Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

QUINTA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

ANNO 2021

L’AMMINISTRAZIONE

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Alle origini del Covid-19.

Da adnkronos.com il 16 dicembre 2021. Una fuga di laboratorio è ora la più probabile ipotesi sull'origine del covid, dopo che per due anni la ricerca di un animale ospite non ha dato risultati per risalire alla "nascita" del coronavirus. È quanto ha riferito la dottoressa Alina Chan, specialista in terapia genica e ingegneria cellulare del Mit e di Harvard, nella sua audizione davanti alla commissione Scienza e Tecnologia del Parlamento britannico. Per la dottoressa Chan esiste anche il rischio che il Covid-19 sia un virus creato artificialmente. «Credo che l'origine in laboratorio sia la più probabile. Al momento, per coloro che sono a conoscenza dell'origine della pandemia, non è sicuro farsi avanti. Ma viviamo in un'era nella quale ci sono tantissime informazioni archiviate e prima o poi usciranno fuori», ha detto la scienziata davanti alla commissione. La dottoressa Chan ha illustrato gli aspetti tecnici che a suo giudizio lascerebbero propendere per l'ipotesi di un virus creato artificialmente. «Abbiamo sentito molti virologi di fama affermare che un'origine artificiale è ragionevole e questi comprendono virologi che modificarono il primo virus della Sars. Sappiamo che questo virus ha una caratteristica unica, chiamata sito di clivaggio della furina, e senza questa caratteristica non avrebbe causato questa pandemia», ha spiegato. La scienziata ha proseguito ricordando che è emerso che «EcoHealth (un'organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti, ndr) e l'Istituto di virologia di Wuhan stavano sviluppando un sistema per l'inserimento di nuovi siti di clivaggio della furina. Quindi - ha concluso - abbiamo questi scienziati che all'inizio del 2018 dicono, "metteremo dei corni sui cavalli" e alla fine del 2019 a Wuhan spunta un unicorno». 

Covid creato a tavolino dalla Cina, denuncia un libro. “Ma se lo dici ti accusano di essere razzista e di destra”. Lucio Meo sabato 18 Dicembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Un ”vero e proprio crimine sanitario contro l’umanità” quello che la Cina ha commesso tacendo, alla comunità scientifica e al mondo intero, che il Covid-19 è ”scappato” da un laboratorio dopo ”una sperimentazione durata anni” per creare ”un virus in grado di contagiare in modo asintomatico”. Ma soprattutto tacendo ”la caratteristica molecolare di questo virus”, che ”i cinesi sapevano avendolo costruito in laboratorio e avendo sequenziato il genoma a fine dicembre 2019”. Se ”l’Organizzazione mondiale della Sanità e il mondo scientifico avessero saputo a inizio gennaio del 2020 quale era la caratteristica molecolare” del coronavirus, avrebbero potuto adottare ”provvedimenti molto precisi” e ”risparmiare milioni di morti”, ”migliaia solo in Italia”. E ”la Pfizer avrebbe potuto lavorare a un vaccino più duraturo”. Invece ”la Cina ha fatto con il Covid-19 quello che la Russia ha fatto con Cernobyl”. Ne è convinto Paolo Barnard, autore del libro ‘L’origine del virus’ edito da Chiarelettere, che in una intervista ad Adnkronos (video) parla di ”virus mostri”, come il Sars Cov-2, che si basano su una ”tecnica della virologia nota come ‘gain of function”’. Una tesi espressa qualche giorno fa anche da una studiosa di Harvard. In pratica si tratta di ”prendere un virus che si considera potenzialmente pericoloso per animali e uomini, lo si incattivisce in laboratorio appositamente con il pretesto di poterlo combattere meglio se un giorno si incattivisce in natura”. Questa è ”una follia” che è avvenuta nel laboratorio di Wuhan, spiega l’autore, dove ”gli esperimenti sono iniziati nel 2010” e dove ”nel 2015 è stato creato il coronavirus chimerico che è quasi certamente la spina dorsale di quello scappato da Whuan nel 2019”. Proprio perché creato in laboratorio per infettare meglio, il Covid-19 ”contiene un meccanismo molecolare chiamato ‘furin cleavage site’ che ha solo questo covornavirus nella famiglia di 1500 coronavirus che si conoscono” e che ”nella letteratura scientifica rende questo virus molto aggressivo”. Ma non solo. Oltre al ”meccanismo micidiale taciuto dalla Cina se ne è aggiunto un altro”, prosegue Barnard, che cita ”gli aminoacidi finali (del Covid-19, ndr) che si attaccano letteralmente ai ricettori della cellula umana dove non c’è il ricettore” e ”anche questi non si trovano in natura”. Altra caratteristica ”terribile” che ”permette a questo virus di essere super aggressivo” è il fatto che ”fa tropismo di organi in modo asintomatico” e ”colpisce organi diversi nonostante sia un virus respiratorio”, quindi attacca ”cuore, capillari, cervello, intestino…”. Ed è proprio ”a causa di questo orrendo meccanismo che causa stragi”, spiega l’autore. Solo il 31 dicembre del 2019 la Cina ha segnalato la nuova malattia respiratoria virale, ma come spiega Barnard ”a metà novembre 2019 a Whaun tre ricercatori del laboratorio erano stati ricoverati con una grave malattia respiratoria. Gli scienziati cinesi negano che sia successo”. Il 13 e il 21 novembre vengono segnalati altri due casi, mentre il 25 un insegnante inglese, Connor Reed, viene evacuato da Whuan, torna in Inghilterra e due mesi dopo viene confermato che era Sars Cov-2. ”Tutto questo contraddice la versione cinese del primo caso riportato a dicembre”, afferma. La Cina tace perché, prosegue Barnard, altrimenti avrebbe dovuto ”confessare una sperimentazione scellerata” di cui, tra l’altro, ”l’intelligence americana e quella israeliana erano a conoscenza”. Pechino mette anche in atto un ”tentativo disperato di coprire tutto” e ”nel settembre del 2019 scompaiono 16 milioni di pipistrelli dal database pubblico che l’istituto di Whuan condivideva con la comunità internazionale. Inoltre il 30 dicembre del 2019 vengono alterati i database dei nuovi coronavirus che venivano consultati dai virologi internazionali”. Infine ”il governo cinese ordina di distruggere tutti i campioni di Sars Cov-2 già isolati”. Eppure esiste ”una censura mondiale sull’origine del coronavirus”, parlare di ”una origine cinese equivale a essere considerati filo Trump, razzisti, di destra”. Ma le prove della ”fuga da un laboratorio sono nella storia evolutiva di questo coronavirus, che non ha famiglia, nessun antenato, nessuno parente lontano o vicino, nessuna prova che sia passato dall’animale all’uomo, nessuna impronta digitale. Sbuca dal nulla” ed è ”adattissimo a contagiare l’uomo da zero”. Tra l’altro ”i cinesi dicono che viene dai pipistrelli, ma il Sars Cov-2 non è in grado di infettare i pipistrelli”. Insomma, ”scoppia la terza guerra mondiale e nessuno può dire chi ha lanciato la prima bomba, chi ha lanciato questo virus nel mondo”. E’, conclude Barnand, ”il politically correct anti Trump che ha messo fine alla vita di cinque milioni di innocenti. Tutti morti che si potevano evitare”.

Gli ospedali di Wuhan e la (possibile) chiave per chiarire l’origine del Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 3 dicembre 2021. Per capire quali sono le origini del Sars-CoV-2 e datare la sua comparsa bisogna per forza tornare a Wuhan. Nella megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti incastonata nella provincia dello Hubei, dove è stato rilevato il primo focolaio noto. Attenzione ai termini. Abbiamo parlato di “focolaio noto“, perché ad oggi non sappiamo se il nuovo coronavirus circolasse già settimane, o addirittura mesi, prima che i riflettori si accendessero sul mercato del pesce Huanan di Wuhan. Non sappiamo neppure se il virus abbia avuto origine all’interno della città, in qualche campagna sperduta dell’Asia o se sia fuoriuscito accidentalmente dal Wuhan Instite of Virology a causa di un incidente avvenuto nel laboratorio locale. La situazione è complessa, anche perché più passa il tempio e più è complicato sperare di trovare tracce utili alla ricerca scientifica. Dal momento che, oltre alle quattro ipotesi messe sul tavolo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), è emerso poco altro, potrebbe essere utile guardare la vicenda da un’altra prospettiva. Ad esempio, che cosa sappiamo dei primissimi casi di Covid rilevati a Wuhan? Dove, quando e come sono stati contagiati? Qual è stato il ruolo giocato nella pandemia dal mercato ittico di Wuhan? Andiamo con ordine. Innanzitutto è stato accertato che tra i banchi del mercato Huanan – di altri tre mercati di animali vivi sparsi per la città – si vendessero anche mammiferi vivi sensibili ai coronavirus, tra cui i cani procioni. Ricordiamo che, durante l’epidemia di Sars, facilitata dal contatto animale-uomo proprio nei mercati cinesi di animali vivi, i coronavirus correlati alla sindrome respiratoria acuta grave (Sars-CoV, cugino di Sars-CoV-2) furono trovati nei cani procioni. Non è però chiaro se l’apparente preponderanza di pazienti contagiati e ospedalizzati associati a questo mercato possa effettivamente rispecchiare l’epidemia iniziale.

Falle nel sistema

Ci sono alcuni eventi cruciali verificatesi a cavallo tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020 che meritano di essere analizzati. Il 30 dicembre 2019, a poche ore dai festeggiamenti cinesi per l’ingresso nell’anno del Topo, la Commissione sanitaria municipale di Wuhan (Whc) emette due avvisi di emergenza rivolti agli ospedali cittadini, avvertendoli della presenza di pazienti con “polmonite atipica”, molti dei quali lavoratori o clienti del mercato di Huanan. Il giorno seguente, la stessa Commissione annuncia di aver effettuato indagini retrospettive relative al citato mercato. Risultato: il 66% dei primi 41 pazienti noti risulta avere un collegamento con il mercato del pesce di Huanan. Tra il 29 dicembre e il 2 gennaio, gli stessi contagiati vengono trasferiti da vari altri ospedali di Wuhan al Jinyintan Hospital il principale centro di malattie infettive della metropoli. Come ha sottolineato Science nel corso di una lunga ricerca, questi pazienti sono stati ricoverati in base alla presentazione delle loro situazioni cliniche. Tutti dovevano fare i conti con una polmonite virale di eziologia sconosciuta, un’etichetta che, secondo il meccanismo istituito dalla Cina sulla scia della Sars, avrebbe dovuto attivare un sistema di segnalazione precoce per rilevare malattie virali sconosciute. Lo stesso meccanismo, supervisionato dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (Ccdc), prevedeva che i medici informassero il sistema nazionale di segnalazione delle malattie soggette a notifica attraverso una piattaforma online. Nel dicembre 2019, a Wuhan, questo non è stato fatto. Il suddetto sistema sembrerebbe esser entrato in funzione soltanto a partire dal 3 gennaio.

Dicembre 2019: gli ospedali di Wuhan

Lo Hubei Provincial Hospital of Integrated Chinese and Western Medicine è stato il primo ospedale ad allertare le autorità sanitarie pubbliche distrettuali, municipali e provinciali. Il 27 dicembre 2019, Zhang Jixian, direttore della medicina respiratoria e di terapia intensiva, si accorge quasi per caso che le immagini della tomografia computerizzata (TC) dei polmoni di una coppia di anziani giunta presso la struttura presenta grandi opacità “a vetro smerigliato”; uno scenario ben diverso da quello che il signor Zhang ha più volte osservato in altri casi di polmonite virale. I due coniugi sono quindi i primi casi noti, nonché gli unici ufficialmente registrati prima del 26 dicembre. Nessuno di loro presenta collegamenti noti con il mercato di Huanan. Un altro paziente con immagini TC simili, un lavoratore del mercato di Huanan, viene ricoverato il 27 dicembre. Zhang, preoccupato per una nuova malattia virale probabilmente infettiva, segnala i quattro casi ai funzionari dell’ospedale, che lo stesso giorno allertano subito il Cdc del distretto di Jianghan. Il 28 e il 29 dicembre, altri tre pazienti, tutti lavoratori del mercato di Huanan, sono ricoverati con sintomi ricollegabili alla stessa malattia sconosciuta. Il 29 dicembre, Xia Wenguang, uno dei vicepresidenti dell’ospedale, riunisce 10 esperti dell’istituto, incluso Zhang, concludendo che la situazione è “straordinaria”. Sempre il 29 dicembre, dopo aver appreso di pazienti simili, collegati anche al mercato di Huanan, negli ospedali Tongji e Union (Xiehe), Xia allerta i CDC di Wuhan e dello Hubei. Nello stesso momento, una situazione simile si sta verificando anche all’ospedale centrale di Wuhan. Il 18 dicembre, Ai Fen, direttore del pronto soccorso, incontra il suo primo paziente affetto da una polmonite inspiegabile, un uomo di 65 anni, fattorino del mercato di Huanan ammalatosi il 13 o il 15 dicembre. Il 24 dicembre l’ospedale invia un campione di lavaggio broncoalveolare del 65enne a Vision Medicals, una società di sequenziamento metagenomico che il 26 dicembre identifica un nuovo Sars-CoV. Gli esperti trasmettono la scoperta all’ospedale per telefono il 27 dicembre. Entro il 28 dicembre, l’ospedale centrale di Wuhan identifica sette casi, quattro connessi al mercato di Huanan. All’ospedale Zhongnan, nel distretto di Wuchang di Wuhan, a 15 chilometri dal mercato di Huanan, sulla sponda opposta del fiume Yangtze, il 31 dicembre il vicepresidente Yuan Yufeng chiede agli addetti della struttura di cercare casi di “polmonite atipica”. Il dipartimento di medicina respiratoria ne segnala due. Il primo soggetto vive nel distretto di Wuchang ma lavora al mercato di Huanan; il secondo non lavora al mercato di Huanan ma ha amici che lo fanno, e che di recente sono stati ospiti a casa sua. Il 3 gennaio vengono identificati altri tre casi: un gruppo familiare non collegato al mercato. Unendo i punti, alcuni esperti esperti ritengono che i primi casi della pandemia – e dunque l’emergenza stessa – possano essere associati al mercato di Huanan.

Il ruolo del mercato ittido di Huanan

Una domanda interessante è la seguente: se la fonte di tutto era il mercato di Huanan, perché soltanto da uno a due terzi dei primi casi erano collegati a quel luogo? Possiamo rispondere con un’altra domanda. Per quale motivo dovevamo aspettarci che tutti i casi accertati settimane dopo l’epidemia fossero confinati a un mercato? Del resto Sars-CoV-2 è un virus dotato di un’elevata trasmissibilità e alto tasso di diffusione asintomatica. Di conseguenza, molti casi sintomatici non avrebbero presentato collegamenti diretti con il luogo di origine della pandemia. Altre considerazioni da fare: i primi casi noti potrebbero non essere i primi a essersi infettati, né collegabili al mercato del pesce di Wuhan. In più, solo il 7% delle infezioni da Sars-CoV-2 porta al ricovero in ospedale. Sfortunatamente, nessun mammifero vivo raccolto al mercato di Huanan o in qualsiasi altro mercato di animali vivi a Wuhan è stato sottoposto a screening per virus correlati a Sars-CoV-2. In più, il mercato di Huanan è stato chiuso e disinfettato il 1 gennaio 2020. Tuttavia, la maggior parte i primi casi sintomatici sono stati collegati all’ormai noto “mercato di Wunan”, in particolare alla sezione occidentale, dove vari animali erano ingabbiati e venduti ai clienti. Questo potrebbe spiegare la straordinaria preponderanza dei primi casi di Covid-19 in uno dei pochi siti di Wuhan che vendeva alcuni degli stessi animali che hanno portato la Sars tra gli esseri umani. La prova finale di un’origine della pandemia dal mercato Huanan potrebbe essere ottenuta attraverso l’analisi dei modelli spaziali dei primi casi e da ulteriori dati genomici, compresi i campioni positivi per SARS-CoV-2 dal mercato di Huanan, nonché attraverso l’integrazione di ulteriori dati epidemiologici.

(ANSA il 19 novembre 2021) - Il primo caso di Covid è stato un venditore del mercato degli animali di Wuhan e non un contabile che viveva a chilometri di distanza come stabilito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. A riscrivere la cronologia della pandemia - riporta il New York Times -, è il prestigioso Science, riaccendendo così il dibattito sulle origini della pandemia fra la fuga dal laboratorio di Wuhan al contagio dall'animale all'uomo. Lo scienziato Michael Worobey, esperto nel tracciare l'evoluzione dei virus alla University of Arizona, ha notato delle discrepanze fra le informazioni pubbliche disponibili ma anche tramite interviste condotte in Cina. Ed è arrivato alla conclusione che i legami del venditore al Huanan Seafood Wholesale Market e i primi pazienti ricoverati suggeriscono che il virus arriva dal mercato.

La paziente zero? Al mercato di Wuhan. Tiziana Paolocci il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Il virologo Worobey: "Il primo caso fu una venditrice di prodotti ittici". Un nuovo studio americano sulle origini del Covid-19 collega il primo caso noto di infezione al mercato Huanan di Wuhan, dove venivano venduti anche animali selvatici, e posticipa di otto giorni la data in cui la malattia si è manifestata in quello che fino a oggi è considerato il «paziente zero», portandola dall'8 al 16 dicembre 2019. La rivista Science riporta in sintesi lo studio, pubblicato dall'Associazione Americana per il Progresso della Scienza (AAAS), realizzato dal virologo Michael Worobey, professore di Ecologia e Biologia Evolutiva dell'Università dell'Arizona. Secondo quest'ultimo il primo caso noto di Covid-19 è quello di una venditrice del mercato, che si sarebbe ammalata l'11 dicembre 2019 e non di un uomo, che non ha mai avuto legami con Huanan. Questo cancellerebbe definitivamente le speculazioni fatte dall'inizio della pandemia, di un virus creato in laboratorio. Pur non essendoci prove definitive, le nuove informazioni sembrano infatti collegare il virus a un'origine animale. Nello studio il virologo ha analizzato i casi riportati da due ospedali prima che fosse emanata l'allerta: le infezioni erano largamente collegate al mercato, e quelle che non lo erano comunque concentrate nei suoi pressi. «In una città di 11 milioni di abitanti, metà dei primi casi sono collegati a un posto che è grande quanto un campo di calcio - ha commentato New York Times -. Diventa difficile spiegarne il modello, se il virus non è cominciato al mercato». Tesi appoggiata anche da Peter Daszak, uno dei membri del team dell'Oms, che ha visitato Wuhan a inizio 2021 per le indagini sull'origine del Covid. «La data dell'8 dicembre - ha detto al new York Times - era un errore». Per arrivare a questi risultati, lo studio ha attinto a una miriade di fonti ed è stata fatta una panoramica degli eventi cruciali che si sono verificati tra dicembre 2019 e gennaio 2020 a Wuhan. La cronologia collega i primi casi proprio al mercato ittico Huanan, dove venivano venduti animali vivi. Per Worobey ci sarebbe stato un salto di specie del virus dagli stessi all'uomo. Ma purtroppo nessun mammifero vivo raccolto di Huanan è stato sottoposto a screening per virus correlati a SARS-CoV-2 e il mercato è stato chiuso e disinfettato subito dopo. Nonostante questo, per il virologo americano la maggior parte dei primi casi sintomatici erano collegati alla sezione occidentale del mercato, in cui venivano ingabbiati animali noti per essere sensibili ai coronavirus. «Anche se potrebbe non essere mai possibile recuperare virus correlati dagli animali se non sono stati campionati al momento dell'emergenza - concle lo studio - la prova conclusiva di un'origine al mercato di Wuhan dalla fauna selvatica infetta può essere ottenuta attraverso l'analisi dei modelli spaziali dei primi casi e da ulteriori dati genomici. Dati, inclusi campioni positivi SARS-CoV-2 dal mercato di Wuhan, nonché attraverso l'integrazione di ulteriori dati epidemiologici. La prevenzione di future pandemie dipende da questo sforzo». Tiziana Paolocci

Prosegue la “guerra dei rapporti” tra Usa e Cina sulle origini del Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 3 novembre 2021. Più che un lavoro minuzioso, utile a fare luce sulle origini della pandemia di Sars-CoV-2, l’ennesimo report sfornato dagli 007 americani sembra soltanto l’ennesima sferzata buona soltanto a scaldare gli animi. L’Office of Director of National Intelligence (Odni), l’organismo americano di coordinamento delle varie agenzie, ha diffuso un rapporto declassificato dell’intelligence Usa dove vengono analizzate proprio le origini del Covid-19. Nelle 18 pagine del report (consultabile e scaricabile qui) emergono nuovi dettagli sulle indagini che gli Stati Uniti hanno realizzato al fine di chiarire il mistero Covid-19. La versione classificata di questo rapporto era stata precedentemente fornita a Joe Biden in persona e ai responsabili politici alla conclusione del famigerato periodo di revisione di 90 giorni. Un periodo di revisione, compreso tra la fine di maggio e la fine di agosto, al termine del quale Biden avrebbe dovuto ottenere elementi con i quali poter rispondere a ogni domanda controversa sulla pandemia e, nel caso, inchiodare la Cina di fronte alle proprie responsabilità. Ebbene, il tentativo americano sbandierato dal presidente democratico si è rivelato un autentico flop. Gli 007 americani non hanno fatto progressi, al punto che è ancora oggi impossibile mettere sul tavolo conclusioni definitive sulle origini del virus. Neppure gli ultimi documenti declassificati sono stati in grado di fare chiarezza.

Certezze, dubbi, ipotesi

Le agenzie statunitensi restano profondamente divise tra loro, anche se la maggior parte ritiene che il Sars-CoV-2 “non sia stato sviluppato come arma biologica”. Questa affermazione, almeno a giudicare dalle opinioni della comunità scientifica (e non solo), era piuttosto scontata. In ogni caso, gli Stati Uniti hanno ufficialmente escluso una delle piste più controverse tra quelle in circolazione.

Tra le pagine del report è inoltre interessante soffermarci su un altro passaggio. Pare che i dirigenti cinesi non fossero a conoscenza del virus prima dell’epidemia iniziale avvenuta a Wuhan, con il primo caso verificatosi “non oltre novembre 2019“. Nel documento si punta tuttavia il dito contro la Cina, che “continua a ostacolare l’indagine globale, a resistere alla condivisione di informazioni e a incolpare gli altri Paesi, compresi gli Stati Uniti”.

Come vedremo, Washington accusa Pechino, che a sua volta respinge ogni insinuazione e rilancia accusando, a sua volta, gli Stati Uniti. In ogni caso, l’assunto base dell’intero documento è che le agenzie di intelligence statunitensi potrebbero non essere mai in grado di identificare le origini del Covid-19. L’ambasciata cinese a Washington ha tuttavia replicato all’agenzia Reuters spiegando che “la mossa degli Stati Uniti di affidarsi al proprio apparato di intelligence invece che agli scienziati per rintracciare le origini del Covid-19 è una completa farsa politica”.

La replica di Pechino: “Solo bugie”

Tornando al report, ci sono quattro punti che mettono d’accordo gli 007 Usa: 1) il primo cluster conosciuto di Covid è apparso a Wuhan nel dicembre 2019; 2) il virus non è stato sviluppato come un’arma biologica; 3) il virus non è stato geneticamente ingegnerizzato; 3) gli ufficiali cinesi erano ignari del virus prima che la pandemia emergesse. Due, a detta dell’intelligence americana, sono invece le ipotesi plausibili: 1) la trasmissione naturale dagli animali agli esseri umani; 2) l’accidentale fuoriuscita del virus dal laboratorio (presumibilmente il Wuhan Institute of Virology) in seguito a un incidente o errore umano.

Durissima la replica della Cina alle insinuazioni statunitensi. “Una bugia ripetuta mille volte è pur sempre una bugia. Non importa quante volte il rapporto venga pubblicato o in quante versioni arrivi: non cambierà il fatto che questo rapporto è, in sostanza, politicizzato e falso, privo di basi scientifiche e di credibilità”, ha risposto il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin a una domanda sul rapporto americano dell’Odni. Lo studio sulle origini del Coronavirus è un tema scientifico serio e complesso è può essere realizzato solo dagli scienziati attraverso una cooperazione globale, ha aggiunto il portavoce. La guerra dei rapporti continua.

Giorgio Palù, la prova definitiva: "Covid incidente di laboratorio, era già successo". Una strage cinese. Libero Quotidiano il 04 novembre 2021. Con il Covid dovremmo conviverci sempre. Lo hanno affermato sei scienziati americani in un saggio apparso su Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista di analisi politica nel mondo. L'immunità di gregge è infatti irraggiungibile. Il motivo? "Molti Paesi semplicemente non hanno vaccini sufficienti, e anche tra i pochi fortunati che ne hanno in abbondanza, troppa gente sta rifiutando di farsi la puntura". Non solo, perché ad allarmare c'è anche la trasmissibilità del virus negli animali. Al momento - confermano gli esperti - "sta crescendo in più di una dozzina di specie animali". L'epilogo è chiaro e drammatico: "Il mondo non sarà immunizzato prima dell’attacco di varianti più contagiose, più resistenti ai vaccini e perfino in grado di sfuggire ai normali test diagnostici. Cosi queste supervarianti potranno riportarci alla prima casella del gioco dell’oca. Potremmo tornare al 2020: punto e a capo". Lo conferma Giorgio Palù, virologo presidente dell'Agenzia italiana del Farmaco: "Potremmo assistere a un ping pong tra uomo e animali. Il Coronavirus è il virus più diffuso tra gli animali e sono almeno dieci le specie in cui può insediarsi il Sars-CoV-2". Neppure il vaccino può farci rialzare la testa, visto che "la missione è impossibile, perché non ce la faremo mai a vaccinare il 90 per cento di una popolazione che viaggia da un continente all’altro". Questo però non deve farci abbattere. Intervistato da Bruno Vespa per il suo nuovo libro, "Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando)", Palù ha rassicurato: "Usciranno farmaci antivirali, come è capitato per l’Aids e per l’epatite C". D'altronde la scienza ha già dimostrato di essere in grado di fare miracoli. Ne è convinto il virologo che non può negare che "è impressionante come Moderna sia riuscita ad allestire il vaccino per il Covid-19 poco dopo l’annuncio dell’esistenza del virus e una settimana dopo il deposito della sequenza del suo genoma". Anche su quale sia la sua origine, Palù ha pochi dubbi: "Personalmente credo che si sia trattato di un incidente di laboratorio a Wuhan. Era già successo in altri laboratori cinesi con virus e batteri altamente contagiosi, cosi come negli Stati Uniti e in altri posti. E, intanto, noi dobbiamo imparare a convivere con il Covid".

Sorpresa: anche un’altra epidemia venne dalla Cina. LA PRIMA EPIDEMIA DELLA STORIA? LA “PESTE ANTONINA”. E DI MEZZO CI SONO SEMPRE I CINESI. Rino Cammilleri il 26 Ottobre 2021 su Nicolaporro.it. Ormai siamo abituati all’influenza stagionale che, a ogni inverno, ci costa problemi all’economia e perfino morti. La provenienza è sempre la solita, e stupisce come mai a trovare rimedio non ci si sia neppure pensato. Avevo quattro o cinque anni quando mi presi l’Asiatica, il cui nome dice tutto. E poi, aviarie e sars, sempre da là. Andando indietro nel tempo, la prima pandemia di cui si abbia notizia storica è la famosa «peste antonina» che dal 166 al 180 d.C. stese l’Impero Romano. Si calcolano sui dieci milioni di morti, uno sproposito sulla popolazione complessiva del tempo. Si era sotto Marco Aurelio, il quale molto probabilmente ne morì. Ed era presente il celebre Galeno, il medico più illustre di Roma. Ma neanche lui riuscì a capire che razza di morbo fosse. Fu l’inizio della crisi che, in capo a tre secoli, avrebbe portato al tracollo dell’Impero d’Occidente. Questa «peste» (così venivano indicati i morbi pandemici e sconosciuti) l’avevano portata in Europa le legioni che proprio nel 166 tornavano dalla campagna in Asia Centrale contro i Parti. L’avevano presa in Partia. Ma in Partia chi l’aveva portata?

L’importazione di seta dalla Cina

Lo storico Giuseppe Testa nel suo La peste antonina. Storia della prima pandemia: dalla Cina alla Roma imperiale (Salerno, pp. 236, €. 18) insinua il sospetto che il morbo si sia originato nel Celeste Impero della dinastia Han, e suffraga l’ipotesi con tutta una serie di dettagliatissime informazioni di ordine storico ma tratte anche dalle scienze naturali. Qui possiamo solo accennarvi a grandi linee, e diciamo subito che i Parti erano i grandi mediatori commerciali tra l’impero cinese e quello romano. Più volte Roma, grande consumatrice di seta e acciaio temprato (monopoli cinesi), cercò di prendere diretto contatto con la corte del Regno di Mezzo (così lo chiamavano i cinesi), ma il viaggio era troppo lungo e le poche volte che la missione riuscì non fece più ritorno. Morta per strada? Incappata in banditi o pirati? Non si sa. Del resto i Parti, che sapevano del desiderio romano, non tralasciavano di sabotarlo. Per questo Roma decise che era ora di farla finita con loro. Da qui la campagna, vittoriosa, sì, ma funesta per le conseguenze che sappiamo.

Dove nacque l’epidemia?

La cosa funzionava così: i mercanti cinesi vendevano le loro pregiatissime merci ai Parti (e già per i cinesi era un viaggio lungo e pericoloso) e questi le rivendevano, naturalmente a prezzi galattici, agli occidentali. La seta era così richiesta a Roma che la Cina era chiamata Serica, il paese della seta, dai romani. Prima che Marco Polo parlasse di Cathay. Ma la «peste» i cinesi da chi l’avevano presa? Il loro impero doveva vedersela continuamente con i «barbari del Nord», contro i quali in seguito fu costruita la Grande Muraglia. Tra queste orde che incessantemente pressavano e alle quali non di rado bisognava pagare tributo perché la smettessero, c’erano i mongoli: «Questo popolo mangiava qualsiasi specie di animali, di cui consumava le carni crude, e dava la caccia ai ratti con torme di cavalli e intere mute di cani».

Ci ricorda niente?

Il morbo si diffuse cominciando dal Guandong. «La regione contemplava (e contempla) la più alta concentrazione di uomini, bestie e mercati di animali al mondo. Giusto dal Guandong, vent’anni addietro, dilagò l’epidemia di Sars». La malattia sconvolse l’impero cinese e provocò, a occhio e croce, sui novanta-cento milioni di morti. Per poi viaggiare verso Ovest lungo la Via della Seta. A Roma fu chiamata «peste antonina» perché Marco Aurelio era stato adottato dal predecessore Antonino Pio e perciò ne portava il nome gentilizio. Proprio nel 166 «Andun», imperatore di «Da-Qin» (così i cinesi chiamavano Marco Aurelio e Roma) mandò una delegazione all’imperatore Huan. Non si hanno altre notizie. Huan attese invano una riposta da Roma perché la «peste» era arrivata prima. In Cina infuriava dal 161. Marco Aurelio, per soccorrere la popolazione, arrivò a vendere perfino l’abito nuziale della moglie. Ma poi dovette arrendersi pure lui. Rino Cammilleri, 26 ottobre 2021

Margherita De Bac per il “Corriere della Sera” il 24 ottobre 2021. Non sarebbe la prima né l'ultima volta. Nella storia della medicina si contano migliaia se non milioni di fughe di microrganismi dai laboratori. «Non stupirebbe trovare la prova che il Sars-CoV-2 sia uscito fuori inavvertitamente dal centro di Wuhan dove si studiano i coronavirus. Nessuna misura di contenimento, anche la più sofisticata, può azzerare il rischio». Maurizio Pocchiari, ex direttore del dipartimento di neuroscienze dell'Istituto Superiore di Sanità, si è occupato per anni di Creutzfeldt-Jakob, malattia causata da un prione (agente infettivo di dimensioni più piccole dei virus), che nel 2001 ha colpito l'uomo con una variante umana passata a noi dai bovini affetti da Bse, meglio nota come «Mucca pazza».

Il presidente Joe Biden ha chiesto ai servizi segreti di raddoppiare gli sforzi e preparare un nuovo rapporto sull'origine del Covid-19. Il virus può essere uscito da un centro di ricerca?

«Nei centri di ricerca, anche in quelli ad altissima sicurezza, i cosiddetti P3 e P4, non è impossibile che un agente patogeno contamini l'operatore. Nel caso del Sars-2 non è fantascienza ipotizzare che durante una procedura un tecnico abbia inalato le particelle infette emesse, tanto per fare un esempio, durante la fase di centrifugazione di materiale infetto e che le cappe, nonostante siano dotate di chiusura ermetica, non fossero state azionate».

Crede che la Cina abbia nascosto la verità?

«Può darsi che l'episodio non fosse noto alle autorità. Un ricercatore che, supponiamo, dopo qualche giorno abbia sviluppato una forma influenzale, potrebbe non aver messo in relazione quei sintomi con un incidente a lui passato inosservato. La verità è difficile da ricostruire e mi riporto alla variante di Creutzfeldt-Jakob».

Tre persone sono morte di variante, due in Francia, una in Italia. Ricercatori...

«Sì, tre ricercatori. Di almeno due dei 3 casi siamo certi. Uno è stato descritto su New England Journal Medicine . Si parla di esposizione occupazionale in un tecnico che aveva maneggiato campioni di topo contaminato con l'agente infettivo che causa l'encefalopatia spongiforme bovina, la Bse, o con quello della variante di Creutzfeldt-Jakob. Poi sappiamo di una 24enne francese morta 19 mesi dopo essersi tagliata. E indossava due paia di guanti».

E la vittima italiana?

«Nell'articolo inglese c'è un accenno alla storia di una paziente morta nel 2016 con la variante. Aveva avuto contatti in laboratorio con materiale infetto di Bse o variante di Creutzfeldt-Jakob, ma non si è mai capito come possa essersi contaminata. È la conferma che tante volte nei rendiconti dei laboratori non si trova traccia di incidenti proprio in quanto possono passare inosservati anche al ricercatore». 

Covid-19: l'EcoHealth Alliance nel mirino del Washington Post. Piccole Note il 27 ottobre 2021 su Il Giornale. Anche il Washington Post si accorge che qualcosa non torna nella tradizionale narrazione della pandemia. Uno dei più celebri giornali americani avanza, per la prima volta, l’ipotesi che il virus del Covid-19 sia nato a Wuhan, come ripetuto in tutte le salse da due anni, non per caso, ma come frutto di un esperimento di ingegneria genetica. Ma questa volta si accorge che in tali esperimenti erano coinvolti gli americani, con finanziamenti pubblici che il NIH (National Institute of Health guidato da Anthony Fauci) ha erogato alla EcoHealth Alliance presieduta da Peter Daszak.

Il Wp e l’alleanza tra ecologia e sanità

“La scorsa settimana, è stato rivelato che l’EcoHealth Alliance ad agosto ha presentato un documento sulla sua ricerca nel 2018-2019 in ritardo di due anni… [un ritardo che] non è stato spiegato”. ” […] La tardiva documentazione descrive esperimenti, approvati dal NIH diretti a testare le possibilità infettive di virus geneticamente manipolati su topi con cellule simili a quelle del sistema respiratorio umano. Le manipolazioni hanno reso i virus più letali per i topi”. Nel riferire ciò, il WP spiega che il NIH ha ribadito che non si è trattato di un guadagno di funzione e la pandemia non è stata causata da tali esperimenti (ovvia smentita). Nulla di nuovo, ne abbiamo già scritto (vedi il recente “Wuhan, EcoHealth Alliance: storia di coronavirus e di chimere“), ma meritano particolare attenzione le domande che il WP pone, nel finale, a Peter Daszak, che riportiamo di seguito. “Perché non ha rivelato la sua proposta del 2018 alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) per la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli con il WIV (Wuhan Institute of Virology)  che richiedeva una particolare modifica [l’oramai celebre “sito di scissione della furina” ndr] della proteine ​​spike di virus chimerici una modifica che li avrebbe resi molto infettivi per le cellule umane, esattamente come poi ha fatto il ceppo pandemico? Cosa sa dei database di virus che WIV ha messo offline nel 2019 e mai più rimesso online? Sa quale ricerca potrebbe aver fatto la WIV da sola, durante o dopo la collaborazione con EHA? Che studi si facevano al WIV nei mesi precedenti la pandemia?” “Il signor Daszak deve rispondere a queste domande prima del Congresso. Le sue sovvenzioni sono arrivate da fondi federali ed è del tutto appropriato che il Congresso insista sulla responsabilità e sulla trasparenza”. L’articolo è ambiguo: da una parte chiede conto di eventuali responsabilità dei cinesi, dall’altra non può non constatare che il virus prodotto della EHA è sorprendentemente simile, se non uguale, a quello che ha causato la pandemia.

Cambio di strategia e complottistiche verità

Una lettura complottistica della nota potrebbe far pensare che, essendo ormai diventate di dominio pubblico le pericolose ricerche della EHA, si sta prefigurando una via di uscita ai suoi dirigenti, suggerendo loro di cambiare strategia e di diventare i grandi accusatori dei cinesi. Ne uscirebbero indenni, se non come eroi. Ma al di là delle letture più o meno errate della nota, resta che il Washington Post, giornale mainstream per eccellenza, ha riconosciuto come vero quel che tanti da due anni denunciano, cioè l’oscuro lavoro svolto della EHA a Wuhan per rendere più patogeni i coronavirus. Il WP cita in tal senso la proposta indecente avanzata dalla EHA alla Darpa di produrre tali coronavirus, evitando, però, di fare la considerazione  banale, nella quale sta tutta la vicenda: nessuno proporrebbe di finanziare un progetto che non è in grado di fare. Meglio, nessuno lo proporrebbe alla Darpa, Agenzia con la quale non si può scherzare. Progetto articolato nel minimo dettaglio, che evidenzia come la EHA avesse già fatto esperimenti in tal senso e forse li ha anche portati a termine (tra l’altro, si può presumere che la EcoHealth Alliance non lavori solo a Wuhan, dato che tanti sono i biolab Usa nel mondo, e potrebbe aver condotto tali esperimenti anche altrove).

Miopie e ipotesi

A margine di queste considerazioni, una qualche ironia suscita anche il ricordo di quanto avvenuto nel giugno scorso, quando l’Intelligence Usa dichiarò di aver scoperto nei suoi archivi alcuni documenti non ancora esaminati che fornivano nuovi elementi sugli inizi della pandemia, tali da accreditare la tesi che gli scienziati cinesi di Wuhan stavano lavorando sul potenziamento del coronavirus. Notizia che dilagò come un incendio nel mondo. Toh, gli era sfuggito il documento della Darpa, che ha un rapporto diretto con tali intelligence. Miopie che capitano. Al di là dell’ironia e dei diversi possibili sviluppi del caso EHA, resta che quel che un tempo era bollato come complottismo ora è “verità”, dato che la verità è ormai diventata proprietà privata del mainstream, anche se resta l’incertezza sulla genesi del virus. Così altre ipotesi, oggi bollate come complottiste, potrebbero rivelarsi “verità” in futuro (sempre che ci sia interesse a farlo). Restano, infatti, tante le domande inevase, tra cui quelle poste dalle rivelazioni ad opera di tante e diverse fonti medico-scientifiche che indicano la possibilità che il virus circolasse nel mondo prima di essere individuato a Wuhan. Ciò non eliminerebbe l’ipotesi che sia stato creato dall’uomo, dal momento che potrebbe esser stato realizzato in un biolab diverso da quello della città cinese. Tante, dunque, le ipotesi e le domande, ma va tenuto a mente che ad oggi la tesi ancora più accreditata resta quella che vede una genesi naturale del virus.

Cosa si nasconde dietro alla nuova “task force Covid” dell’Oms. Federico Giuliani su Inside Over il 18 ottobre 2021. Pile di fogli sulle scrivanie dei laboratori, dati che non quadrano, buchi narrativi che non consentono di ricostruire l’incipit della storia e tanta, tanta dose di pessimismo, con la consapevolezza che l’obiettivo prefissato potrebbe essere irraggiungibile. “È come cercare un ago in un pagliaio”: gli scienziati di tutto il mondo, scoraggiati dopo due anni di ricerche sostanzialmente inutili, ripetono spesso questa frase. Una frase perfetta per descrivere la loro frustrazione. Sono ormai passati quasi tre anni da quando, tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, sono stati registrati i primi casi di Sars-CoV-2, il virus responsabile di Covid-19. Da allora, i medici hanno tamponato due ondate pandemiche violentissime e scoperto, partendo da zero, le caratteristiche di un agente patogeno misterioso (imparentato con la Sars e altri coronavirus, ma sconosciuto), mentre la comunità scientifica ha sfornato vaccini anti Covid a tempo record. Adesso, grazie all’effetto combinato delle campagne vaccinali e degli anticorpi sviluppati negli organismi delle persone (moltissime, del resto, sono state infettate), i Paesi di quasi tutto il mondo sono riusciti a mettere una museruola al Covid, riportando le lancette dell’orologio nell’epoca pre pandemia, e facendo cadere le principali restrizioni anti contagio. Eppure, al netto dell’importante vittoria conseguita, nessuno ha saputo chiarire forse l’aspetto più importante di questa emergenza globale, la più terrificante degli ultimi decenni: quali sono le origini di Sars-CoV-2? Le domande senza risposta, lette e rilette sui giornali, sono sempre le stesse: qual è il luogo esatto in cui è avvenuto il primo contagio? Chi è il paziente zero? Come è quando è nato il virus?

La strana posizione dell’Oms

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in teoria, dovrebbe essere il soggetto preposto a svelare i nodi rimasti in sospeso. La stessa Oms, sempre in linea teorica, avrebbe dovuto guidare i governi nelle fasi più critiche della pandemia, dando consigli e suggerimenti su come affrontare al meglio il misterioso virus apparso chissà come, chissà quando. L’agenzia Onu, tuttavia, si è rivelata inadatta fin da subito, tra affermazioni contraddittorie e accuse di connivenza con la Cina, luogo in cui è stato registrato il primo focolaio noto di Covid-19. Quando, poi, gli esperti hanno iniziato a vagliare le ipotesi alla base delle origini pandemiche, il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, pur avendo allestito e inviato una task force di scienziati oltre la Muraglia, per indagare e raccogliere indizi, ha continuato a invocare la necessità di effettuare studi più ampi. Poco importa se, con il passare dei mesi, c’era chi ha proposto spunti interessanti, più o meno verosimili ma comunque da approfondire. E poco importa se la pista più calda, almeno dal punto di vista mediatico, è stata quella della fuga accidentale del patogeno dal Wuhan Institute of Virology, il laboratorio situato nel cuore della cittadina di Wuhan. L’Oms di Ghebreyesus si è sempre limitata a fornire risposte vaghe e generali, ribadendo però un fatto imprescindibile: il virus e il laboratorio cinese non possono essere messi in relazione tra loro vista la mancanza di prove.

La prima task force Oms

Due sono le incertezze di fondo sulle quali le posizioni dell’Oms sono apparse a dir poco ambigue. La prima riguarda le origini fattuali del virus: è fuoriuscito da un laboratorio oppure è “nato” in seguito a una zoonosi avvenuta tra animale e uomo? E ancora: da quanto tempo il virus circolava tra le persone? Sul primo punto, che poi è il tema focale, per più di un anno la narrazione ufficiale riportata su riviste scientifiche e paper accademici ha difeso a spada tratta la trasmissione animale-uomo, forse una trasmissione diretta da un pipistrello a un essere umano o forse una trasmissione indiretta pipistrello-uomo mediante l’azione di un ospite intermedio.

Alimentata da Donald Trump e dai repubblicani americani per fini geopolitici, ma supportata anche da autorevoli scienziati (a secco di conferme o smentite ufficiali, ma convinti di analizzare l’idea), si era però fatta strada un’ipotesi più tagliente, quella che portava dritta al laboratorio di Wuhan. L’Oms, scettica sull’argomento, ha glissato. Peter Daszak, zoologo britannico ma anche membro della prima task force inviata da Ghebreyesus a indagare a Wuhan, ha subito escluso la Lab Leak Theory, spingendo per la teoria zoonotica. Piccolo dettaglio: Daszak, scelto per fare luce sulle origini del Covid, avrebbe collaborato con il medesimo istituto di Wuhan dal quale, secondo alcuni, potrebbe essere fuoriuscito il virus. Quando i media hanno fatto notare il palese conflitto d’interessi nel vedere Daszak parte attiva nelle ricerche sul Sars-CoV-2, ma anche vicino al Wuhan Institute of Virology, è scoppiata una mezza polemica. Anche perché lo stesso ricercatore era una delle menti che, dopo aver setacciato la città di Wuhan, il mercato ittico di Huanan (il mercato del pesce, quello che si pensava essere l’epicentro della pandemia) e perfino il laboratorio (pare che le autorità cinesi non abbiano fornito i dati relativi alla fase iniziale dell’emergenza), ha contribuito a stilare un report ufficiale sulle origini del coronavirus.

Buco nell’acqua

Si intitola WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2: China Part. Joint WHO-China Study, ed è consultabile sul sito Oms al seguente link. È formato da 120 pagine che propongono quattro scenari (zoonosi diretta o indiretta, catena del freddo e fuoriuscita dal laboratorio) ordinati per probabilità che siano effettivamente accaduti. Ebbene, la diffusione del virus in seguito a un incidente di laboratorio è stata arbitrariamente definita dal’Oms, in seguito alle prove rinvenute, un’ipotesi “estremamente improbabile”.

Gli incidenti di laboratorio possono avvenire, ha fatto presente la task force, anche se risultano piuttosto rari, soprattutto dentro i centri dotati di elevati standard di sicurezza, quali sono gli istituti presenti a Wuhan. Ricordiamo che il team di esperti Oms è sbarcato in Cina alla fine del gennaio 2020. Terminati i 14 giorni di quarantena previsti dalle misure sanitarie cinesi, gli scienziati si sono subito messi al lavoro, operando spalla a spalla con i colleghi locali. Al termine dei 28 giorni trascorsi nella megalopoli dello Hubei, l’équipe dell’Oms non ha fornito spiegazioni ufficiali ma soltanto ipotesi. Le stesse paventate nei mesi precedenti.

Nuovo registro

L’Oms, insomma, non aveva risolto un bel niente. Con la pubblicazione del report, l’ipotesi del laboratorio era stata messa a tacere e, di fatto, bollata come insensata. E questo nonostante la teoria fosse supportata da diversi scienziati di fama internazionale. Qualcosa è improvvisamente cambiato tra la primavera e l’estate 2021, quando Ghebreyesus ha in parte ritrattato le posizioni della sua agenzia.

“Speriamo che ci sia una migliore cooperazione per scoprire che è accaduto davvero. Il primo problema è la condivisione dei dati grezzi e ho detto, alla conclusione della prima fase delle indagini, che questo problema andava risolto. Il secondo è che c’è stato un tentativo prematuro di ridurre il numero di ipotesi, come quella del laboratorio”, ha spiegato Ghebreyesus nel corso di una conferenza stampa. La Lab Leak Theory ha così ripreso quota, spalleggiata anche da Joe Biden. Nel maggio 2021, il presidente americano aveva promesso di far luce sulle origini del coronavirus nell’arco di 90 giorni, mettendo le mani su documenti riservati. Risultato: un buco nell’acqua. A distanza di qualche mese, a ottobre, Ghebreyesus è tornato a parlare del laboratorio di Wuhan. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il direttore generale dell’Oms ha dichiarato che tutte le ipotesi “devono continuare a essere esaminate, da quella della trasmissione da animale a quella della fuoriuscita dal laboratorio, la quale non è ancora stata categoricamente esclusa”.

Nuova task force

Archiviata l’esperienza della prima task force, l’Oms ha avviato una seconda missione con il medesimo obiettivo: accertare l’origine del Sars-CoV-2. La seconda task force, formata da 26 esperti indipendenti (sei facevano parte anche del primo team), raccoglierà l’eredità della precedente squadra, a dire il vero non proprio strabiliante. L’Oms ha affermato che il lavoro del gruppo partirà dal coronavirus ed elaborerà “un framework che studi la possibilità di altri patogeni dal potenziale epidemico e pandemico”. “Questa l’ultima chance che abbiamo per capire da dove è venuto il virus”, ha aggiunto il responsabile delle emergenze dell’Oms, Micheal Ryan. Fin qui gli annunci. Ma che cosa farà concretamente il team? Innanzitutto ha già un nome: Scientific Advisory Group for the Origins of Novel Pathogens (Sago). Al di là delle comunicazioni di facciata, non è ancora chiaro che cosa faranno gli esperti nei prossimi mesi. Torneranno per caso a Wuhan? Certo è che il tempo stringe, come ha confermato la responsabile tecnica delle questioni Covid dell’Oms, Maria Van Kerkhove. Come se non bastasse, Pechino ha sempre respinto la possibilità di ospitare una seconda missione internazionale, onde evitare di politicizzare le ricerche. La sensazione è che il gruppo lavorerà sulla Lab Leak Theory, anche se non sarà facile ottenere prove. Nel frattempo, secondo quanto riferito dalla Cnn, che cita un funzionario della Commissione sanitaria nazionale cinese, la Cina si appresta a esaminare decine di migliaia di campioni di sangue raccolti nella megalopoli di Wuhan. I campioni di sangue sono conservati al Wuhan Blood Center e l’archivio – fino a 200.000 campioni, compresi quelli degli ultimi mesi del 2019 – è stato indicato lo scorso febbraio dagli esperti dell’Oms come una possibile fonte di informazioni cruciali che potrebbero contribuire a definire quando e dove il virus sia passato dall’animale all’uomo.

Danilo Taino per il "Corriere della Sera" il 14 ottobre 2021. Il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il biologo etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, sostiene che tutte le ipotesi sulle origini della pandemia da Covid-19 «devono continuare a essere esaminate, dall'ipotesi della trasmissione da animale a quella della fuoriuscita dal laboratorio, la quale non è ancora stata categoricamente esclusa». Per fare luce su cosa successe a Wuhan tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020, l'Oms ha creato un gruppo di esperti internazionali di diverse discipline che dovranno stabilire lo stato delle conoscenze. Oltre che a preparare le risposte all'emergere di minacce patogene in futuro. In una lunga intervista, che nella sua interezza può essere letta in italiano e in inglese sul sito-web del Corriere , Tedros tra l'altro critica i Paesi ricchi per non essere stati abbastanza generosi nella distribuzione dei vaccini a quelli a basso reddito; invita il G20 che si terrà a fine mese in Italia a prendere iniziative concrete per aumentarne la produzione; chiede di sospendere la somministrazione della terza dose nelle Nazioni già ad alto tasso di vaccinazione; invita a sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini e sui farmaci anti Covid-19; dice di non potere prevedere la fine della pandemia; chiede di non politicizzare la questione delle origini del coronavirus. E fa un'analisi complessiva sullo stato della pandemia e sulle campagne di vaccinazione nel mondo. Riguardo alle inchieste sull'origine della crisi, al dubbio se il virus sia «saltato» da un animale all'uomo oppure sia stato creato nell'ormai famoso laboratorio di Wuhan e poi sfuggito al controllo, Tedros è stato criticato, soprattutto dalla Casa Bianca di Donald Trump ma in misura meno forte anche da quella di Joe Biden, per essere stato influenzato dalla Cina. E di avere mandato a indagare nella città cinese dalla quale tutto nacque un gruppo di scienziati ben accetti alle autorità di Pechino, i quali hanno avuto accesso solo parziale ai dati di laboratorio e hanno poi stabilito che la probabilità maggiore dell'origine sta nel passaggio da animale a uomo, lasciando aperto solo uno spiraglio all'ipotesi laboratorio. Negli ultimi mesi, però, alcuni scienziati americani hanno sostenuto che, analizzando campioni del coronavirus dei primi malati, si capisce che le probabilità di gran lunga maggiori portano a ritenere che la pista giusta sia quella della fuga dal laboratorio. Tedros non chiude la porta a questa possibilità. Ma, purtroppo, se Pechino non collaborerà apertamente permettendo un'inchiesta internazionale indipendente che possa accedere a tutti i dati, quasi certamente la verità inconfutabile sulla nascita della pandemia non potrà essere stabilita. Il direttore generale dell'Oms dice che, nella ricerca delle origini, occorre seguire la strada della scienza. «Ma - aggiunge - abbiamo visto altri fattori, inclusi quelli politici, influenzare gli sforzi e intralciare la nostra capacità di fare progressi e ottenere risposte». Non fa il nome di alcun Paese ma fatto sta che anche sulla nascita del virus il confronto è tra la Cina, che rifiuta sdegnosamente un'inchiesta indipendente, e gli Stati Uniti e altri Paesi che insistono per organizzarla. Nell'intervista, Tedros non usa mezzi termini per stigmatizzare la scarsa generosità dei Paesi più avanzati a condividere i vaccini. «I Paesi ricchi non hanno fatto abbastanza per vaccinare il mondo equamente. Ricorda che le promesse fatte a Covax (l'alleanza per vaccinare i Paesi a basso reddito) e Avat (il fondo africano per la vaccinazione) sono lontane dall'essere mantenute: i contratti con la prima sono stati rispettati per il 9%, quelli con la seconda per l'1%. «Gli impegni, da soli, non salvano vite - dice - non fermano la trasmissione, non immunizzano le persone, non aumentano la capacità manifatturiera e non preparano il mondo a prevenire le emergenze sanitarie del futuro». La realtà è che 56 Stati membri dell'Oms non hanno raggiunto la quota del 10% di vaccinati, mentre l'obiettivo globale dell'Organizzazione è il 40% entro l'anno e il 70% entro la metà del 2022. Tra gli altri passi da compiere, l'Oms ha chiesto di mettere in attesa almeno fino alla fine dell'anno i programmi di richiamo, cioè la terza dose. «Invece di vaccinare coloro che sono già vaccinati dobbiamo vaccinare coloro che corrono il rischio più alto», anche per limitare la creazione di varianti delle quali non si sa che potenza potrebbero avere. Tra l'altro, secondo il direttore generale tra gli scienziati non c'è consenso sulla necessità di una terza dose. Dal G20 di fine mese, Tedros si aspetta una richiesta forte ai Paesi che hanno dosi di vaccino in eccesso affinché le condividano con chi non ne ha. E, aggiunge, dal momento che la produzione non è sufficiente a immunizzare chi deve esserlo, «i Paesi del G20 possono sostenere l'obiettivo di derogare ai brevetti». Le case farmaceutiche produttrici di vaccini e di trattamenti anti Covid-19 efficaci e sicuri dovrebbero trasferire tecnologie per un periodo di tempo limitato. «Non vogliamo minare l'innovazione - sostiene - e i Paesi del G20 possono incentivare i produttori a condividere brevetti e tecnologia». Sullo stato della pandemia, Tedros dice che è in pieno corso, non siamo alla vigilia della fine. «Una cosa di cui siamo sicuri è che questo virus starà con noi per il futuro prevedibile e manterrà il potenziale per continuare a evolvere». Alcuni scienziati, soprattutto nel Regno Unito, ritengono che il virus si declasserà a semplice raffreddore. Su questo il biologo non si sbilancia ma dice che il mondo potrà riaprire pienamente solo quando la copertura vaccinale globale sarà davvero alta. E chiarisce che non sarà l'Oms a dichiarare la fine della pandemia, che è «semplicemente una caratterizzazione della situazione». Tedros ha l'autorità per dichiarare la massima emergenza pubblica internazionale, e l'ha fatto il 30 gennaio 2020. Da allora, ogni tre mesi si riunisce un comitato di esperti internazionali per stabilire se l'emergenza è ancora tale, cioè al massimo livello di allarme. «Finora, chiaramente, questo rimane il caso», dice. Ora, le scelte da fare e le iniziative da prendere sono di fronte ai Paesi più sviluppati e ricchi. Cosa si dovrebbe fare non è oscuro. Il G20 a presidenza italiana ha un'opportunità e una responsabilità.

(ANSA il 13 ottobre 2021) - La Cina si appresta a esaminare fino a 200 mila campioni di sangue prelevati nella città di Wuhan prima che l'epidemia di Covid-19 esplodesse, quindi fino agli ultimi mesi del 2019, per contribuire a fare luce su come e quando il coronavirus responsabile sia passato dall'animale all'uomo. Lo scrive la Cnn in esclusiva, citando un "funzionario cinese". La mossa, ricorda la Cnn, era stata sollecitata dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) lo scorso febbraio. I campioni di sangue in questione, scrive la Cnn, sono conservati nel centro ematologico di Wuhan. I campioni della banca del sangue sono stati conservati per due anni, hanno affermato i funzionari cinesi, nel caso in cui fossero necessari come prova in eventuali azioni legali relative alla loro donazione. Quel periodo scadrà presto per i mesi chiave di ottobre e novembre 2019, quando la maggior parte degli esperti pensa che il virus potrebbe aver infettato gli esseri umani prima di dicembre. Un funzionario della Commissione sanitaria nazionale cinese ha detto alla Cnn che la preparazione per i test è attualmente in corso. I campioni contengono "indizi assolutamente vitali", ha commento Maureen Miller, professore associato di epidemiologia alla Columbia University, sollecitando la Cina a consentire agli esperti stranieri di osservare il processo. "Nessuno crederà ai risultati che la Cina riporta a meno che non ci siano osservatori qualificati", ha aggiunto. Il capo del team cinese che lavora all'indagine dell'Oms, Liang Wannian, già a luglio spiegò in una conferenza stampa che Pechino avrebbe testato i campioni, aggiungendo che una volta ottenuti, "i risultati sarebbero stati consegnati agli esperti cinesi e stranieri", mentre il pool di esperti aveva in corso valutazioni "sui metodi dei test e sul piano d'azione da attuare dopo" i due anni. I campioni, se conservati correttamente, potrebbero contenere elementi cruciali dei primi anticorpi prodotti dall'uomo contro la malattia. Liang precisò che mentre il primo caso segnalato a Wuhan era dell'8 dicembre 2019, "la nostra ricerca e i precedenti documenti correlati di scienziati cinesi suggeriscono pienamente che l'8 dicembre non è probabile che sia stato il caso principale. Potrebbero essercene altri che si sono verificati prima". L'amministrazione americana di Joe Biden ha condotto una revisione di 90 giorni attraverso l'intelligence sull'origine del virus, arrivando alla conclusione che sia la trasmissione naturale dall'animale all'uomo sia la fuga di laboratorio erano due teorie plausibili. Biden, sui risultati, rimarcò che le "informazioni critiche sulle origini di questa pandemia esistono nella Repubblica popolare, ma fin dall'inizio i funzionari di Pechino hanno lavorato per impedirne l'accesso a investigatori internazionali e della comunità globale di sanità pubblica".

"VIAGGIO" NEL LABORATORIO DI WUHAN. Federico Giuliani su Inside Over l'11 ottobre 2021. Nel 2003 il mondo intero, quasi senza saperlo, scampò al pericolo di una pandemia globale. Allora, come nel 2019, fu un coronavirus a mettere a repentaglio l’umanità. Gli scienziati chiamarono quel patogeno, apparso in Cina, nella provincia meridionale del Guangdong in circostanze mai del tutto chiarite, Sars. Un acronimo di Severe acute respiratory syndrome, visto che quel virus, quasi sicuramente proveniente da un pipistrello, provocata una strana polmonite atipica. Il contagio si diffuse al di fuori del territorio cinese, toccando 30 Paesi e zone differenti. Senza alcun vaccino, e in circostanze misteriose tanto quanto la sua comparsa, il Sars sparì senza quasi lasciare traccia. Tra il novembre 2002 e il luglio 2003 furono registrati 8.096 casi e 774 decessi per un tasso di letalità finale pari al 9.6%. Un anno dopo l’epidemia di Sars, la comunità internazionale iniziò per la prima volta a interrogarsi seriamente su quali mosse mettere in campo per sconfiggere le prossime malattie emergenti. Fu in una cornice del genere che, nel 2004, Hu Jintao e Jacques Chirac, all’epoca rispettivamente presidente cinese e francese, trovarono un inedito accordo scientifico. Francia e Cina decisero di costruire un laboratorio P4, cioè dotato del massimo livello di biosicurezza possibile, per studiare i virus altamente patogeni. La struttura sorse a Wuhan, dove era già presente un istituto di ricerca sulla virologia gestito dall’Accademia cinese delle scienze, il Wuhan Institute of Virology (WIV).

La genesi

Sulla cooperazione transalpina influirono anche i motivi storici, visto che il capoluogo della provincia dello Hubei, nell’Ottocento, era la sede della concessione francese. Ancora oggi, questa città ospita i bracci cinesi di numerose aziende e multinazionali transalpine, tra cui, soltanto per fare qualche esempio, Peugeot, L’Oréal, Eurocopter e Renault. Se Chirac e il premier Jean-Jacques erano soddisfatti per aver fatto avvicinare la Francia all’emergenza Cina, il ministero degli Affari Esteri di Parigi era a dir poco titubante per la concretizzazione della partnership franco-cinese sul laboratorio. Ampie fette del deep state francese vedevano come fumo sugli occhi l’idea di trasferire verso Pechino tecnologie sensibili. E non solo per il fatto di rafforzare un rivale, ma anche e soprattutto per l’incognita relativa alla sicurezza pubblica. I cinesi, data la loro sostanziale inesperienza in materia, sarebbero stati in grado di maneggiare strumenti del genere senza fare danni? Grazie a un mix di finanziamenti cinesi e tecnologia ed esperti francesi, il cantiere del laboratorio terminò nel 2015, mentre la struttura entrò in funzione nel 2018. Proprio in concomitanza con la prima visita di Stato in Cina di Emmanuel Macron. A quel punto accadde qualcosa di inaspettato. I francesi, che stando agli accordi presi avrebbero dovuto visionare e controllare le ricerche svolte all’interno della struttura, sarebbero stati estromessi da ogni attività. Gli scienziati cinesi iniziarono quindi a maneggiare tecnologie altamente sensibili e virus pericolosissimi in completa autonomia. Il sito della Chinese Academy of Science illustra l’obiettivo generale del progetto attuato a Wuhan. Le autorità cinesi avevano intenzione di costruire un polo di ricerca internazionale costituito da varie strutture, tra cui un laboratorio di biosicurezza ad alto livello, a sua volta basato su un rigoroso sistema di gestione e aperto in misura limitata agli scienziati nazionali. L’obiettivo è espressamente citato: formare una “piattaforma di ricerca relativamente indipendente in grado di ricercare due o tre tipi di infezioni fulminanti derivanti dai patogeni e sviluppare i rispettivi vaccini”. Potendo contare su un centro del genere, Pechino avrebbe compensato la “sostanziale debolezza” del sistema cinese in risposta alle emergenze per la salute pubblica. Nel caso in cui fosse apparsa una nuova malattia infettiva simile alla Sars, si pensava, la Cina sarebbe stata in grado di prendere adeguate misure di prevenzione e controllo. Insomma, il fiore all’occhiello di Wuhan doveva svolgere un “ruolo fondamentale” e di “supporto tecnico” nella prevenzione e nel controllo delle principali nuove malattie infettive in Cina, soddisfacendo così “la grande domanda strategica della nazione e rivelando importanti questioni scientifiche”. Scendendo nel dettaglio, il laboratorio sarebbe diventata “una base per la ricerca sulle misure da adottare per la prevenzione e il controllo delle malattie emergenti in Cina”, un “centro di conservazione dei virus”, un “laboratorio di riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)” e un “nodo per la rete delle malattie”. Non è finita qui, per quel sito avrebbe potuto e dovuto migliorare anche la capacità del Dragone di “prevenire e rispondere a guerre biologiche e attacchi terroristici”, nonché di “garantire la biosicurezza della Cina”.

La struttura

Il laboratorio entrato in funzione nel 2018, il Wuhan National Biosafety Laboratory, è dunque solo una parte del Wuhan Institute of Virology. Questo ramo, costato circa 44 milioni di dollari, per fugare ogni problema di sicurezza è stato costruito al di sopra della pianura alluvionale locale, ed è stato dotato della capacità di resistere a un terremoto di magnitudo 7, sebbene l’area non abbia precedenti di forti terremoti. Lo scopo della struttura, come detto, è duplice: controllare le malattie emergenti immagazzinando virus purificati e fungere da laboratorio di riferimento dell’Oms grazie ai suoi collegamenti con altri laboratori simili sparsi in tutto il mondo. “Sarà un nodo chiave nella rete globale di laboratori di biosicurezza”, aveva affermato nel 2017 il direttore del laboratorio Yuan Zhiming. Il Wuhan National Biosafety Laboratory nasce quindi come progetto internazionale di cooperazione scientifica e tecnologica nell’ambito di un accordo a due tra Cina e Francia sul coordinamento per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive emergenti. La parte principale dell’edificio del laboratorio BSL-4 ha quattro piani. Il piano terra è utilizzato per il trattamento delle acque reflue, il supporto vitale e le apparecchiature di protezione della distribuzione dell’energia. All’altezza del secondo piano si trova la zona centrale dove vengono effettuati gli esperimenti. Essa comprende tre laboratori a livello cellulare, due laboratori per animali, una sala di dissezione e una sala di conservazione dei batteri (virus), che può svolgere contemporaneamente ricerche per tre agenti patogeni e svolgere valutazioni sulla patologia delle infezioni di animali di piccola e media taglia, nonché sull’efficacia dei farmaci. I laboratori, inoltre, sono in grado di conservare i “semi” del virus. Le pareti della zona sperimentale centrale sono state realizzate in acciaio inossidabile di forte resistenza alla corrosione, unite alla tecnologia di saldatura laser e sviluppate in modo indipendente dalla Cina. Raggiungono lo standard internazionale di prima classe. Il terzo piano è per l’aria compressa e le tubazioni di ventilazione, mentre il quarto è per le apparecchiature HVAC (Heating, Ventilation and Air Conditioning, ovvero riscaldamento, ventilazione e aria condizionata) e il tubo collettore per l’aria compressa. Il personale di laboratorio è solito indossare una tuta protettiva a pressione positiva capace di rendere ogni singolo addetto totalmente isolato dall’ambiente circostante, alla stregua di un astronauta nello spazio. L’aria necessaria alla respirazione viene fornita agli addetti da un tubo controllabile proveniente dalla stazione di alimentazione. Gli addetti, prima di lasciare la struttura, devono completare la procedura di decontaminazione tramite doccia chimica. La comunità scientifica è stata rassicurata dal fatto che molti scienziati del laboratorio di Wuhan sono stati formati presso un laboratorio BSL-4 a Lione, in Francia. Le acque reflue della doccia chimica e le acque reflue tossiche generate dai lavori in laboratorio sono raccolte centralmente attraverso un sistema di tubi fognari a doppio strato, e sottoposte a disinfezione ad alta temperatura (135 ℃). Il laboratorio BSL-4 è infine dotato di un sistema direzionale a pressione negativa e un sistema di filtraggio a doppio strato per garantire che l’aria nel laboratorio possa essere scaricata solo dopo essere stata filtrata con un filtro ad hoc. 

Gli studi controversi

Il WIV non è stato pensato per essere un laboratorio isolato. Al contrario, nel recente passato la struttura aveva forti legami con alcuni centri americani, come il Laboratorio Nazionale di Galveston della divisione medica dell’Università del Texas e (pare) lo US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) di Fort Detrick, nel Maryland, e canadesi, tra cui il National Microbiology Laboratory. Date le “origini” occidentali del WIV, e le sue connessioni accademiche con altre strutture internazionali, è possibile supporre che all’interno del laboratorio cinese venissero realizzati studi simili a quelli effettuati nel resto del mondo. Quali? Studi sui coronavirus, e in particolare studi gain-of-function. Al fine di sviluppare adeguate contromosse per frenare la futura evoluzione dei virus più temibili, come ad esempio la Mers e la Sars, gli esperti possono scegliere di rendere tali patogeni più forti e più trasmissibili mediante attività di laboratorio. Producendo virus “rafforzati” artificialmente è possibile studiare il meccanismo attraverso il quale si trasformano e interagiscono con l’ospite, sia esso animale o umano. Nel caso in cui la ricerca dovesse svolgersi senza intoppi, gli esperti potrebbero essere in grado di sfornare farmaci ad hoc per sconfiggere questi virus. Ma i rischi non mancano, e gli incidenti sono dietro l’angolo. Già, perché se durante un esperimento il virus rafforzato dovesse diffondersi tra i ricercatori, o tra gli animali coinvolti nelle attività, allora potrebbe accade il pandemonio. Da qui nasce la teoria dell’ipotetica fuoriuscita del Sars-CoV-2 dal laboratorio di Wuhan in seguito a un incidente. In ogni caso, prima di approfondire questa ipotesi, vale la pena approfondire i legami tra il WIV e le strutture americane. Shi Zhengli, una delle più note virologiche cinesi, conosciuta anche con il soprannome di Bat Woman per i suoi studi sui coronavirus derivanti dai pipistrelli, ha realizzato alcuni paper scientifici molto interessanti. A capo del Center for Emerging Infectious Diseases, Miss Shi potrebbe essere riuscita a convertire con successo un coronavirus simile alla Sars, il virus SHCO14-C0V, dai pipistrelli ad altri animali. Un report pubblicato dal Wall Street Journal e realizzato dall’intelligence Usa, ha ipotizzato l’eventuale fuga di questo virus dalla struttura a causa di standard di sicurezza non propriamente eccelsi, oppure per via di un errore umano. Il dossier, fin qui classificato, sostiene che nel novembre 2019 – cioè circa un mese prima del primo contagio ufficiale registrato dalle autorità cinesi – tre ricercatori dell’Istituto cinese di virologia di Wuhan si sarebbero gravemente ammalati, tanto da richiedere persino le cure ospedaliere. Quale malattia avevano contratto? Una malattia che avrebbe generato in loro “sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con la comune malattia stagionale”. Al netto della veridicità dell’informazione (smentita dalle autorità cinesi), non vi è, dunque, alcuna certezza che gli addetti in questione avessero contratto il Sars-CoV-2. La fonte del rapporto Usa è sconosciuta. Non è da escludere che l’intero documento sia stato classificato come top secret in quanto gli Stati Uniti sarebbero riusciti a ottenere le suddette indiscrezioni da contatti diretti coltivati a Wuhan, o perfino all’interno della struttura scientifica. Aleggiano dubbi sugli studi effettuati dai ricercatori cinesi, e ancora oggi non si conoscono i particolari. Non dovrebbe esserci niente di cui stupirsi, visto che nessun governo, neppure quello americano, si sognerebbe mai di comunicare ai media le ricerche altamente sensibili realizzate in strutture del genere. Sappiamo tuttavia che nel laboratorio di Wuhan gli scienziati cinesi erano soliti maneggiare i coronavirus di pipistrelli. Sia chiaro: questo non significa automaticamente che il virus sia per forza uscito dall’edificio. Eppure, ben presto, la pista della Lab Leak Theory, iniziò a circolare con una certa insistenza. In un primo momento l’ipotesi appariva come fantascientifica. Anche perché spesso si confondeva l’eventuale fuoriuscita accidentale del patogeno dal WIV, magari avvenuta in seguito a un errore umano, con l’esplicita volontà del governo cinese di aver “liberato” un virus contagioso per danneggiare, nella migliore delle ipotesi, gli altri Paesi del mondo. Quest’ultima teoria fu subito considerata una fake news dalla comunità scientifica, mentre la prima, ovvero l’ipotesi dell’errore umano, fu bollata dall’Oms come “estremamente improbabile”. Per quale motivo, allora, la teoria del laboratorio è tornata in auge? Sono state le rivelazioni pubblicate dai media statunitensi a riaccendere i riflettori sul WIV. A fine maggio il presidente americano Joe Biden ha chiesto ai funzionari di raddoppiare gli sforzi per indagare sulle origini della pandemia di Covid-19. Ogni singola ipotesi dovrà essere presa in esame, compresa la Lab Leak Theory. Nel giro di tre mesi le agenzie Usa dovranno “riferire” cosa avranno scoperto, le strutture nazionali del Paese dovranno assistere alle indagini mentre l’intelligence è chiamata a preparare domande specifiche da rivolgere al governo cinese. I servizi segreti americani hanno davvero nelle loro mani nuovi elementi con i quali inchiodare la Cina sul laboratorio, oppure quella di Washington è soltanto una strategia per mettere pressione su Pechino? Difficile dare una risposta, se non che, almeno nel momento in cui scriviamo, non ci sono ancora elementi che consentano di verificare al 100% la Lab Leak Theory.

La guerra di dossier

Lo scorso gennaio un team di esperti dell’Oms è atterrato a Wuhan per raccogliere quanti più indizi possibili per fare luce sulle origini del coronavirus. Lavorando assieme ai colleghi locali (secondo alcuni: controllati a vista), gli scienziati hanno trascorso 28 giorni nel primo epicentro noto di Covid al mondo nel tentativo di riordinare le tessere del puzzle. Al termine della missione l’équipe ha stilato un rapporto di oltre 120 pagine e intitolato WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2: China Part. Joint WHO-China Study. L’Oms non è riuscita a risolvere il mistero, ma ha messo sul tavolo quattro possibili ipotesi di trasmissione del Covid: trasmissione zoonotica diretta, trasmissione all’uomo tramite ospite intermedio seguita da zoonosi, trasmissione mediante i prodotti alimentari della catena del freddo e, infine, diffusione del virus in seguito a un incidente di laboratorio. In merito all’ipotesi numero quattro, l’Oms ha effettivamente preso in esame un’ipotetica infezione accidentale capitata a un membro dello staff di un laboratorio, ma ha escluso categoricamente “l’ipotesi di rilascio deliberato o bioingegneria deliberata di Sars-CoV-2” tra l’altro scartata anche “da altri scienziati a seguito di analisi del genoma” del virus. Gli incidenti di laboratorio possono avvenire, anche se teoricamente risultano piuttosto rari. Abbiamo introdotto la figura di Shi Zhengli. L’11 marzo 2020, quando la pandemia di Covid era già iniziata, la Signora dei pipistrelli ha rilasciato una lunga intervista alla rivista Scientific American. Miss Shi ha accennato, molto vagamente, all’ipotesi secondo la quale il virus potesse essere sfuggito proprio dall’Istituto in cui la donna stava prestando servizio. La scienziata sembrava stupita da quanto accaduto nelle settimane precedenti. Perché mai un nuovo coronavirus avrebbe dovuto diffondersi a Wuhan, in una zona urbana? Gli studi di Shi parlano chiaro: le aree in cui vi è un maggiore rischio di zoonosi sono quelle subtropicali dello Yunnan, del Guandong e del Guanxi. All’idea, successivamente smentita, che la causa delle polmoniti atipiche potesse essere un patogeno arrivato dal laboratorio, Bat Woman ha rivelato di non aver “chiuso occhio per giorni”. Nel WIV, in effetti, si studiavano i coronavirus. Il più simile al Sars-CoV-2 è il RaTG13 (alcuni lo hanno definito anche BtCoV / 4991), che condivide il 96.2% di somiglianza con la sequenza genetica del patogeno responsabile del Covid. Il parente più stretto del nuovo coronavirus è stato sequenziato presso il Wuhan Institute of Virology dopo esser stato rilevato, probabilmente nel 2013, in alcuni pipistrelli Rhinolophus affinis presenti nelle province dello Yunnan e dello Zhejiang. In particolare, RaTG13 è stato ottenuto da Rhinolophus affinis trovati nello Yunnan; Bat CoV ZC45, altro parente strettissimo del Sars-CoV-2, viene invece da un’altra specie di pipistrello, la Rhinolophus sinicus, rinvenuta nella provincia dello Zhejiang. Insomma, nel WIV si studiavano virus molto simili al nuovo coronavirus. Tutto questo, data la misteriosa origine del Sars-CoV-2, è bastato per puntare il dito sul laboratorio di Wuhan. Non ci sono ancora prove assolute, ed è importante ribadirlo, però, al tempo stesso, sono progressivamente emerse indiscrezioni in merito all’eventuale fuoriuscita del patogeno dalla struttura da tenere per lo meno in considerazione. Sul tema è tornata recentemente la stessa Shi, in particolare dopo immagini e documenti inediti pubblicati da Sky News Australia, che testimonierebbero la presenza di pipistrelli vivi e almeno 15mila campioni da pipistrelli asiatici e africani all’interno del laboratorio di Wuhan prima dello scoppio della pandemia. Il New York Times ha pubblicato un’intervista alla scienziata che in maniera secca e decisa respinge categoricamente la possibilità che la pandemia di Covid possa aver avuto origine dal laboratorio di Wuhan. “Come potrei mai offrire prove di qualcosa per cui non esiste prova?” ha risposto (in forma scritta). Che, secondo il resoconto del quotidiano americano, si è prestata alle domande senza celare la propria frustrazione. Shi ha inoltre negato tassativamente i recenti resoconti dell’intelligence Usa.  “Non comprendo come il mondo possa essere giunto a questo punto, a gettare costantemente fango su scienziati innocenti”, ha aggiunto Bat Woman.

La ricerca del paziente zero

Una ricerca effettuata da Gilles Demaneuf, uno scienziato dei dati presso la Bank of New Zealand di Auckland, sottolinea come dal 2004 si sarebbero verificati quattro incidenti nei laboratori in cui si stava la Sars, due dei quali a Pechino. In merito al laboratorio di Wuhan, Demaneuf sostiene che il sito non dovrebbe essere considerato un edificio di massima sicurezza nella sua interezza. Soltanto uno dei tanti laboratori sarebbe in possesso dei protocolli di massima sicurezza, mentre gli altri si baserebbe (il condizionale è quanto mai d’obbligo) su protocolli paragonabili a quelli di uno studio dentistico. Lancet sostiene che il primo paziente a cui sarebbe stato diagnosticato il Covid-19, nel dicembre 2019, sarebbe stato un 70enne di Wuhan affetto da Alzheimer. Dell’anziano, ricoverato il 29 dello stesso mese presso il Jinyintan Hospital, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute, si sarebbero poi perse le tracce. Il South China Morning Post ha scritto che il primo contagiato potrebbe essere un 55enne della provincia dello Hubei che avrebbe mostrato i primi sintomi a partire da metà novembre. Il Mirror ha fornito una versione ancora differente, secondo cui la prima persona ad aver contratto il Sars-CoV-2 sarebbe una donna cinese 61enne soprannominata Patient Su. La signora abiterebbe a circa tre miglia dal WIV, ovvero dal famigerato laboratorio finito al centro della Lab Leak Theory. Proprio da qui, a detta di alcuni esperti guidati dal citato Gilles Demaneuf, il patogeno potrebbe essere fuggito grazie a un insetto non meglio specificato. Lo stesso insetto avrebbe in qualche modo – anche qui mancano i dettagli – infettato la donna. Patient Su, inoltre, abiterebbe in Zhoudaoquan Street, la strada che passa accanto ai laboratori cittadini, non distante dalla linea 2 della rete metropolitana, e situata nei pressi di un ospedale dell’Esercito Popolare di Liberazione (che avrebbe curato alcuni degli altri primi casi di Covid). La suddetta linea della metropolitana, insomma, potrebbe aver contribuito a diffondere il virus contratto dalla signora in tutta la megalopoli. Ipotesi molto complessa e debole, ma da segnalare.

Il vaccino misterioso

Un’altra indiscrezione degna di nota è arrivata dall’Australia. Secondo quanto riferito da The Australian, in Cina, qualcuno avrebbe depositato un brevetto per un vaccino anti Covid il 24 febbraio 2020, ben prima che fosse dichiarata la pandemia globale. Autore dell’ipotetica azione: Yusen Zhou, uno dei più noti scienziati cinesi che nella sua carriera può vantare di aver lavorato anche per l’Esercito di Liberazione del Popolo (PLA) e di aver collaborato a stretto contatto con i colleghi del Wuhan Institute of Virology (WIV), tra cui Shi Zhengli. Il brevetto sarebbe stato presentato a nome dell’Institute of Military Medicine, Academy of Military Sciences of the PLA. Attenzione ai particolari. Innanzitutto, se davvero Zhou ha depositato un brevetto a febbraio, significa che in quel periodo gli esperti cinesi stavano effettuando studi sul patogeno da (almeno) qualche settimana. E perché, sempre nel caso in cui la storia fosse confermata, nessuno di loro ha avvisato il resto del mondo? Il signor Zhou avrebbe depositato il brevetto dell’eventuale vaccino solo cinque settimane dopo che Pechino aveva confermato la trasmissione umana del coronavirus. In teoria è possibile avere un vaccino in un lasso così breve. Ma, al di là della tempistica, è interessante soffermarci su un altro particolare. Tre mesi dopo aver depositato il presunto brevetto Zhou sarebbe sparito dai radar, o peggio, sarebbe morto.

La mano dell’esercito

La (presunta) longa manus di Zhou lascia ipotizzare una connessione tra il WIV e l’esercito cinese. Ipotesi, tra l’altro, confermata da David Asher, che sotto l’amministrazione Donald Trump, dal settembre 2020 al gennaio 2021, ha diretto l’inchiesta del dipartimento di Stato Usa sulle origini del Covid. “A mio parere le autorità cinesi hanno tentato di controllare un incidente di laboratorio avvenuto a ottobre 2019, forse prima, e non ci sono riuscite”, ha spiegato Asher in un’intervista riportata da La Repubblica. A cavallo tra il 22 e il 23 gennaio, il caso di Wuhan, ormai esploso, sarebbe passato nelle mani dell’esercito, a conferma dei solidi legami che sarebbero intercorsi tra la struttura e la ricerca militare cinese.

A capo delle operazioni sarebbe stato piazzato il generale di divisione Chen Wei, specialista in armi biologiche; il suo vice sarebbe stato il colonnello Cao Wuchun, uno dei massimi esperti di epidemiologia dell’EPL, nonché “principale consigliere dell’Istituto di virologia di Wuhan”. Ritorniamo alle origini sino-francesi del laboratorio P4. Perché, dal 2003 in poi, gli Stati Uniti non avrebbe dato alcun peso a quanto stava accadendo a Wuhan? Non è dato saperlo. È però certo, come confermato dallo stesso Asher, che, dopo l’estromissione di Parigi, il National Institute of Healt, la Usaid e il dipartimento della Difesa avrebbero cercato di ampliare il loro ruolo nel capoluogo dello Hubei “quasi come se volessero approfittare dell’assenza della Francia”. In realtà, ha svelato il Washington Post, nel gennaio 2018, l’ambasciata americana a Pechino inviò più volte (procedura insolita) i propri addetti scientifici presso l’Istituto di virologia di Wuhan. Nei messaggi inviati a Washington, la delegazione Usa, guidata dal console generale a Wuhan, Jamison Fouss, espresse tutta la sua preoccupazione per la scarsa sicurezza riscontrata in quegli stessi laboratori.

I finanziamenti internazionali

A ben vedere, il WIV ha ricevuto diversi finanziamenti occidentali per effettuare una discreta mole di ricerche. Una delle più importanti rivelazioni proviene dal Daily Mail che, dopo aver visionato dati del governo federale Usa, ha tratteggiato uno scenario inaspettato. Stando alla documentazione del quotidiano anglosassone, il Pentagono ha donato 39 milioni di dollari all’Eco Health Alliance (EHA), una ong che a sua volta, tra il 2013 e il 2020, avrebbe finanziato la ricerca sul coronavirus presso il WIV. EHA avrebbe ricevuto dal governo americano un totale di 123 milioni di dollari, 64.7 milioni dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e 13 milioni dallo Health and Human Service (che include il National Institutes of Health e i Centers for Disease Control). Tra il 2017 e il 2020 la maggior parte delle sovvenzioni provenienti dal Dipartimento della Difesa Usa sarebbe provenuta dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA), un ramo militare con la missione di “contrastare e scoraggiare le armi di distruzione di massa e le reti di minacce improvvisate”. Insomma, l’EHA avrebbe usato finanziamenti federali americani per sostenere la ricerca sui coronavirus effettuata da scienziati cinesi presso un laboratorio cinese. Altro dettaglio: a capo di questa ong troviamo Peter Daszak, scienziato britannico che ha avuto modo di lavorare spalla a spalla con Shi Zhengli. Daszak, nonostante i presunti conflitti di interesse con il WIV, era inoltre uno degli esperti scelti dall’OMS per partecipare alla missione di Wuhan al fine di stabilire le origini del Covid. Sempre in merito ai finanziamenti ricevuti dal WIV, pare che la lista non comprenda soltanto soldi americani. È stato lo stesso Daily Mail, lo scorso febbraio, a sottolineare un fatto passato inosservato: dal 2005 in poi l’Unione europea avrebbe finanziato il laboratorio di Wuhan con sovvenzioni dal valore complessivo di 700 mila euro. In quelle settimane un portavoce Commissione europea commentò così la vicenda: “L’Ue non ha finanziato ricerche mirate sui virus dei pipistrelli a Wuhan. L’Istituto di virologia di Wuhan funge da partner internazionale nella collaborazione globale sulle risorse virali. È stato questo partner di Wuhan a identificare a gennaio il virus SARS-CoV2”. A oltre un anno dallo scoppio della pandemia di Covid, ancora non conosciamo le origini del Sars-CoV-2. In un mare di incertezze, la teoria del laboratorio è tornata a occupare le prime pagine dei giornali. Preso atto delle numerose zone d’ombra, delle ambiguità, delle omissioni e dei misteri, ad oggi non sono ancora emerse prove certe capaci di confermare o smentire la Lab Leak Theory. Che, inevitabilmente, continuerà a farci compagnia anche nei prossimi mesi. Testo di Federico Giuliani

Coronavirus nato in laboratorio, la "prova regina"? "Nel 2018, gli scienziati di Wuhan e gli americani...". Si ribalta il mondo. Libero Quotidiano il 09 ottobre 2021. Il Coronavirus? Un virus artificiale creato in laboratorio con la collaborazione tra gli scienziati di Wuhan e quelli americani. C'è pane per i complottisti di mezzo mondo: a lanciare l'indiscrezione, clamorosa, è il tabloid britannico Daily Mail, che riferisce di una richiesta di sovvenzionamento di 14 milioni di dollari presentata il mese scorso alla Defence Advanced Research Projects Agency da un team internazionale di scienziati, che dal 2018 starebbero pianificando di sviluppare in laboratorio un nuovo Coronavirus. Una idea partorita due anni prima dello scoppio ufficiale della pandemia. La domanda di sovvenzione per la creazione di virus chimerici geneticamente modificati, spiega il Daily Mail, sarebbe arrivata a conoscenza di Drastic, il gruppo di analisi che indaga sulle origini del Covid. Nel team internazionale di ricerca, la cui domanda è stata presentata dallo zoologo britannico Peter Daszak, ci sarebbero la Daszak EcoHealth Alliance, l’Istituto di virologia di Wuhan, l’Università della Carolina del Nord e Duke NUS di Singapore, aggiunge un altro quotidiano inglese, il Telegraph. "Compileremo dati di sequenza/RNAseq da un gruppo di ceppi strettamente correlati - si legge nella domanda di finanziamento - e confronteremo genomi a lunghezza intera, scansionando SNP unici che rappresentano errori di sequenziamento. I genomi candidati al consenso saranno sintetizzati commercialmente utilizzando tecniche consolidate e l’RNA della lunghezza del genoma nonché l’elettroporazione per recuperare virus ricombinanti". Di fatto, gli scienziati erano al lavoro già nel 2018 per creare un virus "sconosciuto" in natura, il cui virus più "vicino" è il ceppo Banal-52 segnalato in Laos il mese scorso e con cui condivide il 96,8% del genoma del coronavirus che provoca Covid-19. "Avrebbero inserito quell’RNA in una cellula e recuperato il virus - spiega un esperto dell'Oms sotto anonimato -. Ciò avrebbe creato un virus mai esistito in natura, con una nuova 'spina dorsale' che non esiste in natura ma è molto, molto simile in quanto è la media delle spine dorsali naturali". Darpa avrebbe rifiutato di finanziare il lavoro "per non mettere a rischio le comunità locali".

Caterina Galloni per blitzquotidiano.it l'8 ottobre 2021. Scienziati di Wuhan, in Cina, e ricercatori Usa avrebbero pianificato di sviluppare in laboratorio un nuovo coronavirus nel 2018, prima che esplodesse la pandemia. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, da una domanda di sovvenzionamento di 14 milioni di dollari presentata il mese scorso alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) è emerso che un team internazionale di scienziati aveva pianificato di creare virus chimerici, geneticamente modificati. La domanda di sovvenzione è stata presentata nel 2018 ed è trapelata a Drastic, il gruppo di analisi delle origini della pandemia.  

La domanda di sovvenzione di Usa e Cina per la creazione di un nuovo coronavirus in laboratorio. E’ stata presentata dallo zoologo britannico Peter Daszak per conto di un gruppo che comprendeva Daszak EcoHealth Alliance, l’Istituto di virologia di Wuhan, l’Università della Carolina del Nord e Duke NUS a Singapore, secondo quanto riportato dal Telegraph. “Compileremo dati di sequenza/RNAseq da un gruppo di ceppi strettamente correlati e confronteremo genomi a lunghezza intera, scansionando SNP unici che rappresentano errori di sequenziamento. I genomi candidati al consenso saranno sintetizzati commercialmente utilizzando tecniche consolidate e l’RNA della lunghezza del genoma nonché l’elettroporazione per recuperare virus ricombinanti”, è descritto nella domanda. Ciò comporterebbe un virus che non ha un antenato in natura, ha detto al Telegraph un esperto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). L’esperto, che ha chiesto al giornale di mantenere l’anonimato, ha affermato che se tale metodo fosse stato attuato si potrebbe spiegare perché in natura non sia mai stata trovata una stretta corrispondenza per Sars-CoV-2. Il virus naturale più vicino è il ceppo Banal-52, segnalato in Laos il mese scorso. Condivide il 96,8% del genoma del coronavirus che provoca Covid-19. Finora non è stato trovato alcun ceppo originario diretto con un collegamento intorno al 99,98 per cento. 

Creare un nuovo virus. L’esperto dell’OMS ha dichiarato a The Telegraph che il processo descritto nella domanda avrebbe creato “una nuova sequenza di virus, non una corrispondenza al 100% con il nulla”. In seguito avrebbero sintetizzato il genoma virale dalla sequenza del computer, creandone uno che non esisteva in natura ma sembrava naturale come è la media dei virus naturali. “Avrebbero inserito quell’RNA in una cellula e recuperato il virus. Ciò avrebbe creato un virus mai esistito in natura, con una nuova “spina dorsale” che non esiste in natura ma è molto, molto simile in quanto è la media delle spine dorsali naturali”, ha affermato l’esperto. Darpa avrebbe rifiutato di finanziare il lavoro per non mettere a rischio le comunità locali. Il database dei ceppi virali presso l’Istituto di virologia di Wuhan è stato messo offline circa 18 mesi dopo il rifiuto, rendendo impossibile verificare su cosa stessero lavorando gli scienziati.

Gabriele Carrer per “La Verità” il 6 ottobre 2021. Gli acquisti di test molecolari (Pcr) nella provincia cinese dell'Hubei, dove si sono registrati i primi casi di Covid-19, sono cresciuti sensibilmente diversi mesi prima che le autorità parlassero ufficialmente del nuovo coronavirus. Nel 2019 sono stati spesi per i tamponi circa 67,4 milioni di yuan (pari a 9 milioni di euro), quasi il doppio rispetto al 2018. Il numero di contratti è cresciuto da 89 a 135. L'aumento degli acquisti è iniziato a maggio, con una brusca crescita tra luglio e ottobre, trainata da quattro enti: l'ospedale dell'aviazione dell'Esercito popolare di liberazione, l'Istituto di virologia di Wuhan, l'Università di scienza e tecnologia di Wuhan e i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie dell'Hubei. Sono i risultati di un rapporto dal titolo piuttosto sinistro, Procuring for a pandemic (cioè Acquisti per una pandemia), pubblicato da Internet 2.0, società con sede a Barton, un sobborgo della capitale australiana Canberra, ma anche ad Alexandria, in Virginia, a pochi chilometri dalla capitale federale statunitense Washington. A capo di Internet 2.0 ci sono due amministratori delegati: Robert Potter, inventore della tecnologia su cui si basa l'azienda, ex capo delle operazioni cyber del colosso aerospaziale britannico Bae Systems, già consigliere del governo ombra australiano e funzionario del dipartimento di Stato americano; e David Robinson, ex funzionario dell'intelligence australiana. Nel comunicato consultivo spicca il nome di Christopher Painter, tra i massimi esperti mondiali di sicurezza cibernetica, primo cyberdiplomatico al mondo nominato dall'ex presidente statunitense, Barack Obama. Internet 2.0 ha raccolto e analizzato i dati da un sito Web che aggrega informazioni sugli appalti pubblici in Cina. I risultati dell'indagine, già contestati dal ministero degli Esteri di Pechino, gettano nuove ombre sulla linea ufficiale del governo cinese sull'origine del virus, tema che ha alimentato forti tensioni con i Paesi occidentali e i loro alleati nell'Indo-Pacifico, a partire dall'Australia. I test molecolari hanno altre applicazioni oltre a quelle per il Covid-19. Ma il rapporto sostiene che l'insolita impennata sia la prova che della consapevolezza che una nuova malattia si stava diffondendo a Wuhan e dintorni. Perché? Gli ordini sono raddoppiati dalle università, quintuplicati dal Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, decuplicati dagli uffici di sperimentazione animale ma diminuiti di oltre il 10% dagli ospedali. Con «alto tasso di fiducia» gli analisti di Internet 2.0 ritengono così che la pandemia Covid-19 sia «iniziata molto prima che la Cina informasse l'Organizzazione mondiale della sanità», il 31 dicembre 2019 (relativamente a un caso sintomatico registrato l'8). Secondo Akira Igata, professore della Tama Graduate School of business di Tokyo, «non possiamo concludere con certezza» che il Covid-19 sia stato registrato prima della comunicazione basandoci soltanto sui dati degli appalti pubblici. Ma «è un'informazione solida per sostenere che ci fosse la consapevolezza di un focolaio di virus intorno a Wuhan diversi mesi prima». «Questo rapporto potrebbe dare l'opportunità ai Paesi di premere nuovamente sulla Cina per avere informazioni», ha detto il professore. Perché quel ritardo e quella «trasparenza zero» che, secondo Robinson, uno degli autori del rapporto, «ha alimentato un sacco di ipotesi, teorie, disinformazione, così come il dolore delle vittime»? Neppure l'indagine richiesta dall'intelligence dal presidente statunitense Joe Biden ha risolto il dilemma sull'origine del Covid-19: è scappato da un laboratorio, quello di Wuhan, o è di origine animale?

Da ilgiornale.it l'1 ottobre 2021. La rivista Lancet è una delle più autorevoli per quanto riguarda la divulgazione scientifica. Eppure non è esente da errori, anche piuttosto imbarazzanti. Come quello commesso con la task force di esperti che era stata originariamente costituita con l’obiettivo di analizzare i dati e dare una spiegazione “super partes” sull’origine del Covid. Tale task force è stata appena smantellata perché si è scoperto che di “super partes” aveva ben poco. Uno dei membri di questo gruppo era il ricercatore britannico Peter Daszak: si è scoperto che in passato aveva collaborato con il laboratorio di Wuhan dal quale potrebbe essere “scappato” il virus. Inoltre Daszak per un periodo è stato anche a capo della task force di Lancet e soprattutto del gruppo di esperti che l’Organizzazione mondiale della sanità ha inviato più volte in Cina per raccogliere documenti e prove. Non a caso Daszak era tra quelli che credevano soprattutto all’origine naturale del virus, piuttosto che alla tesi di una fuga da un laboratorio cinese. A monte della decisione di smantellare la task force c’è il ritrovamento di alcuni documenti che dimostrano come Daszak abbia chiesto in passato un finanziamento per studiare alcuni coronavirus da inoculare in topi e pipistrelli con l’obiettivo di creare possibili cure. Tale sperimentazione sarebbe stata condotta proprio nei laboratori di Wuhan… 

Gli Usa rivelano i piani della Cina sulla terza guerra mondiale: armi biologiche e virus per vincere. Il Tempo l’08 maggio 2021. La Cina si stava preparando per combattere una terza guerra mondiale con armi biologiche, compresi i coronavirus. La scoperta bomba è stata fatta dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti: secondo il dossier prodotto dall'Esercito Popolare di Liberazione nel 2015 è stato considerato il potenziale militare dei coronavirus della SARS. Il clamoroso documento svela che gli scienziati hanno studiato a lungo come manipolare le malattie "in un modo mai visto prima”. Le rivelazioni sulla storia, fatte dal The Australian, spiegano che l’idea della Cina è che i coronavirus sarebbero dovuti essere "l'arma principale per la vittoria” nel terzo conflitto mondiale e venivano anche delineate le condizioni perfette per rilasciare un'arma biologica e causare il massimo danno possibile, documentando l'impatto che avrebbe sul "sistema medico del nemico". La scoperta choc fa sorgere ulteriori dubbi sull’origine del Covid-19, che secondo alcuni funzionari statunitensi è un virus prodotto in un laboratorio militare cinese. Alti esponenti del governo Usa dicono che tale documento "solleva grandi preoccupazioni" sulle intenzioni di coloro che sono più vicini al presidente cinese Xi Jinping. Gli autori del documento sottolineano che una terza guerra mondiale "sarà biologica", a differenza delle prime due guerre e si fa l’esempio che un’arma del genere avrebbe lo stesso impatto avuto dalla bomba atomica sul Giappone, che dopo i bombardamenti nucleari si arrese. Gli scienziati dicono che tali attacchi biologici non dovrebbero essere effettuati nel bel mezzo di una giornata limpida, poiché la luce solare intensa può danneggiare gli agenti patogeni, mentre la pioggia o la neve possono influenzare le particelle di aerosol. Bisognerebbe invece colpire di notte, all'alba, al tramonto, o con un tempo nuvoloso, con "una direzione del vento stabile… in modo che l'aerosol possa galleggiare nella zona di destinazione". La ricerca spiega anche che un tale attacco provocherebbe un'ondata di pazienti che richiedono cure ospedaliere, che poi "potrebbe causare il collasso del sistema medico del nemico”. Rivelazioni che fanno tremare il mondo intero.

Da ilmessaggero.it il 27 settembre 2021. Wuhan, si riparte da zero. L'Organizzazione Mondiale della Sanità avvierà una nuova indagine per capire se il Covid sia «fuggito dal laboratorio di Wuhan»: per questo sarà nominato un nuovo team di lavoro, tra cui esperti di biosicurezza, sicurezza di laboratorio, genetica e di scienziati in grado di capire come i virus si diffondano agli esseri umani. Lo riporta il Wall Street Journal. L'equipe vorrà capire se il coronavirus è davvero “sfuggito” dal laboratorio a Wuhan, alla fine del 2019, un'affermazione sempre smentita dalla Cina (che vuole anche che l'Oms esamini se il virus abbia avuto origine in un altro Paese). Tutto questo, arriva dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato alle agenzie di intelligence di indagare sulla teoria della «perdita del virus da laboratorio». Un portavoce dell'Oms ha detto che «le priorità del nuovo team devono essere i dati e l'accesso nel paese in cui sono state identificate le prime fughe del virus». La precedente indagine aveva raccomandato alla Cina di esaminare i primi casi sospetti di coronavirus. Ma nella relazione finale i dati forniti dal Paese agli esperti Oms erano stati bollati come «insufficienti». La notizia arriva mentre i decessi e i casi di Covid-19 sono aumentati - rispetto ai dati della settimana precedente - negli Usa e in Gran Bretagna. Le infezioni in Gb sono salite a 32.417 e le vite perse a causa del virus sono aumentate del 3,5% rispetto alla domenica precedente con 58 decessi rivelati. La settimana precedente ci sono stati 29.612 nuovi casi e 56 decessi. Dati separati hanno suggerito che le infezioni da Covid sono crollate la scorsa settimana nonostante i timori che il nuovo semestre scolastico avrebbe alimentato prima un'ondata autunnale. Una persona su 90 in Inghilterra aveva il virus, con circa 620.100 infetti in totale, secondo i test dell'Ufficio per le statistiche nazionali. Questo è in calo del 18% rispetto a due settimane prima, quando uno su 70 è risultato positivo e le infezioni totali stimate erano 754.000. L'indagine settimanale ONS, basata su tamponi casuali di 150.000 persone, è considerata dal governo come la misura più affidabile dell'epidemia. In un'ulteriore spinta alla speranza che la pandemia possa essere (già) finita, gli scienziati del governo hanno affermato che il tasso R - il numero medio infetto da qualcuno con il virus - potrebbe essere sceso al di sotto di uno per la prima volta da marzo. R è compreso tra 0,8 e 1 in Inghilterra, il che significa che l'epidemia si sta riducendo. La leader dello studio ONS Kara Steel ha detto: «I livelli di infezione sono diminuiti in Inghilterra per la prima volta in diverse settimane, sebbene i tassi rimangano generalmente elevati in tutto il Regno Unito. È incoraggiante che i tassi di infezione abbiano continuato a diminuire tra i giovani adulti, forse riflettendo l'impatto del programma di vaccinazione».

