Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

TERZA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Sophie Pétronin, la Silvia Romano francese: scambiata per 200 jihadisti dopo 4 anni di prigionia, torna dai suoi rapitori. Mauro Zanon su Libero Quotidiano il 03 novembre 2021.  «Voi mi chiamate Sophie, ma di fronte avete Mariam. Pregherò per il Mali, implorerò le benedizioni e la misericordia di Allah, perché sono musulmana». Furono le prime parole dell'operatrice umanitaria francese Sophie Pétronin al momento della sua liberazione, dopo quattro anni di prigionia nelle mani dei jihadisti in Mali. Liberazione, avvenuta nella notte tra l'8 e il 9 ottobre 2020, che scatenò un'ondata di polemiche in Francia. Anzitutto perché il suo rilascio, assieme all'ex ministro delle Finanze del Mali Soumaïla Cissé, fu possibile solo in cambio della liberazione di duecento jihadisti sul territorio maliano: un prezzo carissimo da pagare dal punto di vista diplomatico e securitario, visto che la Francia è impegnata da anni nella delicata operazione anti-terrorismo "Barkhane" e ha già perso 52 soldati in Mali. In secondo luogo, perché, come Silvia Romano in Italia, la 76enne francese tornò in patria convertita all'islam, velata e pronunciando parole tutt' altro che ostili nei confronti di chi l'aveva sequestrata. «Sto bene, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare. Sono sempre stata rispettata. Si sono presi cura di me. Hanno fatto venire un medico quando ero malata. È tornato a visitarmi più volte», dichiarò Mariam. E aggiunse che non bisognava chiamarli «jihadisti», bensì «gruppi armati di opposizione al regime maliano».

MANDATO DI CATTURA

Da un anno non si avevano quasi più notizie della fondatrice dell'Association in Gao (Aag), Ong che si occupa di bambini malnutriti. Attraverso un documento pubblicato da alcuni giornalisti maliani venerdì 29 ottobre e citato dall'agenzia di stampa turca Anadolu si sa qualcosa in più: Sophie Pétronin è tornata discretamente in Mali ed è attivamente ricercata dalle autorità maliane. Il documento firmato dal colonnello Amadou Camara, vice direttore generale della gendarmeria maliana, è rivolto a «tutte le unità» del Paese. All'interno, si afferma che l'operatrice francese è stata «avvistata verso Sikasso», vicino alla frontiera col Burkina Faso, a 375 chilometri dalla capitale Bamako, e viene chiesto, «in caso di ritrovamento», «di arrestarla e di condurla sotto scorta alla direzione generale della gendarmeria».

ZONA ROSSA

I motivi del mandato di cattura non sono specificati, ma alcuni siti maliani sottolineano che il ritorno in Mali dell'ex ostaggio nasconde diverse zone d'ombra. Secondo Maliweb.net, Sophie Pétronin potrebbe aver raggiunto i gruppi jihadisti (che lei definiva «gruppi armati di opposizione al regime maliano») nell'aerea di Sikasso, considerata "zona rossa", dunque sconsigliata agli stranieri. Colpita dalla sindrome di Stoccolma? Molti ne sono convinti, nonostante le ripetute smentite del figlio, Sébastien Chadaud-Pétronin. Stando a quanto riportato ieri da Libération, Sophie "Mariam" Pétronin si era trasferita a fine 2020 in Svizzera, dove il figlio lavora come ristoratore. Dopo il trasloco, secondo le informazioni del quotidiano parigino, la volontaria aveva presentato diverse domande di visto per tornare in Mali, tutte respinte dal ministero degli Esteri francese. Poi, ad aprile, ha trovato lo stratagemma: è partita in Senegal "in vacanza", Paese che non richiede il visto. «È a partire da questo Paese, dopo un lungo viaggio in autobus, camuffata dietro foulards che la rendevano irriconoscibile, che raggiunge Bamako. Lì, si fa più discreta», rivela Libération. Su Twitter, ha reagito duramente Hélène Laporte, eurodeputata del Rassemblement national: «Va ricordato che Sophie Pétronin era stata rilasciata in cambio della liberazione di duecento jihadisti, alcuni dei quali erano stati arrestati dai militari francesi. Quanto disprezzo per l'impegno del nostro esercito nella lotta contro il terrorismo islamista!».

Giovanni Bianconi per corriere.it il 30 marzo 2021. In origine dovevano essere due sequestri simulati, tanto che uno degli ostaggi, Alessandro Sandrini, è indagato di simulazione di reato e truffa; poi però sono diventati sequestri veri, perché le vittime sono state effettivamente prese in consegna da due gruppi seguaci di Al Qaeda, presenti tra Turchia e Siria. E così c’è pure l’accusa di terrorismo ed eversione a carico dei due albanesi e un italiano arrestati stamani dai carabinieri del Ros, su ordine della Procura di Roma.

Gli albanesi in carcere. Il giudice dell’indagine preliminare ha mandato in carcere gli albanesi Fredi Frrokaj e Olsi Mitraj, di 42 e 41 anni, e il bresciano Alberto Zanini, 54 anni, perché considerati gli autori – in concorso con altri complici, alcuni dei quali tuttora ignoti – dei rapimenti di Sergio Zanotti e Alessandro Sandrini, entrambi scomparsi in Turchia, il primo a maggio e il secondo a ottobre del 2016, poi segregati in Siria e tornati liberi tra aprile e maggio del 2019. Tre anni e più di prigionia nonostante all’inizio ci fosse, secondo l’accusa, l’accordo tra rapiti e rapitori per guadagnare e spartirsi i soldi di eventuali riscatti.

L’ex fidanzata di Sandrini: «Mi promise 100 mila euro per tenere il gioco». Almeno nel caso di Sandrini, il trentacinquenne partito da solo per un’improbabile vacanza ad Adana, nel Sud della Turchia, del quale la ex fidanzata ha raccontato agli inquirenti: «Prima di partire mi aveva garantito che appena rientrato in Italia 100 mila euro sarebbero stati miei se gli avessi mantenuto il gioco con la sua famiglia, i giornali e le forze dell’ordine». Sulla base di altre testimonianze gli inquirenti hanno ricostruito che il giovane (al momento del sequestro non aveva ancora compiuto 31 anni) confidava di fare «molti soldi» con il finto rapimento. Poi si è convertito all’Islam.

Le «modalità anomale». Le modalità del suo prelevamento sono molto simili a quelle con cui era sparito dalla circolazione l’imprenditore – sempre bresciano: tutte le trame sono riconducibili alla città lombarda, dove risiedono anche gli indagati stranieri – Sergio Zanotti, oggi sessantunenne, partito per Antiochia con l’intenzione di trovare e commercializzare dinari iracheni ormai fuori corso, dell’era di Saddam Hussein. Modalità simili e considerate anomale dagli investigatori del Ros dei carabinieri e dello Sco della polizia, coordinati dal sostituto procuratore romano Sergio Colaiocco: dalla comune origine geografica delle vittime al modo in cui sono stati prelevati, senza agguati e narcotizzati subito dopo essere finiti in mano ai banditi. C’è anche un terzo tentato sequestro che sarebbe stato pianificato dalla stessa banda italo-albanese in raccordo con i complici in Turchia, di un altro imprenditore di Rezzato (sempre in provincia di Brescia), che però al momento della partenza non si è presentato all’aeroporto; fallito quel tentativo, la banda ha poi ripiegato su Sandrini, che agli inquirenti avrebbe taciuto il presunto accordo con i rapitori parlando di un viaggio con scopi «esclusivamente turistici, in un periodo buio della mia vita».

Indagati anche un italiano e quattro stranieri. Il ruolo centrale nell’organizzazione dei due sequestri (più quello fallito) viene attribuito a Fredi Frrokaj, che non solo ha avuto contatti le vittime prima del rapimento, ma a sequestri avvenuti e in corso si è occupato di dare o far avere soldi (alcune migliaia di euro, per ciò che l’indagine ha potuto ricostruire) alla figlia di Zanotti e all’ex fidanzata di Sandrini. L’obiettivo di questo “mantenimento” occulto di familiari o persone legate agli ostaggi era di alleggerire la loro apprensione, in modo che non fosse troppo intenso e invasivo l’impegno delle autorità di polizia e diplomatiche. Nonostante ciò, l’attività dell’intelligence italiana riuscì a far liberare i sequestrati, nonostante il caso di Zanotti avesse destato da subito molti sospetti. A tenerlo segregato, dopo il rapimento in Turchia, sarebbe stato il gruppo jihadista siriano Jund Al Aqsa, che l’ha liberato senza aver raggiunto apparenti obiettivi politici, quindi è possibile che sia stato pagato un riscatto. Sandrini invece è finito nelle mani del Turkestan Islamic Part, di ispirazione qaedista, che avrebbe ottenuto (oltre a un ipotetico bottino) un riconoscimento da parte del regime siriano in funzione anti-Isis. Oltre ai tre arrestati e a Sandrini, nell’inchiesta sono indagate altre sei persone: un altro italiano residente in Germania, un albanese, due siriani, un egiziano e un marocchino che avrebbero partecipato alla preparazione e poi alla gestione dei viaggi tramutatisi in sequestri di persona. Pianificati e organizzati in alcuni bar di Brescia.

Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera" il 31 marzo 2021. L'ex fidanzata di uno dei due ostaggi ora accusato del suo stesso rapimento, capì tutto subito. L'uomo - Alessandro Sandrini, all'epoca poco più che trentenne - gliel'aveva confessato al momento della partenza per la Turchia: «Durante il viaggio verso l'aeroporto Sandrini mi continuava a dire che dovevo stare tranquilla, perché al rientro avrebbe avuto molti soldi che sarebbero arrivati dalla Farnesina come riscatto del suo falso sequestro... Aggiungo che sentivo Zanini e Olsi dire a Sandrini di non preoccuparsi della sua dipendenza dagli stupefacenti, poiché sarebbe stato in una bella villa, da cui non sarebbe potuto uscire, ma in compenso avrebbe avuto tutto ciò di cui necessitava: donne, alcol e droga». Ora Sandrini è indagato per simulazione di reato e truffa, mentre Alberto Zanini (54 anni, bresciano di Collio Val Trompia) e il 41enne albanese Olsi Mitraj sono finiti in prigione per sequestro di persona a scopo di terrorismo ed eversione, assieme all'altro albanese Fredi Frrokaj, 44 anni, residente nel bresciano, implicato in un altro rapimento «anomalo»: quello dell'imprenditore Sergio Zanotti, bresciano pure lui. Ma al di là delle trame ordite nei bar della provincia lombarda, dall'indagine della Procura di Roma sfociata negli arresti e nelle perquisizioni di ieri affiora in maniera abbastanza chiara un sospetto, svelato ora che non ci sono connazionali in mano ai carcerieri: al mercato dei rapimenti nelle «zone a rischio» del mondo, gli italiani sono merce pregiata, perché c'è la convinzione che il governo di Roma sia propenso a pagare i riscatti. Quando Sandrini diceva «Farnesina», come riferito dalla sua ex fidanzata, intendeva ministero degli Esteri. E in una telefonata del 21 gennaio 2018 - dopo quasi un anno e mezzo di prigionia; verrà liberato solo a maggio 2019 - sembra confermare alla madre la necessità di fare pressioni in quella direzione: «Ti vogliono mandare un video, vogliono mandarlo alla famiglia, che lo divulghi la famiglia... Ma', la Farnesina non si sta occupando, non vogliono pagare, non vogliono dare soldi... per me». Ancora la ex fidanzata del giovane bresciano ha raccontato che «prima di partire Sandrini mi aveva garantito che appena rientrato in Italia 100.000 euro sarebbero stati miei se gli avessi mantenuto il gioco, con la sua famiglia, i giornali e le forze dell'ordine». La donna ha anche detto ai carabinieri del Ros e ai poliziotti dello Sco che subito dopo la partenza di Sandrini i suoi amici italo-albanesi le davano 50-100 euro alla settimana «per il mio fabbisogno, affinché stessi tranquilla», e quando ne chiese 3.000 tutti insieme nacque una discussione dalla quale «è emerso che questi avevano incassato in tutto o in parte il corrispettivo del sequestro di Sandrini». E in alcune intercettazioni riferiva di un credito di 20.000 euro, di cui «gli amici di Alessandro» ne avevano trattenuti 7.000. Tuttavia le indagini coordinate dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco hanno permesso di stabilire che il finto sequestro è diventato vero quando Sandrini è finito in mano al Turkestan Islamic Party, gruppo vicino ad Al Qaeda che ha successivamente ottenuto (oltre a un ipotetico bottino) un riconoscimento politico da parte del regime siriano in funzione anti-Isis. Le modalità del rapimento di Sandrini, prelevato in hotel e «addormentato con un tampone», sono simili a quelle del sequestro Zanotti, narcotizzato dopo aver preso un taxi vicino ad Antiochia, dove era andato ufficialmente per recuperare dinari iracheni fuori corso da rivendere. Come per Sandrini, ci sono contatti tra il futuro ostaggio e la banda italo-albanese fino alla partenza, e anche i familiari di Zanotti (che al momento del rapimento, nel 2016, aveva 56 anni) hanno ricevuto soldi da Frrokaj mentre lui era in mano ai carcerieri. Identificati con un'altra organizzazione jihadista vicina ad Al Qaeda, Jund Al Aqsa, contrapposta al governo siriano. A differenza di Sandrini, Zanotti non è indagato né per simulazione di reato né per truffa, tuttavia quando ieri gli investigatori si sono presentati a casa sua per ascoltarlo, prima ha confermato le precedenti versioni dei fatti e poi s'è rifiutato di collaborare. Rischiando così l'accusa di favoreggiamento. A riportare Zanotti in Italia, nell'aprile 2019, furono i funzionari dell'Aise, l'agenzia dei servizi segreti per la sicurezza esterna, e l'ex premier Giuseppe Conte annunciò la bella notizia «a conclusione di una complessa e delicata attività di intelligence». Come è consuetudine in questi casi, nessuno ha mai ammesso o confermato il pagamento di un riscatto, ma il dubbio che ciò sia avvenuto è rimasto. Per questo e per altri sequestri. Oltre agli arrestati, la Procura romana indaga su almeno altri sei presunti complici: due siriani, un turco, un marocchino, un egiziano e un altro albanese, residenti a Brescia e dintorni. Prima di Sandrini avrebbero progettato di far sequestrare in Turchia un altro imprenditore con cui avevano preso contatti, che però al momento della partenza non s'è presentato. Ora gli inquirenti confidano che si faccia avanti per svelare la sua identità e l'eventuale piano al quale è sfuggito.

Grazia Longo per "La Stampa" il 31 marzo 2021. Una truffa nella truffa. La prima nei confronti dello Stato: organizzare un falso sequestro all'estero con la speranza di intascare i soldi del riscatto. La seconda nei confronti dei due sequestrati, Alessandro Sandrini e Sergio Zanotti, che alla fine sono stati realmente ceduti, per tre anni, agli jihadisti di Al Qaeda. Nelle 52 pagine dell'ordinanza della gip Paola Della Monica, su richiesta del pm Sergio Colaiocco, emerge lo spaccato del modus operandi dei tre arrestati accusati di sequestro con finalità di terrorismo. I due albanesi Fredi Frrokaj e Olsi Mitraj (di 42 e 41 anni) e l'italiano Alberto Zanini (54 anni). I tre uomini «in concorso tra loro e con altri soggetti rimasti ignoti operanti in Italia, Turchia e Siria, questi ultimi aderenti e comunque riconducibili alla galassia jihadista» hanno proposto all'imprenditore in difficoltà economiche Alessandro Sandrini di recarsi in Turchia «al fine di simulare un sequestro di persona ma una volta lì lo privavano effettivamente della libertà personale e poi lo conducevano contro la sua volontà in Siria, consegnandolo successivamente al Turkestan Islamic Part, gruppo che si richiama ad Al Qaeda». Ma a Sandrini (indagato per truffa e simulazione di reato) avevano invece garantito che si sarebbe trattato di un falso rapimento e che anzi «sarebbe stato sistemato in una bella villa da cui non sarebbe potuto uscire, ma in compenso avrebbe avuto tutto ciò di cui necessitava: donne, alcol e droga». La banda arrestata dai carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco poteva contare «su un notevole disponibilità di denaro, essendo state corrisposte somme, anche consistenti (10 mila euro ai rapiti), sia alle future vittime che ai familiari». Un testimone racconta che «Sandrini contava di fare molti soldi con il falso sequestro e prima del rapimento gli erano stati consegnati 10 mila euro, mentre 20 mila erano stati dati alla sua fidanzata». A quest'ultima, poi, il sequestrato (confidando di poter spartire il riscatto con la banda) aveva promesso 100 mila euro, se gli avesse tenuto il gioco sul finto sequestro. I tre arrestati hanno foraggiato mensilmente anche la figlia di Zanotti (il quale al momento non è indagato ma a breve lo sarà per favoreggiamento, poiché ieri mattina, interrogato come teste non ha voluto rispondere alle domande degli inquirenti e la cui posizione per il pm Colaiocco è sovrapponibile a quella di Sandrini), per un totale che si dovrebbe aggirare intorno ai 10 mila euro. Zanotti era finito nelle mani del gruppo jihadista siriano Jund Al Aqsa, che l'ha liberato senza aver raggiunto evidenti guadagni politici, quindi non escluso è che sia stato pagato un riscatto. Durante la perquisizione a casa di uno due albanesi sono stati ritrovati, nascosti sotto la cappa della cucina, quasi 90 mila euro. Sono una parte del riscatto pagato dalle autorità italiane? La Farnesina ha sempre negato di aver mai ceduto al ricatto dei terroristi. E in ogni caso sono trascorsi tre anni dalla liberazione avvenuta nel 2019. Oltre ai tre arrestati e a Sandrini, nell'inchiesta sono indagate altre sei persone: un italiano residente in Germania, due siriani, un albanese, un marocchino e un egiziano. Gli investigatori stanno cercando di identificare un terzo bresciano che inizialmente si disse disponibile a farsi sequestrare per finta ma poi non si presentò in aeroporto per la partenza.

Ecco che fine ha fatto Silvia Romano: cosa fa adesso. Luca Sablone il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. Ha lasciato Milano e adesso insegna lingue straniere. Il 5 ottobre scorso si è sposata con un amico di infanzia, che si è convertito all'Islam. È passato un anno dalla liberazione di Silvia Romano. La ragazza volontaria, rapita a Chakama in Kenya la sera del 20 novembre 2018, ha deciso di farsi una nuova vita. Lontana dai riflettori di quei giorni concitati, dalla perenne presenza dei giornalisti sotto casa e dalle continue domande che non sempre gradiva. La famiglia ha così deciso di tornare a vivere, allontanandosi da Milano. Ha 26 anni, insegna lingue straniere in una scuola per adulti e ha trovato la tranquillità. Una "felicità piena", racconta chi le è vicino. Silvia è riuscita a trovare anche l'amore. Il 5 ottobre scorso - si legge su La Stampa - si è sposata con rito islamico a Campegine, un piccolo centro a metà strada tra Milano e Bologna. Tra casa sua e quella del marito Paolo, un ragazzo italiano di origini sarde che all'epoca viveva in Emilia-Romagna e che prima di sposarla si è convertito all'Islam. Silvia e Paolo sono amici dall'infanzia: da piccoli trascorrevano sempre del tempo insieme, ma poi ognuno aveva intrapreso la propria strada. Dal quel 9 maggio però Paolo ha provato a mettersi in contatto nuovamente con la giovane volontaria. Così dopo anni hanno ripreso a frequentarsi, ritrovandosi e iniziando a sentirsi. Ecco perché si dice che la loro è una "storia da favola su cui si potrebbe girare un film". Alla fine si sono innamorati. Paolo ha deciso di convertirsi e così ha abbracciato la stessa fede di Silvia. In tal modo l'ha potuta sposare, senza alcuna esposizione mediatica. Ora la ragazza sta bene e sogna di poter tornare in Africa. Ma sa benissimo che, come spiegano fonti vicine alla famiglia, "sua madre morirebbe di paura". Non manca il dispiacere per quanto avvenuto in questi mesi. Una serie di avvenimenti che l'ha costretta ad andare via dalla sua casa e dalla sua città. Ma nonostante tutto ciò, assicura chi la conosce bene, "il suo sorriso è più bello di quello di prima". Silvia Romano è scesa in campo per combattere e contrastare l'islamofobia: ha deciso di essere in prima linea per promuovere un progetto europeo dal nome "YES – Youth Empowerment Support for Muslim communities". Come riferito dell'associazione Progetto Aisha, la volontà è quella di "poter contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica su un tema che raramente viene trattato dai media e che invece ha un impatto quotidiano specialmente sulla vita delle donne musulmane del nostro Paese". 

Silvia Aisha Romano, la nuova vita della ragazza liberata in Somalia: dalla conversione al matrimonio islamico, cosa fa ora. Libero Quotidiano il 07 maggio 2021. Non vive più a Milano Silvia Aisha Romano, dove era tornata l'anno scorso dopo diciotto mesi di prigionia in Somalia. Nemmeno sua mamma vive nella palazzina al Casoretto, quartiere multietnico della città. La giovane, rapita a Chakama, in Kenya, la sera del 20 novembre 2018 e liberata il 9 maggio 2020, si è trasferita in un piccolo comune alle porte del capoluogo lombardo, lontano da giornalisti, fotografi e curiosi. È passato un anno dal giorno della liberazione, arrivato dopo un complesso lavoro d' intelligence e il pagamento di un riscatto, e tutta la famiglia di Silvia Aisha, riporta La Stampa, ha lasciato la città. Silvia ora ha 26 anni e insegna in una scuola per adulti le lingue straniere (si era laureata poco prima di partire per l'Africa) ed è felice, secondo quanto racconta chi è molto vicino alla famiglia. Soprattutto, ha trovato l'amore. Silvia infatti si è sposata, con rito islamico, il 5 ottobre scorso a Campegine, un piccolo centro a metà strada tra Milano e Bologna, tra la sua casa e quella del marito, Paolo P., ragazzo italiano di origini sarde che all' epoca viveva proprio lì, in Emilia Romagna, e che si è convertito anche lui all'islam. Silvia e Paolo in realtà si conoscono da quando erano bambini. Da piccoli giocavano sempre insieme. Poi si erano persi. E avevano seguito strade diverse. Fino a quel 9 maggio, quando Silvia è tornata a casa. Paolo, a quel punto, l'ha cercata e l'ha trovata. Hanno cominciato a frequentarsi e si sono innamorati. Per amore lui ha abbracciato la fede di Silvia e ha così potuto sposarla. Ma tutto è avvenuto in gran segreto, senza feste né cerimonie, soltanto pochi intimi.  

Monica Serra per “la Stampa” il 7 maggio 2021. In questo palazzo dai muri ingialliti al Casoretto, periferia multietnica a nord est di Milano, non c'è più neanche mamma Francesca. Mentre lei, Silvia Aisha Romano, liberata l'anno scorso dopo diciotto mesi di prigionia in Somalia, ha scelto di tornare alla vita andando ad abitare lontano dalle polemiche, dalla città. E si è sposata. Le tapparelle marroni dell'appartamento al terzo piano del palazzo sono state tirate giù per l'ultima volta. E non per tenere lontani giornalisti e curiosi che per giorni si sono affollati sotto casa di Silvia, rapita a Chakama, in Kenya, la sera del 20 novembre 2018. Non ci sono più, e per fortuna, gli hater e i troll che hanno perseguitato la volontaria gracile, dagli occhi gentili, per giorni e mesi dopo la sua liberazione, il 9 maggio del 2020. Che l'hanno accusata per via della conversione all'Islam, per il suo jilbab verde (abito tradizionale somalo), per i soldi che l'Italia avrebbe pagato per il riscatto, forse anche per il suo sorriso. L'hanno sommersa di odio e cattiveria e fatta finire sotto "tutela" a casa sua, spingendo anche la procura ad aprire un'inchiesta. È passato un anno da quel sabato pomeriggio di nuvole e sole, il giorno della liberazione, arrivato dopo un lungo e complesso lavoro d' intelligence e con la collaborazione dei servizi turchi. E la famiglia, tutta, ha deciso di allontanarsi da Milano per ricominciare a vivere. Ancora chiusa nel più stretto riserbo, ha finalmente trovato la serenità che cercava, lontano dalle offese e dalle telecamere. Ognuno per la sua strada, in città e regioni diverse, a partire da lei, Silvia Aisha (che significa "viva": il nome scelto dopo la conversione). Oggi ha ventisei anni, vive distante da sguardi indiscreti in un paese alle porte di Milano, insegna in una scuola per adulti le «adorate» lingue straniere (si era laureata poco prima di partire per l'Africa), ed è felice. Di una «felicità piena», racconta chi è molto vicino alla famiglia. Ha trovato l'amore Silvia e si è sposata, con rito islamico, il 5 ottobre scorso. A Campegine, un piccolo centro di cinquemila anime, a metà strada tra Milano e Bologna, tra la casa di Silvia e quella del marito, Paolo P., un ragazzo italiano di origini sarde che all' epoca viveva proprio lì, in Emilia Romagna. E che, prima di sposarla, si è convertito all' Islam e ha abbracciato anche la sua fede. Una «storia da favola su cui si potrebbe girare un film», racconta chi le vuole bene. Perché Silvia e Paolo, suo coetaneo, sono amici da quando erano bambini. Da piccoli giocavano sempre insieme. Poi la vita li ha divisi ed entrambi hanno intrapreso la propria strada. Fino a quel 9 maggio, al ritorno a casa di Silvia. La sua storia, il clamore mediatico, le foto ovunque. Così Paolo, con tutto l'affetto che accompagnava i ricordi dell' infanzia, ha provato a rimettersi in contatto con lei. E ci è riuscito. Hanno iniziato a sentirsi, a frequentarsi. Dopo tanti anni, si sono ritrovati. E innamorati. Lui si è convertito, ha abbracciato la stessa fede che Silvia Aisha racconta nell' unica intervista affidata a luglio a Davide Piccardo, esponente della comunità islamica milanese e direttore del sito "La luce", e ha potuto sposarla. In gran segreto. Senza feste e cerimonie. Con pochi, pochissimi intimi. Ora vivono insieme, lontano da tutto quel che è stato. «Rinati», dopo una sofferenza che tutta la famiglia ha vissuto per più di cinquecento giorni, mentre Silvia era nelle mani del pericoloso gruppo terroristico di Al Shabab, affiliato ad al Qaeda. Ceduta dal commando armato di pastori kenioti di etnia somala che l'avevano rapita alle sette e mezza della sera del 20 novembre di tre anni fa. Era una domenica di pioggia e Silvia era arrivata da una decina di giorni a Chakama, a fare la volontaria per Africa Milele, una piccola associazione, troppo poco strutturata e che non adottava le giuste misure di sicurezza, nata per aiutare i bambini del villaggio, a ottanta chilometri a ovest di Malindi. Non aveva esperienze di cooperazione internazionale Silvia, né una formazione specifica. Eppure Lilian Sora, fondatrice dell'associazione, era tornata a Fano, dove vive, nelle Marche, e l'aveva lasciata lì come referente italiano sul posto, a gestire l'economia della Onlus. Con lei c'era un masai keniota, compagno di Sora e padre di sua figlia. Ma quando arrivarono i rapitori armati di kalashnikov non c'era nessuno. A causa del cambio di guardia, hanno poi spiegato. La ragazza è stata trascinata via, portata al di là del confine, costretta a cambiare almeno tre covi diversi, tenuta prigioniera dai terroristi. Recenti servizi delle Iene hanno messo in dubbio tempi e modalità della liberazione, condotta dall' Aise, con l'aiuto delle forze locali. Mai si è saputo se l'Italia ha pagato un riscatto per ottenere il rilascio. E con sicurezza mai si saprà. Quel che è certo è che ora Silvia sta bene ed è felice. Sogna di poter un giorno tornare in Africa ad aiutare i suoi amati bambini. Ma per ora non ci pensa, «sa che sua madre morirebbe di paura», spiegano fonti vicine alla famiglia. Quel che spiace è che, per ricominciare davvero, è dovuta andare via dalla sua casa, dalla sua città. Lontano dagli odiatori seriali che l'avevano presa di mira. Messa in pericolo, qui, in Italia. Nonostante loro, nonostante tutto, oggi «il suo sorriso è più bello di quello di prima».

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” l'8 maggio 2021. Ha cambiato nome, religione e status. Silvia Romano è diventata Aisha, ha abbracciato la fede musulmana e da qualche mese, come fa sapere La Stampa, ha sposato con rito islamico un altro italiano, un amico di infanzia a sua volta convertitosi all' islam. E così ha aderito a pieno alla cultura che pure l'aveva resa prigioniera: in Africa Silvia era stata ostaggio per 18 mesi dagli islamisti di Al Shabaab. Più che una sindrome di Stoccolma, una sindrome de La Mecca. Silvia Aisha Romano con i famigliari a Ciampino dopo il rientro in Italia seguito a mesi in cui la ragazza era stata sequestrata da jihadisti in Africa Il racconto della sua nuova vita a un anno dalla liberazione è interessante innanzitutto per le modalità con cui sarebbe avvenuto il matrimonio. «Le nozze con rito islamico in Italia contratte da due italiani», ci fa notare Souad Sbai, presidente dell'associazione Donne marocchine in Italia, «non hanno alcun valore. Per alcuni serve a fare propaganda, ma al più si tratta di una benedizione, priva di effetti giuridici, perché non esiste alcun concordato tra lo Stato e la comunità musulmana, né l'imam ha la facoltà di conferire effetti civili al rito». Ma proprio perché non valido per le nostre leggi, questo matrimonio rischia di essere preoccupante e «pericoloso»: «È una cosa senza precedenti. Alcuni vorrebbero utilizzarlo come un tentativo di creare uno Stato nello Stato, una specie di piccolo Stato islamico». Anche considerando le ricadute di ciò che un matrimonio islamico comporterebbe per una donna, c' è poco da stare allegri. Le nozze musulmane prevedono la figura di un tutore, una sorta di notaio, incarnato di solito dal padre o dal fratello della sposa, che dà il consenso alle nozze: la morte dell'autodeterminazione femminile. «Anche Silvia Romano», nota la Sbai, «se ha seguito quel rito, deve aver avuto un tutore». Ci sono poi questioni legate ai diritti economici, lavorativi e umani della donna. «Nel matrimonio islamico», spiega la Sbai, «l'eredità che spetta a una moglie è la metà rispetto all' uomo. Quanto all' obbligo per il marito di mantenere la moglie, che non dovrebbe lavorare ma limitarsi a curare i figli e la casa, esso è presente in alcune associazioni islamiche in Italia che vogliono riportare la società al Medioevo». Quanto poi al ricorso alla violenza domestica verso le mogli insubordinate, legittimato da un versetto del Corano («Ammonite quelle di cui temete l'insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele»), la Sbai riconosce: «Molte comunità musulmane in Italia seguono ancora alla lettera queste cose di tradizione. In Paesi come il Marocco viceversa questa regola è considerata assurda». Ma la mancata equità delle nozze islamiche in termini di diritti uomo-donna è evidente anche nella possibilità di avere altre relazioni (la poligamia vale per il marito, non per la moglie) e si palesa in caso di rottura del matrimonio: secondo il Corano solo l'uomo può ripudiare la donna, pronunciando una formula verbale (Taláq Taláq Taláq). «Anche in questo caso», avverte la Sbai, «ci sono in Italia imam radicali che vorrebbero introdurre il ripudio e la poligamia, pur rifiutati dallo Stato». Contraendo queste nozze, sebbene prive di effetti giuridici, la Romano si esporrebbe insomma a una possibile limitazione dei propri diritti. L' ultimo aspetto da notare è il clamore sulle sorti della Romano che contraddice «la sua esigenza di sottrarsi all' attenzione morbosa dei media», come la definiscono i giornali. Se ci fosse stata tutta questa voglia di sottrarsi ai riflettori, le fonti vicine alla famiglia non avrebbero lasciato trapelare gli affari privati di Silvia, dai dettagli sul suo matrimonio (si è sposata in Emilia Romagna con Paolo, coetaneo che non vedeva da bambina, una «storia da favola su cui si potrebbe girare un film»), fino a quelli sulla sua professione di insegnante di lingue straniere e sul suo trasferimento in un paese vicino a Milano. «Vuole essere dimenticata e lasciata in pace», dice chi le è vicino. Be', questo non è parso il modo migliore per farla tornare all' anonimato.

Quel mistero su Silvia Romano: chi c'è dietro la sua liberazione. Matteo Viviani e Le Iene continuano a indagare sul caso della liberazione di Silvia Romano e sull'uomo che potrebbe aver avuto un ruolo chiave. Francesca Galici - Sab, 27/03/2021 - su Il Giornale. Matteo Viviani e Le Iene sono tornati a occuparsi del caso del rapimento di Silvia Romano, concentrando le loro energie sulla figura di Valter Tozzi. L'uomo risulta essere un geometra rietino ed è molto noto nella sua città ma la sua figura pare sia stata centrale nelle operazioni di liberazione della connazionale, rapita in Kenya nel 2018. Lo dimostrerebbero alcune telefonate che, stando a quanto rivela il testimone ascoltato da Le Iene, sarebbero intercorse tra lui e Valter Tozzi. In quest'occasione, quello che dovrebbe essere il geometra, parlava per interposta persona a nome di Giuseppe Conte, rivelando alcuni dettagli sulla liberazione e il rapimento. La registrazione della telefonata risalirebbe al dicembre 2018. Dettagli che, stando alla ricostruzione effettuata da Viviani, potrebbero coincidere con altre dichiarazioni effettuate in momenti successivi da Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Tuttavia, in un servizio successivo, Valter Tozzi ha negato di essere in qualche modo coinvolto nella vicenda, di non aver mai messo piede in Kenya e che tutto quello non era altro che una goliardata. Sarebbe tutto uno scherzo, quindi? Valter Tozzi a Le Iene ha dato questa versione dei fatti ma nel servizio in onda pochi giorni fa, Matteo Viviani ha mostrato numerose immagini che mostrano il geometra, ripreso e fotografato, ad alcuni dei più importanti eventi istituzionali che si sono svolti nel nostro Paese. Sono diverse le immagini mostrate da Matteo Viviani. Matteo Viviani, quindi, ha documentato la testimonianza di un compaesano di Valter Tozzi, che lo avrebbe incontrato durante la compravendita di un immobile da un alto graduato militare. In quell'occasione si presentò come geometra ma, una volta in casa, l'uomo ha rivelato che Tozzi gli avrebbe mostrato il tesserino dei Servizi segreti e che si sarebbe qualificato proprio come appartenente al corpo di intelligence. Una sbruffonata? Una chiacchiera? Tuttavia, nel servizio de Le Iene è stato riportata anche la testimonianza del fratello di Valter Tozzi. I due non hanno buoni rapporti e tra loro intercorrono diverse denunce ma l'uomo ha dichiarato che delle sue contro Valter non c'è traccia nei tribunali dove dovrebbero trovarsi. Inoltre, il fratelli del geometra ha raccontato che in più occasioni avrebbe dato un passaggio a suo fratello Valter, che avrebbe portato con sé l'uniforme dei carabinieri, che una volta avrebbe avuto i gradi da generale. Rincorso da Matteo Viviani, Valter Tozzi si è sottratto alle domande de La Iena ma, prima di allontanarsi definitivamente, si rivolge a lui con una frase precisa: "Non posso farti capire a te. Avete toccato un tasto che non è per voi". La liberazione di Silvia Romano è ancora avvolta dal mistero.

GIORNATA DELLA MEMORIA DEI CADUTI DELL’INTELLIGENCE ITALIANA. Franco Gabrielli, prefetto e sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con delega ai Servizi Segreti, su Il Corriere del Giorno il 22 Marzo 2021. Messaggio dell’Autorità Delegata per la sicurezza della Repubblica. Il 22 marzo è la giornata in cui la Comunità di intelligence nazionale celebra i propri Caduti. Ed è per me una data particolarmente significativa. In primo luogo perché un tratto importante della mia esperienza professionale si è svolto proprio nel mondo dell’intelligence. Ma, elemento ancor più importante, perché ho conosciuto personalmente uno dei nostri caduti, Nicola Calipari, cui mi legava una profonda stima. E sono addolorato che la grave pandemia, che ancora oggi attanaglia il nostro Paese, non ha reso possibile attribuire a questa ricorrenza il valore che avremmo voluto conferirle. Una giornata che condensa in sé molteplici significati. E’, innanzitutto, l’occasione per ribadire la nostra gratitudine a Vincenzo Li Causi, Nicola Calipari, Lorenzo D’Auria e Pietro Antonio Colazzo, che hanno compiuto il sacrificio estremo, anteponendo il servizio alla Nazione alla loro stessa vita. Ma è anche l’occasione per abbracciare idealmente le famiglie dei caduti, che hanno pagato il prezzo più alto e ancora oggi vivono il vuoto di una ingiusta sottrazione. Ma coloro che hanno vissuto il dolore profondo della perdita di un proprio congiunto, caduto in Paesi lontani per difendere con altruismo ed abnegazione gli ideali in cui credeva, deve essere consapevole che la sua memoria non andrà persa: costituisce la straordinaria eredità morale che guida il nostro agire. Per tutti gli appartenenti al DIS, all’AISE, all’AISI, e, più, in generale al Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica il nostro quotidiano lavoro si alimenta del loro esempio. Ne è riprova l’afflato che percorre l’intera Comunità intelligence nella Giornata della Memoria: un sentimento corale che vuole essere un sincero omaggio ai quattro Caduti, in una Giornata che vede quest’anno anche il varo di un’iniziativa volta a ricordare il percorso umano e professionale di Pietro Antonio Colazzo attraverso l’indizione di un Premio a lui intitolato. Una memoria, dunque, che non è solo patrimonio esclusivo delle donne e degli uomini dei nostri Organismi informativi, ma diviene patrimonio di tutta la comunità nazionale. La testimonianza di vita di Vincenzo Li Causi, Nicola Calipari, Lorenzo D’Auria e Pietro Antonio Colazzo è un luminoso punto di riferimento che orienta ogni giorno noi tutti, spronandoci ad affrontare con coraggio le difficoltà del nostro tempo.

(ANSA il 22 febbraio 2021) L'ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista congolese Mustapha Milambo sono stati uccisi mentre viaggiavano a bordo di un convoglio del Pam, il Programma alimentare mondiale dell'Onu, nella Repubblica democratica del Congo. Nel Paese africano opera dal 1999 anche la Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monusco), la più importante missione di peacekeeping nel mondo, con circa 15mila caschi blu. Il suo mandato è stato rinnovato a dicembre per un altro anno dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Pakistan, India e Bangladesh sono i Paesi che contribuiscono maggiormente al contingente militare. L'attacco di oggi è avvenuto mentre la delegazione si recava da Goma a Rutshuru per ispezionare un programma del Pam per la distribuzione di cibo nelle scuole. La strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche "senza scorte di sicurezza", ha fatto sapere il Programma alimentare mondiale in una nota.

(ANSA il 22 febbraio 2021) "Sono devastato dalla morte dell'ambasciatore Luca Attanasio". Lo ha detto il vice rappresentante speciale del segretario generale e capo della missione Onu in Congo (Monusco), David McLachlan-Karr, il quale ha "condannato fermamente" l'attacco al convoglio del Pam. "I responsabili di questo attacco devono essere identificati e perseguiti con la massima determinazione", ha aggiunto.

(ANSA il 22 febbraio 2021) Sono due, entrambi del Programma alimentare mondiale (Pam), i veicoli presi di mira oggi nell'attacco nella Repubblica democratica del Congo in cui sono rimasti uccisi l'ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e un autista dello stesso Pam. Lo ha detto il rappresentante aggiunto del segretario generale dell'Onu nel Paese, David McLachlan-Karr, che "condanna con la più grande fermezza" l'episodio. L'attacco è avvenuto a nord-est di Goma.

(ANSA il 22 febbraio 2021) Vittorio Iacovacci, morto in un attacco in Congo assieme all'ambasciatore Luca Attanasio e all'autista, era fidanzato e stava programmando le nozze per questa estate. Nella frazione di Sonnino dove abitava tutti lo conoscevano. In molti, tra amici e parenti, si stanno stringendo in queste ore ai genitori, al fratello e alla fidanzata del carabiniere con un via vai silenzioso dalla loro abitazione.

Francesco Battistini per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2021. Ore 10,15, villaggio di Kibumba, tre chilometri da Goma. Nella savana più pericolosa del più pericoloso Paese africano, avanzano due jeep bianche. Davanti c' è una missione del World Food Programme, dietro c'è l' ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio: l'accompagna un funzionario italiano del Wfp, Rocco Leone, e lo scorta un carabiniere, Vittorio Iacovacci. Due autisti, due bodyguard congolesi, sette persone in tutto: un piccolo e discreto convoglio, solo i distintivi Onu sulle portiere. È una missione informale, l'addetto consolare Alfredo Russo doveva parteciparvi ma all' ultimo è rimasto a casa. L'ambasciatore ha passato la domenica da un amico saveriano, padre Franco Bordignon, e ora in sneaker e occhiali scuri va a Rutshuru per visitare una scuola che deve ricevere aiuti alimentari. Nessuno porta l'auricolare di sicurezza, non ci sono ponti radio d'allerta, la strada è considerata «pulita» e relativamente sicura. L'agguato è rapido. Simile a tanti da queste parti: un mucchio di pietre nel mezzo della strada Rn4, le macchine costrette a rallentare, a frenare. Dalla boscaglia spuntano sei, forse sette uomini con armi leggere. All' inizio è una raffica d' avvertimento, verso l' alto. Un'altra mira subito alla macchina del diplomatico e uccide l'autista, Mustafa Milambo. L'ambasciatore Attanasio, Rocco Leone e il carabiniere Iacovacci vengono fatti scendere: sono loro l'obbiettivo, i bianchi. I banditi danno ordini in swahili ai tre italiani - «fate presto, camminate veloci!» -, ma parlano fra loro in kinyarwanda: è una lingua ruandese comune tanto tra i fuorusciti hutu delle Fdlr, le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, quanto fra jihadisti ugandesi Adf che vantano legami con l'Isis e imperversano in questi confini del Congo. Di chiunque si tratti, è un tentativo di rapimento: si intavola una trattativa ma inutilmente. L'ambasciatore e il carabiniere, già feriti, vengono fatti camminare per qualche decina di metri. Poi la sorpresa, almeno secondo la versione ufficiale di Kinshasa: compaiono dal nulla i soldati e i ranger governativi, richiamati dai colpi dei banditi, e c' è una sparatoria. Non si sa bene chi ammazza chi. Il carabiniere Iacovacci, 30 anni, latinese di Sonnino, muore subito. L' ambasciatore Attanasio, 43 anni, brianzolo di Limbiate, moglie e tre bambine, è colpito all' addome e perde molto sangue. Lo caricano su un pick-up, la bodyguard di Leone gli tiene la testa: quando arriva all' ospedale di Goma, una ventina di chilometri di strada, non c' è più nulla da fare. Rocco Leone finisce ricoverato, sotto choc, ma senza ferite. Non è chiaro che ne sia degli altri del convoglio: secondo alcune fonti sarebbero stati rapiti. È ancora meno chiaro che cosa cercassero i killer. Soldi? Un'azione terroristica? O magari un' arma di ricatto sugli investimenti energetici, anche italiani, nel Nord Kivu? L' ambasciatore Attanasio non aveva un' auto blindata. Non aveva una vera scorta. Non indossava un giubbotto antiproiettile. Non c' erano bandierine italiane che ne identificassero la presenza. I congolesi e l' Onu gli avevano garantito che quella strada era tranquilla. E allo stesso tempo il governatore della regione, Carly Nzanzu Kasivita, ora dice di sentirsi «sorpreso» dalla missione e di non esserne stato informato in anticipo. Troppe cose non tornano. E chi e perché abbia ucciso l' ambasciatore - questo è chiaro dal primo istante -, non è solo materia d' indagine per la polizia congolese. I Ros sono già in volo per il Congo, la Procura di Roma ha aperto il fascicolo di rito. La Farnesina chiede un report dettagliato al Wfp e un' inchiesta Onu per chiarire su quali basi, la Rn4 fosse ritenuta sicura. Le domande sono da rivolgere alla già fin troppo criticata missione Monusco, qui dal 1999, oggi una delle più grandi e organizzate del mondo, un miliardo di dollari di budget, un' inefficacia assoluta coi suoi 16mila caschi blu: è stata l' Onu, attraverso il Wfp, a comunicare all' ambasciata italiana che non serviva una scorta armata. E questo nonostante in quell' area, chiamata «le Tre Antenne», tre anni fa siano stati rapiti due turisti inglesi. E nel parco Virunga, solo negli ultimi anni, siano stati uccisi duecento ranger. E sulla famosa strada 2 che attraversa il paradiso dei gorilla di montagna sia frequente che spariscano preti, contadini, volontari in cambio di riscatti da mezzo milione di dollari. Un aereo militare riporterà a casa le salme dei due italiani. Come accadde per gli aviatori di Kindu, sessant' anni fa. Come fu nel 1995 per sei volontari di Lecco, massacrati allo stesso modo e nello stesso posto: una banda li sorprese a Rutshuru, proprio il villaggio che Attanasio cercava di raggiungere, e dopo ucciso l' autista sparò sugli altri. Morirono anche due bambini, quella volta. Proprio lì, proprio in quel modo. Ma quasi tutti se li sono dimenticati.

Vincenzo Nigro  e Raffaella Scuderi per repubblica.it il 22 febbraio 2021. L'ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci, il carabiniere della sua scorta, e Mustapha Milambo, l'autista, sono stati uccisi in un attacco a un convoglio delle Nazioni Unite nel Congo orientale. L'attacco sembra facesse parte di un tentativo di rapire il personale Onu. L'ambasciatore viaggiava in un convoglio formato da due veicoli del World Food Programme  che comprendeva anche il Capo Delegazione Ue: a bordo c'erano in tutto 7 persone. Sentiti gli spari che annunciavano l'agguato, immediatamente i rangers di Virunga hanno lanciato un'operazione e si sono resi conto che il diplomatico e il militare erano stati rapiti: ma non sono riusciti a salvarli. La strada su cui è avvenuto l'attacco è stata ritenuta "sicura" e quindi senza necessità di scorta. A questo proposito il Wfp ha detto che "il convoglio era stato autorizzato senza scorta di sicurezza". Tutto è successo intorno alle 10 (le 9 italiane) presso la cittadina di Kanyamahoro. Sono molti i gruppi armati che operano nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda, e spesso prendono di mira i ranger del parco, famoso per i gorilla di montagna. Fonti sostengono che la milizia responsabile appartenga ai ribelli ruandesi, che superano il confine per rubare, uccidere e rapire. Il corpo di Iacovacci è stato l'ultimo a essere evacuato dalla foresta scenario dell'attacco. Durante lo scontro a fuoco con i ranger del Virunga, il nostro ambasciatore è rimasto colpito e i ribelli hanno iniziato a scappare portando con sé Iacovacci. Dopo un chilometro e mezzo circa hanno ucciso il carabiniere lasciando lì il corpo, poi raggiunto da esercito e ranger.

Le reazioni. Sgomento e dolore in Italia e in Europa. "Ho accolto con sgomento la notizia del vile attacco che poche ore fa ha colpito un convoglio internazionale nei pressi della città di Goma uccidendo l'ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista. La Repubblica taliana è in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell'adempimento dei loro doveri professionali nella Repubblica Democratica del Congo". Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio di cordoglio al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. "Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, esprime profondo cordoglio per la morte di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci". Così si legge in una nota di palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio e il governo "si stringono ai familiari, ai colleghi della Farnesina e dell'Arma dei Carabinieri. La Presidenza del Consiglio segue con la massima attenzione gli sviluppi in coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri".

"Immenso dolore" è stato espresso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Unico diplomatico italiano a Kinshasa, l'ambasciatore Attanasio, era nato a Saronno (Varese) nel 1977 e si era laureato alla Bocconi in economia aziendale, entrando in diplomazia nel 2004. Esperienze a Berna, al consolato generale in Casablanca e poi Abuja, in Nigeria, era ambasciatore a Kinshasa dal settembre 2017. "Con tutti i ministri degli Esteri Ue, abbiamo espresso la nostra vicinanza al ministro Luigi Di Maio e all'Italia, per la morte di tre persone nella Repubblica Democratica del Congo, fra cui l'ambasciatore italiano Luca Attanasio. Restiamo determinati a continuare a combattere contro ogni violenza nella regione", ha detto l'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell.

Congo, muoiono in un’imboscata l’ambasciatore italiano Attanasio e il carabiniere Iacovacci. I terroristi sapevano che non c’era scorta. Gli assalti armati nella regione sono numerosi. Ma la strada percorsa dai fuoristrada delle Nazioni Unite era considerata sicura. Fabrizio Gatti su L'Espresso il 22 febbraio 2021. Qualche voce ha parlato troppo lungo la rotta che l'ambasciatore italiano, Luca Attanasio, 43 anni, e il carabiniere, Vittorio Iacovacci, 30, stavano percorrendo la mattina di lunedì 22 febbraio, ai confini orientali della Repubblica Democratica del Congo. I terroristi sapevano che sulla pista principale del parco nazionale dei Virunga, a nord della città di Goma, sarebbe transitato un piccolo convoglio del World Food Programme, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, con i rappresentanti dell'Unione Europea che avrebbero voluto rapire. I fuoristrada bianchi con il logo azzurro non passano inosservati su quei percorsi di terra battuta in mezzo alla foresta, nella regione del Nord Kivu che segna la frontiera con il Ruanda e l'Uganda. L'ambasciatore Attanasio, il carabiniere Iacovacci, originario di Sonnino in provincia di Latina e in forza al 13° Reggimento “Friuli Venezia Giulia” di Gorizia, e il loro autista, Mustapha Milambo, sarebbero stati uccisi dagli uomini del commando, messo in fuga dal successivo intervento dei soldati congolesi e dei ranger armati del parco. La dinamica dell'imboscata verrà chiarita nelle prossime ore. Ma non c'è dubbio che un bilancio così pesante per la diplomazia internazionale e per i piani delle Nazioni Unite, presenti in zona con la missione multinazionale di stabilizzazione “Monusco”, rivelino una grave falla nell'organizzazione del viaggio. Il convoglio, formato soltanto da due fuoristrada, non era infatti protetto da una scorta militare perché il percorso era considerato sicuro. Un'informazione che, molto probabilmente, era arrivata anche ai terroristi. La meta era a circa settanta chilometri a nord di Goma, nell'abitato di Rutshuru. Una distanza che, se non piove, si percorre in due ore e un quarto. La delegazione avrebbe dovuto visitare uno dei progetti di alimentazione scolastica con cui le Nazioni Unite, garantendo una maggiore sicurezza alimentare e sanitaria, puntano ad aumentare la presenza in classe. L’ambasciatore Luca Attanasio, originario di Limbiate in provincia di Monza e Brianza, padre di tre bimbe piccole e sposato con Zakia Seddiki, fondatrice di un'associazione di aiuto alle donne africane, sarà ricordato per il suo impegno per la pace e il sostegno ai progetti per la popolazione delle zone più povere del Congo. Ma l'attacco che ha subito è ordinaria quotidianità nella regione orientale. La vicinanza con l'Uganda, la presenza nel sottosuolo di terre rare ricercate dall'industria digitale e, soprattutto, i duemilacinquecento chilometri di distanza dalla capitale Kinshasa, raggiungibile soltanto in aereo, hanno favorito l'infiltrazione nelle zone a nord e a sud di Goma di una costellazione di eserciti privati. Oltre al coltan, la miscela di columbite e tantalite con cui si producono i condensatori di cellulari e computer, la Repubblica Democratica del Congo estrae la maggior parte del fabbisogno mondiale di cobalto, materia prima per il funzionamento delle batterie che muovono le auto elettriche di ultima generazione. L'ingresso sempre più ingombrante della Cina nei rapporti con Kinshasa, dal 2008 a oggi, sta spiazzando i signori della guerra che spesso sono loro stessi trafficanti o proteggono i traffici di materie prime. Il conflitto civile nelle regioni orientali del Congo non è quindi l'effetto di uno scontro etnico, come è spesso rappresentato, ma l'influenza di forze esterne al Paese. Il portale “Kivu security tracker”, nato da una collaborazione tra Human Rights Watch e il Centro di cooperazione internazionale dell'Università di New York, calcola un bilancio di 9973 vittime negli ultimi tre anni, 3721 attacchi, 5573 rapimenti e altri 4226 morti per aggressioni, rapine, violenze sessuali, riferibili direttamente o indirettamente alle incursioni delle bande armate che infestano il territorio. L'osservatorio ha infatti registrato l'attività di quarantacinque organizzazioni terroristiche nel Nord Kivu, tra le città di Goma e Beni, dove l'ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci sono stati uccisi. E di altre sessantaquattro nel Sud Kivu. Alcune di queste, come le Allied Democratic Forces (Adf), fuorilegge sia in Uganda sia in Congo, si ispirano al jihadismo. Il loro fondatore Jamil Mukulu, alias David Steven, 57 anni, è un ex cattolico ugandese. Si è avvicinato all'estremismo islamista in Kenia, dove ha studiato economia, e si è radicalizzato dopo un periodo di indottrinamento in Arabia Saudita. Mukulu è stato arrestato sei anni fa in Tanzania e da allora il gruppo armato è comandato dal suo vice, Musa Seka Baluku, 43 anni, un altro fanatico che ha dichiarato di ispirarsi ai terroristi iracheni dello Stato islamico e ai fanatici africani di Al-Shabaab in Somalia e di Boko Haram in Nigeria. Il gruppo Adf è il principale sospettato dalle autorità di Kinshasa. Poche ore dopo l'omicidio dell'ambasciatore italiano, del carabiniere di scorta e del loro autista, un altro attacco è stato messo a segno a Kasindi, un posto di frontiera lungo una delle strade che portano al lago Vittoria in Uganda. Sempre secondo gli osservatori di “Kivu Security Tracer”, l'organizzazione di Musa Seka Baluku ha ucciso due uomini e tre donne il 7 febbraio vicino alla città di Beni e altre quattordici persone nel villaggio di Mabule il 5 febbraio. A volte le tensioni sfociano in sanguinose battaglie perfino tra i componenti delle stesse bande. Una situazione di caos che nella regione, proprio come sta accadendo in questi giorni, favorisce la propagazione di nuovi focolai del virus ebola. E da decenni condanna la verde Repubblica Democratica del Congo, sospesa tra una natura generosa e una corruzione galoppante, a essere una delle nazioni più affamate al mondo.

Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, una morte terribile. Senza auto blindata, portati nella foresta dai ribelli. "L'Onu ce li ha sulla coscienza". Libero Quotidiano il 22 febbraio 2021. Passato lo sgomento iniziale per la morte di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, sono molte le domande scottanti sulla triste vicenda dei due italiani uccisi brutalmente mentre stavano viaggiando su un convoglio dell'Onu in Congo, diretti a un evento del "Programma alimentare mondiale". Dagospia è il primo a porsele, non nascondendo un velo di polemica: "Qualcuno al palazzo di vetro di New York dovrà rispondere della loro morte. Come mai le Nazioni Unite non hanno fornito un'auto blindata, o garantito una scorta al diplomatico italiano?". La strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche senza scorte di sicurezza, ha fatto sapere il Programma alimentare mondiale in una nota ufficiale. Resta il fatto che era nota quella zona per la presenza di diversi gruppi armati che spesso prendono di mira i ranger del parco: fonti sostengono che la milizia responsabile appartenga ai ribelli ruandesi, che superano il confine per rubare, uccidere e rapire. L'ambasciatore Attanasio pare sia stato raggiunto da colpi di arma da fuoco, mentre il carabiniere Iacovacci sarebbe stato preso dai ribelli, che dopo un chilometro e mezzo circa lo avrebbero ucciso, lasciando il corpo nella foresta. "E' questo il modo di proteggere il personale diplomatico in una zona che da 15 anni è epicentro dell'instabilità del Congo?", si chiede ancora Dagospia. Il quale tra l'altro fa notare che questo potrebbe essere il terzo "contenzioso" con l'Onu nel giro di un anno e mezzo: ancora si attendono notizie su Mario Paciolla - trovato morto il 15 luglio 202 in Colombia - e su Francesco Zambon - il ricercatore che ha ricevuto pressioni dall'Oms per il rapporto critico sulla gestione italiana del Covid. "Speriamo di non dover aspettare altri mesi per sapere la verità sul decesso dei due cittadini italiani in Congo, morti mentre dovevano essere tutelati proprio dalle Nazioni Unite", è la chiosa di Dagospia. 

DAGONEWS il 22 febbraio 2021. Al momento sembra quasi certo che i responsabili materiali della morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci in Congo siano uomini delle “forze democratiche per la liberazione del Ruanda”, il “Fdlr-Foca”. Ma qualcuno dovrà rispondere anche al palazzo di Vetro di New York, dove come minimo ci dovrà essere un’indagine interna per stabilire cosa accaduto. Attanasio stava viaggiando su un convoglio dell’ONU, diretto a un evento del Programma alimentare mondiale (il World Food Programme). Come mai le Nazioni Unite non hanno chiamato un’auto blindata, o garantito una scorta minima al diplomatico italiano? Mentre i vertici delle istituzioni europee hanno manifestato il loro cordoglio, le Nazioni Unite hanno fatto parlare il vice rappresentante speciale del segretario generale - capo della missione nel paese africano - David McLachlan-Karr. Per ora nessuna dichiarazione da parte del segretario generale Antonio Guterres. Oggi era troppo impegnato a parlare di suprematisti, neonazisti e della repressione in Birmania per fare uno statement  sui due italiani morti in Congo. Se l’Italia farà sentire la propria voce, sarebbe il terzo “contenzioso” con l’ONU in un anno e mezzo. Stiamo ancora aspettando la verità sul collaboratore delle nazioni unite Mario Paciolla, trovato senza vita il 15 luglio 2020 in Colombia. Per quella vicenda sono stati indagati i poliziotti locali che hanno permesso alla Missione di Verifica delle Nazioni unite di raccogliere gli effetti personali del giovane italiano e di ripulire il suo appartamento, cancellando eventuali prove. Stiamo ancora aspettando la verità sulle pressioni dell’OMS (altra agenzia ONU) al ricercatore Francesco Zambon, uno degli autori del rapporto critico sulla gestione italiana del Coronavirus. Speriamo di non dover aspettare altri mesi per sapere la verità sul decesso dei due cittadini italiani in Congo, morti mentre dovevano essere tutelati proprio dalle Nazioni Unite.

Marco Di Liddo per "Centro Studi Internazionale" il 22 febbraio 2021. L’uccisione dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio, avvenuta il 22 febbraio ad alcune decine di chilometri da Goma, capitale del North Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC) al confine con il Ruanda, ha improvvisamente riacceso l’attenzione internazionale su uno dei focolai di conflitto piu violenti, complessi e duraturi di tutto il continente africano. Da oltre 15 anni, infatti, il North Kivu è uno degli epicentri dell’instabilità nazionale congolese, nonche il luogo dove si è manifestata con maggiore intensità sia la Seconda Guerra del Congo (1998-2003) che i conflitti irrisolti da essa derivata, come la guerra del Kivu (2004 – 2007), l’insurrezione del Movimento 23 Marzo (2012-2013) e dell’Alleanza delle Forze Democratiche (AFD, 2017-2021). Nonostante l’enorme ricchezza naturale e mineraria, il North Kivu è una delle regioni più povere, sottosviluppate e fragili del Paese, dove le vulnerabilità sociali rappresentano il principale incentivo alla feroce conflittualità etnico-settaria. Oltre 20 gruppi etnici e relative milizie armate combattono contro le Forze governative, i Caschi Blu della missione ONU MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo) e le une contro le altre per il controllo del territorio e delle sue risorse, in particolare quelle agricole e minerarie. Su tutte, oro, pietre preziose e minerali per l’industria ad alta tecnologia (coltan). La dinamica principale degli scontri inter-etnici vede opposti i movimenti armati Tutsi, presumibilmente sostenuti dal vicino governo ruandese, e le bande Hutu, che usufruiscono del sostegno finanziario e logistico del Burundi. In entrambi casi, il coinvolgimento più o meno diretto dei due Paesi della regione dei Laghi e motivato dalla volontà di destabilizzare la Repubblica Democratica del Congo ed utilizzare le milizie etniche per controllare i traffici illeciti di oro, diamanti e minerali per l’industria ad alta tecnologia. In questo contesto, negli ultimi 4 anni e cresciuto esponenzialmente il ruolo dell’Alleanza delle Forze Democratiche, una milizia multietnica (con sostanziali quote Konjo e Amba) un tempo supportata dall’Uganda e dal movimento islamico Tablighi Jamaat. Infatti, a partire dal 2015, l’ADF ha intensificato i proprio contatti con la galassia jihadista internazionale, finchè una parte dei suoi combattenti ha deciso di giurare fedelta al Califfo al-Baghadi e fondare cosi una branca locale dello Stato Islamico (Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale, SIAC). Ad oggi, appare quasi impossibile distinguere le due organizzazioni, il cui tratto peculiare e la tendenza alla statualizzazione e ad un controllo del territorio capillare ed efficace, addirittura superiore a quello delle stesse istituzioni statali. In un simile contesto, gli attacchi delle milizie etniche contro le Forze Armate congolesi ed il personale sia civile che militare delle Nazioni Unite hanno un significato politico ed economico, teso a ribadire la propria presenza sul territorio allo scopo di proseguire il controllo dei traffici illeciti. Anche in assenza di un quadro informativo esaustivo, l’attacco contro il convoglio di MONUSCO nel quale e rimasto ucciso l’Ambasciatore Attanasio potrebbe rientrare in questa dinamica ibrida tra insorgenza politica e dissuasione criminale. Un grosso interrogativo avvolge l’ipotesi circa un presunto tentativo di rapimento ai danni dell’ambasciatore finito in tragedia. Infatti, sebbene in tutta la Repubblica Democratica del Congo simili episodi non siano rari, nessuna milizia si era mai spinta ad attaccare un target di cosi alto valore politico e cosi ben protetto e scortato. Dunque, al momento, le ipotesi piu concrete conducono a valutare la possibilità di un attacco di una milizia Tutsi a scopo intimidatorio verso MONUSCO oppure di una azione ostile perpetrata dall’ADF / Stato Islamico in Africa Centrale al fine di proseguire il proprio percorso di crescita e “accredito” internazionale. Infatti, sebbene questa branca del Califfato sia una delle più attive ed in espansione nel continente (dal Congo fino al Mozambico), ancora le manca un’azione dalla grande eco mediatica e politico-simbolica. In tal senso, l’attacco al convoglio di MONUSCO rientrerebbe perfettamente in tale strategia.

Tutti gli interrogativi sulla morte dell’ambasciatore Attanasio. Daniele Bellocchio su Inside Over il 23 febbraio 2021. Sebbene siano passate più di 12 ore da quando nella Repubblica democratica del Congo si è registrato il drammatico agguato durante il quale l’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo hanno perso la vita, la dinamica dell’accaduto è ancora incerta e i nomi dei responsabili dell’omicidio non si conoscono. A poche ore di distanza dall’accaduto sono molti gli interrogativi senza risposte che permeano il drammatico episodio. Il principale è perché l’ambasciatore si stesse muovendo senza scorta armata in una zona molto insicura. L’ambasciatore italiano stava infatti viaggiando a bordo di un convoglio del World Food Programme, da Goma verso Rutshuru, per recarsi a visitare un progetto del WFP in una scuola del Nord Kivu. L’agenzia delle Nazioni Unite ha diramato una nota in cui ha fatto sapere che le autorità locali hanno autorizzato il viaggio senza scorta. Notizia che invece è stata smentita dai rappresentanti del governo congolese, in primis dal Ministero degli Interni di Kinshasa, che in un comunicato ufficiale ha fatto sapere: ”I servizi di sicurezza e le autorità provinciali non hanno potuto assumere delle misure di messa in sicurezza del convoglio, né venire in loro soccorso tempestivamente, dal momento che erano all’oscuro della presenza del convoglio su cui viaggiava l’ambasciatore in una regione ritenuta instabile e dove si registrano attività di gruppi ribelli armati nazionali e stranieri”. Se questo è il primo grande quesito, il secondo invece riguarda la dinamica dell’accaduto: fonti diverse stanno dando ricostruzioni ondivaghe e con molte dissonanze. Leggendo i media locali c’è chi dice che il convoglio era composto da tre vetture e chi invece da due veicoli, alcuni media sostengono che gli autori dell’omicidio abbiano sparato contro la vettura uccidendo l’autista e ferendo a morte l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci mentre una fonte di InfoAfrica ha così descritto quanto accaduto: ”I membri del convoglio, sette persone compreso l’ambasciatore Luca Attanasio, hanno trovato una barriera fatta di sassi e tronchi sulla strada. Quando la macchina si è arrestata sono stati prima portati nella boscaglia dagli assalitori che hanno parlato in kinyarwanda, e poi sono stati uccisi dagli stessi assalitori, durante uno scontro a fuoco tra questi ultimi e un gruppo di guardie forestali di pattuglia nella zona, con il sostegno di militari delle forze armate congolesi”. Il fatto che la fonte abbia sottolineato che i rapitori parlassero in kinyarwanda è un particolare che è stato preso molto in considerazione dalle autorità congolesi che ora stanno accusando i ribelli dell’FDLR di essere loro i colpevoli di quanto accaduto. L’FDLR (Forze democratiche per la liberazione del Ruanda) è una delle formazioni irregolari più longeve e maggiormente organizzate che operano nel Nord Kivu. Si sono costituite nella seconda metà degli anni ’90 e sono composte dai genocidari suprematisti Hutu che, dopo la conquista di Kigali da parte del Fronte Patriottico Ruandese di Kagame, si sono ritirati sulle montagne congolesi dove hanno dato vita a una formazione guerrigliera che ha mantenuto il proposito di abbattere il governo di tutsi di Kagame e negli anni si è macchiata di azioni terroristiche, stupri, omicidi indiscriminati e saccheggi. Il fatto però che ora vengano considerati colpevoli i ribelli dell’FDLR crea molte perplessità soprattutto tra diversi analisti e reporter locali. Akilimali Saleh Chomachoma, uno dei primi giornalisti ad essersi recato sul luogo dell’imboscata, si è così espresso in merito a quando dichiarato dall’esecutivo di Kinshasa sulle responsabilità dei ribelli ruandesi. ”Mi sembrano considerazioni affrettate e semplicistiche. Già poche ore dopo l’incidente c’era chi incolpava i ribelli ruandesi dell FDLR e dei Nyatura. Per quel che riguarda quest’ultimi mi assumo la responsabilità di dire che è impossibile che siano stati loro. E’ un gruppo che opera a ovest di Rutshuru, lungo l’asse che conduce a Masisi e a Walikale. Non è una parte di territorio dove loro sono presenti quella in cui si è registrato l’attacco”. Poi proseguendo nella lucida analisi, il giornalista Saleh ha proseguito dicendo: ”Per quel che riguarda l’FDLR è più complesso il ragionamento: è vero che sono presenti nella zona, ma sono una formazione militarmente ben organizzata e anche, per quanto deprecabile, dotata di un’agenda politica. Perchè avrebbero dovuto compiere quest’omicidio? Non c’è nessun legame tra l’ambasciatore Attanasio e questa formazione. Un gruppo così strutturato perchè mai dovrebbe compiere un’azione di questo tipo sapendo che le conseguenze sono poi pesantissime? Fatico a credere che siano stati gli FDLR che hanno un modus operandi molto diverso. Le fonti sul posto mi hanno confermato che si è trattato di uomini in abiti civili, i guerriglieri hutu invece agiscono sempre facendo sfoggio delle loro uniformi. Sono un esercito, non dei banditi”. In conclusione Saleh ha poi raccontato: ”Io credo si sia trattato di un atto di banditismo finalizzato al rapimento e alla richiesta di riscatto. E lo dico perchè a maggio 2020, mio padre, proprio nella stessa zona, è stato rapito e i rapitori hanno poi chiesto un riscatto. Tutti a Goma e in Congo sanno che all’interno del Parco del Virunga operano centinaia di gruppi ribelli ma allo stesso tempo tutti sanno che in quella zona specifica si è sviluppata una rete di banditi che fanno dei sequestri lampo la loro attività principale”. In queste ore troppi coni d’ombra avvolgono ancora la vicenda e una verità oggettiva su quanto successo fatica ad emergere anche se l’impegno delle autorità italiane e congolesi è di lavorare congiuntamente affinché questa affiori quanto prima e possa essere fatta giustizia per la memoria di tre uomini: Luca Attanasio, Vincenzo Iacovacci e Mustapha Milambo.

Congo: nell’inferno di coltan e cobalto del Nord Kivu. Francesca Salvatore su Inside Over Il 23 febbraio 2021. La morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, assieme al carabiniere Vito Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo ha lasciato sgomenta l’opinione pubblica internazionale e l’Italia intera. L’uccisione del diplomatico italiano è avvenuta durante un trasferimento da Goma, capitale del Nord Kivu, verso Rutshuru. La vicenda ha puntato il faro, ancora una volta, su una regione il cui nome all’uomo della strada dice ben poco ma che, in realtà, ci riguarda tutti. Il Congo è bersagliato da ogni genere di dramma: emergenze sanitarie come l’Ebola, guerre intestine, banditismo e perfino la penetrazione dell’ISIS. Una nazione che non conosce pace, men che mai dalla sua indipendenza. Ma il Congo, oggi, non è a caso una delle nazioni africane maggiormente oggetto delle brame internazionali: oro, diamanti, avorio, legname pregiato ma soprattutto cobalto e coltan, indispensabili per la fabbricazione dei nostri smartphone e di tutta la tecnologia a nostro servizio, qui sono presenti in abbondanza. Tutt’attorno, una complessa rete di gruppi militari, paramilitari, deboli strutture statali e committenti internazionali.

Il cobalto. Il cobalto è uno di quegli elementi essenziali per le inesauribili batterie al litio di smartphone e auto elettriche sulle quali così tanto puntiamo per la svolta green. Un’estrazione molto complessa poiché spesso questo minerale viene ritrovato assieme ad altre sostanze e va perciò raffinato, quasi sempre da lavoratori in condizioni terribili. Su quasi 300mila minatori “artigianali” che tengono in piedi questa catena di progresso e morte, circa 35mila sono bambini in condizioni di schiavitù, prediletti per la loro agilità ed energia in cunicoli soffocanti, spesso trasformati in trappole mortali dagli allagamenti. Per quanto disperato possa essere, quei circa 0,65$ al giorno che ricevono dai trader stranieri sono l’unico mezzo di sopravvivenza per loro e le loro famiglie. Più del 60% della fornitura mondiale di cobalto viene estratto nella “cintura del rame” delle province sud-orientali della Rdc. Secondo una stima dell’agenzia governativa incaricata della supervisione del settore minerario “artigianale”, almeno il 20% di questa fornitura è estratta da gente del posto e a mano, il resto è prodotto da miniere industriali gestite da società straniere in seguito al crollo dell’azienda mineraria statale, Gécamines.

In un report del 2017 di Amnesty International, che aveva scoperchiato il vaso di Pandora sulla vicenda, l’organizzazione aveva rintracciato il cobalto di queste miniere in una un’azienda di trasformazione cinese chiamata Huayou Cobalt, i cui prodotti finiscono poi nelle batterie utilizzate per alimentare l’elettronica e i veicoli elettrici. Nonostante Amnesty abbia seguito con attenzione il progresso in materia, nessuna delle società citate nella relazione sta intraprendendo azioni adeguate per conformarsi agli standard internazionali. Questo nonostante siano a conoscenza dei rischi e gli abusi dei diritti umani legati all’estrazione di cobalto nella RDC. Apple è stata la prima azienda a pubblicare i nomi dei suoi fornitori di cobalto e la ricerca di Amnesty mostra che attualmente è leader del settore per ciò che concerne l’approvvigionamento responsabile di cobalto. Dal 2016, Apple si è impegnata attivamente con Huayou Cobalt per identificare e affrontare il lavoro minorile nella sua catena di fornitura. Dell e HP hanno mostrato segnali importanti: hanno iniziato a indagare sui loro collegamenti a Huayou Cobalt e hanno anche messo in atto alcune delle politiche più forti per rilevare i rischi e gli abusi dei diritti umani nelle loro catene di approvvigionamento. Meno virtuose Microsoft e Lenovo che o non rivelano i propri fornitori o hanno intrapreso solo azioni minime per identificare i rischi per i diritti umani o indagare sui collegamenti a Huayou Cobalt e alla RDC.

Il coltan. Quanto al coltan (columbite-tantalite), quest’ultimo si usa sotto forma di polvere metallica nell’industria elettronica e dei semiconduttori per la costruzione di condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte, che sono largamente usati nei telefoni cellulari e computer. Anche il coltan si estrae a mani nude per più di dieci ore al giorno: un’attività sfiancante che lede polmoni e sistema linfatico dei più piccoli. Una giornata di lavoro ha il valore di 1/2 $ a seconda dell’età del bambino per scendere fino a 0,50 $ nelle cave illegali: si tratta, inoltre, di cifre lorde poiché questi “salari” includono anche le somme che i piccoli minatori sono costretti a versare alla banditaglia che sorveglia la miniera e che si macchia spesso di abusi sessuali nei loro confronti. Il coltan passa, poi, prima per le mani di soldati e mercenari, almeno fino al confine con il Ruanda e l’Uganda; in seguito, viene ceduto alle compagnie di import/export per poi passare alle maggiori compagnie che trattano la raffinazione in Germania, Cina e Stati Uniti: infine, giunge nelle catene di montaggio delle grandi multinazionali dell’elettronica. Un’attività che non conosce sosta e che deve fronteggiare la richiesta famelica dell’ “oro nero congolese” per via delle nuove tecnologie ma anche di tutto quel comparto legato ai videogiochi che fa registrare cifre da capogiro. Un esempio fra tutti: come racconta Nena agency, nel 2000 con l’uscita di Sony PlayStation 2 si registrava una corsa all’oro nero, la domanda di tantalio aumentò facendo oscillare i prezzi del coltan da 35 dollari a libbra fino a quasi 400 dollari, mentre ai lavoratori nelle miniere veniva pagato 0,18 centesimi al chilo.

Un’ economia violenta. Il Kivu del nord, durante la lunga presidenza di Mobutu Sese Seko, ha mantenuto pressoché integri fino alla fine del secolo scorso i depositi minerari di cui dispone. Molti di questi, inoltre, non erano nemmeno così ambiti fino a trent’anni fa. Questo aspetto, oggi, ne fa una delle regioni più ambite dai meccanismi predatori legati ai minerali “preziosi” sottesi dai gruppi armati locali.

Gli stessi paesi africani usano i proventi derivanti dalla vendita delle pietre congolesi per finanziare le loro campagne militari, a volte dirette proprio a prendere il controllo di nuovi depositi. I gruppi paramilitari locali hanno come strategia sistematica quella di terrorizzare la popolazione dell’area estrattiva di loro interesse (spesso puntando a lasciare orfani bambini ed adolescenti per tramutarli più facilmente in schiavi) procurandosi così manodopera a bassissimo costo. I minerali non sono, tuttavia, la diretta causa del conflitto nel Kivu, ma hanno portato ad una “convenienza economica” del conflitto stesso: un circolo vizioso mondiale dove nessuno è innocente.

La ricostruzione dei drammatici momenti. Attacco in Congo, 6 gli aggressori armati di mitra e machete: ribelli Ruanda negano responsabilità. Redazione su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. L’assalto che è costato la vita in Congo all’ambasciatore italiano Luca Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista locale Mustapha Milambo sarebbe stata opera di sei persone “armate con 5 armi tipo AK47 e un machete” che avrebbero “proceduto con colpi di avvertimento prima di costringere gli occupanti dei veicoli a scendere e seguirli fino in fondo al Parco, dopo aver sparato a uno dei conducenti per creare panico”. È quanto sostiene il governo di Kinshasa in una nota – citata da Cas-Info – della commissione di crisi indirizzata al ministro dell’Interno incaricato degli affari interni, sicurezza e consuetudine della Repubblica Democratica del Congo. Secondo la ricostruzione delle autorità congolesi, i rapitori avrebbero “sparato a bruciapelo alla guardia del corpo, morta sul posto, e all’ambasciatore ferendolo all’addome”. L’attacco sarebbe avvenuto “alle 10:15” quando il convoglio sarebbe caduto “in un’imboscata a circa 15 km da Goma e 3 km prima del Comune rurale di Kibumba, più precisamente a Kanyamahoro sulla RN2 nel territorio del Nyiragongo”, precisa ancora la nota. Le Forze Democratiche della Liberazione del Ruanda (Fdlr), principali indiziati come responsabili dal governo del Congo, negano la responsabilità dell’attacco. È quanto si legge in un loro comunicato, ripreso sui social, in cui “condannano con forza” l’attacco e “respingono categoricamente” le accuse delle autorità di Kinshasa, dichiarando “di non essere per nulla implicati” nella vicenda e “chiedendo alle autorità congolesi e Monusco di far luce sulle responsabilità di questo ignobile assassinio”. Secondo Fdlr, l’attentato sarebbe avvenuto “non lontano” da pattuglie delle forze armate della Repubblica Democratica del Congo. “Le Fdlr rivolgono le loro condoglianze ai familiari delle vittime, al governo e al popolo italiano”, conclude la nota. Il Fdlr-Foca, come è noto il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi, è conosciuto a livello globale per il genocidio in Ruanda: i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda sono infatti quasi quasi interamente da Hutu, che si oppongono ai Tutsi. Secondo gli Stati Uniti, il gruppo è responsabile di una dozzina di attentati terroristici realizzati nel 2009.

La prima ricostruzione dell'agguato. Attacco in Congo, indaga la Procura di Roma: ambasciatore e carabiniere rapiti e uccisi nella foresta. Fabio Calcagni su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. Una ricostruzione ufficiale non arriverà nel breve periodo, ma col passare delle ore si più chiara la dinamica dell’attacco avvenuto questa mattina alle 10 (le 9 italiane) presso la cittadina di Kanyamahoro, circa 15 km a nord della città di Goma, nel Congo orientale, in cui hanno perso la vita l’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio, il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci, e Mustapha Milambo, l’autista del convoglio delle Nazioni Unite. Quel che appare sempre più chiaro è che l’attacco fosse un tentativo di rapire personale dell’Onu: nel convoglio formato da due veicoli del World Food Programme c’era anche il Capo Delegazione Ue, in totale sette persone. Un gruppo armato ha fatto fuoco sui veicoli, delle jeep bianche: gli spari hanno allertato i rangers di Virunga, il noto parco nazionale congolese, che giunti sul posto hanno preso atto dalla scomparsa dell’ambasciatore italiano, 43ennne originario di Limbiate (Monza e Brianza), sposato con tre figlie, e del militare Vittorio Iacovacci, 30enne originario di Sonnino, in provincia di Latina, in forza al battaglione Gorizia dal 2016. La zona è notoriamente ritenuta pericolosa a causa della presenza in particolare dei ribelli della Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr) che tendono imboscate in strada partendo dal parco. Ma nonostante la pericolosità, il World Food Programme ha spiegato in una nota che l’attacco “è avvenuto su una strada che era stata precedentemente dichiarata sicura per viaggi senza scorte di sicurezza”. Secondo fonti di polizia locale Attanasio e Iacovacci sono stati inizialmente catturati e quindi portati all’interno di una foresta dopo che il commando ha ucciso il loro autista, Mustapha Milambo. Il diplomatico italiano sarebbe stato colpito durante lo scontro a fuoco con i Rangers del Virunga, con gli attentatori che hanno proseguito scappando e portando con loro Iacovacci. Il gruppo dopo circa un chilometro e mezzo avrebbe quindi ucciso il carabiniere della scorta lasciando nella foresta il corpo, poi ritrovato dai ranger. L’ambasciatore Attanasio invece, secondo una fonte dell’Ansa, è deceduto dopo essere stato ferito da colpi d’arma da fuoco all’addome ed è arrivato all’ospedale di Goma in condizioni critiche. Quanto alla paternità dell’attacco, nessuna ipotesi è stata ancora scartata, dato che nell’area agiscono più gruppi para-militari: l’ipotesi prevalente resta quella che l’azione sia responsabilità del Fronte di Liberazione del Ruanda. Secondo la ministra degli Affari esteri del Congo, Marie Tumba Nzeza, il convoglio Onu “è caduto in un’imboscata“. “Prometto al governo italiano – ha aggiunto ai media locali – che l’esecutivo del mio Paese farà di tutto per scoprire chi c’è dietro questo vile omicidio”. Sulla morte di Attanasio e Iacovacci la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Nel procedimento coordinato dal procuratore capo Michele Prestipino si procede per sequestro di persona con finalità di terrorismo: le indagini sono state delegate ai carabinieri del Ros.

L'agguato al convoglio Onu. Chi c’è dietro l’attacco in Congo: dai ribelli ruandesi ai jihadisti, l’ex colonia belga è una polveriera. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. Un Paese che nell’ultimo secolo di storia non ha mai conosciuto una pace stabile, condizionato non solo da guerre sanguinarie e violente, ma anche da carestie e pandemie. È questo il Congo, l’ex colonia belga nel centro dell’Africa dove questa mattina sono stati uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. I due sono sono morti in un agguato messo avvenuto intorno alle 10 (le 9 italiane) presso la cittadina di Kanyamahoro, circa 15 km a nord della città di Goma, nella parte orientale del Paese. L’attacco era probabilmente un tentativo di rapire personale dell’Onu: nel convoglio formato da due veicoli del World Food Programme c’era anche il Capo Delegazione Ue, in totale sette persone. Una circostanza, quella del rapimento, che sarebbe confermata dal governo della Repubblica Democratica del Congo, che ha riferito come tre persone del convoglio del World Food Programme sono state rapite, con una quarta poi ritrovata dalle Forze armate del Paese. Quello che ancora non è chiaro è di chi sia la mano dietro la morte dei due italiani e del loro autista, Mustapha Milambo. L’ipotesi prevalente, avanzata in particolare dai media locali congolesi, resta quella che l’azione sia responsabilità del gruppo ribelle armato ‘Forze democratiche per la liberazione del Ruanda‘. Ipotesi ovviamene al vaglio della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo di indagine per sequestro di persona con finalità di terrorismo. Il Fdlr-Foca, come è noto il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi, è conosciuto a livello globale per il genocidio in Ruanda: i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda sono infatti quasi quasi interamente da Hutu, che si oppongono ai Tutsi. Secondo gli Stati Uniti, il gruppo è responsabile di una dozzina di attentati terroristici realizzati nel 2009. Ma nella zona dove è avvenuto l’attacco, il North Kivu, regione al confine con il Ruanda, trovano rifugio altri gruppi para-militari. Nell’area ha trovato rifugio il gruppo armato ugandese di ispirazione salafita dell’Adf, Allied Democratic Forces, un gruppo jihadista ugandese responsabile di numeri massacri nella regione e che ha come obiettivo quello di trasformare l’Uganda in una Repubblica islamica. La presenza islamica nella regione sarebbe confermata anche dalla rivendicazione da parte del Daesh di un attacco ad una postazione militare, la caserma di Kamango, avvenuto nell’aprile dello scorso anno. Sulla sfondo restano poi gli interessi economici sull’area, con la competizione armata per il controllo e lo sfruttamento delle ricchezze del suolo e sottosuolo, tra minerali e materie prime preziose. La raccolta di oro e coltan, in mano spesso a gruppi criminali, permette a quest’ultimi di finanziare l’acquisto di armi per controllare il territorio, in un circolo vizioso. L’instabilità dell’area ha poi spinto diverse multinazionali, preoccupate per la sicurezza, a lasciare il Paese e la regione: gli ex lavoratori, trovatisi di punto in bianco senza occupazione, sono stati di fatto spinti ad unirsi ai gruppi armati per sostenere sé stessi e le proprie famiglie.

L'ambasciatore e il carabiniere: chi sono i due italiani uccisi in Congo. Luca Attanasio, 43 anni, era in Congo dal 2017. Vittorio Iacovacci, carabiniere di 30 anni, era specializzato in scorte. Federico Giuliani - Lun, 22/02/2021 - su Il Giornale. L'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci hanno perso la vita nel corso di un assalto avvenuto oggi nella città di Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. Il primo, 43 anni, dal 5 settembre 2017 era Capo Missione a Kinshasa, e dal 31 ottobre 2019 era stato confermato in qualità di ambasciatore straordinario plenipotenziario accreditato; il secondo, 30 anni, era un carabiniere specializzato come addetto alla scorta di personale sensibile. L'attacco ha provocato anche una terza vittima. Si tratta dell'autista del mezzo sul quale viaggiavano Attanasio e Iacovacci. Lo ha confermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota di cordoglio pubblicata dal Quirinale. "Ho accolto con sgomento la notizia del vile attacco che poche ore fa ha colpito un convoglio internazionale nei pressi della citta di Goma uccidendo l’Ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista. La Repubblica Italiana è in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento dei loro doveri professionali in Repubblica Democratica del Congo".

Chi era Luca Attanasio. Classe 1977, Luca Attanasio era un uomo estremamente legato all'Africa. Come ricordato sul Giornale.it, "Attanasio assieme alla moglie, Zakia Seddiki, aveva ricevuto il premio Nassiriya per via dell'impegno della coppia nel sociale. La coppia ha curato infatti la fondazione l'associazione umanitaria 'Mamma Sofia', impegnata ad aiutare bambini e ragazze madri in Congo". Attanasio, sposato e con tre figlie, è stato ricordato dai suoi conoscenti come persona estremamente allegra. "Era il ragazzo a cui volevo più bene. Era uno dei giovani più brillanti della nostra diplomazia. Ieri sera era a cena a Goma con i nostri che sono lì. Sono addolorato", ha dichiarato, riportato dal Corsera, Alfredo Mantica, il dirigente di Alleanza nazionale che da sottosegretario agli Esteri lo ebbe nella propria segreteria alla Farnesina. Ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita, non possiamo che partire dal 2001. Attanasio si laurea con lode presso l'Università Luigi Bocconi. Dopo aver svolto un breve percorso professionale nella consulenza aziendale e ottenuto un master in politica internazionale, inizia la carriera diplomatica. Come ricorda l'agenzia Lapresse, alla Farnesina finisce prima alla direzione per gli Affari Economici, ufficio sostegno alle imprese, per poi passare alla segreteria della direzione generale per l'Africa. In seguito, nel 2004, diventa vice capo segreteria del sottosegretario di stato con delega per l'Africa e la cooperazione internazionale. All'estero, come anticipato, è capo dell'Ufficio Economico e Commerciale presso l'Ambasciata d'Italia a Berna, carica che ricopre dal 2006 al 2010, e Console generale reggente a Casablanca fino al 2013. In quello stesso anno rientra alla Farnesina per ricevere l'incarico di capo segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali. Nel 2015 torna nuovamente in Africa come Primo Consigliere presso l'Ambasciata d'Italia in Abuja in Nigeria, prima di svolgere le ultime mansioni Repubblica Democratica del Congo.

Chi era Vittorio Iacovacci. Attanasio stava viaggiando a bordo di un mezzo della Monusco, la missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per stabilizzare il turbolento Paese africano, quando il convoglio è caduto in un agguato. L'ambasciatore e l'autista - del quale non si conoscono ancora le generalità - sono morti assieme a Vittorio Iacovacci, carabiniere di 30 anni. Quest'ultimo apparteneva al XIII Reggimento Friuli Venezia Giulia, era di stanza a Gorizia. Come ha sottolineato l'AGI, Iacovacci proveniva da un reparto d'èlite dell'Arma dei Carabinieri, e aveva anche ottenuto brillanti risultati nel suo percorso al GIS, il Gruppo intervento speciale dell’Arma. Rientrato a Gorizia per motivi personali - scrive Infodifesa.it - Iacovacci è stato assegnato a Kinshasa in un contesto molto complicato. Fino ad oggi, Iacovacci ha fatto parte del team di close protection, insieme ad altri operatori del XIII Reggimento. La famiglia di Iacovacci è originaria di Sonnino, provincia di Latina. L'uomo non era sposato e non aveva figli. Come ricorda ancora il Corsera, si era arruolato nel 2016. Dopo aver frequentato la Scuola allievi carabinieri di Iglesias (Cagliari), è stato detinato al Reggimento. Da qui provengono molti militari dell’Arma destinati alle missioni all’estero.

Da lastampa.it il 22 febbraio 2021. Nato nella provincia di Milano, 43 anni, laureato con lode all’Università Commerciale Luigi Bocconi (2001), dopo un breve percorso professionale nella consulenza aziendale ed un Master in Politica Internazionale, Luca Attanasio intraprende la carriera diplomatica (2003). Alla Farnesina viene assegnato alla direzione per gli Affari Economici, Ufficio sostegno alle imprese, poi alla segreteria della direzione generale per l’Africa. Successivamente è vice capo segreteria del sottosegretario di Stato con delega per l’Africa e la Cooperazione Internazionale (2004). All’estero è capo dell’Ufficio Economico e Commerciale presso l’Ambasciata d’Italia a Berna (2006-2010) e console generale reggente a Casablanca, Marocco (2010-2013). Nel 2013 rientra alla Farnesina dove riceve l’incarico di Capo Segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali. Ritorna poi in Africa quale primo consigliere presso l’ambasciata d’Italia in Abuja, Nigeria (2015). Dal 5 settembre 2017 è capo missione a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo. Dal 31 ottobre 2019 è stato confermato in sede in qualità di Ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato in RDC.

La tragedia in Africa. Chi era Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano ucciso nella Rd del Congo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. È morto Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo. Anche un carabiniere morto in un attacco ai danni della vettura sulla quale viaggiava il diplomatico. Attanasio è stato portato d’urgenza in ospedale a Goma. Nulla da fare per lui. Il veicolo faceva parte di un convoglio del World Food Programme, del quale faceva parte anche il capo delegazione dell’Unione Europea. Ancora da chiarire i motivi dell’agguato, avvenuto nei pressi di Nyiragongo. Secondo un portavoce del Virunga National Park, l’attacco sarebbe rientrato in un tentativo di sequestro di personale dell’Onu. Massima apprensione della Farnesina che ha seguito la vicenda fino alla notizia della morte del diplomatico. Il carabiniere morto nell’attacco aveva 30 anni e si chiamava Vittorio Iacovacci. Era in servizio a Kinshasa dal settembre del 2020. Attanasio aveva 43 anni. Lo scorso ottobre aveva ricevuto il Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020 “per il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà”. Era uno degli ambasciatori italiani più giovani al mondo. Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, il 23 maggio 1977. Aveva studiato alla Bocconi di Milano, laurea in economia aziendale. Dal 2003 nominato Segretario di legazione in prova nella carriera diplomatica (specializzazione commerciale). Successivamente all’Istituto Diplomatico, corso di formazione professionale ‘Costantino Nigra’. Poi Sottosegretario di Stato, dal 2006 secondo segretario commerciale a Berna, in Svizzera, dal 2010 al 2013 al Consolato Generale di Casablanca, in Marocco, da Console, quindi Capo Segreteria della Dir. Gen. Mondializzazione e Questioni globali e dal 2014 Primo segretario ad Abuja (assegnazione breve), in Nigeria. Era capo missione a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. “Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato – aveva dichiarato ricevendo il Premio Nassiriya – non lo è in Congo dove purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani ma anche contribuire per il raggiungimento della pace”. Attanasio era sposato con Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili del Congo.

L'ambasciatore Luca Attanasio nel 2019 a Propaganda Live: "Gli italiani vennero in Congo per un futuro migliore". L'Espresso il 22 febbraio 2021. Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, è rimasto ucciso in un attacco contro un convoglio delle Nazioni Unite a Goma, insieme a un militare dei carabinieri, Vittorio Iacovacci, e al suo autista. In una puntata di Propaganda Live del 22 marzo 2019 l'ambasciatore raccontava l'immigrazione italiana in Congo.

Attacco in Congo, Solfrini amico dell'ambasciatore ucciso: "Portava aiuto ai poveri, era una persona eccezionale". L'Espresso il 22 febbraio 2021. Al Tg Zero di Radio Capital Maurizio Solfrini, agronomo, in Congo da anni, amico dell’ambasciatore Attanasio e sostenitore di “Mamma Sofia”, la ong fondata in Congo dalla moglie di Attanasio, Zakia Seddiki: "Ho sentito Attanasio una settimana fa, era sereno, nessun sentore del pericolo. Era un padre eccezionale, con una famiglia eccezionale. Insieme alla moglie, con l’associazione di lei, portavano aiuto alle famiglie povere. Avevano una missione nella vita, la missione umanitaria. Lui era anche un diplomatico con la D maiuscola". "Era un amico fraterno, persone così se ne provano poche nella vita, era una grande persona che cercava la pace".

Morte Luca Attanasio, l’amico prete: “Amava questa gente più di noi”. Chiara Nava su Notizie.it il 23/02/2021. Padre Pierfrancesco Agostinis, amico prete di Luca Attanasio, ha parlato dell'ambasciatore ucciso in Congo. Padre Pierfrancesco Agostinis, 51 anni, missionario saveriano in Congo, originario di Ovaro, in provincia di Udine, non avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo al suo amico Luca Attanasio. L’ambasciatore è morto in un attacco avvenuto in Congo. “Ci vedremo fra poco. Adesso devo proprio partire. Ma tornerò” sono state le ultime parole che Luca Attanasio ha detto al suo amico prete. “Per noi l’ambasciatore Attanasio era Luca, senza protocolli” ha dichiarato Padre Pierfrancesco Agostinis. “Luca era un uomo che ce la metteva tutta per fare del bene e amava questo Paese come noi missionari. Forse di più. Era in visita in Sud Kivu per incontrare gli italiani che vivono qui. È partito domenica mattina per Goma. Ci siamo incontrati sabato sera a Bukavu ed è stato un incontro molto bello” ha aggiunto il prete, parlando di Luca come di una persona di famiglia. Ha spiegato che non era il classico diplomatico, che dormiva con loro, nella casa regionale dei Missionari saveriani e non è mai andato a cercarsi un hotel. “Mi dicono: È arrivato il nuovo ambasciatore. Io sento una pacca sulle spalle e vedo un ragazzo giovane che si presenta dicendo: Ciao, sono l’ambasciatore” è stato il loro primo incontro. Il missionario, arrivato in Congo per la prima volta 25 anni fa da studente, è tornato nel 2004 a Kinshasa, dove ha trascorso dieci anni, per poi andare a Bukavu tre anni fa, dopo essere stato a Parigi per studio. Durante l’incontro avvenuto lo scorso sabato Padre Agostinis aveva conosciuto anche il carabiniere Vittorio Iacovacci. “Credo gli mancasse solo un mese per terminare il servizio in Congo e rientrare a casa. Aveva tutta la vita davanti” ha dichiarato. Il luogo dell’agguato, come ha spiegato il prete, è una zona particolarmente pericolosa. “Il Congo è un Paese difficile. Attraversare quel parco è pericoloso. Dove siamo noi c’è molta violenza, si spara anche in pieno giorno, ma nella gran parte dei casi si tratta di intimidazioni per furti, difficilmente le persone muoiono. Quella dove è stato ucciso Luca, invece, è una zona in cui ci sono diversi gruppi armati” ha aggiunto. Padre Agostinis si stava preparando a partire per Goma. “Non abbiamo paura. Partiremo con il primo battello in quattro missionari, per essere presenti e testimoniare che Luca era una persona che ha amato il Congo. Era anche un papà: voleva tornare da noi con la sua sposa fra un mese per fermarsi più a lungo” ha spiegato.

Chiara Nava. Nata a Genova, classe 1990, mamma con una grande passione per la scrittura e la lettura. Lavora nel mondo dell’editoria digitale da quasi dieci anni. Ha collaborato con Zenazone, con l’azienda Sorgente e con altri blog e testate giornalistiche. Attualmente scrive per MeteoWeek e per Notizie.it

Alberto Mattioli per "La Stampa" il 23 febbraio 2021. Don Angelo Gornati, ex parroco di Limbiate, lo conosceva dai tempi dell'oratorio di San Giorgio. Il ragazzino era diventato ambasciatore d'Italia ed è stato don Angelo a sposarlo con Zakia Seddiki, marocchina e musulmana: «Una doppia cerimonia, islamica là e cristiana qui. Luca era una luce che si accendeva e illuminava gli altri, un raggio di sole. Veniva da una bella famiglia, molto unita, e ne aveva costruita un'altra così. Sempre sorridente, positivo, altruista. All'oratorio aveva fondato un gruppo di sostegno per gli anziani malati e poi un altro per i ragazzi disabili. Aveva continuato anche da diplomatico come presidente dell'associazione "Mama Sofia", fondata dalla moglie per aiutare le mamme e le bambine di strada del Congo. Non dimenticava la sua città e gli amici. La diplomazia l'ha imparata qui. Era un appassionato frequentare della comunità di Taizé e una volta che un gruppo internazionale di una sessantina di ragazzi si è riunito a Limbiate è stato lui a gestirlo». De mortuis nihil nisi bonum, certo. Eppure l'impressione è che in questa cittadona di 36 mila abitanti fra Milano e Monza, 4 mila extracomunitari, il 70 per cento dei cittadini arrivati a suo tempo dal sud, Luca Attanasio fosse davvero amato. Era il compaesano che aveva fatto strada nel mondo, e tutti ne erano contenti. «Abbiamo sempre pensato che fosse destinato a un bell'avvenire», dicono in piazza Cinque giornate. I genitori, papà Salvatore, ingegnere in pensione, e mamma Alida, casalinga, sono chiusi in casa. Hanno appreso la notizia dai tiggì. L'ultimo messaggio dal figlio l'hanno ricevuto ieri mattina: una fotografia di lui in partenza per quella che sarebbe stata la sua ultima missione. «Mi spiace, non abbiamo intenzione di vedere nessuno»: neanche in momenti come questi la famiglia riesce a essere sgarbata con i giornalisti. Don Angelo ha sentito la sorella minore, «è una tragedia, siamo sconvolti», gli ha detto, come qualcuno che ancora non si capacita di quel che è successo dall'altra parte del mondo. La moglie di Attanasio è a Kinshasa con le loro tre figlie: una ha tre anni, le gemelline due. A Limbiate c'è un'atmosfera strana, sospesa fra disperazione e incredulità. Attanasio era l'espressione del cattolicesimo lombardo più tipico, fede e opere, l'oratorio come base, il volontariato come missione, concretezza e voglia di aprirsi al mondo. Uno dei migliori amici dell'ambasciatore assassinato («Il nome no, per piacere») ha fatto con lui il master all'Ispi dopo la laurea a pieni voti alla Bocconi. Attanasio prima aveva lavorato due anni alla McKinsey, poi ha scelto la carriera che aveva sempre sognato, quella diplomatica. «Ci conoscevamo dai tempi dell'oratorio di cui gli piaceva tutto tranne che giocare a pallone, l'unica cosa che non è mai riuscito a fare bene. Ma la sua vera passione era il prossimo. Attenzione: era buono, non buonista. Non si limitava all'empatia, passava ai fatti. Aveva delle idee ed era anche capace di realizzarle». Fino a rischiare? «Non credo sia mai stato imprudente. Era sempre consapevole di quel che faceva». Una vita glocal, la sua. Il mal d'Africa l'aveva colpito fin dai tempi in cui era console a Casablanca, dove aveva incontrato Zakia. Poi l'aveva accompagnato in Nigeria. Lì non si trovava bene, «posso uscire solo in certi orari, e sempre scortato», raccontava. Infine era approdato in Congo, certo non una sede da diplomatici di lusso. Ma allo stesso tempo non dimenticava le radici, questo pezzo d'Italia magari anonimo ma di antica civiltà. Il sindaco, Antonio Romeo, è nel suo ufficio, affranto. «Mi ha mandato l'ultimo messaggio venerdì. Era felice perché il Comune era finalmente riuscito ad acquistare una villa storica per farci il Centro culturale. "Era il nostro sogno", scriveva». L'ambasciatore con la faccia da ragazzino dimostrava meno dei suoi 43 anni anche perché metteva la cravatta solo quando era necessario. Era impegnato in progetti di cooperazione internazionale concreti, non chiacchiere e distintivi. Per questo, l'anno scorso avevano attribuito a lui e alla moglie il premio Nassiriya per la pace. Il suo discorso suona come un testamento, o una premonizione: «Il ruolo dell'ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani, ma anche di contribuire al raggiungimento della pace. La nostra è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l'esempio». Racconta l'ex sindaco Raffaele De Luca, amico di famiglia: «Era in Congo da tre anni e mezzo, la regola è quattro, quindi si chiedeva già se gli avrebbero dato un'altra sede o richiamato a Roma. Ma avrebbe fatto bene ovunque». Davanti al Municipio le bandiere sono a mezz'asta. In attesa del lutto cittadino si è già deciso di dedicare a Luca Attanasio il Centro culturale. Seduta a un tavolino del «Petit bistrot», davanti al Comune, una sua coetanea non riesce ancora a crederci: «Era una bella persona». E si capisce che è proprio così.

