) una zona rossa in Val Seriana?", s'interroga Domani. Bene, molte di queste risposte, ovviamente attese con preoccupata trepidazione da Speranza, potrebbero arrivare proprio da Andrea Crisanti.

Morti a Bergamo e zona rossa. Ipotesi pm: è omicidio colposo. Felice Manti il 4 Dicembre 2021 su Il Giornale. E da Roma rimbalza la voce: indagato Zaccardi ex numero 2 di Speranza. Omicidio colposo. Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Giornale e trapelate dalla Procura di Bergamo, sarebbe questa la nuova ipotesi di accusa che il pool di pm coordinati dal Procuratore capo Antonio Chiappani sarebbe intenzionata a muovere nei confronti del ministro della Salute Roberto Speranza, dei vertici del ministero della Sanità e dei suoi dirigenti e del Cts. Un'ipotesi che sembrerebbe confermata anche dalle parole pronunciate dallo stesso Chiappani al Corriere della Sera, quando sul mancato aggiornamento del Piano pandemico - denunciato per primo dal rapporto Oms curato da Francesco Zambon e fatto sparire 24 ore dopo la sua pubblicazione nel maggio 2020, non senza il pressing dello stesso Speranza - prima di evocare la legittima competenza della Procura di Roma dice: «Dipende, se lo leggo come un nesso di causalità con i troppi morti della Bergamasca, no. Se lo considero un reato in sé allora la questione cambia». È questa, spiega una fonte vicina alla Procura che parla con il Giornale per la prima volta, la circostanza che potrebbe spiegare una doppia accelerazione delle indagini. Da un lato la mancata applicazione potrebbe essere collegata all'aumento indiscriminato dei morti nella Bergamasca, ipotesi rilanciata dai familiari delle vittime difesi dai legali guidati da Consuelo Locati che hanno fatto causa civile al governo chiedendo 100 milioni di risarcimento. Ci sarebbe un legame tra le bare di Bergamo e le omissioni del ministero, un nesso causa-effetto che la relazione del virologo Andrea Crisanti, pronta per essere depositata dai pm, avrebbe definitivamente chiarito. Dall'altro, però, essendo il piano previsto da una direttiva Ue, la sua mancata applicazione va imputata all'intero esecutivo, il cui giudice naturale è a Roma. E non è un caso se oggi dal tribunale capitolino trapela l'indiscrezione di un avviso di garanzia per Goffredo Zaccardi, ex capo di gabinetto di Speranza chiamato pesantemente in causa nel pasticciaccio tra Roma e Oms sul report fatto sparire perché imbarazzava il governo e definiva la gestione della pandemia «caotica e creativa». Zaccardi non a caso si è misteriosamente dimesso qualche settimana fa. Ma chi ha veramente deciso di ritardare la zona rossa tra Alzano e Nembro? Perché qualche giorno prima del lockdown della Bergamasca i militari sembravano dover chiudere la Bergamasca, salvo poi cambiare e ricambiare idea? L'ha chiesto la giornalista dell'Agi Manuela d'Alessandro al Consiglio di Stato, che ha dato 30 giorni al governo per rispondere. Un altro pezzo del puzzle che si compone. Felice Manti

Covid, il grido dei parenti delle vittime di Bergamo a Roma: “La politica deve pagare”. L'atto di citazione da oggi all'esame del tribunale civile: domandano un risarcimento danni pari a 100 milioni per la gestione sanitaria: «Chi doveva tutelarci dall'inizio non l'ha fatto». Edoardo Izzo il 09 Luglio 2021 su La Stampa. Storie di uomini. Persone morte a Bergamo nel momento più buio. Quando ancora la pandemia da Covid-19 sembrava lontana ed era relegata a un «fatto» cinese. Cassandra Locati, insegnante in una scuola primaria di Bergamo, ha perso il papà Vincenzo, 78 anni, nel marzo dello scorso anno, nel giro di cinque giorni. Paolo Casiraghi, di Osio Sotto, impiegato in una multinazionale, nel giro di un mese (marzo-aprile 2020) ha visto il Covid portarsi via i suoceri e poi suo padre Gabriele, di 81 anni. Questi episodi e quelli di altre 500 persone sono raccontate nell'atto di citazione che da oggi è all'esame del tribunale civile di Roma cui si sono rivolti gli avvocati Consuelo Locati, Alessandro Pedone, Piero Pasini, Giovanni Benedetto e Luca Berni per chiedere la condanna della presidenza del Consiglio, del ministero della Salute e della Regione Lombardia a un risarcimento per i danni non patrimoniali subiti che ammonta a circa 100 milioni di euro. Al centro del contenzioso la gestione della crisi sanitaria da parte delle istituzioni a fronte dell'«assoluta inesistenza di un piano pandemico», che avrebbe dovuto essere scritto secondo una decisione del Parlamento europeo del 2013 e nel rispetto delle linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e del Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive (Ecdc). «Dalla magistratura ci aspettiamo risposte che la politica non ci ha mai dato - spiega Cassandra Locati, sorella dell'avvocato Consuelo -. Vogliamo capire perché i nostri cari sono morti nel giro di pochi giorni e se si poteva fare qualcosa per salvarli. Siamo certi che, almeno nella fase iniziale della pandemia, i medici abbiano dovuto fare delle scelte, pensando a salvare le persone più giovani e sacrificando quelle più fragili. Sono stati messi nelle condizioni di fare queste scelte e immagino che anche per loro sia stata dura. Ma qualcuno ci deve dire perche' tutto ciò è successo». «La procura di Bergamo sta sul pezzo, sta lavorando bene - prosegue Locati, anche lei tra i componenti del Comitato “Noi denunceremo” - ma al tribunale civile di Roma chiediamo di rimuovere quel silenzio e quell'omertà che abbiamo riscontrato a livello politico. La Regione Lombardia, ad esempio, ha fatto di tutto per ostacolare i nostri legali, noi ci sentiamo abbandonati. Sappiamo che la strada da percorrere per avere giustizia è molto lunga e piena di difficoltà ma se siamo qui è perché lo dobbiamo ai nostri cari che abbiamo perso».

Dello stesso tenore anche Paolo Casiraghi: «Chi avrebbe dovuto tutelarci, sin dall'inizio, non l'ha mai fatto. Quando andavamo alla ricerca di mascherine, dispositivi di sicurezza e bombole di ossigeno, non facevamo altro che girare a vuoto. I nostri familiari sono stati portati via in lettiga e non sapevamo che non li avremmo più visti e che il loro funerale lo avremmo celebrato attraverso un cellulare. La politica ci ha regalato solo chiacchiere. Abbiamo chiesto incontri e non siamo mai stati ricevuti, volevamo essere almeno ascoltati e non abbiamo ottenuto neppure questo. Siamo stati subito messi da parte».

Coronavirus a Bergamo, l’avvocato Taormina: «Fondata l’azione civile dei parenti delle vittime». La causa è stata depositata mercoledì con la richiesta di 122 milioni. Armando Di Landro il 26 dicembre 2020 su Il Corriere della Sera. «È assolutamente fondata e destinata al successo l’azione di responsabilità dei parenti delle vittime»: così anche l’avvocato Carlo Taormina, notissimo volto televisivo, ha commentato la causa civile presentata da 500 parenti di vittime del Covid-19 al tribunale di Roma, con richieste di risarcimenti per 122 milioni al governo, al ministero della Salute e alla Regione Lombardia per i suoi residenti. Il deposito è avvenuto mercoledì poco dopo le 14. «Il governo aveva piena consapevolezza che le carenze organizzative e di personale della sanità pubblica avrebbero determinato tutti quei morti — ha commentato il legale —. Non solo, ma tardando nell’imposizione del lockdown e praticandone uno blando fino a essere una buffonata, il governo ha colpevolmente e anche dolosamente propagato il contagio». Taormina ha svelato di aver depositato lui stesso in più procure, tra cui Bergamo, esposti di parenti delle vittime. E si è messo «a loro disposizione», genericamente. Sul punto non sono arrivati commenti dal comitato Noi Denunceremo, che non è una parte della causa civile ed evita di esprimersi sull’iniziativa di Taormina. «Abbiamo semplicemente informato i nostri aderenti che c’era anche questa possibilità, quella della causa civile, oltre all’esposto penale — commenta il presidente Luca Fusco —. E invitato tutti a rivolgersi al proprio avvocato o, nel caso in cui non ce ne fosse uno, ad affidarsi ai nostri legali». Al di là delle singole posizioni dei parenti e della ricostruzione delle vicende indicate nell’atto di citazione, Fusco vede comunque, nella nuova iniziativa giudiziaria, «un atto politico. Aver portato cittadini normali prima a denunciare in sede penale una serie di fatti e poi aver dato impulso, sollecitato, fatto sapere che anche il politico che sbaglia deve pagare, anche l’istituzione che commette errori deve farlo, ha portato a questi primi numeri: per forza è anche un atto politico. Abbiamo capito che ci sono stati degli errori e vorremmo non ce ne fossero più, che cambiasse qualcosa, al di là degli esiti dei procedimenti in tribunale». Dal governo non ci sono state particolari reazioni alla notizia della causa civile presentata dalle famiglie bergamasche e di molte altre province lombarde e d’Italia, Roma inclusa. La citazione delle istituzioni in tribunale ha però fatto il giro del mondo, rilanciata dall’agenzia Reuters, riportata dal Guardian sul suo sito web, dalla Cbc, dall’Nbc, dalla Cnn, comparsa nelle news del Washington Post. «Crediamo che anche grazie al lavoro della magistratura possa crescere la consapevolezza di quel che è accaduto e alcune verità sulla gestione della cosa pubblica in materia sanitaria stanno già emergendo», commenta Fusco. 