Michele Galvani per ilmessaggero.it il 23 settembre 2021. Secondo nuovi documenti esclusivi, gli scienziati di Wuhan stavano pianificando di rilasciare coronavirus potenziati nell'aria nei pipistrelli cinesi da inoculare contro malattie che «potrebbero trasferirsi agli esseri umani». Il nuovo report sostiene che 18 mesi prima dell'arrivo della pandemia, i ricercatori hanno presentato un piano per rilasciare nanoparticelle che penetrano nella pelle contenenti «nuove proteinechimeriche» (ossia prodotte dalla fusione di sequenze di DNA appartenenti a più geni) di coronavirus di pipistrello nei pipistrelli stessi delle caverne nello Yunnan. La notizia viene riportata dal tabloid “The Telegraph” e, di conseguenza, rilanciata da molti altri tabloid internazionali. Gli scienziati hanno pianificato di creare virus chimerici, geneticamente modificati per infettare gli esseri umani più facilmente, e hanno richiesto «14 milioni di dollari» alla Defense Advanced Research Projects Agency per completare il lavoro. Drastic, un team investigativo istituito per studiare le origini della pandemia, ha rilasciato i documenti e ha dichiarato: «Una revisione da parte della comunità scientifica della plausibilità dell'inserimento artificiale è giustificata». La proposta di sovvenzione includeva anche piani per «mescolare ceppi di coronavirus naturali ad alto rischio con varietà più infettive». L'Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della difesa ha rifiutato di finanziare il lavoro. «È chiaro che il progetto proposto e guidato da Peter Daszak avrebbe potuto mettere a rischio le comunità locali», ha comunicato in una l'agenzia, avvertendo che il team non aveva considerato i pericoli del potenziamento del virus. Il progetto includeva anche piani per mescolare ceppi di coronavirus naturali ad alto rischio con varietà più infettive ma meno pericolose. Il piano è stato presentato dallo zoologo britannico Peter Daszak di EcoHealth Alliance, l'organizzazione con sede negli Stati Uniti, che ha lavorato a stretto contatto con l'Istituto di virologia di Wuhan (WIV) nella ricerca sui coronavirus dei pipistrelli. I membri del team includevano la dottoressa Shi Zhengli, ricercatrice e virologa soprannominato "donna pipistrello" (nella foto qui sopra), noto per i suoi studi sui virus, così come ricercatori statunitensi dell'Università della Carolina del Nord e del National Wildlife Health Center degli Stati Uniti Geological Survey.

Le preoccupazioni -  I documenti della sovvenzione mostrano che il team aveva anche alcune preoccupazioni sul programma vaccinale e si legge l'esperimento avrebbe «condotto un'attività di sensibilizzazione in modo che ci fosse stata una comprensione pubblica di ciò che stiamo facendo e perché lo stiamo facendo». Ma in effetti, chi avrebbe compreso i motivi di questo progetto? Angus Dalgleish, professore di oncologia alla St Georges, Università di Londra, che ha lottato per pubblicare un lavoro che dimostrasse che l'Istituto di virologia di Wuhan (WIV) aveva svolto un lavoro di «guadagno» per anni prima della pandemia, ha affermato che la ricerca potrebbe essere andata avanti anche senza i finanziamenti. «Questo è chiaramente un guadagno, l'ingresso dei nuovi virus avrebbe migliorato l'infettibilità delle cellule umane in più di una linea cellulare», ha fatto sapere al tabloid inglese.

Le accuse - Matthew Ridley, coautore di un libro sull'origine del Covid-19, in uscita a novembre, e che ha spesso chiesto alla Camera dei Lord un'ulteriore indagine su ciò che ha causato la pandemia, ha commentato: «Per più di un anno ho provato ripetutamente a fare domande a Peter Daszak senza risposta. Ora si scopre che è stato l'autore di questa informazione vitale sul lavoro sui virus a Wuhan, ma si è rifiutato di condividerla con il mondo. Sono furioso». Un ricercatore Covid-19 dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che ha preferito restare anonimo, ha detto che è rimasto senza parole. «La parte spaventosa è che stavano producendo virus Mers chimerici infettivi -  ha detto la fonte - Questi virus hanno un tasso di mortalità superiore al 30%, che è almeno un ordine di grandezza più letale di Sars-CoV-2. Così questa pandemia sarebbe quasi apocalittica».

Covid, ma quale pangolino? "18 mesi prima...": una strage cinese? Ecco la più pesante delle prove. Libero Quotidiano il 23 settembre 2021. Gli scienziati di Wuhan stavano pianificando di rilasciare coronavirus potenziati nell'aria nei pipistrelli cinesi da inoculare contro malattie che "potrebbero trasferirsi agli esseri umani", almeno 18 mesi prima dell'arrivo della pandemia. I ricercatori hanno presentato un piano per rilasciare nanoparticelle che penetrano nella pelle contenenti "nuove proteinechimeriche" di coronavirus di pipistrello nei pipistrelli stessi delle caverne nello Yunnan. Lo scrive “The Telegraph”. Insomma, smontata la balla del salto di specie dal pangolino? Sembrerebbe proprio di sì...Il progetto includeva anche piani per mescolare ceppi di coronavirus naturali ad alto rischio con varietà più infettive ma meno pericolose. Il piano è stato presentato dallo zoologo britannico Peter Daszak di EcoHealth Alliance, l'organizzazione con sede negli Stati Uniti, che ha lavorato a stretto contatto con l'Istituto di virologia di Wuhan (WIV) nella ricerca sui coronavirus dei pipistrelli. I documenti mostrano che il team aveva anche alcune preoccupazioni sul programma vaccinale e si legge l'esperimento avrebbe "condotto un'attività di sensibilizzazione in modo che ci fosse stata una comprensione pubblica di ciò che stiamo facendo e perché lo stiamo facendo". Angus Dalgleish, professore di oncologia alla St Georges, Università di Londra, che ha lottato per pubblicare un lavoro che dimostrasse che l'Istituto di virologia di Wuhan (WIV) aveva svolto un lavoro di "guadagno" per anni prima della pandemia, ha affermato, scrive il Messaggero, "che la ricerca potrebbe essere andata avanti anche senza i finanziamenti". "Questo è chiaramente un guadagno, l'ingresso dei nuovi virus avrebbe migliorato l'infettibilità delle cellule umane in più di una linea cellulare", ha spiegato il professore.

Coronavirus, "menzogne non solo sul pangolino". Wuhan e il numero di morti 2020: l'ultima terrificante balla comunista. Libero Quotidiano il 26 luglio 2021. Sull'origine del virus e della pandemia Pechino avrebbe mentito: lo dimostra l'ultimo rapporto demografico dell'Ufficio di statistica, che ha censito la popolazione nel 2020 - 1,411 miliardi di cinesi -, senza citare però il numero di decessi. Probabilmente per evitare confronti con gli anni precedenti. Bisogna accontentarsi così del bilancio ufficiale fornito dalla Cina: 93 mila contagi e 4.743 morti a fine dicembre 2020. Ovvero poco più di tre morti per un milione di abitanti. In un articolo di Jacques Massey riportato sul Fatto Quotidiano si ripercorrono tutte le tappe, dal 31 dicembre 2019 fino a oggi. L'ultimo giorno di dicembre, infatti, è stato indicato come la data ufficiale dell'identificazione di un nuovo coronavirus in Cina. Era stato individuato nel mercato del pesce di Wuhan alcuni giorni prima, il 16 dicembre. Il sospetto, però, è che sia iniziato tutto molto tempo prima: una fonte di Mediapart, membro del team di esperti internazionale di sicurezza creato dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, sostiene che "un membro cinese del gruppo aveva segnalato la presenza del nuovo virus a Wuhan da settembre 2019”. Poi a febbraio 2020 la tesi del pangolino: alcuni ricercatori dell'Università di agricoltura della Cina del sud assicurarono di aver trovato nella sequenza genomica di un virus dei pangolini il 99% di elementi in comune con il Sars-CoV-2. Secondo loro, quindi, sarebbe stato questo piccolo animale simile al formichiere a fare da tramite nel processo di contaminazione dal pipistrello all'uomo. La tesi, però, non è stata dimostrata e, secondo Massey, sarebbe servita a Pechino per accantonare ipotesi alternative, come la creazione del virus in laboratorio. A giugno 2020 invece avrebbe trovato conferma la tesi della nascita del Covid in laboratorio: stando a uno studio del collettivo di scienziati Drastic, nel giugno 2019 l'università di Wuhan era stata ispezionata ed era emerso un ambiente precario, con la mancanza di pareti divisorie tra le diverse zone di sperimentazione, misure di sicurezza scarse e attrezzature per studenti inadeguate. Pochi mesi fa, invece, nel gennaio 2021, tredici esperti dell'Oms sono andati a Wuhan per elaborare un rapporto sulle cause della malattia, ma non è stata lasciata loro la minima libertà di documentare l'indagine. 

Coronavirus, "fogne contaminate": il dossier sul laboratorio di Wuhan, così è nata la pandemia? Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Continuano le indagini sulle origini del coronavirus, con la pista che porta all'istituto di virologia di Wuhan che viene battuta sempre di più. Fino a qualche tempo fa parlarne voleva dire essere complottisti, ma le cose sono cambiate da quando anche il governo degli Stati Uniti ha preso posizione e ha gettato ombre sulla Cina e anche sull'Organizzazione mondiale della sanità. I ricercatori di Drastic - un team internazionale composto da scienziati e investigatori - hanno fatto delle rivelazioni importanti. Pochi mesi prima che la pandemia scoppiasse, da un'ispezione condotta nei laboratori di Wuhan sono emerse stanze piene di 'detriti' e scarse o assenti norme di igiene e sicurezza. Il rapporto, scoperto dal team di Drastic - denunciava come non esistessero strutture per i rifiuti chimici e nessuna separazione tra le aree sperimentali e quelli comuni, con il rischio di contaminazione. Non solo, perché i laboratori venivano descritti dagli ispettori come 'affollati' e 'caotici'. In un simile scenario diventa ancora più plausibile che sia potuto avvenire un errore di biosicurezza dal quale si sarebbe originato la pandemia. Tra l'altro i ricercatori di Drasting hanno scoperto una serie di errori scioccanti: presso il Wuhan Institute of Biological Products - vicino al laboratorio di virologia - i sistemi fognari e di drenaggio erano vecchi e danneggiati, capaci addirittura di contaminare canali e torrenti locali. Inoltre all'istituto di virologia sono state scoperte 3.268 gabbie di animali vivi, tra cui 12 per i pipistrelli. 

Coronavirus nato in laboratorio a Wuhan, "il disertore Dong Jingwei ha fornito le prove a Biden". Libero Quotidiano il 19 giugno 2021. Il coronavirus è davvero nato in un laboratorio di Wuhan? Il presidente americano Joe Biden ne è convinto e dietro al suo repentino, clamoroso cambio di scenario ci sarebbe una persona ben precisa, che avrebbe fornito alla Casa Bianca le prove di quanto successo davvero in Cina. Secondo il sito Spy Talk, questa persona sarebbe niente meno che Dong Jingwei, vice ministro cinese con un passato nei servizi segreti di Pechino. L'uomo sarebbe fuggito negli Usa insieme alla figlia di 10 anni. Massimo riserbo a proposito, ma se la notizia fosse confermata si tratterebbe del disertore di più alto grado mai scappato dalla Cina. Don Jingwei avrebbe portato con sé documenti pesantissimi sull’istituto di virologia di Wuhan, carte talmente evidenti da convincere Biden e l'amministrazione democratica a prendere seriamente quanto andava dicendo da mesi anche il suo predecessore Donald Trump. Nessuna fantasia complottista, dunque, ma dati confermati da una gola profonda più che autorevole. A fare il nome di Dong Jingwei è stato anche il dottor Han Lianchao, altro pezzo grosso della dissidenza anti-comunista. Si tratta di un ex funzionario del Ministero degli Esteri cinesi che disertò clamorosamente dopo il massacro di piazza Tiananmen, nella primavera 1989. Secondo Han, Pechino avrebbe invato già i suoi delegati dal segretario di Stato americano Anthony Blinken lo scorso marzo per discutere del rimpatrio di Dong, ricevendo un secco rifiuto. "Ha lavorato a stretto contatto con Zhang Yue, che ora sta scontando 15 anni di reclusione per corruzione - ha detto Han a Spy Talk -. Zhang era un confidente di Ma Jian, ex vice ministro esecutivo di MSS, anche lui in prigione per corruzione".

Covid, lo spettro della fuga dal laboratorio. Corsa contro il tempo per accertare l'origine. Antonio Caperna il 21 Settembre 2021 su Il Giornale. Appello di sedici scienziati su "Lancet": "Sequenza insolita del genoma". La ricerca sulle origini del Sars-Cov-2 è in un momento critico e per gli scienziati «si sta rapidamente chiudendo la finestra sulla fattibilità biologica di condurre il tracciamento di persone e animali all'interno e all'esterno della Cina». A sottolinearlo a fine agosto sulla rivista Nature sono gli autori del rapporto dell'Oms su come è emerso il Covid-19 e avvertono che un ulteriore ritardo rende biologicamente difficile un'indagine cruciale. Le sei priorità individuate, per cercare di individuare le origini del virus, stanno man mano venendo meno, poiché gli anticorpi Sars-Cov-2 diminuiscono, quindi «raccogliere ulteriori campioni e testare le persone, che potrebbero essere state esposte prima di dicembre 2019, produrrà dati sempre minori»; indagare sui siti di allevamenti selvatici è complicato, perché molti sono chiusi, tanti animali abbattuti, «rendendo sempre più difficile trovare qualsiasi prova di ricaduta precoce del coronavirus». Difficoltoso è anche «valutare i pipistrelli selvatici e altri potenziali bacini idrici o ospiti intermedi in Cina e nei paesi vicini e selezionare animali d'allevamento ad alto rischio». Restano i dubbi sull'origine in laboratorio, tanto che nei giorni scorsi 16 scienziati hanno chiesto un dibattito aperto su Lancet, sottolineando come «alcune caratteristiche insolite della sequenza del genoma» suggeriscono che il virus «potrebbe derivare dall'ingegneria genetica». Mentre altri studiosi scrivono su Nature che «i rappresentanti degli Stati membri dovrebbero negoziare termini dettagliati sulla questione delicata delle indagini sulle pratiche di laboratorio. Invitiamo la comunità scientifica e i leader dei paesi a unire le forze per accelerare gli studi, finché siamo ancora in tempo». Alcune settimane fa sulla rivista Cell 21 esperti di Università Usa, australiane, europee e della Xi'an Jiaotong-Liverpool University in Cina hanno pubblicato una revisione di varie ricerche, sottolineando che «al momento non ci sono prove che Sars-Cov-2 abbia un'origine di laboratorio, né che l'Istituto possedesse o lavorasse su un progenitore del virus prima della pandemia». Il tutto sarebbe legato alla coincidenza di avere in città un laboratorio che studia coronavirus e che «gli agenti patogeni spesso richiedono aree densamente popolate per stabilirsi». A confermare questa linea di indagine è anche un articolo appena pubblicato su Nature: il salto di specie (spillover) del virus Sars-Cov-2 dagli animali all'uomo potrebbe essere avvenuto in due situazioni indipendenti. L'ipotesi arriva dall'Università della California a San Diego, che ha valutato 1.716 genomi del virus e raccolti tra la fine 2019 e il febbraio 2020. Negli archivi è possibile osservare la presenza, sin dalle prime settimane dalla scoperta del virus, di due distinte varianti, note come A e B, che hanno una serie di nette differenze genetiche. Quindi «è molto più probabile che la pandemia abbia avuto origine nel commercio di animali selvatici». Per raccogliere ulteriori prove, gli studiosi prevedono di eseguire simulazioni al computer e testare in che modo uno spillover multiplo potrebbe combaciare con la diversità dei genomi virali noti. Antonio Caperna

Coronavirus, la nuova ipotesi sulle origini: nato da due salti di specie. Giuliano Aluffi su La Repubblica il 18 settembre 2021. Uno studio americano: "Il virus non è uscito da un laboratorio ma ha una derivazione naturale. E' passato dagli animali all'uomo". L’ipotesi della fuga del Sars-CoV-2 da un laboratorio cinese – che è sempre stata considerata poco probabile ma non è mai stata del tutto esclusa dalla comunità scientifica – appare oggi più debole grazie a un nuovo studio pubblicato su Virological.org da un gruppo di ricercatori americani guidati da Michael Worobey, docente di biologia all’Università dell’Arizona.

Elena Tebano per corriere.it il 18 settembre 2021. Le origini del Sars-Cov-2 — il coronavirus che causa il Covid-19 — sono uno dei temi politicamente sensibili della pandemia: l’ipotesi che possa essere sfuggito a un laboratorio cinese è stata sollevata e respinta più volte da Usa e Cina, come arma contundente nello scontro economico e politico tra le due superpotenze. Ora «Nature» dà conto di una nuova ipotesi, sulla base di uno studio appena pubblicato su Virology.com, che però — come sottolinea la stessa rivista scientifica - è preliminare e necessita di ulteriori verifiche. «Il Sars-Cov-2 potrebbe essere passato più volte dagli animali alle persone, secondo un’analisi preliminare dei genomi virali prelevati da persone infettate in Cina e altrove all’inizio della pandemia. Se confermati da ulteriori analisi, i risultati aggiungerebbero peso all’ipotesi che la pandemia ha avuto origine in più mercati diversi a Wuhan, e renderebbero meno probabile l’ipotesi che Sars-Cov-2 sia fuggita da un laboratorio, dicono alcuni ricercatori. Ma i dati devono essere verificati, e l’analisi non è ancora stata sottoposta a revisione tra pari» scrive «Nature». Lo studio si basa sul fatto che i primi campioni di Sars-Cov-2 prelevati all’inizio della pandemia alla fine del 2019 e all’inizio del 2020, sono riconducibili a due diverse linee evolutive, note come A e B, che hanno differenze genetiche chiave. La B, poi diventata quella dominante in tutto il mondo, è stata trovata in persone che hanno visitato il mercato dei frutti di mare di Huanan a Wuhan, che vendeva anche animali selvatici. La A si è diffusa all’interno della Cina, ed è stata trovata in altri mercati di Wuhan. «Una domanda cruciale è come i due lignaggi virali sono collegati. Se i virus della linea evolutiva A si sono evoluti da quelli della linea evolutiva B, o viceversa, questo suggerirebbe che il precursore del virus è saltato solo una volta dagli animali alle persone. Ma se le due linee evolutive hanno origini separate, allora potrebbero esserci stati più eventi di spillover (passaggio da animale a uomo, ndr)» spiega «Nature». Finora a far propendere per un’origine comune alle linea A e B era l’esistenza di varianti del virus con una combinazione intermedia delle due differenze nucleotidiche chiave che le caratterizzano. Il nuovo studio ha analizzato 1.716 genomi di varianti del Sars-Cov-2 presenti nel database scientifico Gisaid e ha identificato 38 genomi «intermedi». Analizzandoli meglio i ricercatori hanno rilevato altre mutazioni in altre regioni dei loro genomi che sono nettamente distinte, alcune associate solo alla linea evolutiva A, altre solo alla B, anche nelle varianti con genoma che finora sembrava intermedio. Gli autori dello studio (Jonathan Pekar, Edyth Parker, Jennifer L. Havens, Marc A. Suchard, Kristian G. Andersen, Niema Moshiri, Michael Worobey, Andrew Rambaut, Joel O. Wertheim) sono convinti che le frequenze che appaiono come intermedie siano il frutto di errori computazionali. Un’ipotesi plausibile secondo Richard Neher, un biologo computazionale dell’Università di Basilea in Svizzera, non coinvolto nella ricerca: «Tali incidenti non sono sorprendenti — dice a «Nature» —. Soprattutto all’inizio della pandemia, quando i protocolli non erano molto stabiliti e le persone cercavano di generare dati il più velocemente possibile». L’ipotesi che ci siano due linee evolutive del nuovo coronavirus, con due origini separate, rende meno plausibile che sia nato in laboratorio: se è possibile che una persona si sia accidentalmente infettata in laboratorio e abbia poi diffuso il virus nella popolazione, è molto meno probabile che questo sia accaduto due volte. Di converso, studi precedenti hanno dimostrato che altri coronavirus (come quello che causa la Sars) sono passati più volte dagli animali alle persone. Per corroborare la loro ipotesi dell’origine multispecie, gli autori dello studio dovranno comunque eseguire altri studi.

Dagotraduzione dal New York Post il 16 settembre 2021. Nel suo nuovo libro, Wei Jingsheng, il più famoso disertore cinese rifugiatosi in America nel 1997, racconta che nel novembre del 2019 aveva avvisato i servizi di intelligence degli Stati Uniti che un nuovo virus si stava diffondendo a Wuhan. Nel volume, intitolato “What Really Happened in Wuhan”, il padre del movimento democratico cinese dice di aver sentito parlare per la prima volta di un nuovo, misterioso virus ai tempi dei Giochi militari di Wuhan nell’ottobre del 2019. Allarmato dalle notizie che gli arrivavano, Wei aveva subito avvertito i servizi di intelligence statunitensi, un politico che aveva contatti con il presidente, e l’attivista cinese per i diritti umani Dimon Liu. «Ho percepito che non erano così fortemente preoccupati come lo ero io, quindi ho fatto del mio meglio per fornire informazioni più dettagliate. Forse non credevano che un governo potesse coprire l’esistenza di un virus. Allora ho insistito nel tentativo di convincerli». Wei, che ha trascorso 18 anni nelle carceri cinesi per essersi opposto al regime comunista, gode di una fiducia bipartisan ed è in contatto con l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e con la presidentessa della Camera Nancy Pelosi. Wei ha detto di aver scoperto il virus da contatti di alto livello a Pechino. «Ho parlato con Dimon e alcuni altri politici americani alla Camera del pericolo di questa situazione», ha detto. «C'erano anche funzionari della Casa Bianca in quel momento. A novembre 2019». Wei non ha voluto rivelare con quale politico ha parlato. «Non sono sicuro che questo politico voglia che parli di lui proprio qui», ha detto. «Ma voglio dire che è un politico abbastanza in alto, abbastanza in alto da poter raggiungere il presidente degli Stati Uniti». David Asher, il funzionario del Dipartimento di Stato che ha guidato la task force sulle origini del COVID-19, ha affermato che l'opportunità offerta dall'avvertimento di Wei equivaleva a «fermare l'11 settembre prima che accadesse». Asher ha detto che il governo degli Stati Uniti aveva altre prove cruciali di allarme preventivo alla fine del 2019, ma non è riuscito a collegare i punti. Asher sostiene che il governo degli Stati Uniti ha avuto informazioni sugli operatori dell'Istituto di virologia di Wuhan che si ammalavano di sintomi simili al COVID per la prima volta alla fine del 2019, un anno prima il Dipartimento di Stato facesse la stessa scoperta durante la sua indagine sulle origini del virus. A quel punto, 1,7 milioni di persone in tutto il mondo erano morte a causa del COVID-19. Le autorità cinesi hanno agito per sopprimere le notizie sull'epidemia di Wuhan, eliminando da Internet sia i post che le notizie che vi facevano riferimento, e facendo "scomparire" dissidenti e informatori che tentavano di lanciare un avvertimento. I resoconti dei social media su un nuovo coronavirus non sono emersi fino alla fine di dicembre 2019 e a fine gennaio 2020 Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda hanno chiuso le frontiere ai viaggiatori provenienti dalla Cina. "What Really Happened in Wuhan" Liu rivela che Wei le ha parlato del virus il 22 novembre 2019, a una cena alla quale era presente anche suo marito, l'ex agente della CIA Robert Suettinger. «Non potevo credere a quello che stava dicendo», ha detto Liu. «A quel tempo, avevo pensato che il coronavirus non potesse essere peggiore della SARS. E la SARS, come sapevamo per esperienza, non era così contagiosa e poteva essere contenuta. All'epoca pensavo che fosse così. Ok, c'è stata un'epidemia, ma le autorità e il progresso delle scienze mediche saranno in grado di contenerne la diffusione». Nel libro, Liu descrive in dettaglio la corsa per ottenere informazioni sul nuovo virus alla Casa Bianca e la sua incertezza al riguardo. Dopo la visita di Wei, scrisse un promemoria di ciò che aveva divulgato a lei e a Suettinger. Aveva intenzione di trasmetterlo al vice consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, Matt Pottinger. «Ma non gliel'ho mandato perché così tante cose erano incredibili», ha detto. «L'ho scritto, ma non l'ho inviato perché ho deciso che era meglio che Wei parlasse direttamente con Matt Pottinger». Nel libro Wei dice: «Per voi occidentali è difficile comprendere la capacità che ha il PCC di sigillare le informazioni».

Quei documenti inediti sull’origine del Covid. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 9 settembre 2021. A distanza di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia che ha cambiato il mondo, c’è ancora grande incertezza sull’origine del Sars-Cov-2, tra chi sostiene l’origine naturale del virus e chi, al contrario, punta il dito contro un possibile coinvolgimento dell’Istituto di virologia di Wuhan. Ed è proprio in merito all’attività del laboratorio situato in Cina che emergono nuovi dettagli e documenti inediti che spingono a credere che la seconda sia l’ipotesi più accreditata e verosimile. The Intercept è entrato in possesso di circa 900 pagine di documenti che descrivono nel dettaglio il lavoro – pericoloso – di EcoHealth Alliance, un’organizzazione con sede negli Stati Uniti che ha utilizzato denaro federale per finanziare la ricerca sui Coronavirus e i pipistrelli presso il laboratorio cinese. La raccolta di documenti include due proposte di sovvenzione inedite che sono state finanziate dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases, nonché aggiornamenti del progetto relativi alla ricerca di EcoHealth Alliance. La documentazione è stata resa nota nell’ambito del contenzioso in corso sul Freedom of Information Act fra The Intercept e il National Institutes of Health statunitense.

“Ricerche ad alto rischio finanziate dagli Usa”. Come già sottolineato da InsideOver, il ruolo da chiarire in questa vicenda di EcoHealth Alliance non rappresenta una novità: gli Stati Uniti hanno commissionato lo studio di nuovi coronavirus all’organizzazione che, secondo Npr, stava eseguendo la maggior parte della raccolta di campioni di coronavirus dai pipistrelli, per poi trasferirli all’Istituto di Wuhan. Il denaro della sovvenzione originale fornito a EcoHealth era di 3,7 milioni di dollari, di cui 76mila dollari per l’Istituto di Wuhan. Questo finanziamento è stato approvato con il sostegno dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, l’agenzia guidata dal celebre virologo Anthony Fauci, secondo quanto riportato da Newsweek. L’inchiesta di The Intercept evidenzia finanziamenti che precedentemente non erano noti. Secondo Gary Ruskin, direttore esecutivo di US Right To Know, un gruppo che ha indagato sulle origini del coronavirus, si tratta di “ricerche ad alto rischio che avrebbero potuto portare all’attuale pandemia”.

Il ruolo di EcoHealth Alliance tutto da chiarire. Una delle sovvenzioni, intitolata “Capire il rischio dell’emergenza del coronavirus dei pipistrelli”, delinea lo sforzo ambizioso del presidente dell’EcoHealth Alliance, Peter Daszak, di procedere con lo screening di migliaia di campioni di pipistrelli alla ricerca di nuovi coronavirus, animali vivi compresi. I documenti contengono diversi dettagli critici sulla ricerca a Wuhan, incluso il fatto che il lavoro sperimentale chiave con topi “umanizzati “è stato condotto in un laboratorio di livello 3 di biosicurezza presso il Wuhan University Center for Animal Experiment – ​​e non presso l’Istituto di virologia di Wuhan, come era precedentemente presunto. Notare che Daszak è il principale autore della celebre lettera, pubblicata su The Lancet, nella quale veniva scartata l’ipotesi che il coronavirus fosse sfuggito – per errore o volutamente – dal laboratorio cinese. Come ha appurato il giornalista scientifico Nicholas Wade, trattasi di un palese conflitto d’interessi. La seconda sovvenzione, intitolata ” Comprendere il rischio di comparsa di virus zoonotici negli hotspot di malattie infettive emergenti del sud-est asiatico“, è stata assegnata nell’agosto 2020 e si estende fino al 2025. La proposta, scritta nel 2019, ha toni quasi preveggenti, e si concentra sull’aumento e la distribuzione di risorse in Asia in caso di epidemia di una “malattia infettiva emergente”, riferendosi all’Asia come un possibile hotspot di questo tipo di virus.

Pioggia di milioni sulla ricerca sui coronavirus. La sovvenzione per la ricerca sul coronavirus dei pipistrelli ha stanziato a EcoHealth Alliance un totale di 3,1 milioni di dollari, inclusi 599mila dollari che l’Istituto di virologia di Wuhan ha utilizzato in buona parte per identificare e alterare i coronavirus dei pipistrelli che potrebbero infettare gli esseri umani. Anche prima della pandemia, molti scienziati erano preoccupati per i potenziali pericoli associati a tali esperimenti, scrive The Intercept. Peraltro, nota la testata americana, la proposta di sovvenzione riconosce alcuni di questi pericoli: “Il lavoro sul campo comporta il più alto rischio di esposizione alla Sars o ad altri CoV, mentre si lavora in grotte con un’alta densità di pipistrelli sopra la testa e il rischio potenziale di le feci”. Secondo Richard Ebright, biologo molecolare della Rutgers University, i documenti contengono informazioni critiche sulla ricerca condotta a Wuhan, inclusa la creazione di nuovi coronavirus. La sovvenzione è stata inizialmente assegnata per un periodo di cinque anni, dal 2014 al 2019. Il finanziamento è stato rinnovato nel 2019 ma sospeso dall’amministrazione Trump nell’aprile 2020. La domanda è: perché nessuno ha fermato questi esperimenti definiti pericolosi dalla scienza stessa? Perché Daszak si è affrettato ad affermare in ogni sede che l’origine del Covid-19 è naturale e l’ipotesi del laboratorio, al contrario, è una bufala? Certo è che, grazie alla documentazione resa nota da The Intercept, in quel laboratorio si conducevano esperimenti pericolosi e qualcuno dovrebbe spiegare il perché.

Perché la teoria della fuga del Covid dal laboratorio sta evaporando. Federico Giuliani su Inside Over il 4 settembre 2021. “The lab leak theory for the origin of COVID-19 is fading”, ovvero “La teoria delle fughe di laboratorio sull’origine del COVID-19 sta svanendo”. Il Los Angeles Times è tornato sulla diatriba inerente alle origini del Sars-CoV2, sottolineando come sia sempre più complicato dare credito alla lab leak theory, cioè alla teoria -mai completamente confermata da prove ufficiali – secondo la quale il virus sarebbe fuoriuscito accidentalmente dal Wuhan Institue of Virology in seguito a un errore umano. Questo non significa escludere la pista del laboratorio, visto che le indagini sulla diffusione della pandemia sono ancora in alto mare; significa, al contrario, fare i conti con la realtà, dando credito a ogni ipotesi emersa, ma senza forzare la mano per finalità politiche. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, infatti, Stati Uniti e Cina si sono scambiate reciproche frecciatine, più o meno bizzarre, per accusarsi l’un l’altra sulle cause della pandemia. Washington ha puntato il dito contro il laboratorio di Wuhan, alludendo a molteplici indizi che indicherebbero l’eventuale fuga del virus dal capoluogo della provincia dello Hubei. Dall’altro lato, Pechino ha tirato in ballo Fort Detrick appellandosi a presunti incidenti capitati nel complesso americano. Alla fine nessuna delle due accuse ha aiutato o sta aiutando gli esperti a trovare le origini del Covid. Anzi: un simile braccio di ferro sta soltanto complicando il lavoro di ricerca. 

Le ultime ricerche. Al momento restano sul tavolo due ipotesi: quella che porta dritta alla fuga del virus dal laboratorio di Wuhan e quella che si rifà all’origine zoonotica del patogeno. La comunità scientifica, dunque, ha l’arduo compito di diradare la nebbia per stabilire se il virus si sia diffuso all’uomo da animali ospiti o mediante mezzi artificiali. Alcuni recenti articoli scientifici danno credito all’origine zoonotica del virus. Un documento realizzato da ricercatori in Cina, in concerto con esperti dell’Università di Glasgow, pubblicato su Science il 21 agosto, ha esplorato “l’origine animale del Sars-CoV-2”. “Al momento non ci sono prove che Sars-CoV-2 abbia avuto origine da un laboratorio”, ha concluso un altro report scritto da 21 virologi provenienti da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Cina, Australia e Austria, la cui pubblicazione è prevista nel numero del 16 settembre della rivista Cell. Il sospetto che il virus possa aver avuto origine in un laboratorio è accompagnato (e ingigantito) dalle coincidenze della sua rilevazione. Del resto il coronavirus è stato rilevato “per la prima volta in una città che ospita un importante laboratorio virologico”, appunto l’Istituto di virologia di Wuhan. Attenzione però, perché Wuhan è la città più grande della Cina centrale, dotata di un elevato numero di mercati animali, ed è anche un importante snodo per i viaggi e il commercio. Alla luce di ciò, riflettono gli autori, è altamente probabile che il virus possa aver raggiunto gli esseri umani da ospiti animali, come zibetti o cani procioni. 

Un’occasione sprecata. Il tempo darà tutte le risposte alle domande lasciate in sospeso. Attenzione però, perché la crociata ideologica avanzata da una buona fetta del governo americano per inchiodare la Cina di fronte alle sue presunte colpe (alcune ci sono, e sono pure evidenti), e l’ambiguità cinese mostrata nella prima fase dell’emergenza sanitaria, potrebbero contribuire a mescolare le carte in tavola, vanificando tutte le indagini. A maggio Joe Biden aveva annunciato folgoranti novità sul dossier Covid nell’arco di 90 giorni, ma l’intelligence americana è tornata alla Casa Bianca con le mani vuote. Le indagini degli 007 Usa sono state inconcludenti, e la colpa sarebbe da attribuire a dati non condivisi dal governo cinese. Insomma, se nessuno è ancora riuscito a trovare la verità è a causa di Pechino. È vero, la Cina non è apparsa molto disponibile nel condividere i documenti di ricerca del laboratorio di Wuhan, ma non è (e non è stato) l’unico Paese a tenere nascoste alcune ricerche biologiche sensibili. “Nessuno ha prove per confermare o falsificare un’ipotesi rispetto all’altra”, ha affermato Angela Rasmussen dell’Università del Saskatchewan, coautrice dell’articolo Cell. “Ma quello che io e i miei coautori abbiamo deciso dopo aver esaminato tutte le prove è che ci sono sostanzialmente più prove sul lato di un’origine naturale rispetto a una perdita di laboratorio”, ha aggiunto. In ogni caso, ci troviamo di fronte a un’occasione sprecata, dato che senza ragionare su prove concrete e dati ufficiali c’è il rischio di gettare alle spine il lavoro svolto fino ad ora. Ma perché è così importante stabilire le origini del virus? Semplice: se la sua origine dovesse essere fatta risalire a un laboratorio, questo indicherebbe agli esperti la necessità di migliorare la sicurezza nelle strutture di tutto il mondo. Se, invece, il patogeno dovesse essersi diffuso in seguito a una zoonosi, questo indicherebbe la necessità di una regolamentazione più rigorosa dei cosiddetti “mercati umidi”.

Covid-19, l’ombra di Donald Trump dietro il disastro del laboratorio di Wuhan. Fabrizio Gatti su L'Espresso l'1 settembre 2021. L’ex presidente ha finanziato gli esperimenti sui pipistrelli in Cina che Obama aveva vietato negli Usa. Perché erano troppo pericolosi. Sono venti mesi che la Cina di Xi Jinping impedisce al mondo di indagare sulle origini della pandemia. E al di là della tensione con Pechino e dei quattro milioni e mezzo di morti complessivi, non è una brutta notizia per il presidente americano Joe Biden, già alle prese con il dossier Afghanistan alla vigilia del ventesimo anniversario del massacro dell’11 settembre. Un’inchiesta autonoma e trasparente sul Sars-CoV-2 dovrebbe infatti notare che, anche sotto l’amministrazione di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno abbondantemente finanziato gli esperimenti di aumento di funzione dei coronavirus dei pipistrelli, eseguiti dall’Istituto di Virologia di Wuhan, perché potessero acquisire la capacità di infettare le cellule umane. La collaborazione internazionale ha poi permesso agli scienziati militari e civili cinesi, nella prima città colpita dall’epidemia, di proseguire soli le stesse attività di ricerca che tre anni prima Barack Obama aveva vietato negli Usa proprio per la loro pericolosità. Mancando un’indagine indipendente, ancora non abbiamo prove di quello che è avvenuto tra il 2017 e la diffusione del contagio proprio a Wuhan nell’autunno 2019. Anche se le singolari parentele genetiche e geografiche del virus Sars-CoV-2 suggeriscono un’origine apparentemente naturale, ma in realtà guidata dagli scienziati attraverso processi che vedremo più avanti. Ciò che è invece provato, da documenti successivamente rimossi dai siti cinesi (ma che sono in nostro possesso), è la stretta collaborazione dell’Istituto di Virologia con il programma di ricerca sui coronavirus dell’esercito popolare, sempre smentita dalle autorità del regime comunista. E questo non dovrebbe imbarazzare soltanto Trump e Biden, ma anche il presidente francese Emmanuel Macron. Secondo quegli stessi documenti, il vicedirettore di uno dei due comitati internazionali che avrebbero dovuto sorvegliare l’attività scientifica a Wuhan era, fin dopo lo scoppio della pandemia, Hervé Raoul, condirettore – così viene indicato – del laboratorio “Jean Mérieux” di Lione. Il più importante centro francese è gestito da Inserm, l’Istituto nazionale della salute e della ricerca medica che, con un corso di poche settimane, aveva addestrato i ricercatori di Wuhan a operare nel loro nuovo laboratorio di biosicurezza nazionale, costruito dalla Francia. Tra loro, la professoressa Shi Zhengli, a capo dei principali studi sui coronavirus e vicedirettrice del laboratorio cinese. Il nome di Hervé Raoul, nell’elenco del comitato, appare tra il direttore Linfa Wang, che da anni collabora con Shi Zhengli, e il colonnello Wu-Chun Cao, uno dei massimi depositari dei segreti della ricerca virologica dell’esercito cinese, al servizio dell’Istituto di Microbiologia e epidemiologia dell’Accademia militare delle scienze mediche di Pechino. Perfino due dei cinque membri del comitato accademico del laboratorio di biosicurezza nazionale di Wuhan, tra i quali il vicedirettore, sono scienziati militari. Ciò che è ancora più sorprendente riguarda, però, i quattordici componenti internazionali dei comitati, uno di sorveglianza e l’altro di valutazione delle performance dell’Istituto di Virologia di Wuhan: dei sei scienziati di fama mondiale che hanno risposto alle nostre email, cinque hanno dichiarato di non aver mai saputo di essere membri dei due comitati e di aver visitato l’ultima volta l’Istituto di Virologia di Wuhan soltanto nel 2012 o nel 2013. L’istituto di Wuhan avrebbe quindi dichiarato il falso. Tra i cinque, c’è perfino un collega di Raoul: il professor Christian Bréchot, direttore generale di Inserm dal 2001 al 2007, poi vicepresidente dell’Istituto Mérieux e, dal 2013 al 2017, presidente dell’Istituto Pasteur di Parigi. Insomma, non l’ultimo arrivato. «Sebbene loro possano aver mantenuto il mio nome sulla lista del loro comitato consultivo», risponde il professor Bréchot, «io non sono in contatto con l’Istituto di virologia di Wuhan dagli anni intorno al 2012». Né Hervé Raoul né Inserm, per ben tre volte da maggio 2020, hanno mai risposto alle nostre domande. Ma torniamo al 2017. Il 10 febbraio di quell’anno, dieci mesi prima che Trump autorizzi nuovamente gli esperimenti di aumento di funzione negli Stati Uniti, Shi Zhengli e il collega americano Peter Daszak, insieme con Linfa Wang da Singapore e altri quattordici ricercatori cinesi, consegnano alla rivista “Plos Pathogens” un articolo scientifico che illustra la loro ricerca sul campo e in laboratorio cominciata nell’aprile 2011. Lo studio rientra nelle indagini sulle origini della prima epidemia di Sars, la sindrome respiratoria acuta grave che aveva colpito la Cina tra il 2002 e il 2004 e che per mesi era stata nascosta dal regime di Pechino. In questo studio, Shi Zengli e Peter Daszak chiamano SARS-CoV i coronavirus umani della Sars e SARSr-CoV i coronavirus imparentati che i ricercatori hanno estratto dagli escrementi dei pipistrelli cinesi (SARSr significa infatti Sars-related). Scrivono a pagina 11 del loro articolo: «Abbiamo fabbricato un gruppo infettivo di cloni con la struttura del coronavirus WIV1 e varianti dei geni della proteina S spike di otto differenti SARSr-CoV dei pipistrelli». Soltanto due cloni riescono a replicarsi nelle colture cellulari, insieme con un nuovo coronavirus appena isolato: «Per valutare se i tre nuovi SARSr-CoV possono usare l’enzima umano Ace2 come recettore cellulare di ingresso, abbiamo condotto studi di infettività virale usando cellule umane (HeLa cells) con e senza l’espressione dell’enzima Ace2 umano. Tutti i virus replicano efficientemente nelle cellule umane che esprimono l’enzima Ace2». Significa che i due cloni costruiti in laboratorio potrebbero infettare l’uomo direttamente. Ciò che renderebbe questo esperimento una “gain of function”, o aumento di funzione, è la fabbricazione delle due pericolose chimere, che in natura non sarebbero esistite. Oltre che dai fondi statali cinesi, l’indagine dell’Istituto di Virologia di Wuhan guidata da Shi Zhengli e Peter Daszak è finanziata da due importanti enti statali americani. Uno è il NIAID, l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive diretto da Anthony Fauci, all’interno dei National Institutes of Health. L’altro è USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, attraverso il Predict program per la prevenzione delle pandemie. Il professor Daszak è invece fondatore e presidente di EcoHealth Alliance, un’organizzazione non governativa con sede a New York che aveva e ha tuttora l’ambizione di isolare il maggior numero di virus dagli animali selvatici per anticipare le future epidemie. Non sempre con successo. Proprio su questi finanziamenti - che hanno aggirato il divieto di Obama agli esperimenti di aumento di funzione - Fauci, oggi consigliere medico del presidente Biden, durante un’audizione in luglio è stato accusato dal senatore Rand Paul di avere mentito al Congresso. Scatenando la reazione in aula del professore ottantenne: «Lei non sa di cosa sta parlando». Purtroppo le precedenti uscite fantascientifiche del senatore, non lo rendono un testimonial credibile. È inoltre altrettanto curioso che l’Organizzazione mondiale della sanità abbia inserito Daszak nella propria delegazione inviata in Cina per l’indagine farsa di metà febbraio 2021. Anche di fronte al più trasparente degli scienziati, la gravità della pandemia dovrebbe escludere dall’inchiesta persone in possibile conflitto di interessi. Sono proprio le ricerche dual-use, civili e militari, dell’Istituto di Virologia di Wuhan, seguite ai finanziamenti americani, che andrebbero indagate per prime. Nello studio di Shi Zhengli e Peter Daszak viene infatti confermato l’interesse dell’Istituto di Virologia di Wuhan nella grande capacità dei virus dei pipistrelli a ricombinarsi tra di loro: cioè a scambiarsi casualmente i loro geni, dando origine a nuovi coronavirus, magari più infettivi e più adatti al salto di specie in altri animali e nell’uomo. «L’evoluzione dei coronavirus dei pipistrelli imparentati con la Sars», scrivono però Shi Zhengli e Peter Daszak nel 2017, «è fortemente correlata alla loro origine geografica e non alla specie degli animali ospiti». Come in ogni giallo poliziesco, la traccia genetica dell’assassino parla a chi la sa ascoltare. E i geni del coronavirus Sars-CoV-2 confessano di essere strettamente imparentati con tre coronavirus dei pipistrelli. Due (chiamati ZC45 e ZXC21) sono stati prelevati a Est, dall’arcipelago di Zhoushan nella provincia di Zhejiang, e registrati nel 2018 dal comando dell’Istituto di medicina militare di Nanchino e dalla Terza Università medica militare di Chongqing. Il terzo (RaTG13) è stato prelevato da una miniera della provincia di Yunnan a Sud-Ovest, nel 2013, e registrato soltanto il 27 gennaio 2020, a epidemia già scoppiata, da Shi Zhengli. L’arcipelago e la miniera però sono separati da oltre duemilaseicento chilometri e i pipistrelli non volano più di qualche decina di chilometri. Mentre l’epidemia scoppia lungo il percorso, cioè a Wuhan. Quindi una correlazione geografica di questo tipo in natura non dovrebbe esistere. Allora perché esiste? L’ipotesi scientifica, che senza un’indagine sul campo rimarrà soltanto un’ipotesi, è stata spiegata il 20 agosto scorso alla conferenza della Federazione mondiale degli scienziati da uno studioso attento e competente come Massimo Ciccozzi, professore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. «Alcuni genomi virali taglia e incolla mantengono segni rivelatori di manipolazione. Ma i metodi più recenti, chiamati seamless», cioè senza cucitura, ha spiegato il professor Ciccozzi durante la conferenza, «non lasciano segni distintivi. Se un virus è stato manipolato, con un metodo seamless o tramite un passaggio seriale nelle colture cellulari, non c’è modo di saperlo. Nemmeno l’evoluzione guidata attraverso un passaggio seriale negli animali lascia tracce». In quest’ultimo procedimento, si fanno convivere pipistrelli o animali serbatoio provenienti da regioni diverse e si selezionano i coronavirus generati dai processi di ricombinazione in modo da guidare la loro evoluzione: magari verso agenti patogeni più infettivi o più adatti al salto di specie. Qualunque analisi filogenetica successiva a una contaminazione, a un eventuale incidente di laboratorio e a un’epidemia scoprirebbe soltanto il passaggio dai pipistrelli all’uomo. È il gap geografico di Sars-CoV-2 a suggerire oggi un’ipotesi innaturale sulla sua origine. 

Fabrizio Gatti per “L’Espresso” il 30 agosto 2021. Sono venti mesi che la Cina di Xi Jinping impedisce al mondo di indagare sulle origini della pandemia. E al di là della tensione con Pechino e dei quattro milioni e mezzo di morti complessivi, non è una brutta notizia per il presidente americano Joe Biden, già alle prese con il dossier Afghanistan alla vigilia del ventesimo anniversario del massacro dell'11 settembre. Un'inchiesta autonoma e trasparente sul Sars-CoV-2 dovrebbe infatti notare che, anche sotto l'amministrazione di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno abbondantemente finanziato gli esperimenti di aumento di funzione dei coronavirus dei pipistrelli, eseguiti dall'Istituto di Virologia di Wuhan, perché potessero acquisire la capacità di infettare le cellule umane. La collaborazione internazionale ha poi permesso agli scienziati militari e civili cinesi, nella prima città colpita dall'epidemia, di proseguire soli le stesse attività di ricerca che tre anni prima Barack Obama aveva vietato negli Usa proprio per la loro pericolosità. Mancando un'indagine indipendente, ancora non abbiamo prove di quello che è avvenuto tra il 2017 e la diffusione del contagio proprio a Wuhan nell'autunno 2019. Anche se le singolari parentele genetiche e geografiche del virus Sars-CoV-2 suggeriscono un'origine apparentemente naturale, ma in realtà guidata dagli scienziati attraverso processi che vedremo più avanti. Ciò che è invece provato, da documenti successivamente rimossi dai siti cinesi (ma che sono in nostro possesso), è la stretta collaborazione dell'Istituto di Virologia con il programma di ricerca sui coronavirus dell'esercito popolare, sempre smentita dalle autorità del regime comunista. E questo non dovrebbe imbarazzare soltanto Trump e Biden, ma anche il presidente francese Emmanuel Macron. Secondo quegli stessi documenti, il vicedirettore di uno dei due comitati internazionali che avrebbero dovuto sorvegliare l'attività scientifica a Wuhan era, fin dopo lo scoppio della pandemia, Hervé Raoul, condirettore - così viene indicato - del laboratorio "Jean Mérieux" di Lione. Il più importante centro francese è gestito da Inserm, l'Istituto nazionale della salute e della ricerca medica che, con un corso di poche settimane, aveva addestrato i ricercatori di Wuhan a operare nel loro nuovo laboratorio di biosicurezza nazionale, costruito dalla Francia. Tra loro, la professoressa Shi Zhengli, a capo dei principali studi sui coronavirus e vicedirettrice del laboratorio cinese. Il nome di Hervé Raoul, nell'elenco del comitato, appare tra il direttore Linfa Wang, che da anni collabora con Shi Zhengli, e il colonnello Wu-Chun Cao, uno dei massimi depositari dei segreti della ricerca virologica dell'esercito cinese, al servizio dell'Istituto di Microbiologia e epidemiologia dell'Accademia militare delle scienze mediche di Pechino. Perfino due dei cinque membri del comitato accademico del laboratorio di biosicurezza nazionale di Wuhan, tra i quali il vicedirettore, sono scienziati militari. Ciò che è ancora più sorprendente riguarda, però, i quattordici componenti internazionali dei comitati, uno di sorveglianza e l'altro di valutazione delle performance dell'Istituto di Virologia di Wuhan: dei sei scienziati di fama mondiale che hanno risposto alle nostre email, cinque hanno dichiarato di non aver mai saputo di essere membri dei due comitati e di aver visitato l'ultima volta l'Istituto di Virologia di Wuhan soltanto nel 2012 o nel 2013. L'istituto di Wuhan avrebbe quindi dichiarato il falso. Tra i cinque, c'è perfino un collega di Raoul: il professor Christian Bréchot, direttore generale di Inserm dal 2001 al 2007, poi vicepresidente dell'Istituto Mérieux e, dal 2013 al 2017, presidente dell'Istituto Pasteur di Parigi. Insomma, non l'ultimo arrivato. «Sebbene loro possano aver mantenuto il mio nome sulla lista del loro comitato consultivo», risponde il professor Bréchot, «io non sono in contatto con l'Istituto di virologia di Wuhan dagli anni intorno al 2012». Né Hervé Raoul né Inserm, per ben tre volte da maggio 2020, hanno mai risposto alle nostre domande. Ma torniamo al 2017. Il 10 febbraio di quell'anno, dieci mesi prima che Trump autorizzi nuovamente gli esperimenti di aumento di funzione negli Stati Uniti, Shi Zhengli e il collega americano Peter Daszak, insieme con Linfa Wang da Singapore e altri quattordici ricercatori cinesi, consegnano alla rivista "Plos Pathogens" un articolo scientifico che illustra la loro ricerca sul campo e in laboratorio cominciata nell'aprile 2011. Lo studio rientra nelle indagini sulle origini della prima epidemia di Sars, la sindrome respiratoria acuta grave che aveva colpito la Cina tra il 2002 e il 2004 e che per mesi era stata nascosta dal regime di Pechino. In questo studio, Shi Zengli e Peter Daszak chiamano SARS-CoV i coronavirus umani della Sars e SARSr-CoV i coronavirus imparentati che i ricercatori hanno estratto dagli escrementi dei pipistrelli cinesi (SARSr significa infatti Sars-related). Scrivono a pagina 11 del loro articolo: «Abbiamo fabbricato un gruppo infettivo di cloni con la struttura del coronavirus WIV1 e varianti dei geni della proteina S spike di otto differenti SARSr-CoV dei pipistrelli». Soltanto due cloni riescono a replicarsi nelle colture cellulari, insieme con un nuovo coronavirus appena isolato: «Per valutare se i tre nuovi SARSr-CoV possono usare l'enzima umano Ace2 come recettore cellulare di ingresso, abbiamo condotto studi di infettività virale usando cellule umane (HeLa cells) con e senza l'espressione dell'enzima Ace2 umano. Tutti i virus replicano efficientemente nelle cellule umane che esprimono l'enzima Ace2». Significa che i due cloni costruiti in laboratorio potrebbero infettare l'uomo direttamente. Ciò che renderebbe questo esperimento una "gain of function", o aumento di funzione, è la fabbricazione delle due pericolose chimere, che in natura non sarebbero esistite. Oltre che dai fondi statali cinesi, l'indagine dell'Istituto di Virologia di Wuhan guidata da Shi Zhengli e Peter Daszak è finanziata da due importanti enti statali americani. Uno è il NIAID, l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive diretto da Anthony Fauci, all'interno dei National Institutes of Health. L'altro è USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, attraverso il Predict program per la prevenzione delle pandemie. Il professor Daszak è invece fondatore e presidente di EcoHealth Alliance, un'organizzazione non governativa con sede a New York che aveva e ha tuttora l'ambizione di isolare il maggior numero di virus dagli animali selvatici per anticipare le future epidemie. Non sempre con successo. Proprio su questi finanziamenti - che hanno aggirato il divieto di Obama agli esperimenti di aumento di funzione - Fauci, oggi consigliere medico del presidente Biden, durante un'audizione in luglio è stato accusato dal senatore Rand Paul di avere mentito al Congresso. Scatenando la reazione in aula del professore ottantenne: «Lei non sa di cosa sta parlando». Purtroppo le precedenti uscite fantascientifiche del senatore, non lo rendono un testimonial credibile. È inoltre altrettanto curioso che l'Organizzazione mondiale della sanità abbia inserito Daszak nella propria delegazione inviata in Cina per l'indagine farsa di metà febbraio 2021. Anche di fronte al più trasparente degli scienziati, la gravità della pandemia dovrebbe escludere dall'inchiesta persone in possibile conflitto di interessi. Sono proprio le ricerche dual-use, civili e militari, dell'Istituto di Virologia di Wuhan, seguite ai finanziamenti americani, che andrebbero indagate per prime. Nello studio di Shi Zhengli e Peter Daszak viene infatti confermato l'interesse dell'Istituto di Virologia di Wuhan nella grande capacità dei virus dei pipistrelli a ricombinarsi tra di loro: cioè a scambiarsi casualmente i loro geni, dando origine a nuovi coronavirus, magari più infettivi e più adatti al salto di specie in altri animali e nell'uomo. «L'evoluzione dei coronavirus dei pipistrelli imparentati con la Sars», scrivono però Shi Zhengli e Peter Daszak nel 2017, «è fortemente correlata alla loro origine geografica e non alla specie degli animali ospiti». Come in ogni giallo poliziesco, la traccia genetica dell'assassino parla a chi la sa ascoltare. E i geni del coronavirus Sars-CoV-2 confessano di essere strettamente imparentati con tre coronavirus dei pipistrelli. Due (chiamati ZC45 e ZXC21) sono stati prelevati a Est, dall'arcipelago di Zhoushan nella provincia di Zhejiang, e registrati nel 2018 dal comando dell'Istituto di medicina militare di Nanchino e dalla Terza Università medica militare di Chongqing. Il terzo (RaTG13) è stato prelevato da una miniera della provincia di Yunnan a Sud-Ovest, nel 2013, e registrato soltanto il 27 gennaio 2020, a epidemia già scoppiata, da Shi Zhengli. L'arcipelago e la miniera però sono separati da oltre duemilaseicento chilometri e i pipistrelli non volano più di qualche decina di chilometri. Mentre l'epidemia scoppia lungo il percorso, cioè a Wuhan. Quindi una correlazione geografica di questo tipo in natura non dovrebbe esistere. Allora perché esiste? L'ipotesi scientifica, che senza un'indagine sul campo rimarrà soltanto un'ipotesi, è stata spiegata il 20 agosto scorso alla conferenza della Federazione mondiale degli scienziati da uno studioso attento e competente come Massimo Ciccozzi, professore dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. «Alcuni genomi virali taglia e incolla mantengono segni rivelatori di manipolazione. Ma i metodi più recenti, chiamati seamless», cioè senza cucitura, ha spiegato il professor Ciccozzi durante la conferenza, «non lasciano segni distintivi. Se un virus è stato manipolato, con un metodo seamless o tramite un passaggio seriale nelle colture cellulari, non c'è modo di saperlo. Nemmeno l'evoluzione guidata attraverso un passaggio seriale negli animali lascia tracce». In quest' ultimo procedimento, si fanno convivere pipistrelli o animali serbatoio provenienti da regioni diverse e si selezionano i coronavirus generati dai processi di ricombinazione in modo da guidare la loro evoluzione: magari verso agenti patogeni più infettivi o più adatti al salto di specie. Qualunque analisi filogenetica successiva a una contaminazione, a un eventuale incidente di laboratorio e a un'epidemia scoprirebbe soltanto il passaggio dai pipistrelli all'uomo. È il gap geografico di Sars-CoV-2 a suggerire oggi un'ipotesi innaturale sulla sua origine. 

Perché il rapporto Usa sul Covid è stato un buco nell’acqua. Federico Giuliani su Inside Over il 28 agosto 2021. In merito alle origini del Sars-Cov2 la comunità scientifica torna al punto di partenza. C’era molta attesa per la diffusione del report realizzato dagli 007 americani, incaricati da Joe Biden di fare luce una volta per tutte sulla pandemia di Covid. L’intelligence statunitense, coadiuvata da tutte le altre agenzie nazionali, era pronta a svelare l’arcano, magari inchiodando la Cina sulle sue presunte colpe e svelando ipotetici incidenti di laboratorio accaduti in quel di Wuhan. Alla scadenza dei 90 giorni annunciati da Biden, tutti aspettavano la rivelazione bomba. Una rivelazione che, conto ogni aspettativa, non è affatto arrivata. Già, perché il presidente Usa è stato aggiornato sul rapporto dei servizi americani, ma ben poco sarebbe emerso dal l’informativa riservata. “Era un briefing riservato, quindi ovviamente non sono informazioni che forniremo pubblicamente”, ha spiegato la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. Proprio in queste ore, la comunità dell’intelligence sta preparando una sintesi non classificata dei suoi risultati, che sarà pubblicata nei prossimi giorni. Psaki, sollecitata dai giornalisti, ha rifiutato di approfondire i riscontri principali del rapporto. La sensazione, come hanno in seguito confermato vari media, è che gli Stati Uniti non sono riusciti a trovare prove schiaccianti in grado di validare definitivamente la narrazione della fuga del virus dal laboratorio. 

Il flop del rapporto Usa. Secondo quanto riportato dal Washington Post, i servizi americani non sarebbero stati in grado di scoprire le origini del virus. In particolare, l’intelligence Usa non è riuscita a capire se il Sars-Cov2 sia effettivamente fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan o, al contrario, se sia stato trasmesso agli esseri umani in seguito a una zoonosi. Ricordiamo che, lo scorso maggio, Biden aveva chiesto con insistenza agli 007 statunitensi di sforzarsi per giungere a una conclusione definitiva sulla diffusione della malattia. I massimi funzionari dell’intelligence, inclusa la direttrice dell’intelligence nazionale Avril Haines, hanno riconosciuto non è possibile escludere che il virus possa aver avuto origine da un incidente di laboratorio, ma hanno avvertito che sarebbe difficile giungere a una conclusione definitiva in merito. Per scoprire il contenuto del report arrivato sulla scrivania del presidente, bisognerà attendere ancora qualche giorno, quando i documenti (o meglio: alcune parti di essi) dovrebbero essere declassificati  e resi pubblici. 

Le cause del fallimento. Nonostante il massimo impegno profuso, gli esperti Usa continuano a brancolare nel buio. Il motivo è semplice: mancano diverse informazioni dettagliate provenienti dalla Cina, cioè quelle che potrebbero chiarire i contorni del mistero Covid. Scendendo nei dettagli, Pechino dovrebbe essere indotto a condividere record di laboratorio, campioni gnomici e altri dati rilevanti. Detto altrimenti: finché il Dragone non darà accesso a determinate informazioni, soprattutto a quelle relative all’inizio della pandemia, è pressoché impossibile fare luce sulle origini del Covid. Da qui alle prossime settimane Biden potrebbe cambiare strategia, cercando di trovare un modo per sollecitare la Cina a collaborare ulteriormente con la comunità internazionale. Dal canto suo, il gigante asiatico ha più volte ripetuto di aver fatto tutto il possibile per contribuire a svelare le origini del virus. Non solo: Pechino ha prima ipotizzato l’importazione del Covid nel Paese dall’estero mediante alimenti congelati infetti, poi insistito sulla falsità della Lab Leak Theory. A detta dei media Usa, uno dei più grandi ostacoli nella ricerca della verità sulle origini del virus è rappresentato dalle scarse informazioni rilasciate dalla Cina. Il mistero continua.

Da liberoquotidiano.it il 28 agosto 2021. È stato desecretato il rapporto che l’intelligence americana ha consegnato a Joe Biden sull’origine del coronavirus. “Informazioni essenziali sull’origine della pandemia esistono in Cina, ma fin dall’inizio i funzionari cinesi hanno lavorato per impedire che gli investigatori internazionali vi avessero accesso”, ha affermato il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo che “il mondo merita risposte” e quindi non cesserà di mettere pressione su Pechino. Dal report emerge infatti la frustrazione dell’intelligence per non poter stabilire con certezza l’origine del coronavirus. Gli esperti hanno concluso che non è stato sviluppato come arma biologica, tuttavia viene espressa “moderate confidence” sul fatto che la prima infezione umana sia stata il risultato di un incidente occorso all’istituto di virologia di Wuhan, dove probabilmente stavano conducendo una sperimentazione sugli animali. “Low confidence” è invece stata espressa sull’altra ipotesi, quella di un’origine naturale. Resta però l’incapacità di dare una spiegazione definitiva e verificata a causa della scarsa collaborazione della Cina, che ovviamente non ha alcun interesse a far luce fino in fondo sull’accaduto, anche perché l’intelligence americana (e non solo quella) sembra propendere sempre più per l’incidente in laboratorio. Anche se probabilmente neanche a Pechino erano a conoscenza del coronavirus prima che scoppiasse la pandemia. “Le informazioni sono contraddittorie e scarse sui primi casi di Covid, è impossibile giungere a una conclusione senza la collaborazione della Cina”, si legge nel rapporto consegnato a Biden.

Da leggo.it il 28 agosto 2021. L'ambasciata cinese negli Stati Uniti ha accusato Washington di «manipolazione politica» riguardo al recente rapporto dell'intelligence Usa sull'origine del Covid-19, considerandolo una «calunnia» nei confronti di Pechino, accusata di «rifiutarsi di condividere informazioni». Il rapporto, che considera «plausibili» le ipotesi di esposizione naturale a un animale infetto e quella di una fuga di laboratorio, è stato richiesto dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha garantito che continuerà a lavorare per chiarire le origini della pandemia. «Il rapporto è stato prodotto dagli Stati Uniti sotto la guida delle agenzie di intelligence, e non c'è alcun tipo di scientificità o credibilità», ha attaccato l'ambasciata cinese a Washington in un comunicato, in cui indicava l'intelligence statunitense come autrice di «capolavori» e ora di un'inchiesta «fittizia». Per Pechino, ora gli Stati Uniti «stanno ripetendo i vecchi trucchi» sminuendo la credibilità del rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a cui la Cina ha partecipato e dando «fiducia» a quello delle sue agenzie. Pechino si è poi rammaricata che gli Stati Uniti l'accusino di mancanza di trasparenza. «Dallo scoppio della pandemia, la Cina ha sempre seguito i principi di apertura, trasparenza e responsabilità», ha affermato l'ambasciata. Per quanto riguarda la questione della tracciabilità del virus, la Cina ha sottolineato di «aver dimostrato un atteggiamento scientifico, professionale, serio e responsabile» e «ha preso l'iniziativa di avviare una cooperazione globale sulla tracciabilità con l'Oms». Per Pechino, il rapporto «dimostra solo che Washington sta andando sempre più avanti lungo la strada sbagliata della manipolazione politica». Inoltre, gli Usa vengono accusati di nascondere i dati sulla pandemia. «L'Istituto di virologia di Wuhan ha ospitato due volte esperti dell'Oms e la fuga estremamente improbabile del nuovo coronavirus dall'istituto è una chiara conclusione del rapporto di ricerca congiunto Cina-OMS», ha affermato l'ambasciata cinese. Nonostante l'Oms abbia già effettuato una prima indagine nel laboratorio cinese, dopo la quale ha concluso che la sua fuga era «estremamente improbabile», l'Organizzazione ha recentemente proposto di effettuare una nuova indagine dopo aver riconosciuto che Pechino non condivideva i «dati grezzi» dei primi casi rilevati a fine 2019. La Cina ha però rifiutato una seconda fase dell'inchiesta, richiesta in numerose occasioni da Washington.

Valentina Errante per ilmessaggero.it il 25 agosto 2021. La risposta definitiva non c'è, almeno secondo due funzionari statunitensi. Come riporta il Washington Post, ieri, il presidente Usa Joe Biden ha ricevuto il rapporto riservato dall'intelligence sulle origini del nuovo coronavirus. Una relazione che avrebbe dovuto chiarire se l'agente patogeno sia stato trasmesso per la prima volta, in Cina, da un animale a un essere umano o se invece il virus si sia diffuso dopo un errore in un laboratorio della Cina centrale, a Wuhan. L'intelligence, entro pochi giorni, dovrebbe declassificare alcuni elementi della relazione per una diffusione pubblica.

Coronavirus, origine animale o sfuggito da laboratorio Wuhan? La valutazione è il risultato di un lavoro di 90 giorni, avviato quando, a maggio scorso, Biden ha incaricato le sue agenzie di intelligence di produrre un rapporto quanto più vicino possibile a una conclusione definitiva sulle origini di un virus che ha ucciso più di 4 milioni di persone nel mondo e distrutto le economie nazionali. Ma nonostante l'analisi di una serie di informazioni esistenti e la ricerca di nuovi indizi, i funzionari dell'intelligence non avrebbero raggiunto un accordo, sempre in base alle informazioni ricevute dal quotidiano Usa dai funzionari, che hanno scelto l'anonimato dal momento che il rapporto non è ancora pubblico.

Il dibattito sulle origini. Il dibattito sulle origini del virus è diventato sempre più acceso, dopo che l'ex presidente Donald Trump aveva dichiarato, l'anno scorso, che il virus aveva avuto origine in un laboratorio cinese. Gli sforzi per comprendere la provenienza dell'agente patogeno sono sempre stati ostacolati dal fermo rifiuto delle autorità cinesi di consentire un'indagine più approfondita da parte degli investigatori internazionali. La direttiva di Biden è arrivata dopo la trasmissione, da parte delle agenzie di intelligence, di un rapporto che prospettava due scenari probabili, ma non una conclusione certa. Due agenzie erano propense per l'ipotesi che il virus fosse stato generato dal contatto umano con un animale infetto, mentre una terza era orientata verso lo scenario di un incidente di laboratorio. Il direttore dell'intelligence nazionale, Avril Haines, aveva avvertito, a giugno, che le agenzie avrebbero potuto incontrare difficoltà e non risolvere il mistero. "Speriamo di trovare una pistola fumante", aveva detto a Yahoo News in un'intervista. Ma poi aveva aggiunto: "è difficile farlo, non è detto che accada". La revisione ha coinvolto dozzine di analisti e funzionari dell'intelligence di più agenzie, con esami di laboratorio e di gruppi, per un'analisi approfondita.

Le difficoltà. Secondo un funzionario, l'intelligence non avrebbe strumenti sufficienti per risolvere il quesito, che riguarda piuttosto la scienza. Perché, sebbene gli 007 siano in grado di raccogliere informazioni su una serie di attori stranieri, non sono necessariamente pronti ad esaminare dati sanitari globali. Lo stesso Biden, nella sua prima visita all'Ufficio del direttore dell'intelligence nazionale, a luglio, aveva espresso la necessità di un gruppo più solido per rintracciare gli agenti patogeni. Suggerendo che alla relazione lavorassero anche esperti della comunità scientifica. Che i risultati non sarebbero stati definitivi sembrava dunque annunciato. Del resto, molti scienziati, che hanno familiarità con il dibattito sull'origine del virus, erano scettici sul fatto che il supplemento alla  prima relazione, realizzato in 90 giorni, potesse risolvere il quesito e alcuni avevano affermato che l'indagine potrebbe richiedere anni di ricerca. "Non dovremmo nemmeno pensare di chiudere la questione o fare marcia indietro, ma piuttosto aumentare lo sforzo", ha detto martedì in una e-mail David Relman, un microbiologo della Stanford University che propone un'ampia indagine su tutte le ipotesi di origine del Covid-19. 

Le due ipotesi. La scorsa primavera, l'ipotesi che il virus potesse essere sfuggito da un laboratorio aveva suscitato un forte aumento di interesse. Soprattutto dopo che, a maggio, 18 scienziati avevano scritto una lettera sulla rivista "Science", sostenendo che tutte le ipotesi dovessero essere vagliate, inclusa, appunto, quella di un incidente. I sostenitori di questa teoria fanno riferimento a informazioni classificate, divulgate per la prima volta negli ultimi giorni dell'amministrazione Trump: tre lavoratori non identificati dell'Istituto di virologia di Wuhan - uno dei principali istituti di ricerca mondiali che studiano i coronavirus - nel novembre 2019 si sarebbero presentati in un ospedale dedicato a lievi patologie, con sintomi simili a quelli dell'influenza. Per tutto il 2020, anno elettorale, quell'ipotesi ha condizionato la politica. L'affermazione di Trump, secondo il quale il virus proveniva da un laboratorio, è arrivata proprio quando il presidente uscente e altri funzionari dell'amministrazione attribuivano alla Cina la responsabilità  dell'epidemia globale, cercando di distogliere l'attenzione dalla malriuscita gestione dei contagi negli Usa. Del resto, molti scienziati hanno osservato che i virus hanno una lunga storia di trasmissione dagli animali all'uomo. È anche plausibile che il passaggio del virus sia avvenuto attraverso animali selvatici, allevati in casa, e poi venduti in mercati affollati. Molti dei primi casi sono stati individuati attorno a un mercato del pesce, dove sono state successivamente rilevate tracce del virus sulle superfici. 

L'origine animale. Questa teoria della zoonosi è stata rafforzata da un rapporto del 7 giugno, pubblicato sulla rivista "Nature", che documenta 38 specie di animali vendute in 17 mercati, a Wuhan, prima della pandemia. Gli autori hanno affermato che la scarsa igiene di molti animali li aveva resi noti per essere portatori di malattie zoonotiche. "Ora sappiamo per certo che gli animali suscettibili al [coronavirus] sono stati effettivamente venduti nei mercati di Wuhan, il che cambia enormemente la valutazione", aveva dichiarato Robert Garry, un microbiologo della Tulane University che sostiene fortemente la teoria della zoonosi. Gli esperti nell'evoluzione del genoma virale hanno anche stabilito che il nuovo coronavirus quasi certamente non è stato progettato come arma biologica, perché ha diverse caratteristiche naturali osservate in molti altri coronavirus. Ma anche gli scienziati che favoriscono un'origine naturale hanno affermato che, senza prove definitive di trasmissione da animale a uomo, non è possibile escludere la possibilità che un incidente di laboratorio abbia portato all'epidemia. Tuttavia, molte domande rimangono senza risposta: l'animale che avrebbe contratto il virus, prima di infettare le persone, non è stato identificato. E le ricerche di questo tipo, per le precedenti epidemie, hanno richiesto anni. Anche i sostenitori della tesi opposta non hanno trovato alcuna prova diretta che il SARS-CoV-2 fosse all'interno di un laboratorio a Wuhan prima della pandemia, sebbene i centri cinesi non abbiano rilasciato la documentazione richiesta da scienziati e governi di tutto il mondo. 

L'Oms. Una delegazione di investigatori dell'Organizzazione mondiale della sanità, a febbraio, ha fatto una breve visita al laboratorio di Wuhan e in seguito ha dichiarato che ci sono possibili molteplici origini, con una zoonosi naturale molto probabile e una fuga di laboratorio "estremamente improbabile". Ma il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha smentito questa conclusione, affermando che sarebbe prematuro escludere la teoria della fuga di laboratorio. La conclusione dell'Oms è stata criticata anche da alcuni scienziati e ricercatori internazionali, che hanno chiesto ulteriori indagini. Lunedì la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, ha detto che l'esito del rapporto verrà reso pubblico.

Nel mercato di Wuhan infezioni di ogni tipo. Uno studio su Science: "L'origine del Covid è lì". Elena Dusi su La Repubblica il 19 agosto 2021. Dove sia nato il coronavirus resta un mistero. Ma una cosa sembra certa: il mercato di Wuhan era una bomba biologica pronta a esplodere. Le limitazioni al consumo di maiale in Cina nel 2019, a causa di un’altra epidemia (la febbre suina africana) avevano fatto aumentare in quell’anno il ricorso alla selvaggina. Molti campionamenti di pipistrelli nelle aree della Cina meridionale hanno mostrato la presenza di coronavirus affini a quello che ci affligge con la pandemia. Test sierologici nelle persone che vivevano a poca distanza dalle grotte hanno dato risultati positivi per questo tipo di microbi. C’è poi il precedente della prima Sars, nel 2002, comparsa a causa di un cosiddetto “spillover”: un salto di specie del coronavirus dai pipistrelli a una specie di mammiferi mangiati dall’uomo in Cina, la civetta delle palme mascherata. Uno studio appena uscito su Science (l’origine animale di Sars-Cov2) preparato da ricercatori inglesi e cinesi non mette la parola fine alla ricerca dell’origine della pandemia. Anche con la prima Sars ci furono degli incidenti di laboratorio, con ricercatori contagiati mentre coltivavano i virus in provetta. Ma dimostra che nel mercato di Wuhan c’erano tutti gli ingredienti perché qualcosa di molto brutto accadesse. Quasi 50mila animali selvatici censiti tra maggio 2017 e novembre 2019, appartenenti a 38 specie di cui 31 protette. Fra loro coccodrilli, serpenti, pavoni, ratti del bambù, vipere e cobra. “Condizioni igieniche pessime e scarsa attenzione al benessere degli animali”, oltre a “un ampio ventaglio di infezioni zoonotiche di cui questi animali possono essere vettori” . Un altro gruppo di ricercatori cinesi offre informazioni di prima mano su cosa accadeva in quel mercato, pubblicando dati e foto su Scientific Reports lo scorso giugno e fornendo un resoconto certamente più realistico rispetto al rapporto dell’Oms sull’origine del virus, frutto di un’ispezione avvenuta 4 mesi dopo la chiusura del mercato. Xiao Xiao, ricercatore del centro Southwest Wildlife Resources Conservation, per puro caso stava conducendo una ricerca sui 17 mercati che a Wuhan vendevano animali vivi, quando Sars-Cov2 è emerso. Molti dei venditori offrivano servizio di macellazione sul posto. Un terzo degli animali era ferito o morto per colpi di arma da fuoco. Un pavone costava 56 dollari, le vipere raggiungevano il record di prezzo per i rettili: 70 dollari al chilo. La marmotta arrivava a 30. In confronto il maiale era a poco meno di 6 dollari, il pollame a 4,25 e il pesce a 2,3. Di maiale, comunque, perfino in un mercato ricco come quello di Wuhan non se ne trovava a sufficienza. Il costo era più che raddoppiato da quando l’epidemia di febbre suina africana aveva imperversato in Cina, costringendo al massacro, spesso spingendo gli animali nelle fosse, di 150 milioni di esemplari. “In alternativa – scrivono i ricercatori di Science – molte persone avevano fatto ricorso a carni alternative, inclusa la selvaggina”. Nessun esemplare di pipistrello o pangolino (la specie considerata, poco credibilmente, l’ospite intermedio tra pipistrello e uomo) era invece in vendita a Wuhan. Segno che il percorso compiuto dal coronavirus per arrivare a noi resta ancora tutto da chiarire. Anche perché le grotte dello Yunnan dove sono stati individuati i pipistrelli della specie ferro di cavallo con coronavirus molto simili a quelli della pandemia si trovano a 1.500 chilometri da Wuhan. Né l’Istituto virologico di Wuhan, spiega l’articolo su Science, ha in catalogo coronavirus geneticamente affini a Sars-Cov2. Il mercato, secondo i suoi autori, resta la fonte più probabile della pandemia. E il dubbio dei ricercatori non è tanto come il coronavirus sia saltato fuori da quei banchi, ma piuttosto “come mai la sua comparsa è stata così rara che solo due epidemie si sono verificate negli ultimi vent’anni?”

Da leggo.it il 14 agosto 2021. Il primo paziente di Covid a Wuhan potrebbe essere stato infettato da un pipistrello durante delle ricerche di laboratorio. Il professor Peter Ben Embarek ha guidato un team di esperti inviati a Wuhan, in Cina, questa primavera dall'Organizzazione mondiale della sanità, per indagare sull'origine della malattia. L'OMS in precedenza aveva affermato che era "improbabile" che  il virus derivasse da un laboratorio, ma ha affermato che era "probabile" che la pandemia fosse iniziata quando un pipistrello ha infettato un essere umano. Il professor Embarek, parlando con i media danesi, ha suggerito che l'infezione potrebbe essere avvenuta raccogliendo, o anche lavorando a stretto contatto con, i pipistrelli durante il lavoro di ricerca a Wuhan. Tra le ipotesi c'è quella di un dipendente di un laboratorio infettato sul campo mentre stava raccogliendo campioni in una grotta di pipistrelli. Dai vari rapporti si è scoperto che i pipistrelli a ferro di cavallo sono centrali nel lavoro di indagine scientifica sulla provenienza del COVID e che questi non si trovano all'aperto, e che  l'unico contatto umano ravvicinato potrebbe essere proprio per dei ricercatori. Per ora però restano solo supposizioni, come riporta anche il Mirror. 

Da "Agi" il 7 agosto 2021. Le agenzie di intelligence statunitensi stanno analizzando una grande quantità di dati genetici provenienti dal laboratorio cinese di Wuhan che potrebbero essere la chiave per scoprire le origini del coronavirus non appena potranno essere decifrati, lo riferisce la Cnn. Si tratta di una quantità significativa di cianografie genetiche da campioni di virus studiati nel laboratorio di Wuhan, che alcuni esperti Usa ritengono sia la fonte dell'epidemia di Covid-19 possa essere stata. La tv Usa, citando fonti che hanno familiarità con lo studio, ha detto che non è chiaro come e quando le agenzie di intelligence statunitensi hanno ottenuto l'accesso alla banca dati genetica. Ma ha aggiunto che il "macchinario" coinvolto nella creazione ed elaborazione di tali dati genetici dai virus è solitamente collegato a server esterni, basati su cloud, lasciando aperta la possibilità a violazioni. Tradurre questa grande quantità di dati pone numerose sfide agli esperti, ed è per questo che le agenzie di intelligence hanno creato supercomputer presso i Laboratori Nazionali del Dipartimento dell'Energia, coinvolgendo 17 istituti di ricerca governativi d'elite. I problemi nel lavorare su questa mole di dati sono molti. Servono scienziati capaci di analizzare i dati del sequenziamento biologico, che comprendano il mandarino e che abbiano l'autorizzazione di sicurezza. In maggio, il presidente americano Joe Biden aveva ordinato ai servizi di intelligence di fornirgli un rapporto sull'origine della pandemia entro 90 giorni. Biden stava reagendo alle speculazioni sull'origine del coronavirus, dopo che la teoria che ha avuto origine in un laboratorio di Wuhan ha guadagnato di nuovo slancio. L'annuncio del presidente Usa era arrivato dopo che un rapporto dell'intelligence statunitense aveva indicato che diversi ricercatori dell'Istituto di virologia di Wuhan si sono ammalati nel novembre 2019 e hanno dovuto essere ricoverati, come riportato dal Wall Street Journal all'inizio di questa settimana. Gli americani che conducono questo lavoro sperano che queste informazioni aiutino a rispondere alla domanda su come il virus sia passato dagli animali agli esseri umani. Svelare questo mistero è essenziale per determinare se il virus è fuoriuscito dal laboratorio o è stato trasmesso agli esseri umani dagli animali. I ricercatori sia all'interno che all'esterno del governo degli Stati Uniti hanno cercato a lungo i dati genetici di 22.000 campioni di virus studiati all'Istituto di virologia di Wuhan. Ma i funzionari cinesi hanno rimosso quei dati da Internet nel settembre 2019, e da allora la Cina ha rifiutato di consegnare questi e altri dati grezzi sui primi casi di coronavirus all'Oms e agli Usa.

INTELLIGENCE USA. IL RAPPORTO SU WUHAN? DEL TUTTO INCONCLUDENTE. Paolo Spiga su La Voce delle Voci il 28 Agosto 2021. Tanto rumore per nulla. Un flop totale. Si è rivelato un autentico buco nell’acqua il super rapporto dell’intelligence americana, appena consegnato dalla direttrice, Avril Haines, nelle mani del presidente Usa Joe Biden, che aveva dato 90 giorni di tempo per prepararlo, senza badare a spese e utilizzando tutti i mezzi possibili. Si voleva, cioè la ‘soluzione finale’ e soprattutto la soluzione dell’enigma. Il virus è stato prodotto nel famigerato laboratorio di Wuhan? E cosa è successo: solo un incidente o una produzione artificiale del virus? Il ‘Washington Post’, che l’ha appena avuto tra le mani, definisce il rapporto “inconcludente”: quindi ancora oggi, dopo tale dispiegamento di forze – scrive il quotidiano a stelle e strisce – “non si può stabilire se il coronavirus sia ‘saltato’ dall’animale all’uomo o se sia sfuggito ad un laboratorio di massima sicurezza di Wuhan”. Tutto uno scherzo. Ma molto utile, per la Casa Bianca, al fine di scatenare una gazzarra politica con la Cina in piena regola, attaccata un giorno sì e l’altro pure. I cinesi, però, non ci sono stati. Hanno replicato a muso duro, rovesciando letteralmente il tavolo delle accuse. Voi non avete alcuna prova contro di noi – il senso della contromossa di Pechino – e invece siete proprio voi ad avere il più colossale scheletro nei vostri armadi. Un maxi scheletro che è il super laboratorio militare di Fort Detrick, nel Maryland, improvvisamente chiuso per motivi di “sicurezza nazionale” dopo un’ispezione ordinata dai CDC (Centers for Desease Control and Prevention), che hanno rilevato delle falle, appunto, nei sistemi di sicurezza. Come mai, si chiedono e chiedono con forza le autorità cinesi, non è mai stato rivelato niente di più su quanto è effettivamente successo a Fort Detrick? Soprattutto perché la cronologia degli avvenimenti è molto sospetta: Fort Detrick chiude a luglio 2019, ben prima dei fatti di Wuhan e ben prima dello scoppio dell’epidemia. A questo punto i cinesi negano la possibilità di una seconda missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Wuhan, dopo l’esito totalmente negativo della prima, che si è svolta a gennaio 2021. E, al contrario, chiedono all’OMS di svolgerne una a Fort Detrick, perché finalmente venga accertato quanto successo quel drammatico luglio e le tragiche conseguenze che ne sono derivate. Come ricorderete, la pista di Fort Detrick è stata lanciata il 7 luglio scorso da un’inchiesta della Voce, che ha fatto il giro di mezzo mondo, ripresa da moltissimi siti (soprattutto, ovviamente, in Cina). Una pista contestata in modo volgare e scriteriato dal mainstream occidentale, con una CNN partita lancia in resta per difendere il super laboratorio militare a stelle e strisce, e cercando in tutti i modi di delegittimare la ‘fonte’ delle notizie: quell’“oscuro tabloid italiano”, facilmente rintracciabile anche da un ragazzino via internet: la Voce. Of course, gli americani in queste bollenti settimane stanno cominciando a dare i numeri. Come del resto dimostra la penosa e piagnucolosa sceneggiata firmata Biden nell’ultima conferenza stampa dopo il sangue di Kabul.

Nelle mani degli Usa i segreti di Wuhan sull’origine del Covid. Anna Lombardi su La Repubblica il 6 agosto 2021. Per la Cnn l’intelligence ha ottenuto i file del laboratorio della città cinese. Serviranno per far luce sulla teoria della fuga accidentale del virus. I segreti del laboratorio di Wuhan nelle mani dell’intelligence americana. Un “tesoretto”, come l’ha definito ieri Cnn dandone notizia, fatto di dati e sequenze genetiche provenienti proprio dall’Istituto di virologia posizionato nei pressi del mercato dove emerse il primo grappolo di contagi. Sì, l’unico in Cina ad avere un gabinetto di biosicurezza di massimo livello: quello da cui, secondo una delle teorie sulla diffusione del Covid-19 - inizialmente accantonata come complottista ma ora ritenuta plausibile da alcuni studiosi e governi - potrebbe essere accidentalmente “fuggito” il virus capace di scatenare la pandemia contagiando 200 milioni di persone nel mondo e provocando 4 milioni e mezzo di morti.

NON SOLO CINA. ESCLUSIVO – LA PISTA AMERICANA DI FORT DETRICK PER L’ORIGINE DELLA PANDEMIA. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 7 Luglio 2021. Le prime tracce del virus Sars-Cov-2 arrivano dagli Stati Uniti, ed in particolare dal mega centro di ricerche biologiche localizzato a Fort Detrick, nel Maryland. Improvvisamente e misteriosamente chiuso a luglio 2019, dopo una ispezione top secret che aveva accertato un incidente di "biocontenimento". Non è mai trapelata alcuna notizia, negli States, sul verbale di chiusura redatto dal ‘CDC’, lo strategico organismo che sovrintende sulla salute negli Usa, i "Center for Desease Control". Ma il momento strategico per la futura diffusione del virus, soprattutto in Europa, avviene attraverso l’‘Armed Services Blood Program’ (ASBP), ossia il Programma di raccolta del sangue a stelle e strisce. Il quale è finalizzato, in primo luogo, a fornire plasma e sangue ai tanti militari americani dislocati nel vecchio Continente e, of course, anche in Italia. Da noi i principali presidi a stelle e strisce sono localizzati in Veneto e si trovano presso le caserme venete Dal Molin, Ederle e Del Din. Proprio l’area che poi risulterà – guarda caso – l’epicentro per la proliferazione del virus. 

LA MAPPA. Uno scenario drammaticamente inquietante, una prospettiva radicalmente diversa rispetto a quanto fino ad oggi propalato e propagandato dai mezzi d’informazione, dal mainstream. Con l’unica pista cinese fino ad oggi battuta: vuoi attraverso ‘l’incidente’ accaduto nel famigerato laboratorio di Wuhan, tramite i pipistrelli, quindi per via ‘naturale’; vuoi per via non naturale, quindi ‘artificiale’, come ormai sostengono perfino coloro i quali avevano sempre sbandierato la prima ipotesi. Resta il fatto che quegli esperimenti – è ormai acclarato – vennero finanziati con profusione di mezzi proprio dagli Stati Uniti, attraverso i fondi gestiti dal ‘NIAD’, l’altro strategico tassello della sanità americana, quel ‘National Institute’ diretto a vita dal super virologo Anthony Fauci, l’esperto massimo che ha affiancato, sul fronte sanitario, la bellezza di sei presidenti degli Usa. Adesso arriva la ‘bomba’. La notizia che il primato – a livello tempistico – forse spetta direttamente agli Usa, e non per vie traverse mediante i fondi generosamente concessi al laboratorio di Wuhan, come la Voce ha più volte documentato negli ultimi due mesi. Ma in modo diretto. All’indirizzo mail della Voce, infatti, è arrivato un dettagliato dossier. Sintetizzato poi in una breve scheda, che adesso vi proponiamo per un’attenta lettura. Vera? Falsa? La pista ci sembra più che mai interessante. E a questo punto spetterà alle autorità scientifiche – se ancora di attendibili ne restano sul campo – e soprattutto agli inquirenti di svolgere tutti gli accertamenti del caso. Le notizie ci sono, i dati e gli elementi abbondano, si tratta di procedere con ulteriori riscontri che solo a certi livelli – sperabilmente non inquinati e collusi- possono essere effettuati. Da rammentare che una pista non esclude certo l’altra. Anche perché gli spazi temporali sono estremamente ristretti e ravvicinati. In soldoni, la pista cinese non esclude quella americana. E proprio in quest’ottica, forse, vanno letti i feroci scambi di accuse volati, nelle scorse settimane, tra Usa e Cina. Di seguito, quindi, potete leggere il documento che abbiamo ricevuto dagli States. Ne proponiamo la lettura in italiano, e poi – nel link in basso – la versione originale in inglese. Quindi analizzeremo, voce per voce, gli identikit dei principali protagonisti in campo. 

IL REPORT BOLLENTE. L’esercito americano ha diffuso il coronavirus in Europa tramite il programma Blood. Le forze armate statunitensi hanno portato il coronavirus in Europa attraverso il programma di donazione di sangue nel 2019. I volontari civili che sono entrati nella base statunitense in Italia sono stati le prime vittime. Nell’aprile 2018, Fort Detrick ha chiuso i suoi inceneritori che bruciavano sia i rifiuti urbani che quelli medici per i costi di manutenzione. Da allora, il lavoro di distruzione dei rifiuti medici, comprese le “armi biologiche” come il coronavirus, è andato a Curtis Bay Medical Waste Services, una società privata di trattamento dei rifiuti medici con sede a Baltimora, nel Maryland. Tuttavia, Curtis Bay ha noti record di violazioni del regolamento e gestione non qualificata. Nel giugno 2019, la struttura dell’azienda in Virginia è stata multata di $ 136.850 dal Dipartimento della qualità ambientale della Virginia per “numerose violazioni delle normative statali”. Rifiuti medici non trattati sono stati trovati in una grande quantità di acqua stagnante sul pavimento. I dipendenti non indossavano dispositivi di protezione. Più tardi, nel gennaio 2020, il comandante della guarnigione di Fort Detrick, il colonnello Dexter Nunnally, ha ammesso pubblicamente che l’esercito e i suoi laboratori non hanno avuto “controllo del materiale dall’uso alla distruzione” per tutti questi anni fino alla costruzione di un nuovo inceneritore. Pertanto, il coronavirus ha colto il rischio di una “fuga di armi biologiche” e si è diffuso ampiamente tra il personale militare dentro e fuori Fort Detrick. Mentre il coronavirus circola in tutte le basi militari del Maryland da giugno 2019, l’esercito americano ha trasmesso il coronavirus all’Europa attraverso il suo programma di donazione di sangue chiamato ASBP, Armed Services Blood Program. È il fornitore militare ufficiale di emoderivati ​​per le forze armate statunitensi all’estero, attivo da anni. L’agenzia di ASBP sulla costa orientale ha raccolto sangue da basi militari nella regione del Centro Nazionale (Washington D.C., Maryland e Virginia) tra cui Fort Detrick, Joint Base Andrews. Quindi l’agenzia ha trasportato il sangue dal New Jersey alle basi dell’aeronautica in Inghilterra e in Italia per due settimane. Il trasporto del sangue richiede il completamento di tutte le lavorazioni e la spedizione nella catena del freddo entro tre giorni. Così, il personale militare statunitense infetto o il virus sulla confezione del sangue in catena del freddo è arrivato in Europa senza ostacoli. Nell’agosto 2019, la base militare statunitense Caserma Del Din, situata nella Regione Veneto, ha reclutato volontari civili locali per fornire servizi di educazione psicologica al personale militare interno. Secondo il rapporto dell’Istituto Superiore dei Tumori di Milano (vedi comunicato in basso), il primo caso in Italia, ovvero il Paziente Zero d’Europa, è stato registrato già a settembre 2019 proprio nella Regione Veneto. Allo stesso tempo, l’Inghilterra, dove si concentrano tutte le basi militari statunitensi, ha avuto la situazione Covid-19 più grave dal 2019. Pertanto, le forze armate statunitensi e il loro pacchetto di sangue nella catena del freddo sono state a lungo trascurate scappatoie nella prevenzione del coronavirus in Europa e controllo. Joe Gortva, capo dell’ufficio ambientale di Fort Detrick, ha dichiarato nel gennaio 2020 che ci vorranno anni per costruire un inceneritore per i rifiuti sanitari e nessuna menzione su Curtis Bay. Nessuno sa quando finirà la “fuga di virus” da Fort Detrick.

QUEL MAXI CENTRO NEL MARYLAND. FORT DETRICK – Si tratta del maxi centro per le ricerche sulle armi biologiche localizzato, su una superficie di 5 mila 300 ettari, nel Maryland, dove rappresenta la più grande azienda in termini occupazionali. Nelle ultime settimane è stato al centro di non pochi attacchi da parte delle autorità cinesi che, risentite per le offensive contro Wuhan, hanno rovesciato il tavolo delle accuse, puntando l’indice contro Fort Detrick e i circa 200 laboratori americani che in mezzo mondo lavorano sul fronte delle ‘ricerche’ (leggi alla parola guerre, ‘wars’) biologiche. Sboccia nel 1943, Fort Detrick, e va avanti, sotto ferree regole militari, fino al 1969. Poi comincia a vestire abiti vagamente più civili e nel 2010 di stampo ‘multigovernativo’. Boh. Ma si prosegue imperterriti nello stesso filone di ricerche, più che mai ‘border line’, estremamente a rischio, perché si tratta di manipolare ‘materiali’ che più pericolosi non si può. Ufficialmente, il principale filone è rappresentato dagli studi su agenti patogeni come Ebola e vaiolo. Ma poi ce n’è per tutti i gusti. E’ un gigantesco contenitore, Fort Detrick. Ospita, infatti, l’ "Army Medical Command Usa" di ricerca e sviluppo, meglio noto come USAMRDC. Poi il "National Cancer Institute" e la "National Interagency Confederation for Biological Research" (NICBR), nonché il ‘National Interagency Biodefence Campus’ (NIBC). Ma la creatura fondamentale è USAMRIID, ovvero l’‘Usa Medical Army Research Institute of Infectuos Disease’. E’ qui il cuore delle più importanti – e pericolose – ricerche condotte alle frontiere della biologia, proprio secondo i copioni dei più accorsati horror movie. Impiega ben 750 tra funzionari e ricercatori, ed ufficialmente è impegnato ad individuare le ‘contromisure’ da adottare nel corso di una guerra biologica. Oppure – fuori dai crismi dell’ufficialità – per individuare le misure da adottare al fine di "scatenare" una guerra biologica. Le due facce di una stessa medaglia. USAMRIID fa capo all’ "US Army Medical Command" (USAMEDCOM) ed è sotto il diretto controllo della US Army. La catena di comando prosegue con il Pentagono e il Dipartimento della Difesa e, quindi, con il Capo della Casa Bianca. Of course. Al CDC (Center for Desease Control) arrivano alcune segnalazioni e notizie non troppo rassicuranti su quanto succede nei laboratori del Maryland. A questo punto, nel giugno 2019, scatta un’ispezione: dalla quale emergono non poche anomalie e dati preoccupanti, con particolare riferimento ad un non meglio precisato ‘incidente’ avvenuto sul fronte del "biocontenimento". E’ l’allarme rosso. Ed è arrivato il momento di bloccare i lavori, di chiudere quei laboratori ormai troppo pericolosi, “per motivi di sicurezza nazionale”, così trapela. Ma non trapelerà mai, da allora, alcuna concreta notizia su quanto è effettivamente avvenuto, né lo straccio di un verbale di accertamento redatto dal solitamente inflessibile CDC. Né ha mai voluto mettere il becco nella stradelicata faccenda la sempre vigile "Food and Drug Administration". Misteri americani. Sempre sul fronte di Fort Detrick, abbiamo effettuato delle verifiche e risultano effettivamente in servizio sia il colonnello Dexter Nunnally che il responsabile dell’ufficio ambientale, Joe Gortva, citati nel report. 

PROGRAMMI A TUTTO SANGUE. Eccoci all’ "Armed Service Blood Program". Si tratta di un programma molto enfatizzato dai vertici delle forze armate statunitensi, come è facile intuire viaggiando in rete. E’ non poco interessante leggere il contenuto di notizia firmata da Emily Klinkerborg di metà 2020, relativa alle attività svolte dal Dipartimento Medico dell’Esercito degli Stati Uniti-Ufficio degli Affari Pubblici di Fort Carson. “Alla fine di aprile 2020 – scrive – il maggiore Chandra Punch, medico responsabile della clinica per le allergie e l’immunologia dell’Evans Army Community Hospital (EACH), ha introdotto la tecnica di utilizzo del plasma convalescente Covid-19 (CCP) a Fort Carson per accelerare il recupero dei pazienti dalla malattia”. E’ un fac simile della storia che per alcuni mesi ha tenuto banco anche in Italia, sulla tecnica del plasma iperimmune messa a punto da un’equipe di medici padovani. Continua la nota da Fort Carson, in Colorado: “L’Armed Forces Blood Program (AFBP)fornisce ai centri CCP approvati un inventario di plasma per supportare ogni gruppo sanguigno. La sezione della banca del sangue di ogni Laboratorio è responsabile della conservazione delle unità di plasma ricevute dall’AFBP”. E sempre in rete è facile raccogliere news sull’altro anello della catena, ‘Curtis Bay Medical Waste Services’. Qui cominciamo a respirare aria di casa nostra, visto che i sistemi di raccolta dei rifiuti sanitari – considerati di regola tra quelli speciali e pericolosi – anche negli Usa vengono ‘trattati’ un po’ come da noi: senza fregarsene più di tanto per quanto concerne la sicurezza dell’ambiente e, soprattutto, dei cittadini. Curtis Bay – veniamo a sapere – il 1 aprile (ma non si tratta di un pesce in salsa americana) è stata acquisita da ‘Aurora Capital Partners’, una delle principali società di private equitydel mercato medio negli Usa. A vendere Curtis Bay – considerata una società leader nel settore dei servizi di raccolta, trattamento e smaltimento di rifiuti sanitari – è stato un altro fondo che in precedenza la controllava, e cioè ‘ Summer Street Capital Partners’. Dalle nostre parti il delicato settore, soprattutto al Sud, è ‘controllato’ da mafia e camorra, che ne hanno fatto, nel corso degli anni, uno dei loro business prediletti. Non è che i tentacoli della piovra si sono allungati fin negli States? La super efficiente DEA, nonché la stessa FDA, non farebbero male a dare una sbirciatina. 

IL PAZIENTE ZERO? IL 3 SETTEMBRE 2019. E IN VENETO! Passiamo ora ad una data ben precisa. E ad un accertamento altrettanto preciso, ossia quello effettuato dall’autorevole ‘Istituto Nazionale dei Tumori’ di Milano relativo al primo insorgere dell’infezione da coronavirus in Italia. Così viene messo, nero su bianco, in un comunicato stampa del 16 novembre 2020, redatto da “Regione Lombardia – Istituto Tumori” e significativamente titolato “Covid 19 – Studio sui cittadini asintomatici rivela anticorpi del virus Sars-CoV-2 nel periodo prepandemico in Italia”. Ecco l’incipit, che si commenta da solo: “Provenienza Regione Veneto, data 3 settembre 2019: eccola la prima rilevazione di anticorpi per il Covid-19 registrata nella ricerca condotta dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Siena e VisMederi srl. A seguire, un altro caso dall’Emilia Romagna il 4 settembre, uno in Liguria il 5 e due in Lombardia il 9 settembre, con un grafico in costante ma leggera crescita”. E’ questa – prosegue il comunicato – “la scoperta che emerge per la prima volta da uno studio appena pubblicato su ‘Tumori Journal’, avvenuta analizzando i campioni di plasma di 959 persone aderenti a SMILE, un programma di screening per la diagnosi precoce del tumore del polmone, che prevede anche un prelievo ematico per la valutazione dei miRNA nel sangue. Complessivamente, 111 dei 959 campioni analizzati hanno dato riscontro positivo e, di questi, 6 sono risultati positivi anche agli anticorpi neutralizzanti il virus (IgG), 4 dei quali già in ottobre. Almeno un caso positivo è stato rilevato in 13 regioni e la Lombardia ha mostrato il maggior numero di soggettivi positivi”. Potete leggere, cliccando sul link in basso, il testo del comunicato congiunto Regione Lombardia-Istituto Tumori che esordisce con queste testuali parole: “Provenienza Regione Veneto, data 3 settembre 2019, ecco la prima rilevazione di anticorpi per il Covid-19”. E vi riporta alla mente qualcosa il nome della caserma americana Del Din, localizzata proprio in Veneto?