Luca Attanasio, l’ambasciatore per cui il mondo era una questione di cuore. Davide Casati su Il Corriere della Sera il 24/2/2021. «L’educare è questione di cuore». Chissà quante volte Luca Attanasio avrà accarezzato con lo sguardo questa frase, passando sotto l’arco dove è incisa, all’ingresso del suo oratorio, quello di San Giorgio, a Limbiate. Ora che il suo nome, per il più crudele dei motivi, è sulle labbra di tutti, sono in molti a rimanere senza parole davanti alla vastità delle onde generate da quella vita interrotta. Il dolore di tre bimbe e della loro mamma, certo. Dei genitori, della sorella, degli amici, dei colleghi che sui social, in ogni lingua, lo hanno ricordato increduli. E però anche quello di una, due, innumerevoli comunità. E patrie. «Una perdita enorme per tutti noi», ha detto l’ex sindaco del suo paese Raffaele De Luca al nostro Giampiero Rossi: aggiungendo poi — ed è una frase decisiva — «e per tanti altri che non lo hanno nemmeno conosciuto e non sanno che, magari, si è occupato tanto anche di loro». Nelle parole di uno dei suoi amici più cari, l’ambasciatore Attanasio — «Luca, semplicemente» — è stato «ambasciatore di gioia, di intelligenza, di chiacchiere, di risate, di vita, di Limbiate, di adolescenza, gioventù, di altruismo, di attenzione. Ambasciatore nostro». E in quel «nostro» c’è, nascosto, un universo. Una visione del mondo. Quella di una generazione che ha imparato a tenere nel cuore l’angolo di terra che li ha visti crescere, e ad allargare da subito sguardo e abbracci. Sapendo, in qualunque punto del pianeta ci si trovi, che in una chat dal nome improbabile ci sono raccolti gli amici di sempre: e gioendo, da migliaia di chilometri di distanza, per una villa storica recuperata dal Comune, da mettere a disposizione dei più giovani. Quella di chi prova a fare di una professionalità altissima il motore della propria carriera: ma che metteva da parte cariche e titoli, e al centro il darsi da fare, inesausto, per gli altri. Quella di chi si percepisce sempre in difetto di fronte al troppo da sistemare: e tenta però la strada di un rammendo paziente alle imperfezioni della vita. Di una prossimità sorridente, curiosa, partecipe: lungo una linea ininterrotta che parte dal pullman che ti porta al liceo — ultimi posti, per fare mucchio — e arriva al convoglio di una missione umanitaria nella foresta del Congo: fuori dal dovere codificato, dentro un dovere più grande e nascosto. Non sono, queste, qualità fragorose. Per questo, forse, escono a volte dai radar dei megafoni più tradizionali. Non escono però — mai — dalle vite che incrociano. Lo sanno i colleghi della Carriera diplomatica, gli ex compagni di scuola e università, i ragazzi disabili che Luca aveva assistito da ragazzo, i volontari, i missionari, le donne, gli uomini e i bambini cui l’ambasciatore aveva portato — dal Marocco alla Nigeria — l’eco di una scritta lontana, incisa su un arco di pietra. Per tutti loro, per molti altri, valgono le parole di un’amica di Luca, sui social, in queste ore sconvolte. «A questo mondo manchi tanto», ha scritto. «E anche a noi».

LUCA ATTANASIO ERA MUSULMANO. (Agenzia Nova il 24 febbraio 2021) - L’ambasciatore d’Italia nella Repubblica democratica del Congo ucciso lunedì 22 febbraio in un attacco armato, Luca Attanasio, si era convertito all’Islam durante la sua permanenza in Marocco come console generale a Casablanca. La notizia, pubblicata in prima battuta dal quotidiano online “La Luce”, è stata confermata ad “Agenzia Nova” da Hamza Piccardo, ex portavoce dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii) e autore dell’edizione italiana del Corano approvata dall’Arabia Saudita. È possibile che la conversione all’Islam si sia resa necessaria per consentire al diplomatico di sposare Zakia Seddiki, la moglie di origini marocchine con la quale avrebbe successivamente fondato l’organizzazione non governativa Mama Sofia. Sulla vicenda è intervenuto anche l’imam della Moschea di Maria di Cascina Gobba, che fa capo all'Associazione islamica di Milano, Baraa al Obeidi, secondo cui Attanasio va considerato a tutti gli effetti un martire secondo la definizione islamica, poiché ucciso da innocente e nell’ambito del suo impegno umanitario. “La Luce” riferisce che alcune comunità islamiche in Italia si stanno dunque organizzando per celebrare questo venerdì la Salat al ghaib, la preghiera per il defunto in assenza per Attanasio e per il suo autista Mustapha Milambo.

Da laluce.news il 24 febbraio 2021. La notizia è stata confermata a La Luce da fonti affidabili vicine alla famiglia.  I musulmani italiani si sono attivati per far pervenire le proprie condoglianze e fare sentire la propria vicinanza sia alle istituzioni sia alle famiglie di Attanasio e di Vittorio Iacovacci, in tal senso si sta muovendo sia l’organizzazione a livello nazionale sia le comunità locali della Brianza, in primis proprio quella di Limbiate. Interpellato in merito alla vicenda dell’ambasciatore Attanasio, Baraa Al Obeidi, imam della Moschea di Maria di Milano, (Cascina Gobba) ha chiarito che Luca Attanasio va considerato a tutti gli effetti un martire secondo la definizione islamica, questo in quanto è stato ucciso da innocente e in quanto ucciso nell’ambito del suo impegno umanitario. Alcune comunità islamiche si stanno organizzando pertanto per celebrare questo venerdì la Salat al ghaib, ovvero la preghiera per il defunto in sua assenza per Attanasio e per il suo autista Mustapha Milambo. Luca Attanasio, diplomatico quarantatreenne originario di Limbiate, in provincia di Monza e Brianza, ha perso la vita in un attacco avvenuto il 22 febbraio 2021 mentre viaggiava a a bordo di una vettura parte di un convoglio della Monusco, (la missione dell’Onu per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo). La zona confina con l’Uganda e con il Ruanda e vi operano numerosi gruppi ribelli e criminali tra i quali gli Hutu delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda in guerra con il governo di Kigali e Lord’s Resistance Army sanguinario gruppo armato ugandese di matrice cristiana guidato da Joseph Kony, per questo la reponsabilità dell’attacco non è ancora stata appurata. Nella sanguinoso tentativo di sequestro sono rimasti uccisi anche un giovane carabiniere, Vittorio Iacovacci di 30 anni e l’autista Mustapha Milambo in servizio presso il World Food Program. Luca Attanasio era stato incaricato del Consolato italiano a Casablanca nel 2010 e nel paese nordafricano aveva conosciuto la moglie Zakia Seddiki, attivista per i diritti umani delle donne e dei bambini, dalla loro unione sono nate tre bambine. Nel 2017 Attanasio era stato nominato ambasciatore a Kinshasa e proprio in Congo Zakia ha fondato la ONG Mama Sofia che aiuta migliaia di bambini di strada congolesi, i due coniugi infatti consideravano il lavoro umanitario una vera e propria missione e si spendevano senza riserve così come hanno raccontato in questi giorni tutti gli amici ed i collaboratori di Luca Attanasio e di Zakia Seddiki. L’Italia perde un suo grande servitore ed un grande uomo che ha onorato al meglio il paese ed il suo ruolo, In verità noi apparteniamo a Dio e a Lui ritorniamo.

Dom. Aga. per "la Stampa" il 25 febbraio 2021. È diventata un giallo la presunta conversione all’islam dell’ambasciatore Luca Attanasio, morto assassinato in Congo. Lo ha risolto l’imam Pallavicini: sarebbe un equivoco generato da una «testimonianza di fede» che il diplomatico avrebbe compiuto per sposare sua moglie, musulmana. Anche a Milano si getta acqua sul fuoco: altrimenti - ragionano in arcidiocesi - come si giustificherebbero le esequie di Stato nella basilica di Santa Maria degli Angeli e quelle di sabato celebrate dall’arcivescovo monsignor Mario Delpini? Mentre in Africa i missionari e i cooperanti della Fondazione Avsi assicurano: «Luca era un cattolico praticante, conversione mai avvenuta». E raccontano delle messe a cui partecipava, a cominciare da quella di domenica dai Saveriani, riportata da padre Franco Bordignon. Attanasio avrebbe acconsentito alla «prova di fede» in Marocco in qualità di console generale e sarebbe stato quindi musulmano: così ha scritto il quotidiano online La Luce. Il rito sarebbe stato collegato al matrimonio con Zakia Seddiki. Baraa Al Obeidi, imam della Moschea di Maria di Milano (Cascina Gobba), ha sostenuto che «Attanasio va considerato un martire secondo la definizione islamica, in quanto è stato ucciso da innocente e nell'ambito del suo impegno umanitario». Ma l'imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, presidente della Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana, ha poi spiegato all’agenzia Dire la sua deduzione: «L’ambasciatore può aver ritenuto di dare una dimostrazione di conversione all’islam» solo «per via delle regole che disciplinano il matrimonio con una musulmana marocchina». E in ogni caso, «credo che laddove non ci sia traccia della disposizione di una sepoltura di rito islamico, debba essere rispettata l’identità religiosa di nascita».

Il diplomatico ucciso in un attacco in Rdc. Chi è Zakia Seddiki, la moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio e presidente dell’ong Mama Sofia. Vito Califano su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo lascia la moglie Zakia Seddiki e tre figli. Non c’è stato niente da fare per il diplomatico, rimasto ucciso in un agguato stamattina. Viaggiava in un convoglio del World Food Program quando l’attacco, presumibilmente con armi leggere, portato forse a fini di sequestro, ha ucciso lui e Vittorio Iacovacci, carabiniere italiano di 30 anni. Seddiki era impegnata anche lei in Africa. Aveva fondato nel 2017 a Kinshasa la ong Mama Sofia. Era presidente dell’organizzazione. “Sognare un mondo più bello insieme è possibile”, si legge sul sito dell’organizzazione. Parole attribuite alla donna. “Le necessità di assistenza in RDC sono così numerose che Mama Sofia ha deciso di operare secondo due diverse modalità. La prima è costituita da ‘Iniziative ed eventi’ ad hoc che intendono dare una risposta immediata a richieste di aiuto per situazioni di grave disagio e difficoltà. La seconda, attraverso la realizzazione di ‘Progetti’ duraturi che, ove possibile, possano auto-mantenersi nel tempo e creare reddito per chi ha più’ bisogno, soprattutto mamme e famiglie in difficoltà in RDC”, si legge sempre tra gli obiettivi del sito dell’ong. Seddiki era stata premiata con il marito lo scorso ottobre con il Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini. È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo”, aveva dichiarato in quell’occasione la donna a Camerota. Diplomatico di lungo corso, e nonostante la giovane età, Attanasio aveva conosciuto sua moglie, di origini marocchine, durante la sua permanenza al consolato di Casablanca. I due si erano sposati nel 2015.

Parla la moglie di Attanasio. Ambasciatore Attanasio ucciso in Congo, la moglie Zakia: “Luca tradito da chi gli era vicino”.

Fabio Calcagni su Il Riformista il 26 Febbraio 2021. “Qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha venduto e lo ha tradito”. Sono parole chiare e durissime quelle che pronuncia Zakia Seddiki, moglie dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, ucciso lunedì mattina in un agguato in Congo assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista del convoglio Mustapha Milamb. Le accuse vengono pronunciate al telefono, con la voce ancora strozzata dal dolore delle perdita, dopo i funerali di Stato che si sono svolti giovedì nella basilica di Santa Maria degli Angeli a piazza della Repubblica a Roma. Da lì Zakia si è diretta a Limbiate, in Brianza, dove sabato verranno celebrate le esequie dell’ambasciatore 43enne morto nell’attacco nell’ex colonia belga. Zakia, sentita da Il Messaggero, conferma che il marito aveva fatto richiesta di una nuova auto blindata pochi giorni prima dell’agguato mortale avvenuto presso la cittadina di Kanyamahoro, circa 15 km a nord della città di Goma, nel Congo orientale. Ma i due fatti non sarebbero connessi: “Luca aveva fatto richiesta per una nuova macchina perché quella che era a disposizione in ambasciata, aveva avuto alcuni problemi meccanici. Quindi non c’è nessuna relazione con ciò che è accaduto quella terribile mattina”. Ma in attesa delle indagini del Ros, delegati dalla Procura di Roma, “l’unica risposta” che si dà la moglie di Attanasio “è che qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha venduto e lo ha tradito. Mentre io ho perso l’amore della mia vita”. Anche quella mattina i due si erano sentiti al telefono, via WhatsApp. “Lui lo faceva sempre, mi ha mandato due foto nel giro di pochissimi minuti. Venti minuti dopo mi ha ripetuto la stessa frase che mi diceva quando non eravamo insieme: “Ti amo amore mio e mi mancate”. Era tranquillo, sorridente. Non avevo nessuna percezione del pericolo e come me, lui. Anche nell’ultima foto, quella con il carabiniere Iacovacci rimasto vittima insieme a Luca nell’agguato. Nello scatto, sorridono e salutano. L’appuntamento di quella mattina poi era in programma da tempo per un progetto del World Food Programme. E invece…”.

Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 26 febbraio 2021. «Luca è stato tradito da qualcuno vicino a noi, alla nostra famiglia. Quella mattina la sua era un' operazione che non implicava direttamente il suo lavoro di ambasciatore». È ancora stravolta dal dolore Zakia Seddiki, moglie dell' ambasciatore italiano ucciso lunedì mattina in un agguato nella foresta di Virunga in Congo. Nella stessa imboscata è stato ucciso anche il carabiniere, Vittorio Iacovacci. Ieri, dopo i funerali di stato che si sono svolti nella basilica di Santa Maria degli Angeli a piazza della Repubblica a Roma, Zakia si è diretta a Limbiate dove sabato verranno celebrate le esequie. Al telefono, la sua voce è strozzata dal pianto. Ma è un dolore lucido.

Quella mattina, quando ha parlato l' ultima volta con suo marito?

«Ci siamo scritti via WhatsApp. Lui lo faceva sempre, mi ha mandato due foto nel giro di pochissimi minuti. Venti minuti dopo mi ha ripetuto la stessa frase che mi diceva quando non eravamo insieme: Ti amo amore mio e mi mancate. Era tranquillo, sorridente. Non avevo nessuna percezione del pericolo e come me, lui. Anche nell' ultima foto, quella con il carabiniere Iacovacci rimasto vittima insieme a Luca nell' agguato. Nello scatto, sorridono e salutano. L'appuntamento di quella mattina poi era in programma da tempo per un progetto del World Food Programme. E invece...».

Dal numero di suo marito, l'ultimo accesso è registrato alle 8.49: pochi minuti dopo averle scritto quindi e, da quanto ricostruito dagli investigatori, appena un' ora prima dell' agguato...

«Esatto. Anche se, cosa sia davvero accaduto ancora non è stato chiarito. Così come, cosa ci sia dietro la sua uccisione».

L'ambasciatore però, pochi giorni prima dell'agguato, aveva fatto richiesta di una nuova auto blindata: temeva forse per la vostra incolumità?

«No. Non ne avevamo motivo. Anzi, la nostra vita fino a quella mattina è andata avanti senza nessuna avvisaglia. Però è vero: Luca aveva fatto richiesta per una nuova macchina. Perché quella che era a disposizione in ambasciata, aveva avuto alcuni problemi meccanici. Quindi non c'è nessuna relazione con ciò che è accaduto quella terribile mattina».

Lei ha qualche sospetto?

«No, saranno le indagini ad accertare cosa è accaduto nella foresta. In queste ultime ore sono stata travolta dagli eventi, dal dolore per me, per la mia famiglia distrutta. L'unica risposta che mi sono data, e che posso dare, è che qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha venduto e lo ha tradito. Mentre io ho perso l' amore della mia vita».

Come vi siete conosciuti?

«La prima volta che ci siamo incontrati Luca era console in Marocco. Un amico comune ci ha presentati, il giorno di San Valentino. Per tutti è due è stato un colpo di fulmine. Abbiamo iniziato a frequentarci, ci siamo innamorati. E non ci siamo mai più separati. Non so dire se è stato destino, di certo ci siamo scelti. Ma scegliere Luca è stato facile. Un uomo davvero speciale».

Quindi vi siete sposati...

«Sì, nel 2015 con il rito delle religioni miste. Perché sono di origine marocchine e di fede islamica. Ma tra di noi non c'era alcuna divisione, non è stato neanche necessario affrontare la questione. Dividevamo e condividevamo tutto perciò anche le rispettive religioni: frequentavo la chiesa, con i riti cattolici. E lui faceva lo stesso, partecipando ai riti islamici. Non c' è stato mai alcun problema anche sull'educazione delle nostre figlie a cui abbiamo sempre letto sia la bibbia che il corano».

Dopo i funerali che si celebreranno a Limbiate cosa farà?

«Non lo so. Negli ultimi quattro giorni la mia vita, quella delle mie figlie e della mia famiglia è stata stravolta: è un dolore che non so ancora come affrontare».

Attanasio, la moglie: «L’agenzia Onu disse a Luca che garantiva la sicurezza. Non lo ha fatto». Maurizio Caprara su Il Corriere della Sera il 26 febbraio 2021. Zakia Seddiki racconta dei contatti di Attanasio con il Programma alimentare mondiale prima della partenza per Goma. Parla di lui, della vita insieme e dice: «All’Italia sarò sempre grata. Chiedo di rispettare Luca. Rispettiamolo, si rispetti il nostro dolore». «Chiedo di rispettare Luca», dice in questa intervista Zakia Seddiki, la moglie dell’ambasciatore Luca Attanasio ucciso lunedì scorso nella Repubblica Democratica del Congo. Di origini marocchine, fondatrice e presidente dell’organizzazione di volontari «Mama Sofia» che aiuta bambini e donne in difficoltà, parla come si esprime una persona gentile. Ferita nei sentimenti, ma che il dolore non trascina via da una natura garbata. Da lunedì scorso Zakia Seddiki sta attraversando giorni che hanno il peso di anni. Meno di una settimana fa la notizia dell’agguato al marito nel Nord Est del Paese africano, le incognite su perché siano stati colpiti a morte con armi il suo uomo, il carabiniere Vittorio Iacovacci che lo accompagnava e l’autista Mustapha Milambo. Martedì un volo notturno in aereo da Kinshasa per Roma. Mercoledì la camera mortuaria. Giovedì i funerali di Stato, poi partenza per la Lombardia nella quale verrà sepolto l’ambasciatore. Improvvisa notorietà non cercata. Un affetto strappato.

Che cosa sapeva del viaggio di suo marito nella zona di Goma, quasi 2.500 chilometri di distanza dall’ambasciata d’Italia a Kinshasa?

«Luca è stato invitato dal Programma alimentare mondiale per una visita su un progetto del Pam per le scuole. Era previsto che organizzassero tutto loro. Ha domandato: “Chi si occupa della sicurezza e di tutto?”. Hanno risposto: “Ci pensiamo noi alla sicurezza”».

Invece è a Kinshasa che l’ambasciata dispone di due auto blindate. È così?

«Sì, a Kinshasa ci sono scorta e macchine blindate. Per spostarsi secondo l’invito ricevuto, quindi, Luca ha dovuto porre la domanda: chi si occupa della sicurezza? Non è che il Pam sia una piccola organizzazione. Hanno detto ce ne occupiamo noi ed è giusto fidarsi di un’organizzazione così grande, soprattutto parlando di questo».

Nel viaggio Luca Attanasio era scortato soltanto da Iacovacci. In genere in posti come quello della visita si va con giubbotti antiproiettile.

«Sì, ma a Kinshasa abbiamo tutto. E Luca non ha mai fatto un passo fuori dalla residenza o l’ambasciata senza la sua scorta e senza i controlli della sicurezza. Si è fidato».

Che a occuparsi della sicurezza sarebbe stato il Pam gli era stato comunicato per telefono, secondo quanto lei ricorda, o in altri modi?

«Sì, al telefono. E ho sentito. Luca non ha mai viaggiato senza pensare alla sicurezza. Anche chi è nella scorta fa il proprio lavoro, contatta il posto, chiede informazioni. Erano sempre attenti. Sono stati respinti altri inviti perché, a fronte della richiesta, non c’erano mezzi per la sicurezza. Questa volta ci siamo fidati, tutti si sono fidati di un’istituzione come le Nazioni Unite (il Pam si coordina con l’Onu e il suo direttore esecutivo viene nominato anche dal segretario generale del Palazzo di Vetro, ndr)».

A quando risale la telefonata con il Pam?

«A subito dopo l’invito. Poi anche prima del viaggio sono state poste queste domande. Luca di solito le poneva e poi la sua scorta faceva il proprio lavoro».

Ricorda chi era la persona con la quale suo marito parlò al telefono?

«No».

Stando a quanto leggo lei ha dichiarato: «Luca è stato tradito da qualcuno vicino a noi, alla nostra famiglia». A chi si riferiva?

«È stato tradito nel senso che chi ha organizzato sapeva che la sicurezza non era nella misura adeguata per proteggere lui e le persone con lui».

Può sembrare che lei alludesse a una spia che avrebbe dato indicazioni.

«Il Pam non ha organizzato la protezione in modo opportuno. Non hanno fatto quello che va fatto per una zona a rischio. Sicuramente dentro il Pam qualcuno sapeva che la scorta non era efficace».

Quindi non c’entra qualcuno vicino alla famiglia?

«No, macché vicino alla nostra famiglia. No».

Lei ha avuto la possibilità di farsi un’idea sul motivo dell’attacco di lunedì all’auto nella quale si muovevano l’ambasciatore, il carabiniere e l’autista? Se l’assalto servisse a una rapina, a un rapimento o era un agguato di tipo politico?

«Non ho modo di saperlo».

Quando ha salutato suo marito?

«Mentre usciva di casa. Prima delle cinque».

Del mattino?

«Sì. Hanno cambiato tre volte l’orario del volo Kinshasa-Goma delle Nazioni Unite. Hanno detto si parte alle cinque, poi alle undici. La sera hanno informato che sarebbe stato alle cinque. Ovviamente quella mattina ci siamo salutati».

Lo scopo del viaggio quale era?

«Umanitario».

L’ambasciatore andava spesso fuori da Kinshasa?

«Sì, ha fatto varie missioni fuori. Consolari, umanitarie, per progetti, per andare a trovare italiani. Insieme abbiamo fatto un paio di viaggi, ma non c’erano mai stati questi problemi».

Non era la prima volta per lui a Goma.

«A Goma era stato, nella zona intorno però no».

Come descriverebbe Luca Attanasio a chi non lo ha conosciuto?

«Una persona semplice, che ama il prossimo. Motivato. Voleva fare tante cose. E col cuore generoso e grande. Penso che nessuna parola può definire Luca. È unico».

Quando vi eravate conosciuti a Casablanca avevate già in comune l’interesse per attività umanitarie?

«Ci siamo incontrati come due persone normali, tramite un amico di entrambi. Poi abbiamo scoperto di avere cose in comune».

Lei doveva ancora fondare «Mama Sofia», l’organizzazione con la quale aiuta a curarsi bambini di strada e assiste detenute?

«’Mama Sofia’ è stata fondata quando siamo arrivati in Congo».

Che cosa aveva portato Luca Attanasio e lei a Kinshasa?

«In precedenza eravamo in Nigeria, lo ha deciso il ministero. Luca è stato chiamato per la sede in Congo. Come uno che lavora per lo Stato, ha sempre detto di sì. Come moglie e madre l’ho seguito».

La Costituzione italiana, all’articolo 19, riconosce che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede». Eppure c’è chi considera ragione di discussione se suo marito si fosse convertito all’Islam oppure no.

«Tra di noi dopo che ci siamo conosciuti è andata così: ognuno ha la sua religione, ha la sua identità e l’amore era più forte. Ognuno ha mantenuto la sua identità con rispetto dell’altro. Non è che sia complicato».

Gliene ho parlato soltanto perché le sue parole su questo valgono più di dicerie altrui.

«Alle volte non capiamo perché certa gente deve approfittare di momenti così brutti per inventarsi le cose».

Quale ricordo conserva del carabiniere Iacovacci?

«Quelli della scorta a Kinshasa erano persone di famiglia, sempre disponibili 24 ore su 24. Vittorio era un ragazzo giovane, a una delle prime missioni, che cercava di dare tutto e anche di più. Un ragazzo educato che faceva il suo lavoro come si doveva».

Lei adesso dovrà tornare in Congo.

«Per forza. Ho lì gli affari personali e dovrò chiudere le cose per tornare».

In Italia?

«Non lo so. È un momento brutto che rende difficile pensare già ad altri argomenti».

Se ritiene lei di dover aggiungere qualcosa, dica pure.

«L’Italia è nel cuore. È stato sempre il mio secondo Paese. È il Paese di mio marito, ho tre bimbe con identità italiana. All’Italia sarò sempre grata. Chiedo di rispettare Luca. Rispettiamolo, si rispetti il nostro dolore. Lo dico a chi vuole solo scrivere per scrivere, senza avere informazioni, o cambiare mie parole per dare un altro senso. Chiedo rispetto. Rispetto per una persona che amava il suo Paese».

Grazia Longo per "la Stampa" il 23 febbraio 2021. La villetta in cui il carabiniere Vittorio Iacovacci è cresciuto prima di arruolarsi e partire in missione per il Congo dove ha trovato la morte a soli 30 anni, è immersa nelle campagne di Sonnino, provincia di Latina. Il cancello è sempre aperto per accogliere parenti e amici che vengono a offrire una parola di conforto a papà Marcello, operaio, mamma Angela e ad Alessia, la sorella di 27 anni del militare ucciso. L' altro fratello, Dario, è anch' egli in missione in Libia come incursore della Marina. Un cordone di carabinieri della compagnia di Terracina presidia l' ingresso della casa a protezione della famiglia. Ma uno zio si ferma a parlare con i cronisti per raccontare chi era Vittorio. Un altro si fa portavoce del dolore e della disperazione dei genitori del giovane. «Mio nipote era un ragazzo stupendo, un vero servitore dello Stato - dice lo zio Angelo -. I miei cognati non riescono a darsi pace per quello che è accaduto. Marcello, che tra l' altro è a letto malato con la febbre, mi ha detto "Che ci vuoi fare? Lo sai anche tu che fare il carabiniere era il suo sogno, tanto che ha lasciato l'esercito per arruolarsi. Uno pensa che certe tragedie non capitano mai e invece poi succedono". Mia cognata Angela invece non ha la forza neppure di parlare, piange a dirotto insieme alla figlia». Sarà proprio Alessia, impiegata in una ditta di corrieri espresso, insieme a Domenica, fidanzata di Vittorio, assistente in uno studio dentistico, a partire per il Congo per riportare in Italia la salma. «Ci vanno insieme per farsi coraggio l'una con l'altra - interviene un altro zio, Giovanni -. Domenica e Vittorio erano fidanzati da alcuni anni, lui con i risparmi aveva costruito una villetta qui, proprio dietro a quella dei suoi genitori. Avevano programmato di sposarsi l'anno scorso ma poi hanno dovuto rimandare per colpa del coronavirus. Ora si parlava di giugno, ma ancora una data non era stata fissata». Quel che è certo che a breve i due fidanzati si sarebbero potuti riabbracciare: la missione di Vittorio in Congo stava per scadere, sarebbe dovuto rientrare in Italia il 10 marzo. «Dire che siamo di fronte a uno scherzo del destino è dire poco - osserva un amico, Marco -. Vittorio avrebbe compiuto 31 anni il 6 marzo, il 10 sarebbe dovuto ritornare a Sonnino e invece ce lo riporteranno chiuso in una bara. Era un ragazzo straordinario, un carabiniere con i calli alle mani, come diciamo qui in paese per spiegare che era un gran lavoratore». Il militare - che quand' era nell' Esercito era stato anche paracadutista della Folgore a Livorno - era partito per il Congo, a Kinshasa, lo scorso settembre. Nel 2016, dopo il trasferimento nell' Arma, era stato destinato al Tredicesimo Reggimento carabinieri «Friuli Venezia Giulia» con sede a Gorizia. Lì ha svolto diversi corsi di addestramento per le operazioni militari all' estero e nel 2018 anche quello per la sicurezza nelle ambasciate. Sino a ieri ha fatto parte del team di «close protection», insieme ad altri operatori del XIII Reggimento, dal quale provengono molti militari dell' Arma destinati alle missioni all' estero. Come alcuni fra i caduti dell'attentato di Nassiriya del novembre 2003. Il ministro della difesa Lorenzo Guerini dichiara «profondo dolore per l'attacco nel quale oggi hanno perso la vita l'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Alle famiglie delle vittime, all'Arma dei carabinieri il più profondo cordoglio, vicinanza e solidarietà a nome mio e di tutta la Difesa». Il comandante generale dell'Arma, generale Teo Luzi esprime vicinanza alle famiglie delle due vittime e bolla l'agguato come «un gesto vile che ci lascia sgomenti. I carabinieri ancora una volta pagano un prezzo altissimo per il loro servizio fatto di impegno e sacrificio a tutela delle sicurezza dei cittadini, delle Istituzioni in Italia e all' estero. Sono 16 le ambasciate a rischio nel mondo, Vittorio Iacovacci era stato addestrato ma purtroppo lo hanno ucciso». «La comunità di Sonnino è sgomenta per questa giovane e tragica perdita» afferma il sindaco Luciano De Angelis. «Era andato a portare la pace - aggiunge - ed è stato ucciso. Ci stringiamo attorno alla famiglia. Il giorno del funerale proclamerò il lutto cittadino». E il governatore del Lazio Nicola Zingaretti conclude: «Alla famiglia e ai suoi amici la vicinanza di tutta la Regione Lazio, non dimenticheremo mai il sacrificio di Vittorio Iacovacci».

Chi era Vittorio Iacovacci, il carabiniere ucciso nell’attentato in Congo. Fabio Calcagni su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. Si chiamava Vittorio Iacovacci il carabiniere ucciso nell’attacco in Congo contro un convoglio delle Nazioni Unite. L’attacco è avvenuto questa mattina presso la cittadina di Kanyamahoro, circa 15 km a nord della città di Goma, nella parte orientale del Paese. Iacovacci faceva parte del convoglio in cui viaggiava l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, l’ambasciatore morto in seguito alle ferite riportate nell’attacco. Il carabiniere, che avrebbe compiuto 31 anni il prossimo marzo, era originario di Sonnino, in provincia di Latina, ed era effettivo al 13esimo Reggimento Carabinieri ‘Friuli Venezia Giulia’ con sede a Gorizia, avendo prestato servizio in passato anche alla Folgore. Iacovacci non era sposato e non aveva figli e si era specializzato proprio come addetto alla protezione e scorta di personale sensibile. Secondo alcuni media locali come Actualite.cd, gli autori dell’attentato avrebbero avuto come obiettivo principale proprio Attanasio. Il sito riferisce quindi che sul posto che “sono intervenute le Fardc”, ossia le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo, “e le guardie del Parco nazionale dei Virunga”. Il commando terroristico avrebbe utilizzato armi leggere per l’attacco avvenuto nel percorso tra Goma e Bukavu. La zona è ritenuta pericolosa a causa della presenza in particolare dei ribelli della Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr) che tendono imboscate in strada partendo dal parco. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha “espresso profondo cordoglio del Governo e suo per la tragica morte di Luca Attanasio, Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica del Congo, e di Vittorio Iacovacci, appuntato dei Carabinieri che lo accompagnava a bordo di un convoglio a Goma”. Il Presidente del Consiglio e il Governo “si stringono ai familiari, ai colleghi della Farnesina e dell’Arma dei Carabinieri. La Presidenza del Consiglio segue con la massima attenzione gli sviluppi in coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri”. Il sindaco di Sonnino, Luciano De Angelis, ha già annunciato di voler proclamare il lutto cittadino: “La comunità di Sonnino è sgomenta per questa giovane e tragica perdita. Proclameremo il lutto cittadino. Era andato a portare la pace ed è stato ucciso – conclude il sindaco – ci stringiamo attorno alla famiglia”.

Attentato Congo: il carabiniere Iacovacci si sarebbe sposato in estate. Notizie.it il 22/02/2021. Si sarebbe sposato nell’estate del 2021 il carabiniere Vittorio Iacovacci morto nell’attacco insieme all’ambasciatore Attanasio. Una morta avvenuta troppo presto quella di Vittorio Iacovacci, il carabiniere deceduto in seguito all’attacco nella Repubblica Democratica del Congo durante la quale sono morti l’autista del convoglio e l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Iacovacci, giovane carabiniere di 30 anni si sarebbe dovuto sposare nell’estate del 2021 ed era prossimo al ritorno in Italia il cui rientro sarebbe stato fissato già nelle prossime settimane. Un dolore quindi troppo grande per i parenti, la fidanzata e chiunque volesse bene al giovane militare. Nel frattempo dall’Italia e non solo è arrivato il cordoglio per il militare e l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. In segno di lutto le autorità italiane hanno esposto a Palazzo Chigi e negli uffici pubblici ministeriali le bandiere italiane ed europea a mezz’asta. Sarebbe dovuto rientrare nelle prossime settimane il carabiniere Vittorio Iacovacci, uno degli uomini uccisi durante l’attacco nel Congo. Membro effettivo del XIII Reggimento Gorizia Iacovacci si trovava nel Paese Africano in missione ormai da settembre. Un’esperienza prossima al termine che avrebbe dovuto essere coronata con il matrimonio del militare che sarebbe stato programmato per l’estate del 2021. A dare l’annuncio della morte del carabiniere di Sonnino il comandante dei carabinieri della stazione del paese natale Gaetano Borrelli e il comandante della compagnia dei carabinieri di Terracina Francesco Vivona. A dare il cordoglio per la morte del giovane carabiniere anche il sindaco di Sonnino, paese del quale Iacovacci era originario: “Una notizia straziante e dolorosa. Una notizia che lascia attoniti per la drammaticità e la violenza. Sono rattristato per la morte dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, rimasto ucciso insieme al nostro paesano Vittorio Iacovacci, un militare dell’Arma dei Carabinieri, e all’autista, nella cittadina di Kanyamahoro, l’area Est del Congo al confine con il Rwanda. Voglio condannare con fermezza questa azione violenta e vigliacca, si tratta di una enorme tragedia a cui non possiamo restare indifferenti. Vittorio appena trentenne ha pagato con la vita il suo spirito di sacrificio e l’abnegazione per la divisa che indossava. Ci stringiamo al dolore dei familiari e di tutte le persone che lo conoscevano. Solidarietà al corpo diplomatico e all’Arma dei Carabinieri. Il giorno dei funerali sarà proclamato il lutto cittadino”.

Il sindaco: "Intitoliamogli la caserma dei carabinieri". La vita distrutta di Vittorio Iacovacci: la missione in Congo, il rientro tra pochi giorni e il matrimonio in estate. Giovanni Pisano su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. Avrebbe compiuto 31 anni tra poche settimane, a marzo, quando sarebbe dovuto tornare dalla sua missione in Congo, dove si trovava dallo scorso settembre, e programmare il matrimonio con la sua fidanzata storica (che dal nord si era trasferita nel suo paesino) in programma a giugno. Sonnino, piccolo comune in provincia di Latina, è un paese segnato dal dolore. La salma di Vittorio Iacovacci, il carabiniere ucciso in un agguato nella foresta del Congo insieme all’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 43 anni, e al loro autista, Mustapha Milambo, tornerà questa sera in Italia e domattina, 24 febbraio, è disposta l’autopsia al Policlinico Gemelli di Roma. Vittorio, secondo una prima ricostruzione della presidenza congolese, è stato ucciso dai rapitori che hanno assalito il convoglio su cui viaggiavano in totale sette persone. I killer gli hanno sparato a bruciapelo. “A 500 metri, i rapitori hanno tirato da distanza ravvicinata sulla guardia del corpo, deceduta sul posto, e sull’ambasciatore, ferendolo all’addome”, si legge nel comunicato riportato dal sito Cas-Info. Il militare è morto “nell’adempimento del proprio dovere” e nella villetta di Capocroce, frazione di Sonnino (Latina), a un’ora e mezza sud di Roma, i genitori Marcello e Angela e la sorella minore Alessia sono distrutti. Vittorio ha un altro fratello maggiore, Dario, impegnato in una missione in Libia con la Marina Militare. Vittorio era a Kinshasa dallo scorso settembre e faceva parte dell’aliquota dell’Arma che garantisce la tutela della rappresentanza diplomatica italiana in Congo, paese dove gli equilibri sono instabili da tempo. Il suo compito era quello quello di proteggere l’ambasciatore Attanasio nelle sue uscite. Il militare – che in precedenza aveva prestato servizio anche alla Folgore – si arruolato nell’Arma nel 2016 e come primo servizio, nello stesso anno, e’ stato destinato al 13/o Reggimento Carabinieri ‘Friuli Venezia Giulia’ con sede a Gorizia dove ha svolto diversi corsi di addestramento per le operazioni militari all’estero e nel 2018 anche quello per la sicurezza nelle ambasciate. “Era un ragazzo indescrivibile, pieno di vita, era orgoglioso di quello che faceva”, racconta ai cronisti presenti all’esterno della villetta della famiglia lo zio Benedetto. “Non sono in grado di parlare per il dolore. Amava la sua fidanzata ed il calcio“, dice Marco, altro zio del 31enne. Un’altra zia, tra le lacrime, spiega che “era un bravissimo ragazzo. Era fidanzato con una ragazza originaria del Nord che ora vive e lavora qui a Sonnino. Erano una bellissima coppia, avevano già preparato casa e dovevano sposarsi. L’ho visto l’ultima volta a settembre prima che partisse per il Congo”. “La comunità di Sonnino è sgomenta per questa giovane e tragica perdita”, fa sapere il sindaco Luciano De Angelis. “Era andato a portare la pace – aggiunge – ed è stato ucciso. Ci stringiamo attorno alla famiglia”. Il comune adesso vorrebbe intitolargli ora la locale caserma dei carabinieri. “Noi oltre ad indire il giorno di lutto cittadino in concomitanza con i funerali, vogliamo chiedere ai vertici dell’Arma di intitolare la caserma dei carabinieri di Sonnino a Vittorio Iacovacci” dice all’Ansa il sindaco.

Da "la Stampa" il 23 febbraio 2021. Si chiamava Mustapha Milambo l'autista di Luca Attanasio ucciso insieme all'ambasciatore italiano e al carabiniere Vittorio Iacovacci nell' attacco ieri mattina nel Nord Kivu. Mustapha era nato e risiedeva a Goma, proprio dove è avvenuto l'attentato. Dopo aver frequentato il Collège Alfajiri, a Bukavu, e l'università di Kinshasa, aveva iniziato a lavorare per il World Food Programme come autista. Secondo ciò che vi è scritto sui suoi social, l' autista lascia una moglie e quattro figli. In diversi post sui social condannava con decisione la violenza di gruppi ribelli ed estremisti che popolano il Nord Ovest del Congo. Il presidente della Repubblica democratica del Congo, Félix Tshisekedi Tshilombo, citato dal sito Actualite.cd ha condannato fermamente «questi atti odiosi perpetrati a Kibumba, vicino a Goma (nel Kivu-Nord)» e ha dato l' incarico ai «servizi preposti» di fare luce sull' accaduto.

Era sulla jeep con Attanasio e Iacovacci. Chi è Rocco Leone, telefonata alla moglie dell’italiano sopravvissuto alla strage in Congo: “Sto bene”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. Rocco Leone è l’unico italiano sopravvissuto alla strage avvenuta lunedì mattina, 22 febbraio, in Congo. Sono passate da poco le 10 quando nel villaggio di Kibumba, a tre chilometri da Goma, nel cuore della foresta del Paese africano due jeep bianche (non blindate) del Programma alimentare mondiale ‘Pam’ sono dirette alla a volta del comune di Kiwanja, in territorio di Rutshuru, per far visita alla scuola di un villaggio. Leone, 56 anni, è il vice direttore del Pam a Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, ed è rimasto illeso nel conflitto a fuoco tra i ranger e i rapitori dove hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 43 anni, il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, e l’autista Mustapha Milambo. E’ stato portato in ospedale per controlli subito dopo l’agguato ma non ha riportato alcuna ferita.

LA TELEFONATA ALLA MOGLIE – La moglie di Rocco Leone, direttore aggiunto del World Food Programme, sopravvissuto all’agguato in Congo, ha potuto parlare con il marito, che l’avrebbe rassicurata sulle sue condizioni di salute. Il cooperatore è ricoverato in un ospedale africano dopo lo shock in seguito alla sparatoria. Della telefonata con la moglie, che abita a Firenze, riferisce il sito internet Notizie di Prato. Rocco Leone, 56 anni, ha studiato all’istituto Cicognini di Prato e poi si è laureato in matematica. A Prato è conosciuto anche per la sua attività di scout, visto che è stato a lungo nell’Agesci. Da circa 20 anni lavora per il World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare ed è presente il quasi 80 paesi. Leone era in Congo da circa due anni ma in precedenza aveva vissuto in molti altri paesi africani. A Prato vivono il padre e le due sorelle.

LA RICOSTRUZIONE – Rocco Leone si trovava sulla jeep, con i distintivi Onu sulle portiere, insieme ad Attanasio, Iacovacci, due autisti, due bodyguard congolesi: sette persone in tutto. Alla missione avrebbe dovuto partecipare anche l’addetto consolare Alfredo Russo ma all’ultimo è rimasto a casa. Secondo una prima ricostruzione, “a circa 25 chilometri dalla città di Goma, la prima autovettura, sulla quale viaggiavano le vittime, è stata oggetto di colpi di arma da fuoco esplosi da un gruppo armato che avrebbe agito per rapinare il convoglio e/o sequestrare personale dell’Onu”. Dopo aver ucciso l’autista, sempre secondo la prima ricostruzione, gli assalitori “hanno aperto il fuoco sugli altri occupanti del veicolo; subito dopo hanno prelevato dal mezzo l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci, presumibilmente al fine di rapirli e chiedere poi un riscatto in denaro”. A quel punto, seguendo la ricostruzione dell’intelligence, un addetto alla sicurezza dell’Onu che viaggiava sulla seconda vettura (non colpita da proiettili) ha intavolato “una trattativa con gli assalitori, chiarendo lo status dei connazionali”. Successivamente vi sarebbe stato uno scontro a fuoco tra gli assalitori ed elementi appartenenti alle forze Rangers ed all’Esercito congolese intervenuti dopo aver sentito i primi spari. Conflitto a fuoco dove hanno perso la vita i due italiani e il loro autista.

L’INDAGINE DEI ROS – Saranno acquisiti dagli investigatori del Ros dei carabinieri i verbali dei testimoni ascoltati dalle autorità di polizia locale in relazione all’agguato costato la vita ad Attanasio e Iacovacci. Gli inquirenti della Procura di Roma, inoltre, hanno disposto controlli e verifiche anche sulle armi utilizzate dai ranger del parco del Virunga e che sono intervenuti durante l’azione in cui hanno perso la vita i due italiani ed il loro autista congolese. Tra i testi ascoltati ieri – si spiega – c’è anche l’italiano funzionario del World Food Programme, Rocco Leone. Oltre a due guardie del corpo congolesi e un altro guidatore locale. I pm di Roma Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti che indagano per sequestro di persona con finalità di terrorismo hanno disposto l’esame autoptico dei due corpi (in Italia in serata) che verrà effettuato presso l’istituto di medicina legale del Policlinico mercoledì 24 febbraio. Secondo un comunicato della presidenza congolese sono stati i rapitori a uccidere l’ambasciatore e il carabiniere, sparando loro a bruciapelo. “Allertate, le Ecoguardie e le Fardc”, le Forze armate congolesi, “si sono messe alle calcagna del nemico. A 500 metri, i rapitori hanno tirato da distanza ravvicinata sulla guardia del corpo, deceduta sul posto, e sull’ambasciatore, ferendolo all’addome”, si legge nel comunicato riportato dal sito Cas-Info.

Raffaella Scuderi per "la Repubblica" il 25 febbraio 2021. «Non sembrava neanche lui. Era sotto shock. Si interrompeva a ogni parola per la commozione». Rocco Leone si trovava sul convoglio assalito da una delle 122 milizie che uccidono, rapiscono e rapinano sulla strada che da Goma porta verso il Nord delle Repubblica democratica del Congo. Direttore del programma Onu del World Food Programme, è il terzo italiano a bordo dei due veicoli assaliti, scampato alla morte perchè era rimasto indietro. Un vantaggio che gli ha permesso di scappare prima che scoppiasse l'inferno. Di lui ci parla il missionario saveriano Franco Bordignon, amico fraterno dell' ambasciatore Attanasio, da quasi 50 anni in Congo. La sera di martedì ha cenato con Leone. «Mi ha raccontato quello che sapeva, anche se di quanto successo nella boscaglia a Luca e a Iacovacci non aveva visto nulla perché era già in fuga». Solo il giorno prima del massacro, Leone, Attanasio e i due uomini della scorta, Iacovacci e Mansour del Wfp, avevano percorso duecento chilometri di strada sterrata da Goma a Bukavu per andare a trovare Bordignon alla missione. «Luca voleva aprire un consolato qui a Goma. Era la quarta volta in meno di un anno che veniva da noi. Nessun ambasciatore in 50 anni lo aveva mai fatto prima». Il viaggio di sabato dei quattro, anche questa volta, era avvenuto senza scorta e senza blindati. Una sola persona armata, il carabiniere Iacovacci, perché la guardia di sicurezza Onu non indossava armi. «Domenica alle 10.15 - racconta Bordignon riportando le parole di Leone - sono stati fermati da un commando di sei persone armate, violente e disorganizzate. Li hanno obbligati tutti a scendere. Mustapha, l' autista, si è rifiutato ed è stato freddato sul posto». A quel punto il gruppo del convoglio di sei persone è stato brutalmente trascinato nella boscaglia. «Mentre Attanasio e Iacovacci camminavano davanti trascinati dai banditi, Leone invece, mi ha raccontato, ha avuto la fortuna di rimanere indietro. Questo gli ha consentito poi di scappare». Stando alle parole di Bordignon, Leone non avrebbe visto nulla di quanto successo dopo, perché appena libero, è corso sulla strada per cercare i soccorsi. «Intanto il gruppo di balordi veniva circondato dai ranger del parco Virunga e dalle forze armate congolesi. Lo scontro a fuoco è avvenuto con i nostri due connazionali in mezzo. Attanasio è stato colpito da tre proiettili, racconta il padre saveriano, Iacovacci da uno-due, mortali. Dal momento in cui il nostro ambasciatore è stato colpito a quando è arrivato all' ospedale di Goma dove è morto, sono passati 50 minuti. Un tempo lunghissimo e cruciale in cui forse si sarebbe potuto salvare». Certo è che stiamo parlando di 25 chilometri di distanza in un territorio immerso nella foresta e attraversato da strade sterrate molto trafficate. Bordignon continua il suo racconto, e ci tiene a sottolineare, d' accordo con Leone, che il vero testimone chiave dell' assalto, è la guardia di sicurezza del Wfp, Mansour Rwagaza, che si trova ricoverato ancora sotto shock all' ospedale di Goma. Lui si è salvato fingendosi morto a terra. «Sarà impossibile determinare chi li ha uccisi - dice il missionario -. Ne ho viste tante di inchieste in Congo. Iniziano, ma non hanno mai fine. Leone mi ha detto che erano molto brutali e sembravano criminali allo sbaraglio, improvvisati. È altamente improbabile che appartengano alle Fdlr (le Forze democratiche di liberazione del Ruanda, che appartengono all' etnia hutu, nemica giurato del governo di Kigali, ndr ). Anche il direttore del Pam con cui ho parlato la pensa così». Kinshasa, a distanza di poche ore dall' agguato, attraverso il ministro dell' Interno, ha subito puntato il dito contro le milizie Fdlr, riportando le testimonianze di abitanti locali e basandosi sulla lingua parlata dai banditi: il kinyarwanda. «Ma in questa regione tutti la parlano. Che prova è? Il gruppo ribelle Fdlr è come il comune denominatore in matematica. Se la prendono tutti con loro». E la sicurezza. «Hanno ammazzato un ambasciatore come niente fosse - continua il missionario - . Non è concepibile che lui girasse senza scorta e senza blindato, in una zona di guerra come questa. Ogni giorno quella strada è percorsa da veicoli Onu e Pam. Tutti sono scortati e blindati». Secondo Bordignon, che conosceva molto bene Attanasio, forse è stato proprio lui a non insistere sulla scorta, «per non disturbare». «Era un bellissimo amico. Insieme abbiamo fatto tante cose. Aveva tanti progetti. Semplice, squisito. Parlava sempre con tutti. Aveva una missione umana e cristiana, perché era un forte credente», conclude il missionario con la voce incrinata per la commozione.

Stamane l'informativa alla Camera del ministro Di Maio. Rientrate in Italia le salme di Attanasio e Iacovacci, Draghi a Ciampino: i mille dubbi nelle indagini. Antonio Lamorte su Il Riformista il 24 Febbraio 2021. Sono rientrati nella tarda serata di ieri in Italia i corpi dell’ambasciatore nella Repubblica Democratica del Congo Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, morti in un agguato lunedì mattina. Il rientro all’aeroporto di Ciampino, a Roma. Presente il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Assente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma soltanto per problemi di salute. Presenti anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e degli Esteri Luigi Di Maio. Prima dei funerali si terranno le autopsie sui cadaveri al Policlinico Gemelli di Roma. Gli investigatori dei Ros hanno preteso e ottenuto che le autorità congolesi intervenissero il meno possibile sui corpi e sulla scena del crimine per raccogliere elementi. I funerali di Stato si terranno domani alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Ancora troppi i dubbi sull’agguato che ha colpito il diplomatico e il militare italiani. Il governo, con il ministro dell’Interno, di Kinshasa ha incolpato i guerriglieri hutu del Fronte Democratico di liberazione del Ruanda. Questi hanno smentito, rimandando l’accusa al mittente. Nel Nord del Kivu sono centinaia, circa 170 le bande che imperversano. Hanno natura politica, etnica, religiosa o semplicemente criminale. C’è ancora anche da capire chi ha esploso i proiettili che hanno ucciso rapidamente l’ambasciatore e il carabiniere. E anche da scoprire perché la strada sulla quale viaggiava il convoglio di due auto – non blindate – era stata definita sicura dall’Onu. “Asse rosso, negativo”, il messaggio che definiva la strada Rn2 sulla quale viaggiavano i due veicoli e che avrebbe portato il diplomatico in visita a una scuola di Rutshuru. Tutto organizzato dal World Food Programme. Nessun “asse rosso” dunque, nessun pericolo. I due uomini non indossavano nemmeno il giubbotto anti-proiettili. Su tutto questo indagano i Ros in Congo da lunedì stesso. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, al momento contro ignoti, per sequestro di persona con finalità di terrorismo. Preziosa la testimonianza di Rocco Leone, vicedirettore locale del World Food Programme, che viaggiava con Attanasio e Iacovacci. Morto anche l’autista della jeep sulla quale viaggiava il diplomatico nell’attacco. Stamattina alle 9:00 alla Camera dei deputati l’informativa del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, alle 10:45 al Senato.

Grazia Longo e Giordano Stabile per "la Stampa" il 24 febbraio 2021. C'era il presidente del Consiglio Mario Draghi - insieme ai ministri di Esteri e Difesa Di Maio e Guerini - ad attenderli sulla pista dell' aeroporto di Ciampino. L' aereo militare è partito ieri pomeriggio alle 16 e 20 da Goma, Kivu settentrionale, ed è atterrato alle 23,30. A bordo le salme dell' ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, caduti in un agguato dai risvolti ancora poco chiari. Le bare, avvolte nel tricolore, sono state portate a spalla dai militari che le hanno accompagnate. Le salme sono state poi trasferite al Policlinico Gemelli dove, su ordine della Procura, già stamattina dovrebbero svolgersi le autopsie. Sono previsti per domani mattina a Roma i funerali di Stato di Attanasio e di Iacovacci. Le esequie si terranno nella chiesa di Santa Maria degli Angeli. Successivamente le salme saranno trasferite nei Comuni di residenza, Limbiate (Monza-Brianza) per Attanasio e Sonnino (Latina) per Iacovacci. Fra i militari presenti a Ciampino ieri c' erano anche gli esperti del Ros, che hanno raccolto materiale e testimonianze per tutta la giornata di ieri. Fondamentale sarà quella di Rocco Leone, vicedirettore in Congo del Programma alimentare mondiale, (Pam) che sarà sentito però al suo ritorno in Italia per motivi giurisdizionali. Faceva parte del gruppo di sette persone sulle due auto del convoglio, ma è riuscito a salvarsi come in un film. Mentre gli altri venivano trascinati verso la boscaglia, ha finto di zoppicare e i sequestratori l' hanno lasciato indietro. È illeso e sotto choc. Ha parlato però con la moglie al telefono. Anche gli altri tre colleghi rapiti, tutti congolesi, Fidele Zabandora, Mansour Rwagaza, Claude Mukata, sono stati rilasciati, in buone condizioni. Leone sarà sentito in Italia dai pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. Originario di Prato, potrebbe rientrare presto in Italia. Altrimenti si procederà con convocazione tramite rogatoria. Il suo racconto è prezioso per ricostruire le modalità dell'attacco. È un fatto acclarato che sul posto sono intervenuti i ranger, che hanno il compito di presidiare il parco del Virunga. Ma chi ha sparato per primo? Chi ha colpito a morte l'ambasciatore e il carabiniere? E quest' ultimo a che punto è intervenuto nella sparatoria? I Ros ieri hanno recuperato anche la sua pistola, che sarà sottoposta ad analisi. Si procederà poi a comparare le munizioni usate dai guerriglieri e dai ranger. In Congo usano tutti lo stesso fucile mitragliatore, il Kalashnikov Ak47, per cui sarà importante verificare i proiettili incastrati nelle jeep colpite nell' agguato per metterli a confronto con quelli che verranno recuperati stamattina nell' autopsia delle due vittime al Policlinico Gemelli. Restano troppi dubbi. Il gruppo accusato, le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, smentisce e riversa i sospetti sull' esercito regolare congolese. Dall' Onu filtra sconcerto su come è stata organizzata la sicurezza. Martedì il nostro diplomatico si era fidato del Pam ed era volato da Kinshasha a Goma convinto di trovare un dispositivo adeguato. E invece si è trovato davanti «due vecchi fuoristrada» non blindati. Ieri il dipartimento di sicurezza delle Nazioni unite si è riunito con i rappresentanti delle sue agenzie a Goma. Un funzionario dell'Unicef, Jean Metenier, ha ribadito che «non c' erano segni di un possibile attacco». Anche perché i gruppi armati che operano nel distretto di Rutshuru non hanno mai osato assalire le organizzazioni internazionali. Ma alcuni testimoni parlano alle tivù locali di un agguato «ben organizzato» e confermano che l'autista, Mustafa Milambo, è stato ucciso subito. I sequestratori erano sei, «cinque armati di kalashnikov e uno di machete». Hanno costretto i passeggeri a scendere e a seguirli nel fitto della foresta ai lati della strada. È a quel punto che, secondo la presidenza congolese, sono intervenuti i militari. Dopo un chilometro in fuga, quando i ranger erano a «500 metri», i rapitori hanno sparato a bruciapelo a Iacovacci e all'ambasciatore. Un'esecuzione feroce, che le Fdlr respingono. «Non abbiamo alcuna postazione nell' area - ha precisato un portavoce - il convoglio è stato attaccato non lontano dall' esercito congolese». Kinshasa è convinta che siano loro perché «parlavano kinyarwanda», una lingua ruandese. Ma in quell'area non sono i soli. Ci sono anche i Nyatura o l' ex M-23. I Ros allargheranno lo spettro delle indagini. Nel Kivu settentrionale operano 45 gruppi differenti, tutti con metodi identici. Sequestri, estorsioni, "tasse" imposte ai contadini, traffici di avorio, minerali fra il Congo e i Paesi vicini. Secondo la ong Alerte congolaise si tratta di «banditi, senza un'agenda politica». Venti ranger sono stati uccisi l'anno scorso, e oltre duemila civili sono morti fra il gennaio del 2019 e l'ottobre del 2020. L'arrivo di un gruppo jihadista legato all' Isis, l'Adf, ha peggiorato la situazione. Il governo di Kinshasa ha assicurato «piena collaborazione» nelle indagini.

Congo, la Camera ricorda Attanasio e Iacovacci. Fico: "Ferocia vigliacca e incomprensibile". L'Espresso il 23 febbraio 2021. Un minuto di silenzio e le poche parole di Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati, nel ricordo dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi in un attentato in Congo. "Siamo addolorati e costernati per questo atto di incomprensibile e vigliacca ferocia contro due connazionali impegnati in un'azione di sostegno e di solidarietà".

Da repubblica.it il 23 febbraio 2021. Queste immagini provengono da Kibumba, il luogo dell'attacco al convoglio Wfp su cui viaggiavano l'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi insieme all'autista congolese Mustapha Milambo. Il video, girato nel momento dell'imboscata da un uomo del villaggio, descrive i momenti di paura in cui avviene l'attacco, gli spari degli aggressori e la gente che getta a terra moto e biciclette con tutto il carico per allontanarsi. Fra le urla si distingue una frase: "Eccoli, eccoli. Sono loro. Si stanno togliendo l'uniforme". I gruppi armati che operano nell'area, che confina con il Parco Virunga, spesso indossano le uniformi dei ranger per creare confusione.

L’addio a Luca e Vittorio: «Sono stati uccisi da una violenza stupida». Maurizio Caprara su Il Corriere della Sera il 26/2/2021. I funerali hanno ritmi lenti, ma in certi momenti possono portare velocemente il pensiero in altri tempi e altri luoghi. Vicino alla Fontana delle Naiadi, ieri a Roma, le autorità che si raccoglievano davanti ai bagagliai aperti delle auto con le bare dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci sembravano una versione ordinata dell’affacciarsi attonito di autorità e funzionari dietro alla Renault 4 nella quale, il 9 maggio del 1978, giaceva in via Caetani martoriato il corpo di Aldo Moro. In questo caso casse rivestire di bandiere tricolori coprivano due uomini dello Stato ai quali lunedì scorso, nella Repubblica democratica del Congo, per moventi ancora non del tutto noti erano stati inflitti supplizi più veloci, ma non meno ingiusti, di quello che le Brigate rosse riservarono allo statista sequestrato. «Funerali di Stato» è definizione che pare irreggimentare sofferenze, stirarle secondo un protocollo rituale. È vero in parte, non per intero. Tratteneva la commozione con disciplina, eppure si sentiva che dietro alla sua voce c’era un uomo autentico l’appuntato che nella basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri ha letto la Preghiera del Carabiniere. Si chiama Salvatore Di Giacomo. Si è offerto di sostituire Iacovacci a Kinshasa e vigilare in Congo sull’ambasciatore che prenderà il posto di Attanasio. Sul viso dell’appuntato le lacrime si stavano affacciando. L’autocontrollo le ha respinte indietro. Ad ascoltare la messa c’erano nelle prime file la moglie di Attanasio, Zakia Seddiki, la donna che avrebbe dovuto sposare Iacovacci tra breve, Domenica Benedetto, e alte cariche della Repubblica Italiana: la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati in rappresentanza di Sergio Mattarella, assente a causa di un disturbo vestibolare, il presidente della Camera Roberto Fico, il presidente del Consiglio Mario Draghi. Ministri, tra i quali quelli degli Esteri Luigi Di Maio e della Difesa Lorenzo Guerini. Il comandante generale dell’Arma Teo Luzi. Nell’incrociarsi di due categorie, diplomazia e militari, in passato solo maschili, ministre, carabiniere, le segretarie generali del Senato Elisabetta Serafin, della Camera Lucia Pagano, della Farnesina Elisabetta Belloni. «Presentat arm!». Marcia funebre di Chopin. Onori ai cadutida parte di un picchetto militare. Così erano cominciati questi funerali di Stato che trovavano chi rappresentava lo Stato in una condizione tutt’altro che ordinaria. Da un lato il varo appena terminato di un governo con maggioranza ampia, in una legislatura che pur avendo riservato due formule inedite in precedenza aveva escluso l’attuale. Dall’altro, nell’arco di tre giorni, tre lutti oltre ai tanti dovuti al Covid-19: un ambasciatore ucciso in una parte di Africa che cercava di aiutare, un carabiniere morto con lui, un uomo delle istituzioni — quale era stato Antonio Catricalà — vittima mercoledì a Roma delle contraddizioni della vita che possono portare un’esistenza a eliminare se stessa. «Luca, Vittorio e Mustapha sono stati strappati a questo mondo dagli artigli di una violenza stupida e feroce che non porterà nessun giovamento, ma solo altro dolore. Dal male viene solo altro male», ha messo in evidenza nell’omelia il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la Diocesi di Roma. Mustapha Milanbo era l’autista dell’auto con Attanasio attaccata in Congo. «Vi sono ancora — ha affermato il prelato — troppi cuori di uomini che, invaghiti dal denaro e dal potere, tramano la morte del fratello (...). Vengono in mente le parole di rammarico di Gesù: “Se trattano così il legno verde, che ne sarà di quello secco?”. Se questa è la fine degli operatori di pace, che ne sarà di tutti noi?». Come esempio da seguire, sulla base delle letture della messa, il cardinale ha indicato la regina Ester e quanto ha sostenuto era all’altezza di solennità e solidità del luogo: «Il funzionario della Corte di Artaserse, Aman, odiava i giudei e tramò presso il re mentendo sulla loro fedeltà alle leggi per indurre il sovrano a prendere provvedimenti definitivi nei loro confronti. E ci riuscì. Il decreto del re sanciva che il popolo di Dio doveva essere annientato. Ma Ester, figlia di ebrei e da poco regina, decise che non poteva restare a guardare lo sterminio del suo popolo dalla finestra della reggia. Doveva fare qualcosa, mettendo da parte i suoi interessi privati. Si rivolse al Signore. Per avere il coraggio di recarsi senza permesso presso la sala del trono, dove chi entrava veniva ucciso sul posto, e lì svelare al re le trame di Aman. È bella questa preghiera di Ester, è meravigliosa. Perché Ester non domanda a Dio di intervenire, ma chiede il coraggio necessario per agire, per affrontare senza paura il potente sovrano. In altre parole Ester supplica Dio di potersi sporcare le mani». Un’omelia di parole semplici, intensa ed essenziale. «La violenza sta tornando di moda in ogni ambiente, in ogni latitudine. Non è solo qualcosa che si manifesta nel Nord Est del Congo, lontano da qui. Spesso la violenza che si annida nel fondo dell’anima si camuffa da insensibilità. Occorre smascherare il germe dell’indifferenza violenta che è nei cuori e dire: ‘È un problema mio”», è stata la tesi principale. Rinunciare a indifferenza, secondo il Cardinale, è quanto facevano Attanasio e Iacovacci in aiuto del Congo, affannato da miseria diffusa e strascichi di guerra mai eliminati.

Il video dell’attacco in Congo dove sono stati uccisi l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci. Redazione su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. “Sono stati attaccati davanti e lateralmente“. E’ il racconto di Kambale Musavuli, portavoce dei “Friends of the Congo”, che sul suo profilo Facebook ha pubblicato alcuni video che sarebbero di poco successivi all’agguato testo alla delegazione Onu in Congo e che ha provocato la morto dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista congolese Mustapha Milamb. I video sembrano attendibili perché girati vicino ai tre ripetitori telefonici dove è avvenuto effettivamente il tentativo di sequestro degenerato poi nel sangue. Nelle immagini, diffuse sui social, si sentono spari in lontananza, alcune persone che urlano, altre si buttano a terra. C’è chi poi imbraccia un’arma e inizia a sparare in direzione della collinetta da dove provengono i colpi d’arma da fuoco. “Si sentono le persone che sembrano disperate poiché vengono attaccate da uomini armati” racconta Kambale Musavuli che poi spiega che gli “attacchi sono arrivati da davanti all’auto e al fianco”. Il pilota sopravvissuto spiega ai presenti – sempre secondo il racconto di Kambale Musavuli-  che poteva vedere gli aggressori dalla parte anteriore dell’auto”. Secondo l’iniziale ricostruzione, “a circa 25 chilometri dalla città di Goma, la prima autovettura, sulla quale viaggiavano le vittime, è stata oggetto di colpi di arma da fuoco esplosi da un gruppo armato che avrebbe agito per rapinare il convoglio e/o sequestrare personale dell’Onu”. Dopo aver ucciso l’autista, sempre secondo la prima ricostruzione, gli assalitori “hanno aperto il fuoco sugli altri occupanti del veicolo; subito dopo hanno prelevato dal mezzo l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci, presumibilmente al fine di rapirli e chiedere poi un riscatto in denaro”. A quel punto, seguendo la ricostruzione dell’intelligence, un addetto alla sicurezza dell’Onu che viaggiava sulla seconda vettura (non colpita da proiettili) ha intavolato “una trattativa con gli assalitori, chiarendo lo status dei connazionali”. Successivamente vi sarebbe stato uno scontro a fuoco tra gli assalitori ed elementi appartenenti alle forze Rangers ed all’Esercito congolese intervenuti dopo aver sentito i primi spari. Conflitto a fuoco dove hanno perso la vita i due italiani e il loro autista.

Dagospia il 23 febbraio 2021. IL COMUNICATO UFFICIALE CONGO SULLA MORTE DI LUCA ATTANASIO. Lunedì 22 febbraio 2021 intorno alle 9 (ora locale), un convoglio del Programma alimentare mondiale è stato vittima di un attacco armato da parte di elementi delle forze democratiche per la liberazione del Rwuanda (FDLR), sulla strada per Rutshuru, nel territorio del Nyiragongo. L'attacco ha causato tre vittime tra cui un congolese (il conducente di uno dei veicoli) e due cittadini italiani, il sig. Luca Attanasio, ambasciatore della Repubblica d'Italia presso la Repubblica democratica del Congo, e la sua guardia del corpo, il signor Vittorio lacovacci. Colpito da proiettili all'addome, l'ambasciatore Luca Attanasio è stato salvato dalle guardie dell'Istituto Congolese per la Conservazione della Natura (ICCN), quindi trasportato a Goma all'ospedale della missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, dove è morto a causa delle ferite ore dopo. I servizi di sicurezza e le autorità provinciali non hanno potuto garantire misure di sicurezza preventive specifiche per il convoglio, né venire in loro aiuto, per mancanza di informazioni sulla presenza – del convoglio -  in questa parte del Paese, considerata instabile e in preda ad alcuni gruppi armati ribelli nazionali e stranieri. Allo stato attuale, una delle quattro persone rapite durante questo attacco è stata trovata dagli elementi delle forze armate della Repubblica democratica del Congo che continuano lo ricerche  sul luogo della tragedia. Il governo della Repubblica democratica del Congo si rammarica di questa tragedia e rivolge il suo più triste cordoglio alle famiglie delle vittime, alla Repubblica italiana e a tutta la comunità diplomatica insediata nella Repubblica democratica del Congo. Inoltre, garantisce che venga compiuto uno sforzo per il ripristino della sicurezza, in particolare in questa regione del paese afflitta da gruppi armati nazionali e stranieri sostenuti da persone che beneficiano dello sfruttamento illegale delle nostre risorse naturali a scapito del popolazione locale ammaccata.

Da "open.online" il 23 febbraio 2021. Dopo l’attentato in cui sono stati uccisi l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, il ministero dell’Interno di Kinshasa punta il dito contro i ribelli Hutu delle Forze di Liberazione del Ruanda. Nell’attacco, avvenuto «sulla via del Rutshuru, nel territorio di Nyiragongo», oltre ai due cittadini italiani ha perso la vita l’autista di uno dei veicoli del convoglio, un cittadino congolese. Il comunicato, inoltre, specifica che l’ambasciatore italiano non è morto nei minuti successivi all’attentato, ma «qualche ora dopo nell’ospedale della missione dell’Onu in Congo, a causa delle ferite» riportate all’addome. Nel testo le autorità del Paese aggiungono: «I servizi di sicurezza e le autorità provinciali non hanno potuto garantire misure precauzionali di sicurezza per il convoglio, né venire in loro aiuto». Il motivo? «La mancanza di informazioni sulla presenza – del convoglio – in questa parte del Paese, considerata instabile e afflitta dall’attività di gruppi armati di ribelli nazionali e stranieri». Il ministero dell’Interno ha assicurato che «le forze armate della Repubblica democratica del Congo continueranno le ricerche sul luogo della tragedia», e ha espresso «le più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime, alla Repubblica italiana e a tutta la comunità diplomatica presente in Congo».

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 24 febbraio 2021. La zona delle tre antenne (ad alto rischio di sicurezza già dal 2018 , quando vi furono infatti rapiti 2 cittadini britannici). Un viaggio senza auto blindate ed in più senza scorta (prassi ordinaria in tutta l’Africa subsahariana dove persino civili e aziende che fanno ricorso a gruppi consistenti di contractors). In più, il governo del Congo reclama che il viaggio non era stato notificato alle autorità locali, che affermano in un comunicato ufficiale di non averne mai saputo nulla. Insomma, una missione pericolosa, quella dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, per sovrintendere alla distribuzione di cibo del Programma alimentare mondiale (WFP) ucciso vicino Goma , con il carabiniere unico militare di scorta Vittorio Iacovacci. Questo è il quadro dell’agguato su cui sta lavorando il Ros dei Carabinieri (arrivati ieri sulla scena del crimine) e l’intelligence italiana (AISE) e su cui riferirà domattina alle 9 il ministro degli Esteri, Di Maio, in Aula alla Camera. Un quadro su cui si allunga anche l’ombra di gruppi collegati allo Stato islamico, che secondo alcuni analisti sarebbero pronti al salto internazionale, con un obbiettivi italiani molto appetibile, anche solo come ostaggi, visto tra l’altro l’Italia, tra poco guiderà una delle missioni più importanti della missione NATO, quella in IRAQ.

Un ambasciatore come vittima. Luca Attanasio è il primo ambasciatore italiano a morire in servizio. In Africa, dopo l’ambasciatore francese che nel 1993 rimase vittima casuale di una sparatoria nello Zaire, solo altri due diplomatici hanno perso la vita in Africa, il nunzio apostolico (ambasciatore del Papa ) Michael Courney nel 2003 in Burundi e l’ambasciatore americano in Libia nel 2012. Secondo una lettera pubblicata dall’Espresso, l’ambasciatore temeva per la sua incolumità e stava per ricevere un’auto blindata.

La zone delle tre antenne. Il luogo dell’assalto, la zona delle tre antenne, è famosa per la presenza di gruppi terroristici e di banditi. Il territorio è contiguo al Parco di Virunga all’interno del quale operano diverse milizie armate che si sono formate a seguito di guerre civili ufficialmente terminate nel 2003. Il parco, con la sua fitta vegetazione offre protezione alle attività delle varie milizie (traffici illeciti di materie prime, contrabbando, racketing), in una delle zone più ricche del mondo per oro e metalli rari. Uno dei gruppi più pericolosi e più attivo dell’area è quello delle Forze Democratiche Alleate (Allied Democratic Forces - ADF) che il 10 gennaio 2021 hanno ucciso 6 Ranger proprio nello stesso Parco. In base al primo rapporto dei servizi segreti italiani sull’attacco”, tuttavia il gruppo delle Allied Democratic Forces (ADF), di origine ugandese, recentemente sospettato di adesione al jihadismo, opera di norma in una zona molto più a Nord di Rutshuru (Beni), nel parco di Virunga. Le dinamiche dell’evento sembrano evidenziare che gli assalitori fossero a conoscenza del passaggio del convoglio lungo la viaria RN2. Appare probabile che l’evento sia da ricondurre a una delle tre milizie sopracitate e/o forze affini (Hutu ruandesi), che potrebbero aver condotto l’azione a scopo di rapina. Il personale e i mezzi della missione MONUSCO sono un target generalmente pagante. Allo stato, tuttavia, non si può escludere che l’azione sia riconducibile ad elementi ADF, anche in relazione alla presenza di una cellula logistica del gruppo in Goma”. Sempre secondo gli analisti dei servizi segreti italiani , citati dall’AdnKronos“ , dal 2017, nella parte meridionale del Parco di Virunga (Provincia del Nord Kivu) sono stati registrati circa 1300 incidenti di sicurezza con vittime, oltre 1.280 scontri e quasi 1.000 casi fra sequestri e rapimento ai fini di riscatto. Nel Paese, inoltre, è emerso, negli ultimi mesi, un crescente dinamismo terroristico dell’Islamic State Central Africa Province (ISCAP), la locale affiliazione del Daesh. Il gruppo avrebbe guadagnato il controllo di alcune zone, stabilendo delle basi operative nelle aree di Rwenzori e Irumu dalle quali lanciare operazioni terroristiche effettuate, sia mediante l’utilizzo di armi e munizioni sequestrate dai militanti a seguito di attacchi realizzati contro le forze militari e di sicurezza congolesi, sia attraverso IED e granate”.

Lo stato Islamico. In questo contesto, il CESI ( Centro Studi Internazionali, presieduto da Andrea Margelletti) sottolinea l’irruzione dello “Stato islamico nel conflitto”. “Negli ultimi 4 anni è cresciuto esponenzialmente il ruolo dell’Alleanza delle Forze Democratiche, una milizia multietnica (con sostanziali quote Konjo e Amba) un tempo supportata dall’Uganda e dal movimento islamico Tablighi Jamaat. Infatti, a partire dal 2015, l’ADF ha intensificato i proprio contatti con la galassia jihadista internazionale, finché una parte dei suoi combattenti ha deciso di giurare fedeltà al Califfo al-Baghdadi e fondare così una branca locale dello Stato Islamico (Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale, SIAC). Ad oggi, appare quasi impossibile distinguere le due organizzazioni, il cui tratto peculiare è la tendenza alla statualizzazione e ad un controllo del territorio capillare ed efficace, addirittura superiore a quello delle stesse istituzioni statali. Chi era a conoscenza deI viaggio non ufficiale? Un grosso interrogativo avvolge l’ipotesi circa un presunto tentativo di rapimento ai danni dell’ambasciatore finito in tragedia. Infatti, secondo il Cesi sebbene in tutta la Repubblica Democratica del Congo simili episodi non siano rari, nessuna milizia si era mai spinta ad attaccare un target di così alto valore politico. “Dunque, al momento, le ipotesi più concrete - continua il Rapporto -  conducono a valutare la possibilità di un attacco di una milizia Tutsi a scopo intimidatorio verso MONUSCO (la missione dell’ONU per la stabilizzazione del Congo) oppure di una azione ostile perpetrata dall’ADF / Stato Islamico in Africa Centrale al fine di proseguire il proprio percorso di crescita e “accredito” internazionale. Infatti, sebbene questa branca del Califfato sia una delle più attive ed in espansione nel continente (dal Congo fino al Mozambico), ancora le manca un’azione dalla grande eco mediatica e politico-simbolica. In tal senso, l’attacco al convoglio di MONUSCO rientrerebbe perfettamente in tale strategia”. “Le dinamiche dell’evento sembrano evidenziare che gli assalitori fossero a conoscenza del passaggio del convoglio lungo la viaria RN2 “, scrivono i nostri servizi segreti. Nel convoglio era presente anche Rocco Leone , vice Capo del World Food Programme nella Repubblica democratica del Congo, rimasto illeso. Secondo una prima ricostruzione, “a circa 25 chilometri dalla città di Goma, la prima autovettura, sulla quale viaggiavano le vittime, è stata oggetto di colpi di arma da fuoco esplosi da un gruppo armato che avrebbe agito per rapinare il convoglio e/o sequestrare personale dell’ONU”. Dopo aver ucciso l’autista, sempre secondo la prima ricostruzione, gli assalitori “hanno aperto il fuoco sugli altri occupanti del veicolo; subito dopo hanno prelevato dal mezzo l’Ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci (probabilmente già feriti), presumibilmente al fine di rapirli e chiedere poi un riscatto in denaro”. A quel punto, seguendo la ricostruzione dell’Intelligence, un addetto alla sicurezza dell’ONU che viaggiava sulla seconda vettura (non colpita da proiettili) ha intavolato “una trattativa con gli assalitori, chiarendo lo status dei nostri connazionali”. Ipotesi  conflitto a fuoco tra ranger e rapitori  A fornire informazioni ai Ros - almeno sui primi momenti dell’agguato - sarà anche il racconto di Leone,  fortunatamente rimasto illeso anche se in stato di shock. I militari italiani vogliono soprattutto appurare da quali armi siano partiti i proiettili che hanno ucciso: dai rapitori o dai ranger intervenuti contro i rapitori in un secondo momento. Secondo  la presidenza congolese i due italiani sono stati  entrambi stati uccisi dai loro rapitori, armati di “cinque kalashnikov e un machete”. L’autopsia dei corpi avverrà questa sera, all’arrivo in Italia delle salme, al Policlinico Gemelli.

Francesco Battistini per il "Corriere della Sera" il 24 febbraio 2021. «Asse rosso, negativo». Tre parole in codice. Sono bastate: ad aprire la strada Rn2 al convoglio italiano che lunedì mattina andava a Rutshuru e a chiudere il destino dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista, Mustafa Milambo Baguna. Nelle comunicazioni via radio di chi lavora in Congo, l'«asse rosso» è l'allerta. E vuol dire che su quella strada occorre una scorta armata, fornita dai caschi blu della missione Monusco o dall'esercito congolese. «Asse rosso, negativo», invece, è il messaggio che la sicurezza italiana riceve venerdì alle 10.30, appena atterra a Goma col jet 5y-Sim della Monusco.

Ci sono 72 ore di tempo per verificare le condizioni delle strade con l'Undss, il dipartimento per la sicurezza dell' Onu che deve proteggere gli internazionali: il tempo che serve anche a preparare l'agguato, mentre Attanasio inizia il suo breve e ben visibile tour umanitario. «Asse rosso, negativo»: è su quel via libera, forse troppo superficiale, che adesso si concentrano le indagini dei Ros volati lunedì da Roma nel Nord Kivu. Chi l'ha pronunciato? E sulla base di quali certezze? A fornire spiegazioni è il World Food Programme dell'Onu che aveva organizzato la visita alla scuola di Rutshuru, garantendo la sicurezza del percorso. Nell'ospedale di Goma, i carabinieri ascoltano il racconto scioccato del vicedirettore locale del Wfp, Rocco Leone, che era sulle jeep ed è scampato all'attentato. «Di solito, chi va a Rutshuru è scortato dalla polizia», spiega un missionario. «Quella strada non è particolarmente pericolosa, da anni ci viaggiamo senza problemi», dice un volontario italiano che vive a Goma, Nicolò Carcano: «Ma Attanasio non era un semplice umanitario - aggiunge -, era un ambasciatore. E credo ci debba essere un trattamento diverso, per un ambasciatore». Le bare tornano in Italia nel buio, con gli onori dovuti a un ambasciatore e a un militare caduti così. Coperte dai fiori a Kinshasa le accarezza Zakia, la moglie di Luca, che tiene le tre bambine protette dalla tragedia. E abbracciate dai tricolori le riceve a Ciampino il premier Mario Draghi - non c'è il presidente Mattarella per un lieve malessere -, in attesa dei funerali solenni. Prima, le autopsie: gli investigatori dei Ros hanno preteso che i congolesi toccassero il meno possibile la scena del crimine, chiedendo di controllare le armi di tutti i soldati e i ranger della sparatoria. Bisogna capire di chi sono, i proiettili che hanno ucciso. Con una rapidità sorprendente, per un governo che non ha mai fornito nemmeno i dati definitivi delle ultime elezioni, il ministro dell'Interno di Kinshasa è riuscito in 24 ore a twittare (e poi cancellare) che l'agguato era «specificamente mirato contro l'ambasciatore italiano», concludendo che i machete e i cinque Ak-47 appartenevano di sicuro ai guerriglieri hutu del Fdrl, il Fronte democratico di liberazione del Ruanda, una delle 170 bande che spadroneggiano nella savana dell'Est. Noi non c'entriamo, ha smentito in un attimo il Fronte, e poco conta che i banditi parlassero ruandese in una regione dove il ruandese lo parlano tutti: «Anziché ricorrere ad accuse frettolose, chiediamo un'inchiesta indipendente per fare piena luce sulle responsabilità di questo ignobile assassinio. Il convoglio è stato attaccato non lontano da postazioni delle forze armate congolesi e dell'esercito ruandese» (che ha da mesi sconfinato). Quante mezze verità: il capo della polizia locale, nonostante i suoi uomini l'avessero accolto all' aeroporto di Goma, ripete che nessuno sapeva della presenza dell'ambasciatore. E i rapiti del convoglio? Mistero su chi siano, e se ci siano. «È stato un attacco insolito», commenta Christophe Garnier, capo dei medici Msf in Congo: «L'ha organizzato gente esperta. E se gli ostaggi sono stati uccisi, forse era per mandare un messaggio. A chi? Non è chiaro».

(ANSA il 24 febbraio 2021) Sono in totale quattro i colpi che hanno causato la morte in Congo dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci. E' quanto emerge dai primi risultati dell'autopsia svolta oggi. Le vittime sono state raggiunte da due colpi ciascuno. La Tac ha fatto emergere che i proiettili hanno trapassato i corpi da sinistra a destra.

Congo: autopsia, su cc trovato proiettile. (ANSA il 24 febbraio 2021) In base a quanto emerge dall'autopsia svolta oggi l'ambasciatore Luca Attanasio è stato raggiunto da colpi all'addome e l'esame ha individuato sia il foro di entrata che quello di uscita. Non sono stati individuati residui metallici. Per quanto riguarda il carabiniere Vittorio Iacovacci è stato colpito nella zona del fianco e, poi, alla base del collo dove è stato individuato un proiettile di un AK47, un Kalasnikov. Il corpo del carabiniere presenta multifratture all'avambraccio sinistro. Questo fa ipotizzare che il proiettile fermatosi al collo abbia colpito prima l'arto fratturato. La Procura ha disposto esami balistici. (ANSA).

Congo, l’uccisione dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci non è stata un’esecuzione. Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 25/2/2021. Agguato in Congo, non è stata un’esecuzione: Attanasio e Iacovacci colpiti da lontano. Non hanno sparato a bruciapelo. Non è stata un’esecuzione. E sono stati in tutto quattro spari d’Ak-47, di kalashnikov, a uccidere l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Due colpi per ciascuno, tutti dal lato sinistro. Il diplomatico è stato centrato all’addome: le cinque ore d’autopsia hanno individuato sia i fori d’entrata, sia quelli d’uscita, perché nessuno dei due proiettili è stato trattenuto. Il militare invece, colpito anche su un fianco, ne aveva in corpo ancora uno, alla base del collo.

L’autopsia sui corpi di Attanasio e Iacovacci. Gli esiti dei primi accertamenti — svolti dai professori Vincenzo Pascali, Cesare Colosimo e Antonio Oliva, dell’Università Cattolica di Roma — hanno fornito altri dettagli. Uno è che Iacovacci è morto sul momento, o quasi, mentre l’emorragia di Attanasio è stata molto lenta, facendo durare più a lungo l’agonia. Inoltre, sul corpo del carabiniere sono state trovate fratture multiple all’avambraccio sinistro: questo potrebbe significare che uno dei proiettili ha prima rotto altre ossa, oppure che l’uomo abbia tentato di proteggere se stesso o forse l’ambasciatore, facendogli scudo. Altri dettagli potranno venire dagli esami balistici, disposti dai pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. In ogni caso, il lavoro dei medici ha spinto i magistrati romani a trarre una prima, provvisoria conclusione: Attanasio e Iacovacci non sono stati vittime di un’esecuzione. Li hanno sequestrati e poi sono stati ammazzati nel conflitto a fuoco che è seguito al rapimento, una sparatoria che forse è stata provocata dall’intervento dell’esercito e dei ranger. A questo punto, bisogna capire di chi fossero gli Ak-47 che hanno ucciso. E verificare se siano gli stessi in dotazione ai militari congolesi. I due italiani sono stati colpiti a distanza, dai sequestratori o dal fuoco amico, probabilmente in un concitato tentativo di fuga.

La testimonianza di Rocco Leone. I carabinieri del Ros, volati in Congo per recuperare le salme, non solo sono tornati senza aver interrogato l’italiano superstite, Rocco Leone, il capomissione del World Food Programme: non hanno potuto nemmeno vederlo. Sarebbe stato detto loro che è ricoverato in ospedale e che al momento è inavvicinabile. La sua testimonianza è fondamentale, per ricostruire quel che è accaduto, capire chi autorizzò il convoglio a percorrere la Rn2 senza una vera scorta, accertare se l’agguato fosse mirato. Sembra ormai certa la pista del tentato rapimento, tanto che il governo di Kinshasa ha deciso di vietare i viaggi di qualsiasi ambasciatore al di fuori della capitale, se non autorizzato. Ma una domanda resta: perché la banda avrebbe dovuto eliminare gli ostaggi dopo averli presi, come sostiene la polizia congolese? E che cos’è accaduto nella breve trattativa, prima della sparatoria? E come mai l’agguato è stato organizzato proprio alle «3 antenne», un luogo che da sempre è presidiato da militari?

I funerali di Attanasio e Iacovacci a Santa maria degli Angeli a Roma. In attesa di saperlo, Luca e Vittorio ora possono riposare in pace. I funerali di Stato giovedì mattina, alla Basilica romana di Santa Maria degli Angeli. Più intimi, a Limbiate e a Sonnino. Per l’ambasciatore, quella di sabato al campo sportivo con l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, non sarà l’unica cerimonia funebre: diverse moschee italiane domani ricorderanno Attanasio e il suo autista congolese, Mustafa Milambo, con lasalat al ghaib, la preghiera musulmana dedicata ai defunti in assenza. Secondo Hamza Piccardo, portavoce delle comunità islamiche in Italia, l’ambasciatore s’era avvicinato all’Islam durante la sua permanenza in Marocco da console generale a Casablanca. E dal giornale online Luce, che già aveva raccolto le dichiarazioni di Silvia Romano dopo il sequestro in Kenya, spiegano come Attanasio avesse recitato una dichiarazione di fede e si fosse dato il nome di Amir: «Per noi è un martire — dice il direttore, Davide Piccardo — e a Limbiate la nostra comunità l’onorerà come si fa per un fratello nella fede». In realtà, la «conversione» d’Attanasio non trova conferme altrove: quando l’ambasciatore si sposò con Zakia, la moglie marocchina, a Limbiate ricordano che fu celebrata una cerimonia inter-religiosa, per consentire la partecipazione d’entrambi i coniugi di fedi diverse. Attanasio firmò una dichiarazione e lo stesso avvenne in Marocco, dice don Angelo Gornati, l’ex parroco che conosceva Luca fin da bambino: «Era un uomo di vedute molto aperte. Ma da lì a dire che si fosse convertito, ce ne corre. Non mi risulta niente del genere. Di sicuro, me ne avrebbe parlato».

Attanasio, funerali a Limbiate: “Dio gli dirà: sarai sempre giovane”. Debora Faravelli su Notizie.it il 27/02/2021. Si sono conclusi a Limbiate i funerali di Luca Attanasio: al termine della cerimonia è stato fatto ascoltare un suo messaggio vocale. Dopi i funerali di Stato tenutesi a Roma alla presenza di alcune tra le più alte cariche dello Stato, nella mattinata di sabato 27 febbraio a Limbiate si è tenuta una celebrazione per dare l’ultimo saluto a Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano ucciso durante un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite in Congo. Hanno preso parte alle esequie, accanto alla moglie Zakia Seddiki, anche il governatore Fontana, l’assessore Fermi e una delegazione di sindaci dei paesi del territorio. La cerimonia ha avuto luogo nel campo sportivo della cittadina dove decine di persone hanno accolto con un applauso il feretro del loro concittadino. Queste le prime dichiarazioni dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini che ha presieduto la celebrazione: “Le parole più difficili da trovare sono quelle per la moglie e le figlie, e credo che la parola più significativa è quell’oasi di celebrare la messa e chiedere al Signore di consolare i vivi e accogliere nella sua gloria colui che è andato via così“. Al centro della sua omelia Delpini ha immaginato un dialogo tra il giovane ambasciatore e Dio in cui il primo diceva al secondo di arrivare da “una terra dove si muore e non importa a nessuno, dove si può far soffrire senza motivo e senza chiedere scusa” e il secondo lo rassicurava di fronte alla fine prematura della sua vita: “Non volgerti indietro, tu sarai giovane per sempre“. Al termine delle esequie ha preso la parola il primo cittadino di Limbiate Antonio Romeo. Ricordando la carriera e il carattere di Attanasio, ha sottolineato “la sua umiltà con cui dimostra che anche dalla periferia possono crescere i fiori più belli“. Non ha potuto non menzionare l’ingiustizia causata dalla morte di una persona buona e giusta la cui missione era quella di non lasciare indietro nessuno. Ha quindi ricordato un messaggio vocale inviatogli da Luca in cui quest’ultimo mostrava entusiasmo per l’acquisto della Villa Medolago e del suo parco. “Dedicheremo a te questo progetto che tu hai chiamato "un sogno che si realizza"“, ha annunciato. Nel corso della cerimonia funebre è stato fatto anche ascoltare un messaggio vocale di Attanasio in cui esultava per essere riuscito ad organizzare due voli dal Congo con a bordo 300 persone che volevano fuggire dall’insicurezza e dalle violenze del Paese africano. Queste le sue parole: “Siamo riusciti a far partire 300 persone dal Congo con due voli, fra cui un centinaio di italiani. Viva l’Italia, sempre un passo avanti“.

Carlo Bonini per "la Repubblica" il 24 febbraio 2021. In un massacro in cui le certezze sono ancora decisamente poche, una prima ipotesi, che è poi quella formulata dalla Procura di Roma, sembra prendere forma. Il convoglio delle Nazioni Unite su cui viaggiavano l'ambasciatore Luca Attanasio e il suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e che, lunedì mattina, procedeva sulla strada che da Goma porta a Rutshuru, era stato venduto a una delle 120 milizie in armi che hanno trasformato questo angolo di Congo orientale in uno dei luoghi più pericolosi del continente (duemila vittime civili nel solo 2020). Doveva essere un sequestro a scopo di estorsione. L' incrocio con una pattuglia di ranger del parco dei vulcani Virunga lo ha trasformato in un bagno di sangue. Lo suggeriscono le circostanze di quanto accaduto prima e dopo il sequestro, sulla cui matrice, terroristica o criminale, è buio fitto. La dinamica con cui si è consumato e concluso. E la cortina sollevata in queste prime ventiquattro ore a protezione di chi ne è stato a sua volta vittima e testimone chiave. È un italiano. Si chiama Rocco Leone. È vice-direttore del World Food Programme in Congo. Lunedì mattina viaggiava su uno dei due veicoli del convoglio caduto nell' imboscata alle porte di Kibumba. È riuscito a comunicare telefonicamente sia con la moglie che con la sorella che vivono a Firenze, ma ai suoi ricordi non è stato dato sin qui accesso né agli uomini dell' Aise (la nostra intelligence estera), né ai carabinieri del Ros arrivati da Roma, perché "ricoverato in stato di choc in un ospedale di Goma". Forse, oggi, i nostri investigatori avranno più fortuna. Forse, nelle prossime ore, Leone sarà in grado di dare un senso e una spiegazione alla sequenza di eventi che hanno posto le premesse di quanto è accaduto. E che, allo stato, trovano una prima ricostruzione in tre fonti: le testimonianze raccolte dalla polizia congolese a Goma; un sintetico quanto generico rapporto che le Nazioni Unite, ieri sera, hanno trasmesso alla Farnesina; le evidenze che i militari del Ros e gli uomini dell' Aise hanno potuto raccogliere dall' esame obiettivo dei corpi di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci prima che venissero imbarcate alla volta di Roma dove, questa mattina, verranno sottoposte ad autopsia. Un esame che darà una prima risposta su quali proiettili, di quale calibro ed esplosi da quali armi e angolazione abbiano ucciso Attanasio, colpito all' addome. E Iacovacci, colpito alla testa. I fatti, dunque. Quelli accertati, almeno. Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci arrivano a Goma venerdì 19 febbraio. Partono da Kinshasa su un volo della MONUSCO, la missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Congo. È dunque l' Onu che, come si dice nel gergo degli addetti, li ha da quel momento "in carico". Risponde della loro sicurezza. Dei loro movimenti all' interno del Paese. Delle comunicazioni con le autorità di polizia e militari locali. Il viaggio deve portare Attanasio lungo il confine orientale con il Ruanda, in una serie di villaggi dove il World food Programme sta portando avanti i suoi progetti di cooperazione e sostegno. E di cui Rocco Leone è tra i responsabili. A Goma, non è dunque un mistero né la presenza di Attanasio (che, per altro, ha spesso confidato la sua intenzione di farne una sede consolare italiana), né le ragioni e lo scopo della visita. Né, tantomeno, l'itinerario e i tempi che la visita avrà. Le Nazioni Unite, per ragioni che il rapporto inviato ieri alla Farnesina non solo non chiariscono, ma neppure affrontano, ritengono che la strada che il nostro ambasciatore dovrà percorrere lunedì mattina sia "sicura". Al punto da non meritare nessuna scorta. E questo a dispetto dei 12 assalti fatti registrare in quell' area nel 2020 e del sequestro di due turisti britannici (rimasti prigionieri nove mesi) nel 2018. Lo stesso Attanasio, per quel che è possibile ricostruire, non sembra coltivare preoccupazioni. In un sms mandato a Gianni Bertino, conosciuto a Casablanca (dove era stato console) e proprietario del ristorante "La buona forchetta", spiega di essere in partenza per una missione e promette di farsi sentire al suo rientro a Kinshasa. Partito da Goma alle 9 del mattino di lunedì 22 febbraio, alle 10.15 ora locale (alcune testimonianze parlano delle 9.30) un convoglio di due veicoli delle Nazioni Unite sta per fare ingresso nel villaggio di Kibumba. Su una delle due auto viaggiano l'autista Mustapha Milanbo, Attanasio, Iacovacci. Sulla seconda, Rocco Leone, l'assistente al programma di alimentazione scolastica del WFP Fidele Zabandora, l'addetto alla sicurezza WFP Mansour Rwagaza e l'autista del WFP, Claude Mukata. E quel che accade in quel momento è nelle testimonianze dei sopravvissuti. Il convoglio viene affiancato da una macchina con almeno sei o sette miliziani che, esplodendo colpi di avvertimento, lo costringe a fermarsi. La banda sa evidentemente chi sta cercando. Chi deve prendere e dove portarlo. Attanasio, Iacovacci e i cinque delle Nazioni Unite vengono fatti scendere dai veicoli. L'autista Mustapha Milanbo viene giustiziato sul posto. Gli altri sei, vengono costretti dai miliziani ad addentrarsi nella boscaglia. Ed è a questo punto, in un luogo che dista neppure 500 metri dal punto del sequestro, che l' incrocio a quanto pare casuale con una pattuglia di ranger e militari congolesi cambia il corso degli eventi. Un primo conflitto a fuoco lascia a terra l' ambasciatore Attanasio. Il colpo che lo raggiunge all' addome, provocando l'emorragia cui non sopravviverà, è esploso frontalmente e, dunque, ragionevolmente, dalle armi di chi sta provando a salvarlo. La banda dei sequestratori percorre in fuga almeno un altro chilometro nella foresta. Inseguita dai ranger e qui trova la morte Iacovacci. Il colpo che lo uccide lo raggiunge alla testa. E solo l' autopsia di questa mattina potrà stabilire se esploso a bruciapelo e dunque, verosimilmente, dai sequestratori. O, anche in questo caso, da chi, i ranger, ha continuato ad inseguire i sequestratori. Fino a provocarne la fuga, lasciando dietro di sé gli ostaggi sopravvissuti. Fidele Zabandora, Mansour Rwagaza, Claude Mukata, e Rocco Leone.

Attacco in Congo, come sono morti Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci: la terrificante scoperta dall'autopsia. Libero Quotidiano il 24 febbraio 2021. L'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci non sono state vittime di un'esecuzione. I due sono morti durante lo scontro a fuoco: sono stati uccisi durante un tentativo di rapimento finito male, terminato con un conflitto a fuoco nell'est del Congo. E' questo quanto emerge dai primi risultati dell'autopsia effettuata sui corpi dei due italiani. Autopsia disposta dalla Procura di Roma e svolta oggi presso il Policlinico Gemelli. I colpi mortali, come scrive Repubblica, sarebbero stati quattro in totale: due hanno raggiunto il diplomatico e due il carabiniere. La Tac ha fatto emergere anche che i proiettili li hanno trapassati da sinistra a destra. Le salme delle vittime sono rientrate in Italia ieri sera. Le bare, avvolte dai tricolori, sono state accolte all'areoporto di Ciampino dal premier Mario Draghi in attesa dei funerali solenni. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, invece, non è potuto essere presente a causa di un malore. Per permettere una giusta esecuzione delle autopsie, inoltre, gli investigatori dei Ros hanno preteso che i congolesi toccassero il meno possibile la scena del crimine, chiedendo di controllare le armi di tutti i soldati e i ranger della sparatoria. Bisognerà capire, infatti, di chi sono i proiettili che hanno provocato la morte di Attanasio e Iacovacci. Il capo della polizia locale, nonostante i suoi uomini l’avessero accolto all’aeroporto di Goma, va ripetendo che nessuno sapeva della presenza dell’ambasciatore in quella zona. Tanti dubbi, poi, anche sui rapiti del convoglio. Non si sa chi sono e se ci sono per davvero. "È stato un attacco insolito", ha commentato Christophe Garnier, capo dei medici Msf in Congo.

"No esecuzione, è stato un conflitto a fuoco". Strage in Congo, l’autopsia: Attanasio e Iacovacci uccisi con pistole e kalasnikov. Redazione su Il Riformista il 24 Febbraio 2021. Uccisi nel corso di un conflitto a fuoco, non è stata una esecuzione. E’ quanto emerge dall’autopsia effettuata al Policlinico Gemelli di Roma sui corpi dell’ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, e del carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, morti in Congo lunedì 22 febbraio durante un tentativo di sequestro. Sono in totale quattro i colpi che hanno causato la morte dei due italiani, raggiunti da due proiettili ciascuno. La Tac ha evidenziato che i proiettili hanno trapassato i corpi da sinistra a destra. Attanasio è stato raggiunto da colpi all’addome e l’esame ha individuato sia il foro di entrata che quello di uscita. Non sono stati individuati residui metallici. Iacovacci è stato colpito nella zona del fianco e, poi, alla base del collo dove è stato individuato un proiettile di un AK47, un Kalasnikov. Il corpo del carabiniere presenta multifratture all’avambraccio sinistro. Questo fa ipotizzare che il proiettile fermatosi al collo abbia colpito prima l’arto fratturato. La Procura ha disposto esami balistici. Le salme dei due italiani sono rientrate in Italia nella tarda serata del 23 febbraio. All’aeroporto di Ciampino, a Roma, erano presenti il Presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e degli Esteri Luigi Di Maio. Assente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma soltanto per problemi di salute. I funerali di Stato si terranno giovedì 25 febbraio nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Roma. Ancora troppi i dubbi sull’agguato che ha colpito il diplomatico e il militare italiani. Il governo, con il ministro dell’Interno, di Kinshasa ha incolpato i guerriglieri hutu del Fronte Democratico di liberazione del Ruanda. Questi hanno smentito, rimandando l’accusa al mittente. Nel Nord del Kivu sono centinaia, circa 170 le bande che imperversano. Hanno natura politica, etnica, religiosa o semplicemente criminale. C’è ancora anche da capire chi ha esploso i proiettili che hanno ucciso rapidamente l’ambasciatore e il carabiniere. E anche da scoprire perché la strada sulla quale viaggiava il convoglio di due auto – non blindate – era stata definita sicura dall’Onu. “Asse rosso, negativo”, il messaggio che definiva la strada Rn2 sulla quale viaggiavano i due veicoli e che avrebbe portato il diplomatico in visita a una scuola di Rutshuru. Tutto organizzato dal World Food Programme. Nessun “asse rosso” dunque, nessun pericolo. I due uomini non indossavano nemmeno il giubbotto anti-proiettili. Su tutto questo indagano i Ros in Congo da lunedì stesso. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, al momento contro ignoti, per sequestro di persona con finalità di terrorismo. Preziosa la testimonianza di Rocco Leone, vicedirettore locale del World Food Programme, che viaggiava con Attanasio e Iacovacci. Morto anche l’autista della jeep sulla quale viaggiava il diplomatico nell’attacco.