In Europa la malasanità uccide più del Covid-19. Redazione mercoledì 17 Giugno 2020 su  qds.it in collaborazione con ITALPRESS. Mentre tutto il mondo è alle prese con la lotta al Covid-19, che ha già causato oltre 370 mila decessi in tutto il mondo, più di 180 mila soltanto in Europa, c’è un’altra causa silenziosa che provoca la morte di centinaia di migliaia di pazienti ogni anno: la malpractice sanitaria. Ogni anno negli ospedali europei si registrano 571.000 decessi per ragioni riconducibili ai servizi sanitari, circa un caso al minuto di quelle che vengono definite morti trattabili, che potevano essere evitate se il personale avesse agito in modo diverso. La situazione va meglio in Italia, dove i numeri sono decisamente inferiori, anche se ancora troppo alti, con circa 42.000 morti all’anno per “malasanità”, vale a dire quasi cinque all’ora e un valore medio nazionale di circa 70 casi su 100.000 abitanti. Il tasso di mortalità, dati alla mano, sembra avere un’incidenza maggiore di quella portata dal Covid-19, eppure si tende a parlare poco di questo argomento. I dati sulle infezioni ospedaliere, dette Infezioni correlate all’assistenza, parlano di almeno 6.000 decessi all’anno: più di 16 persone al giorno muoiono. Queste infezioni sono non solo la causa frequente dei prolungamenti della durata della degenza ospedaliera, ma altresì quella di disabilità anche a lungo termine e, soprattutto, di una significativa mortalità evitabile. Una condizione che, spesso, è figlia dei tagli del budget destinati alla sanità pubblica, che costringe medici, infermieri e tutto il personale a lunghi ed estenuanti turni, che portano ad uno sfinimento sia fisico sia mentale. In queste condizioni, le probabilità di errore umano aumentano.

L’allarme su ciò che accade negli ospedali. “Conosco pazienti gravi lasciati fuori per un tampone”. Redazione l'01 Agosto 2021 su radioradio.it. I casi di malasanità in Italia sono aumentati con il Covid-19. A dirlo sono i numeri e le testimonianze di chi, in questo anno e mezzo, si è trovato a fare i conti con un sistema sanitario che troppo spesso si è concentrato solo ed esclusivamente sull’emergenza Coronavirus senza dar spazio ad un’altra ampia fetta di patologie e bisogni. Francesco Barucco, avvocato dello Sportello Legale Sanità, ha lanciato l’allarme: “In Italia ogni anno ci sono oltre 42mila decessi che si potevano evitare dovuti a malasanità. Mettono paura questi numeri: spesso ci sono anche invalidità o casi gravi. Siamo tra i Paesi messi peggio. Va bene parlare del Coronavirus, ma facciamo attenzione alla malasanità. È un fenomeno molto serio che andrebbe affrontato. Le diagnosi che non sono state fatte in questi ultimi due anni hanno portato a casi triplicati: andremo ad affrontare questo problema. Oggi in ospedale puoi andare per qualsiasi problema ma stai comunque fuori dalle 2 alle 5 ore per il risultato del tampone”. Il problema è molto ampio e riguarda vari aspetti. Spesso sono state rinviate a data da destinarsi visite, controlli e screening. Allo stesso tempo i pronto soccorso sono stati congestionati e spesso hanno trattato con troppa sufficienza alcuni casi che invece avrebbero avuto bisogno di cure e attenzioni. Un’altra problematica che ha portato a non pochi casi di malasanità è la necessità di effettuare un tampone all’ingresso del pronto soccorso, senza dunque poter essere curato immediatamente: “Ci sono malattie che andavano trattate con tempestività, soprattutto cardio-vascolari. Anche se hai problemi che vanno trattati tempestivamente, devi rimanere fuori in ospedale in attesa. Con questa metodologia non possono che aumentare i casi. Hanno lasciato morire un ragazzo per sospetto coronavirus ma aveva un evidente infarto in corso”.

Francesco muore di Covid a 32 anni, la rabbia della moglie: «Non era vaccinato per colpa dell'Asl».  Da leggo.it Venerdì 10 Settembre 2021. «Se mio marito non era vaccinato devo ringraziare l'asl di Afragola». A parlare sfogandosi su Facebook è la moglie di Francesco Sorianiello, morto di Covid a 32 anni.  L'uomo, padre di un bambino di nove mesi e originario di Afragola (in provincia di Napoli), era ricoverato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli. Nell'ultimo post sui social, datato 12 agosto, scriveva: «Ringrazio tutti per dedicarmi anche un secondo del vostro tempo, ma purtroppo non posso rispondere a tutti». Francesco è una delle vittime più giovani della pandemia in Campania. Ha contratto il virus nella sua forma più letale e non aveva ricevuto alcuna dose di vaccino. «Se mio marito non era vaccinato devo ringraziare l'Asl di Afragola che per ricevere una tessera sanitaria abbiamo atteso un mese», spiega la moglie su Facebook chiarendo anche che non si era infettato in vacanza. «Semplicemente lavorava per dar da mangiare a suo figlio». La moglie parla di "malasanità" nel post su Facebook: «Ho chiamato il 118 ben sette volte, mi dicevano che stava bene, che era ansioso, che aveva bisogno di calmanti. L'hanno lasciato a casa da solo, lo hanno fatto aggravare giorno dopo giorno. Quindi se mio marito oggi non c'è più e se mio figlio è costretto a crescere senza la figura di un padre la colpa è di coloro che non sanno svolgere il loro lavoro».

Commissione Covid, il presidente di Noi Denunceremo spara a zero sulla sanità lombarda. Il paragone con il Congo: «L’ho sentito fare da molti» . E quando gli è stato chiesto qual è stata la cosa più sentita? «L’abbandono da parte delle istituzioni». Fabio Paravisi su Il Corriere della Sera 15 giugno 2021. «Pensavamo di vivere nella regione più bella, più brava e più buona d’Italia, invece eravamo in Congo»: è partita con un giudizio molto netto, perfino brutale, l’audizione del presidente del comitato «Noi denunceremo» da parte della Commissione d’inchiesta Covid-19 della Regione. Nella prima fase erano stati ascoltati i dirigenti della sanità regionale e locale, da ieri si è passati alla società civile. Si è svolta prima l’audizione di Vittorio Agnoletto, responsabile dell’Osservatorio coronavirus di Medicina democratica, quindi è toccato a Luca Fusco, presidente del comitato. Fusco, che era stato invitato dal consigliere radicale Michele Usuelli, ha premesso che non avrebbe parlato delle denunce presentate dal comitato alla Procura di Bergamo, perché «non è questa la sede». I commissari ne hanno convenuto. È stato quando hanno chiesto se ci fosse una dichiarazione iniziale, che Fusco ha paragonato la Lombardia al Congo, «cosa che mi sono sentito dire da molti». Dichiarazione che ha colpito i commissari. Nell’ora e un quarto di audizione sono state fatte domande più emozionali che tecniche, ottenendo dichiarazioni che Fusco aveva già fatto diverse volte. Per esempio: «Qual è stata la cosa più sentita?». Risposta: «L’abbandono da parte delle istituzioni». Oppure: «Che cosa ha notato che mancasse soprattutto?». Risposta: «L’informazione: non ci dicevate niente a parte i numeri». O anche: «Qual è l’obiettivo che si deve prefiggere la giunta?». Replica: «La riforma della sanità: prendete in mano quello che non ha funzionato». Nelle sue due ore di audizione, Agnoletto ha invece sottolineato una serie di problemi emersi all’inizio dell’emergenza, come l’insufficienza di tamponi o il mancato reclutamento di personale sanitario. E ha sottolineato come in Lombardia ci siano esempi di chirurgia di eccellenza ma «insufficienze nella medicina di base». La commissione (per la quale è stata bocciata la proposta di occuparsi anche della seconda ondata) si riunirà ancora fino a fine luglio, quindi pausa in agosto e poi fino al 21 settembre, quando ci saranno il dibattito e le relazioni: probabilmente una di maggioranza e una di minoranza. 15 giugno 2021

"Un'inchiesta sul Covid adesso è sacrosanta. Se qualcuno ha rubato è alto tradimento". Laura Cesaretti il 10 Ottobre 2021 su Il Giornale. Renzi invoca una commissione: "Dopo 132 mila morti pretendiamo verità su ciò che è successo". E sul caso Di Donna: "Il giudizio politico sulla vicenda non può aspettare. Conte è diventato afono?"

Senatore Matteo Renzi, che bilancio trae da questa tornata elettorale?

«Il centrosinistra vince e il centrodestra perde. Ma resta il problema di capire che cosa accadrà alle Politiche, quando voterà il 25% di elettori in più. La mia impressione è che molti di coloro che si sono astenuti adesso potrebbero tornare a casa, e premiare la destra ove essa presentasse persone più credibili di Bernardo e Michetti. Dunque raccomando prudenza e saggezza: chi a sinistra oggi canta vittoria sbaglia»

La scoppola più dura la hanno presa i Cinque Stelle di Conte. Perchè? E tolti di mezzo, o ridotti ai minimi termini i grillini, il centrosinistra è destinato a cambiare?

«Ecco, i grillini invece sono destinati a sparire. E la cosa mi procura un sentimento di giubilo, ovviamente. Guardi Milano: vedere la candidata scelta personalmente da Giuseppe Conte, e presa direttamente dal Cda del Fatto Quotidiano, ottenere un risultato così basso, tale da non riuscire nemmeno a superare il quorum per il Consiglio comunale, fa pensare. Persino Paragone - e dico Paragone - ha fatto meglio dei grillini. I Cinque Stelle non hanno futuro: erano il movimento anti-casta e ora sono il partito delle auto blu. E quando Conte si fa fotografare con la bandiera del Pci alle spalle viene fuori plasticamente l'immagine di un uomo pronto a cambiare idea per una poltrona. Prenderà ancora qualche like come influencer, ma come politico è finito. Ammesso che abbia mai iniziato».

Salvini ha reagito alla batosta alzando i toni. La maggioranza di Draghi è destinata a indebolirsi?

«Andare contro Draghi fa indebolire Salvini, non il contrario. Il leader della Lega sta sbagliando impostazione. Dovrebbe replicare l'esempio di Berlusconi, che verso la fine degli anni Novanta fece un accordo con Kohl, Aznar e l'allora leader del Ppe Agag, portando Forza Italia dentro la famiglia dei conservatori europei. Salvini invece ondeggia tra il sostegno a Draghi e le spinte no-euro e no-vax. Deve scegliere se vuole essere serio. E deve scegliere come fece Berlusconi venticinque anni fa se vuole essere credibile».

Il risultato di Calenda a Roma cosa significa? C'è spazio elettorale per un centro liberale fuori dal «nuovo bipolarismo» di Letta? O siete compatibili con uno schieramento che comprenda anche Conte?

