Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        L’Insicurezza.

Da Sensi a Sirigu e Vidal: i calciatori derubati (mentre sono in campo). Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 23 dicembre 2021. L’ultima vittima in ordine di tempo è stata Stefano Sensi: il centrocampista dell’Inter e della Nazionale era in campo, domenica pomeriggio allo stadio Meazza di Milano, contro il Torino. E nel frattempo i ladri gli hanno svaligiato casa, in zona Gae Aulenti, non lontano dal complesso del «Bosco verticale». Bottino cospicuo: 700 mila euro tra gioielli, orologi e borse della compagna del calciatore, l’influencer Giulia Amodio, seguita passo passo su Instagram, anche mentre posta innocui «scatti» dal salotto, da circa 135 mila follower. Ma l’elenco dei calciatori bersagliati dai furti proprio mentre giocano è interminabile, sia in Italia che all’estero.

Per stare alla Serie A, quest’ultima giornata, la diciannovesima, ha visto addirittura, oltre a Sensi, altri due giocatori derubati, tra l’altro entrambi a Genova. Uno è Salvatore Sirigu, portiere del Genoa e — sia pure restando quasi sempre in panchina — fresco campione d’Europa. L’altro è lo svedese Albin Ekdal, centrocampista della Sampdoria. Sempre lo stesso, il «film» dei furti: domenica è stato il blucerchiato, al rientro dal match contro il Venezia finito 1-1 a Marassi, ad accorgersi che la sua villetta a Quarto era stata messa a soqquadro. I malfattori gli hanno portato via alcune migliaia di euro, tra gioielli e apparecchiature hi-tech per la cura del corpo. Due giorni prima i ladri sono entrati a casa di Sirigu, al quartiere di Albaro. Rincasato da Roma, dopo la sconfitta per 3-1 contro la Lazio, il «numero 1» rossoblù ha trovato gli armadi aperti e i cassetti rovesciati. I ladri «acrobati», noti a Genova per le decine di colpi messi a segno e forse gli stessi in azione da Ekdal, seguendo sempre lo stesso copione (l’arrampicata sulle tubature esterne per poi forzare infissi e porte), hanno portato via anelli e braccialetti, fuggendo senza lasciare traccia.

«È troppo facile colpire i giocatori, sono inevitabilmente sovraesposti: di loro, tutti sanno tutto» allarga le braccia Umberto Calcagno, genovese di Chiavari, 51 anni, laurea in Legge, un passato di centrocampista nella Samp scudettata di Vialli e Mancini e oggi presidente dell’Associazione Italiana Calciatori e vicepresidente Figc. Per svaligiare le case dei campioni, «ma anche quelle di giocatori che militano nelle serie minori, ugualmente presi di mira», osserva Calcagno, non c’è nemmeno bisogno di un basista: «Per sapere cosa fanno e dove sono basta sfogliare un qualunque calendario che riporta gli orari delle partite e attrezzarsi per il colpo». Ciò che probabilmente deve aver fatto la banda che lo scorso 9 dicembre ha svuotato la villa dell’atalantino Luis Muriel, quella sera impegnato in Champions contro il Villareal. Rientrando dopo la sconfitta e l’eliminazione ha trovato il suo appartamento, in Città Alta a Bergamo, messo sottosopra e i suoi dodici orologi (Rolex e Patek Philippe sempre ben messi in mostra nelle foto ufficiali) scomparsi.

Un mese prima, il 7 novembre, era successo lo stesso ad Arturo Vidal, centrocampista dell’Inter. Mentre il cileno era impegnato nel derby, i ladri — tra le 20.45 e le 21.15 — gli hanno portato via pure un fuoristrada Mercedes da 400 mila euro lasciato nel parco macchine assieme a una Ferrari rimasta lì solo perché non sono stati capaci di accenderla. Nella sua bella villa a Como tra l’altro aveva abitato anche l’ex bomber nerazzurro Adriano, pure lui vittima dei ladri nel 2008. All’estero la musica non cambia: a Reece James del Chelsea, impegnato contro i russi dello Zenit, a settembre hanno rubato tutti i trofei custoditi in cassaforte. Il caso peggiore ha riguardato, a Marzo, Angel Di Maria, argentino del Paris Saint-Germain: mentre era in campo contro il Nantes è stato il suo allenatore Mauricio Pochettino — ripreso in diretta dalle telecamere — a dirgli che i ladri gli erano piombati in casa sequestrando moglie e figli. «Corri da loro, subito» gli ha intimato il mister. E lo ha sostituito.

Sui calciatori rapinati e derubati leggi anche

Rapinato di nuovo il calciatore Totò Di Natale Napoli, rapinato Ounas. I ladri lo sorprendono sotto casa Ladri nella villa di Arturo Vidal durante il derby In 48 ore i ladri svaligiano le case di Sirigu (Genoa) e di Ekdal (Samp) Stefano Sensi, furto in casa del calciatore dell’Inter Parigi, furti e rapine in casa: il Psg paga guardie private per difendere i suoi campioni Atalanta, ladri a casa di Muriel durante la partita

Da leggo.it il 27 dicembre 2021. Era impossibile dalla cabina del mezzo agricolo che si potessero vedere o sentire persone nascoste dalle pannocchie di mais che, in quei giorni, erano diventate alte ben oltre 2 metri. Con questa motivazione, frutto delle consulenze disposte durante le indagini, la procura di Lodi ha chiesto l'archiviazione per il trattorista di 28 anni che, il 3 luglio scorso, investì e uccise, in un campo di mais di San Giuliano Milanese, Sara El Jaafari, 28 anni, e Hanan Nekhla, 32, due ragazze che vi avevano trascorso la nottata con alcuni amici. Il ventottenne era indagato per duplice omicidio colposo. Contestualmente, sono stati notificati gli avvisi di fine indagine a chi si ritiene si trovasse nel campo con le vittime prima della tragedia e che sarebbe poi fuggito, dopo l'investimento, senza chiedere aiuti o attivando soccorsi. Dagli accertamenti successivi al fatto, emerse infatti che le due giovani si trovavano in compagnia di altre persone, fuggite per la paura quando il mezzo agricolo, usato per spargere fitofarmaci, era loro improvvisamente piombato addosso. La più giovane delle due vittime, Sara El Jaafari, dopo essere stata investita la mattina del 2 luglio (e non il 3 come scritto in precedenza) era riuscita a lanciare un sos al 112 spiegando che entrambe erano state travolte da una mietitrebbia, ma morì prima che potessero essere rintracciate. Cosa che avvenne solo la sera del giorno dopo, sabato 3 luglio.

La tragedia del pescivendolo, la famiglia smentisce: "Nessuna raccolta fondi". Ucciso mentre bucava le ruote ai rapinatori, il dolore della madre di Tonio e il ricordo: “Eroe fino alla fine”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 25 Dicembre 2021. “Guardatelo bene quest’uomo, se qualcuno fosse andato da lui e gli avrebbe detto non ho la possibilità di fare la spesa per il Natale lui gli avrebbe dato tutto il necessario. Non immaginate il grande cuore e la generosità che aveva”. E’ solo uno dei tanti messaggi che in questi tristi giorni natalizi ricordano Antonio Morione, per tutti ‘Tonio‘, il pescivendolo (marito e padre di tre figli, la più piccola ha 13 anni) ucciso la sera del 23 dicembre mentre bucava le ruote all’auto dei rapinatori entrati in azione nella sua pescheria, “Il Delfino”, a Boscoreale, comune dell’area vesuviana in provincia di Napoli.

Mentre proseguono senza sosta le indagini dei carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata per chiudere quanto prima il cerchio intorno ai tre banditi entrati in azioni a bordo di un’auto, ritrovata dopo alcune ore bruciata nei pressi delle case popolari della zona Piano Napoli, sempre a Boscoreale, la sera della vigilia è andata in scena una veglia all’esterno della pescheria in via Giovanni Della Rocca.

Numerosi i cittadini che hanno ricordato il pescivendolo ammazzato con un colpo al volto. Messaggi, fiori, lumini per ribadire che la parte sana è stanca dell’escalation di criminalità che da tempo affligge diverse aree della provincia e della città napoletana. Nei prossimi giorni ci sarà un vertice in Prefettura per fare il punto della situazione e trovare, si spera, nuove contromisure per presidiare nel miglior modo possibile il territorio.

Il dolore della mamma: “Mio figlio abbandonato dalla legge”

A parlare nelle scorse ore è stata anche la mamma di Tonio. “Mio figlio era un commerciante onesto che la legge ha abbandonato a se stesso” ha affermato la signora Ernesta ai microfoni di Rado Rai. “Mezz’ora prima del fatto l’altro mio figlio, Giovanni, aveva subito una rapina, lo stesso era stato rapinato anche l’anno scorso, sempre nel mese di dicembre”. Su un bigliettino lasciato accanto a un fascio di rose davanti alla serranda della pescheria c’è scritto: “Sei morto per difendere il frutto del tuo lavoro. Spero che chi ha fatto ciò, paghi”.

Smentita la raccolta fondi per la famiglia di Tonio: “Vergognatevi”

Intanto sempre sui social alcune persone vicine alla famiglia di Antonio precisano che non è stata organizzata alcuna raccolta fondi per aiutare la famiglia del commerciante. “Portate rispetto al dolore di questa famiglia ma soprattutto portate rispetto ad Antonio, vergognatevi” c’è scritto in un post che smentisce la raccolta lanciata sulla piattaforma GoFundMe e cancellata dopo alcune ore.

Il messaggio: “Eroe fino all’ultimo”

Struggente il messaggio di Ilaria: “Mi hai cresciuta come una figlia, perché per te ero un altra figlia. Non dimenticherò mai quando mi chiamavi “Loredà”, solo tu mi potevi chiamare così. È ora dove sei? Non ci sei più per colpa di merde (perché solo così possono essere chiamati, “animali per loro è troppo”), penserò sempre alle nostre chiacchierate nel furgone prima di andare a lavoro, a quando dicevi “s nun m fai u nupot maschij sient (se non mi fa un nipote maschia mi arrabbio, ndr)” e non dimenticherò mai le ultime parole che mi hai detto prima dell’accaduto. Sarai sempre nei nostri Tonio Morione. Eroe fino all’ultimo”.

La ricostruzione della notte di sangue delle pescherie

Hanno prima rapinato la pescheria del fratello, sempre a Boscoreale (Napoli), portando via un incasso cospicuo, poi dopo pochi minuti, intorno alle 21.45 di giovedì 23 dicembre, sono arrivati a bordo di un’auto all’esterno della pescheria “Il delfino” di Antonio Morione. Un uomo è sceso dall’auto armato di pistola mentre gli altri due complici sono rimasti all’interno del veicolo con il motore acceso e pronti alla fuga. Qualcosa però è andato storto perché mentre il bandito intimava la consegna dei soldi, Morione, 41enne originario di Torre Annunziata che probabilmente era già a conoscenza della rapina subita dal fratello, si trovava all’esterno della pescheria: ha impugnato un coltello e iniziato a squarciare una ruota dell’auto.

Il rapinatore armato di pistola per guadagnare la fuga ha esploso quattro colpi, uno ha centrato in pieno volto il pescivendolo stramazzato al suolo agonizzante tra le urla delle persone presenti, una decina in tutto tra clienti e familiari (presenti anche la moglie e i figli). Mentre il commando fuggiva, sono stati allertati i soccorsi e poco dopo in via Giovanni Della Rocca è arrivata un’ambulanza e una gazzella dei carabinieri della locale stazione di Boscoreale.

“Tonio“, così come veniva chiamato da parenti ed amici, è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia dove è deceduto poco dopo in seguito alle gravi ferite riportate.

Una cittadina sconvolta quella di Boscoreale, distrutta dal dolore per l’inspiegabile morte di un commerciante molto conosciuto e apprezzato. Insieme al papà, scomparso nel novembre 2020, gestiva la pescheria da anni. Il fratello, Giovanni Morione, gestiva invece un’altra pescheria, “La Rosa dei Venti” in via Armando Diaz dove i rapinatori (probabilmente gli stessi) hanno realizzato il primo colpo, sparando una volta probabilmente per guadagnare la fuga.

Gli inquirenti infatti non escludono che la banda entrata in azione in via Giovanni Della Rocca, possa essere la stessa che poco prima aveva preso di mira la pescheria del fratello di Tonio. Un elemento che fortifica questa ipotesi è il fatto che sul posto sia stato recuperato il bossolo di un colpo esploso dai malviventi durante la fuga è risultato dello stesso calibro 9×21 dei quattro sparati all’indirizzo di Antonio Morione. Le indagini sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata e coordinate dalla procura oplontina guidata da Nunzio Fragliasso. Al vaglio anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Le indagini si indirizzano nella zona delle case popolari del Piano Napoli dove nella notte è stata ritrovata un’auto bruciata, probabilmente quella utilizzata per effettuare le rapine in una notte, come quella del 23 dicembre, dove le pescherie lavorano fino a notte fonda perché l’afflusso di clienti in vista del cenone della vigilia e del pranzo di Natale è considerevole, così come l’incasso.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Da napolitoday.it il 27 dicembre 2021. Tanta commozione nella veglia di Natale in memoria di Antonio Morione, il pescivendolo ucciso a Boscoreale nella serata tra il 23 e il 24 dicembre. Decine di persone hanno deposto fiori e lumini davanti alla pescheria dove è avvenuta la tragedia. Sgomento nel paese per la fine violenta del 41enne stimato e conosciuto da tutti come un grande lavoratore e padre di famiglia. I rapinatori, a volto coperto, lo hanno freddato con dei colpi di pistola alla testa, dopo che quest'ultimo aveva reagito. 

Indagini dei carabinieri e la reazione della madre della vittima

Proseguono le indagini dei carabinieri, che continuano a setacciare il territorio alla ricerca di indizi che possano far risalire ai tre rapinatori. "Mio figlio era un commerciante onesto che la legge ha abbandonato a se stesso", è stato lo sfogo al giornale radio Rai di Ernesta, madre della vittima. "Mezz'ora prima del fatto l'altro mio figlio, Giovanni, aveva subito una rapina ed era stato rapinato anche l'anno scorso, sempre nel mese di dicembre". Al momento le testimonianze dei presenti non hanno consentito di risalire agli autori del raid. I carabinieri hanno anche acquisito le immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona. Ieri è stata ritrovata un'auto incendiata nel Piano Napoli di Boscoreale e si sospetta che possa essere quella utilizzata dai malviventi. 

Antonio Morione come Maurizio Cerrato, il pescivendolo ucciso per difendere figlia e nuora: “Pistola puntata in faccia”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 28 Dicembre 2021. Continua la caccia ai killer di Antonio Morione, il 41enne pescivendolo ucciso la sera del 23 dicembre scorso nel corso di una rapina all’esterno della sua attività commerciale a Boscoreale, comune in provincia di Napoli. Indagini serrata da parte dei carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata che stanno setacciando da giorni la zona, anche con l’aiuto di un elicottero, per rintracciare i tre occupati di una Fiat 500 di colore bianco utilizzata (e poi bruciata) per realizzare più colpi, a partire dalla rapina alla prima pescheria (“La rosa dei venti”) gestita da Giovanni, fratello di Morione.

Nelle scorse ore, attraverso le parole di Marco Izzo, legale della famiglia di “Tonio”, è emerso un ulteriore particolare su quei drammatici attimi. Il 41enne è stato ucciso perché colpito al volto da uno dei quattro proiettili esplosi da un rapinatore che lo aveva sorpreso a squarciare, armato di coltello, le ruote della vettura. Un gesto probabilmente nato per impedire la fuga.

Morione al momento della rapina si trovava all’esterno della pescheria. Ha visto scendere uno dei banditi e ha impugnato un coltello per bucare le ruote “dopo aver visto la pistola puntata in faccia alla figlia e alla nuora, due ragazze, entrambe minorenni, che stavano lavorando in pescheria. Voleva difendere loro, non l’incasso”. Queste le parole del legale Izzo riportate dal quotidiano Il Mattino. Difendere la sua famiglia e le persone che quella sera (il 23 dicembre è una delle giornate più proficue per le pescherie napoletane che lavorano fino a tarda notte in vista della vigilia e del pranzo natalizio) erano presenti, oltre una decina tra familiari e clienti.

“Eroe fino all’ultimo“. Così è stato definito il 41enne da diversi conoscenti. Un gesto per difendere la sua famiglia da quei banditi che poco prima, e probabilmente Tonio già ne era a conoscenza, avevano rapinato e portato via l’incasso della pescheria del fratello. Nelle prossime ore verrà effettuata l’autopsia, disposta dalla procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso. Poi la salma verrà restituita ai familiari per i funerali che dovrebbero svolgersi entro la fine di questa settimana con i comuni di Torre Annunziata (città natale di Morione) e Boscoreale che hanno disposto il lutto cittadino.

Intanto oggi è previsto un incontro in Prefettura tra il prefetto Claudio Palomba e i rappresentanti del Comitato di liberazione dalla camorra e dal malaffare di Torre Annunziata, nato dopo un altro drammatico omicidio, quello di Maurizio Cerrato, il papà picchiato e ucciso con una coltellata dopo essere intervenuto, anche lui come Morione, per difendere la figlia per una questione relativa a un parcheggio in strada occupato con una sedia. 

Al prefetto verrà chiesta maggiore presenza delle forze dell’ordine sul territorio oltre alle telecamere pubbliche, assenti in molte zone. Basti pensare che per ricostruire il percorso dei tre rapinatori, i carabinieri hanno acquisito le immagini di videsorveglianza di diverse attività commerciali di Boscoreale.

La pescheria “Il Delfino” è stata aperta nella giornata di lunedì 27 dicembre per poche ore. Dopo la veglia dei giorni scorsi, con tanto di lumini, fiori e dediche per “Tonio“, la moglie e i tre figli del pescivendolo ucciso hanno rialzato la serranda dell’attività di famiglia, donando tutto il pesce ancora disponibile alla mensa dei poveri di Torre Annunziata.

Polemiche, superflue, per la scarsa partecipazione avvenuta a un flash mob organizzato nella giornata di lunedì in piazza Pace. Appena una ventina le persone presenti, tra cui l’attivista Daniela Lourdes Falanga (presidente di Arcigay Napoli). “Non c’è stata nessuna paura di ribellarsi a quanto accaduto” precisa numerosi cittadini di Boscoreale. “Non ne sapevamo nulla, l’evento è stato poco pubblicizzato” fanno sapere sui social. 

Una nuova iniziativa è in programma alle 16 di martedì 28 dicembre presso l’associazione “La Stazione – Stella Cometa” in via Giovanni della Rocca, luogo dove si trova la pescheria Il Delfino. “Stamattina (ieri, ndr) una delegazione del comitato cittadino è stata ricevuta dal sindaco, informando lo stesso che sul territorio si sta creando una rete tra associazioni e liberi cittadini per istituire un presidio di legalità” fa sapere l’associazione.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista. 

La tragedia di Boscoreale. Pescivendolo ucciso, il messaggio del figlio: “Ultimo saluto a papà prima dei funerali davanti alla pescheria”. Fabio Calcagni su Il Riformista il  29 Dicembre 2021.

L’ultimo saluto a Antonio Morione. Si terranno oggi pomeriggio alle 16:30, presso il santuario dello Spirito Santo (conosciuto anche come chiesa del Carmine) a Torre Annunziata (Napoli) i funerali del titolare della pescheria ‘Il Delfino’ di Boscoreale ucciso la sera del 23 dicembre durante una sparatoria seguita ad un tentativo di rapina avvenuta nella sua attività commerciale.

In occasione dei funerali e “interpretando il sentimento dell’intera comunità e in segno di profondo cordoglio per la drammatica e prematura scomparsa” di Antonio, il sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione ha proclamato il lutto cittadino.

Funerali che, scrive Il Mattino, dovrebbero essere celebrati dall’arcivescovo di Napoli monsignor Domenico Battaglia, insieme a don Pasquale Paduano.

Ma prima dei funerali Antonio farà un ultimo passaggio davanti alla sua pescheria, lì dove ha perso la vita. Ad annunciarlo è  stato il figlio: “Per chi volesse salutare papà, passeremo davanti alla pescheria alle 14, dopodiché ci sarà il funerale alla Chiesa dello Spirito Santo. Io e la mia famiglia – è il messaggio del figlio di Antonio – ringraziamo tutte le persone che ci sono state accanto in questi giorni”.

L’INCHIESTA – Intanto non si fermano le indagini e la caccia ai killer di Morione. I carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata che stanno setacciando da giorni la zona, anche con l’aiuto di un elicottero, per rintracciare i tre occupati di una Fiat 500 di colore bianco utilizzata (e poi bruciata) per realizzare più colpi, a partire dalla rapina alla prima pescheria (“La rosa dei venti”) gestita da Giovanni, fratello di Morione.

Nelle scorse ore, attraverso le parole di Marco Izzo, legale della famiglia di “Tonio”, è emerso un ulteriore particolare su quei drammatici attimi. Il 41enne è stato ucciso perché colpito al volto da uno dei quattro proiettili esplosi da un rapinatore che lo aveva sorpreso a squarciare, armato di coltello, le ruote della vettura. Un gesto probabilmente nato per impedire la fuga.

Morione al momento della rapina si trovava all’esterno della pescheria. Ha visto scendere uno dei banditi e ha impugnato un coltello per bucare le ruote “dopo aver visto la pistola puntata in faccia alla figlia e alla nuora, due ragazze, entrambe minorenni, che stavano lavorando in pescheria. Voleva difendere loro, non l’incasso”. Queste le parole del legale Izzo riportate dal quotidiano Il Mattino.