"I due italiani in Congo uccisi dal fuoco amico". Il militare non ha sparato. Niente scorta, auto blindate e giubbotti antiproiettile. E troppi silenzi sono sospetti. Fausto Biloslavo - Ven, 26/02/2021 - su Il Giornale.  «Gran parte dei poliziotti e militari congolesi sono un'Armata Brancaleone, poco addestrati e con il grilletto facile. Figuriamoci i ranger del parco nazionale intervenuti per primi dopo l'imboscata del 22 febbraio. Non c'è da stupirsi se aprendo il fuoco abbiano ucciso, per sbaglio, l'ambasciatore ed il carabiniere» spiega al Giornale chi ha fatto il lavoro di scorta in Congo. I due ostaggi italiani potrebbero essere stati uccisi da «fuoco amico» colpiti da 4 proiettili di kalaschnikov, l'arma più usata in Africa, tutti sul lato sinistro, due per ciascuno. Vittorio Iacovacci, il carabiniere di scorta, non poteva neppure reagire perchè la sua pistola d'ordinanza è rimasta sul fuoristrada bianco del Programma alimentare mondiale. Il caricatore era intatto con tutti i proiettili. Gli assalitori hanno sparato subito all'autista, Mustapha Milambo, che si rifiutava di scendere e hanno tirato giù dall'auto l'ambasciatore Luca Attanasio ed il suo unico uomo di scorta, che evidentemente non ha potuto prendere la pistola. Un altro aspetto incredibile è che l'imboscata sia avvenuta 20 chilometri a nord di Goma, a Kibumba, chiamata la zona delle tre antenne. Nell'unico video amatoriale, molto confuso, dell'agguato si intravede per poco una collina che domina la strada con delle antenne radio. Una posizione probabilmente presidiata dai militari. Per questo i rangers del vicino parco nazionale di Virunga sono intervenuti dopo un quarto d'ora. Il terzo italiano, Rocco Leone, vicedirettore del Programma alimentare mondiale, zoppicava e sarebbe rimasto indietro. Si è salvato così dandosi alla fuga durante il conflitto a fuoco. La sua guardia del corpo è stata colpita, ma ha salvato la pelle fingendosi morta. Nel caos della sparatoria scoppiata con i rangers, Iacovacci è morto sul colpo. Attanasio, gravemente ferito, è stato prima trasportato dai caschi blu pachistani e poi all'ospedale della missione Onu a Goma, ma purtroppo inutilmente. Sulla tragica imboscata sono state aperte tre inchieste: una del dipartimento per la sicurezza dell'Onu (Undss), quella della procura di Roma, che ha inviato i Ros in Congo e le indagini delle autorità congolesi. Il governo di Kinshasa ha mandato a Goma sei esperti nel settore Difesa e sicurezza per capire cosa è accaduto. Il Programma alimentare mondiale dovrà chiarire perchè non è stata chiesta una scorta adeguata nè ai caschi blu, nè alle autorità congolesi. E soprattutto non sono state usate macchine blindate e giubbotti anti proiettile. La presidenza congolese ha convocato ieri alcuni ambasciatori stranieri per fornire informazioni sull'attacco, dopo il divieto di spostamenti dei diplomatici fuori dalla capitale senza autorizzazione. Jean-Jacques Diku, rappresentante dell'Unione per la democrazia e il progresso sociale, il partito di governo a Kinshasa, sostiene che «non ci sia stata comunicazione da parte del Pam della presenza dell'ambasciatore Attanasio. Se le autorità locali non erano state informate bisogna chiarirne i motivi». Il politico di maggioranza sostiene che «secondo la dinamica dei fatti c'è stato un tentativo di rapimento andato male quando le guardie della zona hanno cercato di intervenire».

Grazia Longo per "la Stampa" il 25 febbraio 2021. Non è stata un' esecuzione. E i colpi non sono stati sparati a bruciapelo. Non è quindi escluso che l' ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci siano caduti sotto il fuoco amico dei ranger intervenuti per salvarli dal tentativo di sequestro da parte dei guerriglieri, in Congo lunedì scorso. La ricostruzione di quello che è accaduto realmente è ancora da chiarire, ma l' autopsia, di oltre cinque ore, eseguita ieri al Policlinico Gemelli, rivela che i nostri due connazionali sono stati uccisi durante un conflitto a fuoco. Per capire a quale distanza sarà necessario attendere l' esisto della perizia balistica disposta ieri dal pm Sergio Colaiocco. Sia Attanasio, sia Iacovacci sono stati colpiti da due proiettili a testa: il primo all' addome (con chiari segni del foro di entrata e uscita), il secondo al fianco e al collo. Proprio alla base del suo collo è stato recuperato un proiettile di un Ak-47 usato sia dai guerriglieri sia dai ranger. Il carabiniere ha inoltre riportato una frattura multipla all' avambraccio sinistro che fa ipotizzare che il proiettile arrivato al collo abbia prima colpito l' arto. Entrambi sono stati colpiti sul lato sinistro, segno che stavano scappando verso la loro destra, ma non si può sapere con esattezza chi avessero alle spalle. Da un primo esame della pistola di ordinanza del carabiniere non risulta che abbia sparato, il giovane peraltro ha perso la vita sul colpo, a differenza dell' ambasciatore, perché è stato ferito all' aorta. In attesa degli sviluppi sul fronte balistico, non si fermano intanto le indagini dei carabinieri del Ros, su delega della Procura di Roma: proseguiranno nella loro attività di investigazione con la polizia locale e con il personale della missione Onu di peacekeeping Monusco in Congo. All' impegno del Ros si aggiunge poi quello della nostra intelligence estera, l' Aise, che sta lavorando in Africa per cercare di scoprire a quali milizie appartenessero gli assassini dei due italiani. Sulla necessità di una cooperazione con l' Onu è inoltre intervenuto, ieri mattina in un' informativa alla Camera, anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Al Programma alimentare mondiale (Pam in sigla, ndr) e all' Onu abbiamo chiesto formalmente l' apertura di un' inchiesta che chiarisca l' accaduto, le motivazioni alla base del dispositivo di sicurezza utilizzato e in capo a chi fossero le responsabilità di queste decisioni. Ci aspettiamo nel minor tempo possibile, risposte chiare ed esaustive». Il motivo della sollecitazione è semplice: «L' ambasciatore e il carabiniere si sono affidati al protocollo delle Nazioni Unite, che li ha presi in carico fin da Kinshasa, su un aereo della missione Onu Monusco, per il viaggio fino a Goma. La missione si è svolta su invito delle Nazioni Unite. Quindi anche il percorso in auto si è svolto nel quadro organizzativo predisposto dal Programma Alimentare Mondiale». Il ministro ha poi precisato «che l' ambasciata è dotata di due vetture blindate, con le quali appunto l' ambasciatore si spostava in città e per missioni nel Paese, sempre accompagnato da almeno un carabiniere a tutela». Subito dopo ha ricordato che il vice segretario Generale per le Operazioni di pace delle Nazioni Unite, Jean-Pierre Lacroix, ha annunciato già lunedì scorso l'avvio di un' indagine da parte di Monusco. L'agguato al convoglio dell' ambasciatore, ha proseguito Di Maio, «è avvenuto in una regione dal contesto securitario assai fragile e con grandi contraddizioni: enormi ricchezze naturali, povertà e violenza. Il Congo ha la seconda riserva di rame al mondo, un quarto dell' oro globale, un terzo dei diamanti, l' 80% di cobalto e coltan, ma è uno dei fanalini di coda per indice di sviluppo umano. Si contano oltre 120 gruppi armati, proliferano autorità paramilitari e forze ribelli, che da decenni si contendono il controllo del territorio. Oggi ci saranno i funerali di Stato dei due connazionali, ci sarà il premier Draghi. La Farnesina si fermerà domani alle 9,30 per ricordare l' ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. In coincidenza con l' inizio della cerimonia, i dipendenti della Farnesina che non potranno partecipare a causa delle restrizioni Covid si raccoglieranno un minuto di silenzio sul piazzale antistante il ministero».

"Attacchi in Congo aumentati del 107 per cento". Il dossier dell’Onu che non ha protetto l’ambasciatore Luca Attanasio. Il segretario generale Guterres aveva avvertito il Consiglio di sicurezza sull’aumento degli assalti. Un accordo tra Italia e Kinshasa metteva fuori gioco i signori della guerra nella regione in cui il diplomatico e il carabiniere Iacovacci sono stati uccisi. Fabrizio Gatti su L'Espresso il 25 febbraio 2021. L’omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, del carabiniere Vittorio Iacovacci, 30, e dell’autista del Programma alimentare mondiale, Mustapha Milambo Baguna, è il sintomo più evidente del fallimento della missione di pace delle Nazioni Unite che da ventun anni tenta di stabilizzare le province orientali della Repubblica Democratica del Congo. Ma è anche un chiaro avvertimento: senza un deterrente internazionale, l’intera regione dei Grandi laghi, che dal Nord al Sud Kivu confina con Uganda, Ruanda e Burundi, precipiterebbe in una nuova carneficina. Lunedì 22 febbraio, durante il trasferimento dalla città di Goma al paese di Rutshuru, dove Attanasio e i suoi accompagnatori erano attesi in una scuola, la sicurezza dei due fuoristrada era affidata all’Onu. La presenza a bordo di Rocco Leone, il vicedirettore dell’ufficio del Pam in Congo, sopravvissuto al tentativo di sequestro, ha convinto gli organizzatori del viaggio che non fosse necessaria una scorta militare. Il percorso di circa settanta chilometri era infatti considerato moderatamente sicuro. Una valutazione però smentita dallo stesso segretario generale dell’Onu, António Guterres: secondo il suo ultimo rapporto consegnato al Consiglio di sicurezza lo scorso mese di novembre, gli attacchi contro il personale delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo sono aumentati del 107 per cento. Il resoconto è confermato dall’osservatorio “Kivu Security Tracker” che calcola nelle foreste della ragione l’attività di 109 organizzazioni armate, tra gruppi terroristici e bande criminali, la maggior parte dei quali sconfina dai Paesi vicini. Contro i loro attacchi, Monusco, questo il nome della missione internazionale delle Nazioni Unite, impiega oggi sul campo 17.467 inviati, tra i quali 12.303 militari, 2.970 funzionari civili e 1.403 poliziotti. I primi cinque Paesi di provenienza dei soldati sono, nell’ordine, Pakistan, India, Bangladesh, Indonesia e Sud Africa. E per quanto riguarda le forze di polizia: Senegal, Egitto, Bangladesh, India e Niger. La difesa dei civili e il consolidamento della pace sono quindi affidati anche a eserciti e polizie responsabili, negli Stati di provenienza, di gravi violazioni dei diritti umani. Scandali e denunce di abusi sessuali, che non risparmiano i bambini, hanno accompagnato la presenza dei caschi blu in Congo, tanto che il primo luglio 2010 alla precedente missione Monuc è stato cambiato nome. A questo si aggiungono i costi mostruosi e le accuse di inefficienza. L’ultimo stanziamento approvato dall’Assemblea generale per il periodo dal primo luglio 2020 al 30 giugno 2021 stima una spesa di un miliardo 154 milioni 140 mila 500 dollari: un miliardo e 75 milioni per il mantenimento della missione, oltre 61 milioni per le spese di supporto alle operazioni, quasi 10 milioni e mezzo per il funzionamento della base logistica di Brindisi e circa 7 milioni per il centro servizi regionale di Entebbe, in Uganda. Ma i dodici milioni e mezzo di congolesi che vivono tra Nord e Sud Kivu, compresi circa quarantasettemila rifugiati dal Burundi, non vedono alcuna ricaduta economica, a parte il solito incasso di bar e prostitute legato al tempo libero dei militari.

LE INDAGINI. A fine novembre 2019, dopo l’omicidio di otto civili nella città di Beni e il rapimento di altri nove da parte del gruppo islamista Allied Democratic Forces, che di democratico non ha proprio nulla, gli abitanti esasperati hanno assaltato e incendiato la base locale della missione. I caschi blu, secondo i testimoni, hanno ucciso due manifestanti. Poi hanno abbandonato la caserma. La regione, oltre a essere ricchissima di materie prime dal cobalto al petrolio, ospita laghi, vulcani attivi e il paradiso naturale dei gorilla. Da quando la pandemia di Covid-19 ha azzerato l’indotto del turismo, però, le bande si finanziano con i sequestri di persona. Il rapimento dell’ambasciatore italiano per incassare un riscatto potrebbe essere il movente dell’imboscata ai due fuoristrada del Programma alimentare mondiale. Ma il ministero dell’Interno congolese in un tweet, poi rimosso, non ha escluso un attacco mirato. Se fosse così, le indagini non dovranno trascurare i buoni rapporti tra il presidente della Repubblica, Félix Tshisekedi, e l’Italia. Il 14 settembre 2019 Tshisekedi aveva discusso a Kinshasa con l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, l’avvio di un progetto per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili e la sua distribuzione per usi civili e industriali e anche lo sviluppo di iniziative per difendere le foreste dal commercio illegale di legname. Portare energia nella regione dei Grandi laghi, dove Eni dal 2009 è stata autorizzata a condurre studi sui giacimenti di gas e petrolio, toglierebbe potere ai tanti signori della guerra che per estrarre metalli rari, come cobalto e coltan, nelle miniere senza elettricità sfruttano le braccia di migliaia di bambini. Ma soprattutto l’accordo italiano con il governo centrale di Kinshasa metterebbe fuori gioco le varie società di intermediazione con uffici in Sud Africa, Burundi e Uganda che finanziano la guerriglia e non intendono rinunciare alla loro parte di potere e guadagno. La debolezza della missione Monusco rende il quadro ancor più complicato. La reputazione dei caschi blu è infatti da tempo al minimo, anche per quanto accade al di fuori dei propri compiti. Nonostante la linea dura adottata dalle Nazioni Unite per fermare gli abusi, nel 2017 un militare romeno è stato sospeso per aver messo incinta una ragazza minorenne. E altri cinque colleghi sono stati accusati di violenze e sfruttamento sessuale durante tre mesi di servizio. L’anno dopo si aggiunge la storia di una ragazzina violentata dagli assassini che avevano ucciso i suoi genitori davanti ai suoi occhi, dai soldati governativi inviati a proteggere la comunità e, infine, da un militare della forza multinazionale che si era offerto di aiutarla. Da allora le linee guida dell’Onu obbligano i comandanti a sensibilizzare il personale e i soldati devono trascorrere il tempo libero in caserma. Davanti ad adolescenti e a volte bambine che si offrono in cambio di qualcosa da mangiare, gli abusi si sono così trasferiti sui mezzi di servizio durante i turni di pattugliamento. Secondo alcune testimonianze, gli ufficiali adesso invitano gli equipaggi a parcheggiare i veicoli bianchi delle Nazioni Unite lontano da bar e club, in modo che possano continuare a fare quello che vogliono senza essere visti. Di fronte a una generazione di ragazzine e ragazzini affamati, bastano una saponetta o qualche spicciolo. Gli abissi umani raccontati da Joseph Conrad in “Cuore di tenebra” e raffigurati da Francis Ford Coppola in “Apocalypse Now” sono ordinaria quotidianità a nord e sud di Goma. Ed è in questa miscela esplosiva che una delegazione delle Nazioni Unite ha pensato di lasciar partire l’ambasciatore Attanasio e il suo seguito senza alcuna scorta militare. «Le tante vittime civili hanno portato a un aumento delle manifestazioni e del risentimento contro Monusco», ammette il segretario generale Guterres nell’ultimo rapporto sulla missione: «Da luglio a ottobre sono stati documentati 2747 abusi e violazioni dei diritti umani, una piccola diminuzione rispetto ai quattro mesi precedenti. Agenti statali, in particolare soldati della Repubblica Democratica del Congo, sono responsabili del quarantotto per cento di queste violazioni, mentre il cinquantadue per cento è stato commesso dai gruppi armati... Circa metà di tutte le violazioni documentate tra luglio e ottobre è avvenuta nel Nord Kivu, durante le quali almeno 407 civili (308 uomini, 72 donne e 27 bambini) sono stati uccisi e 237 feriti (188 uomini, 37 donne e 12 bambini) durante gli attacchi e gli scontri tra gruppi armati. Nel conflitto tra comunità del Sud Kivu sono stati invece uccisi trentacinque civili (26 uomini, 8 donne e un bambino) e sono stati distrutti interi villaggi». Anche la pandemia di Covid-19 è un pretesto per diffondere paura nella popolazione. «Tra luglio e ottobre», aggiunge il segretario generale dell’Onu nella sua relazione sulla missione Monusco, «ventisette violazioni dei diritti umani sono state documentate in relazione all’imposizione delle misure di prevenzione, di cui diciotto commesse da agenti della polizia nazionale congolese. Le violazioni comprendono l’omicidio extragiudiziale di due uomini, il maltrattamento di 42 persone (34 uomini, 5 donne e 3 bambini) e la detenzione illegale di 16 persone (13 uomini e 3 donne)... Sono state inoltre documentate 76 morti in custodia (74 uomini, una donna e un bambino) dovute alle condizioni di detenzione... Circa 50 donne recluse sono state circondate nel cortile e 21 di loro sono state violentate». Un capitolo è dedicato ai minori. «Nove bambini (quattro femmine e cinque maschi) sono stati uccisi o menomati, compresi due bimbi uccisi dall’esercito della Repubblica Democratica del Congo, durante i combattimenti contro i gruppi armati del Nord Kivu. Trenta ragazze sono state violentate o sottoposte ad altre forme di violenza sessuale, comprese le violenze attribuite ad agenti statali». Di fronte al fallimento della missione, anche il personale delle Nazioni Unite dal 2020 viene preso di mira: «Sono stati registrati 158 attacchi», rivela il segretario generale António Guterres, «il 107,8 per cento in più rispetto agli attacchi documentati nel periodo precedente». Ma lunedì 22 febbraio qualcuno ha garantito che lungo la strada non c’erano pericoli.

L'uccisione di Attanasio e Iacovacci. Ministro Di Maio, la sicurezza degli italiani all’estero non si affida all’Onu! Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 25 Febbraio 2021. Sulla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci abbiamo letto molte riflessioni commoventi. Al di là però di tutte queste sincere manifestazioni di dolore a nostro avviso c’è un problema non risolto neanche da ciò che ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nella sua esposizione in Parlamento. Anzi, per certi aspetti, proprio l’esposizione del ministro pone dei problemi molto seri. Infatti, Di Maio ha messo in evidenza l’estrema pericolosità esistente in molte zone del Congo. Allora, francamente, il fatto che a tutela dell’ambasciata italiana a Kinshasa, cioè del suo ambasciatore e dell’altro personale, siano in tutto quattro carabinieri mette in evidenza l’esistenza di una questione assai seria. Parliamo infatti del Congo, non di uno staterello, e di un Paese nel quale peraltro manifestiamo la giusta intenzione di sviluppare una vasta iniziativa umanitaria. Ora, paradossalmente, il basso numero di scorte non riduce i pericoli, anzi li aumenta per tutti. Per di più affidarsi all’Onu per la tutela dei nostri militari è obiettivamente un tragico errore perché al di là della retorica la storia delle Nazioni Unite è piena di défaillance su questo terreno, e non soltanto a Srebrenica. Non devono essere i singoli diplomatici a doversi dare da fare per proteggersi, ma deve esserci un impegno del sistema Italia. Allora, il ministero degli Esteri, il ministero della Difesa, l’Aise devono fare una mappa dei rischi nel mondo e sulla base di questa mappa vanno tratte le conseguenze sulla quantità e sulla qualità della copertura militare da assicurare. Per esempio, se non ricordiamo male, a suo tempo l’ambasciata italiana in Iraq era saldamente protetta da un contingente del Tuscania, cioè di gente ad altra professionalità. Apprendere dalle ricostruzioni fatte che il nostro diplomatico si è mosso su un’auto non blindata e con un carabiniere di scorta francamente accentua le perplessità e gli interrogativi. La presenza di una scorta mette in evidenza la consapevolezza dell’esistenza di un pericolo, ma combinare insieme un singolo diplomatico con un singolo uomo di scorta vuol dire andare incontro a pericoli gravissimi come poi in effetti è tragicamente avvenuto. Il problema non è quello ex post di ricostruire gli avvenimenti che hanno portato alla tragedia, ma se possibile ragionare anche in modo autocritico sul modo di evitarla questa tragedia. Da questo punto di vista finora non abbiamo ascoltato riflessioni convincenti, ma ricostruzioni basate su un giustificazionismo che tende a riversare su altri non responsabilità, ma impegni che invece dovremmo prendere in prima persona. Per essere chiari fino in fondo, non possiamo svolgere una benemerita attività umanitaria se non ci poniamo in modo assai rigoroso l’obiettivo di proteggere dall’Italia, non con delega ad altri, la sicurezza degli italiani che svolgono questa attività. Le commemorazioni, specie se sincere come è nel nostro caso, sono apprezzabili, ma sarebbe molto più apprezzabile se si lavorasse preventivamente proprio per evitarle. Da questo punto di vista non abbiamo colto purtroppo i termini di nessuna riflessione critica e autocritica.

Questa tragedia non deve passare in archivio senza conseguenze. Ecco perché Di Maio è responsabile dell’uccisione di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 24 Febbraio 2021. Appena ucciso, hanno subito cominciato ad assassinarlo di nuovo con palate di parole altisonanti e retoriche sul “servitore dello Stato che ci è stato strappato con la violenza”. Retorica che serve solo a nascondere l’unico fatto importante: l’ambasciatore Attanasio non sarebbe caduto nella trappola mortale in cui è caduto senza che il nostro ministero degli Esteri ne portasse la responsabilità. Quando l’amministrazione Obama fu colpita dalla sciagura dell’uccisione del console americano a Bengasi, in Libia, l’11 settembre 2012, emerse subito la responsabilità oggettiva – e dunque la colpa – del ministro degli Esteri degli Stati Uniti Hillary Clinton, la quale ammise: “Sono io la responsabile di tutto ciò che accade ai 60.000 diplomatici americani sparsi in 516 posti diversi del mondo”. Il nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio, invece, non sarebbe responsabile di altro che del suo stupore per la notizia della tragedia che è piombata non soltanto a Roma, ma a Ginevra dove risiedono gli uffici delle Nazioni Unite e a Bruxelles. Si è così saputo che il più giovane ambasciatore italiano, Luca Attanasio di 43 anni, andava in giro con un convoglio dell’Onu nella zona del nord est del Congo infestata da bande armate (la stessa in cui i Rangers inviati dal governo belga hanno perso in cinque anni 200 dei 700 loro effettivi decimati dall’Esercito di liberazione del Rwanda che imperversa con violenze saccheggi e stupri) senza avere l’autorizzazione della Farnesina a Roma. Questo non è possibile. I movimenti del nostro personale diplomatico nel mondo, specialmente nelle zone comunque a rischio, sono regolati da protocolli e coordinati dal ministero che concede o nega le autorizzazioni, con il compito di monitorare e proteggere tutte le situazioni a rischio. Si sa che l’ambasciatore Attanasio viaggiava senza scorta, che gli era stata negata all’ultimo momento dal governo di Kinshasa e senza un’auto blindata, che aveva richiesto e che gli era stata promessa “fra qualche giorno”. Oggi si viene a sapere che le forze governative sarebbero intervenute dopo l’attacco al convoglio dell’Onu – di cui facevano parte Attanasio e il povero carabiniere Vittorio Iacovacci – ingaggiando un conflitto a fuoco. Lo scopo dell’attacco armato sembra fosse quello di catturare ostaggi delle Nazioni unite, ma questi dettagli saranno chiariti nelle inchieste sul terreno congolese. Noi chiediamo solo di sapere come sono andate le cose dentro la Farnesina, responsabile di tutto ciò che accade alle ambasciate e ai diplomatici di ogni rango insieme agli uomini dei servizi segreti nelle ambasciate. Attanasio era il più giovane ambasciatore italiano. Aveva un’aria allegra e positiva, e insieme a sua moglie gestiva persino una propria organizzazione a favore dei bambini. Malgrado tanta generosa attività, tutto ciò che è accaduto era prevedibile. La questione che oggi è degna di attenzione prima di tutto del presidente del consiglio Draghi è la valutazione delle responsabilità del ministro. Qui i casi sono due: o esiste un protocollo che stabilisce se come e quando il personale delle ambasciate può avventurarsi in zone ad altissimo rischio, o un tale protocollo manca del tutto. Sta al presidente del Consiglio Mario Draghi valutare se intende mantenere al suo posto un ministro degli esteri che si è rivelato ignaro e stupefatto di fronte a un delitto avvenuto nelle circostanze dettagliatamente documentate dai nostri servizi di intelligence. Saranno i congolesi, le Nazioni Unite e se vorrà la stessa Unione europea a compiere le indagini sul terreno. Ma noi abbiamo il dovere e il diritto di sapere se e come è tutelata la diplomazia italiana nelle zone di guerra, guerriglia, scontri etnici e tribali. Vogliamo sapere se come quando l’ambasciatore Attanasio ha comunicato i suoi propositi e movimenti e se tali comunicazioni sono state approvate. Un capo della diplomazia non può farsi ammazzare i diplomatici mentre è altrove e del tutto ignaro delle attività svolte da un diplomatico. Questa tragedia deve avere conseguenze.

Le colpe della Farnesina su Attanasio. "L'ambasciatore? Perché è morto? E che ce frega a noi perché! Era in un convoglio delle Nazioni Unite. E che noi siamo le Nazioni Unite? No. E allora non sono affari nostri ma delle Nazioni Unite". Paolo Guzzanti - Dom, 28/02/2021 - su Il Giornale. Provate a immaginare uno di quei personaggi cui dava vita Alberto Sordi, per esempio nei panni di un ministro degli Esteri che dice: «L'ambasciatore? Perché è morto? E che ce frega a noi perché! Era in un convoglio delle Nazioni Unite. E che noi siamo le Nazioni Unite? No. E allora non sono affari nostri ma delle Nazioni Unite». Quando abbiamo chiesto alla Farnesina di spiegare con quale criterio avesse approvato il piano di viaggio dell'ambasciatore Attanasio con il carabiniere Iacovacci malgrado i dettagliatissimi rapporti dei nostri servizi che descrivevano l'area di destinazione come una trappola mortale, la risposta è stata questa: «L'ambasciatore Attanasio non si trovava in ambasciata ma era in prestito alle Nazioni Unite in un'area lontana. Noi la Farnesina, ovvero il Ministero degli Esteri ci occupiamo soltanto dell'ambasciata, tapparelle, cucine e bollette della luce. Mica facciamo la balia a un ambasciatore che per hobby va a rappresentare l'Italia nelle Nazioni Unite». Non è pazzesco? Molto di più: è pentastellare. Ma come: i servizi segreti documentano che in quell'area ammazzano i Ranger, rapiscono e uccidono chiunque passi senza scorta e il nostro ministro degli Esteri dice che non era affar suo? Si metta d'accordo con se stesso: se Attanasio era un «servitore dello Stato», allora seguitava ad esserlo anche in un convoglio dell'ONU che portava aiuti umanitari. Ma se era un servitore dello Stato ed è stato ammazzato per incuria e incompetenza, adesso chi paga? Né sussurri né grida da Palazzo Chigi?

L'uccisione dell'ambasciatore e del carabiniere. Agguato contro Attanasio, Di Maio prova a scaricare la responsabilità sull’Onu. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 2 Marzo 2021. Se il Di Maio avesse detto: «Hanno ucciso il nostro ambasciatore in Congo e io ho ordinato un’inchiesta per sapere come sia stato possibile che viaggiasse in una zona a rischio senza scorta né auto blindata», avremmo detto: bravo ministro, è quel che devi fare. Invece Di Maio ha detto: ci dispiace molto, ma state tranquilli, troveremo chi gli ha sparato. È stata quella frase che ha fatto capire che c’era del marcio. L’assassinio di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci, il carabiniere che ha perso la vita con lui, è un crimine orrendo, ma lo scandalo che copre le responsabilità di questo delitto è un ulteriore delitto perché i due uomini – c’era anche il console Russo che se l’è cavata con un terribile spavento – erano in missione per conto dello Stato italiano accompagnando un convoglio delle Nazioni Unite in una zona remota e insanguinata del Congo dove Luca Attanasio – un brillantissimo diplomatico di quarantatré anni – rappresentava l’Italia. Ma era costretto a rappresentarla a mani e petto nudi, senza scorta e senza una macchina blindata. La Farnesina, il nostro ministero degli Esteri, si è subito trincerata dietro una posizione da Ponzio Pilato: Attanasio, povero ragazzo che persona splendida e quanto ci dispiace, viaggiava con le Nazioni Unite, dunque era l’Onu che doveva provvedere alla sua incolumità, ci dispiace che non l’abbia fatto, ma non è colpa nostra. Questa versione lagnosa, falsa e codarda è stata registrata passivamente dalla maggior parte dei giornali e telegiornali con rare eccezioni e anche un certo tono di commiserazione nei nostri confronti che abbiamo subito gridato allo scandalo chiedendo la verità e le dimissioni del ministro: ma che dite? Ma non sapete come vanno queste cose? È l’ente che organizza una missione che deve garantire la sicurezza, non quello cui appartiene la vittima, cioè il ministero degli Esteri. È un’obiezione ipocrita. Del resto, basta un piccolo esercizio di fantasia: ve lo immaginate un ambasciatore americano, o francese o del Regno Unito abbandonato dai suoi servizi segreti, dalla sua ambasciata e dal suo governo per andare a fare una bella gita nel posto più pericoloso dell’Africa, dove da decenni si uccidono centinaia di soldati (duecento Ranger in cinque anni), dove cento diverse bande armate si contendono il traffico di uomini, donne, animali e minerali pregiati e in cui operano fazioni armate del Vicino Rwanda come strascico della orribile guerra razziale fra Hutu e Tutsi? L’Onu ha – in Congo come altrove – responsabilità gravissime e l’onore di questa (fintamente) sacra istituzione è continuamente macchiato da accuse di massacri, incompetenza, stupri, sopraffazioni. Il solo fatto di essere nelle mani delle Nazioni Unite costituisce un pericolo, come del resto le morti di Attanasio e Iacovacci dimostrano. E questo è il motivo per cui siamo trasaliti quando abbiamo visto che alla retorica del “servitore dello Stato ucciso mentre serviva il suo Paese” si aggiungeva quella dell’Onu, responsabile di troppi disastri fra tante attività umanitarie come quella cui partecipava. La manovra era evidente: scaricare queste due morti su un ente senza nome e referente, insinuando che Luca Attanasio agisse di testa sua, senza dar conto a nessuno. Questo è falso: il giovanissimo ambasciatore nel Congo-Kinshasa, ex Zaire, ex colonia belga in cui i belgi hanno praticato le più violente sopraffazioni e angherie pur di rapinare le risorse minerarie di quelle terre intrise di sangue e di odio, ha tempestato la Farnesina di richieste di scorta, protezione blindata e nel caso specifico di questo viaggio è stato a lungo incerto se partecipare o no proprio a causa della situazione di estremo pericolo e senza difesa per lui e chi lo accompagnava. Come conseguenza dei suoi dubbi, l’ambasciata italiana a Kinshasa aveva informato il ministero degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, con una lettera protocollare pubblicata dall’agenzia AfricaNews Media Rdc in cui si legge che la missione, dapprima accettata il 15 febbraio con una nota diretta alla Direzione nazionale del Protocollo di Stato e firmata dal suo direttore Banza Ngoy Katumve, era stata poi annullata. Perché? Perché mancavano le condizioni minime di sicurezza per l’ambasciatore, il console Alfredo Russo (rimasto illeso anche se sotto shock) e il carabiniere Iacovacci. Tutto su carta intestata, tutto con protocolli formali che certamente la Farnesina riceveva in copia, essendo continuamente aggiornata su ogni vicenda delle sue ambasciate. Poi è successo qualcosa che ha fatto valutare di nuovo il viaggio come possibile, sicché Attanasio, Russo e Iacovacci hanno preso un volo da Kinshasa a Goma, dove li aspettava il personale dell’Onu che li ha accompagnati al convoglio diretto verso la pericolosissima zona detta delle Tre Antenne. Chi o che cosa abbia prodotto questo ritorno al piano originale, non lo sappiamo e lo vorremmo sapere. Ma è sotto gli occhi di tutti – anche della Farnesina che finge di non saperne niente – che la causa delle decisioni e dei ripensamenti è una sola: la mancanza di sicurezza in un viaggio ad altissimo rischio che infatti si è concluso con un massacro. Attanasio, arrivato alla sede di Kinshasa nel 2017 chiese nel 2018 una protezione più affidabile: che i carabinieri passassero da due a quattro (cioè da uno a due, per i turni di riposo) e che fosse provvisto di un mezzo blindato. Era a quell’epoca ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi che lasciò il suo posto a Luigi Di Maio il 5 settembre 2019. La Farnesina seguendo le pignole procedure burocratiche mandò qualcuno a fare un’ispezione e la conclusione fu che Attanasio aveva esagerato. Non c’era bisogno di più carabinieri. Quanto al mezzo blindato, se ne sarebbe potuto parlare, ma c’era da aspettare e infatti Attanasio ancora aspettava quando è morto. Quindi alla Farnesina sapevano tutto. Sapevano che da tre anni Attanasio si sentiva a rischio, che non aveva ancora avuto il blindato e anche di aver riluttato prima di partire per la missione perché non si sentiva protetto. La Farnesina, e il suo ministro Di Maio, si rifugiano poi su una seconda linea ipocrita: poiché la missione in cui sono morti Attanasio e Iacovacci si svolgeva a 2,500 chilometri di distanza, come avrebbe potuto una macchina blindata dell’ambasciata accompagnarlo in un tale viaggio? Risposta: e che ne sappiamo noi? È per questo che esistono i ministeri degli Esteri, i servizi segreti, persino le compagnie di leasing di auto anche blindate e persino la possibilità di vietare la missione. Bastava che la Farnesina annullasse – visto che disponeva di tutti gli elementi anche burocratici e formali – il viaggio suicida di Attanasio e Iacovacci, anche considerando il dettagliato e scioccante rapporto dei nostri servizi segreti, perfettamente noto non solo ad Attanasio ma anche al ministero, al ministro e persino alla Commissione parlamentare di controllo sui servizi. Il ministero e il ministro disponevano di tutti gli elementi e di tutti gli strumenti per impedire una tragedia, ma non hanno fatto niente. Trincerandosi dietro il paravento della responsabilità dell’Onu, che era il vettore della gita, quello che forniva mezzi di trasporto ma non di sicurezza, personale civile ma non militare. Dunque, l’Onu ha le sue colpe e ci farebbe un gran piacere se anche in quell’agenzia qualcuno pagasse per la doppia morte annunciata. Ma le responsabilità dell’Onu non mitigano in alcun modo quelle del datore di lavoro e di funzioni dell’ambasciatore Attanasio e quel datore di lavoro e di funzione è il ministero degli Esteri, prima sotto la responsabilità di Moavero e poi di Luigi Di Maio. Per ora siamo in attesa che il pachiderma bianco della Farnesina si risvegli della sua marmoreità e dica finalmente qualcosa. Ci dica per esempio se è vero o no che la richiesta di avere una scorta più adeguata da parte di Attanasio, presa in considerazione dalle autorità competenti (quali?) fu bocciata: questo giovane ambasciatore è troppo impressionabile, non abbiamo carabinieri da sprecare per lui. E anche: questo giovane ambasciatore chi crede di essere con la sua pretesa di avere una scorta quando si muove (e lo fa spesso) in zone di guerra, un sottosegretario? E veniamo a Di Maio. Proviamo a concedergli delle attenuanti generiche: è un politico politicante, non è famoso per la sua assidua presenza e ho parlato con diverse feluche d’esperienza che sorridono mestamente quando lo sentono nominare. Concediamogli quindi l’attenuante (in realtà un’aggravante) di non aver saputo un accidente finché la tragedia è avvenuta. E che quando è avvenuta lo abbiano sommerso di briefing: lei deve dire questo, lei non deve dire quello, punti sul sacrificio eroico del servitore dello Stato, è importante che i telegiornali ci vengano dietro, lì ci penso io conosco tutti, la gente deve vedere uno sfoggio barocco di simboli, parate funerarie, orazioni, squilli di tromba e mi raccomando di ripetere ogni dieci secondi “servitore dello Stato”. Poi dica, signor ministro, che naturalmente noi siamo impegnati nell’inchiesta per scoprire chi l’ha ucciso. Dica che è colpa dell’Onu, in fondo ci dovevano pensare loro. Chiarisca bene che l’Ambasciata e anche il ministero non potevano fare niente in quel postaccio così lontano, lasci capire che il povero Attanasio era talmente vitale e generoso che, sì, insomma faccia intendere che da parte sua c’è stata imprudenza, che da parte dell’Onu c’è stata incoscienza, ma che noi, come ministero e lei come ministro non possiamo essere chiamati in causa perché non sapevamo, non vedevamo, e comunque c’erano di mezzo troppi chilometri. Ah: e l’ambasciata non è una balia. Ha capito bene? Vuole ripetere? No, non ce n’era bisogno. Di Maio ha capito al volo e anche giornali e telegiornali: il servitore dello Stato, pardon, il carabiniere Iacovacci. e però non dimentichiamo anche quel povero disgraziato di Moustapha Milambo, l’autista locale, e andiamo via così. Ecco, così, eccellenza, cercheranno di far emergere le sue pretese responsabilità ma ricordi sempre la nostra linea diplomatica e non la abbandoni mai, come si fa quando si è scoperti in adulterio: negare, negare, negare sempre, negare specialmente l’evidenza.

Luigi Di Maio, ciò che il grillino deve spiegare sugli italiani ammazzati in Congo. Renato Farina su Libero Quotidiano il 28 febbraio 2021. Domande, ancora domande. Chi è responsabile per non aver tutelato l'ambasciatore in Congo, il carabiniere di scorta e l'autista? Davvero il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ragione a sentirsi a posto con la coscienza e così i suoi alti funzionari e i servizi segreti esteri (Aise)? E la Procura di Roma oltre a dar la caccia agli assassini, sta pensando o no di aprire un fascicolo con ipotesi di reato a carico di qualcuno che sta a Roma in alto loco? Intanto un po' di stupore. Tutti i partiti hanno accettato la versione autoassolutoria fornita da Di Maio alla Camera nell'informativa successiva ai fatti, e preso per buono lo scaricabarile messo in atto ripetutamente in questi giorni per addossare ogni responsabilità all'Onu. Non funziona così. Non esiste mai una delega assoluta della tutela quando c'è in ballo la sicurezza nazionale incarnata da un ambasciatore in territorio sensibile. Ricostruiamo i recenti avvenimenti, dalla parte per così dire dei "buoni", trascurando cioè l'identità dei killer e se fossero parte o meno di gruppi terroristici. Partiamo dall'ultima pagina. Ieri c'è stato il funerale a Limbiate, in provincia di Monza e Brianza, dell'ambasciatore Luca Attanasio. Nello stadio c'era l'arcivescovo Mario Delpini, c'è stata totale identificazione tra la sua gente e il suo "ragazzo d'oro". Cresciuto all'oratorio, eccellente negli studi, generoso come il vino e buono come il pane, ma niente affatto sprovveduto. Sapeva da quando era arrivato in Conco di essere in uno degli angoli di mondo più pericolosi. Il Congo-Kinshasa (ex Zaire) è attraversato sistematicamente da conflitti. Le zone di confine sono alla mercé di gruppi armati che zigzagano tra Stati (Ruanda, Uganda, Kenia) cercando prede. Luca aveva chiesto sin dalla fine del 2018 una scorta doppia. Arrivò un ispettore dalla Farnesina per capire se ne avesse i motivi (bella fiducia). Ma no, esagerava, fu la risposta. Attanasio non rinunciò però a fare il suo lavoro con la pienezza dei propri intendimenti magnanimi. Lo Stato aveva deciso che doveva accontentarsi di due carabinieri, meno cioè di quelli dediti a una qualsiasi scorta di basso calibro (minimo sei per coprire i vari turni)? Vuol dire che gli doveva andar bene così. Accorreva dovunque ci fosse una comunità di italiani, fossero essi imprenditori o membri di organizzazioni di volontariato internazionale, come l'Avsi, che dà una nuova vita ai bambini-soldato ad esempio. Era in servizio per l'Italia, era l'Italia, si può dire. Non un rappresentante in missione, ma l'incarnazione della patria e della sua bandiera. Per recarsi a Goma, nell'Est, presso il Lago di Kivu (a 2540 km da Kinshasa, in auto sarebbero stati due giorni e mezzo. Ha usato i mezzi dell'Onu, ponendosi sotto la protezione delle Nazioni Unite. Ma che ritenesse insufficiente e vagamente problematica questa copertura lo dimostra il fatto stesso di esseri fatto accompagnare dal carabiniere Vittorio Iacovacci, non un segretario factotum, ma una guardia del corpo d'eccellenza. L'Onu aveva deciso che quel percorso che ha portato i due, con l'autista Mustapha Milambo, al sequestro e alla morte, non era passibile di accompagnamento dei caschi blu. Non è precisamente un comportamento raro da parte delle sigle internazionali. Ed ora due precedenti. Entrambi in Libia. 1) Nell'estate del 2015 quattro tecnici della società Bonatti di Parma, furono sequestrati da milizie armate mentre si recavano su una jeep e con una solo guardia armata dalla Tunisia al loro cantiere di Mellitha in Libia. Due di essi finirono uccisi. I dirigenti sono finiti sotto processo per aver sottovalutato i rischi collegati alla situazione libica, «sempre più instabile e sfuggente». In fondo si erano fidati della sicurezza garantita da un governo riconosciuto dall'Italia (quello di Al Serraj) Il quesito che pongo è: ciò che vale per il settore privato vale anche per un ministero? Se questo è il caso allora il titolare della Farnesina dovrebbe rispondere nella stessa maniera del Presidente della società Bonatti, Paolo Ghirelli. Sono veramente curioso di vedere come il titolare del fascicolo, il Procuratore capo di Roma Michele Prestipino, procederà o meno nei confronti di Luigi Di Maio. 2) Quando in Libia, precisamente nel consolato Usa a Bengasi, l'ambasciatore americano Chris Stevens fu ammazzato dai rivoltosi l'11 settembre 2012, Hillary Clinton rischiò di saltare con tutta la sua petulante alterigia. Il più potente Stato del mondo non aveva garantito la sicurezza né dei suoi uomini (oltre all'ambasciatore quattro tra marines e agenti della Cia) né quella del consolato. Com' era stato possibile quanto accaduto? La Cnn scovò mail di Stevens al Dipartimento di Stato nei quali manifestava preoccupazione e riteneva insufficienti le misure a tutela sua e delle sedi diplomatiche. Esagerava pure lui. Immediatamente dagli Stati Uniti si fece sapere che tutto questo era imprevedibile, che era stata una ribellione spontanea causata da un film (ricordiamo il pretesto fasullo della maglietta di Calderoli?), eccetera... Bugie, era stato qualcosa di pianificato da formazioni jihadiste tra l'altro usate in precedenza dagli americani proprio per abbattere Gheddafi. Hillary subì da una commissione d'inchiesta parlamentare un interrogatorio di 11 ore. Obama aveva comunque mandato subito 200 marines per snidare gli assassini, e far capire che gli ambasciatori americani non si toccano. E noi? Un bel telegramma. Tante condoglianze per gli eroi. 

Quelle ambasciate indifese e senza soldi. Così i servitori dello Stato sono a rischio. Dal Pakistan al Venezuela: pochi uomini e male equipaggiati Il bilancio è passato dallo 0,28% allo 0,09%. E la sicurezza latita. Fausto Biloslavo - Dom, 28/02/2021 - su Il Giornale. L'ambasciatore Luca Attanasio, ucciso in Congo, aveva chiesto nel 2018 alla Farnesina di raddoppiare la scorta di carabinieri da due a quattro, ma gli hanno risposto picche. «É anche arrivato a Kinshasa (la capitale congolese, nda) un ispettore del ministero degli Esteri da Roma, ma ha fatto subito capire che per problemi economici non si sarebbe fatto nulla» spiega una fonte del Giornale. La punta di un iceberg della mancanza di fondi, lungaggini burocratiche e scarsa attenzione alle ambasciate «dimenticate» come quella in Congo. «In Venezuela abbiamo avuto una montagna di problemi a fare arrivare le nostri armi nel paese, che è tutt'altro che sicuro» racconta una fonte dell'Arma. Come in Congo i carabinieri addetti alla sicurezza sono pochi: appena 5 divisi fra l'ambasciata ed i consolati. «Nei Paesi a medio rischio come il Pakistan o l'Arabia Saudita bisogna arrangiarsi - spiega la fonte - La protezione spesso non è adeguata. E abbiamo trovato pure giubbotti anti proiettili talvolta scaduti e comunque non i migliori». Le ambasciate ad alto rischio a Tripoli, Baghdad e Kabul hanno scorte poderose. «In Iraq c'è una ventina di uomini e un'altra decina in appoggio di vigilanza. Oltre a tutti gli assetti americani sul terreno. In Congo, al contrario, vai da solo nella foresta» spiega un'altra fonte che è stata in prima linea. Anche per le ambasciate sotto tiro, come quella in Afghanistan c'è voluto tempo per costruire il secondo muro di cinta indispensabile per fermare gli attacchi con i camion bomba. «Gli specialisti delle protezioni passive fanno parte della Difesa, che però non è coinvolta nel sistema di sicurezza della ambasciate o ha un ruolo molto marginale. Un ufficiale del genio che fa una ricognizione ha più competenza di un carabiniere per capire cosa serve» sottolinea una fonte militare. Dal punto di vista puramente militare «fra il Congo con 16mila caschi blu e l'Afghanistan non cambia molto se parliamo di sicurezza». Il livello di sicurezza della nostra ambasciata in Congo si è ridimensionato negli anni. Dal 2014 ci sono solo 2 operatori di scorta, prima erano in 4 e prima ancora il reggimento Tuscania aveva 8 uomini. Un diplomatico con grande esperienza in zone di crisi ammette che «americani, russi e pure i turchi girano sempre super scortati e non lesinano in sicurezza». Francesco Saverio De Luigi, presidente del sindacato dei diplomatici (Sndmae), non ha dubbi: «Il problema è la costante erosione di fondi e personale nel contesto di una progressiva disattenzione verso il funzionamento delle nostre ambasciate e consolati. I numeri sono impietosi: vent'anni fa il bilancio della Farnesina era pari allo 0,28 % della spesa pubblica, oggi è dello 0,09 %. Significa essere fuori dal mondo» denuncia De Luigi. L'ambasciatore Michele Valensise ha scritto sul sito del sindacato un contributo in ricordo di Attanasio e le altre due vittime, netto fin dal titolo: Vita e morte da diplomatici, fra tanti rischi e pochi mezzi. La conclusione sulla tragedia è chiara: «Contribuirà soprattutto a tenere alta l'attenzione di governo e Parlamento sulla correlazione vitale da assicurare tra giusti obiettivi di politica estera e strumenti necessari per realizzarli, non ultimi i mezzi per la tutela della sicurezza di persone e cose. È un nesso essenziale, non se può prescindere, per la dignità dello Stato e per la memoria di chi è caduto».

L’ambasciatore Attanasio temeva per la sua incolumità e stava per ricevere un’auto blindata. Lo scorso 8 gennaio il diplomatico ucciso in Congo aveva firmato la determina per acquistare un mezzo antiproiettili da una ditta della Brianza. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 23 febbraio 2021. L’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso in un attentato in Congo insieme al carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milando, attendeva a breve la consegna di un’auto blindata che lui stesso aveva acquistato a inizio anno. Il diplomatico, da anni al lavoro in paesi dell’Africa e molto attivo nei progetti internazionali di aiuti alimentari e umanitari, temeva evidentemente per la sua incolumità e per quella dei suoi collaboratori. Lo scorso otto gennaio aveva firmato la determina che concludeva l’iter di una gara di appalto per acquistare un mezzo blindato Vrs6 da sette posti a sedere: la gara era stata vinta da una ditta brianzola al costo di 205 mila euro. A metà febbraio erano scaduti i 35 giorni per presentare eventuali ricorsi alla gara e a breve l’auto blindata sarebbe stata consegnata. Attanasio il giorno dell’agguato viaggiava su una strada definita «sicura» dalle autorità locali ma su un mezzo normale.  

Grazia Longo per “la Stampa” il 26 febbraio 2021. L' ambasciatore Luca Attanasio si era reso conto di operare in una zona molto pericolosa e per questo, raccontano adesso, aveva chiesto aiuto alla Farnesina per ottenere una scorta rafforzata, ma il suo allarme è rimasto inascoltato. Il diplomatico - caduto in Congo lunedì scorso in un agguato dai risvolti ancora poco chiari, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all' autista Mustafa Milambo - è arrivato a Kinshasa nel 2017. Un anno dopo, nel 2018, ha inviato una lettera alla Farnesina, a Roma, per richiedere formalmente che la scorta di due carabinieri di cui disponeva venisse raddoppiata. Evidentemente, nel corso delle missioni che aveva compiuto nell' arco di dodici mesi aveva avvertito che sarebbe stato più prudente e sicuro operare con una difesa personale più consistente. Il ministero degli Esteri, in seguito alla sollecitazione ricevuta, ha inviato, come da prassi, un suo ispettore a verificare la situazione. Ma la visita e la verifica sul posto non hanno purtroppo portato ad un esito positivo. Tant' è che Attanasio ha continuato ad essere protetto solo da due militari. A rafforzare la sua richiesta, in verità, c'era anche il fatto che prima del suo arrivo, l'ambasciatore italiano a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, aveva una scorta di quattro persone. Come mai furono poi ridotte a due? E sulla base di quali elementi non è stato espresso parere favorevole alla domanda di Luca Attanasio? La Farnesina, contattata in serata da La Stampa, non ha dato risposte in merito alla vicenda. Ma non sono queste le uniche questioni sul tappeto. Molti, troppi dubbi restano ancora da chiarire. A partire dal ruolo dell' Onu e del Pam (Programma alimentare mondiale) nella missione Monusco, quella che aveva organizzato il viaggio dell' ambasciatore Attanasio. Lunedì scorso il nostro diplomatico si era fidato del Pam ed era volato da Kinshasha a Goma, territorio sotto la giurisdizione delle Nazioni Unite, convinto di trovare un dispositivo adeguato. Ma così non è stato, perché la strada che era stata definita sicura si è rivelata mortale. E infatti il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha chiesto tanto all' Onu quanto al Pam chiarimenti urgenti a riguardo. Sappiamo - soprattutto dalla testimonianza di Rocco Leone, vice direttore del Programma alimentare mondiale in Congo scampato all' attacco - che i sequestratori erano sei, «cinque armati di kalashnikov Ak47 e uno di machete». Hanno ucciso subito l' autista Mustafa e poi hanno costretto i passeggeri a scendere e a seguirli nel fitto della foresta ai lati della strada. Rocco Leone sarà sentito in Italia dai pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. Sul luogo dell' agguato sono poi intervenuti i ranger, che hanno il compito di presidiare il parco del Virunga, il paradiso dei gorilla. Ma chi ha sparato per primo? Chi ha colpito a morte l' ambasciatore e il carabiniere? Dall' esame autoptico è emerso che non sono stati vittime di un' esecuzione, ma sono stati uccisi durante un conflitto a fuoco. Nel collo del carabiniere è stato trovato un proiettile di Kalashnikov Ak47, ma quest' arma è utilizzata sia dai guerriglieri sia dai rangers. È acclarato che il carabiniere non ha sparato alcun colpo, presumibilmente non ha avuto il tempo di reagire al blitz messo in atto dal commando. La sua pistola d' ordinanza, da cui non risulta essere partito alcun proiettile, si trovava nel fuoristrada. Agli atti della procura di Roma, che ha delegato per le indagini i carabinieri del Ros, si trova anche un tablet, sempre rinvenuto a bordo della jeep degli italiani, che potrebbe fornire elementi preziosi alle indagini soprattutto per quanto riguarda il piano di viaggio dell' ambasciatore e l' organizzazione degli spostamenti. L' obiettivo di chi indaga è capire quante persone fossero a conoscenza della missione del nostro diplomatico ed eventualmente raccogliere elementi sul perché non fosse stata prevista una scorta armata.

Grazia Longo per “La Stampa” il 27 febbraio 2021. Era composta da cinque persone la commissione ispettiva che, nell'autunno 2018, andò per conto del ministero degli Esteri a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo e sede della nostra ambasciata, a verificare se esistessero le basi per accettare la richiesta inoltrata dall'ambasciatore Luca Attanasio. Il diplomatico - ucciso lunedì scorso in un agguato nell'area del parco nazionale di Virunga insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista Mustapha Milambo - aveva sollecitato la Farnesina, con una lettera, per ottenere una scorta rafforzata. Puntava ad avere quattro carabinieri esclusivamente per la sua difesa personale - e non solo i due che aveva in dotazione - come peraltro era già accaduto al suo predecessore. La Farnesina, in una nota, precisa che la sua richiesta si riferiva solo al periodo elettorale (a fine 2018 in Congo si sono tenute le presidenziali) e in quel senso fu accolta: «L'ambasciatore Attanasio fece richiesta di una scorta rafforzata nel novembre 2018 in ragione dell'imminenza delle elezioni presidenziali e nazionali, previste per il 30 dicembre dello stesso anno, che si svolgevano in un clima di grandi tensioni politiche e sociali. Tale rafforzamento fu effettivamente disposto per il periodo richiesto». Ma altre fonti raccontano che la richiesta dell'ambasciatore non fosse affatto circostanziata al periodo delle consultazioni elettorali, ma fosse invece riferita a un periodo permanente. Non solo. Precisano, inoltre, che il contingente dei carabinieri a Kinshasa non fu potenziato durante le elezioni presidenziali: si mantennero due militari alla difesa personale di Attanasio e due alla sorveglianza dell'ambasciata. Gli unici rinforzi spediti da Roma furono in realtà dei sostituti dei carabinieri che si assentarono per le vacanze di Natale. La nota della Farnesina arriva nel tardo pomeriggio di ieri, dopo una lunga giornata trascorsa negli uffici ad esaminare numerosi faldoni di documenti. E si apprende che un funzionario diplomatico verrà a breve inviato a Kinshasa «a supporto del personale presente in Ambasciata». Resta il fatto che dopo quasi un anno e mezzo in Congo, Luca Attanasio si era evidentemente reso conto della necessità di consolidare la sua tutela personale. Inoltre c'è la questione, ancora aperta, della protezione che avrebbe dovuto garantire il Programma alimentare mondiale (Pam) alla missione di Attanasio. Su questo aspetto la Farnesina precisa «che in tutti i contesti esteri dove i nostri dipendenti effettuano missioni organizzate dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni internazionali, la responsabilità in materia di sicurezza è in capo a queste ultime. Infatti, il Pam ha dichiarato che la missione nell'area di Goma, località nella quale l'ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci erano giunti a bordo di un aereo dell'Onu, si svolgeva su veicoli del Pam. Che ha formalmente manifestato la propria disponibilità a fornire assistenza agli organi inquirenti italiani». Dal Ministero degli Esteri insistono sul fatto che le misure di sicurezza al momento dell'agguato mortale ricadessero nelle competenze e nelle responsabilità del Pam. Il motivo? Era stato il Pam «a organizzare la missione nella regione di Goma e a indicare nel suo comunicato del 22 febbraio che il percorso "era stato autorizzato senza scorta armata"». Zakia Seddiki, moglie dell'ambasciatore ucciso, ha descritto le fasi della preparazione della missione a Goma: «L'agenzia Onu disse a Luca che garantiva la sicurezza. Lui ha chiesto: "Chi si occupa della sicurezza e di tutto? Gli hanno detto che ci avrebbero pensato loro. Ma non lo hanno fatto». La vicenda mantiene contorni ancora poco definiti. Sono state pertanto avviate indagini per fare chiarezza sui fatti: «In data 24 febbraio, riscontrando la richiesta formale in tale senso presentata a nome del governo italiano dalle nostre rappresentanze permanenti presso le Nazioni Unite a New York e a Roma, il Dipartimento per la Sicurezza dell'Onu ha formalmente comunicato di avere avviato una indagine, insieme a Pam e la missione Monusco, sui tragici fatti del 22 febbraio e che tale indagine dovrebbe concludersi il 9 marzo prossimo, assicurando che gli esiti saranno condivisi con le autorità italiane».

 Draghi intervenga come fece Berlusconi. Di Maio ha negato l’auto blindata ad Attanasio, si dimetta come Scajola quando fu ucciso Biagi. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 27 Febbraio 2021. Quando fu scandalosamente chiaro che Marco Biagi, prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse a Bologna il 19 marzo del 2002, aveva vanamente chiesto la macchina blindata e la scorta – e gli erano state negate – il ministro degli Interni del governo Berlusconi, Claudio Scajola, fu costretto a dimettersi. Oggi non si capisce con quale mancanza di pudore il ministro degli Esteri non si sia dimesso, visto che anche l’ambasciatore italiano nel Congo Luca Attanasio, ucciso con il carabiniere Vittorio Iacovacci e un autista congolese, aveva chiesto da tre anni sia la scorta che un’auto blindata. La richiesta l’aveva avanzata nel 2018, un anno dopo essere stato assegnato all’ambasciata di Kinshasa. Attanasio era un esemplare “servitore dello Stato” come ha retoricamente ripetuto il ministro Di Maio che – capo della diplomazia italiana – era il suo referente e responsabile. In un macabro e disonorevole tentativo di occultare la verità, sia la Farnesina che Di Maio si sono prontamente lavati le mani dalla responsabilità di aver lasciato morire i due servitori dello Stato, sostenendo che l’ambasciatore Attanasio, quando è stato attaccato e assassinato, non si trovava nell’ambasciata ma su un convoglio (due automobili non blindate) delle Nazioni Unite per una missione di distribuzione di cibo nelle scuole. Attanasio era su una delle due auto perché sosteneva con il massimo impegno questa missione dell’Onu e lo faceva nella sua qualità di ambasciatore d’Italia, al servizio dello Stato italiano di cui era un “fedele servitore”. Dunque, se si trovava su un convoglio dell’Onu, era lì nel pieno delle sue funzioni e non perché partecipasse a una gita. Abbiamo riportato ieri una parte del rapporto che i servizi segreti italiani avevano da tempo consegnato al governo italiano, al ministero degli Esteri e anche all’ambasciata italiana a Kinshasa. In questo rapporto si descrive la zona in cui è avvenuto lo scontro a fuoco che ha portato alla morte dei due italiani come un territorio pericolosissimo, percorso da un centinaio di diverse bande armate, da un sedicente fronte di liberazione del Rwanda e da predatori di minerali, animali e esseri umani di ogni risma. In quella zona sono stati uccisi in cinque anni duecento dei settecento “Ranger” inviati dall’ex potenza coloniale belga. Conoscendo perfettamente la situazione, Luca Attanasio aveva chiesto nel 2018 una macchina blindata e una scorta per proteggere i suoi movimenti non soltanto nella capitale Kinshasa ma in tutto il Congo dove la sua opera di supporter delle Nazioni unite lo portava di frequente a viaggiare in nome per conto del governo italiano. Anziché mandargli immediatamente una delle tantissime auto blindate del parco gestito dalla polizia, o dai carabinieri, o dalla Guardia di finanza, il sagace governo italiano, che già vedeva alla sua testa un avvocato, Giuseppe Conte, e alla Farnesina l’onorevole Luigi Di Maio, con velocità tutta italiana da uno vale uno (e anche nulla) scatenarono addirittura una gara d’appalto per ottenere il mezzo blindato richiesto con urgenza dall’ambasciatore, ora sepolto con tutti gli onori, salvo quello della verità. La gara è andata un po’ per le lunghe, la macchina blindata non si è mai vista, nessuna scorta armata è stata messa a disposizione del diplomatico. È quindi evidentissimo che l’ambasciatore Attanasio è morto per colpa dello Stato, ma più precisamente del governo e degli uomini che rappresentano il governo nelle sue funzioni, in questo caso il ministero degli esteri. È stato penoso e anzi vergognoso ascoltare nelle news italiane, oltre che in Parlamento, l’oscena versione secondo cui l’ambasciatore Attanasio non poteva essere protetto dallo Stato, cioè dal ministero degli esteri e dalle decisioni del ministro Di Maio, perché “era troppo lontano dalla capitale” e dunque fuori dalla giurisdizione protettiva che lo Stato assicura ai suoi diplomatici. Evidentemente gli uomini del precedente governo-Conte, ora riavvitati sulle stesse sedie dall’attuale governo Draghi, pensano di aver fatto davvero tutto il loro dovere e di non doversi sentire sopraffatti dalla vergogna e correre a consegnare le loro dimissioni senza un attimo di dubbio. Al contrario, da quando Attanasio è stato assassinato con Iacovacci, abbiamo assistito ad una parata di espressioni patetiche e retoriche. Si è suggerito, anzi si è dichiarato spudoratamente che ciò che era accaduto all’ambasciatore Attanasio doveva ricondursi alla sventura, all’imprevedibilità, ma più probabilmente alla scapestrata generosità, alla incauta propensione al viaggio del più giovane diplomatico italiano che – a quanto pare – aveva il vizio di correre a nome del proprio paese insieme alle missioni delle Nazioni unite a portare cibo e soccorsi ai bambini che necessitavano di aiuto nel paese in cui rappresentava più che degnamente lo stato italiano. Il confronto da fare è evidentemente quello con quanto accadde nel 2002 quando Marco Biagi fu assassinato dalle Brigate Rosse, essendo in carica il governo Berlusconi con Claudio Scajola al ministero degli interni, e si scoprì che Marco Biagi aveva vanamente chiesto scorta e macchina blindata, che però gli erano state negate malgrado l’imminente pericolo in cui si trovava il professore giuslavorista. Ci fu allora una grande levata di scudi, specialmente dalle sinistre, che chiesero a gran voce la testa del ministro degli interni per incapacità, incuria e complicità morale nell’assassinio di un innocente servitore dello Stato. Il ministro Scajola ricevette dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi l’incoraggiamento alle immediate dimissioni. E si dimise. Perdendo per sempre un posto d’apice nel governo e vedendo così rovinata la propria carriera politica. Ma nessuno ebbe dubbi sul fatto che le dimissioni fossero dovute e che ogni ritardo fosse una ulteriore offesa alla persona che era stata uccisa anziché protetta. Oggi siamo allo sconcio, siamo di fronte all’assurdo spettacolo di un ministro che finge di non avere capito, che si diletta nell’esprimere continuamente ossessivamente delle filastrocche di parole vane come se potessero metterlo al riparo dalle responsabilità oggettive che lui ha, e che aveva il governo di allora. E qui la palla passa al governo di oggi. Il governo di oggi ha il dovere di guardare ciò che è accaduto e di provvedere affinché il segno di discontinuità (ma di continuità nell’onore e delle regole dello Stato) venga osservato ed onorato. E che sia realmente onorata la memoria e il sacrificio disumano di due giovani funzionari che avevano dato il meglio di sé a questo nostro paese così vergognosamente incapace di esprimere una linea di condotta morale che dovrebbe cominciare con il racconto della verità. Oggi è cambiato il primo ministro ne abbiamo uno nuovo di zecca che riluce come un diamante. Vorremmo che questo diamante non si opacizzasse. E vorremmo quindi vedere immediatamente le conseguenze delle premesse, tutte note visibili e non controvertibili. Presidente Mario Draghi, ora tocca a lei. Di Maio deve lasciare.

La Farnesina chiede all'Onu di accertare le responsabilità. Attacco in Congo, Di Maio alla Camera sulla morte di Attanasio: “L’ambasciata aveva due auto blindate”. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 24 Febbraio 2021. Un “vile agguato” che è costato il sacrificio di uomini che hanno dedicato la loro esistenza “al servizio dell’Italia, della pace e dell’assistenza ai più deboli”, per i quali il Paese organizzerà “funerali di Stato” e dei quali la nazione resta “profondamente orgogliosa”. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha parlato in un’informativa alla Camera dell’attentato in Congo che due giorni fa è costato la vita all’ambasciatore Luca Attanasio, al carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci, e all’autista del mezzo su cui viaggiavano, Mustapha Milambo. Uccisi mentre si spostavano nella zona nei pressi del parco nazionale dei Virunga, vittime di un tentativo di sequestro terminato con una sparatoria con i ranger del parco accorsi per difendere i funzionari. “È stato straziante ieri sera – prosegue Di Maio – accogliere, a fianco del Presidente Draghi e dei familiari, le salme dei nostri due connazionali”. Un sacrificio che per la Farnesina “illuminerà la vita dei molti, diplomatici e militari, che silenziosamente compiono il proprio dovere per difendere l’Italia e i nostri valori, in Paesi lontani e a rischio”. Le parole del ministro sono state interrotte da un lungo applauso tributato da tutti i presenti in aula. Luca Attanasio era un grande conoscitore del Paese in cui operava dal 2017, un funzionario “brillante ed appassionato”. “Essere ambasciatore è una missione, anche se rischiosa. Ma dobbiamo dare l’esempio”, aveva dichiarato in occasione del premio Nassirya che gli era stato conferito a ottobre. Era innamorato del suo lavoro, dell’Africa e della sua famiglia. “Lascia tre splendide piccole bimbe e la moglie Zakìa, con cui condivideva anche l’impegno del volontariato”, ricorda Di Maio. Vittorio Iacovacci, invece, una famiglia voleva formarla a breve, “al termine imminente della sua missione in Congo, dove lui, addestrato dai nostri migliori reparti speciali, era stato inviato proprio per proteggere il Capo Missione”. La Farnesina ha fatto sapere che “non sarà risparmiato nessuno sforzo per arrivare alla verità”, assicurando anche “impegno e l’attenzione per l’Africa, un continente cruciale per gli equilibri del mondo”. Un Paese, il Congo, che secondo il Ministero degli Esteri è classificato a un “livello di minaccia alto”, tanto che l’ambasciata a Kinshasa è protetta da due vetture blindate e altrettanti carabinieri in missione quadriennale, ai quali si aggiungono due carabinieri in missione di tutela che si alternano regolarmente per periodi di 180 giorni. Il carabiniere Vittorio Iacovacci rientrava in questa “missione di tutela” e per questo aveva accompagnato l’ambasciatore nella missione Onu a Goma, portando con sé la pistola di ordinanza. Lo spostamento del convoglio si è svolto su invito delle Nazioni Unite nell’ambito del programma “World Food Programme”. “Per questo ho immediatamente chiesto al Wfm a Roma e alle Nazioni Unite, interessando direttamente il Segretario generale Antonio Guterres, di fornire un rapporto dettagliato sull’attacco al convoglio per accertare le responsabilità delle decisioni prese”, ha fatto sapere Di Maio, che ha infine ricordato l’attacco di Kindu avvenuto sessant’anni fa: “È una storia antica di violenza e instabilità, l’Italia già allora pagò un tributo pesantissimo alla ricerca della pace, quando furono trucidati 13 nostri aviatori”.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 26 febbraio 2021. C'è una sorta di pedaggio che le auto delle missioni sono solite pagare in quella zona del Congo, a nord di Goma, dove dominano milizie e guerriglieri. Un lasciapassare di qualche centinaia di dollari che garantisca, almeno in parte, la tranquillità del viaggio. Il convoglio del World food programme si sarebbe imbattuto proprio in questa specie di posto di blocco. Ed è per questo che lunedì mattina uno degli addetti alla sicurezza del gruppo Onu avrebbe cercato di intavolare una trattativa con i sei uomini armati di kalashnikov Ak47. Probabilmente perché pensava di convincerli a trovare il solito accordo.

IL REPORT. In base a un report degli 007: «le dinamiche dell' evento sembrano evidenziare che gli assalitori fossero a conoscenza del passaggio del convoglio lungo la viaria RN2. Il personale e i mezzi della missione Monusco4 sono un target generalmente pagante». Ma quella mattina il destino aveva già preso una strada diversa. Gli spari in aria per convincere le jeep a fermarsi, hanno richiamato l'attenzione dei rangers che presidiano il parco di Virunga e dell' unità dell' esercito congolese che si trovavano a poche centinaia di metri. In un attimo la situazione è precipitata. Il commando ha sparato e ucciso l' autista dell' auto che trasportava l' ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, probabilmente per far capire che dovevano eseguire gli ordini: scendere subito dalla jeep e seguirli. È avvenuto tutto molto in fretta, tanto che il militare italiano di scorta al diplomatico non ha avuto il tempo di prendere l' arma che è rimasta nell' auto e che è stata recuperata dai carabinieri del Ros durante la missione in Congo. È stato accertato, poi, che la pistola di ordinanza non ha sparato, a conferma di questa ricostruzione. Il gruppo viene trascinato nella foresta. L' altro italiano, Rocco Leone, vice direttore del Wfp del Congo, comincia a zoppicare, forse finge per tentare di salvarsi. Viene lasciato lì, e ancora oggi la sua versione dei fatti non c' è stata, perché sconvolto da quanto accaduto. Ros e procura potranno sentirlo quando tornerà in Italia, ma solo dopo aver avviato una rogatoria, in quanto dipendente Onu. Criminali e ostaggi non fanno in tempo a entrare nella giungla che piombano rangers e militari. Scoppia un conflitto a fuoco e, ancora oggi, dai risultati dell' autopsia effettuata al policlinico Gemelli sui corpi delle vittime, non si esclude che Attanasio e Iacovacci siano stati uccisi dal fuoco amico: quattro colpi - due ciascuno -, con una traiettoria da sinistra a destra.

PIANO DI VIAGGIO. Le indagini, intanto, stanno puntando a definire meglio la dinamica. Agli atti c' è anche il tablet dell' ambasciatore, trovato a bordo della jeep. Potrebbe fornire elementi importanti, soprattutto per quanto riguarda il piano di viaggio e l' organizzazione degli spostamenti. L' obiettivo di chi indaga è capire quante persone fossero a conoscenza della missione e raccogliere elementi sul perché non fosse stata prevista una scorta armata. I due connazionali si trovavano nell' area nord est del Paese da almeno due giorni. Una presenza che, probabilmente, non è passata inosservata a chi era pronto a «vendere» a bande di rapitori i due cittadini occidentali.

Paolo Mastrolilli per “La Stampa” il 27 febbraio 2021. Il Programma alimentare mondiale si difende dalle accuse, dicendo che «la strada da Goma era considerata sicura per il viaggio al momento della missione» dell'ambasciatore italiano Attanasio, e quindi «la nostra valutazione è stata che non fosse necessaria una scorta armata o un veicolo blindato». Inoltre «la responsabilità in casi come questo è inevitabilmente condivisa», e quindi se lo ritenevano necessario, anche le autorità italiane e congolesi avrebbero dovuto fare di più per proteggere il convoglio. Solo dieci giorni prima, però, una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu guidata dal diplomatico belga Axel Kenes aveva visitato le stesse zone, con una rete difensiva della missione Monusco assai più solida. Qualcuno quindi dovrà spiegare perché queste misure erano state giudicate necessarie per il viaggio avvenuto dall'11 al 13 febbraio, ma superflue per quello del 22, in cui invece è stato assalito il convoglio del Pam. Greg Barrow, vicedirettore della comunicazione del Programma alimentare mondiale, ha difeso così l'operato dell'organizzazione che ospitava Attanasio: «La strada da Goma era considerata sicura, se ci fosse stato qualche dubbio avremmo preso altre misure. I protocolli sono stati seguiti». Quindi ha aggiunto: «La nostra valutazione è stata che fosse "verde", e non fosse necessaria una scorta armata o un veicolo blindato». Nessuna spiegazione, però, su chi avesse classificato così la strada e perché, mentre le autorità congolesi l'avevano definita "gialla", ossia più pericolosa. Questo lo aveva determinato il Department of Safety and Security (DSS) dell'Onu, che sta conducendo una delle tre inchieste in corso, e dovrebbe dare le risposte entro il 9 marzo. Barrow poi ha spiegato: «La responsabilità in casi come questo è inevitabilmente condivisa. Non voglio puntare il dito contro il Congo, se sia responsabile della sicurezza all'interno dei suoi confini, o se sia primariamente responsabilità dell'Onu o del Pam, o di qualsiasi ospite che viaggi con il Pam. Questo è un giudizio che non sono in grado di formulare». Al Palazzo di Vetro però non manca chi approfondisce il senso di queste parole, ricordando ad esempio che quando l'ambasciatrice americana all'Onu Samantha Power aveva visitato le stesse regioni, gli Usa avevano ascoltato le raccomandazioni degli addetti alla sicurezza di Monusco, ma poi avevano mobilitato un imponente apparato nazionale per garantire una protezione aggiuntiva assai più solida. La domanda implicita, o lo scaricabarile, diventa quindi perché gli italiani non abbiano fatto altrettanto per Attanasio. O magari era stato lo stesso ambasciatore a non volere più difese, fidandosi della valutazione del DSS? Il problema si complica perché dall'11 al 13 febbraio una delegazione del Consiglio di Sicurezza aveva visitato le stesse zone, atterrando a Goma. Poi aveva visitato Virunga e proprio la regione di Rutshuru, dove era diretto Attanasio, fermandosi nella base dei caschi blu Monusco a Kiwanja. A guidarla era il diplomatico belga Axel Kenes, accompagnato dai direttori politici dei ministeri degli Esteri di Estonia e Irlanda, e da un funzionario dell'ambasciata della Norvegia a Kinshasa, aperta a fine gennaio. Forse Monusco in questo caso si era mobilitata perché le sue basi erano tappe della visita, oppure perché la rappresentanza del Consiglio di Sicurezza richiedeva più attenzione. Resta però da spiegare perché il 13 febbraio quel percorso meritasse più attenzione del 22. Anche la difesa del governo locale, secondo cui non era stato informato del viaggio di Attanasio e quindi non poteva proteggerlo, è crollata ieri. Infatti è stata pubblicata una nota verbale dell'ambasciata italiana a Kinshasa, datata 15 febbraio 2021, che avvertiva il ministero degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo della visita. Questo rilancia anche i dubbi su quante persone fossero informate della missione, e quindi quante avrebbero potuto rivelarne i dettagli agli assalitori. Barrow ha detto che il viaggio era stato pianificato dall'anno scorso, ma tutto il possibile era stato fatto per evitare fughe di notizie. Il vicedirettore per il Congo del Pam, Rocco Leone, che era nel convoglio con Attanasio, ieri ha parlato attraverso un comunicato: «Non posso entrare nei dettagli dell'attacco, ma siamo pronti a dare tutte le informazioni e stiamo lavorando con tutti gli inquirenti». È necessario e urgente, per arrivare alla verità.

 (ANSA il 27 febbraio 2021) Il 15 febbraio l'ambasciata italiana a Kinshasa informò con la nota verbale Prot. n. 219 il ministero degli Esteri del Congo dell'imminente viaggio nella regione di Goma dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio, e che il viaggio si sarebbe svolto dal 19 al 24 febbraio. Del documento, che circola da ieri sui social media, è stata confermata all'ANSA l'autenticità da fonti qualificate. Dopo l'uccisione di Attanasio e Iacovacci, il ministero congolese dell'Interno aveva detto che né i servizi di sicurezza né le autorità locali avevano potuto garantire la sicurezza del convoglio, per mancanza di informazioni sulla loro presenza.

Attanasio e lo scontro sul suo viaggio: «Il Congo era stato informato». Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 28 febbraio 2021. L’ambasciata italiana avvertì Kinshasa una settimana prima del viaggio. La replica: «Lui venne a dirci che non partiva più». Nessuno sapeva niente? Leggete qui. «Ambassade d’Italie. Prot. n: 219. Note verbale…». Diciassette righe che non dicono tutto, ma di sicuro spiegano molto. È il documento che la segreteria di Luca Attanasio inviò al ministero degli Esteri congolese una settimana prima dell’agguato. Per informare le autorità di Kinshasa del viaggio che l’ambasciatore stava per compiere nel Nord Kivu. La Farnesina lo fa filtrare mentre troppe verità e molti scaricabarile banalizzano, confondono le ultime ore di Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci. Una bugia su tutte: già lunedì scorso, pochi minuti dopo la sparatoria, il governatore della regione Carly Nzanzu Kasivita s’affrettava a dire che nessuno l’aveva informato della missione italiana. E per tutta la settimana, questa è stata la linea: Attanasio era partito senza informare i congolesi. Invece no: la lettera dell’ambasciata, data 15 febbraio, forniva tutti i dettagli. Chiedendo l’accesso alla saletta vip dell’aeroporto di Ndjili. Dando i nomi dei viaggiatori (con Attanasio e Iacovacci, anche il console Alfredo Russo) e dell’autista di Kinshasa che li avrebbe accompagnati, Floribert Basunga. Indicando date e orari dei voli su Goma. Raccomandando di non toccare il bagaglio diplomatico. E in definitiva chiedendo un’ovvietà — il trattamento riservato a un rappresentante diplomatico — che ora appare semmai una necessità, visti i colpi di kalashnikov che aspettavano Attanasio e i buchi di memoria che scandiscono l’inchiesta. Nessuno sapeva niente? Sale la nebbia, sui misteri del Virunga. L’imbarazzo dei congolesi è evidente, dopo la fretta nel dare la colpa ai ribelli ruandesi dell’Fdlr. Al documento esibito dall’Italia, l’unica risposta è una debole precisazione del Protocollo di Stato che sostiene (senza fornire documenti) d’avere in realtà ricevuto una visita personale d’Attanasio, lo stesso 15 febbraio «a fine giornata», con l’annuncio che il viaggio a Goma «non ci sarebbe più stato e che sarebbe stata inviata a tal fine una nota» agli stessi funzionari del Protocollo. Ma perché Attanasio avrebbe dovuto cancellare una missione in programma dal 2020? I congolesi sostengono d’essere rimasti «sorpresi», il 22 febbraio, quando seppero dai social dell’assassinio dell’ambasciatore «mentre eravamo ancora in attesa della nota d’annullamento». In ogni caso, precisa Kinshasa, la nota verbale dell’ambasciata italiana parlava solo d’una visita alla comunità italiana a Goma e a Bukavu, non facendo cenno al viaggio verso Rutshuru (in effetti potrebbe avere un senso la testimonianza della moglie dell’ambasciatore, che ha descritto quest’ultima tappa come non di stretta pertinenza diplomatica). Nessuno sapeva niente? Anche la Farnesina è costretta a dare spiegazioni, a proposito dell’auto blindata che non c’era e della scorta rafforzata che Attanasio aveva domandato per l’ambasciata. Ma gli interrogativi riguardano soprattutto il Programma alimentare mondiale che fa capo all’Onu. L’ambasciatore non passò per la saletta vip dell’aeroporto, ma per quella Onu, e volò con aerei della missione Monusco, si mosse per una loro causa e usò le loro auto: perché il Pam non provvide in modo adeguato a scortarlo? E perché gli diede semaforo verde, su quella strada così pericolosa? C’è il racconto di Rocco Leone, vicedirettore Pam per il Congo, scampato all’assalto. C’è un’inchiesta interna. E c’è quella della Procura di Roma, che avrà qualche vantaggio interrogando un corpo Onu che proprio a Roma tiene il suo quartier generale. L’indagine ricalca un caso di quattro tecnici italiani rapiti in Libia nel 2015, dicono fonti giudiziarie, quello che portò alla sbarra i vertici dell’azienda per la quale lavoravano, la Bonatti di Parma. Il processo evidenziò negligenze nella sicurezza: se i tecnici fossero stati scortati, il sequestro forse si sarebbe evitato. Uno dei pm d’allora, Sergio Colaiocco, è lo stesso che indaga sulla morte di Attanasio. Chissà se le conclusioni saranno uguali.

(ANSA il 10 marzo 2021) - ROMA, 10 MAR - Rocco Leone, sopravvissuto all'agguato all'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovicci e ascoltato dal Ros in ambasciata a Kinshasa, ha riferito agli inquirenti che il carabiniere è intervenuto per tentate di portare via l'ambasciatore dalla linea del fuoco nella sparatoria tra sequestratori e Rangers intervenuti. A quel punto gli assalitori avrebbero sparato nella direzione dei nostri connazionali.

Congo, così il carabiniere Iacovacci fece scudo all'ambasciatore italiano. I nostri connazionali uccisi dai banditi, non dal "fuoco amico". Fausto Biloslavo - Gio, 11/03/2021 - su Il Giornale. Il carabiniere di scorta dell'ambasciatore Luca Attanasio avrebbe cercato di fare scudo con il suo corpo per mettere in salvo il diplomatico, ma purtroppo sono stati uccisi entrambi sembra dai sequestratori e non da fuoco amico. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale che indagano sul caso compieranno una terza missione in Congo proprio per concentrasi sulle perizie balistiche e le falle della sicurezza. La procura di Roma sta procedendo con due filoni d'inchiesta: il primo per terrorismo sull'imboscata e la morte dei due italiani e la seconda con l'ipotesi di omicidio colposo sulla mancata sicurezza. Nel frattempo alcuni comboniani indicano una pista opposta sugli assassini rispetto a quella del governo di Kinshasa, che punta il dito contro gli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda. I missionari chiamano in causa il discusso colonnello Jean Claude Rusimbi legato al governo ruandese e coinvolto in massacri nel Kivu, la zona dove è stato ucciso l'ambasciatore. La Farnesina, per ora, non da credito a queste accuse. I Ros hanno sentito diversi testimoni dell'agguato del 22 febbraio compreso Rocco Leone, vice direttore del Pam in Congo, sopravvissuto all'imboscata. Le versioni concordano che i due italiani sono stati uccisi nello scontro a fuoco, non in una vera e propria esecuzione, ma comunque per mano dei sequestratori mentre cercavano di fuggire dalla sparatoria con i ranger del parco Virunga intervenuti per liberare gli ostaggi. Il carabiniere Iacovacci avrebbe tentato di portare l'ambasciatore fuori dalla linea del fuoco proteggendolo, ma è stato colpito mortalmente. L'ambasciatore, gravemente ferito, è spirato più tardi nell'ospedale dei caschi blu. «Il parco di Virunga è una giungla. Non ci sono turisti causa Covid ed i ranger non vengono pagati. Nel Kivu, dove è avvenuto l'agguato, esistono 160 gruppi armati. In molti casi sono solo criminali» spiega una fonte missionaria del Giornale, che conosce bene l'Africa. «Per i due italiani la pista più attendibile è quello di un tentato sequestro per riscatto finito male» sostiene il religioso. Ieri si è recato in Kivu il capo della Missione di stabilizzazione dell'Onu nel paese (Monusco), Bintou Ketia, arrivata a Bukavu proprio per discutere del peggioramento della sicurezza. Nelle stesse ore veniva assaltata una postazione delle forze armate congolesi. Due militari sono stati uccisi nello scontro a fuoco. E dalla vicina provincia di Ituri i miliziani jihadisti delle Forze democratiche alleate ugandese hanno attaccato sette villaggi mettendo in fuga la popolazione che sta scappando verso il parco di Virunga. A Roma i titolari dell'inchiesta, Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti, hanno sentito la moglie dell'ambasciatore ucciso, Zakia Seddiki, che ha parlato di «tradimento» di chi conosceva gli spostamenti del marito. La magistratura sta indagando sulle falle nella sicurezza e sulla mancata richiesta di protezione confermata da un membro interno dei caschi blu dell'Onu. La terza missione dei Ros in Congo dovrà fare luce anche su questo corto circuito e sull'eventuale fuga di informazioni che ha condannato a morte l'autista, il carabiniere di scorta e l'ambasciatore.

Grazia Longo per "La Stampa" l'11 marzo 2021. «Dopo aver ammazzato l'autista Mustapha Milambo, ci hanno portati nella savana e ci hanno fatto sedere per terra. L'ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci si sono improvvisamente alzati e hanno provato a scappare, ma i sequestratori gli hanno sparato contro e li hanno uccisi. A nulla è servito il tentativo del carabiniere di portare via l'ambasciatore dalla linea del fuoco». È questa una delle rivelazioni più importanti che emerge dai testimoni ascoltati dai Ros su delega del procuratore di Roma Michele Prestipino e dei due pm titolari delle indagini, Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti, sull'agguato del 22 febbraio scorso sulla strada Rutshuru-Goma. Ma non è l'unica. Durante i 5 giorni trascorsi a Kinshasa, capitale del Congo, i carabinieri del Ros hanno anche raccolto la testimonianza dell'altro carabiniere della scorta dell'ambasciatore che ha spiegato che «era stata richiesta al servizio di sicurezza del Pam (Programma alimentare mondiale, ndr) una macchina blindata a Goma e il giubbotto antiproiettili, ma ci venne negato con la giustificazione che il percorso era considerato verde, cioè non pericoloso». A Kinshasa Attanasio aveva la macchina blindata dell'ambasciata italiana ma per raggiungere la lontana Goma aveva dovuto prendere l'aereo e atterrare all'aeroporto internazionale di Ndjili. Durante la trasferta africana i Ros hanno sequestrato il computer fisso e il portatile dell'ambasciatore: il Ritel, Reparto indagini telematiche dei Ros, provvederà all'analisi del materiale informatico alla ricerca di tracce scritte inerenti il viaggio che è costato la vita al diplomatico, al carabiniere di scorta e il loro autista. Non a caso l'inchiesta della procura di Roma non si concentra solo sul sequestro a fine terroristico, ma anche sul reato di omicidio colposo. Gli inquirenti puntano, cioè, a chiarire eventuali negligenze sul rispetto dei protocolli Onu e Pam nell'organizzazione della missione del diplomatico nella zona del Parco di Virunga. Chi indaga vuole, infatti, verificare se ci siano state anomalie nel sistema di comunicazione tra le due strutture nel complesso sistema che regola le attività delle security. I carabinieri del Ros hanno inoltre ascoltato il personale dell'ambasciata italiana sull'organizzazione della missione a Goma. Tra le persone sentite anche Rocco Leone, vice direttore del Pam in Congo, sopravvissuto all'agguato. La sua testimonianza, nell'ambito della collaborazione con Pam e Onu, è avvenuta nell'ambasciata di Kinshasa. Leone è riuscito a salvarsi perché si è finto zoppo, dopo essere inciampato durante il rapimento, e alla fine della sparatoria tra i sequestratori e i ranger ha potuto confrontarsi con gli altri membri della spedizione sopravvissuti all'agguato. Sono stati loro, rapiti insieme ad Attanasio e Iacovacci, a fornirgli tutti i dettagli della situazione. Le versioni dei testimoni avvalorano la ricostruzione secondo cui i due italiani sono morti non in un'esecuzione ma colpiti dagli assalitori mentre il carabiniere tentava di portare l'ambasciatore fuori dalla linea di fuoco tra i sequestratori e i ranger, intervenuti immediatamente. Leone ha di fatto confermato quanto emerso dai primi risultati delle autopsie svolte a Roma. L'ambasciatore e il carabiniere sono morti nel corso di «un intenso conflitto a fuoco» e raggiunti dagli spari della banda che aveva tentato di sequestrarli. Accantonata, quindi, l'ipotesi del fuoco amico. La procura di Roma sta ora valutando una nuova missione da parte dei Ros nella zona di Goma per acquisire elementi sulla dinamica della sparatoria e effettuare accertamenti balistici. I pm hanno anche inviato una rogatoria internazionale in Congo con la quale si chiede di trasmettere gli atti di indagini svolti finora dalle autorità africane. Per i primi giorni della prossima settimana è, invece, atteso nella capitale il report dell'Onu. Dall'esame del tablet di Luca Attanasio non è, infine, emersa alcuna attività utile alle indagini poiché veniva utilizzato solo per scopi personali non attinenti alle missioni diplomatiche.

Da repubblica.it il 28 febbraio 2021. Rimpallo di responsabilità tra l'ambasciata italiana, Kinshasa, World Food Programme e il governo congolese, sull'uccisione dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci il 22 febbraio a 25 chilometri da Goma. In un primo momento Kinshasa aveva dichiarato di non essere a conoscenza del viaggio al Nord di Attanasio, declinando qualsiasi responsabilità sull'assenza di scorta armata al convoglio, non blindato, del World Food Programme. Il Wfp da parte sua, nei momenti successivi all'attacco, ha sostenuto che la strada fosse classificata come verde, quindi percorribile senza necessità di un apparato di sicurezza. Oggi si viene a sapere che l'ambasciata d'Italia aveva effettivamente informato il ministero degli Esteri della Repubblica democratica del Congo della missione che intendeva compiere a Goma, con una nota verbale inviata il 15 febbraio scorso. Ma il protocollo di Stato, quella sera stessa, era stato informato dell'annullamento della missione dell'ambasciatore Luca Attanasio. Lo si legge in un tweet di AfricaNews Media Rdc, che pubblica la foto di un documento della Direzione nazionale del Protocollo di Stato, firmato oggi da Banza Ngoy Katumve, direttore del Protocollo, che ricostruisce: "Lunedì 15 febbraio 2021, la Direzione ha ricevuto la nota verbale n.prot.219 proveniente dall'ambasciata d'Italia a Kinshasa, inviata lo stesso giorno, con la quale si chiede l'accesso alla sala diplomatica dell'aeroporto internazionale di Ndjili per l'ambasciatore Luca Attanasio, accompagnato dal console Alfredo Russo, e dal carabiniere Vittorio Iacovacci, insieme all'autista Floribert Basunga, che si recheranno a Goma e Bukavu dal 19 al 24 febbraio 2021, avendo come motivo una visita alla comunità italiana delle due città". "Nella stessa data, a fine giornata, l'ambasciatore d'Italia ha fatto visita al direttore del Protocollo di Stato per annunciargli che questo viaggio non ci sarebbe più stato e che sarebbe stata inviata a tal fine una nota alla direzione". Per cui, "la direzione è rimasta sorpresa nell'apprendere nelle prime ore della mattina del 22 febbraio attraverso i media che l'ambasciatore era stato assassinato mentre era in attesa della nota che annullava la prima. Dopo la verifica, ha appreso che il dramma era avvenuto sulla strada Goma-Rutshuru con un convoglio del Wfp, che non era stato menzionato nella nota verbale". Dunque, conclude la nota, "l'Antenna del Protocollo di Stato all'aeroporto di Ndjili è stata contattata per verificare se l'ambasciatore avesse utilizzato la sala per il suo imbarco come richiesto nella nota verbale, ma gli agenti deputati a questo servizio non l'hanno mai visto imbarcarsi". La questione macchina blindata o no della Farnesina sembrerebbe superflua. Anche se l'ambasciata avesse avuto una flotta di auto blindate, non le avrebbe certo potute usare per il Kivu: 2500 km di distanza. La vita di Attanasio, Iacovacci e Milambo era nelle mani del World Food Programme, e in seconda battuta del governo congolese. Ci vorrà tempo per capire cosa è successo veramente. E forse non si saprà mai. Sul campo, a capo delle indagini, il generale di polizia, Vital Awashango, capo delle forze dell'ordine del North Kivu, sospeso nel 2019 per aver aggredito malamente un sospettato durante un interrogatorio.

F.Bat. per il "Corriere della Sera" il 2 marzo 2021. Altro che «strada sicura». Appena dieci giorni prima dell' agguato all' ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, qualcun altro era passato di lì: una folta delegazione dell' Onu, il medesimo tragitto sulla Rn2, partenza da Goma e direzione Rutshuru. C'era un diplomatico belga, Axel Kenes, assieme a suoi colleghi estoni, irlandesi e norvegesi di stanza a Kinshasa. La missione nel Nord Kivu per conto del Consiglio di sicurezza era durata tre giorni, dall' 11 al 13 febbraio, facendo sosta anche alla base Monusco, la missione internazionale per la stabilizzazione del Congo. Ebbene: si scopre adesso che le Nazioni Unite, le stesse che avevano segnalato come sicuro quel tragitto, tanto da non prevedere alcun servizio di scorta per gli italiani, in realtà consideravano tutta l'area ad altissimo rischio. «Si sono sottolineate le enormi sfide nella protezione dei civili, poste soprattutto dai numerosi gruppi armati che agiscono sul territorio», si legge nel rapporto compilato al termine degli incontri, con una valutazione sul rischio di rapimenti: «S'è inoltre affrontata la questione dei sequestri a scopo di riscatto, che sono ora dilaganti nella regione». La missione Onu sapeva benissimo che quel percorso non era affatto «green», privo di pericoli, e infatti si fece accompagnare da un contingente di caschi blu: le foto di blindati e mitragliere sulle torrette, di scorta alle jeep, sono ancora pubblicate dal sito della Monusco. Sull' uccisione di Attanasio, del carabiniere Iacovacci e del loro autista, ieri a Goma c'è stato un primo incontro tra investigatori congolesi, ma ne è uscito solo un generico appello agli operatori umanitari stranieri perché informino le autorità dei loro spostamenti. In attesa di qualche elemento utile per identificare i killer, l' inchiesta dei pm romani si sta concentrando per ora sulle responsabilità di chi aveva organizzato quel viaggio nella savana, senza adeguate protezioni e senza considerarne tutti i rischi. E poiché il diplomatico italiano si trovava in un convoglio del World Food Program, il programma alimentare dell' Onu che aveva dato semaforo verde, è lì che si vogliono cercare le risposte.

Luca Attanasio, l'imprenditore-amico e quel tragico equivoco che potrebbe aver provocato l'attacco al convoglio Onu. Il presidente di Novae Terrae è a capo di un gruppo minerario che opera in Congo. E la sua associazione è stata coinvolta in un'inchiesta su tangenti per nascondere le torture in Azerbaigian. Fabrizio Gatti su L'Espresso l'1 marzo 2021. L'ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30, e l'autista Mustapha Milambo Baguna potrebbero essere morti per un tragico equivoco. Come racconta il missionario saveriano Franco Bordignon, il diplomatico italiano «era la quarta volta in un anno che andava a Goma, perché lì voleva aprire un consolato». Ma le ripetute visite nella città più pericolosa della regione orientale probabilmente non sono passate inosservate. Anche perché, da documenti accessibili su Internet in francese, risulta che l'importante opera umanitaria di Attanasio e della moglie Zakia Seddiki, attraverso l'associazione “Mama Sofia”, era sostenuta dal proprietario di un gruppo minerario che opera nella Repubblica Democratica del Congo: lo stesso gruppo che l'8 gennaio di quest'anno ha vinto l'appalto per la vendita all'ambasciata italiana a Kinshasa di un Suv blindato. E le miniere, nella guerra permanente intorno a Goma, dal Nord Kivu al Sud Kivu lungo i confini con Uganda, Ruanda e Burundi, sono un argomento estremamente sensibile. L'attacco di lunedì 22 febbraio è certamente un brutto imprevisto nella politica energetica italiana, che dopo aver perso il legame privilegiato con Tripoli sta cercando nuovi sbocchi in Africa. Sulla sua pagina Linkedin l'imprenditore, Emanuele Gianmaria Fusi, 54 anni, si presenta come presidente della società mineraria “CDN-Compagnia del Nord” di Meda in provincia di Monza e Brianza; presidente e proprietario della “West Africa Mining Company” e presidente della “GEA Environment and resources Co. Ltd” di Khartoum in Sudan. Tra le specializzazioni, Fusi indica: «Minerali rari, materie prime, sviluppo sostenibile, ecologia applicata, esplorazione mineraria».

I FONDI PER “MAMA SOFIA”. Emanuele Fusi è anche fondatore e presidente della Fondazione Novae Terrae con cui raccoglie donazioni e sostiene l'associazione “Mama Sofia” di Zakia Seddiki. Fin dall'arrivo nella Repubblica Democratica del Congo, l'ambasciatore Attanasio e la giovane moglie sono stati subito apprezzati per la loro attività di volontariato, soprattutto nell'assistenza alle migliaia di bambini di strada della capitale. Luca Attanasio non era infatti uno di quei diplomatici che trascorrono il fine settimana a giocare a golf con i colleghi. Per questo l'imprenditore minerario, attraverso la sua fondazione, da allora collabora con i tre progetti principali di “Mama Sofia”: portare aiuti agli orfanotrofi pubblici di Kinshasa che ospitano i minori abbandonati dai genitori e che per mancanza di fondi sono in condizioni disperate; finanziare il servizio di una squadra medica che con un'ambulanza di strada possa raggiungere i quartieri più poveri e pericolosi di Kinshasa; realizzare un orfanotrofio con un reparto maternità che permetta alle mamme di partorire gratuitamente e di essere assistite. Ma anche l'attività di Novae Terrae potrebbe essere stata travisata. Sui suoi conti bancari, secondo un'inchiesta della Procura di Milano, sono transitati milioni di euro destinati a finanziare l'internazionale della destra sovranista, dal cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke a Steve Bannon, l'ex consigliere del presidente americano Donald Trump. E uno dei sette fondatori della fondazione, l'ex parlamentare Udc Luca Volonté, è stato accusato di aver incassato, attraverso il paravento di Novae Terrae, tangenti per due milioni 390 mila euro: sarebbe stato il compenso con cui il governo dell'Azerbaigian intendeva corrompere Volontè e comprare il suo voto nell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa perché il rapporto del deputato tedesco, Christoph Strässer, sulle torture e i trattamenti disumani nelle carceri azere venisse bocciato. Come infatti è accaduto.

LA CONDANNA DELL'EX PARLAMENTARE. Mesi dopo l'avvio dell'inchiesta, il 31 gennaio 2019 la fondazione ha quindi registrato un nuovo statuto. Quel giorno, davanti a un notaio di Meda in Brianza, si sono presentati come soci fondatori il presidente Emanuele Fusi, Luca Volontè nonostante fosse indagato e altri esponenti della destra cattolica come Gianfranco Amato, Flavio Felice, Giuseppe Zola e Nicola Abalsamo. Passano due anni e l'11 gennaio 2021 Volontè è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per corruzione internazionale, insieme con gli imputati azeri Elkhan Suleymanov e Muslum Mammadov. Sul totale di bonifici pagati dall'Azerbaigian all'ex parlamentare, il Tribunale di Milano ha riconosciuto tre tangenti per una somma complessiva di cinquecentomila euro, mentre ha assolto gli imputati per gli altri diciotto versamenti. Il dossier, che denunciava la corruzione del politico italiano e di altri colleghi ai danni di una delle istituzioni più prestigiose di Strasburgo, è ovviamente pubblico e si può leggere tuttora su Internet con i riferimenti alla fondazione di Emanuele Fusi. La foto di Luca Volontè al Congresso mondiale delle famiglie, a Salt Lake City negli Stati Uniti nel 2015, apre tuttora la homepage di Novae Terrae. Goma però non è Strasburgo. E tanto meno Kinshasa. Il potere centrale del presidente Félix Tshisekedi è lontano duemilacinquecento chilometri di foresta equatoriale. E la crisi civile, militare e umanitaria nella regione dal Nord al Sud Kivu, ricca di acqua, vegetazione e risorse minerarie, è aggravata dallo stallo tra la maggioranza che ha vinto le ultime elezioni e l'opposizione di Joseph Kabila, l'ex presidente al potere dal 2001 al 2019. Nel vuoto amministrativo, l'autorità a Goma continua a reggersi su un gioco di specchi in cui il disordine pubblico, le bande armate, il traffico di bambini, il loro sfruttamento nell'estrazione dei minerali e l'esportazione illegale di cobalto, coltan e legname sono espressione dello stesso potere locale.