«Il bipolarismo che vede Letta al momento non c'è. Ancora ieri candidati grillini al ballottaggio, come il sindaco di Cattolica, proponevano l'accordo con la destra contro quello che loro chiamano sistema di potere Pd. Comunque noi siamo elettoralmente incompatibili con Conte. Ammesso, e non concesso, che Conte arrivi alle Politiche ancora in sella al movimento».

Lo strappo della Polonia contro lo stato di diritto Ue ha subito spaccato il centrodestra. Può rianimare anche in Italia il sovranismo antieuropeo?

«La posizione della Meloni è filo-polacca ma anti-italiana. Chi tifa Varsavia, in questa vicenda, tifa contro l'interesse nazionale. Chi vuole difendere l'interesse dell'Italia sta dalla parte dell'Europa. La sovranista Meloni guida un partito che più che difendere i fratelli d'Italia si preoccupa dei cugini di Polonia o dei nipotini d'Ungheria. Più si definiscono sovranisti, più lavorano contro l'Italia. Incredibile».

Draghi riapre tutto e dice che grazie ai vaccini possiamo iniziare a guardare oltre il Covid. Lei intanto chiede una commissione di inchiesta sulla questione degli appalti Covid: «Peggio di Tangentopoli», dice. Perché?

«Draghi ha ragione. Ma proprio adesso che ci stiamo mettendo alle spalle un disastro senza precedenti, e con 132mila morti, dobbiamo pretendere parole di verità su ciò che è successo. Ci sono troppe opacità negli appalti milionari assegnati dalla gestione commissariale, ed è sacrosanto che la politica verifichi se qualcosa non ha funzionato. Non è andato tutto bene. Ed è sacrosanto capire cosa. Se qualcuno ha rubato sulle mascherine o ha commesso reati mentre l'Italia non aveva mascherine e ventilatori, quel qualcuno deve pagare. Perché rubare è un reato odioso e insopportabile, ma se oltre a rubare ti approfitti di un paese in ginocchio, quello diventa alto tradimento, contro l'Italia e contro gli italiani».

Quindi l'inchiesta per traffico di influenze su Luca Di Donna, con contorno di generali, sarebbe solo la punta di un iceberg?

«Non tocca a me verificarlo. Se fosse vero che hanno restituito delle mascherine perché l'accordo con determinati legali non è stato perfezionato, sarebbe gravissimo. Ma siccome siamo garantisti, aspettiamo che decidano i magistrati. Quello che non possiamo aspettare, invece, è il giudizio politico su una vicenda che coinvolge il commissario scelto da Conte, con personale dei servizi la cui delega aveva Conte, nello studio del mentore di Conte, nell'ufficio del collega di Conte. Il partito di Conte ha qualcosa da dire, o a forza di urlare onestà hanno perso la voce e sono diventati improvvisamente afoni?».

L'avvocato Di Donna (anche lui dello studio Alpa) veniva spesso citato come figura chiave del cerchio magico contiano. Ora però Conte smentisce recisamente di averlo frequentato da premier. Ci crede?

«Conte dice di non aver avuto rapporti con Di Donna quando era a Palazzo Chigi. Arcuri smentisce frequentazioni con Di Donna. Sul Conte Ter alla fine scopriremo che ha fatto tutto Ciampolillo. Sinceramente mi sembra tutto poco credibile. Ma alla fine mi interessa il giusto: sono così felice di aver aperto la crisi e di aver mandato a casa Conte, sostituendolo con Draghi, e Arcuri sostituito da Figliuolo, che questo scaricabarile non mi appassiona. Oggi l'Italia è più forte di prima, ed è merito anche di Italia viva, non del giro Di Donna».

La «Bestia» di Morisi la ha spesso messa nel mirino, ma lei oggi gli esprime solidarietà. Perché?

«Morisi è stato ispiratore di tante campagne di manganellamento mediatico contro il sottoscritto e contro molti miei amici. Ma l'accanimento contro la sua vita privata è incivile. Non è giusto finire sui giornali solo perché partecipi a un incontro gay o per scelte personali in cui nessuno ha il diritto di mettere il naso. Da avversario politico, gli esprimo solidarietà: i suoi fatti privati dovevano restare tali. E se la Bestia ha massacrato mediaticamente alcuni di noi, questo non giustifica una reazione uguale e inversa. Occhio per occhio, dente per dente significa aderire alla legge del taglione, non a quella della civiltà. E noi non siamo bestie: basta con l'accanimento mediatico basato su notizie prive di rilievo penale. Basta». Laura Cesaretti

"Non ha detto la verità". La procura smaschera Speranza. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini il 29 Novembre 2021 su Il Giornale. Bufera sul ministro della Salute. Il pm di Bergamo: "Non ha raccontato cose veritiere". Due frasi, all’apparenza innocenti, ma che possono terremotare la politica. Garantismo richiede prudenza: non tutto quel che viene dalla procura luccica. Però il commento del procuratore capo di Bergamo, Antonio Chiappani, sull’indagine che cerca di ricostruire errori e ritardi nella prima fase della pandemia rischia di incrinare le mura di viale Lungotevere Ripa 1. Sede del ministero della Salute. “Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere - dice Chiappani al Domani - anche questo dovremo valutare”. E poi ci sarebbe il verbale in cui Silvio Brusaferro avrebbe dichiarato di non aver mai letto, prima del maggio 2020, il famoso piano pandemico del 2006, mai applicato nonostante contenesse indicazioni utili contro virus influenzali sconosciuti. "(Brusaferro, ndr) lo ha dichiarato, ha riletto il verbale e lo ha firmato", ha spiegato il procuratore. Ma è mai possibile che il capo dell'Istituto superiore di sanità (Iss) non fosse a conoscenza del documento? Se sì, chi è stato a tenerglielo nascosto?

Le indagini di Bergamo

"Che fiducia possono avere gli italiani, in una fase delicata come quella attuale, verso un ministro che sta mentendo sistematicamente dall'inizio della pandemia con l'unico scopo di salvare la propria poltrona?". Galeazzo Bignami di Fratelli d'Italia non ha dubbi: "Speranza deve andarsene". Le novità che emergono oggi sulla lunga querelle che ruota attorno all’indagine della procura di Bergamo, nata dalle denunce presentate dai familiari delle vittime e poi allargatasi fino a Roma e Ginevra sono a dir poco esplosive. I filoni sono numerosi. Da una parte i sei indagati per epidemia colposa e falso, che riguardano soprattutto il focolaio bergamasco e in Val Seriana. Dall’altra la bufera sul dossier Oms scritto da Francesco Zambon e subito ritirato, al centro di un intrigo internazionale che coinvolge la Cina, i vertici dell’Organizzazione mondiale della Sanità e il nostro ministero della Salute, accusato di aver fatto pressione per ritirare il report che definiva “improvvisata, caotica e creativa” la risposta italiana al virus. Infine, sullo sfondo resta la questione del piano pandemico italiano: sebbene fermo al 2006 senza aggiornamenti, molti ritengono che contenesse indicazioni comunque utili ad affrontare un'epidemia sconosciuta. Il Piano però venne “scartato” dalla task force del ministero, che preferì redigere da zero un nuovo documento - definito “piano segreto” - sulla base degli scenari epidemiologici di Stefano Merler. Tra poche settimane i pm bergamaschi, coordinati da Maria Cristina Rota, dovrebbero chiudere le indagini. E non sono esclusi nuovi avvisi garanzia, anche eccellenti.

Il dossier Oms ritirato

Partiamo dal dossier Oms. Report nei giorni scorsi ha pubblicato alcune chat di Speranza e Brusaferro che mostrerebbero come il dicastero avrebbe tentato di “far morire” il rapporto facendo pressioni sull'Oms. In Parlamento, Speranza disse che la scelta di ritirarlo fu presa in autonomia da Ginevra. Posizione che, stando al Domani, avrebbe ribadito di fronte ai magistrati. Gli sms però sembrano dire il contrario, o almeno che l’Italia si mosse per evitare che venisse ripubblicato: “Sto guardando il report dell’Oms. Con Kluge (direttore Oms Europa, ndr) sarò durissimo. Danni enormi non mi pare ne faccia. Forse solo sui decessi”, scrive il 14 maggio il ministro a Brusaferro. Più tardi aggiunge: “[Kluge] mi ha chiamato. Si è scusato. Ho ribadito che al momento non facevo commenti sui contenuti ma sul metodo. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi. Credo faranno un'indagine interna sulle responsabilità”. Poche ore dopo, in una mail, Kluge stesso riferirà a Zambon l’irritazione del ministro “molto infastidito” da quanto successo. Qui le domande sono due: Speranza fece pressioni per non far ripubblicare il dossier? E ha mentito al Parlamento e ai giudici in qualche occasione? Secondo Chiappani sì, dichiarazione che potrebbe preludere all’inclusione del ministro nel registro degli indagati per false dichiarazioni rese ai pm. Come avvenuto per Ranieri Guerra.

Il piano pandemico e il piano segreto

Altra partita quella del piano pandemico e del piano segreto, ricostruita nel Libro nero del coronavirus (Historica Edizioni). Come noto l’Italia ne aveva uno disponibile, per quanto non aggiornato. Per Speranza Sars-CoV-2 è un patogeno “totalmente nuovo”, diverso dai partenti Sars e Mers, dunque era “del tutto evidente che il Piano mandemico antinfluenzale del 2006 non era sufficiente”. Questo documento sarebbe stato “valorizzato” solo nelle parti “utili e funzionali”, per poi cercare di “andare decisamente oltre”. Decisione che in molti contestano. Intanto perché il 5 gennaio l’Oms inviò un alert suggerendo di mettere in pratica le misure di sanità pubbliche, comprese quelle sulla sorveglianza dell’influenza. Poi perché anche Guerra ritiene che il piano fosse “valido” e utile, così come se ne è convinto Andrea Crisanti, consulente della procura bergamasca. E infine perché il 29 gennaio il direttore dello Spallanzani, Giuseppe Ippolito, suggerì durante la task force di “riferirsi alle metodologie del piano pandemico di cui è dotata l’Italia e di adeguarle alle linee guida rese pubbliche dall’Oms”. Perché non venne fatto? E perché Brusaferro&co decisero di istituire, in seno al Cts, un gruppo di lavoro per redigere un “nuovo” piano, poi secretato? 