Difendere la sua famiglia e le persone che quella sera (il 23 dicembre è una delle giornate più proficue per le pescherie napoletane che lavorano fino a tarda notte in vista della vigilia e del pranzo natalizio) erano presenti, oltre una decina tra familiari e clienti.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

 Il primo colpo nella pescheria del fratello: trovata un'auto bruciata nella notte. Pescivendolo ucciso, Tonio ammazzato da un colpo in faccia mentre bucava le ruote ai rapinatori. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 24 Dicembre 2021. Hanno prima rapinato la pescheria del fratello, sempre a Boscoreale (Napoli), portando via un incasso cospicuo, poi dopo pochi minuti, intorno alle 21.45 di giovedì 23 dicembre, sono arrivati a bordo di un’auto all’esterno della pescheria “Il delfino” di Antonio Morione. Un uomo è sceso dall’auto armato di pistola mentre gli altri due complici sono rimasti all’interno del veicolo con il motore acceso e pronti alla fuga. Qualcosa però è andato storto perché mentre il bandito intimava la consegna dei soldi, Morione, 41enne originario di Torre Annunziata che probabilmente era già a conoscenza della rapina subita dal fratello, si trovava all’esterno della pescheria: ha impugnato un coltello e iniziato a squarciare una ruota dell’auto.

Il rapinatore armato di pistola per guadagnare la fuga ha esploso quattro colpi, uno ha centrato in pieno volto il pescivendolo stramazzato al suolo agonizzante tra le urla delle persone presenti, una decina in tutto tra clienti e familiari (presenti anche la moglie e i figli). Mentre il commando fuggiva, sono stati allertati i soccorsi e poco dopo in via Giovanni Della Rocca è arrivata un’ambulanza e una gazzella dei carabinieri della locale stazione di Boscoreale.

“Tonio“, così come veniva chiamato da parenti ed amici, è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia dove è deceduto poco dopo in seguito alle gravi ferite riportate.

Una cittadina sconvolta quella di Boscoreale, distrutta dal dolore per l’inspiegabile morte di un commerciante molto conosciuto e apprezzato. Insieme al papà, scomparso nel novembre 2020, gestiva la pescheria da anni. Il fratello, Giovanni Morione, gestiva invece un’altra pescheria, “La Rosa dei Venti” in via Armando Diaz dove i rapinatori (probabilmente gli stessi) hanno realizzato il primo colpo, sparando una volta probabilmente per guadagnare la fuga.

Gli inquirenti infatti non escludono che la banda entrata in azione in via Giovanni Della Rocca, possa essere la stessa che poco prima aveva preso di mira la pescheria del fratello di Tonio. Un elemento che fortifica questa ipotesi è il fatto che sul posto sia stato recuperato il bossolo di un colpo esploso dai malviventi durante la fuga è risultato dello stesso calibro 9×21 dei quattro sparati all’indirizzo di Antonio Morione. Le indagini sono affidate ai carabinieri della Compagnia di Torre Annunziata e coordinate dalla procura oplontina guidata da Nunzio Fragliasso. Al vaglio anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Le indagini si indirizzano nella zona delle case popolari del Piano Napoli dove nella notte è stata ritrovata un’auto bruciata, probabilmente quella utilizzata per effettuare le rapine in una notte, come quella del 23 dicembre, dove le pescherie lavorano fino a notte fonda perché l’afflusso di clienti in vista del cenone della vigilia e del pranzo di Natale è considerevole, così come l’incasso.

“Voglio lanciare un appello a questi barbari: come potete guardare negli occhi le vostre mogli o fidanzate e i vostri figli, se li avete, sapendo di aver ucciso davanti ai figli e la moglie un onesto lavoratore nei giorni più belli dell’anno dedicati alla famiglia?”. E’ quanto dichiara il sindaco di Boscoreale, Antonio Diplomatico, rivolgendosi ai rapinatori che ieri sera hanno ucciso Antonio Morione. “Questi atti criminali – aggiunge Diplomatico – vanno condannati con la massima fermezza, e richiedono una vigorosa risposta delle istituzioni ad ogni livello. Per la comunità di Boscoreale questo Natale sarà molto triste, ed invito i miei concittadini ad un momento di riflessione e di preghiera in memoria di questa giovane vittima”. Diplomatico conclude esprimendo “a nome personale, di tutta l’amministrazione comunale e della comunità boschese profondo cordoglio e sentimenti di vicinanza alla famiglia di Antonio Morione” e “fiducia nell’operato della magistratura e delle forze dell’ordine, sicuro che sollecitamente assicureranno alla giustizia i delinquenti autori dello spietato omicidio”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Le fantastiche 4. Report Rai PUNTATA DEL 27/12/2021 di Roberto Persia 

Il business dietro la manutenzione delle scale mobili.

Nelle metropolitane di tutto il mondo, nei centri commerciali e negli aeroporti le scale mobili muovono 3 miliardi e mezzo di persone ogni giorno che si spostano su 800.000 impianti. Una volta installate, la partita che si gioca sui bandi delle pubbliche amministrazioni è quella della manutenzione: vale molti milioni di euro. Soldi che dovrebbero garantire la sicurezza dei passeggeri, ma che fanno i conti con la struttura oligopolistica di questo mercato. I ritardi nella fornitura di pezzi di ricambio sono soltanto la punta di un iceberg fatto di medie e grandi aziende che tendono ad assumere un atteggiamento autoprotettivo a discapito della clientela. Così i fermi degli impianti si prolungano e il disagio per l'utenza aumenta.

LE FANTASTICHE 4 di Roberto Persia ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Con 1 milione di unità l’Italia è il secondo paese al mondo per numero di ascensori dietro soltanto alla Cina, e abbiamo il record della scala mobile più lunga d’Europa, è a Potenza e misura 430 metri

MARIO GUARENTE- SINDACO DI POTENZA Nel 2010 sono state inaugurate e sono costate 14 milioni di euro Il costo complessivo di manutenzione in senso lato è di circa 2 milioni di euro l’anno.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO È proprio la manutenzione la gallina dalle uova d’oro delle multinazionali. Il mercato globale delle sale mobili vale oltre 63 miliardi di euro e con un fatturato di oltre 38 miliardi di euro nel 2020, Otis Elevator company, Schindler Group, Kone e Thyssenkrupp Elevator ne sono i leader; ma il vero business è nella manutenzione, secondo un report di Credit Swisse: infatti rappresenta il 47% delle vendite totali del settore e il 74% dei suoi profitti. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Con un milione di ascensori siamo secondi solo alla Cina. Non stiamo neppure messi male come scale mobili: 10.000. Buonasera, però abbiamo capito dalla piccola anticipazione che la vera gallina dalle uova d’oro è la manutenzione. Quali sono le problematiche connesse alla manutenzione lo abbiamo capito però nel 2018, quando alcuni tifosi di una squadra di calcio il CSKA di Mosca sono stati inghiottiti nel crollo della scala mobile nella metropolitana di Roma, quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. Secondo la procura che ha indagato la causa è la manomissione dei dispositivi di sicurezza e anche una mancata manutenzione. A rincarare la dose è stata anche una relazione del ministero dei Trasporti, che analizzando proprio questo tema della manutenzione, ha detto ci sono poche aziende che vanno in modalità di autotutela, auto protezione, questo a discapito della clientela. Quello della manutenzione è un tema importante, è finito anche sul tavolo dell’antitrust europeo. Ma con quali conseguenze? Il nostro Roberto Persia.

ROBERTO PERSIA Come funziona il mercato dei pezzi di ricambio delle scale mobili?

DIPENDENTE ATAC Le 4 multinazionali che producono i pezzi di ricambio agiscono da una posizione di forza: ti possono dire che oggi i pezzi li paghi 10 o domani li paghi 20 più iva. E poi in caso di somma urgenza vengono chiamate sempre le stesse ditte. Se le 4 aziende produttrici di pezzi di ricambio decidono di non fornirteli, poi finisce che succede quello che è successo a Repubblica.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO La ricaduta della strategia delle multinazionali è duplice

FRANCESCO TRAMARIN- AMMINISTRATORE UNICO TFA ELEVATORI S.R.L. In primis a carico dell'utente, perché comunque si trova ad avere degli impianti meno sicuri e ad avere dei costi maggiori: un pezzo di un impianto di multinazionale può costare 2-3 volte di più.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Nella metropolitana di Roma dopo un anno ha riaperto la fermata di Castro Pretorio. Il 24 dicembre 2021 è toccato a Policlinico chiusa da Novembre 2020

MARGHERITA CANTELLI- COORDINATRICE NAZIONALE POTERE AL POPOLO La motivazione è stata per la manutenzione delle scale mobili. La domanda però che noi ci poniamo è: ci vuole così tanto tempo per effettivamente cambiare, sostituire queste scale mobili? ROBERTO PERSIA Ci sono stati problemi anche per la fornitura dei pezzi?

EUGENIO PATANÈ- ASSESSORE ALLA MOBILITA’ ROMA Guardi mi hanno raccontato che c’è stato anche questo. Io purtroppo è da 50 giorni che sono assessore quindi..

ROBERTO PERSIA A luglio 2021 Atac dichiara 173 impianti di traslazione fermi

EUGENIO PATANÈ- ASSESSORE ALLA MOBILITA’ ROMA Una cosa molto importante è che noi dovremo certamente migliorare, perché non è possibile che noi continuiamo con il 25% di impianti di traslazione fermi Tu sai quando un impianto di traslazione arriva a fine vita e non devi farlo arrivare a fine vita per programmare la sua manutenzione.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Nel 2007 la commissione europea ha condannato Otis, Schindler, Thyssenkrupp e Kone ad una multa di 992 milioni di euro: si tratta della seconda sanzione più pesante mai emessa per la fissazione dei prezzi. I paesi maggiormente colpiti dal cartello sono stati Belgio, Germania, Lussemburgo e Olanda. Le aziende formavano un cartello che si spartiva anche le quote per la manutenzione. Il commissario europeo alla concorrenza di allora, Neelie Kroes, disse che il danno sarebbe durato per molti anni.

DARIO DE LUCA SINDACO DI POTENZA DAL 2014-2019 Non c’è verso di avere questi materiali per canali ordinari, non esiste un mercato vero e proprio dei pezzi di ricambio.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO A Torino la Otis si è assicurata i suoi impianti nella metropolitana. Dal 2014 al 2020 ne ha gestito la manutenzione.

ROBERTO PERSIA A quali cifre?

ALDO CURATELLA CONSIGLIERE COMUNALE DAL 2016 AL 2021- TORINO il bando complessivamente sui 6 anni era intorno agli 8 milioni e tre.

ROBERTO PERSIA Il bando è scaduto nel 2020.

ALDO CURATELLA CONSIGLIERE COMUNALE DAL 2016 AL 2021- TORINO La città ha deciso di fare un nuovo bando questa volta il bando è stato vinto da una azienda che si chiama Marrocco.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO E non sono garantiti tempi certi di intervento per la mancanza di una scorta di pezzi di ricambio

ALDO CURATELLA CONSIGLIERE COMUNALE DAL 2016 AL 2021- TORINO La dilatazione dei tempi nasce in modo naturale nel momento in cui non ho un componente a disposizione perché nel precedente bando erano indicati anche i tempi di approvvigionamento dei componenti.

ROBERTO PERSIA Come può essere definita questa pratica di mercato?

MICHELE TAMPONI- PROF. DIRITTO COMMERCIALE LUISS GUIDO CARLI Fidelizzazione esasperata, che rende però il cliente prigioniero di una determinata tecnologia, oppure dell'impegno di approvvigionarsi dei prodotti di consumo da quel fornitore

FRANCESCO TRAMARIN- AMMINISTRATORE UNICO TFA ELEVATORI S.R.L. Il loro obiettivo è quello della concentrazione di mercato per non avere concorrenza, vanno ad acquisire le piccole e medie aziende. Tu magari sei proprietario di una scala mobile, dici voglio cambiare azienda, arriva magari la pinco pallino, però se ti vai a fare una visura camerale ROBERTO PERSIA Scopro che dentro c’è Otis, magari.

FRANCESCO TRAMARIN- AMMINISTRATORE UNICO TFA ELEVATORI S.R.L. Scopri che dentro c’è Otis, ma piuttosto che una azienda media.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO …e noi le visure le abbiamo fatte: Otis Italia è del gruppo Cypress che partecipa a numerose altre aziende del settore che si occupano di installazione e manutenzione di ascensori e scale mobili. Mentre la Schindler SPA direttamente o per il tramite di un’altra società partecipa a 23 aziende e la Kone SPA a 22. Attraverso queste partecipazioni a crescere non è solo il fatturato delle multinazionali, ma soprattutto il loro portafoglio di clienti in tutta Italia.

MICHELE TAMPONI- PROF. DIRITTO COMMERCIALE LUISS GUIDO CARLI L'acquisizione diventa killer nel momento in cui essa avviene allo scopo pressoché esclusivo di togliere quel potenziale concorrente dal mercato. In questo caso potrebbe finire sotto la lente dell'Antitrust.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Le scale mobili ad Assisi dove gli impianti collegano i parcheggi di Mojano e porta nuova con il centro della città, erano state costruite da una azienda italiana

STEFANIA PROIETTI- SINDACA ASSISI La scala mobile risale ad oltre, ad almeno 30 anni fa. E da quello che sappiamo le scale furono costruite dalla FIAM. ROBERTO PERSIA È ancora un’azienda italiana a tutti gli effetti?

STEFANIA PROIETTI- SINDACA ASSISI Da quello che sappiamo no, perché è stata acquisita dalla Kone

ROBERTO PERSIA Nel parcheggio di Mojano il comune di Assisi a chi si è affidato per la costruzione delle scale mobili?

STEFANIA PROIETTI- SINDACA ASSISI Le scale mobili, parte meccanica sono state costruite, fornite da Kone.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Nel quartiere del Vomero a Napoli le scale mobili intermodali, per un progetto di città obliqua, dovevano servire a creare un’alternativa all’utilizzo delle automobili.

GENNARO CAPODANNO- PRESIDENTE DEL COMITATO VALORI COLLINARI Vengono denominate scale immobili, perché in questi 19 anni quasi sono stati più i periodi che sono stati fermi per lavori di manutenzione.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Ferme, “ma non oltre il 90% medio di funzionamento annuo”, specifica il comune di Napoli, che queste scale le aveva fatte istallare a una ditta italiana la Paravia, poi acquisita dalla Otis Italia.

ROBERTO PERSIA È capitato che queste scale rimanessero ferme per mancanza di pezzi di ricambio.

GENNARO CAPODANNO- PRESIDENTE DEL COMITATO VALORI COLLINARI Questa scala che alle mie spalle va soggetta a frequenti fermi. È chiaro che in una situazione nella quale c'è una sorta di monopolio, poi dopo diventa difficile poter avere la disponibilità. ROBERTO PERSIA Come si potrebbe ovviare a questo problema?

GENNARO CAPODANNO- PRESIDENTE DEL COMITATO VALORI COLLINARI Si potrebbe ovviare attraverso un magazzino di pezzi di ricambio da avere a piè d'opera nel momento in cui c'è la manutenzione programmata.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Roma è tristemente famosa tra i turisti stranieri per le fermate chiuse della metropolitana. E purtroppo non è solo una questione d’immagine.

DARIO DONGO Ora noi vorremmo andare a Piazza del Popolo. Però qui non c’è un ascensore. e allora speriamo che funzioni il servoscala.

ROBERTO PERSIA …e in questo caso la scala mobile è anche ferma

DARIO DONGO Non funziona? In questo caso generalmente ci si affida a squadre di volontari che dopo aver smontato la sedia mi portano a spalle su per la gradinata.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Nella metro di Roma gran parte degli impianti sono a firma Otis, Schindler, Thyssenkrupp e Kone. Nel 2017 il bando per la loro manutenzione da 23 milioni di euro era stato vinto con un ribasso di quasi il 50% da un’associazione temporanea di imprese, la Metroroma Scarl, composta dalla Del Vecchio srl e dalla Grivan Group srl. Ettore Bucci, oggi indagato con altre 13 persone per il crollo della scala mobile nella fermata Repubblica. all’epoca dei fatti era il responsabile unico del procedimento di ATAC per l’appalto con Metroroma Scarl.

ROBERTO PERSIA Ma Metroroma S.c.a.r.l. ha mai avuto degli ostacoli nel reperire le parti di ricambio delle scale mobili?

ETTORE BUCCI- RESPONSABILE UNICO DEL PROCEDIMENTO Sì, loro hanno avuto ostruzionismo industriale sostanzialmente.

ROBERTO PERSIA Roma Capitale non sa di questa difficoltà nella gestione della manutenzione?

ETTORE BUCCI- RESPONSABILE UNICO DEL PROCEDIMENTO Sa tutto, sa tutto.

ROBERTO PERSIA FUORI CAMPO Il bando sarebbe dovuto durare 3 anni, ma il 25 marzo 2019, dopo i fatti della stazione di Repubblica, con un tweet, l’allora sindaca Raggi comunica di averlo ritirato valutando azioni risarcitorie nei confronti di Metroroma scarl: “per gravi e inconfutabili ragioni.

ROBERTO PERSIA Atac in un momento di emergenza si è affidata alla manutenzione delle ditte che erano costruttrici di quelle scale mobili e di quegli ascensori presenti nella metropolitana.

GIUSEPPE BUSIA- PRESIDENTE ANAC Questa procedura negoziata alla quale hanno invitato Schindler, Otis, Kone e Thyssenkrupp ha l’anomalia di essere un affidamento diretto a 4 operatori, invece di fare la gara aperta perché l’entità dell’appalto lo richiedeva in modo che questi operatori siano in concorrenza vera fra loro.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Cioè invece di stimolare la concorrenza, l’hanno riunita. E così invece di spendere 7 milioni e mezzo di euro in un anno, ne hanno spesi 8 e mezzo. Bel colpo. Ora il comune di Roma e Atac ci dicono che non sono a conoscenza di pratiche di ostruzionismo. Schindler e Otis ci dicono, invece che loro trattano tutti nella stessa maniera. Insomma è un po’ quello, se ci consentite quello di cui ci lamentiamo. Eppure la mobilità dovrebbe essere un diritto garantito, soprattutto per i diversamente abili. Quante scale mobili, quanti ascensori, quanti servoscala sono rotti? Dovrebbero pensarci gli enti locali ma in queste condizioni di monopolio resta sicuramente difficile. E nulla è valsa la multa comminata dalla commissione europea, salatissima, tra le più alte della storia, circa un miliardo di euro alle multinazionali. Quando invece il tema della manutenzione, che significa anche poi prevenzione, è un tema importantissimo e a volte può valere la vita o la morte.

Smart Tv: chi guarda chi? Report Rai PUNTATA DEL 27/12/2021 di Lucina Paternesi 

Siamo sicuri che siamo solo noi a guardare la tv o è lei a guardare noi?

In Italia ci sono quasi 120 milioni di televisioni, 15 milioni delle quali ormai hanno una connessione a internet. La pandemia ha fatto decollare dotazioni e connessioni digitali e la lunga permanenza in casa ha fatto sì che fosse maggiore anche il tempo trascorso davanti a uno schermo. Con l’arrivo del nuovo digitale terrestre e dei bonus stanziati dal Governo stiamo rottamando le vecchie tv affascinati dalle infinite possibilità offerte dalle piattaforme streaming. Film, serie televisive, documentari, cartoni animati, partite di calcio: l’obiettivo è non spegnere mai lo schermo. Nei laboratori dell’Imperial College, a Londra, Report ha testato ogni funzione e ogni piattaforma per scoprire che tra gli elettrodomestici intelligenti sono proprio le smart tv quelle che più di tutti contattano terze parti, condividono informazioni sensibili e, soprattutto, tracciano ogni nostra attività. Ma cosa sanno di noi queste piattaforme? Siamo sicuri che siamo solo noi a guardare la tv o è lei, ormai, a guardare noi?

SMART TV CHI GUARDA CHI? di Lucina Paternesi

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, bentornati. Il nuovo standard digitale, per quello che riguarda le televisioni, entrerà in vigore nel 2023 però, già adesso, voi potete fare un test. Sintonizzatevi sul canale 100 e vedete se vedete qualcosa, quello è un test perché se non vedete nulla, da qui al 2023 avete due possibilità, o buttate il televisore e ne comprate uno nuovo, oppure vi fornite di un bel decoder però intanto in questi anni, in questi mesi, c’è stato chi si è portato avanti con il lavoro, ha cominciato ad acquistare, anche grazie agli incentivi di governo le smart tv, cioè quelle televisioni intelligenti anche perché è sbocciata, è esplosa la passione per le piattaforme streaming e pensate che, solo nell’ultimo anno, sono incrementati gli utenti del 50%, oggi sono 24 milioni gli italiani che le utilizzano. Però; quando vengono utilizzate queste televisioni intelligenti, insomma, qual è il prezzo, il costo che dobbiamo pagare? La nostra Lucina Paternesi.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Con l’arrivo del nuovo digitale terrestre, le vecchie tv vanno in pensione.

LUCINA PATERNESI Per continuare a vedere la televisione è proprio necessario acquistare una nuova tv?

FEDERICO CAVALLO - RESPONSABILE RELAZIONI ESTERNE ALTROCONSUMO Se attualmente noi già vediamo i canali sul nostro dispositivo di casa i canali dal 500 in su, quelli in alta definizione, in questo momento non c’è nessuna urgenza. Cioè noi sappiamo già che saremo a posto almeno fino a gennaio 2023.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO La trasformazione avverrà in due fasi: da ottobre 2021 alcuni canali sono passati in HD, mentre il nuovo standard digitale entrerà in funzione tra un anno e mezzo. Eppure, grazie ai 150 milioni stanziati dal Governo per bonus tv e bonus rottamazione è partita la corsa all’acquisto dei nuovi dispositivi.

LORENZO CORTONI - IMPRENDITORE Da quando è arrivato il bonus tv siamo intorno credo al 30% circa come aumento di vendite, la spesa media stiamo intorno a 300-400 euro circa.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Per le vecchie tv basterebbe comprare un decoder, spesa media 30 euro. E invece oggi buttiamo via 20 milioni di apparecchi attratti dalla possibilità di navigare con la TV dal salotto di casa.

 ENEA SPINELLI - SPINELLI HOME ENTERTAINMENT Questi nuovi prodotti hanno a bordo una piattaforma Android che è del tutto simile a quella che è installata sui nostri telefonini e ci consente la visione di app gratuite e a pagamento.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Quando diamo il via alla prima installazione sulla Smart TV delle APP da Amazon a Netflix appaiono le informazioni sulla privacy. Sono talmente fitte che difficilmente vengono lette, e si procede con l’istallazione premendo OK.