AMICI FRATERNI DA QUINDICI ANNI. Emanuele Fusi e Luca Attanasio erano amici fraterni da quindici anni. Lo dimostrano le tante fotografie sulle pagine Facebook e i messaggi di affetto tra le due famiglie. Quando il 6 novembre scorso l'ambasciatore ha pubblicato il bando di gara per l'acquisto di un fuoristrada/suv con un livello di blindatura VR6, uscita di emergenza dal tettuccio, aspiratore antifumo e un sistema di erogazione dell'aria fresca in caso di emergenza, l'offerta migliore di 205 mila euro è stata presentata dalla “Gruppo Effe srl”, una ditta che commercia auto a Barlassina vicino a Meda, di proprietà di Mitzi Mascheroni, 50 anni, moglie di Emanuele Fusi. La Gruppo Effe e Mitzi Mascheroni sono a loro volta formalmente titolari della società mineraria CDN-Compagnia del Nord, di cui Fusi è amministratore unico dal 2004, anche se su Linkedin si presenta come presidente. Dal suo sito, oltre che nella Repubblica Democratica del Congo, l'impresa dichiara di operare in Azerbaigian, Albania, Marocco, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Nigeria, Sudan, Venezuela e Uruguay. E di rispettare l'ambiente, i diritti dei lavoratori e la tutela della salute sui luoghi di lavoro. Non si conoscono però i singoli contratti: «Per motivi legati alla privacy ed al rispetto dei non-disclosure-agreement in essere», spiega la società, «non possiamo pubblicare i nomi delle compagnie e dei governi con i quali abbiamo in corso degli accordi». L'amicizia fraterna e sincera di un imprenditore minerario, che con Novae Terrae sta ora partecipando alla campagna per la libertà di religione in Sudan; il progetto del nuovo consolato a Goma; i colloqui tra il presidente Tshisekedi e l'italiana Eni per le concessioni nella regione orientale; gli ottimi rapporti dell'ambasciatore con il governo centrale: tutto questo, nelle menti sanguinarie dei signori della guerra e nel precario equilibrio che regola il gioco di specchi in Congo potrebbe essere stato mal interpretato.

LA VOCE MISTERIOSA. La versione ufficiale dell'autorità giudiziaria locale, il grande buco nero dentro cui secondo i rapporti delle Nazioni Unite spariscono ogni anno i destini di centinaia di innocenti, accusa un giorno i ribelli hutu, un altro le bande di rapinatori. Ma resta da spiegare perché nel breve inseguimento nella boscaglia, a soli venticinque chilometri da Goma, l'esercito regolare e i ranger del parco dei Virunga abbiano colpito a morte due ostaggi su due, facilmente distinguibili dal colore della loro pelle, e nemmeno uno dei sequestratori. Forse la pista da seguire è davvero il tweet sull'attacco mirato che, come fa notare l'intelligence italiana nel suo rapporto al governo, il ministero dell'Interno congolese ha pubblicato dopo l'imboscata e subito cancellato. In questa terra di tenebre, una misteriosa voce da Kinshasa voleva probabilmente far sapere che da quel viaggio Luca Attanasio e il suo seguito non dovevano più tornare. E la notizia che il convoglio fosse senza scorta militare ha reso molto più facile l'operazione.

Vito Califano per ilriformista.it il 25 febbraio 2021. Dopo Luca Attanasio, l’ambasciatore 43enne ucciso in un attacco nella Repubblica Democratica del Congo con il carabiniere Vincenzo Iacovacci, l’Italia perde un altro giovane diplomatico. Pietro Panarello aveva 40 anni. Era figlio dell’ex deputato regionale ed esponente della Cgil Filippo Panarello. È stato trovato senza vita a Messina, al villaggio Pistunina, ieri pomeriggio (luned poco dopo la notizia dell’agguato ai danni dell’ambasciatore italiano in Congo. Panarello serviva anche lui in Africa, in Etiopia. Si trovava in Sicilia per una visita di alcuni giorni ai parenti. Da diversi anni era funzionario dell’Ambasciata Italiana ad Addis Abeba dopo aver vinto il concorso. Panarello è stato primo Segretario del Commercio e degli Affari Culturali dell’Ambasciata Italiana in Etiopia. Prima di trasferirsi in Africa viveva a Roma, dove aveva comprato una casa. Il padre Filippo Panarello, classe 1950, eletto nel collegio di Messina alla XVI legislatura, in carica dall’aprile 2008 al marzo 2013, e precedentemente alla XV, XIV e XIII legislatura. Nel luglio 2019 era stato nominato commissario provinciale del Partito Democratico ennese dalla Direzione Nazionale. Pochi anni fa Pietro Panarello era stato colpito dalla tragedia della morte della figlia Daria. Le indagini sul caso sono affidate alla Polizia di Stato, che è intervenuta nell’appartamento. A quanto emerso l’uomo si sarebbe suicidato. I funerali si svolgeranno oggi (martedì 24 febbraio) nella Chiesa di Giampilieri alle 15:30. Cordoglio espresso per la tragedia da parte dell’ex ministro per il Sud Giuseppe Provenzano: “Ieri se ne è andato un giovane del Sud. Mentre l’Italia piangeva la tragica morte in Congo dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, perdeva un altro giovane diplomatico. Prestava servizio anche lui in Africa, in Etiopia, all’ambasciata di Addis Abeba. Si chiamava Pietro Panarello, aveva conosciuto il dolore più fondo, nella sua giovane vita. Era tornato a Messina, a casa sua, per una pausa. Ieri, proprio dopo la notizia di Attanasio, ha scelto di togliersi la vita. Piango per i suoi genitori, un uomo e una donna giusti. Io lo voglio ricordare ragazzo, coltissimo, dolcissimo. Un ragazzo d’oro”, ha scritto sui social Provenzano.

Farnesina, morto un altro diplomatico: Pietro Panarello si è tolto la vita infilando la testa in un sacchetto. Andrea Morigi su Libero Quotidiano il 26 febbraio 2021. Poco dopo aver appreso dell'assassinio di Luca Attanasio, il 23 febbraio, un altro diplomatico, Pietro Panarello, 40 anni, si toglieva la vita nella propria abitazione di Messina. Il giovane siciliano, primo Segretario per il Commercio e degli Affari Culturali dell'Ambasciata Italiana in Etiopia, è stato trovato con un sacchetto di plastica in testa. I suoi familiari insospettiti dal fatto che non riuscivano a mettersi in contatto con lui erano andati nella sua abitazione e lo avevano trovato già morto. Sul posto erano intervenuti gli uomini delle volanti della polizia di Stato e la Scientifica per i rilievi. La Procura non ha aperto una inchiesta. I funerali si sono svolti mercoledì a Messina.

«Non stava bene». Pietro era figlio di un ex deputato all'Assemblea regionale siciliana per il Partito Democratico, Filippo Panarello, che pochi anni fa aveva perso un'altra figlia a causa di un tumore. Il giovane era tornato a Messina per trascorrervi le vacanze di Natale ma aveva prolungato il suo soggiorno in Sicilia perché, come ha spiegato un suo conoscente, «non stava bene». L'ex ministro per il Sud Giuseppe Provenzano ha espresso il proprio cordoglio per la perdita ricordandolo sui social come un «ragazzo coltissimo, dolcissimo. Un ragazzo d'oro». E anche i commenti post mortem, sulla pagina Facebook della rappresentanza diplomatica ad Addis Abeba, lo ritraggono come persona gentile, disponibile, i cui consigli si rivelavano preziosi. Anche l'Etiopia, dove Panarello prestava il proprio servizio, sta attraversando da oltre tre mesi un periodo di conflitto armato, esploso nel novembre scorso con una serie di assalti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) contro installazioni militari etiopi, in particolare a Macallè.

Emergenza umanitaria. In seguito all'intervento militare congiunto delle forze armate etiopi ed eritree, la fase più acuta degli scontri sembra trascorsa, tuttavia la guerriglia continua e il Paese versa in una grave situazione umanitaria. Decine di migliaia di persone sono fuggite in Sudan e i partiti di opposizione hanno denunciato 52mila vittime civili, oltre a episodi di violenze etniche, stupri, devastazione di beni culturali di cui la regione è molto ricca. Secondo la Croce rossa, circa 3,8 milioni di persone hanno necessità di aiuto umanitario in Tigray, dove sono operativi solo quattro ospedali su 40 e le carenze di forniture mediche hanno paralizzato le sale operatorie. Nel Tigray sono sotto attacco anche i campi profughi di Shimelba e Hitsatsi, che ospitavano eritrei fuggiti dal regime di Isais Afewerki: i campi sono stati chiusi e i loro residenti eritrei trasferiti. Un'altra zona a rischio anche per i diplomatici italiani. 

Si chiama Coltan, ed è il motivo per cui si muore in Africa.  Stefano Liberti su L'Espresso l'1 marzo 2021. Il minerale serve per smartphone, microchip, apparecchiature mediche. E troppo spesso la sua estrazione nelle miniere è controllata dagli squadroni della morte. L’assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo vicino a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, ci riguarda molto più di quanto immaginiamo. È dalle miniere sparse per il Nord-Kivu, la provincia di cui Goma è capitale, che viene estratta una parte rilevante delle materie prime essenziali a molti strumenti del nostro vissuto quotidiano. È da qui che proviene il coltan, quella miscela di columbite e tantalite presente in cellulari, telecamere, micro-chip, oltre che in diverse apparecchiature mediche. È ancora qui che si ricava l’oro utilizzato nelle fedi nuziali, nei gioielli, ma anche come conduttore in vari dispositivi elettronici. Secondo una mappatura dell’istituto di ricerca belga International Peace Information Service (Ipis), nell’est del Congo ci sono circa 2000 siti d’estrazione. Di questi, almeno un terzo è controllato da gruppi armati, siano essi ribelli o battaglioni dello stesso esercito congolese. La presenza di questi miliziani crea un clima di instabilità permanente e alimenta quegli scontri incrociati in cui è caduta vittima anche la missione guidata dal diplomatico italiano. Sempre secondo l’Ipis, sono 200mila le persone impiegate in queste miniere informali. Fra queste, numerosi sono i bambini: particolarmente apprezzati per la loro capacità di infilarsi in cunicoli stretti, lavorano senza protezioni, scavando spesso a mani nude. Lo ha potuto constatare recentemente una missione della Fondazione Magis, l’ente della provincia euro-mediterranea della Compagnia di Gesù che sta conducendo un progetto volto a promuovere una filiera etica per l’oro esportato dal Congo in Italia. Perché è bene allargare la visuale e capire qual è la destinazione finale di quelle tanto ambite risorse minerarie. Il terminale ultimo dei conflitti che da 25 anni sconvolgono la Repubblica Democratica del Congo sono appunto i nostri cellulari, i nostri computer, i nostri anelli. Esiste un filo rosso tra strumenti e oggetti per noi di uso comune e quello che accade nell’est del Congo. Se lo smartphone è oggi alla portata di tutti, è anche perché l’estrazione delle materie prime necessarie al suo funzionamento avviene in queste condizioni di sfruttamento, senza rispetto per la dignità dei lavoratori né per i più basilari standard ambientali. E senza che lo stato congolese incassi le giuste royalties: i miliziani o gli intermediari che controllano questo commercio contrabbandano le risorse minerarie nei paesi vicini, da dove sono vendute alle industrie produttrici o ai raffinatori. Particolarmente tortuoso è il percorso dell’oro: dopo essere portato illegalmente in Uganda o in Ruanda, viene esportato in Sudafrica o a Dubai, dove è raffinato e trasformato in lingotti. In questa forma raggiunge i mercati finali, l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e l’India. La lunghezza della filiera rende complesso il processo di tracciabilità. Ma la buona notizia è che tale processo è oggi obbligatorio, almeno nell’Unione Europea: il 1° gennaio scorso è entrato in vigore il regolamento 821/2017, che obbliga gli importatori europei di stagno, tantalio, tungsteno, dei loro minerali, e di oro ad adempiere ai doveri di diligenza per impedire che i profitti provenienti da questo commercio vadano a finanziare conflitti. D’ora in poi, chi importa coltan e oro all’interno dell’Ue dovrà indicarne l’origine e gli spostamenti lungo la catena di approvvigionamento. Il regolamento è appena entrato in vigore. Bisognerà vedere nei fatti come avverrà la sua applicazione. Ma è certo che si tratta di un primo importante passo per migliorare le condizioni di vita e lavoro nelle miniere congolesi. E per rendere più trasparente una filiera in cui siamo più coinvolti di quanto immaginiamo.

Chi sono le Forze per la liberazione del Ruanda, i ribelli sospettati dell’agguato in Congo a Luca Attanasio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. Per il governo congolese non ci sono dubbi: dietro l’attacco al convoglio Onu  cui sono morti l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista locale, ci sono le Forze per la liberazione del Ruanda, i guerriglieri ribelli Hutu conosciuti per il genocidio in Ruanda. Ma la responsabilità dell’attacco avvenuto a presso la cittadina di Kanyamahoro, circa 15 km a nord della città di Goma, nella parte orientale del Congo, viene negata chiaramente dai ribelli.  “Le Fdlr”, si legge in un loro comunicato, “dichiarano di non essere coinvolte in alcun modo nell’attacco e chiedono alle autorità congolesi e alla Monusco (la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Rdc, ndr) di fare tutto il possibile per far luce sulle responsabilità di questo ignobile assassinio”. Anzi, le Fdlr-Foca, come sono conosciute le Forze per la liberazione del Ruanda, fanno anche i nomi dei possibili autore dell’attacco costato la vita ai due italiani. Secondo i ribelli ruandesi “le responsabilità di questo spregevole assassinio” sono da ricercare nella Fardc, l’esercito congolese, nei soldati dell’esercito ruandese e nei loro “sponsor che hanno stabilito un un’alleanza innaturale per perpetuare il saccheggio dell’Est del Congo”. Ma chi sono le Forze per la liberazione del Ruanda? Dietro questo nome agiscono i ribelli ruandesi di etnia Hutu, già noti per il genocidio in Ruanda nel 1994 di almeno 800mila persone di etnia Tutsi. Sempre al Fdlr-Foca viene attribuita la ‘paternità’ di almeno una dozzina di attentati terroristici realizzati nel 2009, che hanno provocato decine di morti e feriti. Nel corso degli anni le Forze per la liberazione del Ruanda hanno però cambiato il modo di agire, passando da azioni terroristiche ad attacca a “bassa intensità”, soprattutto rapimenti. Nel 2018 uno dei casi più noti, col rapimento di due turisti inglesi (rilasciati due giorni dopo dietro pagamento di un riscatto) nel parco nazionale di Virunga, scenario dell’agguato di ieri costato la vita a Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci.

La ricostruzione dei drammatici momenti. Attacco in Congo, ribelli del Ruanda negano responsabilità: stasera il rientro dei feretri in Italia. Redazione su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. L’assalto che è costato la vita in Congo all’ambasciatore italiano Luca Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista locale Mustapha Milambo sarebbe stata opera di sei persone “armate con 5 armi tipo AK47 e un machete” che avrebbero “proceduto con colpi di avvertimento prima di costringere gli occupanti dei veicoli a scendere e seguirli fino in fondo al Parco, dopo aver sparato a uno dei conducenti per creare panico”. È quanto sostiene il governo di Kinshasa in una nota – citata da Cas-Info – della commissione di crisi indirizzata al ministro dell’Interno incaricato degli affari interni, sicurezza e consuetudine della Repubblica Democratica del Congo. Secondo la ricostruzione delle autorità congolesi, i rapitori avrebbero “sparato a bruciapelo alla guardia del corpo, morta sul posto, e all’ambasciatore ferendolo all’addome”. L’attacco sarebbe avvenuto “alle 10:15” quando il convoglio sarebbe caduto “in un’imboscata a circa 15 km da Goma e 3 km prima del Comune rurale di Kibumba, più precisamente a Kanyamahoro sulla RN2 nel territorio del Nyiragongo”, precisa ancora la nota. Le Forze Democratiche della Liberazione del Ruanda (Fdlr), principali indiziati come responsabili dal governo del Congo, negano la responsabilità dell’attacco. È quanto si legge in un loro comunicato, ripreso sui social, in cui “condannano con forza” l’attacco e “respingono categoricamente” le accuse delle autorità di Kinshasa, dichiarando “di non essere per nulla implicati” nella vicenda e “chiedendo alle autorità congolesi e Monusco di far luce sulle responsabilità di questo ignobile assassinio”. Secondo Fdlr, l’attentato sarebbe avvenuto “non lontano” da pattuglie delle forze armate della Repubblica Democratica del Congo. “Le Fdlr rivolgono le loro condoglianze ai familiari delle vittime, al governo e al popolo italiano”, conclude la nota. Il Fdlr-Foca, come è noto il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi, è conosciuto a livello globale per il genocidio in Ruanda: i ribelli delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda sono infatti quasi quasi interamente da Hutu, che si oppongono ai Tutsi. Secondo gli Stati Uniti, il gruppo è responsabile di una dozzina di attentati terroristici realizzati nel 2009. I feretri dei due italiani uccisi in Congo torneranno in patria nella tarda serata di oggi: per domani mattina sono già state fissate le autopsie sui corpi dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci presso il Policlinico Gemelli di Roma. A disporre l’esame autoptico sono stati i pm di Roma Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti che indagano per sequestro di persona con finalità di terrorismo.

Il precedente. Ambasciatore morto in Congo, il precedente del 1993: l’attentato a Kinshasa. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Febbraio 2021. La tragica morte di Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano in Congo morto questa mattina in un attacco nei confronti di un convoglio delle Nazioni Unite nella città di Goma, nel Congo orientale, ha un precedente nella storia del Paese centrafricano. Il 28 gennaio del 1993, quando il Congo era ancora Repubblica dello Zaire, venne assassinato a Kinshasa l’allora ambasciatore francese Philippe Bernard. L’esperto diplomatico transalpino, nato a Tolone il 23 marzo del 1931, venne colpito da un proiettile vagante sparato durante scontri all’interno dell’ambasciata francese tra soldati lealisti e ribelli che combattevano contro l’allora presidente Mobutu, lo spietato dittatore che nel 1960 rovesciò il governo di Patrice Lumumba col sostegno di Belgio e CIA instaurando un regime crollato soltanto nel 1997, con la fuga in Marocco di Mobutu. Come racconta un articolo di Repubblica dell’epoca, Bernard si trovava da solo nel suo ufficio ad osservare dalla finestra gli scontri all’esterno, dopo aver spento le luci. Erano in atto infatti, sulla Boulevard 30 giugno, principale arteria della capitale dell’allora Zaire, violenti scontri a fuoco. L’ambasciatore sarebbe stato colpito in pieno petto e a una mano da un proiettile vagante.

Michela Allegri per "il Messaggero" il 24 febbraio 2021. Una missione che dura ormai da più di un ventennio, montagne di soldi spesi - oltre un miliardo di dollari ogni anno - e pochissimi risultati raggiunti. La Missione dell' Organizzazione delle nazioni unite per la stabilizzazione nella Repubblica democratica del Congo (Monusco), con 20mila uomini in campo, dei quali circa 16mila sono caschi blu armati, i peacekeepers, è una delle più costose nella storia e si è rivelata praticamente inutile. Lo scopo finale sarebbe la riconciliazione delle forze che si contrappongono militarmente nella provincia orientale del Kivu, quello immediato sarebbe, invece, la difesa della popolazione dalle violenze dei gruppi armati in guerra per accaparrarsi i tesori che questa terra offre: diamanti, oro e, soprattutto, coltan, fondamentale per la produzione di smartphone e cellulari. Ma ormai da anni a protestare contro i caschi blu sono proprio i civili, che hanno chiesto da tempo un aiuto più concreto, contestando alla Monusco inerzia e mancata protezione. Le proteste più forti sono state nella città di Beni, dove nel novembre 2019 la base Onu è stata attaccata e incendiata, mentre in queste settimane sono stati organizzati blocchi stradali e sit-in. L' Onu sostiene di non poter intervenire senza una richiesta formale da parte delle Forze armate della Rdc, ma, in base alla risoluzione del 28 marzo 2013, in realtà, le forze della Monusco potrebbero scendere in campo, anche senza preventive autorizzazioni, in caso di minaccia per la sicurezza della popolazione.

LE ACCUSE. Ai pacekeepers, in sostanza, viene contestato da anni di assistere passivamente alle violenze e alle scorribande armate. A volte sono anche stati accusati di connivenza. Va detto che il quadro non è semplice. Il Kivu, nel 1996 e nel 1998, è stato devastato da quella che è stata definita la guerra mondiale d' Africa, con quasi 6 milioni di vittime, innumerevoli feriti e intere città rase al suolo. Poi sono iniziate le rivolte etniche. Tutto questo mentre le milizie ribelli e gli eserciti stranieri cercano da anni di contendersi l' enorme ricchezza del Congo. In questo scenario si inserisce la conflittualità tra la Monusco e le popolazioni locali, che spesso accusano i caschi blu di collaborare con i gruppi armati, saccheggiare le risorse naturali, partecipare a traffici illegali, violenze, crimini economici. Nel novembre 2019, per esempio, la furia popolare si era scatenata, dopo il rifiuto della Monusco di assistere le forze armate congolesi nella guerra contro il gruppo terroristico ruandese Fdlr e altri ribelli, con l' obiettivo di pacificare le province dell' est. Ad avanzare la richiesta era stato il presidente Felix Tshisekedi, ma la Monusco aveva rifiutato. Un anno prima, l' ex presidente Kabila aveva sottolineato varie inefficienze della missione, come l' inadeguatezza nella lotta ai gruppi armati nelle regioni orientali del Paese. Kabila aveva anche accusato la Monusco di «voler restare a lungo termine nel Paese», in modo da esercitare una sorta di tutela politica.

LE CIFRE. La strategia delle milizie ribelli, sostiene il governo centrale di Kinshasa, è quella di portare la popolazione all' esasperazione con il terrore, rendendo evidente l' incapacità delle forze governative di garantire la sicurezza. Ed è proprio in questo contesto che viene denunciato l' immobilismo dei caschi blu: la più costosa e longeva missione di peacekeeping dell' Onu, con oltre 16mila militari sul campo, non ha mai dato i frutti sperati. Tanto che dal 2017 è stata studiata un exit strategy per un' uscita graduale dal Paese. I costi folli della missione si trovano elencati nei documenti ufficiali e nei resoconti Onu: circa 1,2 miliardi all' anno. Tra luglio 2017 a luglio 2018 la spesa è stata di 1.189.238.500 dollari, mentre l' anno successivo, 2018/2019, la cifra è salita a 1.194.557.200 dollari. Per l' anno 2019/2020 il costo è stato 1.012.252.800 dollari. Il budget approvato per il periodo che va da luglio 2020 a luglio 2021 è di 1.154.140.500 dollari. Il Consiglio di Sicurezza, alla fine del 2019, aveva approvato l' estensione del mandato, applicando però alcuni tagli, soprattutto nel numero dei caschi blu presenti sul posto: ne erano stati previsti 1.240 in meno, e aveva individuato in 3 anni il tempo necessario per completare il ritiro delle truppe. A schierarsi contro la Monusco erano stati da un lato Donald Trump, che già nel 2017 l' aveva definita «una costosissima missione di pace incapace sul piano militare» e aveva imposto forti tagli di uomini e fondi, e dall' altro lato le stesse autorità congolesi.

Perché è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il movente dietro l’attentato di Kinshasa. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. È morto sul campo, in quell’Africa che aveva sempre amato. È stato ucciso nell’area più pericolosa del Congo mentre era in viaggio per distribuire alimenti. E con lui, ha perso la vita un giovane carabiniere che faceva parte della scorta. Il convoglio di jeep nel quale viaggiavano è stato assaltato da un gruppo di uomini armati, ancora non identificati, che hanno aperto il fuoco contro i mezzi nel tentativo di sequestrare l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio. Così hanno perso la vita lo stesso diplomatico, 44 anni da compiere, che lascia una moglie e tre figlie, il carabiniere Vittorio Iacovacci, di 30 anni, e Mustapha Milambo, l’autista del mezzo a bordo del quale viaggiavano. Il gruppo, composto da sette persone divise in tre macchine, è stato assaltato intorno alle 10 di mattina nei pressi della città di Kanyamahoro, nella parte orientale del Paese, vicino a Goma: «Gli autori dell’attacco avevano come obiettivo principale proprio il diplomatico italiano», scrivono alcuni media locali. Stavano viaggiando con il World Food Programme «da Goma a visitare il programma di distribuzione di cibo nelle scuole del Wfp a Rutshuru», fanno sapere dall’agenzia Onu che specifica: «Precedentemente era stato autorizzato il viaggio su quella strada senza una scorta di sicurezza», come si vede dalle foto che mostrano l’utilizzo di jeep non blindate in un’area del Paese considerata ad alto rischio. Eppure c’è chi ha ritenuto “sicura” la strada su cui è avvenuto l’attacco, sicura e quindi senza necessità di scorta. Una scelta esiziale di cui qualcuno, ai vertici della missione Onu in Congo, dovrà dar conto. L’imboscata è avvenuta «nei pressi di Goma (Nord-Kivu) nel territorio di Nyiragongo», secondo i media locali che aggiungono: «Sono intervenute le Fardc», ossia le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo, «e le guardie del Parco nazionale dei Virunga» Un diplomatico di alto rango a Kinshasa ha spiegato all’Afp che Attanasio è morto “in seguito alle ferite riportate” dopo essere stato colpito dai proiettili esplosi dagli assassini contro il convoglio. «Lungo la strada operano gruppi ribelli, come le ex Fdlr ruandesi, ma anche combattenti congolesi come i Mai mai e soprattutto banditi comuni, che colpiscono solo per rapinare; in più tratti, prima e dopo il settore di Kanya Bayonga, la scorta è essenziale»: a raccontarlo da Goma all’agenzia Dire è Etienne Kambale, direttore dell’ong Fondation Point de vue de Jeunes Africains pour le Developpement. «Sulla strada ci sono aree considerate più sicure, dove ribelli e banditi non si spingono anche perché ci sono posti di blocco delle Fardc, le Forze armate congolesi» sottolinea Kambale. Secondo Kambale, ad alimentare l’insicurezza sono spezzoni delle Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda. L’Fdlr – responsabile di violenze e rapimenti a scopo di lucro – è il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi aderenti alla dottrina dell’”Hutu Power”, operante nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Formato quasi interamente da Hutu, che si oppongono ai Tutsi per il dominio sulla zona, hanno come comandante in capo Paul Rwarakabije. Secondo quanto reso noto dall’Institut Congolais pour la Conservation de la Nature (ICCN), le guardie del parco sono intervenute in un secondo tempo, «mentre era già in corso l’attacco contro i due veicoli dell’Onu avvenuto verso le 10.15 presso una località nota come 3 antennes, sulla Route Nationale n. 2». Si tratta della stessa località in cui due turisti britannici erano stati rapiti da uomini armati non identificati l’11 maggio 2018, a una quindicina di chilometri da Goma, nel mezzo del Parco dei Virunga. In quella zona ritenuta “sicura” il convoglio è stato crivellato di colpi, e due italiani sono stati portati nella foresta e uccisi. Luca Attanasio era uno degli ambasciatori italiani più giovani nel mondo. Era nato a Saronno (Varese) il 23 maggio 1977. «Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato – raccontava il diplomatico – non lo è in Congo dove purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani ma anche contribuire per il raggiungimento della pace». «In Congo – amava ricordare – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio». L’ambasciatore Attanasio era sposato con Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili del Congo salvando la vita ogni anno a centinaia di bambini e giovani madri. «Ho accolto con sgomento la notizia del vile attacco che poche ore fa ha colpito un convoglio internazionale nei pressi della città di Goma uccidendo l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista. La Repubblica italiana è in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento dei loro doveri professionali nella Repubblica Democratica del Congo». Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio di cordoglio al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Unanime è il cordoglio espresso da tutte le forze politiche. «Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, esprime profondo cordoglio per la morte di Luca Attanasio e di Vittorio Iacovacci», si legge in una nota di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio e il governo «si stringono ai familiari, ai colleghi della Farnesina e dell’Arma dei Carabinieri. La Presidenza del Consiglio segue con la massima attenzione gli sviluppi in coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri». «Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio». Erano le parole che l’ambasciatore Attanasio rilasciò a Camerota (Salerno) il 12 ottobre scorso, in occasione del ricevimento del premio internazionale “Nassirya per la pace”, consegnato dalla locale associazione culturale “Elaia”. «Io e mia moglie viviamo in Congo con tutta la famiglia, tre bambini piccoli. Qualcuno si stupisce di questa scelta, soprattutto per i rischi che comporta, ma è nostro dovere dare l’esempio», concludeva Luca Attanasio. Un esempio a cui non è venuto meno, pagando con la vita. Un eroe italiano.

Alessandro Orsini per "Il Messaggero" il 23 febbraio 2021. La Repubblica democratica del Congo balza alle cronache dopo l'uccisione dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci. Per comprendere ciò che accade in questo Paese martoriato, occorre partire dai fatti più recenti. I problemi sono iniziati quando tutti speravano che sarebbero finiti, il 30 dicembre 2018, giorno delle prime elezioni democratiche della storia moderna del Paese. Dopo diciotto anni di dura e corrotta dittatura, Trump aveva imposto al presidente Joseph Kabila di non correre per il terzo mandato, minacciandolo di sanzioni vigorose. Le elezioni sono state vinte da Felix Tshisekedi, che, alleatosi segretamente con Kabila, è accusato di avere orchestrato con lui una serie di brogli elettorali. E, così, il nuovo presidente democratico è apparso subito anti-democratico e sono scoppiate le proteste popolari. Ad avere vinto le elezioni sarebbe stato Martin Fayulu, congolese dall'educazione americana, già manager della compagnia petrolifera statunitense Exxon. Il che aiuta a comprendere la sollecitudine di Trump, che, dall'elezione di Fayulu, sperava forse di trarne un vantaggio per la propria economia, visto che il Congo vanta il record di essere uno dei Paesi più ricchi di risorse al mondo con una delle popolazioni più povere. Il povero ricco Congo è un Paese che consente di fare investimenti enormi, essendo pieno di risorse non sfruttate per mancanza di attrezzature e conoscenze, di cui americani ed europei abbondano. Pieno di ardimento, Fayulu si è rivolto alla Corte costituzionale, straripante di giudici nominati dal vecchio dittatore, i quali hanno assicurato che non potrebbe esistere presidente più legittimo di quello che si è alleato con il presidente precedente. Il problema è che Fayulu era gradito non soltanto a Trump, ma anche alla popolazione congolese, che aveva identificato in lui il vero nemico della corruzione, che rischia di perpetuarsi. Per rimuovere la corruzione, Tshisekedi dovrebbe rimuovere gli uomini corrotti nominati dal suo predecessore, al quale deve il posto. È esattamente l'impegno che Fayulu aveva preso con i congolesi, a cui aveva addirittura promesso un'investigazione contro Kabila e i suoi fedeli, balzando in testa ai sondaggi. Persino la chiesa cattolica, che in Congo gode di notevole prestigio, si è schierata al fianco di Fayulu, dopo avere inviato l'incredibile cifra di 40.000 osservatori nel Paese a controllare il voto. Forse è anche per l'appoggio della chiesa che l'Unione Africana si è persuasa che Tshisekedi abbia vinto in modo irregolare, salvo poi riconoscere il suo governo, un po' per paura che i disordini in Congo pongano problemi ai Paesi confinanti e un po' perché alcuni membri dell'Unione Africana, non proprio democratici, temono di avere presto analoghi problemi con i brogli elettorali. Il punto è che la popolazione congolese, afflitta ed affamata, non ragiona in base alla ragion di Stato e protesta, mentre il governo reprime e, quindi, morti e feriti a Kikwit e Goma. Ecco spiegata la missione Monusco dell'Onu, che, iniziata il 30 novembre 1999, non finisce mai, come i conflitti in quel Paese martoriato. La ragione per cui Kabila ha deciso di appoggiare un oppositore del suo regime, quale era Tshisekedi, è che il suo candidato ufficiale, Emmanuel Shadary, non attirava voti. Mossa astuta: oggi Kabila si gode il seggio di senatore a vita, assicurato da Tshisekedi, invece dell'investigazione giudiziaria, promessa da Fayulu. I giochi di potere restano, come il dramma dei Paesi che sognano di transitare pacificamente dalla dittatura alla democrazia. Siccome le democrazie promettono di mettere in carcere i dittatori, questi usano brogli e violenze per evitare le manette o magari la pena capitale. Nel digerire Tshisekedi, Kabila avrà forse ricordato l'impiccagione di Saddam Hussein da parte del democratico Iraq.

Domenico Quirico per "la Stampa" il 23 febbraio 2021. La foresta nel Kivu è così fitta che sembra un muro. È bella da ferirti gli occhi. E terribile al punto che può uccidere. Ciascuno si sente piccolo, qui, precipitato in una terra che non pare fatta per gli uomini. Dove la lotta per sopravvivere è così continua, sfiancante, ossessiva che non ti lascia pensare ad altro. Tutto ti può uccidere: un serpente, ebola e mille altre malattie subdole e feroci, un altro uomo. Ecco: gli uomini, i protagonisti della eterna «grande guerra d’Africa» nell’est del Congo, lunga, atroce, macchiata di frode e di crudeltà, dove nessuno di coloro che sparano è quello che dice di essere. I rivoluzionari e i ribelli sono in realtà banditi, i governativi indossano uniformi ma si battono non per la paga che nessuno gli dà ma, anche loro, per il bottino, le donne da violentare. E i soldati dell’Onu, la più grande e fallimentare operazione di pace della storia, ventimila uomini, un miliardo di dollari l’anno? Da vent’anni sono lì, frustrati spettatori di una pace metafisica che non c’è, caschi blu arruolati in Paesi ancor più poveri di questo, mercenari della miseria. Arrivi a Goma e ti accorgi che ci sono due mondi, il mondo del giorno dove comandano i funzionari del remotissimo governo di Kinshasa, i soldati, i caschi blu. E poi c’è il mondo della notte dove incontri gli altri. Gli ultimi arrivati sono quelli affiliati al Califfato, il «Gruppo armato delle forze democratiche alleate». Sono tagliagole nati in Uganda ma qui hanno trovato un eldorado senza legge e proclamato la nascita della «provincia islamica dell’Africa centrale». Chissà: ci sono tante ricchezze da rubare che potrebbe davvero esser questa, la zona dei grandi laghi, il tesoro delle future guerre sante. Questo è un luogo pieno di crudeltà, loro ci stanno benissimo. Poi ci sono i ribelli delle tribù che non riconoscono il governo centrale. E i killer bambini dell’Esercito del signore, che cacciato dall’Uganda è sconfinato in Congo. Nei villaggi dell’alto Huelè non c’è giorno in cui bambini e bambine non vengano rapiti, trasformati in schiave sessuali e in combattenti, spie, portatori. Li marchiano sulla fronte, sul dorso e sul petto con croci disegnate con olio di karité, che i miliziani acholi chiamano «moo-ya» e dicono sia una pianta sacra. E poi ci sono milizie comandate da stregoni che promettono l’invulnerabilità con pozioni magiche e gris gris, e le bande degli antichi massacratori hutu del genocidio ruandese degli Anni novanta. Sono sfuggiti alla vendetta dei tutsi rifugiandosi nelle foreste del Kivu e si sono trasformati in una armata di spiriti, avida e feroce. E poi piccoli signori della guerra, imprenditori di milizie che le affittano per difendere le miniere, saccheggiare, offrire protezione: la guerra business, la guerra che nessuno racconta perché è un romanzo criminale. Qualcuno ha provato a contarli: dicono che i gruppi armati siano almeno un centinaio. Sono uomini cenciosi ma con i kalashnikov, particolare che fa la differenza tra padrone e vittima, tra uomo e insetto da schiacciare. Come ieri nell’agguato al convoglio dell’ambasciatore italiano emergono dalle foreste, occupano un villaggio, saccheggiano una miniera, attaccano soldati malvestiti, affamati, che si trascinano dietro, come nomadi, famiglie e bestie. Le guerre nel Kivu hanno nomi misteriosi, legati non alla geopolitica ma alla tavola di Mendeleev: il coltan, l’oro, il tungsteno. Chi ricorda che arrivano dal Congo marchiati da delitti, sfruttamento, schiavitù, disperazione? Il tantalio: un metallo che resiste alla corrosione, ad esempio. Lo scavano in queste foreste da cui sono balzati fuori i killer dell’ambasciatore, lo scavano uomini e bambini con la vanga, le mani impastate di fango e di sudore. Tante piccole mani distruggono la foresta per cercarlo. Uomini armati li controllano, pronti a sparare. Il padrone della concessione, con un satellitare, tratta forniture, contratti, conti in banca e le tangenti per i funzionari e i ministri del governo. Paga la gente della notte, perché eliminino i concorrenti, diano la caccia agli schiavi che hanno tentato la fuga. E la cassiterite? La avete mai sentita nominare? Esiste, serve per saldare e per le leghe speciali: si nasconde in questa terra nera come sangue raggrumato. Qui tutti sono dei sopravvissuti a ultradecennali macelli. Anime timorose e fragili, figli innocenti della guerra, della paura, dell’esilio e della fame. Sopravvissuti fuggendo camminando urlando di dolore e di paura, invocando pietà in mille dialetti. Sono ancora vivi. Non li hanno uccisi le angherie iperboliche di Mobutu, il Grande Furfante, che aveva messo fuori legge il Natale e le cravatte. Possono raccontare di quando arrivarono le folle di hutu ruandesi braccati dalla vendetta dei tutsi e una parte di loro, quelli armati, gli artigiani del genocidio, non chiedeva pietà ma esigeva terre e denaro. Non li hanno ammazzati i soldati dei due Kabila presidenti, il padre rivoluzionario contrabbandiere che riuscì a disgustare anche un fragile Che Guevara spedito per punizione in Congo, e il figlio, presidente-padrone della nuova generazione dei despoti africani. E poi possono rievocare i tempi del pittoresco generale Nkunda che su ordine dei ruandesi doveva diventare signore per procura del Kivu. Piaceva ai giornalisti occidentali che sudavano nella foresta per raggiungerlo e descrivere la sua divisa immacolata, il ghigno arrogante. Durò poco. I suoi padroni di kigali lo vendettero per un accordo con Kabila. Le donne sono sopravvissute alle violenze di tutte le milizie di passaggio, sono vive, forse è giusto cercare di dimenticare, i bambini sguazzano nel fango e tra i rifiuti, vestiti di stracci, anche loro sono vivi, sfuggiti all’arruolamento in qualche armata di fantasmi. Quando la guerra si infiamma tutti sono pronti, caricano sulla schiena il basto formato dalle poche cose sfuggite ai saccheggi e si mettono in marcia, pazienti, dimessi. Bisogna nascondersi nel fastoso fittume di foreste di acqua e di nuvole accaldate e basse che assiste indifferente alle tragedie. Paccottiglia umana per la cui difesa nessuno mai sparerà una pallottola. Le bandiere nere sono ormai sulle sponde dei grandi laghi, ribattezzata «provincia dell’Africa centrale», crocevia delle guerre eterne per rame, uranio, coltan, dei feroci conflitti tribali. Il «Gruppo armato delle forze democratiche alleate», nato in Uganda e ora alleatosi al Califfato, colpisce nel Kivu, in Congo. Queste terre ricche di minerali e politicamente fragili saranno l’eldorado del terrorismo mondiale.

Agguato in Congo: ucciso il magistrato coinvolto nelle indagini per la morte di Attanasio. È morto in un agguato in Congo il magistrato impegnato nelle indagini per l'attribuzione di responsabilità per la morte di Luca Attanasio, del carabiniere e del loro autista. Francesca Galici - Gio, 04/03/2021 - su Il Giornale. È stato "ucciso in una imboscata il procuratore che indagava sulla morte del nostro ambasciatore del carabiniere di scorta e del loro autista nel nord Kivu". A diffondere al notizia su Twitter Geopolitical Center, gruppo di analisi strategica, militare, politica ed economica indipendente basato in Italia. "Situazione molto particolare", conclude il tweet. Il clima in Congo si fa sempre più infuocato a pochi giorni dall'assassinio dell'ambasciatore Luca Attanasio, di Vittorio Iacovacci, carabiniere della sua scorta e del loro autista. La tensione nel Kivu sta salendo. La notizia dell'uccisione del magistrato è trapelata già nelle scorse ore ma non era chiaro se fosse coinvolto nelle indagini per l'assassinio di Luca Attanasio. Quel che è certo è che l'agguato sia avvenuto a circa 300 chilometri dal luogo dove sono stati uccisi lo scorso 22 febbraio l'ambasciatore d'Italia a Kinshasa, Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l'autista del Programma alimentare mondiale (Pam) Mustapha Milambo. Il magistrato era di ritorno a Rutshuru dopo più di una settimana trascorsa a Goma, regione nella quale è stato uscito l'ambasciatore. Da tempo le istituzioni e la popolazione locale sono preoccupate per il deterioramento della situazione della sicurezza nell'area di Rutshuru. In particolare è la strada strada Goma-Rutshuru a preoccupare. Qui le autorità congolesi stanno progressivamente perdendo il controllo del territorio sia a causa del proliferare delle milizie armate ribelli presenti nell'area sia a causa di diversi episodi di faide interne allo stesso esercito, spesso fra reggimenti rivali, alimentate da collusioni interne. Le agenzie riportano che non si tratta, infatti, del primo episodio simile avvenuto in tal senso. Un anno fa, esattamente il 20 febbraio 2020, una jeep dell'esercito congolese con a bordo sette militari che trasportavano circa 100 mila dollari in contanti per il pagamento degli stipendi fu presa d'assalto lungo la strada nazionale R2 - la stessa dove è stato ucciso Attanasio - da aggressori ignoti. Sul caso è stata in seguito avviata un'indagine che hanno portato ad attribuire la responsabilità alle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), tuttavia dall'analisi dei dati effettuata dal Kivu Security Tracker (Kst) emerge che nell'area di Rwaza il gruppo non vi fosse più attivo da almeno sei mesi, mentre le aree circostanti il villaggio sono state colpite da incidenti che hanno coinvolto spesso le Fardc e le Nyatura-Forze di difesa del popolo (Fdp), alleate delle Fdlr.

Ricchi ma poveri. L'incubo del Paese che non trova pace. Gas, petrolio, cobalto e risorse infinite, ma un popolo stremato dalla fame e reso schiavo. Ecco lo scenario in cui operava l'ambasciatore Luca Attanasio. Marco Valle - Dom, 07/03/2021 - su Il Giornale. La terribile morte, il 22 febbraio scorso, dell'ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci ha ricordato improvvisamente all'opinione pubblica italiana, sempre molto distratta, l'esistenza del Congo, il «cuore di tenebra» del continente africano. Un'occasione amara, amarissima che ci obbliga a pensare, a far luce su un Paese immenso, grande quanto l'Europa occidentale, e le sue tante, troppe tragedie. Dal giorno dell'indipendenza dal Belgio, il 30 giugno 1960, il Congo ha attraversato una serie di sanguinose guerre civili, poi la trentennale dittatura cleptocratica di Joseph-Désiré Mobutu a cui è seguita l'opaco regime della famiglia Kabila e la presidenza di Félix Tshisekedi, eletto più o meno pacificamente nel 2019. Ma l'attuale uomo forte di Kinshasa ha poco o nulla di cui sorridere. Il governo naviga a vista, l'esercito resta inquieto, le proteste montano in tutto il Paese. Sullo sfondo una miseria dilagante: malgrado le enormi ricchezze del sottosuolo, il Congo questo formidabile «scandalo geologico» rimane uno dei dieci paesi più poveri del pianeta. In più il Nord Est la regione del Kivu dove sono caduti Attanasio e Iacovacci è ormai fuori controllo. Da oltre vent'anni un centinaio di milizie armate si contendono a colpi di kalashnikov il controllo di un'area già flagellata da due guerre inter-africane (1996-97 e 1998-2003), devastata dall'Ebola e oggi dal Covid, punteggiata da spettrali campi profughi e luride bidonville. Un inferno in terra dove operano i volontari italiani della Fondazione Avsi di cui è vice presidente il senatore Alfredo Mantica, già sottosegretario nei governi Berlusconi per l'Africa e amico e mentore di Attanasio. Con questi coraggiosi volontari il giovane diplomatico ha trascorso la serata di lunedì. L'ultima cena della sua vita. L'ambasciatore era sul posto per seguire il World Food Programme, il piano delle Nazioni Unite per aiutare una popolazione stremata, massacrata dai banditi e ridotta in quasi in schiavitù dai «signori dei minerali». Già, il disgraziato Kivu è, assieme al Katanga, la cassaforte mineraria del Congo. Oltre ai giacimenti di gas e petrolio celati nel lago Kivu o nel parco del Virunga, la regione è ricca di tantalio, necessario per gli smartphone e i laptop, di cassiterite da cui si ricava lo stagno e, soprattutto, di cobalto. Una brutta, bruttissima storia. Il minerale serve per la realizzazione di batterie al litio di cui il Congo copre oltre il 60 per cento della produzione mondiale. Un affare gigantesco per le multinazionali dell'elettronica e dell'automobilismo occidentali e asiatiche e per le aziende raffinatrici la cinese Huayou e l'anglo-svizzera Glencore , una nuova tentazione per i famelici boss di Kinshasa e i contrabbandieri che lo trasportano in Ruanda e in Uganda e l'ennesima maledizione per gli abitanti. Cosa succede? Accanto alle grandi compagnie che impiegano impianti industriali per l'estrazione in parallelo si muove un'umanità disperata che assicura un quarto della produzione. Sono i creuseurs (gli scavatori), una folla di donne e ragazzini che quotidianamente, senza alcuna protezione, rischia vita e salute nelle piccole miniere a cielo aperto per raccogliere e ripulire il minerale per soddisfare gli intermediari (per lo più cinesi) delle grandi società. Quando non crepano sepolti in gallerie fatiscenti o quando non si ammalano a causa delle esalazioni tossiche, ricevono un dollaro, un dollaro e mezzo al giorno. Ricordiamo che nel primo semestre 2020, malgrado i rallentamenti dovuti alla pandemia, sul mercato mondiale il prezzo medio di una tonnellata di cobalto si aggira tra i 28.000 e i 35.000 dollari. A seguito delle proteste, le grandi compagnie Apple, Dell, Daimler, Sansung, Microsoft, Tesla, Lenovo, Sony, Bmw ecc. hanno assicurato verifiche e inchieste per poi scaricare il problema sui raffinatori del cobalto, ovvero Huayou e Glencore, e il malfermo governo congolese che ha subito dichiarato «l'oro blu» monopolio statale annunciando controlli. Grandi proclami ma, complice il diffondersi del Covid, pochissimi risultati. La chiusura dei confini e la mancanza di cibo hanno rigettato i più nell'inferno delle miniere. Nell'indifferenza dei potenti d'ogni latitudine. Luca Attanasio lo sapeva. Ancora una volta l'unico punto di riferimento è la Chiesa locale. Nell'anniversario della fine dell'occupazione belga, monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa non ha avuto peli sulla lingua e ha tracciato un amarissimo bilancio del fatidico sessantenario: «Contrariamente ai paesi vicini, l'indipendenza è stata una indipendenza più sognata che ponderata: mentre altri riflettevano sul significato dell'indipendenza e preparavano le persone alle sue conseguenze, noi, in Congo, sognavamo l'indipendenza con emozione, passione, irrazionalità, tanto che quando il momento è giunto non sapevamo che cosa sarebbe accaduto. Per i congolesi dell'epoca sognare l'indipendenza significava sognare di occupare i posti dei bianchi, sedersi sugli scranni dei bianchi, godere dei vantaggi riservati ai bianchi. Quando saremo indipendenti diventeremo tutti capi. Occuperemo i posti dei bianchi. Tutto ciò si è verificato: i congolesi hanno occupato i posti dei bianchi. Ma dato che non capivano niente di quello che facevano i bianchi, dato che non capivano l'esercizio dell'autorità o l'esercizio delle cariche, qualunque incarico è stato visto come l'occasione di godere dei vantaggi dei bianchi. Si cercava di accedere al potere non per rendere servizio ma per avere i privilegi dei bianchi. Ma questi, mentre erano seduti sulle loro sedie, non se la spassavano e basta. Lavoravano anche. Comprendevano il senso del loro lavoro. Noi invece abbiamo messo da parte l'idea del servizio da rendere agli altri e abbiamo posto l'accento sul piacere». Parole durissime e coraggiose che hanno infastidito non poco i centri di potere congolesi e indispettito i «buonisti» d'Europa.

Cos’è la Guerra Mondiale Africana, il conflitto nel quale è maturato l’attacco all’ambasciatore Luca Attanasio. Antonio Lamorte su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. A volte la sintesi giornalistica può essere parziale, esagerata, pretenziosa. Può essere tutto questo ma può essere anche necessaria. Si sta parlando molto in queste ore della “Guerra Mondiale Africana” dopo l’agguato che ha ucciso nella Repubblica Democratica del Congo l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, alla guida di uno dei due mezzi che stava accompagnando il diplomatico in un convoglio del World Food Program. Nessuna rivendicazione, al momento. Si cerca intanto di fare chiarezza sul movente oltre che sull’identità degli aggressori. La “Guerra Mondiale Africana” è un conflitto totale, che si è concentrato nella Regione dei Grandi Laghi, dentro e intorno al Congo soprattutto. Mille gli episodi, i rivoli, le milizie, le balcanizzazioni, i casus belli esplosi facendo riferimento a questa espressione. Di certo le cause di questo conflitto, per larghi tratti a bassa intensità, caratterizzato quasi sempre da azioni e sconvolgimenti che in Occidente non hanno grande (se non proprio nessuna) eco, e da veri e propri confronti di eserciti anche nazionali, vanno a scavare nella storia del continente africano: dal colonialismo al razzismo passando per le rivalità etniche fino allo sfruttamento delle risorse naturali, delle quali questa parte di mondo è ricchissima, nonostante resti poverissima. Avvenire scrive che la cosiddetta “Guerra Mondiale Africana” ha visto nove Stati coinvolti, 25 milizie armate, oltre cinque milioni di morti negli ultimi due decenni. Un conto in continuo aggiornamento visto il riverberarsi di tensioni tra Paesi e nelle popolazioni. L’espressione indica di solito le tensioni esplose nel 1996 in quel Paese che allora era chiamato Zaire, poi degenerate in un conflitto interstatuale. Si cercherà di seguito di ricostruire, attraverso dei momenti simbolici che hanno fatto da antefatto e da turning point alla storia di questa parte di mondo, motivi e dinamiche che hanno fatto esplodere questa specie di conflitto perenne.

ZAIRE – Era il 17 gennaio 1961 quando Patrice Lumumba veniva giustiziato. Era stato Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo tra il giugno e il settembre 1960. Il 30 giugno del 1960 il Belgio aveva deciso di concedere l’indipendenza al Paese dopo che il re del Belgio Leopoldo II lo aveva conquistato a fine ottocento facendone uno Stato di proprietà personale. Una colonia da sfruttare per la raccolta del caucciù, diamanti, avorio e altre risorse naturali. Lumumba arrivò alla guida di un Paese enorme conteso nel bel mezzo della Guerra Fredda da Urss e Usa. Decise per l’africanizzazione dell’esercito, ancora in mano a quadri belgi. Le truppe ripararono nella Regione del Katanga e il parlamento si schierò con il Presidente. A dicembre il generale Mobutu Sese Seko lo fece arrestare con un colpo di stato. Proprio in Katanga, con due fedelissimi, Lumumba fu giustiziato. I resti fatti a pezzi e buttati nell’acido. Mobutu era stato supportato dal Belgio e dalla CIA americana. Era stato nominato Capo di Stato Maggiore dallo stesso Lumumba. Dopo un periodo di faccia a faccia tra i leader politici Tshombe e Kasavubu, il generale prese il potere nel 1965. Il Paese cambiò nome nel 1971 in Zaire, per distinguerlo dalla Repubblica del Congo, e lui divenne Mobutu Sese Seko. Il suo regime, basato sul culto della personalità, una cleptocrazia, durò fino al 1997. Solo agli inizi degli anni Novanta, a causa dell’inflazione dilagante, del debito pubblico e delle svalutazioni correntizie, si decise a condividere parte del potere con i leader delle opposizioni.

IL GENOCIDIO – Era il 6 aprile del 1994 quando veniva abbattuto l’aereo del presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana: fu il casus belli che diede il via al Genocidio del Ruanda: secondo soltanto all’Olocausto a opera dei nazisti, quasi un milione di persone massacrate, anche a colpi di machete, in circa quattro mesi. Altro Paese dal passato tormentato, il Ruanda: prima colonia tedesca, poi Belgio, infine l’indipendenza nel 1962. Un forte legame soprattutto con la Francia. Il 4 agosto 1993 erano stati firmati gli Accordi di pace di Arusha, in Tanzania: il Ruanda si avvicinava al multipartitismo dopo l’egemonia monopartitica del Mouvement Révolutionaire National Pour le Développement di Habyarimana, appoggiato dalla maggioranza hutu, che discriminava i tutsi. Un sistema messo in crisi dagli assalti del Fronte Patriottico Ruandese (Fpr), formata da esuli tutsi in Uganda, supportato dalla Resistance Army del presidente ugandese Yoweri Museveni, che portavano attacchi a Kigali. Mai chiariti del tutto i responsabili dell’attentato – un’inchiesta francese nel 2006 concluse che i mandanti dell’attentato furono il futuro presidente Paul Kagame e l’Fpr. Sull’aereo di Habyarimana, abbattuto da missili terra-aria viaggiava anche il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira. L’attacco divenne comunque il pretesto per il massacro da parte degli estremisti hutu ai danni dei tutsi e degli hutu moderati. Nel 1994, sotto i colpi dell’Fpr ruandese, finiva la guerra civile. Alla presidenza arrivarono due hutu moderati. Nel 2000 Kagame arrivò alla Presidenza che mantiene ancora oggi. Due milioni di ruandesi erano intanto fuggiti in Tanzania, Burundi e Zaire.

PRIMA GUERRA DEL CONGO – Tra i rifugiati ruandesi hutu in quello che ancora si chiamava Zaire c’erano molti guerriglieri determinati a dare la caccia ai tutsi. I campi profughi del Congo orientale divennero le basi per colpire il governo di Kigali. Le truppe ruandesi entrarono così nello Zaire nel 1996, sostenendo le milizie dell’Alliance des Forces Démocratiques pour la Libération du Congo-Zaire (Afdl) guidata da Laurent-Désiré Kabila. Della coalizione facevano parte anche Uganda, Burundi e Angola. Nel giro di un anno la Afdl entrava a Kinshasa e costringeva Mobutu all’esilio: sarebbe morto in Marocco, di cancro alla prostata, quello che secondo molti osservatori ha rappresentato l’archetipo del dittatore africano.

SECONDA GUERRA DEL CONGO – Quando i ribelli tutsi – che avevano combattuto con Kabile – e i fedeli del nuovo leader cominciarono a scontrarsi esplose la Seconda Guerra del Congo. Le sigle dei ribelli erano il Rassemblement Congolais pour la Démocratie (Rcd) e il Mouvement pour la Libération du Congo (Mlc). A sostegno anche Ruanda, Uganda e Burundi. Il Presidente contava sull’appoggio di Angola, Namibia e Zimbabwe. Otto Paesi e 25 gruppi armati si scontrarono. Obiettivo del conflitto erano le risorse del Congo orientale. La Repubblica Democratica del Congo si spaccò a metà: a ovest l’esercito di Kabila, a est i ribelli. A Lusaka, in Zambia, si firmò nel 1999 il cessate il fuoco che non riuscì comunque a far ritirare tutte le truppe straniere dal Paese. Nel gennaio del 2001 venne Kabila assassinato da una guardia del corpo nell’ambito di un colpo di stato che però fallì. Nel 2003 si firmarono gli Accordi di pace di Sun City, nella Repubblica Sudafricana, che portarono all’approvazione della Costituzione transitoria e alla formazione di un governo di transizione: alla guida il figlio di Kabila, Joseph; i diversi leader delle forze di opposizione nella carica di vice-presidenti. Joseph Kabila nel 2006 vinse le prime elezioni libere dopo 45 anni, si confermò nel 2011. Nel conflitto congolese morirono cinque milioni e mezzo di persone, anche per via delle carestie. È considerato il secondo più cruento dalla Seconda Guerra Mondiale. Ufficialmente le ostilità sono chiuse me attività belliche oltreconfine non sono mai scomparse. Nell’est del Paese le scorribande sono all’origine del giorno. LE TENSIONI – Il Presidente della Repubblica Democratica del Congo in questo momento è Felix Tshisekedi, figlio di un ex Primo Ministro dello Zaire sotto Mobutu Sese Seko. Ha vinto le elezioni del dicembre 2018. Un voto fortemente contestato per le accuse di brogli. Il Presidente ha appena cambiato il premier, nominando l’ex capo della compagnia mineraria statale Sama Lukonde Kyenge. Il Paese è oggetto oggi ancora più di ieri di interessi e speculazioni da parte delle grandi potenze e delle multinazionali, per via delle materie prime come il coltan, usato per la fabbricazione di cellulari, computer portatili, fibre ottiche, strumentazioni per l’industria aerospaziale. Un materiale estremamente raro. Il governo di Kinshasa ha indicato le Fdlr come responsabili dell’agguato ai danni dell’ambasciatore italiano. Le milizie hutu ruandesi delle Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (Fdlr) hanno negato qualsiasi coinvolgimento. Nell’area cresce anche l’influenza di Adf/Iscal, della galassia dello Stato Islamico. Tra gli estremisti hanno trovato nuova vita anche le Forze Democratiche Alleate, nate nel 1995 per mano di congolesi e salafiti ugandesi. Circa 170 le milizie – religiose, politiche, etniche o semplicemente criminali – che operano nella zona. L’Onu conta che, in due anni, da quest’area circa due milioni di civili siano scappati per via dei gruppi armati. “In Congo – ricordava l’ambasciatore Attanasio – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”.

Da tgcom24.mediaset.it l'8 marzo 2021. L'ambasciatore italiano Luca Attanasio sarebbe stato assassinato nell'"Operazione Milano", organizzata dal colonnello Jean Claude Rusimbi, signore della guerra del vicino Ruanda, indagato dalla Corte internazionale per crimini contro l'umanità. Questa è l'ipotesi investigativa indicata dai missionari comboniani: il colonnello Rusimbi aveva appreso "che Attanasio era venuto a conoscenza di molte informazioni su diverse uccisioni di massa e voleva visitare i siti sospetti". Per questo avrebbe pianificato di eliminarlo. La nuova ipotesi investigativa - Rusimbi, dunque, per fermare il lavoro di Attanasio avrebbe inviato il luogotenente Didier nei pressi di Goma, "con altri quattro soldati addestrati come killer". Eseguito l'omicidio, gli assassini, sempre secondo i missionari comboniani, da decenni radicati nella Repubblica del Congo - avrebbero fatto ritorno a Rubavu, in Ruanda. Attanasio voleva, dunque, verificare la reale destinazione di fondi e aiuti per le missioni umanitarie e sapere di più sulle uccisioni di massa della zona: un attivismo che andava oltre il suo ruolo di diplomatico e che aveva insospettito le autorità ruandesi. Il presunto mandante dell'agguato mortale sarebbe proprio Paul Kagame, da oltre 25 anni presidente del Ruanda, che controlla la regione dei grandi laghi. Ci si continua, allora, a chiedere come mai la spedizione del Pam, il Programma alimentare, su cui viaggiavano Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, non avesse una scorta adeguata. La zona, infatti, è teatro di frequenti scontri e massacri per le incursioni del vicino Ruanda che punta alle ricchezze minerarie del Congo.

L’ombra dei signori della guerra dietro la morte dell’ambasciatore Attanasio. Francesca Salvatore su Inside Over l'8 marzo 2021. Sono trascorse appena due settimane dall’omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio assieme al carabiniere Vito Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. Sulle prime, la strage ha generato ogni tipo di sospetto e ricostruzione senza peraltro mai abbandonare l’ipotesi dello “sfortunato incidente”, in una terra disgraziata dove le imboscate del banditismo locale sono all’ordine del giorno. Poi, ancora, lungo quella stessa strada, che corre dalla città di Goma verso Rutshuru e il Parco dei Virunga, il 2 marzo scorso è stato ucciso anche il magistrato Williams Mulahya Hassan Hussein, che aveva avviato indagini sull’agguato di pochi giorni prima. Da qui in poi credere alle sfortunate coincidenze è sempre più difficile, pur trattandosi di una realtà priva di qualsivoglia forma di rule of law.

L’ipotesi. A tirare fuori l’ipotesi che possano esserci dietro i cosiddetti “signori della guerra” è padre Filippo Ivardi Ganapini, direttore di Nigrizia: questi ultimi sarebbero legati all’occupazione da parte del Rwanda di parte del territorio congolese. Del resto, tutta l’area di Goma, capoluogo del Nord Kivu, è di fatto territorio ruandese, occupato sin dal lontano 1994. In prima battuta (a dire il vero appena tre ore dopo l’attentato) le autorità congolesi hanno accusato del massacro l’Fplr (Fronte patriottico di liberazione del Rwanda), il movimento di ribelli, in gran parte da hutu ruandesi, più numeroso nella zona. Ipotesi confermata in meno di 24 ore anche da Kigali. Secondo padre Ivardi “Fonti ruandesi, verificate nel dettaglio e confermate da diversi congolesi contattati, invitano a guardare oltre confine, verso il vicino Rwanda e si spingono ad affermare che l’ambasciatore italiano nella Rd Congo è stato assassinato nell’operazione “Milano””. Tale missione sarebbe stata approntata dalla guarnigione marina di Butotori dal colonnello Jean Claude Rusimbi, ex militare nella rivolta guidata da Laurent Nkunda, signore della guerra indagato dalla Corte internazionale per crimini contro l’umanità, oggi eminenza grigia dell’intelligence ruandese nella regione del Nord Kivu. Nella tesi dei missionari comboniani qualsiasi ricostruzione sull’omicidio Attanasio non deve lasciare spazio al caso e deve partire dall’analisi della personalità del diplomatico stesso: la voglia di andare a fondo nelle cose, la volontà di monitorare gli aiuti umanitari e il loro percorso, la volontà di approfondire e indagare sulle stragi che in Congo sono all’ordine del giorno. Un modus operandi che può facilmente avergli fatto acquisire delle informazioni scomode che gli sono costate la vita. Le sue visite regolari all’ospedale di Panzi per incontrare il dottor Mukwege, premio Nobel per la pace 2018 che chiedeva un Tribunale penale internazionale per il Congo, presumibilmente destavano sospetti. Il più grande di questi è che l’ambasciatore volesse visitare alcuni siti dove presumibilmente erano state seppellite vittime innocenti all’interno di fosse comuni disseminate nella provincia del Nord-Kivu, in cui si trovano i corpi delle vittime dei massacri perpetrati dalla Rdf attraverso la sudditanza delle milizie regolari RdC a Goma, quelle del National Congress for the Defence of the People (Cndp), l’unità Afdl ed il movimento M23. Dal timore di uno scandalo internazionale, sarebbe quindi maturata l’idea di inviare dei killer ben addestrati per ucciderlo. Alla testa dell’operazione, presumibilmente Paul Kagame, da 25 anni presidente del Rwanda, ras della regione dei Grandi Laghi.

L’ombra del Rwanda. Si tratterebbe della stessa sorte toccata nel 1996 al vescovo Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, il “Romero del Congo”, ai sacerdoti canadesi Guy Pinard and Claude Simard negli anni Novanta, o ai funzionari ONU Michael Sharp e Zaida Catalan uccisi barbaramente quattro anni fa nella regione di Kasai, nel centro del Paese, mentre indagavano su presunti abusi commessi da un gruppo di ribelli operativi nella zona. Tutti uomini e donne che, avendo scoperchiato verità inquietanti sulle vicende del Congo e del Rwanda, hanno pagato con la vita. Sta di fatto che il caso Attanasio ha riportato nuovamente il Congo all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale in una fase di pericoloso avvicinamento tra Kinshasa e Kigali, legato agli incontri bilaterali organizzati per affrontare le comuni minacce alla sicurezza nazionale. I due governi, guidati da Paul Kagame e Felix Tshisekedi, hanno posto l’accento sulla questione della sicurezza regionale, in particolare del Kivu, quale motore per un futuro sviluppo sostenibile dei due Paesi. Tshisekedi, proclamato vincitore alle presidenziali del dicembre 2018 (la cui attendibilità è ancora fortemente discussa), si è da tempo sbarazzato dell’alleanza pericolosa con l’ex uomo forte del Paese, Joseph Kabila, uomo di fiducia di Paul Kagame. Ergo, l’omicidio del nostro ambasciatore potrebbe essere un segnale -l’ennesimo- per urlare chi comanda davvero in Congo, con diritto di vita e di morte su chiunque. Sostiene ancora padre Ivardi, infatti, che accendere i riflettori sull’instabilità del Congo è lo strumento migliore per Kagame per giustificare lo sconfinamento delle sue milizie e per tenere le miniere congolesi in uno stato di perenne caos.

UN MESE DOPO. L'omicidio dell'ambasciatore Luca Attanasio in Congo: i sospetti sulla guerra fredda tra presidente e opposizione. Il capo dello stato Tshisekedi schierato con Stati Uniti e Francia contro il filocinese Kabila. I killer vestiti da poliziotti e la milizia M23 già accusata di massacri. Fabrizio Gatti su L'Espresso il 22 marzo 2021. A un mese esatto dall'omicidio dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista delle Nazioni Unite, Mustapha Milambo, l'unica certezza è la morte del procuratore militare che stava indagando sull'attacco: il maggiore Assani William, in servizio al Tribunale della guarnigione di Rutshuru nel Nord Kivu, è stato assassinato il 2 marzo mentre rientrava dalla città di Goma, dove aveva partecipato a una riunione per fare il punto sull'inchiesta. Qualcuno all'interno delle forze armate inviate nell'Est della Repubblica Democratica del Congo, di cui il magistrato era anche il revisore dei conti e quindi il controllore dei flussi di denaro, temeva il suo lavoro: una circostanza che rende meno probabile il coinvolgimento dei ribelli del Ruanda nell'attentato del 22 febbraio scorso e restringe i sospetti su reparti, milizie e ufficiali di esercito e polizia fedeli all'ex presidente filocinese Joseph Kabila. L'alleanza con Stati Uniti e Francia dell'attuale capo dello Stato, Félix Tshisekedi, con cui anche l'ambasciatore Attanasio manteneva ottime relazioni, così come gli altri diplomatici occidentali accreditati a Kinshasa, ha infatti aperto nell'ex colonia belga un nuovo clima da guerra fredda.

L'AMICO: LUCA NON SI OCCUPAVA DI MINIERE. Emanuele Gianmaria Fusi, amico fraterno dell'ambasciatore italiano, conferma a L'Espresso che Luca Attanasio, nel tempo libero, collaborava con l'associazione umanitaria della moglie Zakia Seddiki nel dare soccorso ai bambini di strada e alle donne di Kinshasa. Ma non si occupava di miniere, né dello sfruttamento di minori nella provincia di Goma. Lo stesso Fusi, titolare di un'impresa mineraria, non opera in Congo da circa due anni. «Non abbiamo al momento progetti attivi nella Repubblica Democratica», spiega l'imprenditore lombardo, «e l'ultimo era localizzato nei pressi di Matadi, a duemila chilometri di distanza dal Nord Kivu. Non siamo una multinazionale con budget miliardari, ma un'industria mineraria che opera nel rispetto dell'ambiente, dei diritti umani e del coinvolgimento delle realtà locali».

LE INDAGINI. Fusi in Italia è anche presidente di Novae Terrae, una fondazione che collabora con l'associazione Mama Sofia della signora Attanasio. «Ma non abbiamo mai finanziato Mama Sofia. Abbiamo il piacere di condividere alcuni progetti umanitari gestiti da soggetti terzi, ai quali abbiamo trasmesso direttamente i fondi raccolti. In un'altra occasione, l’ambasciatore mi aveva personalmente chiesto di interessarmi per il reperimento di un farmaco introvabile in Congo e molto difficile da ottenere anche in Italia, destinato alla cura di una ragazza congolese che versava in gravissime condizioni di salute. Dopo molte ricerche», aggiunge Fusi, «siamo riusciti a trovare il farmaco, grazie a una multinazionale farmaceutica coreana e lo abbiamo fatto arrivare in Congo, in modo che l’ambasciatore potesse consegnarlo ai medici congolesi che hanno in cura la ragazza. Cosa che ha fatto pochi giorni prima di lasciarci. Continuiamo a chiederci perché colpire una persona meravigliosa come Luca, ma ancora non troviamo risposte».

I SOSPETTI SU UFFICIALI E MILIZIE. Un testimone dell'attacco, in un video che riprendeva gli assassini in fuga, ha commentato le immagini con queste parole: «Si tolgono le divise e mettono quelle dei poliziotti». Solo qualche ufficiale dell'esercito e della polizia congolese poteva infatti sapere che il fuoristrada delle Nazioni Unite su cui viaggiava l'ambasciatore Attanasio non era blindato ed era appena partito da Goma senza scorta armata. È improbabile che nel giro di pochi minuti la notizia fosse già arrivata ai miliziani delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), la formazione accusata dalla versione ufficiale subito dopo l'attacco. È invece normale che il particolare fosse conosciuto a militari e poliziotti, tra i quali sono molti gli ufficiali rimasti fedeli all'ex presidente Kabila.

INCHIESTA. La mattina di lunedì 22 febbraio l'occasione era davvero inaspettata: un diplomatico occidentale, come tutti gli occidentali buon amico di Félix Tshisekedi, stava lasciando Goma senza alcuna protezione. Tshisekedi non è solo l'attuale presidente della Repubblica Democratica del Congo. Dal 6 febbraio è anche presidente di turno dell'Unione Africana, l'organizzazione internazionale che ha sede a Addis Abeba in Etiopia. Il sorprendente omicidio di un ambasciatore europeo doveva essere un attacco frontale all'immagine del nuovo potere che si sta consolidando a Kinshasa. Secondo i funzionari governativi che nella capitale sono convinti di questa ipotesi, l'obiettivo del commando non era quindi l'Italia. Luca Attanasio, 43 anni, Vittorio Iacovacci, 30, e Mustapha Milambo sono tre delle tante vittime del conflitto sotterraneo tra Kabila e Tshisekedi. «Non significa che l'ex presidente sia coinvolto», spiega una fonte a Kinshasa, «ma tra gli ufficiali e i miliziani finanziati di nascosto da Kabila, molti temono la perdita di potere del loro protettore. Stare all'opposizione, in questa parte dell'Africa, significa essere esclusi dagli affari che contano».

LO SGARBO DELL'AMBASCIATORE AMERICANO. Joseph Kabila, 49 anni, ha guidato la Rdc dal 2001 al 2019, dopo l'omicidio del padre presidente Laurent-Désiré Kabila. Dal 25 gennaio di due anni fa il vincitore delle elezioni, Félix Tshisekedi, ne ha preso il posto e ha accompagnato la prima transizione di governo senza particolari spargimenti di sangue. L'equilibro, garantito dalla nomina del premier e di alcuni ministri scelti tra gli esponenti del Fronte comune per il Congo di Kabila, è venuto meno il 29 gennaio di quest'anno con il voto di sfiducia da parte dell'Assemblea nazionale. Diversi parlamentari avevano infatti voltato le spalle all'Fcc dell'ex presidente. Joseph Kabila, molto gradito a Pechino, mantiene comunque il controllo sull'attività mineraria e continua ad avere un ampio sostegno tra gli ufficiali di esercito e polizia. Come fa notare la rivista “Jeune Afrique”, oggi il potere nella Repubblica Democratica del Congo è esercitato da cinque istituzioni: il presidente, il Parlamento, il governo, l'autorità giudiziaria e Mike Hammer. Il suo cognome in inglese significa martello: Michael Hammer è l'ambasciatore degli Stati Uniti a Kinshasa, nominato dall'amministrazione Trump e tuttora in carica, che durante il 2020 ha costantemente martellato l'alleanza tra Kabila e Tshisekedi. Una strategia che esclude dal dialogo l'Fcc dell'ex presidente. Ed è ovviamente ben accolta dall'attuale capo dello Stato. Il colpo definitivo risale al 22 ottobre scorso, quando gran parte degli ambasciatori di Stati Uniti e Unione Europea si sono incontrati con Félix Tshisekedi, dimostrando tacitamente il loro appoggio al nuovo corso che porterà presto il partito di Kabila all'opposizione. Lo stesso giorno Hammer ha annunciato lo stanziamento di altri sei milioni di dollari per il programma di distruzione di armi convenzionali nella Repubblica Democratica del Congo. «Da diciotto anni gli Stati Uniti cercano di promuovere la stabilità e la sicurezza, in particolare nell'Est del Congo», spiega l'ambasciatore americano: «Gli Stati Uniti hanno migliorato la sicurezza di ottantuno depositi di munizioni, addestrato circa duecento custodi e distrutto più di millesettecento tonnellate di munizioni e centottantamila armi in eccesso». Il sequestro e la distruzione di fucili d'assalto e ordigni è un'operazione necessaria al termine di ogni conflitto. Ma nei territori a Nord e a Sud di Goma questo significa disarmare anche i miliziani con cui la fazione di Kabila fa il suo gioco sfruttando il disordine. L'esercito privato più famoso si chiama M23 e già nel 2017 era stato accusato dall'organizzazione internazionale Human Rights Watch della morte indiscriminata di decine di civili, durante le proteste contro Joseph Kabila nei suoi ultimi mesi di mandato.

ANCHE LA FRANCIA SCENDE IN CAMPO. Le settimane che precedono la morte dell'ambasciatore Attanasio sono cruciali. Da gennaio, infatti, il presidente Félix Tshisekedi mostra apertamente di voler uscire dall'orbita cinese, dove il suo predecessore aveva condotto la Repubblica Democratica del Congo. La rinata collaborazione con gli Stati Uniti prevede ora percorsi di addestramento militare congiunto, l'autorizzazione ad attività della Cia sul campo e, in futuro, la possibile apertura di una base di Africom, il comando americano delle operazioni in Africa. Ma dove si muove Washington, la Francia non resta a guardare. Il 5 gennaio a Kinshasa l'ambasciatore François Pujolas ha inaugurato l'anno accademico della Scuola di guerra di Kinshasa: è il nuovo centro di addestramento che formerà i futuri comandanti congolesi, sotto lo stretto controllo di Parigi. L'obiettivo non è solo contrastare la Cina nelle future concessioni minerarie per coltan, cobalto, gas e petrolio, ma anche la sua penetrazione strategica nel cuore dell'Africa. Quattro giorni dopo l'attacco sulla strada tra Goma e Rutshuru, il presidente Tshisekedi ha infatti parlato al telefono con la vicepresidente americana Kamala Harris per quasi un'ora. «Entrambi sono d'accordo sulla necessità di collaborare per garantire la pace nell'Est della Repubblica Democratica del Congo e nella regione», conclude il suo comunicato Mike Hammer. Forse il 22 febbraio, sul piccolo convoglio delle Nazioni Unite con l'ambasciatore Attanasio e i suoi accompagnatori lasciati senza scorta, la nuova guerra fredda ha davvero sparato i suoi primi colpi.

L’importanza del ruolo dell’Italia in Africa. Mauro Indelicato su Inside Over il 13 marzo 2021. L’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio dello scorso 22 gennaio, ha riproposto al centro dell’attenzione il ruolo che il nostro Paese può rivestire in Africa. Il diplomatico, rimasto ucciso assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci a seguito di un agguato nella Repubblica Democratica del Congo, rappresentava l’Italia a Kinshasa e dunque nel cuore del continente africano. Una zona che forse all’opinione pubblica appare molto lontana, tanto a livello geografico quanto sotto il profilo dei nostri interessi nazionali. Ma in realtà è proprio qui, assieme ad altre aree dell’Africa, che convergono una serie di questioni delicate sotto il profilo politico ed economico in grado di riguardarci da vicino. Ed è proprio qui che l’Italia deve continuare ad esserci.

In che modo l’Italia è presente in Africa. Per provare a mantenere un ruolo di primo piano negli scenari internazionali più delicati, Roma deve continuare ad essere presente anche negli angoli solo apparentemente più remoti del continente africano. Luca Attanasio era in missione in una provincia, quale quella del North Kivu, funestata da anni di guerre, carestie e crisi sanitarie. Una zona instabile e dalle precarie condizioni di sicurezza, difficile anche da raggiungere. Eppure anche lì l’Italia era presente, in primis con il nostro ambasciatore ucciso poi nell’imboscata. Ma anche con diverse organizzazioni umanitarie che da anni operano nell’area. Quello del Congo è solo un esempio, reso molto attuale dalla tragedia che ha colpito Attanasio. Sono diversi i territori dove l’Italia è presente sotto varie forme. A partire proprio da quella diplomatica. Sono 25 le ambasciate italiane in Africa, l’ultima è stata aperta in Niger nel gennaio 2018. A Tripoli la sede della nostra rappresentanza diplomatica è l’unica realmente operativa tra quelle dei Paesi occidentali. Sono presenti poi diversi consolati sparsi in quasi tutti i Paesi africani. Una ragnatela di rappresentanze che rende bene l’idea dell’importanza per l’Italia di essere presente nel continente. C’è poi l’aspetto militare. In Africa i nostri soldati sono impegnati in diverse operazioni. Proprio in questi giorni in Mali dovrebbero arrivare membri delle forze armate italiane per avviare definitivamente la missione Takuba. Non molto distante, dal 2018 operano in Niger altri nostri militari in una missione volta all’addestramento delle forze locali. L’Italia nel Sahel è chiamata soprattutto a frenare le avanzate dei terroristi e dar manforte agli eserciti di questi Paesi nel contrasto all’immigrazione irregolare. Buona parte dei flussi migratori che arrivano in Libia hanno proprio nel Niger il principale snodo. Terrorismo e immigrazione sono alcuni dei principali interessi che riguardano da vicino il nostro Paese. Militari italiani sono presenti anche nel corno d’Africa, a partire dalla Somalia. A Gibuti è operativa la base Amedeo Guillet, a sostegno soprattutto delle operazioni anti pirateria. A largo delle coste del Benin, nello scorso mese di novembre, la fregata Federico Martinengo della Marina militare italiana è intervenuta per sventare l’attacco di pirati contro una nave cargo.

Gli investimenti del nostro Paese. Occorre sottolineare poi il lato economico. Secondo la United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), l’Italia è al sesto posto tra i Paesi che hanno maggiormente investito in Africa. Davanti al nostro Paese soltanto Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi. Gli investimenti diretti italiani nel continente dal 2018 in poi sono ammontati ad una media di 28 miliardi di Euro. A trainare l’Italia nella top ten di questa speciale classifica, sono soprattutto le operazioni di alcune grandi aziende operanti nel settore energetico. L’Eni ad esempio ha diversi stabilimenti in Libia, così come in Nigeria e in altri 12 Paesi africani. Proprio la società italiana nel 2015 si è resa protagonista della scoperta del giacimento di gas di Zohr, dirimpettaio alle coste egiziane e accreditato come il più grande del Mediterraneo. In Africa c’è anche la presenza di Enel, mentre in Etiopia la cosiddetta “Diga della rinascita” è stata costruita dalla Impregilo.

L’importanza della permanenza dell’Italia. Economia, petrolio, sicurezza, immigrazione, sono soltanto alcuni dei temi che giustificano una significativa presenza del nostro Paese in Africa. L’argomento quindi, specialmente dopo la morte di Luca Attanasio, è tornato ad essere tra quelli più centrali in tema di politica estera italiana: “La tragica morte dell’ambasciatore e del carabiniere – ha dichiarato nei giorni scorsi Carlo Fidanza, responsabile esteri di Fratelli d’Italia – ha riacceso i fari su un continente dimenticato dalla politica estera italiana. L’instabilità politica, lo sfruttamento neocoloniale, il ruolo crescente della Cina, l’espansione del radicalismo islamico, i fenomeni migratori impongono una maggiore attenzione da parte dell’Italia e dell’Europa. Ci auguriamo che alla Farnesina qualcuno decida di occuparsene”. A fargli eco la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: “L’Africa è un continente ricchissimo di materie prime, nonostante sia il più povero del mondo. Nessuna “transizione energetica” e “green economy” sarebbe possibile senza l’Africa ma il leader mondiale dell’estrazione e trasformazione dei metalli in materiale tecnologico è la Cina – si legge in una sua recente dichiarazioni – L’Africa è la più grande riserva mondiale del “nuovo petrolio”, consentire agli africani di godere della loro ricchezza è la chiave per inaugurare una nuova stagione di prosperità e libertà per tutti”. Interventi che potrebbero preludere, a margine dei tragici eventi che hanno riguardato il nostro ambasciatore in Congo, a una nuova fase di dibattito sul ruolo italiano nel continente africano.

I sospetti per la morte dell’ambasciatore italiano vengono interrogati. Agguato in Congo, arresti per l’omicidio di Attanasio e Iacovacci: “C’è un’organizzazione”. Redazione su Il Riformista il 22 Maggio 2021. L’indagine sull’attentato di Kibumba, in Congo, in cui morirono lo scorso 22 febbraio l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista del Programma alimentare mondiale Mustapha Milambo, porta ad una prima svolta. Le autorità della Repubblica democratica del Congo hanno arrestato alcuni sospettati, come riferito dal presidente congolese Felix Tshisekedi, citato dal sito di informazione Actualite. Le indagini comunque continueranno perché, ha spiegato Tshisekedi, “al di là di questi sospetti, c’è sicuramente un’organizzazione”. Gli autori dell’attacco in cui morirono Attanasio, Iacoavvi e Milambo, ha sottolineato ancora il presidente congolese, erano organizzati “in bande, sono banditi che intercettano e aggrediscono gli automobilisti sulla strada e che hanno sicuramente qualcuno che li guida. Questo è tutto ciò che dobbiamo mettere insieme e risalire come una catena”. All’inchiesta hanno collaborato i servizi italiani, ha aggiunto ancora Tshisekedi. L’ambasciatore Annatasio venne ucciso in un agguato nel parco nazionale dei Virunga, a nord di Goma, non lontano dal confine col Ruanda, mentre era assiema al carabiniere Iacovacci e all’autista. Il diplomatico, ferito all’addome, morì poco dopo all’ospedale Onu di Goma. “Conoscevo personalmente questo ambasciatore. È terribile. Sono rimasto davvero sconvolto dalla sua morte. Mi motiva di più a cercare sospetti e soprattutto a porre fine a queste sacche di violenza nella parte orientale del Paese”, ha sottolineato il presidente congolese, che attualmente si trova a Parigi in occasione della Conferenza per il sostegno alle economie africane. Al momento comunque la Procura di Roma non avrebbe ricevuto comunicazioni in merito.

Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 23 maggio 2021. Gli arresti a marzo di alcuni banditi nella Repubblica democratica del Congo sarebbero, almeno per le massime autorità locali, il primo passo per arrivare alla verità sull'assassinio dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, uccisi in un agguato mentre viaggiavano a bordo di un'auto del Programma alimentare mondiale (il Pam). A spiegare un possibile coinvolgimento di alcune persone, fermate due mesi fa, nell'omicidio dei nostri connazionali è lo stesso presidente congolese Félix Tshisekedi: «Ci sono sospetti che sono stati arrestati e vengono interrogati. al di là di questi sospetti, c'è sicuramente un'organizzazione». Tuttavia il peso che il capo di stato del Congo attribuisce agli uomini fermati dalla polizia del paese centro africano, in un'intervista rilasciata ieri, ha colto di sorpresa gli investigatori italiani, così come la Farnesina. Insomma da Roma quegli arresti non vengono considerati così decisivi come ritiene Kinshasa. Intanto Tshisekedi, nella sua analisi, ha evocato una possibile rete: «Sono banditi che intercettano e aggrediscono gli automobilisti sulla strada, organizzati in bande e che hanno sicuramente qualcuno che li guida. Questo è tutto ciò che dobbiamo mettere insieme per risalire agli altri anelli della catena».

LA DINAMICA. La mattina del 22 febbraio, Attanasio e Iacovacci stavano viaggiando sulla strada tra Goma e Rutshuru, in una regione del Paese africano - il Nord Kivu - da anni teatro di violenti scontri tra decine di milizie che si contendono il controllo del territorio e delle sue risorse naturali. Il diplomatico italiano avrebbe dovuto visitare un programma di distribuzione di cibo nelle scuole dell'agenzia dell'Onu, fresca di Nobel per la pace. Le due auto del Pam furono invece fermate a circa 15 chilometri da Goma, nei pressi di Nyiaragongo, nel parco nazionale di Virunga. A bloccarle un commando di sei persone che aprì il fuoco, prima sparando in aria, poi uccidendo l'autista. Gli assalitori avrebbero quindi portato il diplomatico e il carabiniere della scorta nella foresta dove esplose un conflitto a fuoco con una pattuglia di ranger e con forze dell'esercito locale.

CONFLITTO A FUOCO. Uno scontro nel quale Iacovacci e Attanasio rimasero colpiti a morte. Inutile per il diplomatico un disperato viaggio verso l'ospedale di Goma. Immediatamente il governo di Kinshasa aveva puntato il dito contro le Forze democratiche di liberazione del Ruanda, ribelli di etnia Hutu conosciuti per il genocidio del 1994, che hanno stabilito la loro roccaforte nell'area dell'agguato. Ma fin da subito la verità sulla morte dell'ambasciatore è sembrata nascondersi dietro una coltre sempre più fitta di affermazioni contraddittorie, di smentite, di rimpalli di responsabilità, in particolare su chi doveva proteggerlo e su chi aveva la responsabilità della sua sicurezza durante quell'ultimo viaggio. Poche settimane dopo la morte di Attanasio, in Congo è stato ucciso anche un magistrato militare che indagava sull'agguato, in un'imboscata sulla stessa strada Rutshuru-Goma.

LE TRE INDAGINI. Sono tre le indagini che in contemporanea cercano di fare luce sull'agguato del 22 febbraio: una del Dipartimento per la sicurezza delle Nazioni Unite, una della magistratura italiana, il pubblico ministero è Sergio Colaiocco, e l'ultima della Repubblica democratica del Congo. «Dobbiamo mettere tutti gli elementi in fila. Abbiamo la collaborazione dei servizi italiani e stiamo lavorando duramente», assicura Tshisekedi. Il presidente congolese quest' anno ricopre anche il ruolo di presidente ad interim dell'Unione africana. Adesso la notizia degli arresti sembra riaccendere la speranza di avvicinarsi ai colpevoli, o perlomeno di rispondere a qualcuno dei molti interrogativi che ancora avvolgono il destino del diplomatico italiano.

A che punto sono le inchieste sulla morte dell’ambasciatore Attanasio. Mauro Indelicato su Inside Over il 3 giugno 2021. Sono passati più di tre mesi da quando l’ambasciatore Luca Attanasio, nostro rappresentante diplomatico nella Repubblica Democratica del Congo, e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono deceduti a seguito di un agguato nella provincia del North Kivu. Assieme a loro è morto anche l’autista congolese Mustapha Milambo. Da allora è stato registrato soltanto qualche passo in avanti nelle indagini, ma gli assassini non hanno ancora né un nome e né un volto. Si è parlato nei giorni scorsi di sospetti, lo ha fatto in primo luogo il presidente congolese Félix Tshisekedi, ma il quadro non sembra abbastanza chiaro. Su quella tragica vicenda di recente è tornata nuovamente la politica. Il 14 maggio scorso infatti il vice ministro degli Esteri, Marina Sereni, ha risposto a un’interrogazione relativa alle responsabilità sulla sicurezza dell’ambasciatore. Le sue frasi hanno innescato non poche polemiche.

Il punto sulle tre indagini. L’agguato è scattato nella mattinata del 22 febbraio. L’ambasciatore Luca Attanasio stava viaggiando in un convoglio del Programma Alimentare Mondiale (Pam) da Goma, capoluogo del North Kivu, alla città di Rosthuru. Il mezzo con a bordo il rappresentante diplomatico, scortato dal carabiniere Vito Iacovacci, è stato raggiunto da alcuni colpi di arma da fuoco mentre percorreva la N2, la strada adiacente al Virunga National Park. Il militare di scorta sarebbe morto sul colpo, Attanasio invece almeno 50 minuti dopo rendendo vana la corsa nell’ospedale di Goma. Questo è il primo responso dato dalle autopsie. Da quel momento sono state aperte tre inchieste. La prima, già ufficialmente consegnata alle autorità italiane, è delle Nazioni Unite. L’evento a cui l’ambasciatore stava per partecipare era organizzato dal Pam, la quale è un’agenzia dell’Onu. Da qui l’apertura del fascicolo in seno al palazzo di Vetro. Il 20 marzo da qui è arrivata la notizia della conclusione delle indagini. Il fascicolo è stato messo a disposizione del nostro Paese, tuttavia i contenuti, su espressa richiesta dell’Onu, non devono essere divulgati per via della sensibilità di alcuni dati contenuti. C’è poi l’indagine in corso in Congo. E qui la situazione è ancora più delicata. Basti pensare che il primo magistrato congolese a prendere in mano l’inchiesta è stato assassinato il 5 marzo scorso, dunque due settimane dopo l’agguato fatale all’ambasciatore. Si chiamava William Assani e l’auto nel quale viaggiava, anche in questo caso da Goma a Rosthuru, è stata raggiunta da proiettili sparati lungo la N2. L’inchiesta però sta andando avanti. Ad oggi ci sono diversi punti chiave che hanno aiutato a capire quanto meno la dinamica dell’azione contro Attanasio. In particolare, l’assalto non è stato organizzato dai gruppi che da anni nella zona lottano per il controllo del territorio. Dunque, l’imboscata non è stata opera né delle Forze Democratiche Ruandesi (Fdlr), né dei miliziani jihadisti stanziati da diverso tempo più a nord del luogo dell’agguato. Ad agire invece sono state bande di criminali il cui unico scopo era rapire un occidentale a scopo estorsivo. Una circostanza confermata dallo stesso presidente Tshisekedi nei giorni scorsi durante un’intervista rilasciata sul sito Actualité: “Le indagini continuano – ha dichiarato il capo dello Stato congolese – sono stati arrestati alcuni sospetti: vengono interrogati e dietro di loro c’è sicuramente un’intera organizzazione. Sono banditi di strada organizzati in gang, sicuramente hanno chi li guida. Dobbiamo risalire a questa catena”. Gli arresti di cui ha parlato Tshisekedi però non sarebbero recenti ma, al contrario, risalirebbero al mese di marzo. Una precisazione resa nota da fonti governative italiane dopo l’intervista del presidente congolese. Il terzo fascicolo è stato aperto a Roma. Le indagini nella capitale sono coordinate dal procuratore Michele Prestipino, assieme ai pm Sergio Colaiocco e Alberto Pioletti. Agli atti è stata acquisita la testimonianza di un italiano superstite dell’agguato, ossia il vice direttore di Pam in Congo, Rocco Leone. Quest’ultimo ha raccontato del sequestro dell’ambasciatore e del tentativo di fuga di Attanasio coperto dal carabiniere Iacovacci. Sarebbero partiti proprio in quel frangente i colpi fatali a entrambi. A Roma si sta indagando su due binari: da un lato si sta provando a dare un nome e un volto agli assassini, dall’altro si sta affrontando la questione relativa alla sicurezza. Capire cioè se ci sono state falle nei sistemi di protezione del nostro ambasciatore.

Il discorso relativo alla sicurezza. Proprio la sicurezza sta rappresentando un fronte molto caldo. A livello investigativo, gli inquirenti si sono trovati davanti a un rebus: a chi faceva capo la responsabilità? In ballo potrebbe esserci il ministero degli Esteri. Ma al tempo stesso c’è chi ha puntato il dito contro il Pam e dunque l’Onu, visto che il convoglio era delle Nazioni Unite. Il Palazzo di Vetro potrebbe essere tirato in ballo anche per la presenza nella regione del North Kivu di migliaia di caschi blu della missione Monusco. Infine c’è la possibile responsabilità del governo locale. La questione non è semplice da risolvere: Farnesina, Onu e governo congolese hanno tre distinti protocolli di sicurezza, difficile comprendere in primo luogo quale doveva essere applicato. Sotto il profilo politico, a marzo sulla vicenda è stata presentata un’interrogazione al Senato da parte Claudio Barbaro e Isabella Rauti, esponenti di Fratelli d’Italia. I due hanno chiesto dettagli sui livelli di sicurezza del corpo diplomatico in Congo e sulle possibili responsabilità della morte di Attanasio. Per il governo a rispondere è stato il vice ministro degli Esteri Marina Sereni: “L’ambasciatore d’Italia a Kinshasa (Repubblica democratica del Congo) è la figura individuata quale datore di lavoro – si legge nella risposta pubblicata il 14 maggio – cui spettano, nell’ambito della propria autonomia gestionale e finanziaria, la valutazione dei rischi ed ogni opportuno intervento a mitigazione degli stessi, con pieni poteri organizzativi e di spesa”. Sereni ha fatto riferimento, tra le altre cose, anche al decreto del Presidente della Repubblica n. 54/2010, la norma che regola l’autonomia gestionale e finanziaria delle rappresentanze diplomatiche. La risposta data dalla rappresentante del governo ha innescato la reazione di Barbaro e Rauti: “La tesi sostenuta dal governo –si legge in una nota dei due senatori – è sconcertante, avvilente e denigratoria per memoria di due Servitori dello Stato. Le norme riportate a sostegno delle tesi in risposta, assegnano allo stesso Attanasio le responsabilità tipiche del datore di lavoro. È altresì da ricordare come lo stesso ambasciatore, nel novembre del 2018, chiese il rafforzamento del proprio assetto di protezione ravvicinata: come mai lo chiese se aveva ampi poteri decisionali e di spesa in materia di sicurezza?”.

(ANSA il 9 giugno 2021) C'è un primo indagato nell'indagine della Procura di Roma relativa alla morte dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, morti in Congo il 22 febbraio scorso. Si tratta di un funzionario del Programma alimentare mondiale (Pam) accusato di omesse cautele in relazione all'omicidio dei due italiani. L'indagato, cittadino congolese, era il responsabile della sicurezza del convoglio sul quale viaggiavano Attanasio e Iacovacci. L'iscrizione, effettuata dal procuratore Michele Prestipino e del sostituto Sergio Colaiocco, è avvenuta dopo l'audizione del funzionario. Il secondo filone di indagine, in cui si ipotizza il reato di tentativo di sequestro di persona con finalità di terrorismo, è al momento senza indagati. In base a quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno affidato gli accertamenti ai carabinieri del Ros, i due italiani sono morti nel corso di un conflitto a fuoco tra la banda di sei sequestratori, armati di kalashnikov e macete, e i Ranger del parco di Virunga, nella zona nord-est del Paese africano, intervenuti sul luogo. Attanasio e Iacovacci era stati prelevati dalla jeep dalla banda e portati all'interno della foresta. Dopo circa un chilometro l'intervento dei guardia parco e la sparatoria. Nel corso del conflitto il carabiniere Iacovacci tentò di allontanare l'ambasciatore dalla linea di fuoco ma i due rimasero uccisi dai proiettili sparati dagli assalitori.

Luigi Guelpa per “Il Giornale” il 10 giugno 2021. Potrebbe esserci una svolta nelle indagini della morte di Luca Attanasio, l'ambasciatore italiano in Congo trucidato lo scorso 22 febbraio insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci, e all'autista Mustapha Milambo. La procura di Roma ha infatti indagato un funzionario del World Food Programme, il Programma alimentare mondiale, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio. I pubblici ministeri contestano i reati di omesse cautele in relazione al delitto, secondo gli articoli 40 e 589 del codice penale. La formalizzazione dell'accusa è avvenuta dopo l'audizione del funzionario congolese, responsabile della sicurezza del convoglio dei due italiani. Gli accertamenti sulla vicenda, coordinati dal procuratore Michele Prestipino e seguiti dal pm Sergio Colaiocco, hanno portato dopo settimane di lavoro ad avere un quadro completo ed esauriente su quanto avvenuto in quella tragica mattina nei pressi della località di Nyiaragongo, nella regione del nord del Kivu. Sulla base di quanto riferito dai testimoni, e accertato dalle consulenze medico legali, i due italiani sono stati fermati e catturati in una zona del parco del Virunga e portati con la forza a un paio di chilometri di distanza. Prima però i guerriglieri hanno eliminato l'autista Milambo con un colpo alla testa. E mentre Attanasio e Iacovacci risalivano il primo tratto di una zona montuosa, sotto la minaccia di sei assalitori armati di mitragliatori kalashnikov e di machete, sono intervenuti i ranger del parco che hanno innescato un conflitto a fuoco con i rapitori. Iacovacci, che era di scorta, ha tentato fino all'ultimo di salvare Attanasio, sottraendolo alla linea di fuoco e facendo scudo con il proprio corpo. Una volta ucciso il carabiniere, e messi in difficoltà dall'intervento dai ranger, gli assalitori si sono dati alla fuga non prima di aver esploso alcuni colpi di arma da fuoco verso l'ambasciatore italiano, morto durante il disperato trasporto all'ospedale di Goma. Per quel che riguarda il filone dell'inchiesta sull'omicidio, i magistrati procedono per il reato di sequestro con finalità di terrorismo. Gli elementi a disposizione degli inquirenti sono però ancora pochi, nonostante lo scorso 22 maggio il presidente della repubblica Félix Tshisekedi dichiarò che i suoi uomini avevano «stretto le manette ai polsi di soggetti che hanno avuto un ruolo importante nella morte dell'ambasciatore italiano». Il funzionario del World Food Programme, che era responsabile della sicurezza, non sarebbe al momento coinvolto nell'imboscata di Nyiaragongo. L'uomo, un cittadino congolese, non avrebbe curato con la dovuta attenzione il sistema di sicurezza e per questo è accusato di omesse cautele in relazione all'omicidio dei due italiani e del loro autista. Non si escludono però a questo punto nuovi colpi di scena nelle indagini, soprattutto dopo quanto dichiarato nei giorni scorsi dal ministro degli interni congolese Daniel Aselo Okito, convinto che Attanasio sia stato tradito da qualcuno del suo staff. «I malviventi conoscevano molto bene non soltanto il tragitto del convoglio diplomatico - ha rivelato alla tv RTNC - ma anche l'orario esatto in cui sarebbe caduto nell'imboscata. É chiaro che qualcuno ha parlato in cambio di denaro». Anche gli inquirenti congolesi sono convinti, al di là di quale gruppo sia responsabile dell'assalto, che si sia trattato di tentativo di sequestro e non di rapina finita male.

Da liberoquotidiano.it il 13 luglio 2021. Michele Colosio, volontario italiano di 42 anni, è stato ucciso con quattro colpi di pistola a San Cristobal de Las Casas, in Chiapas, Messico. Lo riporta il Giornale di Brescia. L'uomo, originario di Borgosatollo (in provincia di Brescia) sarebbe stato ucciso mentre andava a fare la spesa a pochi passi da casa. Colosio (nella foto pubblicata sul GdB) da una decina d'anni faceva la spola tra il suo Paese, dove è sempre rimasto residente, e il Messico in cui aveva avviato dei progetti di cooperazione. Da una prima ricostruzione sembrerebbe che a sparare sia stato un motociclista. Non è ancora chiaro, però, se sia trattato di un tentativo di rapina finito male o di un agguato in piena regola. Il volontario pare sia stato subito soccorso e trasportato in ospedale ma le ferite riportate sarebbero state troppo gravi. Ex tecnico di radiologia agli Spedali civili di Brescia, aveva lasciato tutto per dedicarsi a un piccolo podere in Messico in cui allevava animali da cortile e progettava interventi per l'istruzione dei bambini poveri del posto.  Colosio, come rivela El Coleto Informa, aveva fatto di tutto: artigiano, pastore di capre, contadino, meccanico di biciclette, ed era convinto che il suo compito fosse quello di darsi da fare per aiutare gli altri. "Non meritava di fare questa fine, era andato là solo per fare del bene", ha detto Daniela Stanga, la madre di Michele. La donna, che vive ancora a Brescia, vorrebbe raggiungere il Messico nelle prossime ore ed è attualmente in contatto con le autorità per il rientro della salma di suo figlio. 