Domande cui la procura, dopo aver sentito decine di persone, compresi Speranza, Conte e i vertici del ministero, sta cercando di dare una risposta. A partire da quella più politicamente scottante: è vero, come ritiene il procuratore Chiappani, che il ministro "non ha raccontato cose veritiere”?. “Se davvero ha mentito ai Pm questo mi pare sia abbastanza grave - dice al Giornale.it Consuelo Locati, a capo del team di legali dei parenti delle vittime - non solo sul piano penalistico ma anche su quello civilistico e, in questo modo, si spiega la poca fiducia che ancora oggi milioni di cittadini dimostrano di avere nei confronti del suo dicastero e degli atti dallo stesso emanati. Attendiamo fiduciosi gli sviluppi dell'indagine condotta dalla Procura di Bergamo e confidiamo nella giustizia, inclusa quella civilistica ". 

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro

"Ha mentito". Ora Speranza risponda a queste 12 domande. Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini il 30 Novembre 2021 su Il Giornale. Il piano segreto, i verbali della task force, la zona rossa, il dossier Oms: le risposte che il ministro Speranza dovrebbe fornire. Per dovere di cronaca va detto subito. Ieri, dopo che il Domani ha pubblicato le dichiarazioni del pm Antonio Chiappani, che accusava di fatto Roberto Speranza di aver mentito (“non ha raccontato cose veritiere”), lo stesso procuratore capo a Bergamo s’è sentito in dovere di diffondere una nota. “In merito alle notizie stampa circa asserite dichiarazioni non veritiere fornite a questa procura dal ministro Speranza, si precisa che sul punto, allo stato attuale, non è ipotizzabile alcuna specifica contestazione”. Tradotto: non è stato iscritto nel registro degli indagati. Però “sono in corso i doverosi approfondimenti”, quindi chissà. E soprattutto la nota precisa qualcosa, ma non smentisce nulla. Restano dunque quelle frasi pesanti (“non ha raccontato cose veritiere”), che fanno sorgere più di un dubbio sull’operato del ministro di Leu. “Speranza deve andarsene”, dice Galeazzo Bignami di Fratelli d’Italia”, perché “sta mentendo sistematicamente dall'inizio della pandemia con l'unico scopo di salvare la propria poltrona”. Dal canto nostro, più che l’aspetto giuridico del caso (i pm decideranno come muoversi, e si è innocenti fino a prova contraria) qui ad interessare è quello politico. Ed è forse arrivato il momento per il ministro di rispondere ad alcune domande sul suo operato nella prima fase dell’epidemia. Ce ne sarebbero 150 da fare, ci limiteremo a 12.

Era al corrente del fatto che l’Italia avrebbe inviato auto-valutazioni poco veritiere all’Oms sulla “preparazione” dell’Italia in caso di pandemia?

Perché, insieme ai tecnici della task force e del Cts, decise di non attuare il piano pandemico anti-influenzale, che pure diversi esperti (Crisanti e Guerra, giusto per citarne due) ritengono potessero essere utili a frenare il contagio?

Il 18 aprile in tv lei disse che il piano pandemico “secondo i nostri tecnici non era sufficiente per il Covid e così ne abbiamo messo a punto uno specifico” Eppure il 29 gennaio, all’interno della task force, Giuseppe Ippolito consigliò di “riferirsi alle metodologie del piano pandemico” e di “adeguarle alle linee guida rese pubbliche dall’Oms”. Perché non dargli retta?

Non è che, per caso, creare un nuovo “piano” serviva a coprire la mancanza di un piano pandemico aggiornato?

Perché il “piano” nuovo di zecca, poi secretato dal Cts, non venne condiviso con le Regioni, come rivelato dal Libro Nero del coronavirus?

Perché, nonostante le richieste da più parti, il governo non chiuse la Val Seriana in Zona Rossa?

Perché il suo ministero si è opposto in giudizio alla pubblicazione prima dei verbali della task force e poi del testo del “piano segreto” anti Covid?

In Parlamento lei ha detto di non aver mai interferito con l’Oms sulla questione del dossier redatto da Francesco Zambon. Eppure la corrispondenza con Brusaferro sulle telefonate con Kluge ("con Kluge sarò durissimo", Kluge "si è scusato. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi") sembrano dire il contrario. Quale è la verità?

Come mai il suo capo di Gabinetto, Goffredi Zaccardi, investito dalla polemica sul dossier Oms, si è dimesso nel silenzio dei media?

Perché non ha chiesto al Viminale di lasciar perdere i ricorsi al Consiglio di Stato e di rendere pubblici gli atti che portarono al ritiro delle truppe pronte per chiudere in zona rossa la Val Seriana?

Come mai Ranieri Guerra disse che “uno degli out out di Speranza è stato sempre il poter riferirsi a Oms come consapevole foglia di fico per certe decisioni impopolari e criticate”?

Il 12 febbraio il segretario generale del ministero avvisò la task force che sul fronte “mascherine” non giungevano “buone notizie”. Disse: “La disponibilità dei dispositivi è limitata”. Perché il suo ministero non impedì a Di Maio di spedire in Cina 18 tonnellate di materiale sanitario?

E poi l'ultima domanda extra, se ci permette. Si è mai pentito di aver investito il suo tempo da ministro per scrivere un libro, il suo, che è stato costretto a ritirare dalle librerie perché preannunciava una pronta guarigione dal virus? Noi l'abbiamo letto. E - guarda caso - non risponde a nessuno di questi quesiti.

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vela), un'inchiesta sulle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo. Poi nel 2020 insieme ad Andrea Indini ho dato alle stampe Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni). Sono cattolico e capo scout per passione educativa. Mi emoziono ancora per le partite della Lazio. Amo leggere, collezionare Topolino, giocare a basket e coltivare la terra. 

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leadership nel Pd, e i saggi Isis segreto (2015) e Sangue occidentale (2016), entrambi scritti con Matteo Carnieletto. Nel 2020, poi, è stata la volta de Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), un'inchiesta fatta con Giuseppe De Lorenzo sui segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia. Già autore di un saggio sulle teorie economiche di Keynes e Friedman, nel 2010 sono "sbarcato" sugli scaffali delle librerie con un romanzo inchiesta sulla movida milanese: Unhappy hour (Leone Editore). Nel 2011 ho doppiato l'impresa col romanzo La notte dell'anima (Leone Editore). Cattolico ed entusiasta della vita. Sono sposato e papà di due figlie stupende.

Lorenzo Mottola per "Libero quotidiano" il 30 novembre 2021. «Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare». Non capita spesso che un magistrato a indagine in corso rivolga considerazioni di questo genere nei confronti di presunti inquisiti. E la cosa fa particolarmente effetto se l'inquisito in questione è al governo. Il pm si chiama Antonio Chiappani, è procuratore a Bergamo e fa parte della squadra che ormai da mesi scava per individuare eventuali responsabilità nello tsunami sanitario che ha colpito le valli lombarde nelle primissime fasi della pandemia. Per chi si fosse perso qualche puntata, parliamo delle investigazioni che la gran parte dei quotidiani avevano salutato come il giusto castigo nei confronti della giunta di Attilio Fontana, su cui all'epoca piovevano accuse di ogni genere. Approfondendo quanto successo, tuttavia, gli inquirenti sono finiti su strade completamente diverse da quelle previste, quelle che fatalmente portano a Roma. A rischiare il processo, oltre a una lunga serie di funzionari e tecnici, ci sono Giuseppe Conte e Speranza, il quale è già stato sentito due volte. E sulle sue dichiarazioni pesano dubbi. La discrepanza più evidente, come riporta il Domani, riguarda un report dell'Oms che conteneva una serie di giudizi pesantissimi nei confronti del nostro governo riguardo alla gestione dell'emergenza («caotica, improvvisata e creativa»). Un documento del quale Speranza anche di fronte al Senato aveva detto di non aver mai chiesto la distruzione o comunque la modifica. In realtà, delle intercettazioni pubblicate da Report hanno dimostrato l'esatto opposto: Speranza si è lamentato («sarebbe un incidente diplomatico») e le carte sono poi state fatte sparire. Un caso? Altro punto nodale è il famoso "piano pandemico", che il governo sarebbe stato tenuto ad aggiornare periodicamente ma che nessuno curava dal 2006. Speranza e i tecnici del Cts hanno successivamente spiegato che si trattava di un non-problema, in quanto qualsiasi miglioria si sarebbe rivelata inutile per affrontare quello che è successo. Peccato che poi sia arrivata la pubblicazione dei verbali "segreti" delle riunioni dello stesso Cts, che oltre a rilevare la totale sottovalutazione del problema (a metà febbraio 2020 i nostri scienziati sentenziavano che «il virus non gira in Europa», salutavano la spedizione di mascherine in Cina) hanno dimostrato che al ministero si erano posti eccome il problema. Alla fine, tuttavia, non se ne era fatto nulla. Il viceministro Pier Paolo Sileri ha poi rivelato: «Continuavano a dirmi che il piano pandemico era stato aggiornato. C'è voluta la procura di Bergamo per confermare che il piano era quello del 2006 e garantisco che nonostante una mail ricevuta il 15 di aprile del 2020, nella quale si diceva che era stato aggiornato al 2008-2009, ci sono stati soggetti all'interno di questo ministero che erano convinti che il piano era stato aggiornato». Come spiegato dalla procuratrice Maria Cristina Rota «all'inizio l'inchiesta era circoscritta alla mancata chiusura dell'ospedale di Alzano Lombardo», dopodiché «si è ampliata» e oltre al piano pandemico ha raggiunto la mancata istituzione della zona rossa di Alzano e Nembro. Il governo a più riprese ha lasciato intendere che dalla Regione non era arrivata alcuna richiesta formale. Il che è vero, ma resta che Speranza nel corso delle riunioni si era impegnato a chiudere tutto, come già fatto a Codogno. Era tutto concordato, le forze dell'ordine erano già state allertate ed erano pronte a presidiare l'area. In seguito è stato addirittura pubblicato il decreto per la zona rossa, dove figura la firma di Roberto Speranza, ma non quella di Conte. Proprio il premier, infatti, decise di fermare tutto. Cosa che successivamente ha dovuto ammettere anche di fronte ai pm, spiegando che si trattò di una decisione politica. Resta che anche su questo punto Speranza potrebbe aver delle cose da chiarire. La storia dell'inizio dell'epidemia in Italia è ancora oggi molto poco chiara. E questo vale soprattutto per per quanto riguarda il ruolo di Regione Lombardia. «Sta emergendo un quadro agghiacciante», dice oggi l'ex assessore Giulio Gallera, «siamo stati vittime di una campagna mediatica evidentemente diretta dall'alto». I magistrati di Bergamo dovrebbero chiudere l'inchiesta entro fine gennaio, si parla anche di colpi di scena per quanto riguarda gli avvisi di garanzia. Il termine per le indagini era stato fissato a giugno, ma i magistrati avevano ottenuto dal Gip una proroga per continuare a raccogliere materiale.  Anche per valutare le dichiarazioni di Speranza. Il pm Chiappani, tuttavia, ha chiarito: «Allo stato attuale, non è ipotizzabile alcuna specifica contestazione». In altri termini, non il ministro non rischia di essere incriminato per falsa testimonianza. Spiega ancora il magistrato, «Sono in corso ovviamente i doverosi approfondimenti e le valutazioni sulle dichiarazioni rese in atti da tutti i soggetti sentiti quali persone informate e sul materiale acquisito». A parlare, tra poche settimane, saranno le carte. 