HAMED HADDADI - DIRETTORE DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Dentro ci trovi già integrati tutti i grandi player: Amazon services, Netflix, Youtube, Google, Facebook systems. LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Qual è il segreto del successo di queste app. E, soprattutto, siamo sicuri che siamo solo noi a guardare la tv, o è anche lei a guardare noi?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora non è poi così proprio fuori luogo la domanda. Ora su 120 milioni di televisori, ben 15 milioni sono collegati ormai ad internet e ruotano su sistemi operativi Android o Google, i quali però memorizzano tutto quello che viene visto. In sostanza, vedono cosa vedi, memorizzano cosa vedi, per quanto tempo lo vedi e persino anche con chi lo vedi perché se io vedo dei cartoni animati perché ci sono i bambini, loro intuiscono che c’è una presenza di minori. Insomma, in altre parole, raccolgono dati, si chiamerebbe profilazione ma per conto di chi e per che cosa raccolgono i dati?

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Produzioni milionarie, film, serie tv da divorare episodio dopo episodio. L’obiettivo non spegnere mai la tv. Qual è il segreto di Netflix?

GINA KEATING - GIORNALISTA E ANALISTA FINANZIARIA L’algoritmo di Netflix, Cinematch, è stato fondamentale per il suo successo. Si ispira al tipico commesso di Blockbuster, che ti consigliava il film successivo quando ne riconsegnavi uno.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Autrice di un libro e di un documentario, Gina Keating, ha seguito le vicende di Netflix sin dal principio, prima di rifugiarsi nel suo ranch in Texas.

GINA KEATING - GIORNALISTA E ANALISTA FINANZIARIA Hanno iniziato con il noleggio dei dvd per posta. Poi hanno capito che se, volevano far fuori la concorrenza, dovevano diversificarsi. Così è nato il concetto di abbonamento e la possibilità di fare tutto online è stata la ciliegina sulla torta. LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Con 200 milioni di abbonati nel mondo oggi Netflix è il colosso dello streaming, con un fatturato da quasi 7 miliardi di dollari.

GINA KEATING - GIORNALISTA E ANALISTA FINANZIARIA Netflix conosce i gusti precisi del pubblico da più di vent’anni e queste informazioni servono per capire in quali produzioni investire, e come evitare che si disdica l’abbonamento.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Un algoritmo intelligente e la possibilità di seguire l’evoluzione del gusto e delle abitudini degli spettatori. Lui sa tutto su di noi, noi invece non siamo in grado di sapere quali informazioni sono in possesso di Netflix.

GINA KEATING - GIORNALISTA E ANALISTA FINANZIARIA Non sappiamo quali siano gli show più visti, da dove vengano i suoi abbonati e quanto tempo restino davanti allo schermo. La mancanza di trasparenza e l’attenzione alla riservatezza sono parte integrante del modello di business.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Per capire quanta ingegneria c’è dietro uno schermo siamo andati a Londra, all’Imperial College. In questo laboratorio da anni il team del professor Haddadi studia il traffico internet generato dagli elettrodomestici intelligenti e le possibilità che vengano hackerati smart speaker, bollitori, intelligenti, friggitrici ad aria e smart tv.

HAMED HADDADI - DIRETTORE DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE In questo modo anche la televisione è diventato un device personale, proprio come uno smartphone, solo più grande. LUCINA PATERNESI Che tipo di informazioni possono avere su di noi?

HAMED HADDADI - DIRETTORE DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Che programmi guardi, a che ora del giorno ma anche chi sta guardando quel programma, se il pomeriggio la tv è sintonizzata sui cartoni possono sapere che in casa ci sono dei bambini. Tutte informazioni utilissime che finiscono in mano agli sviluppatori, cioè al produttore della tv, ma anche a terzi.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Grazie a una partnership con l’americana Northeastern university, i ricercatori dell’Imperial College hanno scoperto che molte delle app che troviamo già preinstallate sulle nostre tv possono inviare dati sensibili a produttori e fornitori, nascondere tracker che spiano le nostre attività e connettersi a server e a indirizzi non richiesti e soprattutto non necessari per vedere la TV.

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE La cosa più semplice che mi aspetterei è che la mia televisione contatti soltanto il server di Netlifx nel momento in cui guardo Netflix, purtroppo non è così.

LUCINA PATERNESI Grazie a un codice elaborato dai ricercatori è possibile intercettare e filtrare gli indirizzi internet a cui la tv si connette appena accesa e, anche se non ci siamo registrati con un account su NETFLIX, la tv si connette ai suoi server e può inviare informazioni.

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Le destinazioni contattate sono Netflix.com, Netflix ancora, Netflix, un’altra destinazione di Netflix.

LUCINA PATERNESI Quindi anche se noi non abbiamo un account.

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Automaticamente la televisione si collega a Netflix.

LUCINA PATERNESI Ma che dati inviano a queste destinazioni?

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE L’informazione è criptata, significa che la possono vedere soltanto il server a cui sta arrivando e il client quindi la televisione.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Ogni volta che l’accendiamo la nostra tv si collega a tantissime destinazioni che non sono necessarie per fornire il servizio. Che succede invece quando i nostri bambini guardano un cartone animato su Disney+?

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Netflix ancora contattato in background, analytics.disney+.com anche questa, analytics, potrebbe riguardare un utilizzo di analitica dell’app Disney+.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Tra tutti gli elettrodomestici collegati ad internet, friggitrici, assistenti vocali e frigoriferi, sono proprio le tv quelle che più di tutti contattano le cosiddette terze parti.

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Le più pericolose riguardano la pubblicità e il tracking, sono tutti quei servizi che fanno una sorta di profilazione dell’utente.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Un esempio? Basta aprire l’applicazione DAZN, già preinstallata sul televisore.

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Si collega a terze parti anche senza avere alcun account. Dazn contatta Google analytics.com e doubleclick.net, altro profilo relativo a Google.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO DAZN fa capo al miliardario di origini ucraine Len Blavatnik. La sua holding Access Industries vanta partecipazioni dal petrolio all’acciaio fino a società come Zalando, Spotify e la casa discografica Warner Music. Tra i 60 uomini più ricchi del mondo ha strappato a Sky i diritti per la trasmissione delle partite di serie A mettendo sul piatto 840 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni e una partnership con Tim. Il costo dell’abbonamento è di 30 euro al mese, ma paghiamo anche un prezzo nascosto con i nostri dati che Dazn invia a Google che li userà per scopi pubblicitari. Una delle sue sedi inglesi è in questo grattacielo di Londra, quartiere Hammersmith.

LUCINA PATERNESI Salve, buongiorno. Sono una giornalista della tv pubblica italiana, posso fare qualche domanda? Volevamo chiarire alcuni aspetti relativi alla privacy della vostra applicazione…

DIPENDENTE DAZN No, no, non c’è nessuno, andate via.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Con noi Dazn non parla. Ma come ci possiamo difendere?

ANNA MARIA MANDALARI - RICERCATRICE ASSOCIATA DYSON SCHOOL OF DESIGN ENGINEERING IMPERIAL COLLEGE Un modo per proteggerci dalla profilazione è quello di resettare spesso questo ID che ci permette di essere identificati univocamente nella rete. Su Impostazioni, termini e privacy, qui è possibile vedere dov’è il nostro ID per servizi di personalizzazione.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Resettare l’ID significa azzerare ogni nostra azione memorizzata. Ma non è l’unica arma a disposizione.

GUIDO SCORZA - COMPONENTE GARANTE PRIVACY Un utente curioso può fare la famosa istanza di accesso, può chiedere a uno o più fornitori di servizi state trattando i miei dati? Si o no e se sì, cosa ci state facendo?

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Abbiamo provato a chiederlo direttamente al nostro produttore, LG. Ottenere i dati è più difficile che scalare una montagna. Prima di averli indietro LG ci ha chiesto di dimostrare di essere realmente noi i proprietari esclusivi dell’apparecchio. Abbiamo quindi dovuto fornire il nome del modello, l’indirizzo MAC della tv, la città da cui la utilizziamo, e altre informazioni legate in modo univoco al nostro apparecchio. E infine, scattarci una foto davanti alla tv con un cartello riportante il nostro indirizzo email. Il nostro impegno, però, è stato ripagato. E dalla Corea ci sono tornate indietro tutte le informazioni richieste: una serie infinita di dati relativa al nostro utilizzo. Cosa abbiamo guardato, in streaming o sul digitale, per quanto tempo, le ricerche sull’app, gli aggiornamenti. Tutto registrato, memorizzato e custodito in Corea.

LUCINA PATERNESI Quanto è importante per le nostre democrazie che ciò che noi guardiamo resti nel salotto di casa.

VINCENZO MARIA VITA - SOTTOSEGRETARIO DI STATO PER LE COMUNICAZIONI 1996-2001 La democrazia viene lesa nelle sue fondamenta, non pensiate che quello che noi guardiamo in televisione non sia registrato da qualche parte. Cioè se io vedo Report, Presa diretta, i talk sapranno che io sono politicamente dentro un… no sto scherzando…ll rischio maggiore, come è venuto fuori abbondantemente, è che i nostri profili servano a influenzare l’opinione pubblica e noi stessi.

STEFANO ROSSETTI - AVVOCATO PER LA PROTEZIONE DEI DATI NOYB VIENNA Il sistema operativo della tv genera questi ID pubblicitari e li invia, esattamente come fa un cellulare. Se torni a casa e connetti il tuo cellulare allo stesso wi-fi, possono riconciliare queste due differenti esperienze e memorizzarle per un futuro utilizzo.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Non c’è solo il produttore. Come abbiamo visto dentro alla tv girano tantissime applicazioni che generano un traffico Internet in codice, cifrato. A Vienna, il team di legali del NOYB, il centro europeo per i diritti digitali, ha analizzato in lungo e il largo le privacy policy di tutte queste piattaforme, per capire se rispettano la normativa europea.

LUCINA PATERNESI Quali sono le principali violazioni al Regolamento europeo sulla privacy che avete riscontrato?

STEFANO ROSSETTI - AVVOCATO PER LA PROTEZIONE DEI DATI NOYB VIENNA Prevalentemente una cattiva informazione sulle finalità del trattamento e sulle basi legali utilizzate.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Cioè le piattaforme non ci informano correttamente su quale uso fanno delle informazioni che prendono su di noi e distribuiscono a terzi. Come per LG, abbiamo quindi chiesto a tutte le piattaforme più importanti, la lista dei dati in loro possesso, le basi legali del trattamento e, soprattutto, una lista dei destinatari a cui finiscono in mano i nostri dati. Netflix, Disney+, Amazon Prime, Apple TV ci hanno risposto, in prima battuta, che è possibile scaricare online una copia dei dati in loro possesso.

STEFANO ROSSETTI - AVVOCATO PER LA PROTEZIONE DEI DATI NOYB VIENNA C’è una chiara violazione del diritto di accesso. Abbiamo presentato 11 reclami nei confronti di varie piattaforme di streaming proprio perché le soluzioni di download che avevano implementato a nostro avviso non contemplavano una copia perfetta di tutti i dati disponibili.

LUCINA PATERNESI Sono passati 3 anni che fine hanno fatto questi reclami?

STEFANO ROSSETTI - AVVOCATO PER LA PROTEZIONE DEI DATI NOYB VIENNA Niente, non ne sappiamo nulla.

LUCINA PATERNESI Ma è lecito, se io accendo la tv e non ho un abbonamento a Netflix, che venga contattata comunque la destinazione dei server di Netflix?

GUIDO SCORZA - COMPONENTE DEL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI Nella misura in cui questo accade la libertà di scelta non c’è. Quello che ci servirebbe sapere, per poter ipotizzare trattamenti illeciti di dati personali, è che prima che l’utente sia arrivato all’informativa sulla privacy di Netflix, ci sono già i suoi dati personali.

LUCINA PATERNESI FUORICAMPO Abbiamo chiesto anche a Raiplay, la piattaforma streaming della Rai.

LUCINA PATERNESI Questa è la risposta che ci ha mandato la Rai.

STEFANO ROSSETTI - AVVOCATO PER LA PROTEZIONE DEI DATI NOYB VIENNA Rinviano alla loro privacy policy, in teoria, come utente, hai diritto a una risposta specifica sulle domande che hai fatto.

LUCINA PATERNESI È sufficiente ad esaudire la nostra curiosità?

GUIDO SCORZA - COMPONENTE DEL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI Non è sufficiente, nel senso che quale sia la finalità e quale sia la base giuridica del trattamento in ogni caso mi va dichiarato. Il problema vero è normalmente queste informative sono dei contenitori di una quantità industriale di informazioni che non consentono all’utente di capire.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora abbiamo fatto, per completezza la due diligence, alla nostra piattaforma Raiplay che però si comporta correttamente. Insomma, loro dicono che utilizzano le informazioni esclusivamente per far funzionare, per collegarsi agli applicativi che consentono di fornire il servizio migliore. È un po' più tirchia quando si tratta di dare agli utenti le informazioni che li riguardano come previsto dalla normativa. Ecco ma per rendere questo, la risposta più intellegibile e facilmente accessibile, Raiplay rinvia all’informativa estesa pubblicata che si trova sul proprio sito internet ed è completa di tutti gli elementi utili. Ora la Rai si comporta correttamente ma il rischio, l’abbiamo capito, c’è. Quando accendi una smart tv è come se poi accettassi che un venditore, un rappresentante di aspirapolveri, a tua insaputa, si sedesse a fianco a te, sul, nel salotto di casa. E ascoltasse anche quelli che sono i tuoi bisogni, le tue necessità per poterti vendere poi il prodotto migliore. Abbiamo anche scoperto che, nel momento che tu accendi una tv, una smart tv LG, per esempio da Canicattì, le tue informazioni finiscono in Corea. Poi, puoi anche chiedere che cosa avete raccolto in tema di dati su di me? Loro, dopo un delirio, te li restituiscono, ti fanno veder cosa hanno raccolto su di te ma insomma ci si capisce poco perché molti sono dati criptici. Abbiamo anche scoperto che invece quando accendi semplicemente la televisione, anche se non accetti l’iscrizione, non ti iscrivi, non ti registri, non accetti le modalità della privacy a Netflix, Netflix raccoglie ugualmente delle informazioni e, su nostra richiesta, ci risponde che, quando l’app è inattiva, le informazioni che riceve sono però limitate, servono esclusivamente per migliorare la performance del servizio e, quelle informazioni che racchiudono l’IP della persona con la posizione, riguardano un’indicazione, una posizione generica per quello che riguarda l’identità dell’utente e poi dicono che non vengono ceduti dati a terzi e non raccolgono dati da altre applicazioni. Insomma, Netflix se le tiene per sé. Dazn invece le passa a Google, anche se dice, lo facciamo in base alle normative vigenti. Insomma, male che va, bene che va, è un boomerang che ti ritorna sotto qualche offerta di prodotto se, invece, va male si tratterebbe anche di una profilazione politica perché, memorizzando le trasmissioni che tu guardi, i talkshow, gli approfondimenti puoi anche avere un identikit delle passioni politiche dell’utente. Ecco, insomma, tutto questo poi, se si vuole far saltare o confondere le idee, basterebbe resettare l’ID personalizzato dell’utente. E come fai? Vai su impostazioni, sulla parte della privacy e resetti l’ID. Insomma, tutto questo per vedere un po' di televisione intelligente. Pensate quando sarà introdotto il 5G e verranno connesse friggitrici, bollitori, caffettiere… mamma mia…

Il ritorno del dragone. Report Rai PUNTATA DEL 20/12/2021 di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini

Collaborazione di Norma Ferrara ed Eleonora Zocca

 Report torna ad analizzare le telecamere di sicurezza..

A maggio Report aveva svelato anomalie sulle telecamere di sicurezza di una nota marca cinese piazzate a sorvegliare una importantissima sede Rai. Dopo lo scoop abbiamo ricevuto numerose segnalazioni tra cui una inquietante: una simile anomalia ha colpito anche l’aeroporto di Fiumicino. Chi controlla gli occhi elettronici che ci sorvegliano ogni giorno? E cosa succederà alla gara Consip da ben 65 milioni di euro aggiudicata a ottobre che potrebbe aprire le porte degli edifici governativi italiani a decine di migliaia di dispositivi che in altri Paesi sono banditi?

IL RITORNO DEL DRAGONE di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella Collaborazione di Eleonora Zocca e Norma Ferrara Immagini Paolo Palermo – Fabio Martinelli Montaggio Riccardo Zoffoli

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO La Rai è un’azienda strategica del nostro paese. Il fornitore principale delle telecamere intelligenti è la Hikvision. Lo stato cinese ne ha il controllo societario con una quota del 42%. Abbiamo deciso di fare un esperimento: con un consulente esperto in cyber security siamo penetrati dentro il sistema di videosorveglianza della Rai per capire cosa accade ai dati catturati dalle telecamere ogni volta che riescono a connettersi alla rete.

FRANCESCO ZORZI – ESPERTO CYBERSICUREZZA Questi sono gli indirizzi IP locali che stanno comunicando sia in broadcast ma anche con l’esterno. Quelle che prima stavano provando a cercare di comunicare, adesso iniziano a comunicare.

GIULIO VALESINI Dove sono piazzati?

FRANCESCO ZORZI – ESPERTO CYBERSICUREZZA Questi sono quelli dove ci sono accessi praticamente delle persone, dunque sistemi di controllo dei badge piuttosto che tornelli.

GIULIO VALESINI Sono quelle telecamere che inquadrano i volti di chi entra e di chi esce?

FRANCESCO ZORZI – ESPERTO CYBERSICUREZZA Esatto. E trovano delle comunicazioni verso dei server che sono registrate in sostanza dalla Hikvision e sono di Zhejiang.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO La scoperta è inquietante. Il sistema in teoria è chiuso, ma se lo si apre a internet, come ad esempio per una manutenzione, in pochi minuti vede migliaia di tentativi di comunicazione con l’esterno, delle telecamere che puntano gli ingressi del centro di produzione della Rai. I dati sensibili delle persone che entrano, quindi, sono accessibili dall’esterno e vengono inviati proprio in Cina.

FRANCESCO ZORZI –ESPERTO CYBERSICUREZZA Esatto, comunicano con i server che abbiamo rilevato essere registrato da Alibaba cloud computing in Cina.

GIULIO VALESINI Quindi queste telecamere dialogano con server in Cina.

FRANCESCO ZORZI – ESPERTO CYBERSICUREZZA Dialogano con server che alla fine il server primario è un server statunitense, seguono poi, sono riconducibili…

GIULIO VALESINI Il messaggio finale arriva in Cina?

FRANCESCO ZORZI – ESPERTO CYBERSICUREZZA Sì, sono registrate proprio da un ente collocato in Cina.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Dunque i nostri dati sensibili vengono inviati verso un server che è registrato negli Stati Uniti e poi finiscono in Cina, in una regione dove ha sede proprio la Hikvision, la casa madre delle telecamere. Avevamo all’epoca allertato subito la security Rai che aveva posto immediatamente rimedio. Però da quel momento in poi abbiamo ricevuto delle segnalazioni che ci hanno fatto capire che quello non era un caso isolato. E il tenore delle mail che sono arrivate in redazione era proprio questo: “avete colto nel segno, per quello che riguarda le telecamere di videosorveglianza, ogni tanto tentano di connettersi con dei server esterni al nostro paese e tentano di inviare informazioni”. Ora tra le segnalazioni ce ne è una che è forse la più inquietante: quella che riguarda l’aeroporto di Fiumicino, quando 140 telecamere tutte insieme all’improvviso hanno tentato di connettersi più volte ma non poche volte, in maniera intensa complessivamente oltre un milione e mezzo di volte – e hanno tentato di connettersi a un indirizzo IP fino a oggi sconosciuto. Hanno tentato di mandare dati sensibili oppure c’è stato qualcuno che da remoto ha tentato di controllare la rete di videosorveglianza di un luogo strategico per il Paese? Fatto sta che questo è un fatto che apre degli scenari abbastanza inquietanti e che è diventato oggetto di attenzione dei nostri apparati di sicurezza. I nostri Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Aeroporto internazionale di Fiumicino. Il più grande d'Italia. Nel 2019, prima del Covid, da qui sono transitate quasi 45 milioni di persone che vengono videoriprese anche per prevenire attacchi terroristici. Ci sono telecamere ovunque, soprattutto di Hikvision. Pubblicità

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, allora parliamo di telecamere di siurezza. Un anno fa avevamo scoperto che le telecamere Hikvision montate in Rai, ogni tanto cercavano di dialogare all’esterno mandando informazioni su server che erano registrati negli Stati Uniti e poi andavano in Cina, proprio in quelle regioni dove c’era casa madre Hikvision. Poi avevamo avvisato la nostra security che aveva posto immediatamente rimedio ma successivamente abbiamo scoperto che non era un caso isolato. E’ successo anche a Fiumicino dove 140 telecamere Hikvision ad un certo punto hanno cominciato a tentare di collegarsi ad un sito che aveva un IP sconosciuto e lo hanno fatto anche con una certa insistenza, oltre 1 milione mezza di volte non sappiamo se per mandare informazioni o se era in corso un attacco informatico per controllare, gestire le telecamere di videosorveglianza di un luogo strategico per il nostro paese. In seguito proprio a questa nostra denuncia, Consip che è la centrale per gli acquisti della pubblica amministrazione prima dell’imminenza della chiusura di una gara da 65 milioni di euro che avrebbe comportato l’installazione di telecamere nelle nostre pubbliche amministrazioni, nei comuni, negli enti, negli immobili della pubblica amministrazione, visto che c’era una vulnerabilità ha chiesto come comportarsi al DIS, cioè ai nostri servizi di sicurezza. Questo perché le telecamere fabbricate in Cina hanno una vulnerabilità per legge se costrette, devono dare i dati a Pechino. Ora in questo periodo poi è successo anche che alcune telecamere fabbricate in Cina come Hikvision hanno sostanzialmente perso il certificato ONVIF che è un certificato che certifica la loro abilità a “dialogare” con telecamere di altri marchi. Ora questo comporta una grana in casa CONSIP tutta da gestire e poi come la mettiamo con le telecamere che sono state già installate?