Chiara Baldi per "la Stampa" il 14 luglio 2021. Michele Colosio aveva scelto il Messico ormai dieci anni fa. Non per una ragione precisa, raccontano gli amici della comunità italiana in Chiapas, ma perché lì si sentiva a casa: certo, il movimento zapatista lo aveva affascinato, ma era stata più la casualità a portarlo tra le montagne. Domenica sera «Miguel» - così ormai lo chiamavano tutti, sia nel paese che lo aveva adottato che in quello d'origine, Borgosatollo, novemila abitanti in provincia di Brescia - è stato freddato con quattro colpi di pistola da un uomo in sella a una moto mentre tornava a casa dopo la partita degli Europei. Forse una rapina - anche se a sparire è stato solo un «vecchio cellulare senza valore» - o forse perché i confini di quel terreno che Colosio, ex radiologo degli Spedali Civili di Brescia, aveva acquistato per allevare capre e costruire casette ecologiche, davano fastidio ai contadini indigeni «che qui si ammazzano per un nonnulla», raccontano gli amici messicani. Della vicenda si sta occupando il ministero degli Esteri: «L'Ambasciata italiana a Città del Messico è in contatto sia con le autorità di polizia messicane per seguire lo sviluppo della vicenda, sia con i familiari della vittima, a cui sta prestando la massima assistenza». Mentre ieri sera la Casa di accoglienza Yi' bel Ik' «Raiz del Viento» di San Cristobal, per cui Colosio aveva prestato servizio come volontario, ha organizzato una veglia in suo ricordo: «La bontà del suo cuore lo aveva avvicinato alla nostra comunità, perché Michele era convinto di dover dare, dover aiutare tante persone, senza distinzione di lingue, confini e colore della pelle» ha scritto l'associazione su Facebook. «Miguel - hanno spiegato - è morto in seguito a un'aggressione, una delle tante che si verificano quotidianamente nella "Città Magica" di San Cristobal, località in balia di tanti gruppi armati (criminalità comune, organizzata, narcotrafficanti, gruppi d'assalto e paramilitari, sicari in uniforme) che agiscono grazie alla complicità di tutti i governi e alla corruzione di tutte le forze di polizia. Il marciume istituzionale, la povertà diffusa e l'impunità hanno trasformato questa bellissima città nell'ennesimo inferno fra le migliaia esistenti in questo Paese ferito». Ma proprio in quel paese Colosio voleva costruire il suo futuro: un podere in cui allevare capre, alcuni piccoli bungalow da affittare, la passione per la natura, la vita da vivere un po' alla giornata. A Borgosatollo vive ancora la madre. «Non meritava di fare questa fine, era andato là solo per fare del bene», ha detto Daniela Stanga, che in Chiapas era volata più volte per andare a trovare il figlio. Ma a piangere Colosio nel paese in cui l'uomo era nato, sono in molti. Il sindaco Giacomo Marniga lo ricorda come «uomo bono», mentre gli amici hanno voluto scrivere una lunga mail per ricordarlo. «La tua bontà e allegria - scrive Davide - sono sempre stati contagiosi. Hai dedicato questi anni della tua vita alle tante persone in difficoltà che incontravi sulla sua strada. Non sarai dimenticato e resterai un esempio per tanti». Pierlaura e Andrea raccontano invece della sua vitalità: «Miguel, arrivavi sempre all'improvviso come un tornado e con i tuoi racconti di mille avventure e le grandi risate il tempo rallentava, facevi dimenticare a chiunque lo stress e la routine. Il tuo pandino a metano, il viola, la bicicletta, il coraggio e la libertà di viaggiare e poter cambiare sempre. Dicevi che a casa nostra un bicchiere di vino per te c'era sempre. E se casa nostra esiste è anche merito tuo. Berremo sempre un po' di rosso alla tua salute».

Cristiana Mangani per il Messaggero il 17 luglio 2021. Una esecuzione: quattro colpi sparati a distanza ravvicinata. La morte di Michele Colosio, il volontario italiano che viveva e lavorava a San Cristobal de las Casas, in Chiapas (Messico), non è stata causata da una rapina. Le indagini della polizia messicana stanno prendendo una pista ben diversa dall'assalto per il furto di qualche soldo, sebbene in quelle zone si uccida per molto meno. Colosio, 42 anni, tecnico radiologo, nato a Borgosatollo nel bresciano, si occupava di cooperazione e collaborava con la Casa de salud comunitaria Yì Bel ik- Raiz del Viento.

I KILLER L'agguato è avvenuto la sera dell'11 luglio scorso, dopo la vittoria dell'Italia ai Campionati europei. Colosio si era recato in un negozio per fare un po' di spesa, quando è stato avvicinato nei pressi della propria abitazione da una o più persone, che sono arrivate forse a bordo di uno scooter, e potrebbero avergli detto qualcosa prima di cominciare a sparare. Il volontario è stato colpito frontalmente in diverse parti del corpo (all'addome, a una gamba, al torace). Karla Concepciòn Alcazar Velàsquez, ex moglie della vittima, ha ricevuto l'autorizzazione a ritirare la salma per farla cremare, ma l'operazione è stata bloccata dal vice Procuratore incaricato dell'inchiesta, Rene Daniel Gordllo Zavareta, visto che le indagini sono ancora aperte e potrebbe essere necessario effettuare qualche altro accertamento sul cadavere. La salma è ora nell'obitorio di Tuxtla Gutierrez, Capitale del Chiapas, in attesa delle decisioni delle Autorità competenti. Dalle prime indagini, l'esecuzione non sembra essere legata all'attività di volontariato di Colosio all'interno della Casa de salud comunitaria che, subito dopo il delitto aveva dedicato un post sui social alla vittima, insistendo sul fatto che in quella zona del mondo le bande criminali e i narcotrafficanti la fanno da padroni. E che Colosio era stato certamente assassinato durante una rapina finita male. La dinamica dell'omicidio, comunque, non è ancora chiara, si sta lavorando alla ricerca di un movente. Qualcuno potrebbe averlo ucciso per il suo impegno nella tutela degli ultimi e nella lotta alle ingiustizie. Colosio potrebbe aver dato fastidio a qualcuno con la sua attività di pastore e contadino, e anche con i suoi progetti legati ai bambini. «Non meritava di fare questa fine, era andato lì solo per fare del bene - si sfoga Daniela Stanga, la madre di Michele -. Era uscito di casa per fare delle compere in un negozio poco distante. Erano circa le 22, l'alba qui da noi. Qualcuno gli si è avvicinato e lo ha aggredito a colpi di pistola». I magistrati locali sembrano orientati a una esecuzione e non a una tentata rapina, proprio per le modalità in cui si è svolto l'agguato. Nella zona non sembrano esserci telecamere attive, anche se si sta cercando di fare ogni verifica su possibili testimoni e immagini. 

IL NARCOTRAFFICO In quell'area del Chiapas c'è una forte presenza di cartelli del narcotraffico, e in particolare il Cartello di Sinaloa, che detiene il pieno controllo della zona al confine con il Guatemala; il Cartello Jalisco Nueva Generación, che si estende fino alla costa sud-occidentale; e il Cartello del Golfo, che detiene il controllo della zona che si estende dal pacifico al confine con Oaxaca e alla parte meridionale di Veracruz. Nell'area della capitale Tuxla Gutiérrez domina il Cartello Los Zetas. E il 7 luglio scorso un gruppo armato di circa 80 persone è entrato nel Comune e ha bloccato l'autostrada Chenalhó-Pantelhó. Anche la procura di Roma ha aperto un'inchiesta per omicidio ed è in attesa delle informative dei carabinieri del Ros. Il fascicolo è seguito direttamente dal procuratore Michele Prestipino ed è al momento contro ignoti.

Dagotraduzione da La Prensa il 10 luglio 2021. Giorgio Scanu «era un uomo molto sensibile e arrabbiato» secondo i residenti di Santa Ana de Yusguare, Choluteca, nel sud dell’Honduras. L’italiano, linciato dalla folla, «parlava con la gente ma allo stesso tempo era un uomo dal carattere forte, molto arrabbiato. Non gli piaceva quando uno passava vicino a casa sua» ha detto ai media Dayanara Soriano, residente. Alcuni hanno raccontato che aveva vissuto in quella comunità per circa due anni, si era sposato e aveva due figli. «Ma la famiglia è andata a vivere a Tegucigalpa, e lui è rimasto solo. A volte i bambini venivano a trovarlo nei fine settimana» ha aggiunto Soriano. Secondo la ricostruzione la folla avrebbe linciato Scanu perché avrebbe messo fine recentemente alla vita di un anziano residente, Juan de Dios Flores. Ma per i cittadini, l’italiano si è tolto la vita. «Era un uomo che non scherzava con nessuno, due anni fa girava per le strade raccogliendo spazzatura. Aveva una famiglia, ma viveva da sola in una casetta sotto il ponte, si alzava presto per spazzare in un’azienda alimentare dove gli davano da mangiare». «Quel giorno ha iniziato a pulire il giardino dell’italiano, che era trascurato, e lì è iniziato il problema». 

Da "La Stampa" il 13 luglio 2021. La polizia dell'Honduras ha arrestato almeno cinque persone sospettate di aver preso parte al linciaggio e all'uccisione dell'italiano Giorgio Scanu, che ha coinvolto circa 600 persone armate di machete, bastoni e pietre a Santa Ana de Yusquare, nel sud del Paese centroamericano. Lo rende noto oggi il governo di Tegucigalpa, citato dall'agenzia Reuters sul proprio sito. Gli arrestati - prelevati ieri dalla polizia, hanno fra i 19 e i 55 anni. La folla inferocita accusava Scanu di aver pestato a morte e ucciso un anziano vicino di casa dopo un litigio. 

Sara Gandolfi per il “Corriere della Sera” il 10 luglio 2021. L'hanno ammazzato come un topo appestato, un serpente da schiacciare con ogni mezzo possibile. Giorgio Scanu, 66 anni, è stato linciato giovedì in Honduras a colpi di bastoni, machete e pietre, sotto gli occhi di poliziotti terrorizzati dalla ferocia del branco, e davanti alle telecamere dei cellulari, che hanno rilanciato in tempo reale la lapidazione in Rete. Erano in 600, contro un uomo solo e disarmato. Ieri sono stati arrestati cinque sospetti - quattro fra i 19 e i 27 anni e uno di 55. Nei video, orribili, che circolano online si vedono chiaramente i volti degli assassini. D'altronde, nello Stato centro-americano, il 90% degli omicidi resta impunito. Il Medio Evo ai tempi dei social network ha da ieri le sue immagini. Sono state girare nel quartiere Los Mangos a Santa Ana de Yusguare, villaggio ad un'ottantina di chilometri dalla capitale Tegucigalpa, verso l'Oceano Pacifico. Sarebbe un luogo bellissimo in cui vivere, l'Honduras. Se non fosse anche il terzo Paese più pericoloso dell'America Latina, secondo la classifica di "Insight Crime", dopo Giamaica e Venezuela: 37,6 assassinii ogni 100.000 abitanti. Una delle ultime vittime è Giorgio Scanu, che da oltre vent' anni aveva lasciato la Sardegna e la famiglia per trasferirsi in America Centrale dove aveva avuto altri due figli da una honduregna che però ora non viveva più con lui. L'uomo ha tentato di sottrarsi alla furia di chi lo voleva morto. Nei filmati, crudissimi, del suo linciaggio, lo si vede rattrappito sotto una stufa nel cortile di casa sua, in cerca di un nascondiglio inesistente mentre intorno urlavano «Uccidi quel cane, uccidilo!». Scanu chiede aiuto e pietà, invano. I quattro poliziotti accorsi per sedare la folla si limitano a bloccare la porta per impedire ad altri di entrare. In un altro spezzone di video, l'italiano è steso a terra, le gambe coperte di sangue, ormai agonizzante. Un uomo dà il colpo di grazia lasciando cadere una grossa pietra sulla sua faccia. Accanto a lui c'è un poliziotto, immobile. Quindi la torma ha dato fuoco alla casa e all'auto di Scanu e se n'è andata. L'italiano è morto in ospedale. Il procuratore del dipartimento di Choluteca ha aperto un'inchiesta e ha dichiarato che i poliziotti «hanno agito in modo negligente». La Farnesina sta seguendo il caso attraverso l'ambasciata italiana in Guatemala. Perché è stato ucciso forse non si saprà mai del tutto. I giornali locali riferiscono la versione degli abitanti di Yusguare: Scanu non piaceva a molti, era noto per i suoi scatti d'ira, ma la miccia della violenza di massa sarebbe stato l'omicidio di un anziano del posto: una telecamera privata, scrive il quotidiano E l Heraldo , mercoledì avrebbe ripreso Scanu mentre uccideva a sassate Juan de Dios Flores, un anziano del quartiere, forse ubriaco, colpevole di aver tagliato una pianta del suo giardino. Il giorno dopo, i parenti di Dios Flores sarebbero andati al comando di polizia chiedendo di arrestare "lo straniero" e di fronte al rifiuto degli agenti avrebbero raccolto centinaia di conoscenti, per "vendicarsi". Una versione che le autorità non hanno confermato, fino a ieri sera. Mauricio Turcios, sindaco di Yusguare, ha però difeso il suo villaggio «tan tranquilo, tan noble», dichiarando a El Heraldo che Scanu in passato «aveva già colpito un ragazzo e non permetteva a nessuno di passare sul marciapiede davanti alla sua casa... era proibito, e la gente del posto pensava che la polizia non facesse abbastanza per proteggerli dalla sua rabbia». Nel poverissimo Honduras, reso ancora più miserabile dalla pandemia, la vita vale davvero poco. La criminalità organizzata che gestisce anche il traffico di droga dal Sudamerica agli Stati Uniti è responsabile del 65% delle morti violente. E poi ci sono le faide fra gang - le famigerate Mara Salvatrucha (MS13) e Barrio 18 - per il controllo del racket. Mai, però, si era vista un'aggressione di massa così brutale, in un paesino di 10.000 abitanti dove in 600, fra cui donne e minori, d'improvviso si sono sentiti tutti giustizieri.

Alberto Pinna per il “Corriere della Sera” il 13 luglio 2021. Il migliore amico ancora non ci crede. «Giorgio ha ucciso il suo vicino di casa? Lo escludo assolutamente, la violenza non era nel suo modo di essere. Che cerchino la verità. È stato ammazzato con ferocia barbara. Una folla contro un uomo solo e indifeso». Efisio Cau e Giorgio Scanu, coetanei, si erano visti l'ultima volta poco più di tre anni fa, ma si sentivano spesso al telefono. «L'ultima volta mi ha detto che voleva aprire un ristorante a Tegucigalpa. "Ti aspetto, penso a tutto io: quando vuoi venire, ti mando il biglietto dell'aereo". Era in pensione, mi voleva come suo socio, aveva molti progetti». Giorgio Scanu era andato via dalla Sardegna più di 20 anni fa, addirittura quasi 30, dicono a Santa Giusta, centro che è praticamente periferia di Oristano, direzione Cagliari. Era nato a Donigala, una frazione vicina, si era spostato di qualche chilometro. Un primo matrimonio durato pochi mesi, giusto per veder nascere un figlio, il lavoro - apprezzato - come tecnico di telefonia. Ma poi alla Sirti, società che eseguiva appalti per Telecom Italia, è arrivata la crisi e la cassa integrazione. E lui aveva conoscenze a Deutsche Telekom. Gli hanno proposto di trasferirsi in Centro America, ha fatto le valigie ed è partito. Nel suo passato anche anni da calciatore, prima e seconda categoria, campionato dilettanti, fino alle partitelle fra amatori, fama di «mastino» come difensore laterale. «È vero, lo chiamavano Terrore - ricordano Sergio Vacca e Tino Melis, che si sono occupati delle squadre nelle quali ha giocato: Milis, Nurachi, Riola, paesi dell'Oristanese - perché in campo era deciso, gli attaccanti avversari giravano al largo. Giocava duro ma corretto. Ed era rispettato. La passione per il calcio l'ha sempre avuta. Ha dovuto smettere di giocare un po' per l'età e per qualche guaio muscolare. Ha voluto tentare anche come allenatore. Era duro anche con i suoi giocatori, pretendeva disciplina. È partito dicendo: il calcio mi mancherà». I primi anni da emigrato sono stati duri. Trasferte lunghe, sedi disagiate. Proposte di lavoro in Guatemala, possibilità di trasferirsi in Brasile. Ma ormai nell'Honduras si era rifatto una vita, nuovo matrimonio e due figli. «Certo, qui è tutta un'altra mentalità, l'Italia e la Sardegna sono un'altra cosa». Ogni tanto un po' di nostalgia. Nel 2005 qualche settimana di vacanza in Sardegna e una tentazione. Ma aveva subito rinunciato: «Sono ormai vicino alla pensione e vedo che qui non c'è lavoro. Che cosa ritorno a fare?».

(ANSA il 2 giugno 2021) "Spero in una soluzione rapida e serena per tutti, soprattutto per lui, per la sua famiglia e per i suoi amici". Così il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, all'ANSA, sul rapimento ad Haiti dell'ingegnere Vanni Calì, che per diversi anni, dal 1995, è stato assessore della giunta della Provincia di Catania, di cui era il Presidente. "E' stato in quegli anni - ricorda Musumeci - un grande assessore e un ottimo dirigente. Ha studiato a Catania e si è perfezionato al Politecnico di Torino, un professionista di altissimo livello, che si è formato lavorando nelle più grandi imprese di livello internazionale. Sono vicino alla sua famiglia - conclude il governatore - e spero con tutto il cuore che si arrivi a una soluzione serena per tutti e in tempi rapidi".

Mario Barresi per lasicilia.it il 2 giugno 2021. È quella di Vanni Calì, 74 anni, ingegnere conosciutissimo a Catania, l’identità dell’italiano rapito ad Haiti. Rapito ieri mattina nel cantiere dove stava lavorando, era lì per conto della ditta romana di costruzioni Bonifica Spa: si stava occupando della costruzione di una strada. Il rapimento sarebbe da ricondurre a scopi estorsivi, secondo quanto è trapelato ieri sera da fonti informate. La notizia è stata confermata dalla Farnesina. Insieme all’ingegnere siciliano sembra che ci fosse anche un altro tecnico, di cui per ora si ignora la nazionalità, che potrebbe essere stato anch’egli sequestrato, sebbene al riguardo non ci siano conferme. Haiti, uno fra i Paesi più poveri al mondo le cui condizioni si sono aggravate esponenzialmente con il terremoto del 2010, ha visto crescere negli ultimi anni la piaga dei sequestri a scopo di riscatto: 243 nel solo 2020, rispetto ai 78 dell’anno precedente. Fra i casi più recenti e clamorosi, il sequestro l'11 aprile di sette religiosi cattolici, tutti prelevati a forza da un albergo della capitale Port-au-Prince: tre preti e una suora haitiani, un sacerdote e una suora francesi, per i quali è stato chiesto il pagamento di un milione di dollari. Calì è responsabile della posa dell'asfalto sulla strada che collega i dipartimenti del Centro e del Nord di Haiti, sarebbe stato sequestrato da una nota gang locale chiamata “400 Mawozo”. Lo indicano fonti informate ad Haiti. Il sequestro, aggiungono, sarebbe avvenuto in una località chiamata Croix des Bouquets, un comune dell'entroterra non distante dalla capitale Port-au-Prince. Apprensione e paura a Catania, città dove il professionista è molto stimato. Laurea sotto il Vulcano e specializzazione al Politecnico di Torino, Calì ha alternato ruoli professionali in aziende (fu dirigente della Cogei e capo missione in Togo per la Staim) a incarichi dirigenziali. Fu anche assessore ai Lavori pubblici nella giunta dell’allora presidente della Provincia, Nello Musumeci, ma restò come esperto e consulente tecnico anche col successore Giuseppe Castiglione. Politicamente di destra (molto vicino a Enzo Trantino), alla Provincia l’ingegnere Calì è stato dirigente (Pianificazione territoriale, Protezione civile e Trasporti) per un decennio, fino al 2011. Prima di tornare in campo da “professionista imprenditore”, come ama definirsi, con una società di costruzioni specializzata in lavori all’estero. La famiglia, ovviamente, è stata avvisata dalla Farnesina. Ed è chiusa in un comprensibile silenzio, all’insegna della paura. Ma anche della speranza. «Haiti sta vivendo un’esplosione di rapimenti ed una condizione di insicurezza che condiziona tutta la popolazione», ha osservato l’ambasciatore d’Italia a Panama Massimo Ambrosetti, responsabile anche per Haiti, per il quale la tipologia di questo rapimento è senz'altro la stessa di quella vista nei casi già avvenuti, ossia a scopo di estorsione.

Il 74enne è stato assessore di Musumeci in Sicilia. Chi è Giovanni “Vanni” Calì, l’ingegnere italiano rapito ad Haiti: “Chiesti 500mila dollari”. Vito Califano su Il Riformista il 2 Giugno 2021. Si chiama Giovanni Calì l’ingegnere italiano sequestrato ad Haiti. Quando ieri è stata data la notizia, l’identità dell’uomo non era stata resa nota. Si tratta del 74enne tecnico siciliano, originario di Catania. Per la sua liberazione sarebbe stata chiesta la cifra di 500mila dollari. Giovanni detto “Vanni” sarebbe stato rapito insieme con un cittadino haitiano. L’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri lavora sul caso. “Vanni” Calì è un ingegnere che lavora per la ditta romana di costruzioni Bonifica Spa. A rendere noto il suo nome il quotidiano La Sicilia. Calì è stato assessore ai Lavori pubblici alla Provincia di Catania, dal 1995, guidata in quegli anni dall’attuale Presidente della Regione Nello Musumeci. Successivamente l’ingegnere è stato mobility manager della Provincia. Calì si è laureato a Catania, si è specializzato al Politecnico di Torino, è stato dirigente della Cogei e capo missione della Staim. Quindi sub-commissario per l’emergenza cenere lavica durante l’eruzione dell’Etna del 2002. Con la Provincia ha collaborato come consulente tecnico e come dirigente di Pianificazione Territoriale, Protezione Civile e Trasporti per un decennio, fino al 2011. Calì è molto noto a Catania e in Sicilia. “È stato in quegli anni un grande assessore e un ottimo dirigente. Ha studiato a Catania e si è perfezionato al Politecnico di Torino, un professionista di altissimo livello, che si è formato lavorando nelle più grandi imprese di livello internazionale. Sono vicino alla sua famiglia e spero con tutto il cuore che si arrivi a una soluzione serena per tutti e in tempi rapidi”, ha dichiarato Musumeci. A essere contattata per il riscatto la famiglia del cittadino haitiano catturato con l’ingegnere. Quando è stato rapito Calì stava compiendo dei rilievi a Tabarre, un distretto di Port-au-Princ,e per la costruzione di un’autostrada. La pista del sequestro è stata fin dall’inizio quella più accreditata. Questo tipo di azioni sono molto frequenti nel Paese caraibico, dove nel solo 2020 sono stati registrati 243 sequestri. A inizio aprile il prelievo, che ha sconvolto il Paese, di sette religiosi cattolici francesi da un albergo della capitale, quindi liberati il 30 aprile. Per questi era stato chiesto un riscatto da un milione di dollari; non è stato mai chiarito se sia stato saldato. La vicenda ha provocato le dimissioni del premier Joseph Jouthe, sostituito da Claude Joseph. I sospetti si sarebbero mossi in direzione di una gang locale nota come 400 Mawozo. I rapimenti sono così comuni ad Haiti che i familiari delle vittime spesso ormai rivolgono appelli attraverso le radio per invitare i rapinatori a non fare del male ai sequestrati e per far partire delle collette.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Ad annunciarlo la Farnesina: non sono noti i dettagli. Haiti, liberato l’ingegnere Giovanni Calì dopo 22 giorni di sequestro. Redazione su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Dopo 22 giorni di prigionia, è stato rilasciato Giovanni Calì, l’ingegnere italiano di 74 anni, originario di Catania, sequestrato ad Haiti da una banda di criminali comuni. Ad annunciarlo è la Farnesina che in una nota ricorda che “il nostro connazionale era stato prelevato presso il cantiere dove lavorava da un gruppo criminale locale. La liberazione, dopo soli 22 giorni, è stata possibile grazie al lavoro quotidiano della nostra intelligence e dell’Unità di Crisi della Farnesina, che ha mantenuto giorno dopo giorno i contatti con la famiglia in Sicilia”, si legge. “Grazie alla nostra intelligence e all’Unità di Crisi del ministero degli Esteri”, ha commentato il titolare del Dicastero Luigi di Maio, in un tweet pubblicato in piena notte. Calì era ad Haiti per conto della ditta di costruzioni Bonifica Spa, con sede a Roma, e si stava occupando della costruzione di una strada. Sin dal primo momento gli inquirenti seguirono la pista del rapimento a scopo di riscatto, una attività illecita molto diffusa nel Paese, basti pensare che nel 2020 sono stati ben 243 i sequestri a scopo estorsivo. In particolare si pensò alla gang 400 Mawozo, già responsabile, secondo le forze dell’ordine di Haiti, del rapimento di sette religiosi cattolici a Port-au-Prince. L’ipotesi della richiesta di riscatto era di circa 500mila dollari. Al momento non sono chiari i dettagli del rilascio di Calì.

PREMIO “PIETRO ANTONIO COLAZZO, UN NOSTRO EROE”. Il Corriere del Giorno il 22 Marzo 2021. Il Premio “Pietro Antonio Colazzo, un nostro eroe”, è dedicato all’agente ucciso in Afghanistan il 26 febbraio 2010, con l’obiettivo di rendere omaggio ad un professionista della Comunità intelligence nazionale che ha compiuto l’estremo sacrificio operando a servizio del Paese. In concomitanza con la celebrazione della “Giornata della Memoria dei Caduti dei Servizi di informazione per la sicurezza”, istituita con Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 marzo 2017, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) lancia un’iniziativa volta a sensibilizzare l’opinione pubblica ed in particolare i giovani sull’eredità morale dei Caduti dell’Intelligence, nonché ad accrescere la consapevolezza sulla missione istituzionale del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. E’ indetto, a tal fine, il Premio “Pietro Antonio Colazzo, un nostro eroe”, dedicato all’agente ucciso in Afghanistan il 26 febbraio 2010, con l’obiettivo di rendere omaggio ad un professionista della Comunità intelligence nazionale che ha compiuto l’estremo sacrificio operando a servizio del Paese. Pietro Antonio Colazzo, era il numero due dell’AISE in Afghanistan, la struttura italiana di servizi segreti che si occupa della sicurezza esterna. Colazzo originario di Galatina (Lecce), era considerato ufficialmente Consigliere diplomatico. Gli spararono dopo che aveva dato l’allarme e salvato 4 italiani. Perse la vita il 26 febbraio del 2010, in un attacco Taliban che seminò il terrore per quattro ore consecutive a Kabul, provocando un totale di 18 morti e oltre 30 feriti. Dopo che alcuni attentatori suicidi si fecero esplodere all’ingresso di tre alberghi, notoriamente frequentati da stranieri e considerati simboli della rinascita di Kabul, il resto del commando irruppe negli stabili aprendo il fuoco. All’interno di uno degli hotel presi di mira c’era anche Pietro Antonio Colazzo, profondo conoscitore del dari, uno dei dialetti afghani, che si muoveva nel Paese con grande facilità e non comune competenza. Il bando prevede la possibilità di partecipare con un “racconto breve” o un “soggetto originale”, liberamente ispirati alla figura di Pietro Antonio Colazzo, immaginandone il percorso umano e professionale che ha preceduto la sua tragica fine. Possono partecipare al concorso tutti i soggetti, italiani e stranieri, che abbiano compiuto il 18° anno di età e possiedano gli ulteriori requisiti indicati nel bando. Le opere, espressione del lavoro intellettuale dell’autore, dovranno essere inedite, redatte in lingua italiana e dovranno consistere di:

per la categoria “Racconto breve”: un minimo di 10 e un massimo di 20 cartelle;

per la categoria “Soggetto originale”: un minimo di 3 e un massimo di 7 cartelle.

Una Commissione di Valutazione, composta da esponenti del Comparto intelligence e del mondo della cultura, assegnerà 3 premi da € 2.000,00 (duemila/00) per ciascuna categoria. La Commissione individuerà i vincitori in considerazione della qualità letteraria e della capacità di esprimere i valori incarnati da Pietro Antonio Colazzo e dalla Comunità intelligence nazionale.

DA video.lastampa.it il 9 giugno 2021. Si è ammainata la bandiera nella base del contingente italiano, albanese e statunitense ad Herat. Con una cerimonia solenne, alla presenza del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, simbolicamente è terminata la missione italiana in Afghanistan. La smobilitazione della base è iniziata il primo maggio e vedrà liberato il luogo definitivamente tra qualche settimana. "Sono 53 le lacrime che non dimenticheremo", ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa, Vecciarelli. "Il vostro il loro sacrificio ha dato risultati a livello internazionale".

Fausto Biloslavo per "il Giornale" il 9 giugno 2021. In Afghanistan non abbiamo vinto e l' ammaina bandiera ad Herat assomiglia molto ad una sconfitta semi nascosta e mascherata da orgogliosi discorsi ufficiali. La realtà sul terreno è che, nel solo mese di maggio, 26 fra avamposti e basi delle forze di sicurezza afghane, in quattro province, si sono semplicemente arresi ai talebani. Gli insorti jihadisti minacciano 17 dei 34 capoluoghi afghani e sono ben attestati a 50 chilometri da Kabul, nella provincia di Wardak, la porta d' ingresso della capitale. Nel 2014, quando la Nato aveva deciso di passare il testimone della sicurezza agli afghani, nessun capoluogo era sotto tiro. Solo negli ultimi tre anni i talebani hanno conquistato il doppio dei distretti (88) e contestano la presenza governativa in altri 213. Secondo alcune stime gli eredi di mullah Omar controllano già il 60% del territorio a parte le grandi città. All' ammaina bandiera ad Herat è stato giustamente ricordato il sacrificio dei 53 caduti italiani e di 700 feriti, ma abbiamo sempre relegato in secondo piano le medaglie dei tanti episodi di coraggio ed eroismo dei nostri soldati. Piccole e grandi vittorie nelle battaglie contro i talebani, che stonano, però, con la litania della missione di pace propinata dalla politica di tutti i governi. Per tanto tempo la Difesa ha anche «ridotto» il numero dei feriti d' Italia circoscrivendolo ai circa 150 casi più gravi, altrimenti sarebbe stato ancora più chiaro che in 20 anni abbiamo combattuto pure una guerra e non solo portato caramelle ai bambini. Le meritate decorazioni vengono assegnate lontano dai riflettori, senza alcuna enfasi, e per portarle agli onori della cronaca bisogna andarle a cercare con il lanternino. L' ultimo caso «scovato» da PerseoNews e ripreso da Analisi difesa è l' onorificenza concessa al caporale maggiore Diego Magno Massotti del 66° Reggimento fanteria aeromobile Trieste. La medaglia è stata consegnata il 2 giugno, festa della Repubblica, in prefettura a Forlì senza fare troppa pubblicità, come per dozzine di decorazioni al valore. Pure le motivazioni subiscono l' influenza del «politicamente corretto». Il coraggioso mitragliere di un blindato Lince ha risposto al fuoco «di un elemento ostile», che non abbiamo mai il coraggio di chiamare con il suo nome, «nemico» e nemmeno talebano. Alla fine in un fuoco d' inferno di razzi anticarro e armi automatiche il decorato «neutralizzava la minaccia» perché anche solo il termine «eliminare» chi ti spara addosso è un tabù. I soldati italiani, nelle tante battaglie degli ultimi vent' anni, hanno ammazzato forse migliaia di talebani, ma guai a farlo sapere fino in fondo. L' atto di coraggio del caporale maggiore Massotti risale al 2 gennaio 2019. Nei comunicati dai teatri operativi di allora, come ricorda Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi difesa, non c' era una solo riga sullo scontro a fuoco, come di tanti altri prima. Piuttosto che accendere i riflettori sulle piccole e grandi vittorie in combattimento abbiamo sempre preferito mandare in diretta il ritorno delle bare dei caduti avvolte dal Tricolore, che oggi più che mai suonano come simbolo di una missione incompiuta, se non una sconfitta annunciata. L' Afghanistan è stato nei secoli la tomba degli imperi, ma forse la guerra potevamo vincerla se i militari non fossero stati costretti a combattere con una mano legata dietro la schiena per colpa dei pruriti e timori politici. Alla fine la ritirata suonata dagli americani ci impone anche una smobilitazione frettolosa entro le fine di luglio, ma proprio da Washington, il repubblicano Michael McCaul, presidente della Commissione Esteri del Congresso, evoca lo spettro del Vietnam: «Non possiamo permetterci che l' Afghanistan sia un' altra Saigon». L' 11 settembre, la data di fine missione scelta dal presidente Joe Biden, è già un tragico paradosso. Nel 2001 i B-52 incenerivano i campi di Al Qaida assieme al regime di mullah Omar e aprivano la strada al lungo intervento occidentale con il Tricolore che prima sventolava a Kabul e poi ad Herat. Per l' 11 settembre di vent' anni dopo i talebani stanno preparando la parata della vittoria.

Gianmarco Aimi per mowmag.com il 9 giugno 2021. Dopo vent'anni, martedì si è tenuta la cerimonia conclusiva e i soldati torneranno nelle prossime settimane, con i colleghi della Nato. Dopo oltre 240 mila persone uccise, 54 militari italiani morti, un numero incalcolabile di feriti e di danni economici e sociali, si è conclusa la missione (per tanti una vera e propria occupazione) in Afghanistan iniziata dopo l’attacco alle Torri Gemelle in America nel 2001 per dare la caccia a Bin Laden e ai terroristi islamici. Un momento storico, ma anche l’occasione per fare il punto su una delle più discusse operazioni antiterrorismo della storia. Ne abbiamo parlato con il giornalista Massimo Fini, profondo conoscitore di questi temi per essersene occupato anche attraverso un libro dedicato al mullah Omar – capo storico e guida spirituale dei talebani – e per la sua proverbiale schiettezza.

Fini, qual è il bilancio di questi 20 anni di presenza militare occidentale in Afghanistan?

È un bilancio disastroso. Abbiamo distrutto un paese che già non se la cavava benissimo facendo più danni dei sovietici. Oltre ai danni materiali abbiamo compiuto danni morali e sociali volendo imporre i nostri valori, la nostra democrazia, tutte cose che non riguardano certo gli afgani, talebani e non talebani.

Qual è stato il grande errore?

Che gli americani si sono lanciati in quel paese senza conoscere usanze e abitudini. Faccio un solo esempio: quella è una società organizzata per clan. Poniamo che uno di questi non stia né con noi né con i talebani, se uccidi un uomo di quel clan ti fai come minimo 1500 nemici. È quel che è accaduto.

Il contingente italiano ha fatto gli stessi errori?

Peggio! Noi italiani siamo stati fedeli come cani, ma sleali. Abbiamo avuto pochissimi morti, 54, dei quali solo 20 in combattimento e gli altri per vari incidenti. Ma l’errore maggiore è essere venuti a patti con i comandanti talebani. C’è un famoso episodio che racconto nel mio libro Il mullah Omar. Quando abbiamo fatto un accordo con un capo talebano, per fingere che loro ci attaccassero e noi di avere sotto controllo il territorio, ma in realtà non era vero niente. Un altro episodio grave, sempre dopo aver stipulato un altro patto, quando il contingente italiano è stato sostituito da quello francese in una determinata zona. Ma quest’ultimo, non sapendo dell’accordo, subirà una delle sue più gravi perdite in Afghanistan. I nemici si combattono, non si viene a patti con loro.

Ora in tanti si chiedono: ci si può fidare dei talebani?

Il controllo del territorio ce l’hanno già. Ora è da capire la differenza fra i talebani di oggi e quelli capeggiati dal Mullah Omar. Il mullah ai suoi tempi emanò una amnistia che fece rispettare per tutto il periodo del suo governo, dal ’96 al 2001. Questi di oggi sono incarogniti da 20 anni di resistenza, per cui tutti i collaborazionisti rischiano. Il portavoce talebano ha detto che non sarà fatto loro nulla, ma in una dichiarazione ambigua perché ha aggiunto “purché si pentano del loro tradimento nei confronti del paese”. Non credo verranno toccati i soldati dell’esercito regolare, chiamiamoli così, perché sono poveri ragazzi che per trovare un salario si sono arruolati. Tutte le altre gerarchie, invece, dovrebbero essere salvate portandole in Occidente on in Paesi sicuri.  

Avremmo potuto ritirare prima i nostri militari?

Lo ha detto anche il Pentagono, che il ritiro avrebbe dovuto essere organizzato molto prima. E poi non era obbligatorio rimanere in Afghanistan. Gli olandesi se ne sono andati nel 2010 quando si sono resi conto che non era il caso di rimanere. Si erano battuti bene e avevano perso anche il figlio del loro comandante. Ricordo che il portavoce dei talebani che dipendeva dal mullah Omar, scrisse un comunicato in cui ringraziava il governo e il popolo olandese. Per cui non era necessario rimanere fino all’ultimo, come ha detto il nostro ministro della Difesa. 

E allora perché ci siamo rimasti?

Perché in guerra siamo sempre fedeli come cani agli americani, ma in fondo anche sleali verso i popoli invasi. Si è visto in Afghanistan, ma anche in Libia dove abbiamo partecipato all’aggressione a Gheddafi, tra l’altro contro i nostri interessi, ma siccome gli americani avevano deciso di partecipare li abbiamo assecondati. E nonostante Berlusconi, allora presidente del consiglio, avesse dimostrato grande amicizia verso il colonnello. Però quando morì disse cinicamente “sic transit gloria mundi”.

·        Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

Finanza e investimenti. Ccnl: sono 935 e 4 su 10 sono firmati da sindacati “fantasma”. Redazione di Investire il 29/06/2021 su Notizie.it. 351 contratti sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale. Su 935 Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) vigenti e depositati al CNEL entro il 31 dicembre scorso, 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale: praticamente 4 su 10, precisamente il 37,5 per cento del totale. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA, la Cassa degli Artigiani di Mestre che da sempre si occupa di realizzare studi sull’economia reale. E oggi è il turno della proliferazione dei contratti di lavoro che si sono letteralmente moltiplicati in Italia e sigle sindacali “fantasma”. Intendiamoci, nessuno mette in discussione la libertà sindacale che, in un Paese democratico va sempre garantita. Tuttavia, non è un mistero che spesso sigle sindacali “fantasma” che non rappresentano nessuno, o quasi, sottoscrivono dei contratti di lavoro a livello nazionale che molti definiscono, correttamente, “pirata”. Sia chiaro: non siamo nel “far west”, ma in alcune filiere produttive poco ci manca. Sono accordi che spesso abbattono i diritti più elementari, indeboliscono la legalità, favoriscono la precarietà, minacciano la sicurezza nei luoghi di lavoro, comprimendo paurosamente i livelli salariali. Accordi fortemente al ribasso che creano concorrenza sleale delegittimando quelle organizzazioni che, invece, hanno una rappresentanza sindacale presente su tutto il territorio nazionale, fatta di storia, di cultura del lavoro e del fare impresa, di iscritti, di sedi in cui operano migliaia e migliaia di dipendenti che erogano servizi a milioni di imprese e milioni di lavoratori dipendenti.

Al CNEL il compito di “controllare” la regolarità dei contratti. In un momento in cui il mondo del lavoro sta vivendo delle tensioni sociali profondissime, secondo la CGIA è giunto il momento di rivedere il sistema della rappresentanza, consentendo alle organizzazioni datoriali e sindacali che sono riconosciute dal CNEL la titolarità di sottoscrivere accordi-contratti di lavoro a livello nazionale e locale, mentre a tutte le altre sigle che firmano un nuovo Ccnl, lo stesso dovrebbe essere “asseverato” da un’istituzione pubblica terza che, ad esempio, potrebbe essere proprio il CNEL. Senza questa “bollinatura”, il contratto non potrebbe essere applicato, fino al momento in cui le parti non apportano i correttivi richiesti. In alternativa, con una legge parlamentare si potrebbero stabilire i requisiti dimensionali minimi che le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e delle imprese devono possedere per potersi definire tali, potendo così sottoscrivere su base nazionale un contratto collettivo di lavoro. Una soluzione, quest’ultima, più facile a dirsi che a farsi, visto che le parti sociali ne parlano da almeno 40 anni, ma risultati concreti ancora non se ne sono visti.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati: 15 mestieri che si possono svolgere in smart working. Francesco Tortora su Il Corriere della Sera il 27 febbraio 2021.

Gestore di trasporti, stoccaggio e distribuzione. Si possono svolgere in gran parte da casa, non c'è bisogno del "pezzo di carta" e sono pagate profumatamente. Utilizzando le statistiche dell'anno 2020 del Bureau of Labor Statistics, il sito Business Insider ha messo in fila i 15 lavori più pagati negli Usa che non richiedono la laurea. E che peraltro nella maggior parte dei casi non richiedono la presenza fisica del lavoratore e quindi possono essere comodamente svolti in modalità «smart working». In vetta troviamo il gestore di trasporti, stoccaggio e distribuzione: il dipendente impiegato in questo ruolo pianifica e dirige il sistema di trasporti e stoccaggio delle merci e gestisce la loro distribuzione. Negli Usa si contano circa 132 mila persone che svolgono questo mestiere per il quale c'è bisogno di un diploma di scuola superiore e il salario medio è di circa 87.000 euro (103 mila dollari) l'anno. 

Responsabile e coordinatore degli addetti alle vendite non al dettaglio. Al secondo posto troviamo il responsabile e supervisore di addetti alle vendite non al dettaglio. Il suo compito è quello di coordinare l'attività dei dipendenti di un'azienda che smercia prodotti all'ingrosso. Negli Usa sono 249 mila gli impiegati in questo ruolo e guadagnano in media 72 mila euro (86 mila dollari) l'anno. 

Analista di intelligence. Segue l'analista d'intelligence che svolge attività di ricerca e studia i fenomeni che possono rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Questa mansione occupa almeno 105 mila americani ed è pagata mediamente 72 mila euro (86 mila dollari). 

Agente immobiliare. Negli Usa ci sono circa 42 mila agenti immobiliari che guadagnano mediamente 68 mila euro (81 mila dollari). 

Direttore di ufficio postale. Negli Stati Uniti basta un diploma di scuola superiore per diventare direttore di un ufficio postale. La paga annuale è di 65 mila euro (78 mila dollari).

Gestori di proprietà e immobili. Sesta posizione per i gestori di proprietà e immobili. Negli Usa sono 220 mila i cittadini che ricoprono questo ruolo con un reddito annuale di 60 mila euro (71 mila dollari). 

Rappresentanti di vendita. Settima posizione per i rappresentanti di vendita. Negli Usa svolgono questo lavoro più di un milione e trecentomila persone con una paga media di 59 mila euro (71 mila dollari).

Perito assicurativo. Ottava posizione per il perito assicurativo. Chi svolge questo lavoro investiga, analizza e calcola l'ammontare dei danni per i quali è richiesto un indennizzo. Negli Usa se ne contano oltre 280 mila e il loro reddito annuale è in media 58 mila euro (69 mila dollari). 

Agenti assicurativi. Seguono gli agenti assicurativi. La loro mansione è vendere prodotti e servizi assicurativi nella propria zona di competenza. Negli Usa superano i 410 mila occupati e guadagnano 56 mila euro (67 mila dollari). 

Assistenti amministrativi. Decimo posto per gli assistenti amministrativi. Chi svolge questo lavoro d'ufficio, crea e compila documenti, inserisce dati archivia pratiche e si assicura che tutti gli adempimenti amministrativi dell'azienda siano portati a termine. Gli assistenti amministrativi sono più di mezzo milione negli Usa e guadagnano ogni anno 52 mila euro (62 mila dollari). 

Reclutatori di braccianti agricoli. Undicesimo posto per i reclutatori di braccianti agricoli. Il loro compito è selezionare la manodopera da impiegare nei campi.  Negli Usa svolgono questo mestiere solo 160 persone che guadagnano in media 52 mila euro (62 mila dollari).

Responsabili dei dipendenti d'ufficio. Seguono i responsabili dei dipendenti d'ufficio, che si occupano di coordinamento e tutoraggio in azienda. Negli Usa svolgono questa mansione oltre 1,5 milioni di persone che guadagnano in media 50 mila euro (60 mila dollari). 

Responsabili dei lavoratori nei trasporti e nel movimento materiali. Seguono  i coordinatori di lavoratori nel comparto trasporti e movimento materiali. Il loro compito è supervisionare l'attività dei dipendenti che trasportano merci. Negli Usa occupano questo ruolo 455 mila addetti, che guadagnano in media 49 mila euro (58 mila dollari).

Detective investigativo. Affascinante e reso ancora più suggestivo dalle serie tv, il mestiere del detective negli Usa occupa 35 mila addetti e può essere intrapreso da persone con un semplice diploma di scuola superiore. Il salario medio è di 48 mila euro (57 mila dollari). 

Impiegati in agenzie di intermediazione. Chiudono la top 15 gli impiegati delle agenzie di intermediazione. Anche in questo caso più che il titolo di studio (basta un diploma di scuola superiore) è necessario un buon apprendistato. Negli Usa fanno questo lavoro quasi 48 mila persone che guadagnano in media 46 mila euro all'anno (55 mila dollari).

·        La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Io e la mia famiglia senza mezzi di sostentamento nel paese dei foraggiati e degli assistiti.

Mi impediscono di lavorare: per ritorsione a quello che io scrivo. Non riuscendo a farmi condannare con gli innumerevoli procedimenti penali, mi inibiscono l’accesso alla professione forense e mi bocciano ad ogni altro concorso pubblico.

Non posso accedere a qualsivoglia strumento di sostegno. Perchè possiedo un immobile ricevuto in donazione dai genitori che supera di pochi euro il limite stabilito per legge. Immobile dato gratuitamente in gestione ad una ONLUS e per il quale il Comune di Avetrana chiede i tributi, nonostante vi sia l’esenzione per legge.

Requisiti:

Cittadinanza. Essere cittadino italiano o europeo o lungo soggiornante e risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in via continuativa.

ISEE. Avere un ISEE (Indicatore di Situazione Economica Equivalente) aggiornato inferiore a 9.360 euro annui.

Patrimonio immobiliare. Possedere un patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa di abitazione, non superiore a 30.000 euro.

Patrimonio finanziario. Avere un patrimonio finanziario non superiore a 6.000 euro che può essere incrementato in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare e delle eventuali disabilità presenti nello stesso.

Reddito familiare. Avere un reddito familiare inferiore a 6.000 euro annui moltiplicato per la scala di equivalenza. La soglia del reddito è elevata a 9.360 euro nei casi in cui il nucleo familiare risieda in una abitazione in affitto.

Il reddito si crea. Il reddito non si sostenta dallo Stato. Perché se nessuno produce e nessuno commercia, da chi si prendono i soldi per i consumi o mantenere una società?

Ed una società funziona se sono i capaci e competenti a farla funzionare, altrimenti si blocca.

In questa Italia cattocomunista non puoi fare nulla, perché si fotte tutto lo Stato con tasse, tributi e contributi, per mantenere i parassiti nazionali ed europei.

In questa Italia cattocomunista non puoi avere nulla, perché si fotte tutto lo Stato con accuse strumentali di mafiosità e con i fallimenti truccati, per mantenere i profittatori.

In questa Italia parlano di sostegno al lavoro, ma nulla fanno per incentivarlo a crearlo, come agevolare il credito, o come detassare, o come sburocratizzare, con eliminazione di vincoli e fardelli.

I giovani in questo modo possono inventare e creare il proprio lavoro, senza essere condannati alla dipendenza di stampo socialista.

I giovani hanno bisogno di libertà d’impresa non di elemosine.

Michela Murgia, l'ultimo delirio: "Il momento della lotta di classe", ecco come vuole impoverirci tutti. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Marx e Saviano, ecco i riferimenti ideologici di Michela Murgia. Lo ha esplicitato ieri lei stessa al Festivaletteratura di Mantova. «Le battaglie femministe oggi sono vitali, così come quelle Lgbt e contro la razzializzazione delle persone. Ma la lotta di classe, più trasversale di altre, è quasi assente. Spero ci sia un movimento forte che si batta contro le differenze economiche». La sinistra riscopre dunque il suo odio anti-ricchi. Insieme al disprezzo per la famiglia. «Saviano», continua la Murgia, «ha detto che le mafie finiranno quando finiranno le famiglie. Mi chiedo anche io se sia possibile ripensare la società, mettendo in discussione il concetto di famiglia».

La povertà è fame: sei impossibilitato a sfamare te e la tua famiglia.

La povertà è solitudine: non puoi avere una famiglia.

La povertà è emarginazione: non puoi avere amici.

La povertà è sporcizia: sei impossibilitato a lavarti e ad adottare le più elementari forme di igiene.

La povertà è vivere senza un tetto o in abitazioni insalubri.

La povertà è vivere con vestiti logori e sporchi.

La povertà è malattia: sei impossibilitato a curare te e la tua famiglia.

La povertà è ignoranza: non puoi far studiare te e i tuoi figli per migliorare il futuro.

La povertà è sopraffazione: non puoi difenderti da accuse penali infamanti.

La povertà è staticità: non puoi viaggiare per fuggire.

La povertà è non avere potere e non essere rappresentati adeguatamente.

La povertà è mancanza di libertà e di dignità.

La povertà è silenzio: nessuno ti scolta, anche se hai tanto da insegnare.

La povertà assume volti diversi, volti che cambiano nei luoghi e nel tempo, ed è stata descritta in molti modi.

La povertà è una situazione da cui la gente vuole evadere con qualsiasi mezzo e compromesso.

La povertà è essere indifeso, quindi vittima di sopraffazione ed ingiustizie altrui.

Per capire come si può ridurre la povertà, per capire ciò che contribuisce o meno ad alleviarla e per capire come cambia nel tempo, bisogna vivere la povertà. Dato che la povertà ha tante dimensioni, deve essere osservata mediante una serie di indicatori; indicatori dei livelli di reddito e di consumo, indicatori sociali ed anche indicatori della vulnerabilità e del livello di accesso alla società e alla vita politica. Una forte incidenza della povertà si associa al basso titolo di studio o al basso profilo professionale e, come è naturale, anche, per i casi di disoccupazione.

La Povertà ed il Metadone di Stato.

Giorgia Meloni a Dritto e Rovescio di Rete4 il 9 settembre 2021.

Del Debbio: Ha definito il reddito di cittadinanza una sorta di Metadone di Stato”. Senta cosa gli ha risposto Giuseppe Conte interpellato dal nostro Angelo Macchiavello.

Giuseppe Conte: E’ un’espressione volgare, veramente offensiva. Il Reddito di Cittadinanza ha ridato dignità ai cittadini. Se usiamo questo linguaggio, togliamo dignità ai cittadini.…

Giorgia Meloni: Ma guardi non so cosa ci sia di volgare agli occhi dell’ex presidente del Consiglio. Può essere un’espressione che lui considera irrispettosa, ma non verso i cittadini, ma verso di lui. Verso il Movimento 5 Stelle. Verso chi ha voluto il reddito di Cittadinanza. Guardi, io ho detto una cosa molto precisa. Ho detto che il principio del Reddito di Cittadinanza in rapporto alla povertà è lo stesso principio che si usa con il Metadone in rapporto ad una persona tossico dipendente. Perché che cosa fa il Metadone. Il Metadone non risolve il problema di quella persona: la mantiene in quella condizione, perché non dia fastidio allo Stato. Col Reddito di Cittadinanza la mentalità è esattamente la stessa: io non risolvo il problema della povertà di quella persona trovandole un lavoro, dandole la possibilità di migliorare la sua condizione. No, io la mantengo in quella condizione, serva di una politica che sono costretto a votare, perché magari mi dà la paghetta, senza poter mai migliorare. Diceva, l’ho detto tante volte, diceva il premio Nobel per l’economia Amartya Sen che la povertà non è semplicemente la mancanza di soldi. La vera povertà è l’impossibilità che tu hai di migliorare la condizione nella quale ti trovi, che è data dal contesto che ti circonda. Quando io, ad esempio, sentì dire dall’allora ministero dell’economia per il Sud che la soluzione che il Governo aveva individuato era il Reddito di Cittadinanza, io non ci sto. Perché non ci sto a dire al Mezzogiorno d’Italia che quelle persone non possono migliorare la loro condizione. Che non ci sarà mai un investimento infrastrutturale, che non ci sarà mai uno sviluppo vero. Che non ci sarà mai una crescita; una possibilità di competere ad armi pari. No, tutti a 300, 400, 500 euro col Movimento 5 Stelle, rimanendo esattamente lì dove si è. Questo è lo stesso principio del Metadone di Stato.

Aggiungo io, Antonio Giangrande, Metadone di Stato è anche il considerare mafiosi tutti i cittadini meridionali e per gli effetti tutte le imprese meridionali. Le informative amministrative antimafia artefatte che precludono l'esercizio delle imprese del Sud solo per il sentore di mafiosità, dovuto a mille fattori non delinquenziali. Gli annosi procedimenti giudiziari antimafia di alcuni Pm mediatici, che spesso risultano dei bluff. La distruzione metodica del tessuto produttivo meridionale, nell'interesse delle imprese del Nord, porta desertificazione lavorativa e assoggettamento all'assistenzialismo che perdura la povertà. Senza impresa non c'è lavoro.

La rivelazione sul reddito di cittadinanza: "Ecco come lo pagano". Federico Garau il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. La rivelazione di Giorgetti sul reddito 5 Stelle: soldi presi ai pensionati. Scontro di fuoco in Cdm. Il reddito grillino divide il governo. Reddito di cittadinanza rifinanziato con milioni di euro destinati al pensionamento di lavoratori precoci o impiegati in attività usuranti. Questa rivelazione arriva da Giancarlo Giorgetti, subito dopo il Cdm di fuoco di oggi. E proprio questa verità sarebbe l'origine dello scontro fra i partiti riuniti per dare il via libera al decreto legge con norme fiscali. Nel corso del Cdm di oggi, le principali tensioni si sono registrate per le problematiche relative alla misura economica di matrice grillina. Ad animare i presenti sono state le diverse vedute sul reddito di cittadinanza: delle posizioni talmente distanti tra di loro da aver costretto l'ex governatore della Banca centrale europea a rimandare eventuali decisioni in merito alla vicenda al prossimo Cdm. La riunione, quindi, dovrebbe aver luogo martedì prossimo, quando la discussione dovrebbe vertere principalmente sulla legge di bilancio.

Esplode in Cdm la lite sul reddito 5S. E spuntano nuovi fondi

Ma cosa è successo? Oggi, durante il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al decreto fiscale, le diverse anime del governo si sono scontrate sul reddito di cittadinanza. Da un lato i grillini (e Pd) cercano di preservare qualche punto percentuale difendendo a spada tratta la propria creatura, dall'altra si sono schierati tutti gli altri partiti che vedono questa misura fallimentare. E Draghi? Non si è mai pronunciato in modo esplicito, aprendo alla possibilità di apportarvi modifiche senza tuttavia entrare mai nel dettaglio, così da evitare mal di pancia in grado di far vacillare la maggioranza che lo sostiene. "Il reddito è ispirato a principi di uguaglianza, ma ha dei limiti soprattutto sul fronte delle politiche attive del lavoro", aveva infatti replicato a uno studente che gli aveva inviato la tesi di laurea a tema "reddito di cittadinanza". Resta quindi la sensazione che qualcosa verrà modificato, anche se non si riesce bene a cogliere le modalità di tale presumibile cambiamento.

La Lega critica aspramente il reddito a cinque stelle a causa delle modalità di rifinanziamento. Stando a quanto dichiarato da Giancarlo Giorgetti subito dopo il Cdm, per alimentare fino a fine anno la misura sarebbero state sottratte risorse al reddito di emergenza, all'accesso anticipato al pensionamento per lavori usuranti, all'accesso al pensionamento dei lavoratori precoci ed infine ai congedi parentali.

Le parole di fuoco di Giorgetti

"Chiedo scusa, sono arrivato adesso perché abbiamo avuto qualche problema in Cdm oggi", esordisce il leghista, giustificando il proprio ritardo al comizio in sostegno di Matteo Bianchi a Varese."Vedo che i siti titolano 'scontro in Cdm sul reddito di cittadinanza'. Il problema", precisa Giorgetti, "è sì il rifinanziamento, ma quello che a me e alla Lega è sembrato inaccettabile è che la copertura degli ultimi tre mesi del reddito di cittadinanza era finanziato con 40 milioni di euro, inutilizzati, per il pensionamento dei lavoratori precoci e 40 milioni dei lavori usuranti".

Il ministro è lapidario: "Utilizzare le risorse, per gente che ha cominciato a lavorare a 15 anni, sul reddito di cittadinanza era quantomeno provocatorio. Io auspico che la versione finale del decreto legge non contenga queste norme di copertura".

Il M5S non ci sta

Le parole di fuoco di Giorgetti hanno sortito effetto. "Mentre la viceministra Todde da 12 ore cerca di chiudere la più importante vertenza del Mise (Whirlpool), il ministro Giorgetti è in vacanza a Varese, in campagna elettorale, a insultare i cittadini che vivono sotto soglia di povertà. Chiedendo di togliere loro il reddito di cittadinanza. Che torni a Roma a lavorare", fanno sapere fonti M5s dopo le dichiarazioni del ministro sul reddito di cittadinanza. "È surreale che il Ministro o presunto tale Giorgetti abbia scelto di andare in campagna elettorale a Varese disertando la vertenza Whirlpool", aggiungono le fonti.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto 

Il premio all'indiano Amartya Sen per i suoi contributi sul welfare. Il Nobel per l'economia a uno studioso della povertà. La Repubblica il 14 ottobre 1998. Il premio Nobel 1998 per l'Economia è stato assegnato all'indiano Amartya Sen per i suoi contributi sull'economia del benessere. Il lavoro di Sen ha contribuito alla teoria della scelta sociale, alla definizione di benessere e povertà e agli studi sulla carestia, dice l'Accademia svedese nella motivazione dell'assegnazione del riconoscimento. Amartya Sen è nato nel 1933 a Santiniketan, nel Bengala. E' attualmente professore al Trinity College della prestigiosa università di Cambridge in Gran Bretagna, ma ha svolto attività di insegnamento e ricerca negli atenei di Calcutta (1956-63), Delhi (1964-71), presso la London School of Economics (1071-77) e l'università di Oxford. Gli studi di Sen hanno dato contributi importanti in molti campi come la teoria dello sviluppo, i problemi della misurazione della dispersione nella distribuzione del reddito, la teoria delle scelte collettive. Nella motivazione dell'Accademia svedese si afferma che il riconoscimento è stato attribuito per "i suoi contributi alle teorie economiche del welfare" che hanno contribuito a metter in luce le cause che provocano le carestie e la diffusa povertà che si riscontra in gran parte del mondo in via di sviluppo. Sen pubblicò un'opera sulla carestia del Bangladesh del 1974 e in seguito ha analizzato le cause di altre catastrofi umanitarie in India, Bangladesh e in paesi africani. Tra le sue opere più famose si ricordano Scelta delle tecniche: un aspetto dello sviluppo economico pianificato (1960), Scelta collettiva e benessere sociale (1970), Sull'ineguaglianza economica (1973), Occupazione, tecnologia e sviluppo (1975), Povertà e carestie (1981), Merci e capacità (1985). Quello per l'economia non è un vero premio Nobel in quanto non è finanziato con l'eredità lasciata da Alfred Nobel ed è nato solo nel 1969, istituito dalla banca centrale svedese Riksbank e chiamato Premio per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. È però altrettanto prestigioso ed è ormai assimilato agli altri che indicò l'inventore della dinamite nel suo testamento. Viene infatti assegnato dall'Accademia delle Scienze con le stesse procedure degli altri Nobel, dei quali ha eguale valore economico: 7,6 milioni di corone, pari a 1,9 miliardi di lire. Il gran finale della stagione è previsto per venerdì 16 a Oslo, dove verrà annunciato il vincitore o i vincitori del premio per la pace. La consegna ufficiale avrà luogo, come ogni anno, nella capitale svedese il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel, avvenuta nel 1895, un anno dopo la creazione del premio.

Amartya Sen. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Premio Nobel per l'economia 1998. Amartya Kumar Sen (Santiniketan, 3 novembre 1933) è un economista, filosofo e accademico indiano, Premio Nobel per l'economia nel 1998, Lamont University Professor presso la Harvard University.

Biografia. Nato nello stato indiano del Bengala Occidentale, all'interno di un campus universitario, da una famiglia originaria dell'odierno Bangladesh, dopo gli studi al Presidency College di Calcutta ha conseguito il PhD al Trinity College di Cambridge.[1] Ha insegnato in numerose e prestigiose università tra le quali Harvard, Oxford e Cambridge. È stato, inoltre, docente presso la London School of Economics.[2] È membro del Gruppo Spinelli per il rilancio dell'integrazione europea. Il 17 giugno 2005 ha ricevuto una laurea honoris causa in Economia, politica e istituzioni internazionali dall'Università degli Studi di Pavia.

Vita privata. Sen si è sposato tre volte. Con la prima moglie, Nabaneeta Dev Sen, scrittrice e studiosa indiana, ha avuto due figlie: Antara, giornalista ed editrice, e Nandana, attrice di Bollywood. Il matrimonio finì poco dopo il trasferimento a Londra nel 1971. Nel 1973, Sen si sposò con Eva Colorni, figlia di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, morta per cancro allo stomaco nel 1985. Da Eva Colorni ha avuto due figli: Indrani, giornalista negli Stati Uniti, e Kabir, insegnante di musica. Nel 1991 Sen sposò l'attuale moglie, Emma Georgina Rothschild della famiglia Rothschild.

Rapporto tra etica ed economia. Partendo da un esame critico dell'economia del benessere, Sen ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell'eguaglianza e delle libertà. In particolare, Sen ha proposto le due nuove nozioni di capacità e funzionamenti come misure più adeguate della libertà e della qualità della vita degli individui. Sen elabora la teoria dei funzionamenti, che si pone come alternativa alle più consuete concezioni del well-being economico come appagamento dei desideri, felicità o soddisfazione delle preferenze, (comunemente etichettate come concezioni welfariste o benesseriste, di cui uno degli esempi più noti è l'utilitarismo). Il benessere interno lordo è la visione secondo cui la bontà di una certa situazione può essere interamente giudicata dalla bontà delle utilità di quella situazione, l'utilitarismo è un caso speciale di welfarismo. Mentre i suddetti approcci privilegiano aspetti soggettivi del well-being, la visione dei funzionamenti si basa sulla realizzazione di certe dimensioni oggettive, definite da Sen come stati di fare o di essere, o genericamente funzionamenti, che sono dei risultati acquisiti dall'individuo su piani come quello della salute, della nutrizione, della longevità, dell'istruzione." Sen intende quindi proporre, in contrasto con una teoria del benessere sociale centrata sull'appagamento mentale soggettivo e non coincidente necessariamente con livelli adeguati di vita, una prospettiva tesa all'effettiva tutela di aspetti centrali dei diritti umani. La scienza economica tende da tempo a spostare l'attenzione dal valore delle libertà a quello delle utilità, dei redditi e della ricchezza. Leggiamo in Lo sviluppo è libertà: "I livelli di reddito della popolazione sono importanti, perché ogni livello coincide con una certa possibilità di acquistare beni e servizi e di godere del tenore di vita corrispondente. Tuttavia accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine." Sen sottolinea la sterilità, sotto il profilo teorico, della prospettiva di discorso utilitarista affermando la necessità di mediare tra quest'ultima e una dottrina fondata sui diritti. Per l'utilitarismo ciò che conta sono gli stati di cose, la sua è un'impostazione aggregativa, non è sensibile a come le utilità sono di fatto distribuite, ma si concentra esclusivamente sull'utilità complessiva, tralasciando l'importanza dell'individuo come tale che diviene un 'tramite per progetti collettivi'. Sen è d'accordo con John Rawls, il quale richiede l'uguaglianza dei diritti e doveri fondamentali e sostiene in contrapposizione con l'utilitarismo che le ineguaglianze economiche e sociali sono ammesse, cioè sono giuste, ma non se avvantaggiano pochi, molti o anche i più tralasciando coloro che si trovano nelle situazioni più precarie. Il fatto che esistano degli svantaggiati è, per Rawls, un dato di fatto, ma è necessario che le istituzioni usino dei criteri che risultino compensativi rispetto a tali situazioni, egli valuta quindi il miglioramento del benessere sociale non in base allo sviluppo del benessere generale, ma soprattutto in base a quello dei più svantaggiati, senza alcuna polemica per il fatto che questo possa portare anche al miglioramento delle posizioni più avvantaggiate. Sen utilizza il concetto di attribuzioni per indicare l'insieme dei panieri alternativi di merci su cui una persona può avere il comando in una società, usando l'insieme dei diritti e delle opportunità. Tale concetto può essere usato per spiegare le morti causate dalle carestie: le modeste attribuzioni di una parte della popolazione espone queste persone ai rischi della carestia benché il paese a cui appartengono possieda risorse alimentari sufficienti a sfamarli. Il concetto di capacità indica l'abilità di fare cose. Dall'espansione delle capacitazioni dipende per Sen lo sviluppo economico. Le attribuzioni sostanziano le capacità. L'uso di queste categorie ha spiegato perché l'India è stata capace di combattere le carestie meglio della Cina, che a sua volta si è dimostrata più abile nel combattere la povertà e la fame endemica. In India le opposizioni e la stampa hanno indotto i governi a intervenire per affrontare le carestie, che hanno provocato molti più morti in un paese privo di una opposizione e di una stampa libera qual è la Cina, dove politiche sbagliate non sono state corrette in conseguenza di critiche insistenti. La struttura economica capitalista dell'India d'altra parte ha fatto sì che mancasse qualsiasi tutela per la qualità della vita della popolazione più povera, e mentre in Cina si istituivano ambulatori rurali e la lunghezza della vita aumentava ciò in India non accadeva.

«sembra che l'India riesca a riempire ogni otto anni il suo armadio di più scheletri di quanti la Cina non ve ne abbia stipati nei suoi anni di vergogna [1958-61]»

Il merito di Sen è di aver usato nuove categorie, capaci di superare i limiti delle analisi economiche tradizionali. Grazie agli studi di Sen si viene infatti a delineare un nuovo concetto di sviluppo che si differenzia da quello di crescita. Lo sviluppo economico non coincide più con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. Ed è proprio l'attenzione posta sulla qualità, più che sulla quantità, a caratterizzare gli studi di questo economista. È stato tuttavia, anche sulla base di dati FAO, un limite di Sen di non aver previsto il cambiamento dello scenario mondiale, che ha portato ad un aumento del prezzo delle derrate agricole e a un accentuarsi del pericolo di una nuova era di carestia.

Il paradosso di Sen. Prendendo spunto dal teorema dell'impossibilità di Arrow, Sen dimostra che, in uno stato che voglia far rispettare contemporaneamente efficienza paretiana e libertà, possono crearsi delle situazioni in cui al più un individuo ha garanzia dei suoi diritti. Egli dunque dimostra matematicamente l'impossibilità di perseguire l'efficienza ottimale, secondo Vilfredo Pareto, e insieme il liberalismo. Il paradosso è analogo a quello di Arrow sulla democrazia. Come per quest'ultimo, sono possibili alternative sociali che non ne sono soggette, ma richiedono l'abbandono dell'una o dell'altra assunzione. Prendiamo l'esempio di Sen del libro licenzioso. Ci sono due individui (chiamiamoli Andrea e Giorgio) e tre possibilità (1: Andrea legge il libro, 2: Giorgio legge il libro, 3: nessuno legge il libro). Andrea è un puritano e preferisce che nessuno legga il libro (possibilità 3) ma, come seconda possibilità, preferisce leggere lui il libro affinché Giorgio non possa leggerlo. Abbiamo dunque 3 preferito a 1 e 1 preferito a 2. Giorgio trova piacere ad imporre la lettura a Andrea. Preferisce 1 a 2 e 2 a 3. Secondo il principio dell'ottimo paretiano, se si deve scegliere tra 1 e 2, bisogna scegliere 1 poiché per le due persone 1 è preferito a 2. Una società liberale non vuole imporre la lettura a Andrea e perciò 3 è preferito a 1. Essa lascia inoltre che Giorgio legga il libro (2 è preferito a 3). Abbiamo dunque 2 preferito a 3 e 3 preferito a 1. Questo risultato è contrario al principio dell'ottimo paretiano poiché, come abbiamo visto, 1 è preferito a 2. Sen intitola il suo articolo: "Sull'impossibilità di un liberale paretiano". L'importanza della negazione dell'ottimo paretiano consiste nel superamento del concetto che il solo mercato basti per sviluppare una società liberale, derivato dal teorema di Arrow che fa da base anche al lavoro di Herbert Scarf[3] sul disequilibrio dei mercati lasciati a sé.

Opere. Risorse, valori e sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, La diseguaglianza, Il Mulino, Bologna, 1994

Il liberalismo sociale di Amartya Sen: Mattia Baglieri ne parla a TPI. Dottore di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, Mattia Baglieri ha ripercorso il pensiero economico di Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia nel 1998, nel volume Amartya Sen. Welfare, educazione, capacità per il pensiero politico contemporaneo. Azzurra Meringolo il 4 Gennaio 2020 su Tpi.it.

Economista, filosofo e accademico indiano, Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell’eguaglianza e delle libertà. Sen si è sempre mostrato critico nei confronti del concetto di Pil, considerato come unico indicatore di ricchezza economica, sostenendo che la ricchezza sia principalmente rappresentata dall’umanesimo dei valori e dall’impegno dei governi nel promuovere benessere e capacità individuali. Il pensiero dell’economista indiano è stato analizzato da Mattia Baglieri, Dottore di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, nel libro Amartya Sen. Welfare, educazione, capacità per il pensiero politico contemporaneo. L’autore ne ha parlato a TPI.

Nel suo volume lei scrive che Sen ha un approccio etico alle discipline economiche. In che cosa consiste?

L’economista Premio Nobel Amartya Sen, nonostante abbia scritto numerose opere di carattere econometrico e di matematica finanziaria, è principalmente uno storico dell’economia, per quanto il suo pensiero sia ben poco conosciuto in questo settore. Egli ha l’obiettivo principale di un’indagine sulle radici moderne del capitalismo in quello straordinario laboratorio filosofico-politico che è stato l’Illuminismo, tanto di matrice continentale, quando di marca anglosassone, studiando il pensiero di autori come François Quesnay, Robert Malthus, Jeremy Bentham, John Stuart Mill e, soprattutto, Adam Smith, ovverosia il Padre dell’economia come “scienza dello statista e del legislatore”. È nell’ambito di questo contesto storico che origina l’alleanza dell’economia con l’etica e la morale che, a dire di Sen, mai andrebbero disgiunte dall’agire economico individualistico, giacché solo con lo sguardo rivolto al benessere comune, le società possono dirsi avanzate. Ancora nel 2013 ad Atene, in dialogo con l’economista del Massachusetts Institute of Technology Acemoglu Daron, Amartya Sen sottolineava come le policies neoliberiste cui la Grecia è stata costretta per rientrare nei parametri economici europei siano state eccessivamente dure sotto il profilo della tenuta del sistema istituzionale, a partire dalle politiche di welfare e di spesa pubblica, fortemente ridimensionate soprattutto sul fronte sanitario e previdenziale.

Quest’anno, per esempio, si celebreranno i 30 anni degli Human Development Report adottati dalle Nazioni Unite per misurare lo sviluppo umano. Quale è stato il contributo di Sen, considerando che l’autore è critico del concetto di PIL quale indicatore unico di ricchezza economica?

Il liberalismo che Sen ha in mente è un liberalismo individualista. Alcuni autori, come il filosofo Giovanni Giorgini, lo hanno definito un “liberalismo eretico” perché Sen si richiama moltissimo alla teoresi economica marxiana, il che non è assolutamente comune negli autori di formazione anglosassone come Sen. Parlare di “liberalismo individualista” significa che secondo Sen il progresso delle società nel loro insieme deriva sempre da un ampliamento delle opportunità di sviluppo assegnate a ciascun singolo individuo, mentre Sen è fortemente critico verso gli autori comunitari e multiculturalisti come Charles Taylor e Will Kymlicka che sostengono che i diritti di gruppi specifici debbano essere prioritari rispetto ai diritti delle donne e degli uomini che compongono la comunità internazionale. Insieme all’economista pakistano Mahbub Ul-Haq, nel 1990, quindi esattamente trent’anni fa, Sen ha introdotto per le Nazioni Unite un nuovo algoritmo, lo Human Development Index, che non tiene soltanto in considerazione il Prodotto pro-capite, ma anche il numero di anni di scolarità di cui in media gli uomini e le donne godono all’interno di ciascun singolo Stato, così come l’aspettativa di vita alla nascita. L’ONU, attraverso il Dipartimento sullo Sviluppo Umano, chiede inoltre annualmente a ciascun paese la redazione di Rapporti nazionali che studino anche la distribuzione delle risorse economiche nelle aree interne. Pensiamo all’Italia, paese del G8 e ottava quanto a Prodotto Interno Lordo, ma addirittura ventiseiesima per quanto riguarda l’indice di sviluppo umano. Ci sono parecchie posizioni da recuperare!

Parlando della sua India caratterizzata da una crescita economica a turbo Sen parla di una gloria incerta. Che cosa non lo convince?

Se già osserviamo una forbice tra PIL e sviluppo umano nel nostro Paese, ebbene il caso dell’India è certamente più eclatante: settima come PIL al mondo, ma solo centotrentunesima secondo la misurazione seniana dello sviluppo umano. Per le donne l’indice di sviluppo umano, studiato comparativamente tra i generi, è notevolmente più basso, soprattutto quanto a risorse economiche possedute dalle donne e a possibilità di studiare. L’ultimo libro di Sen, The country of first boy, sottolinea proprio il fatto che gli uomini indiani abbiano da sempre una posizione di vantaggio rispetto alle donne, principalmente in ambito politico ed economico. Un altro libro, proprio Una gloria incerta, scritto con l’economista e antropologo Jean Drèze nel 2013, prende a prestito un verso dei Due gentiluomini di Verona di William Shakespeare dedicato alla stagione primaverile per sottolineare le ambiguità dello sviluppo indiano: è vero che, grazie all’irrobustimento del regime democratico, in India – a differenza, ad esempio, della Cina – dopo la fine della seconda guerra mondiale non ci sono più state carestie, ma è altrettanto vero che oggi sono sorti partiti identitari a ideologia estremista induista (Hindutva) che stanno minando dall’interno le relazioni con le minoranze religiose, soprattutto musulmane. Ecco perché lo sviluppo indiano è assai incerto, per quanto portentoso. Oggi, inoltre, è esemplificativo il caso del Kashmir, una regione in cui dall’agosto scorso vige un forte accentramento imposto dalla capitale Delhi, dato che il Premier indiano Modhi ha revocato lo Statuto speciale di cui lo Stato federato del Kashmir godeva sin dal ‘48. Da più di tre mesi la rete internet è bloccata e i giornalisti non possono raccontare sul campo quanto sta accadendo. Lo stesso Amartya Sen è intervenuto sulla prima rete nazionale induista per criticare fortemente il governo indiano rispetto alle restrizioni imposte sullo Stato kashmiro e rispetto alla militarizzazione della regione, tacciando senza mezzi termini il governo Modi di un approccio neoimperialista simile a quello della madre patria britannica ai tempi dell’India coloniale.

Sen è così legato a Tagore che invita la storiografia a indagare il “lato Tagore” della storia indiana. In che cosa consiste?

Nel suo libro L’altra India, del 2014, Sen studia le origini della democrazia indiana nel pensiero dei Padri fondatori della propria nazione, ovverosia Gandhi, Tagore e Nerhu. Sebbene egli si sia dedicato a ricostruire le strette relazioni intellettuali tra Gandhi e Tagore, possiamo dire con certezza che il cosiddetto “lato Tagore” della storia indiana sia, a suo dire, maggiormente applicabile al presente globale rispetto al pensiero gandhiano, pur così fondamentale per l’indipendenza dalla Gran Bretagna in modo non eccessivamente violento. Laddove Gandhi appariva profondamente convinto che gli indiani non avrebbero mai potuto rinunciare alla propria forte appartenenza confessionale (per quanto in un clima di pluralismo religioso), possiamo affermare che Tagore fosse maggiormente aderente ad una politica laica di tipo moderno e progressista. Al contrario, Gandhi è sempre stato particolarmente critico verso il progresso e il periodo storico che egli criticava maggiormente era proprio l’Illuminismo, un periodo in cui sono stati introdotti concetti quali il progresso e il meccanicismo politico. Quando nel ’34 la regione del Bihar fu scossa da un forte terremoto, ad esempio, Gandhi ebbe a sostenere che il sisma rappresentasse una punizione divina contro i comportamenti malvagi degli abitanti della regione, una constatazione del tutto scellerata secondo Tagore. Nell’Università di Visva Bharati, vicino a Calcutta, Tagore, inoltre, si dedicò a costruire un grande campus progressista, mettendo a sistema le idee educative dei più importanti studiosi internazionali di inizio Novecento, come John Dewey, Maria Montessori e Leonard Elhmirst.

Come Sen ha contrastato la teoria dello scontro di civiltà di Huntington?

Il filosofo neoconservatore Samuel P. Huntington rappresenta per Sen il principale obiettivo polemico da diversi anni, per quanto egli ravvisi l’origine dei pericoli del neoconservatorismo americano già molti anni prima di Huntington, ovvero negli anni Settanta e Ottanta, con le pubblicazioni economiche di Milton Friedman e quelle politologiche di Allan Bloom: si tratta delle cosiddette letture “virtue-inculcating” che sostenevano che l’America sarebbe tornata grande con il taglio della spesa pubblica e un forte approccio proibizionista nei confronti del dilagare delle droghe, unito al ritorno dello stigma verso le fasce meno abbienti della società americana. Gli esiti della retorica repubblicana sono fortemente visibili ancora oggi. Se, secondo Sen, le politiche proposte da Huntington, e realizzate dai mandati Bush, si sono rivelate riduzioniste rispetto alla descrizione della storia globale, allo stesso modo la cosiddetta nozione introdotta da Huntington di “scontro di civiltà” presuppone che l’identità personale di ciascun individuo sia ascrivibile alla sola religione e cultura di appartenenza, incapace di essere affascinato da influenze e contaminazioni di culture diverse e di apprezzare le tante sfaccettature che, a dire di Sen, caratterizzano la vita di ogni uomo. Ecco, allora, perché il pensiero seniano può essere utile nel momento in cui riteniamo corretto impostare un dialogo, e non già una contrapposizione, tra le diverse espressioni culturali: in questo senso sarebbe bene ripercorrere la storia delle società occidentali e non occidentali per rendersi conto di come da sempre l’arte, la letteratura e la stessa politica, siano manifestazioni di un ventaglio di reciproche relazioni di incontro e non solo di scontro.

Famiglie, arriva l’assegno unico per i figli: aiuti fino a 50mila euro di Isee. Si parte dal 1° luglio con autonomi e disoccupati. Per i primi sei mesi importi medi di 1.056 euro a famiglia e di 674 euro a figlio. Interessate 1,8 milioni di famiglie e 2,7 milioni di minori. Marco Mobili e Emilia Patta il 4 giugno 2021 su Il Sole 24 Ore. Assegno unico per i figli al via ben prima delle aspettative. La misura, giudicata «epocale» dallo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi durante il suo intervento agli Stati generali della natalità il 14 maggio scorso e lodata anche da Papa Francesco, salvo sorprese dell’ultima ora approderà oggi 4 giugno in Consiglio dei ministri sotto forma di decreto legge-ponte per coprire il periodo da luglio a dicembre per arrivare a regime dal gennaio del 2022.

Benefici a 1,8 milioni di famiglie. In questo periodo anche coloro che non percepiscono assegni al nucleo familiare, ossia autonomi e disoccupati, avranno un beneficio medio di 1.056 euro per nucleo e 674 euro per figlio. Secondo le stime del governo a usufruire del nuovo assegno saranno circa 1,8 milioni di famiglie nelle quali sono presenti 2,7 milioni di figli minori.

Il dettaglio degli importi degli assegni. L’aiuto statale verrà corrisposto per ciascun figlio minore in base al numero dei figli stessi e alla situazione economica della famiglia certificata con l’Isee. Nella tabella allegata al decreto vengono riportati gli importi mensili per ciascun figlio e rapportati a ogni singolo indicatore economico della famiglia. Ad esempio con un Isee fino a 7mila euro si avrò diritto a un assegno di 167,5 euro a figlio nei nuclei fino a 2 minori. Importo che salirà a 217,8 con almeno tre figli. L’assegno sarà garantito con Isee fino a 50mila euro, nel qual caso l’assegno mensile sarà di 30 euro per nuclei con due figli e di 40 per quelli con tre. Inoltre l’importo dell’assegno è sempre maggiorato di 50 euro in caso di figli disabili.

Come fare richiesta. Per ottenere il nuovo assegno bisognerà presentare domanda on line all’Inps o ai patronati secondo le regole che saranno fissate dall’Inps entro il 30 giugno. Lo schema di decreto oggi all’esame di Palazzo Chigi garantisce comunque la decorrenza dell’assegno dal mese di presentazione della domanda. Inoltre per le domande che saranno presentate entro il 30 settembre 2021 alle famiglie interessate saranno corrisposte le mensilità arretrate a partire dal mese di luglio. Tutto avverrà con bonifico bancario direttamente sul conto corrente. In caso di affido condiviso dei minori l’assegno sarò accreditato al 50 per cento sull’Iban di ciascun genitore.

Assegno esentasse. L’assegno sarà esentasse e compatibile con il reddito di cittadinanza e con l’eventuale fruizione da parte delle famiglie di altre misure in denaro di sostegno a favore dei figli a carico erogate da regioni, province e comuni. Una cabina di regia nella tarda serata del 3 giugno ha dato dunque il via all’intervento ponte fortemente voluto dalla ministra per la Famiglia e le Pari opportunità Elena Bonetti e messo a punto nei giorni scorsi con il ministero dell’Economia Daniele Franco. Per questi primi sei mesi si mantengono le detrazioni fiscali e gli assegni al nucleo familiare esistenti, che anzi saranno maggiorati in modo tale che quando detrazioni e assegni vari saranno sostituiti dall’assegno unico anche le famiglie con i redditi più alti non ci rimetteranno. Un modo per evitare il sistema sgradevole della “restituzione” già sperimentato, Matteo Renzi al governo, con il bonus degli 80 euro. Le maggiorazioni per i nuclei fino a due figli sono fissate dall’articolo 5 della bozza del decreto in 37,5 euro a figlio nei nuclei dove ce ne sono due e in 55 euro per minore nelle famiglie dove di con almeno tre figli.

Verso la riforma. Si tratta di un primo passo verso una riforma che a regime - ed è uno degli obiettivi del legislatore - semplificherà drasticamente la giungla degli interventi oggi in vigore. Si tratta inoltre di una misura strutturale sulla quale le famiglie potranno contare negli anni potendo dunque progettare la crescita del loro nucleo. E anche questo, ossia dare certezza economica alle famiglie e alle giovani coppie, è intento del legislatore per provare a invertire la tendenza alla denatalità del nostro Paese. La legge delega votata dal Parlamento prevede espressamente che l’assegno venga erogato con continuità dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età del figlio e anche dopo, fino ai 21 anni, per motivi di studio.

L’allarme dei Caf. Intanto è già allarme Caf sui servizi ai contribuenti. Uno dei passaggi chiave per chi avrà diritto all’assegno unico anche in versione “ponte” è infatti strettamente legato al calcolo del valore Isee del nucleo familiare. E la scadenza ormai vicina del primo luglio ha fatto letteralmente lievitare le richieste di assistenza da parte di cittadini e autonomi a tal punto che la stessa consulta dei Caf nei giorni scorsi ha scritto alla ministra Bonetti, al ministro Andrea Orlando (Lavoro) e al presidente dell’Inps Pasquale Tridico evidenziando che dall’inizio dell’anno i modelli elaborati sono stati 5,7 milioni con un incremento rispetto all’anno precedente del 26 per cento.

Bonus Inps senza ISEE 2021: quali sono, a chi spettano e come richiederli. Debora Faravelli su Notizie.it il 4 aprile 2021. L'elenco degli incentivi Inps che possono essere richiesti anche senza presentare l'ISEE, dal Bonus Bebè all'Assegno Unico. Sono diversi i bonus confermati dal governo ed erogati dall’Inps per cui sarà possibile fare domanda senza la presentazione dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente): quali sono, a chi spettano e come si possono richiedere? Bonus Inps senza ISEE 2021. Si tratta principalmente di incentivi destinati alle famiglie (Bonus Bebè, Bonus Asilo Nido, Bonus Mamma Domani, Assegno Unico Universale) ma anche alle partite IVA (Bonus Iscro). Inoltre, lo scorso 30 marzo il Senato ha dato il via libera all’Assegno Unico Universale, provvedimento centrale del Family Act, il Ddl Famiglia.

Bonus Bebè 2021. È un sussidio che viene erogato per ogni figlio nato, adottato o preso in affidamento nel 2021. I requisiti per potervi acceder sono la cittadinanza italiana o il permesso di soggiorno, la residenza in Italia del genitore richiedente e la sua convivenza con il minore. Chi non presenta l’ISEE avrà diritto ad un importo minimo mensile di 80 euro (960 all’anno). Chi invece ha un reddito basso e richiede la dichiarazione potrà ottenere una somma maggiore:

160 euro al mese con un reddito pari o inferiore a 7mila euro e

120 euro mensili con un reddito compreso tra 7.001 e 40mila euro

Bonus Asilo Nido. Si tratta di un contributo da utilizzare per pagare le rette degli asili nido, pubblici e privati, e/o l’assistenza domiciliare per bambini minori di tre anni affetti da gravi patologie. Per chi non presenta l’ISEE l’importo annuo che si può ricevere ammonta a 1.500 euro. Queste invece le fasce per chi ha il reddito basso e richiede la dichiarazione:

3 mila euro per i nuclei familiari con ISEE inferiore a 25mila euro

500 euro per la fascia tra 25 mila e i 40 mila euro.

Bonus Mamma Domani. Il Bonus Mamma Domani è destinato a chi diventerà genitore nel 2021. Si tratta di un importo erogato una tantum pari ad 800 euro che è possibile richiedere a partire dall’ottavo mese di gravidanza o, in caso di adozione e affidamento preadottivo, dal momento dell’ingresso in famiglia del minore. Il termine ultimo per fare richiesta è al compimento di un anno dalla nascita o dall’adozione. La domanda può essere fatta compilando il modulo sul sito dell’Inps, chiamando il Contact Center (803 164 da telefono fisso e 06 164 164 da cellulare) o rivolgendosi a enti di patronato o intermediari dell’Istituto di Previdenza.

Assegno Unico Universale. Il bonus dovrebbe entrare in vigore dal 1° luglio 2021. L’importo minimo ammonterà a circa 250 euro al mese per ogni figlio a carico dal settimo mese di gravidanza al 21esimo anno di età (con maggiorazioni previste per figli disabili o dal terzo figlio in poi). Per i figli maggiorenni l’incentivo sarà erogato se frequentano un corso di formazione scolastica o professionale o se disoccupati. Chi presenterà la dichiarazione ISEE e ha un reddito basso avrà diritto ad una somma maggiore.

Bonus Iscro per le partite IVA. L’incentivo è destinato ai lavoratori autonomi e parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi con contratto co-co-co) che nel 2020 abbiano avuto difficoltà senza avere diritto alla cassa integrazione. L’importo del bonus varia dai 250 agli 800 euro al mese che vengono erogati dall’INPS sul conto corrente del destinatario per sei mensilità. Tra i requisiti necessari per accedervi vi sono il possesso di una regolare partita IVA da almeno quattro anni e un calo di reddito del 50% nell’anno precedente alla domanda rispetto alla media di quello del triennio precedente (per ottenerlo nel 2021 si dovrà considerare il reddito del 2020 e confrontarlo con la media di quello del triennio 2017-2019).

(ANSA il 19 novembre 2021. ) - A ottobre 2021 erano 1.357.171 le famiglie beneficiarie del reddito o della pensione di cittadinanza con un importo medio del sussidio di 544 euro. Le persone interessate in questi nuclei sono 3.012.087. Lo rileva l'Inps nell'Osservatorio sul reddito di cittadinanza dal quale emerge che i nuclei che hanno avuto almeno una mensilità tra gennaio e ottobre sono stati 1.713.101 per 3.843.354 persone interessate. A ottobre le famiglie con il reddito di cittadinanza sono state 1.218.327 per oltre 2,8 milioni di persone (575 euro medi il beneficio a nucleo) mentre quelle con la pensione di cittadinanza sono state 138.844.

Francesco Moscatelli per "la Stampa" il 19 novembre 2021. «Io e mia moglie ci siamo messi lì anche ieri sera. Ma devo dire la verità: dopo anni di ore perse ad affrontare i labirinti della burocrazia e quelli del sito dell'Inps, ormai siamo molto zen. Aspettiamo e vediamo se davvero alla fine del mese avremo ricevuto un euro in più dallo Stato». Nella villetta unifamiliare della famiglia Pianarosa a Casasco, una frazione di poche centinaia di abitanti del comune di Centro Valle Intelvi, a metà strada fra il lago di Como e quello di Lugano, in questi giorni la calcolatrice non può mancare. Per Diego e Claudia, dodici figli, otto maschi e quattro femmine dai 4 mesi ai 19 anni, l'assegno unico universale votato ieri dal Consiglio dei ministri avrà l'effetto di una piccola rivoluzione. Almeno finanziaria. «Potrebbe - mette le mani avanti Diego, consulente informatico di 44 anni nella vicina Menaggio -. In Italia le sorprese non finiscono mai. Io sono rimasto a quello che disse Mario Monti: "Questo non è un Paese per famiglie numerose"». La casa, sette camere da letto, tre bagni e due televisori - «Appena sposati abitavamo sul lago ma comprare lì era impossibile, diciamo che siamo stati lungimiranti» - è gestita come un campeggio degli scout. Inutile dire che dopo i mesi del lockdown e della didattica a distanza, qualunque sfida oggi sembra una passeggiata. Sul frigorifero un cartellone con una freccia indica l'incarico che spetta a ogni bambino - pulizia del pavimento, apparecchiare la tavola, lavare i piatti - e Paolo, il primogenito, l'unico con la patente, fa un po' anche da tassista per i fratelli. «La nostra gestione famigliare più che complicata è piena» spiega Claudia, cresciuta a sua volta con sei fratelli, e per nulla contenta quando la sua famiglia viene definita «speciale». A tutti quelli che glielo chiedono ribadisce che chiedere ai figli qualche sacrificio in più, e avere un buon rapporto con la parola «No», più che un limite può essere un vantaggio educativo. Le doti pedagogiche e organizzative sono importanti ma anche la gestione economica, fra carrelli della spesa monstre ogni due settimane e iscrizioni alle attività sportive, è degna di un amministratore delegato. «Questa è una terra di frontalieri, lavorano tutti in Svizzera e guadagnano bene. Paghiamo di tasca nostra anche tutti i servizi comunali: il bus che passa a prendere i bambini per portarli alle elementari e alle medie a San Fedele, i buoni mensa, le rette della materna» raccontano. I Pianarosa, da ieri, sperano che qualcosa cambi davvero. «Finora abbiamo sempre guardato con invidia gli altri Paesi europei, dove esiste il quoziente famigliare - ragionano -. Negli ultimi mesi non abbiamo percepito nemmeno gli assegni. Abbiamo ereditato alcuni immobili, che al momento sono totalmente inutilizzabili e che non abbiamo certo la forza economica di sistemare, ma questo è bastato per farci uscire dai parametri reddituali. Una beffa, visto che a luglio la nostra famiglia si è ulteriormente allargata. Nel 2021 ci siamo fatti bastare un migliaio di euro di detrazioni fiscali». Da marzo le cose dovrebbero cambiare. Per i Pianarosa, che sono mono reddito dato che Claudia si occupa a tempo pieno della famiglia e che attualmente hanno un Isee sotto i 15 mila euro, ogni mese i soldi in arrivo dallo Stato dovrebbero quasi triplicare. In base ai primi calcoli, fatti con le dita incrociate, dovrebbero ricevere ogni mese 175 euro per ognuno dei dieci figli minorenni, 85 euro per i due figli maggiorenni, ulteriori 85 euro moltiplicati per ogni figlio a partire dal terzo e i 100 euro forfettari previsti per tutte le famiglie con più di quattro figli. Il totale fa circa 2800 euro. «Non mi occupo di politica ma se davvero fosse così non possiamo che dire viva Draghi - scherza Diego - Intanto dobbiamo aspettare di ricalcolare bene l'Isee». Non che abbiano in mente spese pazze, sia chiaro. «Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: le vacanze in Trentino partendo con un mini-van da nove posti e con un'automobile, la baby sitter che chiamiamo solo quando io e mia moglie vogliamo prenderci una serata libera e un paio di fine settimana ogni anno in cui ce ne andiamo in giro da soli o al limite con qualche altra coppia. Senza pargoli».

Enrico Marro per il "Corriere della Sera" il 21 dicembre 2021. L'Anpal prova a fare un po' di chiarezza, con in numeri, rispetto alle polemiche che circondano il Reddito di cittadinanza come strumento di inserimento al lavoro. La conclusione che se ne può trarre è che anche se non si è trattato di un fallimento, molto c'è da migliorare. Raffaele Tangorra, commissario straordinario dell'Agenzia del ministero del Lavoro, ha spiegato che su oltre 1,8 milioni di beneficiari dell'assegno di povertà considerati inseribili nel mercato del lavoro meno di un terzo, cioè 546.598, ha avuto almeno un contratto di lavoro. Tanti o pochi? Sicuramente pochi in termini assoluti, in pratica solo tre ogni dieci della platea potenzialmente attivabile. Ma un numero significativo tenendo conto del bassissimo grado di occupabilità di queste persone. Come detto, su un totale di 3,6 milioni di beneficiari del Reddito di cittadinanza, solo 1,8 milioni sono stati indirizzati ai Centri per l'impiego e si tratta comunque di persone con «caratteristiche di occupabilità deboli», dice il rapporto dell'Anpal: «Più della metà non ha acuna esperienza lavorativa negli ultimi tre anni». E per quelli che invece hanno avuto un'occupazione, «in un quarto dei casi di tratta di disoccupati di lunga durata, cioè da più di un anno». Ci sono poi 320mila che hanno ottenuto il sussidio di povertà pur avendo un contratto di lavoro. Sono i precari, i «working poor», lavoratori poveri appunto. In questo quadro, non desta sorpresa che i due terzi dei 546mila che hanno ottenuto un contratto lo hanno avuto a tempo determinato e nel 35% dei casi di durata inferiore al mese, nel 34% fra un mese e tre mesi e solo nell'1% superiore a un anno, mentre i contratti a tempo indeterminato e di apprendistato non hanno superato il 14%. «In oltre il 90% dei casi le competenze richieste sono basse o medio-basse».

Reddito di emergenza 2021, a chi spetta e quali sono i requisiti per ottenerlo. Redazione su Il Riformista il 9 Marzo 2021. La povertà assoluta, certificata nei giorni scorsi dall’Istat, è tornata a crescere nell’ultimo anno (ben 5,6 milioni di poveri assoluti, ossia il 9,4% della popolazione, mai così dal 2005) a causa della pandemia e il Governo di Mario Draghi stanzierà 32 miliardi di euro (ma la cifra potrebbe aumentare) nel decreto sostegno per aiutare imprese, famiglie, e lavoratori autonomi in difficoltà. Verrà riconfermato il contributo per il reddito di cittadinanza, percepito da circa 1,4 milioni d’italiani, verranno dati contributi alle aziende in rosso, finanziati i congedi parentali, voucher per le baby-sitter, bonus una tantum per le partite iva, stagionali, autonomi e intermittenti, proroga della cassa integrazione Covid e del blocco dei licenziamenti.

SOLDI ALLE AZIENDE – Gli indennizzi alle aziende andate in rosso a causa del Covid saranno sulla base della differenza di fatturato tra il 2020 e il 2019, anno su anno dunque e non su base mensile.

RINNOVO REDDITO DI CITTADINANZA – I 32 miliardi saranno utilizzati anche per rifinanziare il Reddito di cittadinanza (cui verrà destinato un miliardo) destinato, come detto, a quasi un milione e mezzo di italiani.

REDDITO DI EMERGENZA – Con il dl sostegno verrà prorogato per almeno due mensilità anche il reddito di emergenza, la misura di sostegno economico istituita con l’articolo 82 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio) in favore dei nuclei familiari in difficoltà a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. Come per il Reddito di Cittadinanza, il beneficiario della prestazione non è quindi il singolo richiedente ma l’intero nucleo familiare. Non potranno beneficiare del sussidio i percettori del reddito di cittadinanza o di assegni di invalidità, oltre che tutte quelle categorie di lavoratori e partite IVA già beneficiari di altri bonus. Non è incompatibile col Rem invece la Cassa Integrazione. Nel dettaglio, potranno accedere alla misura le famiglie in difficoltà, con Isee inferiore a 15 mila euro e con un valore del patrimonio immobiliare inferiore a 10 mila euro. Il bonus prevede un contributo che va dai 400 agli 800 euro a seconda del nucleo familiare.

PARTITE IVA – Nel Dl dovrebbero essere destinati contributi a fondo perduto per tutti i titolari di partita Iva con ricavi non superiori a 5 milioni di euro e perdite di almeno il 33%. I contributi vanno da un minimo di 1.000 a un massimo di 150mila euro. L’ammontare è calcolato in base alla differenza tra il fatturato di gennaio e febbraio 2021 con quello di gennaio e febbraio 2019 applicando tre percentuali: 20% per le imprese con ricavi o compensi nel periodo di imposta 2019 non superiori a 400mila euro, 15% per quelle con ricavi fino a 1 milione e 10% fino a 5 milioni.

CONGELAMENTO FISCALE – Verrà rinnovato il ‘congelamento’ dei versamenti fiscali e delle rate della rottamazione fino a fine aprile, con contestuale ripresa delle notifiche delle nuove cartelle. Le scadenze sospese andranno saldate entro il sessantesimo giorno dal termine della sospensione. Modificate anche le scadenze per le rate della rottamazione e del saldo e stralcio. Le rate saltate finora e relativi al 2020 andranno saldate entro il 31 luglio, quelle relative al 2021 (febbraio, marzo, maggio e luglio) entro il 30 novembre. Nel decreto sostegno potrebbe rientrare anche lo stralcio di tutte le cartelle ricevute tra il 2000 e il 2015. Nella bozza del decreto la misura compare ma non viene specificato l’importo delle cartelle prese in considerazione. Nella relazione tecnica sono elencate 6 ipotesi: 3mila euro, con un costo per lo Stato pari a 730 milioni; 5mila euro, con un costo di 930 milioni; 10mila euro, con un costo di 1,5 miliardi; 30mila euro, con un aggravio di circa 2 miliardi; 50mila euro, con costo di 2,3 miliardi. Infine, nel caso della cancellazione di tutte le cartelle dei 15 anni, l’aggravio per lo Stato si aggirerebbe sui 3,7 miliardi.

BLOCCO LICENZIAMENTI E CIG – Dieci miliardi del nuovo pacchetto andranno a sostenere il blocco dei licenziamenti, prorogato a fine giugno, e la cassa integrazione covid che dovrebbe essere prolungata per tutto l’anno.

CONGEDI PARENTALI E VOUCHER BABY SITTER- Circa 200 milioni, come anticipato dalla ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, per il innovo dei congedi parentali per chi ha figli impegnati nella didattica a distanza. Vi è poi la possibilità di scegliere lo smart working sempre laddove vi siano necessità di cura, e i voucher baby-sitter.

ALTRI BONUS – Contributi a fondo perduto generalizzati senza codici Ateco e con autocertificazione oltre a bonus per i lavoratori stagionali, autonomi e intermittenti.