Armando Di Landro per il "Corriere della Sera" l'1 dicembre 2021. L'unica certezza, nella vicenda del rapporto Oms pubblicato e poi ritirato, è la scomparsa di quel documento, che a maggio del 2020 criticava la gestione della prima fase della pandemia da parte dell'Italia. Su tutto il resto c'è una grande confusione. 

Procuratore di Bergamo Antonio Chiappani, il ministro della Salute Roberto Speranza rischia qualcosa?

«Voglio essere chiaro. Allo stato non ci sono elementi per alcuna contestazione nei confronti del ministro».

Secondo indiscrezioni emerse dopo l'ultima audizione, Speranza aveva negato ingerenze sull'Oms. Alcune sue chat con Silvio Brusaferro paiono invece evidenziare un interessamento. Intervenne per far rimuovere il rapporto?

«Ripeto, non c'è nulla da contestare al momento. La verità è che ci sono molte incongruenze che riguardano più versioni date da più soggetti».

Troppe versioni diverse? Ci saranno contestazioni più avanti?

«Abbiamo rilevato molte incongruenze nelle parole di tante persone sentite. Adesso ci sono valutazioni da fare e migliaia di documenti da verificare, comprese le trascrizioni dei messaggi scambiati». 

Indagate sui morti di Bergamo, perché siete arrivati a questo livello?

«Noi cercavamo e cerchiamo di capire qual è stata la prima risposta delle autorità sanitarie alla pandemia. Se ci sono stati errori, omissioni o comportamenti sbagliati. E siamo incappati nella mancanza di aggiornamento del Piano pandemico. Più in generale direi che è stata saltata la fase "pre pandemica" e ci si è mossi con una gestione non programmata della crisi».

L'applicazione di un Piano pandemico (aggiornato o meno) avrebbe aiutato?

«Questo è l'oggetto della consulenza che abbiamo affidato al professor Andrea Crisanti. Il Piano è una linea programmatica ministeriale, andava applicato». 

Su questo ci sarà una contestazione penale?

«Vedremo cosa ci dirà Crisanti, ma credo che su questo ogni valutazione riguarderà l'apparato tecnico della nostra sanità, non quello politico».

L'apparato tecnico nazionale o regionale ha peccato con omissioni specifiche?

«Io dico che c'è stata una grande sottovalutazione del rischio, non aggiungo altro». 

Ma il mancato aggiornamento del Piano pandemico non sarebbe competenza della Procura di Roma?

«Dipende, se lo leggo come un nesso di causalità con i troppi morti della Bergamasca, no. Se lo considero un reato in sé allora la questione cambia».

Dove andrà questa inchiesta? Che risposta darete alle centinaia di famiglie che hanno presentato esposti?

«La strada è difficilissima, stanno arrivando archiviazioni da tutti i tribunali d'Italia. La giurisprudenza al momento non riconosce il reato di epidemia colposa omissiva».

E la mancata zona rossa a Nembro e Alzano?

«Abbiamo dovuto porci una domanda per rispondere a questo: il virus si sarebbe sviluppato comunque o no? La risposta non è assolutamente facile. Il punto è trovarsi a valutare un focolaio in un contesto pandemico più grande. E la stessa cosa vale per l'ospedale di Alzano. Va tenuto conto del cluster in cui era inserito. Solo così si possono dare risposte a troppi decessi». 

Ma la pandemia non è reato e nessun piano avrebbe potuto fermare il virus. La procura di Bergamo, attraverso il Domani, ci fa sapere che il ministro Speranza e i vertici del ministero della Salute rischiano seriamente di finire nei guai per la gestione dell'emergenza. Un nuovo processo alla scienza? di Davide Varì su Il Dubbio il 30 novembre 2021. Se non è un processo alla scienza poco ci manca. Dopo la famigerata inchiesta contro i vertici della protezione civile indagati per non aver previsto il drammatico terremoto de L’Aquila (sic!), oggi è la volta dei funzionari del ministero della Salute accusati dalla procura di Bergamo di “pandemia colposa”. Al momento non sarebbe coinvolto il ministro della Salute Speranza, ma i cronisti del Domani fanno capire che sì: il ministro probabilmente “finirà nei guai…”. In attesa di dettagli ci chiediamo un paio di cose. La prima: come è finita in mano ai giornali questa valanga di informazioni su un’indagine ancora aperta? E poi: davvero il procuratore di Bergamo ha riferito al giornalista del Domani la seguente frase: «Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare»?

Se così fosse sarebbe assai grave che un procuratore, peraltro nei giorni in cui il Parlamento ha licenziato le nuove norme sulla presunzione di innocenza, si fosse lasciato andare a valutazioni di questo tipo. Soprattutto se riferite a un ministro della Repubblica che sta gestendo una crisi sanitaria di questa portata. Se invece, come crediamo e ci auguriamo, si dovesse trattare di uno scivolone del giornalista, allora il procuratore di Bergamo farebbe bene a smentire in modo circostanziato. Ma la cosa che davvero dobbiamo chiederci è un’altra, ovvero come sia possibile aprire un’inchiesta di questo tipo. Intendiamoci, per amore di verità dobbiamo dire che l’indagine è riferita al mancato aggiornamento del piano pandemico. Una sciatteria che però, di questo ne siamo certi, difficilmente può aver influito sulla diffusione del Covid o sul contenimento del numero dei decessi.

La verità è che nessuno avrebbe mai potuto prevedere una crisi sanitaria di questa gravità e nessun piano pandemico del mondo avrebbe potuto fermarla o soltanto arginarla; nessuno, infine, avrebbe mai immaginato di dover comprare migliaia di respiratori, di dover formare centinaia di nuovi sanitari, di gettare nella trincea degli ospedali decine di giovani specializzandi. Perché di questo stiamo parlando: di un evento che ha mandato in tilt le migliori sanità mondiali, compresa la nostra. E saremmo in malafede se dimenticassimo lo sconcerto della comunità scientifica mondiale di fronte a un virus sconosciuto, imprevedibile, inafferrabile e col quale ancora oggi, a distanza di quasi due anni, facciamo i conti. E la conferma di tutto questo sta nei numeri dei decessi dei paesi che avevano i piani pandemici aggiornati. I dati di Inghilterra, Germania, Francia, e di tutti gli altri Paesi con una popolazione molto simile alla nostra, sono del tutto in linea con quelli italiani. Parliamo di una forbice compresa tra i 115mila e 130mila morti. Circa 136mila in Inghilterra, 130mila decessi in Italia, 116mila in Francia e 101mila in Germania. Insomma, questa è la dimostrazione pratica che nessun piano pandemico avrebbe potuto evitare questa strage.

Ciò detto è comprensibile che una procura della Repubblica voglia veder chiaro. Ma chissà, una volta verificata la sostanziale inutilità del piano pandemico – di qualsiasi piano pandemico – avrebbe potuto decidere di archiviare. E non regge “l’alibi” dell’obbligatorietà dell’azione penale. È vero che un paio di anni fa la procura bergamasca ha ricevuto decine di denunce di familiari morti di Covid – e nessuno di noi dimenticherà mai le immagini strazianti che arrivavano da quella città -, ma è altrettanto vero che l’Articolo 112 della nostra Costituzione (Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale), è spesso usato in modo, come dire…discrezionale da parte di alcuni pm.

E per essere più chiari possiamo prendere in prestito le parole dell’ex magistrato Piero Tony: «L’obbligatorietà dell’azione penale non esiste né mai è esistita. Dunque, eccolo il senso di questa favola: non esiste discrezionalità da parte del magistrato e ogni notizia di reato che istruisce non è frutto della sua volontà ma di un procedimento meccanico. Io ricevo, dunque agisco. Bene, questa storia è una simpatica barzelletta, un giochino da salotto. La verità è che in ogni ufficio giudiziario ci sono, e non possono non esserci, delle scelte prioritarie, anche formalizzate. E il motivo è banale: la macchina della giustizia non riesce ad affrontare milioni di processi. Deve sempre scegliere quali consegnare alla prescrizione e quali no». Tutto chiaro, no?