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO È il primo aprile del 2015, al sistema di videosorveglianza succede qualcosa di anomalo. Un responsabile della rete informatica si accorge di una grave anomalia nel funzionamento di oltre cento telecamere. Manda un alert interno di cui Report è entrato in possesso. È un’e-mail indirizzata alla Sigma spa. La società che aveva l’appalto per l’installazione delle telecamere che controllavano tutte le scale mobili di Fiumicino. Il documento avvisava: “C’è un problema urgente con le telecamere Hikvision”

MASSIMILIANO CESARONI – AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Mandavano richieste di connessione ad un particolare indirizzo IP la cui sigla mi sembra cominciasse per 192.

GIULIO VALESINI Corretto.

MASSIMILIANO CESARONI AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA La ripetizione di ricerca di questo indirizzo che fa pensare che questo indirizzo non fosse configurato nel sistema di videosorveglianza.

GIULIO VALESINI Cercavano di registrarsi presso un server esterno.

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Bisognerebbe capire chi aveva in carico sto indirizzo.

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Di chi è ‘sto indirizzo?

GIULIO VALESINI Ma se Fiumicino chiede a voi, evidentemente a Fiumicino non gli tornava.

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA è come se l’ufficio di urbanistica di Roma mi chiede qual è l’indirizzo tuo, suo.

GIULIO VALESINI Lei dice che ma ne so io.

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Lo dovreste sapere voi, insomma.

GIULIO VALESINI Esatto. GIULIO VALESINI FUORI CAMPO La richiesta di intervento partita da ADR TEL, la società che gestisce i sistemi informatici di Fiumicino, era urgente. Ognuna delle 140 telecamere Hikvision presenti nello scalo romano inviava quattro richieste di apertura di una connessione verso l’esterno. 11mila a telecamera ogni ora. Più di un milione e mezzo in totale. Un traffico enorme da bloccare che stava mettendo in difficoltà il sistema di sicurezza dell'aeroporto. La segnalazione in quelle ore fu girata anche alla GSG, la società italiana che gestiva i software del sistema di videosorveglianza.

GIULIO VALESINI A me è arrivata questa email. Aprile 2015. Circa 11 mila richieste l’ora di comunicazione con l’esterno di 140 telecamere.

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL (silenzio) mmh.

GIULIO VALESINI Lei che all’epoca lavorava lì all’aeroporto questa storia se la ricorda o no, la conosce o no?

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Effettivamente abbiamo visto che il problema era esistente ma che non dipendeva dal software, dipendeva da queste telecamere che cercavano di dialogare con un server esterno all’aeroporto. Per fare questa cosa cercavano di aprire una porta per uscire e giustamente il firewall dell’aeroporto diceva.

GIULIO VALESINI Dove vai?

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Dove stai andando? Lì è una rete chiusa.

GIULIO VALESINI Che tipo di messaggio era?

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Certamente non era un bug.

GIULIO VALESINI Secondo lei che cosa c’è dietro?

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Per la nostra conoscenza, quindi direi una cosa direi certa, la trasmissione che avvenne non mandavano immagini

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL La cosa potenzialmente possibile è che se io conosco l'indirizzo, ho tutta una serie di computer che rispondono a me, io gli posso aggiornare il software oppure gli posso dire: tu telecamera attacca i server dell'aeroporto.

GIULIO VALESINI E a quel punto che succede?

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Se 400, 500, 1000 telecamere all'interno di una rete, magari anche chiusa, protetta, iniziano a fare traffico anomalo.

GIULIO VALESINI Il sistema crasha.

ANTONMARIO CATANIA – PRESIDENTE GSG INTERNATIONAL Potenzialmente una telecamera che risponde ai miei comandi è come se fosse come dire una cellula dormiente.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Il sospetto è che la rete di telecamere possa essere usata come una botnet per attacchi informatici verso l’esterno. Significa che le camere vengono prima infettate e poi trasformate in un robot a comando di un malintenzionato che da remoto, all’insaputa del produttore e dell’utilizzatore, le userà per colpire altre reti o sistemi informatici, magari proprio dell’aeroporto, che saranno messi ko, colpiti da decine di migliaia di tentativi di comunicazione. A Roma incontriamo un importante operatore del settore della videosorveglianza. Conosce l’incidente di Fiumicino e, a quanto ci dice, la questione arrivò anche all’orecchio dei nostri servizi di intelligence. La spiegazione di un semplice bug delle telecamere non aveva convinto.

DIRIGENTE SOCIETA’ VIDEOSORVEGLIANZA Dopo gli eventi di Fiumicino ho avuto un colloquio con un esponente dei servizi di intelligence, e abbiamo parlato di Hikvision. Mi risulta che in seguito i servizi hanno fatto circolare una nota interna dicendo "state attenti, non usate quella roba là".

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Abbiamo mostrato la mail interna di fiumicino anche a Francesco Zorzi, il consulente di diverse procure italiane, specialista in cyber intelligence, che ha scoperto per noi di Report le anomalie nelle telecamere di Hikvision all'interno del sistema di videosorveglianza della Rai. Che ci fornisce un'altra lettura dei fatti.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBERSICUREZZA Se io riesco a fare un attacco, ad esempio, di flooding interno alla rete e, ad esempio, saturare il traffico di una specifica videocamera, io impedisco a questa videocamera riesca in sostanza a comunicare, impedisco di far sì che quel dispositivo in quel momento registri.

GIULIO VALESINI Quindi se io avessi voluto in quel momento forse bucare il sistema, cioè quindi passare per Fiumicino.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBERSICUREZZA Con questo l’avrei fatto sicuramente.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Un attacco per far passare qualcuno senza che venisse registrato dalle telecamere. È una delle possibilità. Ma quello che è certo è pur se il misterioso incidente rilevato alle telecamere di sorveglianza di Fiumicino non sia mai stato mai reso noto, la questione non passò inosservata nell’ambiente della cybersicurezza. L’eco superò l’oceano, arrivò in Canada, al quartiere generale della Genetec, un gigante mondiale delle tecnologie per la sicurezza.

PIERRE RACZ – PRESIDENTE GENETEC Sono rimasto sorpreso da quell'incidente. Il dipartimento IT dell’aeroporto conta su persone capaci e ci hanno coinvolto per trovare una soluzione. Noi, dopo quell’incidente, abbiamo smesso di supportare Hikvision.

GIULIO VALESINI Se lei fosse il ministro dell'Interno italiano che sa che queste telecamere sono presenti nei tribunali, nelle questure, nelle forze di polizia, oggi sarebbe tranquillo?

PIERRE RACZ – PRESIDENTE GENETEC No, no. Non sarei affatto a mio agio. Quello che farei sarebbe adottare una strategia di gestione del rischio. Identificare dove si è più vulnerabili, e poi procedere con un piano di contenimento e progressiva sostituzione delle telecamere.

CATALDO CICCOLELLA Abbiamo visionato della documentazione che dimostra come il primo aprile del 2015 l'aeroporto di Fiumicino abbia visto circa 140 telecamere Hikvision aprire nel giro di un'ora più o meno un milione e mezzo di tentativi di comunicazione verso un IP sconosciuto.

ENRICO BORGHI – COMITATO PARLAMENTARE PER LA SICUREZZA - PARTITO DEMOCRATICO Le devo dire che non mi meraviglio. Grazie anche al vostro lavoro era emerso che una situazione analoga aveva addirittura coinvolto l'azienda di Stato sulle telecomunicazioni cioè la Rai. In Cina questo tipo di attività non solo è consentito. In Cina questo tipo di attività è pianificato, organizzato e messo in campo nell’ambito di una specifica organizzazione della società cinese.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Pochi giorni fa Borghi ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla sicurezza delle telecamere Hikvision. Ha usato Shodan, una specie di mappa di tutti gli oggetti connessi al web, facendo una scoperta preoccupante: migliaia di dispositivi Hikvision sono esposti in rete. Così, anche le telecamere che sorvegliano le nostre case sono rintracciabili e quelle con vulnerabilità perfino attaccabili. Un intruso potrebbe facilmente vedere a che ora usciamo di casa o con chi stiamo parlando in giardino.

ENRICO BORGHI – COMITATO PARLAMENTARE PER LA SICUREZZA - PARTITO DEMOCRATICO Noi abbiamo verificato che queste telecamere avevano un meccanismo di riversamento dati che non corrisponde agli standard e alle esigenze che si debbono garantire nel nostro Paese.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO È quello che è successo anche all’aeroporto di Fiumicino.

GIULIO VALESINI Il bando di gara imponeva Hikvision o voi avete scelto telecamere Hikvision in base ad una convenienza economica?

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Il listino esplicitava già dei modelli Hikvision con delle caratteristiche, ma reputo quasi impossibile trovare qualcosa con caratteristiche migliorative di Hikvision a un prezzo inferiore.

GIULIO VALESINI Quindi diciamo che fu una scelta obbligata, lo possiamo dire?

MASSIMILIANO CESARONI - AMMINISTRATORE DELEGATO SIGMA SPA Su alcuni modelli forse è quasi obbligata.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora ci ha scritto ADR aeroporti di Roma e dice che “rispetta da sempre tutte le norme e regolamenti in materia di security e assicura le massime tutele previste dalla regolazione di settore in materia di gestione e tutela dei dati, utilizzando delle telecamere, scrivono, di sicurezza che rispettano i requisiti dettati dalla normativa e dagli Enti di riferimento”. Ora questo ci fa piacere, ma non spiegano che cosa effettivamente è successo quel giorno quando le 140 telecamere hanno cominciato a tentare di connettersi e mandare forse informazioni all’esterno. Ecco e quello che noi invece abbiamo scoperto, i nostri Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella, è che non si tratta di un caso isolato neppure questo. Perché pochi giorni fa l’azienda di cybersecurity Fortinet ha scoperto che migliaia e migliaia di telecamere Hikvision stanno subendo un attacco informatico da una botnet, cioè da una rete robotica che viene utilizzata dagli hacker probabilmente per sottrarre delle informazioni sensibili oppure per attaccare dei siti strategici. Ora siccome questa cosa sta andando avanti già da un bel po’ di tempo, ed è tutt’ora in corso la domanda lecita è: questo attacco avviene perché c’è un bug che è stato scoperto nel settembre del 2021 su queste tipologie di telecamere. Quante ce ne sono nel nostro paese, quante ne ha la nostra pubblica amministrazione. Cioè quante di queste telecamere sono infette già o potrebbero essere infettate?

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Con la pandemia anche i rilevatori di temperatura si sono moltiplicati, e con loro l’intelligenza artificiale che studia e analizza ogni immagine. Ma dietro quegli occhi, ci sono le leggi sulla sicurezza emanate da Pechino nel 2017. Impongono di rivelare informazioni sensibili qualora vengano richieste dal governo. In Italia Hikvision è leader del mercato. Negli anni ha piazzato le sue telecamere nei luoghi strategici per la sicurezza nazionale. Non solo aeroporti come Malpensa e Fiumicino ma anche i palazzi delle istituzioni politiche, tribunali, forze dell’ordine. Hikvision Italia è posseduta da una holding europea, a sua volta detenuta dalla casa madre cinese. Anche gli amministratori della Srl italiana sono cittadini cinesi. Il controllo di Hikvision è nelle mani del CETC, un’azienda dello stato cinese che sviluppa software militari, infrastrutture di difesa, armi elettroniche. Insomma, Hikvision è nelle mani di un gigante strettamente legato all’esercito cinese. L’amministratore è Chen Zong Nian, è un parlamentare del partito comunista cinese.

GIULIO VALESINI è vero che la Cina sono già 7,8 anni che invece a sua volta ha vietato per il controllo di aree sensibili, strategiche dal punto di vista militare, l’uso di telecamere che non siano cinesi?

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO In Inghilterra, questa estate, un attivista per i diritti umani ha chiesto l’accesso agli atti all’ufficio del primo ministro inglese: voleva sapere se e dove il governo usava telecamere Hikvision. La risposta, rivelata poche settimane fa, è che non ne utilizzano e che anzi, l’indirizzo del ministero della Difesa, che decide l’installazione, è di non usare Hikvision”.

CHARLES ROLLET - IPVM Il Regno Unito, ma anche gli Stati Uniti, l’Australia e Taiwan hanno bandito Hikvision dalle loro infrastrutture militari.

CHARLES ROLLET - IPVM Sì, la Cina, nel 2012, ha deciso che le telecamere di sorveglianza straniere erano un rischio per la sicurezza cinese, e così hanno blindato tutti i network governativi.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO A giugno 2021, dopo che Report aveva mostrato le anomalie dei dispositivi di videosorveglianza Hikvision piazzati in Rai, Consip ha preso in mano lo scottante dossier. La prima gatta da pelare è la gara da 65 milioni di euro per la videosorveglianza, aggiudicata in modo quasi definitivo a ottobre. I vincitori si apprestavano a installare massicciamente prodotti Hikvision. Allora Consip si è rivolta ai servizi di intelligence e all’agenzia per la cybersicurezza.

CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Noi abbiamo avuto un'interlocuzione con questi soggetti preposti per la sicurezza nazionale. Ai soggetti aggiudicatari di questi dieci lotti gli chiederemo se rispetto a questi punti che ci sono stati sottoposti come condizione…

GIULIO VALESINI Ma quali sono queste condizioni?

CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Le funzioni di comunicazione con l'esterno, il fatto di poter disabilitare l'amministratore di sistema, di disabilitare queste funzioni.

GIULIO VALESINI Sulle telecamere di Hikvision, Dahua, di una certa provenienza, avete alzato il livello di sorveglianza, di allerta?

CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Assolutamente, i punti sono quelli che voi sapete bene che avete già evidenziato nei vostri servizi.

GIULIO VALESINI E se non li rispettano? CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Se non dovessero rispettarli, noi renderemo noto in sede di aggiudicazione quindi daremo pubblicità alle amministrazioni che così sanno cosa comprano. Quando lei su un pacchetto di sigarette legge nuoce gravemente alla salute, lei che fa?

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Gli obiettivi da proteggere del nostro paese sono dentro un perimetro che è segreto, ma anche molto ristretto. Lascia fuori migliaia di siti comunque sensibili come tribunali, caserme, aeroporti e le stazioni ferrovieri e molto altro ancora. Da questa estate tutto, però, passa per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, voluta da Mario Draghi. Alla guida c’è Roberto Baldoni, uno dei massimi esperti italiani, viene dal DIS – il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza - il coordinamento dei nostri servizi segreti. Deve mettere in sicurezza un Paese che per anni ha trascurato i rischi informatici.

GIULIO VALESINI Se io poi mi guardo intorno vedo che in tutti i luoghi sensibili di sicurezza nazionale del nostro Paese ci sono le stesse telecamere che poi hanno dato nel tempo questo tipo di problemi qua e che negli altri paesi sono, come dire, guardate con una certa diffidenza…

ROBERTO BALDONI – DIRETTORE AGENZIA CYBERSICUREZZA NAZIONALE In particolare, per quanto riguarda gli Stati Uniti, la sicurezza nazionale permette per esempio di realizzare delle liste un po’ di proscritti all'interno diciamo dei settori in particolare dell'alta tecnologia. In Europa non esiste. Quello che si sta mettendo ora su in Europa è un contesto di certificazione di cybersecurity.

GIULIO VALESINI Queste telecamere hanno mostrato delle continue vulnerabilità, come pensate di proteggere gli obiettivi sensibili del nostro Paese?

ROBERTO BALDONI – DIRETTORE AGENZIA CYBERSICUREZZA NAZIONALE C'è una gestione del rischio che viene fatta rispetto a due cose fondamentali: l'oggetto che, diciamo, devo installare e due, dove lo vado a installare.

GIULIO VALESINI Al momento non c'è differenza tra un tribunale e un piccolo ente locale. cioè, la logica è quella commerciale?

ROBERTO BALDONI – DIRETTORE AGENZIA PER LA CYBERSICUREZZA NAZIONALE E’ una problematica che dovremo affrontare probabilmente nel futuro.

GIULIO VALESINI Lei conosce il fatto che queste società anche se operano in Italia sono soggette all'obbligo in caso di richiesta del governo cinese di passare informazioni acquisite nell'ambito delle loro funzioni anche con l'Italia.

ROBERTO BALDONI – DIRETTORE AGENZIA CYBERSICUREZZA NAZIONALE Se lei va a leggere il Dpcm che definisce le misure di sicurezza del perimetro noterà che ci sono, diciamo, delle misure di sicurezza molto chiare per quanto riguarda sia la gestione dei dati sia per quanto riguarda la supply chain dal punto di vista dei dispositivi. Dateci tempo.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Dal luglio 2020 le telecamere cinesi non hanno più la certificazione ONVIF: è il nome del consorzio che dà il bollino e che è, sulla base delle restrizioni decise dal governo americano, non assicura più che le telecamere Hikvision e di altri marchi, parlino la stessa lingua dei prodotti usati nella pubblica amministrazione italiana. Tra questi c’è la Dahua Technology. In Italia gli affari stanno andando a gonfie vele: un terzo delle telecamere vendute ha il loro brand. Sorvegliano la città del Vaticano. A settembre dello scorso anno hanno piazzato 19 termoscanner a riconoscimento facciale a Palazzo Chigi. Eravamo andati a trovarli.

GIULIO VALESINI Lei conosce le leggi sulla sicurezza in Cina?

PASQUALE TOTARO – GENERAL MANAGER DAHUA TECHNOLOGY ITALIA No. Conosco a malapena quelle italiane perché nessuno è venuto a dirmi “Pasquale tu devi far sì che devi dare informazioni o devi…”

GIULIO VALESINI Magari non gliel’hanno detto, ha capito.

PASQUALE TOTARO – GENERAL MANAGER DAHUA TECHNOLOGY ITALIA Eh, allora come faccio a rispettare una regola che non me l’hanno detta…

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO Il presidente della Dahua italiana è Fu Liquan: è un cittadino cinese, principale azionista del gruppo. Difficile che possa disobbedire al governo mettendo a rischio libertà e miliardi. Oggi a distanza di un anno hanno perso la certificazione Onvif.

 PASQUALE TOTARO – GENERAL MANAGER DAHUA TECHNOLOGY ITALIA Abbiamo richiesto la certificazione alla Onvif che ci ha comunicato e confermato che fino a dicembre 2022 noi siamo membri dell’Onvif come full.

GIULIO VALESINI Perché a noi invece ci ha comunicato che voi, Hikvision, non avete più la possibilità di certificare i vostri prodotti ormai da circa luglio 2020, quindi.

PASQUALE TOTARO – GENERAL MANAGER DAHUA TECHNOLOGY ITALIA A noi ad oggi risulta l’esatto opposto, poi se così non dovesse essere… a questo punto comincio a vedere una certa discriminazione razziale di una forzatura del genere.

GIULIO VALESINI Quindi lei dice è una discriminazione in quanto siete un’azienda cinese.

PASQUALE TOTARO – GENERAL MANAGER DAHUA TECHNOLOGY ITALIA Sì, perché non c’è nessun termine tecnico che vada ad avvalorare l’esclusione dall’Onvif dal punto di vista di sicurezza. Se me la trovano io sarò il primo a dire “fate benissimo perché per me la sicurezza è importante, non solo per me ma per tutti quanti. Ma se non me la trovano allora ho ragione io.

GIULIO VALESINI FUORI CAMPO C’è un piccolo dettaglio: nella mega gara Consip per il rinnovo delle telecamere di videosorveglianza nella pubblica amministrazione, ormai conclusa, la certificazione ONVIF è un requisito necessario e non averla è un problema.

CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Si chiama evoluzione tecnologica. Quando c’è l'evoluzione tecnologica, il fornitore ci dice “non ho più la certificazione” quindi non rispetta più i requisiti tecnici di gara.

GIULIO VALESINI Il contraente.

CRISTIANO CANNARSA – AMMINISTRATORE DELEGATO CONSIP Il contraente ti dice ti do un prodotto dello stesso vendor però certificato. Oppure se non riesce perché non ha più la certificazione ti da il prodotto di un altro vendor, quindi un’altra telecamera in questo caso, che avrà la certificazione.

GIULIO VALESINI Mr. Pierre Racz noi sappiamo che alcune società di proprietà cinese da luglio 2021 non hanno più certificati ONVIF. Secondo voi che tipo di problema ci può essere per chi utilizza questi prodotti?

PIERRE RACZ – PRESIDENTE GENETEC Avranno grandi difficoltà ad integrarli con altri dispositivi. E tutti i clienti che hanno ancora quelle telecamere non saranno in grado di aggiornare il firmware senza perdere la certificazione. Si crea una vulnerabilità enorme. Pochi giorni fa il direttore del MI6, i servizi segreti inglesi, ha dato un avvertimento: la strategia dell’intelligence di certi paesi è quella di rifilare trappole cattura-dati. L'Italia è una potenza mondiale del pensiero creativo, del design... se non difendete i dati su cui si basa tutto questo, sarà a rischio la vostra prosperità.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E’ un problema che coinvolge tutta l’Europa tranne per i siti super sensibili, quelli strategici che sono tutelati da un perimetro della sicurezza cibernetica in base alle nuove disposizioni. Il cerino bollente però rimane in mano alla pubblica amministrazione perché in base ai regolamenti europei alle gare possono partecipare tutte le ditte cinesi compresi. Cosa diversa nella Gran Bretagna dove il ministero della Difesa ha un dipartimento ad hoc che si occupa di installare le telecamere e nei luoghi sensibili e hanno deciso di non installare telecamere Hikvision. Sono corsi ai ripari anche gli Stati Uniti e dal 2020 vietano praticamente di installare telecamere per quello che riguarda tutti i luoghi federali senza un’autorizzazione del ministero della Difesa nazionale. E hanno vietato l’installazione nei luoghi sensibili delle telecamere Dahua, Huawei e appunto Hikvision. Ora questo è un guaio che si prospetta in previsione del futuro digitale. Dove passa anche un pezzo della nostra salute.