FONDI A FORZE DI POLIZIA E VIGILI DEL FUOCO – Il dl sostegno prevede fondi anche per le forze di polizia, i vigili del fuoco, la polizia penitenziaria e le capitanerie di porto impegnate nella lotta al Covid. Nella bozza viene autorizzata la spesa di 93,3 milioni in particolare per le indennità di ordine pubblico, l’impiego del personale delle polizie locali e per gli straordinari del personale delle Forze di polizia. Inoltre in considerazione del livello di esposizione al rischio di contagio da Covid-19 connesso allo svolgimento dei compiti istituzionali delle Forze di polizia, al fine di consentire la sanificazione e la disinfezione straordinaria degli uffici, degli ambienti e dei mezzi in uso alle medesime Forze, nonché assicurare l’adeguata dotazione di dispositivi di protezione individuale e l’idoneo equipaggiamento al relativo personale impiegato, è autorizzata per il 2021 la spesa complessiva di 24,9 milioni per l’anno 2021. Per gli straordinari dei vigili del fuoco la spesa ammonta a 5,7 milioni, mentre per garantire il rispetto dell’ordine e della sicurezza in ambito carcerario e far fronte al protrarsi della situazione emergenziale connessa alla diffusione del Covid-19, per il periodo dal primo febbraio al 30 aprile 2021, è autorizzata la spesa complessiva di euro 3,6 milioni per la polizia penitenziaria. Circa 3 milioni arrivano anche per le Capitanerie di porto.

Da ilfattoquotidiano.it il 13 novembre 2021. È il reddito di cittadinanza uno dei primi argomenti dell’ottava puntata di Fratelli di Crozza– in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+. Maurizio Crozza infatti ha dedicato al tema dei salari e della povertà il suo monologo settimanale.

Il 75% di chi prende il reddito grillino non ha mai lavorato. Domenico Di Sanzo il 14 Novembre 2021 su Il Giornale. Il presidente Inps insiste sul sussidio. Eppure la misura non piace a oltre metà del Paese. Secondo un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera, più della metà degli italiani intervistati giudica negativamente il reddito di cittadinanza. Ma il presidente dell'Inps Pasquale Tridico, professore vicino al M5s, è irremovibile sul sussidio e insiste: «Personalmente rifarei la misura». Nel frattempo continua il pressing di renziani e centrodestra per una revisione radicale della legge, oltre le modifiche già proposte dal governo. Il tema divide la politica e spacca i cittadini. Nonostante il rifinanziamento del Rdc, il 53% delle persone interpellate da Ipsos per il Corriere esprime un parere negativo sull'assegno bandiera del M5s. Nell'articolo di Nando Pagnoncelli, direttore dell'istituto di rilevazioni, viene specificato però che «solo» il 32% del campione esprime un giudizio positivo sul reddito di cittadinanza, a fronte di un 15% di «non saprei». Colpisce un dato: tra gli elettori dei diversi partiti gli unici ad essere entusiasti del sussidio sono i sostenitori dei 5 Stelle. Mentre, per certi versi, sorprende il posizionamento di chi si identifica nel Pd e nelle altre liste del centrosinistra. Per il 48% dei dem lo strumento pensato per fronteggiare la povertà è quantomeno da cambiare, il giudizio è negativo. Percentuale che stona con la strenua difesa della norma da parte di alcuni esponenti di peso del Nazareno. I no al Rdc salgono al 74% per chi vota le altre liste di centrosinistra. Segmento in cui sono comprese sia Leu e Articolo 1, che hanno difeso la misura, sia Italia Viva e Azione, tra i principali critici del Rdc. Scontata l'ostilità compatta dell'elettorato del centrodestra. In compenso un po' tutti gli elettori sono moderatamente soddisfatti dai ritocchi pensati dal governo Draghi. Dal centrodestra, comunque, pensano che si possa fare di più. Dall'opposizione Giorgia Meloni è in prima linea nella campagna contro l'assegno di stato voluto dal M5s. «È una vergogna aver messo altri 2 miliardi sul reddito di cittadinanza, una misura fallimentare. Era inevitabile che fallisse perché è una misura stupida», attacca a testa bassa la leader di Fdi durante un incontro a Milano con gli amministratori lombardi del partito. Meloni collega i fallimenti del reddito di cittadinanza alla questione degli stipendi - spesso molto bassi - degli amministratori locali. «Credo sia assolutamente giusto oggi tornare a parlare di retribuzioni adeguate per gli amministratori locali. È una follia che in questa Nazione chi si occupa della collettività spesso percepisca meno di chi prende il reddito di cittadinanza», dice Meloni, anche se il governo ha previsto nella manovra un aumento delle paghe dei sindaci. Parole dure dalla presidente di Fdi, ma non più pesanti rispetto a quelle pronunciate dal leader di Iv Matteo Renzi, che venerdì sera a Otto e Mezzo ha parlato di «reddito di criminalità». A Bergamo, a pochi chilometri di distanza dalla riunione dei meloniani, va in scena il controcanto di Tridico. Intervenendo al festival d'Impresa, il presidente dell'Inps parla di «un atteggiamento verso i poveri molto violento, molto aggressivo e indifferente». «Il Paese non è pronto politicamente ad accettare l'esistenza di un reddito minimo», la decisa presa di posizione. «Il reddito esiste per la platea di poveri che esistono e non inoccupabili per questo - continua Tridico - personalmente lo rifarei, perché bisogna contrastare la povertà». Infine la giustificazione per le difficoltà sulle politiche attive del lavoro. «Il Rdc oggi copre oltre 3 milioni di persone, di cui due terzi minori, disabili, anziani. Il 75% di queste persone non ha mai lavorato». Domenico Di Sanzo

Futuro dei navigator, ecco i sindacati delle cause perse. Riccardo Mazzoni su Il Tempo il 12 dicembre 2021. Cgil e Uil, che hanno indetto lo sciopero generale più surreale nella storia del sindacato, domani scaldano i muscoli in vista del 16 dicembre con un presidio nazionale organizzato davanti al ministero dello Sviluppo economico per chiedere risposte sul futuro dei navigator, il cui contratto scade a fine anno. La battuta verrebbe facile, ma sarebbe scontata: sindacati delle cause perse, perché di queste mitiche creature partorite dal genio creativo dell’altrettanto mitico Parisi, ex presidente di Anpal, si era persa ogni traccia nei duri mesi del lockdown, e nessuno ne sentiva la mancanza. Tanto che, dopo la proroga concessa ad aprile, i navigator sono scomparsi dai radar della legge di bilancio per essere sostituiti dalle Agenzie private del lavoro. Il sipario sembrava dunque definitivamente calato su di loro, ma siamo in Italia, dove mai nulla è definitivo, per cui usciti dalla porta, sono subito rientrati dalla finestra grazie a un emendamento dei relatori al decreto legge Recovery, che consente alle Regioni di subentrare ad Anpal nella sigla dei nuovi contratti. Per farla breve, i navigator potranno quindi proseguire per altri sei mesi la stessa missione fallita in questi anni, ossia accompagnare al lavoro i beneficiari del reddito di cittadinanza fino al «completamento delle procedure di selezione e di assunzione del personale da destinare ai centri dell'impiego». Come la famosa telefonata di uno spot, anche un emendamento dunque può allungare la vita, ma è legittimo chiedersi se non si tratti in questo caso di vero e proprio accanimento politico: dopo due anni e mezzo e 180 milioni di euro spesi tra stipendi e formazione, infatti, il loro impatto sull’occupazione è stato praticamente nullo. Secondo il presidente di Confindustria Bonomi, che citava dati Istat, attraverso il sistema di politiche attive dei navigator sono state assunte 423 persone, numeri neanche da fallimento: da ecatombe. D’altronde, il ruolo del Job advisor, nei collaudati servizi per l’impiego del Centro-Nord d’Europa, è altamente qualificato, e ci si approda dopo una formazione specialistica ottenuta con corsi post-laurea, mentre i nostri 2500 navigator sono stati reclutati da Di Maio con la stessa superficialità con cui annunciò di aver abolito la povertà dal balcone di Palazzo Chigi. «Oggi – disse l’allora vicepremier - inizia una rivoluzione nel mondo del lavoro, mettiamo il tassello fondamentale dei navigator, e molti giovani italiani quando arriveranno ai centri dell’impiego non troveranno più un’umiliazione, ma un’opportunità. Sono stato preso in giro ma questi ragazzi sono gli alfieri di un nuovo modo di portare avanti le politiche attive in Italia». Questo piccolo e improvvisato esercito era stato caricato di funzioni oggettivamente improbe: oltre all’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, anche il controllo dei truffatori del reddito di cittadinanza: «Il sussidio – assicurò Di Maio - sarà erogato a livello nazionale ma la riforma dei centri per l’impiego darà la possibilità di conoscere ogni giorno chi sta percependo il reddito, come si sta formando, come si sta comportando e se ne ha diritto». Abbiamo visto com’è andata. E nonostante la comprensibile difesa corporativa di chi rivendica il lavoro svolto e si sente scivolare via il posto, sfugge francamente la logica dell’ulteriore proroga di sei mesi che si sta profilando. L'incendiario leader della Uil Bombardieri ieri si è scagliato contro il ministro Giorgetti, reo di questa battuta ritenuta «vergognosa»: «I navigator non sono stati in grado di navigare». Ma il ministro ha detto solo la verità.

Sedotti e abbandonati. La protesta dei navigator delusi è l’amara prova dell’incompetenza grillina. Marco Fattorini su L'Inkiesta il 19 Novembre 2021. Luigi di Maio li aveva definiti i nuovi alfieri delle politiche attive. Dopo due anni e mezzo e 180 milioni di euro spesi tra stipendi e formazione il loro impatto sull’occupazione è stato nullo. «Il ministro non si era mai occupato di politiche del lavoro, ma era convinto che la competenza non servisse, che per eliminare la povertà bastassero le escogitazioni dell’ultimo momento». «Voi avete studiato più di me, non avete un ruolo da scrivania ma un lavoro dinamico. Con voi inizia una rivoluzione». Così nell’estate del 2019 Luigi Di Maio parlava ai navigator appena assunti. Li aveva definiti «gli alfieri di un nuovo modo di portare avanti le politiche attive in Italia». Talmente nuovo che dopo due anni rischia di sparire. Il contratto di 2500 navigator è in scadenza il 31 dicembre e la legge di Bilancio non ne ha previsto il rinnovo. «Al loro posto ci saranno Agenzie private del lavoro», ha dichiarato il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. I Cinquestelle sognavano di abolire la povertà con un decreto. Ma oggi a estinguersi potrebbero essere i professionisti che avevano il compito di trovare un lavoro a centinaia di migliaia di beneficiari del reddito di cittadinanza. Accolti da aspettative messianiche e dileggi, i navigator sono costati 180 milioni di euro tra stipendi e formazione. «Quella del navigator una figura nata male. Anzi, malissimo». Ne è convinto Pietro Ichino, giuslavorista, ordinario alla Statale di Milano ed ex senatore del Partito Democratico, che a Linkiesta spiega: «Il ruolo del Job advisor, nei servizi per l’impiego dei Paesi del Centro e Nord-Europa, si caratterizza per una formazione specialistica ottenuta con corsi di due o tre anni dopo la laurea. I nostri navigator sono bravissime persone, ma il ruolo che è stato loro assegnato non lo si può improvvisare». In questi mesi i navigator si sono mossi tra centri per l’impiego sguarniti, banche dati regionali che funzionano a singhiozzo e sistemi che non comunicano. Solo 420mila beneficiari del sussidio sono stati presi in carico, il 37,9 per cento di tutti quelli che hanno firmato il patto per il lavoro. Secondo la Corte dei Conti, al 10 febbraio 2021 erano 152.673 le persone che avevano instaurato un rapporto di lavoro successivo alla data di presentazione della domanda: il 14,5 per cento del totale. Nelle ultime settimane il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, citando dati Istat, ha rincarato la dose: «Tramite il sistema di politiche attive dei navigator sono state assunte 423 persone». Secondo Ichino la prima colpa della politica nei confronti dei navigator «è stata nel buttarli allo sbaraglio senza preoccuparsi minimamente del management che avrebbe dovuto organizzarne il lavoro, e neppure di definire con precisione il compito che si assegnava loro. Così, nel migliore dei casi, si è finito coll’affiancarli ai dipendenti di ruolo dei Centri per l’Impiego, perché li aiutassero nei loro compiti burocratici. Poi, la pandemia ha fatto il resto». La manovra economica del governo Draghi prevede una riforma del reddito di cittadinanza, con più controlli contro i furbetti e le solite polemiche. «Siamo il capro espiatorio di una battaglia politica, siamo stati strumentalizzati anche da chi avrebbe dovuto difenderci», racconta a Linkiesta Antonio Lenzi. Quarantadue anni, una laurea in scienze politiche e un dottorato in storia dei partiti politici, Lenzi è il portavoce dell’associazione nazionale navigator A.N.NA. «Ce ne hanno dette di tutti i colori, che non abbiamo mai lavorato e siamo incapaci. Ma senza di noi i centri per l’impiego collassano e il meccanismo si inceppa. Chi gestirà la platea dei beneficiari del reddito?». I professionisti, tutti laureati e assunti dopo una selezione pubblica a cui si erano presentati in 80mila, non ci stanno a passare per miracolati. «I dati – precisa Lenzi – non riescono a mostrare completamente il lungo lavoro per preparare le persone a un’occupazione. E comunque in questi anni abbiamo contattato 580mila aziende. Facciamo tutto quello che serve per reinserire i nostri utenti sul mercato, valutando competenze e condizioni familiari. Li indirizziamo a corsi di formazione, li prepariamo per i colloqui. Stiamo parlando di una platea particolare. Il 72 per cento dei percettori del reddito ha la licenzia media, è assente dal mondo del lavoro da più di cinque anni, non ha un mezzo proprio, ha un’alfabetizzazione digitale quasi nulla». Il padre dei navigator , l’ex capo dell’Anpal (Associazione nazionale politiche attive del lavoro) Mimmo Parisi rimosso a maggio dal governo Draghi, aveva annunciato un software che avrebbe aiutato a incrociare la domanda con l’offerta di lavoro. Un programma chiamato “Mississippi Works”, inventato da Parisi e utilizzato dallo stato del Mississippi. La versione italiana però non è mai arrivata. Con buona pace del professore che, dopo essersi fatto rimborsare i viaggi aerei in business class, è tornato negli Stati Uniti. Il morale delle truppe volute da Parisi è ai minimi. In Liguria il 60 per cento dei navigator si è licenziato perché insoddisfatto o perché ha trovato un altro lavoro. «D’altronde siamo precari, non abbiamo ferie, maternità né tredicesima», raccontano. La paga è di 27mila euro lordi annui più 300 euro mensili di rimborsi forfettari. Chi trova di meglio, e magari ha una famiglia da mantenere, va altrove. Intanto giovedì a Roma i navigator sono scesi in piazza insieme a Cgil, Cisl e Uil per protestare contro il mancato rinnovo contrattuale. E c’è chi scommette: «Non spariremo, al massimo sparirà il nome navigator ». Dal Movimento 5 Stelle fanno sapere che cercheranno di trovare «una soluzione “in zona Cesarini” per garantire continuità occupazionale a questi professionisti». Magari coinvolgendoli nell’attuazione della riforma delle politiche attive prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Anche il ministro Brunetta si è detto «disponibile a trattare il dossier». La questione è politica. Come la propaganda e i trionfalismi del governo gialloverde, che ormai sono un ricordo beffardo. Pietro Ichino non ha dubbi: «Questa è stata la prima colpa di Luigi Di Maio nella veste di ministro del Lavoro. Si è toccato con mano che cosa significa l’espressione “improvvisazione al Governo”. Il ministro non si era mai occupato in precedenza di politiche del lavoro, ma era convinto che la competenza non servisse, che per eliminare la povertà e per dare lavoro a tutti bastassero le escogitazioni dell’ultimo momento. Per fortuna è una persona intelligente, che da allora ha saputo fare molta strada. Oggi – ne sono certo – si vergogna della figuraccia che ha fatto in veste di ministro del Lavoro. E non solo con i navigator : l’esperienza del prof. Parisi a capo dell’Anpal è stata anche peggio».

Niente fondi nella legge di bilancio. Navigator addio, non prorogato il contratto ai 2500 ‘consulenti’: certificato il flop del reddito di cittadinanza grillino. Fabio Calcagni su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Addio navigator. I 2500 professionisti chiamati ad affiancare i percettori del reddito di cittadinanza nella ricerca di un lavoro non vedranno rinnovati i loro contratti. La legge di bilancio non prevede infatti altri fondi per proseguire l’esperimento: il loro contratto, scaduto ad aprile, era stato prorogato dal decreto Sostegni fino al termine dell’anno. La bozza della legge di bilancio visionata dall’Ansa che le Agenzie per il lavoro iscritte all’Albo e autorizzate dall’Anpal possano “svolgere attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro per i beneficiari di reddito di cittadinanza”. Il loro ruolo, scrive ancora l’Ansa, si affianca a quello dei centri per l’impiego ed è volto ad agevolare l’occupazione dei percettori di Rdc, esplicita la bozza che le include negli incentivi. Per ogni assunto è riconosciuto il 20% dell’incentivo previsto per il datore di lavoro. L’addio ai navigator era stato preannunciato dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta in un’intervista al Corriere della Sera sul reddito di cittadinanza, in cui si annunciava l’intenzione di sostituirli con agenzie del lavoro private. Per il ministro di Forza Italia “le agenzie private sono tante, circa 100 autorizzate, con una rete di 2.500 filiali sparse in tutto il Paese e decine di migliaia di dipendenti diretti. Non sono certo i poveri navigator, è gente che conosce il territorio. Questa è una vera riforma, quasi una rivoluzione, che ha visto la massima collaborazione di tutti i partiti della maggioranza, senza arroccamenti ideologici. Ne esce un assetto totalmente diverso”. Parlando del reddito di cittadinanza, Brunetta ha quindi aggiunto che sul provvedimento bandiera dei 5 Stelle “è stata fatta una rivoluzione”, il vecchio sistema “era un’accozzaglia di confusione, ideologismi, soluzioni improbabili. In due anni e mezzo è costato 19,6 miliardi. L’importo medio erogato è cresciuto dell’11%, con una serie di abusi e distorsioni sul mercato del lavoro”, “ora chi non si presenta al centro per l’impiego ogni mese, se non ha ragioni valide, perde il sussidio o gli viene ridotto”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

"Hanno solo ingolfato i centri per l'impiego". Gian Maria De Francesco il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Il docente della Bocconi: "L'operazione navigator? È stata solamente di facciata". Il reddito di cittadinanza non avrebbe mai potuto mai funzionare come strumento per favorire l'occupazione per via della mancanza, a monte, di investimenti sulle politiche attive per il lavoro. Parola di Maurizio Del Conte, docente di Diritto del lavoro all'Università Bocconi di Milano, presidente dell'Anpal dal 2016 al 2019 e consigliere giuridico del governo Renzi.

Professor Del Conte, quali sono i difetti strutturali del reddito di cittadinanza?

«Il problema non sono le truffe ma cosa si è pensato di realizzare con questo strumento. Quando è stato proposto è stato indicato come uno strumento di politiche attive che avrebbe consentito di riattivare al lavoro chi era in stato di povertà. Una lettura assolutamente astratta e superficiale come segnalato dall'Alleanza contro la povertà che evidenziò la necessità di prendersi cura di quei fenomeni che generano la trappola della povertà come i disagi educativi, abitativi, familiari e le dipendenze. Abbiamo scambiato questo problema con quello della disoccupazione e si è creduto di poter rilanciare la rete delle politiche attive con il reddito di cittadinanza invertendo l'ordine logico degli elementi».

In cosa consiste effettivamente questa inversione?

«Posso aiutare i beneficiari del reddito a trovare lavoro se prima ho costruito un sistema molto efficiente di politiche attive. Ma meno di un terzo dei percettori era effettivamente accompagnabile in un percorso di rafforzamento delle competenze per affrontare l'incontro con le imprese. L'operazione navigator è stata di facciata, si voleva immaginare che avrebbero risolto il problema quando sappiamo benissimo che la componente dei disoccupati in stato di povertà non è immediatamente occupabile, ma ha bisogno di un percorso di qualificazione professionale perché disoccupati di lunga durata o perché mai entrati nel mondo del lavoro».

In Francia e Germania questi sussidi hanno funzionato perché al reddito si aggiunge un percorso di formazione. In Italia anche Garanzia Giovani è stata un insuccesso.

«Occorreva collegare Anpal, Inps e Centri per l'impiego ridisegnando il sistema delle competenze con investimenti - che al tempo erano possibili - per assumere profili qualificati. Si è preferita la retorica, ossia raccontarsi che sarebbe stato sufficiente incrociare domanda e offerta con un'App (il sistema ideato dall'ex presidente Anpal Mimmo Parisi, ndr) per creare posti di lavoro. Alla fine non c'è stata nemmeno l'App».

Da un punto di vista keynesiano come si dovrebbe strutturare questo strumento?

«Bisogna creare prima le infrastrutture che garantiscono la capacità di prendersi in carico dei disoccupati e portarli a essere spendibili sul mercato del lavoro. Il reddito di cittadinanza deve venire dopo e appoggiarsi su un sistema solido così come avviene in Germania. Così quando il cittadino si rivolge a questi servizi, si mette in gioco con un soggetto la cui efficacia è stata testata, noi questa parte non l'abbiamo ancora realizzata, caricando di una nuova e massiccia utenza i servizi già fragili dei 550 Centri per l'impiego».

I 4,4 miliardi del Pnrr per la Gol avranno qualche effetto?

«Le risorse sono condizione necessaria ma non sufficiente. Se si guarda alla Gol, ha il difetto di non indicare obiettivi reali e misurabili ma solo di consentire alle strutture sul territorio di accogliere più disoccupati e infatti l'obiettivo è prendere in carico 1,5 milioni di disoccupati ma il problema non è parcheggiarli nei Centri per l'impiego ma portarli a essere veramente occupati».

Gian Maria De Francesco. Barese, classe 1973, laurea in Filosofia e specializzazione in Giornalismo all’Università Luiss di Roma. Mi occupo dei maggiori avvenimenti economico-finanziari da oltre vent’anni. Ho scritto un libro nel 2019 intitolato «Tassopoly: dall’Irpef alla pornotax, il folle gioco delle tasse». Ho tre grandi passioni: la famiglia, il Bari e il Brit-pop. 

Un paradosso che rafforza la povertà. Pier Luigi del Viscovo il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. Il reddito di cittadinanza non sconfigge la povertà, al massimo ne allevia gli effetti. Il reddito di cittadinanza non sconfigge la povertà, al massimo ne allevia gli effetti. Ma così facendo, poiché nulla è gratis, ne rafforza le cause, che stanno da ambo le parti e che la classe dirigente avrebbe il dovere morale, prima che politico, di estirpare. Dire che non c'è lavoro significa che per gli attori, dal piccolo artigiano alla multinazionale, è via via più difficile fare impresa e assorbire manodopera. Eppure, un tempo eravamo più poveri ma creavamo più ricchezza. Troppe complicazioni piccole e invisibili si sono accumulate nei decenni, sebbene per nobili finalità, e ora sono un fardello insostenibile. Non sono solo le tasse o la lentezza e l'incertezza della giustizia. C'è molto di più ed è nascosto in tante pieghe del sistema, che però chi produce incontra ogni giorno. Ci inciampa, cade e si rialza, ma perde velocità e spende energie: dopo un po' si stanca e rinuncia. La politica dovrebbe trovarle ed eliminarle. Comporta scelte difficili, ma è ciò che va fatto. Però c'è anche un deficit di competenze e abilità. Per fare un occupato non basta un posto di lavoro, serve pure una persona capace e disponibile. Troppi disoccupati o saltuari hanno requisiti al di sotto di quel minimo necessario a garantirsi un'impiegabilità duratura. Molte colpe stanno nella scuola, la cui funzione però non è propriamente quella di formare le prossime generazioni, quanto piuttosto di impiegare quelle attuali. Almeno, questo si desume analizzando nei fatti il sistema scolastico. Però pure le famiglie hanno la loro responsabilità, innanzitutto culturale, avendo dato ai figli il benessere che avevano o le garanzie che potevano, a cominciare da un posto fisso, invece degli strumenti e della capacità di prodursela da soli, la ricchezza. Noi la misuriamo dai soldi, che invece sono solo il suo prodotto. La ricchezza sta nella capacità di crearla. Molti sono ricchi prima di avere soldi, perché hanno un'idea e la determinazione e le capacità di realizzarla. Un ragazzo che abbia voglia di studiare per apprendere, di imparare cose nuove e di migliorare sempre non è ricco, ma lo può diventare e almeno avrà sempre un lavoro e di che vivere. I ricchi puntano su formazione e informazione, non su qualcuno che gli dia soldi. Sconfiggere la povertà si può, ma non col reddito di cittadinanza. Bisogna prima di tutto odiarla, la povertà, e trasformare i poveri in ricchi, non di soldi ma di volontà di guadagnarseli. Chi si aspetta che lo Stato debba dargli un lavoro o almeno dei soldi non sarà mai ricco. Chi non voglia restare povero deve smettere di criticare i ricchi e anzi osservarne i valori e i comportamenti, per capire cosa prendere per sé. Secondo una massima attribuita a Bill Gates, se nasci povero non è colpa tua, ma se muori povero sì. Pier Luigi del Viscovo

Succede in Emilia Romagna: la testimonianza dei Navigator. Rifiuta 20 offerte di lavoro ma non perde il reddito di cittadinanza: “Vi spiego perché”. Redazione su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Venti offerte di lavoro rifiutate: eppure ha ancora il reddito di cittadinanza. La rivelazione, all’indomani della stretta sul beneficio prevista con la prossima Legge di Bilancio, arriva direttamente da uno dei 125 navigator dell’Emilia Romagna. Intervistato da Repubblica, ha spiegato: “Perché nessuno gli toglie l’assegno? Perché formalmente le 20 offerte, anche a tempo indeterminato, che gli ho proposto, quasi tutte in presenza, non sono offerte congrue, come le definisce la legge”. Ma non nella sostanza, bensì per  una direttiva precisa della Regione, contenuta in un documento interno. 

“Ci è stato imposto di mettere sempre no”

Il reddito di cittadinanza decade quando il beneficiario rifiuta tre offerte di lavoro (che diventeranno due a partire dal 2022). Ma se il rifiuto non risulta, allora l’Inps continuerà a ricaricare la card gialla con la somma spettante.

Ed è proprio ciò che è accaduto, stando a quanto riferito, in Emilia Romagna, a causa della richiesta di non classificare le offerte come congrue sulla piattaforma apposita creata dall’Anpal, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive. “Ci è stato detto di mettere ‘sempre no’ nel campo dell’offerta congrua a prescindere dalla durata del contratto di lavoro che viene offerto” ha raccontato sempre a Repubblica un altro navigator. 

La smentita della Regione

La Regione Emilia Romagna, però, fa sapere che non esiste un suggerimento generale, che il divieto non vale per tutte le offerte, bensì solo per quelle con durata inferiori a 90 giorni, che sono la maggior parte.

Ma i navigator non ci stanno e mostrano il documento, da loro ricevuto tra febbraio e marzo scorso, in cui vengono elencate le caratteristiche che deve avere un lavoro ‘congruo’ e che testimonia quanto dichiarato. Si legge infatti: “Offerta congrua: mettere sempre ‘no’ nel campo corrispondente.” 

“Io ad esempio ho proposto anche 5, 7, 10 posti ad un singolo percettore: in alcuni casi anche contratti stabili, in altri comunque ben al di sopra dei tre mesi e sono stati rifiutati perché non erano interessati” ha raccontato un’altra ‘navigatrice’. Anche se nell’articolo non sono specificati ulteriori dettagli riguardanti le proposte di lavoro rifiutate.

Navigator addio

Intanto la figura lavorativa dei navigator è destinata a scomparire. Nella bozza della Legge di Bilancio non compaiono fondi per il rinnovo dei contratti, che quindi dovrebbero scadere a fine anno. Il loro posto verrà preso da agenzie di lavoro private. Uno scenario per cui è stata già annunciata dai sindacati FeLSA CISL, NIdiL CGIL e UILTemp una mobilitazione nazionale il prossimo 18 novembre a Roma.

Antonella Aldrighetti per “il Giornale” l'11 novembre 2021. Con la manovra finanziaria arriva la tanto preannunciata nonché auspicata, stretta sul reddito di cittadinanza. La misura economica, riformulata dal governo Draghi, si prefigge di arginare abusi e irregolarità per incentivare occupazione e inclusione sociale. E sembra totalmente condivisa dallo stesso Luigi Di Maio (in foto) che la ritiene: «Un tagliando al reddito con tanto di aggiornamento e controllo sulle truffe». Furbetti, amanti sconsiderati del divano e lavoratori in nero attenzione, i nuovi vincoli saranno così rigidi che non consentiranno malintesi: chi trasgredirà le regole rimarrà fuori dal beneficio senza appello. Al contempo ai 2.980 navigator in servizio da 2 anni e 6 mesi non saranno rinnovati i contratti ma lasceranno il posto alle agenzie di lavoro interinale iscritte all'Albo e autorizzate dall'Anpal. Saranno loro a svolgere le necessarie attività di mediazione tra domanda e offerta di lavoro tra aziende e percettori dell'assegno di Stato. E per ogni assunto è riconosciuto il 20% dell'incentivo previsto per il datore di lavoro. Tuttavia i nuovi requisiti entreranno in vigore dall'1 gennaio prossimo a partire dalle offerte di lavoro che passeranno da 3 a 2, dal rigore con il quale verrà firmato il patto per il lavoro e quello per l'inclusione sociale che tratteggeranno le nuove caratteristiche sottoscritte nell'articolo 21 del Ddl bilancio 2022 in merito al riordino della disciplina del reddito di cittadinanza. Chi non si atterrà alle nuove direttive vedrà revocato il beneficio: stop al reddito di cittadinanza dopo due proposte di lavoro congrue rifiutate. L'offerta è considerata congrua se il lavoro dista al massimo 80 chilometri dalla residenza, o vi si arriva in 100 minuti con mezzi pubblici; ma il vincolo territoriale salta dalla seconda offerta, che diventa congrua da qualsiasi luogo arrivi in tutt'Italia. Al contempo però già a partire dal prima rifiuto entra il cosiddetto décalage, la decurtazione di una prima porzione di reddito. «Non è sicuramente con un décalage di 5 euro al mese che si risolvono i problemi, qua c'è qualche miliardo da destinare ad altre voci di spesa». È il commento del leader della Lega Matteo Salvini. Ulteriore stop all'assegno arriva se non ci si presenta almeno una volta ogni mese, senza comprovato giustificato motivo, presso un centro per l'impiego. A partire da gennaio si incominceranno a firmare i cosiddetti patti per il lavoro anche per quanti, a causa della pandemia, non si sono potuti recare al centro di zona anche per l'assenza di operatori che lavoravano in smartworking. Sottoscrivendo il patto si accetta il percorso di inclusione sociale che preveder servizi in presenza con un progetto personalizzato e congruo al percettore, altrettanto verranno considerati nuovi progetti utili alla collettività: ciascun comune sarà vincolato a integrare nell'ambito di questi progetti almeno un terzo dei percettori. Vincoli stringenti per la partecipazione in presenza: ogni percorso prevede la frequentazione periodica del percettore di reddito di cittadinanza, ovviamente dotato di green pass, al quale per l'impegno formativo e sociale non verrà riconosciuto alcun bonus aggiuntivo. Una vigilanza speciale sarà svolta dall'Inps alla quale viene chiesta «una specifica attività di monitoraggio a cadenza trimestrale e, entro il mese successivo alla fine di ciascun trimestre». I risultati verranno comunicati al ministero del Lavoro e al ministero dell'Economia.

"I centri per l'impiego devono convocare 600mila persone al mese". Come cambia il reddito di cittadinanza in 10 mosse: tutte le proposte e i paletti per chi rifiuta il lavoro. Redazione su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Più paletti e controlli da una parte, più inclusione sociale dall’altra. La manovra del Governo Draghi, in attesa di essere approvata entro fine anno, conferma la stretta sul Reddito di cittadinanza pur riconoscendo che rappresenta uno strumento indispensabile per contrastare la povertà. Chi avrà la possibilità di lavorare e rifiuta una offerta considerata congrua vedrà scattare un decalage mensile, ovvero un taglio del sussidio. Dopo il secondo rifiuto ci sarà la revoca del reddito. Questa una delle novità confermata nella riunione a Palazzo Chigi del premier Mario Draghi con i ministri del Lavoro, Andrea Orlando, delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, e della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.

Il taglio dell’assegno sarà quindi legato al sì o no rispetto all’offerta di lavoro (quelli proposti a mille chilometri di distanza non saranno presi in considerazione) e non sarà automatico. Ma prima di procedere entrerà in gioco anche un meccanismo di verifica per accertare che il beneficiario abbia effettivamente ricevuto e nel caso rifiutato l’offerta di lavoro, oltre ai meccanismi per facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

Le parole di Brunetta: “Chi non si presenta al cpi perde sussidio”

“Il vecchio sistema era un’accozzaglia di confusione, ideologismi, soluzioni improbabili. In due anni e mezzo è costato 19,6 miliardi. L’importo medio erogato è cresciuto dell’11 per cento, con una serie di abusi e distorsioni sul mercato del lavoro. Basti pensare alle difficoltà di reperire personale nel turismo o nel terziario”. “L’idea di fare tutto per via digitale, a distanza, – continua il ministro – non poteva funzionare. Questa è una materia che richiede la presenza, colloqui costanti. Ora chi non si presenta al centro per l’impiego ogni mese, se non ha ragioni valide, perde il sussidio o gli viene ridotto“. Brunetta osserva che “la prima grande innovazione è tracciare una netta distinzione fra occupabili e non. Oggi 1,68 milioni di nuclei familiari ricevono il Reddito, per un totale di 3,8 milioni di persone coinvolte, ma dei beneficiari solo circa un terzo è occupabile. E su questo che si deve intervenire con le politiche attive del lavoro”.

“I centri per l’impiego devono convocare 600mila persone al mese”

Gli attuali centri per l’impiego dovranno convocare ogni mese 600 mila persone: “E’ fondamentale. Sono ordinario di Economia del lavoro da 40 anni e la letteratura su questo tema è inequivocabile: per collocare le persone bisogna parlarci, conoscerle, confrontarsi in presenza. Nel sistema com’è i beneficiari possono ricevere una raccomandata a casa con l’offerta di lavoro, ma c’è chi la evita proprio per non far scattare l’eventuale rifiuto. Meglio rafforzare il personale dei centri per l’impiego per fare gli screening che mandare assegni online in Romania”, ha concluso Brunetta.

Le 10 proposte per cambiare e migliorare il Reddito

Intanto sono dieci, al momento, le proposte avanzate dal comitato scientifico guidato da Chiara Saraceno e istituito lo scorso marzo al ministero del Lavoro perché previsto dalla legge istitutiva del Reddito. Dieci proposte per migliorare il Reddito di cittadinanza ed eliminare le “criticità” emerse in questi anni. Il lavoro della commissione scientifica “è una base da cui il Parlamento può partire per eventuali integrazioni” ha spiegato il ministro del Lavoro Orlando, “Verrà sottoposto a confronto con le altre forze politiche e valuteremo quali sono le proposte che possono marciare in modo più fluido e altre che possono essere divisive e verranno rimesse al parlamento”.

La prima è quella di non discriminare stranieri: ridurre a 5 anni requisito residenza

“Per ricevere il reddito di cittadinanza sono oggi necessari 10 anni di residenza in Italia, di cui gli ultimi 2 continuativi”, sottolinea Saraceno. Un limite “altissimo, nessun Paese ce l’ha così alto. Aspettare così tanto a sostenere una famiglia in povertà significa lasciare molti in un percorso di esclusione quasi irreversibile. Il contrasto alla povertà deve agire tempestivamente, non quando è troppo tardi”. Si propone dunque di ridurre da dieci a cinque anni il requisito di residenza per gli stranieri per l’accesso al reddito di cittadinanza, con un costo di circa 300 milioni di euro in più portando dentro circa 68mila famiglie.

La seconda è quella di rivedere la scala di equivalenza: non si penalizza intero nucleo familiare

Una proposta nata per ridurre il gap tra le famiglie numerose e quelle piccole e i single. Ovvero ridurre la soglia di partenza per i nuclei di una persona da 6000 a 5400 euro; equiparando, nella scala di equivalenza, i minorenni agli adulti, attribuendo a tutti, dal secondo componente della famiglia in su, il coefficiente 0,4; portare il valore massimo della scala di equivalenza a 2,8 (2,9 in presenza di persone con disabilità); in caso di decadenza dal diritto al beneficio a causa di non ottemperanza agli obblighi da parte di un componente della famiglia, la decadenza valga solo per questi, quindi per la sua quota, non per l’intero nucleo. “Ci sono dei problemi nella scala di equivalenza, uno è legato all’Isee, l’altro è legato alla famiglia come il fatto che un minorenne vale la metà di un adulto, ciò va a sfavore dei minorenni: la nostra proposta è di equiparare adulti e minorenni e alzare il coefficiente da 2,1 a 2,8 abbassando l’importo minimo da 500 a 400 euro, quindi con una redistribuzione interna. Oggi il calcolo è più favorevole a famiglie piccole e di adulti. L’assegno unico potrebbe impattare su questo discorso ma va cambiato innanzitutto il meccanismo di accesso”.

La terza: “Una migliore capacità di sostenere i costi dell’abitare”

Secondo il comitato scientifico occorre differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei di una sola persona e incrementandolo progressivamente al crescere del numero dei componenti.

La quarta: parte del reddito anche a chi lavora

“Non penalizzare chi lavora”: nella determinazione del reddito ai fini del calcolo dell’importo del sussidio da considerare, per chi inizia a lavorare o è già occupato, il reddito da lavoro solo per il 60%, senza limiti di tempo, ma fino a quando viene raggiunto il reddito esente da imposizione fiscale (nel 2021, 8174 euro per i redditi da lavoro dipendente e 4800 per i lavoratori autonomi), considerando al 100% la parte eccedente questa soglia.

La quinta: “Considerare il patrimonio in modo flessibile”

Considerare il patrimonio mobiliare come una delle tre fonti – insieme con reddito familiare e RdC – che, in quanto liquidabile, contribuisce a determinare la capacità di spesa (potere di acquisto) di una famiglia; prevedere che una parte del patrimonio mobiliare non sia liquidabile in quanto costituisce un cuscinetto riserva per le famiglie, per un ammontare di 4.000 euro (nel caso di famiglia con un solo componente); calcolare l’entità del RdC dovuto come la differenza tra la soglia di reddito complessivo che il RdC intende garantire e la somma del reddito disponibile e della quota di patrimonio liquidabile.

La sesta: “Eliminare l’obbligo di dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro per chi è indirizzato ai servizi sociali”

Richiedere la dichiarazione di immediata disponibilità solo dopo l’indirizzamento ai Centri per l’impiego e ai servizi sociali e solo a coloro che sono indirizzati (o reindirizzati successivamente) ai primi.

La settima: “Ridefinire i criteri di lavoro congruo per stimolare l’accesso all’occupazione”

Nella considerazione dell’entità minima della retribuzione accettabile rimodularla in base all’orario di lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time; per quanto riguarda l’orario di lavoro ritenuto congruo, invece di riferirsi a rapporti di lavoro a tempo pieno o con orario di lavoro non inferiore all’80% di quello dell’ultimo contratto di lavoro, stante che in molti casi questo riferimento non è possibile, fare riferimento a rapporti con orario di lavoro non inferiore all’60% dell’orario a tempo pieno previsto nei contratti collettivi di cui all’art. 51, d.lgs. n. 81/2015; considerare, almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima non inferiore a tre mesi, ma anche contratti di lavoro per un tempo più breve, purché non inferiori al mese, per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza; eliminare le severe disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano, dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro entro 250 chilometri dal luogo di residenza, ovvero su tutto il territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con compensi modesti.

L’ottava: incentivi ai datori di lavoro per le assunzioni dei percettori Rdc

Estendere l’attuale incentivo alle imprese che assumono i beneficiari del RdC anche nel caso di assunzioni con contratto a tempo indeterminato con orario parziale, assunzioni con contratto a tempo determinato, purché con orario pieno e di durata almeno annuale; sospendere, almeno temporaneamente in attesa che il meccanismo divenga più fluido ed efficiente, il requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma.

La nona: “Rafforzare i patti per l’inclusione e l’attuazione dei progetti di utilità collettiva”

Oltre a rafforzare e formare adeguatamente l’organico dei servizi sociali comunali, specie laddove è più sotto-dimensionato, occorre definire meglio un sistema di governance molto complesso, che vede interagire soggetti diversi – pubblici, di terso settore, privati – oltre a valutare se utilizzare criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone.

La decima: Abolire obbligo di spendere tutto in un mese

“Superare le distorsioni nell’utilizzo del RdC”: abolire l’obbligo di spendere l’intero contributo economico entro una scadenza predefinita; ridurre i vincoli sull’utilizzo.

Da "iene.mediaset.it" il 3 novembre 2021. Mentre si discute di nuovo del reddito di cittadinanza, Silvio Schembri ci racconta una protesta di disoccupati a Palermo anche contro molti luoghi comuni. Non vogliono più il reddito di cittadinanza, vogliono lavorare, pure per non sentirsi chiamare più parassiti o fannulloni. Altro che rifiutare le proposte: non hanno mai ricevuto un'offerta. Noi siamo andati a indagare nei Centri per l'impiego, trovando situazioni incredibili (e anche un lavoro per Nadia)

(ANSA il 3 novembre 2021) - "Abbiamo deciso di apportare modifiche alla legge sul Reddito di cittadinanza, innanzitutto facendo un tagliando. Ma io non ho mai sentito nel dibattito sulle truffe alle pensioni di invalidità che qualcuno voleva abolire le pensioni di invalidità. L'1% delle truffe è legato al Rdc, questo però ha una visibilità maggiore rispetto alle altre. Attenzione a non buttare il bambino con l'acqua sporca". Lo ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il suo libro 'Un amore chiamato politica" alla libreria Feltrinelli a Roma. "Renzi e Salvini lo attaccano ma ne hanno votato il rifinanziamento in Cdm, non un anno fa, 8 giorni fa", ha concluso.

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 3 novembre 2021.  Auto di lusso, figli inventati, precedenti penali per reati di criminalità organizzata: ci sono casi incredibili tra quelli scoperti dai carabinieri indagando sui percettori del reddito di cittadinanza. In cinque mesi - tra il 1° maggio e il 17 ottobre - sono state scoperte «4.839 posizioni irregolari, (i cosiddetti furbetti, ndr) il 12% dei 38.450 nuclei familiari controllati per un campione di 87.198 persone». La cifra percepita indebitamente è di quasi 20 milioni di euro. Tra il 2019 e il 2021 la cifra totale di aiuti economici finita nelle tasche sbagliate sfiora i 48 milioni di euro. Sono più di 41 milioni solo nel 2021, ottenuti da chi ha percepito irregolarmente il reddito di cittadinanza. 

I figli

Scrivono i carabinieri: «A Nova Siri un cittadino asiatico ha dichiarato falsamente la presenza in Italia della moglie e delle due figlie, che così hanno percepito il reddito pur abitando nel Paese d’origine. A Napoli si registra aveva due nuclei familiari che avevano ambedue chiesto e ottenuto il beneficio. In provincia di Caserta un uomo si è inventato una famiglia che non aveva e tutti prendevano i soldi. In provincia di Bari una donna si era ‘dimenticata’ di indicare, non solo la targa o l’estremo di registrazione di un veicolo di proprietà, ma addirittura il coniuge. In provincia di Caserta 8 persone dello stesso nucleo familiare hanno falsamente attestato di appartenere a 3 distinte famiglie e di risiedere in altrettante unità abitative, pur abitando nello stesso stabile». 

Auto e altri beni

Secondo il dossier «in provincia di Avellino un uomo aveva una Ferrari , numerosi immobili e terreni di proprietà. Un altro prendeva i soldi nonostante fosse accusato di essere il reggente del clan camorristico «Cavalese». Ad Isernia una donna, titolare di una società di autonoleggio e proprietaria di 27 autoveicoli, con false attestazioni relative alla residenza, al reddito percepito e all’attività lavorativa, ha indebitamente ottenuto il reddito di cittadinanza. In provincia di Lecce i soldi venivano erogati a un detenuto ai domiciliari proprietario di una grossa imbarcazione da diporto. A Taranto un 71enne disoccupato che percepiva il reddito di cittadinanza pur essendo il proprietario, unitamente alla moglie ed al figlio conviventi, di ben 17 autovetture e di una motocicletta, tra cui una BMmw, 1 Mini Cooper, 3 Jeep, 2 Smart e una Kawasaki Ninja. Un altro risultava proprietario di 4 veicoli, di cui due di lusso. Inoltre un percettore del reddito faceva parte di un nucleo familiare che, nell’ultimo triennio, aveva dichiarato rispettivamente redditi pari a euro 324.000, 143.000 e 164.000. In provincia di Potenza è stato denunciato il titolare di una scuola di ballo. 

Criminalità

Ci sono molti detenuti tra chi prende il reddito nonostante sia uno dei divieti espressi contenuti nella legge: «In provincia di Napoli sono stati denunciati tra gli altri 80 soggetti, tutti contigui alla criminalità organizzata, che con dichiarazioni omissive sono riusciti ad ottenere 852.515,91 euro di illecita percezione del reddito di cittadinanza. A Bari Palese un noto pluripregiudicato (arrestato il mese scorso in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare, per furto) aveva richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza nonostante fosse colpito da Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, avendo omesso di comunicare l’esistenza della misura di prevenzione a suo carico. In provincia di Brindisi un anziano esponente di rilievo della Sacra Corona Unita, ha percepito il reddito omettendo di comunicare di essere sottoposto alla misura della detenzione domiciliare».

Gli stranieri

In provincia di Barletta «le irregolarità emerse hanno riguardato cittadini stranieri sia comunitari, sia extra UE, che hanno falsamente dichiarato di riunire il requisito della residenza in Italia da oltre 10 anni, risultando in realtà presenti da periodi molto più brevi, o addirittura già cancellati all’anagrafe poiché irreperibili da anni, ma artatamente ricomparsi e reiscritti soltanto ai fini della presentazione della domanda tesa a ottenere il reddito di cittadinanza. Altri ancora, una volta ottenuto il reddito sono stati cancellati dall’anagrafe comunale poiché resisi irreperibili o rientrati nel proprio Paese di origine, tornando in Italia circa una volta al mese esclusivamente al fine di poter spendere e monetizzare quanto indebitamente percepito. Vi sono stati anche casi di numerosi soggetti che hanno dichiarato di far parte di nuclei familiari composti da 15-20 persone asseritamente residenti nella stessa abitazione, ma in realtà per l’anagrafe irreperibili o inesistenti».

Scoperte 5mila irregolarità in pochi mesi di controlli. Le storie del reddito di cittadinanza: dai finti figli a Ferrari, barche e aziende, bruciati 20 milioni. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 3 Novembre 2021. Quasi 20 milioni di euro di reddito di cittadinanza percepito indebitamente nel Sud Italia in poco più di cinque mesi di controlli. Sono 4.839 le irregolarità riscontrate, il 12% dei 38.450 nuclei familiari controllati per un campione di 87.198 persone. Ben 1.338 percettori indebiti del reddito erano già noti alle Forze di Polizia per altri motivi e 90 di loro hanno condanne o precedenti per gravi reati di tipo associativo. Chi aveva la Ferrari, chi la barca, chi molteplici appartamenti, chi un autonoleggio con 27 auto, chi una scuola di ballo. E c’è persino chi si è inventato di avere dei figli (ben sei). C’è un po’ di tutto tra coloro che hanno percepito indebitamente il reddito di cittadinanza nel Meridione d’Italia. È quanto è emerso tra il 1° maggio e il 17 ottobre nei controlli realizzati dai Carabinieri del Comando Interregionale “Ogaden”, con giurisdizione sulle Regioni Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata, unitamente con il Comando Carabinieri Tutela del Lavoro. Controlli mirati a verificare la reale sussistenza dei requisiti da parte dei percettori del reddito di cittadinanza.

In famiglia

A Collepasso (LE), un soggetto ha dichiarato la presenza nel proprio nucleo familiare di sei minori stranieri mai censiti in quel comune, senza avere con gli stessi alcun vincolo di parentela e con l’indicazione dei dati anagrafici priva del luogo di nascita e della nazionalità. Nello stesso Comune pugliese una coppia ha inserito nel proprio nucleo familiare la presenza di altri familiari, in realtà residenti in Germania.

A Nova Siri (MT), i Carabinieri hanno deferito un cittadino asiatico per aver dichiarato falsamente la presenza in Italia della moglie e delle due figlie, che così hanno percepito il reddito pur abitando di fatto nel Paese d’origine.

A Napoli si registra il caso curioso di un uomo del quartiere Stella, presente in due distinti nuclei familiari che avevano ambedue chiesto e ottenuto il beneficio.

In provincia di Caserta un soggetto ha falsamente dichiarato di far parte di un nucleo familiare composto da più persone, di fatto invece inesistente.

A Santeramo in Colle (BA) una donna è stata segnalata all’Autorità Giudiziaria perché si era “dimenticata” di indicare, non solo la targa o l’estremo di registrazione di un veicolo di proprietà, ma addirittura il coniuge. I Carabinieri in questo caso hanno appurato che la donna, al fine di percepire il reddito di cittadinanza aveva richiesto la residenza anagrafica in una via del comune santeramano che altro non era lo stesso appartamento in cui domiciliava e risiedeva il marito, ovvero un unico appartamento, con due ingressi diversi.

In provincia di Caserta 8 persone dello stesso nucleo familiare hanno falsamente attestato di appartenere a 3 distinte famiglie e di risiedere in altrettante unità abitative, pur abitando nello stesso stabile. 

“Nullatenenti”

In provincia di Avellino un 70enne convivente con un Funzionario Comunale (non indagata) possedeva un’automobile marca Ferrari, numerosi immobili e terreni di proprietà.

Sempre in provincia di Avellino, percepiva il reddito di cittadinanza un 50enne, ritenuto il reggente del clan camorristico “Cavalese”, operante in zona.

Ad Isernia una donna, titolare di una società di autonoleggio e proprietaria di 27 autoveicoli, con false attestazioni relative alla residenza, al reddito percepito e all’attività lavorativa, ha indebitamente ottenuto il reddito di cittadinanza.

Ad Aradeo (LE) un individuo, oltre a essere sottoposto alla misura restrittiva della detenzione domiciliare, è risultato intestatario di una grossa imbarcazione da diporto.

A Taranto la “task force” istituita dai Carabinieri ha individuato un 71enne disoccupato che percepiva il reddito di cittadinanza pur essendo il proprietario, unitamente alla moglie ed al figlio conviventi, di ben 17 autovetture e di una motocicletta, tra cui una BMW, 1 Mini Cooper, 3 Jeep, 2 Smart e una Kawasaki Ninja.

A Talsano (TA) un fruitore del beneficio risultava proprietario di 4 veicoli, di cui due di lusso. Inoltre un percettore del reddito faceva parte di un nucleo familiare che, nell’ultimo triennio, aveva dichiarato rispettivamente redditi pari a euro 324.000, 143.000 e 164.000.

In provincia di Caserta aveva chiesto il reddito di cittadinanza un soggetto appartenente ad un nucleo familiare i cui componenti erano titolari di due imprese con reddito annuo di circa 150.000,00 euro complessivi. Nella stessa provincia un soggetto ha falsamente attestato di essere nullatenente pur se intestatario di più immobili.

A Castelfranci (AV) un 22enne, figlio di un dipendente comunale, ha effettuato un cambio di residenza fittizio, costituendo un nucleo familiare a sé stante, pur rimanendo a vivere all’interno della stessa abitazione della madre che è titolare di un’azienda agricola produttrice di uve da vino particolarmente pregiate.

Ad Avigliano (PZ), i Carabinieri hanno deferito all’AG di Potenza 5 persone, una delle quali percettore di reddito di cittadinanza nonostante esercitasse attività lavorativa come gestore di una scuola di ballo.

A Campobasso un giovane 19enne ha presentato domanda di ammissione al beneficio del Reddito di Cittadinanza pur risultando proprietario di tre immobili, non dichiarati.

Criminalità

In provincia di Napoli un soggetto 41enne percettore di Reddito di Cittadinanza al momento della richiesta aveva omesso di dire che era sottoposto a misura detentiva, benché fosse agli arresti domiciliari con tanto di braccialetto elettronico perfettamente funzionante. Nella stessa provincia sono stati denunciati tra gli altri 80 soggetti, tutti contigui alla criminalità organizzata, che con dichiarazioni omissive sono riusciti ad ottenere 852.515,91 euro di illecita percezione del reddito di cittadinanza.

A Bari Palese un noto pluripregiudicato (arrestato il mese scorso in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare, per furto) aveva richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza nonostante fosse colpito da Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza, avendo omesso di comunicare l’esistenza della misura di prevenzione a suo carico.

A San Pietro Vernotico (BR) un anziano esponente di rilievo della Sacra Corona Unita, omettendo di comunicare di essere sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, è riuscito a percepire il Reddito di Cittadinanza.

 Irreperibili

A Campobasso quattro stranieri hanno presentato domanda di ammissione al beneficio del Reddito di Cittadinanza dichiarando, falsamente, di risiedere presso strutture di accoglienza dove erano stati ospiti ma ora chiuse e da dove si erano allontanati per ignota destinazione, tanto da essere stati anche cancellati dall’anagrafe comunale per “irreperibilità”;

A Canosa di Puglia e Trinitapoli (BT) le irregolarità emerse hanno riguardato cittadini stranieri sia comunitari, sia extra U.E, che hanno falsamente dichiarato di riunire il requisito della residenza in Italia da oltre 10 anni, risultando in realtà presenti da periodi molto più brevi, o addirittura già cancellati all’anagrafe poiché irreperibili da anni, ma artatamente ricomparsi e riscritti soltanto ai fini della presentazione della domanda tesa a ottenere il reddito di cittadinanza. Altri ancora, una volta ottenuto il reddito sono stati cancellati dall’anagrafe comunale poiché resisi irreperibili o rientrati nel proprio Paese di origine, tornando in Italia circa una volta al mese esclusivamente al fine di poter spendere e monetizzare quanto indebitamente percepito. Vi sono stati anche casi di numerosi soggetti che hanno dichiarato di far parte di nuclei familiari composti da 15-20 persone asseritamente residenti nella stessa abitazione, ma in realtà per l’anagrafe irreperibili o inesistenti.

I dati

Secondo l’Inps allo scorso 30 aprile risultavano percettori del sussidio in Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata 387.076 nuclei familiari. I Carabinieri hanno controllato i requisiti di 87.198 soggetti appartenenti a 38.450 famiglie beneficiarie (9,9% del totale). Nel corso delle operazioni sono state riscontrate 4.839 irregolarità (pari al 12,6% dei controlli effettuati) e deferite in stato di libertà all’Autorità Giudiziaria 3.484 persone (9,1% rispetto al numero dei nuclei familiari controllati). Di questi ultimi, il 38,4% sono soggetti già noti alle Forze di Polizia, tra cui il 2,6% (90) gravati da condanne o precedenti per reati associativi. L’azione di contrasto ha evidenziato che, nel periodo e nel territorio controllati, le irregolarità riscontrate hanno generato 19.112.615,72 di euro percepiti indebitamente.

Tra i soggetti deferiti nell’intera operazione, il 60,2% sono uomini (2.097) e il restante 39,8% sono donne (1.387). Inoltre, il 59,4% dei deferiti sono cittadini italiani (2.071), mentre il restante 40,6% di nazionalità straniera (1.431).

Campania. Nel territorio della Regione, a fronte di 245.611 nuclei familiari percettori del sussidio, la Legione Carabinieri ha controllato 9.327 famiglie beneficiarie, per 25.296 soggetti. Nel corso delle operazioni sono state riscontrate 2.806 irregolarità (pari al 29,9% dei controlli effettuati) e deferite in stato di libertà 1.722 soggetti, 647 dei quali noti alle Forze di Polizia (75 per gravi reati associativi). Tra le persone deferite il 63,3% sono uomini (1090) e il restante 36,7% sono donne (632). Inoltre, il 60,4% dei deferiti sono cittadini italiani (1040), mentre il restante 39,6% di nazionalità straniera (682). L’azione di contrasto ha permesso di acclarare che, nel periodo in esame, è stata indebitamente percepita la somma complessiva di 9.379.796,36 euro.

Puglia. Nel territorio della Regione, a fronte di 104.137 nuclei familiari percettori del sussidio, la Legione Carabinieri ha controllato 16.571 famiglie beneficiarie, per 39.409 soggetti. Nel corso delle operazioni sono state riscontrate 1.251 irregolarità (pari al 7,5% dei controlli effettuati) e deferite in stato di libertà 1.055 soggetti, 379 dei quali noti alle Forze di Polizia (12 per gravi reati associativi). Tra le persone deferite il 56,4% sono uomini (595) e il restante 43,6% sono donne (460). Inoltre, il 62,8% dei deferiti sono cittadini italiani (663), mentre il restante 37,2% di nazionalità straniera (392). L’azione di contrasto ha permesso di acclarare che, nel periodo in esame, è stata indebitamente percepita la somma complessiva di 5.468.784,05 di euro.

Abruzzo e Molise. Nel territorio delle due Regioni, a fronte di 27.632 nuclei familiari percettori del sussidio, la Legione Carabinieri ha controllato 6.445 famiglie beneficiarie, per 10.642 soggetti. Nel corso delle operazioni sono state riscontrate 383 irregolarità (pari al 5,9% dei controlli effettuati) e deferite in stato di libertà 319 soggetti, 163 dei quali noti alle Forze di Polizia (2 per gravi reati associativi). Tra le persone deferite 61,1% sono uomini (195) e il restante 38,9% sono donne (124). Inoltre, il 59,9% dei deferiti sono cittadini italiani (191), mentre il restante 40,1% di nazionalità straniera (128). L’azione di contrasto ha permesso di acclarare che, nel periodo in esame, è stata indebitamente percepita la somma complessiva di 1.917.361,85 euro.

Basilicata. Nel territorio della Regione, a fronte di 9.696 nuclei familiari percettori del sussidio, la Legione Carabinieri ha controllato 6.107 famiglie beneficiarie, per 11.851 soggetti. Nel corso delle operazioni sono state riscontrate 399 irregolarità (pari al 6,5% dei controlli effettuati) e deferite in stato di libertà 388 soggetti, 149 dei quali noti alle Forze di Polizia (1 per gravi reati associativi). Tra le persone deferite il 56% sono uomini (217) e il restante 44% sono donne (171). Inoltre, il 45,6% dei deferiti sono cittadini italiani (177), mentre il restante 54,4% di nazionalità straniera (211). L’azione di contrasto ha permesso di acclarare che, nel periodo in esame, è stata indebitamente percepita la somma complessiva di 2.346.673,46 euro.

Autodichiarazioni false e residenze spostate. Già 100 milioni regalati a chi non ha diritto. Paolo Bracalini il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Aumentano i controlli di Carabinieri e Fiamme gialle e cresce il numero di "furbetti" smascherati: soltanto da gennaio pizzicati 156mila truffatori. «Non c'è il rischio che metà reddito di cittadinanza possa finire nelle tasche di chi lavora in nero perché abbiamo in atto diverse interlocuzioni con le autorità preposte ai controlli, nessuno ne abuserà» assicurava Di Maio nel gennaio 2019, varando la grande riforma grillina per abolire la povertà. Tre anni dopo la profezia di Di Maio, invece, non si contano più le truffe, gli abusi, le svariate tipologie di criminali - da piccoli furbetti ai boss della camorra - che hanno arraffato il reddito di cittadinanza per mesi o anni senza averne alcun diritto. Anzi, a contarle sono le forze dell'ordine, ma si tratta probabilmente soltanto della punta dell'iceberg dell'illecito che circonda il reddito di cittadinanza. Solo nel corso del 2021 i Carabinieri hanno scoperto più di 41 milioni di euro indebitamente percepiti da 156.822 persone beneficiarie del reddito e finite nelle maglie dei controlli dell'Arma. Nel 2019 erano stati scoperti 10mila illeciti per un totale di quasi un milione di euro, nel 2020 altri 5,6 milioni sottratti con l'inganno della finta indigenza (Il totale in tre anni sfiora quindi i 48milioni di euro). Pochi rispetto alla montagna di abusi scoperti quest'anno, ma non perché nei due anni precedenti il reddito funzionasse meglio. Macché, sono semplicemente aumentati i controlli dei carabinieri, quattordici volte più frequenti rispetto a prima. Anche la Guardia di Finanza conduce controlli a tappeto sui finti poveri assistiti dall'assegno statale caro ai Cinque Stelle. E anche le fiamme gialle scoprono quotidianamente abusi e truffe. Nell'ultima relazione della Gdf sono documentati oltre cinquanta milioni percepiti indebitamente nel 2020 da percettori del reddito di cittadinanza tra cui, si legge, anche «soggetti intestatari di ville e autovetture di lusso, evasori totali, persone dedite a traffici illeciti e facenti parte di associazioni criminali di stampo mafioso, già condannate in via definitiva». Il numero complessivo dei furbetti del reddito è quindi certamente impreciso per difetto. Ma già così è sufficientemente scandaloso: 124mila percettori abusivi che, al 31 agosto scorso, hanno subito la revoca dell'assegno a causa delle false dichiarazioni rese per fingere di possedere i requisiti richiesti. Il problema è a monte, nel modo in cui è stato concepito il reddito, attraverso una autodichiarazione dell'Isee e della residenza, facilmente falsificabili in un paese in cui i furbi riescono a farsi passare per invalidi, farsi passare per nullatenenti, disoccupati o residenti in un indirizzo falso è un gioco da ragazzi. O meglio, un invito a truffare lo Stato e a farsi un secondo stipendio a spese di chi paga le tasse. E infatti così è stato e continuerà da essere. La torta è troppo grande e golosa. Nel 2021, prevede l'Inps, saranno spesi per reddito e pensione di cittadinanza 7,1 miliardi di euro, circa la stessa cifra del 2020 (7,2 miliardi), mentre nel 2019 erano stati solo 3,8 miliardi perché la misura era partita ad aprile. In tre anni quindi l'assegno grillino è costato quasi 18,3 miliardi. In questo oceano di soldi pubblici c'è un mare di truffe e abusi. Un regalo enorme ai furbi specializzati nel vivere a sbafo dello Stato, concentrati soprattutto al Sud, in particolare in alcune aree come Napoli, che conta più percettori di Reddito di cittadinanza di tutta la Lombardia e tutto il Veneto. Le stesse aree in cui il M5s, ovunque in calo vertiginoso di consensi, ha ancora un discreto serbatoio di voti. Una coincidenza, ovviamente. Paolo Bracalini

Non solo meridionali.

Da lastampa.it l'11 novembre 2021. Oltre 9mila persone sono state denunciate dai Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Cremona e Novara su disposizione della Procura della Repubblica di Milano, che stanno dando esecuzione a 16 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei membri di una associazione a delinquere finalizzata alle estorsioni ed al conseguimento di erogazioni pubbliche, tra cui, in particolare, il reddito di cittadinanza. Gli arresti e le perquisizioni condotte nelle province di Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, Milano, Andria, Barletta e Agrigento, hanno consentito di sventare una truffa di oltre 60 milioni di euro relativa a indebite percezioni del reddito di cittadinanza. Si tratta di un’attività criminale studiata a tavolino da una banda di romeni, in tandem con alcuni italiani - in parte complici, in parte vittime di estorsione - in alcuni Caf-Centri di assistenza fiscale abilitati alle pratiche per le richieste di sussidio. L’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli accusa gli arrestati di essersi presentati nei Caf con i codici fiscali di centinaia di cittadini romeni per volta, sostenendo che queste persone esistessero, fossero residenti in Italia da 10 anni e avessero i titoli per usufruire del Reddito di cittadinanza. Nessuno di loro vive però in Italia. In alcuni casi gli italiani erano consapevoli e assecondavano la truffa dietro un compenso di 10 euro, riconosciuto loro dall’Inps, per ogni pratica, in altri casi venivano minacciati.

Truffa sul reddito di cittadinanza, 9mila denunce: 16 arresti. Redazione Tgcom24 l'11 novembre 2021. I finanzieri della guardia di finanza di Cremona e Novara hanno denunciato oltre 9mila persone che avrebbero percepito indebitamente erogazioni pubbliche, tra cui il reddito di cittadinanza. Nell'operazione, che ha consentito di sventare una truffa da 60 milioni di euro, sono state arrestate 16 persone facenti parte di un'associazione a delinquere che era riuscita a produrre "indebite istanze per una truffa di oltre 20 milioni di euro". Sgominata una banda di romeni - Secondo quanto divulgato dalla Gdf di Cremona, gli arresti e le perquisizioni sono state condotte nelle province di Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, Milano, Andria, Barletta e Agrigento. Le fiamme gialle hanno sgominato una banda di romeni che era riuscita a produrre "indebite istanze per una truffa di oltre 20 milioni di euro". Il gruppo esercitava anche pressioni su titolari di Caf compiacenti, loro connazionali, alcuni dei quali sono tra i destinatari delle misure.

Pressioni sui Caf compiacenti - Secondo quanto spiegato dai finanzieri, l'organizzazione, tramite complici in Romania, si faceva inviare nominativi e codici fiscali che poi venivano passati ai Caf compiacenti. Questi a loro volta istruivano le pratiche per persone spesso nemmeno mai state in Italia e se si rifiutavano, finivano per essere minacciati. Altri complici poi si recavano alle Poste per ritirare le card su cui venivano erogati i fondi. In inchieste analoghe, ad esempio, alcuni impiegati avevano notato che gli utenti che si presentavano non conoscevano la lingua italiana e nemmeno quello che stavano chiedendo all'amministrazione pubblica. 

Conoscevano cavilli procedurali - Le 16 persone arrestate poi hanno adottato una "procedura 'parallela' caratterizzata dalla completa elusione e disattesa delle più basilari disposizioni, legalmente sancite". Lo si legge nell'ordinanza del gip milanese Teresa De Pascale che nella sua ricostruzione ha evidenziato che "l’illecito business" architettato è "imprescindibilmente legato alla conoscenza di cavilli procedurali" da parte degli indagati. La truffa riguarda anche il reddito di emergenza.

Lo scandalo infinito del reddito M5s: soldi a 9mila romeni, spariti 15 milioni. Arrestate 16 persone. Luca Fazzo il 12 Novembre 2021  su Il Giornale. La Gdf sventa maxi truffa da 60 milioni. In cella il titolare di un Caf milanese: avviava le pratiche per stranieri mai stati in Italia. Il caso limite di un delinquente arrestato nel 2019: ha percepito il sussidio grillino fino a due mesi fa. «Fi..., 'sti cog... dell'Inps hanno accettato le domande dei rumeni!». È il 17 maggio scorso quando Oscar Nicoli, specialista dell'assistenza fiscale agli immigrati, manifesta il suo stupore. Persino per lui, che delle truffe allo Stato italiano ha fatto un business, la facilità con cui l'Inps si fa beffare dagli imbroglioni del reddito quel giorno appare stupefacente. Ieri Nicoli finisce in galera, insieme ad altri quindici complici. E la retata e le intercettazioni fanno irruzione nello scontro politico sulla legge-simbolo del Movimento 5 Stelle. Perché la rete scoperchiata dalla Guardia di finanza milanese non è fatta di abusi isolati, come ne sono emersi a raffica un po' ovunque nei mesi scorsi. A venire colpita è una associazione criminale strutturata e organizzata, con rami in Italia e all'estero. E le carte dimostrano la vulnerabilità totale del sistema, l'assenza quasi grottesca di controlli. Novemila domande accettate, quasi tutte di rumeni spesso che non hanno mai messo piede in Italia. Cinquantasei milioni di euro autorizzati, erogati solo in parte grazie all'intervento delle «Fiamme gialle». Ma un numero incalcolabile di milioni è comunque uscito: almeno, si stima, 14 milioni e 600mila euro. E sono soldi che lo Stato non rivedrà mai più. Ci sono storie di ogni genere, nell'ordinanza di custodia chiesta e ottenuta dal pm milanese Paolo Storari. Quella di due città rumene, Cariova e Sadova, dove da mesi centinaia di abitanti che non hanno mai visto l'Italia campano grazie al reddito grillino. Le storie di tre palazzi milanesi, nella banlieue di piazzale Selinunte, dove risultano abitare centinaia di rumeni che non ci sono mai stati, tutti percettori di assegno senza che l'Inps trovi strana la cosa. Quella dell'impiegato dell'Agenzia delle entrate di Barletta che si prestava a sfornare codici fiscali per rumeni che non aveva mai visto per la miserabile tangente di cinque euro a codice. E la storia più incredibile e tragica, quella di Lavinia Aiolaiei, ragazzina rumena di appena diciott'anni, ammazzata da un cliente nel 2013 vicino Lodi: a suo nome hanno intascato per anni il reddito, anche se Lavinia non c'era più. Tutto ruota intorno a una agenzia di patronato, la Nova servizi, e al suo capo Oscar Nicoli: l'agenzia è controllata dal Movimento cristiano dei lavoratori, l'associazione nata da una scissione a destra delle Acli negli anni Settanta. Ma di cristiano, nelle pratiche indagate dalla finanza, si respirava poco: l'obiettivo era solo procacciare il reddito a rumeni senza volto, esistenti solo nelle fotocopie dei documenti e a volte neanche in quelle. Come ha raccontato un impiegato dell'agenzia: ognuno dei procacciatori «si presentava presso i nostri uffici ogni 15/20 giorni e presentavano in media circa 20/30 carte di identità remote in fotocopia (...) la prassi è quella che prima facevamo l'Isee, praticamente quasi sempre pari a zero (...) i soggetti rumeni che mi consegnavano i documenti di identità a volte non avevano neanche le fotocopie degli stessi ma avevano delle immagini conservate sul proprio cellulare». Tutte prassi in violazione totale delle procedure previste dalla legge sul reddito, che richiedono la presenza fisica: ma chi controlla? Aiutini anche all'interno delle Poste: per ritirare la prepagata su cui viene accreditato il reddito in teoria serve esibire all'ufficio un codice ricevuto sul cellulare, ma un altro impiegato racconta che «Ispas mi aveva riferito che lui era in grado di ritirare le tessere in posta». Come faceva? E come faceva un altro dei faccendieri a accedere al sistema interno dell'Inps con l'elenco dei versamenti erogati, «tuto coanto, i soldi sono dentro»? D'altronde il cellulare indicato all'Inps per ricevere il codice era sempre lo stesso per otto, nove, dieci richiedenti. Neanche questo ha mai insospettito nessuno. L'ombra di «manine» interne agli uffici c'è, e d'altronde anche il giudice che dispone gli arresti parla di «rapporti corrotti e soggetti compiacenti». Ma quello che emerge dalle carte è sopratutto il ritratto di un sistema dove i controlli di fatto non esistono. E dove può accadere persino che, oltre ai poveri morti come Lavinia Ailoaiei, ottengano e percepiscano il reddito anche delinquenti colpiti da ordine di cattura come Costel Bosnea: il mandato di arresto è del gennaio 2019, l'Inps continua a mantenerlo fino a due mesi fa. Il meccanismo della truffa è così banale («arrivavano tantissime persone rumene senza appuntamento con blocchetti di carte di identità di altre persone ovvero liste di nomi e dati», ha raccontato un'altra impiegata della Nova Servizi) che l'unica difficoltà per il clan era trovare agenzie disposte a metterla in atto, a chiudere un occhio davanti a quei pacchetti di documenti fotocopiati, a volte quasi illeggibili. Al punto che quando in un centro di assistenza, controllato da sudamericani, fanno un po' di storie, i faccendieri rumeni arrivano là, urlano, spaccano, minacciano. «Fate come diciamo noi e vivrete tranquilli», dicono. Il sistema, raccontano le indagini, è quello. Una macchina che si è inserita con brutale efficienza in un provvedimento nato per aiutare chi era davvero in difficoltà. «Il gruppo criminale - scrive il giudice - ha dimostrato proficua organizzazione, estrema professionalità nel delitto e proclività a delinquere». Ma lo Stato gli ha dato una mano.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

Musica e banconote: i romeni si "godono" il reddito 5S. Federico Garau l'11 Novembre 2021  su Il Giornale. La donna nelle immagini risulta essere uno dei 16 arrestati dalla guardia di finanza di Cremona nell'ambito dell'inchiesta sui fondi illecitamente sottratti allo Stato. Canzoni arabe e colonne sonore in stile gypsy a fare da sfondo ai video caricati su Tik Tok, mentre si diverte, senza preoccuparsi di eventuali conseguenze del suo gesto. Protagonista di tali filmati, che hanno fatto rapidamente il giro del web, è la 31enne romena Izabela Stelica la quale, come riportato da Repubblica, risulta addirittura essere senza fissa dimora. La straniera, che nelle immagini caricate online ama sfoggiare in favore di telecamera le numerose banconote da venti, cinquanta e cento euro di cui è in possesso, è una delle sedici persone tratte in arresto dalla guardia di finanza di Cremona nell'ambito dell'inchiesta, coordinata dalla procura della Repubblica di Milano, cha ha portato allo scoperto una grave truffa ai danni dello Stato. Una truffa applicata al reddito di cittadinanza che ha causato in tutta Italia perdite per circa 60 milioni di euro, 16 arresti ed oltre 9mila denunce effettuate nei confronti di coloro i quali percepivano illecitamente il sussidio grillino. Mentre proseguono ancora le perquisizioni da parte delle forze dell'ordine nelle province di Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, Milano, Andria, Barletta e Agrigento, risulta al momento sgominata una banda criminale di romeni che si occupava non solo di estorsioni ma anche di conseguire erogazioni pubbliche. Appoggiandosi ad un centro di assistenza fiscale e a due distinti patronati operanti a Milano, tutti gestiti da un uomo di nazionalità italiana, il gruppo aveva infatti inoltrato migliaia di richieste di accesso al reddito di cittadinanza utilizzando nomi di cittadini romeni, tra cui addirittura quello di una donna risultata poi deceduta. "Un fenomeno criminale organico e unitario con numerose domande inoltrate all’Inps di Milano, in cui i soggetti dichiaravano falsamente di risiedere in Milano", ha scritto il giudice per le indagini preliminari relativamente al grave episodio. Nessuna preoccupazione, tuttavia, di essere scoperti o delle eventuali conseguenze nel caso in cui tutto fosse venuto a galla. Così, probabilmente si spiegano gli spavaldi video caricati online da Izabela Stelica, che comunque non sarebbe l'unica ad aver ceduto alla tentazione di far sfoggio della propria illecita ricchezza. In rete, sempre su Tik Tok, è comparso infatti anche il video della figlia di un altro dei 16 romeni finiti in manette: nelle immagini la bambina gioca con una mazzetta di banconote.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca. 

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 12 novembre 2021. Caratteristica del gruppo criminale era «l'estrema professionalità a delinquere». Non solo si dimostrava «capace di insinuarsi nelle maglie della burocrazia volta alla predisposizione delle pratiche di reddito di cittadinanza e di emergenza», scrive il gip Teresa De Pascale, architettando un «business imprescindibilmente legato alla conoscenza di cavilli procedurali». Ma dell'ente che truffavano si facevano anche beffa: «Sti co...oni dell'Inps hanno accettato le domande dei rumeni», scrive in una chat intercettata uno dei capi dell'organizzazione. Per il gigantesco raggiro ai danni dell'Istituto nazionale di previdenza sono state arrestate ieri sedici persone, tutte rumene tranne un italiano. Hanno inoltrato 6.000 domande di reddito a favore di altrettanti cittadini rumeni fantasma, che non avevano i requisiti per ottenere i sussidi, incassando indebitamente 14,6 milioni di euro, con un potenziale danno economico ai danni dello Stato di oltre 60 milioni. Solo l'intervento dell'autorità giudiziaria ha consentito l'immediata revoca da parte dell'Inps delle misure già approvate, con il blocco delle erogazioni. «Per delineare meglio la portata del fenomeno criminale - sottolinea il giudice - si consideri che, a fronte di un versamento mensile medio di 500 euro, il contributo erogato in uno solo mese riferito alle 6.000 domande è pari a tre milioni di euro». La truffa al centro dell'inchiesta della Procura di Milano coordinata dal pm Paolo Storari ruota attorno alla Nova Servizi, società con sede legale in centro città che opera in convenzione sia con il Patronato Sias che con il Caf Mcl (Movimento cristiano lavoratori), i cui soci e ideatori del maxi raggiro ai danni dell'Inps sono Oscar Nicoli e Njazi Toshkesi. Si presentavano ai Caf con pacchetti di richieste di reddito di cittadinanza intestate a persone originarie della Romania «che non risultano, contrariamente a quanto dichiarato», aver vissuto mai a Milano e nemmeno in Italia. La gran parte di loro «è titolare esclusivamente di codice fiscale attribuito solo pochi giorni prima che venisse presentata la domanda» di sussidio e inoltre «non hanno il requisito che prevede l'aver risieduto nel nostro Paese per almeno dieci anni». In sostanza, si sosteneva che migliaia di romeni vivessero stabilmente in Italia pur non avendoci mai messo piede. In alcuni casi chi lavorava nei Caf era consapevole della truffa e taceva intascando il compenso di dieci euro a pratica, chi si ribellava veniva convinto a suon di minacce. Le indagini hanno ricostruito la mappa della truffa con residenze fittizie tutte negli stessi palazzi di Milano: 518 persone hanno dichiarato di vivere in un condominio di piazza Selinunte, 287 in via degli Apuli allo stesso numero civico e 212 in una casa di viale Aretusa allo stesso indirizzo. Altra anomalia smaccata nelle domande fasulle è il codice fiscale attribuito in tempi record, oltre al fatto che nell'elenco dei percettori compaiono persone che non avrebbero nemmeno dovuto aprire la pratica. Tra i casi eclatanti spiccano quello di un uomo che «all'atto della presentazione della domanda risultava gravato da un provvedimento di cattura» e di una donna «deceduta, vittima di un omicidio nel settembre 2013». Chi incassava i soldi non resisteva alla tentazione dello sfregio finale, ostentare le mazzette di banconote sui social. Come Izabela Stelika, 33 anni, finita in cella. Nel suo video su Tik Tok è a letto, sotto le coperte, mentre sparge le banconote incassate attraverso un «illecito profitto ai danni della collettività - si legge nell'ordinanza - potendo contare su una rete ramificata di rapporti compiacenti, su metodiche collaudate, su una base operativa nei Caf e sulla capacità intimidatoria del gruppo». I governatori leghisti stigmatizzano: «Il rifinanziamento del reddito di cittadinanza non solo impegna risorse su una scelta assistenzialista, ma espone ulteriormente il Paese a truffe milionarie ordite da organizzazioni criminali».

1.500 immigrati col reddito 5s: la maxi-truffa. Federico Garau il 16 Luglio 2021 su Il Giornale. Gli uomini della Guardia di finanza sono risaliti a ben 1.532 domande illecite presentate da cittadini stranieri residenti per la maggior parte nei carruggi del centro storico. Maxi operazione delle Fiamme gialle che, grazie alla collaborazione dell'Inps, sono riusciti a risalire a ben 1.532 illecite domande di reddito di cittadinanza presentate da cittadini stranieri. La scoperta è stata effettuata dagli uomini del Nucleo Operativo Metropolitano del I Gruppo di Genova, impegnati in un'operazione di controllo finalizzato a tutelare la spesa pubblica.

I risultati dell'operazione

Le indagini hanno portato alla scoperta di un consistente numero di cosiddetti furbetti del reddito, quasi tutti extracomunitari, che avevano inoltrato la richiesta per ricevere il sussidio grillino durante lo scorso 2020. Nelle domande, però, non erano presenti quelli che restano i requisiti necessari per ricevere l'assegno, ossia la residenza ed il soggiorno sul territorio nazionale per dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi. I dati a disposizione della Guardia di finanza sono stati incrociati con quelli della Questura locale, ed il risultato è stato proprio quello di incastrare gli stranieri, la maggior parte dei quali residenti nei carruggi del centro storico. Secondo quanto riferito dalle autorità, gli extracomunitari si erano rivolti ad un Caf della zona, fornendo tuttavia informazioni false. La lunga lista di illeciti percettori del reddito è stata dunque tempestivamente inoltrata e segnalata agli uffici dell'Inps, che ha subito provveduto ad interrompere l'erogazione dell'assegno ed a revocare il sussidio. Tanto il denaro sottratto allo Stato ed alle persone che ne avevano effettivamente bisogno: stando alle ultime informazioni, si parla di ben 3.458.736,04 euro. Oltre a ciò, la Guardia di finanza ha scoperto che con gli assegni intascati molti degli stranieri non provvedevano ad acquistare cibo o beni di prima necessità. L'importo accreditato sulla carta emessa dalle Poste veniva monetizzato con la complicità di alcuni commercianti del centro storico genovese.

Le lacune del reddito grillino

Non si tratta, purtroppo, del primo caso di appropriazione indebita del reddito di cittadinanza da parte di extracomunitari. Di recente la Guardia di finanza di Catanzaro ha denunciato ben 469 cittadini stranieri che, fornendo informazioni false, erano riusciti ad intascare il sussidio. Si fa pertanto impellente la necessità di apportare delle modifiche alla misura varata dai 5 Stelle, intensificando anche i controlli. Mentre il leader di Italia Viva Matteo Renzi pensa a porre la parola fine al reddito di cittadinanza, mediante referendum abrogativo, al governo si lavora per cambiarlo. Lo stesso ministro del Lavoro Andrea Orlando ha parlato della sua intenzione di effettuare alcune correzioni.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger).  

L'ultima truffa col reddito di cittadinanza: "rubati" 500mila euro. Giuseppe Spatola il 21 Settembre 2021 su Il Giornale. Il comando provinciale carabinieri di Brescia, in stretta collaborazione con la Direzione Provinciale dell’Inps di Brescia e il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Brescia, ha denunciato 89 persone. Da oltre un anno e mezzo percepivano il reddito di cittadinanza senza averne diritto. Oggi il comando provinciale carabinieri di Brescia, in stretta collaborazione con la Direzione Provinciale dell’Inps di Brescia e il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Brescia, a conclusione di approfonditi controlli, ha denunciato in stato di libertà 89 persone, ritenute responsabili di aver dichiarato il falso nella documentazione utilizzata per richiedere il reddito di cittadinanza.

Indagini a tappeto

Le indagini dei militari dell’arma hanno consentito di confermare l’indebita percezione del reddito con i denunciati che non hanno riferito di essere sottoposti a misure cautelari personali, di essere proprietari di autoveicoli, di percepire un reddito da lavoro dipendente con regolare contratto a tempo determinato. Alcuni avevano dichiarato falsamente di essere stati residenti in Italia per almeno 10 anni in maniera continuativa, altri risultavano irreperibili da tempo sul territorio nazionale. Altri ancora avevano presentavano modelli ISEE attestanti informazioni non vere in relazione alla situazione reddituale e patrimoniale.

Stato truffato per oltre mezzo milione di euro

La cifra complessiva percepita illecitamente ammonta a circa 500mila euro. I carabinieri hanno immediatamente avviato la procedura per sospendere l’erogazione dei benefici mentre, in collaborazione con la Direzione Provinciale dell’Inps di Brescia e il Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Brescia, sono ancora in corso approfondimenti sulle posizioni di circa 1000 persone. "Il reddito di cittadinanza fa notizia solo per le continue truffe e abusi. Usiamo le risorse disponibili per il lavoro di cittadinanza così come indicato dal ministro Giorgetti", così l’europarlamentare della Lega Angelo Ciocca. Stessa linea per Viviana Beccalossi, presidente del Gruppo Misto nel consiglio regionale della Lombardia. "Mi chiedo cosa si aspetti - ha detto Viviana Beccalossi- per porre rimedio a un sistema che in questi anni ha permesso abusi di ogni tipo”.

Nel mirino altre mille posizioni

La maxi inchiesta bresciana, che segue di pochi giorni quella portata a termine dalla Procura di Perugia che ha recuperato 186 mila euro, non è finita. Nel mirino di carabinieri e magistrati, infatti, ci sarebbero almeno altre mille persone che non avrebbero dichiarato la verità nelle autocertificazioni. I controlli incrociati, che arrivano anche all’estero, nelle prossime settimane potrebbero portare alla luce una delle più estese truffe i danni dello Stato messe a segno da quelli che nelle Procure di tutta Italia sono stati già ribattezzati “i furbetti del reddito di cittadinanza”.

Giuseppe Spatola. Sono nato a Modica (Ragusa) il 28 ottobre 1975 e subito adottato dalla Lombardia dove ho vissuto tra Vallecamonica, Milano, Pavia e lago di Garda bresciano. Giornalista professionista, sono sposato con una collega, Carla Bruni, e ho due figlie, Ginevra e Beatrice, con cui vivo a Desenzano insieme a due cani e quattro gatti.  Ho frequentato la facoltà di Scienze Politiche a Pavia e il corso triennale in Sociologia dell'Ateneo di Chieti. Già consigliere nazionale dell'ordine dei giornalisti, segretario della commissione ricorsi, sono stato anche consigliere dell’Associazione Lombarda dei giornalisti e consigliere regionale dell'Ordine. Premio cronista dell'anno con menzione speciale del Vergani nel 2016, ho scritto 

Furbetti del reddito di cittadinanza con Porsche e Maserati, denunce da Nord a Sud. Brescia: Porsche e reddito di cittadinanza, denunciate 117 persone. Da ilsole24ore.com l'8 ottobre 2021. I finanzieri hanno individuato vari casi di percezione del reddito di cittadinanza pur in presenza di soggetti sottoposti a detenzione o destinatari di misura cautelare personale. I finanzieri del Comando Provinciale di Brescia, mediante una serie di attività di analisi (condotte anche con l'ausilio della componente specialistica del Corpo e in sinergia con l'Inps) e mirati accertamenti investigativi, hanno individuato e denunciato 117 persone che nella provincia hanno percepito il reddito di cittadinanza senza averne diritto. Oltre alla denuncia dei responsabili all'Autorità Giudiziaria, le Fiamme Gialle hanno provveduto a segnalare le risultanze investigative alla Direzione Provinciale dell'Inps, ai fini dell'immediata revoca dell'erogazione del beneficio e del recupero delle somme indebitamente incassate, ad oggi quantificabili in diverse centinaia di migliaia di euro.

Prestanome di auto nullatenenti: un business ricchissimo e pericoloso

Inoltre, un’articolata operazione ha consentito di segnalare 61 persone per violazione delle disposizioni del decreto. I finanzieri hanno individuato vari casi di percezione del reddito di cittadinanza pur in presenza di soggetti sottoposti a detenzione o destinatari di misura cautelare personale. Tra questi, alcuni condannati in via definitiva per gravi reati, una persona straniera che oltre a essere stata colpita da misura cautelare degli arresti domiciliari è risultata proprietaria di 3 autovetture di lusso, tra cui una Porsche di recente immatricolazione e di elevato valore commerciale.

Ieri a Treviso accertati 116 irregolari

Nella giornata di ieri 7 ottobre La Guardia di Finanza di Treviso aveva accertato in capo a 116 persone l'indebita percezione di somme per oltre 700 mila euro, in ragione dell'assenza delle condizioni legittimanti la fruizione del reddito di cittadinanza. I controlli, concentrati sulla veridicità dei dati contenuti nelle autodichiarazioni dei beneficiari, hanno consentito di rilevare appunto 116 posizioni irregolari, dislocate su tutto il territorio della provincia. Tra loro uno nel periodo di fruizione del reddito di cittadinanza ha addirittura acquistato un lussuoso Suv Maserati ’Levante’, un altro ha vinto oltre 1,6 milioni di euro al gioco online senza comunicarlo all’Inps. Per 45 persone, in gran parte cittadini stranieri, la causa della illegittima fruizione del beneficio è dovuta alla mancanza del requisito della residenza, tenuto conto che la legge prevede che il richiedente il sussidio debba essere residente in Italia da almeno 10 anni e che lo sia stato continuativamente negli ultimi due anni. Tra i richiedenti sono stati individuati anche tre italiani iscritti all'Aire, che hanno falsamente attestato di essere residenti in Italia, al solo scopo di ottenere il beneficio economico. Un coneglianese, emigrato nel 2011 in Venezuela, è rientrato in Italia nell'estate del 2019, presentando dopo appena due settimane l'istanza per accedere al Rdc.

Sul reddito Di Maio fa finta di non vedere: "Solo l’1% delle truffe..." Ignazio Riccio il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Il ministro degli Esteri respinge nettamente l’idea di abolire il sostegno economico ai cittadini in difficoltà dopo le polemiche degli ultimi giorni: "Si rischiano problemi di ordine sociale". La difesa a spada tratta del Reddito di cittadinanza arriva da uno dei massimi esponenti del Movimento 5 Stelle, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che respinge nettamente l’idea di abolire il sostegno economico ai cittadini in difficoltà. Il pentastellato risponde alle accuse mosse nei confronti della misura dopo l’ultima maxi operazione condotta dai carabinieri nel Napoletano, dove le truffe sono all’ordine del giorno. Nella provincia partenopea sono migliaia gli irregolari che percepiscono il Reddito di cittadinanza, tra cui camorristi, lavoratori in nero, contrabbandieri e parcheggiatori abusivi. Di Maio è intervenuto come ospite nella trasmissione di La7 Non è l’arena, condotta da Massimo Giletti (clicca qui per vedere il video). “Il Reddito di cittadinanza equivale solo all'1% delle truffe in Italia – ha detto il ministro – e da sempre combattiamo i furbetti, ma lo facciamo anche nel caso delle pensioni di invalidità, dei bonus familiari, degli assegni familiari. Una cosa non ho capito, Giletti: perché quando lei si è occupato di falsi invalidi, nessuno ha chiesto di abolire le pensioni di invalidità? Noi con Draghi giustamente abbiamo cambiato i meccanismi per evitare queste truffe”. Una difesa ad oltranza quella di Di Maio che ha spostato il tiro sulle regioni, colpevoli di non riuscire a gestire il sostegno economico sul territorio, provocando anche la reazione ironica di Giletti. Per il pentastellato l'abolizione del Reddito creerebbe problemi di ordine sociale. “Allora è sempre colpa di Salvini – ha ribattuto il conduttore – ha in mano tutte le regioni”, ma il ministro ha sorvolato aggiungendo: “Ho messo a disposizione 1,5 miliardi per i centri per l'impiego e non li hanno usati. Ora mettiamo in contatto direttamente le imprese con i percettori. Io nel 2018 ho scritto una legge che diceva: chi rifiuta la proposta di lavoro deve perdere il reddito di cittadinanza. Lo sa perché non sta avvenendo? In alcune zone d'Italia si manda la mail ai percettori, dicendo che c'è un posto di lavoro libero. Dall'altra parte non si apre la mail e così non risulta che abbiano ricevuto un'offerta. Questo non è accettabile”. Infine, l’ultimo scambio di battute tra i due interlocutori. “Non mi si venga a dire – ha evidenziato Di Maio – che siccome non funziona la parte finale, che tra l'altro non dipende neanche dallo Stato, debba essere abolito tutto l'impianto per 3 milioni e mezzo di persone che durante la pandemia hanno dato da mangiare alle loro famiglie”. La risposta di Giletti è stata immediata: “Certo, ma si diceva anche che serviva a far trovare un lavoro”. Il ministro degli Esteri ha ribadito alcuni dei concetti espressi a Non è l’arena anche sulla rete televisiva Mediaset, nella trasmissione Mattino 5. (clicca qui per vedere il video). "Come tutti gli strumenti, il Reddito di cittadinanza – ha spiegato Di Maio – va collaudato e messo a punto. In Germania dieci anni fa è stata presa una misura simile, poi è cambiata quattro o cinque volte in dieci anni. Questo provvedimento trova concordi tutte le forze politiche di maggioranza”.

Ignazio Riccio. Sono nato a Caserta il 5 aprile del 1970. Giornalista dal 1997, nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Scrivo per ilGiornale.it dal 2018. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, il memoir Senza maschere sull’anima. Gianluca Di Gennaro si racconta, edito da Caracò editore. Un secondo libro: L’attualità in classe-Il giornale tra i banchi di scuola (testo di narrativa per gli istituti secondari di primo grado), edito d

SCHEDA DI SINTESI DELLA MISURA DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Il D.L. 4/2019, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28 gennaio 2019, ha introdotto, tra l’altro, il “Reddito di Cittadinanza”, quale misura di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro, di contrasto alla povertà, con l’obiettivo, altresì, di favorire l’inclusione sociale. Il sussidio viene riconosciuto ai nuclei familiari in possesso, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione (18 mesi prorogabili di ulteriori 18), di svariati requisiti, tra cui quelli:

patrimoniali [ISEE inferiore a € 9.360; proprietà immobiliare in Italia o all’estero non superiore a € 30.000 (esclusa l’abitazione principale); patrimonio mobiliare (depositi, conto corrente, ecc.) non superiore a € 6.000 per nuclei familiari con 1 componente, € 8.000 per nuclei con 2 componenti, € 10.000 per nuclei composti da 3 o più componenti. Altresì, l’istante non deve possedere: navi ed imbarcazioni da diporto; autoveicoli immatricolati per la prima volta nei 6 mesi antecedenti la domanda; veicoli di cilindrata superiore a 1.600 c.c. nonché motoveicoli di cilindrata superiore a 250 c.c. immatricolati per la prima volta nei 2 anni antecedenti l’istanza];

di cittadinanza, residenza o soggiorno (essere cittadino: italiano o dell’Unione Europea; di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per lunghi periodi; apolide in possesso di analogo permesso; residente in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo);

Giudiziari (non essere sottoposto a misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida di arresto o fermo; assenza di condanne definitive intervenute nei 10 anni precedenti la richiesta per “Associazione di tipo mafioso anche straniere”; “Scambio elettorale politico-mafioso”; “Strage”;  “Truffa aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche”; “Associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico”; “Attentato per finalità terroristiche o di eversione”;  “Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

"Volevano abolire la povertà. Hanno abolito solo l'onestà". Pier Francesco Borgia il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Onorevole Paita (Iv), Renzi non usa mezzi termini. Dice: "Il reddito di cittadinanza anche a chi aveva la Ferrari. L'ennesimo capolavoro dei Cinque Stelle. E la chiamavano onestà".

Onorevole Paita (Iv), Renzi non usa mezzi termini. Dice: «Il reddito di cittadinanza anche a chi aveva la Ferrari. L'ennesimo capolavoro dei Cinque Stelle. E la chiamavano onestà».

«Gli scandali che stanno emergendo sono solo nuovi scandali. È da tanto che diciamo che il sistema così non funziona ed è immorale non pensare a una riforma che ne metta in discussione l'impostazione».

Oramai sono rimasti solo i Cinquestelle a difendere il Reddito di cittadinanza convintamente.

«La platea che condivide la nostra posizione è grande. È la parte del Paese che produce e che pensa che questo strumento non è altro che assistenzialismo fine a sé stesso. Mi faccia portare un esempio. Come sa, siamo a corto di camionisti e la patente di guida per tir costa fino a 7mila euro. Ho fatto inserire nel decreto Trasporti un emendamento nel quale si aiuta chi vuole prendere la patente a patto che poi vada a lavorare e non continui a vivere di Reddito di cittadinanza. Noi ci impegnano per le politiche attive del lavoro, non per l'assistenzialismo».

Anche Draghi, però, ha difeso il Rdc. Dicendo che va corretto ma che è importante come strumento per combattere la povertà.

«Giusto trovare strumenti che combattano la povertà. Il Reddito di cittadinanza, però, produce un danno culturale enorme».

Ritiene quindi il Reddito un fallimento politico?

«La realtà ha ampiamente dimostrato che questo strumento non ha combattuto la povertà. Non solo i centri per l'impiego non hanno funzionato ma non è stata adottata un'adeguata catena di controllo per evitare le truffe. Volevano abolire la povertà ma rischia di essere abolita l'onestà».

Renzi tempo fa aveva annunciato un referendum per rimettere in discussione il Rdc. State ancora raccogliendo le firme?

«La raccolta va avanti. Se, però, a livello politico la maggioranza trova una soluzione che superi la necessità di quel referendum ci fermiamo».

Sulle modifiche del Reddito tornerete a confrontarvi col Pd?

«Quando è stato introdotto il Reddito il Pd ha avuto posizioni molto critiche, sostenendo altri strumenti come il Rei (reddito di inclusione). Mi auguro il Pd voglia essere coerente con le posizioni di allora. E mi auguro che il rapporto con i Cinquestelle non faccia venir meno quel comune sentire».

A proposito di «comune sentire», com'è il rapporto col Pd?

«Alle amministrative ci siamo collocati nell'alveo del centrosinistra. E i risultati migliori il centrosinistra li ha ottenuti là dove si è aperto alle istanze del riformismo evitando accordi coi populisti».

Tra chi ha goduto di questa formula c'è il governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini che ora dice che per questa coalizione il maggioritario è il sistema più adatto.

«Posto che sono favorevole al maggioritario, dico che la sua esperienza in Emilia Romagna conferma che se non ci allea con i populisti, si vince e si e' credibili. Ma il PD non sembra pensarla come Bonaccini».

Quindi la «cosa giallorossa» non fa per voi.

«Ci collochiamo nell'area riformista che è un progetto autonomo, che sposa l'agenda Draghi e che vuole investimenti, infrastrutture, la riforma della Pubblica amministrazione e soprattutto combattere l'assistenzialismo». Pier Francesco Borgia

Le modifiche alla misura simbolo del M5S. Come cambia il reddito di cittadinanza: vietato il ‘no’ al lavoro, meno soldi ogni mese senza impiego. Carmine Di Niro su Il Riformista il 29 Ottobre 2021. Il reddito di cittadinanza cambia. La misura simbolo del Movimento 5 Stelle viene modificata nella legge di bilancio del governo Draghi. Il premier aveva ribadito più volte di condividerne il principio, ma troppi sono stati gli abusi dalla sua nascita, e l’esecutivo ha quindi deciso di mettere mano al sistema. Sistema che, come chiarito dallo stesso presidente del Consiglio nella conferenza di giovedì, “va mantenuto, senza abusi, e non deve ostacolare il funzionamento del mercato del lavoro, cosa che invece è avvenuta”.

TAGLI ALL’ASSEGNO – La notizia più importante arriva dalla decisione di ‘tagliare’ l’assegno. A decorrere dal ° gennaio 2022, il beneficio economico mensile del Reddito di cittadinanza è ridotto di 5 euro ogni mese a partire dal sesto mese, finché uno degli elementi del nucleo familiare non sottoscriverà un contratto di lavoro. Un taglio che arriva sulla scia di quanto avviene già oggi per gli altri sussidi di disoccupazione Naspi e Dis-Coll (al 3%), mentre con l’Rdc è più leggero, con  l’1% del beneficio economico massimo per un single, pari a 500 euro mensili. Un taglio totale che ammonterà a 60 euro, il 10% della prestazione totale, come avviene già oggi (ma al 3%) per i sussidi di disoccupazione Naspi e Dis-Coll. Riduzione dell’assegno che non verrà applicata alle famiglie in cui tutti i componenti sono inoccupabili o finché c’è un componente che ha meno di tre anni oppure una disabilità grave oppure non è autosufficiente. Inoltre l’assegno non potrà mai scendere sotto i 300 euro al mese, (per un single, da moltiplicare per la scala di equivalenza) e quelli da 300 euro non saranno toccati, con il decalage che verrà sospeso il beneficiario inizia a lavorare e riprenderà se perde il posto.

CONTROLLI – Cambia anche il sistema dei controlli, vera e propria voragine che ha permesso l’emergere di numerosi casi di ‘furbetti’ che hanno intascato l’assegno senza averne diritto, in particolare i percettori abusivi perché condannati con sentenza passata in giudicato da meno di 10 anni.

Una stretta che sarà frutto di una triangolazione delle informazioni tra Inps, ministero del Lavoro e ministero della Giustizia. Controlli che, ha spiegato poi Draghi, dovranno essere ex ante e non post, come avvenuto fino ad oggi.