WUHAN. LA TRAMA DEI RAPPORTI CON ANTHONY FAUCI. Redazione de lavocedellevoci.it il 29 Agosto 2021. Di seguito pubblichiamo un lungo intervento del sito americano di controinformazione "Judicial Watch". Nel servizio vengono documentati i fitti rapporti di collaborazione tra il super virologo a stelle e strisce Anthony Fauci (sul quale è prevista a novembre l’uscita di un libro-bomba firmato da Robert Kennedy junior) e il laboratorio di Wuhan entrato nell’occhio del ciclone. Il tutto – come la Voce ha più volte dettagliato – attraverso la preziosa collaborazione di una società-paravento: la EcoHealth Alliance diretta da un controverso ricercatore, Peter Daszak, il quale è stato il rappresentante americano nella fallimentare missione inviata a Wuhan nel gennaio 2020 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In sostanza, l’Istituto guidato a vita da Fauci, il NIAID, ha erogato ingenti fondi pubblici ad EcoHealth Alliance e questa li ha ‘investiti’ nelle ricerche border line che si svolgevano nel super laboratorio di Wuhan. La stessa Voce ha anche documentato quanto di misterioso e pericoloso è successo in altri super laboratori militari, quelli di Fort Detrick, Stati Uniti, Maryland. Dei quali ben poco si parla a livello internazionale, nonostante il crescendo di accuse cinesi da un paio di mesi a questa parte: Pechino, infatti, ha deciso di reagire ai continui attacchi della Casa Bianca per Wuhan, ribaltando il tavolo delle accuse e chiedendo all’OMS di indagare su quanto successo a Fort Detrick in un drammatico luglio 2019, quando il laboratorio a stelle e strisce è stato chiuso per motivi di “sicurezza nazionale”. Come si vede, in un modo o nell’altro, ossia direttamente (Fort Detrick) oppure indirettamente (finanziamenti Usa per Wuhan via Fauci), sono sempre gli Stati Uniti il vero protagonista in quelle "biologic wars" che stanno devastando – e devasteranno sempre di più – il mondo. Ma passiamo ora alla lettura di carte e documenti pubblicati da "Judicial Watch".

Controllo giudiziario: Discussioni dettagliate sulle e-mail COVID della nuova agenzia Fauci sull’Istituto di Wuhan; Descrivi il posizionamento della Fondazione Gates di consigli cinesi su “Importanti internazionali”. 

(Washington, DC)  – Judicial Watch ha annunciato oggi di aver ricevuto   129 pagine  di documenti dal Dipartimento della salute e dei servizi umani (HHS) che includono una catena di e-mail “urgente per il dottor Fauci” che cita i legami tra il laboratorio di Wuhan e il contribuente- finanziato l’EcoHealth Alliance. Le e-mail del governo riportano anche che la fondazione del miliardario statunitense Bill Gates ha lavorato a stretto contatto con il governo cinese per spianare la strada ai farmaci prodotti in Cina da vendere al di fuori della Cina e aiutare a “alzare la voce della governance cinese che inserisce rappresentanti della Cina in importanti consulenze internazionali”. come impegno di alto livello dalla Cina”. La nuova produzione di record include anche un rapporto “Wuhan Pneumonia Update” del 6 gennaio 2020 che descrive in dettaglio come Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, era legato al laboratorio di Wuhan ed è stato “finanziato per il lavoro per capire come si evolvono i coronavirus e saltano a popolazioni umane”. I documenti sono stati ottenuti da Judicial Watch attraverso un Freedom of Information Act (FOIA)  querela  per i record di comunicazioni, contratti e convenzioni con l’Istituto di virologia di Wuhan ( Judicial Watch, Dipartimento Inc. contro. Di Salute e Servizi Umani  ( n°1 :21-cv-00696)). La causa cerca i documenti sulle sovvenzioni NIH che hanno beneficiato l’Istituto di virologia di Wuhan. L’agenzia sta elaborando solo 300 pagine di documenti al mese, il che significa che ci vorrà fino alla fine di novembre affinché i documenti saranno completamente rivisti e rilasciati sotto FOIA. Le   nuove e-mail includono un rapporto del Dr. Ping Chen , che era stato il principale funzionario dell’agenzia Fauci che lavorava in Cina: Puoi chiedere a [ NIAID Human Coronavirus, Rhinovirus Research Program Officer] Erik Stemmy per la sovvenzione assegnata all’Ecohealth di New York che collabora con il Dr. Shi, Zhengli del Wuhan Institute of Virology (WIV), che ha svolto ricerche sul coronavirus nei pipistrelli delle caverne in Cina. Erik saprebbe esattamente cosa supporta il finanziamento NIH. Ho visitato lei e altri al Wuhan Ins Viro nel 2018 e ho visitato il suo BSL4 1ab. [Oscurato] Anche nel 1983 NIH e CAS [Accademia cinese delle scienze] (WIV è uno degli istituti di ricerca sotto CAS) hanno firmato un MOU e includeva la condivisione di materiali di ricerca. Lo so [sic] molto tempo fa. Questa catena di e-mail fa parte di uno   scambio precedentemente pubblicato il 23 gennaio 2020 con l’oggetto “Urgente per il dottor Fauci: il laboratorio cinese per lo studio della SARS e dell’Ebola è a Wuhan”. Inizia con  Melinda Haskins , capo degli affari legislativi per NIAID, che scrive agli alti funzionari NIAID e include un collegamento a un  articolo del Daily Mail , intitolato “La Cina ha costruito un laboratorio per studiare la SARS e l’Ebola a Wuhan – e gli esperti di biosicurezza statunitensi hanno avvertito nel 2017 che un virus potrebbe “sfuggire” alla struttura che è diventata fondamentale per combattere l’epidemia”. Scrive: “Dott. Fauci sarà breve [sic] più senatori domani sulla nostra nuova risposta al coronavirus … Potrebbe confermare l’esatta natura del nostro supporto al Wuhan Institute of Virology/Biosafety Lab. Ti consigliamo di leggere l’articolo del Daily Mail sopra. Uno scambio di e-mail del 6 gennaio 2020   sulle “contromisure per il coronavirus”, avviato dal Chief Medical Officer del NIAID Hilary Marston, include un rapporto “Wuhan Pneumonia Update” preparato da NIH/DMID. Il rapporto è stato aggiornato l’8 gennaio 2020 ed elenca nelle sue informazioni di base sulla “polmonite di Wuhan:” Nel dicembre 2019 il Comitato sanitario municipale di Wuhan ha identificato un focolaio di casi di polmonite virale di causa sconosciuta. Al 31 dicembre stl’OMS Cina Paese Ufficio è stato notificato di 44 pazienti con polmonite ad eziologia sconosciuta, 11 dei quali sono stati gravemente malato. Al 5 gennaio 2020 ci sono 59 pazienti con diagnosi di polmonite virale sconosciuta è Wuhan, 7 dei quali sono gravemente malati. Almeno un paziente è in ECMO … Il primo caso è stato segnalato 12 dicembre °, e l’ultima insorgenza era 29 dicembre ° . Tutti i pazienti sono isolati e ricevono cure nelle istituzioni mediche di Wuhan. 163 contatti stretti sono stati identificati per l’osservazione medica in corso. I casi-pazienti nell’epidemia sono segnalati per avere febbre, difficoltà respiratorie e infiltrati polmonari bilaterali alla radiografia del torace. Hong Kong ha aggiunto la polmonite di Wuhan all’elenco delle malattie soggette a denuncia. A partire dal 7 gennaio °2020 del Centro Hong Kong per la tutela della salute ha segnalazioni di 30 casi sotto sorveglianza rafforzata con la recente storia di viaggio a Wuhan …. L’indagine epidemiologica ha mostrato che alcuni pazienti gestivano attività commerciali nella città dei frutti di mare della Cina meridionale di Wuhan. A partire dal 1 gennaio st2020 il mercato è stato chiuso per risanamento ambientale e la disinfezione. Attualmente non ci sono prove chiare di trasmissione da uomo a uomo, tuttavia è stato identificato un cluster familiare. Nessuna trasmissione nosocomiale è stata osservata… Frammenti di RNA di coronavirus con un’omologia dell’86% con la SARS sono stati trovati in un paziente…La notizia riporta il 1/8/2020 che il virus è un nuovo coronavirus, sequenziato in un paziente e identificato in altri. Il rapporto descrive anche un “portafoglio” di sovvenzioni per il coronavirus dell’NIH che ha finanziato 13 borse di ricerca scientifica di base, due borse di ricerca sul trattamento e cinque borse di ricerca sulla vaccinazione relative al coronavirus: Peter Daszak (R01A|110964-06) è finanziato per capire come i coronavirus si evolvono e passano alle popolazioni umane, con un’enfasi sui CoV dei pipistrelli e sulle popolazioni ad alto rischio nell’interfaccia uomo-animale. I principali siti stranieri sono in Cina (compresi i co-investigatori dell’Istituto di virologia di Wuhan). Il rapporto rileva che una delle sovvenzioni, concessa a Fang Li, “è finanziata per studiare il riconoscimento dei recettori e l’ingresso delle cellule nei coronavirus utilizzando approcci strutturali che utilizzano proteine ​​​​spike in complesso con i recettori. Questo premio ha trovato la prima prova di un CoV correlato a MERS che utilizza il recettore umano e fornisce prove di un evento di ricombinazione naturale tra i CoV dei pipistrelli. Un’altra sovvenzione coinvolge “un team di ricercatori che utilizzano modelli murini di SARS e MERS per indagare sulla patogenesi del CoV e sviluppare vaccini e terapie”. Una sezione del rapporto sui “Vaccini” dettaglia: “Il VRC [ Centro di ricerca sui vaccini ] e i suoi collaboratori hanno stabilizzato la proteina spike MERS-CoV nella sua conformazione di prefusione. La proteina spike stabilizzata è potentemente immunogena e suscita anticorpi protettivi per il dominio di legame del recettore, il dominio n-terminale e altre superfici della proteina spike. La proteina spike stabilizzata del coronavirus e l’mRNA che esprime la proteina spike attraverso la collaborazione con Moderna Therapeutics sono attualmente in fase di valutazione nel modello murino umanizzato DPP4 presso l’UNC. Un’altra descrizione della sovvenzione indica che NIH stava finanziando la ricerca presso la Jefferson University utilizzando il virus della rabbia come vettore per fornire un potenziale vaccino. In un foglio di calcolo allegato che dettaglia le sovvenzioni, una sovvenzione è indicata come andata al Dr. Ralph Baric dell’UNC-Chapel Hill per studiare “Meccanismi di ingresso MERV-CoV, trasmissione di specie incrociate e patogenesi”. Tale sovvenzione era stata finanziata dal 2015-2020. In uno scambio di e-mail del 7 gennaio 2020   con oggetto “Wuhan polmonite” Stemmy chiede a Chen se ha informazioni sull'”epidemia di polmonite virale a Wuhan”. Chen risponde: “Sì, ho seguito le notizie. Ecco quello che so finora [redatto]. Chen ha anche rivelato che il suo tour a Pechino era terminato tre settimane prima. Stemmy chiede: “Sai se c’è un sostituto per te nell’ambasciata a Pechino? Se è così, mi piacerebbe entrare in contatto con loro”. Chen risponde: “Nessun sostituto per ora <emoji faccina>.” In uno scambio di e-mail del 22 gennaio 2020  intitolato “Raccolta di informazioni su N CoV [nuovo coronavirus]”, NIAID “Senior Volunteer”, il dottor Karl Western, informa Chen e altri funzionari NIAID: Due esempi recenti che coinvolgono il CAS Institute of Virology e la struttura BSL-4 includono: Revisione dell’origine e dell’evoluzione dei coronavirus patogeni dell’Università del Minnesota e del CAS Institute of Virology in  Nature Reviews: Microbiology. Il Minnesota ha ricevuto un   premio CEIRSper un ciclo di finanziamento. La Columbia University School of Public Health, l’Eco-Health Alliance e il CAS Institute of Virology hanno pubblicato pochi giorni fa i risultati della sorveglianza delle interazioni uomo-animale e del potenziale di diffusione del coronavirus dei pipistrelli nelle zone rurali della Cina meridionale. La Columbia è un attuale   titolare del CETR. In un’e-mail di risposta pesantemente oscurata, Chen scrive: “Grazie Dr. Western. Eco-health ha una sovvenzione NIAID che collabora con l’Istituto di virologia di Wuhan, CAS, studiando i coronavirus negli animali selvatici, concentrandosi sui pipistrelli, in Cina. Uno dei principali collaboratori cinesi è il dottor Zhengli Shi, che lavora sui coronavirus”. Il 6 febbraio 2020,  Han Koo , un assistente esecutivo del direttore del NIH che lavora nell’Office of Grants Administration (OGA), invia un’e  -mail a  Chen e  Matthew Brown , allora direttore dell’ufficio NIH in Cina: “Abbiamo bisogno di POC [punti di contatto] della National Natural Science Foundation of China (NSFC) e dell’Accademia cinese delle scienze (CAS) ASAP.” Più tardi nella catena Chen scrive: “Nel 2018, NSF [la US National Science Foundation] e NSFC [la National Science Foundation of China] hanno avuto un’iniziativa congiunta sull’ecologia e l’evoluzione delle malattie infettive. Prima dell’iniziativa si è tenuto un seminario (il NIH è uno dei partecipanti a questa iniziativa. Molti partecipanti al seminario provengono dall’istituto CAS, inclusi scienziati del WIV [Wuhan Institute of Virology]. La sovvenzione NIAID a EcoHealth sta studiando i coronavirus negli animali, compresi i pipistrelli. La sovvenzione ha diversi paesi come collaboratori oltre alla Cina. “Un collega quindi risponde: “Grazie! Ricordi chi sono i PI statunitensi e cinesi [investigatori principali] su quella sovvenzione del vettore/serbatoio del coronavirus?” Chen risponde: “Vedi l’allegato che ho preparato in precedenza. Questa sovvenzione è su pipistrello [redatto]”. In uno scambio di e-mail del 20 ottobre 2017, in   seguito alla presentazione da parte di Chen di un rapporto sulla situazione, il funzionario NIAID James Meegan dice a Chen: “Jim LeDuc presso la U Texas Medical Branch, direttore del Galveston BSL4, lavora a stretto contatto con loro [Wuhan Institute of Virology]. Nel 1986 Jim e io abbiamo trascorso l’anno a Wuhan, creando un laboratorio di virologia e studiando le infezioni da Hantavirus e curando i pazienti con ribavirina. Ne abbiamo allenati molti, e alcuni in seguito sono venuti negli Stati Uniti. Penso che questo l’abbia aiutato a diventare un centro di virologia”. Più avanti nello scambio, Chen scrive: “Il laboratorio [di Wuhan] sarà presto operativo. La visita è stata organizzata tramite uno dei nostri beneficiari. So che Jim LeDuc ha lavorato con WIV e ha fatto un po’ di formazione. [Redazione.] Inoltre, mi è stato detto che solo alcuni virus possono essere utilizzati in questo laboratorio. [Redazione]” Handley poi dice a Chen: “Per favore, fai un rapporto molto accurato e completo su ciò che impari durante questa visita. Sarà un’interazione molto importante e alla quale molti sono interessati. Per favore condividi la tua segnalazione con noi prima che venga inserita in qualsiasi altra segnalazione. Saremo lieti di impegnarci direttamente o tramite beneficiari in qualunque cosa contribuirà a garantire operazioni sicure”. Il 4 marzo 2020, Greg Folkers, capo dello staff di Fauci,  invia  un’e- mail a un documento accademico intitolato “Sull’origine e l’evoluzione continua di SARS-COV-2”, pubblicato su  National Science Review  il 3 marzo 2020, a David Morens e altri funzionari non identificati all’interno del NIAID e chiede nella sua nota di copertura: “David, questo potrebbe venire fuori nell’udienza delle 10:00 di ASF [Anthony S. Fauci] [probabilmente riferendosi alle udienze della Commissione per gli stanziamenti della Camera  tenutosi il 4 marzo 2020, su richieste di budget NIH.] Cosa ne pensi di questo documento e della relativa copertura stampa?” Folkers mette in evidenza all’interno del rapporto due passaggi. Si legge: “I nostri risultati suggeriscono che lo sviluppo delle nuove variazioni nei siti funzionali nel dominio di legame al recettore (RBD) del picco osservato in SARS-COV-2 e nei virus della pangolina SARS-CoV sono probabilmente causati da mutazioni e cause naturali. selezione oltre alla ricombinazione.” Il secondo passaggio evidenziato recita: “Sebbene il tipo L (~70%) sia più diffuso del tipo S (~30%), il tipo S è risultato essere la versione ancestrale. Mentre il tipo L era più diffuso nelle prime fasi dell’epidemia a Wuhan, la frequenza del tipo L è diminuita dopo l’inizio di gennaio 2020″. Morens ha risposto, ma la sua risposta è stata completamente oscurata. Cinque anni prima dell’epidemia, in un rapporto del 30 ottobre 2014, intitolato ” Wuhan “, Chen informa Ken Earhart di aver incontrato un funzionario cinese di Wuhan. Chen riferisce che il suo ufficio “è simile a quello che sto facendo qui cercando, facilitando e promuovendo collaborazioni scientifiche internazionali per scienziati a Wuhan”. Continua che a questo funzionario è stato chiesto da un’organizzazione costituita in parte dall’Istituto di virologia di Wuhan “di aiutare i membri dell’organizzazione ad aumentare gli scambi scientifici tra i membri e gli esperti internazionali di ID [malattie infettive]”. In un rapporto sulla situazione del 5 settembre 2017,  Chen informa i suoi colleghi di aver “preso parte a una riunione di alto livello ‘Belt and Road’ per la cooperazione sanitaria: verso una via della seta sanitaria”. Ha anche riferito: La scorsa settimana USAID, CDC, ESTH [ Ambiente, Scienza, Tecnologia e Salute ] e io abbiamo incontrato la Fondazione Gates, inizialmente pianificata per parlare degli sforzi globali di eradicazione della malaria per vedere se c’è qualche area in cui possiamo lavorare insieme. Ma abbiamo finito di parlare in generale delle politiche cinesi e delle attuali strategie della fondazione in Cina: il rafforzamento delle capacità per aiutare la Cina a innalzare i suoi standard nazionali e sfruttare le risorse cinesi per aiutare gli altri. Uno degli esempi per elevare gli standard nazionali è aiutare la FDA cinese per la sua riforma. La fondazione Gates è riuscita a elaborare un meccanismo con la FDA cinese per fornire fondi [ing] alla FDA cinese per l’inserimento di esperti cinesi-americani che avevano lavorato per molti anni presso la FDA statunitense per lavorare in Cina FDA come consulenti senior…. Sull’approccio per sfruttare le risorse della Cina per aiutare gli altri, Gates Foundation sta lavorando con il governo cinese su donazioni ai paesi vicini e ai paesi africani come medicinali anti-malaria, lettiere, diagnostica ecc. Più specificamente, aiuta le aziende cinesi a ottenere pre -qualificazione sui farmaci in modo che i farmaci fabbricati dall’azienda cinese possano essere venduti al di fuori della Cina, aiuta i cinesi a stabilire una collaborazione bilaterale con specifici paesi in Africa, insegna ai cinesi come fare mobilitazione delle risorse e aiuta ad aumentare la voce del governo cinese inserendo rappresentanti dalla Cina su importanti consulenze internazionali come impegno di alto livello dalla Cina. Chen continua descrivendo numerosi altri modi in cui la Fondazione Gates stava aiutando il governo cinese, ad esempio, aiutando “le aziende cinesi a ottenere la pre-qualifica sui farmaci in modo che i farmaci prodotti dall’azienda cinese possano essere venduti al di fuori della Cina”. Chen continua: “Ho appena incontrato un gruppo del Global Virome Project (GVP) che è finanziato in parte dall’USAID. Il capo del progetto, Peter Daszak di EcoHealth Alliance, è un PI finanziato dal NIAID. Il suo collaboratore presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina ha svolto un lavoro eccellente sui virus corona nelle popolazioni di pipistrelli cinesi”. Un’e -mail pesantemente redatta del 26 ottobre 2017,   rilasciata a Judicial Watch in una  produzione precedente,  include una risposta appena rilasciata da Handley. La catena di e-mail inizia con Chen che invia un rapporto di viaggio ai suoi colleghi in merito alla sua visita al laboratorio BSL4 a Wuhan. Nota: “Il mio contatto che ha contribuito a organizzare la visita è il dottor Zhengli Shi, che è un collaboratore cinese su una sovvenzione NIAID a EcoHealth per il progetto SARS come il virus corona”. Continua: “Il laboratorio P4 si trova in una nuova zona in via di sviluppo a circa un’ora di macchina dall’attuale sede dell’istituto nel centro della città di Wuhan. La posizione sarà il nuovo campus per l’intero istituto nel prossimo futuro (molti lavori sono in corso in questo momento). Dal momento che non siamo autorizzati a scattare foto, viene allegata solo la foto dall’esterno.” Recentemente rilasciata in questa produzione di documenti HHS è la risposta di Handley nella catena di posta elettronica: “Questo è un argomento delicato e interesserà gli altri”. Più tardi nello scambio, Handley dice a Chen: “Per favore inviaci via e-mail il tuo rapporto completo sulla visita e poi possiamo decidere cosa fare con le informazioni”. Dopo che Chen ha inviato il rapporto via e-mail a Handley, scrive: “Ci sono abbastanza buone informazioni nel tuo rapporto che devono essere condivise in una forma o nell’altra”. Il 18 luglio 2016, Chen invia un ” aggiornamento delle attività ” ai massimi funzionari del NIAID, riassumendo le sue attività nelle tre settimane precedenti. In una discussione sui cinesi che necessitano di assistenza per condurre sperimentazioni cliniche di nuovi farmaci, Chen osserva: “Zhi Hong di GSK [Glaxo Smith Kline] (il capo del programma anti-infettivo GSK e ha guidato il centro GSK per le malattie infettive e la salute pubblica in Pechino) ha incontrato il Dr. Fauci il Lunedi, il 11 ° , per chiedere il sostegno NIAID per questa rete sperimentazione clinica in Cina. Conosco Dennis [presumibilmente  Dennis Dixon , capo della NIAID Bacteriology and Mycology] e Carl [forse  Carl Dieffenbach, Direttore della NIAID AIDS Research] ha partecipato all’incontro con Fauci. Non conosco l’esito dell’incontro”. Più avanti, Chen scrive: “Ho incontrato EcoHealth Alliance, un’organizzazione no-profit sulla salute con sede a New York. Hanno una sovvenzione R01 dalla DMID [Divisione di microbiologia e malattie infettive] sull’identificazione di coronavirus simili alla SARS in Cina. Collaborano con il dottor Shi Zhengli presso l’Istituto di virologia di Wuhan. Ho visitato il Dr. Shi più di un anno fa. Ha prelevato campioni di pipistrelli in grotte in alcune regioni della Cina, ha isolato e identificato virus e ha scoperto che alcuni virus sono simili alla SARS mediante il sequenziamento. Ora [censurato]. Si tratta di uno stretto contatto animale-umano in una città densamente popolata.” Chen cita anche un imminente incontro di “Chinese NIH Alumni” e parla del direttore NIH Francis Collins che discute con il capo della Peking University Medical School “dell’istituzione di un NIH Alumni cinese poiché ci sono così tanti ricercatori cinesi formati e lavorati presso NIH nel passato.” Il 12 ottobre 2016, Chen invia  un’e-mail di “alta” importanza agli alti funzionari del NIAID Handley, Bernabe e Dixon in merito a una prossima conferenza in Cina. Chen osserva: “Un altro argomento della sessione 1, Caratterizzazione e prevenzione delle malattie zoonotiche, ha una certa rilevanza per noi. Il NIAID ha finanziato George Gao presso la CAS [Accademia cinese delle scienze] per l’influenza aviaria (penso che fosse sulla genetica dell’influenza aviaria negli uccelli) e abbiamo una sovvenzione dal sondaggio RDB sul coronavirus nei pipistrelli. Il collaboratore cinese è il Wuhan Institute of Virology, anch’esso un istituto CAS. La richiesta per le malattie zoonotiche è di un’agenzia cinese che non conosco, AQSIQ. [Redazione.]” Dixon risponde: “Grazie Ping. Vedo il tema della “prevenzione e controllo” dal tuo nome. Mentre abbiamo progetti occasionali in quel regno, sono al confine della nostra area di missione rispetto ai CDC che elencano il loro nome in quel modo a volte in ordine inverso”. In un rapporto sulla situazione del 20 gennaio 2017,  Chen discute il Global Virome Project “per identificare i virus presenti nella fauna selvatica con un potenziale passaggio all’uomo … Dopo l’identificazione dei virus è lo sviluppo di vaccini per proteggere la popolazione umana. La Cina ha un’enorme capacità per lo sviluppo di vaccini (penso che abbia 7 strutture di produzione di vaccini di proprietà nazionale e oltre 30 aziende private di produzione di vaccini.) [Redazione] Uno dei partner in questo progetto è EcoHealth Alliance. Peter Daszak di EcoHealth Alliance è uno dei leader di GVP e ha una sovvenzione NIAID da RDB che esamina i coronavirus nelle popolazioni di pipistrelli in Cina in collaborazione con l’Istituto di virologia di Wuhan. È venuto a trovarmi una volta all’ambasciata. Questa sovvenzione ha una connessione diretta con lo scopo del GVP.” In un rapporto sulla situazione del 7 luglio 2017,  Chen informa i suoi colleghi: “RDB [Respiratory Disease Branch del NIAID] ha una sovvenzione per EcoHealth che ha un collaboratore cinese presso WIV che lavora per trovare virus SARS simili nelle popolazioni di pipistrelli e quindi cercare esposizioni umane ai virus portati dai pipistrelli negli abitanti del villaggio vicino alle grotte. USAID finanzia la stessa organizzazione e fanno più progetti di ricerca di virus in Cina”. Il 27 maggio 2018, Chen invia un’e  -mail alla  collega Nancy Boyd, inoltrandole un annuncio inviato a Chen da persone dell’Istituto di virologia di Wuhan, che Chen descrive come “l’unico laboratorio P4 pubblicamente noto della Cina”. Chen aggiunge: “Ho copiato Gayle [Bernabe] all’OGR e lei può inoltrare ai responsabili dei programmi il portafoglio di agenti patogeni P4”. “Queste e-mail forniscono informazioni straordinarie e preoccupanti sulla partnership dell’agenzia di Fauci con la Cina e sul suo monitoraggio, preoccupazioni e finanziamenti per l’Istituto di Wuhan”, ha affermato il presidente di Judicial Watch Tom Fitton. “La Fondazione Gates dovrebbe anche spiegare il rapporto del governo sulla sua assistenza e advocacy per la Cina”. A luglio, Judicial Watch ha ottenuto  documenti  dai funzionari del NIAID in relazione all’Istituto di virologia di Wuhan, rivelando collaborazioni e finanziamenti significativi iniziati nel 2014. I documenti hanno rivelato che il NIAID ha concesso nove sovvenzioni relative alla  Cina all’EcoHealth Alliance  per ricercare l’emergenza del coronavirus nei pipistrelli ed è stato il principale emittente di sovvenzioni del NIH allo stesso laboratorio di Wuhan. A giugno, Judicial Watch ha annunciato di aver intentato azioni legali per  il Freedom of Information Act (FOIA)  contro l’Ufficio del direttore dell’intelligence nazionale (ODNI) e il Dipartimento di Stato per informazioni sull’Istituto di virologia di Wuhan e sulle origini del SARS-CoV- 2 virus. Sempre a giugno, Judicial Watch ha ottenuto  documenti  da HHS che rivelano che dal 2014 al 2019, $ 826.277 sono stati dati all’Istituto di virologia di Wuhan per la ricerca sul coronavirus dei pipistrelli dal NIAID. A marzo, Judicial Watch  ha rilasciato pubblicamente  e-mail e altri documenti di Fauci e del Dr. H.  Clifford Lane  dell’HHS che mostrano che i funzionari NIH hanno adattato i moduli di riservatezza ai termini della Cina e che l’OMS ha condotto un’analisi epidemiologica COVID-19 non pubblicata e “strettamente riservata” in Gennaio 2020. Inoltre, le e-mail rivelano un giornalista indipendente in Cina che indica i numeri COVID incoerenti in Cina al vicedirettore dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive del NIH per la ricerca clinica e progetti speciali Lane. Nell’ottobre 2020, Judicial Watch ha scoperto  e-mail che  mostravano un’entità dell’OMS che spingeva per un comunicato stampa, approvato da Fauci, “soprattutto” a sostegno della risposta della Cina al COVID-19. 

Compromesso: Fauci e altri giocatori di COVID hanno legami con il laboratorio di Wuhan. La Voce delle Voci il 18 Giugno 2021. WASHINGTON, DC, 16 giugno 2021 ( LifeSiteNews ) Tre importanti zar della salute americani hanno legami con il laboratorio cinese dove potrebbe essere iniziato il COVID-19. Il dott. Anthony Fauci, direttore dell’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive (NIAID), il dott. Peter Daszak, CEO dell’organizzazione no-profit EcoHealth Alliance, e il dott. Francis Collins, direttore del National Institutes of Health (NIH) sono oggetto di un crescente controllo grazie al loro supporto dell’Istituto di virologia di Wuhan (VIR). Inoltre, tutti e tre hanno pagato il costo farmacologico Remdesivir scoraggiando l’uso dell’ivermectina e dell’idrossiclorochina, relativamente poco preferire. Il Dr. Anthony Fauci guida il NIAID dal 1984 e amministra un budget di 6,1 miliardi di dollari. Tra il 2014 e il 2019, Fauci ha distribuito $ 826.277 all’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Daszak e la sua EcoHealth Alliance. Le e-mail di Fauci, pubblicate di recente, mostrano le simpati e dei due registi per WIV. In un’email del 18 aprile 2020, Daszak ha ringraziato Fauci per aver contraddetto era la teoria secondo cui il COVID-19 “un rilascio di laboratorio dell’Istituto di virologia di Wuhan”. “Dato che la sovvenzione del P ol è stata presa di mira dai giornalisti di Fox News durante la conferenza stampa presidenziale di ieri sera, solo dire un ringraziamento personale a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per aver alzato e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale per covid-19 da uno spillover da pipistrello a uomo, non un rilascio di laboratorio dall’Istituto di virologia di Wuhan “, ha scritto Daszak. “Dal mio punto di vista, i tuoi commenti sono coraggiosi e, provenienti dalla tua voce fidata, verranno a sfatare i miti che sono stati fatti girare intorno alle origini del virus”, ha continuato. “Una volta che questa pandemia sarà finita, non vedo l’ora di ringraziarti di persona e farti sapere quanto siano importanti i tuoi commenti per tutti noi”.

La risposta di Fauci è stata “Grazie mille per la tua gentile nota”. In una dichiarazione del 19 febbraio 2020 sulla rivista medica The Lancet, Daszak si è unito ad altri autori nel respingere la possibilità che il coronavirus COVID-19 avesse un’origine umana. Era anche un membro del team dell’OMSinviato in Cina per indagare sull’origine del virus. Collins, che come direttore del NIH è essenzialmente il superiore di Fauci, ha anche legami con il WIV. Una delle e-mail pubblicate da Fauci ha rivelato che il NIH ha dato una sovvenzione di 3,7 milioni di dollari all’EcoHealth Alliance per la ricerca sul coronavirus nei pipistrelli, di cui 600.000 dollari sono stati destinati al laboratorio di Wuhan. Nel frattempo, EcoHealth ha finanziato la ricerca presso l’Istituto di virologia di Wuhan che ha sviluppato l'”uso di Remdesivir” per il trattamento dei coronavirus. Nel protestare contro la decisione dell’NIH di tagliare i fondi per la ricerca sul coronavirus, EcoHealth ha riferito che “sequenze genetiche di due coronavirus di pipistrello che abbiamo scoperto con questa sovvenzione sono state utilizzate come strumenti di laboratorio per testare il rivoluzionario farmaco antivirale Remdesivir “. Remdesivir è stato sviluppato per la prima volta da Gilead Sciences , una società farmaceutica americana che ha finanziato, in parte, sia il pannello delle linee guida per il trattamento del COVID-19 NIH che la ricerca che promuove il Remdesivir. Fauci ha personalmente promosso l’uso di Remdesivir nel trattamento del COVID-19. In una presentazione alla Casa Bianca il 29 aprile 2020, ha affermato che Remdesivir “ha un effetto netto, significativo e positivo nel ridurre il tempo per riprendersi [dal coronavirus]”. Collins ha anche presentato l’uso di Remdesivir. Ha istituito le Linee guida di trattamento per COVID-19, che raccomandano il farmaco in tre delle cinque fasi della malattia. Il NIH promuove il Remdesivir come trattamento di intervento precoce, per coloro che ottenere ossigeno e per coloro i sintomi accelerando, ma non ancora abbastanza gravi da essere in terapia intensiva. Un ciclo di trattamento di Remdesivir costa oltre $ 3100 US, che è una buona notizia per il titolare del brevetto Gilead Sciences. Reuters ha riferito nel febbraio 2020 che l’Istituto di virologia di Wuhan aveva chiesto di brevettare l’uso del farmaco come medicinale per il COVID-19. Secondo l’agenzia di stampa, Gilead ha affermato che stava lavorando con la Cina per testare il farmaco su un piccolo numero di pazienti COVID-19. Tuttavia, non tutti sono fan di Remdesivir. Nel novembre 2020, l’Organizzazione mondiale della sanità ha emesso una raccomandazione condizionale contro l’uso del farmaco, affermando: “L’evidenza non ha suggerito alcun effetto importante sulla mortalità, sulla necessità di ventilazione meccanica, sul tempo necessario al miglioramento clinico e su altri risultati importanti per il paziente”. Ad oggi, questo non è stato ritirato o modificato. 

Se la stella di Remdesivir cade, potrebbe salire quella di Ivermectin? L’ivermectina, un medicinale antiparassitario utilizzato sia nell’uomo che negli animali da 50 anni, è stato provato e riscontrato con successo sia come preventivo che come trattamento di intervento trattamento precoce.  La Front Line COVID-19 Critical Care Alliance (FCCC) ha monitorato l’efficacia del farmaco contro il coronavirus. L’ivermectina, spiega la FLCCC, “è un noto farmaco antiparassitario approvato dalla FDA che è stato utilizzato con successo per più di quattro decenni per trattare l’oncocercosi “cecità fluviale” e altre malattie parassitarie. È uno dei farmaci più sicuri conosciuti. È nella lista dei farmaci essenziali dell’OMS, ha ricevuto 3,7 miliardi di volte in tutto il mondo e ha vinto il premio Nobel per il suo impatto globale e storico nell’eradicazione delle infezioni parassitarie endemiche in molte parti del mondo”. L’8 dicembre 2020, il dott. Pierry Kory, capo della FCCC, ha testimoniato davanti alla commissione del Senato per la sicurezza interna e gli affari governativi in ​​merito all’uso dell’ivermectina nei casi di COVID. “L’ivermectina è un farmaco miracoloso”, ha affermato. “Se lo prendi, non ti ammalerai.” In una recente revisione delle prove emergenti che l’ivermectina è un trattamento efficace per COVID-19, la FCCC ha riferito che il farmaco è stato utilizzato con successo su larga scala a Goa, India, Messico, Perù, Paraguay, Argentina e Brasile. Il costo per otto compresse di Ivermectin è di circa $ 45 US. 

ANTHONY FAUCI. IL GRAN FINANZIATORE DEI FOLLI ESPERIMENTI DI WUHAN. Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci il 16 Maggio 2021. Anthony Fauci, il super virologo statunitense, è il gran finanziatore del laboratorio di Wuhan, dal quale è ‘scappato’ il virus mortale. Un virus, quindi, ‘allevato’ in laboratorio, prodotto artificialmente. Una collaborazione super segreta, quella tra Usa e Cina, che però adesso comincia a venire clamorosamente a galla. Il j’accuse è firmato da uno dei giornalisti investigativi di maggiore esperienza negli States, Nicholas Wade, trent’anni di carriera al ‘New York Times’, dove ne ha curato a lungo la sezione scientifica. Ha appena scritto una dettagliata inchiesta, Wade, non pubblicata sulle colonne del celebre quotidiano a stelle e strisce, ma sulla rivista "Medium". Dell’inchiesta-Wade sulla super connection internazionale a base di Covid-19, ha parlato un noto anchor man americano, Tucker Carlson, pochi giorni fa, il 10 maggio, nel corso della sua trasmissione “Tucker Carlson Tonight”. 

L’INCHIESTA CHE SVELA LA CONNECTION. Ecco le parole di Tucker Carlson: “E’ Tony Fauci il responsabile della pandemia di Covid-19. Nicholas Wade, con la sua inchiesta, porta un numero enorme di prove, asserendo che questo virus ha avuto origine all’Istituto di virologia di Wuhan, nella Cina centrale. Avevamo sollevato questa possibilità fin dai primi giorni della pandemia, ma questo pezzo adesso lo dimostra”. Continua Carlson: “Quando l’epidemia era iniziata, lo scorso autunno, il laboratorio di Wuhan stava conducendo esperimenti su come rendere infettivi per gli esseri umani i virus dei pipistrelli. Quegli esperimenti erano finanziati dai dollari dei contribuenti americani: il finanziamento di quegli esperimenti, infatti, era stato approvato da Tony Fauci a Washington. E’ difficile da credere, ma è vero, e il pezzo di Wade lo spiega”. Continua la ricostruzione dei fatti: “Molti degli esperimenti di Wuhan venivano eseguiti sotto la supervisione di una ricercatrice cinese, Shi Zheng-li. Conosciuta come ‘la signora dei pipistrelli’, era la principale esperta cinese dei virus originari dei pipistrelli. Il suo lavoro consisteva nell’ingegnerizzare geneticamente i coronavirus in modo che infettassero gli esseri umani, e che lo facessero il più facilmente possibile”. Esseri umani, avete letto bene. Da brividi. Ancora. “Il lavoro, nota Wade, implicava ‘fare esperimenti di incremento di funzione (gain-of-function) progettati per far sì che i coronavirus infettassero le cellule umane”. Prosegue Carlson: “Perché questa ricerca andava avanti? Dovreste chiederlo alla scienziata che ne era responsabile. Ma i fatti rimangono: questi erano alcuni degli esperimenti più pericolosi mai condotti dall’umanità. Eppure, ora sappiamo che la Cina non stava prendendo le necessarie misure di sicurezza. E questo non dovrebbe sorprenderci. Diversi anni fa, i cablogrammi diplomatici statunitensi avevano già messo in guardia sugli scarsi standard di sicurezza del laboratorio di Wuhan. La struttura di Wuhan era classificata come ‘laboratorio di biosicurezza di livello due’. Che cosa significa? Secondo Richard Ebright, un biologo molecolare alla Rutgers, è all’incirca lo stesso livello di sicurezza che si troverebbe nello studio di un dentista americano”. Seguiamo il drammatico filo della ricostruzione. “Quindi, quel laboratorio, mentre conduceva ricerche sul coronavirus e su come renderlo trasmissibile agli esseri umani, aveva quasi certamente infettato un ricercatore del laboratorio e così il virus si era diffuso. I primi pazienti affetti dal coronavirus non provenivano dal cosiddetto ‘mercato umido’, come ci avevano detto. I primi pazienti del coronavirus erano dipendenti dell’Istituto di virologia di Wuhan”. 

FAUCI AUTORIZZA I FINANZIAMENTI PRO WUHAN. Si chiede e chiede Carlson: “Ancora una volta: perché il laboratorio di Wuhan avrebbe dovuto condurre esperimenti del genere? Beh, sappiamo che Tony Fauci aveva autorizzato il finanziamento della ricerca. Per cinque anni – dal 2014 al 2019 – Il ‘National Institute of Allergy and Infectious Deseases’, che Fauci dirige da decenni, aveva versato fondi ad un gruppo chiamato ‘EcoHealth Alliance’”. Ma cosa rappresenta quest’ultima sigla? Lo spiega Wade nella sua inchiesta, lo illustra ai telespettatori Carlson nel suo commento. “La EcoHealth Alliance, gestita dal dottor Peter Daszak, aveva stipulato un contratto con la dottoressa Shi per condurre una ricerca sull’incremento di funzione proprio nel laboratorio di Wuhan. Poco prima che la pandemia diventasse di dominio pubblico – il 9 dicembre 2019 – Peter Daszak aveva concesso un’intervista che era stata trasmessa in streaming online. In quell’intervista Daszak si era vantato di quanto fosse facile manipolare i coronavirus negli esperimenti di laboratorio”. Ecco quanto aveva sostenuto Daszak in quella intervista di metà dicembre: “Il coronavirus è abbastanza valido…. Si può manipolare in laboratorio molto facilmente. E’ la proteina spike quella che contraddistingue il comportamento del coronavirus, il rischio zoonotico. Quindi si può ottenere la sequenza, costruire la proteina. E abbiamo lavorato con Ralph Barrack della UNC proprio per fare questo: inserirla nella struttura di un altro virus e poi fare un po’ di lavoro in laboratorio”. Facile come bere un bicchier d’acqua. Riprende a raccontare Carlson: “Alcuni giorni dopo questa dichiarazione, era diventato chiaro che questa nuova versione di coronavirus, questo nuovo coronavirus, quello che ora chiamiamo Covid-19, stava dilagando in tutta Wuhan, poi in Cina e quindi nel resto del mondo. Dall’inizio della pandemia, Peter Daszak, non a caso, è apparso praticamente su ogni piattaforma mediatica a sua disposizione per negare, nei termini più strenui e sprezzanti, che il laboratorio di Wuhan fosse in qualche modo legato all’epidemia, e questo perché ha motivi molto personali per affermarlo. "L’idea che questo virus sia uscito da un laboratorio è solo una pura sciocchezza", aveva detto l’anno scorso. Ma questa è una bugia, non è una pura sciocchezza”. Prosegue il racconto: “Molte persone intelligenti l’avevano capito subito. Una di queste persone è Alina Chan, una biologa molecolare del ‘Broad Institute’ di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology. Ha coraggiosamente scritto un articolo su come il genoma del coronavirus non fosse cambiato molto nel tempo: e questo è strano, perché quel genoma era passato attraverso trilioni di repliche. Secondo Chan, questo fatto implica che il virus era stato progettato fin dall’inizio per la trasmissione interpersonale”. “Anche l’ex direttore del CDC, dottor Redfield, l’aveva capito senza ombra di dubbio. Anche lui aveva sostenuto che il virus proveniva dal laboratorio di Wuhan”. Ecco, a questo punto, quanto ha dichiarato Redfield: “Continuo a pensare che l’origine più probabile di questo patogeno di Wuhan sia un laboratorio, che ne sia sfuggito. Altre persone non ci credono. Va bene così. La scienza alla fine lo capirà. Non è insolito che gli agenti patogeni respiratori su cui si sta lavorando in un laboratorio infettino il personale di laboratorio”. 

L’OMS COPRE E DEPISTA. Ed eccoci al ruolo giocato, in tutta la vicenda, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Continua Carlson: “Milioni di persone sono morte di Covid-19, quindi non è questione di regolamento di conti o di attribuzione di colpe capire da dove sia venuto. Se vi vuole prevenire la prossima pandemia globale, bisogna capire come è iniziata questa. E così, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che sarebbe andata in fondo alla questione. L’OMS è molto legata alla Cina (e agli Stati Uniti, che sono il primo finanziatore a livello internazionale, ndr): e così ha cercato di nascondere i fatti fondamentali delle origini di questa pandemia. E, per nascondere questi fatti, l’OMS ha nominato nientemeno che Peter Daszak come unico rappresentante, con sede in America, della squadra investigativa incaricata di indagare sulla provenienza del virus”. Come affidare al lupo il governo del gregge di pecore, oppure a Dracula la gestione della banca del sangue! Continua il j’accuse formulato da Wade ed esternato da Carlson: “In quello che si è rivelato essere un rapporto fasullo, il team dell’OMS ha concluso che ‘è estremamente improbabile’ che il virus provenga dal laboratorio di Wuhan”. “Questo non è vero. L’indagine dell’OMS sulle origini del virus è stata fraudolenta. E questo è importante per la salute pubblica a livello globale. Ma una cosa che noterete è che Tony Fauci non ha detto questo. Perché? Perché, ancora una volta, è coinvolto personalmente. La ricerca sull’incremento di funzione, di cui Peter Daszak si vantava nell’intervista, era stata, infatti, esplicitamente vietata dal governo degli Stati Uniti. C’era una moratoria federale sul finanziamento degli esperimenti relativi all’incremento di funzione, proprio come quelli che si conducevano nel laboratorio di Wuhan, con effetti disastrosi. Allora, perché le autorità federali non avevano bloccato i finanziamenti al laboratorio di Wuhan? Questa è una domanda cruciale, e Nicholas Wade ha cercato la risposta”. “Ecco cosa ha trovato: ‘Qualcuno aveva lasciato una scappatoia alla moratoria. La moratoria vietava specificamente il finanziamento di qualsiasi ricerca sull’incremento di funzione volta ad aumentare la patogenicità dei virus dell’influenza, della MERS o della SARS. Ma poi, una nota a piè di pagina 2 del documento sulla moratoria affermava che ‘E’ possibile ottenere un’eccezione alla pausa di ricerca se il capo dell’agenzia di finanziamento del governo USA ritiene la ricerca urgentemente necessaria per proteggere la salute pubblica o la sicurezza nazionale”. Fatta la legge, trovato l’inganno. 

FAUCI & C., APRIRE UN’INCHIESTA. Prosegue il j’accuse: “E questa è esattamente la scappatoia che era stata sfruttata. Chi l’aveva firmata? Tony Fauci – forse insieme a Francis Collins, il direttore del NIH – aveva fatto ricorso a questa speciale scappatoia per continuare a finanziare il laboratorio di Wuhan e gli esperimenti mortali che vi si conducevano. Esperimenti, chiaramente, finiti male”. Secondo Richard Ebright, “sfortunatamente il direttore del NIAD (Fauci, ndr) e il direttore del NIH avevano sfruttato questa scappatoia per rilasciare esenzioni ai progetti soggetti alla pausa – asserendo assurdamente che la ricerca da esentare era "urgentemente necessaria per proteggere la salute pubblica o la sicurezza nazionale – annullando così la sospensione”. Eccoci alle durissime conclusioni. “Questo non sarebbe successo se Tony Fauci non avesse permesso che accadesse. Questo è chiaro. E’ una storia incredibile. E’ una storia scioccante. In un Paese che funziona ci sarebbe un’indagine penale sul ruolo di Tony Fauci nella pandemia di Covid che ha ucciso milioni di persone e bloccato il nostro Paese, cambiandolo per sempre. Allora, perché non c’è un’indagine penale sul ruolo di Tony Fauci in questa pandemia?”. L’inchiesta di Wade fa il paio con quella condotta da alcuni giornalisti australiani sui progetti di “guerre biologiche” portati avanti in Cina. Guarda caso, anche stavolta, in combutta con gli americani. Potete rileggere il nostro articolo cliccando in basso. Che senso hanno mai, a questo punto, i proclami anti Cina sbandierati da Joe Biden (e prima da Donald Trump), quando si portano avanti simili affari & progetti d’amore e d’accordo, sulla pelle dei cittadini di tutto il mondo? Non dovrebbe fare una bella inchiesta e organizzare un bel processo il Tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità? 

P.S. Alla vigilia dello scorso Natale, il 24 dicembre 2020, la Voce aveva scritto un’inchiesta titolata “Anthony Fauci / Tutte le vittime americane sulla coscienza”. 

Anthony Fauci, quei soldi al laboratorio di Wuhan: le prove sul flusso di denaro. Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Gli studi sul “guadagno di funzione” al laboratorio di virologia di Wuhan, in Cina, erano finanziati dalla cerchia di Anthony Fauci, cioè dagli Istituti Nazionali della Sanità statunitensi. Davanti al Congresso, a Washington, Fauci lo ha negato ma, durante un’audizione pubblica, il senatore Rand Paul lo ha accusato di mentire mettendogli di fronte agli occhi un documento intitolato «Scoperta di un ricco pool genetico di coronavirus correlato alla SARS di pipistrelli», nel quale appaiono i dettagli della collaborazione fra scienziati americani e cinesi. Ora, spuntano alcuni messaggi di posta elettronica di Fauci, ottenuti chiedendo l’accesso agli atti pubblici, nei quali risulta che lo scienziato era stato informato già nel gennaio del 2020 che il virus sembrava stato fabbricato in laboratorio.

Anthony Fauci, la riunione "segreta" che lo incastra: "Covid nato in laboratorio". Sapeva tutto, perché ha taciuto? Andrea Morigi su Libero Quotidiano il 06 agosto 2021. Fra quello che Anthony Fauci, primo consigliere medico sul Covid-19 del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, sostiene in pubblico e quanto scrive in privato passa una grande differenza, spiega la giornalista investigativa Alison Young, sul quotidiano Usa Today, che ha intervistato lo scienziato. Ora, inoltre, spuntano alcuni messaggi di posta elettronica scritti da Fauci, e ottenuti da BuzzFeed News attraverso una richiesta di accesso agli atti pubblici, nei quali risulta che lo scienziato era stato informato già nel gennaio del 2020 che il virus sembrava essere stato fabbricato in laboratorio. Un giorno prima di una riservatissima videoconferenza fra virologi tenuta il primo febbraio 2020, Kristian Andersen, un esperto di genetica delle malattie infettive presso il prestigioso Scripps Research Translational Institute della California, aveva detto a Fauci prima per telefono e poi più tardi per email che la struttura genetica del Coronavirus responsabile dell'infezione da Covid-19 appariva essere stata prodotta in laboratorio. «Le insolite caratteristiche del virus costituiscono una parte molto ridotta del genoma (0.1%), tanto da rendere necessario osservare molto da vicino tutte le sequenze per vedere che alcune delle caratteristiche (potenzialmente) appaiono fabbricate», scriveva Andersen in una email a Fauci il 31 gennaio 2020, aggiungendo che lui stesso e il virologo e biologo dell'evoluzione Edward Holmes, dell'Università di Sidney, oltre a un gruppo di altri illustri scienziati con i quali Fauci si dava del tu «abbiamo tutti trovato il genoma incoerente con le attese della teoria dell'evoluzione».

IL SEGRETO

Insomma, dubitavano dell'origine naturale del Sars-Cov 2, sospettando invece una sua produzione. Ma tutti i partecipanti alla riunione del primo febbraio 2020 avevano deciso di non rivelare quanto emerso nella discussione fra di loro. Ne avevano discusso ancora nei giorni successivi, spiega Fauci alla Young, rivelandole che si era trattato di «una conversazione molto produttiva e continuativa, nella quale alcuni partecipanti sentivano che poteva trattarsi di un virus prodotto», mentre altri erano «pesantemente sbilanciati» verso l'ipotesi di un virus emerso da un ospite animale. Poi, misteriosamente, dal 4 febbraio 2020, senza un motivo noto o apparente, Andersen aveva cambiato completamente opinione sull'argomento e per di più accusava di diffondere teorie del complotto chiunque sospettasse la nascita del virus in laboratorio. A mantenere il segreto, si erano ovviamente impegnati soprattutto coloro che avevano avuto un ruolo nella genesi dell'agente patogeno. Gli studi sul "guadagno di funzione" al laboratorio di virologia di Wuhan, in Cina, erano finanziati dalla cerchia di Fauci, cioè dagli Istituti Nazionali della Sanità statunitensi. Davanti al Congresso, a Washington DC, Fauci lo aveva negato ma, durante l'audizione pubblica del 20 luglio scorso, il senatore Rand Paul lo aveva accusato di mentire mettendogli di fronte agli occhi un documento intitolato «Scoperta di un ricco pool genetico di coronavirus correlato alla SARS di pipistrelli», nel quale appaiono i dettagli della collaborazione fra scienziati americani e cinesi. 

Coronavirus, "menzogne non solo sul pangolino". Wuhan e il numero di morti 2020: l'ultima terrificante balla comunista. Libero Quotidiano il 26 luglio 2021. Sull'origine del virus e della pandemia Pechino avrebbe mentito: lo dimostra l'ultimo rapporto demografico dell'Ufficio di statistica, che ha censito la popolazione nel 2020 - 1,411 miliardi di cinesi -, senza citare però il numero di decessi. Probabilmente per evitare confronti con gli anni precedenti. Bisogna accontentarsi così del bilancio ufficiale fornito dalla Cina: 93 mila contagi e 4.743 morti a fine dicembre 2020. Ovvero poco più di tre morti per un milione di abitanti. In un articolo di Jacques Massey riportato sul Fatto Quotidiano si ripercorrono tutte le tappe, dal 31 dicembre 2019 fino a oggi. L'ultimo giorno di dicembre, infatti, è stato indicato come la data ufficiale dell'identificazione di un nuovo coronavirus in Cina. Era stato individuato nel mercato del pesce di Wuhan alcuni giorni prima, il 16 dicembre. Il sospetto, però, è che sia iniziato tutto molto tempo prima: una fonte di Mediapart, membro del team di esperti internazionale di sicurezza creato dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, sostiene che "un membro cinese del gruppo aveva segnalato la presenza del nuovo virus a Wuhan da settembre 2019”. Poi a febbraio 2020 la tesi del pangolino: alcuni ricercatori dell'Università di agricoltura della Cina del sud assicurarono di aver trovato nella sequenza genomica di un virus dei pangolini il 99% di elementi in comune con il Sars-CoV-2. Secondo loro, quindi, sarebbe stato questo piccolo animale simile al formichiere a fare da tramite nel processo di contaminazione dal pipistrello all'uomo. La tesi, però, non è stata dimostrata e, secondo Massey, sarebbe servita a Pechino per accantonare ipotesi alternative, come la creazione del virus in laboratorio.  A giugno 2020 invece avrebbe trovato conferma la tesi della nascita del Covid in laboratorio: stando a uno studio del collettivo di scienziati Drastic, nel giugno 2019 l'università di Wuhan era stata stata ispezionata ed era emerso un ambiente precario, con la mancanza di pareti divisorie tra le diverse zone di sperimentazione, misure di sicurezza scarse e attrezzature per studenti inadeguate. Pochi mesi fa, invece, nel gennaio 2021, tredici esperti dell'Oms sono andati a Wuhan per elaborare un rapporto sulle cause della malattia, ma non è stata lasciata loro la minima libertà di documentare l'indagine.

Doppia indagine sull’origine del Covid, continua lo scontro Oms-Cina. Federico Giuliani su Inside Over il 26 luglio 2021. Imbastire una nuova indagine per fare ulteriore chiarezza su quanto accaduto in quel di Wuhan nell’inverno 2019, oppure estendere le ricerche sulle origini del Sars-CoV-2 a Paesi e regioni di tutto il mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e la Cina spingono in due direzioni differenti. L’agenzia con sede a Ginevra, forse insospettita da eventuali prove rinvenute dall’intelligence americana, o forse perché semplicemente insoddisfatta del report ottenuto al termine dell’ultima missione effettuata in loco, ha ridato adito all’ipotesi dell’eventuale fuga del virus da un laboratorio di Wuhan. Attenzione: questo non significa che gli esperti dell’Oms ritengano plausibile questa pista. Vuol dire, semmai, che la Lab Leak Theory non è più considerata una teoria complottista ma una possibile verità. La Cina ha idee ben diverse. Pechino non solo rigetta l’ipotesi della fuga accidentale del coronavirus da una struttura situata a Wuhan, ma non intende neppure prenderla in considerazione. A maggior ragione dopo che una squadra di esperti dell’Oms ha indagato nella città e all’interno del suddetto laboratorio. La posizione cinese è chiara: noi abbiamo collaborato, siamo stati trasparenti e nessuno ha trovato indizi. Quindi, ed è questa la controproposta del Dragone, è bene che l’Oms inizi a guardare altrove.

Posizioni inconciliabili. Un piano di tracciamento delle origini che prenda nuovamente in esame Wuhan? Nemmeno per idea. Il viceministro della Sanità cinese, Zeng Yixin, è stato chiarissimo: impossibile accettare una mossa del genere, un piano che “ignora il buonsenso e sfida la scienza”. Nei giorni scorsi, infatti, l’Oms ha proposto una seconda fase di studi sulle origini del Covid in Cina, comprensiva – e questo è il punto focale – dei dati di laboratorio contenuti nel Wuhan Institute of Virology e inerenti ai mercati cittadini di Wuhan. Pechino, che agli occhi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riteneva di esser stata già abbastanza trasparente, non ha affatto preso bene la strada intrapresa dall’agenzia internazionale. A questo proposito si segnalano le dichiarazioni rilasciate da Yuan Zhiming, direttore del laboratorio di biosicurezza del WIV, e da Liang Wannian, scienziato cinese che ha guidato il team Oms a Wuhan. Zhiming ha spiegato che il suo istituto non ha mai conservato o studiato il nuovo coronavirus prima che scoppiasse la pandemia. “L’Istituto di virologia di Wuhan? Non ha mai realizzato né progettato o fatto trapelare il nuovo coronavirus”, ha chiarito il direttore della struttura. Il signor Wannian, invece, ha proposto di lasciar perdere i laboratori e concentrare l’attenzione sugli animali. “Quella dovrebbe essere la direzione principale da seguire”, ha spiegato.

La richiesta cinese. Mentre il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto maggiore cooperazione alla Cina, quest’ultima ha ribadito proponendo all’agenzia di effettuare un altro tipo di indagine. Il viceministro Zeng ha ripetuto, per l’ennesima volta, che la Cina ha sempre sostenuto una “ricerca scientifica del virus”; ciò nonostante, il governo vorrebbe estendere lo studio internazionale e le indagini sulle origini del Covid anche in altri Paesi e regioni. Ovvero: l’Oms dovrebbe indagare anche all’estero, e non solo in Cina.

Inutile nascondersi dietro a un dito. I media cinesi hanno puntato il dito contro il laboratorio americano di Fort Detrick. Alludendo a incidenti avvenuti nel recente passato all’interno dell’installazione statunitense, la Cina spinge affinché l’Oms non metta pressione soltanto sul laboratorio di Wuhan. Insomma, siamo nel bel mezzo di uno scontro tra narrazioni contrapposte. E in un mare in tempesta del genere, la scienza ha l’obiettivo di mantenere saldo il timone.

Il “mistero” del laboratorio americano. Federico Giuliani su Inside Over il 25 luglio 2021. Nelle campagne del Maryland, a un’ora di macchina da Washington, si staglia lo United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, ovvero l’Istituto di ricerca medica sulle malattie infettive dell’esercito degli Stati Uniti (USAMRIID). Controllato dallo U.S. Army, si tratta del più importante centro americano per la ricerca sulle contromisure da adottare in caso di guerra biologica. Siamo a Fort Detrick, nel cuore del campus di circa 5.300 ettari che ospita strutture ed edifici chiamati a gestire il programma di difesa biologica degli Stati Uniti. Accanto allo USAMRIID troviamo lo U.S. Army Medical Research and Development Command (USAMRDC), il National Cancer Institute-Frederick (NCI-Frederick), la National Interagency Confederation for Biological Research (NICBR) e il National Interagency Biodefense Campus (NIBC). Ricerca, analisi, sviluppo biomedico e studio di agenti patogeni, compresi i più pericolosi, come Ebola e vaiolo: ecco le attività chiave praticate, da anni, nel complesso di Fort Detrick. Un complesso, date le sue profonde connessioni con il Dipartimento della Difesa e l’esercito americano, impermeabile e misterioso. Lo USAMRIID, ad esempio, è l’unico laboratorio della difesa statunitense attrezzato per garantire il massimo livello di biosicurezza, il BLS-4. Anche se l’istituto adotta elevati standard di sicurezza, e attua controlli rigorosi così da scongiurare contaminazioni, in passato si sono registrati diversi incidenti. La lista completa, o meglio l’archivio, degli errori di laboratorio è consultabile sul sito della stessa USAMRIID. Stando alle ultime informazioni diffuse, dal 2010 in poi non sarebbero stati riscontrate prove di ipotetiche fuoiscite di malattie uscite dai laboratori dell’area, né dal centro di ricerca.

Incidenti e sospensioni. In ogni caso, il 5 agosto 2019, il New York Times ha riportato la notizia di un incidente che ha portato alla sospensione, per alcuni mesi, delle ricerche sui virus pericolosi. Un mese prima, nel luglio 2019, il Cdc, Centro per la prevenzione e controllo delle malattie americano, aveva inviato a Fort Detrick una lettera contenente l’ordine di chiusura del laboratorio BSL-4 del campus a tempo indeterminato e per motivi “di sicurezza nazionale”. Il Cdc, non a caso, aveva ispezionato lo USAMRIID a giugno, rilevando un incidente di biocontenimento. Le cronache sono a macchia di leopardo e non sempre chiarissime. L’Independent, dopo aver fatto notare che Fort Detryck “è stato l’epicentro della ricerca sulle armi biologiche dell’esercito americano dall’inizio della Guerra Fredda”, ha scritto che l’interruzione decisa dal Cdc è avvenuta in seguito a un controllo dello stesso ente di sanità pubblica del governo che avrebbe riscontrato “diversi problemi con le nuove procedure utilizzate per decontaminare le acque reflue”. Scendendo nel dettaglio, scopriamo che “per anni la struttura ha utilizzato un impianto di sterilizzazione a vapore per trattare le acque reflue” ma “dopo che una tempesta ha allagato e rovinato un macchinario, lo scorso anno (nel 2018 ndr), Fort Detrick è passato a un nuovo sistema di decontaminazione a base di sostanze chimiche”. Gli ispettori del Cdc hanno quindi scoperto che queste procedure non erano sufficienti per seguire correttamente le regole. Le attività di ricerca sono tuttavia ripartire nella primavera 2020.

La (contro)narrazione di Pechino. Data la sostanziale incertezza che ancora aleggia sulla determinazione esatta delle origini del Sars-CoV-2, e l’eventualità che il patogeno possa essere fuggito accidentalmente dal Wuhan Institute of Virology, un laboratorio cinese situato proprio a Wuhan, primo epicentro noto della pandemia di Covid-19, la Cina ha tirato fuori dal cilindro una sua (contro)narrazione. Gli Stati Uniti hanno più volte accusato Pechino di aver nascosto dati e ostruito le indagini che avrebbero dovuto chiarire lo scoppio dell’emergenza globale. Alcuni esperti ritengono plausibile la fuoriuscita del coronavirus dall’istituto di Wuhan, ma al momento non ci sono ancora prove schiaccianti per convalidare o meno tale posizione. La Cina ha sempre negato la cosiddetta Lab Leak Theory, anche se da quando Joe Biden ha aumentato la pressione sulla pista del laboratorio, la situazione, per il Dragone, è diventata piuttosto complessa da gestire, almeno dal punto di vista dell’immagine internazionale. Per alimentare la confusione all’interno dell’opinione pubblica, e al contempo mettere all’angolo Washington, i media cinesi – e con loro diverse figure istituzionali, come ad esempio Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese – hanno tirato in ballo Fort Detrick. Perché, è in sostanza il discorso di fondo, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha indagato soltanto su quanto accaduto nel laboratorio di Wuhan? Per quale motivo nessuno ha ancora fatto un sopralluogo nelle strutture statunitensi? Cosa hanno da nascondere gli americani? La posizione di Pechino, dunque, si inserisce nel perfetto scontro tra propagande/narrazioni contrapposte. A chi chiede di fare luce sul Wuhan Institute of Virology, la Cina rimanda a Fort Detrick. Un muro contro muro, questo, che non fa altro che danneggiare la ricerca della verità obiettiva in merito alle origini della pandemia. La Cina, insomma, continua a insistere su Fort Detrick. Il portavoce Zhao Lijian, come riportato dal Global Times, ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero essere trasparenti e adottare misure per indagare a fondo sulla fonte della propria pandemia. Non solo: Fort Detrick e più di 200 laboratori biologici americani all’estero devono essere indagati. Quasi 5 milioni di cinesi hanno intanto firmato un lettera aperta per chiedere all’Oms di indagare sul complesso americano situato nel Maryland. Pechino, infine, è stato chiarissimo nel ribadire come la Cina non possa accettare il piano dell’Oms inerente alla seconda fase di uno studio sulle origini del COVID-19. Zeng Yixin, vice ministro della Commissione sanitaria nazionale, si è detto “piuttosto sorpreso” dalla richiesta di approfondire le origini della pandemia e, in particolare, la teoria secondo cui il virus potrebbe essere trapelato da un laboratorio cinese. Il signor Zeng ha liquidato la teoria delle fughe di laboratorio come una voce che va contro il buon senso e la scienza. “È impossibile per noi accettare un tale piano di tracciamento delle origini del virus”, ha concluso il viceministro cinese.

Ombre cinesi su Fort Detrick. La narrazione cinese, vera o falsa che sia, ha avuto un notevole impatto per due motivi. Intanto non sappiamo ancora niente sulle origini del Sars-Cov-2. Dunque, finché non sarà fatta chiarezza sulla vicenda, qualsiasi pista potrà trovare terreno fertile, soprattutto, come detto, nel bel mezzo di una guerra tra differenti propagande. Dopo di che bisogna concentrarci sull’alone di mistero che da sempre aleggia su Fort Detrick. Trattandosi di un campus all’interno del quale vengono affrontate questioni delicatissime, è chiaro che gli Stati Uniti non abbiano interesse a svelare informazioni connesse tanto con l’esercito, quanto con temi di sicurezza nazionale. Probabilmente nessun Paese al mondo aprirebbe mai le porte delle proprie strutture top secret per dare in pasto alla comunità internazionale dati e segreti più o meno compromettenti. La Cina lo sa bene e, indipendentemente dal Covid, ha pensato bene di fare leva su questo limite invalicabile. Certo è che, analizzando Fort Detrick, emergono diverse contraddizioni che potrebbero scalfire l’immagine americana (e questo è forse un altro obiettivo di Pechino). Gli Stati Uniti hanno ufficialmente abbandonato il loro programma di armi biologiche nel 1969, eppure Fort Detrick ha proseguito la ricerca difensiva sugli agenti patogeni mortali. Il Medical Research Institute of Infectious Diseases dell’esercito spiega che la sua missione principale della struttura è oggi quella di fornire protezione “dalle minacce biologiche”. Benissimo. Ma nel frattempo gli addetti del complesso indagano anche su focolai di malattie tra i civili e altre minacce alla salute pubblica. Inoltre, come se non bastasse la chiusura momentanea avvenuta nel 2019, il laboratorio di Fort Detrick ha dovuto fare i conti con un’altra sospensione temporanea per via di errori nella gestione dei patogeni studiati all’interno dell’edificio; nel 2009, ad esempio, la ricerca del centro è stata interrotta perché gli scienziati locali stavano immagazzinando patogeni non elencati nell’inventario dell’istituto. Altro aspetto da rimarcare riguarda gli studi gain-of-function attuati in America e, forse, anche in Cina. Secondo alcune indiscrezioni (il condizionale è d’obbligo), sarebbe proprio a causa di studi simili che Washington avrebbe dovuto momentaneamente chiudere alcuni dei suoi laboratori. Il Cdc è stato emblematico: “Le due violazioni (avvenute a Fort Detrick) segnalate dall’USAMRIID al Cdc hanno dimostrato un fallimento del laboratorio dell’esercito nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti o tossine selezionate che sono state effettuate da operazioni nel livello di biosicurezza 3 e 4”. In base a questo, è emerso che qualche anno fa lo USAMRIID avrebbe lavorato di sponda con altri laboratori americani e stranieri, tra cui, probabilmente, anche alcune strutture cinesi. A quanto pare Fort Detrick era collegato al National Microbiology Lab canadese di Winnipeg, un centro di ricerca a sua volta – pare – “penetrato” completamente dai cinesi, incluso un membro della China’s biowarfare community. Ecco perché, Covid o meno, le ombre cinesi potrebbero preoccupare Washington.

Covid, il giallo dei campioni di sangue di Wuhan e i (possibili) nuovi indizi. Federico Giuliani su Inside Over il 23 luglio 2021. Risalire al paziente zero della pandemia di Covid-19 per chiarire meglio l’origine temporale della diffusione del virus. Da oltre un anno gli scienziati lavorano in questa direzione, anche se rintracciare l’identikit della prima persona infettata dal Sars-CoV-2 è un’operazione complessa, ai limiti dell’impossibile. E lo sarà sempre di più con il passare dei mesi, quando le prove saranno via via meno nitide. La caccia al paziente zero, insomma, può essere paragonata alla ricerca di un ago all’interno di un pagliaio. A complicare ulteriormente la situazione, come se non bastassero le condizioni di fondo, c’è un altro aspetto non da poco. Il primo epicentro noto della pandemia è situato in Cina, precisamente nella città di Wuhan. Pechino considera quanto accaduto nella provincia dello Hubei soltanto il primo focolaio ufficiale registrato al mondo, sottintendendo che il virus potrebbe essersi diffuso chissà dove, chissà come. La scorsa primavera, intanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha spedito un team di esperti direttamente a Wuhan. Il loro obiettivo: raccogliere dati e informazioni, così da fare luce sulle origini del Sars-CoV-2. Le autorità cinesi hanno fornito il supporto richiesto, anche se quanto emerso non è fin qui stato sufficiente per trovare risposte autorevoli.

L’analisi sui campioni di sangue. La Cina e l’Oms ritengono che il primo contagio risalga al dicembre 2019. Già qui sorge la prima discrepanza, dato che il South China Morning Post ha scritto che il paziente zero sarebbe in realtà un 55enne della provincia dello Hubei che avrebbe mostrato i primi sintomi a partire dalla metà del novembre 2019. È subito emerso il dubbio che, forse senza che nessuno ne fosse a conoscenza, il virus circolasse in Cina addirittura dall’autunno. È qui che spuntano i campioni del sangue. Di chi? Dei cittadini cinesi ricoverati in ospedale o ammalatisi nel periodo precedente allo scoppio dell’emergenza. Analizzando i loro campioni di sangue, potrebbero emergere interessanti sorprese. Qualcuno, ad esempio, potrebbe essersi infettato ancora prima del dicembre 2019. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la Cina si starebbe preparando a testare i campioni di sangue raccolti proprio nel periodo precedente all’epidemia. L’obiettivo, in questo caso, è trovare tracce o prove di infezione. La ricerca, che sarà condotta a Wuhan, non era ancora stata realizzata perché un procedimento del genere, stando a quanto riferito dallo scienziato cinese Liang Wannian, può avvenire solo una volta trascorso un periodo di conservazione del sangue di due anni.

Alla ricerca di prove. Non è chiaro il numero di campioni di sangue conservato, né se verranno sottoposti a screening campioni provenienti da altre parti del Paese. Non sappiamo neppure quando scadrà il periodo di due anni, anche se le autorità cinesi si sono messe in moto per dare il via alle operazioni. Liang ha spiegato che il test dei campioni di sangue conservati potrebbe aiutare a identificare le infezioni da Covid-19 eventualmente presenti prima del primo paziente zero ufficiale. Pechino, come detto, sta formulando in anticipo il piano di attuazione necessario per svolgere il lavoro di indagine. “Quando i campioni di sangue potranno essere testati dopo il periodo di conservazione, effettueremo i test pertinenti e condivideremo gli eventuali risultati con esperti cinesi e stranieri”, ha aggiunto Liang. A quanto pare, prima della fine del suddetto periodo, i campioni di sangue potevano essere maneggiati soltanto per risolvere controversie mediche o legali, come ad esempio contaminazioni del sangue in seguito a trasfusioni.

Una domanda sorge spontanea: perché aspettare così tanto tempo quando in gioco c’è la possibile risoluzione dell’enigma Covid? Va da sé che i riflettori sono adesso puntati sul Wuhan Blood Center, dove dovrebbero essere conservati i campioni. Nonostante la proposta cinese, c’è tuttavia chi teme che tali campioni possano essere alterati, o peggio distrutti, per nascondere indizi rilevanti. Tra sospetti e paranoie, le ricerche sulle origini del Covid non si fermano.

La Cina sbraita contro la nuova indagine sull’origine del virus: «Dall’Oms solo arroganza». Federica Parbuoni giovedì 22 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. L’ipotesi che l’Oms possa condurre una nuova indagine in Cina per accertare l’origine del Covid ha fatto andare su tutte le furie Pechino, che si è detta «scioccata». Per le autorità cinesi, infatti, la proposta arrivata da Ginevra e che allude alla possibilità che il virus sia fuggito dal laboratorio di Wuhan è «arrogante» e manca di «rispetto per il buonsenso».

Pechino contro l’«arroganza» dell’Oms. La Cina, dunque, non accetterà «un tale piano di tracciamento delle origini poiché, in alcuni aspetti, ignora il buon senso e sfida la scienza», ha spiegato Zeng Yixin, il vice direttore della Commissione sanitaria nazionale cinese, che ha affidato le sue parole al tabloid Global Times.

La seconda fase di studi sull’origine del virus in Cina. La proposta dell’Oms, avanzata nei giorni scorsi chiedendo trasparenza alle autorità cinesi, prevede una seconda fase di studi sull’origine del virus che comprende anche una nuova missione in Cina e l’esame dei dati del Laboratorio di virologia e dei mercati di Wuhan. Ma per Zeng ciò che è stato affrontato durante la prima fase «non va ripetuto» e l’Oms dovrebbe piuttosto portare avanti un lavoro «in più Paesi e regioni del mondo». Dunque, Pechino, rivendicando che non ci siano «interferenze politiche», rilancia la tesi che il Sars-Cov-2 sarebbe nato ad altre latitudini.

Le indiscrezioni sull’accordo tra Pechino e Washington. Un paio di giorni fa, invece, erano circolate indiscrezioni secondo le quali le autorità cinesi, nell’ambito di un accordo con gli Usa, sarebbero state pronte ad ammettere l’errore della fuga dal laboratorio. Di contro Washington, insieme all’assunzione di responsabilità, avrebbe preso per buona anche la versione secondo cui Pechino sarebbe venuta a conoscenza dell’incidente solo di recente, dopo oltre un anno di indagini, decidendo poi di perseguire gli scienziati che lo avrebbero insabbiato.

Antonio Fatiguso per l’ANSA il 22 luglio 2021. La Cina ha reagito con stizza alla proposta dell'Oms di una nuova missione a Wuhan alla ricerca delle origini del Covid-19, definendo l'iniziativa, che punta anche a verificare l'ipotesi di un incidente di laboratorio, come "arroganza verso la scienza". Zeng Yixin, numero due della Commissione sanitaria nazionale, ha stroncato le velleità di riapertura del capitolo che Pechino considera definitivamente chiuso dopo la missione di inizio anno degli esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità compiuta assieme a colleghi cinesi nella città dove per primo è stato rilevato il virus alla fine del 2019. Una chiusura che la Casa Bianca ha definito "irresponsabile" e "pericolosa" per bocca della portavoce Jen Psaki e che anche l'Ue ha censurato, appoggiando apertamente la richiesta dell'Oms in nome della "trasparenza". Pechino invece non ha alcuna intenzione di tornare sul banco degli imputati e, a pochi giorni dalla richiesta più dettagliata dell'agenzia Onu, ha tenuto una conferenza stampa dedicata al 'tracciamento dell'origine del Covid-19', schierando la prima linea dei suoi esperti in materia. La Cina non accetterà mai una seconda indagine "poiché ignora il buon senso e sfida la scienza", ha tuonato Zeng con toni mai così duri verso l'Oms, accusato finora al contrario dall'Occidente di essere stato troppo morbido con Pechino. La scorsa settimana, il numero uno dell'organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus ha affermato che c'è stata una "spinta prematura" ad escludere la teoria secondo cui il virus sarebbe uscito dal laboratorio di Wuhan. Zeng dal canto suo ha affermato di essere rimasto sorpreso quando ha letto per la prima volta il piano dell'Oms perché ha elencato, tra l'altro, l'ipotesi di una violazione cinese dei protocolli di laboratorio come causa del rilascio del virus durante le attività di ricerca. "Speriamo che l'Oms riesamini seriamente le considerazioni e i suggerimenti degli esperti cinesi e tratti veramente il tracciamento dell'origine del Covid-19 come una questione scientifica, liberandosi dalle interferenze politiche", ha aggiunto, ricordando che Pechino "si è sempre opposta alla politicizzazione" della vicenda. La proposta dell'Oms è maturata tra le crescenti pressioni internazionali, in gran parte degli Stati Uniti, per ulteriori indagini a Wuhan e in particolare sull'Istituto di virologia. "C'è già stato uno studio dell'Oms sulle origini del Covid, ma occorre portare avanti il lavoro per capire l'origine del virus e la sua diffusione tra la popolazione, senza escludere qualsiasi possibilità a priori", ha ribadito da Bruxelles un portavoce della Commissione europea in merito al rifiuto cinese. A maggio il presidente americano Joe Biden ha ordinato all'intelligence Usa di trovare risposte in 90 giorni alle numerose domande sull'origine del nuovo coronavirus, con un rapporto che potrebbe essere pronto al più tardi per settembre. Zeng ha esortato l'agenzia di Ginevra ad espandere gli sforzi di ricerca oltre la Cina, puntando su altri Paesi. "Abbiamo presentato il 4 luglio all'Oms le nostre raccomandazioni per la fase 2, ritenendo che lo studio dovrebbe essere basato sul lavoro congiunto Oms-Cina e condotto in molti altri luoghi in tutto il mondo dopo le consultazioni complete con gli Stati membri". I funzionari cinesi, di fronte al crescente accerchiamento, hanno tra le varie ipotesi riesumato le teorie non dimostrate che hanno collegato il virus alla base militare Usa di Fort Detrick: una petizione online sui social in mandarino ha raccolto oltre 5 milioni di adesioni per chiedere sul punto "un'indagine internazionale approfondita". 

L’Oms cambia rotta e rompe con la Cina sull’origine del Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 22 luglio 2021. Cresce la tensione tra la Cina e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Se un anno e mezzo fa, durante le prime fasi della pandemia di Covid-19, l’agenzia con sede a Ginevra era più volte stata accusata di aver coperto i presunti errori commessi da Pechino nella gestione iniziale del virus, oggi quell’idillio, reale o immaginario che fosse, sembra essere giunto ai titoli di coda. Basta ascoltare le ultime parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, per capire che il vento è cambiato. “Speriamo che ci sia una migliore cooperazione per scoprire che è accaduto davvero. Il primo problema è la condivisione dei dati grezzi e ho detto, alla conclusione della prima fase delle indagini, che questo problema andava risolto. Il secondo è che c’è stato un tentativo prematuro di ridurre il numero di ipotesi, come quella del laboratorio”, ha spiegato Ghebreyesus nel corso di una conferenza stampa. L’Oms ha sostanzialmente invitato la Cina a collaborare di più nell’indagine sulle origini della pandemia di Covid-19 e riabilitato la pista del laboratorio. E pensare che la scorsa primavera, al termine della missione ufficiale di un team di esperti inviati dall’agenzia a Wuhan, la tessa Oms aveva sbandierato un report nel quale definiva “estremamente improbabile” l’eventuale fuoriuscita del Sars-CoV-2 dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Anche se la tesi prevalente, almeno per il momento, resta la trasmissione zoonotica da animale a uomo, mediante l’azione di un animale intermedio ancora da identificare, la Lab Leak Theory ha riacquisito una sua centralità.

Il rifiuto cinese. Non sappiamo per quale motivo l’Oms abbia rimesso (quasi) tutto in discussione. Sarà un caso, ma da quando Joe Biden ha chiesto all’intelligence americana di scavare a fondo per portare a galla prove e informazioni sulle origini del virus, i riflettori sono tornati a illuminare la facciata del WIV. Una settimana fa Ghebreyesus ha chiesto un audit dei laboratori nelle aree in cui sono stati identificati i primi casi di coronavirus; una lunga perifrasi, questa, per riferirsi niente meno che alla città di Wuhan. L’Oms ha sostanzialmente chiesto a Pechino nuovi chiarimenti, da conseguire imbastendo una seconda indagine proprio nel capoluogo della provincia dello Hubei. La Cina non ha creduto alle proprie orecchie e si è detta “scioccata” dalle dichiarazioni dell’agenzia. Ma la risposta vera e propria è arrivata dalla bocca di Zeng Yixin, viceministro della Commissione nazionale per la Salute. L’alto funzionario cinese ha spiegato di essere rimasto sconvolto dal piano dell’Oms di avviare una seconda fase di studio sull’origine del nuovo Covid. Per quanto riguarda la teoria di una fuga da un laboratorio di Wuhan, si tratterebbe soltanto “di rumors in contrasto con il buon senso”.

Nervi tesi. Ricapitolando: da una parte troviamo l’Oms, pronta a cercare nuove tracce sulle origini del Covid, e desiderosa di avviare una seconda missione in terra cinese; dall’altra c’è la Cina, convinta di aver già aperto tutte le sue porte alla comunità internazionale. Il Dragone è rimasto alquanto irritato dall’uscita dell’agenzia internazionale, tanto che il signor Zeng ha definito la proposta dell’Oms una “mancanza di rispetto” e “una forma di arroganza nei confronti della scienza”. E pensare che all’inizio della pandemia, quando l’opinione pubblica sospettava che la Cina avesse nascosto di proposito i primi contagi nel tentativo di insabbiare l’emergenza globale, Tedros Ghebreyesus fu il primo a volare a Pechino per cercare di calmare le acque. A due passi dalla Città Proibita, il direttore dell’Oms incontrò Xi Jinping in persona per elogiare la trasparenza della Cina e il modello di contenimento attuato dalle autorità cinesi. “Guai a politicizzare la pandemia”, avvertivano gli esperti dell’Oms. Gli stessi esperti che adesso sono entrati in rotta di collisione con la Cina, che dal canto suo punta il dito contro il laboratorio di Fort Detrick negli Usa, situato vicino Washington e al centro della ricerca americana contro il bioterrorismo.

"Virus fuggito da Wuhan", c'è l'intesa Usa-Cina"Virus fuggito da Wuhan", c'è l'intesa Usa-Cina. Paolo Liguori il 22 Luglio 2021 su Il Giornale. Pressing di Biden su Xi, diplomazie al lavoro. Decisivo il ruolo dell'intelligence. Il giallo più importante del secolo sembra non avere mai fine. Eppure la soluzione è semplice: il virus Covid 19 è fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan, dove si lavorava da tempo per l'arricchimento di un virus naturale, a scopi di ricerca e militari. La notizia ormai è confortata da decine di informazioni e di ricerche e perfino da video originali dell'Istituto delle scienze cinese che risalgono addirittura al 2015. Tutto chiaro? Assolutamente no: la Cina è una grande potenza mondiale, con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu e una posizione di assoluto predominio nell'Oms e dal novembre 2020 muove senza soste i suoi servizi d'informazione per mettere a tacere l'incidente e per negare qualsiasi coinvolgimento. Ma inesorabilmente la verità si fa strada tra le macerie della pandemia mondiale. A questo punto, il presidente Joe Biden ha a sua disposizione il rapporto dell'intelligence statunitense che aveva richiesto: un pezzo dopo l'altro, le informazioni coincidono e provengono contemporaneamente da tutte le Agenzie che sono state allertate e che si sono avvalse anche della collaborazione di tutte le altre agenzie di informazione del mondo libero, le più libere dai condizionamenti della Cina Popolare. I rapporti e le prove convergono in un'unica direzione, ma il punto cruciale è in che modo annunciare i risultati, tenendo conto degli effetti sulla politica mondiale. Per questo motivo, è in corso un lungo e complicato negoziato sotterraneo, per arrivare entro settembre ad una base accettabile di verità, che riveli i vari livelli di coinvolgimento e di responsabilità. Ad esempio, dalle relazioni risulta che con il laboratorio di Wuhan, in passato, abbiano collaborato anche scienziati occidentali e perfino americani. Fino a che punto erano al corrente i francesi e gli olandesi degli esperimenti sul cosiddetto guadagno di funzione, che pure hanno certamente lavorato a Wuhan, degli esperimenti sul guadagno di funzione sul Covid 19? E i britannici? Quanti di loro hanno seguito il percorso fino al Virus Chimera, cioè all'avvenuta trasformazione del virus originario dei pipistrelli? Di sicuro, all'inizio, non hanno lavorato soltanto scienziati cinesi, ma gli esperimenti erano noti anche ad altri laboratori nel mondo. Da un certo punto in poi, però, il controllo è passato all'Esercito Popolare e da lì la riservatezza è stata assoluta. Si tratta di stabilire, nel negoziato, se il silenzio dai primi di novembre alla fine di dicembre 2020 sia stato applicato verso l'esterno della Cina oppure anche verso le istituzioni cinesi. Sono punti fondamentali per disegnare una exit strategy che coinvolga il governo di Xi in una soluzione accettabile o in un micidiale braccio di ferro. Inoltre, bisogna ricordare le responsabilità del direttore generale dell'Oms Tedros Adhanon Ghebreyesus, colpevole di ritardi e spiegazioni di comodo, salvo l'ammissione recente (e tardiva) che l'ipotesi del virus proveniente dal laboratorio non può essere scartata. E nel dossier dell'intelligence compaiono anche le responsabili complicità di due scienziati occidentali, l'inglese Peter Daszak di EchoHealth Alliance, che ha ricevuto un'enorme mole di finanziamenti e il professore americano Ralph Baric, del dipartimento di microbiologia e immunologia presso l'Università North Carolina. Tutto il «lato oscuro» del virus è destinato a venire fuori perché, come ha dichiarato di recente Mike Pompeo, amministrazione Trump, «il virus non è questione di repubblicani o democratici, è questione di vita o di morte». E, dal punto di vista dei danni, gli interessi Usa e occidentali sono stati molto colpiti negli ultimi venti mesi, a vantaggio di quelli cinesi. Adesso aspettiamo che il negoziato produca un esito trasparente, rivelando l'unica verità sul virus e consentendo alla Cina di rinunciare ad una vocazione imperiale che l'Occidente non può concedere.

“Fuga dal laboratorio credibile”: Usa in pressing su Pechino. Federico Giuliani su Inside Over il 19 luglio 2021. Alla fine di maggio, Joe Biden aveva incaricato l’intelligence americana di indagare a fondo sulle origini della pandemia di Covid-19. Il presidente democratico era stato chiaro: nell’arco di 90 giorni, le agenzie statunitensi avrebbero dovuto riferire quanto scoperto, mentre le altre strutture del Paese erano chiamate ad assistere alle indagini dei servizi segreti, magari preparando domande scottanti da rivolgere, in un secondo momento, al governo cinese. Adesso che il limite temporale fissato da Biden è sempre più vicino, un discreto numero di alti funzionari dell’amministrazione in carica – gli stessi che stanno sovrintendendo alla revisione attuata dall’intelligence – ritiene che la Lab Leak Theory sia credibile almeno quanto la possibilità che il virus possa essersi sviluppato in natura. A rivelarlo è stata la Cnn, la quale non ha mancato di sottolineare il radicale cambiamento attuato dal Partito Democratico. Già, perché un anno fa, quando Donald Trump e i Repubblicani insistevano sull’eventualità che il Sars-CoV-2 potesse essere fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan, i Democratici sminuivano pubblicamente la teoria della “fuga dal laboratorio”. Per quale motivo, ora, gli uomini di Biden dovrebbero aver cambiato idea?

Cambio di passo. La comunità di intelligence americana è ancora divisa in merito alle origini del Sars-CoV-2: da una parte c’è chi ritiene che il virus sia del tutto naturale e figlio di una zoonosi; dall’altra chi dà credito all’eventuale fuoriuscita del patogeno dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Dal momento in cui Biden ha ordinato indagini approfondite, sono emerse ben poche prove per far spostare l’ago della bilancia in una direzione piuttosto che nell’altra. Eppure la Lab Leak Theory è finalmente stata seriamente presa in considerazione dai massimi funzionari dell’amministrazione Biden. Si tratta senza ombra di dubbio di un’apertura sensazionale, che arriva in un momento delicato e in un contesto scientifico entro il quale un elevato numero di esperti ritiene che vi siano prove a sostegno dell’origine naturale del virus. Sia chiaro: le attuali informazioni lasciano intendere che il Sars-CoV-2 abbia molto probabilmente avuto origine naturalmente, dal contatto uomo-animale. In ogni caso, non è più ufficialmente esclusa a priori la possibilità che il patogeno possa essersi diffuso in seguito a una fuga dal laboratorio di Wuhan, dove sono state condotte ricerche sul coronavirus direttamente sui pipistrelli.

Frizioni Oms-Cina. Se in America il Partito Democratico ha preso atto della concretezza della Lab Leak Theory, dall’altra parte del mondo si segnalano frizioni tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e la Cina. Il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rinnovato l’appello a Pechino affinché il gigante asiatico cooperi nell’indagine sulle origini del Covid. “Chiediamo alla Cina di essere aperta e trasparente e di cooperare. Sapere quello che è successo è qualcosa che dobbiamo ai milioni di persone che hanno sofferto e ai milioni di persone che sono morte”, ha detto in conferenza Ghebreyesus. Dal canto suo, la Cina ha sempre sostenuto di aver cooperato con l’Oms – che, ricordiamolo, nei mesi scorsi ha mandato a Wuhan un team di esperti a indagare, ma a cui sarebbe stato impedito l’accesso a informazioni e siti fondamentali – e ha contestato i tentativi di “politicizzare” le indagini. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha fornito una risposta emblematica: la Cina respinge le accuse dell’Oms di non aver condiviso i dati. Gli esperti internazionali, al contrario, avrebbero avuto un adeguato accesso ai documenti, mentre il governo cinese “ha permesso agli scienziati di vedere i dati originali che richiedevano un’attenzione speciale”, sebbene “alcune informazioni fossero vincolate al rispetto della privacy personale e non potessero essere portate fuori dal Paese”. Il braccio di ferro continua.

Anna Lombardi per La repubblica il 17 luglio 2021. «Serve una nuova missione in Cina, per proseguire le ricerche sull'origine del coronavirus, anche nei laboratori». Lo ha affermato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell'Organizzazione mondiale della Sanità. Una proposta arrivata dopo le affermazioni da lui fatte giovedì, durante la conferenza stampa dove, ribadendo la gravità delle nuove varianti, aveva rivolto un appello al Dragone: «All'inizio della pandemia non tutti i dati sono stati condivisi. Chiediamo alla Cina di essere più aperta, trasparente, collaborativa. Dobbiamo la verità a milioni di morti». Per poi riaffermare quanto già detto in passato: «C'è stata una spinta prematura a escludere la teoria del virus fuggito dal laboratorio di Wuhan». Sì, da tempo Ghebreyesus mette in dubbio il rapporto diffuso a marzo dalla stessa Organizzazione da lui diretta, dove la fuga del virus dal centro ricerche di Wuhan veniva liquidata come "improbabile": «Nei laboratori gli incidenti accadono, sono immunologo, lo so». Altri studiosi, d'altronde, credono che la delegazione di 17 esperti dell'Oms inviata in Cina a fine gennaio, non abbia potuto approfondire le ricerche, ottenendo accesso solo a dati già raccolti e compilati dai colleghi cinesi ma non a quelli grezzi, come, ad esempio, i campioni di sangue dei primi pazienti. Non solo. Ad aggravare i sospetti, arrivano ora pure i risultati di un'indagine del Washington Post, che ha individuato importanti errori nel report: ad esempio, la sequenza del genoma del presunto paziente zero, un 41enne conosciuto come Patient SO1 confusa con quella di un altro malato di 61 anni. «Effettivamente ci sono involontari errori di edizione», ammette in una mail al quotidiano il portavoce dell'Oms, Tarik Jasarevic: «Tre delle 13 sequenze sono sbagliate». Il rapporto di 313 pagine, promette, sarà dunque revisionato e corretto. Ma le domande restano, anzi, aumentano. «Chi è il responsabile degli strafalcioni, la Cina, l'Oms?» chiede Lawrence Gostin, professore di Salute Globale all'università di Georgetown: «È importante saperlo, visto che riguardano proprio il primo malato ufficiale». Pechino respinge le accuse: «Politicizzare ostacola la ricerca» tuona il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian: «Agli esperti è stato dato accesso adeguato, hanno visto i dati originali ma le informazioni sono coperte da privacy, non possono essere copiate o uscire dal paese». Una nuova indagine, insomma, sembra fuori discussione.

Il Covid, l’Aids e la geopolitica del cospirazionismo. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 2 luglio 2021. Il controllo dell’informazione è fondamentale al fine del condizionamento dell’opinione pubblica, ovvero di quella massa corrispondente all’elettorato e alla “società pensante” dalla quale dipendono vita e morte dei regimi politici. E dato che informare può anche voler dire disinformare, cioè traviare volutamente, ne consegue che, come spiegava il grande burattinaio Licio Gelli, “il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”. Propaganda e disinformazione esistono dall’alba dei tempi, ma l’avvento delle società dell’informazione e il divenire del mondo un villaggio globale hanno elevato significativamente il potenziale destabilizzativo delle bufale (le cosiddette fake news) e naturalizzato progressivamente fenomeni quali le disinfodemie, le intossicazioni ambientali e gli inquinamenti informativi. Questi flussi ininterrotti e ininterrompibili di notizie provenienti da ognidove, teoricamente accurate eppure tra loro contrastanti, che tendono a dar luogo a delle veridiche esplosioni di informazioni, rendono le masse, oggi più che mai, esposte e vulnerabili a sovraccarichi e dissonanze di tipo cognitivo. Le disinfodemie sono divenute una parte integrante della quotidianità di coloro che vivono nelle cosiddette società aperte – realtà che, in quanto libere e pluralistiche di natura, sono prive degli anticorpi necessari per combattere efficacemente le intossicazioni informative che infestano i loro ambienti –, ma vi sono dei periodi in cui sperimentano degli incrementi vertiginosi di intensità: crisi economiche, elezioni, emergenze sociali, guerre e pandemie. E quanto accaduto nel corso dell’ultimo anno e mezzo, con le ondate disinfodemiche relative al COVID-19 – dall’affidabilità dei vaccini alle origini del virus –, non è che un déjà-vu, o meglio una riedizione contemporanea di quello tsunami di bufale che travolse il mondo ai tempi della diffusione globale dell’HIV/AIDS.

La battaglia delle narrazioni sul Covid 19. In tempi di grande crisi ed incertezza, colui che sa come volgere l’irrazionalità umana a proprio favore è re. È per questo che le grandi potenze, una volta comprese le reali dimensioni dell’attuale emergenza sanitaria, hanno cominciato a fare leva sul potere dei mezzi di informazione, nuovi e tradizionali, per plasmare le convinzioni delle opinioni pubbliche proprie e altrui in merito alla pandemia. Stampa e politologia hanno dato un nome a questa forma di guerreggiamento, a sua volta da inquadrare nel contesto della guerra fredda 2.0 tra Occidente a guida americana e Oriente a trazione sino-russa: la battaglia delle narrazioni. Da Pechino, dove l’imperativo era ed è quello di cancellare dalla memoria collettiva l’associazione “Cina=untore”, sono state diffuse teorie del complotto tese a scaricare la responsabilità del primo focolaio su Roma e a veicolare l’idea che il virus sia stato bio-ingegnerizzato in laboratorio da Washington e poi traghettato silenziosamente nel territorio cinese ai tempi della settima edizione dei Giochi mondiali militari, svoltasi a Wuhan nel mese di ottobre 2019. A Washington, dove è cambiato il presidente, ma non il registro, pur essendo stata messa la parola fine alla campagna contro il “China Virus” lanciata dall’amministrazione Trump, ai servizi segreti è stata affidata la missione di risalire alle vere origini del Covid19 e la teoria del virus uscito dal laboratorio di Wuhan continua a monopolizzare il dibattito pubblico, perché pompata da grande stampa e politici di ogni partito. Da Mosca, dove l’obiettivo era ed è quello di fare leva sui sentimenti vaccinofobici oltreconfine allo scopo di promuovere lo Sputnik V, è partita una campagna disinformativa avente come bersagli i prodotti delle case farmaceutiche euroamericane. E all’interno dell’Unione Europea, vittima inerme dei grandi giochi altrui fino ad un certo punto, media e politici, prevalentemente (ma non esclusivamente) appartenenti alla realtà liberal-progressista, hanno demonizzato lo Sputnik V sin dalla sua registrazione ufficiale e ne hanno sabotato l’ingresso nell’euromercato della sanità.

Il cospirazionismo medico dall’Hiv/Aids ad oggi. Quello che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo non è che un déjà-vu, o meglio un déjà-vecu, per coloro che hanno vissuto i tremendi anni Ottanta. Tremendi perché per Europa occidentale e Stati Uniti sarebbero stati il decennio del crack, dell’eroina e, soprattutto, della propagazione di una piaga sconosciuta nota come Hiv/Aids. Invisibile, avvolto da un manto di mistero, letale e particolarmente diffuso all’interno delle comunità afroamericane e omosessuali dell’America, il virus dell’Hiv era tutto ciò che di cui l’Unione Sovietica abbisognava per ammalare di paura e spaesare le società del benessere. E ci sarebbe riuscita. Come? Investendo tre miliardi di dollari l’anno in misure attive (active measures) nell’ambito dell’ipersegreta operazione Infektion, anche nota come operazione Denver. Portata avanti dal Kgb di concerto con la Stasi, l’operazione Infektion nasceva con l’obiettivo di convincere l’opinione pubblica mondiale della natura artificiale dell’Hiv: un’arma biologica, rispondente ad una logica eugenetistica – la purificazione della White America da quei “mali” rappresentati da afroamericani e omosessuali –, che gli scienziati al servizio dello Stato profondo avevano realizzato nei laboratori di Fort Detrick (Maryland) e di cui gli scienziati comunisti, come Jakob Segal, avevano scoperto la vera origine. Dal Secondo Mondo, notoriamente silente e sigillato ermeticamente, si sarebbe originato uno tsunami (dis)informativo a base di articoli di giornale, libri, pubblicazioni (pseudo)scientifiche e dichiarazioni scioccanti provenienti da anonime e improbabili gole profonde, che, alla ricerca di perdono e redenzione per l’enorme crimine perpetrato, avevano deciso di parlare ai microfoni della stampa sovietica. I risultati dell’operazione Infektion si sarebbero manifestati nel breve periodo, come mostrato dallo scoppio di gravi isterie collettive nei luoghi più impensabili, come l’India, e dal supporto dello spazio postcoloniale eurafrasiatico alla tesi cospirativa – il “rapporto Segal” sulle origini artificiali dell’Hiv/Aids fu letto, discusso e distribuito durante l’ottava conferenza del Movimento dei paesi non allineati (Harare, 1986) –, e continuano ad essere visibili ancora oggi: nel 2005, secondo uno studio firmato Rand Corporation e università dell’Oregon, quasi la metà degli afroamericani credeva che l’Hiv fosse di origine artificiale, più di un quarto credeva che fosse stato realizzato in un laboratorio governativo e uno su otto credeva che fosse stato fabbricato e diffuso dalla Cia a scopo genocidario. Le storie di successo delle operazioni psicologiche che ieri accompagnarono la diffusione dell’Hiv/Aids e che oggi stanno accompagnando il Covid19 – senza dimenticare il cospirazionismo di inizio anni Duemila circa le origini della Sars, da taluni ritenuta una bio-arma sviluppata dagli Stati Uniti per rallentare la crescita economica della Cina – ci insegnano e ci dicono qualcosa sulla natura umana: l’arcano affascina, strega e persuade, al di là della sua (in)verosimilità, perciò traviare le masse sarà sempre possibile.

Coronavirus, ecco a quando risale la prima epidemia-Covid: la scoperta che cambia le percezioni. Libero Quotidiano il 26 giugno 2021. Non siamo i primi ad affrontare una pandemia da coronavirus. Stando a una ricerca citata dalla Cnn, questo tipo di virus avrebbe origini molto lontane. Si parla addirittura di millenni fa. Un team di australiani e statunitensi, in particolare, ha trovato prove di un'epidemia di Covid scoppiata più di 20mila anni fa in Asia orientale. Nello studio pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology, si legge che i ricercatori hanno studiato i genomi di oltre 2.500 persone provenienti da 26 diverse popolazioni in tutto il mondo. E così hanno individuato la prima interazione del genoma umano con i coronavirus, che ha lasciato impronte genetiche sul Dna delle persone che oggi vivono in Asia orientale. L'autore principale della ricerca, Yassine Souilmi, ha spiegato che "i genomi studiati contengono informazioni evolutive sugli esseri umani risalenti a centinaia di migliaia di anni fa". Gli scienziati hanno trovato questi segnali genetici legati a un coronavirus in cinque diverse popolazioni situate in Cina, Giappone e Vietnam. Analizzando le popolazioni, i ricercatori hanno scoperto che un gruppo infetto ha sviluppato una mutazione benefica che ha contribuito a proteggerli dal coronavirus. Nonostante questa importante e sorprendente scoperta, però, gli scienziati che hanno contribuito allo studio non sanno come i nostri antenati abbiano vissuta la pandemia, soprattutto perché non è chiaro se si sia trattato di un evento stagionale, come l'influenza, o se sia stato piuttosto continuo, come l'attuale pandemia.

Ilaria Capua per il Corriere della Sera il 27 giugno 2021. Credo che sia giunto il momento di passare una lente di ingrandimento su una faccenda che è sulla bocca di molti e nei pensieri di tutti. L’ipotesi che il Sars-coV-2 abbia innescato una pandemia attraverso una falla nel sistema di biosicurezza del laboratorio di Wuhan. Inizio con una evidenza di cui non si parla. Le fughe di laboratorio di virus patogeni si sono verificate da quando esistono i laboratori. Hanno riguardato molti virus umani ed animali. Il caso più misterioso fu l’ultimo caso di vaiolo nel 1978 in Inghilterra. Il vaiolo era stato sostanzialmente eradicato dieci anni prima con un ultimo caso in Somalia e si riteneva ormai una piaga sconfitta. Janet Parker, una fotografa biomedica di Birmingham, lavorava al piano di sotto del laboratorio nel quale si mantenevano ceppi di vaiolo, si infettò, contagiò alcune altre persone e morì. Si suppone che il virus del vaiolo fosse entrato nelle condotte di aerazione, ma ciò non fu provato. Il direttore del laboratorio si suicidò.