Raffaele Ricciardi per repubblica.it il 15 dicembre 2021. In un mondo senza ladri e rapinatori, le imprese italiane del retail risparmierebbero 2,3 miliardi di euro all’anno di perdite (l'1,1% del fatturato del comparto) e non dovrebbero neanche preoccuparsi di spendere soldi in sistemi di sicurezza e affini: se si aggiunge questa voce a quella del valore dei beni sottratti, il conto sale a ben 3,4 miliardi, quasi 60 euro ad abitante. Ce ne sarebbe per molti bonus di una finanziaria. A mettere in fila le cifre è il nuovo studio realizzato da Crime&tech, spin-off company del centro Transcrime di Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con il Laboratorio per la Sicurezza e il supporto di Checkpoint Systems, e presentato questa mattina a Milano. […] "Le regioni più colpite sono Campania, Puglia ed Emilia Romagna. Ma esistono alcune concentrazioni territoriali a maggior rischio, dalla bassa padana (tra Alessandria e Bologna), alle province di Bari e Brindisi, all’area compresa tra Napoli e Cosenza", dice lo studio. Ancora. "I punti vendita che soffrono maggiormente sono quelli localizzati nei comuni più piccoli e periferici, meno densamente popolati, con Pil pro-capite inferiore e tassi più alti di giovani e disoccupati registrano differenze inventariali maggiori. In media, le perdite sono più alte nei negozi in centri commerciali che in città". […] 

Da blitzquotidiano.it il 15 dicembre 2021. Una giovane ladra seriale ha accumulato una condanna a 30 anni di carcere per furti in abitazioni e altri reati, ma non ha mai scontato un solo giorno perché sempre incinta. Come domenica, quando è stata arrestata in flagranza di reato subito dopo aver rubato in un appartamento in via Giambellino, nella periferia sud-est a Milano. La donna, una giovane nomade di origine croata di 33 anni, è al settimo mese di gravidanza e ha già otto figli. Mentre si trovava a rubare nell’appartamento di Milano aveva con sé proprio una figlia di 13 anni, anche se la donna agli agenti ha detto che ne aveva 9. Gli agenti della polizia sono intervenuti chiamati da alcuni abitanti del palazzo in cui la donna stava effettuando il furto. Dopo averla bloccata, gli agenti hanno subito scoperto che su di lei già pendeva una condanna a 30 anni, ma l’autorità giudiziaria aveva deciso al momento per la sua non applicabilità. In particolare la donna era stata condannata dal Tribunale di Genova, per un gravoso cumulo pene e 18 condanne prevalentemente per furti in abitazioni nel centro e nord Italia, a 57 anni di carcere, poi ridotti dal Tribunale di sorveglianza di Milano a 30 anni, il massimo applicabile. L’ultimo arresto della donna risaliva allo scorso ottobre, per un colpo avvenuto sempre a Milano il mese prima, in un appartamento in via Luigi Anelli, in centro. Anche questa volta la pluripregiudicata ha evitato il carcere, anche se è stata portata in ospedale, alla Mangiagalli, per essere visitata in stato di arresto. La donna è stata processata ieri per direttissima: il giudice ha disposto per lei l’obbligo di firma. 

Ladre sempre incinte che evitano il carcere: i precedenti. Non è questo un caso isolato. Nell’anno dell’Expo, in particolare, due giovani donne nomadi vennero fermate dalla polizia locale dopo aver rapinato un turista in centro a Milano. Dai precedenti venne fuori che avevamo accumulato 192 denunce e 98 arresti, ma avevano sempre evitato il carcere perché incinte o con figli piccoli. 

Intimidazioni contro amministratori locali, una ogni 20 ore. Le regioni del Sud le più esposte. Il Quotidiano del Sud il 4 novembre 2021. NEL 2020 il 57,5% del totale dei 465 casi di intimidazioni ad amministratori locali e personale della Pubblica amministrazione censiti in tutta Italia si è registrato nel Mezzogiorno (267), in particolare il 41,1% dei casi al Sud e il 16,4% nelle Isole. Il restante 42,5% del totale (198 casi) si è verificato nel Centro-Nord, dove si riscontra un aumento del 3,5% dell’incidenza sul totale dei casi rispetto all’anno precedente. Sono alcuni dei dati contenuti in “Amministratori sotto tiro”, il rapporto curato da “Avviso Pubblico” giunto alla sua decima edizione. Il calo generalizzato dei casi ha colpito tutte le aree, ad eccezione del Nord-Est, che passa dai 59 atti censiti nel 2019 ai 68 del 2020.  Secondo i dati diffusi, in dieci anni si sono registrati 4.309 mila atti intimidatori contro amministratori locali, alla media di uno ogni 20 ore. Il 60% è avvenuto nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia), ma non ci sono territori immuni. Per il quarto anno consecutivo è la Campania a far registrare il maggior numero di intimidazioni a livello nazionale, con 85 casi censiti (furono 92 nel 2019). Seguono appaiate Puglia e Sicilia con 55 atti intimidatori, che fanno segnare un evidente calo rispetto al 2019, rispettivamente del 23 e del 17%.  In discesa anche la Calabria (38 casi rispetto ai 53 del 2019), conferma di un trend iniziato da alcuni anni. La Lombardia si conferma la regione più colpita del Nord Italia (37 casi, nove in meno del 2019), seguita dal Lazio (36 casi, stabile). Chiudono le prime 10 posizioni Veneto (30 casi, uno dei pochi territori in aumento), Emilia-Romagna (25), Toscana (23) e Sardegna (21). Conferme anche a livello provinciale: il territorio più colpito si conferma Napoli con 46 casi, con un incremento del 12% rispetto al 2019. Seguono Salerno (21 casi), Roma (20), Milano e Foggia (16), Cosenza (15), Padova e Lecce (14), Bari e Messina (13). 

Da trevisotoday.it il 6 novembre 2021. Fedez a terra sanguinante ed un sindaco, con indosso una fascia tricolore, che gli urina addosso stando in piedi su di lui in un gesto fortemente di sottomissione e spregio nei confronti del cantante. Questa l'immagine del videoclip "Morire morire", ultimo brano del noto cantante milanese, finito sotto la lente d'ingrandimento da parte della stampa nazionale, tanto che sul punto è voluto intervenire anche il sindaco di Treviso (oltre che presidente Anci Veneto), Mario Conte. «Fare il sindaco è ascoltare, mettersi a disposizione di una comunità dal comune di 30 abitanti alla metropoli da 3 milioni. E' tendere la mano, cercare una soluzione anche dove sembra improbabile se non impossibile. Fare il sindaco è dare risposte quando altre istituzioni non le danno, è asciugare le lacrime e talvolta esserci...in lacrime - dichiara il primo cittadino trevigiano - Fare il sindaco è aiutare i propri concittadini durante la tempesta, aprire le porte del Municipio e dell'Ufficio. Essere presenti. Fare il sindaco è, talvolta, non dormire di notte e avere neanche il tempo di farla, la pipì. Capisco la volontà di colpire, di far parlare sempre e comunque, di sfidare gli algoritmi. Capisco anche che l'arte di Fedez è la provocazione. Ma lasciamo perdere i sindaci. Loro, con le bagarre canore e politico-musicali, non ci vogliono avere nulla a che fare». Sul punto è poi intervenuta anche Katia Uberti, sindaco di Paese: «Caro Fedez, noi sindaci rappresentiamo i cittadini delle nostre comunità a prescindere dalla parte politica con la quale ci siamo candidati, rappresentiamo le istituzioni di questo Paese che sono espressione di libertà e democrazia. Indossiamo la fascia tricolore con orgoglio, con rispetto, con responsabilità. E tu che fai? Offendi tutte quelle persone che si dedicano al servizio delle piccole o delle grandi comunità! Ma quello che è ancor più grave è che ormai ci si senta legittimati a calpestare ogni cosa, mi chiedo che tipo di messaggio stiamo consegnando alle future generazioni». Due forti prese di posizione da parte di due importanti esponenti dell'amministrazione politica della Marca. Una scelta, quella di Conte ed Uberti, non solo politica ma anche, e soprattutto, morale ed etica. In ogni caso, però, la riposta di Fedez non si è fatta attendere, tanto che nel pomeriggio di oggi il cantante ha voluto rispondere proprio alla Uberti (in merito alla sua scelta provocatoria di farsi urinare addosso nel video) con una storia su Instagram: «Si, l’idea era quella».

Adelaide Pierucci per “il Messaggero” il 17 ottobre 2021. Un trentottenne dell'Eur viene arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, ma una volta a processo la situazione si ribalta: l'ammanettato viene assolto e per i sei agenti intervenuti scatta la segnalazione alla Procura per abuso d'ufficio e calunnia. A inchiodarli, un video: non era stato il fermato a spintonare loro, come raccontato negli atti e in aula, ma, al contrario, erano stati loro a buttare a terra e a schiaffeggiare il fermato. Il caso risale alla serata del 31 maggio. Il trentottenne ha una lite in famiglia. È alterato, il padre e la sorella gli consigliano di lasciare in garage l'auto. Dalle insistenze si passa al battibecco, poi si arriva a una forte discussione. È il capofamiglia ad allertare la polizia: «Se non la finisci faccio intervenire le forze dell'ordine», avverte prima di telefonare. Arrivano tre volanti con sei agenti a bordo. L'uomo viene bloccato e portato via in manette e in stato di fermo con l'accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Da quel momento le ricostruzioni divergono, come emergerà durante il processo per direttissima che si è chiuso due giorni fa. Gli agenti, appartenenti al commissariato Spinaceto, sentiti come testimoni subito dopo il fermo, avevano detto di aver subito offese ed aggressioni. Uno aveva specificato anche che l'uomo aveva tirato fuori una bottiglia da una tasca dei pantaloni, che si era rifiutato di consegnare i documenti e poi lo aveva spinto a terra. Alla fine dell'udienza, il colpo di scena. Il difensore dell'arrestato, l'avvocato Giuseppina Tenga, ha consegnato al giudice una pendrive con un video: le immagini sono ricavate dal sistema di videosorveglianza della villa dove vive il padre del fermato. E il filmato rivela altro: l'uomo non solo non sarebbe stato aggressivo, ma avrebbe consegnato i documenti prima di essere ammanettato e portato via di peso. Della bottiglia, almeno dalle immagini, nessuna traccia. I familiari dell'arrestato confermano: «Non ci aspettavamo che venisse arrestato senza motivo». Il procedimento, così, si è chiuso nell'udienza di mercoledì con la piena assoluzione dell'imputato e la trasmissione degli atti alla procura per i sei agenti. I reati ipotizzati sono abuso d'ufficio e calunnia. «Il mio assistito è un privilegiato perché ha avuto la possibilità di produrre un video - ha dichiarato l'avvocato Tenga - Senza quelle immagini non avrei potuto far sì che la verità trionfasse e adesso quello che era un imputato, probabilmente, diventerà parte offesa nell'eventuale processo a carico dei poliziotti». 

Voli aerei, i 17 peggiori atteggiamenti dei passeggeri: la lista di Caroline Mercedes. Ilaria Minucci il 09/09/2021 su Notizie.it. L’assistente di volo Caroline Mercedes ha stilato una lista dei 17 peggiori atteggiamenti messi in atto dai passeggeri a bordo degli aerei.

Voli aerei, i 17 peggiori atteggiamenti dei passeggeri: la lista di Caroline Mercedes

Voli aerei, i 17 peggiori atteggiamenti dei passeggeri: top tre

1. Ignorare gli assistenti di volo alla porta d’imbarco è scortese

2. Non chiedere se si riuscirà a non perdere una coincidenza troppo ravvicinata

3. Non punzecchiare l’assistente di volo

Voli aerei, i 17 peggiori atteggiamenti dei passeggeri: le altre posizioni

4. Togliersi le scarpe sull’aereo è volgare

5. Non chiedere coperte

6. Non suonare il campanello per consegnare la spazzatura

7. Togliere le cuffie quando si parla con un assistente di volo

8. Non andare in bagno appena ci si imbarca o si decolla

9. Non ascoltare musica o video ad alto volume

10. Non protestare per l’uso delle mascherine anti-Covid

11. Non usare il deposito per fare yoga

12. Non fare confronti con altre compagnie aeree, la politica aziendale non cambierà

13. Svegliare il vicino per dargli una bevanda o uno snack non è educato

14. Si può chiedere cosa si sta sorvolando ma non avere una risposta certa

15. Alzarsi durante una turbolenza è sbagliato

16. Non sorvegliare i propri figli genera pericolo per gli altri passeggeri e per l’equipaggio

17. Sfogare le proprie frustrazioni sugli assistenti di volo è scortese

L’assistente di volo americana, Caroline Mercedes, ha stilato una lista delle 17 cose che lei e i suoi colleghi vorrebbero che i passeggeri smettessero di fare. Caroline Mercedes, scrittrice freelance, travel blogger e social media influencer, ha passato gli ultimi 5 anni della sua vita a viaggiare per il mondo come assistente di volo. Dopo aver svolto il suo lavoro per un intero lustro, la donna ha ammesso di aver avuto la possibilità di osservare tutto ciò che può accadere su un aereo. A questo proposito, dialogando con alcuni dei suoi colleghi, ha deciso di fare una lista dei 17 atteggiamenti peggiori messi in pratica dai passeggeri.

1. Ignorare gli assistenti di volo alla porta d’imbarco è scortese

Caroline Mercedes ha spiegato che, nella maggior parte dei casi, i passeggeri non salutano gli assistenti di volo che li accolgono alla porta d’imbarco. Un simile atteggiamento è particolarmente sgradito: se gli assistenti di volo possono dire buongiorno o buonasera a più di 200 persone in fila, anche i passeggeri dovrebbero essere in grado di rispondere al saluto almeno una volta.

2. Non chiedere se si riuscirà a non perdere una coincidenza troppo ravvicinata

Volare può essere stressante e le coincidenze, talvolta, possono essere molto ravvicinate tra loro: tuttavia, sarebbe meglio prenotare voli che distino almeno un’ora l’uno dall’altro per non avere problemi durante il viaggio. “Non so dire quante volte un passeggero mi ha chiesto se riuscirà a rispettare la sua coincidenza quando il nostro volo sta atterrando in orario o in anticipo. Purtroppo, se bisogna chiederlo, la risposta è probabilmente no”, ha osservato la donna.

3. Non punzecchiare l’assistente di volo

Uno degli atteggiamenti più molesti dei passeggeri è rappresentato dal punzecchiare gli assistenti di volo. Sia Caroline Mercedes che i suoi colleghi reputano quest’abitudine estremamente fastidiosa e poco adatta a qualiasi contesto sociale, incluso l’aereo.

Per questo motivo, se si ha bisogno di rivolgersi a un assistente di volo, sarebbe preferibile usare la voce, alzare la mano o pigiare il pulsante di chiamata.

Voli aerei, i 17 peggiori atteggiamenti dei passeggeri: le altre posizioni

4. Togliersi le scarpe sull’aereo è volgare

Dopo essersi imbarcati sull’aereo, alcuni passeggeri si tolgono le scarpe e camminano a piedi nudi. Secondo Caroline Mercedes, questa usanza “è disgustosa” e certamente poco gradita ai vicini del passeggero che “probabilmente non apprezzano i piedi puzzolenti”.

5. Non chiedere coperte

Contrariamente a quanto si pensi, sugli aerei non esistono scorte extra di coperte. Pertanto, per contrastare eventuali sbalzi climatici durante gli spostamenti, Caroline Mercedes ha invitato i passeggeri a vestirsi a strati in modo tale da non dover patire il freddo e chiedere una coperta. Una simile richiesta, infatti, viene sistematicamente delusa in quanto sugli aerei non sono presenti scorte illimitate

6. Non suonare il campanello per consegnare la spazzatura

Concluso il servizio bevande, gli assistenti di volo passano tra i passeggeri per raccogliere la spazzatura. L’operazione viene fatta spesso e, per questo motivo, esiste sente un membro del personale tra i corridoi. Per questo motivo, quindi, Caroline Mercedes ha osservato: “È frustrante quando qualcuno suona il campanello di chiamata per raccogliere la spazzatura, perché probabilmente siamo appena stati lì, e potremmo non avere i guanti o un sacchetto della spazzatura con noi”.

7. Togliere le cuffie quando si parla con un assistente di volo

Per gli assistenti di volo, è difficile comunicare con i passeggeri che non si tolgono le cuffie. In una simile circostanza, infatti, è difficile farsi capire anche con l’audio in pausa mentre il passeggero non riesce a rendersi conto di quanto stia, in realtà, parlando a voce bassa.

8. Non andare in bagno appena ci si imbarca o si decolla

Buona parte dei passeggeri, in quasi tutti i voli, si dirigono alla toilette appena si imbarcano o subito dopo il decollo. Questi momenti condizionano negativamente il loro degli assistenti di volo che, proprio durante il livellamento, portano il carrello delle bevande nel corridoio dell’aereo e iniziano il proprio servizio. Pertanto, sarebbe più indicato usare il bagno del terminal prima di salire a bordo o aspettare che gli assistenti di volo porti a termine il loro servizio.

9. Non ascoltare musica o video ad alto volume

Ogni passeggero deve mettere le cuffie e non ascoltare musica o video a tutto volume per non infastidire gli altri passeggeri.

10. Non protestare per l’uso delle mascherine anti-Covid

Talvolta, i passeggeri contestano l’uso della mascherina anti-coronavirus sugli aerei. A questo proposito, Caroline Mercedes ha sottolineato: “Quando ho firmato il mio contratto di lavoro, non sono stata assunta per vigilare sulle mascherine. Ma, indipendentemente da qualsia si cosa, è il mio lavoro far rispettare la politica adottata sull’obbligatorietà delle mascherine sull’aereo finché il CDC e la Federal Aviation Administration lo richiedono durante il viaggio aereo”.

Non rispettare la politica delle compagnie aeree, potrebbe tradursi nell’impossibilità di continuare a viaggiare con una specifica compagnia in futuro.

11. Non usare il deposito per fare yoga

I passeggeri dovrebbero smettere di usare il deposito dell’aereo per fare yoga: la zona anteriore o posteriore dell’aereo è usata dagli assistenti di volo per posizionare i carrelli. Inoltre, non solo è frustrante per l’equipaggio, ma è una regola della FAA che vieta ai passeggeri di riunirsi in quelle aree.

12. Non fare confronti con altre compagnie aeree, la politica aziendale non cambierà

Riferire agli assistenti di volo le politiche messe in atto dalle altre compagnie aeree non modificherà la politica aziendale di quella con la quale si sta viaggiando.

13. Svegliare il vicino per dargli una bevanda o uno snack non è educato

Svegliare il proprio vicino per dargli uno snack o una bevanda non è educato come pensi, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto. Se i passeggeri addormentati si sveglia dopo il passaggio dei carrelli, possono chiamare gli assistenti di volo e porre le loro richieste.

14. Si può chiedere cosa si sta sorvolando ma non avere una risposta certa

A volte, i passeggeri chiedono quali luoghi si stia sorvolando ma, nella maggior parte dei casi, gli assistenti di volo non lo sanno in quanto non hanno a disposizione una rotta prestabilita.

15. Alzarsi durante una turbolenza è sbagliato

Alzarsi durante una turbolenza è rischioso per se stessi e per tutti che vi sono intorno. Tuttavia, nel momento in cui la turbolenza sembra scemare, pare che ogni passeggero voglia alzarsi: un simile atteggiamento è tremendamente sbagliato e rischioso.

16. Non sorvegliare i propri figli genera pericolo per gli altri passeggeri e per l’equipaggio

Non sorvegliare i propri figli può essere pericoloso e scorretto sia nei confronti degli altri passeggeri che dell’equipaggio. Lasciare i propri bambini incustodito è un rischio ed è anche molto irrispettoso in considerazione del fatto che l’areo è uno spazio pubblico.

17. Sfogare le proprie frustrazioni sugli assistenti di volo è scortese

Gli assistenti di volo rappresentano la compagnia aerea ma non sono responsabili dei problemi che, di volta in volta, potrebbero verificarsi. Caroline Mercedes, infatti, ha spiegato: “Avere persone che ci urlano contro per cose che sono fuori dal nostro controllo è estenuante. Capisco che molte volte le persone hanno solo bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, ma dovete anche capire che gli assistenti di volo sono solo i dipendenti che vedete. C’è un’enorme azienda dietro di noi che comprende persone che fanno il possibile per svolgere al meglio il loro lavoro”.

Alessia Marani per “Il Messaggero” il 5 settembre 2021. Colpo gobbo nella villa dei Castelli del re delle porte blindate, l'industriale Benedetto Fedeli. L'uomo, oggi 77enne, subì nella stessa abitazione in via dei Laghi, in località Marino, nel 97 un tentativo di rapina in piena notte da parte di un gruppo di slavi. Allora, con l'intento di spaventarli, aprì il fuoco con la sua Smith & Wesson 357 regolarmente denunciata e sparò colpendo un 26enne, poi finito in coma e rimasto paralizzato. Un episodio per cui Fedeli fu chiamato a rispondere di tentato omicidio. La notte del primo settembre nella sua villa, a distanza di ventiquattro anni, ha fatto incursione un'altra banda. Più persone che, tra l'una e le due, hanno forzato il portone di ingresso, manomettendo il cilindro della serratura e utilizzando una macchina come auto-ariete per forzare i pistoni del freno motore del cancello automatico all'ingresso. Fino ad arrivare ad agguantare la cassaforte da terra che era in casa. Indisturbati, perché l'industriale non era presente e il guardiano, che vive in un'abitazione più in basso, credeva che i rumori che aveva sentito fossero i soliti schiamazzi provenienti da un ristorante vicino. Invece, erano i ladri. Bottino? Non ingente come sperato, evidentemente dal commando. Da quanto ricostruito dai carabinieri di Castelgandolfo che ieri sono tornati nella villa per un ulteriore sopralluogo, infatti, nella cassaforte vi era più che altro dell'argenteria, un fucile a piombini e la stessa pistola che sparò nel 97 e che ormai Fedeli teneva ben chiusa. Possibile che fosse l'arma l'obiettivo della banda? L'azione appare piuttosto eclatante rispetto al target, ma tutte le ipotesi restano aperte. Fedeli è domiciliato nel Centro di Roma ed è residente a Montecarlo. Nella villa dei Castelli va di tanto in tanto, trascorrendoci qualche week-end. Per questo all'interno non teneva più oggetti di eccessivo valore, né l'abitazione era presidiata da telecamere o altri accorgimenti particolari. Qualcuno che ha avuto accesso alla villa e ha avuto modo di scorgere la cassaforte, tuttavia, potrebbe avere pensato che dentro vi fossero valori o orologi di pregio. Quella notte del 97 Fedeli era nella villa con la moglie e il figlioletto di soli 15 giorni. Sentì dei rumori, scorse dalla finestra del primo piano due uomini che con una mazza ferrata stavano tentando di sfondare una vetrata blindata al piano terra e, in preda alla paura, sparò.