Inchieste. Epidemia colposa, ammissioni e nuove carte. L'ombra della Procura su Conte. Felice Manti il 9 Ottobre 2021 su Il giornale. Indagati e consulenti smontano la ricostruzione del governo sulla gestione. Non c'è solo il caso Di Donna a turbare i sonni dell'ex premier Giuseppe Conte. Sul neo leader M5s si allunga sempre di più l'onta del processo per epidemia colposa, assieme al ministro della Salute Roberto Speranza, al suo stretto entourage al ministero (il suo capo di gabinetto Goffredo Zaccardi si è dimesso a sorpresa qualche settimana fa), fino all'ex numero due Oms Ranieri Guerra (Dg della Prevenzione tra il 2014 e il 2017) e ai vertici del Cts e dell'Iss. Quando uscì la notizia di Conte indagato, qualche manina si affrettò a scrivere che si trattava di «un atto dovuto e che le accuse sarebbero state infondate», ma la Procura di Bergamo la pensa diversamente. Certo, la famosa commissione d'inchiesta parlamentare sul Covid che dovrebbe insediarsi tra il 20 e il 22 ottobre rischia di diventare una barzelletta per colpa degli emendamenti di Pd, Lega e M5s che ne hanno depotenziato lo spazio di manovra, limitandone il campo d'indagine al 30 gennaio 2020 e ai Paesi di origine del Covid. Ma ad oggi alcune ammissioni dei protagonisti dimostrerebbero anche che alcune decisioni di Palazzo Chigi, nei giorni tra lo scoppio dell'epidemia a Wuhan e il primo caso conclamato a Codogno, avrebbero aggravato la pandemia anziché frenarla. C'è una cartella clinica (di cui ha parlato il Giornale, recapitata in forma anonima al team di legali dei familiari delle vittime della Bergamasca e oggi in mano ai pm) di un 54enne cinese della Valle Seriana ricoverato il 26 gennaio 2020 all'ospedale di Seriate con sintomi Covid, che sposterebbe di un mese lo scoppio dell'epidemia Covid in Italia, anche se c'è chi pensa (come Giorgio Palù) che il virus fosse in Italia già a settembre. Ma al paziente non venne fatto il tampone per la retromarcia di Speranza, su pressione delle Regioni. La motivazione? «La mancanza di risorse», come ha rivelato ai microfoni di Francesca Nava per Presa Diretta l'ex Dg della Prevenzione del ministero della Sanità Claudio d'Amario, successore di Guerra. C'è un documento che rivela come l'Italia avrebbe disatteso anche le richieste Ue sui test ai viaggiatori provenienti da Wuhan, innescando il cluster nel cuore dell'Europa. Governo e Regioni non avevano né soldi né reagenti, sebbene fossero previsti dal piano pandemico del 2006, ignorato e non aggiornato dallo stesso Guerra e D'Amario. Tanto che secondo un medico di Bergamo «se si faceva un tampone ad un paziente nel febbraio 2020, e se era negativo, chi lo aveva fatto correva il rischio di pagarselo di tasca propria». C'è il nodo della mancata chiusura di Alzano e Nembro, ipotizzata il 23 febbraio e sfiorata il tre marzo. Che bisognasse chiudere subito lo dice anche l'Avvocatura dello Stato in un passaggio della memoria difensiva. Quanti morti è costata? Migliaia, secondo il report del generale Pier Paolo Lunelli, consulente dei legali delle vittime: «Se si fosse chiuso anche il 27 febbraio ci sarebbero stati solo 61 morti over 65», ha detto ai pm. Decisiva in merito sarà la consulenza del professor Andrea Crisanti, in arrivo entro fine anno. Poi c'è la clamorosa ammissione di colpa, forse tardiva, di alcuni dei principali protagonisti. In un libro in uscita in questi giorni Guerra, sospettato dai pm di aver fatto pressioni sull'ex funzionario dell'ufficio Oms di Venezia, Francesco Zambon perché non rivelasse in un report (misteriosamente sparito e in mano ai pm) le falle del governo, spara contro Speranza sulle mascherine donate alla Cina e sul piano pandemico disapplicato. Persino per il consulente di Speranza Walter Ricciardi «serviva la quarantena obbligatoria di chi, anche asintomatico, tornava da zone a rischio». Per il sindaco di Bergamo Giorgio Gori «la partita Atalanta-Valencia non andava giocata». Pentimenti tardivi per evitare guai giudiziari? Lo sapremo presto. Felice Manti

Coronavirus, a Cassino un dipendente comunale si contagia e muore. La mossa della famiglia: qua salta l'Italia. Libero Quotidiano il 28 settembre 2021. Un risarcimento di 500mila euro: è quanto chiedono all'Inail i familiari di una dipendente del comune di Cassino morta di Covid la scorsa primavera, dopo aver contratto l'infezione presumibilmente sul posto di lavoro. Secondo quanto sostiene la famiglia, infatti, la donna si sarebbe ammalata al lavoro, visto che la sua mansione prevedeva il contatto diretto con il pubblico. Dopo aver preso il virus e manifestato i sintomi, le sue condizioni di salute si sono progressivamente aggravate, fino al ricovero ospedaliero e alla terapia intensiva. Infine il decesso, avvenuto a seguito di alcune complicanze sopraggiunte, che le sono purtroppo risultate fatali. "Le patologie infettive contratte in occasione di lavoro sono inquadrate e trattate come infortunio sul lavoro dal momento che la causa virulenta è equiparata alla causa violenta propria dell'infortunio, anche nell'ipotesi in cui gli effetti propri del contagio si manifestino dopo un certo lasso di tempo", ha detto al Messaggero il legale della famiglia. L'avvocato, infine, ha aggiunto: "Il riconoscimento dell'origine professionale del contagio si fonda su un giudizio di ragionevole probabilità che l'infezione sia avvenuta in contesto lavorativo ed è del tutto estraneo a qualsivoglia valutazione circa l'imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che ne possano aver determinato il contagio".

La decisione della Corte. La Consulta “assolve” Conte e i suoi Dpcm: “Legittimi per il contrasto al Covid”. de Il Riformista il Fabio Calcagni de Il Riformista il 23 Settembre 2021. La Consulta boccia le prime censure ai Dpcm, i Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, firmati dall’ex premier Giuseppe Conte per le misure di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica provocata dall’epidemia di Coronavirus. La Corte costituzionale ha esaminato oggi le questioni sollevate dal Giudice di pace di Frosinone sulla legittimità costituzionale dei decreti legge n. 6 e n. 19 del 2020 sull’adozione dei Dpcm ‘anti Covid’. Nel caso concreto, un cittadino aveva proposto opposizione contro la sanzione amministrativa di 400 euro inflittagli per essere uscito dall’abitazione durante il lockdown dell’aprile 2020, in violazione del divieto stabilito dal Dl e poi dal Dpcm. Secondo il Giudice di pace, i due decreti legge avrebbero delegato al Presidente del Consiglio una funzione legislativa e perciò sarebbero in contrasto con gli articoli 76, 77 e 78 della Costituzione. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto inammissibili le censure al Dl n. 6, perché non applicabile al caso concreto. Ha poi giudicato non fondate le questioni relative al Dl n. 19, poiché al Presidente del Consiglio non è stata attribuita altro che la funzione attuativa del decreto legge, da esercitare mediante atti di natura amministrativa. 

LA REAZIONE DI CONTE – Ovviamente soddisfatto l’ex presidente del Consiglio Conte, ora leader del Movimento 5 Stelle. Impegnato in un punto stampa a Roma prima del comizio a villa Lazzaroni con Virginia Raggi, Conte ha spiegato che “le notizie che arrivano dalla Consulta ci confortano, sul fatto che siano state respinte le censure contro il nostro operato e i Dpcm. Ma, lo dico da giurista, quando si tratta di mettere in sicurezza il Paese nulla deve fermare chi ha una responsabilità di governare il Paese”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Le dosi soddisfano i 5 requisiti necessari per imporle con una legge. Via libera a vaccini obbligatori e green pass, respinti tutti i ricorsi: le 5 condizioni necessarie. Salvatore Curreri su Il Riformista il 29 Agosto 2021. Per quanto interlocutoria, la decisione con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, lo scorso 24 agosto, ha provvisoriamente respinto la richiesta di 672 vigili del fuoco francesi di misure cautelari contro la legge che impone loro di vaccinarsi contro il Covid-19 s’inserisce in un sempre più consistente filone giurisprudenziale favorevole all’introduzione di simili obblighi. Tale decisione, infatti, fa seguito a quella – stavolta definitiva e per di più presa dalla Grande Camera della stessa Corte europea – che, lo scorso 8 aprile, ha respinto il ricorso di alcuni genitori contro la legge della Repubblica ceca che, come da noi, vieta l’iscrizione alla scuola d’infanzia ai bambini non vaccinati. In Francia il Consiglio costituzionale, lo scorso 5 agosto, non ha bocciato né l’obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari, né le limitazioni introdotte per chi non ha il c.d. green pass, ritenendole un ragionevole punto di equilibrio tra la tutela della libertà di circolazione e quella della salute collettiva. Nel nostro paese, i Tribunali di Belluno (23 marzo) e Modena (23 luglio), pronunciandosi sulle sospensioni dal servizio senza retribuzione adottate nei confronti di personale sanitario rifiutatosi di vaccinarsi contro il Covid-19 ancor prima che per costoro fosse introdotto il relativo obbligo (art. 4 decreto legge n. 44 del 1° aprile 2021), avevano comunque ritenuti tali provvedimenti fin da allora legittimi in forza dell’obbligo del datore di lavoro di garantire la salute e la sicurezza degli altri dipendenti e degli stessi pazienti. Ad analoga conclusione è pervenuto il Tar di Lecce (4 agosto), respingendo l’istanza cautelare di un dipendente dell’Asl di Brindisi sospeso dal servizio perché non vaccinato. Infine il Tribunale di Roma (28 luglio) ha ritenuto legittimo il provvedimento con cui un villaggio turistico (settore produttivo in cui non è previsto l’obbligo di vaccinazione) ha deciso di sospendere dall’attività e dalla retribuzione una dipendente dichiarata dal medico competente parzialmente inidonea a svolgere le sue mansioni perché non poteva “essere in contatto con i residenti del villaggio”. Il fatto che tutti coloro che hanno fatto ricorso al giudice, nazionale e no, per contestare la legittimità (costituzionale) degli obblighi vaccinali si sono visti puntualmente respingere le loro pretese non si deve alla #dittaturasanitaria-ordita-percomplotto-giudaicomassonico-daipoteriforti-edellecasefarmaceutiche-controlenostrelibertà – come (senza hashtag) avrebbe un tempo scritto la Fallaci per metterli alla berlina – ma, più semplicemente, per l’inconsistenza scientifica e giuridica degli argomenti opposti, frutto di una visione egoistica e individualista inevitabilmente recessiva di fronte all’interesse pubblico di contrastare la diffusione della pandemia da Covid-19. Come più volte chiarito dalla Corte costituzionale, trattamenti sanitari obbligatori collettivi, come sono le vaccinazioni, possono essere imposti dallo Stato per legge (il che permette la discussione parlamentare, e quindi pubblica, su di essi), alle seguenti cinque condizioni:

1) va preventivamente dimostrata in sede scientifica l’efficacia delle vaccinazioni nel prevenire e debellare malattie infettive e diffusive. Si obietta: i vaccini contro il Covid-19 sono in fase sperimentale per cui non possono essere imposti perché non se ne conoscono gli effetti a lungo termine. Replico: i vaccini sono stati approvati dalle autorità competenti italiane e straniere (v. da ultimo l’approvazione definitiva del Pfizer da parte della Food and drug administration Usa) in tempi più rapidi del previsto grazie a un sistema di revisione su scala mondiale e progressiva; in ogni caso che oggi la massima parte dei ricoverati e deceduti sia non vaccinata dimostra inequivocabilmente la loro efficacia. Infine, quanto agli effetti a lungo termine, costoro dovrebbero trovare il coraggio di spiegare ai parenti di quanti deceduti non vaccinati, che hanno fatto bene a non sottoporsi alla vaccinazione perché sperimentale…

2) la vaccinazione deve tutelare la salute non solo individuale ma anche collettiva. Essa infatti è legittima solo se diretta «non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale» (C. cost. 307/1990). Chi, appellandosi all’art. 32 Cost., oppone che non si possono introdurre trattamenti sanitari obbligatori lesivi del rispetto della persona umana dovrebbe dimostrare, contrariamente a ogni evidenza come sostenuto al punto 1), che ci troviamo di fronte a un trattamento sanitario a beneficio della salute della collettività ma a scapito di quella del singolo. Forse vale la pena ricordare a costoro che tale limite fu introdotto in Assemblea costituente, su proposta di Aldo Moro, per evitare che lo Stato potesse, come nel programma nazista Aktion 14, imporre pratiche sanitarie eugenetiche “per il miglioramento della razza” radicalmente lesive della dignità umana, come la soppressione o sterilizzazione obbligatoria degli handicappati e dei portatori di malattie ereditarie o l’uso di pazienti vivi per sperimentazioni mediche. Il che svela l’abnormità del paragone e la mancanza di senso di misura e di proporzioni di chi si appella a un simile limite.

3) la vaccinazione non deve incidere “negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle solo conseguenze che appaiono normali e, pertanto, tollerabili” (C. cost., 5/2018, 8.2.1) o siano comunque marginali e statisticamente inevitabili (C. cost., 118/1996, 4). Pertanto, le vaccinazioni non sono di per sé incostituzionali quando per eliminare una malattia infettiva comportano purtroppo il rarissimo ma inevitabile rischio di conseguenze di salute negative per chi vi si sottopone. In tali casi, infatti, il legislatore, pur essendo dinanzi a una “scelta tragica”, giacché «sofferenza e benessere non sono equamente ripartiti tra tutti, ma stanno integralmente a danno degli uni o a vantaggio degli altri» (C. cost., 118/1996), può privilegiare la salvezza dei molti rispetto al sacrificio dei pochi;

4) in forza di questa dimensione solidarista, chi, a causa di una vaccinazione subisce una menomazione permanente della propria integrità psico-fisica ha diritto a essere non solo risarcito ma anche indennizzato nonché a ricevere misure di sostegno assistenziale. Ciò a prescindere che la vaccinazione sia obbligatoria o promossa dalle pubbliche autorità in vista della sua capillare diffusione nella società. Difatti, così come il singolo espone a rischio la propria salute per un interesse collettivo, egualmente la stessa collettività deve essere disposta a condividere il peso delle eventuali remote conseguenze negative che egli può subire (C. cost. 27/1998). La tesi, amplificata dalla Meloni, per cui lo Stato non introduce l’obbligo vaccinale per non dover pagare indennizzi non è quindi vera.

5) infine, il sacrificio della libertà di autodeterminazione personale deve essere proporzionale e ragionevole rispetto all’interesse della collettività al non diffondersi della malattia. Pertanto, in un’ottica di bilanciamento tra mezzi e fini, la vaccinazione può essere dapprima solo raccomandata, poi prevista come onere o requisito obbligatorio temporaneo per chi vuole compiere determinate attività sociale o economiche (c.d. green pass), infine resa obbligatoria per tutti. Questa è esattamente la prudente strada finora perseguita da tutti i governi, compreso il nostro. Il rispetto di queste cinque condizioni fa sì che nulla osti sul piano costituzionale perché la strada finora percorsa venga completata, introducendo – se la maggioranza parlamentare lo riterrà opportuno – l’obbligo vaccinale per tutti. Salvatore Curreri 

Vittorio De Vecchi Lajolo per ilfattoquotidiano.it il 21 settembre 2021. Gad Lerner sostiene che i non vaccinati andrebbero “dichiarati fuori legge” esattamente come gli evasori fiscali. L’idea non è originalissima: ci aveva già pensato Roberto Burioni qualche mese fa a lanciare l’anatema dell’evasione fiscale, salvo poi invertire la rotta per definire i non vaccinati più sobriamente “sorci”. Più recentemente, Giuliano Cazzola ha invocato i cannoni di Bava Beccaris per fare piazza pulita dei no-vax, mentre Renato Brunetta auspica un progressivo “schiacciamento” (cit.) dei non vaccinati ai margini della vita sociale. Su tutto aleggia il soave monito del Presidente della Repubblica, secondo cui “non si può invocare la libertà per non vaccinarsi”. Pochi chilometri più a nord, in Germania, nessun partito sostiene l’obbligo vaccinale: anche Olaf Scholz, possibile futuro cancelliere, lo ha escluso categoricamente. La Frankfurter Allgemeine (il secondo quotidiano del paese, di orientamento liberal-conservatore) ad agosto pubblicava un articolo dall’eloquente catenaccio “Non è compito dello Stato proteggere il cittadino da se stesso”. Diversi costituzionalisti, tra cui il prof. Alexander Thiele dell’università di Gottinga ritengono che l’obbligo sarebbe giustificabile solo qualora il fenomeno epidemico divenisse completamente incontrollabile. Il 13 settembre 2021 la Süddeutsche (primo quotidiano del paese, di orientamento liberal-progressista) pubblica un articolo sulla recente decisione del governo federale di mettere il turbo alla campagna vaccinale creando centri vaccinali pop-up un po’ dappertutto (in autobus, allo zoo di Berlino, presso alcuni chioschi di kebabbari etc.) per convincere gli indecisi – tesi di fondo: è un errore aumentare la pressione, giusto invece migliorare informazione e disponibilità. Sulla stessa linea il telegiornale della prima rete televisiva pubblica ARD, in cui la psicologa e professoressa dell’università di Costanza, Katrin Schmelz, si spinge fino a sostenere che l’obbligo in queste condizioni sarebbe un errore, perché la propensione a vaccinarsi (ovviamente) è molto più alta quando esiste una scelta, che quando si è costretti ad adempiere ad un obbligo. La mascherina obbligatoria generalizzata (anche all’aperto) in Germania non è mai esistita. Ancora oggi, il green-pass all’italiana è completamente sconosciuto: non serve nel trasporto pubblico e neanche i lavoratori del settore sanitario sono soggetti a obbligo vaccinale (ma ad obbligo di tampone). E, naturalmente, nessuna persona si azzarda a definire pubblicamente i non vaccinati sorci, evasori fiscali, gente da mettere fuori legge, da schiacciare o da prendere a cannonate. Sarà perché in Germania ormai sono tutti vaccinati? No, anzi: “solo” il 62,7% della popolazione è completamente immunizzato[1], contro il 68% [2] di quella italiana. Allora forse in Germania non esistono no-vax? Falso anche questo, come dimostrano le manifestazioni (ben più frequentate degli sparuti drappelli di no-vax italiani) che hanno invaso Berlino, Stoccarda, Monaco, Amburgo e tante altre città. Allora si vede che in Germania ci sono meno casi, meno contagi e dunque il problema è percepito come meno urgente? No, anche su questo i numeri non mentono: secondo i dati più recenti, l’incidenza settimanale in Germania è di 76,3 casi per 100.000 abitanti contro i 64 dell’Italia. Forse che la legge tedesca non consente l’introduzione di un obbligo? Sbagliato: anche la legge fondamentale della Repubblica Federale – seppur in modo meno esplicito dell’art. 32 della Costituzione Italiana – riconosce la possibilità di introdurre un obbligo di vaccinazione per le categorie a rischio (che, in astratto, potrebbero anche coincidere con l’intera popolazione). Insomma, o la Germania [3] sta commettendo un azzardo spaventoso, oppure in Italia regna una psicosi collettiva. Sicuramente si fa largo un sospetto: che, semplicemente, non sia necessario spingersi a tali estremi. Forse la sensibilizzazione degli indecisi può avvenire sulla base di dati scientifici presentati in modo trasparente (cioè nell’unico modo che la scienza ammette) invece che sulla base di volgari – a mio avviso – invettive moraliste; forse nel dibattito pubblico è possibile dissentire senza perdere il rispetto che in una democrazia è dovuto a tutti, anche a chi sostiene posizioni estreme, assurde, non condivisibili; forse in un sana democrazia liberale il governo sostiene il cittadino a fare scelta consapevole invece di obbligarlo a seguire le sue direttive con paternalismo ottocentesco.

[2] Il dato del governo (oltre il 70%) si riferisce alla popolazione sopra i 12 anni. Sulla popolazione totale la percentuale è lievemente inferiore, intorno al 68%. [3] E non solo la Germania. Bisogna tener presente che nessun paese (salvo Indonesia e un paio di regimi autoritari centroasiatici) ha introdotto l’obbligo vaccinale contro il Covid (neanche la Cina), la Danimarca ha invece revocato tutte le misure di contenimento, nel Regno Unito il governo ha deciso di abbandonare l’idea del green-pass etc. In Italia, al contrario, due terzi della popolazione apparentemente sosterrebbero l’obbligo vaccinale.