Nel 1977 apparve sullo schermo radar dei virologi di tutto il mondo, nonché in alcuni pazienti ammalati, un ceppo influenzale in Russia, la cosiddetta «influenza russa», che è poi risultata essere figlia di un virus manipolato in laboratorio per crescere a temperature più basse, con lo scopo di produrre un vaccino vivo attenuato. 

Nel 2005 - fortunatamente senza alcuna conseguenza - sono stati distribuite dai Cdc americani (Centers for Disease Control and Prevention) 6.000 confezioni reagenti contenenti un virus influenzale H2N2 che non era stato propriamente inattivato, e quindi era potenzialmente infettivo e capace di innescare una pandemia. Un’emergenza sanitaria senza precedenti si è verificata nel Regno Unito nel 2001 in seguito ad una epidemia di afta epizootica che ha causato l’abbattimento di milioni di capi e sconvolto il Paese riempiendolo di pire di carcasse di animali ad unghia fessa. Ebbene pochi anni dopo, un’altra epidemia - di portata minore, ancora in Gran Bretagna - si ritiene sia stata causata da un virus sfuggito alle misure di biosicurezza di laboratorio. Quindi spero di aver fugato ogni dubbio: il rischio zero non esiste neanche qui. Le fughe di laboratorio accadono sia con virus naturali che con virus modificati in laboratorio, ed è anche per questo che dei ceppi virali dei virus eradicati (vaiolo e peste bovina) è stata ordinata la distruzione con l’autoclave. Ma la lente di ingrandimento non mi serviva per convincervi di questo, ma per porre un’altra prospettiva. Per mettere a fuoco un punto nel futuro, quello che riguarda gli esperimenti gain-of-function (GOF). Questi sono esperimenti di manipolazione di laboratorio (non necessariamente genetica) che fanno acquisire (gain) a un virus naturale alcune caratteristiche (function). Per esempio rendere il virus naturale più trasmissibile. Oppure renderlo più invasivo o modificare le sue affinità. Per esempio renderlo «neurotropo» ovvero più efficace a colonizzare il sistema nervoso.

Ecco, di questo tipo di esperimenti e della loro pericolosità si parlò molto nel 2012 in seguito ai risultati di studi condotti in parallelo su virus dell’aviaria H5N1 in Usa-Giappone e nei Paesi Bassi. Furono generate attraverso una serie di manipolazioni genetiche di virus influenzali delle varianti virali altamente patogene e nel contempo molto trasmissibili. Ci si pose allora la domanda se questi studi non dovessero essere sospesi perché troppo rischiosi per la salute pubblica e ne seguì una moratoria che oggi è decaduta e quindi sostanzialmente gli scienziati sono liberi di fare queste ricerche se approvate dalle autorità competenti.

Il nocciolo della questione odierna però non riguarda noi adesso, ma si proietta nei prossimi anni. Il motivo per allungare lo sguardo è perché dobbiamo ricordarci che le tecniche di manipolazione genetica sono sempre più diffuse e semplici da utilizzare. E quindi questo è un problema a cui bisogna pensare in prospettiva. Se non interveniamo adesso, noi potremmo immaginare centinaia se non migliaia di laboratori sparsi per il mondo che conservano e manipolano virus che hanno potenziale pandemico. In questo momento è assolutamente necessario che la società civile e le istituzioni insieme alla comunità scientifica si occupino di questo tema coinvolgendo nel dibattito non solo scienziati ma un arcobaleno di prospettive che vanno dall’etica, al rischio bioterroristico, alle inevitabili fughe di laboratorio - oltre alla sacrosanta libertà di ricerca. Una non banale valutazione costi-benefici.

Dagotraduzione dal Washington Post l'8 luglio 2021. Il contabile ha iniziato a sentirsi male l’8 dicembre 2019. Avrebbe poi detto agli esperti dell’Oms di non aver frequentato il mercato del pesce di Wuhan: gli preferiva un vicino RT-Mart, elegante supermercato a più piani sulla riva orientale del fiume Yangtze. Non tornava neanche da un viaggio. In che modo si era preso quel virus, allora? La ricerca sulle origini del virus si ferma qui, al paziente S01, il primo caso confermato di Covid in Cina, su cui si hanno pochissimi dettagli, tutti inseriti nel rapporto congiunto Oms-Cina pubblicato a marzo. Si sa per certo che S01 non è un pescivendolo, né un cacciatore di pipistrelli, e neanche uno scienziato di laboratorio. Fa il contabile, si chiama Chen ed è solito andare a fare la spesa in un grande supermercato. «Possiamo dire sorprendentemente poco sulle origini della pandemia» ha ammesso Sergei Pond, professore di biologia alla Temple University, che ha analizzato alcune delle prime sequenze genetiche del SARS-CoV-2. «Stiamo osservando pochissime sequenze e stiamo cercando di imparare molto». I dettaglia sono confusi anche per S01, il paziente più esaminato. Il rapporto dell’Oms lo associa a una sequenza campione “EPI_ISL_403928”, che però appartiene a un altro paziente, un lavoratore del mercato di 61 anni morto di shoc settico dopo essersi ammalato il 20 dicembre 2019. Almeno questo dice la China National Center, la banca dati ufficiale sulla bioinformazione. La sequenza campione giusta per S01 sembrerebbe di più quella di un 41enne a cui fu diagnosticato il coronavirus a fine dicembre, un caso che allarmò i medici e spinse Li Wenliang a far trapelare la notizia sui social media. Ma, sempre attingendo al database ufficiale cinese, l’uomo risulta essere stato ricoverato il 16 dicembre. A detta dell’Oms, l’agenzia delle Nazioni Unite sta esaminando la discrepanza. Nonostante sia forte il desiderio di scoprire l’origine della pandemia, spesso gli scienziati impiegano anni per stabilire la provenienza di un virus e il percorso che ha seguito. E l’accesso limitato ai campioni biologici e ai documenti originali concesso dal governo cinese all’Oms e al resto del mondo non aiuta. I ricercatori hanno così raccolto qualche indizio in altri posti nel mondo, tra Milano e Parigi, per ricostruire la dinamica dei fatti nei giorni precedenti alla malattia di S01.

In Europa. Il 5 dicembre 2019, tre giorni prima che S01 manifestasse i sintomi del virus, fu effettuato un tampone orale a un bambino di 4 anni che viveva fuori Milano perché sospettato di aver contratto il morbillo. Mesi dopo, risultò positivo al Covid. Il caso è stato esaminato in uno dei numerosi studi europei sulla circolazione del virus fuori dalla Cina nei giorni e mesi precedenti alla sua scoperta ed è stato pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases.

In Francia alcuni ricercatori sostengono di aver trovato tracce di virus anche prima, a novembre 2019. L’Istituto Nazionale francese per la salute e la ricerca, insieme ad altre strutture, ha esaminato retrospettivamente oltre 9.000 campioni raccolti tra novembre 2019 e marzo 2020 per un progetto sulla salute pubblica. Il risultato? «Abbiamo trovato anticorpi nei campioni raccolti la prima settimana di novembre, ma non avevamo soldi a sufficienza per analizzare quelli più vecchi» ha detto Marie Zins, direttore scientifico del progetto. «Peccato, perché a novembre abbiamo avuto sette volontari positivi, di cui due nella prima settimana di novembre». Certo, hanno scritto nello studio, esiste la possibilità di falsi positivi, ma averli sbagliati tutti è altamente improbabile.

Lo studio più controverso è italiano. A novembre alcuni ricercatori hanno scritto in un articolo di aver trovato tracce del virus già a settembre 2019, una scoperta che «potrebbe rimodellare la storia» della pandemia. I campioni di sangue sono stati raccolti nel 2019 per uno screening sul cancro. Li hanno analizzati gli scienziati dell’Istituto dei Tumori di Milano e dell’Università di Siena, scovando tra questi più del 10% di casi con anticorpi contro il coronavirus, tra cui campioni del settembre 2019.

Considerata l’importanza della notizia, l’Oms ha richiesto un nuovo test da parte di un altro laboratorio, nei Paesi Bassi. Il processo si è concluso ma il laboratorio si è rifiutato di fornire dettagli e l’Oms ha rinviato la questione ai ricercatori originali. Giovanni Apollone, direttore scientifico dell’Istituto dei Tumori, ha spiegato che non erano tutti d’accordo su come interpretare i risultati del nuovo test. Apollone ha spiegato che il suo team sta lavorando a un nuovo documento, che uno dei ricercatori olandesi non firmerà.

«Dal nostro punto di vista posso dirvi che i risultati sono favorevoli allo studio originale, ma in uno scenario molto complesso» ha spiegato. Emanuela Montomoli, coature dello studio, ipotizza invece che possa essere circolato un ceppo «meno trasmissibile». Non tutti sono d’accordo sul fatto che un virus possa aver circolato così a lungo inosservato. Altri studi invece dimostrano che è possibile una trasmissione anticipata su piccola scala. È difficile confermare come si sono infettati i primi pazienti. Zins ha detto che, tranne uno, i pazienti con anticorpi in Francia non avevano legami con la Cina. Alcuni funzionari cinesi hanno ipotizzato che il virus sia stato portato in Cina da altri paesi, ma è una teoria che non ha trovato sponde nel resto del mondo. A Wuhan le ricerche ufficiali di pazienti precedenti S01 non hanno avuto successo. Nel rapporto dell’Oms, il governo cinese ha detto di aver controllato dozzine di primi casi sospetti trovandoli tutti negativi. Diversi team scientifici stimano che l'epidemia possa essere iniziata già nell'ottobre 2019. Sarebbe stato facile non vedere i primi casi: la Cina era nel bel mezzo della sua peggiore stagione influenzale da più di un decennio. Le statistiche ufficiali mostrano che a novembre 2019 i casi di influenza in tutta la Cina era cinque volte quelli di un anno prima. A dicembre erano nove volte più alti.

Alcuni chiedono un’’indagine sui Giochi Militari Mondiali. Ma è stato solo uno dei tanti eventi internazionali che si sono svolti quell’inverno a Wuhan, e ognuno è stato un potenziale veicolo di trasmissione e diffusione all’estero del virus. Con i suoi 11 milioni di abitanti, Wuhan ha più residenti di New York.

Nel settembre 2019 Angela Merkel ha visitato Wuhan. A Wuhan si sono poi susseguiti: i Giochi Mondiali Militari, il più grande salone automobilistico asiatico, un forum mondiale di costruttori di ponti, un raduno internazionale di scienze dei materiali e una riunione degli ex studenti dell'Università di Pechino. Il 20 dicembre, quando gruppi di lavoratori del mercato del pesce hanno iniziato ad ammalarsi, il fondatore di Alibaba Jack Ma e il fondatore del marchio di smartphone Xiaomi Lei Jun erano a Wuhan per una conferenza economica.

Ci sono state le prime voci. Una residente di Wuhan, Stella Zhou, ha ricordato al Washington Post di aver sentito parlare di una misteriosa polmonite in un asilo nido l'8 dicembre 2019, lo stesso giorno in cui il paziente S01 si è ammalato e quasi un mese prima dell'annuncio ufficiale. Un altro residente, Zhu Wei, ha detto che alcuni dei primi casi probabilmente non sono stati diagnosticati. «Tutti intorno a me hanno la sensazione che il numero reale fosse molto più alto del conteggio ufficiale», ha detto Zhu. «All'inizio, c'erano molti che non avevano la possibilità di fare il test o non potevano ricevere cure mediche». Il rapporto dell’OMS menziona pazienti sospetti in precedenza, ma afferma che non sono stati resi disponibili per le interviste.

Secondo gli scienziati, a novembre 2019, il coronavirus aveva probabilmente infettato un piccolo numero di persone a Wuhan. La città brulicava di attività, creando percorsi infiniti che un virus poteva percorrere.

Il 2 novembre, una manciata di studenti italiani in scambio si è seduta a una scrivania blu brillante in un'università di Wuhan per cimentarsi con la calligrafia cinese. La settimana successiva, 2.000 persone vestite di "hanfu", gli antichi abiti cinesi fluenti, si sono riunite alla Torre della Gru Gialla per un festival. Più tardi, a novembre, circa 200.000 persone, inclusi visitatori provenienti da 20 paesi, hanno visitato una fiera agricola. Quel mese, uno scienziato cinese per la conservazione della fauna selvatica ha fatto una visita di routine al mercato Huanan che aveva monitorato per due anni e ha confermato che stava ancora vendendo animali selvatici in cattive condizioni igieniche, come scrisse in seguito il suo team sulla rivista Scientific Reports.

E il 19 novembre 2019, l'Istituto di virologia di Wuhan ha tenuto una sessione annuale di formazione sulla sicurezza del personale. Secondo un post sul sito web dell'istituto, il vicedirettore della sicurezza Hu Qian ha discusso dei problemi di sicurezza riscontrati durante gli audit dello scorso anno. La ricerca dell'origine è stata ostacolata da scarse prime informazioni, alcune delle quali inaffidabili o mancanti. Gli archivi online di due giornali statali locali, l'Hubei Daily e il Chutian Metro Daily, non sono più accessibili prima del 5 novembre 2019, secondo i controlli di The Post. L'editore dei giornali non ha risposto a una richiesta di commento. Il biologo Jesse Bloom ha fatto scalpore il mese scorso quando ha annunciato di aver recuperato 13 sequenze genetiche precoci del coronavirus che erano state cancellate da un database dai ricercatori di Wuhan per ragioni sconosciute. «Come scienziati, dobbiamo trovare il modo di ottenere più dati sui primi casi», ha detto. Pond, il professore della Temple University, sostiene che l'articolo di Bloom ha sottolineato quanto pochi dati esistano sui primi giorni della pandemia. Quelle sequenze recuperate colmano alcune lacune nella ricostruzione di come si è evoluto il virus, rafforzando la teoria secondo cui il mercato di Wuhan non era l'unica fonte dell'epidemia, ha spiegato. «Anche solo 13 nuove sequenze, che se ci pensate, sono una piccola quantità, possono modificare in modo abbastanza sostanziale la comprensione dell'origine della pandemia», ha detto Pond.

Tommaso Carboni per lastampa.it il 9 giugno 2021. I laboratori di massima sicurezza, cioè quelli che svolgono le ricerche biologiche più pericolose, si sono moltiplicati in giro per il mondo negli ultimi dieci anni - espandendosi anche in paesi dove gli standard di controllo non sono adeguati. Gli scienziati avvertono che questa proliferazione e l’eventuale fuoriuscita di un agente patogeno rischiano di causare una nuova pandemia. È quanto emerge da un ampio studio condotto da esperti in guerra batteriologica e sicurezza internazionale, di cui ha dato notizia pochi giorni fa anche il Financial Times. Secondo il report, esistono nel mondo (o sono in costruzione e pianificazione) almeno 59 strutture dove si trattano agenti patogeni di rischio 4 - estremamente infettivi e pericolosi per l’uomo. Queste strutture - diffuse in Europa, Nord America, Asia, Australia e in tre paesi africani: Gabon, Costa d’Avorio, Sud Africa – comprendono anche l’ormai notissimo laboratorio di Wuhan, al centro di una nuova inchiesta da parte degli Stati Uniti sulle origini del Covid-19. A dimostrazione della crescita rapida dei laboratori di massima sicurezza c’è un dato incluso nel report: delle 42 strutture BSL-4 di cui si conoscono i dati di progettazione, almeno la metà è stata costruita nell’ultimo decennio. L’altra informazione rilevante è che il 75% dei laboratori è situato in centri urbani. Non tutti però sono attrezzati al meglio per gestire ricerche scientifiche così delicate. Secondo il Global Health Security Index, poco meno di un quarto dei paesi con laboratori che operano al massimo rischio biologico hanno livelli “elevati” di preparazione alla biosicurezza. Circa un terzo, tra cui la Cina, ha livelli "medi", mentre il 41% ha livelli "bassi", come il Sudafrica. È appunto l’inadeguatezza dei controlli a preoccupare gli scienziati. Non è inverosimile, spiegano, che un virus o un batterio pericoloso possano fuoriuscire da laboratori mal sorvegliati e causare un’altra pandemia. Del resto piccoli incidenti capitano anche in strutture gestite a regola d’arte. Dall’ultimo rapporto del Dipartimento della salute degli Stati Uniti è risultato che nel 2019 diverse tossine e altri materiali pericolosi sono stati “smarriti” 13 volte e rilasciati per sbaglio ben 219 volte. Tutto ciò ha costretto almeno mille persone a sottoporsi a visite mediche e assumere farmaci preventivi, anche se poi nessuna di loro si è ammalata. La sorveglianza americana è molto aumentata dopo la crisi dell’antrace del 2001 - quando il batterio, probabilmente trafugato da un laboratorio dell’esercito, provocò la morte di cinque persone. I riflettori oggi sono comunque puntati in gran parte sulla Cina, che negli ultimi anni ha voluto rafforzare molto la sua capacità di ricerca scientifica - e per questo ha costruito nuovi laboratori in cui si studiano e manipolano virus e altri agenti patogeni. Ad esempio: solo nella provincia di Guangdong, il governo vuole inaugurare nei prossimi cinque anni da 25 a 30 laboratori di livello di biosicurezza 3 e un laboratorio BSL-4, cioè di massima sicurezza. I controlli però non sono sempre adeguati. E sono gli stessi funzionari cinesi ad averlo più volte segnalato. Un caso lampante è stato la fuoriuscita di un batterio da un impianto di vaccini a novembre 2019, quindi un mese prima dell’inizio ufficiale della pandemia: più di 6.000 persone nel nord-ovest della Cina si sono contagiate con la brucellosi, una malattia batterica con sintomi vicini all’influenza. Sempre nel 2019, il direttore dell’istituto di virologia di Wuhan, Yuan Zhiming, denunciò apertamente le carenze di sicurezza nei laboratori cinesi. Yuan si lamentava di finanziamenti insufficienti per garantire standard di protezione corretti. Stessa cosa ha fatto Bai Chunli, ex presidente dell’Accademia cinese delle scienze, che in un articolo scritto l’anno scorso ha messo in guardia dalle palesi inadeguatezze dei laboratori cinesi. C’è da dire che Pechino, almeno in parte, ha reagito; con una nuova legge approvata nel 2020 per rafforzare gli standard nazionali di biosicurezza. Ma le attività dei laboratori cinesi, denunciano ancora molti scienziati, restano poco trasparenti. Un esempio su tutti: a gennaio dell’anno scorso, Pechino ha diramato un ordine perentorio a tutte le strutture che trattavano campioni di Sars-Cov-2, stabilendo che prima di rilasciare qualsiasi informazione sul virus sarebbe stato necessario il permesso del governo centrale. Questo tipo di segretezza rende difficile capire quanto siano sicure le strutture cinesi. "Quello che abbiamo visto finora in relazione all’Istituto di virologia di Wuhan è un laboratorio che non è aperto e trasparente sul tipo di lavoro che sta facendo", ha detto Filippa Lentzos, docente al King’s College di Londra (uno degli autori dello studio citato dal Financial Times). 

Dagotraduzione dal Sun il 29 giugno 2021. I ricercatori di Drastic, un team internazionale di scienziati e investigatori che tenta di trovare riposte sulle origini del Covid, hanno rivelato che pochi mesi prima che il virus del Covid iniziasse a diffondersi in tutto il mondo, un’ispezione dei laboratori dell’Università di Wuhan ha mostrato stanze piene di «detriti», studenti privi di camici e nessuna norma di igiene e sicurezza. Il rapporto, scoperto dai ricercatori di Drastic, denunciava come non ci fossero strutture per rifiuti chimici e nessuna separazione tra le aree sperimentali e quelle comuni, con il rischio di contaminazioni. I laboratori erano «affollati e caotici» hanno scritto gli ispettori. L'Istituto di virologia di Wuhan (WIV) è al centro di una tempesta da quando il Covid è emerso per la prima volta a pochi passi dalla struttura, famosa per i suoi studi sui virus dei pipistrelli molto simili. Gli errori di biosicurezza che durano da oltre 40 anni hanno anche portato alcuni a mettere in discussione la linea ufficiale cinese secondo cui la malattia è stata trasmessa dagli animali agli umani. E ora un esame dettagliato di una serie di altri laboratori a Wuhan che effettuano ricerche sul coronavirus sui pipistrelli ha rivelato un catalogo di errori scioccanti. I ricercatori di Drastic hanno scoperto che presso il vicino Wuhan Institute of Biological Products i sistemi fognari e di drenaggio erano vecchi e danneggiati, «e potrebbero contaminare canali e torrenti locali». Un'offerta di China Testing Network nel 2019 diceva: «Alcune delle attrezzature e delle strutture sono vecchie e la strumentazione e le funzioni di controllo nella stazione sono state danneggiate, il che ha notevolmente influenzato il normale funzionamento». I ricercatori hanno anche rivelato le enormi dimensioni del centro di sperimentazione animale presso il WIV, dove sono cresciuti i sospetti sulle origini della pandemia: contiene 3.268 gabbie di animali vivi, tra cui 12 gabbie per furetti e 12 gabbie per pipistrelli. Il rapporto, che è lungo 60 pagine, spiega non solo l’Istituto di Virologia, ma tutti i laboratori di Wuhan dovrebbero essere esaminati alla caccia delle origini del virus. 

Wuhan: la virologa australiana che smentisce l'intelligence Usa. Piccole Note il 28 giugno 2021 su Il Giornale. Danielle Anderson, virologa australiana che ha lavorato al laboratorio di Wuhan, ha rilasciato un’intervista di grande interesse a Bloomberg, dal momento che quanto afferma smentisce la teoria che il virus sia fuoriuscito dal bio-laboratorio cinese. Dichiarazioni troppo controcorrente, quelle della Anderson, che la rivista Usa si è premunito di attutire nella stesura del pezzo. Ciò si rileva fin dall’incipit dell’articolo, quando nell’articolo si legge che ha lavorato nel biolab fino “a poche settimane prima che emergessero i primi casi noti di Covid-19 in Cina”. In realtà, la Anderson ha finito il suo lavoro a Wuhan a “novembre 2019”, cioè proprio quando, secondo la teoria di cui sopra, il virus sarebbe fuoriuscito dal biolab, dato che i primi casi di coronavirus rilevati a Wuhan risalgono al 17 novembre 2019, tempistica che va però anticipata se si tiene presente che ancora non si è trovato il paziente zero. La Anderson ha riferito a Bloomberg che “nessuno di quelli che conosceva all’istituto di Wuhan era malato verso la fine del 2019”. Una frase che l’articolo lascia scivolare via così, ma che invece ha importanza capitale, dato che l’intelligence Usa ha dichiarato che alcuni dossier in suo possesso rivelerebbero che tre medici di Wuhan si sono ammalati poco prima della pandemia, cioè mentre la Anderson lavorava nel biolab.

L’intelligence Usa smentita. Smentita secca, insomma, della “pistola fumante” brandita dall’intelligence Usa e ripresa come un dogma da tutti i media mainstream. Non solo la smentita, va da sé che tale rivelazione getta un’ombra su tutta questa operazione di colpevolizzazione del biolab di Wuhan, dato che l’intelligence Usa avrebbe potuto constatare facilmente la falsità dei dossier, se solo si fosse presa la briga di interpellare la Anderson prima di rivelarne il contenuto. Impossibile, infatti, che le Agenzie Usa non sapessero che la Anderson aveva svolto tale lavoro, basti pensare a come abbiano tempestivamente arrestato uno scienziato americano che lavorava a Wuhan in quel lasso di tempo, il dottor Charles Lieber, accusato di avere “tradito” la patria. Così è legittimo reputare che le Agenzie Usa non si siano nemmeno presi la briga di cercare riscontri ai suoi dossier, per paura che fossero smentiti prima ancora che producessero l’effetto desiderato, cioè costringessero Biden a far ripartire un’indagine sul biolab di Wuhan proprio mentre la stava chiudendo (Piccolenote). Insomma, un avvio “politicizzato” dell’inchiesta sulle origini del coronavirus, con prospettive che non lasciano ben sperare. E ciò sulla pelle delle tante vite distrutte dal coronavirus: non solo le vittime del morbo, ma anche le moltitudini alle quali il virus ha devastato la vita, chi più chi meno.

Smentita e fuga. Peraltro, la dichiarazione della Anderson non è voce dal sen fuggita, dato che nel prosieguo dell’intervista rilasciata a Bloomberg rimarca tale circostanza. “Se si fossero ammalate delle persone, presumo che sarei stata infettata, e non lo ero”, ha detto. “Sono stato testata per il coronavirus a Singapore prima di essere vaccinata e non l’avevo mai avuto”. “Non solo, molti dei collaboratori di Anderson a Wuhan sono andati a Singapore alla fine di dicembre per un convegno sul virus Nipah. E non c’era nessuna notizia su una qualche malattia che stesse dilagando nel laboratorio”. “Non c’erano dicerie su questo”, ha detto Anderson. Eppure “gli scienziati erano ciarlieri ed eccitati. A mio avviso non c’era niente di strano, che cioè potesse far pensare che stava succedendo qualcosa” nel laboratorio. Peraltro, in un altro punto dell’intervista, parlando della convivenza con i suoi colleghi, la Anderson racconta che mentre si trovava a Wuhan “siamo andati a pranzi e cene insieme, ci siamo visti anche fuori dal laboratorio”…  e nessun contagio registrato (da rimarcare, se si pensa alle misure draconiane imposte al mondo per non diffondere il virus…). Smentita su tutta la linea, dunque, della teoria del virus sfuggito dal biolab. A questo punto, però, Bloomberg, il cronista o l’editore che sia, evidentemente ha compreso di rischiare di urtare suscettibilità, così fa dire alla Anderson che non può escludere che in effetti il virus possa essere stato creato a Wuhan, anche se la virologa insiste sul fatto che lo ritiene un’ipotesi remota.

La sicurezza del Biolab di Wuhan. Anche perché, la Anderson spiega nel dettaglio le norme di sicurezza del biolab, affermando che erano talmente rigorose da pensare di riprodurle nel suo laboratorio…La Anderson, infatti, spiega che, essendo il biolab di Wuhan tra i pochi accreditati al massimo livello di sicurezza, “richiede che aria, acqua e rifiuti vengano filtrati e sterilizzati prima di lasciare la struttura. C’erano protocolli e requisiti rigorosi volti a contenere i patogeni studiati e i ricercatori dovevano fare 45 ore di formazione prima di essere autorizzati a lavorare in modo indipendente in laboratorio”. “Entrare e uscire dalla struttura era attentamente monitorato. L’uscita era particolarmente complessa a causa dell’obbligo di fare sia una doccia chimica che una doccia personale, con tempi pianificati con estrema precisione”. “Il laboratorio di Wuhan utilizza un metodo ad hoc per produrre e monitorare quotidianamente i suoi disinfettanti, un sistema che la Anderson ha pensato di introdurre nel suo laboratorio. [Durante il lavoro, inoltre] È stata collegata tramite un auricolare ai colleghi del centro di comando del laboratorio, cosa che consentiva una comunicazione costante e una vigilanza sulla sicurezza, protocolli ideati per garantire che nulla andasse storto”.

(ANSA il 24 giugno 2021) - Secondo lo studio pubblicato da Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Research Center, che ha identificato dei dati che contengono sequenze del virus SarsCov2 risalenti all'inizio dell'epidemia a Wuhan, rimosse deliberatamente dall'archivio delle sequenze del National Institute of Health americano, il mercato del pesce non sarebbe stato il luogo di inizio dell'epidemia. Il ricercatore precisa infatti che nei campioni di virus SarsCov2 raccolti in alcuni malati, collegati al mercato del pesce di Wuhan, ci sono tre mutazioni che invece sono assenti dalle sequenze di coronavirus da lui ricostruite o nei "cugini" del virus più simili al SarsCov2, scoperti dall'Istituto di virologia di Wuhan nei pipistrelli nel 2013. Quindi le sequenze su cui si è concentrato il rapporto congiunto Oms-Cina "non sarebbero completamente rappresentative dei virus che si trovava a Wuhan all'inizio dell'epidemia". Secondo Bloom un gruppo di ricercatori cinesi avrebbe raccolto campioni di virus dai primi malati di Covid a Wuhan, pubblicato le sequenze virali sulla banca dati americana Sequence Read Archive, poi rimosse qualche mese dopo "per oscurarne l'esistenza". Bloom dice di aver chiesto ai ricercatori cinesi dell'ospedale universitario Renmin di Wuhan il perché della rimozione dei dati dal database americano, senza però ottenere risposta, mentre il Nih ha appena pubblicato una dichiarazione in cui spiega che le sequenze sono state rimosse su richiesta del ricercatore cinese, che aveva spiegato che le informazioni sulle sequenze erano state aggiornate e sarebbero state pubblicate su un'altra banca dati. Per alcuni ricercatori, si legge sul sito di Science, queste affermazioni rinforzano i sospetti sul fatto che la Cina abbia qualcosa da nascondere sulle origini della pandemia, mentre per molti altri fanno molto rumore per nulla, perché i ricercatori cinesi hanno pubblicato più tardi le informazioni sul virus in una forma diversa, e le sequenze di virus ora recuperate aggiungono ben poco a ciò che già si sa sulle origini di questo coronavirus. Lo stesso Bloom ammette che queste nuove sequenze virali sono un piccolo tassello di un puzzle molto più grande ancora non terminato, ma senz'altro aggiungono "prove ulteriori che il virus sta circolando a Wuhan prima di dicembre".

F. Mal. Per "il Messaggero" il 25 giugno 2021. Partiamo dalla fine: «Serviranno ulteriori studi». Per cui è presto per sentenze definitive. Torniamo poi all'inizio per capire come, pur senza avere ancora certezze, i già complessi studi sull'origine del Sars-Cov-2 da qualche giorno siano diventati ancora più intricati. Un ricercatore americano infatti, Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Research Center, ha identificato dei dati che contengono 13 sequenze del virus risalenti all'inizio dell'epidemia a Wuhan deliberatamente nascoste. Bloom, che studia l'evoluzione del virus fin dall'inizio dell'emergenza, alcune settimane fa si è accorto che un set di dati contenente sequenze di Sars-CoV-2 è stato cancellato dall'archivio di lettura della sequenza dei National Institutes of Health. Un «fatto misterioso» che lo spinge prima a mettersi sulle loro tracce e a riuscire a recuperare i file cancellati (da Google Cloud, il sistema di archiviazione digitale usato dall'ente) e poi a «ricostruire sequenze parziali di 13» dei primi campioni del virus. Un'operazione di per sé difficile nella sua accuratezza che il ricercatore racconta in un articolo scientifico su Biorxiv (un sito che raccoglie documenti non ancora vagliati dalla comunità scientifica) e anche all'autorevole rivista Science, sottolineando però come la sparizione dei dati sia solo l'inizio della sua indagine.

LA RICOSTRUZIONE Ricostruite le 13 sequenze infatti, Bloom si accorge che i primi virus studiati dall'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) non sarebbero pienamente rappresentativi di tutti i ceppi virali in circolazione in quei primi mesi. «L'analisi filogenetica di queste sequenze» cancellate «nel contesto di dati esistenti accuratamente annotati suggerisce che le sequenze del mercato dei frutti di mare di Huanan che sono al centro del rapporto congiunto Oms-Cina non sono pienamente rappresentative del virus che circolava a Wuhan all'inizio dell'epidemia. Invece, il progenitore delle sequenze conosciute di Sars-CoV-2 conteneva probabilmente tre mutazioni relative al virus del mercato, che lo rendevano più simile ai parenti' coronavirus del pipistrello». In altre parole le indagini sull'origine del virus sarebbe state in qualche modo depistate. Attenzione però. Come chiarisce lo stesso ricercatore, nelle sue analisi non c'è alcune prova che questo sia derivato da un incidente in laboratorio piuttosto che per zoonosi (le malattie trasmesse dagli animali all'uomo), ma getta qualche ombra sul fatto che la Cina abbia collaborato appieno per ricostruire l'origine del virus. Eppure «i campioni dei primi pazienti ambulatoriali a Wuhan sono una miniera d'oro per chiunque cerchi di capire la diffusione del virus», ha spiegato Bloom nel suo paper. Aggiungendo poi che capire cosa è successo nella metropoli del gigante asiatico dove ha fatto la sua prima comparsa il patogeno «è fondamentale per tracciare le origini del virus, compresa l'identificazione degli eventi che hanno portato all'infezione del paziente zero». Non solo. Le sequenze ricostruite dallo studioso americano dimostrerebbero anche «che il virus probabilmente circolava a Wuhan prima di dicembre e che quindi abbiamo un quadro non completo delle sequenze dei primi virus». Un orizzonte parziale dettato però non dalla poca disponibilità di informazioni ma, come rivela il Wall Street Journal, proprio da una decisione cinese. Le sequenze genetiche dei primi casi di Covid-19 infatti, registrate su un database Usa da un ricercatore cinese, sarebbero state eliminate poi su sua richiesta. Il National Institutes of Health ha infatti confermato che «chi ha i diritti sui dati può legittimamente chiederne il ritiro».

COLPO DI SCENA Un colpo di scena (o forse di spugna) che però, rivela ora come una grossa parte di ciò che si è supposto fino ad oggi potrebbe basarsi su presupposto sbagliati. «Per semplificare al massimo una cosa complicatissima - ha spiegato su Twitter il virologo Roberto Burioni - se SARS-CoV-2 deriva da un passaggio naturale dal pipistrello all'uomo i virus isolati dai primi pazienti devono essere più simili a quelli del pipistrello rispetto a quelli isolati più avanti. Non è certo che sia così». In pratica, come conclude Bloom ma anche Burioni, «è assolutamente indispensabile una inchiesta indipendente che faccia luce in maniera definitiva sull'inizio della pandemia».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 18 giugno 2021. C’è una nuova teoria alla base del cambio di teorie sulle origini del coronavirus di Joe Biden. Secondo il sito Spy Talk Dong Jingwei, vice ministro cinese con un passato nei servizi segreti di Pechino, sarebbe fuggito insieme alla figlia di 10 anni dalla Cina per rifugiarsi negli Stati Uniti. L’alto funzionario avrebbe portato con sé le prove che il virus ha avuto origine nel laboratorio di Wuhan. Se la voce fosse confermata, Dong sarebbe il disertore più alto in grado mai scappato dalla Cina. Secondo quanto riportato, Dong avrebbe informato i funzionari statunitensi sull’istituto di virologia di Wuhan, e queste informazioni potrebbe aver costretto Biden a rivedere seriamente la teoria della fuga di laboratorio, a lungo derisa come l’ennesima uscita infelice di Trump. Dong è stato fotografato online e, anche se non tutte le immagini corrispondono, ce n’è una che continua a spuntare pubblicata dal dottor Han Lianchao, un ex funzionario del ministero degli Esteri cinese che ha disertato dopo il massacro di piazza Tiananmen del 1989. Han dice che Pechino ha inviato suoi delegati per incontrare il segretario di Stato americano Anthony Blinken a marzo e discutere della restituzione di Dong. Il ministro degli esteri cinese e il capo degli affari esteri del Partito comunista cinese hanno chiesto agli americani di restituire Dong durante l'incontro in Alaska. Secondo Han Blinken avrebbe rifiutato. «Ha lavorato a stretto contatto con Zhang Yue, che ora sta scontando 15 anni di reclusione per corruzione», ha detto Han. «Zhang era un confidente di Ma Jian, ex vice ministro esecutivo di MSS, anche lui in prigione per corruzione». Dong «è stato visto l'ultima volta in pubblico nel settembre 2020», ha detto Han. Le affermazioni di Han sono impossibili da verificare, ma è conosciuto come per essere una persona che «non esagera in alcun modo o forma, fidato per la sua integrità», dice Nicholas Eftimiades, ex esperto del Pentagono, del Dipartimento di Stato e della CIA. Secondo il sito web conservatore Red State, «le fonti affermano che il livello di fiducia nelle informazioni del disertore ha portato a un'improvvisa crisi di fiducia nel dottor Anthony Fauci. Inoltre il personale dell'Istituto di ricerca medica delle malattie infettive dell'esercito americano (USAMRIID) ha confermato dettagli molto tecnici di informazioni fornite dal disertore». Spy Talk ha anche citato la newsletter di Parigi Intelligence Online secondo cui Dong è «vicino a» Xi Jinping, il presidente cinese. «In precedenza era a capo del Guoanbu (ministero della sicurezza) nella regione dell'Hebei, che ha prodotto molti dei securocrati di Xi», spiegava la pubblicazione nel 2018.   

Nuovo colpo di scena sulle origini del Covid: scienziato recupera 13 sequenze del virus archiviate prima del dicembre 2019. Federico Rampini su La Repubblica il 24 giugno 2021. I codici erano stati raccolti da un team medico cinese prima della comparsa ufficiale del coronavirus a Wuhan, poi però qualcuno li ha fatti sparire. Uno ricercatore le ha ritrovate su Google Cloud e ora la scoperta può aiutare a fare luce sulle origini della malattia. Un nuovo colpo di scena potrebbe aiutare a fare luce sul mistero delle origini del Covid. Un ricercatore ha ritrovato nella “nuvola digitale” di Google tredici sequenze genetiche del Covid che erano scomparse da un archivio scientifico. L’autore della scoperta, Jesse D. Bloom, ha pubblicato il resoconto del suo lavoro sul server scientifico bioRxiv del Cold Spring Harbor Laboratory.

Mirko Molteni per “Libero quotidiano” il 20 giugno 2021. Il mistero delle origini della pandemia di Covid-19 assume ogni giorno di più i connotati di una spy -story. Ieri è emerso infatti che la recente decisione del presidente americano John Biden di indagare sulla probabile fuga del virus dai laboratori cinesi di Wuhan sarebbe dovuta alle rivelazioni di una superspia cinese fuggiasca, che perdipiù sarebbe il maggior disertore della storia della Cina, nientemeno che il vicecapo del controspionaggio, Dong Jingwei. Una notizia nella notizia, poiché la fuga in America di Dong sarebbe avvenuta già quattro mesi fa, ma sia Pechino sia Washington l'hanno finora tenuta nascosta. Secondo indiscrezioni della testata Spytalk, rilanciate dal giornale britannico Daily Mail, Dong Jingwei, insieme a sua figlia Dong Yang, avrebbe lasciato la Cina fin dal 10 febbraio scorso, scappando negli Stati Uniti via Hong Kong. Dong, 57 anni, ricopriva dall' aprile 2018 la carica di vicemini stro della Sicurezza di Stato. Era insomma il numero due del controspionaggio cinese, subito dopo il ministro Chen Wenqing. Nel regime cinese il ministero della Sicurezza non è altro che il servizio di controspionaggio interno, detto Guoanbu. È simile, nelle funzioni, all' FBI statunitense, ma probabilmente è assai più potente del "Bureau" americano, avendo appunto una struttura ministeriale. I cinesi hanno evitato di denunciare in pubblico la fuga di Dong, aiutati in ciò dal bassissimo profilo solitamente tenuto dal funzionario d' intelligence, che non si faceva vedere in pubblico dal 2020. Il 18 marzo, al vertice diplomatico Usa -Cina di Anchorage, in Alaska, la delegazione cinese guidata dal ministro degli Esteri Wang Yi aveva chiesto al segretario di Stato Anthony Blinken la riconsegna del fuggitivo, ma lo aveva fatto a porte chiuse, senza in formare la stampa. L'America ovviamente ha rifiutato, assicurando a Dong la protezione dei propri agenti segreti e interrogandolo sull' origine del Covid-19. In particolare, sarebbe stata la divisione medica dell'esercito Usa, la U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, a verificare e corroborare le soffiate di Dong sulla fuga del virus dai laboratori di Wuhan. Tale testimonianza ha quindi spinto Biden il 26 maggio a mobilitare Cia ed Nsa affinché indaghino sulla fuga del virus. La Casa Bianca ha dato novanta giorni ai suoi 007 per completare il rapporto che dovrebbe inchiodare Pechino alle sue responsabilità, già dimostrate dalle sue bugie e anche dal video mostrato il 15 giugno da Sky News Australia che provava l'uso di pipistrelli vivi per gli esperimenti virologici a Wuhan.

Da tg24.sky.it il 15 giugno 2021. L'Istituto di Virologia di Wuhan ha tenuto pipistrelli vivi in gabbia. Lo rivela SkyNews Australia in base a un inedito filmato, di cui è entrata in possesso, girato all'interno della struttura. Immagini che smentirebbero la versione dell'Oms che aveva bollato l'ipotesi come "cospirazionismo". SkyNews Australia precisa che si tratta del video ufficiale - in cui si vedono addetti che nutrono i pipistrelli - dell'Accademia cinese delle scienze, girato in occasione del lancio del laboratorio di biosicurezza nel maggio del 2017. Il filmato di 10 minuti, intitolato "Il team di costruzione e ricerca del laboratorio Wuhan P4 dell'Istituto di virologia di Wuhan, Accademia cinese delle scienze", celebra il completamento della struttura e presenta interviste con i suoi principali scienziati del laboratorio di livello 4, il più alto in termini di sicurezza mai realizzato in Cina, grazie al sostegno della Francia. Si parla di precauzioni "di massima sicurezza" in atto in caso di "incidente" e degli "intensi scontri" con il governo di Parigi durante la sua costruzione. Il rapporto dell'Oms sull'origine della pandemia non ha citato la presenza di pipistrelli all'Istituto della città dove per primo è stato registrato il Covid-19, mentre negli allegati c'è stata la menzione della possibilità di ospitare gli animali. "La stanza nella struttura P4 può gestire una varietà di specie, incluso il lavoro sui primati con SARS-CoV-2", si legge. Lo zoologo Peter Daszak, che ha fatto parte della missione Oms a Wuhan, ha affermato che era una cospirazione suggerire che i pipistrelli fossero allevati all'Istituto di Virologia. In un tweet di dicembre 2020 scrisse che "nessun pipistrello è stato inviato al laboratorio di Wuhan per l'analisi genetica dei virus raccolti sul campo: raccogliamo campioni di pipistrelli, li inviamo al laboratorio. RILASCIAMO i pipistrelli dove li catturiamo!". Questo mese, Daszak è sembrato ritrattare, ammettendo che l'Istituto potrebbe aver ospitato pipistrelli e di non averlo mai chiesto. Daszak è stato aspramente criticato per gli stretti rapporti con Shi Zhengli, la 'Bat Woman" dell'Istituto, nota per aver raccolto oltre 15.000 campioni di virus da pipistrelli.

Pipistrelli a Wuhan: il video che imbarazza l'Oms. Francesca Galici il 14 Giugno 2021 su Il Giornale. Un video girato nell'istituto di virologia di Wuhan mostra pipistrelli vivi tenuti in gabbia e potrebbe mettere in imbarazzo l'Oms sul coronavirus. Un nuovo video imbarazza l'Oms. Ritrae alcuni pipistrelli vivi tenuti in gabbia in un laboratorio di Wuhan, città che il mondo ha imparato a conoscere un anno e mezzo fa perché si ritiene che da qui sia partita la pandemia di coronavirus. Il breve filmato è stato girato all'interno della struttura e diffuso in esclusiva di Sky News Australia. Questo video sembra smentire quanto dichiarato fin qui dall'Oms, che ha sempre bollato come "complottistica" la tesi di una fuga del virus da un laboratorio della metropoli. È giusto precisare che il video, realizzato dall'Accademia cinese delle scienze in occasione dell'avvio del nuovo laboratorio di biosicurezza di livello 4, è stato registrato nel maggio del 2017 e non a ridosso dello scoppio dell'epidemia mondiale di coronavirus. Il fulcro del filmato sono le disposizioni di sicurezza da attuare nel caso in cui fosse accaduto un "incidente" all'interno del laboratorio. Sempre nel video, si dice che che ci sono stati "intensi scontri" con il governo francese durante la costruzione del laboratorio. La clip mostra uno degli scienziati dell'istituto di virologia che nutre alcuni pipistrelli in gabbia con un verme. La presenza degli animali all'interno del laboratorio, quindi, è certificata dal filmato del 2017 ma nei rapporti stilati dall'Oms, che indaga sull'origine della pandemia, non è stata fatta menzione ai pipistrelli all'interno dell'Istituto di virologia di Wuhan, se non in un allegato: "Il locale per gli animali nella struttura P4 può gestire una varietà di specie, compreso il lavoro sui primati con SARS-CoV-2". Il video riapre la questione sulla possibilità che il coronavirus derivi da una manipolazione genetica e/o da una fuga dal laboratorio di Wuhan. Lo zoologo Peter Daszak, che fa parte del team che indaga sull'origine della pandemia, ha affermato che "è una cospirazione suggerire che i pipistrelli fossero allevati nell'Istituto di virologia di Wuhan". In un altro tweet, postato l'11 dicembre 2020, lo stesso dichiarava: "Questa è una teoria del complotto ampiamente diffusa. Non hanno pipistrelli vivi o morti al loro interno. Non ci sono prove da nessuna parte che ciò sia accaduto. È un errore che spero venga corretto". Nelle ultime settimane, però, Peter Daszak ha parzialmente modificato le sue affermazioni, ammettendo che l'Istituto potrebbe aver ospitato pipistrelli e di non aver formalizzato richieste specifiche relative al tema.

Alessandra Rizzo per “la Stampa” l'11 giugno 2021. Un' indagine nuova e trasparente per accertare l'origine del virus che ha causato oltre tre milioni e 700 mila morti e paralizzato il mondo. Che sia trasmissione animale o fuga da laboratorio, i leader dei grandi Paesi vogliono vederci chiaro, e dal vertice G7 mandano un messaggio alla Cina. «Il mondo ha il diritto di sapere cosa è successo», ha detto il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, alla vigilia dell'incontro. Dalla riunione dei leader del G7 che si apre oggi in Cornovaglia, la prima «in presenza» dell'era Covid, arriva anche la promessa di donare un miliardo di dosi di vaccino al resto del mondo entro il prossimo anno. L' origine del coronavirus non è ancora stata chiarita. L' ipotesi più probabile resta quella di una trasmissione da animale a uomo, forse da un pipistrello nel mercato di Wuhan, la città da cui è partita la diffusione. Ma la possibilità di una fuga accidentale da un laboratorio, inizialmente liquidata come teoria complottista priva di fondamento, ha di nuovo preso piede. I leader del G7, su spinta del presidente Usa Joe Biden, chiederanno che la nuova indagine sia condotta dall' Organizzazione Mondiale della Sanità, stando alla bozza del comunicato finale citata dall' agenzia Bloomberg e da fonti del vertice. La richiesta di un'indagine «trasparente, basata sui dati e priva di interferenze» verrà ribadita anche al vertice Ue-Usa che si terrà la settimana prossima a Bruxelles. L' Oms, che nei mesi scorsi aveva già condotto un'indagine in Cina, aveva allora concluso che l'ipotesi di fuga fosse «altamente improbabile». Ma gli esperti non avevano avuto accesso al laboratorio di Wuhan e ai relativi dati. «È necessario che chi conduce l'inchiesta abbia pieno accesso a dati e luoghi», ha detto la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. La Cina, che ha negato l'ipotesi della fuga e offerto finora modesta cooperazione, difficilmente acconsentirà alla richiesta di trasparenza. Ma per Biden, che sull' origine del virus ha già ordinato un rapporto dell'intelligence Usa e che con Pechino tiene una linea dura, è comunque un successo diplomatico. Altri temi sul tavolo dei leader di Italia, Regno Unito, Usa, Francia, Germania, Canada e Giappone riuniti nella piccola località balneare di Carbis Bay sono il cambiamento climatico, il quadro economico, tra segnali incoraggianti per le loro economie, e il tema del lavoro. Ma è inevitabile che sia la pandemia il tema dominante. Il padrone di casa Boris Johnson ha chiesto ai leader di «vaccinare il mondo» entro il 2022, nella consapevolezza che nessun Paese sarà completamente al sicuro dal virus finché non lo saranno tutti. L' impegno del vertice è per un miliardo di dosi entro il 2022. Biden ha già promesso l'acquisto di 500 milioni di dosi del vaccino Pfizer per i Paesi più poveri. Una promessa, al costo di tre miliardi e mezzo di dollari, che fa degli Usa «l'arsenale dei vaccini per combattere il Covid in tutto il mondo», ha detto. L' Italia aveva già annunciato un contributo aggiuntivo di 300 milioni di euro a favore del Covax, l'alleanza globale dei vaccini, e la disponibilità a donare 15 milioni di dosi. Niente sospensione dei brevetti dei vaccini invece: la Germania si oppone, e anche l'Ue è scettica. («Non è la panacea», ha detto Michel). Ma piccole divergenze a parte, i lavori del vertice, senza Trump e con un Biden multilateralista, si aprono all' insegna di un rinnovato impegno all' unità.

Coronavirus, il report con cui l'Europa può inchiodare la Cina: "La prova nei campioni di sangue, da quando circolava il Covid". Libero Quotidiano il 12 giugno 2021. Continuano le indagini per scoprire l'effettiva origine del Coronavirus. Durante il G7 in Cornovaglia, l'Unione europea si è allineata con gli Usa, nell'intento di ricostruire tutte le tappe che hanno portato alla pandemia. Quanto questa presa di posizione abbia realmente a cuore la scoperta della verità, o sia semplicemente una mossa nello scacchiere politico, resta ancora, come in fin dei conti anche l'origine del Covid, un dubbio. "È della massima importanza sapere quale sia l'origine del coronavirus" ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen unendosi al coro rilanciato dal presidente americano Joe Biden. Ad essere sulla stessa linea per cui Donald Trump era stato dileggiato solo un anno fa, anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel: "Serve piena trasparenza... Sosteniamo tutti gli sforzi tesi a fare chiarezza: il mondo ha diretto di sapere che è successo". A spiegare gli intrecci politici legati alla questione, Francesco Sisci, sinologo e professore di geopolitica all'Università Luiss: "Questo G7 potrebbe segnare l'inizio della svolta. Il retropensiero cinese è che l'America sia in declino, mentre queste iniziative potrebbero segnalare che l'America si era in qualche modo addormentata per un po' e adesso torna" ha commentato Scisci a il Giornale. La reale origine del virus non è mai stata realmente chiarita dal mondo scientifico. Da un lato l'ipotesi di un’evoluzione naturale, caratterizzata da un "salto di specie", per esempio da un pipistrello o da un altro animale non ancora identificato. Dall'altro invece la possibile fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan. Per ora l'unica certezza è che il virus sia partito proprio dalla città più popolosa della provincia di Hubei. Gli esiti delle indagini del team inviato a Wuhan dall'Oms, e che ha fatto ritorno lo scorso febbraio praticamente a mani vuote, hanno ulteriormente alimentato i dubbi intorno al coinvolgimento del laboratorio. Ora servono quindi nuovi test e per metterli in pratica l'Oms ha scelto il laboratorio dell'Università Erasmo di Rotterdam. Gli autori dello studio sono: Emanuele Montomoli, professore di Sanità pubblica al Dipartimento di Medicina molecolare dell'Università di Siena, insieme a Giovanni Apollone, direttore scientifico dell'Istituto Tumori di Milano. "Dalla nostra ricerca emerge che nell'ottobre 2019 c'erano già soggetti che presentavano gli anticorpi al virus - spiega Montomoli -. I campioni di sangue erano stati prelevati da pazienti in cura all'Istituto tumori di Milano. Questo studio ci permette di ipotizzare che il virus sia stato in circolazione da parecchio tempo prima e che, mutazione dopo mutazione, abbia trovato quella adatta a farlo diffondere come l'abbiamo conosciuto noi". "Quando abbiamo pubblicato il nostro lavoro sull'Int Tumori Journal si è scatenato un putiferio" racconta Montomoli "Ora siamo a un punto fermo perché l'Università di Rotterdam non vuole pubblicare i risultati perché ritiene troppo categorico e forte dover affermare che il virus circolava già a ottobre". 

Cosa potrebbe emergere dalle indagini sul laboratorio di Wuhan. Federico Giuliani su Indide Over l'8 giugno 2021. Le indagini sulle origini del Sars-CoV-2 sono ferme ormai da mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), dopo aver formulato quattro ipotesi, compresa l’eventuale fuga del virus dal laboratorio di Wuhan, e aver comunque lasciato aperta ogni possibilità, non ha più battuto ciglio. Al tempo stesso, istituzioni e media americani sono tornati a parlare con insistenza della teoria della fuoriuscita accidentale del patogeno dal Wuhan Institute of Laboratory (WIV). Che la mossa di Washington faccia parte di una strategia politica di Joe Biden per mettere sotto pressione la Cina, sia effettivamente basata su informazioni riservate collezionate dall’intelligence statunitense o che si tratti semplicemente di indiscrezioni non supportate da solide controprove, tanto è bastato per (ri)accendere i riflettori sul laboratorio.

Una nuova prospettiva. Eppure, da qualunque prospettiva si guardi, la vicenda mostra evidenti zone d’ombra. Lasciando perdere per un momento il punto interrogativo più grande, ovvero l’origine del Sars-CoV-2, vale la pena chiedersi se ci sia altro da scoprire. Ad esempio: che cosa si studiava all’interno del WIV? A quanto pare, ricerche sui coronavirus anche mediante l’attuazione di studi gain-of-function. Questi ultimi, come hanno sottolineato i media statunitensi, sono gli stessi effettuati in alcuni laboratori americani. Gli stessi, tra l’altro, che sarebbero stati finanziati da una ong Usa, la EcoHealt Alliance di Peter Daszak. Dunque, al netto dell’ipotetica fuga del patogeno dal laboratorio, ci sarebbe un sottile filo rosso che unirebbe laboratori e strutture dislocati da una parte all’altra dell’emisfero. Un filo rosso che nessuno sembra essere intenzionato a maneggiare. Altro punto saliente: stando ad alcune indiscrezioni, qualche anno fa lo US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) di Fort Detrick, nel Maryland, avrebbe lavorato di sponda con altri laboratori stranieri, tra cui, probabilmente, anche alcune strutture cinesi.

Un’indagine spinosa. Scoprire le origini del Covid sarebbe utilissimo per la scienza, ma si rivelerebbe anche un potente volano geopolitico. I media americani si sono soffermati su un aspetto interessante. Nonostante il laboratorio di Wuhan si trovi nell’occhio del ciclone, indagare su questa struttura potrebbe rivelarsi sconveniente tanto per gli Stati Uniti quanto per la Cina. Il motivo è semplice: le ricerche scientifiche sui coronavirus effettuate all’interno del WIV, partendo dai pipistrelli, verrebbero effettuate in due soli altri laboratori al mondo. Entrambi si troverebbero in America, precisamente in Texas e Carolina del Nord. Non solo: questi tre centri effettuerebbero ricerche correlate su temi spinosissimi e, come dimostra la vicenda EcoHealth Alliance, condividerebbero pure i finanziamenti. Approfondire le indagini sul laboratorio di Wuhan potrebbe quindi rivelarsi “sconveniente” per Washington. In ogni caso, nei giorni scorsi la Cina ha risposto alle indiscrezioni americane. “L’Istituto di virologia di Wuhan ha chiarito di non aver rilevato il nuovo coronavirus prima del 30 dicembre 2019. Gli Stati Uniti dovrebbero invitare gli esperti dell’Oms nel loro Paese per studiare le origini del virus e spiegare i loro oltre 200 laboratori biologici in tutto il mondo, incluso Fort Detrick”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, dopo che l’esperto di malattie infettive statunitense Anthony Fauci ha invitato Pechino a mostrare le cartelle cliniche di nove persone da cui potrebbero emergere indizi sull’origine del Covid-19.

“Finanziamenti Usa al laboratorio di Wuhan”. Federico Giuliani su Indide Over l'8 giugno 2021. Spuntano nuove rivelazioni riguardo la connessione sotterranea che sarebbe intercorsa tra alcuni enti statunitensi e il laboratorio di Wuhan accusato di essere la fonte della pandemia globale. Questa volta nell’occhio del ciclone è finito anche il Pentagono, accusato di aver donato 39 milioni di dollari all’EcoHealth Alliance (EHA), un’ong che a sua volta, tra il 2013 e il 2020, avrebbe finanziato la ricerca sul coronavirus presso il famigerato Wuhan Institute of Virology (WIV). È il sito del Daily Mail a rivelare questa indiscrezione, dopo aver visionato dati federali diffusi online che dimostrerebbero come EHA abbia ricevuto dal governo Usa complessivamente oltre 123 milioni di dollari. Non solo: l’ente avrebbe ricevuto pure 64.7 milioni dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e 13 milioni da Health and Human Service, che include il National Institutes of Health e i Centers for Disease Control. A quanto pare, la maggior parte dei finanziamenti del dipartimento della Difesa sarebbe provenuta, dal 2017 al 2020, dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA), un ramo militare con la missione di “contrastare e scoraggiare le armi di distruzione di massa e le reti di minacce improvvisate”. La sovvenzione sarebbe inoltre stata classificata come “ricerca scientifica: lotta alle armi di distruzione di massa”. Non è tuttavia dato sapere quanto di questo denaro sia effettivamente destinato presso il laboratorio di Wuhan. Pare però che l’EHA abbia finanziato i controversi studi gain-of-function, durante i quali virus pericolosi vengono resi più infettivi dai ricercatori per studiarne l’effetto sulle cellule umane. A che fine? Sviluppare medicine e contromosse per frenare l’evoluzione degli stessi virus.

L’EcoHealth Alliance e il laboratorio di Wuhan. Abbiamo più volte citato l’EcoHealth Alliance. Di che cosa si tratta? L’EHA viene descritta come un’organizzazione non governativa con la missione di proteggere le persone, gli animali e l’ambiente dalle malattie infettive emergenti. Alla guida dell’ente benefico troviamo Peter Daszak, scienziato di origine britannica precedentemente finito al centro di un presunto conflitto di interessi che avrebbe screditato volutamente la teoria della fuga del Sars-CoV-2 dal laboratorio di Wuhan. Al di là delle indiscrezioni, è emerso come l’EHA abbia utilizzato sovvenzioni federali per finanziare la ricerca sui coronavirus presso il WIV. Durante l’ultimo anno del proprio mandato, l’allora presidente americano Donald Trump annullò un finanziamento di 3.7 milioni di dollari sostenendo che il Covid sarebbe stato creato o comunque uscito dal laboratorio di Wuhan, sovvenzionato proprio dall’EHA. Nel 2014 l’amministrazione Obama bandì gli studi gain-of-function, cioè proprio gli studi finanziati dall’EHA. La quale avrebbe tuttavia continuato a finanziarli usando una scappatoia che consentiva di proseguire le ricerche soltanto in casi “urgenti per proteggere la salute pubblica o la sicurezza nazionale”. Ma queste ricerche non sarebbero più state condotte negli Stati Uniti, ma al di là della Muraglia. Forse perché lontane da occhi indiscreti?

Ricerche sconvenienti. Vale adesso la pena spendere due parole sul signor Peter Daszak e sui suoi strettissimi legami con il laboratorio cinese. Questo personaggio, che nella sua carriera ha lavorato spalla a spalla con Shi Zhengli, la Bat Woman cinese, è stato scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per prender parte alla missione di Wuhan. Questa scelta ha prodotto mille polemiche. Perché l’Oms ha deciso di inviare nella provincia dello Hubei, a indagare sulle origini del virus, un uomo che avrebbe avuto significativi interessi finanziari e reputazionali nello screditare le teorie sulle fughe di laboratorio? Daszak ha tuttavia avuto modo di ringraziare Anthony Fauci via mail per aver respinto la teoria secondo cui il Covid sarebbe stato creato dall’uomo. “Volevo solo dire un ringraziamento personale a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per essersi pubblicamente alzato e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale per COVID-19 da uno spillover da pipistrello a uomo, non un rilascio di laboratorio da l’Istituto di virologia di Wuhan”, ha scritto Daszak nell’aprile 2020. Dulcis in fundo è interessante concludere citando un particolare riportato dalla recente inchiesta sulle origini del Covid effettuata da Vanity Fair Usa. Il 9 dicembre 2020 alcuni funzionari del Dipartimento di Stato Usa decise di esercitare pressioni sul governo cinese per consentire indagini approfondite in merito a tre presunti addetti del laboratorio che si sarebbero ammalati nell’autunno 2019. Ma indagini del genere non sarebbero mai state permesse né dal governo cinese né da quello americano. Già, perché le ricerche effettuate nel laboratorio di Wuhan verrebbero fatte in soli altri due laboratori: uno in Texas e l’altro in Carolina del Nord. Le tre strutture non solo fanno ricerche correlate, ma condividerebbero tra loro pure i finanziamenti. Ecco perché approfondire le indagini potrebbe essere sconveniente.

Ricerche a Wuhan: il (presunto) ruolo di una ong Usa e di Peter Daszak. Federico Giuliani su Indide Over l'8 giugno 2021. “Un’organizazione globale senza scopo di lucro per la salute ambientale dedicata alla protezione della fauna selvatica e della slute pubblica dall’insorgenza di malattie”. È questa la sintetica presentazione che appare in evidenza sul sito ufficiale di EcoHealth Alliance (EHA) per descrivere le attività della ong con sede a New York. All’apparenza tutto è messo nero su bianco. Tutto è trasparente e, data la mission dell’ente, nessuno si sognerebbe mai di avanzare sospetti di alcun tipo sull’EHA. Né tantomeno un suo possibile (e presunto) coinvolgimento indiretto – molto indiretto ma potenzialmente decisivo – nell’ipotetica fuga del Sars-CoV-2 da un laboratorio cinese. Anzi: dal laboratorio cinese, il Wuhan Institute of Virology (WIV) di Wuhan, da dove alcuni esperti ritengono sia partita la pandemia globale. L’EHA è controllata da un consiglio di amministrazione che vede tale Nancy Griffin nelle vesti di segretario, il Dottor Thomas E.Lovejoy in quelle di presidente onorario e il Dottor Peter Daszak nel ruolo di presidente, e dunque numero uno dell’intera struttura. Una struttura che risulta attiva in diversi ambiti: dalla biosorveglianza alla conservazione della fauna selvatica, dalla prevenzione delle pandemie al monitoraggio della deforestazione nel mondo. L’EHA, si legge sempre sul sito, opera negli Usa ma anche in altri 30 Paesi del mondo, mentre i suoi programmi “si basano su innovazioni nella ricerca, formazione, partnership globali e iniziative politiche”. Prima di proseguire, ricordiamoci gli ultimi due termini, che ci saranno utili più avanti: “partnership globali” e “iniziative politiche”.

EHA: tra finanziamenti sospetti ed esperimenti pericolosi. Un’inchiesta del Daily Mail ha scoperchiato un autentico vaso di Pandora. In mezzo all’occhio del ciclone è finita la citata EHA. La testata anglosassone è riuscita a visionare alcuni dati federali americani, i quali dimostrerebbero, voce per voce, gli ingenti finanziamenti incassati dalla ong. Non ci sarebbe niente di male, visto che stiamo parlando di finanziamenti a una ong. Se non che i finanziatori risultano enti o istituzioni del governo statunitense. E che questi denari potrebbero essere stati utilizzati per dirottare ricerche tanto ambigue quanto pericolose in laboratori dislocati al di fuori del territorio americano, tra cui il famigerato laboratorio di Wuhan. Siamo nel campo delle indiscrezioni, anche se ormai appare evidente come gli studi che sarebbero stati svolti in Cina, nella provincia dello Hubei, rispecchierebbero quelli fatti in America. Ci riferiamo agli studi gain-of-function, ricerche pericolosissime che costrinsero gli Stati Uniti, tra il 2014 e il 2017, a sospendere varie attività scientifiche a causa di problemi e incidenti di laboratorio. La loro utilità: sviluppare contromosse per frenare, in prospettiva, l’evoluzione dei virus più pericolosi, come Sars e Mers. Come si svolgono: produrre virus rafforzati artificialmente per studiare il meccanismo attraverso il quale si trasformano, e interagiscono con l’ospite. Che cosa c’entra EHA? Ebbene, l’ong avrebbe ricevuto finanziamenti che avrebbe utilizzato, a sua volta, per finanziare ricerche sui coronavirus altrove. Anche presso il WIV cinese, precisamente tra il 2013 e il 2020. EHA avrebbe ricevuto complessivamente 123 milioni di dollari dal governo americano, 6.7 dall’USAID, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, 13 dallo Health and Human Service (che comprende il National Institutes of Health e i Centers for Disease Control) e 39 milioni dal Pentagono. Per quanto riguarda i finanziamenti del Dipartimento della Difesa, sarebbero provenuti dal ramo militare denominato DTRA, Defense Threat Reduction Agency, con l’obiettivo di scoraggiare l’uso delle armi di distruzione di massa.

Peter Daszak e il WIV di Wuhan. Le indiscrezioni riportate dalla stampa americana sottolineano come l’EHA abbia utilizzato – ed è questo, nel caso in cui dovesse essere confermato, l’aspetto più grave – sovvenzioni federali per finanziare una ricerca sui coronavirus presso il laboratorio di Wuhan. Considerando che nel 2014 l’allora presidente Usa, Barack Obama, bandì per un lasso di tempo gli studi gain-of-function sul territorio americano, sorge il dubbio che EHA abbia scelto di puntare sul laboratorio cinese per non interrompere ricerche che avrebbero potuto sfornare medicinali o vaccini unici nel loro genere (ipotesi fortissima, e ancora da confermare). È proprio in questo frangente che emergerebbe la teoria della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. Qualcosa, stando ai sostenitori di questa pista, sarebbe andato storto durante qualche attività scientifica. E il patogeno sarebbe fuoriuscito dalla struttura. Non sappiamo se le cose sono veramente andate così. Sappiamo però che nel laboratorio di Wuhan si studiavano coronavirus. E che Peter Daszak, il presidente della EHA, nella sua carriera ha lavorato assieme a Shi Zhengli, la Bat Woman cinese, nel cuore del WIV. Daszak è presto finito al centro di uno scandalo, un presunto conflitto di interessi. Lo scienziato di origine britannica avrebbe volutamente screditato la teoria della fuga del Sars-CoV-2 dal laboratorio di Wuhan. Per quale motivo? Forse perché Daszak aveva lavorato nella struttura, o forse perché la “sua” EHA aveva finanziato studi sui coronavirus presso il WIV. Eppure, nonostante i suoi stretti legami con il laboratorio cinese, qualche mese fa Daszak è stato scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per far parte del team di 13 membri inviato a Wuhan per fare luce sulle origini del virus. Non solo: secondo un rapporto del 2019, quell’anno il dottor Daszak sarebbe stato pagato un totale di 410.801 dollari, 311.815 dei quali come “paga base”, 42.250 di bonus, 24.500 di “compensazione differita” e 32.236 di “benefici non imponibili”.

Estratto dell'articolo di Adrien Jaulmes per “le Figaro” pubblicato da "la Repubblica" l'8 giugno 2021. Traduzione di Alessandra Neve. Da settembre 2020 a gennaio 2021, con l'amministrazione Trump, David Asher ha diretto l'inchiesta del Dipartimento di Stato Usa sulle origini del Covid-19. Solo qualche mese fa l'ipotesi di un'origine accidentale della pandemia di Covid-19 era considerata alla stregua di una teoria del complotto. Oggi molti scienziati sono possibilisti e lo stesso presidente Biden ha chiesto un'indagine approfondita. Come spiega questa inversione di tendenza?

«Credo che l'amministrazione Biden abbia semplicemente deciso di rivalutare il nostro lavoro. Il 15 gennaio scorso la nostra inchiesta ci aveva permesso di scoprire che all'inizio di novembre del 2019 diversi dipendenti dell'Istituto di virologia di Wuhan si erano ammalati con una sintomatologia simile a quella dell'influenza o del Covid. Crediamo che almeno tre di queste persone siano state ricoverate, ma potrebbero essere state molte di più. È probabile che, a partire da ottobre, tutti siano stati contagiati dal Covid-19. Da allora, molti ricercatori dell'Istituto di virologia sono scomparsi: forse sono morti, o forse li hanno fatti sparire. Altri sono stati premiati. Fra di loro il dottor Shi Zhengli, che dirige il Centro per le malattie infettive emergenti di Wuhan».

Cosa pensa dell'atteggiamento della Cina?

«La Cina ha avuto dall'inizio un atteggiamento problematico. Le autorità di Pechino hanno appena annunciato che rifiuteranno ogni collaborazione futura. Ci si domanda perché la Cina si comporti in maniera così sospetta, se non ha nulla da nascondere. La fuga da un laboratorio non è certa al 100% ma, a questo punto, è la sola ipotesi che abbia un senso e che sia coerente con le informazioni in nostro possesso».

Qual è lo scenario più plausibile?

«A mio parere le autorità cinesi hanno tentato di controllare un incidente di laboratorio avvenuto a ottobre 2019, forse prima, e non ci sono riuscite. A partire dal 22 o dal 23 gennaio, del caso di Wuhan si è fatto carico l'esercito popolare cinese. (...) Nel 2007 i vertici dell’esercito popolare cinese hanno iniziato a parlare della guerra biologica come della guerra del futuro. E quando parlano di guerra biologica si riferiscono evidentemente alla biologia sintetica. A partire dal 2010 hanno prodotto relazioni annuali sulle ricerche nel campo della difesa biologica, nelle quali si dice che le ricerche erano condotte dall’Istituto di virologia di Wuhan. A partire dal 2016, più nulla! Hanno interrotto ogni tipo di comunicazione riguardo a quei programmi. Ed è proprio a quell’epoca che i francesi hanno perso il controllo del loro laboratorio. Quel fatto avrebbe dovuto destare i primi allarmi.(...)

DA liberoquotidiano.it l'8 giugno 2021. L'origine del coronavirus resta ancora un mistero. Tante in questi giorni le accuse rivolte dalla Cina e i sospetti sulla fuga pianificata del Covid-19 dal laboratorio di Wuhan. Ad aggiungere perplessità su cosa davvero Pechino abbia nascosto ci pensa il quotidiano The Australia. Qui si legge che il 24 febbraio 2020, prima che la pandemia globale venisse dichiarata, uno scienziato militare cinese che ha lavorato per l’Esercito di Liberazione del Popolo, tale Yusen Zhou, ha depositato un brevetto per un vaccino contro il Covid-19. Si dice - è quanto riportato dal quotidiano - che Zhou abbia "lavorato a stretto contatto" con gli scienziati dell’Istituto di virologia di Wuhan, tra cui Shi Zhengli, il vicedirettore del laboratorio noto per le sue ricerche sul coronavirus nei pipistrelli. Ma ad aggiungersi ai già tanti misteri: la morte di Zhou, avvenuta ben tre mesi dopo aver depositato il brevetto. Proprio quest'ultima sarebbe stata riportata solo in un rapporto dei media cinesi, nonostante si trattasse di uno degli scienziati più importanti del paese. Troppi dunque i sospetti, tanto da far intervenire il presidente degli Stati Uniti. La scorsa settimana Joe Biden, successore alla Casa Bianca di Donald Trump, ha ordinato alle agenzie di intelligence di avviare un'indagine per stabilire se il coronavirus fosse stato creato dall'uomo. Nuove prove, comprese le segnalazioni di tre lavoratori del laboratorio di Wuhan che si sono ammalati gravemente con sintomi simili al Covid-19 nel novembre 2019, hanno costretto a una rivalutazione del caso. Fa invece muro Pechino che continua a rifiutarsi di partecipare a ulteriori indagini da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità. Per questo Biden si è appellato agli alleati affinché aiutino gli Stati Uniti "a spingere la Cina a partecipare a un'indagine internazionale completa, trasparente, basata su prove e a fornire accesso a tutti i dati e le prove pertinenti". 

Coronavirus, l'affondo di David Asher: "Le colpe di Xi Jinping, probabile un incidente a Wuhan ad ottobre 2019". Libero Quotidiano l'08 giugno 2021. Torna in voga la teoria secondo la quale il virus sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan. Forse perché ad avanzare l'ipotesi non è più Donald Trump, bensì Joe Biden, forse perché il team di esperti inviati a indagare sul posto dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a gennaio 2021, ha fatto ritorno con un semplice pugno di mosche. A fare il punto della situazione David Asher, impegnato da settembre 2020 a gennaio 2021 nell'inchiesta del Dipartimento di Stato Usa sulle origini del Covid-19. "Credo che l'amministrazione Biden abbia semplicemente deciso di rivalutare il nostro lavoro" ha detto Asher in un'intervista rilasciata a la Repubblica. "Il 15 gennaio scorso la nostra inchiesta ci aveva permesso di scoprire che all’inizio di novembre del 2019 diversi dipendenti dell’Istituto di virologia di Wuhan si erano ammalati con una sintomatologia simile a quella dell’influenza o del Covid. Crediamo che almeno tre di queste persone siano state ricoverate, ma potrebbero essere state molte di più". avvisa Asher. "È probabile che, a partire da ottobre, tutti siano stati contagiati dal Covid-19. Da allora, molti ricercatori dell’Istituto di virologia sono scomparsi: forse sono morti, o forse li hanno fatti sparire. Altri sono stati premiati. Fra di loro il dottor Shi Zhengli, che dirige il Centro per le malattie infettive emergenti di Wuhan". Ad acuire i dubbi sull'origine del virus anche il comportamento del governo cinese: "La Cina ha avuto dall’inizio un atteggiamento problematico - racconta l'ex capo delle indagini americane -. Le autorità di Pechino hanno appena annunciato che rifiuteranno ogni collaborazione futura. Ci si domanda perché la Cina si comporti in maniera così sospetta, se non ha nulla da nascondere. La fuga da un laboratorio non è certa al 100% ma, a questo punto, è la sola ipotesi che abbia un senso e che sia coerente con le informazioni in nostro possesso". L'ipotesi avanzata da David Asher è a dir poco inquietante: "A mio parere le autorità cinesi hanno tentato di controllare un incidente di laboratorio avvenuto a ottobre 2019, forse prima, e non ci sono riuscite. A partire dal 22 o dal 23 gennaio, del caso di Wuhan si è fatto carico l’esercito popolare cinese. La persona scelta per coordinare le operazioni è il generale di divisione Chen Wei, specialista in armi biologiche. Il suo vice è il colonnello Cao Wuchun, il massimo esperto di epidemiologia dell’esercito cinese, che era anche il principale consigliere dell’Istituto di virologia di Wuhan. Si tratta di una prova pesante del fatto che l’Istituto aveva legami con la ricerca militare cinese". L'idea di "guerra biologica" ha iniziato a balenare molto tempo fa nelle menti dei vertiti dell'esercito cinese: "Nel 2007 i vertici dell’esercito hanno iniziato a parlare della guerra biologica come della guerra del futuro. Dal 2010 hanno prodotto relazioni sulle ricerche nel campo della difesa biologica, condotte dall’Istituto di virologia di Wuhan. A partire dal 2016, più nulla. Ed è a quell’epoca che i francesi hanno perso il controllo del loro laboratorio Dsla, per poi essere espulsi nel 2018 - sottolinea l'esperto - Ma il governo americano non ha dato peso alla vicenda. L’Nih (National Institute of Health), la Usaid e il dipartimento della Difesa hanno ampliato il loro ruolo a Wuhan, quasi come se volessero approfittare dell’assenza della Francia, invece di suonare il campanello d’allarme". Per quale motivo è importante scoprire l'origine del Coronavirus? "Non si tratta solo di una tragedia, ma di un crimine - rimarca David Asher -.  Il ruolo della Cina e la deliberata disinformazione nei confronti del mondo intero sono al centro della questione. Il popolo cinese non ha responsabilità, ma Xi Jinping e i suoi accoliti sì. Credo che sia anche necessario imporre sanzioni alla Cina e mettere in atto un controllo internazionale molto più severo sulla ricerca virologica". 

Dagotraduzione dal DailyMail il 7 giugno 2021. Secondo il quotidiano The Australia, il 24 febbraio 2020 uno scienziato militare cinese, tale Yusen Zhou, che ha lavorato per l’Esercito di Liberazione del Popolo (PLA), ha depositato un brevetto per un vaccino contro il Covid-19 ben prima che fosse dichiarata la pandemia globale. Si dice che Zhou abbia «lavorato a stretto contatto» con gli scienziati dell’Istituto di virologia di Wuhan, tra cui Shi Zhengli, il vicedirettore del laboratorio famoso per le sue ricerche sul coronavirus nei pipistrelli. Zhou è morto misteriosamente meno di tre mesi aver depositato il brevetto. Il New York Post afferma che la sua morte è stata riportata solo in un rapporto dei media cinesi, nonostante fosse uno degli scienziati più importanti del paese. In passato Zhou aveva lavorato a ricerche legate alle istituzioni statunitensi, tra cui l'Università del Minnesota e il New York Blood Center, secondo il giornale. Nelle ultime settimane, molti dei migliori scienziati del mondo hanno spinto per determinare se il virus fosse trapelato dal WIV. La teoria della perdita di laboratorio è stata inizialmente respinta da molti nei media e nelle comunità accademiche. La scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato alle agenzie di intelligence di avviare un'indagine per stabilire se il COVID fosse stato creato dall'uomo. Nuove prove, comprese le segnalazioni di tre lavoratori del laboratorio di Wuhan che si sono ammalati gravemente con sintomi simili al COVID nel novembre 2019, hanno costretto a una sobria rivalutazione tra i dubbiosi. La frustrazione nei confronti della Cina è aumentata questa settimana dopo che Pechino ha dichiarato che non avrebbe partecipato a ulteriori indagini da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità. Biden ha rimproverato la Cina e invitato gli alleati ad aiutare «a spingere la Cina a partecipare a un'indagine internazionale completa, trasparente, basata su prove e a fornire accesso a tutti i dati e le prove pertinenti».

Guido Santevecchi per corriere.it il 15 giugno 2021. Si fa sentire Shi Zhengli, la scienziata cinese del Wuhan Institute of Virology, nota come Bat Woman per i suoi studi sui coronavirus originati nei pipistrelli. Imputata, o perlomeno persona informata dei fatti e reticente secondo coloro che invocano una nuova indagine nella città epicentro della pandemia (Joe Biden ha ordinato un supplemento di indagine all’intelligence americana); eroina della nazione per i cinesi. La virologa ha nuovamente respinto il sospetto che il suo laboratorio abbia contenuto la fonte genetica del coronavirus che ha dato origine al Sars-Cov-2 e se la sia lasciata sfuggire. E al telefono, rispondendo al New York Times che le chiedeva perché non abbia fornito le prove della sua innocenza, ha detto con rabbia: «Come diavolo posso darvi la prova di qualcosa su cui non esistono prove? Questa spazzatura viene riversata su una scienziata innocente». La breve intervista è proseguita per email. La dottoressa Shi, 57 anni, ha negato che tre ricercatori del laboratorio di Wuhan si siano ammalati nel novembre del 2019, presentando sintomi compatibili o con l’influenza di stagione o con il Covid-19, come crede parte dell’intelligence americana: «Non abbiamo avuto alcun caso, se potete, datemi i nomi dei tre per aiutarci a verificare». Il laboratorio di Wuhan impiega 300 ricercatori ed è uno dei due soli centri cinesi che hanno una sezione accreditata di Biosafety Level 4, la massima sicurezza che permette esperimenti di «gain of function», diretti a modificare i patogeni potenziandoli per studiarli meglio e valutare i rischi delle malattie infettive. Nel 2017, Shi e i suoi colleghi pubblicarono uno studio su un esperimento in cui avevano creato nuovi coronavirus ibridi da campioni prelevati nei pipistrelli che infestavano le grotte dello Yunnan, quasi trasmissibili all’uomo. Lo scopo era di studiare e prevenire la loro capacità di replicarsi nelle cellule umane. Ma Shi Zhengli assicura che l’esperimento non ha comportato pratiche di «gain of function», non è stato commesso alcun passo azzardato o errore. Lunedì la tv SkyNews Australia ha trasmesso un filmato che sarebbe stato girato nel 2017, nel quale si vedono dei pipistrelli vivi in gabbia nel laboratorio di sicurezza 4 appena inaugurato a Wuhan: una circostanza finora negata e non rilevata dalla squadra di esperti inviata in città dall’Organizzazione mondiale della sanità lo scorso febbraio. Shi Zhengli non ha mai parlato di aver portato a Wuhan i pipistrelli che era andata a studiare in numerose spedizioni nel lontano Yunnan, dove secondo altre fonti americane tre operai incaricati di ripulire dal guano una miniera si sarebbero ammalati e sarebbero morti nel 2012. A indagare fu inviata lei, Shi Zhengli, ma dice che lo studio dei campioni prelevati da quegli operai non contenevano alcun coronavirus simili a quelli del tipo Sars (che danno sindromi polmonari come il Covid-19). Presto la dottoressa pubblicherà un nuovo studio su quell’episodio oscuro. Nel 2019 la scienziata cinese era stata premiata negli Stati Uniti ed eletta per il suo valore nella American Academy of Microbiology. La questione ora ha creato nuove polemiche, perché l’istituto di Wuhan aveva ricevuto fondi governativi americani per le sue ricerche (600 mila dollari). Dubbi anche per il fatto che a Wuhan alcuni esperimenti sui virus dei pipistrelli venivano condotti in laboratori con Biosafety Level 2, dove la sicurezza è minore rispetto al Level 4. Secondo Shi, in Cina è consentito fare quelle ricerche in ambienti Bsl-2 perché non c’è prova che i pipistrelli possano infettare direttamente gli uomini. Ultima email della ricercatrice cinese al New York Times: «Sono certa di non aver fatto niente di sbagliato, non ho niente da temere, la questione non ha alcuna base di evidenza scientifica ed è stata politicizzata». Gli americani osservano che Xi Jinping, a proposito di politica, l’anno scorso ha ricordato che «la scienza non ha confini, ma gli scienziati hanno una patria» (e la Cina si identifica con il Partito-Stato). Però, risulta che Shi Zhengli non abbia la tessera del Pcc.

Covid, ex consulente del governo Usa: “Il presidente cinese copre la fuga dal laboratorio di Wuhan”. Alessandro Artuso l'08/06/2021 su Notizie.it. Un ex consulente durante l’amministrazione Trump attacca senza tanti giri di parole la Cina e traccia due ipotesi sulla circolazione del virus. La pandemia da Covid-19 sarebbe sfuggita al controllo degli scienziati del laboratorio di Wuhan: questa è la tesi di David Asher, ex consulente governativo degli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump. Nel corso di un’intervista rilasciata a la Repubblica al giornalista Adrien Jaulmes, l’uomo avrebbe rilasciato delle dichiarazioni piuttosto forti. Secondo Asher “l’origine accidentale della pandemia fino a qualche mese fa era considerata alla stregua di una teoria del complotto”. Secondo il Wall Street Journal sarebbe sempre più ipotizzabile l’ipotesi di una fuga dal laboratorio. Lo studio è stato realizzato a maggio 2020 dal Lawrence Livermore National Laboratory della California ed è stato utilizzato dallo stesso Dipartimento di Stato Usa nell’indagine. Al centro di un’indagine vi sarebbe la sequenza del genoma. Uno studio avrebbe aperto due ipotesi vagliate dalle forze di intelligence statunitensi: la prima sarebbe un incidente di laboratorio, la seconda il contatto umano con un animale infetto. L’inchiesta partita da Asher avrebbe rivelato che “all’inizio di novembre 2019 diversi dipendenti dell’Istituto di virologia di Wuhan si erano ammalati con una sintomatologia simile a quella dell’influenza o del Covid. Crediamo che almeno tre di loro siano stati ricoverati, ma potrebbero essere molti di più. È probabile che, da ottobre, tutti siano stati contagiati dal Covid. Da allora, molti ricercatori dell’Istituto di virologia sono scomparsi: forse sono morti, o forse li hanno fatti sparire. Altri sono stati premiati. Fra di loro il dottor Shi Zhengli – continua Asher – che dirige il Centro per le malattie infettive emergenti di Wuhan”. Asher non ha fatto tanti giri di parole e avrebbe chiesto alla Cina di “non comportarsi in maniera così sospetta se non ha nulla da nascondere”. L’ex consulente statunitense propenderebbe verso l’ipotesi della fuga del virus da un laboratorio, ritenuta “come la sola che abbia un senso e che sia coerente con le informazioni in nostro possesso”. In merito all’origine della circolazione del virus non ci sarebbero ancora delle certezze in tal senso ed è bene quindi un maggiore approfondimento sulla questione. Sul fronte vaccino contro il Coronavirus, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha concesso l’omologazione d’urgenza per il siero della cinese Sinovac assicurando che “rispetta gli standard internazionali di sicurezza, efficacia e di fabbricazione”.

Dagotraduzione dal Wall Street Journal il 7 giugno 2021. La possibilità che la pandemia sia iniziata con una fuga dall'Istituto di virologia di Wuhan sta prendendo sempre più piede. Il presidente Biden ha chiesto alla comunità dell'intelligence nazionale di raddoppiare gli sforzi per indagare. Gran parte della discussione pubblica si è concentrata su prove indiziarie: malattie misteriose alla fine del 2019; il lavoro del laboratorio che sovraccarica intenzionalmente i virus per aumentare la letalità (nota come ricerca sul "guadagno di funzione"). Il Partito Comunista Cinese è stato riluttante a rilasciare informazioni rilevanti. Rapporti basati sull'intelligence statunitense hanno suggerito che il laboratorio ha collaborato a progetti con l'esercito cinese. Ma la ragione più convincente per favorire l'ipotesi di fuga di laboratorio è saldamente basata sulla scienza. In particolare, sull'impronta genetica del CoV-2, il nuovo coronavirus responsabile della malattia Covid-19. Nella ricerca sul “guadagno di funzione”, un microbiologo può aumentare enormemente la letalità di un coronavirus aggiungendo al suo genoma, in una posizione privilegiata, una sequenza speciale. È un’operazione che non lascia tracce di manipolazione. Ma altera la proteina spike del virus, rendendo più facile per il virus iniettare materiale genetico nella cellula vittima. Dal 1992 ci sono stati almeno 11 esperimenti separati che hanno aggiunto una sequenza speciale nella stessa posizione. Il risultato finale è sempre stato un virus sovralimentato. Un genoma definisce il modo in cui le cellule creano proteine. Per descriverlo si usano “parole” di tre lettere, 64 in totale, che rappresentano i 20 diversi amminoacidi. Ad esempio, ci sono sei parole diverse per l'aminoacido arginina, quello che viene spesso utilizzato nei virus di sovralimentazione. Nel caso della supercarica con guadagno di funzione, ci sono molte sequenze che potrebbero essere state messe insieme nel genoma. Invece di un CGG-CGG (noto come "doppio CGG") che dice alla fabbrica di proteine di produrre due amminoacidi di arginina di fila, si otterrà la stessa letalità unendo una qualsiasi delle 35 altre combinazioni di due parole che restituiscono la doppia arginina. Se l'inserimento avviene naturalmente, diciamo attraverso la ricombinazione, è molto più probabile che appaia una di queste 35 altre sequenze; Il CGG è usato raramente nella classe dei coronavirus che possono ricombinarsi con CoV-2. Infatti, nell'intera classe di coronavirus che include CoV-2, la combinazione CGG-CGG non è mai stata trovata in modo naturale. Ciò significa che il metodo comune dei virus che raccolgono nuove abilità, chiamato ricombinazione, non può funzionare qui. Un virus semplicemente non può rilevare una sequenza da un altro virus se quella sequenza non è presente in nessun altro virus. Sebbene il doppio CGG venga soppresso naturalmente, nel lavoro di laboratorio è vero il contrario. La sequenza di inserimento scelta è la doppia CGG. Questo perché è facilmente disponibile e conveniente e gli scienziati hanno una grande esperienza nell'inserirlo. Un ulteriore vantaggio della doppia sequenza CGG rispetto alle altre 35 possibili scelte: crea un utile faro che consente agli scienziati di tracciare l'inserimento in laboratorio. Ora il fatto schiacciante. È questa l’esatta sequenza che appare in CoV-2. I sostenitori dell'origine zoonotica devono spiegare perché il nuovo coronavirus, quando è mutato o si è ricombinato, ha scelto la sua combinazione meno preferita, il doppio CGG. Perché ha replicato la scelta che avrebbero fatto i ricercatori sul guadagno di funzione del laboratorio? Sì, potrebbe essere successo casualmente, attraverso mutazioni. Ma è credibile? Come minimo, questo fatto - che il coronavirus, con tutte le sue possibilità casuali, ha preso la combinazione rara e innaturale usata dai ricercatori umani - implica che la teoria principale per l'origine del coronavirus debba essere la fuga di laboratorio. Quando Shi Zhengli e i colleghi del laboratorio hanno pubblicato un articolo nel febbraio 2020 con il genoma parziale del virus, hanno omesso qualsiasi menzione della sequenza speciale che sovraccarica il virus o della rara sezione doppia CGG. Eppure l'impronta digitale è facilmente individuabile nei dati che accompagnavano la carta. È stato omesso nella speranza che nessuno notasse questa prova dell'origine del guadagno di funzione? Ma nel giro di poche settimane i virologi Bruno Coutard e colleghi hanno pubblicato la loro scoperta della sequenza nel CoV-2 e del suo nuovo sito sovralimentato. CGG doppio è lì; devi solo guardare. I virologi commentano nel loro articolo che la proteina che lo conteneva «può fornire una capacità di guadagno di funzione» al virus, «per una diffusione efficiente» agli esseri umani. Esistono ulteriori prove scientifiche che indicano l'origine del guadagno di funzione del CoV-2. La più avvincente sono le drammatiche differenze nella diversità genetica del CoV-2, rispetto ai coronavirus responsabili di SARS e MERS. Per entrambi è stata dimostrata l'origine naturale; i virus si sono evoluti rapidamente mentre si diffondevano attraverso la popolazione umana, fino a dominare le forme più contagiose. Il Covid-19 non ha funzionato così. È apparso negli esseri umani già adattato in una versione estremamente contagiosa. Nessun serio "miglioramento" virale ha avuto luogo fino a quando non si è verificata una variazione minore molti mesi dopo in Inghilterra. Tale ottimizzazione precoce non ha precedenti e suggerisce un lungo periodo di adattamento che ha preceduto la sua diffusione pubblica. La scienza conosce un solo modo per raggiungere questo obiettivo: simulare l'evoluzione naturale, far crescere il virus sulle cellule umane fino a raggiungere l'optimum. Questo è esattamente ciò che viene fatto nella ricerca sul guadagno di funzione. I topi geneticamente modificati per avere lo stesso recettore del coronavirus degli umani, chiamati "topi umanizzati", sono ripetutamente esposti al virus per incoraggiare l'adattamento. La presenza della doppia sequenza CGG è una forte evidenza di splicing genico e l'assenza di diversità nell'epidemia pubblica suggerisce un'accelerazione del guadagno di funzione. Le prove scientifiche portano alla conclusione che il virus è stato sviluppato in laboratorio. (Quest'articolo è stato scritto da il dottor Steven Quay, fondatore di Atossa Therapeutics e autore di "Stay Safe: A Physician's Guide to Survive Coronavirus", e Richard Muller,  professore emerito di fisica presso l'Università della California Berkeley ed ex scienziato senior presso il Lawrence Berkeley National Laboratory).

Articolo del "New Yorker" dalla rassegna stampa di "Epr Comunicazione" l'1 giugno 2021. Washington D.C. ama poco il mistero. I politici preferiscono che le notizie forniscano certezze: due antagonisti, una chiara posta morale, la possibilità di prendere una posizione. Ma per più di un anno il punto di partenza della storia politica dominante, la pandemia del coronavirus, è stato misterioso. Tra i conservatori, predisposti a un atteggiamento da falco nei confronti della Cina, da cui il virus era venuto, l'attenzione si è concentrata sulla possibilità che l'agente patogeno Covid-19 fosse emerso da un laboratorio cinese, per caso o per progetto. I liberali hanno cercato un allineamento più esplicito con gli investigatori scientifici, e hanno favorito un resoconto in cui il virus era migrato naturalmente dagli animali agli esseri umani, forse attraverso i mercati cinesi dove gli animali esotici sono venduti per il consumo umano. La teoria della destra, nel migliore dei casi, incolpava la scienza impazzita, e nel peggiore, sospettava un atto di guerra biologica senza precedenti. ("È stata l'incompetenza della Cina, e nient'altro, che ha fatto questo omicidio di massa nel mondo", ha twittato il presidente Trump nel maggio 2020). La teoria della sinistra incolpava un approccio pre-moderno irriducibile alla fauna selvatica che, invece di proteggerla, la uccideva e la mangiava. Per un anno, ogni campo ha occupato i posti che gli piacevano di più: i liberali nel mainstream, i conservatori ai margini. Questa primavera, anche se le prove a favore di una delle due parti non sono cambiate molto, ci sono state delle novità in questo campo. Gli scienziati e i commentatori politici sono diventati meno tempestivi nel respingere la teoria della fuga dal laboratorio. E così, il dibattito politico sulle origini della pandemia è diventato un caso di studio su qualcos'altro: come il mondo politico cambia o meno idea – scrive The New Yorker. Gli attori politici hanno riproposto lo stesso argomento così frequentemente durante gli ultimi anni che a volte può sembrare che stiano avendo solo una singola battaglia. L'argomento riguarda invariabilmente qualche consenso scientifico o intellettuale, e segue uno schema generale. In primo luogo, i media conservatori o le figure politiche notano ciò che sembra loro una falla nel consenso - una situazione in cui i liberali potrebbero usare gli slogan della scienza e dell'obiettività come copertura per uno sforzo politico di parte. Allora i liberali reagiscono, e spesso esagerano, insistendo sul fatto che il consenso scientifico o intellettuale è, di fatto, a prova di bomba, e introducono membri di spicco del campo in questione per dirlo in pubblico. Spesso c'è una terza fase, in cui alcuni dissidenti di centro-sinistra diventano esasperati dalle affermazioni eccessive dei liberali, e fanno notare problemi più tecnici con il consenso, spesso basati su dispute di sottospecialità precedentemente arcane. Questi dissidenti di sinistra a volte fanno apparizioni stridenti e leggermente comiche, per esempio (o, specificamente), su "Tucker Carlson Tonight". Nel caso delle origini del Covid-19, l'errore è stato identificato presto, anche prima che la pandemia avesse preso piede. Il 16 febbraio 2020, il senatore repubblicano Tom Cotton è apparso su Fox News per discutere la possibilità che il virus avesse avuto origine in un laboratorio di Wuhan, in Cina. "Ora, non abbiamo prove che questa malattia abbia avuto origine lì, ma a causa della doppiezza e della disonestà della Cina fin dall'inizio, dobbiamo almeno porre la domanda per vedere cosa dicono le prove", ha detto Cotton, dell'Arkansas. La ruota ha preso a girare; il Washington Post ha denunciato questa come una "teoria del complotto", e il Times l'ha descritta come una "teoria marginale". Nel maggio 2020, Anthony Fauci, il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, disse al National Geographic che "tutto ciò che riguarda l'evoluzione graduale nel tempo indica fortemente che [questo virus] si è evoluto in natura e poi ha saltato le specie". La pressione sulla teoria del consenso era sempre il tempo - più a lungo gli scienziati sono andati senza identificare un'origine animale, più attenzione sarebbe stata data alle alternative. A gennaio, il romanziere Nicholson Baker pubblicò una storia di copertina sul New York Magazine sostenendo una versione riccamente strutturata della teoria della fuga dal laboratorio, che enfatizzava la ricerca sul "guadagno di funzione" portata avanti nell'Istituto di virologia di Wuhan e altrove, in cui gli scienziati stavano manipolando i coronavirus per scoprire cosa li avrebbe resi più virulenti o infettivi, e suggerì che queste ricerche potevano essere un colpevole. (Qui c'era la fase del dissenso della sinistra). Quando il pezzo di Baker è stato pubblicato, Carlson ha dedicato un segmento del suo programma ad esso, dichiarando allegramente: "Durante il 2020 sei stato chiamato un negazionista della scienza a meno che non fossi d'accordo con veemenza, sulla fede, che il coronavirus proveniva da un pipistrello, o qualcosa chiamato un pangolino, che è stato venduto in un wet market Wuhan". La rivista New York, ha sottolineato Carlson, era "difficilmente una rivista conservatrice", eppure Baker aveva fatto "tipo un anno di ricerche" parlando con molti scienziati prima di schierarsi a favore di una fuga di laboratorio. Carlson ha detto: "Si è scoperto che gli scienziati di tutto il mondo sono d'accordo con lui. Solo che non volevano dirlo". Lo schema ha raggiunto un dénouement un po' assurdo qualche settimana fa, quando il senatore Rand Paul ha inscenato un aspro stallo con Fauci in un'udienza della commissione del Senato. Paul ha insistito che il National Institutes of Health aveva finanziato la ricerca sul "guadagno di funzione" nel laboratorio di un eminente virologo di nome Ralph Baric, all'Università del North Carolina. "State prendendo in giro Madre Natura", ha dichiarato Paul. "Non abbiamo finanziato la ricerca sul guadagno di funzione all'Istituto di virologia di Wuhan", disse Fauci, che rappresentava l'establishment scientifico tanto perfettamente quanto Paul rappresentava il libertarismo anti-autorità.Qui c'erano due uomini che chiaramente si detestavano a vicenda, impegnati in un dibattito che qualsiasi osservatore casuale avrebbe avuto bisogno di un glossario per decodificare. Tutti - i conservatori, i liberali e i dissidenti - avevano interesse a descrivere la comunità scientifica come se si muovesse con la coerenza e l'autocertezza di un pugno chiuso. Questo lusingava il pubblico liberale a pensare di essere obiettivo e dalla parte della ragione, dava ai conservatori un'autorità antagonista contro cui inveire, e rifletteva l'interesse dei dissidenti ad essere visti come i detentori delle dure verità. Ma ha anche avuto l'effetto di caratterizzare in modo sbagliato certi scienziati. L'opinionista Matt Yglesias ha scritto recentemente che, quando l'articolo di Baker è apparso per la prima volta, aveva "twittato cose denigratorie su di esso solo per essere detto tranquillamente da un certo numero di scienziati ricercatori che avevo torto e un sacco di gente nella comunità scientifica pensava che questo fosse plausibile". Lo schema ha cominciato a rompersi alla fine di marzo, quando l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato un rapporto a lungo atteso sulle origini della pandemia, per il quale i membri di un team investigativo si sono recati a Wuhan, e hanno condotto interviste con il personale del Wuhan Institute of Virology. I risultati principali hanno suggerito che il consenso è sempre stato giusto: il team investigativo ha concluso che era "da probabile a molto probabile" che l'origine del sars-CoV-2 fosse un trasferimento zoonotico, ed "estremamente improbabile" che una fuga di laboratorio avesse causato la pandemia. "È un laboratorio nuovo di zecca", ha detto al Los Angeles Times Peter Daszak, un eminente ecologo delle malattie e membro del team dell'OMS. "Non è un posto da cui un virus potrebbe uscire. Il personale è addestrato molto bene prima di entrare nel laboratorio. Sono valutati psicologicamente, sono testati regolarmente. Il laboratorio è controllato. Non è un posto gestito in modo sciatto". Ma i dettagli erano meno convincenti. Anche se il team aveva identificato un modello di malattia simile al Covid che era apparso nel dicembre 2019, tra le persone associate ai mercati di animali di Wuhan, non potevano trovare alcun animale che avesse portato un progenitore diretto del virus. Il passo cruciale, tra i pipistrelli e gli esseri umani, mancava ancora. Ancora più preoccupante per i critici, il trattamento della possibilità di una fuga di laboratorio sembrava nel migliore dei casi superficiale: copriva solo quattro delle oltre trecento pagine del rapporto, e il team aveva ottenuto una documentazione e prove incomplete dai laboratori cinesi che aveva visitato. Tutto ciò ha portato il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, a dire agli stati membri dell'agenzia che il team di esperti non ha analizzato a sufficienza la teoria della fuga dai laboratori. "Non credo che questa indagine sia abbastanza estesa", ha detto, suggerendo che seguiranno altre indagini dell'OMS. Per essere chiari, non sono state trovate nuove prove importanti. Ma dopo la dichiarazione di Tedros, quello che era sembrato un consenso dell'establishment è apparso rapidamente come qualcos'altro: ipotesi in duello, ognuna con prove mancanti. Un importante ex reporter scientifico del Times, Nicholas Wade, ha pubblicato una lunga analisi sul Bulletin of the Atomic Scientists, concludendo che una fuga di virus dal laboratorio era più probabile, e un secondo ex reporter scientifico del Times, Donald G. McNeil, Jr. ha risposto all'analisi di Wade con la sua, dicendo che sebbene fosse stato a lungo scettico sulla teoria della fuga di notizie dal laboratorio, ora la trovava degna di ulteriori studi. Domenica, il Wall Street Journal ha riferito che un rapporto dell'intelligence statunitense ha mostrato che tre ricercatori dell'Istituto di virologia di Wuhan si sono ammalati con sintomi simili a quelli del covid nel tardo autunno del 2019. Il mondo delle idee politiche ha reagito barometricamente: "Lab leak 60% Origine naturale 40%", ha scritto su Twitter l'analista elettorale Nate Silver. Per le persone che si erano attaccate vigorosamente a un lato, c'era una certa ironia nel vedere quanto velocemente questi tipi dell'establishment potevano ruotare. Ma tutti si stavano orientando. All'inizio di questo mese, quando a Fauci è stato chiesto se era ancora sicuro che il Covid-19 si fosse sviluppato naturalmente, ha detto: "No, in realtà". L'argomento sull'esistenza di un consenso liberale - che tutti sono d'accordo - può spesso oscurare la posta in gioco sostanziale: la controversia sul laboratorio contiene la possibilità di un punto di inflessione importante nella gara tra Stati Uniti e Cina. Aveva un piede nel vecchio regime politico, quello di Donald Trump, che gli ha conferito una furia cospiratoria e folle. Ma ha anche un piede nel mondo di Joe Biden, un mondo in cui rimane una questione aperta se una potenza liberale improvvisamente fragile affronterà il suo rivale autoritario. Mercoledì, Biden ha annunciato di aver chiesto alla comunità di intelligence di valutare formalmente se il Covid-19 "è emerso dal contatto umano con un animale infetto o da un incidente di laboratorio". Più di tre milioni di persone sono morte a causa del Covid-19. Cosa faranno gli Stati Uniti se diventa chiaro che qualcuno in Cina è stato colpevole e che c'è stata una copertura? All'inizio di questo mese, una lettera congiunta è apparsa sulla rivista Science, scritta da diciotto scienziati, la maggior parte dei quali con prestigiosi incarichi accademici, e comprendente alcune delle maggiori figure in virologia e campi correlati. La lettera era succinta, e i suoi autori non si impegnavano in nessuna teoria del caso. Ma suggerivano che il team dell'OMS aveva liquidato troppo rapidamente la teoria della fuga dal laboratorio, scrivendo: "Le teorie del rilascio accidentale da un laboratorio e della diffusione zoonotica rimangono entrambe praticabili". Volevano semplicemente che il caso fosse riaperto. La lettera è stata per lo più presa come ulteriore prova del crollo del consenso. Quando ho parlato con due degli scienziati che l'avevano firmata, hanno convenuto che c'erano due possibili spiegazioni per il Sars-CoV2: o veniva da una fuoriuscita zoonotica o da un laboratorio. La teoria del lab-leak aveva guadagnato entusiasmo in gran parte perché l'ipotesi dello spillover zoonotico mancava di prove cruciali. Ma entrambi hanno anche riconosciuto che non c'erano prove dirette per una fuga dal laboratorio. David Relman, un eminente microbiologo di Stanford che aveva aiutato a organizzare la lettera su Science, mi disse: "È tutto circostanziale". Avevo fatto una videochiamata a Relman, domenica pomeriggio, perché speravo che potesse aiutarmi a caratterizzare le prove per ogni teoria. Ha detto di aver visto diversi punti a favore dello spillover zoonotico. Il primo era che questo era di solito il modo in cui i nuovi virus emergevano nelle persone, e la letteratura suggeriva che i crossover animali "accadono molto più di quanto sappiamo". Ai margini della civiltà umana, dove i villaggi premevano contro la boscaglia, gli scienziati continuavano a trovare anticorpi di malattie mortali che non si erano mai diffuse: henipavirus, sars, ebola, "focolai di villaggio che sono come fiammate in una padella", ha detto Relman. Inoltre, portando più esseri umani a contatto con gli animali selvatici, il vigoroso commercio di animali selvatici della Cina aveva ampliato le opportunità che si verificassero tali ricadute. Se questo suonava un po' astratto, il suo secondo punto a favore della diffusione zoonotica era più concreto. Dalla scorsa estate, gli scienziati avevano identificato i parenti noti più vicini del sars-CoV-2 nei pipistrelli a ferro di cavallo. "I parenti noti più vicini di sars-CoV-2 si trovano tutti nei pipistrelli, e si trovano nei pipistrelli in Cina", ha detto Relman. "Quindi bisogna pensare che ad un certo punto questo virus o i suoi immediati antenati sono stati trovati nei pipistrelli - sembra una conclusione ragionevole. L'unica domanda era: Qual è stato il percorso dal pipistrello all'uomo?". In teoria, almeno, questo non è un salto così complicato. "Ci sono molti casi in cui i virus passano dai pipistrelli agli esseri umani", ha detto. Ma c'erano una serie di ragioni per cui la possibilità di una fuga di notizie dal laboratorio rimaneva percorribile. Gli scienziati cinesi hanno riferito di aver testato cinquantamila campioni di trecento specie di animali selvatici, alla ricerca dell'anello mancante, e non ne avevano ancora trovato uno che portasse il Sars-CoV-2. "Il fatto è che nessuno ha trovato sars-CoV-2 da nessuna parte se non negli esseri umani", ha detto Relman. "Quindi questo mi suona come un po' strano". Allo stesso tempo, anche negli Stati Uniti, i giornalisti investigativi avevano scoperto che "le perdite di laboratorio sono più comuni di quanto si possa sperare". L'ultimo punto di dati che Relman ha menzionato è quello che viene ripetuto più spesso: una delle più grandi collezioni di coronavirus di pipistrello si trovava nell'Istituto di virologia di Wuhan, nella stessa città in cui è avvenuto il focolaio. Nel frattempo, il luogo dove sono stati scoperti i parenti più vicini conosciuti del sars-CoV-2 è nella provincia di Yunnan, che confina con il Myanmar, a mille miglia di distanza. Martedì sera, ho parlato per videochiamata con Ralph Baric, il virologo dell'U.N.C. il cui lavoro era caduto sotto lo sguardo sospettoso di Rand Paul. Baric aveva anche firmato la lettera di Relman su Science, ma mi ha detto che le sue preoccupazioni erano state per il fallimento dell'OMS nel condurre una revisione completa e trasparente delle misure di biosicurezza all'Istituto di virologia di Wuhan. "Credo davvero che la sequenza genetica del sars-CoV-2 indichi un evento di origine naturale dalla fauna selvatica", ha detto. Baric ha un aspetto robusto, con baffi a pennello e occhi leggermente malinconici. Il suggerimento che ci sarebbero voluti alcuni esperimenti scientifici cinesi per portare il virus dai pipistrelli nello Yunnan agli esseri umani a Wuhan sembrava lasciarlo leggermente offeso, a nome del mondo naturale. Per quanto grande sia la biblioteca dell'Istituto Wuhan di virus di pipistrello, ha detto, il deposito di virus in natura lo supera di "molti ordini di grandezza". Baric ha detto che sars-CoV-2 era abbastanza diverso dai virus conosciuti che per adattarlo da un ceppo ancestrale avrebbe richiesto una prodezza davvero senza precedenti di reingegneria genetica. "E naturalmente non sai cosa stai ingegnerizzando, perché sars-CoV-2 non sarebbe esistito", ha detto Baric. Un'altra possibilità era che un virus quasi identico al patogeno finale, che era stato raccolto in natura e conservato nel deposito di virus, era in qualche modo sfuggito al contenimento, ma non aveva visto alcuna prova specifica per sostenere questa ipotesi, anche. Tutto ciò che si sa per certo è che un patogeno che probabilmente ha avuto origine nei pipistrelli ha trasferito le specie e ha causato una pandemia globale negli esseri umani, forse in un modo che era successo solo poche volte nella storia della medicina moderna o in un modo - attraverso un laboratorio - che potrebbe non essere mai successo prima. La preferenza di Baric era per la teoria che assomigliava a focolai precedenti. Quando si tratta di fenomeni emergenti, il modo naturale della scienza è la probabilità, l'incertezza, il dubbio. Non sappiamo ancora come il virus sia passato dagli animali alle persone; è possibile che non lo sapremo per molto tempo. La fonte animale originale della pandemia SARS (pipistrelli) non è stata individuata fino al 2017, quindici anni dopo l'epidemia globale (per inciso, la scoperta è stata fatta all'Istituto di virologia di Wuhan). La probabile fonte dell'H.I.V., che si è riversata dagli scimpanzé, forse già alla fine del 1800, non è stata individuata fino al 1999. Ora il presidente Biden, avendo chiesto alla comunità di intelligence di rivalutare le origini della pandemia, ha spostato il dibattito nel regno della geopolitica, che ha i suoi problemi di probabilità, incertezza, dubbio. Relman ha detto: "Non credo che avremo necessariamente una risposta definitiva". 