I superstiti italiani di Nizza: «Vivi per miracolo, lo Stato ci ha dimenticati». Cinque anni fa l’attentato sulla Promenade des Anglais che causò la morte di 86 persone. I sopravvissuti al tir scagliato sulla folla: “Non riusciamo a dimenticare l’orrore. Trattati come vittime di serie B”. Sabrina Pisu su L'Espresso il 13 luglio 2021. “Ricordo l’odore del ferro e il rumore dell’impatto del camion sulle persone. Ci siamo ritrovate nel mezzo della sparatoria della polizia, tutti correvano, c’erano corpi a terra, per scappare ci siamo dovute passare sopra”: la notte del 14 luglio di cinque anni fa a Nizza ha “segnato irrimediabilmente” Loredana Bonaventura e sua figlia Fabiana. Sono tra i superstiti dell’attentato terroristico commesso dal franco tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, 31 anni, che ha scagliato il tir bianco di cui era alla guida sulla Promenade des Anglais, affollata per i fuochi d'artificio della festa nazionale francese.

Dietro i numeri, 86 persone uccise, di cui sei italiani – Mario Casati, Carla Gaveglio, Maria Grazia Ascoli, Gianna Muset, Angelo D'Agostino e il giovane italo americano Nicolas Leslie   – e 458 feriti, ci sono storie. Al dolore, si uniscono rabbia e delusione per il trattamento riservato dallo Stato italiano. Loredana Bonaventura, 56 anni, di San Maurizio Canavese, vicino Torino, era a Nizza per cure oncologiche: “Riprendevo con il cellulare un gruppo musicale, mi sono girata verso la folla e ho visto il camion, ho tirato via mia figlia, il camion l’ha sfiorata”. Ci sono ferite visibili e altre che restano sottopelle, non meno profonde. A Loredana Bonavenura e sua figlia Fabiana è stato diagnosticato un disturbo post traumatico da stress grave, entrambe sono in cura: “Io prendo anche degli psicofarmaci, solo per mia figlia spendiamo almeno 400 euro di neuropsichiatra al mese, non sono sufficienti i 600 euro che riceviamo”. Bonaventura si fa portavoce di problematiche condivise da superstiti e familiari di vittime anche di altri attentati: “Siamo arrabbiati perché siamo discriminati. È giusto che vengano concessi, a noi e a tutte le vittime italiane di atti di terrorismo compiuti al di fuori del territorio nazionale e ai superstiti, i benefici economici già dati con un provvedimento specifico, anche in assenza di una sentenza di terrorismo passata in giudicato, alle nove vittime italiane dell’attacco terroristico avvenuto a Dacca in Bangladesh nel luglio del 2016”. Un intervento normativo è necessario per garantire un equo trattamento alle vittime: “Su nostro impulso una proposta di legge era stata presentata nell’agosto del 2019 ma non ha avuto seguito. Il 29 ottobre del 2020 abbiamo rinnovato queste richieste alla deputata Marta Grande e al presidente della Camera Roberto Fico, stiamo ancora aspettando”. Loredana Bonaventura pone anche l’accento sui problemi degli indennizzi e della differenza di trattamento: “Gli indennizzi dovrebbero essere erogati dalla data dell’attentato e non da quando viene presentata la domanda, io l’ho fatta 18 mesi dopo perché non lo sapevo, in Italia nessuno ci ha contattato. Chi è riconosciuto, inoltre, come vittima dopo il 2004 non beneficia dello stesso riconoscimento sia sotto l’aspetto medico che economico”. Fabiana, 15 anni, si siede accanto alla madre, si copre gli occhi e sussurra: “Mi è rimasta tanta paura”. Va subito via. “Non ne parla”, dice sua madre mostrando un testo scritto a scuola in cui scrive che “è impossibile dimenticare e forse deve essere così nel rispetto di chi è stato sacrificato rimanendo su quell’asfalto”. Quella notte nel video girato da Bonaventura si vedono gli ultimi istanti di Angelo D'Agostino e Gianna Muset, una coppia di Voghera, in provincia di Pavia, di 71 e 68 anni. Erano a Nizza con gli amici Maria Grazia Ascoli e Mario Casati per festeggiare il pensionamento di Angelo D’Agostino. “Sono le ultime immagini dei miei suoceri vivi”, racconta Roberta Capelli. “Siamo andati avanti per i nostri bambini, dovevamo pensare a loro”, dice il figlio della coppia di Voghera, Eliano D’Agostino. Il 20 luglio del 2016 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha accolto all'Aeroporto di Milano Malpensa i feretri. “Dopo siamo stati dimenticati”, continua Eliano D’Agostino, “non siamo considerati il 9 maggio nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo”. “Le commemorazioni sono solo un’iniziativa dei familiari, siamo risentiti, non siamo anche noi vittime come quelle degli anni di piombo?”, si chiede sua moglie Roberta Capelli.  “A Nizza ci invitano per commemorarci come vittime di un attentato terroristico che, nonostante sia un fatto conclamato, sarà riconosciuto come tale in Italia solo quando ci sarà in Francia una sentenza passata in giudicato, che chissà quando arriverà. Non ha senso”, dice Gaetano Moscato, 76 anni, a cui il tir quella notte ha tranciato una gamba. Il processo per l’attentato di Nizza, subito rivendicato dal cosiddetto “Stato Islamico”, si svolgerà davanti alla Corte d'assise speciale di Parigi dal 5 settembre al 15 novembre del 2022, al vaglio le responsabilità di altre otto persone, amici del franco tunisino, che è rimasto ucciso la sera del 14 luglio del 2016 dagli agenti di polizia, o intermediari coinvolti nel traffico di armi in suo possesso. Gaetano Moscato, che vive a Chiaverano, vicino Torino, quella notte a Nizza è riuscito a salvare la vita a sua figlia Silvia e a suo nipote Filippo, 12 anni, perdendo la gamba sinistra. “Stavamo per attraversare la Promenade des Anglais quando ci siamo ritrovati il camion addosso, ho spinto mio nipote e mia figlia e il tir mi è passato sulla gamba sinistra con la ruota anteriore”. Carla Gaveglio, che era con loro, è morta quasi sul colpo. “Mi sono seduto per terra e abbiamo fermato l’emorragia con la cintura di un ragazzo, accanto a me c’era la mia gamba a pezzi e il mio piede, ho raccolto tutti i pezzi nella speranza che un chirurgo potesse rimetterli insieme”, continua, commuovendosi. In ambulanza il medico gli ha detto subito che non c’era nulla fare, la gamba è stata amputata. Oltre all’operazione, alle protesi e alla riabilitazione, molte a sue spese, Gaetano Moscato è anche in cura per una sindrome post-traumatica da stress. E ha paura delle conseguenze per i suoi nipoti e gli adolescenti coinvolti, 12 bambini quella notte hanno perso la vita. “Filippo ha visto cose inenarrabili, mi ha visto perdere sangue come un maiale scannato. Mia nipote Aliyah, che aveva 18 anni, ha seri problemi ed è in cura da uno psicologo. Matilde, la figlia di Carla Gaveglio, aveva 14 anni e ha visto la madre morirle davanti.”

La "svastica sul Sole" e poi le fiamme: così l'Hindenburg trovò la fine. Davide Bartoccini il 7 Novembre 2021 su Il Giornale. Nel maggio del 1937 il più grande oggetto volante mai realizzato precipitò in fiamme davanti agli occhi increduli della stampa. Il disastro dell'Hindenburg segnerà la fine dell'era Zeppelin, ma le cause di quell'incidente restano ancora un mistero. Al temine della sua ennesima traversata oceanica, tranquilla e sicura, come lo erano state le altre trentaquattro che l’avevano preceduta, il dirigibile Hindenburg, gigante dei cieli argenteo sul quale spiccavano, nella coda, due enormi bandiere rosse fregiate dalla svastica, sta per approcciare la torre d’attracco della stazione aeronavale di Lakehurst, negli Stati Uniti. Era il 6 maggio del 1937. Decollato da Francoforte tre giorni prima, l'Hindenburg portava con sé 36 passeggeri che dalla vecchia Europa si apprestavano a sbarcare per raggiungere ognuno le coincidenze con aerei, navi e treni che li avrebbero condotti verso le rispettive destinazioni nel Nuovo Continente. Il personale dell’American Airlines era affaccendando nelle manovre d'attracco, quando d’improvviso le fiamme iniziarono ad avvolgere l’intera mastodontica struttura ovale, ricoperta di cotone e riempita d’idrogeno. Bastò appena un minuto per lasciare sul prato ancora umido di brina lo scheletro d’alluminio del gigantesco Zeppelin, che s’era tramutato d’un soffio in una palla di fuoco capace d'illuminare perfino il giorno. Tra i rottami incandescenti, giacevano trentacinque sfortunati. Vittime inattese di quel prodigio della tecnologia d'inizio secolo. Di quel che allora veniva considerato “il mezzo di trasporto più sicuro del mondo”.

Il Titano dei cieli

Lungo ben 246 metri - appena una ventina in meno del Titanic - il “Gigante dei Cieli” era considerato, oltre che “il più grande oggetto volante mai costruito”, anche il mezzo di trasporto più sicuro sul quale viaggiare. Intitolato al presidente tedesco, Paul von Hindenburg, l’ultimo della Repubblica di Weimar prima che l’ascesa irrefrenabile del Partito Nazionalsocialista portasse al potere Adolf Hitler, era il fiore all’occhiello della flotta di aeronavi rigide della Deutsche Zeppelin Reederei GmbH, compagnia fondata 1935 dal gerarca nazista Hermann Göring, delfino del Führer, asso da caccia della grande guerra e futuro bisbetico testardo comandante della forza aerea del Terzo Reich.

Spinto in volo da quattro motori a elica da 900 cavalli ciascuno - che gli consentivano una velocità massima di 135 chilometri all’ora - poteva raggiungere una quota di tangenza di 5.500 metri, grazie alle sue celle riempite di idrogeno, gas più leggero dell’aria, ma assai più pericoloso dell’elio: la sostanza aeriforme originariamente scelta per gli Zeppelin, ma irreperibile a causa di un embargo militare imposto dagli Stati Uniti. Benché esso fosse altamente infiammabile, rappresentava, almeno fino a quel momento, un falso problema. Poiché il carico d’idrogeno consentiva un ingombro di spazio minore, a vantaggio di una spinta maggiore. Consentendo quindi l’alloggiamento a bordo di un carico maggiore, e traducendosi in “più passeggeri”. L’Hindenburg così poteva portare fino a 72 passeggeri (50 nei voli transatlantici), alloggiati nelle cabine ricavate nella parte inferiore della sezione mediana. Mentre la gondola prua, e altre diverse gondole motori, trovavano il posto per i 61 membri d’equipaggio.

I venti del ritardo e lo strabilio di New York

Viaggiare su uno Zeppelin era come viaggiare su di una grande nuvola d’argento scintillante, sospinta da piccole e silenziose eliche nella placida troposfera. Riveriti da camerieri in livrea che servivano per l’aperitivo cocktail e cibi alla moda. Coccolati e rassicurati dall’equipaggio e dagli ufficiali in alta uniforme: proprio come avveniva nei grandi piroscafi, però nel cielo. 

Al comando dell’Hindenburg era il capitano Max Pruss, un prussiano dagli occhi piccoli che aveva servito nella Marina del Kaiser durante la Grande Guerra proprio sugli Zeppelin, e che aveva maturato una conoscenza profonda di quel pionieristico mezzo volante prestato al servizio civile. Fu lui a decidere, a causa del forte vento e della presenza di temporali sparsi nell’aerea intorno a New York, di ritardare l'arrivo dell'Hindenburg nel New Jersey, lasciando che la sua aeronave sorvolasse i cieli di Manhattan per il puro stupore dei newyorkesi. Che, sebbene avessero già osservato nel ’33 il loro dirigibile Goodyear Macon, rimasero comunque sbalorditi dal gigante argentato che sorvolano i loro altissimi grattacieli. Portando la "svastica sul Sole”, come avrebbe poi scritto Philip K. Dick nel suo distopico romanzo.

Un istante e poi le fiamme della "catastrofe"

“È andato in fiamme! È andato in fiamme e sta precipitando, si sta schiantando! Attenzione! Attenzione, voi! Toglietevi di mezzo! Toglietevi di mezzo! Riprendi, Charlie! Riprendi questo, Charlie! Il fuoco e si sta schiantando! Si schianta, è spaventoso! O mio Dio, toglietevi, ve ne prego! Brucia e divampa, e il… e sta precipitando sopra al pilone d’ormeggio e tutti si rendono conto che è terribile, questa è una delle peggiori catastrofi del mondo..”, furono queste parole di Herbert Morrison, che in lacrime raccontava un disastro che sarebbe rimasto per sempre impresse nella memoria del mondo, grazie anche alla copertura di cinegiornali e fotografi che attendevano l’arrivo dell’Hindenburg.

Sebbene la causa del disastro non sia mai stata del tutto chiarita, la tesi più avvalora fu quella che durante la fase di attracco una scintilla - si sospetta provocata dall’accumulo di elettricità statica - avrebbe dato luogo ad un piccolo incendio sul particolare rivestimento di cotone trattato, che in un batter d’occhio avrebbe innescato le celle d’idrogeno, propagando le fiamme istantaneamente in tutto il dirigibile. Delle 97 persone a bordo, ne muoiono 35, la maggior parte nel momento nell’incidente, altre, una ridotta parte, nelle ore seguenti a causa delle gravissime ustioni riportate. Delle vittime 13 erano passeggeri e 22 erano membri dell’equipaggio. La maggior parte dei passeggeri e dell’equipaggio riuscirono a mettersi in salvo saltando giù dal dirigibile che bruciando perdeva quota e concedeva un “salto” salvifico da un altezza sostenibile - tra i sei e i quattro metri. Singolare tra i superstiti il caso del capoelettricista Philipp Lenz, che sopravvisse, pur riportando gravi ustioni, poiché rimasto bloccato nella centrale elettrica che era pressurizzata e isolata da un rivestimento di alluminio. Lo stesso capitano Pruss, incastrato nella gondola di comando che essendo a prua raggiunse più tardi la terra, rimase gravemente ustionato e sfigurato. Seppur vivo.

Il sospetto sabotaggio e la fine dell’era degli Zeppelin 

Come detto, una delle cause che avrebbe potuto provocare l’incendio e la conseguente distruzione dell’Hindenburg sarebbe da ricondursi a una scintilla sprigionata da accumulo di elettricità statica. Una seconda ipotesi invece si fondò su una manovra "azzardata" da parte del comandate.

Il Dipartimento del Commercio Usa, al termine della sua inchiesta, stabilì che le fiamme erano senza dubbio divampate a causa del contatto tra idrogeno libero con l'aria. Ma quale fosse il motivo della presenza di questo “idrogeno libero” non è mai stata scoperta. Forse poteva essersi creato uno strappo nel rivestimento del dirigibile, e la scintilla accidentale - forse provocata dallo sfregamento di un cavo libero della torre di attracco - avrebbe pensato al resto. Una combinazione “letale” di fatalità, elettricità statica, e idrogeno libero fuggito dallo Zeppelin, che pure era ricoperto di tela di cotone rivestita di un particolare “composto di ossido di ferro e acetato butirrato di cellulosa, miscelati con polvere d’alluminio" per garantirne l’impermeabilità. Ma non eccellenti a livello ignifugo.

Per altri invece, si sarebbe trattato di sabotaggio. Un'azione determinata per infliggere un duro colpo mediatico al “signor Hitler” e ai dirigibili che erano considerati un simbolo della potenza nazista. Questo almeno secondo la dietrologia partorita dalla mente di Hugo Eckner, fervente nazionalsocialista e presidente dell’azienda Zeppelin. Un’ipotesi che rimane tutt’ora completamente infondata.

Dal momento che il regime nazista si era definito scettico circa l’impiego della tecnologia Zeppelin - si ricordi usati come prima piattaforma da bombardamento della storia bellica - per scopi civili, la rovinosa caduta dell’Hindenburg, quale che fosse la misteriosa causa di quel disastro, segnò profondamente il futuro dei dirigibili; considerati negli anni ’30 come una valida alternativa ai piroscafi e agli aeroplani, per le tratte transoceaniche. Oltre a rappresentare una piccola sconfitta per la fiera Germania Nazista, che già pianificava le sue oscure trame per conquistare il mondo e imporre in ogni latitudine del globo la svastica. Tre anni dopo il disastro dell’Hindenburg, gli hangar della Zeppelin di Francoforte saranno rasi al suolo, decretando una volta per tutte la fine dei viaggi in aeronave. Il mistero su quali siano state le vere cause dell’incidente, permane. E probabilmente, non verrà mai svelato.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare. 

Aereo precipitato a Linate, la famiglia distrutta del miliardario romeno che fuggì da Ceausescu.  Brunella Giovara su La Repubblica il 4 ottobre 2021. Ai comandi del Piper c’era l’immobiliarista con un patrimonio stimato in tre miliardi. Con lui la moglie, il figlio con il compagno e la famiglia italiana. "Mia moglie era lì. È lì". Nel buco annerito della palazzina semidistrutta, o polverizzata nell'aria che sa ancora di plastica bruciata, e anche di altro, e i cani al guinzaglio sono nervosi, i padroni che li portano a pascolare sull'erba li strattonano via. E poi ci sono questi due uomini stravolti, arrivati sgommando su una piccola macchina nera, "fatemi entrare, là c'è mia moglie, sono il marito di Lozinschi, c'è una Lozinschi tra i morti", ma il giovane agente di polizia li ferma, "non si può, c'è la Scientifica, stanno sollevando i teli".

Aereo caduto a San Donato, l’ultimo contatto radio: «Perché avete deviato?». Leonard Berberi su Il Corriere della Sera il 3 Ottobre 2021. Il jet non ha segnalato anomalie o lanciato l’allarme. L’ipotesi stallo o disorientamento spaziale del pilota. I parametri anomali che hanno preceduto lo schianto. Cos’è successo alle 13.07 di ieri? È il momento in cui, tre minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Milano Linate, il Pilatus Pc-12 diretto a Olbia inizia non solo a discostarsi dalla rotta prestabilita, ma anche a inviare parametri anomali per chi li ha visti. «Perché avete deviato? Per evitare una turbolenza?», chiedono gli uomini-radar del Centro di controllo d’area di Linate che gestisce il traffico nei cieli del Nord-Ovest dell’Italia. Lo ricostruiscono al Corriere fonti dello scalo meneghino che chiedono l’anonimato perché non autorizzate a parlarne pubblicamente. «No», è l’unica parola che arriva in risposta dal pilota. Meno di un minuto dopo il velivolo sparisce dai monitor, senza alcun mayday, senza chiedere di rientrare d’urgenza in aeroporto. In quel momento, mostrano i bollettini meteo, nell’area pioviggina, il vento è leggero e le nuvole sono basse. Ed è tra le nuvole che il monomotore perde quota per sedici secondi fino a schiantarsi (l’incidente e il fumo hanno fatto chiudere Linate per 10 minuti). Saranno gli investigatori dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo a fare luce sulle cause. Una mano alle indagini la daranno i dati del «Lightweight Data Recorder», la scatola nera. Agli esperti toccherà anche chiarire cosa è successo tra la deviazione dalla rotta autorizzata, il breve dialogo con la torre di controllo e il momento in cui il Pilatus inizia a perdere 25-30 metri di quota al secondo. La lettura preliminare dei tracciati raccolti da tre diverse piattaforme specializzate mostra come sia successo qualcosa di così improvviso da non dare nemmeno il tempo di lanciare l’Sos. Il Pilatus Pc-12 romeno — con marche di identificazione Yr-Pdv — era arrivato a Milano da Bucarest il 30 settembre. Alle 12.52 di ieri si è mosso dal parcheggio di Linate Prime, il terminal dei voli privati, per dirigersi verso la pista 36. Alle 13.04:08 è decollato dirigendosi verso Nord, passando sopra l’Idroscalo di Milano, per poi virare a Sud dell’aeroporto. Una volta sopra le case di Metanopoli, frazione di San Donato Milanese, ha già deviato e mostra qualche problema. Alle 13:07:40 sta procedendo a 293 chilometri orari e 1.631 metri di quota, due secondi dopo la quota scende a 1.615 e la velocità balza a quasi 303. Altri due secondi ed è ulteriormente giù di 52 metri. Sette secondi prima dell’ultimo segnale il velivolo registra la velocità più alta: 319 chilometri orari. Chi ha dimestichezza con l’aeroporto sottolinea che nessuna procedura standard di partenza strumentale — che garantisce una separazione verticale e orizzontale dagli ostacoli e dal terreno in condizioni di bassa visibilità — prevede che i velivoli passino sulla traiettoria effettuata ieri dal jet privato. Cosa potrebbe aver portato all’impatto? Due esperti consultati dal Corriere spiegano il motore si potrebbe essere «piantato». Ma non si possono nemmeno escludere un malore di chi era ai comandi o il suo «disorientamento spaziale» una volta in mezzo alle nuvole. Uno degli interrogativi riguarda l’esperienza del pilota e le sue certificazioni. A leggere — e interpretare i parametri radar — poco dopo la prima virata si notano escursioni anomale nella salita: a un certo punto si toccano i 1.767 metri al minuto, valore inaccettabile per un Pc-12 e che porta allo stallo sicuro. Non a caso poi l’aereo precipita a 7.315 metri al minuto. Tutti elementi che andranno analizzati dagli investigatori. Per provare a rispondere alla domanda iniziale: perché l’aereo ha deviato?