QUANDO DECADE L’ASSEGNO – Il Reddito di cittadinanza ‘decade’ se il beneficiario non si presenta al Centro per l’impiego quando convocato.

Non solo: niente più sussidio al secondo rifiuto di un’offerta di lavoro, e non tre come accade oggi. Offerta che potrà essere anche a tempo determinato, a 80 chilometri da casa, a part-time, in somministrazione (ma non sotto i tre mesi) e ovunque in Italia (solo contratti stabili).

LAVORARE PER IL COMUNE – I Comuni, si legge nella manovra, sono tenuti ad impiegare almeno un terzo dei percettori di RdC residenti. Ma per i beneficiari del sussidio lo svolgimento di tale attività non è assimilabile ad una prestazione di lavoro subordinato o parasubordinato e non comporta quindi l’instaurazione di un rapporto di pubblico impiego con le amministrazioni pubbliche’. 

Inoltre lo svolgimento di queste attività è da considerare a titolo gratuito.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia 

Cosa funziona e cosa proprio non va nel Reddito di cittadinanza. Il sussidio servirebbe a molte persone che invece non lo percepiscono, ma non sta ottenendo risultati sul fronte dell’avviamento al lavoro. Uno studio della Caritas prova a spiegare come andrebbe cambiato. Gloria Riva su L'Espresso il 13 ottobre 2021. Estenderlo, ridurlo, eliminarlo. Se c’è un argomento che spacca la maggioranza è il futuro del reddito di cittadinanza, percepito da 1,65 milioni di italiani per un costo complessivo di 8,3 miliardi. Il premier Draghi intende metterci mano per vincolare ancor di più l’erogazione del sussidio all’ingresso nel mondo del lavoro, il Pd sarebbe d’accordo, mentre il Movimento 5 Stelle lo difende a spada tratta, al contrario Italia Viva, Lega e Forza Italia vorrebbero abolirlo, trovandosi perfettamente allineati alla leader di Fratelli d’Italia, che l’ha definito «metadone di Stato». A tre anni dalla sua introduzione, è la Caritas a realizzare un monitoraggio sull’antidoto alla povertà assoluta e a suggerirne una riforma, almeno per far finire il reddito nelle tasche giuste, visto che nel 56 per cento dei casi il reddito viene percepito da famiglie che non sono in povertà assoluta. «Una revisione servirebbe, ma è politicamente complicato metterci mano. Per aggiustare il tiro, bisognerebbe togliere il reddito a quanti lo percepiscono impropriamente ed estendere il sussidio al Nord del paese, dove molte famiglie vivono al di sotto della soglia di povertà perché il costo della vita è più elevato», spiega Cristiano Gori, professore all’Università di Trento, responsabile scientifico del rapporto Caritas e membro del Comitato Scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza, nominato dal ministro del Lavoro Andrea Orlando. Proprio il Comitato, presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, a breve fornirà al ministero una serie di indicazioni per modificare il reddito, che potrebbero già entrare nell’imminente finanziaria. 

IL DIVANO O IL LAVORO

Il punto politicamente più controverso è l’attivazione al lavoro. Imprenditori e liberisti sostengono che il sussidio sia un deterrente alla ricerca di un’occupazione. Affermazione vera solo in parte, dal momento che, secondo la Caritas, è vero che «per il Meridione è alto il rischio di trappola della povertà, perché il valore del Rdc è troppo elevato, al punto da avvicinarsi ai salari medi di persone poco qualificate». Ma è altrettanto vero che nel 57 per cento delle famiglie con il reddito c’è almeno una persona che lavora. Il problema, dunque, sta piuttosto nei bassi salari, che non consentono a una famiglia monoreddito di vivere dignitosamente e, una soluzione potrebbe essere l’ingresso nel mondo del lavoro delle donne: «Se in ogni famiglia lavorassero due persone anziché una soltanto, allora la quota di nuclei in povertà assoluta scenderebbe dal dieci al due per cento», conferma il rapporto Caritas, secondo cui il 70 per cento delle famiglie con il sussidio ha al proprio interno una persona, per lo più donne o giovani disillusi, che potrebbe lavorare. Soluzione più facile a dirsi che a farsi. Perché in teoria il RdC prevede per tutti i componenti del nucleo famigliare un percorso di aiuto nella ricerca di lavoro, in pratica quasi nessuno ne ha trovato uno. Del milione e 650 mila beneficiari inviati ai Centri per l’impiego, poco più di un milione è risultato idoneo a sottoscrivere un patto per il lavoro, ovvero un impegno ad accettare un’offerta di lavoro, oltre a partecipare ai corsi di formazione. Di questi, solo 327mila hanno effettivamente sottoscritto l’accordo. E gli altri? Hanno dato forfait. E senza alcuna penalizzazione, dal momento che, a causa del Covid, è stata sospesa l’obbligatorietà all’attivazione al lavoro prevista per legge. In questi tre anni meno di un beneficiario su quattro ha ricevuto almeno un contratto di lavoro e solo il 14 per cento è ancora occupato. Dunque il sistema di attivazione è un buco nell’acqua, se si considera che i beneficiari del reddito lavorano solo 0,6 giorni in più al mese rispetto a prima: «Quindi non c’è stato un “effetto divano”. Il reddito non disincentiva la ricerca di un lavoro», dice il rapporto Caritas. I motivi di una mancata attivazione sono da ricercare altrove: «Ci si dimentica che l’Italia ha una carenza intrinseca di posti di lavoro, figuriamoci per persone con bassissima qualifica come lo sono i percettori del reddito», dice Gori. I beneficiari sono persone molto deboli dal punto di vista lavorativo e in grande difficoltà economiche, psicologica e sociale, il cui problema non è tanto l’inserimento nel mercato del lavoro, quanto nell’attivazione sociale, nella scarsa autostima e incapacità di connettersi al mercato del lavoro. I centri per l’impiego non sono strutturati per aiutare persone così fragili e, per il momento, non vi è traccia dell’implementazione di un tale servizio nell’imminente riforma del Lavoro. 

NELLE TASCHE SBAGLIATE

Anche se gli oltre otto miliardi messi a disposizione sarebbero sufficienti per andare in soccorso all’80 per cento delle famiglie in povertà assoluta, il reddito di cittadinanza ne aiuta solo il 44 per cento. In base alle ricerche del professor Massimo Baldini dell’Università di Modena il 36 per cento dei beneficiari non è povero, e se si considerano i dati della Banca d’Italia tale quota sale al 51 per cento. «Significa che non di rado la misura sbaglia mira. Perlopiù non si tratta di frodi, ma di errori nel disegno della misura. Il Reddito è stato costruito in modo da andare, in parte significativa, a persone con difficoltà economica che però non sono povere e dovrebbero essere aiutate in altro modo», spiega Cristiano Gori. Tra chi ne avrebbe diritto, ma è stato escluso, ci sono stranieri, lavoratori, famiglie con figli a carico e persone che risiedono al Centro Nord con case di proprietà. Al contrario, tra i falsi beneficiari ci sono famiglie con anziani, nuclei del Meridione, persone con disabilità, single che non lavorano. La Caritas invita a modificarne le regole di accesso in modo da limitare l’erogazione del reddito a chi ne ha davvero bisogno, «altrimenti, se si volesse usare il RdC per combattere l’intero fenomeno della povertà, servirebbero 32 miliardi l’anno», si legge nel dossier. La parte più complessa dell’agenda politica riguarda le sottrazioni: «Non esistono scorciatoie. Se non si toglie il reddito a chi non ne ha diritto, non è possibile tutelare in modo adeguato i poveri assoluti. Dare il reddito di cittadinanza a chi non è povero significa negarlo a chi lo è: può non piacere, ma le cose stanno così», dice Gori. Anche perché il numero dei beneficiari sta aumentando: erano 1,19 milioni di famiglie a marzo 2020, cresciute a 1,65 quest’anno. E parallelamente l’Istat dice che anche la povertà assoluta è in crescita, specialmente al Nord, dove quest’anno le famiglie gravemente indigenti sono passate da 331mila a 943mila. «Nelle Regioni del Nord è più probabile che vi siano famiglie povere che non ottengono il sussidio perché le soglie economiche di accesso al Reddito sono uguali per tutta la nazione, mentre non si considera che il costo della vita al Nord è più alto che nel resto del Paese. Ecco perché al Nord solo il 37 per cento delle famiglie che ne avrebbe diritto percepisce il reddito, contro il 69 del Centro e il 95 per cento del Sud», dice Gori. D’altronde la gran parte delle famiglie che impropriamente riceve il reddito non vive nell’oro: «Servono risposte adatte alla loro situazione attraverso una molteplicità di altre politiche di welfare pubblico, dal sistema fiscale, all’assegno unico per i figli e gli ammortizzatori sociali, tutte misure in fase di riforma. A maggior ragione, è questo il momento per fare chiarezza sugli obiettivi del reddito di cittadinanza, così da intervenire in modo appropriato sulle altre riforme», sostiene Gori. 

QUESTIONE STRANIERI

Spostare il peso del reddito di cittadinanza al Nord e avviare un forte investimento sulle politiche sociali e occupazionali per liberare i percettori del reddito dalla povertà assoluta, sono misure che stenteranno a trovare un padre politico. Figuriamoci quando si tocca la questione stranieri, in un paese dove lo Ius Soli è ancora un miraggio. Secondo il rapporto Caritas il 15,8 per cento dei percettori del reddito è straniero, ma esiste un vincolo rigidissimo per accedere al sussidio, ovvero dieci anni di residenza in Italia: «Il nostro è il paese europeo con i requisiti di residenza più stringenti d’Europa, insieme alla Danimarca (nove anni)», commenta Gori, secondo cui questa discriminante impedisce a quattro famiglie straniere in povertà su dieci di avere accesso al sussidio. 

FUORI CONTROLLO

Infine la Caritas si concentra sull’assenza di controlli, su tutti i fronti. Nonostante il reddito abbia delle regole ferree nell’ottenimento e altrettante nell’attivazione al lavoro, non esistono forme di verifica, se non qualche controllo random da parte dell’Inps. Non c’è una sorveglianza automatica sui patrimoni mobiliari, nessuna verifica sulle dichiarazioni Isee, neppure le autocertificazioni vengono vagliate al setaccio. E i centri per l’impiego non segnalano irregolarità e neppure badano alla latitanza di chi dovrebbe darsi da fare per trovare un lavoro. Nulla di nulla.

Il flop del reddito 5S: i 423 assunti ci costano 400mila euro l'uno. Francesca Galici il 24 Ottobre 2021 su Il Giornale. Spesi quasi 20miliardi in tre anni per il reddito di cittadinanza: ogni lavoratore grillini assunto è costato 400mila euro allo Stato. L'unica povertà che finora il reddito di cittadinanza ha contribuito ad abolire è quella dei navigator che resistono. Intervistato dal quotidiano Libero, Carlo Bonomi lo dice molto chiaramente: "I numeri ci dicono che il reddito di cittadinanza non sta funzionando". Il presidente di Confindustria non usa mezzi termini per etichettare la misura come un fallimento su tutta la linea. Il reddito di cittadinanza tanto caro ai grillini non funziona "per la parte di contrasto alla povertà, che è giusto che ci sia, perché non sta intercettando gli incapienti del nord e scoraggia fortemente le assunzioni al sud". Ma non funziona nemmeno "per la parte delle politiche attive del lavoro: con i navigator ci sono stati 423 assunti, ma nel nel triennio 2019-2021 sono stati stanziati 516 milioni. Vuol dire che ognuno ci è costato 400mila euro all'anno". A oggi, come si legge su Libero, "la misura è costata alle casse dello Stato 16.7 miliardi di euro: 3.9 nel 2019, 7.1 nel 2020 e 5.7 nel 2021". Tutti soldi che non hanno avuto nessun effetto sull'occupazione. Inoltre, con la nuova legge di bilancio, il governo è pronto a stanziare un ulteriore miliardo per finanziare il reddito di cittadinanza ma senza che a questo vengano apportate modifiche per il suo miglioramento. Invece di lavorare sul miglioramento della misura grillina, il governo con Andrea Orlando ne sta approntando un'altra, la Garanzia occupabilità lavoratori, indicata dall'acronimo Gol. Si tratta di un progetto che nei prossimi tre anni dovrebbe ricevere ulteriori 5 miliardi di euro da dedicare alle politiche attive per il collocamento. In sostanza, Gol andrebbe a coprire la parte per la quale da anni vengono pagati i navigator. "Il fatto che si pensi di mettere un ulteriore miliardo sul reddito di cittadinanza senza riformarlo prima vuol dire che continuiamo a sprecare soldi pubblici", dice ancora Carlo Bonomi. Ma se il progetto Gol salpa dal porto, che fine faranno i 2.800 navigator che da 3 anni vengono pagati per trovare lavoro? Avrebbero dovuto trovare un impiego a 800mila disoccupati ma di questi sono stati collocati solo in 423. Molti dei navigator assunti tre anni fa hanno deciso di lasciare il loro impiego, che era a tutti gli effetti un controsenso. Erano lavoratori precari impegnati per trovare un lavoro a tempo indeterminato ad altre persone, che ora potrebbero trovarsi, almeno in parte, a passare dall'altra parte della barricata. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Francesco Bisozzi per "Il Messaggero" il 25 ottobre 2021. Ora i navigator cercano lavoro per loro stessi: in seicento (su tremila) hanno già lasciato i centri per l'impiego per un'altra occupazione. C'è chi si è riciclato nel pubblico e chi invece ha conquistato una scrivania nel privato. Risultato? Restano in circolazione secondo l'Anpal solo 2.400 navigator, con i contratti in scadenza alla fine dell'anno, e visto che non si intravedono nuove proroghe all'orizzonte (in realtà l'uscita di scena dei navigator era prevista per aprile scorso) presto i centri per l'impiego, già in evidente affanno, rimarranno senza personale.

LA PLATEA

Al 30 giugno i percettori di reddito di cittadinanza tenuti alla sottoscrizione del patto per il lavoro perché ritenuti occupabili erano 1.150.152, ma solo il 34 per cento risultava preso in carico. Considerato che il costo della misura è schizzato alle stelle (quest'anno rasenterà i nove miliardi di euro stando alle previsioni) smaltire lo stock di attivabili è diventato prioritario. Anche per questo preoccupa la fuga dei navigator: uno su cinque ha già mollato. Nelle regioni a cui sono stati assegnati meno navigator la situazione nei centri per l'impiego già è critica. Emblematico il caso della Liguria: oltre il 60 per cento dei navigator assunti nel 2019 per aiutare i beneficiari del reddito di cittadinanza a trovare un lavoro si è licenziato perché insoddisfatto o perché ha trovato un altro impiego e così oggi rimangono nei cpi liguri solo 24 navigator assunti a tempo determinato. Nelle regioni con più navigator, come per esempio la Campania, dove sono oltre 400, il contraccolpo per adesso invece si è sentito meno. Fortemente voluti dall'ex numero uno dell'Anpal Domenico Parisi, il professore del Mississippi chiamato dall'attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, i navigator sono stati assunti con un contratto di collaborazione di 20 mesi per 27 mila euro lordi l'anno (1.400 euro al mese più 300 euro di rimborso spese) poi prolungato di 8 mesi. 

IL BILANCIO

Da settembre 2019 a dicembre 2020, per intenderci, i navigator hanno effettuato in media meno di un colloquio al giorno con i percettori del reddito di cittadinanza (950mila in tutto), svolto 700mila verifiche e contattato circa 450mila aziende. I numeri insomma non sembrano essere dalla loro parte. Più nel dettaglio, i percettori che questa estate risultavano presi in carico ammontavano a 392.292. La fuga dei navigator però è iniziata già da diversi mesi.

LE TAPPE

All'inizio di quest'anno quelli ancora in attività erano poco più di 2.650. Il problema è che l'addio anticipato dei tutor del reddito di cittadinanza si somma al mancato potenziamento dei centri per l'impiego, che fin qui hanno assunto solo una minoranza degli 11.600 addetti specializzati che erano previsti in entrata, essenzialmente per via dei ritardi delle Regioni nella pubblicazione dei bandi. Nel frattempo il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha di nuovo precisato che il sussidio necessità di correttivi: «Ci sono oggettivamente delle cose da correggere. Penso alla penalizzazione delle famiglie più numerose. Poi a tutto il tema di come si combina meglio il reddito di cittadinanza con il lavoro». Nel mese di agosto i nuclei percettori del reddito di cittadinanza hanno raggiunto quota 1,22 milioni, mentre le famiglie beneficiarie della pensione di cittadinanza hanno sfiorato le 135mila unità. Per un totale di quasi 1,36 milioni di nuclei raggiunti dalle due prestazioni di sostegno al reddito e oltre 3 milioni di persone coinvolte nel complesso. Prevalgono i nuclei composti da tre e quattro persone, rispettivamente 646mila e 673mila. I nuclei con minori sono quasi 443mila, con un numero di persone coinvolte pari a oltre 1,64 milioni. Le famiglie con disabili sono quasi 231mila, con oltre 536mila persone coinvolte. L'importo medio erogato a livello nazionale nel mese di agosto è stato di 576 euro per quanto riguarda il solo reddito di cittadinanza. La platea dei percettori del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza è composta da 2,58 milioni di cittadini italiani, 318mila cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno Ue e 119mila cittadini europei. La distribuzione per aree geografiche vede 592mila beneficiari al Nord e 427mila al Centro, mentre al Sud e nelle isole si superano i 2 milioni di percettori. Infine, nei primi otto mesi del 2021 il beneficio messo in campo dal M5S è stato revocato a 83mila nuclei. Le decadenze, sempre nei primi otto mesi di quest' anno, sono state oltre 230mila. 

Quarta Repubblica, reddito di cittadinanza: le parole del navigator sotto anonimato seppelliscono il M5s. Libero Quotidiano il 26 ottobre 2021. Anche a Quarta repubblica, il programma di Nicola Porro in onda su Rete 4, si parla del famigerato reddito di cittadinanza, il sussidio grillino che, ora, è finito nel mirino anche di Mario Draghi e che dalla manovra, ancora da chiudere, potrebbe uscire fortemente ridimensionato e rivisto. E nella puntata di Quarta Repubblica di lunedì 25 ottobre si parte da alcune cifre. Ci si chiede, in premessa: in quanti hanno trovato lavoro con il reddito di cittadinanza? Le cifre sono eloquenti: in Italia a percepire l'assegno ai fannulloni ci sono 3,5 milioni di persone, 1,3 milioni delle quali "occupabili", ossia in grado di lavorare o di poter trovare un lavoro. Ma quanti sono gli ex-percettori del reddito che oggi hanno un lavoro? Bene, sono la miseria di 192.851, ossia il 14% degli occupabili. Cifre che offrono una rappresentazione plastica dello scempio grillino, dello spreco, del disastro che è il reddito di cittadinanza. Ma non è tutto. A Quarta Repubblica si parla anche dei cosiddetti "navigator", ossia i dipendenti dei centri per l'impiego che dovrebbero aiutare i percettori del reddito a trovare un nuovo lavoro. Inutile stare a rimarcare come anche il loro sia un flop colossale, tanto che - le cifre sono uscite soltanto poche ore fa - in molti si sono licenziati per... percepire il reddito di cittadinanza. Oppure, semplicemente si sono licenziati per trovare un lavoro vero: si pensi che in Liguria il 60% dei navigatore è attualmente occupato altrove. Bene, e a Quarta Repubblica è stato interpellato proprio un navigator. Gli si chiedeva conferma: ma è vero che lasciate il lavoro per incassare l'assegno grillino? E il navigator, sotto anonimato, confermava: "Si dice anche aiutati che Dio ti aiuta". Insomma, sin troppo chiaro: l'ennesimo disastro M5s è drammaticamente servito. 

Reddito M5s, un flop senza fine: pure i navigator cercano lavoro. Alessandro Ferro il 25 Ottobre 2021 su Il Giornale. Dal reddito di cittadinanza fuggono anche le figure che fanno da collante tra Centri per l'impiego ed i beneficiari della riforma a 5 Stelle: percentuale altissima di licenziamenti. Tutto ciò che ruota attorno al reddito di cittadinanza è un flop continuo. Adesso chi dovrebbe assistere gli operatori dei Centri per l'Impiego nella realizzazione di un percorso che coinvolga i beneficiari della riforma grillina, si licenzia ed è in cerca di un altro lavoro.

Chi sono i navigator e perché si licenziano

Sono i cosiddetti navigator a fare da collante con i CpI aiutando i cittadini dalla prima convocazione fino all'accettazione di un'offerta di lavoro consona alle propie capacità ed attitudini. Insomma, una specie di tutor con competenze specifiche. Adesso, però, hanno detto basta anche loro: l'Anpal ha certificato che su tremila, oltre 600 di loro hanno lasciato i Centri per cercare un'altra occupazione. Se non ci sarà un'inversione di tendenza, a breve verrà a mancare il personale: il caso Liguria è quello più emblematico con il 60% dei navigator ormai occupati altrove. Il campanello d'allarme era scattato il 30 giugno: se gli italiani che percepivano il Reddito e avevano sottoscritto il patto per il lavoro erano poco più di un milione e centomila, soltanto il 34% di loro era stato preso in carico. Ma perché mollano? Semplice, insoddisfatti del lavoro o perché hanno ricevuto proposte migliori altrove. Tornando alla Regione Liguria, i navigator attuali sono soltanto 24, un numero esiguo ed insufficiente. Come riportato dal Messaggero, queste figure hanno uno stipendio lordo di 27mila euro l'anno (quindi 1.400 euro al mese con 300 euro di rimborso spese) ma il loro contratto è di semplice "collaborazione" e dura 20 mesi, dopodiché (probabilmente) addio. Un altro dei motivi, questo, per cercare impiegno con contratti più solidi. È stato un fedelissimo di Di Maio a volerli: Domenico Parisi, ex dirigente Anpal, più volte criticato per una gestione poco efficiente e trasparente dell'agenzia.

Un altro flop del Reddito

I numeri non mentono mai: dal settembre 2019 al mese di dicembre 2020, su scala nazionale, i navigator hanno effettuato mediamente meno di un colloquio al giorno con chi percepiva il reddito di cittadinanza (950mila persone), svolto soltanto 700mila verifiche e contattato non più di 450mila aziende, in pratica un mezzo disastro rispetto quanto prospettato. L'addio dei navigator, però, pone un problema enorme per i Centri per l'impiego, che si ritrovano ancora più abbandonati e senza questa figura specializzata. Chi aiuterà nel percorso lavorativo chi percepisce il RdC? Per correre immediatamente ai ripari, sarà necessario assumere nuovo personale specializzato altrimenti potrebbe crescere ancora il "bivacco" di chi percepisce il sussidio statale stando serenamente a casa sul divano. Un problema che l'Italia non può permettersi dal momento che, come ci siamo occupati sul Giornale.it, sono già stati spesi quasi 20 miliardi in tre anni, un salasso.

Il Di Maio "pentito"

Nel suo libro di prossima uscita dal titolo "Un amore chiamato politica", in cui traccia un bilancio della sua vita politica, il ministro degli Esteri Di Maio si dichiara pentito per l'esultanza sul balcone di Palazzo Chigi dopo aver avuto l'ok sull'approvazione della nota di aggiornamento al Def con i fondi per il trennio successivo inclusi quelli per il Reddito di cittadinanza. "Sbagliai a salire su quel balcone. E sbagliai a pronunciare quelle parole", riporta in anteprima il Corriere della Sera. In ogni caso, ormai, il danno è fatto: secondo gli ultimi dati del mese di agosto, i beneficiari del Reddito sono diventati ormai 1,22 milioni, i nuclei familiari sono invece a quota 135mila unità. In totale, le persone coinvolte sono oltre tre milioni con un importo medio erogato ad agosto di 576 euro.

Alessandro Ferro. Catanese classe '82, vivo tra Catania e Roma dove esercito la mia professione di giornalista dal 2012. Tifoso del Milan dalla nascita, la mia più grande passione è la meteorologia. Rimarranno indimenticabili gli anni in cui fui autore televisivo dell’unico canale italiano mai dedicato,

Reddito di cittadinanza, quanto ci costa a persona: le cifre fallimentari della bandiera M5s. Attilio Barbieri su Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. Il Reddito di cittadinanza non finisce mai di stupire. In negativo, naturalmente. Ogni volta che se ne parla emerge un dettaglio nuovo che rafforza il fronte dei critici verso la misura destinata ad «abolire la povertà» (cit. Luigi Di Maio) e che invece rischia di alimentarla. «I numerici dicono che il reddito di cittadinanza non sta funzionando». Lo ha ribadito ieri il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. «Non sta funzionando - ha aggiunto Bonomi - né per la parte di contrasto alla povertà, che è giusto che ci sia, perché non sta intercettando gli incapienti del Nord e scoraggia fortemente le assunzioni al Sud. Ma non va bene per la parte delle politiche attive del lavoro: con i navigator ci sono stati 423 assunti, ma nel nel triennio 2019-2021 sono stati stanziati 516 milioni. Vuol dire che ognuno ci è costato 400mila euro all'anno». Il numero uno degli industriali, a margine del trentaseiesimo convegno dei giovani imprenditori di Viale dell'Astronomia, ha rilanciato il messaggio espresso in settimana sul Corriere. «Lo stanziamento di 516 milioni nel triennio per rioccupare i soggetti beneficiari del Reddito di cittadinanza ha creato in tutto 423 assunti. Per ognuno di loro lo Stato ha speso 1,2 milioni di euro, così ognuno ci è costato 406mila euro all'anno. In queste condizioni è inutile mettere altri soldi nel Reddito di cittadinanza se non lo riformiamo». Il tema è di grande attualità, visto che nella legge di Bilancio, rischia di arrivare un ulteriore miliardo per il sussidio grillino. Senza che si cambino le regole del gioco. Finora la misura è costata alle casse dello Stato 16,7 miliardi di euro: 3,9 nel 2019, 7,1 nel 2020 e 5,7 nel 2021. Un mare di soldi. Totalmente ininfluente, però, sul collocamento dei disoccupati.

I 5 MILIARDI DI ORLANDO - Non a caso il ministro del Lavoro Andrea Orlando lavora a un nuovo progetto, riassunto dall'acronimo Gol, Garanzia occupabilità lavoratori, per il quale, salvo sorprese, dovrebbero arrivare 5 miliardi nei prossimi tre anni. Occupabilità da raggiungere con le politiche attive per il collocamento dei disoccupati. Attività alla quale erano dedicati i 2.800 navigator ingaggiati dall'Anpal, l'Agenzia nazionale per le politiche attive, e mandati in missione presso i centri pubblici per l'impiego. Ora però accade che con la finanziaria 2022 le risorse dedicate al Reddito e alla Pensione di cittadinanza dovrebbero salire da 7 a 8 miliardi di euro. A cui si sommerà la parte di competenza per il 2022 dei 5 miliardi del programma Gol di Orlando, pari almeno a un miliardo e mezzo. «Il fatto che si pensi di mettere un ulteriore miliardo sul reddito di cittadinanza senza riformarlo prima», dice ancora Bonomi in proposito, vuol dire che «continuiamo a sprecare soldi pubblici». Fra l'altro resta aperta la partita con i navigator, ingaggiati tre anni or sono con un contratto a termine e messi a disposizione dell'Anpal, guidata all'epoca dal guru del Mississippi, Mimmo Parisi - celebre il suo proclama: «Ecco come userò i big data: adesso è il lavoro che cerca le persone» - dimissionato dopo il fallimento epocale del suo collocamento. I 2.800 "specialisti" selezionati con un concorsone a quiz, avrebbero dovuto interagire con tutte le banche dati possibili e immaginabili, per trovare un posto agli 800mila beneficiari del sussidio di cittadinanza in possesso dei requisiti minimi. Non lo hanno fatto, naturalmente, al punto che a trovare un'occupazione attraverso di loro sono stati appena in 423, come ha ribadito Bonomi. Ma nonostante il flop molti navigator si aspettano di essere confermati presso i centri pubblici per l'impiego nei quali erano stati mandati "in missione" da Parisi. 

VIA DUE SU TRE - C'è però una sorpresa positiva. Col passare degli anni, tre per la precisione, l'esercito dei navigator si sta riducendo di numero. Molti, resisi conto forse della loro clamorosa inutilità, hanno passato la mano. Com' è accaduto in Liguria, dove il 60% dei navigator si è licenziato, come ha raccontato l'assessore regionale al Lavoro Gianni Berrino. Alla Liguria erano stati assegnati inizialmente 63 navigator, a inizio 2021 ne restavano attivi una cinquantina, che ad oggi si sono dimezzati. «Dovevano trovare un lavoro a tempo indeterminato ai percettori del reddito di cittadinanza ma si sono trovati a essere loro stessi dei lavoratori precari», ha spiegato Berrino, «abbiamo interloquito con il governo e Anpal Servizi attraverso la commissione Lavoro affinché si trovasse una soluzione per i navigator precari, ma nessuna risposta è arrivata». Nel frattempo alcuni hanno trovato un'altra occupazione. Chissà se lo hanno fatto attraverso i mirabolanti "big data" di Parisi. 

Reddito di cittadinanza: cosa deve cambiare. Milena Gabanelli e Rita Querzè su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2021. La civiltà di un paese si misura anche dalla sua capacità di non abbandonare i poveri a loro stessi. Per il reddito di cittadinanza spendiamo circa 7,2 miliardi l’anno per sostenere 1,36 milioni di famiglie su 2 milioni di famiglie povere totali. Questo strumento, però, è nato con molti limiti che vanno urgentemente corretti, cominciando col non darlo a chi non ne ha diritto. 

Quanti furbi sono stati scovati

Al 31 agosto scorso, su 3.027.851 persone che avevano ottenuto il reddito di cittadinanza, a 123.697 è stato revocato l’assegno a causa di dichiarazioni false. Le più frequenti riguardano la composizione del nucleo familiare, il reddito, la mancata dichiarazione dello stato detentivo o della presenza di condanne di particolare gravità, come l’associazione mafiosa. Certo è molto complicato controllare tutte le richieste di poveri veri e presunti, ma potenziare l’incrocio dei dati, a partire dall’anagrafe nazionale, consentirebbe di individuare a monte chi non ha diritto, prima di fare il versamento. Anche perché una volta scovati i furbi, quei soldi non li rivedrai mai più. 

Penalizzate le metropoli del nord

Il livello di povertà dipende dalle entrate mensili in rapporto al costo della vita del luogo in cui vivi. Per questo l’Istat stabilisce soglie diverse di reddito al di sotto delle quali si è poveri. Prendiamo due single. Giorgio abita a Milano e guadagna meno di 840 euro al mese. Antonio risiede a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, e non arriva a 570 euro al mese. Per l’Istat Giorgio e Antonio sono poveri alla stessa maniera perché a Nocera Inferiore i prezzi sono più bassi che a Milano, quindi la quantità di cose che possono permettersi è identica. La soglia di povertà fissata dal reddito di cittadinanza per i single è di 780 euro, vuol dire che Antonio prende l’assegno e Giorgio no. Non solo: se a Nocera Inferiore guadagni ogni mese 650 euro per l’Istat non sei povero in senso assoluto, ma il reddito di cittadinanza viene dato lo stesso perché sei sotto i 780 euro. Il risultato finale è che oggi il 36% di coloro che prendono il reddito, non se la passano bene, ma non sono poveri. Mentre c’è un 56% di poveri che oggi non riceve il reddito. Quelli tagliati fuori abitano al Nord e nelle metropoli. Da notare: il reddito di cittadinanza di un single è composto da 500 euro per vivere più 280 per l’affitto. E il contributo per l’affitto è lo stesso in tutta Italia. Ma un monolocale periferico a Milano non lo trovi a meno di 400 euro, a Nocera Inferiore te ne bastano 200. 

Penalizzate le famiglie con figli

Un single dunque può prendere 780 euro, una famiglia con un figlio minore, per il reddito di cittadinanza ce la può fare con 1.080 euro, con 3 tre figli sotto i 10 anni con 1280 euro. Una disparità enorme. E il contributo per l’affitto è sempre lo stesso (280 euro) per un sigle come per una famiglia di 5 persone. La scala che assegna le risorse va quindi riparametrata in funzione del costo della vita dei territori e del numero dei componenti, che oggi penalizza esageratamente le famiglie con figli. Anche perché aiutarle in modo giusto vuol dire creare le condizioni perché questi bambini ricevano un’istruzione adeguata e non siano i nuovi poveri di domani. 

Il Reddito di Cittadinanza oggi penalizza esageratamente le famiglie numerose

Prendiamo la famiglia con tre figli e 1.280 euro al mese di reddito di cittadinanza, e mettiamo che uno dei due adulti inizi a lavorare a tempo pieno. Se guadagna 1.280 euro al mese, il suo reddito di cittadinanza il primo anno viene tagliato dell’80% e al secondo automaticamente si azzera. In pratica lavorando in regola otto ore al giorno o non lavorando per nulla le entrate della famiglia non cambiano. Meglio lavorare in nero, così le entrate da lavoro si sommano al reddito. Il problema si è posto anche negli altri Paesi. In Francia, Regno Unito, Usa, ed è stato affrontato con realismo consentendo il cumulo di una parte del reddito di cittadinanza con il reddito da lavoro, in quota decrescente con il passare degli anni. 

Come aiutare a trovare un lavoro

Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive, certifica che il 25% dei beneficiari di reddito abili al lavoro ha avuto almeno un contratto. Il rapporto Caritas mostra che in realtà le «occasioni di lavoro» i percettori di reddito le avrebbero trovate anche cercandole da soli. In pratica, i beneficiari di RdC lavorano solo mezza giornata al mese in più rispetto a quello che facevano prima di ottenere il reddito, nonostante i servizi collegati ai centri per l’impiego. Vuol dire che l’apparato di misure che dovevano accompagnare i percettori di reddito vanno cambiate. L’assegno di ricollocazione, cioè i soldi da spendere in servizi di aiuto per trovare un nuovo lavoro, è stato dato solo allo 0,3% dei percettori di reddito abili al lavoro. Da notare: per darlo ai percettori di reddito era stato tolto ai beneficiari di Naspi. Il personale sta arrivando con il contagocce: dal 2019 dovevano essere assunte nei centri per l’impiego 11.600 persone da affiancare agli 8.000 già presenti, a oggi ne risultano assunti 949, l’8%. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei centri per l’impiego finora hanno fatto solo pratiche burocratiche e non politiche attive. Per aiutare i poveri a rimettersi in pista e cercare lavoro servono forze adeguate, un metodo organizzativo condiviso fra le Regioni e l’applicazione delle regole. E se necessario commissariare le Regioni che non riescono ad assicurare livelli essenziali delle prestazioni, come è previsto dalle norme. 

Imporre il rispetto delle regole

La condizione per percepire il reddito è quella di firmare il patto per il lavoro, vuol dire che chi è abile al lavoro si impegna a mettersi a disposizione dei centri per l’impiego. Ebbene, questi patti, a oggi, sono stati stipulati solo con il 31% degli inviati ai centri per l’impiego. È vero che da aprile a luglio 2020 era stato sospeso l’obbligo di presentarsi ai centri a causa del lockdown, ma è passato più di un anno e nulla giustifica una percentuale così bassa. In nessuna regione è mai stata applicata la «condizionalità» scritta nella legge: se rifiuti il lavoro perdi il reddito. Oggi se rifiuti un’offerta di lavoro, il reddito non viene mai decurtato, tantomeno ti viene tolto. Per impedire che avvenga questo, occorre che a dare l’assegno e a controllare che il percettore di reddito si dia davvero da fare per trovare lavoro sia lo stesso ente, come avviene per esempio in Germania e in Francia. In Italia invece l’Inps dà l’assegno e i centri per l’impiego i servizi. In nessuna regione è mai stata applicata la «condizionalità» scritta nella legge: se rifiuti il lavoro perdi il reddito.

Chi può rifiutare un’offerta e chi no

La legge dice che un’offerta di lavoro è «congrua» – e quindi se la rifiuti il reddito viene tagliato o addirittura tolto – se il contratto è a tempo a indeterminato e garantisce almeno 858 euro al mese. Abbiamo visto che a nessuno è mai stato tolto il reddito perché la mano destra non sa quello che fa la sinistra. Invece il contratto a termine o a tempo determinato puoi rifiutarlo infinite volte e nessuno potrà mai far decadere il reddito, perché è la legge stessa a non considerali «congrui». Il 59% dei percettori del reddito non ha mai lavorato o non lavora da anni. Reinserire queste persone con un contratto indeterminato è ai limiti dell’impossibile. Sarebbe quindi ragionevole inserire anche questi tipi di contratti tra le offerte congrue. Il 59% dei percettori del reddito non ha mai lavorato o non lavora da anni. Reinserire queste persone (...) è ai limiti dell’impossibile.

Rivedere gli incentivi

Le aziende che assumono un percettore di reddito hanno diritto a detrazioni contributive. Ma questi incentivi hanno agevolato le assunzioni solo dello 0,1% dei percettori di reddito abili al lavoro. Non hanno funzionato per due motivi. Il primo: la trafila burocratica scoraggerebbe chiunque. Il secondo: ci sono altri incentivi più semplici e vantaggiosi, per esempio per chi assume giovani o residenti al Sud. Ma a monte c’è il fatto che un’azienda seria assume un lavoratore se è convinta che sappia fare bene il lavoro, non certo perché c’è uno sconto sui contribuiti. E qui si apre il grande buco nero: la formazione. Promessa, e mai messa in opera.

Reddito di cittadinanza, Corte dei conti: 352 mila percettori hanno trovato impiego. "Anpal inadeguata". Andrea Galliano su La Repubblica il 27 settembre 2021. Un beneficiario su dieci ha avuto un contratto, uno su quattro considerando solo le persone "attivabili", ma la maggior parte è a tempo determinato. I navigator hanno individuato 30 mila opportunità occupazionali. Bocciato il sistema dei centri per l'impiego: azione disomogenea, serve un coordinamento nazionale Tra coloro che ricevono il Reddito di cittadinanza un beneficiario su 10 ha trovato un'occupazione. Tra gli attivabili uno ogni quattro. Ad ottobre 2020, il numero complessivo dei percettori soggetti alla sottoscrizione del Patto per il lavoro (i cosiddetti Work Ready o attivabili), comprensivo di alcune categorie (esclusi o esonerati, presi in carico e inseriti in una politica, rinviati a percorsi di inclusione sociali), era pari a 1.369.779. Invece coloro che hanno avuto almeno un rapporto di lavoro successivo alla domanda di Reddito di cittadinanza era di 352.068, di cui 192.851 ancora attivo. È quanto emerge da un'analisi della Corte dei conti sul "Funzionamento dei centri per l'impiego nell'ottica dello sviluppo del mercato del lavoro", condotta dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato.

Dominano i contratti a tempo determinato

Il 65% di chi ha trovato un'occupazione ha firmato un contratto a tempo determinato, il 15,4% un indeterminato e il 4,1 % un apprendistato. Il 69,8% di quelli determinati ha una durata inferiore ai 6 mesi, mentre una quota del 9,3 % ha superato il termine annuale. I contratti di lavoro, nel complesso, hanno riguardato soprattutto professioni (non qualificate) nel commercio e nei servizi, seguiti da quelli nelle attività ricettive e della ristorazione: In minima parte hanno interessato il settore metalmeccanico-artigiano.

Il ruolo dei navigator. Le iniziative dei navigator nei confronti delle imprese, per la rilevazione dei fabbisogni produttivi, hanno comportato la realizzazione di 588.521 interventi. Sono state individuate 29.610 opportunità occupazionali corrispondenti a 56.846 posizioni professionali di cui il 68 per cento deriva da fabbisogni per un aumento del carico di lavoro, mentre il 22 per cento per turnover. Dai valori rilevati, che descrivono i livelli di istruzione e l'indice di profiling, è risultata evidente la quasi totale assenza di condizioni di occupabilità soprattutto nelle regioni meridionali.

L'inadeguatezza dell'Anpal. I magistrati hanno rilevato una inadeguata azione dell'Anpal nell'attività di monitoraggio, i cui rapporti annuali risalgono al 2017. L'Agenzia ha avviato un processo di trasformazione digitale per l'evoluzione dei sistemi informativi così da consentire, tra l'altro, l'interscambio di flussi documentali e l'integrazione tra i diversi sistemi in uso, anche in vista dello sviluppo della Piattaforma digitale per la gestione dei beneficiari di Reddito di Cittadinanza. In attesa di ciò, però, la messa a punto del Sistema unico avviene con notevoli difficoltà anche per una non adeguata dotazione informatica a livello territoriale e un collegamento in rete non adatto alle nuove funzioni dei Centri.

I Centri per l'impiego. La Corte dei conti osserva che l'emergenza sanitaria nazionale da Covid-19 non ha condizionato i Centri per l'impiego che hanno, comunque, garantito il regolare svolgimento delle attività istituzionali da remoto. Però, sottolineano i magistrati, "nel nostro Paese esistono eterogenei assetti organizzativi, con approcci, metodologie e sistemi informativi diversificati e sovente non dialoganti tra di loro". Per la Corte è, invece, "essenziale una definizione chiara di misure, interventi e regole che, pur consentendo il dovuto margine di flessibilità richiesto dalle specificità territoriali, analizzate nella relazione secondo i diversi profili di utenza, sia coordinata dal livello centrale, al fine di assicurare sia una maggiore rispondenza dell'operatività dei Centri per l'impiego alle esigenze regionali, che fornire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale". Da ultimo il Pnrr ha previsto nella Missione 5 "Inclusione e coesione" diversi programmi per la partecipazione al mercato del lavoro, per la formazione e il rafforzamento delle politiche attive e dei Centri per l'impiego.

Reddito di cittadinanza, la notizia che fa felici milioni di italiani. Alessandro Artuso il 13/07/2021 su Notizie.it. I percettori del reddito di cittadinanza saranno certamente contenti di questa importante novità che durerà fino al termine del 2021: di cosa si tratta. Per tantissimi percettori del reddito di cittadinanza è prevista nel mese di luglio 2021 una bella notizia. Prevista infatti una integrazione, così come spiegato nel decreto legge datato 8 giugno 2021. L’aumento potrebbe arrivare il 27 luglio 2021, proprio in concomitanza con la ricarica ordinaria del reddito di cittadinanza. A tal proposito è bene specificare che l’assegno unico, seppur temporaneo, è comunque già partito da oltre dieci giorni con apposito decreto legge numero 79 pubblicato in Gazzetta ufficiale. La durata dell’assegno è di sei mesi a partire da luglio 2021. Intanto dal primo giorno di luglio 2021 si potrà richiedere questo beneficio temporaneo all’INPS: l’Istituto per la Previdenza Sociale lo potrà elargire fino al 31 dicembre 2021. Per chi usufruisce già del sussidio non ci sarà bisogno di fare domanda. Molti percettori hanno espresso più di qualche dubbio in merito alle novità. La prima riguarda il prelievo che dovrebbe essere di massimo 100 euro in contanti, così come avviene con il reddito di cittadinanza. Quasi sicuramente ci sarà il limite di spesa per il solo acquisto dei beni di prima necessità: ciò riguarda anche le ricariche dell’Rdc. Chi vorrà ricevere l’assegno temporaneo, non percependo il reddito di cittadinanza, dovrà presentare la domanda entro il 30 dicembre 2021. In caso di approvazione riceverà tutti e sei i mesi che vanno da luglio a dicembre 2021. Qualora la domanda dovesse essere inviata oltre il 30 settembre, invece, l’INPS non potrà più corrispondere gli arretrati bimestrali (luglio e agosto 2021). Il beneficio temporaneo sarà erogato a partire dalla data di presentazione della domanda per l’assegno. Nel frattempo Fratelli d’Italia, con in testa la leader Giorgia Meloni, ha chiesto intanto di abbandonare il reddito di cittadinanza. Il partito ha chiesto l’eliminazione definitiva del sussidio. Le ragioni del NO sono state spiegate dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. “In queste ore in molti si accorgono del fallimento del Reddito di cittadinanza. Quelli che lo hanno votato, quelli che stanno continuando a finanziarlo e quelli che pur stando al governo fanno finta non sia un problema intollerabile che ogni giorno lo ricevano centinaia di migliaia di persone che non ne hanno alcun diritto”.

Giulia D'Aleo per lastampa.it il 13 settembre 2021. Almeno 52mila euro è il costo che lo Stato ha dovuto pagare per ciascun posto di lavoro ottenuto tramite il Reddito di cittadinanza. Una cifra esorbitante, oltre il doppio di quanto spende annualmente un imprenditore privato per un operaio a tempo indeterminato full time che, mediamente, gli costa attorno ai 25 mila euro. Dai risultati dell'analisi realizzata dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre, si stima, infatti, che per tutti i titolari del Reddito di cittadinanza – quindi persone in difficoltà economica che avevano manifestato la disponibilità a recarsi in ufficio o in fabbrica – l'Inps abbia sostenuto una spesa complessiva di 7,9 miliardi di euro. Su oltre un milione di assistiti, sarebbero però solo 152 mila le persone che hanno trovato un posto di lavoro grazie ai «navigator». Se si calcola che la somma di sostegno economica è stata mediamente sostenuta per almeno un anno prima che gli assistiti entrassero nel mercato del lavoro – percependo, quindi, circa 7.000 euro a testa – la cifra arriva a più di 52mila euro per ogni singolo neoassunto. «Un costo - commenta l'ufficio studi - che appare eccessivo per un numero così limitato di persone entrate nel mercato del lavoro». Secondo la Cgia «chi è in difficoltà economica va assolutamente aiutato, ma per combattere la disoccupazione il RdC ha dimostrato di non essere uno strumento efficace». L'Agenzia, infatti, stima che le probabilità di rimanere disoccupati a distanza di 12 mesi sfiorano il 90%. Queste difficoltà sono anche motivate dal fatto che la maggior parte dei soggetti richiedenti non possiede un’esperienza lavorativa pregressa, in grado di garantirgli un posto di lavoro. Analizzando lo storico contributivo di queste persone, nella classe di età tra i 18 e i 64 anni, emerge infatti che solo un terzo di queste ha già avuto un'occupazione in passato. Ci si trova di fronte a soggetti ad alto rischio di esclusione sociale, in condizioni di povertà economica e di grave deprivazione materiale. Trovare un lavoro a queste persone, spiega la Cgia, «potrebbe addirittura costituire per loro un problema, a causa del precario equilibrio psico-fisico in cui versano». I dati a livello provinciale dicono che nelle province di Caserta (147.036) e di Napoli (555.646) si concentrano complessivamente quasi 703 mila beneficiari del RdC, il 20% dei percettori totali di questa misura. Altrettanto significativo è il numero di RdC erogati dall'Inps nelle grandi aree metropolitane: a Roma sono 240.065, a Palermo 212.544, a Catania 169.250, a Milano 122.873, a Torino 104.638 e a Bari 92.233.

L'Istat suona la sveglia per Regione e Comune. Il lavoro c’è, mancano i lavoratori: colpa di mancata formazione e reddito di cittadinanza. Rosario Patalano su Il Riformista il 15 Settembre 2021. Gli economisti chiamano skill mismatch la condizione di squilibrio tra la domanda e l’offerta, che si verifica sul mercato del lavoro:  più semplicemente il fenomeno per il quale le imprese non riescono a trovare lavoratori in grado di svolgere le mansioni richieste e i posti disponibili restano vacanti, nonostante il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo. Gli ultimi dati pubblicati dall’Istat sull’andamento del mercato del lavoro nel secondo trimestre 2021 rivelano che il mismatch è in crescita: nonostante la disoccupazione elevata, crescono paradossalmente i posti che restano vacanti. Il tasso di posti vacanti (posizioni ricercate dalle imprese in rapporto a quelle complessive, occupate e non) è pari all’1,8% e registra un aumento dello 0,6 rispetto al trimestre precedente, un livello mai registrato dal 2016 e, in termini tendenziali, il tasso è in marcato rialzo verso un punto percentuale. Nell’industria e nei servizi si osservano tassi che si attestano all’1,6% e al 2% (nel trimestre precedente erano all’1,2% e all’1,1%). Disaggregando i dati si nota che la maggior parte dei posti vacanti si registra nelle costruzioni (2,4%), nei servizi di alloggio e ristorazione (2,3%), nei servizi di informazione e telecomunicazione (2,1%), nell’istruzione, sanità, assistenza sociale e attività artistica (1,6%) e nell’industria (1.8%). Come leggere questi dati? Sono in atto due dinamiche. La prima è strutturale e dipende dalla cronica inadeguatezza del sistema formativo a preparare figure professionali in grado di rispondere alle esigenze delle imprese: un dato che riguarda i settori più avanzati dell’industria, dei servizi e nelle telecomunicazioni. La seconda è una tendenza congiunturale dovuta alle scelte di politica sociale adottate dai precedenti governi, in particolare il reddito di cittadinanza che ha ridotto l’offerta di lavoro per alcuni settori: in pratica, non si trovano più lavoratori disposti a essere impiegati a bassi salari e a mansioni pericolose o particolarmente gravose. Di fronte a questi dati appare davvero necessario rafforzare il sistema di formazione professionale terziaria (Its) e l’istruzione Stem (science, technology, engineering and mathematics) che sono tra le priorità urgenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, l’offerta formativa complessiva (circa 80mila unità) è oggi in grado di soddisfare solo il 52% della domanda potenziale, con situazioni critiche per la meccanica, la logistica e l’edilizia. D’altra parte occorre rimodulare il reddito di cittadinanza e le altre misure di protezione sociale, inserendo specifici programmi di attivazione e di avviamento al lavoro, in modo che il sussidio sia solo una misura temporanea e non si trasformi in sostegno assistenziale permanente. In questo percorso il ruolo delle amministrazioni comunali e regionali è decisivo: sono questi enti a costituire il braccio esecutivo delle politiche del lavoro sul territorio. Nessun programma regionale in Campania è stato ancora implementato per riformare i centri per l’impiego e i navigator, istituiti (non senza polemiche) proprio per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, sono rimasti loro malgrado del tutto inattivi. E d’altra parte neppure l’amministrazione di Napoli ha mai elaborato piani per rafforzare i percorsi di formazione, caratterizzandosi per essere del tutto assente su questi temi, nascosta dietro l’abusata retorica dell’insufficienza di risorse. Questo alibi oggi non esiste di fronte alle ingenti risorse previste dal Recovery Plan: i candidati sindaci e il governatore sono “re nudi” di fronte al problema del lavoro. Rosario Patalano

Luca Cifoni per "Il Messaggero" il 14 settembre 2021. In parte è un dato fisiologico in una fase di forte ripresa dell'economia. Ma il record dei posti vacanti segnalato dall'Istat nel suo comunicato sull'andamento del mercato del lavoro (secondo trimestre 2021) evidenzia anche un fenomeno probabilmente più complesso e destinato a protrarsi nel tempo: un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che lo sconvolgimento portato dalla pandemia potrebbe aver ampliato. Le aziende hanno difficoltà a trovare i lavoratori che cercano, pur in presenza di una quota sempre rilevante di disoccupati e di inattivi sulla carta disponibili a lavorare. E mancano in particolare una serie di figure professionali, dagli operai specializzati agli informatici. Il numero evidenziato dall'istituto di statistica è quello relativo al tasso dei posti vacanti, ovvero il rapporto tra le posizioni per le quali le imprese hanno avviato ricerche e il totale delle posizioni esistenti, occupate o no. Nel complesso delle aziende, grandi e piccole, è balzato nel secondo trimestre di quest'anno all'1,8 per cento, con una crescita di 0,6 punti percentuali rispetto al periodo precedente. Si tratta di un livello mai registrato dal 2016, ovvero dall'anno di inizio di questa serie storica. L'Istat nota anche che in termini tendenziali, ovvero rispetto allo stesso periodo del 2020, si nota «una ripresa eccezionalmente marcata del tasso, pari a 1,0 punto percentuale». La tendenza è più forte nel settore dei servizi, dove si arriva al 2 per cento, e nelle costruzioni (2,4%) ma è evidente anche nell'industria (1,4%). Scendendo un po' più nel dettaglio, si nota l'alta incidenza del fenomeno nei servizi di alloggio e ristorazione, in quelli di comunicazione e di intrattenimento. Come anche nelle attività professionali, scientifiche e tecniche. Il caso di alberghi, bar e ristoranti richiama immediatamente le esternazioni estive di molti imprenditori che lamentavano di non trovare lavoratori stagionali: una difficoltà che sarebbe dovuta al timore dei potenziali candidati di perdere i sussidi percepiti, compreso il reddito di cittadinanza. Ma proprio i dati relativi a queste attività evidenziano che la situazione è più complessa: i posti vacanti nei servizi di alloggio e ristorazione infatti è stato in passato anche più alto, superando il 3 per cento nel 2019. Si tratta insomma con tutta probabilità di un andamento più generale, che rispecchia quanto emerge dalle indagini più dettagliate del sistema Excelsior di Unioncamere e Anpal: è difficile trovare operai specializzati, informatici, tecnici di varie tipologie. Tra le cause del fenomeno, accanto a quelle strutturali come i limiti del sistema di formazione, c'è senz'altro anche la difficoltà di mettere in contatto domanda e offerta di lavoro: un tema comunque emerso anche in relazione al reddito di cittadinanza. E se il livello delle retribuzioni è certo un altro fattore rilevante, non si può escludere che in una fase complessa come quella in corso una parte della forza lavoro stia rivedendo le proprie priorità. L'analisi dell'Istat riepiloga poi le tendenze del mercato del lavoro fino al mese di giugno (la rilevazione trimestrale è in parte superata da quella mensile, meno approfondita, relativa al mese di luglio). Dunque tra aprile e giugno di quest'anno la ripresa di molte attività in precedenza chiuse o comunque sottoposte a restrizioni ha portato ad un recupero di 523 mila occupati rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, quello investito in pieno dalla crisi pandemica. Siccome allora il picco negativo è stato pari a 1,2 milioni di occupati in meno (in confronto al 2019) le unità da recuperare per tornare ai livelli pre-pandemia sono ancora 678 mila. L'Istat nota che la ripresa occupazionale ha coinvolto in misura maggiore coloro che in precedenza erano stati più coinvolti dalla crisi, quindi giovani, donne e straniere. La ripartenza però è stata trainata soprattutto dai contratti a termine, il che evidenzia con tutta probabilità la prudenza delle imprese che - in alcuni settori - pur avendo necessità di lavoratori privilegiano contratti che possono essere eventualmente interrotti successivamente. In termini di ore lavorate, l'incremento del secondo trimestre rispetto al precedente è stato più intenso di quello del Pil: 3,9 per cento contro 2,7. Dunque per il momento la tendenza non è al recupero di produttività.

Francesco Bisozzi per "Il Messaggero" il 14 settembre 2021. C'è chi campa a colpi di sussidi, dal Reddito di cittadinanza all'Assegno unico per i figli, e chi se la cava con la paghetta di mamma e papà. Ci sono quelli che prima, per carità, lavoravano, anche sette giorni su sette, e poi hanno riscoperto il piacere delle pantofole, e quelli che invece hanno fatto del «no al lavoro» uno stile di vita fin da subito, autentici pionieri. È il popolo del divano, un agglomerato umano sfaccettato e diffuso, in continua espansione a giudicare dai dati dell'Istat sui posti vacanti. Tra quelli che il salotto è meglio dell'ufficio spunta l'insospettabile Giulia, il nome è di fantasia, 33 anni, receptionist di Palermo che la receptionist l'ha sempre fatta ma in Veneto, in quel di Bibbione, solo che causa Covid l'albergo in cui prestava servizio ha temporaneamente chiuso e quando a maggio ha riaperto e l'hanno richiamata, lei, cortesemente, ha detto: «No, grazie». Oggi, ci spiega, va avanti con l'aiuto dei genitori: «Ho cercato un lavoro da receptionist nella mia regione ma gli stipendi non sono gli stessi del Veneto e così alla fine ho lasciato stare. Di tornare al Nord non se ne parla: voglio stare vicina alla mia famiglia. Per adesso me la cavo bene così, non sopporto gli orari di lavoro». Da un divano all'altro, da una città all'altra. Napoli: Mirko, altro nome di fantasia, ha meno di 30 anni, è un percettore del reddito di cittadinanza noto agli operatori di un centro per l'impiego in zona Poggioreale, il classico beneficiario attivabile che non si attiva, cascasse il mondo. «Non è che non voglio lavorare, la questione è diversa, io lavorerei pure, ma senza per questo dover rinunciare ai soldi della card del reddito di cittadinanza, altrimenti mi faccio autogol da solo», spiega. Come se ne esce? La soluzione Mirko ce l'ha già, in tasca: «Mi ha chiamato a luglio un amico di un amico che gestisce un ristorante, mi ha proposto di andare da lui a servire ai tavoli, va benissimo gli ho detto, ma mi paghi al nero così posso sommare la tua entrata al mio reddito di cittadinanza e sto a posto. Lui, però, si è stranito». L'escamotage di Mirko è lo stesso che hanno provato a mettere in atto tanti altri percettori del sussidio che quest'estate, quando il lavoro stagionale c'era ma nessuno lo voleva, hanno visto l'opportunità di prendere due piccioni con una fava, il Reddito di cittadinanza e uno stipendio extra non dichiarato, e ci hanno provato. Solo che poi, e la storia di Mirko insegna, ci sono imprenditori che si straniscono. Saliamo ancora più su. Roma: Manuele, ci chiede di chiamarlo così, faceva il rider, o meglio lo ha fatto a giorni alterni per due settimane (al massimo). «Alla fine la paga non era nemmeno male ma si passa tutto il giorno sullo scooter o in bicicletta. Io usavo lo scooter. È stato massacrante: ho provato a imboccare questa strada che era ancora inverno. Pioveva e faceva freddo. Insomma, alla fine ho smesso». E ora? «Ora la mia compagna aspetta un figlio, i suoi ci danno una mano, ci hanno anche messo a disposizione una camera da loro. Chiederemo l'assegno per i figli e poi vedremo». Gli abbiamo fatto notare che se la moglie fosse stata incinta di due gemelli allora avrebbe avuto diritto con l'assegno unico per i figli al doppio della cifra e Manuele ha risposto con una smorfia divertita: «Lo terrò a mente per il futuro». In Toscana, Isola d'Elba. Enrico fa il bagnino tre mesi l'anno. «Rigorosamente in nero - spiega - e lo faccio da quando ho 26 anni». Ora ne ha quasi 47 e non intende certo cambiare registro o «pagare i contributi e le tasse». «D'inverno me la sono cavata prima con il sussidio di disoccupazione e adesso con il Reddito di cittadinanza». Di occupare posti regolari non ci pensa proprio, nonostante l'offerta dell'albergo in cui lavora e che ha deciso di non rinnovargli la collaborazione, temendo gli accertamenti dell'Inps. In fondo, dice, «avrò più tempo per me, per andare in palestra, per stare con gli amici, e comunque un sussidio di Stato lo troverò sempre».

Da “la Stampa” l'1 agosto 2021. Che il reddito di cittadinanza vada rivisto lo dicono in tanti. Matteo Renzi, invece, lo vuole proprio abolire e per questo progetta un referendum. Lo fa, spiega in un video diventato virale, perché vuole «riaffermare l'idea» che la gente debba «soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela. Se non ce la fa gli diamo una mano: ma bisogna sudarsela - sbraita al microfono -. I nostri nonni hanno fatto l'Italia spaccandosi la schiena, non prendendo i sussidi dallo Stato!». Ecco: rischiare, provare, correre e giocarsela ci sta, ammesso che ci siano le condizioni per farlo. Soffrire anche no. Renzi non si rende proprio conto di quel che dice e poi si sorprende se gli haters lo attaccano: se vuole si accomodi lui. Gli italiani e le migliaia di giovani e donne che da mesi son senza lavoro han già sofferto abbastanza e gli cedono volentieri il posto.

Paolo Bracalini per “il Giornale” l'1 agosto 2021. Un pezzo importante della maggioranza, cioè Lega, Forza Italia e Italia Viva (più Fdi all'opposizione) vuole cancellare il deleterio reddito di cittadinanza M5s. Ma la battaglia si preannuncia difficile, non solo per la resistenza dei Cinque Stelle a difesa dell'ultimo baluardo identitario rimastogli in piedi. Alla contesa parlamentare si aggiunge la gogna mediatica per chi si permette di criticare il sussidio grillino, malgrado i numeri dimostrino in modo inequivocabile il fallimento del Rdc, uno strumento inutile per il reinserimento del lavoro, un disincentivo a lavorare (negli hotel mancano 70mila stagionali, nel commercio 150mila), per giunta percepito in una impressionante quantità di casi da persone che non ne avrebbero diritto, tra cui mafiosi e 'ndranghetisti. In compenso molti percettori del reddito (3 milioni di persone, un esercito), avendo tempo a disposizione, sono attivi sui social per difendere il loro assegno statale gentilmente offerto dallo Stato e attaccare chi lo contesta. L'ultima vittima del pestaggio è Matteo Renzi, per una frase contenuta in un video postato su Twitter da Italia Viva: «Il referendum sul reddito di cittadinanza è una grande operazione educativa e culturale. In un mondo che investe sulle nanotecnologie, sui Big Data, sull'intelligenza artificiale, ai ragazzi va detto studiate, provate, mettetevi in gioco, poi se fallite vi diamo una mano, ma rischiate. Se il messaggio è non vi preoccupate tanto lo Stato vi dà un sussidio, questo è diseducativo. Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l'idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, giocarsela. Se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi! I nostri nonni hanno ricostruito l'Italia spaccandosi la schiena, non con i sussidi di Stato». Un ragionamento che scatena una pioggia di commenti, chi gli rinfaccia - a proposito di sudore - le vacanze sullo yacht, chi i rapporti con gli emiri, tutti al grido #RenziFaiSchifo. Il leader Iv non si scompone più di tanto: «Anche oggi sono attaccato dai soliti haters. Noi andiamo #ControCorrente e a noi fa schifo la propaganda, non le persone». Nei giorni scorsi il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia, ha annunciato che la Lega battaglierà per cambiare nella prossima legge di Bilancio il Rdc che «distorce il mercato del lavoro e frena la ripresa economica». Ieri Salvini ha annunciato che a settembre verrà rivisto «questo disincentivo al lavoro e inno al lavoro nero», e che quindi «anche Renzi qualche volta ha ragione». Forza Italia propone, al posto del Rdc, un'integrazione da parte dello Stato della differenza tra il salario mensile e mille euro. L'abolizione del reddito di cittadinanza troverebbe favorevole anche Fdi: «Il reddito di cittadinanza è come il metadone per i tossicodipendenti, io sono per abolirlo» ha detto Giorgia Meloni. Poi c'è appunto Italia Viva che ha proposto una raccolta firme per un referendum abrogativo del reddito. Ma c'è il muro dei Cinque Stelle che, capitolati su tutto - da ultimo anche sulla riforma della giustizia che cancella quella di Bonafede -, non vogliono mollare. Conte ha detto che il Rdc «va migliorato, non cancellato», Di Maio la difende, un pezzo del Pd anche, a partire dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando. E il premier Draghi? Finora si è tenuto alla larga da questa grana che presto, con la manovra di fine anno, esploderà nella maggioranza.

Da ansa.it il 14 ottobre 2021. Intascavano il reddito di cittadinanza grazie a documenti falsi realizzati ad hoc di persone aventi titolo: oltre 50 persone sono così state denunciate dalla Polizia di Stato che ha individuato una banda che inviava stranieri agi uffici postali di Milano per intascare, sotto mentite spoglie, l'emolumento. Le persone avevano cittadinanza italiana ma non sapevano parlare l'italiano a tal punto da insospettire gli operatori degli sportelli. È così che la Polizia Postale di Milano ha dato avvio all'indagine che ha portato alla denuncia di una cinquantina di persone che percepivano indebitamente il reddito di cittadinanza. Gli stranieri, provenienti da Romania, Austria e Germania, si presentavano agli uffici postali inviati da una sorta di network che li assoldava.  L'indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano e dal Servizio di Polizia postale e delle comunicazioni di Roma, è iniziata nel settembre del 2020 e ha portato anche all'arresto di due soggetti trovati in possesso di documenti falsi, all'esecuzione di otto perquisizioni e al ritrovamento di carte prepagate, ricevute di presentazione dell'istanza del reddito di cittadinanza, nonché dei messaggi che gli interessati si scambiavano via chat per concordare viaggi e permanenza sul territorio. "Quando ho letto di 50 indagati e arrestati perché arrivavano dalla Romania o dalla Germania per prendere il reddito di cittadinanza... Anche di questo abbiamo parlato con Draghi perché il reddito di cittadinanza così com'è è un disincentivo al lavoro, un incentivo ai furbetti e agli evasori". Lo ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, a Radio anch'io su Radio 1.

Da lastampa.it il 19 ottobre 2021. È di 202,9 miliardi di euro il valore dell'economia non osservata nel 2019, comprendente economia sommersa e attività illegali. Lo rivela uno studio dell’Istat sugli anni 2016-2019, che mostra come il tasso di irregolarità del lavoro sia tornato di nuovo ai livelli del 2013. Con 3 milioni e 586 mila lavoratori in nero nel 2019, il ricorso al lavoro non regolare sembra essere una caratteristica strutturale dell’economia italiana, che coinvolge sia le imprese che le famiglie. Le Unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità – svolte, quindi, senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale e contributiva – sembrano essere, a primo impatto, una componente in calo: il 2019 vede 57mila unità in meno rispetto all’anno precedente, segnando un ridimensionamento della cifra per il secondo anno consecutivo. Tuttavia, «si tratta di un miglioramento sconfortante» secondo Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. «Temiamo che le mille assunzione all'Ispettorato nazionale del lavoro previste nel Dl Fisco siano del tutto insufficienti sia a contrastare gli incidenti sul lavoro, una vergogna nazionale, sia la piaga sociale del lavoro nero». Il valore aggiunto dell’economia sommersa comprende le comunicazioni volutamente errate del fatturato e dei costi – quindi le sotto-dichiarazione del valore aggiunto – o il valore generato tramite il lavoro irregolare. Il primo include il valore dei profitti in nero, delle mance e una quota che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell'offerta e della domanda. L'economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, sia quelle che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. Le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi dell'Unione europea sono la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di sigarette. Anche il peso dell’economia sommersa nell’economia – attualmente pari all'11,3% del Pil – ha subito un calo, di circa 5 miliardi, rimanendo in linea con il trend cui si assiste dal 2014. Anche in questo caso, però, si tratta di «Dati demoralizzanti, non degni di un Paese civile. – continua Dona – I progressi ottenuti contro l'evasione sono a dir poco deludenti.» «Bisogna cambiare le regole, creando un contrasto di interessi tra datore di lavoro e lavoratore. Fino a che il dipendente che denuncia di aver lavorato in nero rischia di essere perseguito come evasore e di dover pagare le tasse arretrate, non si andrà da nessuna parte e la battaglia sarà persa», puntualizza Dona, per cui «anche i termini per contestare il licenziamento illegittimo, pari ad appena 60 giorni, sono assurdi per un lavoratore in nero che deve trovare le prove di essere stato un lavoratore di quell'azienda e di certo non facilitano l'emersione del fenomeno». Nel complesso, i settori dove è più alto il peso del sommerso economico sono gli Altri servizi alle persone (35,5% del valore aggiunto totale), Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (21,9%) e le Costruzioni (20,6%). Negli Altri servizi alle imprese (5,5%), nella Produzione di beni d'investimento (3,4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,6%), si osservano invece le incidenze minori. Nel settore primario il sommerso, generato solo dalla componente di lavoro irregolare, rappresenta il 17,3% del totale prodotto dal settore.

Reddito di cittadinanza, 116 furbetti scoperti a Treviso. La Repubblica il 7 ottobre 2021. La Guardia di Finanza di Treviso ha denunciato 116 persone per aver percepito illecitamente il reddito di cittadinanza per un importo di 700 mila euro. L'indagine, svolta in collaborazione con l'Inps e con la Regione del Veneto, ha concentrato il controllo sulla veridicità dei dati contenuti nelle autodichiarazioni di coloro i quali hanno richiesto e ottenuto l'rdc nella Marca, scoprendo appunto 116 posizioni irregolari. Diverse, e in certi casi singolari, le violazioni accertate. Per 45 persone, in gran parte cittadini stranieri, la causa della illegittima fruizione del beneficio è dovuta alla mancanza del requisito della residenza, tenuto conto che la legge prevede che il richiedente il sussidio debba essere residente in Italia da almeno 10 anni e che lo sia stato continuativamente negli ultimi due anni. Tra i vari casi anche chi ha acquistato un suv Maserati e chi ha vinto oltre un milione al gioco. Tra i richiedenti sono stati individuati anche tre italiani iscritti all'Aire che hanno falsamente attestato di essere residenti in Italia, solo per avere il beneficio economico. Un coneglianese, emigrato nel 2011 in Venezuela, è rientrato in Italia nel 2019, presentando dopo solo due settimane l'istanza per accedere all'rdc. In 25 casi si è rilevato che i beneficiari hanno nascosto di aver avuto vincite al gioco online. In altri casi, invece, le stesse vincite sono state conseguite nel periodo in cui l'rdc veniva già percepito, ma non sono state comunicate all'Inps, perché questo avrebbe fatto perdere il diritto al beneficio. Alcuni beneficiari dell'rdc, infatti, sono risultati titolari di conti di gioco online, usati assiduamente per fare scommesse su eventi sportivi, partecipare a tornei di poker o altri giochi. Su tali conti di gioco sono state accreditate, in vari casi, somme di denaro per centinaia di migliaia di euro, incompatibili con uno stato di indigenza economica. Come il caso di due disoccupati: un 54enne di Treviso, che ha vinto 1,6 milioni di euro, e un 48enne di Conegliano che ha incassato 500 mila euro. In 17 occasioni, invece, l'irregolarità ha riguardato l'omissione, nella dichiarazione sostitutiva unica, di informazioni reddituali rilevanti (redditi percepiti, anche per attività di lavoro dipendente, e disponibilità immobiliari) che, se indicate, avrebbero messo i richiedenti al di fuori dei limiti previsti per l'ammissione al reddito di cittadinanza. Come una kosovara, residente a Treviso, che non aveva indicato nel proprio nucleo familiare la presenza di una persona, proprietario di immobili dati in affitto, e un senegalese, residente a Castelcucco, che non aveva indicato che altri sei componenti del proprio nucleo familiare percepivano redditi da lavoro dipendente. Diversi sono, ancora, i casi di mancata comunicazione, successivamente alla dichiarazione, della variazione delle condizioni che davano diritto all'rdc: in 12 hanno nascosto di aver iniziato a lavorare, mentre altre 5 hanno avuto variazioni nella composizione del proprio nucleo familiare, senza però informare l'Inps. In altri 3 casi, i beneficiari sono risultati proprietari di auto immatricolati la prima volta nei sei mesi antecedenti la richiesta dell'rdc, o di auto di cilindrata superiore a 1.600 cc o moto di cilindrata superiore a 250 cc, incompatibili con la percezione del beneficio economico. Una di queste persone, nel periodo che fruiva dell'rdc, ha acquistato un suv Maserati "Levante". Infine nove persone hanno omesso di comunicare la presenza, all'interno del proprio nucleo familiare, di persone che si trovano in carcere, circostanza quest'ultima che incide sui parametri normativi fissati per l'erogazione del reddito.

Da leggo.it il 7 ottobre 2021. A Treviso c'era chi girava su una Maserati e chi aveva fatto una maxi vincita da un milione di euro, ma nonostante questo avevano chiesto e percepivano il reddito di cittadinanza. È quello che ha scoperto la Guardia di finanza al termine di una complessa e meticolosa inchiesta. Sono 116 in tutto le persone denunciate con l'accusa di aver percepito illecitamente il reddito di cittadinanza per un importo complessivo di circa 700mila euro. L'indagine, svolta in collaborazione con la Regione e l'Inps, ha concentrato il controllo sulla veridicità dei dati contenuti nelle autodichiarazioni di coloro i quali hanno richiesto e ottenuto il sussidio. Per 45 persone, in gran parte stranieri, la causa dell'illegittimità sta nella mancanza del requisito della residenza. In Italia, infatti la legge prevede che il richiedente del sussidio debba essere residente nel Paese da almeno 10 anni e che lo sia stato continuativamente negli ultimi due anni. Poi, però, ci sono anche i furbetti. Quei casi limiti che beneficiavano del sussidio, ma risultati titolari di conti gioco online, usati assiduamente per fare scommesse, giocare a poker o altri giochi. Su tali conti di gioco sono state accreditate, in vari casi, somme di denaro per centinaia di migliaia di euro, incompatibili con uno stato di necessità economica. Come il caso di due disoccupati: un 54enne di Treviso, che ha vinto 1,6 milioni di euro, e un 48enne di Conegliano che ha incassato 500 mila euro. Ma anche chi ha deciso, mentre percepiva il reddito di cittadinanza, di comprarsi un suv della Maserati. Il modello «Levante» che in concessionaria parte dagli 81mila euro.

Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 10 settembre 2021. Chiamiamo furbetti quelli che incassano il reddito di cittadinanza lavorando in nero ma c'è qualcuno che li batte: sono migliaia quelli che ricevono un sussidio di 800 euro in Italia e un altro di 1300 in Belgio, in Germania o in Olanda. Dichiarano la residenza lì, ma evitano accuratamente di cancellare quella in Italia. Sono i superfurbetti: due redditi con un solo divano.

Massimo Sanvito per “Libero Quotidiano” il 10 settembre 2021. E noi che ci lamentiamo di chi prende il reddito di cittadinanza perché non vuole lavorare... Principianti. Perché l'asticella si è già alzata parecchio e i professionisti della truffa sono andati oltre ogni umana decenza. Un sussidio mica basta, meglio farsene dare due. Sia mai che 800 euro per stare sul divano dalla mattina alla siano troppo pochi. E così c'è un esercito di mille siciliani sparsi tra Belgio, Germania e Olanda che ruba soldi sia all'Italia che al paese in cui vive. Seguono a ruota campani, pugliesi e sardi: tutti col vizio di incassare denaro che non gli spetta. Ne abbiamo viste di tutti i colori in questi due annidi mancia grillina per i fannulloni, dallo spacciatore di eroina all'ex brigatista, dal mafioso all'assassino, ma il doppio reddito di cittadinanza, francamente, ci mancava. Veniamo alla cronaca. A raccontarlo sono loro stessi, i protagonisti senza vergogna di questo autentico furto. Francesco, appena 24 anni, catanese, in Sicilia lavorava in nero come muratore, cameriere, magazziniere, insomma tutto ciò che capitava. E ovviamente beccava il sussidio. Il ragazzo tiene famiglia e deve arrivare a fine mese, la litania è sempre quella. Poi, la svolta. Il salto di qualità nell'imbroglio. All'edizione palermitana di Repubblica racconta: «Ho saputo da un mio cugino alla lontana che viveva a Liegi che in Belgio avrei potuto prendere un secondo reddito di cittadinanza. Mi bastava raggiungerlo lì. Quando a giugno del 2020 è tornata la possibilità di viaggiare è stata la prima cosa che ho fatto e già dopo alcuni mesi avevo il sussidio belga, e un lavoro a nero come lavapiatti in una brasserie italo-belga». Hai capito che colpo? Ma non è mica l'unico, anzi. «Ce ne sono migliaia di siciliani che fanno in questo modo, non sarò il primo né l'ultimo». Luigi, agrigentino, fa il pizzaiolo a Berlino: «Contratto regolare, 3.500 euro al mese. E il reddito di cittadinanza in Italia». Pure? E certo. Ma come funziona il raggiro? Premessa: il reddito di cittadinanza è legato alla residenza e a una condizione economica non delle migliori. Ovviamente, per legge, la residenza la si può avere in una sola città, proprio per evitare che gli aiuti statali siano concessi più volte alla stessa persona. E infatti l'inghippo sta qui. Perché chi si trasferisce all'estero è obbligato a iscrivere la propria residenza all'Aire, l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, un adempimento che ovviamente comporta la cancellazione nel Comune italiano. L'iscrizione all'Aire, anche se obbligatoria, deve essere comunicata perché non è soggetta a controlli e non sono previste nemmeno multe. Per cui, i mille furbetti siciliani in questione si sono iscritti all'Aire ma non l'hanno detto a nessuno. Ergo: risultano ancora residenti in Italia e allo stesso tempo anche residenti in Belgio, senza che nessuno dei due paesi lo sappia. A Bruxelles e dintorni il reddito può arrivare anche a 1.300 euro, che sommati ai quasi 800 di casa nostra fanno un bel gruzzoletto. Se poi uno si arrangia anche con qualche lavoretto in nero... Intanto, giusto ieri e sempre in Sicilia, i Carabinieri di Messina e del Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno denunciato 102 persone accusate di aver percepito indebitamente il reddito grillino per un totale di 642.000 euro. Mica bruscolini. Sono finiti sotto la lente d'ingrandimento della Procura di Messina 32 uomini e 30 donne, mentre 19 persone (14 uomini e 5 donne) sono state segnalate alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, diretta da Emanuele Crescenti, e in 21 (15 uomini e 6 donne) sono stati segnalati alla Procura della Repubblica di Patti, diretta da Angelo Vittorio Cavallo. E anche in questo caso c'è del marcio, perché in molti casi si tratta di balordi sottoposti a misure cautelari che guarda caso si erano dimenticati di informare l'Inps (che ha attivato le procedure di sospensione e revoca del sussidio) dei provvedimenti a loro carico. Altri ancora avevano avevano dichiarato il falso, dicendo di risiedere in Italia da almeno 10 anni anche se non era vero, oppure mentendo sul numero dei membri del loro nucleo familiare. Postilla doverosa: quei mille siciliani che truffano sia l'Italia che il Belgio, sporcando il nome del nostro Paese, sono la netta minoranza rispetto ai 100.000 connazionali che vivono lì. Gli altri 99.000, come le altre migliaia di italiani all'estero, sono persone perbene che hanno cercato, e trovato, fortuna altrove.

Maria Elena Gottarelli per "fanpage.it". Prato, 11 ottobre 2021. In via Galvani, di fronte all'azienda di pronto moda gestita da personale cinese Dreamland, dieci manifestanti pachistani sono stati pestati da uomini cinesi armati di bastoni e mazze da baseball, durante uno sciopero. Cinque lavoratori sono rimasti feriti e uno di loro è in gravi condizioni. Appoggiati dal sindacato SiCobas, gli operai protestavano contro le condizioni di sfruttamento all'interno della Dreamland. Durante l'estate l'Ispettorato del Lavoro, in seguito alla denuncia di uno dei lavoratori pestati, aveva effettuato dei controlli speciali all'interno della ditta e aveva rilevato gravi irregolarità quali lavoro in nero, turni di 12 e 14 ore e assenza di ferie e tutele. Gli operai stavano manifestando contro questa situazione quando alcune automobili sono giunte sul posto con a bordo uomini cinesi armati di mazze e bastoni, che hanno iniziato a pestare i lavoratori disarmati. Non è ancora chiaro se gli aggressori, tutti cinesi, fossero o meno legati alla Dreamland.  Sul posto erano presenti anche agenti della Digos che hanno ripreso l'intera scena. Il coordinatore del SiCobas di Prato Luca Toscano denuncia anche il non intervento delle forze dell'ordine. "Gli agenti della Digos, che erano circa quattro, si sono limitati a riprendere quello che stava succedendo senza intervenire nemmeno a parole. Non hanno letteralmente detto nulla". Secondo il racconto di Toscano nemmeno la polizia è intervenuta e, in seguito al pestaggio, gli aggressori se ne sono andati indisturbati a bordo delle loro auto. Il più grave dei ricoverati è Altaf, che nel video è l'uomo steso a terra. L'uomo avrebbe perso i sensi durante i pestaggi e, stando alla testimonianza di Toscano, al suo risveglio nella tarda serata dell'11 ottobre non ricordava nulla dell'accaduto. Era stato proprio Altaf l'operaio che, a giugno scorso, aveva fatto scattare i controlli dell'Ispettorato del Lavoro denunciando le condizioni all'interno della Dreamland. Insieme ad altre 64 aziende del circuito tessile pratese tutte soggette a controlli e perizie, la Dreamland ha subito delle sanzioni la scorsa estate, ma, secondo Luca Toscano, "le è bastato pagare la multa per tornare a pieno regime". "È questo il meccanismo che viene messo in atto regolarmente qui a Prato e che permette a questo circolo vizioso di continuare ad alimentarsi", denuncia Toscano.  "L'Ispettorato effettua i controlli, vengono rilevate gravi irregolarità, l'azienda subisce sanzioni ridicole, paga la multa grazie al suo mastodontico fatturato, e torna ad agire sfruttando i lavoratori come se niente fosse". Non è la prima volta che Prato si trasforma nel teatro di pestaggi e violenze contro operai stranieri. A giugno dei lavoratori della ditta di stamperia tessile Texprint s.r.l. erano stati picchiati con dei mattoni dai rappresentati dell'azienda a conduzione cinese. Come nel caso della Dreamland, i lavoratori protestavano contro turni massacranti, ferie, infortuni e malattia non pagati e assenza di qualsiasi diritto garantito dalla Costituzione italiana.

Dalla Romania in Italia per il reddito grillino. C’è l’ombra di un racket. Fabrizio Boschi il 28 Agosto 2021 su Il Giornale. Il sistema svelato dall’ultimo blitz: carte false e 95% di domande al Nord per ottenere i soldi. Viaggiavano su auto di lusso, non avevano la residenza in Italia da dieci anni o non avevano mai vissuto nella nostra nazione, eppure percepivano il reddito di cittadinanza voluto dai grillini. L’ennesima operazione che smaschera tutte le falle del sistema sussidi riaccende il fuoco (mai spento) della polemica contro questa misura di aiuti che però non ha creato lavoro e spesso è finita in mani sbagliate. Il caso di Ozzano Emilia (Bologna) ne mette in luce le gravi lacune e i mancati controlli. Il comandante dei carabinieri di San Lazzaro di Savena (Bologna), maggiore Giulio Presutti, spiega come i 115 cittadini romeni (e una brasiliana), facessero questi viaggi «d’affari» partendo dalla Romania per venire in Italia, in particolare a Milano, per poi rimanerci fino a quando l’Inps non approvava la loro domanda di ottenimento del reddito di cittadinanza. Nella pratica, chi chiede il reddito di cittadinanza va in un Caf e presenta un’autocertificazione. Dopo è l’Inps che, tramite gli enti preposti, deve verificarne l’attendibilità. Ad esempio, è l’Inps che chiede all’anagrafe se il richiedente risulta essere residente in Italia. Ed è lì che nasce il problema: a volte i comuni più grandi non rispondono tempestivamente, ricevendo moltissime richieste ogni giorno. E intanto l’Inps, per rispettare i tempi previsti dalla legge, è obbligata a concedere il beneficio. Il risultato è che, nel frattempo, chi dichiara il falso quei soldi li percepisce lo stesso. Questi romeni, dopo aver ritirato la carta alle Poste e, soprattutto, dopo aver riscosso l’assegno, ritornavano belli tranquilli in Romania. La maggior parte delle richieste sono state fatte al Nord, il 95% presso i Caf di Milano tramite autocertificazioni false e ciò lascia aperti molti spunti investigativi tant’è che non si esclude che dietro possa esserci anche una rete rom o una organizzazione criminale. Queste persone, tra i 18 e i 66 anni, sono state tutte denunciate a piede libero per false dichiarazioni per indebita percezione del reddito di cittadinanza. Il danno allo Stato è di 300mila euro. Il loro modus operandi era piuttosto semplice e collaudato: si fingevano poveri ma in realtà non lo erano. Non dichiaravano auto di cilindrata superiore ai 1.600 cc (alcuni di loro possedevano veicoli di grossa cilindrata), presentavano più domande per nucleo familiare (vietato dalla legge), dichiaravano di essere residenti in Italia da oltre dieci anni mentre alcuni di loro non ci avevano mai messo piede. I più venivano solo per attivare la procedura istruiti dai loro amici rom dei campi italiani. «Qui votiamo Pd e 5Stelle e prendiamo tutti il reddito di cittadinanza», disse tempo fa il capo dei rom del campo di Chiesa Rossa alle porte di Milano, insediamento legale solo sulla carta, ma invece teatro di criminalità, sparatorie e discariche a cielo aperto. Nel mese di giugno, nel comune di Pianoro (Bologna), i carabinieri avevano già denunciato 27 rumeni, accusati anch’essi di indebita percezione del reddito di cittadinanza per un totale di 47.900 euro. Anche loro avevano fatto richiesta del reddito di cittadinanza – pur non avendo i requisiti – tramite Caf di Milano, circostanza che avvalora ancora di più l’ipotesi che dietro potrebbe celarsi una vera e propria rete criminale che parte dai campi rom e organizza questi viaggetti d’affari in Italia. Offerti dai Cinquestelle. Fabrizio Boschi

Cristiana Lauro per Dagospia il 3 settembre 2021. Ma tu guarda come sta cambiando il mondo del lavoro! Fino a poco tempo fa i giovani in età scolastica volevano diventare tutti Carlo Cracco. Oggi, invece, c’è un’improvvisa fuga di massa del personale di sala e di cucina dai ristoranti, compresi i lavapiatti. Che succede? Cos’è cambiato? Sappiamo bene che il settore della ristorazione è fra quelli che hanno subito i danni maggiori di questa pandemia. E ora che sta cercando con fatica di risollevarsi (considerate il crollo del turismo dall’estero, gli albergatori ne sanno qualcosa) si ritrova un’altra rogna fra i piedi: il personale di sala e di cucina se n’è andato o sta per mollare il colpo. Cuochi, camerieri e lavapiatti. Una fuga di massa imprevista, e non si sa come rimpiazzarli. Non ci sono candidati, non arrivano i curriculum. Nella migliore delle ipotesi si presenta il signor nessuno che fa un mese di prova e se ne va. Attualmente ci sono fior di locali (compresi ottimi nomi dove poter crescere professionalmente) alla ricerca disperata di personale che non si trova. Ho parlato con diversi ristoratori e mi hanno riferito cose assurde. Un aspetto da considerare senza tanti giri di parole, poiché riguarda diversi casi, è il sussidio di disoccupazione (NASpI, art.1 Decreto Legislativo, 4 Marzo 2015). Si tratta di un’indennità mensile di disoccupazione che interessa chi, con rapporto di lavoro subordinato, ha perso involontariamente il lavoro. Garantisce il 75% dello stipendio medio mensile imponibile, per un numero di settimane pari alla metà di quelle contributive maturate negli ultimi 4 anni, ovviamente rivalutato ogni anno in base alle variazioni dell’indice ISTAT. Mica male una volta che tornato da mammà per un anno di chiusure, ti sei fatto due conti e hai capito che senza affitto, utenze e sveglia presto la mattina, è tutto più comodo. Hanno accesso alla disoccupazione i licenziati (qualche ristoratore mi ha raccontato casi paradossali di dipendenti che imploravano il licenziamento). Se invece il lavoratore si dimette può comunque chiedere i sussidi che devono essere approvati. Ma anche chi fa un periodo di prova e non lo supera può accedere ai sussidi. Ed è il caso più diffuso ultimamente. Infine, ci sono gli studi di alcuni commercialisti specializzati nell’indicare i mezzucci più sicuri per prendere sussidi senza fare un cazzo per un po’.

Da blitzquotidiano.it il 7 settembre 2021. Reddito di cittadinanza, la Lega attacca con Giorgetti: “Va trasformato in lavoro di cittadinanza”. E’ battaglia nella maggioranza sul reddito di cittadinanza ma a questo punto è scontato che almeno alcuni aggiustamenti ci saranno. A oltre due anni e mezzo dall’entrata in vigore della misura i nodi da sciogliere sono diversi: dall’impatto sulle famiglie numerose al fatto che il meccanismo per favorire la ricerca di lavoro non ha funzionato. 

Politiche attive e lavoro di cittadinanza. Il collegamento tra la percezione del reddito e la ricerca del lavoro è il grande flop della misura. Per questo il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti parla della necessità di trasformazione in Lavoro di Cittadinanza: al momento non si tratta di un progetto concreto ma dell’idea di porre il collegamento l’aiuto dello stato al fatto che molte aziende lamentano al Mise di non riuscire a trovare manodopera non specializzata. Un nodo legato anche al fatto che il reddito di cittadinanza diventa una sorta di concorrenza rispetto a lavori caratterizzati dal salario basso. Gli ultimi dati Anpal, aggiornati al 30 giugno, dicono che su oltre tre milioni di persone interessate sono 1.150.152 quelli che devono sottoscrivere il patto sul lavoro. Tra questi sono stati presi in carico oltre 392.000 persone (il 34,1%) ma non è chiaro quanti siano quelli che hanno trovato un lavoro dato che l’Anpal non fornisce più questo dato. Erano 92.000 in base all’ultimo dato degli occupati risalente a novembre 2020. Al momento – dopodomani è previsto un tavolo – il ministero del Lavoro punta al rafforzamento dei centri per l’impiego (mancano ancora molte delle assunzioni programmate) anche se da questi passa meno del 5% delle assunzioni. Per il resto le persone si affidano alle agenzie private ed ai canali infornali. Si punta per i centri per l’impiego a uno standard minimo su tutto il territorio e questa sarà la grande sfida del confronto sui servizi per il lavoro. 

Le famiglie numerose. Le famiglie numerose sono le più penalizzate dalla misura attuale soprattutto a causa del sistema di equivalenza che assegna valore uno al primo componente 0,4 ai maggiorenni della famiglia e solo 0,2 ai minorenni con il paradosso che una madre single con tre figli piccoli ha un valore di 1,6 sia per il reddito al di sotto del quale è considerata povera sia per il beneficio che può ottenere e due adulti e un figlio maggiorenne hanno valore 1,8. Si lavora a una modifica della scala dando più valore ai minorenni. 

Il territorio. La misura contro la povertà non tiene conto di tutti i criteri Istat secondo i quali si è considerati poveri. Uno di questi tiene conto della residenza e del tipo di comune nel quale si abita. In pratica a parità di componenti della famiglia e di reddito si è più poveri se si vive a Milano piuttosto che in un comune in provincia di Crotone. E’ possibile che si lavori su un legame con il territorio per quanto riguarda la parte del beneficio erogata per l’affitto.

La pausa nell’erogazione del reddito di cittadinanza. Al momento è prevista una pausa di tre mesi nell’erogazione del reddito dopo che lo si è percepito per 18 mesi. Si sta quantificando quanto potrebbe costare l’eliminazione della pausa per le famiglie con minori.

Controlli sul reddito di cittadinanza. Un altro tema sul quale si discute è quello dei controlli. A luglio hanno ricevuto il sussidio 1,37 milioni di famiglie per oltre tre milioni di persone coinvolte e 754 milioni di spesa nel mese. La maggior parte delle famiglie che lo riceve è composta da single (il 44% a fronte del 7,7% con almeno cinque componenti). Si studia un modo per far sì che questo flusso di denaro raggiunga le persone davvero in difficoltà. 

Cristiana Lauro per Dagospia il 7 settembre 2021. I ristoranti e gli alberghi sono nelle pesti, alla ricerca disperata di personale che non si trova. Ne abbiamo parlato pochi giorni fa. Uno dei temi centrali, indicato dagli operatori di settore, si chiama NASpI, la discussa indennità mensile di disoccupazione. Ma il comparto vitivinicolo, se possibile, è messo ancora peggio. Le ragioni sono sovrapponibili, solo che siamo prossimi alla vendemmia e se non si trova la manodopera necessaria, corriamo il rischio di grosse perdite, da parte di chi vuole fare le cose in regola, ossia la maggior parte dei produttori di vino italiani. Perché, sia chiaro: pagando la manodopera stagionale in nero si fa presto a raggirare l’ostacolo, ma si sceglie di essere dei fuorilegge. In un paese come il nostro, dove si percepisce il peso di un senso diffuso dell’impunità, purtroppo non mi meraviglio. Ricordo, nel frattempo, ai più sbadati e menefreghisti che l’Italia è fra i più importanti produttori di vino al mondo per quantità, qualità e reputazione. Quindi non sto parlando di un problema da poco, ma di un guaio serio! Nessuno vuole andare a vendemmiare per non interrompere l’usufrutto (ok, diritto, lo dice la legge, ci sto!) del reddito di cittadinanza. Ovvio: non conviene! Molti produttori di vino sono alla ricerca disperata di manodopera stagionale, regolarmente iscritta, con le varie coperture INAIL, INPS e a tariffa sindacale (mica sottopagati), ma non se li caga nessuno! O meglio: qualcuno si propone, a patto di essere retribuito in nero per non perdere il reddito di cittadinanza, che sarebbe meglio chiamare sussidio di cittadinanza. Fra il significato delle parole “reddito” e “sussidio” corre una differenza, non sono sinonimi. Ma c’’è qualcuno che ha tirato su una paranza di voti su ‘sta roba… Vabbè, ma io non mi occupo di politica, quindi andiamo al dunque! La situazione, attualmente fuori controllo, rischia di posticipare i tempi di coglitura, con possibili danni sulla qualità del vino. Il momento giusto per iniziare la raccolta delle uve è variabile e dipende da diversi fattori, ma gioca un ruolo fondamentale sulla qualità del vino. Non si può spostare o programmare in base al fatto che si sia trovata la manodopera necessaria. Non è un evento programmabile, stabilito sul calendario come il Capodanno! Tanto per aggiungere un ulteriore grattacapo ai produttori di vino in un’annata che, anche dal punto di vista climatico, ha fatto vedere i sorci verdi attraverso un andamento disomogeneo, da nord a sud, da est a ovest. Grandinate da una parte, caldo torrido dall’altra, gelate ad aprile che in alcuni casi hanno bloccato le gemme…Ma questo è il racconto della natura e, forse, delle sue reazioni alle ripetute cazzate che ha fatto l’uomo. Un’altra storia! Penso che i produttori di vino onesti abbiano il sacrosanto diritto di occuparsi della qualità del vino in questo momento. Non può essere condizionata, o compromessa da altri fattori che non siano soltanto quelli naturali. 

Andrea Ducci per il “Corriere della Sera” il 7 settembre 2021. All'interno della maggioranza è un susseguirsi di botta e risposta sul reddito di cittadinanza. A intervenire sulla misura voluta dal M5S, del resto, è anche l'Ocse in un passaggio del Rapporto 2021 sull'Italia. La valutazione dell'Organizzazione per lo sviluppo economico con sede a Parigi è esplicita. Al reddito di cittadinanza viene riconosciuto di avere «contribuito a ridurre il livello di povertà delle fasce più indigenti della popolazione», mitigando gli effetti della pandemia sui redditi, ma l'Ocse constata che «il numero di beneficiari che hanno poi trovato impiego è scarso». L'invito all'Italia, dunque, è di «ridurre e assottigliare il reddito di cittadinanza per incoraggiare i beneficiari a cercare lavoro». Il suggerimento di mettere mano alla misura bandiera del primo governo Conte viene subito colto dal leader della Lega Matteo Salvini. «L'impegno è presentare, in sede di Bilancio, un emendamento a mia firma, in cui chiederemo di rivedere o cancellare il reddito di cittadinanza. Non è un attacco a qualcuno: è che sono 10 miliardi che hanno creato solo lavoro nero. Non funziona. Esiste - annuncia Salvini - in Parlamento una maggioranza ampia per reinvestire quei soldi in lavoro». Suggerendo l'esistenza di un fronte politico pronto a utilizzare le risorse, destinate all'attuale misura di contrasto alla povertà, Salvini precisa: «Penso a ammettere questa misura solo per quelli che non possono lavorare, ma per il resto dobbiamo cancellarlo». Nella Lega anche Giorgetti incalza: «dobbiamo ragionare di lavoro di cittadinanza», l'intento del ministro dello Sviluppo Economico è il varo di una misura alternativa che stimoli direttamente il mercato del lavoro. Uno scenario che il M5S rigetta seccamente. «Difenderemo il reddito di cittadinanza perché è stata una misura importantissima per le persone in difficoltà». A dirlo è il presidente della Camera, Roberto Fico, ma a rimarcarlo è il capo del M5S, Giuseppe Conte, prefigurando, in caso di cancellazione, effetti sulla tenuta dell'esecutivo. «Sarebbe la rottura di un patto di lealtà e di una logica di sostegno e collaborazione: ma il M5s sosterrà il governo, dal momento che Draghi ha confermato che condivide la misura». Poi l'ex premier attacca: «Trovo vigliacco che esponenti politici che hanno un buon stipendio pretendano di abrogare una misura di civiltà». Ma la tensione tra le forze di governo è destinata a salire anche in materia pensionistica. A rammentarlo è ancora l'Ocse invitando l'Italia a «contenere la spesa pensionistica lasciando scadere il regime di pensionamento anticipato (quota 100, ndr) e la cosiddetta Opzione Donna». Un punto che non sfugge al ministro dell'Economia, Daniele Franco. «Avremo un forte cambiamento nei requisiti di pensionamento, e quota 100 scadrà. Siamo consapevoli - dice il ministro - che alcuni settori economici affrontano difficoltà». Franco delinea come possibile soluzione un'uscita graduale da quota 100 (scadrà a dicembre dopo essere stata voluta nel 2018 dalla Lega) per scongiurare uno scalone. «Dobbiamo discuterne nel Governo. Sono fiducioso che l'esecutivo troverà una soluzione equilibrata nella prossima legge di bilancio». La prossima manovra, intanto, verrà predisposta in un contesto di crescita superiore alle attese. L'Ocse per il 2021 ha alzato le stime sull'economia italiana, portandole dal 4,5% al 5,9%. «Numeri che «fanno molto piacere» osserva Franco, l'obiettivo è «un tasso di crescita più alto rispetto alla media precedente al Covid».

Reddito di cittadinanza, Meloni: "È il metadone dello Stato". Replica Orlando: "Non sa cos'è la povertà". La leader di Fratelli d'Italia da Cernobbio contro il sostegno del M5S: "Non è mantenendo le persone nella loro condizione di difficoltà che si risolve il loro problema". Conte: "Espressione volgare, va rivisto ma è necessario". Letta e il ministro del Lavoro d'accordo a migliorarlo. La Repubblica il 5 settembre 2021. "Non sono d'accordo con Conte secondo cui il reddito di cittadinanza è una buona misura. Per me è metadone di Stato". Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, dal forum Ambrosetti a Cernobbio definisce così il reddito di cittadinanza, uno dei pilastri del M5S e dell'ex premier. "È esattamente lo stesso principio del mantenimento a metadone di un tossicodipendente - spiega nel suo intervento - ti mantengo nella tua condizione, non voglio migliorarla, voglio mantenerla. Non penso che questo sia un provvedimento di sviluppo, in particolare non per il Mezzogiorno. Non è mantenendo le persone nella loro condizione di difficoltà che si risolve il loro problema, ma costruendo intorno a loro una possibilità in cui possano migliorare". Parole che hanno scatenato la polemica. Il primo a intervenire è stato il ministro del Lavoro, Andrea Orlando: "Non rispondo perché chi usa queste metafore probabilmente non si rende conto di che cosa è la povertà". Replica anche il capo del M5S, Giuseppe Conte: "Meloni a Cernobbio ha parlato di metadone. Immagino che non volesse offendere i beneficiari, ma è una espressione volgare, forte. Dobbiamo riconoscere la dignità sociale" alle persone, ha osservato l'ex presidente del Consiglio. Che ritiene la discussione una "polemica sterile" perché si tratta di una "misura di necessità. Ragioniamo per migliorarne ancora l'efficacia". Dura anche la reazione del segretario della Cgil, Maurizio Landini, che vede "odio contro i poveri e verso chi lavora e magari è povero ma paga comunque le tasse anche per chi non le paga". La replica della leader di Fratelli non si è fatta attendere: "Creare lavoro è un modo di liberare la gente dalla povertà, non mantenerla con la paghetta di Stato come vogliono fare i 5 Stelle chiaramente per un fatto di consenso. Proprio perché so cos'è la povertà la voglio combattere davvero e non la voglio mantenere tale quale - ha detto a margine della sua visita al Salone del Mobile di Milano - Io ho detto una cosa molto precisa, che la mentalità con cui lo Stato approccia il problema della povertà con il reddito di cittadinanza è la stessa mentalità con la quale lo Stato approccia il problema della tossicodipendenza, cioè con il mantenimento a metadone. È una cosa semplice da capire, lo spiego ad Orlando, Conte e Di Maio: vuol dire tenere le persone nella condizione in cui si trovano. Io credo che combattere la povertà non sia mantenere le persone con la paghetta di Stato nella loro condizione di povertà". E ancora. "Credo - ha aggiunto Meloni - che esattamente come si può risolvere il problema della tossicodipendenza così si debba fare con la povertà. Come? Creando lavoro e questo il reddito di cittadinanza non lo ha fatto, si possono raccontare tutte le cose che si vogliono ma il reddito di cittadinanza è stato un grandissimo disincentivo al lavoro. È stato uno strumento diseducativo e io mi rifiuto di pensare che, per esempio, come fu detto al tempo del governo giallo-verde, per il Mezzogiorno d'Italia quella potesse essere una soluzione". A rafforzare le considerazioni di Giorgia Meloni c'è Matteo Salvini. Il leader della Lega, che era nella maggioranza di Governo quando il reddito di cittadinanza fu approvato, ritiene che "si è rivelato sbagliato. Lo abbiamo votato ma riconoscere un errore è segno di saggezza. Proporrò un emendamento alla manovra per destinare alle imprese questi soldi". La posizione del Pd sul reddito di cittadinanza "è quella del presidente Draghi. Siamo a favore che si modifichi o si migliori", ha affermato il segretario dem, Enrico Letta. D'accordo con la necessità di un 'tagliando' al sostegno anche il ministro Orlando che ha poi osservato: "Nel nostro Paese non vorrei che si aprisse, in vista delle elezioni, una campagna di odio contro i poveri. Ci sono delle cose che vanno riviste ma non facciamo passare degli stereotipi secondo i quali la povertà è frutto del carattere e della pigrizia". Per Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) la frase di Meloni è "offensiva".