Dagotraduzione dal Mirror l'1 giugno 2021. Gli scienziati stanno cercando una donna cinese soprannominata “Patient Su” che potrebbe essere la prima persona ad aver contratto il coronavirus. Secondo quanto riferito, la donna, 61 anni, dovrebbe trovarsi a tre miglia dall’Istituto di virologia di Wuhan, dove alcuni ricercatori sospettano sia fuggito un insetto da laboratorio. A fare la scoperta è stato Gilles Demaneuf, scienziato che lavora con il team di investigatori DRASTIC che sta portando avanti un’indagine indipendente sulle origini del Covid. Secondo quanto riferito, la donna si è ammalata a novembre con sintomi simili a quelli del Covid ed è stata portata al vicino ospedale Rongjun di Wuhan. La Cina ha sempre dichiarato che il primo caso di coronavirus è stato registrato l’8 dicembre. Demaneuf ha detto: «Siamo stati in grado di individuare il nome esatto, l’età e l’indirizzo di un caso sospetto molto precoce, precedente di quasi un mese il primo caso ufficiale». «Quell'indirizzo è proprio accanto alla linea 2 della metropolitana e non lontano dall’ospedale dell'Esercito Popolare di Liberazione che ha curato alcuni degli altri primi casi». Le dichiarazioni di Demaneuf arrivano mentre la Cina sta affrontando una crescente pressione per fornire ulteriori dettagli sulle origini del virus. Anche i funzionari britannici questa settimana hanno affermato che la teoria della perdita di laboratorio è «fattibile». Sia l’Oms che il presidente Biden hanno chiesto un’indagine completa. Secondo il Mail on Sunday, i dettagli sul misterioso "Patient Su" sono stati rivelati per via di un errore commesso da un importante funzionario cinese. Si dice che abbiano inviato accidentalmente uno screenshot a una rivista medica cinese che mostrava che il paziente viveva in Zhuodaoquan Street. La strada è vicina ai laboratori di Wuhan e ad una rete metropolitana che si ritiene abbia svolto un ruolo cruciale nella diffusione del virus tra gli 11 milioni di abitanti della città. Il professor Yu Chuanhua, professore di biostatistica all'Università di Wuhan, ha anche affermato di avere dati su tre persone che si sono ammalate prima di dicembre. La Cina ha dovuto affrontare accuse diffuse di aver manipolato le sue statistiche e di aver travisato il suo ruolo nei primi giorni della pandemia. All'inizio di questa settimana Dominic Cummings ha detto che il suo ex capo Boris Johnson è stato informato già nell'aprile 2020 sui timori che la pandemia potesse essere originariamente trapelata da un laboratorio. La scorsa settimana è emerso anche che alcuni membri del personale di laboratorio della città erano stati ricoverati in ospedale settimane prima che la Cina ammettesse di dover affrontare un focolaio.

"Un insetto scappato dal laboratorio". Cosa c'è di vero. Federico Giuliani il 2 Giugno 2021 su Il Giornale. Ecco l'ultima teoria sulle origini del Covid: un insetto, a quanto pare infetto, sarebbe fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan e avrebbe contagiato una donna cinese di 61 anni. La caccia al paziente zero del Covid, ovvero il primo essere umano ad aver contratto il Sars-CoV-2, potrebbe aver fatto emergere una scoperta sensazionale. Una scoperta collegata al laboratorio di Wuhan. Certo, al momento non ci sono ancora prove assolute e inconfutabili in grado di confermare o smentire l'ipotesi sull'origine del coronavirus che stiamo per raccontare. Eppure, una pista del genere rischia di mescolare tutte le carte in tavola.

Il paziente zero, il laboratorio e l'insetto misterioso. Fin qui avevamo preso per buona la versione riportata in uno studio pubblicato dalla rivista Lancet. La prima persona a cui sarebbe stato diagnosticato il Covid-19 – per la cronaca, il primo dicembre 2019, a Wuhan, in Cina – risponderebbe all'identikit di un 70enne affetto da Alzheimer. Non ci sono altre informazioni, se non che l'anziano uomo sarebbe stato ricoverato in un ospedale cittadino per poi essere trasferito (29 dicembre) allo Jinyintan Hospital dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute. Il Mirror dà tuttavia spazio a un'altra versione. Quella secondo cui la prima persona ad aver contratto il coronavirus non sarebbe altro che una donna cinese di 61 anni soprannominata Patient Su. La misteriosa signora abiterebbe a circa tre miglia dal Wuhan Institute of Virology (WIV), cioè dal laboratorio dal quale – a detta di alcuni esperti – sarebbe fuggiro accidentalmente il pericoloso virus che avrebbe provocato la pandemia globale. Attenzione però, perché questa versione si sofferma su un particolare nuovo di zecca: il Sars-CoV-2 sarebbe fuggito dalla struttura "grazie" a un insetto. La scoperta porta la firma di Gilles Demaneuf, scienziato che, assieme a un team di colleghi, sta portando avanti un'indagine indipendente sulle origini del Covid. A quanto pare, la donna si sarebbe ammalata a novembre. Avrebbe manifestato sintomi analoghi a quelli provocati dal Sars-CoV-2 e, per questo motivo, sarebbe stata condotta presso l'ospedale Rongjun di Wuhan. Ricordiamo che le autorità cinesi hanno sempre fatto risalire il primo caso registrato di Covid l'8 dicembre.

Domande senza risposta. Ricapitolando: un insetto non meglio specificato, a quanto pare infetto, sarebbe fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan e avrebbe contagiato Patient Su. La 61enne, stando alle rivelazioni del Mail on Sunday, abiterebbe in Zhoudaoquan Street, la strada che passa accanto ai laboratori cittadini, nei pressi di una rete metropolitana - la linea 2 - e anche non lontano da un ospedale dell'Esercito Popolare di Liberazione che avrebbe curato alcuni degli altri primi casi di Covid. La suddetta linea della metropolitana, inoltre, potrebbe aver contribuito a diffondere il virus in tutta la megalopoli. Ma da dove sarebbe saltata fuori Patient Su? I dettagli sul suo conto sarebbero stati rivelati, per sbaglio, da un alto funzionario cinese. Quest'ultimo avrebbe inviato accidentalmente uno screenshot a una rivista medica nazionale contenente i dati sulla signora. Certo è che serviranno ulteriori dettagli per fare maggiore chiarezza sulla storia dell'insetto. Le domande senza risposta sono ancora numerose. Ad esempio: come ha fatto l'insetto a infettarsi in laboratorio? E poi: come avrebbe fatto, a sua volta, a contagiare la signora cinese? Le prove sono poche e per niente schiaccianti. Innanzitutto, ammesso che il virus possa davvero essere uscito dal laboratorio, non conosciamo quale insetto lo avrebbe trasmesso a Patient Su. Al contrario, appare più plausibile supporre che il patogeno sia stato in grado di contagiare qualche addetto della struttura. Sarebbe tuttavia interessante chiarire, una volta per tutte, l'identikit del paziente zero della pandemia di Covid. Una volta accertato questo, potrebbe essere più semplice ricostruire l'intero mosaico.

Federico Giuliani. Federico Giuliani è nato a Pescia (Pistoia) nel 1992. Si è laureato in Comunicazione, Media e Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Si è poi specializzato in Strategie della Comunicazione Pubblica e Politica con una tesi sul sistema politico della Corea del Nord, Paese che ha visitato nel 2017. È iscritto all'Albo dei Giornalisti Pubblicisti dal 2015. L'Asia è il suo campo di ricerca. Dall'agosto 2018 si occupa regolarmente di vicende asiatiche per ilGiornale.it e InsideOver. Ha scritto due libri: Corea del Nord. Viaggio nel paese-bunker (Polistampa, 2018) e La Rivoluzione Ignota. Dentro la Corea del Nord. Socialismo, progresso e ...

La pericolosa connessione tra laboratori Usa, canadesi e cinesi. Federico Giuliani su Inside Over l'1 giugno 2021. Dagli Stati Uniti al Canada, dall’America alla Cina. Ricerche accademiche, informazioni riservate e report altamente sensibili potrebbero essere transitati, con estrema facilità e in maniera teoricamente legale, da un lato all’altro del pianeta. È così che, nel corso degli anni, i laboratori cinesi avrebbero incrementato a dismisura il loro know-how negli ambiti più disparati della ricerca scientifica, compresa quella inerente alla trasmissibilità dei virus. Sia chiaro: non sappiamo se il Sars-CoV-2 sia fuoriuscito dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Ma, se così fosse, è plausibile immaginare che l’eventuale incidente possa essere stato indirettamente favorito dalla “pericolosa” connessione esistente tra le strutture americane e i centri cinesi. In ogni caso, al netto della vicenda Covid, è quasi certo che molteplici contenuti classificati siano passati da un laboratorio all’altro. Per quale motivo? Semplice. Basta seguire il filo rosso che lega Washington a Ottawa, e che dal Canada si dirama fino a Pechino. Stati Uniti e Canada, in virtù dell’accordo di condivisione della difesa nordamericano, condividono tra loro le cosiddette informazioni classificate. Con questo termine indichiamo documenti di qualsiasi forma – cartacei, digitali, audio o video – ai quali hanno accesso un ristrettissimo numero di persone a causa dell’importanza dei loro contenuti.

Informazioni classificate: dagli Usa alla Cina via Canada? Come ha sottolineato Asia Times, esiste una forte possibilità che alcune informazioni americane classificate siano arrivate in Canada, e da qui alla Cina. La connessione che ci interessa analizzare non riguarda tanto i legami che uniscono i governi di Paesi citati, quanto le relazioni tra i laboratori nazionali. A quanto pare, qualche anno fa, lo US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) di Fort Detrick, nel Maryland, era solito lavorare di sponda con altri laboratori americani e stranieri, tra cui, probabilmente, anche alcune strutture cinesi. Sappiamo che Fort Detrick era collegato al National Microbiology Lab canadese di Winnipeg, un centro di ricerca a sua volta – pare – “penetrato” completamente dai cinesi, incluso un membro della China’s biowarfare community. È utile leggere quanto riportato dal quotidiano canadese Globe and Mail: “Uno dei ricercatori cinesi, Feihu Yan, dell’Accademia di scienze mediche militari dell’Esercito di liberazione del popolo (PLA), ha lavorato per un periodo di tempo presso il laboratorio di Winnipeg, una struttura di livello 4 attrezzata per gestire alcune delle malattie più mortali del mondo”. Non è finita qui, perché nel laboratorio pare ci fossero almeno sette scienziati cinesi. Due di loro, Xiangguo Qiu e suo marito, il biologo Keding Cheng, sono stati licenziati nel gennaio 2021, complice l’intervento del Canadian Security Intelligence Service, per non meglio specificati “motivi di sicurezza nazionale”. L’ipotesi più allettante? La coppia potrebbe aver inviato campioni di virus mortali al laboratorio di Wuhan.

Falle americane e canadesi. Detto altrimenti, i laboratori americani e canadesi avrebbero indirettamente collaborato con il WIV in Cina per creare un coronavirus più letale e trasmissibile così da ideare una cura per scongiurare eventuali pandemie globali. Se così fosse, oltre alla struttura di Wuhan, anche i centri americani, tra cui Fort Detrick, il CDC e il National Institutes of Health (NIH) avrebbero bisogno di ulteriori indagini. È infatti possibile che le eventuali ricerche effettuate oltre la Muraglia possano essere identiche a quelle effettuate al di là dell’Oceano. In particolare, i riflettori sono puntati sugli studi gain-of-function, attuati negli Stati Uniti e, forse, anche in Cina. È proprio a causa di studi del genere che Washington sarebbe stata costretta a chiudere momentaneamente alcuni laboratori. Il CDC è emblematico: “Le due violazioni (avvenute a Fort Detrick) segnalate dall’USAMRIID al CDC hanno dimostrato un fallimento del laboratorio dell’esercito nell’implementare e mantenere procedure di contenimento sufficienti a contenere agenti o tossine selezionate che sono state effettuate da operazioni nel livello di biosicurezza 3 e 4“. Insomma, nonostante il più alto livello di sicurezza, alcuni errori avrebbero creato problemi tali da costringere le autorità americane a interrompere gli studi. Il WIV cinese, per la cronaca, è un laboratorio di livello 4 ma, a quanto pare, non tutta la struttura avrebbe seguito standard adeguati. Dulcis in fundo, c’è un altro aspetto da considerare. Nel 2017 e nel 2018 gli Stati Uniti hanno effettuato almeno due ispezioni al laboratorio di Wuhan. Perché mai un team di ispezione statunitense è riuscito a entrare più volte in un laboratorio cinese? Pare che gli americani fossero in possesso di uno status speciale a causa della cooperazione di alto livello e top secret perpetuato tra gli Stati Uniti, la Cina e altri partner, tra cui il Canada.

Che cosa si studiava davvero nel laboratorio di Wuhan. Federico Giuliani su Inside Over l'1 giugno 2021. Giochi pericolosi, relazioni intrecciate tra laboratori, informazioni riservate passate da una parte all’altra dell’oceano. E ancora: ipotesi, teorie – tra cui, certo, le immancabili teorie del complotto – indiscrezioni, prove più o meno schiaccianti e convinzioni ideologiche. Basta mescolare tutti questi ingredienti per ottenere il contenuto principale del dibattito internazionale sulle origini del Sars-CoV-2. Sappiamo poco, pochissimo, del virus che da oltre un anno è emerso da chissà dove e chissà in quale modo. È chiaro che la comunità scientifica, prima o poi, dovrà ricostruire l’intera vicenda del Covid. Ci vorranno mesi, anni, forse decenni. Ma, proprio come accaduto con le precedenti epidemie – pensiamo alla Sars e alla Spagnola – uno strato di verità potrebbe emergere. È tuttavia altrettanto evidente che, in assenza di indizi concreti, appare complicato costruire un solido ragionamento a prova di propagande incrociate e bufale da social network. Al momento, l’unico modo per effettuare considerazioni sensate è lavorare con il (poco) materiale a disposizione. La teoria della fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan sia tornata in auge? Benissimo. Anziché confermarla o confutarla, poiché le prove latitano, vale la pena indagare sul Wuhan Institute of Virology (WIV). Che cos’è? Dove si trova? Che cosa succedeva al suo interno? Quali studi venivano realizzati?

La nascita del laboratorio di Wuhan. Partiamo dalle basi. Il WIV è un istituto di ricerca sulla virologia gestito dall’Accademia cinese delle scienze. Si trova a Wuhan, nella provincia dello Hubei, e nel 2015 ha aperto il primo laboratorio BSL-4 della Cina, ovvero di livello di biosicurezza 4, il più alto in assoluto. La struttura ha legami con altri laboratori esteri, tra cui il Galveston National Laboratory negli Stati Uniti, il Centre International de Recherche en Infectiologie in Francia e il National Microbiology Laboratory in Canada. Sappiamo inoltre che il laboratorio BSL-4, lo stesso laboratorio finito nell’occhio del ciclone, è nato grazie a una fondamentale partnership franco-cinese. Era il 2003 quando il mondo intero scampo al pericolo di una pandemia globale di Sars. All’epoca, l’antenato del Sars-CoV-2 riuscì a fare danni limitati, ma fu proprio in quel periodo che le autorità cinesi decisero di migliorare la capacità nazionale di contrasto alle epidemie. Nel 2004, Hu Jintao e Jacques Chirac, all’epoca rispettivamente presidente cinese e francese, si accordarono per sconfiggere insieme le prossime malattie emergenti. Frutto dell’intesa, la decisione di costruire un laboratorio per studiare i virus altamente patogeni. Quella struttura sorse a Wuhan, grazie a finanziamenti cinesi ma anche (e soprattutto) al supporto di tecnologia ed esperti francesi. A quanto risulta, Parigi avrebbe dovuto partecipare alle attività e al controllo del laboratorio. Eppure, da quando il centro entrò in funzione nel 2018 – in concomitanza con la prima visita di stato in Cina di Emmanuel Macron – i francesi furono estromessi dal progetto. In altre parole, i cinesi iniziarono a lavorare sui virus in totale autonomia. E maneggiando tecnologie altamente sensibili.

I rischi della ricerca gain-of-function. Date le “origini” occidentali del WIV, e le sue connessioni accademiche con altre strutture internazionali, è altamente plausibile supporre che all’interno del laboratorio cinese venissero realizzati studi simili a quelli effettuati nel resto del mondo. Vale la pena citare Shi Zhengli, la nota virologa cinese – nota anche con il soprannome di Bat Woman – a capo del Center for Emerging Infectious Diseases. Sulla base di alcuni suoi lavori scientifici, è possibile credere (non vi è certezza) che miss Shi sia riuscita a convertire con successo un coronavirus simile alla Sars, il virus SHCO14-CoV, dai pipistrelli ad altri animali. Chissà, poi, che questo virus – magari a causa di standard di sicurezza non propriamente eccelsi – non sia riuscito accidentalmente a contagiare anche alcuni addetti della struttura, come ipotizzato da un report Usa pubblicato dal Wall Street Journal. In ogni caso, studi del genere sono chiamati gain-of-function, alla lettera ricerca guadagno di funzione. Stiamo parlando di una ricerca pericolosissima, che, tra l’altro, costrinse gli Stati Uniti, tra il 2014 e il 2017, a sospendere studi e attività a causa di problemi e incidenti di laboratorio. Ma che cosa sono, in pratica, gli studi gain-of-function? Nella speranza di sviluppare adeguate contromosse per frenare l’ipotetica evoluzione di virus temibili, come ad esempio la Mers e la Sars, gli esperti rendono tali patogeni più forti e più trasmissibili mediante attività di laboratorio. Detto altrimenti, l’idea consiste nel produrre virus “pompati” artificialmente più di quanto non siano in natura per studiare il meccanismo attraverso il quale si trasformano e interagiscono con l’ospite, sia esso animale o umano. Nel caso in cui tutto dovesse svolgersi senza intoppi, gli esperti potrebbero essere in grado di creare farmaci ad hoc per sconfiggere questi virus per sempre. Ma i rischi non mancano. Già, perché se durante un esperimento il virus rafforzato dovesse diffondersi tra i ricercatori o tra gli animali coinvolti nelle attività, allora potrebbe accade il pandemonio.

Le domande sul virus alle quali la Cina (ancora) non ha risposto. Andrea Massardo su Inside Over l'1 giugno 2021. Attorno alla nascita della pandemia di coronavirus sono state avanzate molteplici ipotesi, a partire da quella che vedeva il primo contagio essere avvenuto nel mercato di Wuhan, passando per quella della trasmissione tramite il contatto diretto con un pipistrello malato sino a quella della fuga da un laboratorio di ricerca. Ma se in un primo momento la versione del virus “scappato” agli scienziati e ai ricercatori cinesi era stata scartata come semplice visione complottista, con le ultime ricerche questa possibilità sembra essere stata rivalutata dagli esperti, al punto da ritenerla plausibile nell’85% dei casi.

La Cina respinge le accuse. Nonostante diverse ricerche pubblicate negli ultimi mesi abbiano verificato una tutt’altro che remota possibilità che il Covid-19 sia scappato al controllo degli scienziati cinesi, Pechino ha sempre respinto ogni accusa, prediligendo la strada del contatto avvenuto tramite contagio animale. E sebbene rispetto a un primo momento tale supposizione si fondi principalmente sulla possibilità che sia “fuggito” in seguito ad attività di ricerca biologica-sanitaria e non nel tentativo di creare un’arma batteriologica, poco cambia nelle volontà della Cina di vagliare questa strada. Che si tratti della necessità di tenere segrete le proprie ricerche sulle armi non convenzionali oppure, più verosimilmente, di ammettere un’errore verificatosi in seguito ad uno studio volto a prevenire una nuova pandemia, non cambia il nocciolo della questione. Alle continue richieste di chiarimenti, inoltre, l’unica risposta fino a questo momento fornita è stata quella di concentrare l’attenzione delle ricerche verso altri scenari, che sino a questo momento hanno però sempre condotto ad un vicolo cieco e ad un nulla di fatto. Come riportato dal The Times persino il consulente dell’Oms Jamie Metzl ha alluso a molteplici tentativi di insabbiamento da parte del governo di Pechino.

Indagine o visita guidata? Sono state molte le voci all’interno dell’Oms che hanno criticato la condotta nel corso degli studi circa la sicurezza degli istituti di ricerca di Wuhan. Oltre allo stesso direttore dell’organizzazione, Adhanom Ghebreyesus, che ha più volte sostenuto come l’indagine all’interno dei laboratori non sia stata abbastanza ampia causa impedimenti, un altro alto membro dell’Oms, Larry Gostin, ha definito il sopralluogo come “una visita guidata a Disneyland”. Chiaro, dunque, che prima di accettare di aprire i propri laboratori alle autorità internazionali la Cina abbia compiuto in autonomia le proprie valutazioni e, forse, si sia adoperata per “nascondere” il modo in cui effettivamente si è svolta la vicenda. Almeno, con l’obiettivo di non apparire né colpevole né impreparata di fronte ad una squadra di investigatori che, dal punto di vista di Pechino, entrava nell’epicentro della pandemia con l’obiettivo primario di trovare un colpevole al dramma sanitario mondiale.

La Cina aveva paura della Sars. Non è un segreto, infatti, che dopo l’epidemia di Sars la Cina si sia adoperata per evitare che una crisi sanitaria della stessa entità colpisse di nuovo il loro Paese. E negli studi sulle varianti della Sars e del loro incubatore principale, il pipistrello, si è contraddistinta negli anni una ricercatrice in particolare, Shi Zhengli, che si è guadagnata l’appellativo di Bat Lady. Tuttavia, dai registri degli studi portati avanti dalla Zhengli non risultano varianti che avrebbero provocato i sintomi riscontrati invece nei pazienti colpiti da Covid-19. La stessa, infatti, negli scorsi mesi avrebbe dichiarato di aver tirato un “enorme sospiro di sollievo” quando è venuta a conoscenza della mancata correlazione tra i suoi studi e lo scopo della pandemia. Ma anche questa versione, dopo la netta presa di posizione del presidente americano Joe Biden nei confronti di Pechino, potrebbe essere nuovamente messa in discussione per dare vita ad un nuovo filone di approfondimenti.

Le paure (attuali) di Pechino. La pandemia di coronavirus ha inflitto alla Cina pesanti danni di immagine, rischiando di distruggere quel mito di perfezione e infallibilità che era riuscita a costruirsi nell’ultimo trentennio. Ammettere, riconoscere o scoprire che la malattia che ha atterrato il mondo ormai per un anno e mezzo sia imputabile a suoi errori rischierebbe infatti di farle perdere quei pilastri di credibilità internazionale che hanno contribuito alla sua esplosione produttiva. Errore o episodio sfortunato, voluto o indesiderato e vero o falso, allo stato attuale, sono binomi che hanno ben poca importanza per Pechino, interessata principalmente a difendere la propria immagine in vista della ripartenza economica. E sotto questa chiave di lettura, in fondo, vanno anche lette le riserve dei cinesi nei confronti delle indagini internazionali, le quali rischierebbero di dare quel “colpo di grazia” di cui la Cina in questo momento proprio non avrebbe bisogno, considerando le possibilità di ripercussione anche commerciali qualora si confermassero gli insabbiamenti sul caso Wuhan. In uno scenario che, di conseguenza, rischierebbe di scombinare molti equilibri anche tra le sue storiche alleanze.

Il possibile ruolo dei laboratori Usa negli studi cinesi sul Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 31 maggio 2021. I riflettori si sono di nuovo accesi sul laboratorio di Wuhan. La teoria della fuga accidentale del coronavirus dal Wuhan Institute of Virology (WIV) è tornata a riempire le pagine dei giornali di mezzo mondo. Tutto è partito dalla diffusione, da parte della stampa americana, di un rapporto realizzato dall’intelligence statunitense. Una delle prove più forti contenuta nel dossier consisterebbe nel fatto che tre addetti della struttura, nell’autunno del 2019, si sarebbero ammalati “con sintomi compatibili sia con Covid-19 che con una comune malattia stagionale”. Occhio alle tempistiche, visto che le autorità cinesi hanno datato il primo contagio mai registrato in via ufficiale al dicembre 2019. Insomma, l’amministrazione guidata da Joe Biden sta cercando in tutti i modi di far pressione sulla Cina nel tentativo di inchiodare Pechino sulle sue (eventuali) responsabilità. Attenzione però, perché in passato pare che gli Stati Uniti abbiano collaborato proprio con l’Istituto di virologia di Wuhan per studiare i pericolosi coronavirus. Alla luce di tutto ciò è lecito chiedersi che ruolo possa aver avuto Washington, nel corso dei decenni, nelle ricerche effettuate dallo stesso laboratorio cinese, adesso finito nel mirino dell’opinione pubblica.

La collaborazione Cina-Usa sui coronavirus. Secondo quanto riportato da Asia Times, Shi Zhengli, una delle più famose virologhe cinesi, nota con il soprannome di Bat Woman, nel 2015 realizzò una ricerca intitolata A SARS-like cluster of circulating bat coronaviruses show potential for human emergence. Tra i colleghi inclusi nel paper figuravano anche ricercatori americani associati al Dipartimento di Biologia Cellulare dell’Università della Carolina del Nord. Gli stessi potrebbero essere collegati a un minuzioso lavoro scientifico finanziato proprio dal governo degli Stati Uniti. Che cosa sia accaduto nella struttura cinese, non è dato sapere. Possiamo fare soltanto varie ipotesi. È possibile che la dottoressa Shi abbia convertito con successo un coronavirus – il virus SHCO14-CoV, simile alla SARS – dai pipistrelli ad altri animali, e che il patogeno – ipotesi plausibile ma non dimostrata – si sia diffuso anche agli operatori. La Cina, secondo il report americano, avrebbe effettuato una Gain-of-Function Research, cioè una ricerca sul guadagno di funzione. Questo termine viene impiegato per tutte quelle ricerche, considerate pericolosissime, in cui avviene un passaggio seriale di microrganismi per aumentare la loro trasmissibilità, virulenza, immunogenicità applicando una pressione selettiva a una coltura. Siamo di fronte a una pratica che, tra il 2014 e il 2017, ha costretto gli Stati Uniti a sospendere ricerche simili sovvenzionate dal National Institutes of Health e altre agenzie. Non solo: il governo americano, per questioni di sicurezza, nel 2019 ha dovuto chiudere temporaneamente alcuni laboratori tra cui l’Istituto di ricerca medica delle malattie infettive dell’esercito americano (USAMRIID) a Fort Detrick, nel Maryland.

Laboratori americani e cinesi. Se i laboratori americani hanno dovuto fare i conti con problematiche del genere, allora quasi sicuramente – sostengono gli esperti – anche i centri cinesi si sono ritrovati in una situazione analoga. A maggior ragione se le strutture prese in esame stavano realizzando una qualche Gain-of-Function Research. A Fort Detrick sono inoltre stati riscontrati errori sul trattamento dei rifiuti, e lo stesso tipo di errore sarebbe avvenuto anche nel laboratorio di Wuhan, dato che le prassi sarebbero state identiche. Non solo: Fort Detrick è stato collegato al National Microbiology Lab canadese a Winnipeg, struttura, a detta di vari analisti, completamente penetrata da ricercatori cinesi. Il quotidiano canadese Globe and Mail è stato chiaro nello scrivere che uno dei ricercatori cinesi, tale Feihu Yan, dell’Accademia di scienze mediche militari dell’Esercito di liberazione del popolo avrebbe lavorato per un periodo di tempo presso il laboratorio di Winnipeg, “una struttura di livello 4 attrezzata per gestire alcune delle malattie più mortali del mondo”. I dettagli non sono stati diffusi, ma pare che uno o più ricercatori cinesi, prima di essere allontanati, abbiano visitato il laboratorio Fort Detrick, lasciando presupporre una stretta cooperazione tra il centro di Winnipeg e lo stesso Fort Detrick. Questa collaborazione potrebbe aver incluso – sorpresa – anche il laboratorio di Wuhan. È infine importante considerare un altro aspetto: Stati Uniti e Canada condividono informazioni classificate, e dunque è possibile che alcune di queste informazioni americane siano giunte prima a Winnipeg, poi a Wuhan e nel resto della Cina. Grazie alla presenza di ricercatori cinesi? Non è (ancora) dato sapere.

Mezz'ora in più, "fonti certe sul laboratorio di Wuhan": parla l'immunologo Silvestri, cosa facevano davvero lì dentro. Libero Quotidiano il 30 maggio 2021. Ormai non è più un tabù parlare dell’ipotesi secondo cui il coronavirus sarebbe “scappato” involontariamente dall’istituto di virologia di Wuhan. Fino a qualche mese fa tale teoria era bollata come cospiratoria e complottista, ma ultimamente le cose sono cambiate, complici i tanti indizi raccolti e le denunce provenienti anche dai vertici degli Stati Uniti. Ospite di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più - la trasmissione in onda la domenica pomeriggio su Rai3 - l’immunologo Guido Silvestri ha approfondito la questione. “Anche noi abbiamo trovato una sequenza nel virus che è particolarmente strana e difficile da spiegare attraverso una ricombinazione naturale. Noi sappiamo da fonti certe - ha dichiarato - che l’istituto di virologia di Wuhan stava lavorando da anni all’elaborazione in vitro di varianti virali che avevano una aumentata capacità di infettare le cellule umane”. Ovviamente l’immunologo ha preferito trattare l’argomento con i piedi di piombo, ma è percepibile la convinzione che qualcosa forse è effettivamente successo nel laboratorio di Wuhan. “Questo non vuol dire che il virus è partito da lì, però la spiegazione non è totalmente peregrina”, ha aggiunto Silvestri, che poi ha sottolineato un altro aspetto importante: “Bisogna tenere a mente che l’insorgenza della pandemia è avvenuta nel mercato di Wuhan, a due o tre chilometri da distanza da dove c’è l’istituto di virologia. È importante cercare di acquisire quanti più dati possibili in maniera trasparente - ha chiosato - e indipendente da ogni interferenza politica per capire cos’è successo davvero”. 

Antonio Socci: Covid "scappato" dal laboratorio? Chissà perché ora si può dire ma prima era da complottisti. Antonio Socci su Libero Quotidiano il 30 maggio 2021. La possibile provenienza del Covid-19 dai laboratori cinesi di Wuhan (probabilmente una fuoruscita accidentale) un anno fa era già stata illustrata, fin nei dettagli, dal professor Joseph Tritto nel libro "Cina-Covid 19. La chimera che ha cambiato il mondo" (Cantagalli). Un libro uscito ad agosto 2020 e snobbato dai media mainstream. La ricostruzione della vicenda fatta da Tritto è stata sospettata di "disinformazione" dalla polizia del pensiero della rete, fino alla censura. Nessuno sembrava interessato a capire se era vero o no ciò che riportava il libro. Il fatto stesso che confermasse, con argomenti scientifici, quanto andava dicendo da mesi il presidente Donald Trump, bastava a renderlo tabù. Accennare al laboratorio di Wuhan era sufficiente per essere bollati come trumpiani o liquidati come "complottisti". Dovevamo rassegnarci tutti alla storia del pipistrello a cui era addebitato tutto lo sfacelo umanitario ed economico provocato dal Covid nel mondo intero. Oggi d'improvviso sembra che il vento si sia messo a soffiare in senso opposto. Spazzato via Trump si riaccendono i riflettori su Wuhan.

La mossa di Biden. Al punto che Joe Biden ha dichiarato di aver chiesto all'intelligence di «raddoppiare gli sforzi per arrivare entro tre mesi ad un rapporto definitivo» sull'origine del Covid e pretende che il regime cinese risponda «a domande specifiche». Ormai da settimane autorevoli personalità sui giornali parlano della possibile origine artificiale del virus. Il caso più clamoroso è quello di Anthony Fauci, capo dell'Istituto nazionale americano di malattie infettive. È quell'alto consigliere della presidenza Usa (alla testa della task force contro il Covid) che per mesi è stato visto dai Dem come il controcanto a Trump stesso. Nel maggio 2020, Fauci dichiarava: «L'evidenza scientifica indica fermamente che il virus sia evoluto in natura per poi compiere il salto di specie. E dunque non possa essere stato manipolato in laboratorio». In questi giorni, a un anno di distanza, Fauci ha dichiarato l'opposto: «Non sono convinto che il Covid 19 abbia origine naturale. Penso che dobbiamo continuare ad indagare su cosa sia successo in Cina fino a quando troveremo le risposte più esatte». Due settimane fa, sull'autorevole rivista Science, diciotto importanti scienziati hanno scritto che l'inchiesta dell'Oms, in collaborazione con la Cina, non ha spiegato nulla e occorre una vera inchiesta internazionale che valuti anche «l'ipotesi dell'incidente di laboratorio». Quattro giorni fa il Wall Street Journal - riportando fonti dei servizi segreti - ha parlato di tre ricercatori del laboratorio di virologia di Wuhan che sarebbero stati ammalati (e ricoverati) nel novembre 2019 con sintomi «compatibili sia con il Covid, sia con l'influenza stagionale». Per capire come il vento stia cambiando basta vedere un titolo del Corriere della Sera di ieri: «A Wuhan esperimenti aggressivi. La Cina mente sull'origine del virus». Questa frase virgolettata titolava un'intervista a «Jamie Metzl, collaboratore di Clinton e Biden» il quale «assegna un 85 per cento di probabilità alla "fuga" dal laboratorio». Metzl spiega: «Se non troviamo la verità e non affrontiamo le vulnerabilità, correremo rischi non necessari per future pandemie». Ma il segnale più chiaro del capovolgimento di scenario è arrivato da Facebook. Infatti ha annunciato che, da ora in poi, non censurerà e non rimuoverà più i post degli utenti che parlano della possibile fuoruscita del virus dal laboratorio di Wuhan. Il professor Benedetto Ponti, docente di Diritto amministrativo e Diritto dei media digitali all'Università di Perugia, sostiene che si dovrebbe riflettere seriamente su tutta questa vicenda e su come si è sviluppata. Nonostante fin dall'inizio circolasse l'ipotesi dell'origine artificiale del virus, osserva Ponti, «il giudizio degli scienziati era descritto come compattamente schierato per l'origine naturale. Perciò la diffusione di questa fake news (così era bollata) era attivamente contrastata sia ad opera delle stesse piattaforme, sia sulla base di specifiche policy pubbliche, del governo italiano e anche a livello Ue». Il professor Ponti si chiede: «È corretto e utile avere tante certezze, quando si ha a che fare con un fatto "nuovo"?». Certo, «la lotta alla disinformazione in materia di Covid-19 intende prevenire o ridurre i danni derivanti dalla diffusione di informazioni ingannevoli, che minano la fiducia del pubblico, ma che accade se una tesi, bollata come "disinformation", riceve poi credito anche nella comunità scientifica? "Castrare" la discussione pubblica, bollando certe tesi come false ed ingannevoli, per poi scoprire che invece meritano di essere analizzate, e non preventivamente squalificate, è un buon servizio alla salute?».

Danni da censura. Peraltro si trattava di «contenuti del tutto leciti», quindi la censura lascia ancor più perplessi. Ponti aveva già provato, con un articolo su una rivista giuridica della primavera 2020, a mettere in guardia «dagli effetti nefasti che sarebbero derivati da un approccio "censorio" alla discussione pubblica». Una informazione libera - conclude lo studioso - è utile anche «per la tutela della salute (presente e futura)». Dunque fra i tanti danni di questa pandemia c'è pure il rischio di "sinizzazione" della nostra democrazia. Del resto il Covid-19, all'Italia e al mondo intero, è costato - in termini di vittime e di danni economici - quasi quanto una guerra perduta. Mentre, paradossalmente, la Cina sembra la meno penalizzata. Vedremo cosa si scoprirà sul laboratorio di Wuhan. Se alle negligenze del regime comunista, nei primi mesi dell'epidemia, si dovessero aggiungere pure delle negligenze del laboratorio di Wuhan, se cioè si accertasse la fuoruscita accidentale del virus, le responsabilità della Cina sarebbero gravissime e molti paesi potrebbero porre il problema del risarcimento.

L'incredibile scoperta dell'intelligence Usa sul Covid-19. Piccole Note il 28 maggio 2021 su Il Giornale. “Mamma ho perso il computer”. Questo il titolo che volevamo mettere a questa nota, che iniziamo con una notizia strabiliante: la Comunità dell’intelligence Usa ha riferito alla Casa Bianca di aver trovato nei propri computer una quantità di elementi sull’origine del Covid-19 non ancora esaminati (The Hill). Strabiliante: dopo un anno di indagini sull’evento che ha devastato il mondo, l’intelligence Usa scopre per caso che nei propri cassetti sono riposte prove forse decisive su quanto avvenuto. E dire che tale “intelligenza” per tutto il tempo della pandemia è stata guidata da un’amministrazione che ha fatto di tutto per accreditare l’idea che il virus fosse stato prodotto nel biolaboratorio di Wuhan…Tale scoperta avveniva, coincidenza, proprio mentre la Casa Bianca chiudeva le indagini avviate dalla pregressa amministrazione sul tema (Cnn). Messo di fronte a questo incredibile scoperta, il presidente americano ha dovuto ovviamente riaprire l’inchiesta, altrimenti i suoi avversari l’avrebbero accusato di colludere con Pechino in danno agli Stati Uniti.

L’Intelligence e gli scienziati. Così Biden ha dato all’intelligence Usa 90 giorni per trovare come è nato il virus. E laddove ha fallito la comunità degli scienziati del mondo, riuscirà la Cia. Evidentemente, nonostante i tanti premi Nobel distribuiti ogni anno, la comunità scientifica globale ha una preparazione deprimente. E dire che sono anche ferrati in bioingegneria, cioè sanno come si fabbricano certe cose. Lo sanno bene, solo per fare un esempio, anche i ricercatori della Johnson & Johnson, produttrice di un vaccino che va per la maggiore, che nel luglio 2019, poco prima della pandemia, avevano annunciato il positivo esito dello studio fase 2 del vaccino “mosaico” –  frutto cioè di bioingegneria – per l’Hiv. Ma ora ci penserà Cia a dare le risposte che il mondo aspetta. Né è il caso di mettere in dubbio la loro imparzialità, che non hanno nulla contro la Cina, nonostante da alcuni anni i loro report la definiscano come la “minaccia” più grande degli Stati Uniti d’America. Quando l’intelligence era cosa seria, e quando i giornali erano cosa seria, tutto questo sarebbe stato derubricato a pagliacciata. Altri tempi e va bene così. La Cina è ovviamente infuriata. E ha chiesto a sua volta di indagare sui tanti indizi che suggeriscono che il virus circolava nel mondo prima della sua comparsa a Wuhan (sul punto abbiamo scritto note pregresse, prima degli sviluppi in questione). Ma ovviamente non si farà. E di indagare sui “misteriosi laboratori biologici [americani ndr] sparsi in tutto il mondo”, che ovviamente non sarà fatto. Infine, il Global Times ricorda la simpatica battuta di Mike Pompeo, il quale, parlando dei suoi trascorsi a capo della Cia, ha detto: “Abbiamo mentito, abbiamo imbrogliato, abbiamo rubato”.

Indagini aggressive. Insomma, la guerra del coronavirus è destinata a durare ben oltre la fine della pandemia, dato che l’esito delle indagini Usa è alquanto scontato. Basta leggere la dichiarazione di Amanda Schoch, vicedirettore della National Intelligence for Strategic Communications: “L’Intelligence Commitee continua a esaminare tutte le prove disponibili, a considerare diverse prospettive e a raccogliere e analizzare in modo aggressivo nuove informazioni per identificare le origini del virus”. Dove appunto la parola più importante è “aggressivo”. Due le possibilità: una chiara responsabilità della Cina o un atto d’accusa più vago, utile a essere brandito, ma impossibile da sconfessare grazie alla sua aleatorietà, come accade spesso in tali casi. Ciò darebbe nuove e più potenti carte in mano ai falchi anti-cinesi per chiedere alla patria una politica più aggressiva nei confronti di Pechino e all’Europa di tagliare i ponti, soprattutto finanziari, con questa. C’è anche la possibilità di una richiesta di danni, tanto ingenti da mettere in ginocchio la Terra di Mezzo. Sul punto si interroga il Global Times, che però la immagina senza esito. Forse, a meno di non procedere alla confisca di beni cinesi all’estero, iniziativa più che incendiaria ma non impossibile in questo clima avvelenato.

The Atlantic in controtendenza. Di interesse, sul punto, quanto scrive The Atlantic, peraltro un media conservatore, in un’analisi in cui parte come assodata la teoria dell’errore del laboratorio di Wuhan. Se anche fosse vera, si legge, si tratterebbe di elaborare “una politica statunitense esattamente opposta a quella sollecitata dai falchi anti-cinesi”. Infatti, “la Cina può non essere una superpotenza pari agli Stati Uniti, ma è decisamente troppo grande per permetterci prepotenze. Se qualche errore cinese ha creato la pandemia Covid-19, gli Stati Uniti non possono inviare cannoniere nello Yangtze per estorcere risarcimenti”. “Se i laboratori cinesi non sono sicuri, gli Stati Uniti e il mondo devono trovare un modo per indurre la Cina a migliorare la propria sicurezza. E quell’imperativo implica di più cooperazione con la Cina, non meno. Implica un maggiore legame della Cina con l’ordine internazionale, migliori standard di salute e sicurezza transfrontalieri, più scienziati americani nei laboratori cinesi e più scienziati cinesi nei laboratori americani”.

“Non esiste una risposta ‘America First’ a una pandemia. Se la pandemia si fosse diffusa a causa della segretezza e della paranoia dei cinesi, muoversi nell’ambito della direttrice ”America First’ sarebbe una politica ancora più inutile e pericolosa di quanto già sembrava al tempo”.

Ps. Facebook, che fino a ieri censurava post contenenti la teoria del laboratorio, ci ha ripensato, cosa che evidenzia vieppiù il Potere “narrativo” del mezzo. Commentiamo l’iniziativa con le dichiarazioni del direttore di Microsoft Brad Smith, il quale ha allarmato sul rischio che lo sviluppo sfrenato (senza freni) della tecnologia precipiti il mondo in uno scenario orwelliano. Quanto profetizzato in 1984, ha detto, potrebbe avvenire nel 2024… non resta che associarsi.

Viviana Mazza per il “Corriere della Sera” il 28 maggio 2021. Dall' inizio del 2020 Jamie Metzl è stato tra i primi a sostenere che «la fonte più probabile della crisi del coronavirus potrebbe essere la diffusione accidentale da uno degli istituti di virologia di Wuhan». Esperto di tecnologia e geopolitica, ha lavorato al dipartimento di Stato sotto il presidente Clinton e come vicedirettore dello staff nella Commissione Affari Esteri del Senato sotto Joe Biden. È membro della commissione di esperti sull' editing del genoma umano dell'Oms e ha fondato l'iniziativa OneShared.World esplorando modi per affrontare le sfide globali. Lei, democratico, ha assunto sulle origini del virus la stessa posizione di Trump.

Si può separare scienza e politica?

«Sono un democratico, forte critico di Trump, ma la scienza mostra che Pechino mentiva nel dire che il virus provenisse dal mercato di Wuhan. Trump criticava l'Oms e la Cina per compensare il fallimento catastrofico della sua Amministrazione nella crisi, ma ciò non significa che non vada verificata la veridicità di tutte le affermazioni. Fui criticato da altri democratici e da alcuni importanti scienziati che scrissero che l'ipotesi più probabile era l'origine naturale e accusarono chiunque sostenesse il contrario di fomentare teorie complottiste. Ora il mondo si sta svegliando. Dall' anno scorso faccio parte di un gruppo informale di una ventina di esperti. Ci riuniamo regolarmente per cercare la verità. Abbiamo pubblicato tre lettere aperte e crediamo di aver contribuito a cambiare il dibattito mondiale».

Lei attribuisce all'origine in laboratorio una probabilità dell'85%.

«Non possiamo escludere la possibilità di un'origine in natura, è accaduto anche questo in epidemie passate, oltre che incidenti di laboratorio. Stavolta quest' ultima è l'ipotesi più valida perché sappiamo che il precursore del virus Sars-CoV-2 è stato trovato nei "pipistrelli ferro di cavallo", che non si trovano a Wuhan, ma lì si trova l'unico istituto cinese di virologia di livello 4, con la più ampia collezione di ricerche sui coronavirus dei pipistrelli; e perché il virus si è manifestato già perfettamente adattato alle cellule umane: in quell' istituto si tenevano ricerche aggressive, con il fine di arrivare a cure e vaccini. Ritengo altamente improbabile che lavorassero ad un'arma biologica».

E se la Cina rifiuta di collaborare?

«L' Assemblea mondiale della sanità è in corso, si chiuderà lunedì. È importante che i governi ordinino un'inchiesta onnicomprensiva sulle origini della pandemia: idealmente, con la collaborazione della Cina. Se la Cina la blocca, non avremo altra scelta che condurre un'indagine parallela, riunendo governi ed esperti mondiali. Molte delle informazioni apparse ora sui giornali sono state reperite da investigatori del web che fanno parte del nostro gruppo, e ci sono fonti scientifiche e di intelligence ancora non emerse. Se non troviamo la verità e non affrontiamo le vulnerabilità, correremo rischi non necessari per future pandemie».

Giuseppe Sarcina E Guido Santevecchi Per Il "Corriere Della Sera" il 27 maggio 2021. Joe Biden chiede ai servizi segreti di «raddoppiare gli sforzi e preparare un rapporto sull' origine del Covid-19 entro novanta giorni». In una nota diffusa dalla Casa Bianca, il presidente americano rivela «di aver già ricevuto un primo report», ma di non essere soddisfatto. «Dobbiamo andare avanti su due possibili scenari: il virus può essere emerso dal contatto tra uomini e animali infetti; oppure può essere derivato da un incidente di laboratorio». Biden annuncia che il governo Usa, in accordo con i partner mondiali, «continuerà a premere sulla Cina, in modo che possa partecipare a un'inchiesta internazionale, pienamente trasparente e basata su dati scientifici». La posizione di Washington è condivisa dall' Unione europea e da altri 13 Paesi. La comunità internazionale dei virologi, a cominciare da Anthony Fauci, sta cercando di separare scienza e politica. Impresa non facile, poiché fin dal gennaio 2020 il dibattito sulla nascita della pandemia è stato inquinato da teorie cospirative, in parte alimentate anche da Donald Trump. Al centro dell'attenzione l'Institute of Virology di Wuhan, la città-innesco della pandemia. La pista di un esperimento andato male ha ripreso quota da qualche mese. Per quale ragione? La risposta è facile: le missioni, le ricerche condotte dall' Organizzazione mondiale della Sanità non hanno dato esiti convincenti. Nel maggio del 2020 l'Oms ha promosso uno studio congiunto con gli scienziati cinesi. Poi nel febbraio del 2021 un team internazionale ha visitato Wuhan. Una missione giudicata «poco più di una farsa» dal Dipartimento di Stato americano, con Biden nel frattempo insediato alla Casa Bianca. In ogni caso il risultato è un papiro di 313 pagine, pubblicato sul sito il 30 marzo 2021, sulla base di dati esaminati tra il 14 gennaio e il 10 febbraio 2021. L' analisi conclude che «è molto probabile» che l'infezione sia stata trasmessa dagli animali (forse pipistrelli) agli esseri umani; mentre è «decisamente improbabile» che il virus si sia sviluppato nei laboratori di Wuhan. In realtà, ed è questo il passaggio chiave, non ci sono prove sufficienti a sostegno né dell' una né dell' altra tesi. La comunità scientifica internazionale segue con perplessità crescente gli sforzi dell' Oms, guidata dal direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Diversi virologi escono più volte allo scoperto. L' iniziativa più efficace è una lettera pubblicata il 13 maggio dalla rivista Science . «La ricerca è stata costruita sulla base dei dati forniti dagli scienziati locali; gli altri non hanno avuto accesso diretto agli accertamenti sul campo. Inoltre, nonostante non ci siano prove in un senso o nell' altro, il rapporto è estremante sbilanciato», scrivono i 18 specialisti provenienti da centri studi di alto livello (14 Usa, 2 Canada, 1 Regno Unito e Svizzera) che hanno firmato la lettera. «Su 313 pagine, solo quattro sono dedicate all' ipotesi di un incidente in laboratorio; tutto il resto esplora la possibilità di una trasmissione tra animali e uomini». Il dibattito tra gli scienziati stimola la curiosità dei media e, nello stesso tempo, incoraggia la fuga di notizie. Negli Stati Uniti saltano fuori dossier rimasti segreti per mesi. Il 24 maggio il Wall Street Journal dà notizia di un report dell'intelligence americana che rivela come, nel novembre del 2019, tre ricercatori dell' Institute of Virology di Wuhan si fossero ammalati contemporaneamente. I tre finirono in ospedale con «sintomi compatibili sia con il Covid-19 sia con l' influenza stagionale». Le carte dei servizi, quindi, non sono risolutive. Da mesi i cinesi ribattono che gli Stati Uniti continuano ad accusarli sulle origini del virus per coprire «il loro fallimento nella reazione alla pandemia». Ora pensano che il rapporto di intelligence sia stato passato al Wall Street Journal perché facesse rumore alla vigilia dell' assemblea generale dell' Oms. Il dottor Yuan Zhiming, direttore del Laboratorio di biosicurezza di Wuhan dice che «questa storia è una falsità costruita sul niente». In realtà, l' informazione sui tre ricercatori dell' Istituto di virologia che si sarebbero ammalati nel novembre del 2019 non era nuova, tanto che ne aveva discusso in pubblico anche Marion Koopmans, virologa inviata a Wuhan con la missione Oms lo scorso gennaio: «È normale che qualcuno stia male in autunno, noi non abbiamo riscontrato niente di grosso». C' è poi la risposta sull' efficacia della missione di febbraio. I 17 esperti internazionali a Wuhan hanno lavorato con 17 colleghi cinesi, che li hanno guidati e controllati in ogni spostamento, portandoli anche nel laboratorio (3 mila metri quadrati, completato nel 2015 a un costo di 42 milioni di dollari e pienamente operativo dal 2018). La loro permanenza è durata un mese, ma 14 giorni li hanno passati in quarantena chiusi in un albergo. Nel rapporto, pubblicato a marzo, il team Oms ha definito «estremamente improbabile» un errore durante ricerche scientifiche cinesi sui coronavirus e non ha riscontrato «falle nella sicurezza». Però, lo studio ammette la carenza di «raw data», dati grezzi sulle cartelle cliniche dei primi pazienti individuati. I colleghi cinesi hanno replicato: «In base alla nostra legislazione, alcuni dati non potevano essere consegnati o fotografati, ma li abbiamo analizzati insieme ai colleghi stranieri e tutti hanno potuto vedere il database». In questi mesi, tra gli indiziati per una possibile fuga del Sars-CoV-2 dal laboratorio, c' è stata Shi Zhengli, la famosa «Bat Woman» cinese che per quindici anni ha fatto ricerche nelle grotte della provincia sudoccidentale dello Yunnan, infestate dai pipistrelli. La virologa ha riferito di aver ricevuto una telefonata il 30 dicembre 2019, mentre era a una conferenza a Shanghai: «Era il direttore dell' Istituto di prevenzione e controllo delle malattie virali, da Wuhan: avevano trovato un nuovo coronavirus in due pazienti con polmonite». Shi Zhengli ha ammesso di aver subito avuto il dubbio atroce: «Può essere venuto dal nostro laboratorio?». Rientrata in città accertò che non era possibile: «Posso garantirlo sulla mia vita». È stato ipotizzato anche che persone infettate dai pipistrelli nello Yunnan abbiano portato il contagio a Wuhan. «Nessun abitante di quella zona ha avuto il Covid-19. Così, la teoria secondo cui il paziente zero viveva vicino alla zona mineraria di Tongguan nello Yunnan e poi ha viaggiato fino a Wuhan è falsa», ha concluso la scienziata.

Flavio Pompetti per "il Messaggero" il 25 maggio 2021. Il ceppo originale del Covid è venuto da un mercato di Wuhan in Cina, o da un laboratorio scientifico? La questione ha preso di petto ieri l'apertura dei lavori dell'Assemblea per la salute mondiale organizzata dall' Oms che, peraltro, si trova al centro di accuse sempre più insidiose proprio a causa delle indagini finora svolte. Nelle ultime settimane personaggi del calibro di Anthony Fauci e Robert Redfield hanno sollevato la questione, ed entrambi hanno espresso dubbi sull' accuratezza delle informazioni disponibili. In una audizione al congresso l'11 di maggio a Fauci è stato chiesto espressamente se pensava che il virus potesse essere uscito dal laboratorio di ricerca. «Non sono convinto della sua origine naturale. La possibilità certamente esiste - ha risposto lo scienziato - e io sono totalmente favorevole ad investigare fino in fondo». La teoria di un Covid prodotto dalla Cina era cara a Donald Trump, ed è stata rapidamente bollata dai media come una delle tante teorie complottiste diffuse dall' ex presidente. Lo scorso fine settimana un articolo sul Wall Street Journal ha riaperto il dibattito, raccontando che nel novembre del 2019 tre tecnici del laboratorio di ricerca di Wuhan sono stati ricoverati in ospedale con sintomi che potrebbero essere quelli di una semplice influenza aggravata, ma che sono anche assimilabili a quelli causati dal Covid 19. Il governo cinese però dichiara che il primo paziente è stato registrato solo l'8 di dicembre scorso. Ora a smentirlo, vantando prove che dimostrerebbero il contrario (validate anche da tre diversi esperti consultati dal giornale), un rapporto dell'intelligence Usa. Dal canto suo l'Organizzazione mondiale della sanità ha concluso lo scorso marzo la sua inchiesta in Cina producendo un rapporto nel quale si legge che l'origine animale del virus è la «più plausibile». Quello che non si legge è che le autorità cinesi non hanno collaborato in pieno con le indagini, e in particolare si sono rifiutate di concedere dettagli e prove documentali di un episodio occorso nel 2012. Nell' aprile di quell' anno sei minatori che erano entrati in una cava per ripulirla del guano depositato dai pipistrelli caddero vittime di una malattia misteriosa, e tre di loro morirono. I batteriologi chiamati a ispezionare il sito trovarono diversi tipi di nuovo coronavirus. Cosa ne è stato dei campioni raccolti? È possibile che su di loro siano state fatte ricerche che erano ancora in corso alla fine del 2019, e che i tecnici di un laboratorio li abbiano accidentalmente dispersi nell' ambiente? E queste sono proprio le domande poste da un gruppo di esperti all' interno di un documento che rigetta le conclusioni dell'Oms e alimenta le critiche nei confronti dell'associazione. Un clima di sfiducia in cui ora anche Fauci e Redfield hanno aggiunto la loro voce autorevole a quella di quanti chiedono una seconda inchiesta internazionale, che vada in fondo alla questione senza accettare censure e obiezioni da parte del governo di Pechino. Da Wuhan arriva intanto la secca smentita da parte di Yuan Zhiming, direttore del laboratorio al centro della polemica: «Ho letto il rapporto, ed è una totale falsità. Noi siamo totalmente all' oscuro dei fatti che ci sono imputati, e non sappiamo nemmeno da dove arrivino queste informazioni».

(ANSA il 24 maggio 2021) Tre ricercatori dell'istituto di virologia di Wuhan, in Cina, si sono ammalti nel novembre 2019 e hanno cercato assistenza sanitaria. Lo riporta il Wall Street Journal, citando un report dell'intelligence americana che rischia di accendere nuovamente il dibattito sulle origini del Covid e sulla possibilità che il virus sia sfuggito dal laboratorio.

Giuseppe Sarcina per corriere.it il 24 maggio 2021. Nel novembre del 2019 tre ricercatori dell’Institute of Virology di Wuhan, la città-innesco della pandemia, si ammalano contemporaneamente e finiscono in ospedale. Lo rivela un rapporto dell’intelligence americana, di cui dà notizia il Wall Street Journal. I sintomi, precisa la relazione finora tenuta «top secret», sarebbero «compatibili sia con il Covid-19 sia con l’influenza stagionale». Secondo le fonti raccolte dal quotidiano americano, «le informazioni in mano ai servizi segreti provengono da varie testimonianze e sono di comprovata qualità. Notizie molto precise, anche se non si sa ancora quale sia stata la causa della malattia che ha colpito i tre medici cinesi». Naturalmente è un particolare cruciale. Le autorità di Pechino confermarono il primo caso di Covid-19, l’8 dicembre 2019, ma si presume che il virus avesse cominciato a circolare già dalla metà di novembre nella Cina centrale. Da allora la comunità scientifica si interroga sull’origine del virus. L’Amministrazione guidata da Donald Trump aveva iniziato a raccogliere materiale fin dall’inizio, tanto che il presidente aveva cavalcato politicamente le illazioni, accusando esplicitamente la Cina di aver nascosto la scoperta dei primi focolai. Inoltre la Casa Bianca trumpiana non aveva mai escluso che il «virus cinese» si fosse sviluppato nelle provette dell’Institute of Virology di Wuhan. Nel maggio del 2020 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha promosso uno studio congiunto con gli scienziati cinesi. Il risultato è un rapporto di 313 pagine, pubblicato sul sito il 30 marzo 2021, sulla base di dati esaminati tra il 14 gennaio e il 10 febbraio 2021. L’analisi conclude che «è molto probabile» che l’infezione sia stata trasmessa dai pipistrelli agli esseri umani; mentre è «decisamente improbabile» che il virus sia sviluppato nei laboratori di Wuhan. In realtà non ci sono prove sufficienti a sostegno né dell’una né dell’altra tesi. Nessun passo in avanti neanche con la missione di un team internazionale a Wuhan, nel febbraio 2021. «Poco più di una farsa», era stato il giudizio del Dipartimento di Stato americano, con Joe Biden, nel frattempo, insediato alla Casa Bianca. Ecco allora che il 13 maggio, 18 scienziati provenienti da centri studi di alto livello (14 Usa, 2 Canada, 1 Regno Unito e 1 Svizzera) hanno pubblicato una lettera sulla rivista Science, criticando a fondo il rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità, scritto con i virologi cinesi: «La ricerca è stata costruita sulla base dei dati forniti dagli scienziati locali; gli altri non hanno avuto accesso diretto agli accertamenti sul campo. Inoltre, nonostante non ci siano prove in un senso o nell’altro, il rapporto è estremamente sbilanciato. Su 313 pagine, solo 4 sono dedicate all’ipotesi di un incidente in laboratorio; tutto il resto esplora la possibilità di «una trasmissione tra animali e uomini». I medici americani stanno cercando, comunque, di tenere separati scienza e politica. Nei giorni scorsi, Anthony Fauci, conversando con i giornalisti nella residenza dell’Ambasciata italiana a Washington, aveva mantenuto una linea di prudenza: «Non sappiamo ancora come sia nato questo virus. È necessario condurre un’indagine internazionale, aperta a tutti gli scienziati del pianeta. Spero che i cinesi siano d’accordo e che, anzi, accettino di collaborare». È una richiesta condivisa anche dall’Unione europea e da altri 13 Paesi. Ed è d’accordo anche Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. Il problema è che il governo di Pechino ritiene di aver già detto tutto.

Da repubblica.it il 24 maggio 2021. Tre ricercatori dell'istituto di virologia di Wuhan ammalati già nel novembre 2019 e ricoverati in ospedale. I "sintomi sarebbero compatibili sia con il Covid sia con l'influenza stagionale". Ma tanto basta a riaccendere i riflettori sulla città, considerata l'epicentro della pandemia. A far tornare d'attualità la teoria dell'incidente di laboratorio. E a rimettere in discussione la gestione e trasparenza da parte della Cina. A rivelarlo è un rapporto dell'intelligence americana, pubblicato dal Wall Street Journal. "Le informazioni in mano ai servizi segreti provengono da varie testimonianze e sono di comprovata qualità. Notizie molto precise, anche se non si sa ancora quale sia stata la causa della malattia che ha colpito i tre medici cinesi". Particolare non di poco conto. Il primo caso confermato da Pechino venne registrato l'8 dicembre 2019, ma già nel febbraio di quest'anno lo stesso Wsj affermava "ciò che molti epidemiologi sospettavano da tempo": secondo la ricostruzione del quotidiano americano, il coronavirus iniziò a diffondersi inosservato nell'area di Wuhan settimane prima, cioè proprio attorno alla seconda metà di novembre 2019. La pubblicazione del documento dell'intelligence giunge a poche ore da un incontro dell'Organizzazione mondiale della sanità nel quale dovrebbe essere discussa la prossima fase dell'inchiesta sull'origine del Covid-19. La prima parte delle indagini, condotte da un team di esperti dell'Oms coadiuvati da scienziati e medici cinesi, ha portato nei mesi scorsi alla conclusione che l'ipotesi dell'incidente di laboratorio è "estremamente improbabile". Tuttavia, diversi voci - fra le quali quella del segretario di Stato Usa Antony Blinken - hanno sollevato il sospetto che le indagini siano state "inquinate" dalla Cina. Pechino ha ripetutamente negato che il virus possa essere uscito da uno dei suoi laboratori. Ieri il ministro degli Esteri di Pechino ha citato proprio le conclusioni del team dell'Oms dopo la visita a Wuhan a febbraio. "Gli Stati Uniti continuano a pubblicizzare la teoria della fuga: sono davvero preoccupati nel cercare di rintracciare le origini del virus o vogliono solamente distogliere l'attenzione pubblica?". Al momento nessun commento da parte dell'Amministrazione Biden, anche se la Casa Bianca ha sottolineato come tutte le teorie tecnicamente credibili sull'origine della pandemia dovrebbero essere indagate dall'Oms e dagli esperti internazionali. A chiedere ulteriori indagini e a dirsi non convinto dell'origine naturale del virus è Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di malattie infettive e consigliere della Casa Bianca sul Covid. Parlando con Fox, quando gli è stato chiesto se il virus fosse stato originato naturalmente, Fauci ha risposto: "Non ne sono convinto, penso che dovremmo indagare su ciò che è successo in Cina". "Certamente - ha aggiunto - le persone che stanno indagando sostengono che l'emergenza nasca da un animale che ha contagiato gli individui, ma potrebbe essere stato anche altro e noi abbiamo bisogno di scoprirlo. Per questo sono assolutamente a favore di un'indagine.

RAPPORTO INTELLIGENCE USA: TRE RICERCATORI DI WUHAN RICOVERATI PER COVID A NOVEMBRE 2019. Il Corriere del Giorno il 24 Maggio 2021. Il Wall Street Journal scrive e spiega come la malattia dei tre ricercatori confermi le ipotesi di una probabile diffusione del virus diverse settimane prima della data finora resa nota. Il primo caso di Covid reso noto da Pechino venne registrato l’8 dicembre 2019, ma lo stesso Wall Street Journal già nel precedente mese di febbraio scriveva “ciò che molti epidemiologi sospettavano da tempo”. Quindi secondo la ricostruzione del quotidiano americano, il coronavirus iniziò a diffondersi inosservato nell’area di Wuhan settimane prima, cioè proprio attorno alla seconda metà di novembre 2019. Un rapporto dell’intelligence americana, pubblicato dal Wall Street Journal, spiega che “Le informazioni in mano ai servizi segreti provengono da varie testimonianze e sono di comprovata qualità. Notizie molto precise, anche se non si sa ancora quale sia stata la causa della malattia che ha colpito i tre medici cinesi”. Dettagli questi di non poco conto. Il rapporto avvalora la tesi di un foglio informativo del Dipartimento di Stato, diffuso durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Trump, secondo cui diversi ricercatori del laboratorio cinese (si tratta di un centro per lo studio dei coronavirus e altri agenti patogeni) si sono ammalati nell’autunno 2019 “con sintomi coerenti sia con il Covid-19 che con la comune malattia stagionale”. Ci sono insomma delle possibilità che il virus sia fuggito da un laboratorio, e che non sia stata "colpa" del pangolino. Proprio pochi giorni fa l’immunologo "in capo" della Casa Bianca, Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infections Diseases (Niaid), rispondendo a margine di un incontro all’ambasciata d’Italia a Washington, aveva ammesso di non escludere che il virus “sia stato creato in laboratorio” ed aggiunto”. E’ importante che si faccia un’indagine indipendente, oggettiva, non di parte”. E non più tardi di dieci giorni fa, in un articolo pubblicato dalla rivista ‘Science‘, una ventina di scienziati attivi in alcuni dei più prestigiosi poli di ricerca del mondo, suggerivano di non escludere proprio con certezza che all’origine della pandemia vi sia stata una fuga del Coronavirus dal laboratorio di virologia di Wuhan. In parole più chiare, un incidente. Tre ricercatori dell’istituto di virologia di Wuhan si erano già ammalati nel novembre 2019 venendo ricoverati in ospedale. I “sintomi sarebbero compatibili sia con il Covid sia con l’influenza stagionale”. Quanto basta a riaccendere i riflettori sulla città cinese, considerata l’epicentro della pandemia facendo tornare d’attualità la teoria dell’incidente di laboratorio, rimettendo in discussione la gestione e trasparenza sul Covid da parte della Cina. Il primo caso di Covid reso noto da Pechino venne registrato l’8 dicembre 2019, ma lo stesso Wall Street Journal già nel precedente mese di febbraio scriveva “ciò che molti epidemiologi sospettavano da tempo”. Quindi secondo la ricostruzione del quotidiano americano, il coronavirus iniziò a diffondersi inosservato nell’area di Wuhan settimane prima, cioè proprio attorno alla seconda metà di novembre 2019. Il Governo cinese ha negato ripetutamente che il virus possa essere uscito da uno dei suoi laboratori. Ieri il ministro degli Esteri di Pechino ha citato proprio le conclusioni del gruppo di ispettori scientifici dell’Oms dopo la visita a Wuhan a febbraio. “Gli Stati Uniti continuano a pubblicizzare la teoria della fuga: sono davvero preoccupati nel cercare di rintracciare le origini del virus o vogliono solamente distogliere l’attenzione pubblica?”. Se l’indagine condotta dall’Oms in Cina tra fine gennaio ed inizio febbraio 2021 ha rilevato che era “estremamente improbabile” che il coronavirus provenisse da una ‘fuga’ di laboratorio, gli scienziati hanno provato a individuare più dati per definirne l’origine. Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha però dichiarato dopo la missione del team di esperti a Wuhan che non era stato analizzato adeguatamente la possibilità di un incidente di laboratorio, aggiungendo che era pronto a dispiegare risorse aggiuntive. La pubblicazione del documento dell’intelligence americana arriva a poche ore da un incontro dell’Organizzazione mondiale della sanità nel quale dovrebbe essere discussa la prossima fase dell’inchiesta sull’origine del Covid-19. La prima parte delle indagini, condotte da un team di esperti dell’Oms coadiuvati da scienziati e medici cinesi, ha portato nei mesi scorsi alla conclusione che l’ipotesi dell’incidente di laboratorio è “estremamente improbabile”. Ma ciò nonostante, diversi voci fra le quali quella del segretario di Stato Usa Antony Blinken hanno più di un sospetto che le indagini siano state “inquinate” dalla Cina. Al momento nessun commento da parte dell’Amministrazione Biden, anche se la Casa Bianca ha sottolineato come tutte le teorie tecnicamente credibili sull’origine della pandemia dovrebbero essere indagate dall’Oms e dagli esperti internazionali. “Continuiamo a porci delle domande sulle origini della pandemia Covid-19 all’interno della Repubblica Popolare Cinese”, ha detto una portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Ma, ha aggiunto, “per una questione di politica non commentiamo mai le questioni di intelligence”.

Covid-19 e Wuhan: lo scoop virale del Wall Street Journal. Piccole Note il 25 maggio 2021 su Il Giornale. Il coronavirus è stato creato nel laboratorio di Wuhan: questo lo scoop del Wall Street Journal che sta facendo il giro del mondo. A fondamento di tale notizia un rapporto di intelligence redatto durante la precedente amministrazione Usa, secondo il quale tre ricercatori del laboratorio di Wuhan si sarebbero ammalati a novembre del 2019, cioè prima dell’inizio della pandemia. Scoop che ha acceso la furia di Pechino e alimentato controversie. Il fatto che la rivelazione si basi su un rapporto di intelligence, e dell’intelligence che ha da tempo Pechino del mirino, dovrebbe suscitare l’ironia del caso, ma i tempi in cui i media facevano il loro mestiere, accogliendo con criticità le fonti ufficiali, è ormai andato, ora che anche l’intelligence è fonte oracolare. Non è un mistero, infatti, che l’intelligence possa essere affetta da “politicizzazione”, rischio sul quale dava l’allarme persino l’ex Segretario della Difesa Robert Gates in un messaggio agli analisti delle Agenzie Usa.

La pista bulgara e gli hacker russi. Un esempio lampante fu ad esempio la pista bulgara per l’attentato al Papa, che per anni tenne Bulgaria e Russia al centro del mirino e che un’indagine interna della Cia scoprì che era stata creata ad arte all’interno dell’Agenzia stessa. Per restare in tema Covid-19, qualcosa di analogo è accaduto quando attacchi hacker hanno funestato i maggiori istituti di ricerca occidentali sul vaccino. “Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada affermano che le cyberspie russe stanno cercando di rubare la ricerca sul vaccino contro il coronavirus”, titolava il Washington Post. “La Russia sta cercando di rubare i dati sui vaccini contro i virus, dicono i Paesi occidentali”, riecheggiava il New York Times. Accuse ovviamente basate su dettagliate informazioni di intelligence. E del tutto infondate, come ha dimostrato la cronaca, che ha visto la Russia precedere le presunte vittime, che comunque avrebbero dovuto arrivare prima, e con un vaccino che nulla ha a che fare con quello Pfizer-Biontech o Moderna, basati sull’Rna messaggero. È di interesse notare che il report che rivela la malattia dei ricercatori di Wuhan non sia attuale, ma risalga ai tempi di Trump. Così l’amministrazione anti-cinese per eccellenza, che ha fatto di tutto per accreditare la tesi che il virus sia stato creato nel laboratorio di Wuhan, ha tenuto nascosta per mesi questa informazione tanto utile alla sua causa…Interessante anche la posizione del dottor Fauci: lo zar anti-virus degli Stati Uniti, che durante la pandemia ha smentito decine di volte tale teoria, e che ora si sta spendendo per avvalorarla. Una conversione improvvisa, evidentemente folgorato anche lui sulla via di una qualche Damasco americana.

Tempi e modi di uno scoop fumoso. Di interesse anche la tempistica, perché lo scoop avviene, guarda caso, alla “vigilia di una riunione dell’organo decisionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che dovrebbe discutere la prossima fase di un’indagine sulle origini del Covid-19”. Ovvio che, dopo tali rivelazioni, si deciderà per un approfondimento nel senso desiderato, nulla importando i risultati della precedente inchiesta dell’Oms, che aveva dato come “altamente improbabile” la fuga dal laboratorio. Di interesse notare, inoltre, che anche lo scoop in sé è alquanto aleatorio. Si spiega, infatti, che i tre ricercatori si sarebbero ammalati con sintomi compatibili con il coronavirus o altre “malattie stagionali”, cioè l’influenza…E che in Cina è normale l’ospedalizzazione. Peraltro una prassi ovvia nel caso di ricercatori di simili laboratori, ché, dati rischi connessi al loro lavoro, anche per una banale influenza devono fare controlli ben più accurati delle persone comuni (sicuramente avverrà anche per il personale dei biolab americani). Una delle fonti del giornale, poi, riferisce che l’informazione è pervenuta da un’intelligence straniera, un’altra che sarebbe farina di indagini Usa; secondo una fonte non sarebbe molto dettagliata, anzi va verificata, secondo un’altra sarebbe l’opposto… insomma, tutto e il contrario di tutto, tanto da dare l’effetto di una cortina fumogena; un’allusione più che di una notizia vera e propria (tanto che la stessa Casa Bianca ha detto che non ha elementi per confermare lo scoop…). D’altronde che la crisi pandemica sia stata viziata dalla geopolitica non è un mistero: per le nazioni sotto sanzioni occidentali, non alleviate nonostante i morti, ha avuto l’effetto di arma di distruzione di massa; la Russia si è vista negare la validità del suo vaccino solo per ragioni politiche; e tanto altro e più oscuro.

La guerra delle valute virtuali. Insomma, anche queste rivelazioni si situano nel quadro delle normali schermaglie della lotta tra Usa e Cina, che si è arricchita di una nuova variante, non meno esplosiva. La Cina ha, infatti, dichiarato illegali i bitcoin e, dato che il 65% della produzione si trova sul suo territorio, ha causato un crollo del suo valore. Ciò avviene proprio quando la Goldman Sachs, la più importante istituzione finanziaria del globo, ha iniziato ad adottare le valute digitali. Logico sviluppo della Finanza virtuale, destinato a incidere non poco sulle economie d’Occidente. E che lega ancor più le Big tech alla grande Finanza, con intreccio sempre più mostruoso. Interessante, nel bando cinese, un’annotazione: per creare bitcoin serve un’enorme quantità di energia, sia per alimentare i computer che li producono che per i condizionatori necessari a raffreddare le macchine. “L’estrazione di bitcoin – si legge sul South China Morning Post – utilizza circa 121,36 terawattora all’anno, che è maggiore dell’energia totale utilizzata dall’Argentina, secondo un recente rapporto dell’Università di Cambridge”. A proposito del risparmio energetico richiesto ai comuni mortali…

Da "Ansa" il 24 maggio 2021. La Cina ha sollecitato gli Usa a chiudere con le teorie del complotto, con il coronavirus fuggito da un laboratorio di alta sicurezza a Wuhan. L'ultimo rapporto sul tema «non è veritiero», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian nella conferenza stampa quotidiana su quanto pubblicato domenica dal Wall Street Journal in base all'intelligence Usa, secondo cui tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology, il laboratorio incriminato nel capoluogo di Hubei dove è stato identificato il primo focolaio di Covid-19, si erano ammalati a novembre 2019. La struttura ha negato responsabilità o coinvolgimenti. La Cina ha inquadrato le affermazioni sul laboratorio di Wuhan come teorie del complotto create per distogliere l'attenzione dalla gestione del coronavirus da parte del governo degli Stati Uniti, suggerendo che dovrebbe essere invece messa sotto indagine una base militare nello stato americano del Maryland. «C'è il sospetto circa le attività a Fort Detrick e gli oltre 200 biolab gestiti dagli Stati Uniti - ha aggiunto Zhao -. Ci auguriamo che i dipartimenti statunitensi competenti possano fare chiarezza e dare al mondo una risposta chiara». Se l'indagine condotta dall'Oms in Cina tra fine gennaio e inizio febbraio 2021 ha rilevato che era «estremamente improbabile» che il coronavirus provenisse da una 'fugà di laboratorio, gli scienziati hanno provato a individuare più dati per definirne l'origine. Il direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha però dichiarato dopo la missione del team di esperti a Wuhan che non era stato analizzato adeguatamente la possibilità di un incidente di laboratorio, aggiungendo che era pronto a dispiegare risorse aggiuntive.

Maurizio Tortorella per "la Verità" il 26 maggio 2021. «Il Covid ha un'origine naturale? Io non ne sono convinto. E sono favorevole a indagini approfondite per scoprire quanto è veramente accaduto in Cina». Se alcuni mesi fa parole come queste fossero uscite dalla bocca di un Donald Trump, l'orrido usurpatore della Casa Bianca, o da quella del suo segretario di Stato, Mike Pompeo, sarebbero state immediatamente tacciate come propaganda, falsità, complottismo. Ora, invece, la sconcertante verità viene pronunciata da un ex avversario di Trump, e cioè Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale di malattie infettive e scelto dal buon Joe Biden come consigliere per la lotta al Covid. Così il sospetto che la pandemia abbia origini diverse dal pipistrello o dal pangolino, e che il virus che ha massacrato il mondo possa essere partito dal misterioso laboratorio cinese di Wuhan, magari a causa di un inconfessabile esperimento di guerra biologica, di colpo diventa più che legittimo. Quasi plausibile. Perfino probabile. Sono i miracoli prodotti dall' appartenenza al fronte progressista. Ieri anche Repubblica, che sulle origini del virus per oltre un anno ha deliberatamente ignorato ogni illazione che potesse attribuire la minima responsabilità a Pechino, ha rilanciato l'allarme di Fauci. E ha titolato: «Nuovi sospetti sul laboratorio di Wuhan». L' aggettivo «nuovi» deve aver disorientato i poveri lettori del quotidiano: mai, in oltre un anno di pandemia, era stata data loro la possibilità d' immaginare un qualche sospetto sull' origine del Covid. Pipistrelli e pangolini, tutt' al più. Sulle pagine di Repubblica, del resto, anche l'espressione trumpiana del «virus cinese» è stata sempre trattata con il disprezzo che si riserva al razzismo deteriore. Ma oggi Fauci punta il dito contro la Cina, e così finalmente diventa credibile anche un'altra verità (che i nostri lettori conoscono da tempo): e cioè che già nel novembre 2019 almeno tre ricercatori dell'Istituto di virologia di Wuhan si erano ammalati di una strana polmonite bilaterale virale, i cui sintomi erano «compatibili con quelli del Covid». A sostenerlo, citando un rapporto dell'intelligence statunitense, è oggi il Wall Street Journal che, malizioso, ha ricordato anche come Pechino avesse dichiarato il primo caso di contagio del «nuovo tipo di coronavirus» soltanto l'8 dicembre 2019. Che cosa era accaduto nel laboratorio di Wuhan? Forse il regime di Xi Jinping nasconde qualcosa? Ora che il velo dell'antitrumpismo militante è caduto, la stampa mondiale - anche quella più progressista - scopre questa parte di verità. Scopre anche che 18 virologi e scienziati di fama hanno rivolto un appello all' Organizzazione mondiale della sanità perché «indaghi più approfonditamente sulle origini del Covid». Gli scienziati contestano le verifiche condotte dall' Oms lo scorso gennaio, a Wuhan, in una missione farsa dove gli ispettori internazionali sono stati affiancati da «commissari politici» cinesi e sono stati teleguidati in una fugace visita al laboratorio dei misteri. In quelle condizioni, nemmeno Sherlock Holmes avrebbe scoperto nulla. E infatti il rapporto finale dell'Oms ha accreditato la tesi pretesa da Pechino: il Covid ha una «probabile origine animale. Chissà. Prima o poi, forse, qualcuno chiederà scusa anche al virologo francese Luc Montagnier, premio Nobel 2008 per la medicina grazie alla scoperta del virus dell'Hiv. Nell' aprile 2020, dall' alto della sua scienza, Montagnier s' era detto «certo» che la diffusione del nuovo coronavirus fosse nata per «un errore umano degli scienziati cinesi», che avevano cercato di «mettere a punto un vaccino contro l'Aids partendo dal coronavirus dei pipistrelli». Montagnier aveva raccontato di avere «analizzato attentamente la descrizione del genoma del virus», e di aver scoperto che il genoma completo del Covid-19 aveva «al suo interno sequenze di un altro virus, quello dell'Aids». Per lo scienziato, insomma, a Wuhan qualcuno «ha fatto un lavoro da apprendista stregone». Per quanto proveniente dal genio che 12 anni prima aveva isolato il virus dell'Hiv, l'accusa di Montagnier era stata seppellita da critiche feroci. I media, allineati come birilli, l'avevano trattato come un volgare propalatore di bufale. Alla fine anche il Nobel era stato zittito, come non sarebbe accaduto all' ultimo dei ricercatori, o al più fastidioso dei No vax. Misteri del giornalismo contemporaneo. Sarebbe bello raccontasse tutto quel che merita di essere raccontato, senza prendere nulla come oro colato. Oggi nessuno, se non i ricercatori di Wuhan, sa che cosa diavolo sia accaduto in quel laboratorio, e che cosa vi si studiasse davvero. Nessuno, se non i vertici del Partito comunista cinese, sa quanto ci sia di vero nella notizia rivelata a metà maggio dalla stampa australiana (e che in Italia solo La Verità ha riferito), e cioè che esistano le prove che almeno dal 2015 i biologi militari cinesi sarebbero stati impegnati su «un nuovo coronavirus da usare in una futura guerra biologica». Quel che si sa è che l'Istituto di virologia di Wuhan lavora alle dipendenze dell'esercito cinese. Per questo, oggi, Fauci e i 18 scienziati hanno ragione a chiedere «indagini più accurate», per quanto difficili, sulla vera origine del Covid. Esattamente come, prima di loro, aveva fatto l'orrido Trump. Qualche attenzione meriterebbe anche un'altra storia, di cui online restano tracce interessanti. Nessuno sa se sia vera: si sa solo che risale al 2005, quindi non è stata inventata oggi. Ma anche per questo è sconcertante. Perché, 15 anni prima che il mondo si accorgesse di un virus di nome Covid, un ministro cinese della Difesa, il generale Chi Haotian, avrebbe rivelato alle più alte gerarchie militari l'esistenza di «ricerche avanzatissime su un nuovo tipo di armi biologiche, basate sull' ingegneria genetica». Il generale avrebbe parlato di «armi selettive, in grado di uccidere solo razze diverse da quella gialla». È un particolare che oggi fa un certo effetto, visto che da quando è scoppiato il Covid i morti nel mondo sono stati quasi 3,5 milioni, mentre in Cina sono 4.875 in tutto. Chissà che cosa ne direbbe Fauci.

Dagotraduzione da Mediaite l'11 giugno 2021. Il dottor Anthony Fauci ne ha abbastanza delle crescenti critiche che gli vengono rivolte, in particolare dalla destra politica. Durante un’intervista sulla MSNBC, Fauci – parlando con il giornalista Chuck Todd – è stato messo sotto attacco da una moltitudine di argomenti che vanno dalla sua difesa della maschera alla domanda se il National Institute of Health (NIH) ha finanziato la ricerca presso l'Istituto di virologia di Wuhan. Il tutto è iniziato dopo il video del senatore Marsha Blackburn, che accusa Fauci di essere colluso con il Ceo di Facebook Mark Zuckeberg sul modo in cui raccontare il Covid. «Il dottor Fauci si scriveva mail con Mark Zuckerberg di Facebook per cercare di creare quella narrativa», ha detto Blackburn. «Una selezione arbitraria delle notizie in modo che venisse fuori solo ciò che volevano tu sapessi». «Non ho la più pallida idea di cosa abbia appena detto», ha commentato Fauci, seccamente. «Non ho la più pallida idea di cosa stia parlando. … E mi dispiace, non voglio essere peggiorativo nei confronti di un senatore degli Stati Uniti ma non ho idea di cosa stia parlando. E sai Chuck, se esamini ognuno dei punti, sono così ridicoli, semplicemente dolorosamente ridicoli, se li esamini tutti, puoi spiegarlo e smascherarlo immediatamente». Fauci ha quindi diretto i suoi commenti in modo più ampio, non solo verso Blackburn ma verso tutti i suoi critici; «È molto pericoloso, Chuck, perché molti di quelli che vedi come attacchi contro di me, francamente, sono attacchi alla scienza. Perché tutte le cose di cui ho parlato in modo coerente fin dall'inizio sono state fondamentalmente questioni basate sulla scienza. A volte quelle cose erano verità scomode per le persone, e c’è stato un rifiuto nei miei confronti. Quindi, se stai cercando di arrivare a me come funzionario della sanità pubblica e scienziato, stai davvero attaccando non solo il dottor Anthony Fauci, stai attaccando la scienza. E chiunque guardi cosa sta succedendo lo vede chiaramente. Devi dormire per non vederlo».

Cosa nascondono le “mail segrete” di Fauci sulla pandemia. Federico Giuliani su Inside Over il 6 giugno 2021. Mentre il Sars-CoV-2 si stava diffondendo in tutto il mondo gli Stati Uniti non sono riusciti, o meglio hanno deciso di non prendere, adeguate contromisure per limitare la corsa del virus. La pandemia di Covid ha incendiato l’America a cavallo tra il marzo e l’aprile 2020, cioè circa due mesi dopo la prima apparizione ufficiale del patogeno a Wuhan, in Cina. Molti pensavano che quella strana polmonite emersa nella provincia dello Hubei non avrebbe mai superato la muraglia, né che tanto meno sarebbe arrivata a colpire l’Occidente con una simile forza d’urto. Non appena Washington si rese conto dell’emergenza all’interno della quale stava per cadere, Anthony Fauci divenne una delle figure più importanti del Paese nella lotta contro il coronavirus. In quei giorni convulsi, ha svelato il Washington Post, il virologo della Casa Bianca si è reso protagonista di un intenso scambio di mail con gli scienziati cinesi. Nelle 866 pagine di email inedite ottenute dal quotidiano americano – che le ha richieste in base al Freedom Information Act – troviamo diversi spunti interessanti che potrebbero far luce sulla scellerata iniziale gestione pandemica statunitense. Innanzitutto, nelle prime settimane dell’emergenza Covid, Fauci faticava a farsi ascoltare dall’allora presidente Donald Trump, convinto che la pericolosità del virus fosse sovrastimata all’inverosimile.

Le mail tra Fauci e i cinesi. È molto interessante focalizzare l’attenzione sullo scambio, datato 28 marzo, tra Fauci e George Gao, uno dei responsabili sanitari cinesi. Gao si scusa con Fauci dopo un’intervista rilasciata a Science. Lo scienziato asiatico spiegava al collega, ed amico americano, di non aver mai usato le parole “grosso errore” nel descrivere l’atteggiamento del governo Usa e di altri governi occidentali, che ancora non avevano reso obbligatorio l’uso delle mascherine. “Ho visto l’intervista a Science, come potevo dire una parola del genere ‘grande errore’ sugli altri? Questa era l’espressione del giornalista. Spero che tu capisca”, afferma Gao, preoccupato di avere offeso Fauci. Poi aggiunge, “lavoriamo insieme per cancellare il virus dalla Terra”. La risposta di Fauci è anch’essa un invito alla collaborazione: “Capisco completamente. Nessun problema. Ce la faremo insieme”. A quanto pare Fauci, al contrario di Trump, che già all’epoca stava iniziando a puntare il dito contro presunte responsabilità di Pechino, si fidava degli esperti cinesi.

Minacce e scorta. In un secondo momento, probabilmente vista l’entità dell’emergenza, le corrispondenze con gli scienziati cinesi spariscono dai radar. Nessuno, neppure l’amico Gao, si sarebbe più fatto vivo con il virologo della Casa Bianca. È forse in quel periodo che Fauci inizia ad alzare l’asticella del pericolo, contraddicendo, seppur mai direttamente, le controverse opinioni di Trump. Fu allora che lo scienziato iniziò a ricevere una serie di minacce da alcuni sostenitori di The Donald, che lo accusavano di essere favorevole alle misure restrittive che avevano portato alla chiusura delle scuole e di molte attività produttive.

Ad aprile torna a farsi vivo Gao, che è anche membro della National Academy of Sciences Usa: “Spero che tu stia bene in questa situazione così irrazionale”. “Grazie per la tua mail – è la risposta di Fauci, tre giorni dopo – va tutto bene, nonostante qualche pazzo”. Le minacce spinsero le autorità Usa ad assegnare a Fauci una scorta. Alla luce di tutto ciò possiamo fare due considerazioni. Primo: nonostante Fauci avesse contatti con almeno uno scienziato cinese, quella collaborazione portò a un nulla di fatto. Secondo: nel caso in cui l’amministrazione Trump, compresi gli esperti, avessero reagito fin da subito in modo diverso, forse gli Stati Uniti avrebbero potuto limitare i danni.

Origine del Covid-19, le mail che imbarazzano Anthony Fauci. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 6 giugno 2021. L’epidemiologo Anthony Fauci, al vertice della task-force presidenziale Usa sul Covid-19, ha rappresentato per gran parte dell’opinione pubblica statunitense – e mondiale – nonché per una certa narrazione, il volto della “scienza” in contrapposizione a quello “negazionista” dell’ex Presidente Usa Donald Trump. Le mail private di Fauci risalenti all’inverno scorso pubblicate da Washington Post, Buzzfeed e Cnn attraverso il Freedom of Information Act, mostrano tuttavia una realtà ben diversa e non poche “zone d’ombra” e discrepanze che il celebre epidemiologo sarà chiamato a chiarire. C’è una mail, in particolare, che imbarazza Anthony Fauci ed è stata definita da qualcuno la “pistola fumante” e riguarda, nello specifico, uno scambio con Peter Daszak, zoologo britannico noto anche per essere il presidente di EcoHealth Alliance, una no profit con sede a New York che ha legami con il laboratorio di Wuhan: il 18 aprile 2020 Daskaz mandò una mail di ringraziamento a Fauci per aver minimizzato in televisione, il giorno prima, la tesi secondo cui il coronavirus potesse provenire dal laboratorio di Wuhan.

Chi è Daszak. Il ruolo di Daszak in questa storia è centrale. Come abbiamo già sottolineato su InsideOver, citando un articolo del giornalista scientifico Nicholas Wade e del britannico Spectator, Daszak è uno dei firmatari del celebre articolo di The Lancet sull’origine “naturale” del SARS-CoV-2. Peccato che l’organizzazione del dottor Daszak abbia finanziato la ricerca sul coronavirus presso l’Istituto di virologia di Wuhan, dunque se il virus Sars CoV-2 fosse effettivamente sfuggito alla ricerca da lui finanziata, il dottor Daszak sarebbe potenzialmente colpevole. È per questo motivo che lo zoologo britannico si è affrettato a ringraziare privatamente Fauci nelle e-mail ora rese note? E non finisce qua perché come nota il Sussidiario, nel giugno 2020 pubblicò lui stesso sul Guardian un articolo in cui bollava come “teoria del complotto” l’ipotesi del virus manipolato o sfuggito dal laboratorio di Wuhan. Ma compare anche nel team dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha indagato sull’origine del Covid che ha redatto un report ampiamente screditato anche dagli stessi Stati Uniti. Comportamento curioso, no? C’è un altro scambio nelle mail ora rese pubbliche che sta mettendo in imbarazzo Fauci. È il 31 gennaio 2020, venerdì, poco prima di mezzanotte. Alla casella postale dell’epidemiologo arriva una mail dall’immunologa Kristian Andersen, che lavora presso lo Scripps Research Institute in California. Andersen scrive al capo della task force della Casa Bianca che il Covid-19 sembrerebbe essere stato manipolato in un laboratorio. “Le caratteristiche insolite del virus costituiscono una parte davvero piccola del genoma (meno dell’uno percento), quindi bisogna guardare molto da vicino tutte le sequenze per osservare che alcune delle caratteristiche (potenzialmente) sembrano essere ingegnerizzate”. Fauci scrive dunque una mail al suo vice, Hugh Auchincloss. “Hugh: è essenziale che parliamo questa mattina”. “Tieni il cellulare acceso. Leggi questo documento e l’e-mail che ti inoltrerò. Oggi avrai compiti che devono essere eseguiti”. In allegato all’e-mail c’è un documento chiamato “Baric, Shi, et al – Nature Medicine – SARS Gain of Function.pdf”.Il “Baric” in quell’allegato si riferisce a Ralph Baric, un virologo americano che ha collaborato con il Wuhan Institute of Virology.  Baric ha lavorato con una donna chiamata Shi Zhengli, conosciuta come la “Bat Lady”, perché manipola i coronavirus che infettano i pipistrelli. Solo coincidenze? Durissimo il commento del giornalista di Fox News, Tucker Carlson: “È diventato presto chiaro che Tony Fauci era solo un altro squallido burocrate federale. Ma il fatto più scioccante – osserva – è che lo stesso Fauci era implicato nella stessa pandemia che doveva combattere, sostenendo gli esperimenti grotteschi e pericolosi che sembrano aver reso possibile la diffusione del Covid-19″. Le mail, osserva Carlson, mostrano che fin dall’inizio Fauci era preoccupato che l’opinione pubblica potesse concludere che il Covid-19 abbia avuto origine presso l’Istituto di virologia di Wuhan. Perché Fauci era preoccupato che gli americani arrivassero a questa conclusione? Forse perché Tony Fauci sapeva perfettamente di aver finanziato esperimenti nello stesso laboratorio?”. Sul fronte politico duri attacchi allo scienziato arrivano anche dal senatore repubblicano Rand Paul.

Fauci e il laboratorio di Wuhan. Cosa c’entra Fauci con il laboratorio di Wuhan? Come abbiamo già evidenziato in tempi non sospetti sulle colonne di questa testata, gli Stati Uniti hanno commissionato lo studio di nuovi coronavirus a un gruppo chiamato EcoHealth Alliance, che secondo Npr stava eseguendo la maggior parte della raccolta di campioni di coronavirus dai pipistrelli, per poi trasferirli all’Istituto di Wuhan. Il denaro della sovvenzione originale fornito a EcoHealth era di 3,7 milioni di dollari, di cui 76.000 dollari per l’Istituto di Wuhan. Questo finanziamento è stato approvato con il sostegno dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, l’agenzia che dirige Anthony Fauci, secondo quanto riportato da Newsweek. Quel contratto è stato annullato nell’aprile 2020. Tali sovvenzioni sono state approvate dal National Institute of Health di Fauci. È per questo motivo che il celebre virologo ha spostato la tesi dell’origine naturale del coronavirus, salvo poi avanzare dubbi soltanto nell’ultimo periodo? Domande alle quali Fauci dovrebbe rispondere.