Il misterioso Dan Petrescu, il miliardario romeno morto nell'incidente aereo di Milano. AGI il 3 ottobre 2021. Lo ricordano alla guida per anni di una vecchia Opel Vectra, con i vestiti stazzonati. Dan Petrescu, 68 anni, era considerato dalla stampa romena uno degli uomini più ricchi - e misteriosi - del Paese. Soprannome: "Il miliardario dell'ombra". Il suo patrimonio personale, a seconda dei media locali, varia fra uno e tre miliardi di euro. Calcolo approssimativo perché Petrescu, la cui parabola si è conclusa tragicamente alla cloche del Pilatus Pc-12 caduto oggi a San Donato Milanese, aveva spostato la residenza nel Principato di Monaco, con domicilio al Columbia Palace in Avenue Princesse Grace. Petrescu era partner in affari con il leggendario magnate ed ex tennista romeno Ion Tiriac, "il vampiro di Brasov", che cominciò a costruire la sua ricchezza in Germania al termine di una carriera sportiva ai vertici, quando si vantava di essere "il miglior giocatore di tennis che non sa giocare a tennis". Fondatore della prima banca privata romena del dopo Ceausescu, con business poi estesi al settore assicurativo, immobiliare, e indirettamente a tutti i rami dell'economia, Tiriac fu il primo romeno a entrare (2007) nella lista dei "Paperone" mondiali compilata da 'Forbes'. Collezionista maniacale di figli, stimati in oltre trenta, e di automobili di lusso, stimate in oltre 400. Petrescu, nella sua scia, aveva asceso le scale dorate del successo ma a differenza di Tiriac ostentando nulla o tutt'al più povertà. I giornali romeni collocano i suoi interessi in Unicredit iriac Bank, nell'holding Rocar e nel settore immobiliare quale proprietario tra l'altro di ipermercati e di centri commerciali nel Paese. Dai quindici ai venti secondo fonti citate dalla stampa romena. I rapporti di affari di Petrescu includevano anche quelli con l'ex azionista della squadra di calcio Dinamo di Bucarest Vova Cohn, con cui aveva acquistato nel 2015 il velivolo sul quale è morto oggi. Scarne assai le notizie su Petrescu in Italia. Soltanto il Ministero degli Affari Esteri romeno ha confermato in un comunicato il decesso, nel disastro aereo, "di due cittadini romeni con doppia cittadinanza". Il consolato generale di Romania a Milano si è attivato di propria iniziativa per fornire eventuale assistenza alle autorità italiane, per facilitare l'eventuale rimpatrio delle salme e agevolare le procedure legali. 

Che modello era l'aereo precipitato a Milano. AGI il 3 ottobre 2021. Il Pilatus PC12, il modello del velivolo caduto domenica a San Donato Milanese poco dopo il decollo da Linate, è un turboelica prodotto in Svizzera. Ci sono la versione per il trasporto merci e quella per uso militare per compiti che vanno dal pattugliamento marittimo a quelli di ricognizione e piattaforma di comando e controllo nelle missioni di Guerra elettronica, mediante l'installazione di radar, apparati elettronici e sistemi all'infrarosso. A seconda delle versioni il prezzo va dai 4,3 ai 5,4 milioni di dollari. Il costo per il noleggio varia a seconda della compagnia, ma si aggira intorno ai 2.000 dollari l'ora. La versione con due piloti a bordo può portare un totale di dieci persone, che scendono a 6 passeggeri nella versione executive, la più accessoriata. La velocità operativa è intorno ai 500 chilometri orari e il raggio di autonomia è di poco inferiore ai 3.000 chilometri. 

Il decollo, la picchiata, poi lo schianto: il volo di appena 3 minuti. Francesca Galici il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Sono bastati poco più di 180 secondi al volo YR-PDV per schiantarsi su una palazzina di Milano dopo il decollo da Linate. Solo 3 minuti: tanto è durato l'ultimo volo del Pilatus Pc-12 YR-PDV partito dall'aeroporto di Milano Linate, che poi si è schiantato nella periferia del capoluogo lombardo. Il decollo, stando ai dati finora noti, è avvenuto alle 13.04. Lo schianto alle 13.07. L'aereo, un velivolo privato, era diretto a Olbia e lo scorso 30 settembre, con un volo durato poco più di 3 ore, era arrivato a Milano da Bucarest. Il tracciato dell'aereo parla chiaro: il velivolo è caduto quasi in picchiata contro la palazzina nei pressi della stazione della metropolitana e dell'autosilo, sul confine con il comune di San Donato. Il tempo a Milano è quello tipico autunnale di queste parti, una giornata uggiosa con pioviggine, niente che possa creare particolari problemi a un aereo in fase di decollo. Ora saranno le autorità a far luce su quanto accaduto ma i tracciati preliminari del volo forniti da Flightaware, che segnano il percorso dal decollo allo schianto, possono già dare le prime informazioni su quanto sia accaduto in quei 180 secondi che hanno separato i passeggeri dalla morte. Il decollo è stato effettuato alle 13:04:12. Fino alle 13:07:29 l'aereo ha correttamente effettuato la salita anche se non in maniera regolare. Infatti, alle 13:06:53, l'aereo ha un'improvvisa variazione positiva dell'altitudine rispetto al tempo di 914, viaggia a 306 km/h e si trova a 1.295 metri. Da questo punto in poi sembra avere un rallentamento, alle 13:07:10 la velocità di salita (RoC) scende fino a 533 e anche la velocità rallenta, arrivando a 241 km/h, mentre la quota raggiunta è di 1.600 metri. Alle 13:07:29 il tasso di salita si inverte e diventa negativo, -65, mentre l'aereo sembra riprendere velocità fino a 315 km/h e la sua quota sale, ma solo fino a 1.615 metri. Questa sarà la massima altitudine raggiunta dal volo YR-PDV. Alle 13:07:45 il tasso di salita è di -200, la velocità è aumentata ancora fino a 365 km/h ma l'altitudine è scesa a 1.562. Quasi una picchiata per il volo. Da quel momento non ci sono più informazioni. L'aereo si è schiantato dopo aver percorso poco meno di 20 km, seguendo una rotta quasi ad anello. "Ha effettuato una virata rispetto al decollo, probabilmente si è accorto di una anomalia", ha Carlo Cardinali, funzionario dei vigili del fuoco di Milano. Un testimone ha dichiarato che l'aereo fosse a fuoco prima di schiantarsi: "Ho visto l'aereo in volo, aveva perso il controllo, c'era una scia e le fiamme sotto l'aereo". 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Aereo precipitato a Milano, l'ultimo contatto radio: "Perché avete deviato?". Dramma in 16 secondi, la sconcertante risposta del pilota. Libero Quotidiano il 04 ottobre 2021. "Perché avete deviato?: gli uomini del centro di controllo hanno fatto questa domanda poco prima che l'aereo privato diretto a Olbia si schiantasse a San Donato Milanese. E' successo alle 13.07 di ieri, tre minuti dopo il decollo dall'aeroporto di Milano Linate. In quella manciata di secondi il jet si sarebbe discostato dalla rotta prestabilita e avrebbe inviato pure dei parametri anomali. All'inizio si pensava a una deviazione dovuta a una turbolenza, salvo poi capire che non fosse quello il problema. Lo hanno riferito al Corriere della Sera fonti dello scalo meneghino, che hanno chiesto di rimanere anonime. "No", sarebbe stata l'unica risposta fornita dal pilota alla domanda su un'eventuale turbolenza. Pochi secondi dopo, il velivolo è sparito dai monitor, senza fare nessuna richiesta di aiuto e senza chiedere di rientrare d’urgenza in aeroporto. Alla fine il jet ha perso quota per sedici secondi fino a schiantarsi. A occuparsi del caso, adesso, saranno gli investigatori dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo, che potranno capire meglio cosa sia successo anche grazie all'aiuto della scatola nera. Quale potrebbe essere stata la causa dello schianto? Secondo diversi esperti contattati dal Corriere, il motore si potrebbe essere "piantato". Ma non si escludono nemmeno un malore di chi era al comando o il suo "disorientamento spaziale" una volta in mezzo alle nuvole. Uno dei dubbi principali riguarda l’esperienza del pilota e le sue certificazioni. Stando ai parametri radar, infatti, pare ci siano state escursioni anomale nella salita. 

Chi sono le vittime dell'incidente aereo di Milano: due sono italiane. Francesca Galici il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Sono in totale 8 le persone decedute nello schianto dell'aereo a Milano: tra loro la famiglia del miliardario rumeno Dan Petrescu e alcuni amici. Mentre gli investigatori sono a lavoro per capire come abbia fatto a cadere l'aereo Pilatus Pc-12, che poco dopo le 13 si è schiantato sul tetto di un palazzo disabitato nella periferia sud di Milano, nel pomeriggio è stata resa nota l'identità di parte delle vittime. A bordo erano presenti 8 persone e nessuna di loro è sopravvissuta all'impatto. Ai comandi c'era Dan Petrescu, immobiliarista miliardario con doppio passaporto tedesco e rumeno, proprietario del velivolo. Dan Petrescu era uno degli uomini più ricchi di Romania, dove risultava proprietario di catene di supermercati ma anche di gallerie commerciali e di altri immobili di prestigio. Era arrivato in Italia a bordo del suo aereo lo scorso 30 settembre e dopo una breve sosta a Milano era diretto in Sardegna, in Costa Smeralda, dove ad attenderlo c'era già sua madre. La donna, un'anziana signora di 98 anni, si trovava nella villa del magnate, dove Petrescu l'avrebbe raggiunta nel primo pomeriggio di oggi, se l'aereo non fosse improvvisamente precipitato per cause ancora da accertare. A bordo dell'aereo viaggiavano, insieme a Dan Petrescu, anche sua moglie, una donna di 65 anni nata in Romania ma con passaporto francese e suo figlio, Dan Stefan Petrescu di appena 30 anni, nato a Monaco di Baviera. Come riportano alcune fonti rumene, il giovane Petrescu sarebbe arrivato a Milano pochi giorni prima del padre, di rientro dal Canada dove lavora come ricercatore scientifico insieme a una coppia di amici, che ieri hanno battezzato il figlio e che erano a bordo dell'aereo. I vigili del fuoco, infatti, hanno confermato di aver trovato anche il corpo di un bambino. Loro sarebbero Filippo Nascimbene, nato nel 1988 a Pavia e manager, e la moglie Claire Stephanie Caroline Alexandrescou, 34 enne, nata in Francia e manager pubblicitaria. Il piccolo si chiamava Raphael e aveva quasi 2 anni. A bordo anche Miruna Anca Wanda Lozinschi, madre della ragazza. L'ultima vittima sarebbe Julien Brossard, amico di Petrescu jr. "L'impatto è stato molto violento e ci sono delle oggettive difficoltà nel recupero delle salme", ha detto il procuratore aggiunto di Milano, Tiziana Siciliano, dopo un sopralluogo. Le operazioni di identificazione sono ancora in corso e non c'è stata ancora l'ufficialità dell'identità di tutte le vittime dell'incidente. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

(ANSA il 4 ottobre 2021.) C'è anche lo "stallo del motore" tra le ipotesi al vaglio di inquirenti e investigatori che indagano sull'incidente aereo di ieri alle porte di Milano e nel quale sono morte otto persone tra cui un bimbo di nemmeno due anni. Da quanto apprende l''ANSA, a parlare di blocco è stato uno dei tecnici dell'Enav che si occupa del caso, sulla base dei filmati delle telecamere di sorveglianza della zona, in cui si vede il velivolo precipitare ad altissima velocità con il muso a 90 gradi e disintegrarsi sull'edificio. Da quel video, i cui fotogrammi dovranno essere analizzati dalla polizia scientifica, non risulta il motore in fiamme.

(ANSA il 4 ottobre 2021.) - Gli uomini della sala radar si sono accorti che, pochi minuti dopo la partenza da Linate, il Pilatus precipitato ieri, causando 8 morti, stava virando verso destra in modo anomalo invece di procedere verso sud e hanno ricevuto una comunicazione dal pilota, il quale pronunciò una frase del tipo "little deviation (piccola deviazione, ndr)", ma senza il motivo o allarmi specifici. Poco dopo avrebbe chiesto un "vettore", ossia uno spazio per rientrare verso l'aeroporto. Dopo meno di un minuto la traccia è sparita dal radar perché l'aereo ha iniziato a scendere in picchiata. Lo ha appreso l'ANSA da fonti qualificate. I pm di Milano Paolo Filippini e Mauro Clerici, che coordinano con l'aggiunto Tiziana Siciliano le indagini sull'incidente aereo di ieri alla periferia sud della città al confine con San Donato, si stanno recando sul luogo della tragedia. Stamane in Procura si è tenuto un vertice tra inquirenti e investigatori. Tra i prossimi passi dell'inchiesta per disastro colposo ci sarà l'acquisizione delle registrazioni delle comunicazioni tra il Piper e la sala radar di Linate e le analisi tecniche sulla scatola nera recuperata ieri. Nell'incidente sono morte 8 persone tra cui un bimbo di circa due anni. Si è lavorato tutta la notte, alla luce delle lampade fotoelettriche, sul luogo dello schianto dell'aereo da turismo che ieri, dopo il decollo da Linate, è precipitato su una palazzina in ristrutturazione in via Marignano, a Milano, al confine con San Donato Milanese (Milano). Gli ultimi vigili del fuoco sono tornati in sede stamani alle 7, mentre sul posto rimane la Polizia Scientifica per i rilievi e la Polizia Locale per impedire l'accesso alle aree coinvolte dall'incidente aereo, che ha provocato 8 morti. Secondo quanto riferito dalla Polizia Locale oltre a presidiare l'area dello schianto e dell'incendio, e a gestire la chiusura di un ampio tratto di via Marignano, al momento è vietato l'accesso a un parcheggio d'interscambio dell'Atm (la società dei trasporti milanese) e a parte del grande spiazzo dove si trovano le banchine dei mezzi di superficie, abitualmente affollate di viaggiatori, che sono state spostate. La palazzina su cui è precipitato il velivolo, infatti, si trova molto vicino al cosiddetto 'parcheggio dei bus' antistante alla metro MM3 San Donato. (ANSA).

S. Bet. per il “Corriere della Sera - ed. Milano” il 4 ottobre 2021. Operai, capicantiere, architetti. Tutte figure che avrebbero riempito la palazzina di San Donato in un giorno feriale. Invece ieri era vuoto l'edificio in via di costruzione contro cui si è schiantato un aereo privato, causando otto vittime. «Non c'era dentro nessuno - conferma Michele Pugliese, direttore dei lavori - ma domattina (oggi, ndr ) ci sarebbero stati dentro gli operai. In un altro momento l'impatto poteva causare più morti, soprattutto perché una volta completato ci sarebbe stata dentro la biglietteria, la foresteria degli autisti, gli uffici della stazione». A due passi dal capolinea San Donato della linea «gialla» della metropolitana si stava infatti realizzando un nuovo terminal per i bus a media e lunga distanza, sul modello di Lampugnano. Il cantiere, ricostruiscono dal Comune, è iniziato nel 2018 per poi bloccarsi a causa di un ricorso al Tar e di alcune questioni sollevate dalle aziende di trasporto. Dopo la vittoria di Palazzo Marino di fronte ai giudici amministrativi, i lavori sono ripartiti. Il progetto è stato affidato tramite una gara ad Autostazioni di Milano, che si impegna alla manutenzione per i dieci anni successivi al completamento dell'opera. Il piano di riqualificazione prevede di dare maggiore fruibilità e sicurezza all'hub. Nella palazzina su cui è caduto l'aereo si stavano realizzando una biglietteria, una sala d'attesa con servizi igienici per i viaggiatori, un bar e una foresteria per gli autisti. Previsti inoltre pannelli fotovoltaici a copertura delle pensiline e colonnine per la ricarica elettrica. Il progetto comprende poi un'area tecnica per il lavaggio e l'assistenza agli autobus, un parcheggio dedicato alla sosta dei mezzi e uno per le auto private con accesso controllato e recintato. Tra gli altri interventi, l'abbattimento delle barriere architettoniche, il miglioramento della viabilità delle vie limitrofe, l'installazione di un nuovo ascensore per collegare l'autostazione con il mezzanino della M3. Una volta conclusi i cantieri, il nuovo hub sarebbe stato videosorvegliato e coperto da wi-fi e attrezzato con pannelli per dare informazioni ai passeggeri. I lavori erano a buon punto e il taglio del nastro era in calendario per dicembre, ricorda l'architetto Pugliese. Ancora da valutare i danni dell'impatto del velivolo e di conseguenza il destino della nuova autostazione.

Leonard Berberi per il "Corriere della Sera" il 4 ottobre 2021. Cos' è successo alle 13.07 di ieri? È il momento in cui, tre minuti dopo il decollo dall'aeroporto di Milano Linate, il Pilatus Pc-12 diretto a Olbia inizia non solo a discostarsi dalla rotta prestabilita, ma anche a inviare parametri anomali per chi li ha visti. «Perché avete deviato? Per evitare una turbolenza?», chiedono gli uomini-radar del Centro di controllo d'area di Linate che gestisce il traffico nei cieli del Nord-Ovest dell'Italia. Lo ricostruiscono al Corriere fonti dello scalo meneghino che chiedono l'anonimato perché non autorizzate a parlarne pubblicamente. «No», è l'unica parola che arriva in risposta dal pilota. Meno di un minuto dopo il velivolo sparisce dai monitor, senza alcun mayday , senza chiedere di rientrare d'urgenza in aeroporto. In quel momento, mostrano i bollettini meteo, nell'area pioviggina, il vento è leggero e le nuvole sono basse. Ed è tra le nuvole che il monomotore perde quota per sedici secondi fino a schiantarsi (l'incidente e il fumo hanno fatto chiudere Linate per 10 minuti). Saranno gli investigatori dell'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo a fare luce sulle cause. Una mano alle indagini la daranno i dati del «Lightweight Data Recorder», la scatola nera. Agli esperti toccherà anche chiarire cosa è successo tra la deviazione dalla rotta autorizzata, il breve dialogo con la torre di controllo e il momento in cui il Pilatus inizia a perdere 25-30 metri di quota al secondo. La lettura preliminare dei tracciati raccolti da tre diverse piattaforme specializzate mostra come sia successo qualcosa di così improvviso da non dare nemmeno il tempo di lanciare l'Sos. Il Pilatus Pc-12 romeno - con marche di identificazione Yr-Pdv - era arrivato a Milano da Bucarest il 30 settembre. Alle 12.52 di ieri si è mosso dal parcheggio di Linate Prime, il terminal dei voli privati, per dirigersi verso la pista 36. Alle 13.04:08 è decollato dirigendosi verso Nord, passando sopra l'Idroscalo di Milano, per poi virare a Sud dell'aeroporto. Una volta sopra le case di Metanopoli, frazione di San Donato Milanese, ha già deviato e mostra qualche problema. Alle 13:07:40 sta procedendo a 293 chilometri orari e 1.631 metri di quota, due secondi dopo la quota scende a 1.615 e la velocità balza a quasi 303. Altri due secondi ed è ulteriormente giù di 52 metri. Sette secondi prima dell'ultimo segnale il velivolo registra la velocità più alta: 319 chilometri orari. Chi ha dimestichezza con l'aeroporto sottolinea che nessuna procedura standard di partenza strumentale - che garantisce una separazione verticale e orizzontale dagli ostacoli e dal terreno in condizioni di bassa visibilità - prevede che i velivoli passino sulla traiettoria effettuata ieri dal jet privato. Cosa potrebbe aver portato all'impatto? Due esperti consultati dal Corriere spiegano il motore si potrebbe essere «piantato». Ma non si possono nemmeno escludere un malore di chi era ai comandi o il suo «disorientamento spaziale» una volta in mezzo alle nuvole. Uno degli interrogativi riguarda l'esperienza del pilota e le sue certificazioni. A leggere - e interpretare i parametri radar - poco dopo la prima virata si notano escursioni anomale nella salita: a un certo punto si toccano i 1.767 metri al minuto, valore inaccettabile per un Pc-12 e che porta allo stallo sicuro. Non a caso poi l'aereo precipita a 7.315 metri al minuto. Tutti elementi che andranno analizzati dagli investigatori. Per provare a rispondere alla domanda iniziale: perché l'aereo ha deviato?

L’aereo caduto a Milano «era fuori controllo», forse un errore del pilota. Nei filmati sulla tragedia di Linate non si vedono fiamme prima dello schianto. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 5 ottobre 2021. Nei filmati sequestrati dagli investigatori non si vedono fiamme provenire dal motore Pratt & Whitney turbo-albero. Né dalla fusoliera o dalla carlinga del Pilatus Pc-12 del magnate rumeno Dan Petrescu. C’è però l’aereo che «proveniente da Est» perde quota «andando a impattare sulla struttura (la palazzina degli uffici Atm, ndr) perpendicolarmente». Totalmente fuori controllo. Se per un guasto al motore, agli strumenti o al sistema idraulico è ancora presto per dirlo. Ma sulla base dei tracciati radar del Pc-12 si fa largo anche l’ipotesi di un errore umano.

Il giallo delle fiammate. Domenica alle 13 quando il volo diretto a Olbia della compagnia «Sc Aviroms» è decollato da Linate con a bordo Petrescu, la moglie, il figlio Stefan, e il 32enne Filippo Nascimbene, la moglie, la suocera e il figlio Raphael di 20 mesi, le condizioni meteo non erano a rischio, ma neanche ideali. Perché intorno ai 1.800 piedi (quasi 600 metri) c’erano nuvole compatte e pioggia. È anche su questo aspetto che si concentrano le indagini dei pm Paolo Filippini, Mauro Clerici e dell’aggiunto Tiziana Siciliano, che hanno aperto un fascicolo per disastro aereo. Gli inquirenti per il momento, in attesa di prove documentali (nuovi filmati o analisi dei dati della scatola nera), vanno cauti sul racconto di alcuni testimoni che hanno detto di aver visto «fiammate» uscire dall’aereo in caduta. Il Pilatus Pc-12 potrebbe invece essere andato in «stallo» iniziando a precipitare verso il suolo.

L’ultimo contatto radio. Un fattore notevole potrebbero averlo giocato le nubi attraversate in fase di decollo e di allineamento alla rotta verso la Sardegna che potrebbero aver disorientato il 67enne Petrescu ai comandi. Il tutto unito a una valutazione errata di pesi (il Pc-12 era a pieno carico) e velocità. Questo potrebbe spiegare anche il dialogo tra il pilota e la torre di Linate che lo contatta poco prima della caduta per accertarsi di una anomalia nella rotta. Petrescu ha risposto solo «little deviation» ricevendo poi dai controllori di volo le istruzioni per rientrare nel corretto percorso. Cosa che però il Pc-12 non farà mai.