L’attacco legalitario al reddito di cittadinanza è una boiata pazzesca. Certo, il reddito di cittadinanza non serve a molto se si limita, come accade oggi, a tamponare un’emergenza. Ma un conto è criticare le inefficienze del provvedimento e un conto chiederne l’abolizione, scandalizzandosi a ogni episodio di cronaca se un vero o presunto criminale oltre a delinquere percepisce pure il sussidio. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 3 settembre 2021. Mettere nel mirino il reddito di cittadinanza per far dispetto al Movimento 5 Stelle è l’ultima moda di questa fine estate. Il primo ad avere l’intuizione è stato Matteo Renzi, tanto da annunciare una raccolta firme per un referendum abrogativo. Ma visto che l’idea era così brillante anche Matteo Salvini ha pensato bene di lanciarsi a testa bassa nel tiro a bersaglio per il gusto di vedere la faccia irritata di Giuseppe Conte, di nuovo alleato, causa forza maggiore, sia della Lega e che di Italia viva. Non è chiaro se la proposta di Renzi sia figlia di un vecchio istinto rottamatore o di una visione del mondo profondamente ostile all’idea di un sussidio. Ma è probabile che le due motivazioni coesistano. Di certo, si rischia che a farne le spese sia quel milione e rotti di nuclei familiari (dati Osservatorio statistico dell’Inps) che beneficiano del reddito, per un importo medio di 557 euro. Ma sono soprattutto le argomentazioni con cui il leader di Italia viva bombarda la misura varata dall’odiato governo Conte uno a lasciare perplessi. «Fino a due mesi fa tutti dicevano che il “reddito” non si doveva toccare. Dai grillini allo stesso Pd», è la premessa del ragionamento che Renzi consegna alla Stampa. «Poi, appena io faccio uscire sul mio libro l’idea di un referendum, partono due diverse reazioni: la prima di chi dice, “tutto sommato abbiamo fatto un errore”, ovvero Salvini. Il quale fa un mea culpa incredibile, una straordinaria conversione. La seconda reazione è di Pd e 5stelle, che all’unisono hanno cominciato a dire che la legge si può migliorare». Sorvolando sull’aspetto autopromozionale del discorso, è la parte successiva del Renzi pensiero a lasciare spiazzati: «Ora, è evidente che c’è una parte di italiani che prende quel reddito e farà una battaglia in suo favore. L’assegno in parte va a povera gente davvero. Ma è una misura che incrocia anche un pezzo di criminalità, manovalanza che ha incassi illegali, a cui somma il “Rdc”», spiega Renzi. Ed è proprio a questo punto che il viso si contrae in un’espressione incredula e le domande sorgono spontanee: e chi vuoi che chieda di accedere a un sussidio se non la parte del Paese in maggiore difficoltà economica? E c’è da stupirsi che in mezzo a questa platea ci sia anche qualcuno non proprio in regola con la dichiarazione dei redditi? Magari costretto ad accettare più di un lavoro in nero pur di arrivare a fine mese? Perché il reddito di cittadinanza serve proprio a questo: a mettere una toppa sul disagio economico e spesso sociale. Anzi, se lo Stato riuscisse in tal modo a sottrarre anche una sola persona da un destino di manovalanza criminale avrebbe vinto. Certo, il reddito di cittadinanza non serve a molto se si limita, come accade oggi, a tamponare un’emergenza senza un sostegno reale all’inserimento lavorativo dell’interessato. Ma un conto è criticare le inefficienze del provvedimento (e cercare soluzioni per migliorarlo) e un conto chiederne l’abolizione, scandalizzandosi a ogni episodio di cronaca se un vero o presunto criminale oltre a delinquere percepisce pure il sussidio. Uno sport, quest’ultimo, praticato spesso e volentieri anche dai grillini, pronti a rispolverare tutto il vocabolario dell’intransigenza legalitaria per pulirsi il vestito, invocando punizioni esemplari e l’immediata sospensione del “beneficio”. Come se il “reato” cancellasse la “fame”, come se la punizione fosse più importante del disagio. Senza contare che le stesse argomentazioni adoperate da Renzi potrebbero essere utilizzate per smontare un altro provvedimento sacrosanto di welfare fortemente voluto dal suo governo: il Reddito di inclusione. O si presume che gli aiuti concepiti dal senatore di Rignano sull’Arno entrino esclusivamente nelle tasche di donne e uomini dalla fedina penale immacolata e senza alcun impiego irregolare? Quando per paura dei “furbetti” lo Stato rinuncia alla sua funzione vuol dire che ha smesso di essere Stato.

C'è un 10% di abusivi? Scoviamoli! Il reddito di cittadinanza è una misura concepita coi piedi, ma non si possono affamare i poveri. Piero Sansonetti su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Ci fu una grande levata di scudi quando Enrico Letta propose una tassa una tantum da far pagare alle persone molto ricche. Giornali, politici, economisti, intellettuali spiegarono a Letta che la crisi mordeva, bisognava rilanciare lo sviluppo, non si poteva togliere ai ricchi dei soldi, cioè non si potevano togliere soldi ai cittadini, bisognava, casomai, dargli dei soldi. Anche Draghi disse così. Adesso, evidentemente, molti hanno cambiato idea. La crisi morde – pensano – è il momento di togliere soldi ai cittadini. A chi, ai più ricchi? Macché: follia. Togliamo soldi ai poveri secondo la nobile e celebre ricetta di Jonathan Swift, scrittore inglese – dallo spirito sarcastico – che indicò l’unico modo per risolvere il problema sociale: fare in modo che i bambini ricchi potessero mangiare i bambini poveri. La pandemia ha prodotto molti guai nella struttura della nostra economia e della nostra società. E nuove emergenze sociali. I poveri sono aumentati di un milione di unità in un solo anno, cioè del 25 per cento. Possibile che forze politiche ragionevoli, e persino di centrosinistra, non trovino di meglio che proporre di ridurre alla fame qualche milione di persone, soprattutto giovani, a reddito zero? Voi direte (giustamente): ma il reddito di cittadinanza è una misura concepita coi pedi. Il welfare andrebbe del tutto ridisegnato, con strumenti diversi e più efficaci e più saggi a sostegno delle fasce più povere della popolazione. Il reddito di cittadinanza non aiuta lo sviluppo, la via maestra è creare lavoro. Penso che abbiate ragione, ma cosa c’entrano queste sagge considerazioni con una misura che così, dall’oggi al domani, getterebbe alla fame un settore non piccolo della nostra popolazione? Non c’entra nulla. Vogliamo abolire il reddito di cittadinanza? Benissimo, rimodelliamo il welfare, tagliamo almeno del 60 o del 70 per cento la povertà, e poi possiamo anche abolire il reddito cittadinanza (cioè: sostituirlo). Altrimenti è follia. Per fortuna che c’è Draghi a riportare i partiti politici alla ragione. I partiti, se fosse per loro, disegnerebbero le loro scelte strategiche con l’uso smodato dei sondaggi. Chiedono al sondaggista: dove tolgo i soldi senza perdere voti? Quello risponde: ai pescatori. E li tolgono ai pescatori. Oppure: ai tassisti, e li tolgono ai tassisti. Oppure – come in questo caso – ai poveri. E via il reddito di cittadinanza. E il pensiero politico? L’abbiamo finito, passate un’altra volta. Già, proprio così: Meno male che Draghi c’è.

P.S. Voi dite che c’è un 10 per cento di abusivi che si becca il reddito senza averne diritto? Può darsi: scoviamoli. Ma il modo giusto per scovarli non è togliere il reddito ai poveri. Quello si chiama metodo napalm, lo usavano gli americani in Vietnam. Fecero 2 milioni di morti e persero la guerra.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Alessandro Borghese: «Non trovo personale, pochi vogliono ancora fare lo chef». Alessandra Dal Monte su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2021. Lo chef in cerca di collaboratori per il suo locale di Milano: «Con la pandemia ho perso figure che stavano con me da oltre dieci anni. I giovani ora vogliono garanzie: io sono d’accordo, dobbiamo dare prospettive a chi si affaccia a questo mestiere, prima era sottopagato». La Fipe: a ottobre mancano all’appello 40 mila professionisti. «Sono alla perenne ricerca di collaboratori: vorrei tenere aperto un giorno in più, il martedì, e aggiungere il pranzo anche in settimana. Ma fatico a trovare nuovi profili, sia per la cucina che per la sala». Alessandro Borghese, quasi 45 anni, cuoco e personaggio televisivo, ha lo stesso problema di tanti suoi colleghi anche meno noti: la fuga del personale dai ristoranti. Quei 120 mila lavoratori a tempo indeterminato che durante la pandemia hanno deciso di cambiare mestiere, stanchi degli orari logoranti e degli stipendi bassi, non sono ancora stati rimpiazzati (dati Fipe). E se l’estate è stata affrontata con gli stagionali, ora il problema si ripropone: la Federazione italiana pubblici esercizi parla di 40 mila professionisti che mancano all’appello nel mese di ottobre, divisi tra camerieri di sala, cuochi e aiuto cuochi, pizzaioli, baristi. 

Borghese, fare lo chef non va più di moda?

«Non credo che la figura del cuoco sia in crisi, ma ci si è accorti che non è un lavoro tutto televisione e luccichii. Si è capito che è faticoso e logorante. E mentre la mia generazione è cresciuta lavorando a ritmi pazzeschi, oggi è cambiata la mentalità: chi si affaccia a questa professione vuole garanzie. Stipendi più alti, turni regolamentati, percorsi di crescita. In cambio del sacrificio di tempo, i giovani chiedono certezze e gratificazioni. In effetti prima questo mestiere era sottopagato: oggi i ragazzi non lo accettano». 

È la pandemia ad aver segnato un prima e un dopo?

«Certo: con le chiusure tante persone hanno avuto la possibilità di stare in famiglia. E hanno cambiato mestiere per avere più tempo. Il tempo, oggi, è la vera moneta. La mia stessa brigata si è rivoluzionata radicalmente: sono andate via figure che stavano con me da più di dieci anni, sono tornate nelle loro regioni d’origine, dove hanno scelto un lavoro che richiedesse meno fatica psicologica, mentale e fisica».

Bisogna ripensare la professione?

«Sicuramente bisogna lavorare in modo diverso. Sta già succedendo: io ero aperto sette giorni su sette pre-pandemia, adesso cinque. Vorrei tornare a sei, ma comunque terrò chiuso un giorno. Il riposo e i turni sono fondamentali e noi chef, che siamo brand ambassador della cucina italiana, dobbiamo ascoltare le richieste dei ragazzi e delle ragazze che rendono possibile il nostro lavoro». 

Quanto incide la carenza di personale sulla ripresa?

«Molto, perché non si riesce a lavorare come potremmo: finalmente c’è profumo di ripartenza, tornano le liste d’attesa nelle prenotazioni, questo ci fa ben sperare e ci inorgoglisce. Ma bisogna rinunciare a delle opportunità perché mancano le risorse. Prima del Covid c’era la fila di ragazzi fuori dai ristoranti, oggi non si vuole più fare questo lavoro. Io ho un ritmo di due-tre colloqui al giorno, ma poi non riesco ad assumere, perché tanti non stanno davvero cercando, si vede che non sono interessati. Altri approfittano della situazione: sanno che c’è tanta domanda perciò fanno richieste eccessive. Io cerco la misura: persone che magari non sanno cucinare benissimo, ma che siano educate e desiderose di imparare. La mia azienda saprà ricompensarle: noi ai dipendenti offriamo anche corsi di inglese e di sommelier, ma deve instaurarsi un rapporto di fiducia reciproco». 

Come rendere di nuovo attrattivo il settore?

«Bisogna essere datori di lavoro seri, dare prospettive. Se vogliamo che questo settore sia centrale per l’Italia è l’unica strada. Senza personale qualificato non andiamo da nessuna parte, se si trovano male i clienti non tornano». 

"Lo Stato è un cattivo papà. Così io non trovo impiegati". Fabrizio Boschi il 9 Agosto 2021 su Il Giornale. L'ad di Falcon: "Se si versano soldi per non far nulla, nessuno è più disposto a imparare un mestiere". Il reddito di cittadinanza per molti imprenditori è un vero cortocircuito della nostra economia, capace solo di formare una generazione di fannulloni. O come dice Daniele Pescara, 32 anni, ceo di Falcon Advice, società con sede a Padova e Dubai, che dal 2016 si occupa di aiutare le aziende italiane ad espandersi ed investire nel Golfo Persico, «la ricetta perfetta per un futuro basato sul nulla». La Falcon, partita da zero 4 anni fa, oggi fattura quasi un milione di euro all'anno e conta su 20 professionisti. Come molti altri imprenditori anche Pescara si è scontrato con questo fenomeno.

Pescara, è capitato anche a lei?

«Molte volte. Cercavamo delle figure da inquadrare. Il minimo requisito era liceo classico o scientifico e un po' di esperienza».

Sarebbero stati subito assunti?

«Certo, dopo 30 giorni di prova retribuiti, con uno stipendio base di 800 euro al mese. Eppure niente».

Forse perché è la stessa cifra del reddito di cittadinanza?

«Sarà per quello visto che molti hanno preferito starsene a casa piuttosto che imparare un mestiere. Perché devo lavorare per la Falcon a 800 euro al mese quando posso avere gli stessi soldi senza fare niente?»

Piuttosto avvilente.

«Molto peggio. Io sono scandalizzato da tutto questo. Ci sono potenziali professionisti privi di una scala valoriale. Giovani laureati senza passione, con l'unico scopo di arrivare a fine mese, oppure ragazzi il cui unico obiettivo è fare l'influencer. Non hanno voglia di mettersi in gioco perché, a loro dire, non gli conviene».

E lo Stato?

«Lo Stato disincentiva non tanto il lavoro ma, peggio, l'amore per il lavoro. Perché per arrivare a costruire una carriera devi innamorati del processo».

Come giudica il reddito?

«L'Italia è come un cattivo papà, autoritario quando non serve, vedi il green pass, che poi impartisce lezioni sbagliate ai suoi figli. E comunque lo Stato non ha interesse a toglierlo».

Come?

«Vedo queste scene: entrano al tabacchio, con 200 euro del reddito pagano le bollette, con il resto comprano sigarette e gratta e vinci. Rientra tutto. È la formula del discount».

Cioè?

«Negli anni Novanta davanti ai discount ti davano un buono da 10mila lire per la spesa se votavi per quel partito. Poi però tutta la società è diventata un discount». Fabrizio Boschi 

"Io pronta a lavorare. Ma nessuno mi chiama". Antonella Aldrighetti il 9 Agosto 2021 su Il Giornale. Tamara, 40enne romana: "Mai contattata dai centri per l'impiego. Nemmeno per il cv". «La frustrazione di ricorrere a una misura che ho fin da subito considerato sciocca e improduttiva è forte ora come allora. All'inizio, dopo il licenziamento non avrei voluto chiedere alcun aiuto, avrei voluto trovare un altro lavoro. Purtroppo, ho dovuto piegarmi a chiedere il reddito di cittadinanza per la mia sopravvivenza. E per integrare qualche ora di babysitting. Parole di imbarazzo quelle di Tamara M. - 40 anni, romana, ex dipendente di una cooperativa di servizi con mansioni di segretaria - che esprime l'amarezza per un percorso che valutava inconsistente e che tale si è rivelato perché non mette in contatto domanda e offerta. Tantomeno ha garantito chiamate da parte dei comuni per impegnare i percettori nei lavori socialmente utili come era stabilito nel dettato legislativo.

Vale a dire che la situazione di disagio non era, e non è, solo economica?

«Assolutamente. Ho sempre cercato e continuo a cercare un lavoro, non voglio l'obolo di stato e non sto certo sul divano ad aspettare che la card gialla si ricarichi ogni 27 del mese. Faccio la baby sitter, di meglio non ho trovato, ma con 300 euro al mese nette in busta, non riesco a sopravvivere».

Hai ricevuto qualche offerta o almeno hai fatto i colloqui preliminari?

«Nessuno mi ha mai chiamato, nemmeno per stilare il curriculum. E questo è gravissimo: ho competenze in diversi settori, una cultura discreta e tanta voglia di lavorare. Piuttosto sono io a chiamare il Centro per l'impiego, e fino a oggi senza successo. Ci sono anche andata di persona tre o quattro volte ma ho sempre avuto contatti esclusivamente con le guardie giurate sul posto. Gli operatori - mi è stato detto - sono in smartworking».

Da quanto tempo percepisce il sussidio? Dura solo 18 mesi, sarà necessario rifare la domanda.

«A novembre scadrà. Sono preoccupata perché senza possibilità di colloqui o proposte lavorative rimane un'unica alternativa: aspettare un mese e poi riproporre la domanda al Caf e attendere due mesi per ottenere di nuovo l'aiuto. Insomma frustrazione capitolo due: mi sento una completa inconcludente. Confido che il governo si renda conto che così non può funzionare. Si è parlato anche di nuova formazione: nulla di fatto. E non per via del Covid, i corsi di aggiornamento si possono fare anche on line. Basta volerlo». Antonella Aldrighetti 

Da “la Stampa” il 18 agosto 2021. Blitz dell'Ispettorato del lavoro e del Nucleo Tutela del lavoro dei Carabinieri: si sono mossi anche nei giorni di Ferragosto contro il lavoro nero e insicuro. In tutta Italia sono state ispezionate 211 aziende, soprattutto nel settore dei pubblici esercizi, della ristorazione della ricettività turistica. È emerso che 149 aziende, cioè il 71 percento, sono risultate irregolari; e fra queste, 58 sono state chiuse immediatamente, con provvedimento di sospensione dell'attività. Commenta Bruno Giordano, magistrato e direttore dell'Ispettorato: «Se tra le aziende ispezionate attive a Ferragosto 7 su 10 operano con lavoratori in nero, con violazioni in materia di busta paga e di tracciabilità dei pagamenti, e con persone che percepiscono indebitamente il reddito di cittadinanza, vuol dire che in questo Paese dobbiamo contrastare un quadro di illegalità diffusa nel lavoro. E vuol dire che controlli e controllori sono sempre più necessari per la tutela della legalità del lavoro». Gli accertamenti proseguono e hanno evidenziato irregolarità in merito alla sicurezza, a forme spurie di cooperative, agli orari di lavoro, all'illecita somministrazione di manodopera e ai trattamenti contrattuali applicati ai lavoratori. I lavoratori irregolari rintracciati sono stati 312; tra questi spiccano 11 minori irregolari, costretti a lavorare in nero o a trattenersi oltre le ore 22.

Peter Gomez per “il Fatto Quotidiano” il 13 agosto 2021. Il concetto lo espresse benissimo molti anni fa Henry Ford: "Non è l'azienda che paga i salari. L'azienda semplicemente maneggia denaro. È il cliente che paga i salari". Se le cose stanno così viene allora da chiedersi perché sempre più spesso i nostri politici sostengano che gli imprenditori del turismo non trovano lavoratori stagionali a causa del Reddito di cittadinanza. Nelle località di mare si registra il tutto esaurito. Secondo il Codacons oggi per fare dieci giorni di vacanza si spende in media l'11 per cento più che lo scorso anno. I danni economici causati dalle restrizioni dovute alla pandemia sono stati fortissimi nelle città dove bar e ristoranti hanno subito cali verticali di fatturato, ma sono stati quasi inesistenti per chi lavora davvero solo nella bella stagione.

INSOMMA SE DAVVERO, come affermano Matteo Renzi e Matteo Salvini, la carenza di stagionali esiste, ed è causata dai 550 euro al mese erogati in media alle famiglie povere, per risolverla almeno nelle località di mare basterebbe aumentare gli stipendi. Come del resto suggerito poche settimane fa agli imprenditori americani non da un pericoloso bolscevico, ma da un uomo affezionato al capitalismo come il presidente Usa, Joe Biden. Proposte del genere però nel nostro Paese non trovano spazio. E invece impera la demagogia. Ai primi di giugno, per basarsi sui fatti e non sulle opinioni, alcuni colleghi de Ilfattoquotidiano.it si sono armati di microfoni e telecamere nascoste e sono andati a verificare sul campo la realtà degli stagionali. Tre giornalisti hanno sostenuto un centinaio di colloqui di lavoro da Nord a Sud. L'esperienza è documentata sul sito e francamente fa cadere le braccia. In nessun caso sono stati loro offerti contratti in regola. In Emilia-Romagna l'assunzione è sempre una sorta di part-time. Al massimo sei ore e 40 al giorno quando invece se ne lavorano 12 o 13. Il giorno di riposo, previsto dal "finto" contratto, non esiste. Il compenso solo raramente arriva a 1.500 euro al mese, pari a 4 euro l'ora, in parte in assegno in parte in contanti. Più comuni sono invece le offerte da 1.000 euro. Peggio ancora va nel Sud. Negli stabilimenti balneari siciliani visitati dai cronisti, si lavora sette giorni su sette per 14 ore al giorno per 900 euro. A volte, ma è raro, viene offerto un contratto di poche ore per aggirare i controlli in caso di visita degli ispettori del lavoro. Meglio vanno le cose in Versilia. Qui già a giugno era difficile trovare un posto da stagionale. Su settantacinque stabilimenti contattati solo 19 cercavano ancora lavoratori, ma quindici di essi offrivano contratti metà in nero e metà in chiaro tra i 700 e i 1.000 euro al mese per 12 ore di lavoro al giorno. L'inchiesta sul campo de Ilfattoquotidiano.it ha insomma documentato che il Reddito di cittadinanza e l'asserita carenza di stagionali hanno ben poco in comune. È vero però che questo tipo di lavoratori, se disoccupati, si sono visti erogare negli ultimi 12 mesi come bonus Covid 8.600 euro in varie tranche. Tra di loro dunque c'è certamente chi si è fatto due conti: meglio stare a casa e percepire i bonus piuttosto che spezzarsi la schiena per tre-quattro mesi per 4 euro l'ora. Ma il politico accorto, che opera per il bene dei cittadini, dovrebbe capire che la questione non sono i bonus o i sussidi, ma gli stipendi da fame. E, visto che ce lo ha suggerito pure l'Europa, dovrebbe battersi per il salario orario minimo garantito, già presente in 21 stati su 27. Lo faranno Mario Draghi e la maggioranza in Parlamento? Noi ci speriamo. Ma ne dubitiamo.

Da "Libero Quotidiano" il 12 agosto 2021. L'ultima "visione" di Beppe Grillo si chiama "reddito universale". Proprio mentre sul reddito di cittadinanza, ultima bandiera del M5S, si annidano nubi sempre più minacciose, con la Lega che chiede la sua cancellazione e il premier Mario Draghi che, a sorpresa, lo difende, il fondatore e garante del Movimento rilancia e alza addirittura il tiro. «Il reddito di base universale può creare una società migliore e una vita migliore per tutti, l'unica sfida è il finanziamento. Ecco una delle possibili soluzioni. Apriamo il dibattito». Grillo lo ha scritto su Twitter, lanciando un articolo sul suo blog firmato Shigheito Sasaki. Nel testo si legge: «Ora che è stato dimostrato che il reddito di base universale può creare una società migliore e una vita migliore, l'unica sfida è il finanziamento. Se la Banca Centrale, che crea denaro dal nulla, emettesse denaro per far vivere le persone, non ci sarà bisogno di un enorme aumento delle tasse». Nel pezzo si sostiene che all'inizio dovremmo assicurarci che «il denaro venga creato dal nulla», riaffermando che sono le persone «a creare la domanda nell'economia e che il solo fatto di essere vivi è prezioso». La sfida a questo punto, si legge sul blog di Grillo, è incentrata tutto sul finanziamento: se la Banca Centrale facesse la sua parte, il più sarebbe fatto e in tal modo «tutte le persone saranno libere dalla schiavitù del denaro e la povertà sarà sradicata dal nostro mondo». Scrive Grillo: «Come sarà il mondo dopo il Covid-19? E cosa dovremmo fare? Il sogno di Martin Luther King era il reddito di base (...) Sono passati più di 50 anni dalla morte di Martin Luther King e le cose stanno peggiorando. È ovvio a tutti che la povertà è la più grande sfida nella società umana. È l'elemento prevalente nel nostro pianeta. Se fossimo degli alieni, constateremo che sulla Terra la maggior parte dei popoli vive in uno stato di precarietà allarmante, mentre una esigua schiera di individui governano nella totale ricchezza». Quindi la visione finale sulle orme dello stesso Martin Luther King: quella di una nuova «marcia, non violenta», che rappresenta «forse l'opportunità che cerchiamo. Una grande e imponente marcia. Come sarebbe meraviglioso se accadesse contemporaneamente in tutte le banche centrali del mondo. Abbiamo tutti la stessa sfida».

Estratto da un articolo di Flavio Bini per repubblica.it. Soldi per tutti, all'infinito. L'ultima proposta lanciata da Beppe Grillo sul proprio sito va persino oltre il sogno del reddito universale accarezzato per anni dal fondatore del Movimento 5 Stelle. Progetto poi - con l'avvento al governo dei pentastellati - trasformato in un più ragionevole reddito di cittadinanza, un sussidio destinato alle fasce più deboli della popolazione. Questa volta la proposta è doppia: non solo un contributo universale, quindi concesso indifferentemente a ricchi e poveri, ma finanziato non con la fiscalità generale, le tasse, ma direttamente per via monetaria. Quello che più semplicisticamente viene definito "stampare moneta". 

Il mito dell'helicopter money. Così come concepita da Beppe Grillo, la proposta non ha eguali nella storia. Sicuramente non in Europa, dove le emissioni di moneta sono regolate dalla Banca Centrale Europea, che per statuto non può finanziare direttamente gli stati. Più come provocazione che come ipotesi concreta, negli anni passati, tra le armi che la Bce avrebbe potuto mettere in campo per dare una scossa all'asfittica economia europea si era parlato di Helicopter money, cioè la possibilità di creare moneta distribuendola ai cittadini, direttamente o indirettamente attraverso gli stati. Niente che sia mai stato realizzato da nessuna grande banca centrale del mondo e soprattutto niente che sia previsto dalle regole istitutive della Bce.

Il flop dell'esperimento finlandese. Anche l'idea di un reddito per tutti, senza distinzioni tra ricchi e poveri, ha però per ora trovato pochissime applicazioni. Il test più recente si è svolto in Finlandia nel 2017. Il governo di Helsinki ha pagato 560 euro per due anni a duemila persone senza lavoro scelte a caso tra gli oltre 200 mila disoccupati del Paese. E ha continuato a farlo nel corso del tempo anche se nel corso del biennio avessero o meno trovato lavoro. L'obiettivo della sperimentazione era chiaro: osservare il comportamento dei percettori del sussidio di fronte a potenziali offerte di lavoro. Il rischio dei sussidi contro la povertà è che disincentivino le persone nella ricerca di un impiego, un reddito concesso in maniera indistinta avrebbe quindi superato questo ostacolo, contribuendo potenzialmente alla crescita dell'occupazione. Al termine dei due anni i risultati si sono rivelati poco incoraggianti: il contributo ha reso i percettori più felici, migliorandone il benessere e la salute mentale, ma non li ha aiutati nella ricerca del lavoro.

Il test tedesco: 1200 euro per tre anni. Un altro esperimento, su scala molto più contenuta, è stato avviato in Germania lo scorso anno con un test su 1500 persone. A 122 di questi per tre anni è stato concesso un sussidio da 1200 euro al mese, senza vincoli di reddito o di spesa, ad altri 1378 no studiando nel corso del triennio il comportamento dei percettori del reddito rispetto al gruppo di controllo, cioè di chi non incasserà i soldi. Anche in questo caso lo studio è volto a verificare come beneficiare di un reddito stabile e fisso indipendentemente dal proprio lavoro possa cambiare le proprie abitudini di vita o professionali.

Enrico Marro per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2021. Se da un giorno all'altro si abolisse il Reddito di cittadinanza (Rdc), l'Italia tornerebbe ad essere l'unico Paese europeo a non avere uno strumento di lotta universale alla povertà. Strumento che la commissione Ue sollecitava all'Italia già ben prima che i 5 stelle ne facessero un cavallo di battaglia. Forse anche per questo il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto che lui «il concetto alla base del Reddito di cittadinanza» lo condivide. Del resto, la pandemia ha reso evidente che almeno una parte di vecchi e nuovi poveri si è tenuta a galla anche grazie a questa misura. Che, dice l'Istat, ha concorso, insieme con il Reddito di emergenza (Rem), la cig in deroga e altri strumenti, a ridurre - di poco, per la verità - «il valore dell'intensità della povertà assoluta», cioè quanto la spesa media mensile delle famiglie povere è al di sotto della linea di povertà, insomma «quanto poveri sono i poveri». Valore sceso dal 20,3% del 2019 al 18,7% del 2020, 1,6 punti in meno. Ma questo non significa che il Rdc funzioni bene. Anzi. I dati dicono che, nonostante il Reddito e la Pensione di cittadinanza interessino 1,3 milioni di famiglie per complessivi tre milioni di persone, nel 2020 le famiglie in condizioni di povertà assoluta, cioè non in grado di acquistare un paniere di beni e servizi sufficiente a «uno standard di vita minimamente accettabile» (definizione Istat), sono aumentate da un milione 674 mila a due milioni, il che equivale a un milione di poveri in più: da 4,6 a 5,6 milioni. Certo, c'è stata la pandemia, ma siamo ben lontani dall'«abbiamo abolito la povertà» urlato dall'allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi il 27 settembre 2018. Normale, quindi, che l'attuale ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) abbia costituito un Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, presieduto da Chiara Saraceno, che a ottobre consegnerà le sue proposte. Ma che cosa non ha funzionato? Tantissime cose. Oggi l'assegno, in media 551 euro al mese, arriva appunto a 3 milioni di persone, con una spesa per il bilancio pubblico di circa 8 miliardi l'anno. Grazie al Rdc, si legge nel recente Rapporto della Caritas, il 57% dei percettori ha superato la soglia di povertà assoluta, in particolare tra i single. Ma la misura non è ben mirata rispetto al bersaglio. Intanto, dice il Rapporto, solo il 44% delle famiglie povere riceve il Rdc, ma c'è anche un 36% di famiglie che prende il sussidio pur non essendo in povertà assoluta secondo la definizione Istat. Non che non ne abbia diritto, ma i criteri per concedere il Rdc non sono quelli dell'Istat. Questo 36%, spiega Cristiano Gori, docente di Politica sociale a Trento e membro del Comitato voluto da Orlando, «non è fatto di truffatori», ma prende il Rdc per via di come è disegnata la misura. Che concentra le risorse sulle famiglie con uno o due componenti, a scapito delle famiglie numerose. In sostanza, con gli 8 miliardi annui a disposizione, aver stabilito che il singolo senza altri redditi potesse avere 780 euro al mese ha costretto a limitare il beneficio per i nuclei con tre o più figli che sono quelli coi più alti tassi di povertà, ma che al massimo ricevono un assegno doppio rispetto a un single. Inoltre, il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni ha escluso gran parte delle famiglie di immigrati, spesso le più povere. E non aver introdotto importi differenziati sul territorio (al contrario di quanto fa l'Istat nel calcolare il paniere della povertà assoluta) ha concorso al fatto che il Rdc si concentri al Sud, con Campania, Calabria e Sicilia che da sole raccolgono la metà dei beneficiari, cioè 1,5 milioni, mentre al Nord sono solo 578 mila. Ma non c'è solo questo. I controlli non funzionano. Le banche dati non vengono incrociate, per verificare col Pra il possesso dei veicoli, con l'anagrafe tributaria e col catasto i conti correnti e le case, col casellario giudiziario i carichi penali, con le regioni e i comuni eventuali altri sussidi erogati. I controlli vengono fatti dopo, a campione. Nel 2020 la Guardia di finanza ha denunciato 5.868 truffatori, tra i quali mafiosi e possessori di ville e auto di lusso. Infine, non si è avverata la promessa che i percettori del Rdc sarebbero stati avviati al lavoro. Non solo perché c'è stata la pandemia, ma fondamentalmente per due motivi: 1) solo un milione di beneficiari del Rdc sono indirizzabili al lavoro (gli altri sono minori, disabili o con problemi di inclusione) ma il 72% ha al massimo la licenza media; 2) molti percettori del Rdc che lavorano in nero preferiscono continuare così e cumulare. Che fare? «Bisogna migliorare la capacità del Rdc di raggiungere chi ha veramente bisogno, intercettando il resto con altri strumenti, dall'assegno unico ai nuovi ammortizzatori - dice Gori -. Inoltre, vanno rafforzati, grazie alle assunzioni di personale, i percorsi di inclusione sociale e lavorativa. In sostanza, bisogna correggere la misura, ma considerare che è come se si partisse adesso, perché la pandemia ha finora condizionato tutto». Più drastico, invece, Natale Forlani, che ha curato per Itinerari previdenziali uno studio sul Rdc: «Se dopo aver speso solo per il Rdc 8 miliardi si è ottenuta una riduzione di appena 1,6 punti dell'intensità di povertà e abbiamo un 36% di beneficiari che non sono poveri e i controlli non funzionano, e le politiche attive fanno ridere, o si cambiano le cose o si rischia una deriva parassitaria. Guardiamo agli altri Paesi, dove si punta meno sul sussidio e più sui servizi legati a una forte condizionalità».

Ecco la verità sul reddito di cittadinanza: chi lo incassa (davvero). Federico Garau l'11 Agosto 2021 su Il Giornale. Nessuna intenzione di abolire il sussidio, che in piena crisi ha aiutato molte famiglie. Il ministro Orlando al lavoro per elaborare una proposta di modifica. Nessuna intenzione di abolire il reddito di cittadinanza, come proposto dal leader di Italia viva Matteo Renzi: il governo pensa piuttosto ad una rielaborazione del sussidio grillino, così da garantire all'Italia uno strumento di tutela e di lotta alla povertà, come raccomandato anche dalla commissione europea. In merito alla questione, il premier Mario Draghi è stato chiaro: "Quello che vorrei dire è che il concetto alla base del reddito di cittadinanza io lo condivido in pieno". Ed anche il segretario del Carroccio Matteo Salvini si è adeguato: "Il reddito di cittadinanza va sicuramente rivisto, perché così come è non crea lavoro ma allontana".

Reddito di cittadinanza nel mirino: cosa può cambiare. In previsione, dunque, ci sono dei cambiamenti. Il reddito di cittadinanza, dati Istat alla mano, ha contribuito a sostenere una fascia di popolazione gravemente colpita dalla crisi economica innescata dalla dichiarata emergenza sanitaria, insieme alla cig e ad altri sussidi. Eppure, malgrado circa 3 milioni di persone stia beneficiando del reddito grillino e della pensione di cittadinanza, nell'anno 2020 sono aumentate le famiglie in condizioni di povertà assoluta. Stiamo parlando di cittadini che non sono attualmente in grado di permettersi una serie di beni e servizi sufficienti a garantire uno standard di vita minimamente accettabile. Siamo passati da 4,6 a 5,6 milioni di poveri. Evidentemente, putroppo, i pentastellati non sono riusciti a sconfiggere la povertà, come aveva sbandierato ai quattro venti Luigi Di Maio.

Qualcosa non funziona. Uno dei primi problemi era stata l'introduzione dei navigator: pensati per essere una figura di orientamento per i cittadini in cerca di tutela ed aiuto nella ricerca di lavoro, si sono trovati a gestire un sistema ricco di carenze. La crisi provocata dall'emergenza sanitaria ha complicato ulteriormente la situazione.

Più grave la questione dei cosiddetti furbetti del reddito: soggetti riusciti ad ottenere il sussidio pur non avendone diritto. Fra gli illeciti beneficiari, anche stranieri non in regola, evasori, criminali, e soggetti appartenenti ad associazioni di stampo mafioso. Dal momento che l'erogazione del reddito (circa 551 euro al mese) costituisce una spesa pubblica che si aggira intorno agli 8 miliardi l’anno, è fondamentale prendere dei provvedimenti affinché l'aiuto raggiunga coloro che ne hanno realmente necessità. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha quindi istituito un Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza.

I dati. Stando a quanto riferito da un recente rapporto della Caritas, grazie al reddito di cittadinanza il 57% dei percettori ha superato la soglia di povertà assoluta. Ma non basta. Soltanto il 44% delle famiglie indigenti, infatti, percepisce il sussidio. A queste si aggiunge un 36% di beneficiari che riceve l'aiuto pur non trovandosi in una condizione di povertà assoluta. Non si tratta di truffatori, come sottolinea Cristiano Gori, docente di Politica sociale e membro del Comitato per il reddito. Queste persone hanno ottenuto il sussidio perché lo prevede il provvedimento. A risentirne, però, sarebbero le famiglie più numerose. C'è poi un'altra questione, evidentemente rilevante per il comitato: il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni ha escluso molte famiglie di stranieri. Importante, inoltre, introdurre importi differenziati sul territorio: attualmente la maggior parte del reddito viene percepito in Campania, Calabria e Sicilia. Su questi punti lavorerà il ministro Orlando per elaborare la sua proposta di modifica. Un grande lavoro dovrà essere effettuato anche per quanto riguarda i controlli, ancora insufficienti. Ci vuole una comunicazione fra banche dati, così da risalire ad eventuali veicoli posseduti, conti correnti e case. Serve dunque una collaborazione fra Pra, catasto, anagrafe tributaria e casellario giudiziario. Solo nell'anno 2020, la guardia di finanza ha denunciato ben 5.868 soggetti. E per quanto riguarda la questione lavoro, la maggior parte dei beneficiari non è stato aiutato a trovare un'occupazione, come inizialmente auspicato dai grillini.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger).

"Chiaro che avrebbe fatto flop. Le politiche attive sono altre". Gian Maria De Francesco il 9 Agosto 2021 su Il Giornale. Cazzola: "Intervenire su scolarizzazione e inclusione sociale invece di promettere tre offerte di lavoro". Giuliano Cazzola, esperto di diritto del lavoro e di previdenza, ritiene che il reddito di cittadinanza debba sussistere come sussidio di inclusione. Le politiche attive del lavoro non dovrebbero riguardarlo e ogni riforma del sostegno introdotto dai Cinque stelle dovrebbe partire da questo assunto.

Dottor Cazzola, cosa non ha funzionato nel reddito?

«Non ha funzionato quello che si sapeva fin dall'inizio non avrebbe funzionato: tenere insieme uno strumento di sostegno contro la povertà con le politiche attive. È come mettere assieme un treno ad alta velocità con una carriola. È quello che tutti riconoscono come grande fallimento, a partire dai navigator a cui non è stato fatto fare niente. È sbagliata l'idea che un lavoratore disoccupato che vive in condizione di povertà sia in grado di fare un corso ed essere assunto a tempo indeterminato. Infatti, si è scoperto che più di un milione di percettori non sono occupabili perché bisogna avere un livello di istruzione sufficiente ed esperienze pregresse. Questo è il punto vero».

Come si potrebbe riformare?

«Si potrebbe fare un'operazione che non ha la pretesa di offrire tre posti di lavoro in 18 mesi, ma che interviene sul versante della povertà e dell'inclusione sociale, della scolarizzazione».

Dunque, le politiche attive andrebbero escluse?

«Non vedo come si possano recuperare politiche attive con gli attuali centri per l'impiego. Si devono creare gli strumenti, allargare l'iniziativa ai centri privati. I centri per l'impiego sono eredi degli uffici di collocamento e svolgono compiti burocratici e non di promozione delle politiche attive. Ecco perché le due questioni vanno distinte. Il reddito per l'inclusione sociale. Le politiche attive con assegni di ricollocazione e centri professionali per l'impiego».

Cosa pensa della riforma degli ammortizzatori del ministro Orlando?

«Penso che voglia rendere permanente e strutturale una politica che si è fatta in un periodo di emergenza dove si è data la cassa integrazione a tutti, ma non si può fare diventare strutturale una situazione di emergenza dando gratis per alcuni anni la cigs alle aziende con un dipendente. La mia preoccupazione è che il governo allarghi le politiche in continuità di rapporti lavoro rispetto a quelle per la disoccupazione, allontanando i licenziamenti e rendendo la cigs un percorso quasi obbligatorio incoraggiato, mentre il Jobs Act aveva distinto tra Cigs, Naspi e Dis-Coll. Nelle recenti vertenze aperte i sindacati rivendicano le 13 settimane di cassa, che è tirare a campare». 

Gian Maria De Francesco. Barese, classe 1973, laurea in Filosofia e specializzazione in Giornalismo all’Università Luiss di Roma. Mi occupo dei maggiori avvenimenti economico-finanziari da oltre vent’anni. Ho scritto un libro nel 2019 intitolato «Tassopoly: dall’Irpef alla pornotax, il folle gioco delle tasse». Ho tre grandi passioni: la famiglia, il Bari e il Brit-pop.

Reddito di cittadinanza, una misura buona studiata male. Giuseppe Gaetano il 13/07/2021 su Notizie.it. Vogliamo rinunciare a raddrizzare tutto ciò che oggi ha reso irrinunciabile questo assegno o lasciare che chi vi ricorre continui a sopravvivere, tirando innanzi sotto la soglia di povertà? C’è stato un momento, dopo il voltafaccia al governo sul ddl Zan, che per qualche settimana era sparito: un’enormità per l’ipertrofico esibizionismo di Matteo Renzi, da far sospettare che stesse male. Chi sperava che si guardasse in santa pace gli Europei, è rimasto puntualmente deluso: il leader d’Italia Viva covava l’ennesimo coniglio da estrarre dal cilindro, per scuotere l’afosa estate italiana e tornare a dire “a me gli occhi please”. Nella dissociazione mentale delle sue posizioni politiche, gli va però dato atto d’impersonare coerentemente il ruolo di serpe in seno a prescindere dalla maggioranza del momento. E ha pescato bene, il Renzi: quest’anno, tra gli argomenti trend delle vacanze, c’è sicuramente il reddito di cittadinanza. L’occhio strizzato per due volte in un mese alla destra non è un tic: ha capito che l’unica maniera per far parlare di sé è male. Tuttavia, essere contrari al reddito di cittadinanza non significa necessariamente essere malvagi o malati. L’rdc ha cucito le toppe di un sistema che ha progressivamente acuito le differenze economiche e sociali tra gli italiani, separati da svariati zeri nei redditi. Quello d’emergenza ha sopperito all’abbattimento di tutele e diritti dei lavoratori e a stipendi da fame. Al Sud, in particolare: Campania e Sicilia coprono da sole la metà degli assegni staccati in tutta Italia. La domanda è: vogliamo rinunciare a raddrizzare tutto ciò che oggi ha reso irrinunciabile questo assegno o lasciare che chi vi ricorre continui a sopravvivere, tirando innanzi sotto la soglia di povertà? L’esecutivo Draghi ha un piano alternativo all’elemosina per recuperare tanti cittadini, reimmetterli nel mercato del lavoro, gratificandoli con la dignità di un’occupazione? Ne avremmo tante di domande da rivolgere al premier sul tema, senza bisogno di Renzi. Che fine hanno fatto i navigator? Si stanno riqualificando le competenze delle persone o le manterremo all’infinito con una paghetta? Confindustria è altrettanto schizofrenica: da mesi preme per togliere il blocco dei licenziamenti; adesso denuncia il corto circuito creato dal reddito, in cui sussidio batte impiego. Nel Mezzogiorno molti hotel, resort, ristoranti e strutture ricettive hanno lamentato in effetti difficoltà inedite a mettere insieme l’organico per la stagione turistica: “le faremo sapere” ora lo dicono i candidati. No grazie, in nero o niente. La questione è semplice: perché fare “volontariato” sotto il sole cocente, per poche centinaia di euro di differenza rispetto a quanto già preso per starsene al mare? L’importo medio è poco più di 600 euro, ma per alcune coppie si superano pure i 900: meglio poco, subito e sicuro rispetto a tante ditte e negozi sull’orlo del fallimento. Se per tanti oggi il reddito di cittadinanza equivale quasi a uno stipendio, anziché prolungare il sussidio dovremmo fare in modo che i salari reali aumentino e non ci siano più contrattini occasionali, part-time, a ore, senza ferie, malattie, permessi, contributi, 13esima, protezione assicurativa. Il problema in questo periodo dell’anno è acuito dalle offerte: assunzioni brevi, stagionali, a tempo determinatissimo. Ma ristoratori, esercenti e albergatori – altrettanto provati da un anno e mezzo di Covid – dal canto loro: quanto dovrebbero pagare per convincere un giovane a fare il cameriere, il cuoco, il facchino, il bagnino, il commesso quando lo Stato fa concorrenza al privato, favorendo il nero per arrotondare il mensile? A inizio luglio, ad Agrigento, uno è stato addirittura aggredito dall’impiegato che voleva mettere in regola. Una soluzione all’impasse sarebbe intanto quella di restringere la rosa di beneficiari a chi è davvero ormai fuori dal giro per età, disabilità o gravi situazioni personali. Quindi ridurre o sospendere l’rdc momentaneamente, come la Naspi, quando si trova un lavoro. E riprenderne l’erogazione se l’assunzione non si tramuta in tempo indeterminato senza rifare i calcoli, compilare la domanda e attendere chissà quanto. Rischiando pure di vedersela rigettare, perché magari nel frattempo sono cambiate le condizioni. Infine, se lo Stato non riesce a reinseire nel ciclo produttivo chi è rimasto indietro, almeno guardasse bene a chi sta dando la mancetta visto che – anche in questo ambito – ogni settimana spunta da qualche parte un gruppo di “furbetti”.

(ANSA il 15 luglio 2021) - Oltre la metà delle persone che si rivolge a Caritas percepisce il Reddito di Cittadinanza: il 55,2% di persone sostenute dalla Caritas ha beneficiato della misura fra il 2019 e il 2020; inoltre il 56% di chi lo riceve presenta contemporaneamente tre o più forme di vulnerabilità. "Se da un lato i gruppi più marginalizzati risultano essere in parte tutelati dal RdC, non altrettanto si può dire per i nuovi profili della povertà, che pure hanno risentito in misura maggiore della pandemia, ossia quei nuclei caratterizzati da un'età giovane, la presenza di figli minori, la presenza di un reddito, seppur minimo", sottolinea Caritas.

Reddito di cittadinanza, la metà dei poveri non lo ha (1 su 3 che lo riceve non è povero). di Enrico Marro e Paola Pica il 17/7/2021 su Il Corriere della Sera. Il rapporto della Caritas: il 56% dei poveri in Italia non riceve il sostegno, Reddito di cittadinanza da modificare. E l’Inapp avverte: troppi precari nel mondo del lavoro (36,8% tra gli under 35), sistema del collocamento da cambiare. Per cogliere l’opportunità di modernizzare e rilanciare il Paese dopo la pandemia, l’Italia ha bisogno di profonde riforme, per potenziare formazione e collocamento, innovare il sistema produttivo e il mercato del lavoro, correggere il Reddito di cittadinanza che, se ha aiutato molte persone durante la pandemia, continua per a sfavorire le famiglie povere del Nord e gli stranieri. Lo spiegano da un lato il Rapporto Inapp e dall’altro quello della Caritas, entrambi presentati ieri. Sebastiano Fadda, presidente dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, presentando il Rapporto alla Camera, ha spiegato che ci sono troppi precari: Negli ultimi dieci anni i contratti a tempo determinato sono aumentati di oltre 880 mila unità (+36%), a fronte di una variazione dell’occupazione complessiva pari appena all’1,4%. L’incidenza del lavoro a termine sul totale degli occupati cos salita dal 13,2% del 2008 al 16,9% del 2019, il 36,8% tra gli under 35.

Precari, i primi a perdere il posto. I precari, in particolare giovani e donne, sono stati i primi a perdere il lavoro nella pandemia. E ora i segnali di ripresa avvengono su questo stesso fronte: Nel trimestre marzo-maggio 2021 gli occupati precari sono saliti di 188 mila mentre gli stabili sono diminuiti di 70 mila. Ma quella che osserviamo, aggiunge Fadda, una flessibilit spuria, che nuoce alla accumulazione del capitale umano e spiega la bassa produttività cronica del lavoro in Italia. Che dipende anche dal fatto che ci sono troppe piccole imprese e poco innovative. A sua volta la produttività bassa causa il basso livello delle retribuzioni. Ma, ammonisce il presidente dell’Inapp, la competitività guadagnata in tal modo soltanto illusoria, perchè superato il breve periodo si alimenta una spirale negativa e i bassi salari diventano concausa di scarsi investimenti in innovazione. Un circolo vizioso che deriva, secondo il Rapporto, anche dalla insufficiente qualità manageriale: nel 2018 solo il 23,7% delle imprese private era gestito da un imprenditore laureato mentre il 53,8% da un diplomato e il 22,4% da una persona con la licenza media o elementare. Il basso livello medio di istruzione della classe imprenditoriale italiana si accompagna a un’et media elevata: 54 anni. E la situazione non migliore nella pubblica amministrazione: abbiamo meno dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione di Francia, Regno Unito, Spagna e Germania, e con un’et media superiore. Tanto che nei prossimi 5 anni, dovrebbero andare in pensione ben 25 mila medici e 42 mila infermieri mentre nella scuola ci sono 140 mila docenti con pi di 60 anni.

Reddito di cittadinanza da cambiare. La transizione verde e digitale richiede un potenziamento dei centri per l’impiego. Il confronto con gli altri Paesi europei impietoso: in Italia gli operatori pubblici sono 7.934, contro 115 mila in Germania, 49 mila in Francia e 77 mila nel Regno Unito. Sono necessarie assunzioni, ha detto Fadda, ma anche una forte interlocuzione con il sistema produttivo locale sulla quale basare l’attività di orientamento e una interazione con il sistema dell’istruzione e della formazione professionale. Contro la precarietà il presidente ha suggerito che il salario minimo legale potrebbe essere utile per combattere il fenomeno dello sfruttamento (working poors). Necessaria, infine, anche una messa a punto del Reddito di cittadinanza (Rdc), come dimostra il Rapporto Caritas: il 56% dei poveri in Italia non fruisce del Rdc mentre un terzo dei beneficiari non povero. Le famiglie escluse risiedono in prevalenza al Nord e sono concentrate tra i nuclei stranieri, dove 4 su 10 non possono richiedere il sussidio per via dei criteri stringenti. Le storture devono essere aggiustate, ma con il fine di rafforzare la misura, ha detto il ministro del Lavoro Andrea Orlando, dopo aver sottolineato che il Rdc stato uno strumento utile per gestire la pandemia, garantendo la coesione sociale. 

C'è pure il "reddito di immigrazione".  Antonella Aldrighetti il 16 Luglio 2021 su Il Giornale. Il Viminale stanzia 44 milioni: ogni arrivo ci costerà 26mila euro per sei mesi. Negli ultimi giorni sono sbarcati in Sicilia, tra Augusta e Porto Empedocle, oltre 600 migranti e malgrado ci possano essere rischi evidenti di contagio e nuovi focolai virali le operazioni di ripartizione degli stranieri negativi al tampone anticovid sono iniziate. Nessun impedimento per l'accoglienza, anzi. Già nella prima settimana di luglio, considerando l'incremento degli sbarchi autonomi e i movimenti delle Ong, il Viminale ha dato prova di non perdersi d'animo provvedendo velocemente a concedere ai comuni un sostanziale incremento di posti. E si è prodigato a mettere in campo contratti di audit per i colloqui da tenere con i richiedenti asilo e impegni di spesa per i nuovi servizi di supporto. Per l'attivazione di questi programmi, messi a punto in quest'ultima settimana, sono stati spesi in totale 44 milioni di euro. Somma la cui cifra più sconcertante è di 22,5 milioni per aumentare di 857 posti i servizi di accoglienza integrata Sai. Vale a dire che conti alla mano l'impegno finanziario per ogni immigrato accolto è di poco più di 26 mila euro (26.288 per l'esattezza) per circa 6 mesi di progetti. Tanto varrebbe trovare a costui un lavoro e retribuirlo per quel che produce, sostenendolo con uno stipendio: una sorta di reddito di immigrazione. Qesti soldi vengono impegnati anche per quegli immigrati che dopo il colloquio - e i dati annoverati negli anni lo danno per certo - diventeranno clandestini perché senza requisiti per ottenere il permesso di soggiorno. Non bisogna dimenticare infatti che a questa entità appartengono circa il 60 per cento dei proponenti domanda di asilo e protezione internazionale. Invece i programmi in questione hanno un unico scopo: «Il rafforzamento della capacità di accoglienza, inclusione sociale e accompagnamento». Chi arriva viene ripartito di diritto, dopo il periodo di quarantena e la successiva disposizione nei centri Cas, nel sistema Sai, quello dell'accoglienza e integrazione. Che siano richiedenti asilo o titolari di protezione temporanea. Il Sai è costituito dalla rete degli enti locali che incassano le risorse direttamente dal Viminale. A oggi saranno 51 i comuni cui andranno dai 350 mila ai 750 mila euro ciascuno, ubicati per lo più nelle regioni del Sud: Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia ma anche Emilia Romagna. Ecco cosa prevedono i progetti: tirocini formativi con la possibilità di riconoscimento di una indennità per la frequenza ai partecipanti, supporto all'inserimento lavorativo, riconoscimento di titoli di studio e qualifiche acquisite nei paesi di origine, assistenza legale e orientamento amministrativo e promozione dell'accesso ai servizi per l'impiego. Altrettanto la pubblica amministrazione del comune, con i fondi intascati, potrà provvedere anche a «supporto alle attività formative ed eventualmente lavorative, ticket restaurant, tutoring, spese di viaggio, conseguimento di eventuali patentini e abilitazioni specifiche». Benefit di cui nessuno studente italiano impegnato in corsi di formazione ha mai certamente usufruito, ma non è certo finita qui: se un immigrato desidera prendere la patente di guida, ecco pronto il benefit per scuola, esame e documento. Ma oltre ai 22,5 milioni il pamphlet comprende anche un altro milione e 300 mila euro dedicati agli audit per la richiesta di soggiorno, ulteriori 9 milioni e 998 mila euro per fronteggiare situazioni emergenziali e ancora altri 10 milioni tondi da elargire ai progetti già in itinere dei migranti in seconda accoglienza ovvero riguardanti percorsi di inclusione. Antonella Aldrighetti

1.500 immigrati col reddito 5s: la maxi-truffa. Federico Garau il 16 Luglio 2021 su Il Giornale. Gli uomini della Guardia di finanza sono risaliti a ben 1.532 domande illecite presentate da cittadini stranieri residenti per la maggior parte nei carruggi del centro storico. Maxi operazione delle Fiamme gialle che, grazie alla collaborazione dell'Inps, sono riusciti a risalire a ben 1.532 illecite domande di reddito di cittadinanza presentate da cittadini stranieri. La scoperta è stata effettuata dagli uomini del Nucleo Operativo Metropolitano del I Gruppo di Genova, impegnati in un'operazione di controllo finalizzato a tutelare la spesa pubblica.

I risultati dell'operazione. Le indagini hanno portato alla scoperta di un consistente numero di cosiddetti furbetti del reddito, quasi tutti extracomunitari, che avevano inoltrato la richiesta per ricevere il sussidio grillino durante lo scorso 2020. Nelle domande, però, non erano presenti quelli che restano i requisiti necessari per ricevere l'assegno, ossia la residenza ed il soggiorno sul territorio nazionale per dieci anni, di cui gli ultimi due continuativi. I dati a disposizione della Guardia di finanza sono stati incrociati con quelli della Questura locale, ed il risultato è stato proprio quello di incastrare gli stranieri, la maggior parte dei quali residenti nei carruggi del centro storico. Secondo quanto riferito dalle autorità, gli extracomunitari si erano rivolti ad un Caf della zona, fornendo tuttavia informazioni false. La lunga lista di illeciti percettori del reddito è stata dunque tempestivamente inoltrata e segnalata agli uffici dell'Inps, che ha subito provveduto ad interrompere l'erogazione dell'assegno ed a revocare il sussidio. Tanto il denaro sottratto allo Stato ed alle persone che ne avevano effettivamente bisogno: stando alle ultime informazioni, si parla di ben 3.458.736,04 euro. Oltre a ciò, la Guardia di finanza ha scoperto che con gli assegni intascati molti degli stranieri non provvedevano ad acquistare cibo o beni di prima necessità. L'importo accreditato sulla carta emessa dalle Poste veniva monetizzato con la complicità di alcuni commercianti del centro storico genovese.

Le lacune del reddito grillino. Non si tratta, purtroppo, del primo caso di appropriazione indebita del reddito di cittadinanza da parte di extracomunitari. Di recente la Guardia di finanza di Catanzaro ha denunciato ben 469 cittadini stranieri che, fornendo informazioni false, erano riusciti ad intascare il sussidio.

Si fa pertanto impellente la necessità di apportare delle modifiche alla misura varata dai 5 Stelle, intensificando anche i controlli. Mentre il leader di Italia Viva Matteo Renzi pensa a porre la parola fine al reddito di cittadinanza, mediante referendum abrogativo, al governo si lavora per cambiarlo. Lo stesso ministro del Lavoro Andrea Orlando ha parlato della sua intenzione di effettuare alcune correzioni.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occu…

Un flop da 700 milioni di euro al mese. Lodovica Bulian l'11 Luglio 2021 su Il Giornale. In Campania più assegni che nel Nord. Solo il 15% ha trovato lavoro. Il Movimento cinque stelle preme per rafforzarlo e rifinanziarlo, pur ammettendone i limiti, la Lega ne chiede una profonda revisione. È il reddito di cittadinanza, il provvedimento con cui due anni fa i grillini avevano annunciato di aver «abolito la povertà», e per il quale ora rivendicano la funzione di «cintura di sicurezza» nella crisi economica esplosa durante la pandemia» con 5,6 milioni di persone scivolate nella povertà assoluta secondo l'Istat. La misura bandiera del M5S ed è stata già rifinanziata con 4 miliardi aggiuntivi da qui al 2029 dall'ultima legge di bilancio. Costa ogni mese circa 700 milioni di euro, con un conto salato per le casse dello Stato: tra aprile 2019 e maggio 2021 sono stati spesi oltre 14 miliardi per erogare il reddito o la pensione di cittadinanza. La stima della spesa da qui al 2029 potrebbe portare l'ammontare a sfiorare i 40 miliardi. Secondo gli ultimi dati aggiornati a giugno i nuclei percettori di reddito o pensione di cittadinanza sono 1,6 milioni per oltre 3,6 milioni di persone coinvolte - a maggio i nuclei erano 1,1 milioni per 2,8 milioni di persone - con un importo medio di 548 euro. Ma con il sussidio sono cresciuti anche coloro che hanno trovato un lavoro? Stando ai dati di febbraio, gli ultimi disponibili, su 1,5 milioni di beneficiari del reddito e che dovevano sottoscrivere il Patto per il Lavoro, quello che impegna i percettori del sussidio a rispondere alle offerte proposte dai centri per l'impiego, ne sono stati presi in carico solo 330mila. Di questi, hanno trovato un lavoro in 152.673, solo il 15,19% degli «occupabili». Criticità anche nella distribuzione geografica del sussidio: in Campania ci sono più persone che percepiscono il reddito che in tutto il Nord. Il dato emerge dalle tabelle dell'Osservatorio dell'Inps aggiornate a fine maggio: nel 2021 sono stati 331mila i nuclei beneficiari di reddito e pensione di cittadinanza per oltre 864mila persone coinvolte. Il numero è superiore ai 755mila che lo percepiscono nel Nord Italia. Un trend in linea con i mesi scorsi: a pesare di più per coperture finanziarie è Napoli, dove a marzo 157mila famiglie percepivano il reddito o la pensione di cittadinanza pari a quelle in tutto il Nord. Per una spesa di 102,2 milioni di euro a marzo per il solo capoluogo campano. Ma il sussidio è andato anche a chi non ne aveva diritto. Nei casi più gravi, anche a boss mafiosi. Gli ultimi 76 beneficiari illegittimi collegati alle cosche sono stati scoperti dai carabinieri di Catania: 25 erano stati condannati per mafia, gli altri 51, comprese 46 donne, avevano ottenuto il sussidio omettendo di comunicare che nel proprio nucleo familiare c'era anche un congiunto condannato definitivamente per associazione mafiosa. E in tutto sono 64mila i nuclei familiari a cui negli ultimi due anni è stato tolto il sussidio perché non ne avevano diritto.

Un flop totale targato Grillo. Nicola Porro l'11 Luglio 2021 su Il Giornale. Il reddito di cittadinanza, come era prevedibile, è stato un clamoroso flop. Da tutti i punti di vista. Il reddito di cittadinanza, come era prevedibile, è stato un clamoroso flop. Da tutti i punti di vista. Tra poco vedremo i motivi. Ma subito occorre sgomberare il campo da un equivoco. Una società liberale non ha il dovere, ma qualcosa di più, ha la convenienza a tutelare i più poveri. Ma nel farlo deve essere molto attenta a non compromettere gli incentivi al lavoro e non può redistribuire risorse che non ha. Vediamo qualche numero. Quest'anno spenderemo per il reddito poco più di sette miliardi di euro. Circa 2,3 milioni di famiglie lo percepiscono, per un assegno medio di 564 euro. Due terzi degli assegni vanno al Sud e la sola Campania percepisce più assegni di tutto il Nord (peraltro con un importo di circa cento euro in più). La legge prevedeva che questa montagna di persone potesse svolgere lavori socialmente utili: praticamente nessun Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto decente. Sul fronte della formazione di nuove professionalità, occorre dire chiaramente, che il dato (opaco) di lavori ottenuti dal sistema reddito-agenzia per il lavoro è pari a zero. Qualcuno si ricorda ancora la polemica sulla fantasiosa previsione di togliere l'assegno se si fossero rifiutate tre offerte di lavoro? Fantascienza. Le offerte non ci sono state, e i rifiuti, in mancanza di offerte, tanto meno. Il reddito, per i suoi numerosi affezionati, sta funzionando perché in questo momento aiuta i più deboli. Falso. Aiuta alcuni deboli, e per di più secondo criteri arbitrari. E logiche perverse. È così necessario oggi aiutare un venticinquenne senza casa e reddito, posta la limitatezza delle risorse, e non un padre di famiglia cinquantenne che ha perso il lavoro e che - possedendo una casetta e forse un'auto - non è finanziabile? Con il paradossale effetto che il primo è dissuaso nell'inventarsi un lavoro, e il secondo è disperato e pronto a fare di tutto. Il reddito di cittadinanza è figlio di una follia partorita da Grillo in persona: redistribuire un reddito che non c'è in modo universale. Grillo e i suoi non si pongono il problema dei disincentivi al lavoro, semplicemente perché nella loro società il lavoro non esiste più. È un'utopia post marxiana, in cui si redistribuisce una sorta di dividendo delle rendite che poche grandi società realizzerebbero, per via dell'intervento statale. Se continuiamo così costruiremo una generazione di disadattati al lavoro (rischio educativo) e una redistribuzione di solo debito (rischio finanziario). Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la protezione dei più deboli.

Nicola Porro. Nicola Porro è vicedirettore de il Giornale e si occupa in particolare di economia e finanza. In passato ha lavorato per Il Foglio e ha condotto il programma radiofonico "Prima Pagina" su Rai Radio Tre. Attualmente, oltre a scrivere per il Giornale, gestisce il blog "Zuppa di Porro" su ilGiornale.it e, su RaiDue, con…

Non è l'arena, Massimo Giletti al navigator in studio: "Non potete? Allora andate a casa". Processo politico a Di Maio. Libero Quotidiano il 31 maggio 2021. "Ma cos'avete fatto in questi mesi?". Massimo Giletti a Non è l'Arena su La7 ospita Antonio Lenzi, giovane navigator, e processa il sistema del reddito di cittadinanza messo in piedi dall'ex ministro del Welfare Luigi Di Maio come misura bandiera del Movimento 5 Stelle per (testuale) "abolire la povertà" e trovare un impiego ai precari. Reddito, navigator e Anpal, tre pilastri sgretolatisi alla prova dei fatti. "Partiamo dal presupposto che il lavoro non c'è - esordisce Giletti con il suo ospite -: il lavoro c'è o venderlo è complicatissimo. Questo è un periodo drammatico, quelli che ci hanno guadagnato siete stati voi che avete avuto un lavoro. Vi hanno messo in condizione di lavorare?". "Ci sono state difficoltà e conflitti tra Anpal e Regioni". "Questi centri per l'impiego sono stati un disastro. Sono connessi con le regioni? Io sono veneto e voglio assumere un ragazzo siciliano, è possibile?", incalza Giletti. "I centri per l'impiego sono sotto-finanziati e non è possibile comunicare tra regioni diverse", è la risposta laconica di Lenzi. "Non è possibile? Allora posso anche prendere centinaia di navigator ma se non ho un sistema informatizzato che mi incrocia le domande vado a casa - allarga le braccia sconcertato Giletti -. Lei cosa fa, scrive a mano? Siamo ancora a mano?". "Assolutamente no, ma il nostro compito è riattivare una platea di ultraquarantenni con basso livello di scolarizzazione", è la replica imbarazzata del navigator. "Ma se un siciliano vuole andare a fare vendemmia al Nord, lo può sapere o no?". "Ognuno può controllare solo il proprio bacino di riferimento". "Ma è un fallimento totale", chiude il caso il padrone id casa. Come dargli torto.

Non è l'arena, Guido Crosetto e la "follia totale" sui navigator: reddito di cittadinanza, Di Maio demolito. Libero Quotidiano il 31 maggio 2021. "Una follia totale". Guido Crosetto, ospite in studio di Massimo Giletti a Non è l'arena su La7, evidenzia in poche battute la "contraddizione in termini" del reddito di cittadinanza e del sistema dei navigator orchestrato da Luigi Di Maio, come fiore all'occhiello della campagna grillina sull'occupazione. Un cattedrale costruita sulla sabbia. "Nessuno con un anno di mezzo di contratto dedica la vita a cercare il lavoro agli altri, lo cerca per se stesso, perché è il primo precario", sottolinea il fondatore di Fratelli d'Italia. Una constatazione lapalissiana, sollevata peraltro già a suo tempo ma etichettata dal Movimento 5 Stelle e dall'ex ministro del Welfare, oggi agli Esteri, come pura propaganda per lotta politica. "Innestati in un sistema così - sottolinea Crosetto - i navigator non servono a nulla. Magari servono a dare lavoro a 3.000 persone, brave come lui (spiega riferendosi a un navigator, anche lui in studio da Giletti, ndr), per un anno e mezzo. In altri Paesi sono 50.000 e con un vero sistema di formazione, così non servono a niente". La fotografia di questo fallimento, conclude ancora il meloniano, "è il centro per l'impiego con la serranda abbassata. Loro il lavoro ce l'hanno, e della difficoltà di trovarlo dei giovani o dei 40 e 50enni non gliene può fregare di meno. Questa è la realtà drammatica, Qualcuno ha avuto un anno e mezzo di lavoro e l'ha sfangata, e in più lavora in un posto in una regione come quella siciliana, con indici di disoccupazione bestiale. Pensate a un giovane laureato che va e trova chiuso: non è che non trova lavoro, trova chiuso! E questo è il simbolo del fallimento dello Stato".

Estratto da “Il Giornale di Vicenza” ripreso da “La Verità” il 16 maggio 2021. Ha lavorato due settimane in sei anni un professore assegnato a scuole della provincia di Vicenza. Ogni anno si riproponeva sempre lo stesso copione: il docente, oggi 48 anni, originario della provincia di Caserta, si presentava a scuola con un contratto da supplente e dopo qualche giorno restava a casa in malattia senza farsi più vedere. È accaduto per sei anni fra Vicenza, Arzignano e Bassano del Grappa: in tutto, una quindicina di giorni di lezione prima di lasciare il posto vacante. Nel 2014 l'uomo ha addirittura ottenuto l'immissione in ruolo, prima a Vicenza, poi vicino a Benevento, infine a Napoli, dove i problemi di salute si sono ripresentati. L'Ufficio scolastico regionale ha avviato un procedimento per non avere superato il periodo di prova, ma il docente ha presentato un ricorso al Tar dal quale è stata ricostruita tutta la vicenda.  

Assenteista seriale: 15 anni di stipendio senza presentarsi mai a lavoro? Le Iene News il 18 maggio 2021. “Nessuno sapeva chi fosse perché non aveva timbrato neppure una volta. Veniva pagato solo sul fatto di essere dipendente”, ci ha spiegato il nuovo commissario straordinario dell’Azienda ospedaliera di Catanzaro a proposito di Salvatore Scumace che, secondo le indagini della Guardia di Finanza, si sarebbe intascato 15 anni di stipendio senza lavorare un solo giorno. Siamo riusciti a incontrare un personaggio che è stato tra i più ricercati dai media di mezza Europa. Stiamo parlando di Salvatore Scumace che, secondo le indagini della Guardia di Finanza, si sarebbe intascato 15 anni di stipendio senza lavorare un solo giorno, senza presentarsi mai a lavoro. La vicenda ha luogo in un ospedale di Catanzaro, in Calabria, dove c’erano dipendenti che arrivavano, timbravano e invece di andare a lavoro facevano altro: chi se la spassava alle macchinette di videopoker, chi andava a farsi due passi. E poi c’erano anche gli altruisti che timbravano e timbravano e timbravano… per altri colleghi che non si presentavano a lavoro. Ma è roba da pivelli se paragonata all’impresa di Scumace. Antonino Monteleone incontra l’avvocato Francesco Procopio, il nuovo commissario straordinario dell’Azienda ospedaliera di Catanzaro, con cui cerchiamo di ricostruire la storia di Scumace che sulla carta faceva parte id un ufficio con una funzione molto importante. “Un gruppo di persone che sta in ospedale e si occupa della prevenzione degli incendi”, spiega l’avvocato. È il 2005: “Scumace non ci va mai, tanto è vero che non risulta inserito nei turni di servizio”, continua l’avvocato. Ma come fa a sfuggire a quei turni? “Nessuno sapeva chi fosse perché non aveva timbrato neppure una volta, il sistema non l’ha mai agganciato. Veniva pagato solo sul fatto di essere dipendente”. Così Scumace comincia a portarsi a casa ogni mese uno stipendio. I mesi passano e diventano anni. Ma quella strana matricola invisibile a un certo punto desta dei sospetti. “Ci sono state segnalazioni da parte del responsabile”, racconta l’avvocato. Ma, secondo quanto emerge dalle indagini, sarebbe accaduta una cosa gravissima. Dopo aver fatto le segnalazioni, la responsabile dell’ufficio di Scumace “viene avvicinata da un soggetto diverso che gli dice di lasciar perdere, che potrebbero esserci dei problemi”, racconta l’avvocato. Dopo questo evento, Scumace torna nell’oblio. E in 15 anni di stipendio il bottino, secondo le indagini, avrebbe superato i 500mila euro. Poi però arriva il peccato di gola, quando l’azienda ospedaliera stava distribuendo i premi di produzione per alcuni dipendenti. “Lui si presenta in azienda a protestare perché non ha ricevuto il premio di produttività”, racconta l’avvocato. L’ospedale fa un incrocio dei dati e scopre l’inghippo. Ma come è possibile che i vari dirigenti per tanti anni non si siano accorti di nulla? Monteleone va a parlare con chi, secondo le indagini, avrebbe delle responsabilità. E siamo andati anche da Scumace per chiedergli come abbia fatto. Qualche giorno fa Scumace ha presentato una memoria difensiva alla Procura dove ci sarebbe del materiale in grado di offrire una nuova chiave di lettura dei fatti. Così la Iena prova a parlare con i suoi avvocati. 

La storia. Un bimbo morto e una ladra di spicci: due storie figlie di un’Italia dal cuore spento. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 3 Maggio 2021. Un bambino morto in una casa popolare senza i soldi per il funerale e una donna denunciata per aver rubato le offerte in chiesa, due storie tristi, italiane, di mancanza. La mancanza che rende faticosa la vita, la vita che a volte diventa dolorosa, insopportabile. La povertà è la polvere che si mangia il muro della dignità. La povertà peggiore è quella che si infligge, più di quella che si subisce. È povera una società che lascia morire i propri figli, più povera dei figli che muoiono. È povera la società che stringe le madri nel bisogno, più povera delle madri bisognose. Non serve viaggiare lontanissimo per trovare la povertà, per scoprire quanto sia povera la nostra società: basta scendere al Sud, entrare in un alloggio popolare della periferia di Reggio Calabria. Due stanze ricoperte di muffa, l’odore intenso delle mancanze, il respiro affannoso di un bambino, un rantolo stanco che si spegne con la speranza di riaccendersi forte, ma altrove, lontano da noi. C’era un bambino malato, sopravviveva in un minuscolo alloggio popolare, la madre e altri cinque fratelli, insieme in un disagio umido. Era malato, è morto. Magari sarebbe morto uguale, pure in una casa profumata, calda. Ma è morto lì, nella tristezza asfissiante. È morto nel giorno in cui l’Italia festeggiava la liberazione, Reggio effigiava due palazzi con i murales di due eroi calabresi. È morto senza lasciare beni materiali, senza che la madre ne avesse. Mancanze. Colmate con la carità dei reggini. La madre ha lanciato un appello perché si raccogliessero i soldi, fare un funerale in cui non mancasse una bara, anche un po’ di fiori. E il popolo, naturalmente ha risposto. Poche ore e le offerte hanno colmato la mancanza economica, buona a portare al camposanto un bambino nato fragile. E, a un centinaio di chilometri di distanza, sempre Calabria, sempre reggino: nella Locride una donna ha rubato in chiesa, dalla cassetta delle offerte, le forze dell’ordine ne hanno fatto brillante indagine, e tutte le testate informative locali ne hanno dato puntuale resoconto, «Donna delle pulizie ripuliva la cassetta delle offerte in chiesa -incastrata dai carabinieri», è uno degli strilli, tantissimi, con cui è stata riportata la notizia della denuncia di una donna delle pulizie che, in una chiesa della Locride, portava via i soldi offerti dai fedeli. E uno se lo immagina il prete che, accortosi degli ammanchi, corre in caserma. E uno se le immagina le mobilitazioni delle forze investigative. Che, magari, il prete, visto che venivano usate le chiavi, avrebbe potuto cambiare la chiavatura, o avrebbe potuto parlare con la donna, capirne i bisogni, le motivazioni. Che, magari, pure i carabinieri, avrebbero potuto mettere il codice da parte, parlare col prete, pure con la donna. Che magari stiamo andando verso una deriva legalista. Che magari certe notizie potrebbero pure non essere pubblicate. E che, magari, ci sia una vasta materia umana che abbia bisogno di cuore, di parole, che tutto non debba per forza finire in caserma. Perché, forse, l’Italia ha la sindrome del faro, la luce la getta lontano da sé, per sentirsi migliore, e proprio non ce la fa a illuminarsi i piedi, a guardarsi per come è: povera, non per la povertà materiale. Perché continua a stare a occhi chiusi, a cuore spento, mancanze che non verranno ricomprese nel recovery plan.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

ATTACCO CONCENTRICO AL SUD E AL REDDITO DI CITTADINANZA: INSULTI VELATI E FALSE NOTIZIE DA TG E GIORNALI. Raffaele Vescera il 20.05.2021 su Il Movimento24agosto.it. Il tormentone è partito l’altra sera sui Tg nazionali: “In Campania più assegni di Reddito di cittadinanza che in tutto il Nord. Quattro volte più della Lombardia!" Scioccamente ripreso dal Fatto Quotidiano.it di ieri che rincara la dose: “Reddito di cittadinanza, in aprile 2,8 milioni di percettori. A Napoli più che in Lombardia e Piemonte”. Il tutto senza il minimo accenno alle cause di tale differenza, da parte di un giornale che, pur nelle sue giuste battaglia contro le mille ingiustizie italiane, non perde occasione per diffondere gratuiti pregiudizi contro i meridionali, lombrosianamente considerati men che delinquenti e fannulloni, sulla scia del mantra leghista che, in vero, unisce il cosiddetto Partito unico del Nord nel razzismo antimeridionale. Dipende forse dall’essere piemontese del suo direttore, Gomez? È forse il solo modo che hanno per mondarsi la coscienza? Veniamo a noi. La disoccupazione al Sud è oltre il 18%, tripla rispetto al Nord dove è intorno all’6%, e quella dei giovani meridionali è al 65% anche qui tripla rispetto al Nord, mentre la punta delle disuguaglianze italiane spetta alle donne meridionali con un tasso di disoccupazione che va oltre l’80%. In quanto al reddito pro-capite, quello del Sud a 16,500 Euro è meno della metà del nordico 34.000. Ebbene, con questi dati, noti a tutti, qualunque serio commentatore dedurrebbe che dove vi è maggiore disoccupazione e povertà, per esempio al Sud, vi è maggior ricorso al reddito di cittadinanza. L’articolo del Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando a sostenere che il Rdc sarebbe punitivo nei confronti del Nord, dove la vita costerebbe di più. Altro falso, considerato che tutti i servizi pubblici, tassi bancari, assicurazioni e altro sono molto più cari al Sud, così come lo è la produzione industriale del Nord, di cui i Sud è fortissimo consumatore, per precisa volontà coloniale italiana, che riserva al Nord il ruolo di produttore con conseguente ricchezza, e al Sud quello di mero consumatore con conseguente povertà ed emigrazione: 100.000 giovani meridionali l’anno lasciano la propria terra per fare vita grama di lavoro al Nord. In verità, oltre il solito mantra antimeridionale, questo attacco è diretto contro lo stesso reddito di cittadinanza che Confindustria e Partito unico del Nord non vedono di buon occhio, in quanto sottrarrebbe i cittadini alla vergogna di un lavoro schiavizzato e sottopagato, i meridionali per la finanza del Nord sono solo cervelli e braccia da lavoro da sfruttare. Non che il reddito di cittadinanza sia la soluzione ai problemi di disoccupazione e povertà del Mezzogiorno, ci vogliono infrastrutture, investimenti e lavoro che lo Stato nega da sempre al Sud, ma vivaddio almeno solleva i meridionali, e anche gli indigenti del Nord, dal vivere nella disperazione e di rovistare nella spazzatura per cibarsi. Come si dice da noi al Sud, il sazio non crede al digiuno. Per una volta andrebbero invertiti i ruoli, come in un certo film americano con Willy Smith, chissà cosa proverebbero i loro ricchissimi figli di papà a vivere disoccupati con 557 Euro al mese con fitto, bollette e spesa per mangiare.

Dagospia il 3 giugno 2021. Riassunto dei giornali di oggi: vi offrono 800 euro al mese in una città dove un buco in affitto ne costa mille? Se rifiutate siete stronzi choosy bamboccioni e soprattutto ostacolate la ripresa.

Giulio Cavalli per tpi.it il 3 giugno 2021. A volte basta annusare l’aria che tira per rendersi conto della narrazione che stanno costruendo. Il tema delle prossime settimane, vedrete, saranno ancora una volta “questi giovani sfaticati che non hanno voglia di lavorare”, qualcuno ci butterà dentro anche il reddito di cittadinanza e ci si lamenterà di un’Italia che potrebbe soffiare forte sulla ripresa e invece fatica per colpa degli indolenti. Gli indizi ci sono già tutti e basta metterli in fila per rendersene conto: di base c’è il solito refrain del reddito di cittadinanza che spingerebbe la gente a non lavorare, come se non fosse umiliante, illegale e indegno proporre un posto di lavoro che non riesce nemmeno a mettere insieme gli stessi soldi di un sussidio. Poi, qualche tempo fa, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (uno abile a solleticare certi istinti) ha creato il collegamento perfetto mettendo in relazione l’estate che arriva con l’impellente bisogno di incassare dopo la pandemia e i lavoratori che non si trovano e che rovineranno ciò che non ha rovinato il virus. In successione è arrivato il ministro al Turismo Massimo Garavaglia, che durante la sua visita in Veneto ci ha detto che “il turismo c’è tutto” ma “un tema è che si fa fatica a trovare i lavoratori, bisogna intervenire”. I giornali e i telegiornali stanno facendo il resto: al Tg regionale della Lombardia c’è l’accorata intervista a un ristoratore che si indigna e strepita perché, dice, “trovare lavoratori è molto difficile” poiché, sempre a suo dire, “ti chiedono quante ore devono lavorare e quanti soldi gli dai”. L’idea che la carenza di lavoratori sia dovuta non alle loro domande ma alle sue riposte non lo sfiora nemmeno: come si permettono gli schiavi di non volere essere schiavi? Su Facebook, nel gruppo “Quelli che lavorano in hotel”, l’imprenditore di Marina di Pietrasanta Alessio Maggi scrive: “Se a qualcuno, questa estate, nel caso mai riaprissimo, verrà in mente di venirla a menare con domande alla carlona tipo ‘quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero?’ vi dico con il massimo garbo possibile: non vi presentate. Siamo in emergenza e come tale deve essere gestita e elaborata. Se pensate di avere o pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica”. Chiaro? Quindi quest’estate tutti a Pietrasanta dal signor Maggi e, quando sarà il momento di pagare, gli diremo di accontentarsi di quello che decidiamo noi clienti in nome dell’emergenza che, come tale, deve essere gestita. E poi qualcuno ancora si chiede a cosa dovrebbe servire il salario minimo. Ancora.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 4 giugno 2021. Scrive un albergatore di Pietrasanta in cerca di personale: «Se a qualcuno quest' estate viene in mente di venirla a menare con domande alla carlona del tipo: quanto si lavora? quanto mi dai? qual è il giorno libero? gli suggerisco di non presentarsi neanche. Siamo in emergenza, se pensate di avere e pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all'ippica». Monto sul cavallo a dondolo: caro signore, se questa è la logica dell'emergenza, perché non dovrebbero applicarla anche i suoi clienti, autoriducendosi il conto? Escono da un periodo duro, proprio come lei. Prima che, assieme all'agognata ripartenza, riparta la litania sui giovani che non hanno voglia di faticare e preferiscono il reddito di cittadinanza al posto di lavoro, bisognerebbe domandarsi: se gli stipendi sono più bassi del già non altissimo sussidio statale, sarà colpa del sussidio o degli stipendi? Girano cifre ridicole, con le quali non ci si paga neanche l'affitto di una stamberga. L'albergatore giustificherà la sua parsimonia retributiva con le spese, le tasse (ha ragione, quelle sul lavoro andrebbero ridotte), i fornitori che pretendono pagamenti anticipati. Ma in questa lunga catena di fragilità, in cui tutti si rivalgono sull'anello più debole, l'ultimo è sempre il lavoratore, i cui diritti retrocedono a capricci.  A lamentarsene dovrebbero essere anzitutto i capitalisti: mettere in tasca al maggior numero di persone una busta paga dignitosa non è forse la prima condizione per rilanciare i consumi?

Estratto dell’intervista di lastampa.it l'11 giugno 2021.[…] Guido Barilla, presidente dell'omonimo gruppo, durante il colloquio con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini […] 

[…] E’ preoccupato sotto il profilo dell'equilibrio sociale dallo sblocco dei licenziamenti?

«Ci saranno dei momenti di elevata tensione perché ci sono filiere industriali in grande difficoltà. L’alimentare ha avuto una vita molto difficile ma positiva, non è così in altri settori. Quando ci sarà maggiore liberalizzazione è possibile che ci sia una crisi profonda. Ma credo ci potrà essere una controtendenza trainata dalla necessità, in altri comparti, di una forza lavoro importante che possa bilanciare le difficoltà».

Sembra un paradosso, c’è fame di lavoro ma molte aziende lamentano la difficoltà nel reperire personale qualificato. Cosa sta succedendo?

«Molte persone scoprono che stare a casa con il sussidio è più comodo rispetto a mettersi in gioco cercando lavori probabilmente anche poco remunerati. C'è un atteggiamento di rilassamento da parte di alcuni che io spero termini perché invece serve l’energia di tutti. Rivolgo un appello ai ragazzi: non sedetevi su facili situazioni, abbiate la forza di rinunciare ai sussidi facili e mettetevi in gioco. Entrate nel mercato del lavoro, c’è bisogno di tutti e specialmente di voi». […]

Furbetti del reddito di cittadinanza a Roma: 108 denunciati ai Parioli. Le Iene News il 26 luglio 2021. Le stazioni della compagnia carabinieri Parioli hanno denunciato in stato di libertà 108 persone a seguito di segnalazioni dell'Inps: avrebbero ricevuto indebitamente 450mila euro. Un nuovo caso di “furbetti” del reddito di cittadinanza. Più di cento persone, nel cuore della “Roma bene”, denunciate perché avrebbero percepito il reddito di cittadinanza indebitamente. Le stazioni della compagnia carabinieri Parioli hanno denunciato in stato di libertà 108 persone a seguito di segnalazioni dell'Inps. Secondo quanto riportato dall’Ansa si tratterebbe di persone che, in seguito agli accertamenti degli uffici dell'Inps, avrebbero ottenuto indebitamente il beneficio per circa 450mila euro. Gli accertamenti dei carabinieri, coordinati dalla procura di Roma, avrebbero accertato che per ottenere il reddito di cittadinanza nella richiesta avrebbero omesso o falsificato informazioni dovute, come quelle riguardo la permanenza in Italia: secondo quanto riporta Roma Today, il 90% delle persone denunciate sarebbero straniere. A carico dei 108 sarà immediatamente sospeso il beneficio percepito fino ad oggi. Seguirà poi una richiesta di risarcimento del danno eventuale causato alle casse dello Stato.  Sembra insomma che si tratti di un nuovo caso, a dire il vero l’ennesimo, di “furbetti” del reddito di cittadinanza. Noi de Le Iene ve ne abbiamo parlato tempo fa con Ismaele La Vardera che, nel servizio che vedete qui sopra, ha “pizzicato” due di questi che avrebbero avuto un lavoro al nero. E la cronaca negli ultimi due anni è stata ricca di simili notizie: a Messina due “furbetti” avrebbero fatto i parcheggiatori abusivi di notte, mentre a Rimini è spuntato un imprenditore 70enne, proprietario di un albergo non dichiarato e a Modena una furbetta 39enne che vendeva alcolici senza avere nemmeno la licenza. L’elenco continua con altri 237 “furbetti” scoperti in Calabria, per un danno economico allo Stato di 870mila euro, tra cui figurano intere famiglie sotto processo per ‘ndrangheta. Ci sono poi un altro spacciatore con tanto di Porsche, una donna che lavorava in nero in un centro estetico e un uomo che a Civitavecchia avrebbe avviato alla prostituzione una ragazza. E perfino sei spacciatori di droga che sono stati arrestati a Napoli. 

(ANSA il 26 luglio 2021) - Ci sono l'amministratore delegato e il direttore dell'area tecnica di Grafica Veneta Spa, azienda leader nella stampa di libri e pubblicazioni, Giorgio Bertan, 43 anni, e Giampaolo Pinton, 60, tra gli 11 arrestati dai carabinieri di Cittadella (Padova) nell'operazione che ha sgominato un'organizzazione di pakistani che sfruttava lavoratori connazionali. I due dirigenti, secondo la Procura di Padova, erano a conoscenza della situazione di illegalità e dei metodi violenti usati dall'organizzazione per soggiogare e intimidire i lavoratori. Grafica Veneta Spa stampa anche i libri di Harry Potter. Secondo gli inquirenti, infatti, anche parte della dirigenza di Grafica Veneta era a conoscenza dello sfruttamento dei lavoratori stranieri, sia per quanto riguarda gli incessanti turni di lavoro, che per la sorveglianza a vista a cui erano sottoposti. Erano, inoltre, consapevoli delle degradanti condizioni di lavoro, della mancata fornitura dei Dpi (scarpe antinfortunistiche, protezioni da rumori). Tale situazione ha comportato un tentativo di elusione dei controlli, edulcorando o eliminando dai server informatici gran parte dell'archivio gestionale che registra gli ingressi e le uscite dei lavoratori. Sulla base delle risultanze investigative e la magistratura padovana ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 9 pakistani per lesioni, rapina, sequestro di persona, estorsione e sfruttamento del lavoro, e un'ordinanza agli arresti domiciliari per i due dirigenti, per sfruttamento del lavoro. L'indagine era partita il 25 maggio 2020, dopo che erano stati trovati un pakistano con le mani legate dietro la schiena e altri suoi connazionali picchiati violentemente. Altri cinque si erano presentati all'ospedale di Padova, riferendo una analoga situazione. Le vittime, in quel periodo lavoravano alla Grafica Veneta ed erano tutte dipendenti della "B.M. Services" di Lavis (Trento), attiva nel campo del confezionamento e finissaggio di prodotti per l'editoria, di proprietà di padre e figlio, pakistani con cittadinanza italiana. L'Arma ha accertato che i due titolari assumevano connazionali per brevi periodi, stipulando regolari contratti di lavoro (part-time e full-time). In realtà, però, gli operai lavoravano anche fino a 12 ore al giorno, senza alcuna pausa, senza ferie, né altra tutela. E versavano gran parte dello stipendio ai due titolari o a loro "fedelissimi". I lavoratori erano anche costretti a pagarsi l'affitto per un posto letto nelle case messe a disposizione dall'organizzazione, dove vivevano anche in più di 20. Le vittime, nel tempo, avevano capito di essere sfruttate e si erano rivolte ad un sindacato di categoria, ma sono state scoperte e fatte oggetto di un'azione punitiva: al ritorno nelle loro abitazioni gli operai hanno trovato ad attenderli le squadre di picchiatori che li hanno aggrediti, e dopo averli legati mani e piedi, percossi per derubarli dei soldi, dei documenti e di ogni altro avere, compresi i telefoni cellulari per impedire loro di chiedere aiuto. Infine li hanno costretti a salire a bordo di tre veicoli, per poi abbandonarli per strada.

GRAFICA VENETA CERCA 25 OPERAI DA 3 MESI MA NON NE TROVA: «I GIOVANI NON VOGLIONO FARE I TURNI». Pierfrancesco Carcassi per corrieredelveneto.corriere.it - 17 aprile 2018. Le sue rotative non si fermano mai. Marciano instancabili al ritmo medio di circa 150 milioni di copie di libri l’anno, divise tra casi editoriali del calibro di Wikileaks e Harry Potter. A «inceppare» il ritmo di lavoro della stamperia Grafica Veneta è stato invece il processo delle assunzioni: a fronte di 25 posizioni aperte, negli ultimi tre mesi sono stati assunti solo 5 operai. All’origine non ci sono tagli o revisioni di bilancio, ma la scarsità di domande di assunzione. «Abbiamo ricevuto tre o quattro candidature in tutto – sottolinea il patron dell’azienda, Fabio Franceschi – il resto dei colloqui li abbiamo fatti con una ventina di persone che abbiamo contattato noi, ma alla fine si sono tirati indietro». Una situazione inedita anche per Grafica Veneta, a vent’anni di distanza da quando J.K. Rowling sceglieva i tipi di Trebaseleghe per imprimere su carta la saga di Harry Potter, consacrandoli nell’olimpo delle stamperie. Nel Veneto della caccia alla forza lavoro e dei tirocini di «Garanzia Giovani» semideserti qualche freno al calo della disoccupazione giovanile (18,7% è il dato relativo al 2016) ancora c’è. Il punto è capire quale sia. Il numero uno di Grafica Veneta, relativamente alla propria situazione, lo legge nella mancanza di intraprendenza dei lavoratori o aspiranti tali: «Tutte le persone che abbiamo valutato per le posizioni aperte avevano già un lavoro tutto sommato decoroso – ricorda Franceschi – Siamo un territorio che sinceramente sta bene, anche se ci lamentiamo. Chi cambia lavoro lo fa per migliorare, non per fare turni di notte o cose simili, altrimenti si tiene quello che ha». E i posti vacanti a Grafica Veneta sono proprio su turni, compresi sabati e domeniche a volte: «La situazione è particolarmente critica nella fascia d’età dei ragazzi giovani: qualche ragazzotto che dà la disponibilità c’è ma poco dopo rinunciano per via dei turni. “Troppo pesante con i turni”, dicono. Su cinque assunti uno solo è un ventenne, gli altri sono trenta-quarantenni». Tutti in forze all’azienda a tempi indeterminato, con paga base di 1.300 euro: «E’ lavoro non un gioco – commenta il patron -. Non offriamo tirocinio o apprendistato. Il ruolo riguarda la gestione delle nuove macchine di stampa digitali e la paga cresce a seconda del livello». E se alla radice della penuria di lavoratori volenterosi ci fosse la mancanza di competenze in tipografia? «Se chiedessimo competenze specifiche potrei capire – sottolinea Franceschi – ma noi prendiamo tutto, va bene anche un muratore: facciamo formazione in azienda; andiamo anche a cercarci i lavoratori a casa ultimamente». Di fronte alla mole di lavoro dell’azienda Franceschi non è preoccupato e conclude: «Ora che i giornali si sono occupati della questione riempiremo le posizioni in una settimana. Il problema però è comune a molte altre aziende».

Fra. Bis. per "Il Messaggero" il 30 luglio 2021. Ai centri per l'impiego mancano 10 mila operatori. Risultato, circa 750 mila percettori del reddito di cittadinanza ritenuti attivabili, cioè in grado di svolgere una attività, non hanno ancora sottoscritto i patti per il lavoro e iniziato a cercare un impiego. Intanto a giugno il sussidio dei Cinquestelle ha raggiunto 1,2 milioni di nuclei, che salgono a oltre 1,3 milioni se si tiene conto anche delle famiglie che ricevono la pensione di cittadinanza, per un totale di 3 milioni di persone coinvolte.

LA PLATEA. La misura è già costata quest'anno 4,2 miliardi di euro e ne eroderà di questo passo quasi 9 a fine 2021. Un record: lo scorso anno per il sussidio sono stati spesi poco più di 7 miliardi. Il reddito di cittadinanza costa sempre di più per l'effetto combinato dei nuovi ingressi nella platea dei beneficiari determinati dalla crisi economica e dei mancati inserimenti nel mondo del lavoro dei percettori occupabili. Così l'Anpal nell'ultima nota dedicata al reddito di cittadinanza, diffusa all'inizio di questa settimana: «Al 30 giugno i percettori dell'aiuto tenuti alla sottoscrizione del patto per il lavoro erano 1.150.152, il 34,1% è stato preso in carico in quanto ha sottoscritto con il centro per l'impiego un patto per il lavoro o dispone di un patto di servizio in corso di validità, una quota pari a 392.292 persone».

LE CRITICITÀ. Nel mirino sono finiti così i centri per l'impiego che essendo a corto di personale non riescono a prendere in carico tutti gli attivabili nei tempi stabiliti. La legge che ha calato a terra il reddito di cittadinanza prevedeva l'assunzione entro il 2021 di 11.535 operatori nei centri per l'impiego tramite i bandi delle Regioni, ma finora ne sono stati presi solo 950 circa. I numeri sono stati forniti in commissione Lavoro alla Camera dalla sottosegretaria Tiziana Nisini in risposta a un'interrogazione della deputata M5S Valentina Barzotti. La mappa delle assunzioni effettuate finora, aggiornata alla fine del primo trimestre di quest'anno dal momento che le Regioni hanno tempo fino al 31 luglio per comunicare i dati relativi al periodo aprile-giugno, evidenzia che il Veneto ha ingaggiato 215 operatori, un terzo di quelli previsti in entrata nei centri per l'impiego della regione, la Sardegna 147 (su 357), la Toscana 142 (su 643), l'Emilia-Romagna 118 (su 655), la Liguria 100 (su 258), il Friuli Venezia Giulia 99 (su 165), le Marche 61 (su 194) e il Lazio solo 44 (su 1130). Attese in Lombardia 1.378 assunzioni nei centri per l'impiego, ma al 31 marzo del 2021 ancora non risultava pervenuto alcun rinforzo. A quota zero assunzioni anche Campania e Sicilia, le due regioni con più beneficiari del reddito e della pensione di cittadinanza, con nel complesso oltre 500 mila nuclei raggiunti dalla misura. Sono rimasti senza rinforzi pure i centri per l'impiego di Abruzzo, Molise, Piemonte, Basilicata, Calabria, Puglia e Umbria. Il ministero del Lavoro ha più volte sollecitato le Regioni affinché pubblicassero i bandi in tempi brevi così da coprire i vuoti di organico. Ma a giudicare dai numeri portati in commissione dalla sottosegretaria al Lavoro Tiziana Nisini il piano straordinario di potenziamento dei centri per l'impiego non è ancora decollato. Sempre stando alla nota dell'Anpal, l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro ora sotto la guida del commissario straordinario Raffaele Tangorra, i beneficiari del reddito di cittadinanza presi in carico dai centri per l'impiego sono 55mila nelle regioni del Nord-Ovest (il 38% del totale degli attivabili in quell'area), 26mila in quelle del Nord-Est (54%), 54mila in quelle del Centro (37%), 165mila al Sud (31,6%), 90mila nelle isole (31,7%). La maggiore presenza di percettori si rileva nel Sud e nelle isole, dove risiede il 70,5% del totale delle persone soggette al patto per il lavoro. La classe di età degli under 29 a livello nazionale costituisce il 38,6% di tutti i beneficiari.

Laura Berlinghieri per “la Stampa” il 17 ottobre 2021. Fabio Franceschi lo dice senza giri di parole: «Pachistani, nella mia azienda, non li voglio più». Meglio gli «autoctoni». È il presidente di «Grafica Veneta», colosso della stampa di libri con sede a Trebaseleghe (Padova), in estate scosso dal terremoto del caporalato.

Cos' è successo?

«Il nostro è un gruppo internazionale con più di 800 dipendenti. Alcuni pachistani, dipendenti della ditta Bm Service, che aveva rapporti con noi, hanno litigato, si sono bastonati e ci hanno accusato di un mucchio di falsità». 

Tipo?

«Dicevano di lavorare 12 ore al giorno 365 giorni all'anno, cosa risultata falsa. Alcuni, con noi da pochi mesi, sostenevano di non venire pagati da tre anni. Siamo stati additati come schiavisti. Il pm è stato gentile e veloce. Ha capito l'imbarazzo di una realtà come la nostra. Così tutto si è concluso velocemente e ora ne siamo usciti». 

Perché l'ad e il direttore dell'area tecnica hanno patteggiato per il reato di sfruttamento del lavoro.

«Perché in Italia un processo dura 7 anni, se tutto va bene. La nostra è un'azienda in grande crescita, che non può permettersi di perdere due risorse così importanti per anni, o di restare concentrata su un problema risolvibile con una sanzione amministrativa. Pinton e Bertan hanno patteggiato, anche su consiglio degli avvocati, e ora sono di nuovo operativi». 

Quindi non sapevano delle vessazioni?

«Se lo avessero saputo, allora avrebbero dovuto saperlo anche sindacati, Rsu e capi reparto. La nostra azienda è lunga un chilometro, i pachistani erano all'ultimo miglio. Quasi non sapevo di avere dei pachistani. Bertan ha in