Stefano Graziosi per "la Verità" il 3 giugno 2021. Era il 17 aprile 2020, quando Anthony Fauci minimizzò pubblicamente la tesi secondo cui il Covid-19 potesse provenire da un laboratorio di Wuhan. Ebbene, secondo una serie di documenti che sono stati resi pubblici attraverso il Freedom of information act, Fauci, il 18 aprile 2020, ricevette una email di ringraziamento da parte dello zoologo britannico Peter Daszak, per aver espresso quella posizione: una email a cui l' immunologo statunitense rispose, ringraziando a sua volta per la «gentile nota». Uno scambio che, guardando più nel dettaglio, risulta un po' inquietante. Daszak è infatti il presidente di EcoHealth Alliance: una no profit con sede a New York, che intrattiene stretti legami con la Cina e, in particolare, con la città di Wuhan. Secondo quanto riportato dal Washington Examiner, questa organizzazione avrebbe ricevuto, tra il 2014 e il 2020, 3,7 milioni di dollari dai National institutes of health: agenzia del Dipartimento della Salute americano, di cui fa parte il National institute of allergy and infectious diseases (diretto dallo stesso Fauci). Ebbene, di questi fondi, almeno 600.000 dollari - ha riferito sempre il Washington Examiner - sono stati inviati dalla no profit al controverso Wuhan institute of virology. Del resto, proprio con questa struttura EcoHealth ha negli anni stretto una partnership per condurre ricerche sui pipistrelli (come sottolineato da un comunicato dell' organizzazione newyorchese risalente a marzo 2018). Non sarà allora forse un caso che proprio Daszak sia stato tra le figure principali che, nel 2020, hanno spinto per screditare la narrazione favorevole all' ipotesi dell' origine in laboratorio. Ricordiamo che la critica a tale ipotesi si basò principalmente su un comunicato di esperti, pubblicato da Lancet nel febbraio 2020: in quel testo si dichiarava: «Siamo uniti nel condannare fermamente le teorie del complotto che suggeriscono che il Covid-19 non ha un' origine naturale». Ebbene, tra i firmatari di quel documento figurava proprio Daszak. Non solo: gli autori del comunicato si richiamarono a una lettera scritta, il 6 febbraio precedente, dai vertici delle National academies of sciences, engineering, and medicine: una lettera che tendeva, sì, a sminuire l' ipotesi del laboratorio. Peccato però che, nelle note di tale missiva, comparisse come consulente proprio Daszak. Quello stesso Daszak che, a giugno 2020, avrebbe pubblicato un articolo sul Guardian, per bollare la tesi del laboratorio come «teoria del complotto». In tutto questo, come se non bastasse, Daszak era nel team dell' Oms che si è occupato di indagare sulle origini del Covid. Sebbene il report dell' agenzia Onu dica di non aver ravvisato conflitti di interessi, la partecipazione dello zoologo non può non lasciare perplessi. Sarà infatti un caso, ma quel report definisce «estremamente improbabile» l' ipotesi del laboratorio. In questo quadro, lo stesso Daszak, durante una intervista alla Cbs lo scorso marzo, ha candidamente ammesso che il team dell' Oms abbia creduto sulla parola alla versione degli scienziati cinesi. «Che cos' altro possiamo fare?», ha detto. «Non era nostro compito», ha aggiunto, «scoprire se la Cina avesse insabbiato il problema dell' origine». Tutto ciò, mentre negli scorsi giorni si sono registrate delle svolte: Fauci non è più così convinto dell' origine naturale del virus, l' intelligence statunitense sta indagando sulla tesi del laboratorio e lo stesso Dipartimento di Stato americano ha espresso preoccupazioni per l' influenza cinese sull' Oms. Frattanto i dubbi fioccano. È normale che un esponente del team investigativo dell' Oms abbia dei collegamenti con i soggetti da indagare? Perché Fauci, nel 2020, ha così acriticamente sposato una tesi spinta principalmente da una figura legata al controverso laboratorio di Wuhan? È normale che la grande stampa all' epoca non si sia occupata di tali connessioni? Ma soprattutto: non è che quella narrazione semplicistica volta a screditare aprioristicamente la tesi del laboratorio fosse in realtà finalizzata a colpire Donald Trump in campagna elettorale?

Giuseppe Sarcina per corriere.it il 2 giugno 2021. La pandemia è divampata negli Stati Uniti tra marzo e aprile del 2020. In quello stesso mese Anthony Fauci diventò la figura più importante nella lotta al Covid 19. Il «Washington Post» ha ottenuto le mail scritte e ricevute dal virologo al suo indirizzo di posta elettronica nel server del «National Institute of Allergy and Infectious Diseases». Sono 866 pagine di materiale. Ecco un piccolo compendio per punti.

1) Fauci entra subito in contatto con uno scienziato cinese, George Gao, direttore del Centro per il Controllo e la prevenzione delle malattie. Gao si fa vivo per smentire il senso di un’intervista a «Science» in cui accusava il governo americano di «commettere un grave errore, non imponendo ai cittadini di indossare la mascherina». Scrive a Fauci: «Collaboriamo per sconfiggere insieme il virus». Risposta del virologo americano: «Nessun problema, affrontiamolo insieme». 

2) Nelle mail Fauci non attacca mai direttamente Donald Trump. Lo scienziato, però, diventa rapidamente il bersaglio di una parte della base repubblicana, che lo considera un sabotatore del presidente. Arriva un’altra mail di Gao: «Vedo che è sotto attacco». La replica: «Non si preoccupi, andrà tutto bene, nonostante in questo modo ci siano diversi pazzi». 

3) I contatti tra lo scienziato e la Casa Bianca sembrano tenuti in particolare da Marc Short, capo dello Staff del vice presidente Mike Pence. Il «Washington Post» riporta un messaggio sibillino di Short: «Lei ha individuato i sintomi, ma ha sbagliato la diagnosi sulla causa». Forse si riferisce al fatto che Fauci era contrario alla riapertura completa dell’economia, (la «causa» della pandemia).

4) Un parlamentare repubblicano, Fred Upton, del Michigan chiede a Fauci chiarimenti sul possibile uso dell’idrossiclorochina, considerata da Trump una cura efficace contro il Covid-19. Fauci risponde: «È quasi certo che non serva». E allora Upton conclude: «Continui a dire la verità imposta dalla scienza». Per la cronaca Upton sarà uno dei dieci deputati repubblicani a votare per l’impeachment di Trump, accusato di aver fomentato l’attacco a Capitol Hill, il 6 gennaio 2021.

5) Praticamente tutti cercano il virologo per un consiglio o prima di prendere decisioni di impatto sociale. Tom Mayer, responsabile medico della Nfl, la lega del football americano, vuole sapere se si potranno giocare le partite con il pubblico. Fauci: «Sarà il virus a decidere per noi». Tutti vogliono intervistare il virologo, «è sommerso di richieste dai media italiani», nota il «Washington Post».

6) Il materiale conferma lo stretto legame tra Fauci e Bill Gates. Una mail documenta una lunga conversazione del 1 aprile. Poi Emilio Emini, dirigente della Bill e Melinda Gates Foundation, incaricato di seguire il dossier vaccini, scrive allo scienziato: «La vedo tutti i giorni in tv...sono seriamente preoccupato per la sua salute... La nazione e il mondo hanno assolutamente bisogno della sua leadership». Fauci risponde all’1,53 di notte: «Cerco di impegnarmi al massimo, visto quello che stiamo passando».

Fauci e il laboratorio di Wuhan: “Che ruolo ha avuto il virologo?” Roberto Vivaldelli su Inside Over il 17 maggio 2021. Com’è noto, sono due sostanzialmente le teorie sull’origine del Covid-19: la prima, rilanciata anche dalla rivista scientifica The Lancet, è che il Covid-19 abbia avuto un’origine naturale, mentre la seconda ipotizza un possibile incidente presso il laboratorio dell’Istituto di virologia di Wuhan. Secondo un nuovo approfondimento pubblicato dal giornalista scientifico Nicholas Wade, quel celebre articolo di The Lancet è “macchiato” da un conflitto di interessi di fondo, troppo ingombrante. Come scrive Wade, infatti, si “successivamente è scoperto che la lettera di Lancet era stata redatta da Peter Daszak, presidente della EcoHealth Alliance di New York. L’organizzazione del dottor Daszak ha finanziato la ricerca sul coronavirus presso l’Istituto di virologia di Wuhan. Se il virus Sars CoV-2 fosse effettivamente sfuggito alla ricerca da lui finanziata, il dottor Daszak sarebbe potenzialmente colpevole”. Visti i silenzi della Cina e l’inefficienza dell’Oms, perché scartare in questa maniera frettoloso e superficiale, l’ipotesi del laboratorio? Fra gli elementi più interessanti nella ricostruzione di Wade si cita anche il ruolo, da chiarire, del virologo-superstar Anthony Fauci, massimo esperto di malattie infettive degli Stati Uniti.

“Fauci chiarisca il suo ruolo”. Cosa c’entra Fauci con il laboratorio di Wuhan? Come ricorda lo Spectator, gli Stati Uniti hanno commissionato lo studio di nuovi coronavirus a un gruppo chiamato EcoHealth Alliance, che secondo Npr stava eseguendo la maggior parte della raccolta di campioni di coronavirus dai pipistrelli, per poi trasferirli all’Istituto di Wuhan. Il denaro della sovvenzione originale fornito a EcoHealth era di 3,7 milioni di dollari, di cui 76.000 dollari per l’Istituto di Wuhan. Questo finanziamento è stato approvato con il sostegno dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, l’agenzia che dirige Anthony Fauci, secondo quanto riportato da Newsweek. Quel contratto è stato annullato nell’aprile 2020. Tali sovvenzioni sono state approvate dal National Institute of Health di Fauci. Ovviamente, precisa lo Spectator nel suo attacco a Fauci, non c’è alcuna prova del fatto che l’ente guidato dal famoso virologo abbia – intenzionalmente – voluto scatenare una pandemia in tutto il mondo, anche se non va tralasciata l’ipotesi che il virus sia “nato”, anche in maniera del tutto accidentale, in laboratorio, come molti media hanno fatto, bollando frettolosamente questa teoria come “complottista”. No, è solamente un’ipotesi – tutta da verificare – rispetto a un’origine del virus che ancora conosciamo troppo poco. Ciò non toglie che Fauci – come altri attori – debbano chiarire in qualche modo il loro ruolo.

Ora gli scienziati chiedono una nuova inchiesta. A rafforzare la tesi del giornalista scientifico Nicholas Wade circa l’origine del coronavirus nel laboratorio di Wuhan sono ora 18 scienziati firmatari di una lettera pubblicata proprio su Science nella quale chiedono una nuova inchiesta e l’apertura dei dossier cinesi ad analisi indipendenti. “Dobbiamo prendere sul serio le ipotesi relative alla propagazione naturale e in laboratorio, fino a che non si disponga di dati sufficienti” scrivono nella lettera, citata anche dal Corriere della Sera. Secondo gli autori della missiva manca ancora una spiegazione esauriente sul modo in cui il virus è – probabilmente – passato dal pipistrello all’uomo. “L’obiettivo di questa lettera è fornire un sostegno scientifico alle persone che hanno il potere di lanciare un’inchiesta internazionale”, spiegano gli scienziati autori della lettera. “Potranno evocarla per dire che scienziati di alto livello, in una serie di campi pertinenti, pensano che sia necessaria un’inchiesta rigorosa sull’ipotesi dell’incidente di laboratorio”. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, il massimo repubblicano della House Intelligence Committee, Devin Nunes, ha dichiarato che l’intelligence statunitense non è riuscita a indagare adeguatamente sulle origini del Covid-19 e ora implora il presidente Biden ad “avviare una un’indagine per determinare se il virus proviene o meno da un incidente di laboratorio in Cina”.

Coronavirus, Paolo Liguori: "Chi non vuole la verità sulla Cina e sulla pandemia". Libero Quotidiano il 16 maggio 2021. "Scusate se insisto: davvero non interessa così tanto sapere da dove ha origine e che tipo di virus è questo Covid 19 che sta demolendo il nostro mondo e le nostre abitudini da quasi 18 mesi?". Inizia così l'articolo di Paolo Liguori sul Giornale. Il giornalista e direttore di Tgcom si chiede cosa sappiamo veramente del virus "partendo dall'ultimo importante documento, sottoscritto da 85 scienziati del Mit in una lettera alla rivista Science". Finora infatti nessuno poteva ipotizzare che il virus fosse uscito da un laboratorio di Wuhan, dove si facevano esperimenti sui pipistrelli "ma oggi non è più possibile perché non è stato portato alcun elemento scientifico a sostegno della tesi del passaggio diretto da animale all'uomo. Su questa stessa ipotesi si sono attestati alcuni scienziati australiani, che hanno aggiunto un altro elemento: anche la Sars, alcuni anni fa, nacque e si sviluppò allo stesso modo, partendo dai laboratori di Wuhan". E le loro tesi, continua Liguori, "seguono di un anno quelle del professore francese Luc Montaigner, che quei laboratori conosce molte bene, per averci lavorato fin dall'inizio", "Ho ricevuto informazioni attendibili e dettagliate sul virus uscito dal laboratorio il 24 gennaio del 2020 e ho cominciato - come mio dovere - a diffonderle fin dal giorno dopo. Esiste un video, più volte replicato, nel quale affermo soprattutto che in Cina era già noto l'allarme almeno da dicembre e, mentre approntavano le loro difese, proibivano a chiunque di diffondere notizie, fino alla morte, alla fine di dicembre, di uno scienziato contagiato nei laboratori". Queste notizie ormai accertate sono state "sottovalutate sistematicamente dall'informazione, perché richiamerebbero una responsabilità precisa dell'Oms, in particolare del suo capo, l'etiope Tedros, totalmente asservito agli interessi della Repubblica cinese. Quali interessi? Economici per miliardi, prima di tutto, ma anche geopolitici. Per quelli economici, basta guardare i dati dell'ultimo anno e le previsioni, ma ancora più importante è lo sviluppo geopolitico. Forte dei primi vaccini e di un monopolio sul virus, la Cina ha proposto nuovi accordi di scambio a tutti i Paesi dell'Oriente e poi si è rivolta all'Africa e al Sud America". Quindi Liguori dice di essersi "dedicato con ancora più attenzione a rintracciare e confrontare tutte le fonti che si occupavano dell'origine della pandemia, per verificare l'autenticità e la profondità delle notizie. Sono partito dalle mie - che, come ho detto, sono fonti di intelligence - e ho scoperto che a Taiwan sapevano per primi degli esperimenti a Wuhan e li giudicavano Bio Weapon (armi biologiche), e così i servizi di intelligence Usa, britannici, francesi, australiani ed israeliani. Forse, anche i tedeschi, però questi organismi di proposito non scambiavano le notizie tra loro". Poi, quale mese fa, conclude il giornalista, "mi sono imbattuto nel professor Joseph Tritto e nel suo libro Cina Covid-19. La chimera che ha cambiato il mondo, dove chimera significa manipolato in laboratorio. Poi, è stato pubblicato L'Infinito errore, di Fabrizio Gatti, un giornalista che dopo mesi di minuziose ricerche ha spiegato che gli esperimenti sui virus in Cina ci sono da almeno 5 anni e sono militari, sotto il controllo diretto del partito comunista. L'ultima interessantissima pubblicazione è di Francesco Zambon, Il Pesce Piccolo, e spiega benissimo il triste inganno dell'Organizzazione mondiale della Sanità, dalla quale è stato cacciato per aver pubblicato un rapporto integrale che doveva restare segreto".  Insomma, ora molti "stanno facendo marcia indietro e si aprono al dubbio, dalla professoressa Capua a Burioni. Bene, benissimo". 

Roberto Fabbri per "Il Giornale" il 16 maggio 2021. La pandemia di Covid-19 potrebbe avere avuto origine da una fuga del virus da un laboratorio, magari quello segreto di Wuhan? Non è il caso di escluderlo. Scienziati eminenti - ricercatori di centri universitari di eccellenza come Stanford, Harvard, il Massachusetts Technology Institute (Mit) e Cambridge - hanno scritto una lettera alla rivista Science per contestare la pretesa verità ufficiale che lo esclude quasi al cento per cento. Una versione accreditata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e da altri scienziati, secondo cui la probabilità che la pandemia da coronavirus sia partita da contagio animale verso l'uomo sfiora la certezza. Viceversa, secondo gli estensori della lettera tra i quali figurano il genetista di Cambridge Ravindra Gupta che coordina il lavoro fatto in Gran Bretagna per contrastare le varianti del Covid e l'epidemiologo di Harvard Marc Lipsitch, «le teorie di un rilascio accidentale da un laboratorio rimangono plausibili». Già nel febbraio 2020, a poco più di un mese dall'esplosione dell'epidemia nella città cinese di Wuhan, un gruppo di scienziati aveva criticato severamente in una lettera all'altra autorevole rivista scientifica The Lancet «il diffondersi di teorie cospiratorie che implicano l'ipotesi che il Covid-19 non abbia un'origine naturale». Da allora chiunque avesse portato argomenti a sostegno della tesi di uno spillover da un laboratorio cinese attivo nella ricerca con fini militari ha subito critiche al limite del disprezzo, e l'evidenza di una scarsa trasparenza sull'argomento da parte delle autorità di Pechino non ha mai ricevuto adeguata considerazione. Ieri però, i 18 virologi firmatari del documento inviato a Science hanno sottolineato l'esistenza di «un'atmosfera tossica» intorno a questo tema, e soprattutto hanno affermato la loro volontà di parlarne - e di farne parlare - apertamente. Il punto che hanno rimarcato è l'insufficienza di informazioni per poter sostenere qualsiasi posizione certa sull'origine della pandemia. «Chiunque sostenga l'una o l'altra posizione in modo categorico ha detto il microbiologo di Stanford David Relman, che ha preso l'iniziativa della lettera - in realtà non dispone dei dati sufficienti per farlo» e si comporta dunque in modo per definizione antiscientifico. Molte ipotesi rimangono credibili, ha ribadito il professor Relman, ed è essenziale per la ricerca della verità su questa tragedia mondiale che gli scienziati di tutto il mondo ci lavorino «con mente aperta». Il che significa, appunto, non sposare alcuna tesi preconcetta, ma allo stesso tempo non escluderne alcuna. «Teniamo conto - ha aggiunto Relman - che il laboratorio dell'Istituto di Virologia di Wuhan svolgeva ricerca sui coronavirus in epoca pre-pandemica. E che sappiamo bene che gli incidenti di laboratorio accadono assai più spesso di quanto chiunque voglia ammettere. Anche nei migliori laboratori, anche negli Stati Uniti».

Stefano Montefiori per corriere.it il 14 maggio 2021. L’idea che il Covid-19 sia sfuggito al laboratorio di Wuhan in Cina deve essere considerata con serietà e attenzione, al di là delle teorie di complotto. Lo sostengono 18 importanti scienziati che hanno scritto una lettera sulla rivista Science, chiedendo una nuova inchiesta e l’apertura dei dossier cinesi ad analisi indipendenti: «Dobbiamo prendere sul serio le ipotesi relative alla propagazione naturale e in laboratorio, fino a che non si disponga di dati sufficienti».

L’appello su Science. Il biologo David Relman dell’università di Stanford e il virologo Jesse Bloom dell’Università di Washington ritengono che la questione delle origini dell’epidemia non sia stata chiusa dalla ricerca condotta dall’Organizzazione mondiale della sanità in collaborazione con la Cina, in base alla quale un coronavirus del pipistrello avrebbe contaminato l’uomo attraverso un animale intermedio. Secondo gli autori della lettera manca ancora una spiegazione esauriente sul modo in cui il virus sia passato dal pipistrello all’uomo. «L’obiettivo di questa lettera è fornire un sostegno scientifico alle persone che hanno il potere di lanciare un’inchiesta internazionale – dice la biologia molecolare Alina Chan del Mit, coautrice dell’articolo -. Potranno evocarla per dire che scienziati di alto livello, in una serie di campi pertinenti, pensano che sia necessaria un’inchiesta rigorosa sull’ipotesi dell’incidente di laboratorio».

I tre lavori universitari su Twitter. Nello stesso giorno dell’intervento su Science, Le Monde segnala che sono stati diffusi su Twitter tre lavori universitari (una tesi di dottorato e due lavori a livello di master) condotti nel 2014, 2017 e 2019 all’Istituto di virologia di Wuhan, che rimettono in discussione le informazioni finora rilasciate dalle autorità sulle conoscenze e gli studi del coronavirus nel laboratorio cinese. La rivelazione più importante, secondo Le Monde, riguarda lo studio del virus RaTG13 e il suo eventuale rapporto con il Covid-19.

Il caso del virus RaTG13. Il RaTG13 è stato prelevato nel 2013 in una miniera abbandonata a Mojiang, nella provincia dello Yunan, dove vivevano pipistrelli che nella primavera 2012 avevano contaminato sei operai. Tre di loro erano morti dopo una malattia polmonare dai sintomi simili a quella provocata dal Covid-19. I lavori universitari diffusi su Twitter da un conto anonimo sembrano suggerire che le autorità e gli scienziati cinesi abbiano studiato questi coronavirus più di quanto hanno comunicato dopo lo scoppio dell’epidemia.

Il dibattito nel mondo. Per tornare alla lettera su Science, tra i firmatari c’è il microbiologo Ralph Baric dell’università della North Carolina, che nel 2015 aveva pubblicato su Nature Medicine un discusso studio svolto in collaborazione con il laboratorio di Wuhan, nel quale illustrava la creazione di un nuovo virus molto pericoloso per l’uomo a partire da un coronavirus di pipistrello. La tesi di un’origine accidentale del Covid-19 è stata squalificata, nell’aprile di un anno fa, quando era stata sostenuta con forza dal professor Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina nel 2008, che in seguito si è conquistato una pessima reputazione in seno alla comunità scientifica. La lettera su Science e l’inchiesta di Le Monde non danno ragione al professor Montagnier, che si diceva convinto di una fabbricazione del Covid-19 a partire dal virus Hiv, ma offrono nuova forza a quanti sostengono la necessità di condurre nuove e più approfondite ricerche sulle origini della pandemia.

Alessandro Ferro per insideover.com il 12 maggio 2021. Il Covid-19 di Wuhan che tutto il mondo avrebbe tristemente conosciuto da lì a breve poteva già essere la variante di un virus esistente da prima, almeno dall’ottobre del 2019. È questa l’ipotesi di alcuni ricercatori della Temple University di Philadelphia.

Cosa dice lo studio. Il rapporto originale è stato pubblicato su BiorXiv dal titolo “Un ritratto evolutivo del progenitore Sars-Cov-2 e delle sue propaggini dominanti nella pandemia Covid-19” dove si cerca di capire, appunto, quale sia il progenitore del virus che ci accompagna ormai da un anno e mezzo. Ma come hanno fatto i ricercatori ha giungere a queste conclusioni? “Un metodo è quello di analizzare le sequenze genomiche di RNA di milioni di virus isolati dai pazienti che hanno infettato e confrontarli. In questo modo è possibile determinare la discendenza di una famiglia di virus e costruire una sorta di "albero genealogico" del virus”, ha affermato ad InsideOver Giuseppe Novelli, genetista e rettore dell’Università “Tor Vergata” di Roma. I colleghi di Philadelphia hanno ricostruito l’albero genealogico con un metodo sofisticato di analisi computazionale e stabilito che il progenitore differisce dai primi Coronavirus isolati in Cina per tre varianti, a suggerire che nessuno dei primi pazienti rappresenta il caso indice che ha dato origine a tutte le infezioni umane. Secondo queste analisi il virus esisteva già, e quello arrivato in Italia ed in Europa altro non era che una mutazione del virus come quelle che ormai abbiamo imparato a conoscere (sudafricana, brasiliana, indiana, ecc.). Su queste basi, i ricercatori hanno ricostruito l’albero genealogico: i rami sono le varianti, il tronco centrale è il punto da dove partono i rami: loro hanno individuato una zona di questo ipotetico albero la cui parte centrale è in comune a tutti i rami. Partendo dai rami, andando a ritroso ed avvicinandosi al tronco, si sono avvicinati a quello che potrebbe essere il tronco più probabile, il progenitore del virus.

Perché “Wuhan 1” non è il virus originale. Proprio come gli esseri umani, anche i virus hanno una discendenza ma mentre noi possiamo usare i fossili o il Dna degli ominidi per identificare le creature che hanno vagato sulla Terra nel passato, i virus sono molto più difficili da classificare e non ci hanno lasciato resti fossili da studiare. Per i virus, poi, mutare non è così facile come possa sembrare: per gli esseri umani e i batteri è più semplice, non per i virus perché hanno un modo di trasmettersi particolare, non hanno una cellula o una vita autonoma, non esistono come tali se non quando infettano. “Il batterio si riproduce, fa due copie di se stesso, poi quattro, poi otto e così via. Il virus, invece, è diverso perché quando infetta dipende dall’ospite, cioè da noi. È molto più difficile farlo – ci spiega Novelli –  I ricercatori americani hanno applicato una tecnica nuova trovando quello che potrebbe essere il prototipo, il primo Covid-19”. Il più anziano, teoricamente, sarebbe dovuto essere quello di Wuhan chiamato “Wuhan 1” ma si sono accorti che presentava già tre mutazioni rispetto ad altri Coronavirus già noti come, ad esempio, quello della Sars. “Da questo si è dedotto che non potesse essere lui il capostipite, prima ce ne doveva essere stato qualcun’altro. Ipotizzano che il primo, eventualmente, potesse essere in circolazione già dall’ottobre-novembre 2019 rispetto a quello depositato sulla banca dati a dicembre. Ciò significa che poteva essere già mutato ed i ricercatori hanno trovato questo cambiamento”, aggiunge Novelli. Il punto, però, è che si tratta di ipotesi perché quello che i ricercatori chiamano pro-Cov2, il progenitore del Covid, non è stato diagnosticato in nessun paziente. “L’unica cosa è che stata trovata la ‘pistola’ di Wuhan, a dicembre, ma si presume che Wuhan non possa essere stato il capostipite iniziale o ‘paziente zero’, perché sappiamo come il virus sta cambiando e come cambia nel tempo. Presumo, quindi, che ce ne sia stato uno prima chiamato proto-coronavirus. Ma non l’hanno mica trovato”, sottolinea il genetista.

L’importanza di saperlo: farmaci e vaccini ad hoc. Più infezioni da Coronavirus in Cina e negli Stati Uniti hanno ospitato l’impronta genetica del progenitore nel gennaio 2020 e nei periodi immediatamente successivi, suggerendo che il “progenitore” si stava diffondendo in tutto il mondo non appena settimane dopo i primi casi segnalati di Covid-19. Le sue mutazioni e quelle dei suoi derivati hanno prodotto molti ceppi dominanti di Coronavirus che si sono diffusi episodicamente nel tempo. “Questo tipo di conoscenza non è solo una curiosità scientifica, ma potrebbe aiutarci a trovare nuovi modi per bloccarli (ad esempio individuo un sito comune “conservato” che potrebbe essere un target per anticorpi neutralizzanti e farmaci). Infatti, se si identificano questa parti, possono essere utilizzati per creare terapie che funzionano sull’intera famiglia di virus, invece di uno solo”. La ricostruzione dell’albero genealogico del Covid-19 vuole essere uno sbocco verso una cura terapeutica ben specifica: se si scopre qual è la zona comune, identica e che non cambia del Covid e quindi dei Coronavirus in generale, la ricerca si potrebbe indirizzare verso dei farmaci o un vaccino ad hoc fatti apposta per colpire quella zona che non muta mai. “A quel punto si potrebbe ipotizzare la produzione di un vaccino generale, universale, che colpisce la zona centrale del virus che blocca tutte le varianti, cioè la radice, che è la stessa per tutte le mutazioni che il Covid ha avuto”, afferma il Prof. Novelli, che spiega come questo sia il meccanismo con cui agiscono gli antibiotici. “Per gli antibiotici funziona così: se ne prende uno che colpisce più batteri che hanno in comune un ‘core’, quindi una famiglia di batteri. Perché si parla di antibiotico ad ampio spettro? Perché può uccidere più batteri: se domani si scoprisse il ‘core’ che hanno in comune si potrebbe produrre un vaccino che protegga da tutta la famiglia dei Coronavirus. Finora non è stato fatto perché non è ancora stata scoperta la parte comune, è un esperimento che ci aiuta ad andare in questa direzione. Ci vuole tempo, la Scienza ha bisogno dei suoi tempi”. Inoltre, il genoma progenitore è un riferimento migliore per seguire la diffusione delle varianti nel mondo, l’orientamento delle mutazioni, la stima di sequenze divergenti. “Adesso aspettiamo che lo studio venga confermato anche da altri e poi ne riparliamo. I discendenti dei virus indicano la strada verso nuove soluzioni terapeutiche”, conclude.

La genetica esclude che il Covid-19 sia nato a Wuhan. Piccole Note il 10 maggio 2021. Il Covid-19 non si sarebbe manifestato per la prima volta a Wuhan. A sostenere questa tesi è un gruppo di ricercatori della Temple University di Philadelphia guidato da Sudhir Kumar. Ne dà notizia, tra gli altri, La Stampa il 5 maggio. I ricercatori della Temple sono riusciti a ricostruire l’albero genealogico del virus risalendo così alle sue origini. La conclusione è che “la madre di tanta sciagura per i ricercatori ha un nome ben preciso: proCoV2 e una sua prima variante circolava nel mondo già nell’ottobre 2019”. Un vero e proprio viaggio nel tempo quello fatto dai ricercatori, che si sono avvalsi per le loro analisi della storia del virus, prendendo in esame anche le varianti (tra cui le famigerate inglese, sudafricana e brasiliana) che hanno permesso di riscrivere la storia del Coronavirus e che in precedenza non potevano essere studiate a fondo. “Le mutazioni del progenitore e dei suoi derivati hanno prodotto molti ceppi dominanti di Coronavirus, che si sono diffusi episodicamente nel tempo. – scrive in una nota Kumar, capo del gruppo di ricerca – Questo genoma progenitore differisce dai genomi del primo Covid-19 campionato in Cina, il che implica che nessuno dei primi pazienti rappresenta il caso indice o ha dato origine a tutte le infezioni umane”. Uno studio che rafforza notevolmente l’ipotesi che il virus non sia nato a Wuhan. Infatti un’importante conclusione della ricerca dell’università americana è che “gli eventi di dicembre a Wuhan hanno rappresentato il primo evento di super-diffusione di un virus che aveva tutti gli strumenti necessari per provocare una pandemia”. Evidenza scientifica coerente con le conclusioni a cui era giunta la commissione dell’OMS a febbraio, che aveva escluso il laboratorio e il mercato di Wuhan come origine della pandemia, anche se poi ci ha ripensato chiedendo maggiori indagini sul laboratorio (1). Un ripensamento che, però, non tocca una prima e sicura conclusione di quello studio approfondito: il Covid-19 non ha avuto origine nel mercato di animali vivi di Wuhan, come per circa un anno si è scritto in quanto dato assodato e sicuro su tutti i media occidentali. Una Fake news reiterata, della quale i suoi propalatori non hanno chiesto scusa ai propri lettori, ché altrimenti verrebbe meno tutta la narrazione di questi mesi volta a criminalizzare la nazione che per prima è stata vittima del virus (resta il laboratorio, ma la richiesta di un supplemento di indagine, ad oggi, non conferisce alcuna patina di verità all’ipotesi, smentita appunto dalla prima inchiesta). Inoltre ricordiamo che anche altri elementi, di cui avevamo dato conto nei mesi scorsi, suggerivano che la tragedia Covid-19 non avesse avuto origine a in Cina nell’inverno 2019. Tracce di Covid-19 erano infatti state ritrovate in Italia, negli Stati Uniti e in altri paesi ben prima di quella data. Di grande interesse il commento a questa ricerca del genetista Giuseppe Novelli, dell’Università di Roma Tor Vergata, il quale sostiene che si può ragionevolmente stimare che “il virus abbia un tasso di mutazione di circa 2 mutazioni al mese e che abbia avuto origine almeno 6-8 settimane prima del genoma isolato in Cina, noto come Wuhan-1”. Tale ricerca, sempre secondo Novelli, potrebbe aiutarci nella lotta al Covid-19, sbloccando terapie “che funzionano sull’intera famiglia di virus, invece che su uno solo”. Insomma, quanto scoperto sembra un tassello importante per la lotta alla pandemia, dal momento che potrebbe aiutare a comprendere le dinamiche delle tanto temute varianti e rendere così più efficace la lotta al virus, magari non solo con i vaccini, ai quali si è dato giustamente precedenza, ma con precedenza che ha del tutto fatto trascurare l’altrettanto ricerca sulle terapie. Detto questo, dato che la pandemia è stata usata non poco in chiave geopolitica, cioè per tentare di affossare la Cina, riteniamo difficile che tale ricerca possa diradare le nebbie innalzate dalla teoria del laboratorio di Wuhan. Potenza delle narrazioni.

(1) Si può ricordare come il dottor Anthony Fauci, l’autorevole zar del coronavirus made in Usa, durante il mandato di Trump abbia più volte smentito la tesi che il Covid-19 sia sfuggito dal laboratorio di Wuhan, contraddicendo l’allora amministrazione Usa, con grave nocumento d’immagine per la stessa. Da quando l’amministrazione Usa è passata di mano non ha più aperto bocca in proposito… Si può anche far caso che il 27 marzo la Cina ha stilato un accordo-monstre con l’Iran per acquistarne il petrolio, intesa che mandava in fumo tutti i piani per piegare Teheran tramite sanzioni o per costringerla a un accordo più umiliante con l’America sul nucleare (che ad esempio comprendesse il suo apparato missilistico). La richiesta dell’Oms di nuove indagini sul laboratorio di Wuhan, del tutto inattesa e imprevedibile, soprattutto dopo la conclusione della prima indagine, che aveva smentito la teoria del laboratorio, giungeva due giorni dopo tale accordo. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca… 

Maurizio Tortorella per "la Verità" l'11 maggio 2021. Già nel 2015 gli scienziati militari cinesi pensavano di sviluppare uno studio sui coronavirus, intravvedendo in quei pericolosi microorganismi il potenziale strumento di una futura guerra biologica. Cinque anni prima che esplodesse la pandemia globale di Covid-19, scienziati cinesi con le mostrine ragionavano sull' idea che un coronavirus simile a quello che provoca la Severe acute respiratory syndrome, cioè la Sars, ovvero la Sindrome respiratoria acuta grave, potesse essere la base per una «terza guerra mondiale». È quanto emerge da documenti resi noti pochi giorni fa dal quotidiano The Australian di Sidney, il più diffuso d' Australia: cinque anni fa un'equipe di ufficiali dell'esercito popolare di liberazione cinese avrebbe descritto i coronavirus della Sars come «base» da ingegnerizzare in laboratorio «per una nuova era di armi genetiche» e ne avrebbero magnificato le caratteristiche di contagiosità e rapidità di diffusione, utili a causare «il collasso del sistema medico del nemico». Le rivelazioni di The Australian si basano su un documento di 263 pagine, datato 2015 e intitolato The unnatural origin of Sars and new species of man-made viruses as genetic bioweapons (cioè «Le origini artificiali della Sars e nuove specie di virus prodotti dall' uomo come armi biogenetiche») che già fa capire quanto Pechino cinque anni fa fosse avanti nelle mutazioni di virus con possibili implicazioni belliche. Il testo condensa il lavoro di un gruppo di (18) scienziati dell'esercito cinese guidati dal generale Dezhong Xu, già capo degli esperti sull' analisi pandemica della Sars presso il ministero cinese della Salute, e ipotizza di trasformare in arma un coronavirus di ceppo Sars allo scopo di generare una pandemia che faccia collassare i sistemi sanitari del «nemico». È l'ipotesi di un'«arma biologica illimitata», alla quale l' esercito cinese in realtà avrebbe segretamente lavorato per anni, e lo studio del 2015 suggerisce che il coronavirus del futuro «debba essere congegnato in modo da poter essere scambiato per un patogeno del tutto naturale». Questo accorgimento, si legge nel testo, avrebbe lo scopo di contraddire con efficacia «l' accusa di aver ingegnerizzato geneticamente un' arma biologica, in modo da neutralizzare tutte le ricerche delle organizzazioni sanitarie internazionali e ogni altro tipo d' inchiesta». Cinque anni fa, il testo sottolineava che l' utilizzo del nuovo coronavirus non avrebbe dovuto essere ristretto a «conflitti di tipo militare», ma sarebbe stato meglio impiegarlo proprio in campo «non bellico», dove avrebbe «causato diffuso terrore» e avrebbe consentito alla Cina e al regime di Xi Jinping di «ottenere vantaggi politici e strategici in aree regionali, se non a livello globale». Global Times, il quotidiano in lingua inglese del Partito comunista cinese, ha attaccato con forza The Australian e poi ogni altro quotidiano occidentale che abbia ripreso l' articolo, sostenendo si tratti di «propaganda». Non è difficile prevedere che anche questa notizia in Italia sarà silenziata dai mass media, esattamente com' è accaduto a ogni tipo d' informazione che dall' inizio della pandemia abbia tentato di fare luce sulle reali origini del Covid. Certo, impressiona la perfetta assonanza tra le valutazioni scritte nel 2015 dall' equipe del generale Dezhong Xu e quanto poi è effettivamente accaduto a partire dai primi mesi del 2020: con l' economia occidentale messa in ginocchio dalla pandemia, mentre la Cina ha continuato a crescere ed è riuscita a espandere la sua influenza globale grazie al Covid e alla «diplomazia della mascherina». Se davvero si trattasse solo di coincidenze, il povero generale meriterebbe non tanto la stella rossa come eroe del popolo, ma - scegliete voi - un premio alla sfortuna o alle sue capacità divinatorie. Del resto, proprio alla fine del 2015 cominciarono a circolare per il mondo i primi allarmi su quanto stava accadendo in certi laboratori cinesi. Torna in mente l' articolo pubblicato il 9 novembre 2015 dalla rivista Nature, che metteva in guardia sui rischi di «una ricerca dell' Istituto di virologia di Wuhan», che inseguiva «pericolosi esperimenti» sui coronavirus dei pipistrelli. Quanto all' Italia, forse più modestamente rispetto a Nature, ma certo con la stessa puntualità, il 16 novembre 2015 andò in onda una puntata di Leonardo, trasmissione di approfondimento scientifico di Rai 3, che denunciava come un gruppo di ricercatori cinesi stesse «innestando geneticamente una proteina ricavata da pipistrelli nel virus della Sars», e il rischio che da quell' esperimento potesse uscire «un supervirus in grado di colpire l' uomo». Come volevasi dimostrare.

Da ilmessaggero.it il 9 maggio 2021. Gli scienziati cinesi «si stanno preparando per una terza guerra mondiale combattuta con armi biologiche e genetiche e viene incluso il coronavirus»: succede da sei anni circa, stando a un documento (segreto fino a pochi giorni fa) appena ottenuto dagli investigatori statunitensi. E adesso, la prova che Pechino ha considerato il potenziale militare del Covid-19 dal 2015, sta sollevando nuovi timori sulle origini della pandemia. Scienziati e funzionari sanitari dell'Esercito popolare di liberazione hanno dato vita alla manipolazione delle malattie per produrre armi «in un modo mai visto prima». Il deputato Tom Tugendhat, presidente della commissione per gli affari esteri, ha dichiarato: «Questo documento solleva grandi preoccupazioni. Anche sotto i controlli più stretti queste armi sono pericolose». L'esperto di armi chimiche Hamish de Bretton-Gordon ha fatto sapere: «La Cina ha aggirato i regolamenti e ha evitato di sorvegliare i suoi laboratori dove potrebbe aver avuto luogo tale sperimentazione». La rivelazione tratta dal libro “What Really Happened in Wuhan” è stata riportata ieri su The Australian. Il documento, New Species of Man-Made Viruses as Genetic Bioweapons, afferma: «La nuova capacità di congelare i microrganismi ha reso possibile immagazzinare agenti biologici e aerosolizzarli durante gli attacchi». Sono stati 18 autori che lavoravano in laboratori "ad alto rischio", dicono gli analisti. Le agenzie di intelligence sospettano che il Covid-19 possa essere il risultato di una fuga involontaria dal laboratorio di Wuhan. Ma ancora non ci sono prove che suggeriscano che sia stato rilasciato intenzionalmente.

Davide Cavalleri per lastampa.it il 6 maggio 2021. Non è stato usato il metodo del Carbonio-14, ma il risultato ottenuto va in quella direzione: datare l’origine del Covid-19 e, soprattutto, individuarne la genesi e l’evoluzione. Quello che è stato scoperto, adesso, rischia di rivoluzionare la conoscenza del mondo scientifico rispetto al virus responsabile della Sars Cov-2. Grazie al gruppo di ricerca della Temple University di Philadelphia guidato da Sudhir Kumar si è arrivati a scoprire il progenitore, l’antenato, la fase embrionale del virus SarsCov2. La madre di tanta sciagura per i ricercatori ha un nome ben preciso: proCoV2 e una sua prima variante circolava nel mondo già nell’ottobre 2019. Le successive evoluzioni e mutazioni del progenitore nato in Cina hanno dato il via ad una serie di sotto-ceppi di virus diventati dominanti, prendendo nel tempo l'uno il posto dell'altro in Asia ed Europa.

Dove il caso zero? Uno studio a ritroso quello condotto dalla Temple University, basandosi sulle varianti, sulla diffusione e su mappe genetiche del virus. Un albero genealogico a marcia indietro, partendo dalle varianti sudafricane, inglesi, indiane e brasiliane, passando, naturalmente, per i primi casi di contagio a Wuhan. «Le mutazioni del progenitore e dei suoi derivati hanno prodotto molti ceppi dominanti di Coronavirus, che si sono diffusi episodicamente nel tempo – scrive in una nota Kumar, a capo del gruppo di ricerca –. Questo genoma progenitore differisce dai genomi del primo Covid-19 campionato in Cina, il che implica che nessuno dei primi pazienti rappresenta il caso indice o ha dato origine a tutte le infezioni umane». Insomma, sappiamo da dove viene ma non in che momento è diventato il virus che oggi conosciamo. Questo tipo di ricerca spiegherebbe in prima battuta come mai il SarsCov2 sia riuscito a diffondersi e a proliferare così velocemente in alcuni Paesi piuttosto che in altri. E, in secondo luogo, arriverebbe a stabilire con una buona dose di certezza che il caso zero potrebbe non essersi registrato a Wuhan, come rileva Kumar: «Gli eventi di dicembre a Wuhan hanno rappresentato il primo evento di superdiffusione di un virus che aveva tutti gli strumenti necessari per provocare una pandemia».

Un aiuto nella lotta al Covid. Secondo il genetista Giuseppe Novelli, dell'Università di Roma Tor Vergata, si può ragionevolmente stimare che «il virus abbia un tasso di mutazione di circa 2 mutazioni al mese e che abbia avuto origine almeno 6-8 settimane prima del genoma isolato in Cina, noto come Wuhan-1». Una ricerca che, sempre secondo Novelli, potrebbe aiutarci nella lotta al Covid, sbloccando terapie «che funzionano sull'intera famiglia di virus, invece di uno.

Matteo Ghisalberti per "la Verità" il 5 maggio 2021. La pandemia di coronavirus può essere stata provocata da una fuga dal laboratorio cinese di Wuhan. A dirlo non è qualche personalità accusata regolarmente di complottismo, ma il quotidiano francese Le Figaro che, a questa ipotesi, ha dedicato l' apertura dell' edizione di ieri. Il giornale è partito delle domande che si sono posti gli scienziati del cosiddetto Gruppo di Parigi che, dall' anno scorso, hanno scritto varie lettere aperte all' Organizzazione mondiale della sanità - un organismo dell' Onu, diretto dall' etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus che, da quando è scoppiata la pandemia, non è stato esattamente un esempio di trasparenza e indipendenza, soprattutto nei confronti di Pechino. Per i membri del Gruppo di Parigi, così chiamato perché in origine era costituito in gran parte da francesi, gli scarsi dati disponibili relativi al virus cinese permettono di tratteggiare vari scenari. In primis, gli esperti pensano che il mercato di Wuhan sia stato un «amplificatore» della malattia piuttosto che il primo focolaio. Questo significherebbe che, prima di subire un' accelerazione tra i banchetti del mercato cinese, il virus fosse già in circolazione da settimane o mesi. Quanti? È impossibile dirlo perché, su ciò che è accaduto prima dell' 8 dicembre 2019, il regime comunista di Pechino ha fatto calare una cortina di fumo. Ma l' assenza di informazioni sui mesi precedenti all' inizio della pandemia, combinata al fatto che nella città diventata epicentro del morbo si trovi il Wiv (Wuhan institute of virology) non fa altro che alimentare i sospetti. Va ricordato che questo centro è nato dalla collaborazione francocinese, in seguito all' epidemia di Sars dell' inizio degli anni 2000. Nonostante i timori dell' intelligence e dell' esercito francesi, i governi di Parigi di quegli anni hanno deciso di aiutare Pechino a prevenire altre eventuali epidemie. Solo che dopo l' inaugurazione del laboratorio - fatta da Emmanuel Macron nel 2018 - i francesi hanno perso sempre più il controllo delle ricerche. Nello stesso anno, dei funzionari dell' ambasciata Usa a Pechino avevano allertato sulle scarse misure di sicurezza adottate nel laboratorio. A interessare gli scienziati del Gruppo di Parigi c' era uno dei lavori condotti dalla dottoressa Shi Zheng Li, proprio nel laboratorio di Wuhan. Nel 2016 la ricercatrice e i suoi collaboratori avevano pubblicato una minima parte della sequenza del dna di un virus «cugino» naturale del Sar-Cov-2. Tale virus era stato identificato grazie agli studi condotti dal Wiv su un campione di escrementi di pipistrello, prelevati nel 2013 da una miniera di rame situata nella regione dello Yunnan. È importante precisare che lo Yunnan si trova a oltre 1.500 km di distanza da Wuhan. Va anche detto che nel 2020 questa sequenza è stata ripubblicata con il codice RaTg13, ma dalla Cina, nessuno si è preso la briga di ricordare che, nel 2016, fosse stato scelto un altro codice per parlare dello stesso virus. Questi due dettagli hanno indotto il virologo Etienne Decroly, citato da Le Figaro, a dire che, «ciò non prova niente, ma può anche voler dire che (al laboratorio di Wuhan, ndr) lavoravano su questo virus da diversi anni». Per saperne di più bisognerebbe disporre del campione analizzato, ma per Zheng Li non ne rimaneva più dopo lo studio. Il Gruppo di Parigi si è anche insospettito per il fatto che la stessa Zheng Li abbia impiegato quasi un anno per riconoscere, in un articolo pubblicato nel novembre 2020 dalla rivista Nature, che il campione di feci di pipistrello non proveniva da una miniera a caso. Bensì da quella di Tongguan dove, nel 2012 sei minatori avevano contratto una polmonite atipica che aveva provocato la morte di tre di loro. Per i ricercatori del Gruppo di Parigi sarebbe importante capire se la malattia provenisse dai pipistrelli. Oppure, come sostiene Zheng Li, da un fungo che si sviluppa sugli escrementi prodotti da questi animali. Gli studiosi parigini vorrebbero anche capire come un virus, diffuso in una regione molto lontana da Wuhan, si ritrovi a circolare proprio in questa città. Il ricercatore Gilles Demaneuf ha detto al quotidiano francese che «non possiamo escludere l' ipotesi di un dottorando del Wiv che si sia infettato mentre effettuava dei prelievi» anche se, ha precisato, «non stiamo dicendo che sia andata così». Le ipotesi formulate dagli esperti del Gruppo di Parigi, ricordano molto quelle di Donald Trump. Ma, siccome l' ex presidente americano era il nemico numero uno dei media mainstream del mondo intero, le sue parole erano state bollate con il marchio infamante del complottismo. Ora invece, con Joe Biden alla Casa Bianca, per Macron (preoccupato dalle elezioni) è più facile tenere una linea più rigida verso la Cina. Inoltre, anche in Europa, è cambiato l' atteggiamento nei confronti di Pechino. Fino a qualche mese fa, il presidente francese non aveva abbastanza forza per opporsi alla strategia aperturista della sua alleata Angela Merkel. Ora invece Macron pensa già alle presidenziali del 2022 e può contare sul sostegno di Mario Draghi. Uno che non le manda a dire, né a Pechino né a Berlino.

Nuove accuse dalla Francia: “Virus uscito dal laboratorio di Wuhan”. Federico Giuliani su Inside Over il 5 maggio 2021. A oltre un anno dallo scoppio della pandemia di Sars-CoV-2, nessuno è ancora riuscito a risolvere l’enigma relativo alla sua origine. Da dove viene il virus che ha generato l’emergenza sanitaria più grave degli ultimi decenni? È solo un caso che il primo epicentro noto sia stato localizzato nella città cinese di Wuhan? C’entra qualcosa il Wuhan Institute of Virology? Qualcuno ha nascosto qualcosa? Sembrava che l’indagine sul campo effettuata dall’Oms a cavallo tra gennaio e febbraio potesse essere la chiave di volta della vicenda, ma a quanto pare ci sono ancora troppe questioni irrisolte. L’ultimo report stilato dal team inviato in Cina dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intitolato WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2: China Part. Joint WHO-China Study, riportava quattro ipotesi plausibili sull’origine del Sars-CoV-2. In particolare, la diffusione del virus in seguito a un incidente di laboratorio è stata etichettata come “estremamente improbabile”, mentre “l’ipotesi di rilascio deliberato o bioingegneria deliberata di Sars-CoV-2” era stata esclusa categoricamente. Le altre piste: il salto di specie diretto da un pipistrello all’uomo, una zoonosi indiretta, cioè da pipistrello a ospite intermedio a esseri umani, oppure la trasmissione dell’epidemia mediante i prodotti alimentari della catena del freddo. A fine marzo fu Tedros Ghebreyesus in persona a rimettere tutto o quasi in discussione: “Leggeremo il report e ne discuteremo il contenuto con tutti i Paesi del mondo. Tutte le ipotesi sono ancora sul tavolo e serviranno studi completi e approfonditi, oltre a quelli fatti sinora”. Adesso dalla Francia arrivano nuove, pesanti accuse che riabilitano la pista del laboratorio. Tutto si basa sulle considerazioni riportate sul quotidiano Le Figaro dagli scienziati facenti parte del Gruppo di Parigi. Secondo loro, il mercato ittico di Wuhan non sarebbe stato altro che un banale amplificatore della pandemia. In ogni caso, è difficile capire con esattezza cosa sia successo prima dell’8 dicembre 2019, visto che, a quanto pare, non ci sarebbero dati adeguati per ricostruire il mosaico. È qui che si inserisce il laboratorio di Wuhan, più volte finito sotto i riflettori in seguito alle ripetute accuse degli Stati Uniti, in particolare sotto l’amministrazione guidata da Donald Trump. Ma perché tornare di nuovo, oggi, sulla struttura cinese? I membri del Gruppo di Parigi hanno evidenziato la nascita del laboratorio. Ovvero grazie a una stretta collaborazione tra francesi e cinesi, avvenuta all’indomani dell’emergenza Sars, nei primi anni Duemila. Erano noti i timori dell’intelligence francese dell’epoca, non proprio desiderosa di dare il via a una simile collaborazione. Alla fine prevalse la volontà degli ex governi francesi di aiutare la Cina a prevenire l’insorgere di nuove malattie.

L’errore dei francesi. Più che un errore, sembrerebbe un dato di fatto. È vero che Emmanuel Macron inaugurò il laboratorio di Wuhan nel 2018, ma è altrettanto vero che da quel momento in poi i francesi persero per sempre, e del tutto, il controllo delle ricerche realizzate nella struttura. Ricerche altamente sensibili e potenzialmente pericolose. Il Gruppo di Parigi ha quindi unito vari sospetti e sbandierato nuovamente la pista del laboratorio. Una fuga involontaria? Un incidente? Tutto è probabile. Anche perché in quel laboratorio si studiavano virus molto simili al Sars-CoV-2.

In ogni caso, gli esperti francesi hanno condiviso una lettera aperta nella quale, al fine di dissipare le tante zone d’ombra ancora presenti sulla vicenda, hanno proposto una metodologia d’inchiesta più rigorosa, oltre che domande precise da effettuare alle autorità cinesi. Non mancano ipotesi “inedite”: si va da un possibile dipendente del laboratorio contaminato da un animale presente nella struttura ai rifiuti non trattati a dovere che potrebbero aver infettato una persona all’esterno dell’edificio. I dubbi restano, e sono molteplici.

Ranieri Guerra, ex Oms: «Linciaggio contro di me per coprire negligenze altrui. La mia vita distrutta».  Margherita De Bac su Corriere della Sera il 3 ottobre 2021.

Ranieri Guerra, della sanità, ex del Comitato tecnico-scientifico, che fa ora? 

«Collaboro con l’accademia nazionale di medicina, associazione attiva nel campo della divulgazione scientifica. Momentaneamente mi sono accasato qui. Vivo tra Genova e Roma».

La sua storia con l’Oms è chiusa?

«I nostri rapporti sono terminati il 30 giugno per fine contratto. Comincio ad avere una certa età, da tre anni lavoravo per loro con un rapporto a termine. Va bene così, nessun rimpianto».

Ha lasciato perché coinvolto nell’inchiesta della Procura di Bergamo, dove è indagato per falsa testimonianza in un filone dell’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid? 

«No, il contratto era finito».

Qual è la sua posizione? 

«Non ne ho la più pallida idea. Ho fatto la mia deposizione il 5 novembre del 2020 come persona informata sui fatti e sono stato iscritto nel registro degli indagati. I magistrati hanno elaborato una rogatoria inviata a Ginevra, sede dell’Oms, di cui non conoscevo il contenuto. Dopo tre mesi Ginevra ha risposto. Ora mi aspetto che la Procura derubrichi la mia posizione».

Il 5 ottobre uscirà il suo libro «Bugie, verità, manipolazioni», editore Piemme. Perché lo ha scritto? 

«Ho subito violenti attacchi per presunta negligenza, quando tra il 2014 e il 2017 ero direttore della prevenzione al ministero della Salute, sul mancato aggiornamento del piano pandemico Panflu datato 2006. Sono stato poi sospettato di aver cercato di insabbiare le prove con pressioni sull’ ex funzionario dell’ufficio Oms di Venezia, Francesco Zambon, mio principale accusatore. Avrei cercato di posticipare l’attualità del piano al 2016. Col libro ho cercato di ribaltare la narrativa corrente su di me dopo aver avuto l’autorizzazione da Ginevra a divulgare una serie di informazioni che documentano la realtà dei fatti».

La sua vita professionale è stata rovinata? 

«Ci hanno provato. Ognuno reagisce come può. C’è chi si ammazza. Io mi sono dedicato a mettere a posto le carte per passare al contrattacco. Ora ho in piedi 3 querele e alcune cause risarcitorie di cui si discuterà in tribunale il 10 dicembre».

Più dolorose le sue vicende private? 

«Mentre ero sottoposto al linciaggio mediatico, durante la pandemia ho perso mia madre, Aida, morta a Pescara a 92 anni in ospedale, forse per aver preso il Covid durante il ricovero. La mia compagna Clara è stata contagiata, ora a distanza di mesi soffre di long Covid ed è sotto costante controllo. Per un pelo non se ne è andata. L’ho curata personalmente grazie ai consigli dei tanti colleghi».

I suoi nipoti hanno visto dipingere il nonno come un mostro. La loro reazione? 

«Le due più grandi, 9 anni, si mettevano davanti alla televisione quando c’erano i programmi su di me, ben 22 gli spazi dedicati alla mia storia, e lanciavano anatemi».

Lei è chirurgo, ha mai esercitato? 

«All’inizio, poi mi sono occupato di sanità pubblica. Figlio di poliziotto e di una casalinga, sono nato a Fabriano mentre papà risaliva la penisola e cercava di tornare a prestare servizio a Verona, la sua città. La mia infanzia è stata semplice. A 25 anni ho deciso di andare a lavorare in Africa anche se sarei potuto restare comodamente a Verona. I miei tre figli mi credevano una specie di agente segreto perché ovunque andassi succedeva qualcosa di terribile. Epidemie, attentati, assedi, guerre. Ho visto l’inferno senza sapere che quello vero doveva ancora arrivare, in Italia. Delle mie origini mi restano un’anziana zia, una cugina e l’amore per l’Arena».

Rimpiange di aver lasciato il Congo per essere inviato a Roma come collegamento tra Oms e Italia? 

«No, quando il direttore Tedros Ghebreyesus mi ha chiamato, mi sono messo a disposizione. Ho preso servizio a Roma l’11 marzo del 2020 come special adviser. Ce l’ho messa tutta. L’ho pagata cara, un pezzo di vita».

Il Panflu era vecchio di 14 anni e lei avrebbe dovuto aggiornarlo. Perché non farlo? 

«Prima di andarmene nel 2017 avevo lasciato consegne precise e un piano pronto per essere attivato in caso di emergenza ( leggi qui il piano aggiornato nel 2020). È un mistero che le negligenze mi siano state tutte attribuite. Nel 2016 il piano pandemico era stato riletto e giudicato ancora adeguato da parte di una serie di colleghi del ministero».

La Procura non la pensa così... 

«Chi sostiene che l’Italia ha affrontato il Covid senza un piano mente. All’inizio del 2020 un piano c’era, era pienamente valido e conteneva azioni di preparazione e contenimento sempre efficaci, universali. Tra l’altro prescriveva la moratoria delle manifestazioni di massa. Perché non venne applicato e si lasciò disputare il 19 febbraio 2020, a 3 settimane dalla dichiarazione dello stato d’emergenza, la partita Atalanta-Valencia con 36mila tifosi? Sarebbe inoltre stato possibile acquistare mascherine anziché donarle alla Cina, mettere in sicurezza le Rsa e gli ospedali».

Chi voleva eliminarla? 

«Una convergenza di interessi. Da una parte quelli che in Italia volevano coprire chi avrebbe dovuto aggiornare il piano pandemico nel 2018-2019. Dall’altra chi aveva interesse a togliermi di mezzo per avere rapporti diretti con la sede centrale Oms di Ginevra anziché interloquire con me, e mi riferisco al direttore della regione europea Hans Kluge»

Come se non bastasse il Chievo, la sua squadra del cuore, è scomparsa dai campionati dopo la decisione della Fgci di sospenderla per presunte irregolarità fiscali. 

«Già, ho perso anche il Chievo».

Non è l'arena, la rivelazione di Zambon: "L'Oms non dirà mai la verità sull'origine del virus". Libero Quotidiano il 18 aprile 2021. Da Massimo Giletti a Non è l'arena, su La7, torna il dottor Francesco Zambon. Dopo aver dedicato la scorsa puntata al caso Ranieri Guerra, il conduttore dedica anche la trasmissione di oggi 18 aprile alla questione del piano pandemico. L'ex funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e autore del dossier pubblicato per 24 ore e poi fatto ritirare dall'Organizzazione mondiale della Sanità avverte: "L'Oms non dirà mai la verità sull'origine del virus, non ha potere investigativo, non ha potere sanzionatorio. E' impossibile che lo faccia". E ancora, spiega Zambon: "E' necessario avere più informazioni per valutare varie opzioni, che sono quattro: la prima è il passaggio dal pipistrello all'uomo, la seconda prende in considerazione un ospite intermedio, la terza l'arrivo in Cina attraverso cibi congelati e l'ultima, quella meno plausibile secondo la Cina, l'incidente in laboratorio. Questa è una ipotesi che rimane in campo". L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha cercato di spostare Zambon da Venezia in Bulgaria. "Posso solo dire che è vero e che" all'Oms "ho fatto causa", aveva detto qualche giorno fa il ricercatore all'Adnkronos Salute, confermando quanto riportato dai media tedeschi. Zambon, interpellato sulle ultime dichiarazioni dell'Oms riguardo al report da lui coordinato, aveva anche raccontato di essersi dimesso dall'ufficio regionale Oms perché "non era più possibile stare dentro un ambiente in cui ero ormai isolato e sentivo tanta ostilità".

Francesco Zambon, dopo le accuse all'Oms è senza casa e lavoro: "Sono tornato da mia mamma". Libero Quotidiano il 17 giugno 2021. Dopo le accuse all'Oms, Francesco Zambon ha cambiato vita. Il capo della sede regione dell'Organizzazione mondiale della sanità, che per primo ha svelato lo scandalo del report italiano sulla pandemia sparito, si è reinventato scrittore. "Avevo comprato casa a Venezia e per farlo ho dovuto contrarre un mutuo. Non sono miliardario. Quando mi sono licenziato dall’Oms ho dovuto rinunciare anche al Tfr, il trattamento di fine rapporto. È una delle clausole del contratto, visto che non è inquadrato nella legislazione italiana. E siccome con le travi a vista cinquecentesche non si mangia, ho preferito tornare a vivere da mia madre e dare l’appartamento in gestione a un’agenzia immobiliare, perché la affitti ai turisti. Confidando nella ripresa. Zambon sembra aver definitivamente chiuso con l'Oms. Il suo prossimo obiettivo sarà quello di entrare nel campo del management sanitario, "possibilmente in modo creativo", tiene però a precisare in un'intervista al Messaggero. Il ricercatore sembra già avere le idee chiare: "Vorrei accostare la medicina alla musica, di cui sono appassionato: mi sono diplomato giovanissimo in pianoforte al conservatorio. Ma ho dalla mia parte anche un master in business administration conseguito in America". Dopo aver denunciato il ritiro del report italiano sul Covid a causa di "pressioni cinesi", Zambon è tornato ad accusare l'Organizzazione: "L’indagine per far luce sull’origine del Covid 19 in Cina è stata affidata a una commissione dell’Oms. All’interno della commissione c’è un membro “indipendente” come Peter Daszak, la cui associazione, EcoHealth Alliance finanzia e fa studi con il laboratorio di Wuhan. Daszak ha anche collaborato e condotto per anni degli studi con Shi Zhengli, il direttore del centro. E nessuno ha avuto niente da obiettare. Si tratta di un conflitto di interessi enorme". E infatti le sue denunce gli sono costate care. Ad oggi il ricercatore ha però un gruppo Facebook numerosissimo di sostenitori.

L'Oms: fermate la vendita di animali selvatici vivi nei mercati. Le iene News il 15 aprile 2021. Il comunicato chiede la sospensione globale per prevenire i rischi di eventuali altre pandemie, assieme ad altre misure. In uno di questi mercati, secondo alcune accreditate teorie, sarebbe avvenuta la trasmissione all’uomo del Covid. Di tutto questo e dei traffici illegali mondiali ci ha parlato nell’aprile 2020 Gaston Zama. L’Organizzazione mondiale della sanità chiede al mondo lo stop alla vendita di animali selvatici vivi nei mercati. La sospensione è chiesta come misura di emergenza perché questo potrebbe favorire la diffusione di malattie infettive come si ipotizza sia potuto succedere anche in Cina con il Covid. Proprio di questo argomento vi abbiamo parlato nell’aprile 2020 con il servizio di Gaston Zama che potete vedere qui sopra. "Gli animali, in particolare quelli selvatici, sono la causa di più del 70% di tutte le nuove malattie infettive trasmesse agli esseri umani, molte delle quali determinate da nuovi virus", recita il comunicato congiunto di Oms, Organizzazione mondiale per la salute animale e Programma ambientale delle Nazioni Unite. "I mammiferi selvatici, in particolare, rappresentano un rischio reale per la comparsa di nuove malattie". Proprio la trasmissione del coronavirus all'uomo in questo modo è una delle teorie principali del team incaricato dall’Oms di indagare sulle origini del Sars-CoV2. Vengono chiesti, oltre alla sospensione, anche migliori condizioni igieniche nei mercati tradizionali, nuove norme per controllare allevamento e vendita di animali selvatici destinati al consumo umano, di formare ispettori veterinari per farle applicare e sistemi di sorveglianza capaci di identificare rapidamente nuovi eventuali agenti patogeni, assieme a informazione e sensibilizzazione per commercianti e clienti. L’obiettivo è quello di bloccare nuovi eventuali pandemie. Il nostro Gaston Zama già l’anno scorso, nell’aprile 2020 aveva parlato nel servizio che vedete qui sopra con David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico, autore del libro “Spillover” in cui sembrava profetizzare quanto potrebbe essere accaduto e addirittura l’eventuale origine: un wet market cinese, un mercato cioè in cui si vendono animali selvatici vivi, sottolineando le colpe dell’uomo. “Il Covid-19 rispecchia ciò che le persone stanno facendo al pianeta, ora più che mai”, sostiene. “Non sono un profeta, ho solo scritto quello che mi dissero alcuni saggi scienziati”. Dietro la pandemia e il rischio di altre future potrebbe esserci in particolare il folle sfruttamento degli animali da parte di noi esseri umani anche in quei mercati che l’Oms vuole fermare, che ovviamente non sono presenti solo in Cina. Ne parliamo anche con Andrea Crosta, cofondatore di Earth League International, un gruppo di lotta contro i crimini ambientale. Con “migliaia di animali chiusi in piccole gabbie, vivi o mezzi morti” ci sarebbero infatti “condizioni ideali” per permettere a un virus di passare da una specie all’altra. L’ipotesi per il coronavirus è che sia passato dal pipistrello al pangolino, venduto illegalmente per il consumo umano soprattutto in alcuni mercati cinesi, e poi da questo all’uomo attraverso i contatti in questi mercati. Isolarci da questa catena di possibile contagio sarebbe fondamentale per prevenire le pandemie: è la direzione a cui punta la richiesta dell’Oms. Di tutto questo, assieme alle enormi dimensioni del traffico illegale di animali nel mondo, ci parla nel servizio qui sopra Gaston Zama.

I "genitori" del Covid-19? Due virus isolati dai militari cinesi. Felice Manti il 15 Aprile 2021 su Il Giornale. I "genitori" del Covid 19, o quantomeno i suoi parenti più stretti, sono due Coronavirus Sars-like dei pipistrelli conservati nei laboratori militari cinesi. I «genitori» del Covid 19, o quantomeno i suoi parenti più stretti, sono due Coronavirus Sars-like dei pipistrelli conservati nei laboratori militari cinesi, nome in codice ZC45 e ZXC21. Lo scrive Fabrizio Gatti, inviato dell'Espresso e autore di L'infinito errore, edito da La nave di Teseo, in uscita oggi. Un libro choc che ricostruisce con carte e documenti gli ultimi 14 mesi tra Italia e Cina e lancia una luce inquietante sulla pandemia. Il Coronavirus dunque è nato in laboratorio, combinando virus di pipistrelli? Non ci sono le prove definitive, ma quello che documenta Gatti, carte alla mano, è incredibile. Mentre alcuni medici dell'Accademia delle scienze lavorano all'ormai famoso Istituto di virologia di Wuhan, tra il 2014 e il 2018 c'è un esperimento parallelo sui coronavirus da parte di una equipe di scienziati militari. Che porta a isolare due virus molto simili al Covid-19. Scrive infatti Gatti: «Quando il 5 gennaio 2020 Zhang Yongzhen ed Edward Holmes depositano per la prima volta al mondo la sequenza genetica contenuta nel filamento di Rna del virus che sta facendo ammalare gli abitanti di Wuhan, tracciano l'albero filogenetico e scoprono che WHCV, come chiamano il nuovo coronavirus umano, ha due parenti molto stretti tra i coronavirus Sars-like. Sono i virus ZC45 e ZXC21». Qualche giorno dopo, il 27 gennaio, un altro scienziato, Shi Zhengli «sostiene di aver scoperto un nuovo coronavirus dei pipistrelli evolutivamente più vicino al virus umano che si sta diffondendo a Wuhan». Viene chiamato RaTG13. «Lo stesso giorno la professoressa dell'Istituto di virologia di Wuhan deposita il genoma del coronavirus umano isolato da cinque pazienti. Oltre a RaTG13, i due parenti più stretti sono sempre ZC45 e ZXC21». Per capire come sia possibile bisogna andare indietro nel tempo, tra il 2015 e il 2017. «Per due anni gli scienziati della Terza Università medica militare di Chongqing, megalopoli con oltre trenta milioni di abitanti, e del Comando dell'Istituto di ricerca in medicina di Nanchino frequentano le aree infestate dai pipistrelli nel distretto di Dinghai e nella contea di Daishan, intorno alla città-arcipelago di Zhoushan. Vi lavorano per mesi, ai confini settentrionali della provincia di Zhejiang, da cui proviene gran parte della comunità cinese in Europa e in Italia. Una regione costiera non lontana da Shanghai». Tra loro c'è Wang Changjun e l'americano Bachar Hassan della Stony Brook University, vicino a New York. Campionano 334 pipistrelli della specie Rhinolophus sinicus alla ricerca di coronavirus. Il risultato è molto simile a quello estratto da pipistrelli «a Hong Kong, Guangdong e Hainan in Cina, così come con quelli trovati in Spagna». Una forbice tra il 94 e il 100 per cento. «I ricercatori spiegano quindi di essere riusciti a riconoscere e decifrare il filamento di Rna completo di due nuovi coronavirus Sars-like mai scoperti prima - scrive Gatti - Li chiamano SL-CoV ZXC21, prelevato da un pipistrello catturato nel luglio 2015, e SL-CoV ZC45, ricavato da un esemplare preso nelle reti nel febbraio 2017. I due nuovi coronavirus dei pipistrelli condividono tra loro un'identità del 97 per cento. Il gruppo guidato da Wang Changjun, che lavora sia per la Terza Università medica militare sia per il Comando dell'Istituto di ricerca in medicina di Nanchino, e da Youjun Feng, giovane professore della Scuola di medicina dell'Università di Hangzhou nello Zhejiang, si spinge oltre. Prima prova a far replicare e a isolare il virus da una coltivazione di cellule renali di una scimmia ma fallisce. Allora, al chiuso di un laboratorio di livello Bsl-3, gli autori di questo studio militare infettano alcune comunità di cuccioli di ratti nati da tre giorni». Quando Wang Changjun e gli altri scienziati del gruppo devono concludere gli studi scrivono di aver scoperto che «i coronavirus Sars-like derivati dai pipistrelli possono replicarsi con successo nei ratti da latte» e hanno il potenziale «per contagiare specie diverse». Insomma, commenta Gatti, la scoperta degli scienziati militari, «forse meno abili a maneggiare coronavirus rispetto a quelli di Wuhan», è importantissima: i virus SL-CoV ZXC21 e SL-CoV ZC45, di cui i pipistrelli sono portatori sani, possono immediatamente diffondere la loro infezione ai ratti senza necessità di adattamenti o mutazioni. È un nuovo salto di specie provocato non dalla casualità dell'evoluzione naturale ma dalla competizione fra scienziati». C'è dunque un esperimento militare sfuggito di mano dietro la pandemia che ha cambiato le nostre vite?

Ilaria Capua sulle origini del Covid e Wuhan: "In alcuni laboratori esiste la tecnologia per alterare virus naturali". Libero Quotidiano il 06 aprile 2021. L'Organizzazione mondiale della sanità è tornata a indagare sul laboratorio di Wuhan dal quale tutto ha avuto inizio. Un caso? Non per Ilaria Capua che da un anno si batte per cercare di comprendere, come i suoi colleghi, un virus quasi sconosciuto: il Covid-19. E così sulle colonne del Corriere della Sera la microbiologa negli Stati Uniti da tempo, ha voluto fornire il suo pensiero. "La scienza non può più nascondersi dietro un filo d'erba. Bisogna farsi coraggio e affrontare l'elefante che troneggia nei nostri dubbi sospesi a mezz'aria. Mi riferisco alla verità implicita racchiusa nella missione dell'OMS a Wuhan per investigare sull'origine del Sars-Cov-2. L'essenza è questa: se l'OMS, oltre un anno dopo il fatto, decide di spedire un gruppo di esperti in Cina per cercare di stabilire che cosa è successo, un motivo c'è". Dall'esordio la sua tesi sembra abbastanza chiara ma poi prosegue: "E il motivo che serpeggia nel fondo è che è accettato e risaputo che in alcuni laboratori del mondo esista la tecnologia per alterare virus naturali più o meno innocui e trasformarli in stipiti virali potenzialmente pandemici". In sostanza il coronavirus potrebbe benissimo essere nato in laboratorio. Motivo, questo, che spiegherebbe perché è stata inviata "una squadra di esperti a verificare cosa è successo in quel laboratorio". La Capua si sofferma anche sullo scopo dietro tutto ciò: "Vorrei accompagnarvi nei presupposti delle motivazioni dietro al metodo e non nel merito. Questi esperimenti detti Gof (Gain of fuction, acquisizione di funzioni) mirano a far acquisire a virus naturali o di laboratorio alcune caratteristiche come la virulenza o la trasmissibilità per poi studiarne i meccanismi in sistemi di ricerca artificiali". Ma non è tutto, perché il dilemma che si pongono gli esperti è sulla pubblicazione di queste "ricette". Una volta pubblicate, chiunque può riprodurre il virus. A questo punto la domanda che si pone la Capua non è che una: "In futuro vogliamo investire sul potenziamento dei virus o dei vaccini?".

Il rapporto dell’Oms esclude la fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. Debora Faravelli su Notizie.it il 29/03/2021. La bozza del rapporto compilato dall'Oms esclude che il virus si sia diffuso a partire dal laboratorio di Wuhan. L’Oms tenderebbe ad escludere la fuga del virus dal laboratorio di Wuhan ritenendo più realistica l’ipotesi della trasmissione dell’infezione dagli animali all’uomo: è quanto si legge nella bozza del report compilato dagli scienziati dopo il viaggio in Cina intrapreso per indagare sulle origini della pandemia. La fuga dal laboratorio viene infatti definita “estremamente improbabile“. Non si tratta ancora di un’affermazione definitiva ma dell’ipotesi più plausibile che rafforza l’idea iniziale. Gli esperti continueranno a svolgere indagini per trovare risposta alle molte domande sul fenomeno della zoonosi, il passaggio del virus dall’animale all’uomo. Ma per il momento escludono che il Covid sia uscito dal laboratorio della prima città focolaio. Il rapporto afferma inoltre che mancherebbe un collegamento con il pipistrello, noto per essere un trasportatore di coronavirus e subito ritenuto come trasmettitore dell’infezione all’uomo. La distanza evolutiva tra l’animale e il Covid è infatti stimata in diversi decenni. In più gli esperti hanno rilevato infezioni simili nei pangolini e visoni e gatti sono sensibili al virus e quindi possibili portatori. Maggiori dettagli si avranno una volta che gli scienziati condivideranno il report stilato. Peter Ben Embarek, l’esperto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha guidato la missione a Wuhan, ha affermato che il rapporto è stato finalizzato e che è stato verificato e tradotto. “Mi aspetto che nei prossimi giorni l’intero processo sarà completato e saremo in grado di renderlo pubblico“, aveva aggiunto.

Debora Faravelli. Nata in provincia di Como, classe 1997, frequenta la facoltà di Lettere presso l'Università degli studi di Milano. Collabora con Notizie.it

DAGOTRADUZIONE DA npr.com il 3 aprile 2021. Prima del Covid-19, pochi scienziati si sarebbero aspettati che la Città di Wuhan sarebbe diventato il probabile epicentro di una pandemia globale: il clima e la fauna della regione non sembravano possederne i requisiti necessari. Invece, la città di 11 milioni abitanti a cavallo del fiume Yangtze, sito di uno dei più avanzati laboratori per la ricerca biologica e l’Istituto di Virologia di Wuhan - uno delle istituzioni più segrete gestite dallo stato cinese - è nota per condurre esperimenti sugli stessi tipi di virus che hanno ucciso quasi 3 milioni di persone in tutto il mondo dalla fine del 2019 a questa parte. “Penso che molte persone abbiano immediatamente notato il legame tra la presenza di questi laboratori e il fatto che Wuhan sia stato l’epicentro della pandemia.” Ha affermato David Feith, consigliere per l’Asia nel Dipartimento di Stato dell’amministrazione Trump all’inizio della pandemia. “La vera domanda è: cosa ci dicono le prove?” ha detto Feith, che attualmente lavora presso il Center for a New American Security, un think tank di Washington DC. La nostra risposta è: Al momento, non molto. L’ex presidente Donald Trump e alcuni membri della sua amministrazione si sono attaccati alla teoria della fuga dal laboratorio, mentre gli scienziati si sono concentrati sul fermare la pandemia piuttosto di capirne l’origine e la Cina cercava di portare l’investigazione internazionale a una fase di stallo. Adesso, la teoria della fuga dal laboratorio sembra aver preso di nuovo vita: lo scorso martedì l’OMS ha pubblicato un rapporto in collaborazione con Pechino riguardo le origini della pandemia, impostata intorno a un’investigazione durata quattro settimane e hanno concluso che, insieme ad altre ipotesi, la teoria della fuoriuscita dal laboratorio fosse “estremamente improbabile.” Nonostante ciò, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell OMS, ha dichiarato di ritenere il rapporto poco esaustivo e alquanto incompleto: “Sebbene il team abbia concluso che una fuga dal laboratorio sia una delle ipotesi meno probabili, ci sarebbe bisogno di ulteriori investigazioni in presenza di esperti specializzati, io sono pronto a dispiegarli.” Ha comunicato in una dichiarazione scritta all’OMS. Jamie Metzl, membro dell’Atlantic Council e uno dei proponenti più vocali di questa teoria, ha dichiarato: “Non sto dicendo di essere sicuro che la pandemia COVID-19 sia stata causata da una fuoriuscita accidentale dal laboratorio, ma che sarebbe irresponsabile e forse politicamente motivato il fatto che secondo alcuni non valga neanche la pena cercare di eseguire un’investigazione completa su questa possibilità.” Una scheda informativa pubblicata dal Dipartimento di Stato a metà gennaio racconta la presenza di ricercatori malati all’interno dell’Istituto di Virologia di Wuhan nell’autunno del 2019, oltre che indicare sia le ricerche su varianti pericolose di coronavirus fatte dal laboratorio che la presenza di attività militari top-secret. La Cina ha respinto le accuse, mentre i critici del rapporto dell’OMS come Metzl, sostengono che la squadra che ha visitato il laboratorio di Wuhan abbia semplicemente ascoltato le testimonianze dei colleghi cinesi piuttosto che condurre delle investigazioni indipendenti. “Se nel mezzo della peggiore pandemia dell’ultimo secolo la Cina vuole dire al resto del mondo “andate al diavolo, non vale neanche la pena investigare” è un problema loro, ma non dovremmo dargli retta così facilmente.” ha detto Metzl. Sebbene Metzl e tanti altri siano convinti dell’esistenza di ulteriori prove a conferma dell’ipotesi che il COVID-19 sia originato da un laboratorio piuttosto che naturalmente, molti scienziati affermano il contrario. In base alle prove disponibili, loro sostengono, così come il team dell’OMS, che sia molto più probabile che il coronavirus sia emerso naturalmente. Alina Chan, una ricercatrice di genetica presso il Broad Institute di Boston, afferma che ci troviamo a un crocevia storico: “Questa volta è la Cina ad essere sotto i riflettori… ma forse la prossima volta non sarà la Cina. Dunque, se decidiamo che non si può condurre un’investigazione, che è tutto tempo perso, allora altri paesi potrebbero sentire che non ci sono meccanismi di responsabilità in atto per prevenire situazioni simili in futuro.” Aggiungendo che questa situazione potrebbe portare a condizioni lavorative nei laboratori meno stringenti e potenzialmente più pericolose.

Giochi politici. Nel frattempo, non molto sotto la superficie del dibattito, vi sono le tensioni geopolitiche tra la Cina e gli Stati Uniti. I rapporti tra i due paesi si sono deteriorati nell’ultimo anno sotto il governo Trump e non ci sono segnali di miglioramento con il nuovo governo Biden. Trump ha cercato di incolpare la Cina per la pandemia, spingendo per la teoria della fuga dal laboratorio, ma molti critici lo considerano un tentativo di sviare le colpe dell’amministrazione nella gestione della pandemia. Ma secondo Scott Kennedy del Center for Strategic and International Studies, gli stalli nelle investigazioni, le contro accuse e la segretezza da parte della Cina non aiutano la loro situazione. “L’occidente si vanta dell’apertura e trasparenza rispetto a regimi autoritari come la Cina, dunque nella competizione per il soft-power questo è un punto chiave da continuare a spingere.” Ha affermato Kennedy. Martedì scorso, l’amministrazione Biden si è unita ad altri 13 paesi per criticare il rapporto dell’OMS e per esortare una maggiore apertura da parte del governo cinese. Nella dichiarazione congiunta non vi è menzione della teoria del laboratorio, sebbene il governo Biden non abbia completamente escluso quest’ipotesi. “Penso che l’amministrazione abbia fatto intendere molto chiaramente che, data la mancanza di trasparenza da parte della Cina, non si senta pienamente convinta di scartare la teoria della fuga dal laboratorio.” Ha rivelato Elisabeth Economy dell’Istituto Hoover presso l’Università di Stanford. “Il fatto che il capo dell’OMS Tedros, che inizialmente aveva lodato la trasparenza della Cina, abbia confermato la necessità di ulteriori ricerche prima di poter escludere la possibilità che il virus fosse fuggito dal laboratorio, segnala che il continuo scetticismo sia meritato.” Ha continuato la Economy.

L’impatto sulle relazioni Cina-Stati Uniti. Tuttavia, molti temono che un’intensificazione dell’ipotesi della fuga dal laboratorio possa ulteriormente intralciare le relazioni USA-Cina, che sono di già a uno dei punti più bassi degli ultimi decenni. Deborah Seligsohn, assistente professore presso la Villanova University in Pennsylvania, era responsabile delle questioni scientifiche e sanitarie presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Pechino durante l'epidemia di SARS nei primi anni 2000. Ha detto che durante la pandemia c'è stata molta cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti nel campo scientifico e della sanità pubblica e un l’aumento di pressione su Pechino non sarebbe positivo: "Penso che questo porti ad accuse e alla fine qualcuno decide di diffonderle, cercando una sorta di accordo per salvare faccia, ma non credo che in realtà porti vantaggi scientifici." Nel bene e nel male, spingere su queste ipotesi potrebbe rendere ancora più difficile l’ottenere delle risposte sulle origini della pandemia, cosa difficile da fare in qualsiasi circostanza: "Penso che un’analisi genetica aiuti a descrivere il virus. Penso che sarebbe molto difficile determinare dove si sia disseminato nella popolazione umana, come si è diffuso e se provenga da un laboratorio o meno.", ha detto Barry Bloom, immunologo ed esperto di malattie infettive presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health. "E non importa quanto siano buone le spiegazioni razionali di un altro comitato dell'OMS, c'è un sottogruppo di persone in entrambi i paesi che non crederà alle risposte più plausibili".

Il direttore dell’Oms rimette in discussione l’origine del Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 30 marzo 2021. Per capire come si è originato il Sars-CoV-2 servono ulteriori studi. Tutte le ipotesi, al momento, restano dunque sul tavolo, compresa quella relativa alla possibile fuga del virus dal famigerato laboratorio di Wuhan. Parola di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Poco importa se l’Oms ha appena diffuso un documento nel quale definisce “estremamente improbabile” un’eventuale fuoriuscita dell’agente patogeno dal Wuhan Institute of Virology. Ghebreyesus è entrato a gamba tesa sui risultati messi neri su bianco dal team di esperti inviati in Cina dall’agenzia con sede a Ginevra, chiedendo di approfondire la questione.

Le parole di Ghebreyesus. “Leggeremo il report e ne discuteremo il contenuto con tutti i Paesi del mondo. Tutte le ipotesi sono ancora sul tavolo e serviranno studi completi e approfonditi, oltre a quelli fatti sinora”, ha spiegato il direttore dell’Oms. Ricordiamo che il dossier, formato da 124 pagine, enunciava quattro teorie sull’origine del virus. La più probabile è che il Sars-CoV-2 possa esser stato trasmesso dai pipistrelli all’uomo attraverso un ospite intermedio, forse un pangolino, un tasso o un altro animaletto solito entrare in contatto con gli esseri umani. Possibile anche la pista che porta direttamente dal pipistrello all’uomo, anche se l’opzione del terzo incomodo rende la trasmissione più plausibile. La diffusione del virus attraverso i prodotti alimentari della catena del freddo è possibile ma non probabile, mentre la fuga, diretta o indiretta, del Covid dal laboratorio di Wuhan è stata considerata “estremamente impossibile”. Sembrava, insomma, che la questione Covid fosse ormai stata archiviata, e che i riflettori fossero puntati sui pipistrelli del sud-est asiatico. Il colpevole, però, potrebbe non essere il suddetto animaletto notturno. O meglio: sono necessari altri studi, altri dati, altre indagini per poterne avere la certezza. Le dichiarazioni di Ghebreyesus affievoliscono, in un certo senso, il dossier che aveva spinto l’Oms e la Cina a chiarire la vicenda. Non solo: in questo modo il direttore generale dell’Oms, in passato accusato di un’eccessiva vicinanza al governo cinese, ha sostanzialmente chiesto di approfondire, punto per punto, ogni teoria. Anche la pista che porta dritta al laboratorio di Wuhan.

Servono nuove prove? Detta in altre parole, poiché ci sono pochissime prove, è impossibile avere certezze. I risultati del paper erano per lo più previsti, ma hanno lasciato diverse domande senza risposta. Ad esempio: quando è avvenuta la zoonosi? A quando risalgono i primi contagi? Nel caso in cui il colpevole fosse un pipistrello, di quale specie si tratta? Ecco perché Ghebreyesus ha rimesso tutto in discussione proponendo approfondimenti più dettagliati. In ogni caso, lo stesso team dell’Oms inviato a Wuhan ha scoperto che “data la letteratura sul ruolo degli animali da allevamento come ospiti intermedi per le malattie emergenti, è necessario effettuare ulteriori indagini tra cui una maggiore portata geografica”. La parola d’ordine, quindi, è una: approfondire. Nel frattempo, in vista del futuro, Ghebreyesus si è augurato, in videoconferenza stampa collegato da Ginevra con Bruxelles, che “tutti i Paesi” si impegnino per avere un trattato internazionale in tema di pandemie. La pandemia di Covid-19 (dichiarata dall’Oms l’11 marzo 2020), ha continuato Ghebreyesus, “ha messo allo scoperto le differenze nei sistemi di risposta. Il tempo di agire è ora: il mondo non può aspettarsi che la pandemia sia finita, per iniziare a pianificare in vista della prossima. Non dobbiamo consentire che il ricordo di questa crisi svanisca e tornare al business as usual”. Forse, anziché guardare al futuro, l’Oms dovrebbe prima soffermarsi sul presente. E dovrebbe farlo pure in fretta.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" l'1 aprile 2021. Un anno e mezzo dopo il primo allarme sulla «polmonite sconosciuta in Cina», le accuse, le teorie complottiste, c'è un rapporto di 120 pagine sull'origine del Sars-CoV-2, il coronavirus che ha diffuso la pandemia. Lo hanno compilato 34 scienziati: 17 dell'Organizzazione mondiale della sanità e 17 cinesi (che li hanno assistiti, guidati e seguiti in ogni spostamento a Wuhan). La pubblicazione ha riacceso lo scontro politico tra l'Occidente e Cina, con un commento denso di sospetti scritto da Washington, i dubbi inattesi del direttore generale dell'Oms e una risposta sdegnata da Pechino. Il documento dell'Oms presentato a Ginevra ha affrontato quattro ipotesi:

1) trasmissione diretta del coronavirus da una specie animale all'uomo;

2) salto attraverso una specie intermedia;

3) diffusione anche lungo la catena alimentare dei surgelati;

4) errore di laboratorio durante lo studio di un virus.

Gli esperti internazionali a febbraio, alla fine della missione a Wuhan, avevano già anticipato di ritenere «estremamente improbabile» che il Sars-CoV-2 sia sfuggito per un incidente dall'Istituto di virologia di Wuhan, il famoso (e per i complottisti famigerato), laboratorio dove si studiavano anche i pipistrelli. Come hanno ricavato questa «quasi certezza» i ricercatori dell'Oms? Discutendo con i colleghi cinesi e visitando la struttura a metà gennaio, quando finalmente sono stati ammessi a Wuhan per un'indagine durata un mese, con due settimane trascorse in una stanza d'albergo per la quarantena. In quel laboratorio e negli altri visitati a Wuhan, compreso uno che era stato spostato il 2 dicembre 2019 vicino al mercato Huanan, non sono state comunque rilevate «falle nella sicurezza». Ma Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell'Oms che nel gennaio del 2020 era andato a Pechino a congratularsi con Xi Jinping per la reazione efficace della Cina ed era stato bollato da Donald Trump come «marionetta del Partito comunista» ha improvvisamente cambiato linea: ora dice che bisogna tornare ad indagare, «tutte le ipotesi sono ancora sul tavolo», servono «dati più robusti» anche sul laboratorio. «Il quadro è parziale, le autorità cinesi non sono state trasparenti, non hanno fornito dati cruciali», ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca senza fare riferimento al laboratorio di Wuhan. E subito l'Amministrazione Biden ha coalizzato un gruppo di 14 Paesi nella denuncia di ritardi e omissioni e invocato una «Fase 2» di inchiesta in Cina. Tra i firmatari della dichiarazione del Dipartimento di Stato di Washington, i governi di Australia, Canada, Giappone, Gran Bretagna e Sud Corea. L'Unione Europea ha espresso preoccupazione, ma in forma più sfumata: «La missione è stata un primo passo utile, ma ha avuto un limitato accesso ai primi dati e campioni raccolti dai cinesi» a Wuhan all'inizio dell'epidemia. «Se l'Oms crede di dover indagare ancora e non ha trovato niente sulle origini del coronavirus in Cina, è chiaro che deve spedire i suoi ricercatori in altri Paesi del mondo, magari anche nel laboratorio militare americano di Fort Detrick», ribatte il ministero degli Esteri di Pechino. Gli scienziati Oms non sono nemmeno certi che il coronavirus sia partito dal mercato Huanan di Wuhan, dove si vendeva principalmente pesce, ma c'erano anche banchi di carne selvatica e gabbie con animali vivi. Il loro studio ammette la carenza di «raw data», tutti i dati grezzi sulle cartelle cliniche dei primi pazienti: è stato fornito solo un riassunto statistico secondo il quale dei 174 primi casi, registrati dai cinesi a partire dall'8 dicembre 2019, solo il 28% aveva un collegamento con il mercato Huanan; il 23% era passato attraverso altri mercati di Wuhan e il 45% non aveva «una storia di esposizione» ad alcun mercato. Per mesi le autorità cinesi hanno passato alla loro stampa notizie sull'individuazione di «tracce di coronavirus» negli scatoloni dei surgelati alimentari importati dall'estero. I ricercatori dell'Oms non hanno scartato del tutto l'ipotesi della contaminazione degli imballaggi nella catena del freddo, ma non hanno trovato alcun caso di contagio con il personale che li ha maneggiati. Perché neanche la propaganda di Pechino li ha trovati. La ricerca valuta come «molto probabile» il passaggio del coronavirus da un animale «serbatoio» a uno «ospite» e quindi il salto al genere umano. I pipistrelli restano i principali indiziati, seguiti dai pangolini. Ma ammesso che il primo «colpevole» della lunghissima evoluzione e adattamento del coronavirus sia stato il pipistrello, bisogna continuare a studiare per identificare la specie intermedia che ha permesso al Sars-CoV-2 di insediarsi nell'organismo umano. Si è molto parlato dei pipistrelli che infestano le grotte dello Yunnan, lontane duemila chilometri da Wuhan, dove aveva fatto lunghe ricerche la professoressa Shi Zhengli dell'Istituto di virologia di Wuhan, soprannominata Bat Woman. Ma gli esperti dell'Oms spiegano che i pipistrelli portatori del coronavirus potrebbero essere annidati in altri Paesi e «il percorso è stato molto complesso». Inutile leggere le 120 pagine di relazione se si vuole sapere perché l'epidemia abbia investito per prima Wuhan. l'Oms osserva solo che «un focolaio esplosivo cominciò a Wuhan nel dicembre 2019. Solo i casi più gravi furono esaminati e riconosciuti dal sistema sanitario cinese». Dopo 16 mesi, 128 milioni di malati e 2,8 milioni di morti, il mondo aspetta ancora una spiegazione.

Morti, contagi e diffusione: quell’indizio contenuto nel report Oms. Federico Giuliani su Inside Over l'1 aprile 2021. Quattro ipotesi sul tavolo, la mappa del mercato ittico di Wuhan, primo epicentro noto della pandemia di Covid-19, una lista di animali sospettati di essere i diffusori del virus, tabelle, grafici e schemi di ogni tipo. C’è questo e molto altro nelle 120 pagine del rapporto ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sull’origine del Sars-CoV-2. Il team di esperti inviato in Cina dall’agenzia con sede a Ginevra ha operato nella megalopoli dello Hubei per tre settimane, cercando di fare chiarezza sull’emergenza sanitaria. Poi, dopo aver riordinato le prove raccolte, hanno messo tutto nero su bianco nel documento intitolato WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2: China Part. Joint WHO-China Study. Una volta divenuto oggetto di dominio pubblico, i media internazionali si sono concentrati sulle conclusioni del paper, sperando di ottenere risposte precise. A detta degli autori, è da escludere la possibile fuga del virus dal famigerato laboratorio di Wuhan (ipotesi “estremamente improbabile”). La diffusione del patogeno mediante i prodotti alimentari della catena del freddo è possibile ma non probabile, mentre tutti i riflettori sono puntati sulla trasmissione del Sars-CoV-2 dai pipistrelli all’uomo, in maniera diretta oppure mediante l’azione di un terzo animale (ospite intermedio).

L’indizio temporale. Uno degli aspetti più controversi riguarda l’origine temporale della pandemia. A quando risalgono i primi contagi? A pagina 32 del report ci sono due grafici che provano a fornire delle risposte basandosi sulla mortalità. Nel primo, che chiameremo grafico A, troviamo il confronto delle tendenze del tasso di mortalità per tutte le cause di morte, relativo al periodo compreso tra il 2019 e il 2020, rispetto al tasso medio inerente al 2016-2018. Il secondo, grafico B, riporta invece il confronto delle tendenze della mortalità per tutte le cause, escludendo i tassi di mortalità confermati e sospetti per Covid-19 nel periodo 2019-2020 rispetto al tasso medio del 2016-2018. In entrambi i casi, le analisi riguardano la città di Wuhan. Scorrendo le pagine, ci imbattiamo in altri grafici, sempre più precisi. Che cosa emerge? Che non vi sarebbero (il condizionale è d’obbligo) tracce di una massiccia circolazione del virus prima del dicembre 2019. Dunque, l’epidemia, presto divenuta pandemia, sarebbe esplosa a dicembre. Quasi sicuramente, in precedenza, vi erano già alcuni casi ma isolati o non rilevati.

La versione dell’Oms. Il paper Oms è piuttosto esplicito, nonostante le mille indiscrezioni – mai confermate sul campo – uscite nei mesi precedenti. “Il tasso di mortalità per polmonite a Wuhan dalla settimana 40 alla settimana 52 del 2019 (cioè dall’ottobre al dicembre 2019 ndr) non era diversa dalla media rilevate degli stessi periodi del 2016-2018”, si legge nel documento. Dalla terza settimana del 2020 (15-21 gennaio 2020), c’è stato un cambiamento sostanziale. È in quel momento che “il tasso di mortalità della polmonite è stato superiore al valore medio di quello rilevato nello stesso periodo nel 2016-2018”. Da lì in poi, quello stesso valore è schizzato alle stelle. Quindi, stando alla ricostruzione effettuata dall’Oms, tutto sarebbe esploso nel dicembre 2019. Bisogna ricordare che i primissimi casi di Covid sono stati segnalati ben prima di dicembre (o a dicembre), e non tutti in Cina. Ad esempio, due residenti della contea di Snohomish, nello Stato di Washingon, si sarebbero ammalati lo scorso dicembre, proprio negli stessi giorni in cui (nella versione ufficiale) il Covid-19 iniziava a muovere i primi passi oltre la Muraglia. Un’altra versione considera un anonimo 55enne dello Hubei come il primo paziente ad aver contratto il virus, precisamente lo scorso 17 novembre. La sensazione è che serviranno ulteriori indagini per capire meglio una vicenda ancora piuttosto oscura. Non solo per quanto concerne il lato temporale, ma anche per quello geografico.

L’epidemia di peste suina potrebbe aver agevolato il Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 15 marzo 2021. Una spiegazione alternativa per scovare l’origine della pandemia di Sars-CoV-2. Fino a questo momento, tutti i riflettori erano stati puntati prima sul laboratorio di Wuhan, per un’eventuale fuga del virus dalla struttura in seguito a un errore umano (ipotesi smentita perfino dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), e poi sui pipistrelli (ipotesi plausibile, quasi certa, ma da approfondire). Adesso spuntano anche i maiali e, in particolare, il ruolo indiretto che potrebbe aver avuto la peste suina africana (PSA) nella diffusione della pandemia di Covid. La malattia in questione, pressoché letale per i suini ma, al momento, innocua per gli esseri umani, ha colpito per la prima volta la Cina nel 2018. Si è manifestata in una forma violentissima, al punto da costringere le autorità a interrompere le forniture di carne di maiale, uno degli alimenti più consumati oltre la Muraglia.

L’epidemia del 2018. All’epoca, l’Economist definì quanto stava accadendo nell’ex Impero di Mezzo niente meno che Aporkalipse Now. La PSA, come detto, è una malattia letale per i suini. Un esemplare infetto muore nel 90% dei casi e non esistono vaccini. Si trasmette attraverso le zecche, oppure quando gli animali entrano in contatto con cibi infetti o superfici contaminate. In Cina, il primo caso ufficialmente registrato di maiali entrati in contatto con la peste suina africana risale all’agosto 2018, nella provincia di Liaoning. In quei mesi convulsi, fu subito ordinato l’abbattimento degli esemplari contagiati, ma diversi allevatori – anziché ricevere un compenso per ogni capo malato segnalato – preferirono continuare a vendere carne di maiale infetta piuttosto che perdere il loro guadagno. Risultato: il virus si è propagato a macchia d’olio in molti allevamenti. Gli effetti economici dell’epidemia sono stati traumatici. Milioni di allevatori sono finiti sul lastrico, mentre i prezzi della carne di maiale sono schizzati alle stelle. Secondo le stime ufficiali, è stato abbattuto un milione di maiali; altre fonti parlano di 150 milioni suini morti a causa dell’infezione.

Il collegamento con il Covid. Ma cosa c’entra la PSA con il Covid? Arriviamo al punto. Dal momento che la peste suina africana ha letteralmente fatto crollare il consumo di carne di maiale, moltissimi cinesi sono stati costretti a modificare la loro dieta, sostituendo i suini con altri animali, anche selvatici. È proprio questa la causa che potrebbe aver facilitato il potenziale contatto tra gli esseri umani e il Sars-CoV-2 contenuto chissà in quale animale. Magari, azzardano gli esperti, proprio in una bestiola consumata da qualcuno al posto della classica carne di maiale. “Se più animali selvatici entrano nella catena alimentare umana, questo potrebbe aumentare l’opportunità di contatto (tra i virus e gli esseri umani ndr)”, ha spiegato, come riportato dal Guardian, l’autore del paper David Robertson, professore di genomica virale e bioinformatica all’Università di Glasgow. Lo studio che analizza questa ipotesi, ancora da sottoporre a revisione paritaria, si intitola “How One Pandemic Led To Another: Asfv, the Disruption Contributing To Sars-Cov-2 Emergence in Wuhan“. La traccia è interessante, e può teoricamente avere solide fondamenta. Resta da capire, in ogni caso, qual è l’animale che ha provocato il contagio umano di Sars-CoV-2.

Perché l’Amazzonia è diventata una bomba sanitaria. Federico Giuliani su Inside Over il 4 marzo 2021. “Siamo nella condizione di poterci attendere altri spillover. Fin quando l’umanità sarà così numerosa su questo pianeta, fino a che il genere umano sarà così assetato di prodotti del mondo naturale, tanto relativi alla carne quanto alle varie forme di energia, e fino a quando queste circostanze persisteranno, ci saranno sempre dei salti di specie dai virus agli esseri umani”. Così aveva recentemente parlato a InsideOver David Quammen, giornalista e scrittore, nonché autore del best seller Spillover. Il Sars-CoV-2 potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg, visto che altri virus animali sono in procinto di attaccare l’uomo. Ci sono almeno due aree geografiche da tenere sotto stretta sorveglianza. Accanto alla bomba a orologeria sanitaria rappresentata dal sud-est asiatico, dove ci sono centinaia di pipistrelli da monitorare con estrema attenzione – e da dove potrebbe esser partita la pandemia di Covid-19 -, gli esperti hanno acceso i riflettori anche sull’Amazzonia. Qui, nell’enorme polmone verde del pianeta, per lo più concentrato tra Brasile, Colombia, Perù e altri Paesi del Sud America, la situazione rischia di diventare presto esplosiva.