Articolo su "El Pais" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" il 25 settembre 2021. Il ritmo della vaccinazione contro il Covid – leggiamo su El Pais - ha subito un rallentamento in molti paesi ricchi e, a differenza dei primi mesi della campagna di vaccinazione, quando ciò che mancava erano le fiale, ora mancano le braccia a cui iniettare il farmaco. In Spagna, più del 75% della popolazione ha già completato il programma di vaccinazione, ma questi alti livelli di copertura sono ancora una chimera in alcuni paesi vicini: gli Stati Uniti sono fermi a più del 50% e l'Italia a circa il 64%. La Francia è in testa con l'81%. Precisamente, mentre mezzo mondo lotta per procurarsi dei vaccini che sono ancora inaccessibili per loro, questi tre paesi, che hanno accumulato dosi inutilizzate, devono obbligare i loro cittadini a vaccinarsi. Con diversi gradi di severità, tutti e tre hanno optato per l'applicazione forzata: partendo dal più severo, l'Italia, che ha ordinato a tutti i lavoratori di essere vaccinati; alla direttiva degli Stati Uniti che impone la vaccinazione dei dipendenti federali; alla Francia, che ha ordinato agli operatori sanitari di essere vaccinati entro il 15 settembre. La polemica sulle vaccinazioni obbligatorie è inoltre balzata fuori dagli uffici scientifici e nelle strade: a Parigi, per esempio, gli attivisti anti-vaccini manifestano ogni sabato contro la direttiva del governo francese.

Italia: la prima nel mondo occidentale a renderlo obbligatorio

L'Italia è il primo paese del mondo occidentale a rendere la vaccinazione obbligatoria per tutti i lavoratori, una popolazione di circa 23 milioni di persone. La formula tecnica utilizzata evita, giustamente, di parlare di imposizione giuridica. Ma il decreto approvato dal governo di Mario Draghi giovedì scorso richiede il certificato verde che attesta di aver ricevuto il siero contro il covid-19 per poter lavorare: o come lavoratore autonomo o come dipendente in un'azienda. La garanzia sarà richiesta anche per l'assistenza domestica o i servizi a domicilio, come un idraulico. Queste categorie si aggiungono all'obbligo esistente di mostrare il pass verde in cinema, teatri, palestre e ristoranti. La misura, approvata all'unanimità dal Consiglio dei ministri, è stata accolta con favore anche dagli italiani. Nel centro di Roma, accanto alle rovine del Senato romano in Piazza Largo Argentina, il 28enne Daniel Polaco vende ogni giorno riviste e giornali nel suo chiosco. Nella piccola impresa lavorano lui, suo padre e un dipendente che ora dovrà anche ottenere un certificato verde. "Penso che sia giusto. Se stai a casa, non farti vaccinare, ma se esci, vai al ristorante o in palestra, devi farti vaccinare per motivi di sicurezza. Questa è una pandemia. Ed è vero che ogni lavoro è diverso. Se lo fai all'aperto, può sollevare dei dubbi, ma non puoi andare caso per caso”. All'inizio della pandemia, Polaco non la pensava così. Arrivò a dire che non si sarebbe fatto vaccinare. "Ho pensato che non c'era stato il tempo di studiarlo e di verificare che non ci fossero effetti collaterali. Ma ho vissuto in prima persona il dramma dei parenti morti e ho cambiato idea", dice. Le aziende si troveranno di fronte alla necessità di monitorare i loro lavoratori utilizzando un lettore di codici QR. I dipendenti che non rispettano la nuova regola saranno multati fino a 1.500 euro. Coloro che non hanno il certificato di vaccinazione saranno mandati a casa e, se non presentano il documento entro cinque giorni, saranno sospesi dal lavoro e dalla retribuzione. Marco Vitalli gestisce un negozio di abbigliamento in Via del Corso a Roma. Dodici persone lavorano su due turni. Il negozio è quasi sempre pieno di clienti e gli stessi impiegati ritengono che ci debba essere un controllo. Pietro Buonerba, che lavora nel negozio da quattro anni, non ha dubbi. "Ci sono 23 milioni di lavoratori in Italia. Se un piccolo gruppo decide di opporsi alla vaccinazione, ci mette tutti a rischio. Penso che la decisione sia valida, anche se può sollevare qualche dubbio sulla libertà di ognuno di agire come vuole. La situazione è estrema ed è importante agire in modo unito", dice. 

100 milioni di lavoratori colpiti negli Stati Uniti

La Casa Bianca ha ordinato ai dipendenti del ramo esecutivo e ai lavoratori federali di essere vaccinati contro il coronavirus, oltre a redigere un regolamento che richiederà lo stesso per le aziende con più di 100 dipendenti. "Sto esaurendo la pazienza", ha detto il presidente Joe Biden, annunciando la misura dopo che la variante delta del virus ha mandato i tassi di infezione in estate a livelli non visti da mesi, con più di 1.000 persone che muoiono ogni giorno, quasi tutte non vaccinate. In totale, quasi 100 milioni di lavoratori sono interessati, il che significa due terzi della forza lavoro statunitense. Tuttavia, la tradizione politica che prevale in questo paese, a cui ora si unisce la destra più recalcitrante sotto il marchio di Donald Trump, ha subito fatto scattare i campanelli d'allarme denunciando l'incostituzionalità del decreto presidenziale. La decisione del democratico è stata rapidamente contestata e in più di 24 stati i procuratori generali hanno fatto sapere alla Casa Bianca che se persiste nel renderla obbligatoria dovrà affrontare "azioni legali". La stragrande maggioranza di questi stati sono repubblicani e hanno un'alta incidenza di covid-19, come il Texas e la Florida. "È illegale", dice Marjorie Lansky, 52 anni, di Arlington, Virginia, a proposito dell'inoculazione obbligatoria. Il figlio della signora Lansky - Josh, un postino - è uno di quei casi che si trovano tra l'incudine e il martello: farsi vaccinare entro il periodo di grazia di 75 giorni concesso dall'amministrazione Biden o affrontare il licenziamento. L'unica eccezione per non rispettare l'ordine esecutivo di Biden è rivendicare motivi religiosi. Il figlio maggiore di Lansky non ne ha. Sua madre parla per lui e gli assicura che dovrà essere vaccinato anche se non lo ha fatto fino ad ora, per motivi puramente "personali" che non ha ancora specificato. Come Josh Lansky, circa 80 milioni di persone negli Stati Uniti hanno deciso di non essere vaccinati. Anche se il presidente ha avvertito che se "i governatori degli Stati non contribuiranno a fermare la pandemia" userà il potere conferitogli dalla presidenza, Biden è consapevole che non è possibile esigere la vaccinazione per tutti gli americani, poiché, dopo tutto, spetta a ogni Stato renderla obbligatoria. Con la Costituzione come testimone, che garantisce la sua libertà, e appellandosi alla separazione dei poteri, Jeff Cooper assicura che nessuno, nemmeno il presidente, può obbligarlo a sottoporsi all'ormai famoso colpo di pistola. "Siamo cavie nelle mani delle multinazionali farmaceutiche", dice il 48enne mentre lascia il suo lavoro al Dipartimento del Tesoro. Più del 53% degli americani ha ricevuto il corso completo di vaccini covid-19, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). 

Francia: Macron vince la scommessa dei certificati Covid

La data è finalmente arrivata: 15 settembre. E quel giorno, i pochi operatori sanitari in Francia che non avevano fatto almeno una prima vaccinazione hanno cominciato a usare ogni sorta di stratagemma per salvare il loro lavoro. Senza vaccinazione, secondo la legge annunciata dal presidente Emmanuel Macron il 12 luglio e adottata in agosto, gli operatori sanitari non vaccinati rischiano la sospensione del lavoro e della paga. Maria, un'infermiera di 49 anni in un ospedale alla periferia di Parigi, si è messa in malattia una settimana fa. "Un po' a causa di questo [il vaccino], e a causa della stanchezza, e della fatica mentale e fisica: siamo sotto pressione. Se potessi scegliere, non lo prenderei", risponde. "Ma visto che non puoi scegliere..." E quando tornerà in ospedale? "Non lo so." Come altri operatori sanitari intervistati a Parigi per questa cronaca, Maria non ha voluto dare il suo cognome. Nora, che ha 59 anni e lavora nel reparto di radiologia di un altro ospedale, spiega che un amico medico ha firmato un certificato che la esenta dall'essere vaccinata. "Il mio corpo non può sopportare un corpo estraneo, né i farmaci", dice. Rachid, 45 anni, infermiere in un reparto di psicologia, è in vacanza. Il fatto che ora sia in vacanza, dice Rachid, è una coincidenza, ma gli permette di evitare, almeno fino al suo ritorno al lavoro in ottobre, la data critica a partire dalla quale ha affrontato un dilemma: o si vaccina o rimane in strada. In Francia, non c'è un obbligo diretto di vaccinare tutta la popolazione. Macron ha optato per un'altra strategia: incoraggiare la vaccinazione. In primo luogo, ha reso obbligatoria la presentazione di un certificato sanitario - che dimostra che il titolare è stato vaccinato o è risultato negativo in un recente test di covid-19 - per entrare in cinema, caffè, ristoranti, musei, treni a lunga percorrenza e aerei, tra gli altri spazi pubblici. Il messaggio: per divertirsi, bisogna vaccinarsi. L'altra parte della strategia consisteva nel costringere gli operatori sanitari a farsi vaccinare sotto la minaccia della disoccupazione. È stata una scommessa rischiosa per Macron, ma ha funzionato bene. In un paese in cui il 60% della popolazione era riluttante a vaccinarsi a gennaio, oggi l'81% è vaccinato, davanti a Regno Unito, Israele e Spagna. In un paese in cui lo scetticismo anti-vaccino tra gli operatori sanitari era preoccupante, oggi il 90% degli operatori sanitari sono stati vaccinati e, secondo il ministro della salute Olivier Véran, solo circa 3.000 sono stati temporaneamente sospesi dal lavoro, un numero esiguo in un settore che impiega 2,7 milioni di persone. Alcuni degli ultimi recalcitranti - come Maria, Nora e Rachid - erano alle varie manifestazioni di sabato a Parigi contro il certificato sanitario. Cédric Baron, uno psicologo di 39 anni che ha smesso di andare al lavoro mercoledì, era anche in uno di essi in piazza del Trocadero. Non è stato vaccinato e non ha intenzione di essere vaccinato. "Se fossi stato vaccinato", dice, "avrei mantenuto il mio lavoro".

Barbara Acquaviti per "Il Messaggero" il 20 novembre 2021. «Pacifico e conclamato». Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, sceglie questi due aggettivi per spiegare perché, a suo giudizio, non ci sia alcun dubbio sul fatto che l'obbligo vaccinale sia costituzionale: «Se così non fosse vivremmo in perenne incostituzionalità da quando i vaccini sono stati introdotti per legge e definiti vincolanti salvo l'ipotesi in cui non possa essere somministrato per ragioni specifiche». 

Ora però la scelta dell'Austria, che lo imporrà da fe