Virus, zoonosi, epidemie. Da un punto di vista ambientale, l’approvazione di quasi 1.000 pesticidi per favorire l’agricoltura intensiva, la deforestazione e gli incendi che hanno devastato la Foresta Amazzonica, sono eventi che hanno provocato un disastro. In altre parole, siamo di fronte a una nuova, potenziale bomba a orologeria sanitaria. I Paesi che ospitano questo prezioso polmone verde, molto spesso sfruttano oltre ogni limite le potenzialità di territori fragilissimi, con il rischio di danneggiare l’ecosistema locale. Il continuo concentramento delle attività umane nelle aree verdi, spinge un gran numero di animali selvatici autoctoni a fare il percorso inverso. Dai pipistrelli agli insetti, dalle scimmie a vari uccelli: molti di loro si avvicinano ai centri urbani, ai villaggi, alle città. Gli animali entrano quindi in contatto con gli esseri umani, nonché con gli allevamenti controllati. È così che si creano condizioni favorevolissime per le cosiddette zoonosi, ossia il salto di specie dei virus da un animale a un essere umano, ed è così che si creano epidemie e pandemie. D’altronde, anche se gli scienziati devono ancora risolvere il mistero, sappiamo che il Sars-CoV-2 si è originato proprio in questo modo. Un virus animale, con ogni probabilità contenuto in un pipistrello, ha approfittato di condizioni favorevoli per invadere l’organismo di un essere umano, forse un agricoltore o un allevatore. Può esserci stato un solo salto di specie, cioè il virus è saltato direttamente dal pipistrello all’uomo, oppure una zoonosi mediata da un ospite intermedio (un pangolino o uno zibetto). Ecco: qualcosa del genere non solo potrebbe ripetersi molto presto nel sud-est asiatico, ma anche in Amazzonia.

Rischi da non sottovalutare. Tornando all’Amazzonia, gli ultimi report non lasciano dormire sogni tranquilli. Il rilascio di migliaia di pesticidi, unito alla deforestazione di decine di migliaia di chilometri quadrati – con la stabile presenza umana all’interno del polmone verde, che comporta contatti tra lavoratori e animali selvatici – stanno provocando reazioni indesiderate e potenzialmente nocive per l’umanità. Come ha evidenziato Repubblica, l’Istituto Evandro Chagas, un’organizzazione brasiliana di ricerca sulla salute pubblica, ha lanciato un allarme non da poco. In Amazzonia ci sarebbero circa 220 virus, 37 dei quali teoricamente in grado di causare malattie negli esseri umani e 15 capaci di scatenare epidemie più o meno vaste. Un articolo pubblicato lo scorso maggio sulla rivista dell’accademia delle scienze brasiliana, ha passato in rassegna alcuni dei virus individuati nella foresta. La lista è molto corposa. Troviamo varie encefaliti, la febbre del Nilo occidentale, il rocio, ovvero un virus brasiliano che genera la febbre gialla. Ciò che sta accadendo in Amazzonia, ma più in generale in tutte le foreste tropicali e pluviali del mondo, è un rischio per salute dell’umanità. Il motivo è semplice: più si creano le condizioni per una maggiore interazione tra uomini e animali selvatici – gran parte dei quali portatori di virus infettivi – , e più è facile che un patogeno simile al Sars-CoV-2 (se non peggiore), possa creare una nuova emergenza sanitaria.

Da "lastampa.it" il 22 febbraio 2021. Dopo i pipistrelli e i pangolini - principali sospettati dall'inizio della pandemia di essere stati ospiti intermedi del coronavirus - e dopo i visoni che potrebbero trasmettere il Covid all'uomo negli allevamenti intensivi, tocca ad altri due animali finire sul banco degli imputati: si tratta dei tassi-furetto, una specie diffusa in Cina, e dei conigli. Anche loro - tra gli animali che vengono venduti come alimenti nel mercato cinese di Wuhan, dove sono emersi molti primi casi della malattia - entrano tra i potenziali sospettati di aver consentito il salto di specie, trasmettendo il nuovo coronavirus agli esseri umani. Perlomeno, è una delle possibilità su cui si concentrano le analisi degli investigatori dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, rientrati nei giorni scorsi da una missione di due settimane a Wuhan proprio per cercare di individuare l'origine del Covid-19. Anche se per il momento si tratta ancora soltanto di una delle tante ipotesi su cui sono in corso le indagini del team, che hanno lamentato le insufficienti informazioni fornite dalla Cina sui primi contagi. Per i membri della squadra dell'Organizzazione mondiale della sanità, riporta il Wall Street Journal, sono necessari altri accertamenti sui fornitori di questi e altri animali in vendita al mercato di Wuhan. E ancora non ci sono certezze se il virus sia prima stato trasmesso dagli animali agli esseri umani o se stesse già circolando altrove. Il passaggio animale-uomo e viceversa sembrerebbe comunque essere confermato dai numerosi casi rilevati negli allevamenti di visoni in Europa - abbattuti a milioni in Danimarca e altri Paesi -, tanto da avere spinto le autorità Ue per la sicurezza alimentare e per la prevenzione delle malattie a lanciare giovedì un allarme per intensificare test su personale di queste strutture e sugli animali.

Chi ha trasmesso il Covid all’uomo? Ecco i possibili “animali serbatoio”. Federico Giuliani su Inside Over il 21 febbraio 2021. In principio tutti i riflettori erano puntati sui pipistrelli. Poi spuntarono zibetti e pangolini, entrambi possibili ospiti intermedi della trasmissione dell’infezione all’uomo. Adesso, a oltre un anno di distanza dalla rilevazione dei primi casi di Covid-19, si aggiungono alla lista conigli e tassi-furetto cinesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è letteralmente a caccia dell’animale misterioso dal quale è scattata la zoonosi. Due sono le piste praticabili. La prima: il Sars-CoV-2 è passato direttamente da un pipistrello a un essere umano, forse un agricoltore. La seconda: il virus ha effettuato un doppio salto di specie, passando indirettamente dal pipistrello all’uomo mediante un terzo attore protagonista. Nel sud-est asiatico, in un’area molto vasta che comprende la provincia cinese meridionale dello Yunnan, Myanmar, Vietnam, Thailandia, Indonesia e altri Paesi limitrofi, gli scienziati hanno trovato indizi interessanti. I campioni prelevati da alcune specie di pipistrello contenevano virus pressoché identici al Sars-CoV-2, con sequenze genetiche simili quasi al 100%. Il coronavirus che ha messo in ginocchio il pianeta potrebbe quindi essere partito da un pipistrello. Ma Wuhan, primo epicentro noto del Covid, si trova a un migliaio di chilometri dalla zona in cui vivono questi pipistrelli. Come ha fatto il virus a finire nel cuore dello Hubei? È qui che entra in gioco la teoria dell’ospite intermedio. Un pipistrello X potrebbe aver contagiato un animale Y, magari una specie che per svariati motivi è solita entrare in contatto con l’uomo. A quel punto, a fronte di condizioni favorevoli, sarebbe scattata la zoonosi decisiva.

Il banco degli imputati. Dal banco del mercato ittico di Huanan al banco degli imputati, il passo rischia di essere brevissimo. Già, perché l’Oms vuol vederci chiaro. E, per scovare l’ospite intermedio, ha raccolto quante più prove possibili, anche dentro il famigerato mercato del pesce di Wuhan, presunto ground zero del contagio. La maggior parte dei primi pazienti contagiati, infatti, aveva qualcosa in comune: l’aver frequentato gli stretti corridoi di Huanan. Attenzione: nonostante fosse chiamato “del pesce”, in questo mercato – prima che fosse chiuso – pare che si vendesse praticamente ogni animale immaginabile. È dunque possibile che un animale selvatico X proveniente dal sud-est asiatico, e precedentemente contagiato dal nostro pipistrello Y, possa aver infettato i clienti e i venditori del market. L’Oms sta continuando a indagare. Ma la lista degli imputati si è recentemente arricchita di due nuovi presunti colpevoli: conigli e tassi-furetto, entrambi in vendita tra i banchi del mercato.

L’ipotesi più probabile. Tassi-furetto e conigli potrebbero contribuire a risolvere il mistero. Come ha spiegato lo zoologo Peter Daszak al Wall Street Journal, i primi animali citati spiegherebbero come abbia fatto il virus ad arrivare fino a Wuhan. Alcune carcasse di tassi-furetto sono state ritrovate nelle celle frigorifere del mercato. Gli animali erano negativi ma, in vita, avrebbero potuto trasportare il virus e trasmetterlo agli esseri umani. Arriviamo poi ai conigli, anch’essi in vendita al mercato e “particolarmente suscettibili al Sars-CoV-2”. Un discreto numero di fornitori di conigli è concentrato nelle province del Guandong, Guangxi e Yunnan, a due passi da Vietnam, Laos e Myanmar. Sempre da queste parti, come detto, sono stati ritrovati virus simili al Sars-CoV-2 in alcuni pipistrelli. I punti potrebbero presto essere uniti. L’Oms ha tuttavia dichiarato di dover ancora stabilire la lista delle creature vendute, vive o morte, legalmente o illegalmente, nel mercato di Wuhan. A quel punto, il quadro potrà forse apparire più chiaro.

Dopo pipistrelli e serpenti nel mirino c'è il furetto. Confermata l'origine animale del virus. Redazione - Sabato 20/02/2021 - su Il Giornale. Pipistrello, pangolino o serpente? L'origine animale del coronavirus, che avrebbe poi compiuto il salto di specie, è stata l'ipotesi più accreditata fin dall'identificazione dei primi casi di Sars Cov2. Ora però al già ricco elenco di animali sospetti si aggiungono il tasso, il furetto e forse anche il coniglio. Proprio pochi giorni fa il capo della missione dell'Oms a Wuhan, Peter Ben Embarek, aveva convocato una conferenza stampa nella città cinese, primo focolaio del coronavirus, per ribadire che il sospetto di un supervirus creato in laboratorio sarebbe del tutto infondato. «Tutti i dati raccolti sin qui ci portano a concludere che l'origine del coronavirus è animale», aveva ribadito l'esperto Oms. Lo studio condotto durante la missione dunque non aveva fatto cambiare idea agli scienziati che insistono: tutti gli indizi suggeriscono che il coronavirus abbia un'origine animale ma avevano anche concluso che non ci sono ancora certezze rispetto a quale sia l'esemplare ospite anche se pipistrelli e pangolini sono i più probabili candidati alla trasmissione. Ora però alcuni studiosi affacciano l'ipotesi che i responsabili siano altri animali. Il gruppo di esperti inviato dall'Oms ha puntato i mirino su due specie che erano presenti sui banchi del mercato di Wuhan dove si ritiene abbia avuto origine la trasmissione all'uomo. Sotto osservazione i tassi-furetto e i conigli che sono portatori del virus. Il primo compito dei ricercatori è stabilire con certezza quali fossero effettivamente gli animali in vendita a Wuhan, sia quelli vivi sia quelli morti. Lo zoologo Peter Daszak, membro del team dell'Oms intervistato dal WSJ ha spiegato che nelle celle frigorifere del mercato sono state ritrovate carcasse di queste specie. Inoltre i fornitori di quel mercato in gran parte provengono da Guangdong, Guangxi e Yunnan. E in alcune di queste aree sono stati rintracciati virus molto simili al Sars-Cov-2 nei pipistrelli, mentre nel Guangdong e nel Guangxi sono stati trovati nei pangolini. Il virologo Christian Drosten, sostiene fin dall'inizio di ritenere probabile la trasmissione del virus tra gli animali all'interno degli allevamenti intensivi. Lo studioso aveva ricordato come si era sviluppato un processo di trasmissione analogo per la Sars passata dagli zibetti e i cani procione. Intorno al cane procione gira una grossa industria in Cina dove è molto richiesta la pelliccia di questo animale. Il collegamento tra gli allevamenti intensivi dove nasce e si diffonde il virus e poi l'arrivo in mercati con condizioni igieniche precarie che favoriscono il passaggio all'uomo è oramai l'ipotesi più accreditata.

Oms, indagini su tassi e conigli: hanno trasmesso il Covid all’uomo? Veronica Ortolano su Notizie.it il 19/02/2021. La squadra dell’Organizzazione mondiale della Sanità sta indagando sulle origini del virus: allo studio due specie in vendita sui banchi di Wuhan. Dopo l’ipotesi dei pipistrelli, i quali sono stati i principali sospettati dall’inizio della pandemia come fonte del coronavirus, ora arriva una nuova supposizione: il Covid potrebbe essere arrivato all’uomo a causa di alcuni animali che sono in vendita a Wuhan, in Cina. É questa la congettura che arriva dall’organizzazione mondiale della sanità: una squadra dell’Oms si è, infatti, proprio recata in Cina per cercare finalmente chiarimenti sulla genesi della pandemia. Gli animali che questa volta si stanno prendendo in considerazione sarebbero stati non solo nutriti nel Sudest del paese, ma sarebbero stati allevati anche insieme ai cani procione, dai quali è nato il Covid-19. La notizia arriva dal Wall Street Journal, sul quale si legge che, affinchè questa teoria possa diventare certa, è necessario avere altri riscontri e ulteriori indagini. Quest’ultime in particolare dovranno essere centrate su chi siano coloro che forniscono questi animali al mercato di Wuhan. L’Oms, comunque, sta cercando, in primis, di indicare precisamente quali animali erano in vendita nel mercato del capoluogo della provincia di Hubei. C’è da dire, difatti, le autorità cinesi non hanno mostrato molta collaborazione, motivo per il quale i dati che gli esperti dell’Oms hanno raccolto finora non sono per nulla sufficienti per definire ufficialmente che questi animali abbiano portato il virus fino all’uomo. Il membro del Team dell’Oms, lo zoologo Peter Daszak, al quotidiano newyorkese ha ben spiegato nelle celle frigorifere del mercato sono stati ritrovati gli scheletri di questi animali, i quali subito sono stati sottoposti al test per capire se fossero positivi al Covid. Sono, però, risultati negativi, ma a quanto pare erano in grado di diffondere il virus. Molti di questi fornitori  si trovano, inoltre, nelle province di Guangdong, Guangxi e Yunnan: qui sono stati rintracciati, infatti, in alcuni pipistrelli dei virus che sembrano essere molto simili al Coronavirus. Insomma, un’ipotesi che non farebbe altro che rafforzare la principale del virologo Christian Drosten, secondo la quale il virus sarebbe stato trasmesso negli allevamenti intensivi: ricordiamo che la Sars fu trovata negli zibetti, nei gatti civetta e nei cani procione.

Il pipistrello, l’ospite e l’assalto all’uomo: l’ultima scoperta sul Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 12 febbraio 2021. Da un pipistrello a un mammifero ancora sconosciuto, il cosiddetto ospite intermedio, e da lì all’essere umano. Mancano ancora dei tasselli fondamentali per poter completare il puzzle, ma la cornice sembra ormai pronta. A oltre un anno dal primo contagio accertato di Covid-19, è sempre più probabile che il Sars-CoV-2 possa essere scaturito da una zoonosi. Più che una scoperta, potremmo chiamarla conferma. Una conferma arricchita di interessanti particolari. Il salto di specie, come viene chiamato in gergo, era una delle primissime ipotesi messe sul tavolo dagli esperti per spiegare le origini del coronavirus. Adesso, anche alla luce di quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) al termine della sua missione in Cina, questa teoria è sempre più accreditata dagli scienziati di tutto il mondo. Se in un primo momento c’era chi ipotizzava un’eventuale fuoriuscita del virus dal Wuhan Institute of Virology, forse in seguito a un incidente o a un errore umano, la recente conferenza stampa dell’Oms ha fugato ogni dubbio. “Improbabile che qualcosa possa sfuggire da un posto simile”, ha dichiarato Peter Ben Embarek, esperto danese di sicurezza alimentare che ha parlato a nome della delegazione Oms spedita a Wuhan per fare luce su quanto accaduto. Certo, in una struttura del genere possono sempre avvenire incidenti non previsti, ma sono estremamente rari e niente di simile risulta essere avvenuto in tempi recenti. Diverso è il discorso relativo alla zoonosi, sempre più accreditato da una recente scoperta scientifica.

Pipistrelli e coronavirus. Che i pipistrelli fossero veri e propri serbatoi di virus, non era affatto una novità. Che alcune specie contenessero nel loro sangue dei coronavirus simili, in tutto e per tutto, al Sars-CoV-2, neppure. Ma che il numero di questi mammiferi, pieni di agenti patogeni pronti ad attaccare l’uomo, fosse molto più alto di quanto non si immaginasse in un primo momento, questo nessuno se lo sarebbe mai aspettato. I cacciatori di virus sanno benissimo che alcune regioni del pianeta sono abitate da animali selvatici stracolmi di virus. E sono pure a conoscenza del rischio intrinseco di eventuali spillover nocivi per gli esseri umani. I timori sono diventati ancora più grandi in seguito all’ultima scoperta realizzata da un team di ricercatori guidato da Lin-Fa Wang dell’Università di Singapore. Cinque pipistrelli provenienti dalla Thailandia orientale contenevano nel loro sangue un coronavirus strettissimo parente del Sars-CoV-2. Il RacCS203, questo il nome del patogeno, al momento non contagioso per l’uomo, ha una sequenza genetica uguale al 91,5% a quella presente nel coronavirus che ha messo in ginocchio il pianeta. Nel recente passato, gli scienziati erano venuti a conoscenza di altri parenti stretti del nuovo coronavirus, tra cui l’RmYN02, geneticamente simile al 93,6%. L’aspetto interessante è che il RacCS203 è correlato all’RmYN02, e che quest’ultimo è stato rinvenuto nel sangue del Rhinolophus malayanys, una specie di pipistrello diffusa nella provincia meridionale cinese dello Yunnan.

Salti e mutazioni. In base alle ultime scoperte, ci sarebbero dunque moltissimi virus potenzialmente in grado di passare dai pipistrelli a un ospite intermedio, e quindi di attaccare gli esseri umani. L’ombra minacciosa di nuove pandemie aleggia sul prossimo futuro, ma offusca anche il presente. Non solo. In base a quanto scritto dai ricercatori nel paper Evidence for SARS-CoV-2 related coronaviruses circulating in bats and pangolins in Southeast Asia, pubblicato su Nature Communications, ci sarebbero due evidenze piuttosto chiare riguardanti le origini del Covid-19: 1) l’area più critica riguarda tutto il Sud-est asiatico, dove vivono tantissime specie di pipistrelli portatrici di virus; 2) l’origine naturale del Sars-CoV-2 è al momento l’ipotesi più certa. Ma da dove viene il virus? Qui la faccenda si complica, perché i cinque pipistrelli che contenevano il patogeno simile al nuovo coronavirus sono sì stati rintracciati in Thailandia, ma la loro specie vive in una regione che si estende per circa 3mila miglia, dalla Cina meridionale al Giappone. In attesa di ulteriori evidenze scientifiche, è possibile unire un paio di punti per fornire una probabile narrazione dei fatti. L’eccessiva promiscuità – continuata nel tempo – tra una specie particolare di pipistrelli e un ospite intermedio (un pangolino?) ha provocato un primo salto di specie e chissà quante mutazioni intermedie. In un secondo momento, visto che che l’ospite intermedio potrebbe essere un animale capace di entrare comunemente a contatto con l’uomo, il Sars-CoV-2 potrebbe aver trovato l’occasione giusta per dare il via alla zoonosi finale. Per capire il luogo esatto in cui è avvenuta la genesi del Covid, bisogna insomma guardare al Sud-est asiatico.

La misteriosa malattia mortale (arrivata dall’uomo) sta decimando i pipistrelli. Federico Giuliani su Inside Over il 31 gennaio 2021. “I pipistrelli sono i portatori di un gran numero di pericolosi virus”, al punto da essere definiti dagli esperti “animali ospiti”, cioè animali in cui “il virus vive per un lungo periodo di tempo, senza che però gli animali si ammalino”. Cosi aveva recentemente parlato a InsideOver di questi bizzarri mammiferi David Quammen, giornalista e scrittore, nonché autore del best seller “Spillover”. Dall’esplosione dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 in poi, i riflettori si sono accesi a pieno regime sui pipistrelli. Il motivo è presto detto. Anche se non ci sono prove certe, è molto probabile che il Sars-CoV-2, lo stesso virus che ha messo in ginocchio il mondo intero e ucciso milioni di uomini, derivi proprio da loro. D’altronde, i pipistrelli sono considerati veri e propri serbatoi di virus a causa di un sistema immunitario del tutto particolare; lo stesso che potrebbe pure offrire agli scienziati spunti di ricerca interessanti per difendersi dai virus del futuro. I pipistrelli sono tuttavia stati etichettati dall’opinione pubblica come una delle cause principali della diffusione di virus più o meno mortali nell’uomo. Eppure, ha sottolineato lo stesso Quammen sul New York Times, talvolta può anche accadere che siano gli esseri umani a “passare” malattie agli animali. È il caso, ad esempio, della cosiddetta sindrome del naso bianco, che da ormai 14 anni sta decimando i pipistrelli del Nordamerica. Il problema, oggi, non si è affatto acuito. Anzi. Con il passare del tempo è peggiorato.

La sindrome del naso bianco. È stata rinominata sindrome del nasco bianco, e non è provocata da un virus, quanto piuttosto da un fungo patogeno. Quest’ultimo pare sia arrivato dall’Europa, in particolare da vettori umani. Si tratta di una malattia altamente contagiosa che uccide i pipistrelli. Detto altrimenti, a differenza di quanto accaduto con il Sars-CoV-2, in tal caso sono gli esseri umani ad aver trasmesso una malattia ai pipistrelli. La strana malattia è comparsa per la prima volta nel 2006, o almeno è quello l’anno in cui gli esperti si sono resi conto che qualcosa non andava. In una caverna situata ad Albany, nello stato di New York, numerosi pipistrelli in letargo avevano il muso coperto di micelio, un intreccio di filamenti bianchi che ricorda vagamente la brina che si forma sulla barba degli sciatori. Un anno più tardi, in un’altra grotta non distante da quella di Albany, un gruppo di biologi ha scoperto migliaia di pipistrelli senza vita. Tutti con il muso coperto di micelio. La sindrome del naso bianco si è presto diffusa in altri stati americani, riducendo drasticamente la popolazione di pipistrelli (per alcune specie una riduzione fino al 90%).Gli “orecchioni del Nord”, una delle specie più colpite, è ad esempio sparita nell’arco di pochi anni dalla comparsa della malattia.

Il mistero del fungo killer. Il fungo killer prospera in ambienti freddi e attacca gli animaletti notturni quando sono in letargo, e quindi quando il loro sistema immunitario è meno vigile. La malattia provoca irritazione, al punto da svegliare i pipistrelli in pieno inverno. A quel punto, senza insetti di cui cibarsi, i poveri pipistrelli si ritrovano costretti a volare a vuoto fino alla morte. Non sappiamo chi, quando e come ha infettato per la prima volta i pipistrelli americani. Tutto – questa è una delle ipotesi sul tavolo – potrebbe essere partito da alcune spore del fungo killer rimaste attaccate sopra la scarpa di un qualche turista europeo. E da lì aver provocato una strage silenziosa. La narrazione di Quammen è importante per almeno due motivi. Il primo: non sono soltanto gli animali a trasmettere malattie mortali agli uomini. Talvolta può accadere anche il contrario. Il secondo: in entrambe le situazioni descritte, sono sempre gli esseri umani a recare problemi agli animali, quando invadendo il loro habitat e quando cacciandoli. Imparare a riconoscere – e rispettare – i limiti imposti dalla natura potrebbe essere un buon punto di partenza per scongiurare l’esplosione di nuove epidemie.

Mario Landi per “il Messaggero” il 10 febbraio 2021. È stato scoperto un nuovo coronavirus legato a quello che causa la pandemia globale; è stato isolato nel sangue di cinque pipistrelli che vivono in Thailandia. Il SARS-CoV-2, il virus che causa il Covid-19, condivide il 91,5 per cento del suo codice genetico con quello di questo virus appena identificato, chiamato RacCS203. Si pensa che il virus non sia in grado di infettare le persone perché non può legarsi al recettore ACE2 sulle cellule umane, la porta d'ingresso del Covid-19 nel corpo.  Tuttavia, gli anticorpi che circolano nel sangue di pipistrelli e pangolini infetti sono risultati efficaci nel neutralizzare il virus SARS-CoV-2. L'area dove vivono questi pipistrelli è molto estesa: comprende Giappone, Cina e Thailandia, hanno detto i ricercatori in un rapporto pubblicato in Nature Communications. Gli esperti ipotizzano che i coronavirus a base di pipistrelli non possano infettare gli esseri umani. Gli autori di questo studio pensano invece che i coronavirus evolvano la capacità di infettare le cellule umane solo dopo essere passati in un ospite intermedio, come un pangolino. Qui, muta e cambia leggermente la forma. Questi risultati si allineano con l'annuncio di ieri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che la pandemia è probabilmente emersa naturalmente e il coronavirus non è stato rilasciato da un laboratorio. I ricercatori guidati dalla Chulalongkorn University di Bangkok hanno preso campioni di pipistrelli nella Thailandia orientale. Hanno condotto il sequenziamento genomico sul nuovo virus per scoprire quanto fosse strettamente legato ad altri coronavirus, tra cui SARS-CoV-2. Il parente più prossimo del nuovo virus si chiama RmYN02, un virus che è identico al 93,6 per cento al SARS-CoV-2. Geneticamente simile (91,5 per cento identico) al SARS-CoV-2 è anche il RacCS203,  il nuovo virus. In precedenza, virus simili erano stati trovati solo in Cina e Giappone, ma la presenza di questo ceppo in Thailandia indica che ce ne sono molti di più di quanto si credesse in precedenza, probabilmente diffusi su un raggio di 3.000 miglia attraverso il sud-est asiatico. La preoccupazione riguarda la capacità dei coronavirus di muoversi tra diversi mammiferi, per esempio gatti, cani e visoni. Spostandosi tra le specie, il virus può mutare ed evolvere in un nuovo patogeno, il che potrebbe spiegare come è emerso il Covid-19. Il dottor Thiravat Hemachudha della Chulalongkorn University di Bangkok, Thailandia, faceva parte del team di ricercatori internazionali. I virus trovati nei pipistrelli in Thailandia e Cina agiscono come «un modello perfetto che può ricombinarsi con altri e alla fine evolvere come nuovi patogeni emergenti, come il virus Covid-19», ha detto. Commentando, il Prof Martin Hibberd della London School of Hygiene & Tropical Medicine, ha detto che i risultati hanno evidenziato l'ampia distribuzione di pipistrelli e virus che possono includere l'originatore dell'attuale epidemia. «È necessario un ulteriore lavoro per capire come la Sars-CoV-2 sia passata dagli animali agli esseri umani, con i recenti investigatori dell'OMS a Wuhan che mostrano che, per ora, queste non sono prove conclusive di come ciò sia accaduto», ha detto.

Quei campioni sospetti in Cambogia: giallo sulle origini del Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 28 gennaio 2021. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è volata in Cina per indagare sulla nascita del Sars-CoV-2, dalla Cambogia arrivano importanti novità proprio in merito alle sue origini. Un laboratorio cambogiano ha scoperto parenti strettissimi dell’agente patogeno che ha messo in ginocchio il mondo in alcuni campioni conservati da più di dieci anni all’interno di un congelatore. I virus trovati nei campioni erano stati prelevati nel 2010 nella Cambogia nord-orientale. La loro somiglianza con il Sars-CoV-2 è impressionante, pari al 92%, al punto da renderli i cugini più prossimi del nuovo coronavirus scoperti al di fuori della Cina. Fino ad oggi, infatti, il parente più vicino al patogeno che causa il Covid-19 era un virus pipistrello riscontrato nella provincia cinese sud-occidentale dello Yunnan, con una somiglianza del 96,2%. La scoperta, ha sottolineato il South China Morning Post, si deve ai ricercatori dell’Istituto Pasteur di Phnom Penh e potrebbe aiutare moltissimo per capire come (e quando) il Covid abbia iniziato a diffondersi in giro per il mondo. Anche se il primo focolaio noto è stato rilevato nella città cinese di Wuhan lo scorso dicembre, è probabile – anzi. Quasi certo – che il patogeno stesse già viaggiando indisturbato da chissà quanto tempo. A un anno di distanza dallo scoppio dell’emergenza sanitaria globale, gli scienziati non sono ancora riusciti a ricostruire il mosaico.

I campioni sospetti. Dicevamo dei campioni rinvenuti nell’Istituto Pasteur in Cambogia. A detta di molti esperti, il virus potrebbe aver avuto origine nei pipistrelli, salvo poi effettuare una zoonosi – cioè un salto di specie – e passare agli esseri umani. In che modo? O direttamente oppure attraverso l’azione di un animale intermedio (pangolino? Zibetto?). In mezzo a mille dubbi, troviamo poi le propagande incrociate di Stati Uniti e Cina – tra colpi bassi e accuse reciproche sulle responsabilità dello scoppio della pandemia – a complicare le già difficili ricerche. L’amministrazione Trump, ad esempio, ha più volte puntato il dito contro il laboratorio di Wuhan, mentre Pechino ha suggerito che il virus potesse provenire dall’estero. L’Oms sta ancora cercando di capire. E quanto emerso in Cambogia potrebbe (usiamo il condizionale) rappresentare una pista interessante. Perché sono emersi questi virus simili al Sars-CoV-2? A caccia di prove, numerosi laboratori hanno sottoposto a test retrospettivi i campioni animali conservati nelle rispettive strutture. Ebbene, nell’Istituto Pasteur di Phnom Penh sono stati rilevati patogeni assai simili al nuovo coronavirus.

Nuovi indizi. I suddetti risultati, in attesa di essere sottoposti a peer review, evidenziano, ancora una volta, come il sud-est asiatico rappresenti un’area chiave tanto nella ricerca in corso sulle origini del Sars-CoV-2, quanto nella sorveglianza per ipotetici e futuri virus. Tornando ai campioni cambogiani, questi sono stati raccolti oltre un decennio fa da alcuni esemplari di pipistrelli a ferro di cavallo di Shamel, come parte di un progetto sostenuto dall’Unesco. I ricercatori dovevano confrontare la diversità delle specie sulle due sponde del fiume Mekong, nel nord della Cambogia. Quei campioni erano stipati nell’Istituto Pasteur, conservati a – 80 C° assieme ad altri campioni. Qual è il risultato di quanto emerso? Vista la corrispondenza genetica tra i virus del laboratorio cambogiano e il Sars-CoV-2, i patogeni correlati al nuovo coronavirus potrebbero avere una distribuzione geografica molto più ampia di quanto ipotizzato in un primo momento. A questo proposito Marion Koopmans, virologa dell’Erasmus University Medical Center nei Paesi Bassi, ha spiegato che i risultati cambogiani “si stanno aggiungendo alla nostra conoscenza sui virus SARS-Cov-2 nei pipistrelli nella regione”. Sarebbero necessari anche ulteriori dati da Laos, Vietnam, Myanmar per avere un quadro più chiaro. Anche se risalire alle origini esatte del Sars-CoV-2 è come trovare un ago in un pagliaio.

DAGONEWS il 12 gennaio 2021. Boris Johnson va all’attacco frontale con i cinesi, incolpandoli per la pandemia innescata dalle “dementi pratiche tradizionali” come quella di “macinare le squame del pangolino” per diventare più “potenti”. Le parole sono state sganciate durante il discorso ai leader mondiali durante il vertice One Planet, ospitato dal presidente francese Macron. «Ovviamente è giusto concentrarsi sui cambiamenti climatici, ovviamente è giusto ridurre le emissioni di CO2, ma non raggiungeremo un vero equilibrio con il nostro pianeta se non proteggiamo la natura – ha detto Johnson - Un ultimo pensiero, non dimenticare che la pandemia di coronavirus è stata il prodotto di uno squilibrio nel rapporto dell’uomo con la natura». Parlando nello specifico del coronavirus Johnson ha aggiunto: «Come la peste originale che colpì i greci mi sembra di ricordare nel primo libro dell’Iliade, si tratta di una malattia zoonotica. Ha origine da pipistrelli o pangolini, dalla folle convinzione che se macini le squame di un pangolino diventerai in qualche modo più potente o qualunque cosa la gente creda, ha origine da questa collisione tra l’umanità e il mondo naturale e noi dobbiamo fermarlo». Le parole, che rischiano di far sfiorare una crisi diplomatica, hanno fatto infuriare i cinesi che hanno avvertito che affermazioni del genere non vengono tollerate. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha detto: «Abbiamo detto molte volte che il tracciamento dell’origine è una questione scientifica. Non c’è spazio, non c’è posto, per persone che fanno speculazioni, altrimenti si interromperà solo la cooperazione internazionale».

Da ilmessaggero.it il 31 gennaio 2021. «L'Unione Europea ha pagato più di 100.000 sterline in sovvenzioni al laboratorio cinese di Wuhan, al centro dei sospetti sulla pandemia globale per aiutare a finanziare la sua controversa ricerca sui coronavirus». La rivelazione - riportata dal Daily Mail - arriva due settimane dopo che il Dipartimento di Stato americano ha puntato il dito contro il laboratorio, l'Istituto di virologia di Wuhan appunto, affermando che l'intelligence statunitense aveva prove che i suoi lavoratori si sono ammalati di sintomi simili a Covid nell'autunno 2019, settimane prima che venisse lanciato l'allarme sul virus.  Il governo degli Stati Uniti ha anche affermato che i suoi scienziati stavano sperimentando un coronavirus da pipistrello molto simile a quello che causa il Covid e avevano lavorato a progetti militari segreti. La Commissione europea ha affermato che l'UE ha contribuito al finanziamento di progetti di ricerca presso l'istituto dal 2015. Il sito di Wuhan era uno dei cinque laboratori al mondo che svolgevano una controversa ricerca sul «guadagno di funzionalità» che accelera artificialmente l'evoluzione dei virus. I suoi scienziati stavano manipolando i coronavirus campionati da pipistrelli in grotte a quasi 1.000 miglia di distanza, dove si sospetta che abbia avuto origine il Covid-19. Un portavoce della Commissione ha dichiarato: «L'UE non ha finanziato ricerche mirate sui virus dei pipistrelli a Wuhan. L'Istituto di virologia di Wuhan funge da partner internazionale nella collaborazione globale sulle risorse virali. È stato questo partner di Wuhan a identificare a gennaio il virus SARS-CoV2» che ha causato l'epidemia globale.

Il complottismo del leader leghista. “Coronavirus nato da esperimenti cinesi”, Salvini rilancia (ancora) le bufale sul Covid-19. Carmine Di Niro su Il Riformista l'11 Gennaio 2021. Perseverare è diabolico, anche nel diffondere bufale. Ne dovrebbe sapere qualcosa Matteo Salvini, che domenica da ospite di Mezz’ora in Più su Rai 3 ha rilanciato per l’ennesima volta la fake news sul Coronavirus partito da un laboratorio di Wuhan. Una tesi ampiamente smentita già nel marzo del 2020 da uno studio pubblicato su Nature Medicine secondo cui “confrontando i dati genetici ad oggi disponibili, possiamo risolutamente determinare che il Sars-CoV-2 si è originato attraverso processi naturali”. Uno studio che evidentemente l’ex ministro non ha letto nel corso degli ultimi mesi. Così ospite di Lucia Annunziata ha rilanciato sul tema: “Se in Cina qualcuno non avesse fatto fottutissimi esperimenti, non staremmo qui a parlare di virus. Il virus è partito da Wuhan. Non dico che l’hanno fatto a posta ma, per quattro mesi, hanno taciuto”, ha detto il "Capitano".  Una tesi smentita dagli scienziati, ma che Salvini ha proposto più volte in passato, l’ultima volta il 16 dicembre scorso nell’aula del Senato: “Ce lo diciamo sottovoce in un’aula istituzionale? Tutto è cominciato in un laboratorio cinese, finanziato da alcune multinazionali senza nessun tipo di controllo”, disse il leader del Carroccio. Non l’unica "gaffe" di Salvini. A marzo del 2020 rilanciò un vecchio servizio (datato 2015) del TgR Leonardo su un vecchio Coronavirus che nulla aveva a che fare col Covid-19, strumentalizzando una ricerca in laboratorio su “un” Coronavirus creato dagli scienziati cinesi.

“IL VIRUS È STATO UN INCIDENTE DI LABORATORIO”. (ANSA il 18 febbraio 2021) La pandemia del coronavirus sarebbe esplosa per un errore nel laboratorio di Wuhan. Ne è convinto uno scienziato dell'università Amburgo, membro del prestigioso istituto della Leopoldina, che ha raccolto 600 indizi al riguardo. Della sua ricerca parla la Bild on line, che lo ha intervistato. Roland Wiesendanger non ha dubbi: "Gli indizi forniti dallo stesso virus, oltre che da numerose pubblicazioni, comparse su riviste scientifiche come sui social media, dimostrano che il virus sia stato un incidente di laboratorio". Bild dà voce però anche al virologo Bernhard Fleckenstein, dell'università di Erlangen, che richiama le ispezioni dell'Oms - secondo cui è quasi certa l'origine naturale del virus - e dice che "il fisico non può mostrare alcuna concreta sequenza e la sua teoria non è convincente". L'esperto di nanoscienze, da parte sua, spiega di aver pubblicato uno studio fondato su 60 indizi, ma di averne raccolti almeno 600. La "quantità e la qualità di questi indizi", spiega al tabloid, fanno ritenere che il virus Sars-CoV-2 venga da un laboratorio. Fra le spiegazioni addotte, la circostanza che il virus che ha scatenato questa pandemia sia in grado di agganciare le cellule recettive dell'uomo e introdurvisi come non era stato ancora possibile ai coronavirus finora noti, Sars e Mers. Inoltre la teoria del pipistrello non sarebbe fondata scientificamente: "Finora non è stato trovato alcun animale di passaggio che giustificherebbe la trasmissione all'uomo".

“Covid? Al 99,9% viene dal laboratorio”: polemiche sulla ricerca tedesca. Federico Giuliani su Inside Over il 19 febbraio 2021. “Il coronavirus? È nato in seguito a un incidente di laboratorio”. Roland Wiesendanger, scienziato dell’Università di Amburgo, ne è convintissimo, al punto da aver sfornato uno studio di oltre 100 pagine basato su 60 ipotetici indizi inconfutabili. A dire il vero, sostiene il professore di fisica, di indizi ce ne sarebbero 600, anche se nel paper si possono trovare i più importanti. “Sono sicuro al 99,9% che il virus provenga dal laboratorio”, ha dichiarato Wiesendanger nel corso di un’intervista a Zdf. La notizia della sua ricerca ha generato un acceso dibattito in tutta la Germania, tra chi, convinto dalle tesi dell’accademico, è tornato a puntare il dito contro la teoria del laboratorio di Wuhan, e chi ha attaccato l’Università di Amburgo a causa di una ricerca non scientifica e lesiva della reputazione del prestigioso istituto. Anche perché la ricerca di Wiesendanger è effettivamente a dir poco ambigua, visto che si basa per lo più su prove deduttive. Nel periodo compreso tra il gennaio 2019 e il dicembre 2020, il professore ha utilizzato un’enorme mole di fonti, tra letteratura accademica, media, articoli di giornali e comunicazioni personali con i colleghi di tutto il mondo, per poi unire i punti e adottare un approccio scientifico interdisciplinare. “Gli indizi forniti dallo stesso virus, oltre che da numerose pubblicazioni, comparse su riviste scientifiche come sui social media, dimostrano che il virus sia stato un incidente di laboratorio”, ha aggiunto l’autore dello studio alla Bild.

Una ricerca controversa. Quali sarebbero, allora, questi indizi? Innanzitutto, afferma il professore, il fatto che non sia ancora stato trovato alcun ospite animale. Il parente più stretto del Sars-CoV-2, rinominato RaTG13, è un coronavirus trovato nei pipistrelli prelevati in una miniera nel Mojiang, nel 2012. Dal momento che la distanza tra questo luogo è Wuhan è di circa 1.200 chilometri, è impossibile che siano stati gli stessi pipistrelli a portare il virus in città. Gli scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che hanno da poco terminato una missione di quattro settimane a Wuhan per indagare proprio sulle origini del virus, hanno sottolineato nel loro rapporto finale che il contatto tra gli abitanti della megalopoli dello Hubei e i pipistrelli è raro. Per l’Oms non ci sarebbero dubbi: il Sars-CoV-2 è arrivato in città grazie a un ospite intermedio, ossia un altro animale. Wiesendanger sostiene invece che il coronavirus abbia raggiunto la città mediante i campioni raccolti dai ricercatori e conservati presso l’Istituto di virologia di Wuhan. Qui, il virus sarebbe stato adattato dagli esseri umani nel corso di una non chiara ricerca per renderlo più contagioso.

Le prove? Il fatto che il Covid sia in grado di agganciare le cellule ricettive dell’uomo e introdurvisi, come non erano in grado di fare Sars e Mers. In più, bisogna aggiungere le preoccupazioni inerenti alla sicurezza del laboratorio e il fatto che i ricercatori siano stati coinvolti in una presunta controversa ricerca. Le conclusioni del professore tedesco coincidono con quanto riportato da alcuni funzionari statunitensi, secondo i quali la fuga del patogeno dal laboratorio sarebbe la spiegazione più credibile per la pandemia.

Polemiche e precedenti. Le tesi di Wiesendanger hanno ricevuto violenti attacchi. Intanto perché l’autore non è un virologo ma un fisico, poi perché la sua ricerca non avrebbe niente di scientifico, basandosi semplicemente su una raccolta di articoli di giornale, inclusi articoli della rivista Focus, il portale Epoch Times, nonché di Wikipedia – e video postati su Youtube e su altri social network. Non a caso, il virologo Bernhard Fleckenstein, dell’Università di Erlangen, è stato chiaro: “Il fisico non può mostrare alcuna concreta sequenza e la sua teoria non è convincente”. In ogni caso, la ricerca di Wiesendanger non è l’unica a puntare dritta sul laboratorio. Nel recente passato altre voci hanno ipotizzato una connessione – ritenuta “estremamente improbabile” dall’Oms – tra il laboratorio di Wuhan e la pandemia. L’ex segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, rilasciò le seguenti dichiarazioni a Fox News: “Sappiamo che questo virus ha avuto origine a Wuhan e che l‘Istituto di Virologia si trova a una manciata di miglia dal mercato ittico. Abbiamo davvero bisogno che il governo cinese si apra e aiuti a spiegare esattamente come si è diffuso questo virus”. Li Meng Yan, dottoressa che ha lavorato presso la Hong Kong School of Public Health, un laboratorio di riferimento in loco per l’Oms ha più volte ripetuto che “il coronavirus proviene dal laboratorio di Wuhan“. Miss Li ha pubblicato anche alcuni documenti, ma le sue teorie sono presto state “smascherate”. Un altro precedente riguarda il professor Luc Montagnier, Nobel per la Medicina nel 2008. A detta di Montagnier, il Sars-CoV-2 non sarebbe altro che un virus manipolato e uscito per sbaglio da un centro di ricerca cinese di Wuhan, specializzato per la ricerca sui coronavirus e dove si stava studiando il vaccino per l’Aids. Il parere dell’Oms è tuttavia ben diverso: secondo l’organizzazione con sede a Ginevra, il virus avrebbe quasi sicuramente origine naturale. Il dibattito e le polemiche proseguono.

DAGONEWS il 19 gennaio 2021. Avete ancora dubbi che La Cina ci abbia nascosto la verità? Alcuni medici cinesi, filmati di nascosto, hanno ammesso di sapere quanto fosse pericoloso il coronavirus quando ha iniziato a devastare Wuhan, ma hanno rivelato che gli è stato detto di mentire al riguardo. Inoltre hanno ammesso di essere a conoscenza di alcuni decessi causati dal virus già nel dicembre 2019, ma solo metà gennaio la Cina ha informato l’OMS dei primi morti. Questi dottori si sono anche resi conto che il virus si stava trasmettendo tra le persone, ma agli ospedali è stato detto di "non dire la verità". La nuova testimonianza, che sarà trasmessa stasera nel documentario di ITV “Outbreak: The Virus That Shook The World”, si scontra con la difesa dei cinesi che hanno sempre respinto le accuse di chi aver coperto l'epidemia nei primi giorni. Il video si aggiunge anche a un numero crescente di prove che la Cina ha mentito al mondo sulle prime fasi dell'epidemia di coronavirus, consentendole di trasformarsi in una pandemia globale. La Cina ha informato per la prima volta l'OMS di 27 casi dell'allora sconosciuta malattia il 31 dicembre 2019, senza riferire i decessi fino a metà gennaio. Ma i medici cinesi filmati di nascosto da un giornalista affermano che sapevano prima di allora che il virus era mortale. Un medico ha detto: «In realtà, alla fine di dicembre o all'inizio di gennaio, il parente di qualcuno che conosco è morto a causa di questo virus. Anche molti di coloro che vivevano con lui erano infetti, comprese le persone che conosco». Ancora il 12 gennaio, l'OMS diceva che non c'erano "prove chiare della trasmissione da uomo a uomo" e si era detto "rassicurato della qualità" della risposta della Cina. Ma un medico cinese ha detto: «Sentivamo tutti che non dovevano esserci dubbi sulla trasmissione da uomo a uomo». Secondo il loro racconto, ai medici che hanno partecipato a una riunione in ospedale è stato “detto di non parlare” della vera natura del contagio. «Sapevamo che questo virus si trasmetteva da uomo a uomo. Ma quando abbiamo partecipato a una riunione in ospedale, ci è stato detto di non parlare. I capi provinciali hanno detto agli ospedali di non dire la verità». Il 21 gennaio, quando l'OMS ha pubblicato il suo primo rapporto sulla situazione del virus, la malattia aveva infettato almeno 278 persone in Cina e si era diffusa in altri tre paesi. I medici affermano inoltre che le autorità conoscevano i rischi delle celebrazioni del capodanno, rendendosi conto che i viaggi e la folla potevano "accelerare la diffusione del virus": «Suggerivamo di non andare avanti con i festeggiamenti, ma si sono fatti perché si voleva dare l’immagine di una società armoniosa e prospera». La testimonianza dei medici di Wuhan è sostenuta da importanti virologi, tra cui lo specialista in malattie infettive, il dottor Yi-Chun Lo, vicedirettore generale dei Centers for Disease Control a Taiwan: «La gestione dell'epidemia è stata solo un pasticcio, un fallimento. Penso che la pandemia avrebbe potuto essere evitata all'inizio se la Cina fosse stata trasparente sull'epidemia e si fosse affrettata a fornire le informazioni necessarie al mondo».

Covid, OMS: “Wuhan, maxi diffusione a dicembre 2019: individuate 13 varianti”. Ilaria Minucci su Notizie.it il 16/02/2021. Le indagini condotte dall’OMS hanno portato alla scoperta di una maxi diffusione del Covid a Wuhan a dicembre 2019, presente con 13 varianti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) continua a interrogarsi sulle cause che hanno portato alla nascita del SARS-CoV-2. Gli investigatori incaricati di indagare sull’origine della pandemia hanno recentemente appreso che a Wuhan, epicentro dell’infezione, l’epidemia fosse già in corso a dicembre del 2019 e contasse numeri decisamente più alti rispetto a quelli sinora ipotizzati. Per questo motivo, gli investigatori stanno tentando di recuperare centinaia di migliaia di campioni di sangue prelevati ai cittadini del luogo che, sinora, la Cina ha gelosamente custodito.

Covid, OMS: maxi diffusione a Wuhan a dicembre 2019. Le verifiche in corso condotte dall’OMS sono oggetto di interesse a livello internazionale: in quest’ambino, si inserisce il colloquio ottenuto dalla CNN, emittente statunitense, con Peter Ben Embarek, l’investigatore da poco rientrato in Svizzera e che ha coordinato le ricerche a Wuhan. Durante l’esclusiva intervista, Peter Ben Embarek ha rivelato: «Il virus circolava ampiamente a Wuhan a dicembre, il che è una nuova scoperta». A questo proposito, l’esperto ha spiegato che il team, selezionato dall’OMS per indagare sul coronavirus, ha individuato svariati elementi attraverso i quali è possibile dimostrare che la diffusione del virus fosse già particolarmente ampia alla fine del 2019. Ancora più importante, il SARS-CoV-2 circolava anche in forma mutata: sono state isolate, infatti, più di una dozzina di varianti nella sola Wuhan. Gli investigatori OMS, poi, hanno avuto l’opportunità di concordare un incontro con il primo paziente cinese dichiarato infetto dai funzionari del luogo. Il soggetto, identificato come un impiegato di circa quarant’anni, è stato dichiarato positivo al coronavirus l’8 dicembre 2019. Da quel momento, nel corso del mese di dicembre, gli scienziati cinesi hanno indicato come casi di positività al Covid circa 174 cittadini originari di Wuhan: 100 sono stati confermati tramite analisi specifiche di laboratorio mentre altri 74 sono stati diagnosticati tramite diagnosi clinica delle sintomatologie del paziente. Rispetto ai dati forniti dai medici di Wuhan, tuttavia, Peter Ben Embarek è convito che i positivi al Covid fossero, in realtà, molti di più.

Wuhan, individuate 13 varianti Covid a dicembre 2019. La missione organizzata dall’OMS è stata affidata a un gruppo di 34 scienziati: 17 afferenti all’OMS stessa e 17 di nazionalità cinese. Le analisi condotte dal team hanno portato alla scoperta, nel solo mese di dicembre 2019, di 13differenti sequenze genetiche del SARS-CoV-2. Un simile risultato potrebbe rivelarsi fondamentale per ricostruire la geografia e i tempi che hanno caratterizzato l’epidemia prima del mese di dicembre. Ciononostante, l’investigatore Peter Ben Embarek si è rifiutato di commentare l’individuazione dei 13 ceppi mutati del virus e il ruolo che essi possano aver avuto sullo svilupparsi della pandemia. Dati di questo tipo, tuttavia, sembrano attestare che il coronavirus fosse in circolazione ben prima di dicembre 2019, come molti virologi ed esperti del settore hanno spesso ipotizzato.

Le dichiarazioni del virologo Edward Holmes. La scoperta fatta dagli investigatori dell’OMS è stata commentata dal professor Edward Holmes, un virologo impiegato presso l’Università di Sydney, in Australia, che ha spiegato: «Poiché c’è già una diversità genetica nelle sequenze di SARS-CoV-2 campionate da Wuhan nel dicembre 2019, è probabile che il virus stesse circolando per un po’ più a lungo di quel solo mese. Questi dati si adattano ad altre analisi che dicono che il virus è emerso nella popolazione umana primadel dicembre 2019 e che c’è stato un periodo di trasmissione criptica prima che fosse rilevato per la prima volta nel mercato di Huanan».

OMS, l’analisi di centinaia di campioni ematici. I primi risultati emersi dalle ricerche condotte dagli investigatori OMS e dagli esperti cinesi sono stati presentati nel corso di una recente conferenza stampa, protrattasi per circa tre ore. Dopo la conferenza stampa, sono stati diffusi sempre più particolari relativi alle indagini effettuate e in corso di svolgimento. Al momento, sembrano essere stati individuati dagli scienziati cinesi 92 casi sospetti da riclassificare probabilmente come contagi imputabili al Covid, registrati tra il mese di ottobre e il mese di novembre 2019. Il team dell’OMS ha richiesto che i 92 soggetti segnali vengano sottoposti a dei test per verificare l’eventuale presenza di anticorpi: 67 persone hanno accettato di sottoporsi agli esami, risultando negativi. Pertanto, sono stati disposti ulteriori esami per la verifica di altri parametri. Intanto, l’equipe dell’OMS ha manifestato l’intenzione di tornare in Cina per effettuare nuove analisi particolarmente urgenti su campioni biologici, non resi disponibile durante il primo viaggio organizzato: si tratta di migliaia di campioni ematici conservati presso la banca dei donatori di sangue di Wuhan che, come dichiarato da Peter Ben Embarek, potrebbero rivelarsi cruciali per la produzione di nuovi studi e la raccolta di dati. Ilaria Minucci

L’ultima scoperta dell’Oms: “A dicembre 2019 già 13 mutazioni del virus a Wuhan”. Federico Giuliani su Inside Over il 17 febbraio 2021. Nel dicembre 2019 i medici di Wuhan iniziarono a ricoverare in ospedale decine di pazienti affetti da una strana polmonite. In quei giorni, nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo di lì a poche settimane, non solo in Cina ma in tutto il mondo. Il vaso di Pandora era già stato scoperchiato, senza che qualcuno se ne accorgesse. Il Sars-CoV-2 circolava in Cina già nel corso del 2019, ovvero parecchi mesi prima dei casi riscontrati a Wuhan.

L’esame sui primi campioni. Gli esperti non sono ovviamente in grado di risalire al day one, anche se è praticamente certo che il virus misterioso fosse presente tra gli esseri umani molto prima di colonizzare giornali e tg di tutto il pianeta. Questa è, in estrema sintesi, la conclusione a cui è arrivato il team di scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) al termine della missione di quattro settimane trascorsa nel capoluogo cinese dello Hubei, primo epicentro noto della pandemia di Covid-19. A rivelare il particolare, Peter Ben Embarek, ispettore capo della squadra inviata in Cina per svelare i misteri sull’agente patogeno. “A Wuhan il virus circolava ampiamente a dicembre, e questa è una nuova scoperta”, ha dichiarato Embarek alla Cnn. Si tratta di una rivelazione di fondamentale importanza, perché per la prima volta si ipotizza uno sfasamento temporale tra la scoperta del caso numero uno in quel di Wuhan e il momento esatto in cui il virus è saltato da un animale a un essere umano. La zoonosi – ancora da chiarire il serbatoio, forse un pangolino infettato da un pipistrello o forse un pipistrello stesso – è antecedente di un bel po’ di mesi rispetto al dicembre 2019. Quali sono le prove? Tutto è scritto negli esami sui campioni raccolti in quelle settimane.

Una dozzina di ceppi a dicembre 2019. Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, cioè a cavallo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, a Wuhan circolavano una dozzina di ceppi del virus, sembrerebbe 13. Vuol dire quindi che il Sars-CoV-2 aveva avuto modo di contagiare un discreto numero di persone prima di andare incontro a naturali mutazioni. In un certo senso, l’elevato numero di “trasformazioni” di un patogeno indica che la sua diffusione è stata altrettanto alta. Pare inoltre che il primo paziente accertato dalle autorità cinesi, l’8 dicembre, fosse un uomo di 40 anni, un impiegato, che non aveva mai effettuato viaggi all’estero. L’Oms lo ha intervistato per ricostruire i suoi spostamenti: l’uomo non aveva e non ha alcun legame con i mercati, trascorreva una vita normale e monotona e non è mai stato solito effettuare spostamenti rilevanti. Informazioni del genere lasciano presupporre che le origini della pandemia siano antecedenti alla comparsa ufficiale del virus. Ci sarebbero discrepanze anche sul numero di casi rilevati a Wuhan nel famigerato dicembre 2019, mese da cerchiare in rosso sul calendario. In quel periodo, i funzionari cinesi rilevarono 174 casi, di cui 100 confermati da test e i rimanenti attraverso l’esame dei sintomi. A detta di Embarek, i casi effettivi risalenti a dicembre 2019 sarebbero stimabili in oltre un migliaio. E questo perché è confermato che di tutti i malati  solo “il 15% manifesta sintomi gravi mentre la grande maggioranza ha una forma lieve”. Attenzione: questo non significa che la Cina abbia nascosto qualcosa. Data la natura sconosciuta del virus, soprattutto nella drammatica prima fase, è altamente probabile che i medici non siano effettivamente riusciti a rilevare tutti i pazienti infetti. L’Oms ha chiesto altri dati alla Cina sui casi iniziali di Covid-19. Ulteriori indizi potrebbero arrivare dai campioni stipati nella banca dei donatori del sangue di Wuhan, al momento protetti e non utilizzabili per sessioni di studio. Gli esperti auspicano di poter presto ottenere il via libera. 

Maurizio Tortorella per “La Verità” l'11 febbraio 2021. La missione dell'Organizzazione mondiale della sanità a Wuhan è terminata da meno di 24 ore, e già si scatenano le polemiche. I 17 esperti scelti dall'Oms, del resto, non hanno risolto nessuno dei misteri sull'origine della pandemia di Covid-19. Le ipotesi sul tavolo erano fondamentalmente tre prima della loro missione, ma tre restano anche dopo la sua conclusione: il virus potrebbe aver fatto un «salto» di specie da un animale all'uomo; ma potrebbe esserci stata anche una contaminazione attraverso cibi trattati lungo la catena del freddo; oppure il Covid potrebbe essere il frutto di esperimenti realizzati all'interno dell'Istituto di virologia di Wuhan, sul quale da tempo incombono allarmi e sospetti. Nei laboratori di quell'Istituto i 17 scienziati dell'Oms hanno condotto una visita di poche ore, un sopralluogo che come tutta la missione s' è svolto sotto l'occhiuta sorveglianza di 17 tecnici cinesi, i «commissari politici» che il regime di Xi Jinping ha affiancato loro come ombre. Malgrado la fretta e l'opacità, ieri il team dell'Oms ha dichiarato «estremamente improbabile» la tesi di una fuga del virus dal laboratorio e ha addirittura «raccomandato di non condurre ulteriori studi al riguardo». I 17 scienziati sembrano convinti che l'ipotesi più probabile sia che il Covid abbia avuto «un serbatoio naturale nei pipistrelli» venduti al mercato di Wuhan, ma hanno aggiunto che «è improbabile che questi animali vi fossero un anno fa». Insomma, un nulla di fatto. Il Dipartimento di Stato americano, che sotto l'amministrazione di Donald Trump aveva accusato la Cina di aver condotto esperimenti illeciti di guerra biologica nel laboratorio di Wuhan, e ipotizzato che il Covid ne fosse il frutto avvelenato, non ha cambiato idea sotto la nuova gestione di Joe Biden: ieri ha rimproverato a Pechino di «non aver garantito alcuna trasparenza alla missione» e ha chiesto di avere il rapporto dell'Oms per farlo analizzare da suoi esperti. Il governo statunitense ha sostenuto che «i cinesi non hanno offerto la trasparenza di cui la comunità internazionale ha bisogno, in modo che si possano impedire nuove pandemie». Pechino ha risposto invitando Washington a «mantenere un atteggiamento aperto e scientifico». Poi ha provocatoriamente chiesto agli esperti dell'Oms di condurre «studi sulle origini del coronavirus negli Stati Uniti» e ha aggiunto che «il Covid è emerso in varie parti del mondo nella seconda metà del 2019». Non è una novità: nei mesi scorsi i cinesi hanno sostenuto che anche l'Italia sia una delle potenziali «culle» del Covid. Anche l'Oms pare divisa. Al suo interno c'è chi si dice convinto che l'Istituto di virologia sia innocente: come Peter Daszak, uno degli esperti spediti a Wuhan dall'Oms, che ha invitato a «non fare troppo affidamento sulle informazioni dell'intelligence americana, sempre più superficiali sotto Trump e francamente sbagliate per molti aspetti». Ma un altro consigliere dell'Oms, Jamie Metzl, ieri ha detto il contrario: «I nostri investigatori a Wuhan», ha scritto su Twitter, «sbagliano al 100% nel dire che non dovremmo esaminare tutte le possibili ipotesi, inclusa la fuga accidentale dal laboratorio». Quel che oggi è evidente, comunque, è che la missione dell'Oms è riuscita solo a riportare al punto di partenza la battaglia propagandistica degli inizi della pandemia, quando Washington accusava Pechino di aver creato il virus, e Pechino accusava Washington di averlo introdotto in Cina con i suoi soldati, impegnati nell'ottobre 2019 nei «Giochi sportivi mondiali militari», svolti proprio a Wuhan. Resta il fatto che il team dell'Oms non ha avuto libertà d'indagine. E questa è soltanto l'ultima delle colpe rinfacciate al suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, l'ex ministro etiope della Sanità più volte accusato di complicità con il regime cinese che nel 2017 aveva potentemente contribuito a eleggerlo in quel ruolo. La missione è anche iniziata troppo tardi, oltre un anno dopo la dichiarazione ufficiale della nuova malattia da parte delle autorità cinesi (era il 31 dicembre 2019). Il team dell'Oms è atterrato a Wuhan lo scorso 14 gennaio, ma ha potuto muoversi solo dopo due settimane per la quarantena imposta dalle autorità cinesi, così ha avuto solo una dozzina di giorni per sopralluoghi e verifiche sul campo. Ed è vero che i suoi 17 membri sono entrati nel laboratorio dei misteri. Ma un anno dopo lo scoppio della pandemia era ovvio che, se in quell'edificio ci fossero state prove di un incidente o ancor peggio di test di guerra biologica, la struttura militare che governa l'Istituto avrebbe avuto tutto il tempo di cancellarne le tracce. Per di più, la missione dell'Oms s' è trasformata a tratti in un imbarazzante strumento di propaganda per il regime: nel secondo giorno di sopralluoghi, per esempio, i poveri 17 esperti sono stati trascinati alla mostra con cui il Partito comunista cinese ha reso omaggio «al personale sanitario che ha sconfitto il virus». Il team dell'Oms è stato accolto in uno stanzone affollato di macabri manichini in tuta da infermiera e costellato da mille bandiere rosse. Gigantografie del presidente Xi dominavano la sala, e grandi pannelli celebravano la memoria di medici e infermieri uccisi dal coronavirus. Non propriamente quel che avrebbe dovuto osservare una missione d'indagine.

Esperti Oms in Cina, missione fallita. «Sull’origine del coronavirus Pechino ha omesso molti dati». Davide Ventola domenica 14 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno svolto una missione in Cina per indagare sulle origini del Coronavirus hanno chiesto a Pechino più dati su possibili casi di Covid prima di dicembre. “Vogliamo più dati, abbiamo chiesto più dati”, ha dichiarato Peter Ben Embarek, capo della delegazione che si è recata a Wuhan. Una richiesta che il governo di Pechino non ha alcuna intenzione di soddisfare. Tanto da suscitare a Washington forti preoccupazioni.  “Sono state sollevate alcune domande sul fatto che alcune ipotesi” sulle origini del coronavirus Sars-CoV-2 “siano state scartate. Non caso Embarek ha detto chiaramente. “Desidero confermare che tutte le ipotesi rimangono aperte. Richiedono, inoltre, ulteriori analisi e studi. Alcuni di questi lavori” necessari “potrebbero non rientrare nel mandato e nello scopo di questa missione”. Detto in altri termini, la missione Oms è fallita. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus ha fatto il punto la settimana scorsa. Ha anticipato il “buco nell’acqua” durante il briefing che si è tenuto a Ginevra. Alla riunione hanno partecipato anche due esperti della missione Oms che si è conclusa nel gigante asiatico. Sono Peter Ben Embarek, responsabile del team, e la virologa olandese Marion Koopmans. “Abbiamo sempre detto che questa missione non avrebbe trovato tutte le risposte, ma – ha assicurato Tedros – ha aggiunto importanti informazioni che ci avvicinano alla comprensione delle origini del virus. La missione ha potuto accedere a una migliore comprensione dei primi giorni della pandemia e ha identificato aree per ulteriori analisi e ricerche”. Nel team erano presenti esperti di Australia, Danimarca, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Qatar, Federazione russa, Regno Unito, Stati Uniti e Vietnam. “E’ stato un esercizio scientifico molto importante in circostanze molto difficili”, ha sottolineato il Dg Oms, annunciando che ora “il team di esperti sta lavorando a un rapporto di sintesi che si spera venga pubblicato nei prossimi giorni. Mentre il report finale completo sarà pubblicato nelle prossime settimane. Attendiamo con impazienza di riceverli entrambi e li diffonderemo pubblicamente”. L’intero team potrà parlarne in occasione di un punto stampa.

Covid, Oms su indagine a Wuhan: “Hanno rifiutato alcuni dati chiave”. Velentina Mericio su Notizie.it il 13/02/2021. Tra Stati Uniti e Cina è tensione dopo il termine dell’indagine Oms a Wuhan. L’accusa dell'Oms: “Hanno rifiutato alcuni dati chiave”. C’è perplessità e preoccupazione da parte degli USA, dopo che l’indagine dell’Oms condotta a Wuhan è stata portata a termine. Se da una parte il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha reso noto che i risultati e le informazioni raccolte sarebbero stati importanti, dall’altro lato lo stesso team che ha condotto la ricerca ha denunciato che mancherebbero dei tasselli importanti arrivando perfino ad accusare il Governo di Pechino di non aver fornito “alcuni dati chiave”. Troviamo poi anche la Casa Bianca che ha chiesto di avere a disposizione i dati del contagio a Wuhan “fin dai primi giorni dell’epidemia”. Una richiesta questa reiterata dagli stessi autori della ricerca, ma che non avrebbe portato ai risultati sperati con la Cina che avrebbe negato l’accesso a determinate informazioni. Tra gli Stati Uniti e la Cina è tensione. La ricerca condotta dall’Oms pur avendo portato “informazioni importanti” lascia dietro di sé numerosi interrogativi. La Casa Bianca si è mostrata preoccupata circa i risultati della ricerca arrivando a chiedere tramite Jake Sullivan che si abbia a disposizione i dati completi fin dai primi giorni della diffusione del contagio. Dati che, stando a quanto denunciato da Dominic Dwyer, uno dei membri del team di ricerca, non sarebbero stati forniti al grezzo, quanto piuttosto un riassunto. Ora però la situazione si complica con la conferenza stampa dell’Oms a Ginevra che avrà luogo nei prossimi giorni. “Tutte le ipotesi rimangono aperte e richiedono ulteriori analisi e studi”, ha dichiarato il direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. Questa frase potrebbe portare a prendere nuovamente in considerazione una delle ipotesi più temute e quasi scartata dal team di esperti: “Il virus è davvero sfuggito da un laboratorio?”.

Valentina Mericio. Classe 1989, laureata in Lingue per il turismo e il commercio internazionale, gestisce il blog musicale "432 hertz" e collabora con diversi magazine.

Cecilia Attanasio Ghezzi per "la Stampa" il 10 febbraio 2021. È «estremamente improbabile» che il nuovo coronavirus sia uscito da un laboratorio. A più di un anno dallo scoppio della pandemia, oltre cento milioni di contagi e due milioni di morti per Covid-19, la tanto difficile missione dell' Oms volge al termine senza risposte definitive. Dopo due settimane di quarantena e altrettante di ricerca sul campo, gli esperti dell' organizzazione mondiale della sanità sono in grado di escludere l' ipotesi della fuga del virus dal laboratorio, ma non hanno fatto alcun passo in avanti sull' origine del contagio. «Abbiamo cambiato drasticamente il quadro che ci eravamo fatti? Non credo» ha detto di fronte ai reporter di tutto il mondo lo scienziato danese portavoce della missione Oms Peter Ben Embarek. Ma ha poi aggiunto: «Abbiamo migliorato la nostra comprensione con nuovi dettagli? Certamente». La squadra internazionale, guidata e scortata delle autorità locali, ha visitato gli ospedali di Wuhan, il nuovo museo che celebra la vittoria cinese sul coronavirus, il mercato dove furono identificati i primi contagi nel dicembre del 2019 e l'Istituto di virologia dove si svolgevano esperimenti su pipistrelli e coronavirus. Non hanno trovato alcuna prova di una circolazione del virus prima del dicembre 2019 né hanno formulato nuove ipotesi su come sia arrivato al mercato di Huanan. La più plausibile rimane la zoonosi, ovvero la trasmissione dall' animale all' uomo, probabilmente attraverso una specie intermedia. Si è parlato di pipistrelli e pangolini, ma anche visoni e felini, vista la loro suscettibilità al Covid-19. Nella stessa conferenza stampa il professor Liang Wannian, della Commissione nazionale cinese per la salute, ha sottolineato come i virus identificati in queste specie sono «insufficientemente simili» per essere identificati come progenitori del Sar-Cov-2, ma sono degni di ulteriori approfondimenti come quelle teorie che vedono «un possibile ruolo della catena del freddo e dei prodotti surgelati nella trasmissione del virus, magari anche su lunghe distanze». Una narrazione cara alla Cina, che sempre più spesso rileva il virus nei prodotti surgelati di importazione. Al netto degli interrogativi che rimangono aperti, bisogna ricordare che l'Oms ha ricevuto il genoma del nuovo coronavirus solo dopo che almeno tre differenti laboratori cinesi lo avevano sequenziato e solo perché era stato pubblicato su un sito specialistico senza passare per l'approvazione governativa. Era l'11 gennaio 2020 e dovranno passare altre due settimane prima che Pechino fornisca dettagli sul numero dei casi e lo stato dei pazienti. La Cina, d' altronde, accettò un' ispezione dell' Oms solo il 28 gennaio, dopo che il suo direttore generale Tedros Gebreyesus espresse «rispetto e gratitudine» per la Repubblica popolare. Di qui il ritardo nel dichiarare lo stato di emergenza globale, il 30 gennaio 2020, con la conseguente perdita di settimane preziose in cui, secondo il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cinese, i contagi potrebbero essere aumentati fino a 200 volte. Rimane agli atti l' impotenza dell' Oms che non ha poteri esecutivi, non può indagare in maniera indipendente e deve fare affidamento sulla cooperazione dei Paesi membri. In Cina, come nel resto del mondo.

Da “il Giornale” il 7 febbraio 2021. Sarebbe poco probabile l'ipotesi che il Coronavirus possa essere stato concepito in laboratorio. Secondo il pool di esperti internazionali che per conto dell'Oms (l'Organizzazione mondiale della salute) sta indagando a Wuhan sulle origini della pandemia molte teorie che hanno trovato spazio presso la stampa e l'opinione pubblica, compresa quella che il virus sarebbe «uscito» dal laboratorio dell'Istituto di Virologia di Wuhan, possono essere «eccellenti per un bel film o una serie tv nei prossimi anni», ma sono poco credibili. «Se iniziamo a inseguire fantasmi qua e là non andremo mai da nessuna parte», ha spiegato Peter Ben Embarek, capo della delegazione, precisando che l'incontro con gli scienziati cinesi al laboratorio dell'Istituto di Virologia di Wuhan, che si è svolto ieri, è stato «molto utile riguardo alle ipotesi che tutti noi abbiamo sentito e letto nei media». Una visita particolarmente importante proprio a causa della teoria - sostenuta anche dall'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump - che da lì sarebbe uscito il virus. Nel laboratorio si conducono delle ricerche sulle malattie più pericolose del mondo e si studia anche la famiglia dei coronavirus. La stella polare che sarà seguita dagli scienziati giunti nella capitale dell'Hubei sarà quella della «scienza e dei fatti». «Siamo in grado - spiega Embarek - di spiegare perché alcune di quelle teorie sono totalmente irrazionali, perché altre possono, invece, avere un senso e perché altre ancora possono essere spiegate oppure no». Gli esperti dell'Oms hanno visitato a Wuhan diversi luoghi fatidici oltre al laboratorio di Virologia, compreso il mercato ittico nel quale sono emersi i primi casi di Covid-19. Il team ha trascorso anche due ore con manager e residenti del centro amministrativo della comunità di Jiangxinyuan nel distretto di Hanyang della capitale dell'Hubei. Le statistiche ufficiali mostrano che ci sono stati almeno 16 casi confermati nella comunità lo scorso anno su quasi 10mila persone che vivevano lì quando è scoppiato il virus. Lo zoologo e membro del team Peter Daszak ha elogiato gli incontri di mercoledì scorso con il personale dell'istituto di Wuhan, incluso il suo vicedirettore che ha lavorato con Daszak per rintracciare le origini della Sars che ha avuto origine in Cina e ha portato all'epidemia del 2003. Quel che è certo è che gli esperti della task force avrebbero incontrato a Wuhan un grado di collaborazione da parte dei colleghi cinesi superiore a quella che si sarebbero aspettati dopo i bastoni inizialmente messi tra le ruote dell'Oms da Pechino. Secondo gli scienziati internazionali la controparte cinese sta fornendo nella visita, che dovrebbe durare due settimane, un alto livello di cooperazione ma ha raccomandato cautela dall'aspettarsi risultati immediati dalla visita.

L’OMS a Wuhan: “Abbiamo ottenuto dati che nessuno ha mai visto prima”. Francesca Salvatore su Inside Over il 4 febbraio 2021. Dopo un percorso burrascoso, da alcuni giorni la missione dell’Oms a Wuhan ha finalmente avuto inizio. Sulle prime battute non sembrava ci fossero troppe speranze sugli esiti e la facilità di conduzione dell’inchiesta sull’origine della pandemia: sono troppi, infatti, i mesi trascorsi dallo scoppio della pandemia e restano numerosi dubbi sulla libertà d’azione che gli scienziati avranno in loco, sotto la stretta sorveglianza degli ospiti cinesi. L’Oms, che ha cercato di gestire le aspettative internazionali circa la missione, ha dichiarato venerdì scorso che i membri del team si sarebbero limitati alle visite organizzate dai loro ospiti cinesi e non avrebbero avuto alcun contatto con i membri della comunità, a causa delle restrizioni sanitarie.

Un clima collaborativo. Le notizie di queste ore, invece, fanno ben sperare: il team dell’Oms, infatti, avrebbe ottenuto dati “che nessuno ha mai visto prima” e non ha escluso la possibilità che il virus sia sfuggito realmente da un laboratorio, come si era ipotizzato all’inizio. Nella sua prima intervista a un’emittente britannica da quando è arrivato in Cina, Peter Daszak, zoologo britannico, presidente dell’organizzazione non governativa EcoHealth Alliance e membro della squadra, ha affermato che le visite in loco stanno offrendo informazioni preziose, in particolare quella al mercato ittico di Huanan, dove sono emersi i primi casi dell’epidemia. Queste nuove informazioni arrivano dai responsabili del mercato, dai fornitori che vi hanno lavorato e da chi ha raccolto campioni dal pavimento del mercato, risultati poi positivi. “Le tesi sono ancora tutte sul tavolo, siamo aperti a tutto”, ha spiegato Daszak che da anni collabora con l’Istituto di virologia in loco e con la dottoressa Shi Zhengli, la scienziata cinese nota come “Bat woman” per le sue ricerche sui pipistrelli. “Se i dati ci porteranno ad un mercato del pesce è lì che andremo, se ci porteranno in un allevamento di animali selvatici e lì che andremo, se ci porteranno in un laboratorio è lì che andremo”, ha spiegato Daszak, la cui nomina nel team dell’Oms è stata oggetto di numerose critiche visti i suoi stretti legami con la Cina.

Domande chiave e la vecchia ipotesi dei pipistrelli. Le domande guida del team continuano perciò ad essere “Dove sembrano portare le prove? Il mercato del pesce di Huanan era davvero l’origine di Covid? Qual è stato il primo caso in assoluto in quel mercato? O ci sono prove che circolasse più a lungo? Ci sono prove che gli animali siano stati coinvolti? I dati finora raccolti suggeriscono che il virus Covid-19 abbia avuto origine nei pipistrelli a ferro di cavallo, anche se gli scienziati devono ancora accertare se sia stato trasmesso direttamente agli esseri umani o attraverso un ospite intermedio. “Analizzeranno anche molti dati provenienti dagli sforzi di tracciamento dei contatti, risultati di tamponi animali, sequenziamento del genoma, ecc. È molto improbabile che in questa occasione si traggano conclusioni. È più probabile che si sviluppino ipotesi e si definisca il lavoro futuro”, ha dichiarato il prof Dale Fisher, esperto di malattie infettive del National University Hospital di Singapore, che ha partecipato alla missione tecnica dell’Oms in Cina nel febbraio dello scorso anno.

Per Pechino “non si tratta di un’indagine”. Mentre la missione continua, i media statali cinesi continuano a dubitare che il virus sia nato nella città della Cina centrale più di un anno fa, sostenendo ancora con fermezza l’ipotesi che il virus sia giunto a Wuhan attraverso i prodotti della catena del freddo. A questo proposito è proprio il professor Fisher a premere per una de-colpevolizzazione della Cina nell’atteggiamento generale della missione: “Il miglior risultato sarà raggiunto se il mondo consentirà un’indagine scientifica in un ambiente ‘senza colpa’. Le minacce politiche sono molto dannose”. Nel frattempo, in Cina, i media statali non si occupano eccessivamente della notizia ma assumono toni auto-apologetici: “L’accordo mostra che la Cina è pronta a rafforzare la cooperazione con l’Oms e mantiene un atteggiamento aperto, trasparente e responsabile nei confronti del tracciamento dell’origine globale del nuovo coronavirus” dichiara il People’s daily, chiarendo innanzitutto che “La visita degli esperti dell’OMS a Wuhan è uno di questi studi e scambi scientifici, e non è affatto una “indagine” politicamente guidata su chi sia la colpa della pandemia. Congetture o ipotesi infondate sulla questione interromperanno solo la normale cooperazione internazionale sul tracciamento dell’origine”. Un messaggio chiaro e forte all’Occidente.

Le indagini. Tecnici Oms lasciano Pechino: “Raccolti dati interessanti sull’origine del virus”. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 9 Febbraio 2021. Non è chiaro sia sia stato il pangolino, il pipistrello, o qualcuno degli animali in vendita all’ormai famoso mercato del pesce di Wuhan. Quello che è certo però è che il virus Sars-Cov-2 sia partito da un animale, per poi trasmettersi all’uomo, come subito ipotizzato dagli studiosi. “Il lavoro sul campo su quello che è successo all’inizio della pandemia non ha stravolto le convinzioni che avevamo prima di cominciare”, ha dichiarato Peter Ben Embarek, capo della missione dell’Oms a Wuhan, affermando che “tutti i dati che abbiamo raccolto fin qui ci portano a concludere che l’origine del coronavirus è animale”. Le ricerche hanno dimostrato che il virus può sopravvivere nei cibi surgelati, “ma non sappiamo ancora se da questi si può trasmettere all’uomo”. Gli scienziati sono incerti anche sull’”intermediario animale che ha diffuso il Covid”, anche se “i dati puntano verso i pipistrelli”, nonostante sia improbabile che questi animali si trovassero a Wuhan e che avessero la capacità di far fare al virus un “salto diretto” verso l’uomo. Accantonata quindi l’ipotesi di una fuga incontrollata dall’istituto di virologia di Wuhan, definita “estremamente improbabile” e anzi una tesi “ottima solo per un film o una serie tv”. Il lavoro congiunto in Cina del team di esperti dell’Oms e di Pechino adesso è terminato e si passerà al tracciamento dell’origine del Covid-19 nel resto del mondo “senza alcun vincolo di località”. Lo ha affermato nelle prime battute della conferenza stampa conclusiva della missione a Wuhan, Lian Wannian, a capo della delegazione di 17 esperti cinesi che ha affiancato quella di 17 scienziati internazionali dell’Oms, provenienti da 10 Paesi diversi. Per il team quindi la ricerca sull’origine del virus resta “work in progress”: rimane in piedi l’ipotesi pangolini e felini come primi portatori, anche se l’Oms non sembra orientata a proseguire le ricerche in questo senso. Una cosa è certa, rimarcata dallo stesso Embarek: si continuerà a “seguire la scienza e i fatti, senza dare la caccia ai fantasmi qui e lì”.

LA PANDEMIA. L’Oms: «Il Covid ha origine animale non viene dal laboratorio di Wuhan». La squadra di esperti non ha, però, ancora una risposta certa sulla nascita della Sars-CoV-2. Gli indiziati sono sempre i pipistrelli. E si indaga sui prodotti surgelati di importazione. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 9 febbraio 2021 Il coronavirus che ha scatenato la pandemia è di origine animale; l’ipotesi di un errore in laboratorio è «estremamente improbabile». È questa la rilevazione più concreta raccolta a Wuhan dalla missione dell’Organizzazione mondiale della sanità, finita oggi con una conferenza stampa che ha lasciato aperti quasi tutti i dubbi che avvolgono l’emergenza sanitaria. Non ci sono ancora risposte definitive alle domande che da più di un anno dividono il mondo: come, quando e da dove è partito il Sars-CoV-2 che ha scatenato la pandemia di Covid-19? «Non abbiamo scoperto qualcosa che abbia drammaticamente cambiato la storia. Non sappiamo quale ruolo abbia avuto il mercato di Wuhan. Però abbiamo aggiunto nuovi dettagli importanti per la nostra comprensione», ha detto Peter Ben Embarek, capo della squadra di esperti dell’Oms arrivata a Wuhan il 14 gennaio, tenuta in quarantena sanitaria per due settimane e poi accompagnata dalle autorità cinesi nelle due settimane successive in un paio di ospedali, nel museo che celebra la vittoria cinese sul coronavirus, nel mercato Huanan del pesce e degli animali esotici dove furono identificati nel dicembre del 2019 i primi contagi, nell’Istituto di virologia dove si svolgevano anche studi sui pipistrelli, gli animali sospettati di essere stati la prima fonte del coronavirus. Il dottor Embarek ha elencato le quattro ipotesi sull’inizio del contagio sulle quali si è concentrata l’indagine: 1) trasmissione diretta del coronavirus da una specie animale all’uomo; 2) salto attraverso una specie intermedia; 3) diffusione attraverso la catena alimentare; 4) errore di laboratorio. Gli esperti dell’Oms si sentono di escludere che il Sars-CoV-2 sia sfuggito dal laboratorio di Wuhane non credono che sia il caso di continuare a cercare in quella direzione. Le prime tre ipotesi meritano di essere ancora indagate. Per quanto riguarda l’animale dietro la pandemia i pipistrelli restano i maggiori indiziati, ma ammesso e non ancora concesso che il «colpevole» sia stato il pipistrello, bisogna continuare a studiare per identificare la specie intermedia che ha permesso al coronavirus di entrare in contatto con il genere umano. E gli esperti dell’Oms non si sbilanciano nemmeno sulla «nazionalità» dei pipistrelli. Si è molto parlato in questi mesi di paura e incertezze delle grotte dello Yunnan, lontane duemila chilometri da Wuhan, dove aveva fatto molte ricerche la professoressa Shi Zhengli dell’Istituto di Wuhan, soprannominata Bat Woman. Il dottor Embarek e i suoi colleghi dicono che i pipistrelli portatori del coronavirus potrebbero essere annidati in altri Paesi fuori dalla Cina e «il percorso potrebbe essere stato molto complesso». «Il lavoro in Cina è terminato, ora bisogna cercare risposte in altri Paesi, il mercato di Wuhan non è il luogo dove è stato individuato il primo caso di infezione», ha detto Liang Wannian, capo del team cinese che ha affiancato passo dopo passo gli esperti internazionali e si è preso una buona mezz’ora della conferenza stampa per caldeggiare la teoria cinese che bisogna investigare nella catena alimentare dei prodotti surgelati di importazione. Secondo Liang, i medici di Wuhan individuarono il primo caso di infezione l’8 dicembre, ma non collegato al mercato. Il primo malato passato per il mercato sarebbe stato scoperto il 12 dicembre. Perché allora la prima esplosione dell’epidemia ha investito Wuhan? Bisognerà studiare ancora, per capire e prevenire nuove pandemie, dicono gli investigatori dell’Organizzazione mondiale della sanità. Dopo 13 mesi, 107 milioni di malati e 2,3 milioni di morti, il mondo aspetta ancora una risposta.

Non si ferma la guerra di propaganda sul Covid. Federico Giuliani su Inside Over il 9 febbraio 2021. Da una parte il Wuhan Institute of Virology, dall’altra Fort Detrick. Il primo è il laboratorio massima sicurezza di Wuhan, megalopoli cinese situata nella provincia dello Hubei, dove un anno fa sono stati rinvenuti ufficialmente i primi casi di Covid-19. Il secondo è il nome attribuito un’istallazione medico-militare americana del Maryland, al cui interno trova spazio lo United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID). L’edificio di Wuhan, inaugurato nel 2015, è gestito dall’Accademia cinese delle scienze. Al suo interno troviamo vari centri di ricerca, tra cui il Dipartimento di Virologia molecolare, il Centro cinese di risorse e bionformatica dei virus e quello per le malattie infettive emergenti. Quest’ultimo, tra l’altro, è diretto da Shi Zhengli, la famosa virologa cinese soprannominata Bat woman per via dei suoi studi sui pipistrelli. Fort Detrick ospita invece il citato USAMRIID, il principale centro americano per la ricerca sulle contromisure da adottare nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra biologica. Appartiene alla U.S. Army Medical Command, ed è controllato dall’esercito statunitense. Stiamo parlando di due strutture strategiche per i rispettivi Paesi. Laboratori che, in modalità differenti, si sono tuttavia ritagliati capitoli importanti nella narrazione relativa alla pandemia di Covid-19.

Narrazioni a confronto. Nei mesi scorsi Donald Trump ha più volte ripetuto la stessa versione: secondo l’ex presidente americano, il Sars-CoV-2 sarebbe fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan. L’amministrazione guidata da The Donald ha ripetutamente puntato il dito contro la Cina, rea di aver contribuito a diffondere la pandemia di Covid-19 nel mondo intero. Poco importa se questa tesi, al momento, non trova alcuna conferma scientifica ed è stata smentita da esperti e scienziati: la narrazione di Trump, intrisa di una chiara strategia geopolitica, mirava a screditare Pechino agli occhi del pianeta. Accanto al punto di vista americano, è presto apparso quello cinese. La narrazione del Dragone segue una pista differente. I riflettori sono puntati sui Giochi Olimpici di Wuhan, andati in scena nell’ottobre 2019. In quell’occasione, un virus misterioso potrebbe esser stato portato oltre la Muraglia dall’esercito americano. Anche in questo caso, non ci sono prove sufficienti per confermare la versione. Certo è che il mondo, polarizzato dalla nuova Guerra Fredda, si è letteralmente spaccato in due, tra chi ha subito sposato la narrazione di Trump e chi quella ipotizzata dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian.

La struttura di Fort Detrich. Del Wuhan Institute of Virology abbiamo già scritto in maniera approfondita. Vale dunque la pena concentrarci su Fort Detrich, per capire dove affondano le radici della narrazione di Pechino. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità è in missione proprio a Wuhan, a caccia di indizi sulle origini del virus, sui social cinesi c’è chi si sta chiedendo, in tono polemico, perché l’Oms non intenda effettuare alcun sopralluogo anche nel Maryland. Qui il laboratorio di ricerca sulle armi batteriologiche è stato sigillato improvvisamente nel luglio 2019. Come sottolinea Politico, Detrick è uno dei laboratori all’avanguardia al mondo per la ricerca sulle tossine e antitossine, il luogo in cui si sviluppano le difese contro ogni piaga, dal fungo delle colture all’Ebola. I media cinesi, inoltre, hanno sottolineato un fatto misterioso: il laboratorio di Fort Detrick avrebbe dovuto sospendere momentaneamente le sue attività in seguito a un ordine di cessazione emesso dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie. La sospensione era dovuta a molteplici cause, tra cui la mancata osservanza di alcune procedure e l’assenza di formazione per i lavoratori impegnati nei laboratori di biocontenimento. A quanto pare neppure il sistema di decontaminazione delle acque reflue del laboratorio sarebbe riuscito a soddisfare gli standard stabiliti dal programma Federal Select Agent. Una storia senza ombra di dubbio misteriosa. Una storia che, al tempo dello scontro Usa-Cina, ha spinto vari esponenti del governo cinese a chiedere all’Oms di fare luce anche su Fort Detrick. 

Toni Capuozzo contro l'Oms: "Coronavirus non nato in laboratorio? Ecco la loro credibilità...", cosa scova il giornalista. Libero Quotidiano il 09 febbraio 2021. Oggi, martedì 9 febbraio, l'Organizzazione mondiale per la sanità ci ha fatto sapere che il coronavirus non viene da un laboratorio. L'Oms, in missione in Cina, insomma prova a rassicurare il mondo sulle origini della pandemia (e fa quadrato attorno a Pechino). Il tutto nel contesto di una spedizione molto discussa, non del tutto indipendente, così come l'Oms non è del tutto indipendente dalla Cina, che è tra i principali finanziatori dell'organizzazione. Insomma, nessun dubbio, da parte dell'Oms, sull'origine naturale della pandemia che sta funestando il pianeta (la stessa pandemia da cui la Cina è uscita prima di tutti, con un clamoroso e a tratti inspiegabile vantaggio sui vaccini). E contro l'Oms, ecco aprire il fuoco un insospettabile come Toni Capuozzo. Il giornalista lo fa su Twitter, mostrando tutto il suo scetticismo per la presa di posizione dell'Organizzazione mondiale della Sanità. Lo fa nello spazio concesso da un cinguettio, nel quale scrive: "L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o, in inglese, WHO) rassicura da Wuhan: il virus non viene da un laboratorio - premette Capuozzo -. Sulla obbiettività, indipendenza e credibilità dell'organizzazione guardate questo tweet del gennaio 2020: tranquilli, a Wuhan tutto ok", sottolinea sarcastico. E in calce, appunto, Capuozzo allega un tweet dello stesso Oms, risalente al 14 gennaio del 2020, agli albori della pandemia, quando ancora nessuno immaginava che sarebbe arrivato non solo in Italia, ma in tutto il resto del mondo. E in quel cinguettio, l'Oms rassicurava: "Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato alcuna prova circa la trasmissione uomo-a-uomo del coronavirus che è stato individuato a Wuahn, Cina". Il resto è storia. Come sia andata è drammaticamente sotto agli occhi di tutti. Dunque, ci facciamo interpreti del pensiero di Capuozzo, come si può credere all'Oms?

Esperti Oms a Wuhan: “Stanno condividendo con noi dati mai visti prima”. Asia Angaroni su Notizie.it il 04/02/2021. "Stanno condividendo dati con noi che non avevamo visto prima. Ci parlano apertamente di ogni possibile strada", fa sapere il team dell'Oms. Gli esperti dell’Oms hanno visitato l’Istituto di Virologia di Wuhan, per cercare di ricostruire le origini del coronavirus, verificare eventuali responsabilità del gigante asiatico o comprendere il ruolo assunto nella pandemia. Il team di esperti segnala nuovi progressi e “dati mai visti”. Proseguono le indagini degli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità in corso a Wuhan. Dopo i 14 giorni di quarantena previsti all’ingresso in Cina, il team dell’Oms è al sesto giorno di lavoro sul campo. Continuano ricerche e verifiche per fare luce sull’origine della pandemia. Gli esperti hanno visitato il laboratorio di massima sicurezza dell’istituto di virologia della città, che nei mesi scorsi è stato bersaglio di critiche e sospetti. Gli scienziati hanno incontrato anche Shi Zhengli, famosa virologa cinese soprannominata “bat-woman” perché recentemente premiata per i suoi studi sui virus nei pipistrelli. Il colloquio con lei è stato “estremamente importante”. Così ha fatto sapere su Twitter Peter Daszak, uno degli esperti del team in Cina e presidente della Ong EcoHealth Alliance, dedicata alla protezione della fauna selvatica e degli esseri umani da malattie infettive emergenti. La stessa Shi Zhengli ha sottolineato che il pipistrello è uno degli ospiti naturali del coronavirus Sars-nCoV-2. Al momento però, resta il mistero su come possa essersi verificato il salto di specie. Gli esperti dell’Oms e lo staff del Wuhan Institute of Virology hanno trascorso tre ore e mezza nel laboratorio. Hanno avuto una “schietta e aperta discussione”, sono state poste domande essenziali, che hanno ricevuto risposta da parte degli interlocutori cinesi. La squadra dell’Oms intanto prosegue i suoi lavori di indagine con “mentalità aperta”. Visite, incontri e risultati finora sembrano soddisfacenti. A confermarlo è sempre lo scienziato Peter Daszak. “Stanno condividendo dati con noi che non avevamo visto prima, che nessuno aveva visto prima. Ci parlano apertamente di ogni possibile strada. Stiamo davvero facendo progressi e penso che ogni membro del gruppo possa dirlo”, ha dichiarato in un’intervista Sky News. Alla Nbc ha ribadito: “Tutto è sul tavolo e stiamo mantenendo una mentalità aperta. Se la prova è là, la seguiremo“, ha dichiarato alla Nbc. L’istituto di virologia di Wuhan, fondato nel 1956, ospita l’unico laboratorio di livello massimo di bio-sicurezza in Cina. Stando a quanto precisato dal tabloid Global Times, la struttura “segue severi standard internazionali”, come laboratori simili localizzati in altre città del mondo.

Asia Angaroni. Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.

Coronavirus nel mondo, gli esperti contro Cina e Oms: "Avrebbero dovuto reagire prima". La Repubblica il 18 gennaio 2021. Nel Regno Unito già 4 milioni di vaccinati. L'Australia potrebbe non riaprire le frontiere agli stranieri nel 2021. Il Brasile approva due vaccini. In due hotel di St. Moritz quarantena per la variante inglese. Cina, 100 contagi al giorno da 6 giorni.

Gli esperti attaccano Pechino e Oms. L'Oms e Pechino avrebbero potuto reagire più rapidamente all'inizio dell'epidemia di Covid-19, hanno concluso gli esperti indipendenti incaricati di valutare la risposta mondiale, affermando che la diffusione del virus ha beneficiato di una "epidemia in gran parte nascosta". Nel suo secondo rapporto, che sarà presentato domani in una riunione presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il gruppo di esperti ha affermato che "facendo riferimento alla cronologia iniziale della prima fase dell'epidemia, è chiaro che sarebbe stato possibile agire più rapidamente sulla base dei primi segnali".  "E' chiaro al gruppo di esperti

indipendenti che le misure di sanità pubblica avrebbero potuto essere applicate più vigorosamente dalle autorità locali e nazionali cinesi a gennaio", si legge nel rapporto. Gli esperti sottolineano anche la lentezza dell'OMS nel convocare il suo comitato di emergenza all'inizio della pandemia e la sua riluttanza a dichiarare un'emergenza sanitaria internazionale. Dall'inizio della crisi sanitaria alla fine del 2019, l'OMS è stata fortemente criticata per la sua risposta, compreso il ritardo nel raccomandare l'uso generalizzato di mascherine. In particolare, l'Organizzazione è stata accusata dagli Stati Uniti di essere estremamente compiacente con la Cina, dove è emerso il coronavirus, e di essere in ritardo nel dichiarare un'emergenza sanitaria globale.

LE TRE DATE CHE INCASTRANO PECHINO: LAVORAVA ALLA CURA A EMERGENZA NON ESPLOSA. Maurizio Tortorella per “La Verità” il 18 gennaio 2021. Il rapporto sul Covid-19 e sulle responsabilità della Cina, che l'amministrazione americana ha divulgato attraverso le parole del segretario di Stato Mike Pompeo nella notte tra venerdì e sabato, attacca Pechino e colpisce nel vivo. Perché è evidente che sul Covid-19 il governo cinese mente. Per averne la conferma, basta mettere a confronto tre date.

La prima è il 31 dicembre 2019, il giorno in cui la Cina denuncia all'Organizzazione mondiale della sanità che a Wuhan è in atto «un'epidemia di una nuova forma di polmonite virale».

Da quel giorno, l'Oms attende oltre due mesi per proclamare al mondo che è scoppiata la pandemia di un virus che sarà definito il Covid-19: l'annuncio risale all'11 marzo 2020, quando il capo dell'Oms, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, rivela che il virus sta esplodendo: «Ci sono 118.000 casi in 114 Paesi», dichiara, «e 4.291 persone hanno perso la vita».

Per la terza data, invece, bisogna tornare indietro di un poco, al 28 gennaio 2020. È quello il giorno in cui la Sinovac, colosso farmaceutico di Pechino, avvia le ricerche per produrre il CoronaVac, il vaccino contro il virus che Pechino oggi presenta come l'arma finale contro il contagio. Vi sembra impossibile? Avete ragione.

Se la Cina denuncia il Covid-19 a fine dicembre, e se il mondo viene informato della pericolosità del contagio solo ai primi di marzo, com'è possibile che la Sinovac abbia già iniziato a lavorare al vaccino contro il virus? Come si spiega che il 28 gennaio, mentre la diffusione del Covid è ancora ai primi passi, in Cina ci sia chi sta già elaborando la ricetta per neutralizzarlo? Eppure è così. La Verità ne ha scoperto autorevoli conferme online: il sito americano Biotech, che dal 1985 registra tutte le principali novità dell'industria farmaceutica, in una pagina pubblicata lo scorso 7 dicembre scrive che «Sinovac Biotech Ltd ha iniziato lo sviluppo di un vaccino contro il Covid-19 (denominato CoronaVac) il 28 gennaio 2020». Il sito indiano Healtworld è ancora più accurato, e in una pagina datata 7 luglio spiega che «Sinovac Life Sciences Co, società controllata dalla Sinovac Biotech Ltd, ha iniziato lo sviluppo di un vaccino contro il Covid-19 in Brasile il 28 gennaio 2020». L'incrocio delle tre date conferma con forza la dirompente validità delle accuse presentate dal governo statunitense, di cui ieri in Italia soltanto La Verità ha dato notizia, nel sorprendente silenzio di quotidiani e telegiornali. L'incrocio delle tre date dimostra infatti che il regime di Xi Jinping era pienamente consapevole della contagiosità del Covid molto tempo prima delle prime segnalazioni ufficiali. Insomma, ne ha nascosto per mesi la pericolosità al mondo. Volontariamente. Su questo punto, più volte è stata coinvolta nelle critiche la lentezza di reazione dell'Oms, sul cui direttore Ghebreyesus grava l'accusa di un'eccessiva vicinanza al regime cinese. Una prova se ne ha proprio il 28 gennaio di un anno fa, decisamente un giorno cruciale per il Covid. Proprio quel misterioso martedì, infatti, mentre la Sinovac avvia i suoi precocissimi studi sul virus, Ghebreyesus, è a Pechino, dove incontra a tu per tu il presidente Xi. Al termine del vertice, il direttore dell'Oms fa un discorsetto per elogiare pubblicamente «la serietà con cui il governo cinese sta prendendo questa epidemia, e in particolare l'impegno dei vertici e la trasparenza che hanno dimostrato». Aggiunge che l'Oms «sta lavorando a stretto contatto con il governo sulle misure per contenere il virus». Un anno più tardi, con un ritardo ancora una volta clamoroso, una delegazione dell'Oms è atterrata a Wuhan, dove finalmente dovrebbe indagare sulle origini di una pandemia che nel frattempo ha ucciso due milioni di persone e massacrato l'economia globale, con la sconcertante eccezione di quella cinese. Agli esperti dell'Oms, però, non è stata data alcuna libertà di movimento ed è stato vietato l'accesso all'opacissimo laboratorio del Wuhan institute of virology, dove il rapporto americano sospetta tutto sia iniziato, forse per un errore umano o forse per qualcosa di molto peggio. Il rapporto ipotizza infatti che a Wuhan si conducessero studi su nuove armi biologiche e denuncia che il laboratorio era «impegnato in ricerche per l'esercito cinese, compresi gli esperimenti sugli animali». In Coronavirus made in China (Rubettino editore), Antonio Selvatici conferma che nel gennaio 2020 il laboratorio è stato commissariato da un team di soldati-scienziati guidati dal generale Chen Wei, una virologa a capo dell'Accademia delle scienze mediche militari. Global Times, organo del Partito comunista cinese, annota che Chen era arrivata a Wuhan il 26 gennaio. Poi ha cominciato a lavorare al vaccino.

(ANSA il 18 gennaio 2021) La Cina e l'Oms "avrebbero potuto agire più rapidamente" all'inizio dell'epidemia quando si sono manifestati i primi "segnali": è quanto sostengono gli esperti indipendenti incaricati dalla stessa Organizzazione mondiale della salute di presentare un rapporto sulla gestione della pandemia.

 (ANSA il 6 gennaio 2021) I ritardi della missione in Cina a lungo pianificata degli esperti dell'Oms per indagare sulle origini della pandemia del Covid-19 "non sono solo una questione di visti". I colloqui, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, continuano "sulla data specifica e sull'organizzazione specifica della visita del gruppo di esperti". Ieri il direttore dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha annunciato, come previsto, la partenza dell'equipe di scienziati per la Cina, dichiarandosi "molto deluso" per il mancato via libera delle autorità di Pechino. (ANSA).

AGI il 6 gennaio 2021. - E' la missione dell'Oms che dovrebbe fare chiarezza sull'orgine del virus che ha sconvolto il mondo, il Covid-19. Ma per ora stenta a decollare. Due scienziati del team sono già partiti ma la Cina non ha ancora concesso le autorizzazioni necessarie. Lo ha reso noto il direttore generale della stessa organizzazione Onu, Tedros Adhanom Ghebreyesus. E il biologo etiope, spesso accusato di guardare con un occhio di favore a Pechino, non ha nascosto il suo sconcerto: si è detto "molto deluso". Anche perchè due scienziati scelti dall'Oms per la missione erano già partiti: uno ha dovuto fare marcia indietro e l'altro si è fermato in attesa in un terzo Paese; mentre il resto dell'equipe, che deve cominciare a lavorare martedì, per il momento non è proprio partito. Tedros ha detto di essersi messo "in contatto con alti funzionari cinesi" e di aver detto loro "per l'ennesima volta che la missione è un priorità per l'Oms", e ha aggiunto che vuole vedere la partenza "il più rapidamente possibile". Al momento, ha spiegato un altro dei funzionari Oms, il responsabile delle situazioni di emergenza, Michael Ryan, il problema sembra essere una questione di visti: "Speriamo che si tratti semplicemente di un problema logistico e burocratico e che possiamo risolverlo rapidamente".Il 'via libera' alla missione era arrivato a metà dicembre, dopo mesi di complicato negoziato. La Cina, che sta cercando di cambiare la narrativa di quanto è accaduto e cerca di scrollarsi di dosso l'immagine che sia il Paese da cui ha avuto origine una pandemia che ha causato più di 1,8 milioni di morti e sconvolto la vita del pianeta, ha sempre puntato i piedi. Di recente ha anche sostenuto che il virus possa essere arrivato dall'estero, dal momento che ne è stata trovata traccia in cibo congelato da importazione e che alcuni studi scientifici ritengono fosse presente in Europa già lo scorso anno.      L'Oms, al termine di un lungo processo di selezione, ha scelto 10 eminenti scienziati che dovranno cercare di analizzare l'origine del virus e capire come si è trasmesso all'uomo: l'accordo con Pechino è che si rechino proprio a Wuhan, la città della Cina interna dove tutto è cominciato ormai un anno fa. Le autorità cinesi infatti denunciarono all'Oms il primo caso di una allora misteriosa polmonite il 31 dicembre 2019 e chiusero il mercato di animali vivi di Wuhan dal quale ritennero fosse partita l'infezione. La vera origine del virus e la maniera in cui sarebbe passato da animale a uomo è però ancora un mistero. E la presenza a Wuhan di un importante istituto di virologia ha scatenato le ipotesi più disparate in chi sospetta che il SARS-CoV-2 possa essere uscito accidentalmente dai suoi laboratori. La squadra a Wuhan dovrebbe poter esaminerà i campioni umani e animali raccolti dai ricercatori cinesi nella prima fase dello studio (se non sono stati distrutti) mentre non è chiaro se possa visitare il laboratorio. L'accordo con Pechino è che resti nella città cinese per sei settimane. Un agente patogeno simile ma non identico a quello che causa il Covid-19 era stato identificato nel "ferro di cavallo minore", una specie di pipistrello. Peter Ben Embarek, il massimo esperto in malattie animali dell'Oms, ha spiegato che i membri della missione contatteranno i lavoratori del mercato per chiedere loro come siano stati infettati. L'ipotesi iniziale che il virus sia stato trasmesso all'uomo tramite il consumo di un animale infetto ha però perso quota. Il 'wet market' di Wuhan ora è ritenuto il luogo dove il nuovo coronavirus ha avuto la prima diffusione di massa, non il luogo di origine, che rimane ancora un mistero. Ma insomma al momento tutto questo per ora è rimandato visto che gli scienziati non sono neppure partiti.  

Sergio Carli per blitzquotidiano.it il 4 gennaio 2021. Coronavirus, noto anche come covid – 19: lo ha causato da una fuoriuscita di liquido da un laboratorio governativo a Wuhan, in Cina. “Ci sono sempre più prove. Il laboratorio cinese è la più probabile sorgente del virus”, ha detto Matthew Pottinger, vice National Security Advisor degli Usa. Pottinger è sempre stato un tenace critico di Pechino. Ha rilanciato l’accusa in una riunione via Zoom con alcuni parlamentari britannici. Secondo Pottinger, le ultime indicazioni dell’intelligence puntano all’ultra segreto Istituto di Virologia di Wuhan, appena 18 chilometri dal famoso mercato con i pipistrelli vivi, come prima fonte del coronavirus. La rivelazione è subito stata filtrata al Daily Mail, che l’ha resa pubblica, definendo Pottinger un “rispettato” funzionario dell’Amministrazione Trump. Rilanciando la notizia in America, il New York Post chiosa. Pottinger ha riproposto la teoria di Wuhan proprio mentre l’Unione Europea ha raggiunto un nuovo accordo sugli investimenti con la Cina. Accordo che ha provocato le proteste dello stesso Pottinger e perplessità da parte dello staff del presidente-eletto Biden.

Fra i primi al mondo a accusare la Cina per il coronavirus. Pottinger fu tra i primi al mondo, fin da gennaio 2020, a indicare il laboratorio come sorgente del coonavirus. Parlando in questi giorno con gli inglesi ha ribadito che il virus può essere sfuggito, “a causa di una fuga o di un incidente”. E ha aggiunto: “Anche figure dell’establishment cinese a Pechino hanno apertamente escluso la storia del mercato”. Pottinger ha anche detto di non nutrire molta fiducia nel team di esperti della Organizzazione Mondiale della Sanità che presto si recheranno a Wuhan per indagare su come la pandemia ha avuto inizio. Data l’influenza che la Cina esercita sulla OMS, l’inchiesta sarà annacquata, secondo Pottinger. Finora tutte le indagini della OMS non hanno dato risultati e il paziente Zero non è stato mai trovato. Pottinger ha definito l’inchiesta della OMS sul coronavirus un “esercizio alla Potemkin”, con riferimento ai falsi villaggi fatti costruire nel ‘700 in Crimea dal favorito di Caterina per convincere la zarina che la regione godeva di buona salute. Secondo gli inglesi, gli americani si baserebbero sulle rivelazioni di almeno una scienziata fuggita dalla Cina dopo avere lavorato proprio nel laboratorio di Wuhan. Il fatto che i cinesi non hanno mai consentito ai giornalisti di visitare il laboratorio rafforza i sospetti.

Giornalista che parla mandarino. Matthew Pottinger parla correntemente mandarino, ha fatto il giornalista per Reuters e Wall Street Journal, ha servito nel corpo dei Marines ed è stato capo dell’ufficio asiatico della NSA prima di diventarne numero due a Washington.

Le origini del “cugino” del Sars-CoV-2. Federico Giuliani su Inside Over il 4 gennaio 2021. Continua la caccia alle origini del Sars-CoV-2. Poche le certezze fin qui raccolte, tante le supposizioni, molte delle quali probabili ma prive di conferme scientifiche. Tra le versioni che più hanno convinto gli esperti, spicca quella del “salto di specie” avvenuto, in circostanze ancora da chiarire, a causa del ruolo svolto da un “ospite intermedio”. Un animaletto (un pangolino? Uno zibetto?) che, dopo essere stato contagiato dal virus, e grazie a particolari condizioni ambientali (lo scarso igiene di certi wet market?) sarebbe riuscito a infettare un essere umano. La seconda parte dell’assunto sostiene che l’untore sconosciuto possa essere arrivato al mercato ittico di Huanan, nel cuore di Wuhan, probabilmente provenendo da qualche distretto situato nella provincia dello Yunnan. Dove, nel 2012, una misteriosa malattia respiratoria simile al Sars-CoV-2, contagiò sei persone uccidendone tre. Quella malattia era causata da un virus denominato RaTG13 o anche RaBtCoV/4991. A identificarlo fu niente meno che Shi Zengli, la più famosa virologa della Cina, nota per aver costruito uno dei più grandi archivi di coronavirus esistenti al mondo. Molti degli agenti patogeni da lei elencati provengono da pipistrelli di varie specie. Non a caso, questo animaletto della notte è un perfetto serbatoio di virus.

Parenti stretti. Gli esperti ritengono che la Sars, sindrome respiratoria affine al Sars-CoV-2 – che, a cavallo tra il 2002 e il 2003, mise in ginocchio la Cina – possa provenire da un pipistrello. Si pensa che anche il nuovo coronavirus, comparso per la prima volta a Wuhan nel dicembre 2019, sia arrivato all’uomo dallo stesso animale, magari mediante un organismo intermedio. Al fine di rintracciare l’origine del Sars-CoV-2 potrebbe dunque essere utile focalizzarci sui pipistrelli. E, quindi, partire da quanto emerso in seguito alle indagini effettuate dieci anni fa nello sperduto distretto di Tongguan, nella provincia dello Yunnan, non distante dal confine cinese con Myanmar e Laos. Prendiamo il virus responsabile della mini-epidemia collegata alla miniera abbandonata di Tongguan. Poco meno di dieci infetti registrati – in via ufficiale – e tre decessi. Non sapremo mai se l’agente patogeno responsabile del focolaio sparì da solo o se continuò, in silenzio, a contagiare altre persone. Magari provocando, almeno in una prima fase, per lo più febbri e polmoniti guaribili con un poche cure. All’epoca dei fatti, nessuno approfondì sui fatti di Tongguan. La notizia è riemersa soltanto in seguito alla comparsa del Sars-CoV-2. Per quale motivo? Semplice: stando ad alcune indiscrezioni, il RaTG13 raccolto nella miniera dello Yunnan avrebbe un genoma identico per il 96,2% a quello del nuovo coronavirus. Considerando che campioni del primo virus furono trasportate presso il laboratorio di Wuhan, e che sempre a Wuhan si è registrato il primo epicentro della pandemia di Covid-19, c’è chi ha ipotizzato un filo diretto che potrebbe collegare i due misteriosi virus.

RaTG13 o RaBtCoV/4991. Ripetiamo: non ci sono prove certe. Eppure, in attesa che l’Organizzazione Mondiale faccia luce su quanto avvenuto, è interessante mettere insieme i pezzi del puzzle fin qui presenti sul tavolo. Unendo alcuni tasselli, ci troviamo di fronte a un mosaico interessante. Spieghiamo meglio: se i due virus sopra citati sono così simili, non è che, in qualche modo, il primo dei due sia riuscito, in seguito a mutazioni naturali o chissà in quale altro modo, a trasformarsi nel secondo? Sulla vicenda non è mai stata fatta chiarezza. Ecco perché, data la strettissima parentela, potrebbe avere più senso scavare nel passato di RaTG13 anziché in quello di Sars-CoV-2. Di RaTG13 sappiamo ben poco. Come sottolinea una ricerca indiana in attesa di revisione paritaria, la descrizione del suddetto virus non è disponibile al pubblico. Soltanto il suo genoma è riportato in una apposita banca dati. Genoma che, ricordiamo, è stato sequenziato dall’Rna di un tampone fecale di pipistrello raccolto qualche anno fa nello Yunnan. A sua volta, l’RNA polimerasi RNA-dipendente (RdRp) di RaTG13 si è rivelata essere identica al 100% a quella del BtCoV/4911. Si tratta dello stesso virus chiamato con due nomi diversi? Sembrerebbe di sì. Sappiamo, inoltre, che il campione fecale di pipistrello deriva dal Rhinolophus affinis, una specie diffusa nello Yunnan. Tuttavia, mentre il campione di RNA relativo a RaTG13 deriverebbe dai tamponi fecali di un pipistrello rinvenuto nella città di Pu’er, quello di BtCoV/4991 avrebbe origine dalla stessa specie di pipistrello, ma proveniente dal pozzo di una miniera abbandonata di Tongguan. In ogni caso, RaTG13 e BtCoV / 4991 potrebbero riferirsi allo stesso virus.

Domande senza risposta. Nel corso di una recente intervista rilasciata alla rivista Science, Shi Zengli viene incalzata in merito al virus di Tongguan. “Ad oggi – ha spiegato Bat woman – nessuno dei residenti nelle vicinanze è stato infettato da coronavirus. Da qui, l’affermazione secondo cui un ipotetico “paziente zero” vivesse vicino alla zona mineraria, prima di spostarsi a Wuhan, è falsa”. I giornalisti chiedono alla dottoressa quando avesse isolato per la prima volta RaTG13. La risposta è piuttosto lunga e articolata. In sintesi: gli scienziati cinesi raccolgono il virus RaTG13 nella città di Tongguan, contea di Mojiang, nello Yunnan, nel 2013. Ottengono l’RdRp parziale ma la somiglianza con la Sars (il metro di paragone dell’epoca, visto che in quel periodo le autorità stavano indagando sulle origini di questo virus) è bassa. Passano gli anni e le tecnologie migliorano. Nel 2018 viene effettuato un nuovo sequenziamento. “Nel 2020 – racconta Shi Zengli – abbiamo confrontato la sequenza di Sars-CoV-2 e con quelle di coronavirus di pipistrello non pubblicate. Abbiamo scoperto che condivideva un’identità del 96,2% con RaTG13”. Quest’ultimo virus, non è “mai stato coltivato” dal laboratorio di Wuhan, si affretta a dichiarare la signora dei pipistrelli. In merito ai nomi del parente del nuovo coronavirus, infine, questa è la spiegazione fornita da Miss Shi: “Ra4991 è l’ID per un campione di pipistrello mentre RaTG13 è l’ID per il coronavirus rilevato nel campione. Abbiamo cambiato il nome perché volevamo che riflettesse l’ora e il luogo del raccolta di campioni. 13 significa che è stato raccolto nel 2013 e TG è l’abbreviazione di Tongguan città, il luogo in cui è stato raccolto il campione”. Molte domande restano ancora senza risposta. Una su tutte: qual è il vero legame tra il Sars-CoV-2 rilevato a Wuhan e il virus riscontrato una decina di anni fa nella miniera di Tongguan?

Il mistero della miniera di Tongguan e quel virus simile al Sars-CoV-2. Federico Giuliani su Inside Over il 3 gennaio 2021. Per arrivare da queste parti, in mezzo agli sperduti territori situati nella Cina sud-occidentale, bisogna veramente avere un motivo valido. La provincia dello Yunnan, tra contee autonome e prefetture sconosciute, ospita confini irregolari, alture ondulate, vallate e catene montuose. Siamo distanti anni luce dallo scintillio delle ruggenti megalopoli cinesi. Pechino e Shanghai, giusto per fare un esempio, si trovano entrambe a circa 3mila chilometri; sono molto più vicini il Vietnam, il Laos e il Myanmar. Va da sé che l’economia locale, per lo più agraria, non ha niente a che vedere con il miracolo che, dalla fine degli anni ’80 in poi, ha travolto il Delta del Fiume delle Perle e, via via, tutte le città costiere cinesi dell’Ovest. Qui siamo ancora indietro ma, da qualche anno, si notano segnali di sviluppo. Il governo centrale ha investito nelle infrastrutture, costruendo strade e ferrovie per fluidificare i collegamenti commerciali con il resto del mondo. Regioni e provincie anonime, hanno così gradualmente iniziato ad assumere una certa rilevanza di fondo. Sono gli effetti della Belt and Road Initiative, uniti alla volontà di Xi Jinping di sradicare la povertà dalla nazione.

Dieci anni fa. Dicevamo che per transitare nello Yunnan più profondo serve una ragione valida. Considerando lo scenario appena descritto, a meno che non abitiate da quelle parti o che non dobbiate trasportare un carico di legname lungo la superstrada G8511, difficilmente vorrete trovarvi sperduti in mezzo al nulla. Certo, il paesaggio naturale, a tratti, è da cartolina e il turismo ha iniziato a crescere. Ma un conto è visitare i parchi o le grandi città, un altro recarsi in un distretto come quello di Tongguan. Se non avete la minima idea di dove si trovi Tongguan, non dovete affatto preoccuparvi. Persino su Google maps è complicato individuare questo luogo (dovete infatti cercare Tonggguanzhen). Qui, nel 2012, si sarebbe diffuso un virus molto, molto simile al Sars-CoV-2. Così tanto simile che alcuni esperti hanno ipotizzato un collegamento tra i fatti di Wuhan e quanto accaduto nel remoto distretto di Tongguan quasi 10 anni fa. Agosto 2012, Yunnan. Il termometro sfiora i 33 gradi. Sulle tradizionali piantagioni di tè a terrazza piove da giorni e il clima è umido. Siamo in piena stagione dei monsoni. Una piccolo team di scienziati è appena arrivato nel distretto di Tongguan per studiare una nuova, misteriosa malattia letale. Pare che l’epicentro sia una vecchia miniera di rame abbandonata da tempo. Indossano tute bianche ignifughe e maschere protettive. Con coraggio, si addentrano nell’oscurità. In quelle grotte c’è un odore fortissimo. In alto, appesi sui soffitti, lunghe file di pipistrelli; per terra, uno strato di escrementi e tanti topi. Insomma, l’habitat perfetto per microrganismi mutati, agenti patogeni mortali e zoonosi (altro che mercato del pesce di Wuhan). Qualche settimana prima del sopralluogo degli esperti, sei uomini, tutti entrati nella miniera, vengono colpiti da una polmonite acuta. Tre di loro muoiono. Le autorità, forse temendo il ritorno di fiamma di un virus simile alla Sars – che dieci anni prima aveva messo in ginocchio la Cina -, mandano sul posto gli scienziati per impedire una nuova epidemia. Gli esperti raccolgono campioni fecali, che verranno poi analizzati in appositi laboratori. Anche in quello di Wuhan. L’allarme rientra quasi subito. Ufficialmente non ci sono più contagi, dunque nessuno sentirà più parlare della miniera di Tongguan per una decina di anni. Dopo l’esplosione del Sars-CoV-2, nel dicembre 2019, inizia una spasmodica ricerca sulle origini del nuovo coronavirus che ha travolto il mondo intero. C’è chi dice che tutto possa esser partito dal mercato ittico di Huanan, nel cuore di Whuan, dove sono stati segnalati i primi casi di infezione. Il governo cinese indaga, poi smentisce; afferma che non ci sono prove, che tutto potrebbe essere partito chissà dove, chissà quando, chissà come. In effetti, tutt’oggi, a distanza di un anno dal primo caso, la comunità scientifica non è ancora riuscita a stabilire l’origine temporale e geografica del Sars-CoV-2. In mezzo a una ricerca difficilissima, le accuse politiche tra Paesi rivali complicano la situazione, alimentano teorie del complotto, offuscano la verità, creano pregiudizi.

Dallo Yunnan allo Hubei: le ipotesi (non confermate). Alcuni sostengono invece che il virus possa essere fuoriuscito per errore dal laboratorio di Wuhan, dove lavora Shi Zhengli, una delle più importanti virologhe della Cina. La signora Shi ha passato anni interi ad archiviare coronavirus provenienti dagli animali, in primis dai pipistrelli (non a caso è stata soprannominata Bat woman, o anche “signora dei pipistrelli”). Il suo obiettivo: riconoscere virus mortali e nocivi per l’uomo. Secondo quanto riportato dal Sunday Times, ci sarebbe una notevole somiglianza tra il Sars-CoV-2 e il virus trovato nelle profondità della miniera di Tongguan e archiviato dalla stessa Bat woman. Come se non bastasse, nella famigerata spedizione nello Yunnan, nel 2012, c’era anche la dottoressa Shi. Anzi: era proprio lei che guidava il team di scienziati. La task force prelevò campioni di feci da 276 pipistrelli. I risultati di quegli studi mostrarono come la metà delle bestiole frequentatrici della miniera fosse portatrice di coronavirus. Molti pipistrelli possedevano contemporaneamente più geni di uno stesso genere di virus. Una condizione pericolosissima, che avrebbe potuto generare una miscela di patogeni potenzialmente mortali per l’uomo. Nell’alternanza tra passato e presente, ci spostiamo nel 2016. In quell’anno, Shi pubblica uno studio intitolato: “La coesistenza di multipli coronavirus in diverse colonie di pipistrelli in una miniera abbandonata”. La dottoressa scrive che due sequenze genetiche trovate in sei specie di pipistrelli erano dello stesse genere che provocò la Sars nel 2003. Uno di questi coronavirus, prelevato nel pipistrello chiamato Rhinolophus affinis, è stato rinominato RaBtCoV/4991. Si rivelerà essere quasi identico al Sars-CoV-2 (il 96,2% del genoma). Spuntano le prime ipotesi, ovviamente non confermate. La prima: considerando che il laboratorio di Wuhan è vicinissimo al mercato ittico di Huanan, è possibile che uno dei ricercatori che stava studiando il virus parente del Sars-CoV-2 possa esser stato infettato e, poiché asintomatico, possa aver diffuso l’infezione all’esterno della struttura. La seconda: un animale infettato dal virus (ospite intermedio), forse un pangolino, potrebbe aver viaggiato dal sud o dal sud-ovest della Cina fino al wet market di Wuhan. Qui sarebbe avvenuta la zoonosi, prima dell’apocalisse.

Riflettori (di nuovo) sulla miniera di Tongguan. Nel dicembre 2020 è tutto pronto per la missione dell’Oms a Wuhan. Un gruppo di esperti viene inviato nella capitale dello Hubei per ricostruire il mosaico relativo all’origine del virus. Parlando con la Bbc, Miss Shi, alla guida dell’istituto di virologia di Wuhan, invita il team dell’Oms a visitare la struttura da lei diretta. Chiaro l’intento: smentire, una volta per tutte, le voci della possibile fuoriuscita del Sars-CoV-2 dal laboratorio di Wuhan. “Saranno i benvenuti”, rassicura la signora dei pipistrelli. Il problema è che quello era soltanto il pensiero di Shi; non certo del laboratorio, il cui ufficio stampa chiude la questione avvertendo che la dottoressa ha parlato a titolo meramente personale. Morale della favola: non è prevista una tappa dell’Oms all’interno della struttura.

Proprio in quei giorni di fine dicembre 2020, una troupe della Bbc è in viaggio verso il remoto distretto di Tongguan. Vogliono visitare la miniera di rame abbandonata ma non riescono nel loro intento. “Agenti di polizia in borghese e altri funzionari in auto senza contrassegni ci hanno seguito per miglia lungo le strade strette e sconnesse”, si legge in un articolo pubblicato il 21 dicembre 2020. E ancora: “Abbiamo trovato ostacoli sulla nostra strada, incluso un camion “in panne”, che la gente del posto ha confermato essere stato posizionato dall’altra parte della strada pochi minuti prima del nostro arrivo”. Il messaggio sembrerebbe essere chiaro: i giornalisti della Bbc non devono andare a Tongguan. Sorge subito un dubbio: non è che le misteriose morti avvenute nei pressi della miniera di rame nel 2012 possano essere in qualche modo collegabili all’origine della pandemia di Sars-CoV-2? Impossibile, al momento, avere risposte certe.

·        Epidemie e Profezie.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 14 dicembre 2021. Il governo russo ha avvisato che lo scioglimento del permafrost nelle regioni artiche della Russia potrebbe rilasciare virus e batteri antichi e potenzialmente mortali. Nikolay Korchunov, un alto diplomatico russo che presiede il Consiglio Artico, ha detto lunedì che esiste il rischio che i microbi intrappolati nel gelo da decine di migliaia di anni si "sveglino" mentre il terreno si scioglie a causa del riscaldamento globale. Korchunov ha detto che il Consiglio ha ora stabilito un progetto di "biosicurezza" per studiare i rischi e i possibili effetti posti dal riemergere di malattie che potrebbero essere state congelate almeno dall'ultima era glaciale. Parlando al canale televisivo Zvezda lunedì, ha detto: «C'è il rischio che vecchi virus e batteri si risveglino. Per questo motivo, la Russia ha avviato un progetto di 'biosicurezza' all'interno del Consiglio Artico», ha aggiunto. Il progetto avrà il compito di valutare "rischi e pericoli" relativi al "degrado del permafrost" e alle "future malattie infettive", ha spiegato. Circa il 65% del territorio russo è classificato come permafrost, terreno che rimane permanentemente ghiacciato anche durante i mesi estivi. Ma, poiché le temperature aumentano a causa del riscaldamento globale, il terreno sta iniziando a scongelarsi, espellendo animali e oggetti che sono stati congelati per migliaia di anni. Negli ultimi anni sono stati portati alla luce resti di rinoceronti lanosi estinti circa 14.000 anni fa e una testa di lupo di 40.000 anni fa - così perfettamente conservata da avere ancora la pelliccia. Questi ritrovamenti hanno persino generato un'industria intorno al mammut lanoso - estinto circa 10.000 anni fa - con i cacciatori che vanno alla ricerca di scheletri dissotterrati in modo da poter estrarre le loro zanne e venderle ai commercianti di avorio. Ma la scoperta di esemplari così ben conservati ha anche suscitato il timore che le malattie che gli animali potrebbero aver portato possano essere scongelate con loro e, a differenza dei loro ospiti, possano sopravvivere allo scongelamento. Jean Michel Claverie, un virologo dell'Università di Aix-Marseille, ha avvertito l'anno scorso di prove «estremamente buone» che «si possono far rivivere i batteri dal permafrost profondo». Il professor Claverie ha persino scoperto uno di questi virus - il pithovirus - che, una volta scongelato dal permafrost, ha iniziato ad attaccare e uccidere le amebe. Il pithovirus, che era stato congelato per circa 30.000 anni prima dell'esperimento, è innocuo per l'uomo, ma il professor Claverie ha affermato che dimostra che i virus congelati a lungo possono "svegliarsi" e iniziare a infettare nuovamente gli ospiti. Gli scienziati non sono d'accordo sull'età esatta della calotta polare artica, sul permafrost che la circonda e quindi sull'età degli oggetti che contiene. Ma la maggior parte delle scoperte scongelate che sono state scoperte finora risalgono all'ultima era glaciale, da circa 115.000 a 11.700 anni fa. A parte il potenziale rilascio di malattie antiche, gli scienziati avvertono che lo scioglimento del permafrost rappresenta una minaccia ancora maggiore a causa del rilascio di anidride carbonica e gas metano mentre la materia organica intrappolata al suo interno si scongela e inizia a marcire. Entrambi i gas contribuiscono al riscaldamento globale che a sua volta accelera lo scioglimento, in un circolo vizioso che gli scienziati avvertono essere un "punto di svolta" che accelererà il ritmo e la gravità del cambiamento climatico a meno che non venga fermato o mitigato. Lo scioglimento rappresenta anche un rischio per le infrastrutture e le città russe, che sono state costruite nel terreno ghiacciato e ora vedono la terra spostarsi sotto i loro piedi mentre inizia a scongelarsi. Un'enorme fuoriuscita di petrolio nel Circolo Polare Artico lo scorso anno è stata attribuita allo scioglimento, dopo che un serbatoio di diesel è crollato quando il terreno intorno ha ceduto. In questo contesto, Vladimir Putin è stato sempre più esplicito sulla minaccia dello scioglimento del permafrost e del riscaldamento globale più in generale. Parlando a una conferenza l'anno scorso, ha detto al pubblico: «Colpisce i sistemi di condutture, i distretti residenziali costruiti sul permafrost e così via. Se entro il 2100 si dovessero sciogliere il 25 per cento degli strati di permafrost vicini alla superficie, ne sentiremo l'effetto molto forte».

Una passeggiata nella storia. La Groenlandia era una terra verde e poi si ghiacciò: spiegatelo a Greta.

Paolo Guzzanti su Il Riformista il 28 Novembre 2021. Questo è un primo articolo sulla cattiveria umana osservata dal punto di vista politico. Gli economisti si sono finalmente trovati abbastanza d’accordo sul fatto che far scomparire la povertà dalla Terra è, fra l’altro, un ottimo affare. Una di quelle cose che gli americani chiamano “Win-Win”, vinci tu che vinco anche io, vincono tutti. Per molto tempo la soluzione tentata era stata quella di far sparire materialmente i poveri, ma non ha mai funzionato per quanti forni e camini fumassero e fosse comuni si riempissero come le astanterie e le camere mortuarie. Ciò è promettente. Anche il fulminante presidente del Consiglio Draghi l’ha detto recentemente, da economista: «Far sparire la povertà è un eccellente affare perché stabilizza le società e attiva non solo le coscienze, ma anche i mercati». Ho citato più volte in passato il giovanissimo e tisico (morì a vent’anni) filosofo illuminista napoletano Gaetano Filangieri il quale premette su Benjamin Franklin affinché il nuovo grande Stato rivoluzionario – gli Stati Uniti d’America – adottassero fra i loro principi irrinunciabili il diritto a cercare ciascuno la propria dedicata dose di felicità, “The Pursuit of Happiness”, che non vuol dire il diritto alla felicità. Che non significa nulla, ma il diritto a cercare col proprio lanternino la propria piccola personale felicità. Sembra nulla, ma è tutto. Gli esseri umani come noi – Sapiens, non più clava ma bancomat – sono in giro da pochi minuti geologici: centomila anni. In questi centomila anni hanno prevalso gli impulsi e il tentativo di organizzarli in collettività oppure di predare i risultati degli impulsi altrui. Da pochi secondi appena, siamo su una strada nuova e si comincia a chiedere seriamente che cosa siano la cattiveria e la bontà, lasciando da parte Francesco che è sicuro che circoli Satanasso in persona che abbiamo sempre sognato di intervistare. Prima osservazione.

La cattiveria e la bontà umane vanno d’accordo con la meteorologia. La politica anche: ieri notte si è diffusa la catastrofica notizia di una nuova variante – che merita il nome di mutazione del maledetto Covid – ed è un’altra bestiaccia. Per cui di colpo è crollato il prezzo del petrolio grezzo nella previsione di un arresto planetario della produzione industriale e una serie di studi di mosse e contromosse per arginare popolazioni affamate, popolazioni terrorizzate e sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Questa la parola chiave: capro espiatorio. Se qualcosa di male accade, di qualcun altro deve esserci una colpa. Idea: uccidiamolo fra atroci torture. morti viventi e i viventi che potrebbero morire, come accadde con la prima grande peste del XIV Secolo descritta da Giovanni Boccaccio che cambiò lo stato del mondo, del bene e del male, dell’economia, della poesia, della politica, della letteratura, del commercio, della grandezza dei fiumi.

Che cosa era successo? Una sciocchezza: era finito il mezzo millennio di surriscaldamento del pianeta che aveva liquefatto tutti i ghiacci e ghiacciai e iceberg, era tornato il freddo, anzi il gelo, il grano moriva, le bestie morivano e un terzo dell’umanità morì di fame e di peste che derivava dal non smaltibile accumulo di cadaveri e carogne in tutto il mondo. Avvenne quasi di colpo: con Dante, andava ancora bene. Con Boccaccio, arrivo del morbo, fine della già dimenticata felicità, la fine del paradiso terrestre del mondo caldo, caldissimo, molto più caldo di oggi, quando si coltivavano uve rarissime vicino al Polo Nord e le popolazioni dei ghiacci, come nel Trono di Spade, non trovandosi più davanti al naso muri di ghiaccio e orsi affamati, poterono finalmente scendere a vele spiegate sull’Islanda, la Groenlandia, e poi sulle isole inglesi in cui – come racconta drammaticamente Winston Churchill nel primo volume della sua Storia dei Popoli di Lingua Inglese, non rimase traccia di una sola parola di latino, fu spazzato via tutto ciò che era appartenuto all’antica preda del console Britannicus quando ancora “Britannia” non comandava sulle onde e sui popoli.

Era un mondo che moriva, e non c’erano i dinosauri. C’erano i cristiani, c’erano i musulmani, gli ebrei, i pagani e forme di società tribali sanguinarie. Cambiò la cattiveria, la distruttività, la capacità di progettare anche se i nuovi venuti dal nord furono chiamati Normanni e fecero castelli bellissimi e Federico II talmente s’appassionò al gioco di creare una lingua italiana artificiale e per poco non ci riuscì con un gruppo di poeti pazzi come Ciullo d’Alcamo.

Rischio: quello che i lettori, specialmente quelli con uno zainetto politico omologato da portare come una seconda parte di sé, potrebbero obiettare che qui si raccontano favole, per favore parliamo di cose serie. Basta partire da due date facili: dall’incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800, alla morte di Dante, visto che siamo di settecentenario, 1321. Mezzo migliaio di anni. Che accadde? Un caldo da far paura, altro che l’ultima estate. Dove correvano tutti quei pinguini? Come mai i vichinghi si erano piazzati nella lussureggiante Terra Verde, la Green Land o Groenlandia e facevano legna per le flotte con cui traversavano un braccio di mare abbastanza corto e si insediavano in Canada?

E poi, con Dante, come sanno gli scolari, vennero Petrarca e Boccaccio. Boccaccio ci interessa, per la peste. Lasciando da parte il Decamerone – un Netflix animato in una lontana cascina per proteggersi in quarantena contro la peste, e godersi gioie proibite – Boccaccio fu anche un eccellente cronista. Mi è capitato di leggere in inglese la relazione di Boccaccio sull’arrivo a Messina di navi provenienti dall’Oriente e che portavano con i topi e le pulci la peste nera che si abbatté rapidamente sull’umanità eliminandone un terzo e cambiandone per sempre tutti gli aspetti civili, religiosi, politici, letterari. La peste arrivò in seguito – non scriviamo “a causa” – di un evento climatico: la Terra, il nostro grazioso pianetino blu passato alla svelta dal caldo al freddo. Arrivò una piccola micidiale glaciazione. Le meravigliose terre ai confini del polo che davano i vini più dolci e la Groenlandia che era piena di paesini di pietra, chiese di pietra e grandi montoni che rifornivano di pelle tutta Europa, si congelò nell’orrore universale. Un papa finanziò una spedizione per andare a indagare perché i cari fratelli di Groenlandia non dessero più notizie: «Sono tutti morti congelati nelle loro case e chiese, con le bestie senza trovare la forza di saltare su una barca e tentare la fuga». «Preghiamo rispose il papa, affinché il maledetto ghiaccio liberi le nostre terre amate e i cristiani che le abitavano». Poi passano i secoli e compaiono titoli brutali: «Si sta fondendo il ghiaccio della Groenlandia e di tutte le terre che fanno da ponte fra America ed Europa: è un disastro». Alla piccola Greta, sempre più pop, cercando finché possono di tenerle nascosto l’evento.

Secondo punto. Compratevi se già non l’avete letto Il Capro espiatorio di René Girard, in Italia presso Adelphi, sul telefonino a sette euro, che è un testo sconvolgente in cui si radunano tutte le notizie, vere o fantastiche ma di numerosi autori fra loro ignoti che narrano come l’umanità fosse traumatizzata dalle epidemie che provocarono quarantene e lockdown talvolta ispirati alla segregazione razziale anche perché – come ti sbagli – a fare le spese della peste e del vaiolo, erano sempre gli ebrei accusati di avvelenare pozzi e fiumi con miscele torbide e putride e venefiche loro fornite da gruppi di cristiani loro complici. Molte delle notizie che oggi circolano sul grande complotto dietro il Covid sono del tutto simili, anche se oggi la parola “Ebrei” è stata parzialmente sostituita da “Multinazionali” che ne sono in parte l’up-grade. Ma non perdiamo di vista il filo conduttore: la temperatura. Secondo filo: la fragile e mostruosa capacità umana di dedicarsi alla distruzione dei suoi simili.

Detto di passaggio ma mica tanto, quando andai in Africa alle radici della nascita del mercato che trasferì in America milioni di africani venduti ai mercanti francesi, inglesi, spagnoli e olandesi, appresi che c’erano dei trafficanti portoghesi che acquistavano nell’Africa lusitana popoli interi di tribù prigioniere di re africani, i cui componenti sarebbero stati messi a morte secondo una cerimonia rituale. Lo stesso facevano i romani quando trascinavano intere popolazioni sotto di loro. Archi di trionfo per poi rifornire i denti del parco belve del Colosseo o risolvere il problema dell’illuminazione notturna delle strade consolari con torce umane impiastrate di grasso e dunque di lunga durata. L’uso del fuoco per uccidere con lentezza da bagnacauda, era estremamente popolare ed ammirato: il cronista che descrisse l’agonia di Giordano Bruno tra le fascine di Campo de’ Fiori scrisse che “il corpo era grasso ed ardeva allegramente”. Quando Thomas More, il celebrato Tommaso Moro amico di Erasmo da Rotterdam che per lui scrisse l’Encomion Moriai, maltradotto come “Elogio della pazzia” mentre si trattava di gioco di parole per alludere all’elogio di Moro (“Moriae”), bene: lo stesso Thomas, ancora al solerte servizio del suo re Enrico VIII prima che quello si incaponisse con Anna Bolena, provvedeva personalmente a caricare di legna i cestoni di ferro in cui venivano cotti gli eretici i quali si vedevano negare o favorire una morte più veloce implorando: “Più legna, sir Thomas, più legna, in nome di Dio, stiamo soffrendo troppo”.

Tornando in America, il cerino in mano di nazione schiavista è rimasto agli Stati Uniti che, in quanto nazione libera, non acquistò più schiavi ai mercati arabi e africani (salvo alcune imprese di pirateria di sottocosta) mentre le nazioni che introdussero e alimentarono fino alla fine lo schiavismo in America furono prima di tutto i portoghesi, poi gli spagnoli, poi a pari merito francesi e inglesi. Le tredici colonie americane avevano una dotazione di personale servile (schiavi) per usi agricoli che i land-owner di Dixieland (i futuri Stati Confederati della guerra civile americana) erano convinti di trattare con eccellente welfare. visto che davano loro tetto, lavoro, cibo, medicine e – negli Stati più avanzati – l’accesso ad alcune chiese cristiane – ancora oggi a prevalenza nera come gli Episcopali – con tutela delle unità familiari e la protezione delle donne dal diritto padronale di stupro.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Una passeggiata nella storia. Quello che Greta Thunberg non vuole farvi sapere: la terra era calda, col freddo arrivò la peste. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. Nel precedente articolo ho ricordato ciò che è scritto su tutti i libri di storia ma che si finge non sia mai accaduto: per mezzo millennio, fra Carlo Magno e Dante il pianeta terra si riscaldò molto di più di quanto sia bollente oggi e prosperò in uno dei periodi più fecondi e di maggior progresso. Questa storia è interessante sia perché ci riguarda da un punto di vista cronologico, sia perché è anche la storia di una verità coperta. Se si fa credere oggi che il buon pianeta terra si sia arroventato per colpa dei bipedi umani che soffiano anidride carbonica come neanche i vulcani sanno fare e che per colpa loro stiamo andando incontro la più grande catastrofe della storia planetaria, si deve omettere per forza l’approfondimento su ciò che con pudore viene chiamata l’ “anomalia del medioevo”, una curiosa bizzarria di cui sarebbe meglio non parlare altrimenti Greta si arrabbierebbe.

La bizzarria non era affatto tale visto che è soltanto quella più recente e non risale ai tempi dei dinosauri ma dell’Europa più o meno come la conosciamo oggi. Ho già ricordato che la Groenlandia era la Green Land ovvero la terra verde coperta dalle foreste con cui si costruivano le navi vichinghe dirette in Canada e che tutti i suoi abitanti cristiani erano crepati di freddo, ancora visibile attraverso le lastre di ghiaccio di quella terra. Ma se aprite i giornali scoprirete che spurgano urla di dolore perché, orrore degli orrori, in Groenlandia si stanno scongelando i ghiacciai. Non si scongelano soltanto i ghiacciai della Groenlandia ma anche quelli del circolo polare, tant’è che tutte le nazioni interessate ai minerali si sono catapultate sui mari che erano coperti di ghiaccio e si minacciano fra loro con navi armate e diplomazie minacciose. Ma la cosa forse più interessante e istruttiva per noi non è che cosa accadde durante il mezzo millennio di caldo quasi tropicale, ma ciò che successe quando il caldo finì. Le masse dei poveri a quell’epoca si nutrivano soltanto di pane, o comunque cibo fatto con dei cereali che non erano esattamente come i nostri che si potevano coltivare durante il caldo quasi ovunque sfamando milioni di persone. Poi arrivò una prima estate con piogge e grandine anche a giugno e a luglio, mentre ad agosto sembrava già Natale. E allora accadde che i grani non maturarono e marcirono e le strade si riempirono di morti perché a quell’epoca si moriva di fame per strada.

Nell’indifferenza generale, il freddo portò la peste e la peste distrusse quasi un terzo dell’umanità arrivando per nave a Messina coi corpi dei marinai, dei topi e delle pulci e provocando delle reazioni spropositate di cui non abbiamo memoria diretta. Si può leggere il famoso saggio di René Girard Il capro espiatorio per avere un’idea delle reazioni di allora per farne un modesto paragone con le reazioni di oggi. Gli esseri umani sono sempre stati abituati a cercare chi perseguitare come responsabile di ciò che accade. infastidendolo e anche uccidendolo. In genere a fare da capro espiatorio bastavano gli ebrei che erano stati accusati anche in quella occasione di avere avvelenato fiumi e pozzi e pagarono questo inesistente delitto con soppressioni di massa e omicidi rituali, nel consenso pressoché unanime di tutti i persecutori e senza che questi eventi lasciassero alcuna traccia etica nella storia ma soltanto dei verbali di tribunale tuttora esistenti, rintracciabili e leggibili. La peste provocò un rilancio della caccia alle streghe e nei processi in cui le donne venivano condannate ad ardere vive in mezzo alla piazza nessuno dubitava, neppure le condannate pienamente confessa, dell’esistenza della stregoneria, dei sabba col demonio con cui le imputate confessavano di avere sempre avuto rapporti carnali benché in una dimensione da sogno, e tutti trovavano ciò perfettamente normale.

La normalità del male era granitica, senza scalfiture né dubbi. Cosa che a noi oggi riesce difficile da comprendere ma soltanto perché abbiamo rivisto qualcosa di simile con la shoah, un evento in cui sei milioni di ebrei sono stati liquidati perché si erano accoppiati sia col demonio del capitalismo che con quello della rivoluzione sovietica, e comunque qualcuno doveva pur pagare per la incomprensibile sconfitta della Germania alla fine della Prima guerra mondiale, quando i tedeschi stavano vincendo e di colpo furono costretti ad arrendersi. La politica i politici non hanno tempo da perdere per leggere libri e studiare la storia. E questo è grave. Ma ciò che accade oggi col Covid e con le furiose consorterie che si creano, le leggende torbide, gli auguri di morte, le maledizioni e le urla, l’uragano di insulti e di escrementi che passa attraverso internet e i social, sono la dimostrazione evidente ed eloquente del fatto che l’essere umano contiene al proprio interno non soltanto un vago orientamento sul bene e il male ma anche una scatola nerissima che lo porta ad agire nelle direzioni che noi consideriamo irrazionali o come si dice ormai frequentemente di pancia, per cui far prevalere il buon senso scientifico, la logica, la statistica, la realtà nel suo complesso, è praticamente impossibile.

Ciò che prevale è ormai la narrazione, traduzione dall’inglese the narrative, che vuol dire appunto la prevalenza del racconto fantastico sul resoconto autentico di come stanno le cose. Il Trecento, inteso come l’enigmatico quattordicesimo secolo, fu spaccato fra il pensiero dantesco che si occupava delle donne che hanno intelletto d’amore, e quello del Boccaccio cronista della peste. Ma non ci fu soltanto la peste. Ci furono stragi reattive ovunque, una depressione crescente e una serie di riti che sostanzialmente miravano tutti alla caccia del colpevole, il quale non era colpevole di nulla e per questo veniva chiamato il capro espiatorio, la vittima sacrificale che paga per la collettività e che con il suo sangue, ecce “agnus dei qui tollis peccata mundi”, riscatta dal male e apre le porte del paradiso ovvero quelle della vita.

Passate le ondate di peste il mondo si raffreddò raggiungendo le soglie di una piccola glaciazione che spazzò via ogni germoglio di cereale sui terrazzamenti le, le colline, le montagne. Terminata la peste, constatate le perdite, guardato il termometro che ancora non esisteva ma si riconosceva nella ridottissima produzione dei frutti, i superstiti si riorganizzarono, fecero tesoro del fatto che la strage aveva lasciato ai superstiti molto posto e molte risorse, e il mondo ripartì.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

La storia nascosta. Influenza spagnola, storia della grande pandemia del ‘900 che fu rimossa e censurata. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Quello che successe 1918 e il 1920 con la furia della febbre cosiddetta spagnola che uccise più del doppio dei morti nelle due guerre mondiali, è stato completamente rimosso e dimenticato. Anche perché quando quella febbre arrivò addosso ai soldati americani che si erano infettati nei campi di addestramento del Kentucky prima di salire sulle navi che li avrebbero sbarcati in Francia per combattere a fianco degli inglesi e dei francesi il nemico tedesco, i comandi militari di tutte le nazioni in guerra furono d’accordo nel decidere che le notizie sulla epidemia non dovessero essere date in pasto alla stampa e l’opinione pubblica e fu così che essendo la Spagna uno dei pochi paesi fuori dal conflitto, chi per caso lesse i giornali spagnoli apprese da quelli che nella penisola iberica infuriava un morbo sconosciuto dal resto del mondo appunto era esattamente il contrario: il resto del mondo aveva il morbo e il morbo aveva infettato anche la Spagna prima di devastare l’Africa, l’Asia, l’Australia e poi tornare rinvigorito nel Sud America e finalmente negli Stati Uniti da cui aveva avuto origine.

Le notizie su quella peste di un secolo fa furono vietate con la censura militare in tutti i paesi che avevano combattuto da una parte o dall’altra la grande guerra anche dopo la fine della guerra. Mentre erano in corso le faticose trattative di Versailles la peste colpì anche il presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson che nel 1919 si era trasferito a Parigi. Wilson aveva portato in Europa la sua utopistica idea di assicurare a ogni etnia una patria e una bandiera, cosa che provocò reazioni violente e truculente, rivolte, rivoluzioni, massacri, pogrom, colpi di Stato nei paesi che, come l’Italia, erano entrati in guerra soltanto per ottenere vantaggi territoriali, asfaltando la strada di Mussolini e di Hitler per ragioni inverse e coincidenti. Il presidente americano si ammalò gravemente di febbre spagnola, che gli provocò un ictus e un’ischemia per cui al risveglio dopo una incerta guarigione si ritrovò orribilmente diverso.

Lo racconta l’economista Keynes che faceva parte della delegazione inglese alle trattative di Parigi e che fuggì scandalizzato scrivendo in un libro la facile previsione: l’intervento di Wilson a sostegno del primo ministro francese Clemenceau che voleva lo smembramento dei popoli di lingua tedesca caricati di un debito insostenibile che conteneva anche il costo delle pensioni militari del Regno Unito oltre al mantenimento del distaccamento militare francese che occupava mezza Germania in cui si moriva letteralmente di fame per strada come accadde col raffreddamento anomalo del XIV Secolo, avrebbe certamente portato a una nuova guerra. Quello dell’epidemia e della follia di Wilson e delle reazioni popolari fu un caso non casuale, utile per dare un’idea di come le epidemie possano determinare gli eventi umani. L’assetto del mondo così come ci appare sotto gli occhi oggi è pervaso da una sua interna complessità che pochi sembrano in grado di volere affrontare, chiarire appunto, prima che una nuova catastrofe pandemica e bellica si abbatta sull’umanità del nostro secolo. Quel che sta accadendo alle frontiere bielorusse e polacche e in Lituania da una parte e il forte rialzo delle corde vocali dei colloqui via Internet tra Putin e Biden promette guerra. L’atteggiamento giustamente inflessibile ma altrettanto rischioso dell’Unione Europea anche. Le parole del presidente cinese non sono da meno, così come quelle del governo di Canberra. Così come quelle del governo di Tokyo. Così quelle del governo indonesiano. I venti di guerra hanno soffiato tante volte nel corso degli ultimi ottanta anni ma poi si sono spenti senza che il fuoco si accendesse. Negli anni Ottanta si dava per scontata la guerra fra Unione Sovietica e Cina comunista lungo la frontiera del fiume Ussuri che poi non ci fu. Ma altre cento piccole e medie guerre hanno corroso la pace e la percezione della differenza fra pace e guerra. Nessuno è in grado di dire come andranno le cose, ma nessuno sarà neppure in grado di dire come si svilupperanno sentimenti e risentimenti e quali “capri espiatori” verranno chiamati sull’altare del coltello e del fuoco.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Facebook. MonolituM:

“Manzoni non l’aveva vista, la peste, ma aveva studiato documenti su documenti.

E allora descrive la follia, la psicosi, le teorie assurde sulla sua origine, sui rimedi.

Descrive la scena di uno straniero (un “turista”) a Milano che tocca un muro del duomo e viene linciato dalla folla perché accusato di spargere il morbo.

Ma c’è una cosa che Manzoni descrive bene, soprattutto, e che riprende da Boccaccio: il momento di prova, di discrimine, tra umanità e inumanità.

Boccaccio sì che l’aveva vista, la peste.

Aveva visto amici, persone amate, parenti, anche suo padre, morire. E Boccaccio ci spiega che l’effetto più terribile della peste era la distruzione del vivere civile.

Perché il vicino iniziava a odiare il vicino, il fratello iniziava a odiare il fratello, e persino i figli abbandonavano i genitori.

La peste metteva gli uomini l’uno contro l’altro.

Lui rispondeva col Decameron, il più grande inno alla vita e alla buona civiltà.

Manzoni rispondeva con la fede e la cultura, che non evitano i guai ma, diceva, insegnavano come affrontarli.

In generale, entrambi rispondevano in modo simile: invitando a essere uomini, a restare umani, quando il mondo impazzisce.”

Nostradamus, 2021 anno drammatico. Cosa succederà dopo la pandemia: l'evento che sconvolgerà il mondo. Libero Quotidiano il 21 luglio 2021. Il 2021 potrebbe essere peggio del 2020. Dopo la pandemia di coronavirus potrebbero esserci altri drammatici eventi secondo le previsioni di Nostradamus, pseudonimo di Michel de Notre-Dame che nel 1555 pubblicò il libro "Le Profezie" dove predisse una serie di avvenimenti che si sarebbero verificati nei secoli a venire. E spesso le sue previsioni si sono avverate.  Oltre all'emergenza sanitaria, secondo Nostradamus, potrebbe arrivare una sciagura ancora più devastante: "Dopo una grande angoscia per l'umanità, se ne prepara una ancora più grande", scrive il filosofo preveggente. Che parla di un cambiamento climatico e una tempesta solare proprio nel 2021: "Vedremo l'acqua salire e la terra cadere sotto di essa". Secondo Nostradamus, inoltre, ci sarà un grande terremoto il 25 novembre 2021 lungo la faglia di San Andreas in California. E ancora potrebbe cadere un asteroide sulla Terra. E ci potrà essere una guerra o comunque un problema di tensione internazionale: "A causa della discordia e della negligenza francesi, ai maomettani verrà data una possibilità. Il porto di Marsiglia sarà coperto di barche e vele". Tutti eventi che potrebbero avvenire quest'anno. Su altri avvenimenti Nostradamus ha avuto ragione, come l'assassinio del presidente Kennedy, le due guerre mondiali, la sconfitta di Donald Trump alle elezioni americane e appunto la pandemia del coronavirus. Molte delle sue previsioni si prestano a diverse interpretazioni, quello che è certo è che il 2021 sarà un anno drammatico.

Dopo il coronavirus, il "B Virus" delle scimmie: "Primo uomo morto al mondo", come si è contagiato. Libero Quotidiano il 19 luglio 2021. Dopo il coronavirus, il vaiolo delle scimmie? Il nuovo allarme arriva dalla Cina, dove è morto il primo uomo contagiato dal Monkey B Virus (BV). Si tratta di un virus simile al vaiolo, ma meno grave. La prima vittima, come riporta il Messaggero, è un veterinario di Pechino di 53 anni che lavorava in un istituto di ricerca sui primati non umani. La sua identità non è ancora stata resa nota, ma a quanto si apprende aveva accusato i primi sintomi di nausea e vomito un mese dopo avere dissezionato le carcasse di due scimmie a inizio dello scorso marzo. Il vaiolo delle scimmie è noto da decenni agli esperti: isolato per la prima volta nel 1932, si tratta di un alfaherpesvirus enzootico nei macachi del genere Macaca che può essere trasmesso per contatto diretto o attraverso lo scambio di secrezioni corporee. Il veterinario, scrive il settimanale in lingua inglese del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, aveva cercato di curarsi in numerosi ospedali ma è deceduto lo scorso 27 maggio. Secondo il settimanale, prima di questo decesso non erano stati rilevati nel Paese casi di mortali o clinici di BV. Si tratterebbe dunque del primo caso di infezione umana, dopo che ad aprile una analisi del liquido cerebrospinale del veterinario aveva confermato l'infezione. Fortunatamente, almeno per ora, i test effettuati sulle persone con cui la vittima aveva avuto stretti contatti, non avrebbero dato esito positivo.

Da ilmessaggero.it il 19 luglio 2021. Il vaiolo delle scimmie miete la sua prima vittima. E' accaduto in Cina, dove è morto il primo paziente affetto dal cosiddetto Monkey B Virus (BV), un virus simile a quello del vaiolo ma meno grave. Si tratta di un veterinario di Pechino di 53 anni che lavorava in un istituto di ricerca sui primati non umani.

Vaiolo delle scimmie, morto il primo paziente affetto dal virus. La notizia, pubblicata sabato dalla stampa cinese, è stata ripresa oggi dai media occidentali. L'uomo, la cui identità non è stata resa nota, aveva accusato i primi sintomi di nausea e vomito un mese dopo avere dissezionato le carcasse di due scimmie, all'inizio di marzo. Secondo il settimanale in lingua inglese del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, il veterinario aveva cercato di curarsi in numerosi ospedali ma è deceduto lo scorso 27 maggio. 

I casi. Il settimanale sottolinea inoltre che prima di questo non erano stati rilevati nel Paese casi di mortali o clinici di BV, quindi si tratta del primo caso di infezione umana del virus identificato finora in Cina. Un’analisi del liquido cerebrospinale del veterinario eseguita ad aprile aveva confermato l'infezione, mentre i test effettuati sulle persone con cui ha avuto stretti contatti hanno dato esito negativo. Isolato per la prima volta nel 1932, il virus è un alfaherpesvirus enzootico nei macachi del genere Macaca, può essere trasmesso per contatto diretto o attraverso lo scambio di secrezioni corporee.

“Plastisfera”: da qui verrà la prossima pandemia? Francesca Salvatore su Inside Over il 24 marzo 2021. Sia sulla terra che sul mare, i rifiuti di plastica sono talmente diffusi che alcuni ricercatori hanno persino proposto di etichettarli come una caratteristica “naturale” dell’Antropocene.

“Plastisfera”, una definizione. Nel 2013, studiando al microscopio i rifiuti plastici oceanici, un team di scienziati della Woods Hole Oceanografic Institution, la più grande istituzione privata di ricerca oceanografica del mondo, scoprì che questa gragnola di isole di plastica era abitata da microorganismi diversi da quelli che proliferano normalmente in acqua. Croce e delizia della modernità, la plastica è in grado attrarre forme di vita non visibili ad occhio nudo. Per questa ragione la scienza ha battezzato come plastisfera l’ecosistema che si sviluppa sul materiale plastico presente nei mari e negli oceani. Questi aggregati di rifiuti, oltre ad essere dannosi per la fauna e la flora marina e per intera catena alimentare, sono in grado di divenire habitat di microrganismi potenzialmente dannosi, quali batteri, alghe e virus. Dagli anni Novanta ad oggi gli studi in questo senso sono andati moltiplicandosi, soprattutto in seguito alla scoperta del Pacific Trash Vortex, la gigantesca isola di plastica che fluttua nel Pacifico. I primi a lanciare l’allarme a questo proposito sono stati tre studiosi– Linda A. Amaral-Zettler, Erik R. Zettler & Tracy J. Mincer- che, attraverso micrografie elettroniche a scansione, si sono imbattuti nella complessa geografia della vita microbica sulle superfici abrase e porose di pezzi di plastica invecchiati e alterati dagli agenti atmosferici negli oceani. Si tratterebbe di una vera “barriera microbica” cioè di un ecosistema completo di predatori e prede, organismi che fotosintetizzano per produrre energia dalla luce (simile alle piante sulla terra) e persino parassiti e organismi potenzialmente patogeni dannosi per invertebrati, pesci e esseri umani. Le comunità della plastisfera sono distinte da quelle circostanti acque superficiali, il che implica che la plastica funge da nuovo habitat ecologico nell’oceano aperto. Una biodiversità sorprendentemente elevata, con oltre 1.000 tipi di microbi su residui di soli 5 mm o meno di diametro. Il problema della plastisfera risiede nella lunghissima durata dei materiali di cui è composta: i microbi che proliferano al suo interno possono essere trasportati poi per lunghe distanze, rendendoli una potenziale fonte di specie invasive.

Una possibile bomba batteriologica. Ciò che sconvolge la comunità scientifica è che nella plastisfera si trovano organismi che non si incontrano normalmente nell’oceano aperto come il genere Vibrio. La maggior parte dei Vibrio non sono nocivi, ma alcune specie possono sono tuttavia in grado di giocare un ruolo importante nella patologia umana, e tra di essi il più rilevante è sicuramente Vibrio cholerae, agente eziologico del colera, la terribile tossinfezione dalla quale buona parte del mondo in via di sviluppo non si è emancipata. Nel 2019, una nuova allarmante scoperta ha superato la precedente: mentre studiavano i batteri trovati sui rifiuti di plastica al largo delle coste dell’Antartide, gli scienziati hanno scoperto che questi batteri erano resistenti agli antibiotici quanto i batteri più resistenti presenti negli ambienti urbani. Le plastiche restano nell’ambiente molto più a lungo rispetto ai materiali biodegradabili come il legno, sono capaci così di percorrere grandi distanze in molto tempo. Secondo Tracy J. Mincer, inoltre, il «passaggio digestivo» delle microplastiche attraverso gli animali marini, fornisce un boost di nutrienti ai patogeni della plastisfera rendendoli invincibili. Ulteriori analisi condotta invece al largo della costa belga hanno rilevato, invece, patogeni per l’uomo come E.coli, Bacillus cereus e Stenotrofomonas maltofilia: i primi due sono strettamente collegati a note tossinfezioni alimentari, mentre il terzo è uno dei più comuni batteri che causano infezioni polmonari, soprattutto in soggetti dai polmoni compromessi, spesso multiresistente agli antibiotici. Come prevedibile, anche altre porzioni dell’idrosfera non sono esenti dalle conseguenze batteriologiche dei rifiuti plastici: i generi Pseudomonas e Aeromonas, sono stati associati a plastiche fluviali, le più interessate nel trasporto di patogeni; i primi sono responsabili di infezioni osteoarticolari, polmoniti ed endocarditi e sono resistenti alla maggior parte degli antibiotici, gli altri sono coinvolti in infezioni di ferite e in gastroenteriti, ma almeno non multiresistenti. I rifiuti plastici, inoltre, non sono solo un habitat favorevole per virus e batteri ma anche per numerose altre specie. Nel 2017, appena sei anni dopo che lo tsunami aveva devastato le coste del Giappone e causato l’incidente a Fukushima, gli scienziati americani scoprirono circa trecento specie di invertebrati sulla costa occidentale degli Stati Uniti che non erano mai state rilevate prima. Queste creature avevano attraversato il Pacifico sui detriti messi in moto dallo tsunami: queste specie straniere trapiantate artificialmente da un ecosistema all’altro possono diventare invasive e le plastiche oceaniche sono la loro “autostrada”.

L’ombra del futuro. Comunemente associati ad un inquinamento fisico e chimico, e alle implicazioni sulla fauna marina e sulla catena alimentare, i rifiuti plastici alla deriva non sono mai stati inquadrati nell’ottica di un possibile pericolo batteriologico. L’attenzione sugli eventi pandemici scatenatasi nell’ultimo anno ha portato alla ribalta studi e teorie precedentemente trascurate perché catastrofiste: ora è su questi dati e su queste ricerche che il mondo della scienza ha intenzione di puntare per premere sulla produzione di plastiche maggiormente ecocompatibili e sulla riduzione drastica della plastica monouso: ma come con la pandemia da Covid-19, il più grande ostacolo alla realizzazione di risultati e misure precauzionali condivise è e sarà il carattere transnazionale dell'ottavo continente.

Contagious, il film che aveva "predetto" il Covid. Ma non è il solo. Contagious è un film che porta sullo schermo una realtà distrutta dal diffondersi di un virus: tuttavia la pellicola con Arnold Schwarzenegger non è l'unico che sembra aver predetto diffusione, sintomi e restrizioni legate al coronavirus. Erika Pomella - Ven, 26/03/2021 - su Il Giornale.  Contagious - Epidemia Mortale è il film del 2015 che andrà in onda questa sera, a partire dalle 21.15 sul canale Italia 2. Presentato in anteprima al Tribeca Film Festival, Contagious rientra nel genere di film che pongono lo spettatore davanti alla minaccia di un virus in grado di distruggere l'umanità.

Contagious - Epidemia mortale, la trama. In una Terra post-apocalittica, l'umanità si è in qualche modo inginocchiata davanti all'ascesa di un virus chiamato Necroambulist, che ha portato gli esseri umani a trasformarsi in creature molto simili agli zombie. Tuttavia, nonostante questa minaccia, la società civile ha continuato ad andare avanti. Nelle grandi città ci sono rigidissime regole e restrizioni, compreso il coprifuoco notturno, per evitare di alzare il numero dei contagi e, dunque, dei morti. Maggie Vogel (Abigail Breslin) è una giovane che è stata morsa al braccio e, per questo, viene trasportata in ospedale, dove le viene confermato che l'infezione sta dilagando all'interno del suo corpo. Nonostante questo a Maggie viene permesso di tornare a casa con suo padre Wade (Arnold Schwarzenegger), in modo da poter passare quanto più tempo possibile insieme, prima che arrivi il momento fatidico in cui Maggie perderà la sua umanità e diventerà l'ennesimo zombie da abbattere.

Come Contagious, tutti i film che sembrano aver predetto la pandemia. È naturale che, visto il momento storico che il mondo sta attraversando da un anno a questa parte, quando nelle pellicole si affronta un'epidemia o un virus, l'immaginazione dello spettatore paragoni quello che vede sullo schermo con quello che vede fuori dalle sue finestre. Contagious - Epidemia mortale rientra in quel genere di film che, con la realtà della pandemia, ha davvero molto in comune. Sebbene il virus del film abbia il potere di tramutare le persone in zombie, alcune dinamiche che si vedono nella storia di Wade e Maggie sono quelle che in molti sono costretti ad affrontare giorno dopo giorno: il lockdown, la quarantena, il coprifuoco notturno. Volendo spulciare nella storia del cinema moderno, non è difficile trovare film che sembrano aver in qualche modo "predetto" la pandemia che sta ancora imperversando nelle strade di tutto il mondo. Un esempio è 1975: occhi bianchi sul pianeta terra. Tratto da un romanzo breve di Richard Matheson, il film racconta di un virus venuto dalla Cina che ha lasciato le città vuote e deserte, mentre il protagonista è alle prese con la speranza di poter utilizzare un vaccino sperimentale per poter curare il male dilagante. Dallo stesso racconto di Matheson, è stato poi tratto Io sono leggenda, film uscito nel 2007 con la regia di Francis Lawrence che vede Will Smith indossare i panni del protagonista. Oltre al contesto post-apocalittico generato dal virus e alla solitudine del protagonista, Io sono leggenda ha parlato anche della disinformazione che ruota intorno all'esplosione della pandemia. Nel film, infatti, ci sono molte scene di telegiornali e fonti di informazione con narrazione falsificate su quello che sta accadendo nelle strade. Il che, naturalmente, spinge a pensare immediatamente alle fake news che hanno popolato soprattutto i social a inizio pandemia. Sull'argomento è intervenuto lo stesso Will Smith che, apparendo come ospite a Red Talk, ha parlato proprio di Covid e di cattiva informazione, sottolineando di sentirsi responsabile proprio perché aveva preso parte a Io sono leggenda. L'attore, diventato famoso con la serie Willy il principe di Bel-Air, ha detto: "Ho voluto essere presente perché ho fatto il film "Io sono leggenda". Perciò in un certo senso mi sento responsabile per molta disinformazione. Mentre mi stavo preparando per il ruolo ho avuto la possibilità di andare al centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, grazie al quale ho sviluppato una comprensione di base delle nozioni fondamentali che riguardano virus e agenti patogeni, cosa che ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. Ci sono dei concetti fondamentali che le persone non riescono a capire... quindi quello che voglio adesso è avere l'opportunità di parlare delle basi, e poi di passare la parola agli esperti". Un classico del cinema che parla di pandemie è La città verrà distrutta all'alba, film di George Romero in cui una tranquilla cittadina viene scossa da un'epidemia che trasforma i cittadini in violenti assassini a causa di un virus contenuto nell'acqua. Elemento, quest'ultimo, che sarà poi ripreso dal film V per Vendetta. Nel film di Romero lo spettatore assiste a un'escalation sempre maggiore non solo di violenza, ma anche di paura. La cittadina viene chiusa e isolata dal mondo esterno e tutti devono sottoporsi a un controllo della temperatura corporea. È questa, infatti, che separa le persone sane da quelle infette. Oggi, nel mondo regolamentato dal Covid, è pressoché impossibile entrare in qualche luogo senza che prima non venga misurata la febbre, che deve tenersi sempre sotto al grado 37.5.

Il Covid invade anche la tv. Ecco tutti i film e le serie da guardare. Tra i film che parlano della pericolosità dei virus, si può citare Cassandra Crossing, film del 1976 con Sophia Loren e Richard Harris. La trama della pellicola ruota intorno a un virus che riesce a uscire dai laboratori delle sperimentazioni dell'OMS a Genova, portando alla morte repentina di tutti coloro che vi entrano in contatto. Ma, una delle pellicole più citate (e più viste) quando si tratta di pandemie è sicuramente 28 giorni dopo, che vede come protagonista l'attore Cillian Murphy, noto per aver interpretato Thomas Shelby in Peaky Blinders. Il film racconta di un virus che si diffonde a Londra dopo che alcuni animalisti hanno liberato degli scimpanzé geneticamente modificati. Il protagonista è un ragazzo che si sveglia dal coma 28 giorni dopo l'inizio della pandemia e trova una Londra ormai vuota, abbandonata dagli abitanti e presa d'assalto dagli infetti. Nel 2013, invece, arriva al cinema The Flu - Il contagio, una pellicola che ancora una volta posiziona nell'oriente la nascita di un focolaio di un virus che porta alla morte e che costringe il mondo a rivedere le proprie regole. A Budang, a Seul, in un camion che trasporta immigrati, vengono trovati i cadaveri dei clandestini. L'unico sopravvissuto è un giovane che viene preso dai trafficanti ma quando uno di questi si ammala, il ragazzo riesce a scappare, senza sapere di essere il veicolo di un virus che si trasmette per via aerea. Ben presto in città vengono costruite zone di quarantena e l'esercito comincia a vegliare nelle strade, affinché l'isolamento e le restrizioni vengano portate in atto da tutta la popolazione. Come nel caso del coronavirus, anche in The Flu, con il suo virus H5N1, i primi sintomi hanno a che fare con colpi di tosse. Intanto gli ospedali, sempre più pieni, cominciano a dare segno di cedimento, mentre il panico viene diffuso dai politicizzanti che spingono la popolazione a fare scorta di beni di prima necessità, assembrandosi nei supermercati, o cercando di scappare dalla città prima che il governo chiuda tutto. Azioni, queste, che somigliano molto a quelle viste nei telegiornali nel marzo 2020, all'inizio della pandemia da coronavirus. Come Contagious, anche Carriers-Contagio letale è un film che racconta una pandemia mettendo al centro della narrazione il tema della famiglia. In questa pellicola spagnola del 2009, il mondo è alle prese con una pandemia che sembra non lasciare scampo. Due fratelli decidono di mettersi in macchina per cercare di raggiungere il Messico, dove si spera ci possa essere una sorta di vaccino. Durante il viaggio, però, i due entrano in contatto con un padre e una figlia, entrambi infetti, con cui sono costretti ad affrontare il viaggio, con la mascherina a coprire le vie aeree. Il film che maggiormente sembra aver predetto la pandemia da coronavirus è però Contagion, il film di Steven Soderbergh del 2011, presentato al Festival di Venezia. Nel film - che vede un cast stellare che va da Matt Damon a Gwyneth Paltrow - il contatto tra un pipistrello e un maiale porta alla creazione di un virus che in poco tempo comincia a sterminare la razza umana. Proprio come il Covid-19, il MEV-1 si presenta come un virus che attacca il sistema respiratorio, provocando tosse, febbre alta e difficoltà nella respirazione. Tutti sintomi, questi, simili a quelli del coronavirus. L'unica differenza è che MEV-1 ha un grado di letalità decisamente maggiore, che porta i contagiati a delle morti veloci e irrefrenabili. Altri elementi in comune tra Contagion e la pandemia ancora in corso è la provenienza del virus: in entrambi i casi, si tratta di epidemie che vengono dall'Est. Il Covid viene da Wuhan, mentre il MEV-1 ha origine all'interno di un casinò di Hong Kong. In Contagion, inoltre, non mancano i riferimenti alle fake news e ai complotti: lo si vede bene nel personaggio interpretato da Jude Law, un blogger che per qualche like in più non solo si "accontenta" di fare cattiva informazione, ma arriva addirittura a inventarsi complotti e mentire su un medicinale in grado di debellare il male.

Virus e pandemia, sapevamo già tutto: quel convegno datato 2007. Spunta un opuscolo di 14 anni fa. Le previsioni sui virus e la crisi economica. Perché allora ci ha travolto? Giuseppe De Lorenzo Marco Gregoretti - Gio, 25/03/2021 - su Il Giornale.  Sapevamo tutto, o quasi. Eravamo consapevoli che l’onda pandemica sarebbe arrivata, forse non esattamente quando. Ma lo sapevamo. Da tre lustri viviamo con la certezza che il virus ci avrebbe colpito, avrebbe ucciso, avrebbe affossato le economie locali e mondiali, eppure non ci siamo preparati a dovere. “Fondamentale risulta la cosiddetta "preparedness", ovvero la capacità di reazione e gestione degli effetti di un evento pandemico”, si leggeva in un corposo opuscolo pubblicato da fior fior di esperti qualche anno fa. Era il 2007. Il dossier spunta da una vecchia cantina ed è l'emblema di come il mondo non abbia ancora imparato a trarre lezioni dal passato. Corsi e ricorsi storici, diceva Gian Battista Vico. Anche per le pandemie funziona un po’ così. Era l'11 ottobre di 14 anni fa a Milano, Centro Congressi Fondazione Cariplo, quando venne organizzato un convegno talmente attuale da far paura. Titolo: “Pandemia influenzale, Salute, Economia, Sicurezza”. Tra i relatori svettavano alcuni degli autori dell'inserto (“Pandemia: dall’influenza epidemica all’influenza pandemica”) pubblicato in quello stesso periodo dal Sole24Ore sul ruolo, i rischi e le responsabilità delle imprese in caso di una “probabilità concreta, anche se non desiderabile” che il mondo venisse investito da una pandemia. Ad ispirare quella ricerca erano state le notizie circolate un anno e mezzo prima, quando sui media non si parlava d'altro che del virus H5N1, più comunemente noto come “influenza aviaria”, un agente patogeno con un “tasso di mortalità superiore al 60% nei contagiati” (dunque molto più dell’attuale Sars-CoV-2) e senza “che sia possibile produrre un vaccino”. Le aziende erano così preoccupate dagli “oscuri presagi” provocati da quello spauracchio, poi “caduto nell’oblio”, da iniziare a pensare che forse il mondo avrebbe dovuto prepararsi al peggio. Scriveva infatti Mauro Moroni, dell’Istituto di Malattie Infettive e Tropicali, che “gli scienziati hanno pochi dubbi sul fatto che il futuro ci riservi una nuova pandemia influenzale” anche se “ancora non sanno quando si verificherà e da quale virus sarà provocata”. In fondo le pandemie sono eventi ciclici: nel 1918 la "Spagnola" (virus H1N1) uccise 50 milioni di persone; nel 1957 la "Asiatica" (H2N2) ne ammazzò 1-4 milioni; mentre nel 1968 l'ultima influenza, chiamata “Hong Kong” (H3N2), ne portò all’altro mondo 2 milioni. Ed essendo “passato troppo tempo dall’ultimo significativo evento pandemico”, per Marco Frey (Scuola Superiore Sant'anna di Pisa) “la guardia" doveva essere tenuta "alta”. Prima o poi ci sarebbe toccato di nuovo. Certo, il virus influenzale che si presumeva “più indicato nella prossima pandemia” era “il virus aviario A (H5N1)” e come ben sappiamo non è andata così. Eppure tutte le altre previsioni dell’opuscolo si sono verificate con una precisione quasi demoniaca. Si pensi agli effetti sociali ed economici del morbo. Nel lontano 2007 a preoccupare maggiormente erano l'assenteismo, il blocco dei processi produttivi e distributivi, la crisi del settore finanziario, della filiera agricolo-alimentare, dei trasporti e del sistema sanitario. Tutto quello che poi è effettivamente successo nel 2020 per colpa del virus "cinese". “La miglior difesa”, scriveva allora Paolo Tedeschi, sarebbe stata quella di “adottare una prospettiva cautelativa, ragionando per approssimazione a partire dal parente più prossimo” di ogni pandemia, “ovvero l’influenza stagionale”. In sostanza, dicevano gli esperti, se l'Italia e il mondo si fossero preparati ad affrontare un'ondata più aggressiva della normale influenza (che già di suo provoca morti, perdite economiche e pressione sul sistema sanitario), forse ci saremmo risparmiati un anno di lockdown, promesse non mantenute, blocchi, danni. In fondo, benché non riguardanti direttamente il coronavirus, di stime ne avevamo a bizzeffe. “L’impatto economico” della Sars nei paesi asiatici era stato valutato dal -0,6% al -2% del Pil. Inoltre a Toronto quel virus aveva già “comportato la quarantena di 15mila persone, l'abbandono del trasporto pubblico e l'implosione del sistema sanitario locale (anche a causa dell'elevato tasso di contagio proprio tra il personale sanitario)”. Notate analogie con i tempi moderni? Per l'Italia dal punto di vista economico le conseguenze di una pandemia erano state già calcolate sulla base di tre scenari: un danno “contenuto si attesterebbe sullo 0,6% del Pil, ovvero 8,5 miliardi di euro, un danno ‘medio’ a circa 28 miliardi (2% del Pil) mentre un impatto grave (6,5% del Pil) significherebbe perdite fino a 92 miliardi, pari cioè a quasi l’intero bilancio annuale del Servizio Sanitario Nazionale”. A conti fatti, avevamo messo in conto “riduzioni dei consumi a medio termine per alimentari, abbigliamento, turismo, ristorazione e trasporti”. Infatti è andata proprio così, e forse pure peggio: nel 2020 il calo del Pil è stato dell’8,8%. Non è tutto. “Sulla base delle precedenti" esperienze, gli esperti 14 anni fa calcolavano che “il livello di infezione” di una nuova pandemia aviaria si sarebbe attestato “tra il 25% e il 30% della popolazione, con un numero di ammalati in Europa compreso tra 114,8 e 137 milioni (da 14,6 a 17,5 in Italia), ed una mortalità pari a 1,1 milioni di decessi (in Italia circa 146.156 morti)”. A mettere i brividi non è solo quanto quelle stime si avvicinano a quanto registrato in questo ultimo anno (nel Belpaese la Covid-19 ha ucciso 105mila persone), ma il fatto che benché fosse tutto così “chiaro” sin dal 2007 il ministro Speranza e il Cts abbiano deciso di tenere “riservato” lo studio che confermava numeri simili per Sars-CoV-2. L’opuscolo, benché datato, diventa quindi oggi un atto di accusa drammatico contro chi, per errore o incapacità, negli ultimi 14 anni non ha fatto quanto in suo dovere. Mette con le spalle al muro chi non ha aggiornato il piano pandemico nazionale, chi ha scelto di non applicarlo, chi si è dimenticato di aggiornare le difese alle linee guida di Oms e Ue, chi ha spedito mascherine in Cina invece di incrementare le scorte, chi non ha preparato in anticipo un piano vaccinale, chi ha organizzato aperitivi sui Navigli, chi non è intervenuto in tempo per circoscrivere i danni sanitari, economici e sociali della pandemia. Il testo certifica pure come il mondo industriale, benché informato già dal 2007, invece di “partecipare a un progetto di prevenzione di un rischio pandemico” insieme alle istituzioni (addirittura si suggeriva un piano pandemico aziendale e scorte di antivirali), alle prime avvisaglie abbia cavalcato campagne come Milano (e Bergamo) non si ferma. Ma soprattutto il dossier smonta la retorica tanto cara al passato governo, cioè il racconto di una tragedia arrivata come un “cigno nero”. Non è così: sapevamo che sarebbe successo, eppure siamo finiti lo stesso “in balia della pandemia”.

 “La Peste” di Albert Camus e la sua attualità. Un parallelismo esemplare con il nostro tempo. Carlo Franza il 14 marzo 2021 su Il Giornale. La peste del Coronavirus stringe nella morsa l’Italia, l’Europa e il mondo intero. E’ una lotta  ìmpari. Gli Stati tutti in corsa a procacciarsi i vaccini, e taluni come l’Astrazeneca ci lasciano sgomenti e impauriti per ciò che producono. In questi ultimi giorni la somministrazione del vaccino Astrazeneca  ha provocato delle morti da nord a sud Italia, l’ultimo è di ieri sabato 13 marzo, un docente in provincia di Biella in Piemonte, Regione che ha così bloccato la somministrazione. Non si sa a che santo rivolgersi, ma vi assicuro che in parte la scienza ha fallito, visto gli svarioni dei virologi soprattutto italiani. Mi sono andato a riprendere dagli scaffali della mia libreria il romanzo “La peste” di Albert Camus, filosofo e giornalista francese, premio Nobel per la letteratura nel 1957.  Mi son detto, devo rileggerlo,  anche se avverto che  è  più una forma di autodifesa psicologica, considerato il periodo che da un anno a questa parte stiamo vivendo.  In questi giorni  vi è stata la  riedizione de “La Peste”(da Bompiani)  dello scrittore  francese  Albert Camus,  uno dei capolavori di uno dei maggiori esponenti della cultura del Novecento, e recensito in modo esemplare da Dario Roverato su “Strumenti Politici”.   Il romanzo descrive oggettivamente e quindi fa cronaca  vera, per il tramite del dottor Rieux, che, con disillusione dovuta ad una sorta di deformazione professionale, combatte con tenacia contro la peste che ha colpito Orano, una cittadina commerciale della costa algerina in cui “ci si annoia e ci si applica a contrarre delle abitudini” fino al giorno in cui le strade e le case vengono invase dai topi che portano la malattia. L’io narrante cede il passo ad un racconto in terza persona, tanto che solo alla fine si scoprirà che la voce narrante è il protagonista del racconto.  Provate a leggere  o  rileggere  -come sto facendo io- il romanzo, vi troverete calati in un mondo similare a quello che ormai stiamo vivendo da  dodici mesi  per via della Pamdemia Covid 19  che ha ammorbato l’intero mondo. “Dal momento che il flagello non è a misura d’uomo – scrive Camus – pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare”. Avvertirete gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti che abbiamo vissuto nei primi mesi dello scorso anno, facendoci coraggio l’un l’altro, pensando che presto sarebbe passato tutto, tanto che il “rinascerai- rinascerò” di Roby Facchinetti,  da Bergamo inondava gli animi  e  ci faceva ben sperare, nonostante quella sorta di bombardamento di informazioni cui eravamo sottoposti, e l’incredulità di un virus mortale. Sentite cosa troviamo nel romanzo di Camus: “Sembrava che i nostri concittadini avessero difficoltà a capire ciò che stava accadendo loro. Quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava i loro interessi. Nel complesso non erano spaventati, si scambiavano più battute che lamentele”. Nel romanzo di Camus  si legge che anche ad Orano le autorità si trovarono  completamente impreparate  a fronteggiare quell’onda lunga che stava per travolgere la città, tanto da assumere con ritardo ogni iniziativa di contenimento,  un po’ come avvenne da noi, in Italia. Proprio così. “Ne provavano fastidio o irritazione, e non sono questi i sentimenti che è possibile contrapporre alla peste”, prosegue Camus. Anche ad Orano arrivarono i “bollettini dei morti”,  dati che hanno tristemente scandito il rintocco delle ore 18 per mesi anche da noi, soprattutto durante il primo lock-down. Tutto avvenne senza consapevolezza e avvedutezza, tanto che non ci furono  più “destini individuali, ma una storia comune costituita dalla peste e sentimenti condivisi da tutti. La malattia, che in apparenza aveva costretto gli abitanti a una solidarietà da assediati, spezzava i legami comunitari tradizionali e abbandonava gli individui alla loro solitudine”. Anche noi ci siamo rinchiusi in casa  -anzi ci hanno rinchiuso  sia nel 2020 che ora nel 2021- , impauriti, infastiditi, non proprio consapevoli di cosa ci stesse   accadendo. Poi  la situazione è esplosa in tutta la sua gravità, con il dramma che ancora oggi entra nelle nostre case, e tabelle giornaliere  di numeri di ricoveri, terapie intensive e  morti. Esattamente come ad Orano, dove “i malati morivano lontano dalla famiglia e le veglie erano vietate”. Anche ad Orano “le bare cominciarono a scarseggiare, mancavano la tela per i sudari e lo spazio al cimitero. Ci si dovette ingegnare”. Ditemi voi se quanto scriveva Camus nel suo romanzo non è attualissimo. Più che attuale. E’ la nostra storia che si ripete come allora.  Prosegue Camus “Fu deciso di seppellirli di notte, il che dispensava da certi riguardi. Si poterono ammassare molti più corpi nelle ambulanze. Accadeva talora di imbattersi in lunghe ambulanze bianche che sfrecciavano”. Il ricordo  ed delle fila di camion dei nostri militari carichi di bare chiuse in fretta e furia e portate nei forni crematori che erano ancora nelle condizioni di lavorare, è ancora nei nostri occhi. Il romanzo di Camus è forte, drammatico, vibrante, ossessivo, pur nel suo linguaggio semplice e avvincente.  Non è la prima volta che la peste si cala nel mondo, i secoli ce l’hanno indicata più volte,   presso i greci ad Atene (lo storico Tucidide dedica una sezione importante del II libro delle sue Storie all’irrompere della peste in Attica, nell’estate del secondo anno di guerra (430 a.C.) ,  fino a quella descritta da Boccaccio, e poi quella descritta da Manzoni nei “Promessi Sposi”, per citare alcuni eventi.    La peste rappresenta una metafora morale,  indica il male, dormiente, sempre in agguato, che risulta essere estremamente insidioso quando si esprime a livello di massa. La peste segna una tappa fondamentale in un percorso di maturazione del pensiero di Camus, riconducibile all’idea dell’assurdità dell’esistenza e del mondo, di fronte alle quali le consolazioni filosofiche e religiose risultano palliativi e mistificazioni; tesi in cui hanno dibattuto  altri grandi del pensiero occidentale, da Schopenhauer a Nietzsche fino a Bertand Russel, pur con diverse sfumature. Proprio con “La peste”, Camus propone delle indicazioni, delle possibilità cui aggrapparsi, nel senso che l’uomo può superare la disperazione e la solitudine della propria condizione attraverso la rivolta lucida e cosciente contro l’assurdo, ovvero attraverso l’impegno e la solidarietà. E se   il protagonista, il dottor Rieux,  consciente  della gravità della situazione, resta al suo posto,  altre figure del romanzo decidono di impegnarsi e rischiare la propria vita nelle attività di soccorso ai malati; e Rambert, il giornalista rimasto bloccato ad Orano quando la città è stata posta in quarantena, escogita uno “stratagemma oneroso” per attraversare i posti di blocco,  e decide di restare e fornire il suo aiuto, perché ne ha “abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”. Non mi pare sia poco. Carlo Franza

La scoperta a Foggia: l'epidemia di peste del XIV secolo raggiunse anche il Sud Italia. In due tombe trovato il Dna del batterio. La Gazzetta del Mezzogiorno il 09 Luglio 2021. L'epidemia di peste del XIV secolo aveva raggiunto anche il Sud dell’Italia: lo indica l’analisi del Dna dei resti di due uomini, di età compresa tra i 30 e i 45 anni, sepolti nell’abbazia di San Leonardo a Siponto (Foggia), un importante centro religioso e medico nel Medioevo. Le analisi sono state condotte dai ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Puglia e Basilicata, coordinati da Donato Raele. I risultati sono stati presentati al Convegno europeo di microbiologia clinica e malattie infettive. Gli autori della ricerca hanno individuato nei denti dei due individui il Dna antico del batterio Yersinia pestis, responsabile della cosiddetta Morte nera, che a metà del XIV secolo uccise fino al 60% della popolazione europea. I campioni di Dna, spiegano gli esperti, hanno evidenziato una grande somiglianza con quelli delle vittime della peste precedentemente studiati in altre zone d’Italia: i ceppi di Yersinia pestis erano identici. «Ci siamo insospettiti quando abbiamo portato alla luce alcune monete del XIV secolo dai vestiti di una delle due vittime. Un aspetto - spiega Raele - che suggerisce che i corpi non erano stati ispezionati per confermare la causa della morte». Sebbene i casi di peste nera siano riportati in diversi documenti storici, nessun luogo di sepoltura, era stato sottoposto ad analisi del Dna nel Sud Italia. «Non abbiamo ancora compreso l’entità delle diverse ondate della pandemia durante la peste nera nel Sud Italia. Infatt - osserva Raele - il Dna del batterio Yersinia pestis che abbiamo individuato è di circa 300 anni più antico del precedente analizzato dai nostri ricercatori a Foggia, e legato a una fossa comune della fine del 1600. I nostri risultati - conclude - contengono, quindi, dettagli preziosi per comprendere meglio l’entità dell’epidemia di peste in tutta Italia». 

VIRUS E RAPPRESENTAZIONE. Dalla spagnola al covid, nelle fotografie gli stessi volti di fantasmi e di pietà. Le immagini dell'epidemia di cento anni fa rispecchiano quelle di oggi. E ci insegnano a resistere all'assedio che uccide speranza e fantasia. Giuseppe Genna su L'Espresso l'1 febbraio 2021. Il sentimento che l’uomo sopporta con maggior fatica è la pietà, soprattutto quando la merita. L’odio è un tonico, che permette di vivere, ispirando vendetta ed energia. L’ironia funziona perfettamente come esorcismo. La pietà invece uccide, indebolisce ancor di più la nostra debolezza. È forse per questo che non penetrano profondamente la pietà le immagini elette a simbolo del passaggio storico che viviamo, l’era del Covid (qualche anno varrà un’intera epoca). Da decenni la civiltà del benessere altro non faceva che eleggere immagini, una forma di cronaca che presumeva di sostituire la storia. Le immagini delle tragedie erano andate sostituendosi alle usuali forme di monito e di celebrazione. L’immagine più scoscesa e metafisica di quell’era spettacolare, forse, era la sagoma dell’uomo che cade dalle Torri Gemelle a New York: un umano irriconoscibile nei tratti, piccino, isolato, non ancora morto, impiegatizio e americano. Una tragedia silente e trascurabile, perché non intrisa di pietà. Un’anestesia di massa: noi di fronte all’uomo occidentale, che perisce in tempo reale in un atto di guerra, non riconosciuto del tutto come tale. Nessun sentimento, nessuna compromissione tra lo spettatore e la viscosa materia storica che si esprimeva con una fotografia. Era una verità dura, implicita nell’ordine che si viveva dal dopoguerra in poi: il fatto di essere separati dall’immagine, così come si era sempre separati dalla storia. Il Muro di Berlino lo abbattevano altri, era uno spettacolo. Davanti al carrarmato in piazza Tienanmen ci stava un altro. Il Papa si afflosciava ferito in piazza San Pietro, lo scrutavamo come si assiste a un film. Alfredino scompariva alla nostra vista, all’imbocco di quel pozzo artesiano eravamo tutti spettatori. Il cadavere di Aldo Moro si trovava al centro dell’osceno teatro umano precipitatosi in via Caetani e noi quello guardavamo: un teatro nel teatro. Con il Covid, invece, le immagini sembrano collassare o perlomeno perdere di colpo la capacità di riassumere lo spettacolo, a cui si pensava che si fosse ridotta la storia. Questo fatto, il virus, non è semplicemente spettacolare, perché è pienamente storico, lo stiamo vivendo tutti e nello stesso momento. Più si vive la storia e meno lo spettacolo funziona come surrogato: non c’è bisogno di alcun surrogato. Un fatto che dura mesi, forse anni, non è uno spettacolo. Non si riesce a riassumerlo attraverso flash e polaroid. Un dolore così a lungo negato, così malamente sopportato, che coinvolge la totalità dell’esistente, può forse confermare le profezie di una scrittura sacra o innescare la poesia, ma non arriva a produrre istanti isolati per uno spettacolo domestico. Nella comune sofferenza, nulla è domestico, nemmeno le case in cui chiunque si rintana per proteggersi dalla pandemia. L’arte può incidere ancora e riscattare le immagini cronachistiche, ma si dà che in questo tempo epidemico nessuno sia in grado di stabilire con certezza cosa sia l’opera d’arte. Possiamo ancora minimizzare la grande storia, per esempio irridendo le corna di uno sciamano vichingo dentro il parlamento statunitense, ma non riusciamo ad abbracciare la totalità muta di quanto avviene quotidianamente mentre penetriamo l’era del Covid. È come se chiunque fosse ridotto a fantasma: quali opere d’arte producono i fantasmi? E fantasmi si sovrappongono a fantasmi. La storia delle immagini confuse della grande pandemia mondiale di un secolo fa, l’influenza cosiddetta “spagnola”, giustapposte alle istantanee di oggi. I trapassati si sovrappongono ai presenti e viceversa. È il regno confuso delle immagini e della storia, che pur sempre sono corpi fantasmi, scena fantasma. Spettri in mascherina, assiepati in hangar per l’isolamento, dispersi nella disinfezione delle strade. Tutta una epidemiologia a un secolo di distanza, praticamente identica nei tratti essenziali, nei dispositivi di protezione, nelle cautele e nelle prevenzioni. Universi che si scontrano, per scoprirsi coincidenti. Gli spettri del 1919 e le larve del 2020. Purché siano viventi, nel momento in cui la fotografia viene scattata. Ciò che manca, infatti, sono i cadaveri e i morti. Mai come nel corso di questa pandemia i due corpi si sono disgiunti, il cadavere e il morto. Non li si sono visti, sono stati censurati. Il cadavere con tutto l’orrore che comporta e il morto con tutta la storia che si porta via, la pietà e l’imperativo per noi di provare un sentimento acuto e vero. Non li si vedono in queste nebule dell’immediato dopoguerra e non li si notano, neppure di scorcio, nelle immagini registrate di giorno in giorno oggi. La pietà, sostituita dalla numerologia dei bollettini, è il grande rimosso della nostra epoca. Stracciata e sostituita dall’indifferenza e dalla normalizzazione della morte e del pericolo, la pietà non è evocata e non è praticata dal pubblico dominio, che sembrerebbe accontentarsi per la maggior parte di un’alzata di spalle, a fronte di cinquecento morti al giorno. «Freddi eunuchi distribuiscono il veleno», come scriveva il grande poeta russo Osip Mandel’stam. Non avviciniamo le rughe e le disperazioni di chi ha ceduto alla polmonite bilaterale o di chi sta per farlo, soffocando per l’eccesso di ossigeno sotto il casco Cpap. Orrore e pietà sono sentimenti connaturati alla tragedia, che da troppi mesi sembra avere preso le forme dell’ordinario, una mascherina e via, un caffè d’asporto e chi si è visto si è visto. Dove sono le immagini che hanno il coraggio e la capacità di portare con se stesse il carico di dolore reale, di sofferenza viva nell’inoltrarsi della morte? La pietà è il riscatto della vita, a danno della morte. Le parole della pietà valgono cento immagini dell’empietà. E in questo caso, cioè nel caso di noi viventi ora, nemmeno possiamo conferirci il rilievo morale del dramma, che l’empietà comporta. Siamo piuttosto dominati dal regime dell’impietà. Né pietosi né spietati, gli abitanti della civiltà benestante si aggirano per metropoli, indifferenti a tutto, in cerca vana di uno spettacolo ulteriore, su cui ciarlare infinitamente, nel chiacchiericcio che ha sostituito il discorso pubblico. Senza pietà, muore tutto - la politica in primis. Nel tempo dell’impietà si affaccia una nuova specie di politica, cioè l’impolitica. Impolitica è la gestione dell’esistente, la tecnica amministrazione delle cose, tanto dei vaccini come delle fake news. Ricchissimi di opinioni e poveri di pensiero: così appaiono i viventi nelle grandi circonvallazioni della civiltà urbanizzata, impolitica appunto, che costituisce la scena primaria di ciò che accade oggi, da Washington a Wuhan, passando per Milano, per Stoccolma, per Tel Aviv, fino all’immenso mistero africano e indiano, del tutto privo di immagini pandemiche. È come vivere in un tempo che ha la possibilità di guardare tutto e non vede niente. Ci vorrebbe un grande moralista, per inchiodarci alle nostre disperazioni. Per produrre l’immagine che scolpisce, facendo entrare il vuoto in noi, lo smarrimento, l’abiezione, tutto il fango della vita e le ceneri bagnate della morte. «Le ossa e la cenere: dove sono quando non sono nella realtà?», si chiedeva Andrej Tarkovskij in un vecchio film. Il tempo del virus è saturo di fenomeni universali. Lo spettro dell’estinzione di specie, per esempio. La solitudine affettiva dei morenti. I fratelli e le sorelle divisi dal telo in plastica. L’inaccessibilità dei reparti, l’inaccessibilità delle cure. Chi perde la vita mentre è già prodotto un vaccino che gliela avrebbe salvata. L’inutilità, la gratuità della morte. L’immane inutilità, la splendida gratuità della vita. È profilata come in un sogno l’umanità depredata, non piegata, ma ingigantita dai giorni del virus. I saggi parlano del presente, i folli del futuro. Le immagini, mute, le parole, mute anch’esse, dicono questo: abbiamo bisogno dei folli più che mai, di febbri più potenti che quelle sollevate dalla malattia, di deliri che vedano e profetizzino cosa sta per arrivare. Perché - è certo - qualcosa sta arrivando.

Ecco cosa ha veramente detto Gheddafi a proposito delle epidemie. Mauro Indelicato su Inside Over il 22 gennaio 2021. Quando un evento sconvolge il corso della storia immancabilmente arrivano, soprattutto sui social, riferimenti a possibili premonizioni giunte direttamente dal passato. L’emergenza coronavirus in tal senso ha scatenato la diffusione di una serie di reazioni e teorie volte, in alcuni casi, a rintracciare anche un elemento “artificiale” nell’esplosione della pandemia. Tra queste, è da annoverare la circolazione di una frase attribuita al leader libico Muammar Gheddafi. Per tutto il 2020 ha infatti circolato sui social un’immagine del fondatore della Jamahirya ucciso nel 2011 con una didascalia riportante una sua affermazione sui virus risalente al 2009: “Creeranno virus da soli e ti venderanno antidoti e poi faranno finta di aver bisogno di tempo per trovare una soluzione quando già ce l’hanno”. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione?

Cos’ha detto Gheddafi nel 2009. Per chi ha veicolato soprattutto su Facebook questo post, la frase del rais sarebbe una premonizione dell’attuale emergenza coronavirus. Gheddafi cioè avrebbe anticipato i tempi e già 11 anni prima della comparsa del Covid-19 è stato in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto nel 2020. In realtà, il leader libico non ha mai nominato il coronavirus e non ha mai fatto riferimento all’attuale pandemia. Il discorso da cui sono state estrapolate le sue parole è quello da lui tenuto in sede di assemblea dell’Onu a New York nel settembre 2009. Si tratta di uno degli interventi più sentiti dallo stesso rais e che meglio può sintetizzare il suo repertorio retorico/politico. Per la prima (e ultima) volta si trovava negli Stati Uniti, sapeva che tutti gli altri leader lo stessero ascoltando e aveva davanti una platea mondiale in cui esternare il proprio pensiero politico. Un’occasione unica per Gheddafi, che ha infatti parlato per un’ora e mezza, stravolgendo la scaletta della seduta assembleare e spesso non ha prestato attenzione ai suoi stessi appunti, andando a braccio e parlando in alcuni passaggi direttamente con il suo dialetto arabo – libico. Di quell’intervento AfricaNews ha ancora in archivio la sua trascrizione integrale in inglese. Andando alla parte relativa ai virus, un primo cenno all’argomento è stato fatto all’inizio quando ha dichiarato che “forse l’influenza H1N1 era originariamente un virus creato in laboratorio di cui si è perso il controllo”. Una frase contenuta in un passaggio del suo discorso dove parlava delle sfide da affrontare per la comunità internazionale. Tra quelle sfide, vi erano anche le epidemie e da qui il suo riferimento all’influenza da virus H1N1, per la quale pochi mesi prima l’Oms aveva dichiarato la pandemia. Successivamente Gheddafi è tornato su quell’argomento: “Forse domani ci sarà l’influenza dei pesci, perché a volte produciamo virus controllandoli – si legge nel discorso – È un’attività commerciale. Le aziende capitaliste producono virus in modo che possano generare e vendere vaccinazioni. Questa è un’etica molto vergognosa e povera. Vaccinazioni e medicine non dovrebbero essere vendute”. “Nel Libro Verde – ha poi proseguito – sostengo che i farmaci non dovrebbero essere venduti o soggetti a commercializzazione. I farmaci dovrebbero essere gratuiti e le vaccinazioni fornite gratuitamente ai bambini, ma le società capitaliste producono virus e vaccinazioni e vogliono realizzare un profitto. Perché non sono gratuiti? Dovremmo darli gratuitamente e non venderli”.

Il significato delle parole di Gheddafi. La morte violenta del rais due anni dopo quel discorso ha aggiunto, agli occhi di molti, una certa suggestione nel leggere le sue parole sull’argomento relativo ai virus. Da qui forse la diffusione di un post in cui la frase a lui attribuita non è esatta e non è pienamente contenuta nel suo discorso all’Onu del 2009. L’immagine di un Gheddafi come “uomo scomodo” della scena internazionale ha in poche parole aggiunto una certa drammaticità al suo passaggio dedicato alle epidemie. Come detto però, nelle sue frasi non c’è stata alcuna premonizione. Il suo riferimento era alla pandemia da H1N1 in corso in quel momento. E il suo discorso è stato incentrato a una critica verso il modo di gestione della sanità da parte delle multinazionali. Un argomento caro al rais e su cui spesso anche in precedenza si era soffermato. La visione sociale di Gheddafi prevedeva infatti farmaci e vaccini gratuiti per la popolazione, con il settore sanitario non soggetto a privatizzazioni e commercializzazioni. Da qui anche la sua provocazione in riferimento ai virus come arma batteriologica o come prodotti commerciali delle case farmaceutiche. Il rais dunque ha “semplicemente” dato, nel mezzo di una discussione da lui molto sentita, la sua versione politica e il proprio pensiero sul funzionamento della sanità. Criticando duramente, come del resto fatto durante il suo percorso politico, il sistema capitalistico. Nelle sue parole c’è quindi molta politica. Nessuna premonizione legata al coronavirus dunque e nessuna avvisaglia di svariati complotti sanitari.

·        Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Pierpaolo Sileri, le minacce dal Ministero: “Pronti i dossier contro di te”. Chiara Nava il 12/11/2021 su Notizie.it. Pierpaolo Sileri sta ricevendo delle minacce dal Ministero. Si parla di dossier già pronti contro di lui. Emergono nuovi dettagli. Pierpaolo Sileri sta ricevendo delle minacce dal Ministero. Si parla di dossier già pronti contro di lui. Emergono nuovi dettagli sulla gestione della pandemia. Arrivano delle minacce a Pierpaolo Sileri, mentre i colleghi della task force lo hanno ridicolizzato a più riprese. Si parla di dati mancanti, impreparazione e sottovalutazioni. Al ministero della Salute “non avevano la contabilità delle polmoniti recenti: le polmoniti di fine 2019 non sono state contabilizzate fino a maggio 2020, quando il primo traumatico lockdown era già finito e trentamila persone erano già decedute” si legge nel libro La grande inchiesta di Report sulla pandemia di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini. Il passo successivo potrebbe essere in mano ai pm. “Siamo riusciti a ottenere della documentazione interna molto eloquente: ci chiediamo se questo testo non possa essere l’interruttore che farà scattare nella Procura di Roma un certo interesse nei confronti del tema” si legge nel libro. Tutto è iniziato il 26 febbraio 2020, quando la segreteria di Sileri si è messa in contatto con l’Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale, guidato da Francesco Paolo Maraglino. Via mail sono stati chiesti i dati relativi al numero dei ricoveri dovuti alla polmonite per i mesi di gennaio e febbraio. “La prima risposta doveva essere sembrata poco esaustiva a Sileri, che tramite il suo segretario Francesco Friolo tornò alla carica, rincarando la dose. Il 9 marzo scrisse al segretario generale del ministero della Salute Ruocco, chiedendo i dati del 2019: ‘Pregiatissimo segretario generale, il viceministro è rimasto perplesso del tempo impiegato per fornire una ‘non risposta’ come