Il mancato Sos. Subito dopo l’incidente, i controllori avrebbero riferito alla polizia di una richiesta arrivata dal pilota «di fare rientro presso lo scalo, iniziando le relative manovre»: «Poco dopo il velivolo spariva dai radar senza che fosse comunicata l’emergenza a bordo, il cosiddetto mayday». Il mancato Sos è uno degli elementi che fa diffidare dell’ipotesi del guasto perché con fiamme o anomalie la prima cosa che si fa è assicurarsi di avere pista libera per il rientro. E Linate è uno scalo molto trafficato. Quanto accaduto sembra più legato a un fenomeno improvviso e che ha impegnato il pilota nel tentativo di tenere in assetto l’aereo senza poter lasciare i comandi. Al momento non è chiaro se il 67enne abbia effettivamente richiesto di tornare a Linate. La risposta arriverà dall’analisi delle comunicazioni, sequestrate dai poliziotti dell’Upg e della Scientifica, e messe a disposizione degli investigatori dell’Ente nazionale per la sicurezza del volo. Nelle prossime ore la Procura nominerà un ingegnere aerospaziale del Politecnico per le consulenze tecniche.

L’arrivo da Bucarest. L’aereo, gestito a Linate dalla «Signature flight support», era arrivato a Milano nel primo pomeriggio di giovedì scorso, proveniente da Bucarest. Nello scalo italiano non risultano interventi di manutenzione né di rifornimento di cherosene. L’aereo sarebbe rimasto tre giorni nel piazzale dello scalo Ata, l’aeroporto privato, dove intorno alle 12 sono arrivati i sette passeggeri accompagnati da Petrescu. Poi il lungo rullaggio sui tracciati Mike e November fino alla pista. Sequestrati i registri di volo e di manutenzione e documenti del costruttore svizzero, della società rumena proprietaria che fa sempre capo a Petrescu e del produttore canadese del motore.

Se vuoi restare aggiornato sulle notizie di Milano e della Lombardia iscriviti gratis alla newsletter di Corriere Milano. Arriva ogni sabato nella tua casella di posta alle 7 del mattino. Basta cliccare qui.

"La caduta a picco fa pensare a uno stallo". Manila Alfano il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'esperto: il pilota potrebbe essere andato nel panico dopo un guasto. «Sto deviando». Dan Petrescu voleva tornare indietro. Il pilota magnate aveva capito che qualcosa non andava. Tutto succede in una manciata di secondi, forse troppo pochi, lui e i suoi sette passeggeri avevano appena lasciato l'aeroporto di Linate, destinazione Olbia. Aveva comunicato una little deviation. Poi l'impatto. «Molto improbabile che abbia chiesto la deviazione per il maltempo». Christian Damian Yeates è tranchant. «Impossibile che il tempo sia stato il fattore scatenante che ha convinto il comandante a virare; le condizioni meteo non possono cambiare così velocemente». È sicuro del fatto suo Yeates, da anni direttore Flight Sim Center, il centro di simulazione di volo dove vengono addestrati i piloti di linea dopo ore e ore di volo certificate. In questa cabina virtuale si simulano le situazione peggiori che potrebbero capitare nella realtà. Ed è per questo che il direttore sa che il maltempo da solo non può bastare.

E allora direttore cosa può essere successo?

«Solo le indagini potranno stabilire con certezza quello che realmente è accaduto in quei terribili istanti, ma le procedure sono standard per tutti: quando un pilota richiede il piano di volo, il controllo del traffico aereo fornisce anche le condizioni meteo, in gergo si chiama il metar, breafing meteo. Dunque il comandante sapeva ancora prima di decollare che il tempo non era dei migliori. E comunque c'era pioggia, ma la visibilità era buona. Ma c'è dell'altro».

Cosa?

«Non mi tornano alcuni dettagli, che in una storia del genere fanno la differenza. Aveva chiesto l'autorizzazione a rientrare ma non aveva fatto in tempo a dire il perché: meno di un minuto più tardi, l'aereo si schiantava uccidendo tutti gli otto passeggeri. Il modo in cui si è schiantato, con il muso dentro la palazzina fa pensare che l'aereo sia andato in stallo e da lì la caduta a picco».

Un errore umano?

«Lo human factor nello stallo è altamente probabile, bisogna considerare anche la quota. L'aereo era ancora in salita, l'altezza che aveva raggiunto rimaneva ancora critica».

Potrebbe essere andato in panico?

«Non è da escludere. Purtroppo in situazioni così è tutto velocissimo. Un guasto meccanico, unito alle condizioni già non ottimali del meteo, l'imprevisto e la difficoltà, il panico, l'idea di rientrare alla base il prima possibile. Aveva l'aereo al completo, quindi con molto peso dato anche dai bagagli e dal carburante. Questi sono aerei in piena regola, ma hanno comunque un solo motore».

Quanto vale l'esperienza in questi casi?

«Ovviamente è importante come condizione di base. Per pilotarlo serve la licenza da pilota commerciale che non è poco ma è previsto un single pilot, un uomo solo al comando». Manila Alfano

Riccardo Pelliccetti per “il Giornale” il 4 ottobre 2021. Lo hanno battezzato «Suv aereo definitivo» perché il Pilatus PC-12, come la vettura, è un velivolo, detto banalmente, multiuso. Può infatti trasportare passeggeri ma anche merci o la combinazione dei due. L'aereo precipitato ieri a San Donato Milanese, causando la morte di otto persone, era un velivolo da turismo cioè per il trasporto passeggeri. È ancora presto per definire le cause dell'incidente, anche se si parla di un possibile guasto meccanico. Diversi testimoni, infatti, hanno affermato che «l'aereo aveva un motore in fiamme ed è venuto giù in picchiata, non si sono viste manovre, è proprio precipitato». Che sia stata poi un'avaria imprevista o una procedura di manutenzione ai limiti della sicurezza a stabilirlo saranno le indagini e le perizie tecniche. La manutenzione, ogni 100 ore di volo a secondo del tipo di velivolo, è di solito eseguita da tecnici di aziende specializzate, alle quali si rivolgono i proprietari privati degli aeromobili, come il miliardario Dan Petrescu. Si tratta comunque di un aereo affidabile, secondo il produttore svizzero Pilatus Aircraft, entrato in servizio nel 1994 e ancora in produzione. Sono circa 1.800 i velivoli consegnati nel mondo in diverse versioni, sei per l'esattezza, alle quali si aggiunge anche una militare. È un aereo utilizzato per il trasporto leggero e l'utenza d'affari, con la cabina pressurizzata, monomotore ad ala bassa. Quello che si è schiantato nell'hinterland milanese è un Pilatus PC-12/47E, immatricolato sei anni fa, che rispetto alla versione iniziale ha un peso al decollo aumentato e un motore turboelica Pratt & Whitney. Il fatto che sia un monomotore è stata una scelta dell'azienda produttrice che aveva l'obiettivo di consentire dei costi d'acquisto e di manutenzione abbastanza contenuti, se rapportati a velivoli bimotore della stessa categoria. Il prezzo di questo aereo parte da circa 4,4 milioni di dollari e aumenta a seconda della versione. Quella base può trasportare fino a 10 persone, pilota compreso, mentre in quella Vip è previsto un comfort maggiore con sei posti. Inoltre, la cabina può essere configurata in modalità conferenza. Il Pilatus PC-12 ha una velocità di crociera di circa 290 nodi (oltre 530 km/h) e può volare per circa 3.300 km, coprendo, dall'Italia per esempio, tutte le rotte europee e del Nord Africa. Non sono molti gli incidenti che hanno visto protagonista questo aereo. In Italia era già accaduto nel 2011, quando un Pilatus Pc-12 è precipitato subito dopo il decollo vicino all'aeroporto di La Spreta, alle porte di Ravenna, causando 11 feriti. Uno schianto più recente è avvenuto negli Stati Uniti, poco lontano dall'aeroporto di Chamberlain, nel South Dakota. Il 1° dicembre 2019, infatti, questo modello di aereo si è schiantato poco dopo il decollo, come a San Donato e a Ravenna, provocando nove morti. In quel caso, ci furono delle controversie legali che addebitavano all'azienda svizzera dei «progetti critici e difetti del sistema» ed elencavano 29 incidenti che vedevano coinvolto il PC-12. Resta tuttavia un dato di fatto: gli esperti del settore aeronautico statunitense hanno affermato che, dal 1994 al 2016, questi aerei «avevano accumulato oltre 5 milioni di ore di volo con zero incidenti mortali per guasti al motore». Ma negli ultimi 5 anni gli schianti mortali sono stati due con 18 vittime.

Quel "Suv dei cieli" e i due precedenti con morti e feriti. I controlli demandati a ditte specializzate.

Riccardo Pelliccetti il 4 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il "Pilatus PC-12" è un aeromobile che può trasportare persone e merci. È ritenuto un mezzo affidabile, ma gli incidenti a Ravenna e negli Usa aprono interrogativi sulla sicurezza. Lo hanno battezzato «Suv aereo definitivo» perché il Pilatus PC-12, come la vettura, è un velivolo, detto banalmente, multiuso. Può infatti trasportare passeggeri ma anche merci o la combinazione dei due. L'aereo precipitato ieri a San Donato Milanese, causando la morte di otto persone, era un velivolo da turismo cioè per il trasporto passeggeri. È ancora presto per definire le cause dell'incidente, anche se si parla di un possibile guasto meccanico. Diversi testimoni, infatti, hanno affermato che «l'aereo aveva un motore in fiamme ed è venuto giù in picchiata, non si sono viste manovre, è proprio precipitato». Che sia stata poi un'avaria imprevista o una procedura di manutenzione ai limiti della sicurezza a stabilirlo saranno le indagini e le perizie tecniche. La manutenzione, ogni 100 ore di volo a secondo del tipo di velivolo, è di solito eseguita da tecnici di aziende specializzate, alle quali si rivolgono i proprietari privati degli aeromobili, come il miliardario Dan Petrescu. Si tratta comunque di un aereo affidabile, secondo il produttore svizzero Pilatus Aircraft, entrato in servizio nel 1994 e ancora in produzione. Sono circa 1.800 i velivoli consegnati nel mondo in diverse versioni, sei per l'esattezza, alle quali si aggiunge anche una militare. È un aereo utilizzato per il trasporto leggero e l'utenza d'affari, con la cabina pressurizzata, monomotore ad ala bassa. Quello che si è schiantato nell'hinterland milanese è un Pilatus PC-12/47E, immatricolato sei anni fa, che rispetto alla versione iniziale ha un peso al decollo aumentato e un motore turboelica Pratt & Whitney. Il fatto che sia un monomotore è stata una scelta dell'azienda produttrice che aveva l'obiettivo di consentire dei costi d'acquisto e di manutenzione abbastanza contenuti, se rapportati a velivoli bimotore della stessa categoria. Il prezzo di questo aereo parte da circa 4,4 milioni di dollari e aumenta a seconda della versione. Quella base può trasportare fino a 10 persone, pilota compreso, mentre in quella Vip è previsto un comfort maggiore con sei posti. Inoltre, la cabina può essere configurata in modalità conferenza. Il Pilatus PC-12 ha una velocità di crociera di circa 290 nodi (oltre 530 km/h) e può volare per circa 3.300 km, coprendo, dall'Italia per esempio, tutte le rotte europee e del Nord Africa. Non sono molti gli incidenti che hanno visto protagonista questo aereo. In Italia era già accaduto nel 2011, quando un Pilatus Pc-12 è precipitato subito dopo il decollo vicino all'aeroporto di La Spreta, alle porte di Ravenna, causando 11 feriti. Uno schianto più recente è avvenuto negli Stati Uniti, poco lontano dall'aeroporto di Chamberlain, nel South Dakota. Il 1° dicembre 2019, infatti, questo modello di aereo si è schiantato poco dopo il decollo, come a San Donato e a Ravenna, provocando nove morti. In quel caso, ci furono delle controversie legali che addebitavano all'azienda svizzera dei «progetti critici e difetti del sistema» ed elencavano 29 incidenti che vedevano coinvolto il PC-12. Resta tuttavia un dato di fatto: gli esperti del settore aeronautico statunitense hanno affermato che, dal 1994 al 2016, questi aerei «avevano accumulato oltre 5 milioni di ore di volo con zero incidenti mortali per guasti al motore». Ma negli ultimi 5 anni gli schianti mortali sono stati due con 18 vittime. Riccardo Pelliccetti 

Lo spettro della strage di Linate. Giannino della Frattina il 4 Ottobre 2021 su Il Giornale. Destino. Sette terribili lettere e otto morti nello schianto dell'aereo che ha terminato il suo volo in via 8 ottobre. Destino. Sette terribili lettere e otto morti nello schianto dell'aereo che ha terminato il suo volo in via 8 ottobre. Una data che i milanesi ricordano bene perché in quel giorno di nebbia la città fu scossa dalla strage di Linate nella quale a morire furono in 118. I 104 passeggeri e i 6 membri dell'equipaggio dell'aereo dell'MD-87 della Scandinavian airlines che centrò in pieno un Cessna entrato in pista (anche in quel caso un aereo privato) con quattro persone a bordo e quattro dipendenti della Sea, la società che gestisce lo scalo di Linate. Solo sopravvissuto l'operaio Pasquale Padovano trasformato in una torcia dal carburante, ma che riportò ustioni nell'85% del corpo che lo costrinsero a un calvario di oltre cento operazioni chirurgiche. Una ferita che la città non ha dimenticato e della quale proprio in questi giorni ricorderà i vent'anni. Ma c'è un altro disastro nella memoria dei milanesi con protagonista un altro aereo da turismo. Era il 18 aprile del 2002 e a infilarsi al 26esimo piano del Grattacielo Pirelli, uccidendo oltre al pilota Anna Maria Rapetti e Alessandra Santonocito, due dipendenti della Regione Lombardia che lì aveva la sede. Un orrore reso ancor più bruciante dalle immagini così simili e allora recentissime degli attentati alle Torri gemelle. Tutti fantasmi che sono tornati ieri quando ha cominciato a circolare la notizia della nuova tragedia. Un filo nero che ha agganciato anche le recenti immagini del grattacielo andato a fuoco in via Antonini il 29 agosto. Quello, almeno, senza vittime. Giannino della Frattina

Milano, l'areo precipitato a pochi passi dalla strada in memoria delle 118 vittime della strage di Linate. Libero Quotidiano il 3 ottobre 2021. L’incidente aereo di San Donato è avvenuto all’incrocio tra via 8 Ottobre 2001 e via Marignano, vicino al capolinea del metrò a San Donato, a pochi passi dalla sede dell’Eni. La strada è dedicata alla memoria delle 118 vittime della strage di Linate dell’8 Ottobre di vent’anni fa esatti, lo scontro sulla pista 36R tra un Md-87 e un Cessna Citation D-IEVX, poco dopo le 8 del mattino. Il più grave disastro aereo in Italia. Sulla pista di Linate si scontrarano un volo di linea SK686 della compagnia Scandinavian Airlines (aereo McDonnell-Douglas MD-87 marca Se-Dma), diretto a Copenaghen, e un jet privato diretto a Parigi, con a bordo quattro persone. Circa 18 secondi dopo aver staccato il carrello anteriore, l’aereo travolge e distrugge il jet, schiantandosi poi contro l’hub di smistamento bagagli dell’aeroporto. Morirono 104 passeggeri e i 6 membri dell’equipaggio, le quattro persone a bordo del Cessna e quattro dipendenti Sea, la società che gestisce lo scalo Forlanini. Nel disastro un solo sopravvissuto: Pasquale Padovano. Investito da un fiume di carburante infuocato, divorato dalle fiamme, ha subito oltre 100 interventi chirurgici. Aveva ustioni sull’85% del corpo. Intanto è stata ritrovata la scatola nera e emergono le prime ipotesi sulla tragedia. Il Pilatus sembra caduto in verticale, da circa 1.500 metri, e ci sono resti sparsi per circa 200 metri. Un lavoro tecnico certosino anche perché lo studio degli incidenti impedisce il ripetersi di errori, di mancati controlli, persino di quelle cose che, non sapendo come spiegarle, chiamiamo "fatalità".

Incidente di Linate, 20 anni dopo il disastro aereo.  Leonard Berberi su Il Corriere della Sera il 7 Ottobre 2021. È un tipico lunedì per i pendolari dell’aria. Quando nella nebbia, all’improvviso, qualcuno nota una gigante palla di fuoco. Sono le 8.11 e 58 secondi dell’8 ottobre 2001 quando qualcuno dalla torre dell’aeroporto di Milano Linate chiama il Centro di controllo d’area. «Senti, mi riporti se lo scandinavo vi ha chiamato?», chiede l’addetto, con la voce calma. «Lo scandinavo quale?», rispondono dalla sala di controllo, non senza nascondere un po’ di sorpresa. «Il 686 in decollo», ribattono dalla torre. «No, non lo vedo sul radar». «Eh, neanche noi, è scomparso e non ci risponde più», dice — stavolta con tono più sommesso — il responsabile. «Veramente?». È un lunedì mattina. Nello scalo cittadino c’è il solito via vai. Fuori ci sono 17 gradi e una nebbia fitta. Non si vede nulla oltre i 50-100 metri, a seconda dei momenti. Nonostante questo gli spostamenti vanno avanti. Il volo SK686 sull’Md-87 di Scandinavian Airlines (Sas) diretto a Copenhagen, Danimarca, con 110 persone a bordo (104 passeggeri, 2 piloti, 4 assistenti di volo) è partito alle 8:10, quasi due minuti prima quella telefonata.

Il dramma non visto. Ma né la torre di controllo dello scalo né la sala radar che gestisce l’intero Nord-Est Italia ricevono segnali dal bimotore sui loro monitor. E nessuno di loro si è ancora accorto che a poche centinaia di metri, in fondo alla pista, l’Md-87 è andato a disintegrarsi contro un edificio, mentre lungo la striscia d’asfalto un velivolo privato — un Cessna 525 Citation CJ2 — è diventato una palla di fuoco.Un aereo nell’autunno 2001 all’aeroporto di Linate in un giorno di nebbia. È il peggior disastro aereo in Italia con 118 morti (i 110 del volo Sas, 4 su quello privato, 4 nell’edificio di fianco al terminal dove si registra anche un ferito grave). È anche il secondo, a livello mondiale, tra le collisioni in fase di decollo dopo l’incidente di Tenerife nel 1977 (583 morti). La lettura di centinaia di pagine tra rapporto finale d’inchiesta e allegati tecnici mostra come ci siano voluti diversi minuti prima di accorgersi del dramma. E come nonostante di fianco i vigili del fuoco fossero impegnati a recuperare i corpi tra i rottami, altre compagnie aeree cercavano di capire quando sarebbero partiti i loro voli. Ignorando i contorni del dramma in corso. (sotto la ricostruzione tratta dal materiale allegato al rapporto finale dell’Ansv sull’incidente)

I preparativi. «Imbarco completato», annuncia alle 7.41 e 20 secondi la capo cabina del volo SK686, Lise Lott Andersen, danese di 57 anni. «Ora chiudo la porta», spiega questa donna che è in Sas dal 1971 (trent’anni) e che aveva deciso di andare avanti ancora un pochino prima della pensione. «Mi sembra un’ottima idea», risponde il comandante Joakim Gustafsson, svedese di 36 anni, 5.624 ore di volo alle spalle. Alla sua destra, come primo ufficiale, c’è Anders Hyllander, connazionale e coetaneo, con 2.370 ore di servizio. In cabina, assieme ad Andersen ci sono Olaf Jakobsoon, svedese 49enne e ben 15.143 ore di lavoro in Sas, Janne Penttinen, danese 30enne e Eiler S. Danielsen, connazionale 27enne.McDonnell Douglas Md-87Lunghezza: 39,75 metriAltezza:9,25 metriApertura alare: 32,87 metriPersone a bordo al momento dell’incidente110Velocità massima: 870 km/hAutonomia: 8.890 chilometriPosti a sedere: 120. Il volo per la Danimarca sarebbe dovuto decollare alle 7.35. Alle 7.41 e 26 secondi le scatole nere registrano la chiusura delle porte. Iniziano i contatti con la torre di controllo mentre in cabina gli assistenti di volo impiegano circa tre minuti per le istruzioni di sicurezza. L’Md-87 si avvicina lentamente alla pista 36. La nebbia rallenta un pochino le procedure e in quel momento c’è traffico. da sinistra: Joakim Gustafsson, comandante; Anders Hyllander, primo ufficiale; Lise Lott Andersen, capo cabina.

L’errore. Dall’altra parte dell’aeroporto, al terminal dei voli privati, c’è un Cessna che si prepara. A bordo si trova Luca Fossati, proprietario dell’industria alimentare Star. È diretto a Parigi-Le Bourget con rientro previsto lo stesso giorno. Fossati è seduto vicino a Stefano Romanello, dirigente di Cessna. Il volo privato è operato da Air Evex, società tedesca (oggi chiusa) e la partenza è programmata per le 8.19. Le due tipologie di traffico — i voli commerciali e quelli di aviazione generale — a Linate condividono la stessa pista, come avviene in quasi tutti gli scali nel mondo. Il Cessna accende i motori davanti al piccolo terminal. Il controllore dei movimenti a terra indica al velivolo di rullare a Nord attraverso il raccordo R5 e poi fa una richiesta: «Richiamatemi al punto di attesa del prolungamento della pista principale». «Ok, richiameremo prima di raggiungere la pista principale», replicano dal Cessna. Una ripetizione non precisa, tant’è vero che qui si innesca la catena di eventi che porta al disastro. L’aereo privato una volta al bivio invece di prendere il raccordo R5 gira a destra verso l’R6. Un po’ — come confermerà l’inchiesta — per la nebbia, un po’ per la segnaletica logora che rende difficile distinguere il 5 dal 6.Cessna 525 Citation JetLunghezza: 12,98 metriAltezza:4,19 metriApertura alare:14,30 metriPersone a bordo al momento dell’incidente4Velocità massima: 720 km/hAutonomia: 2.408 chilometriPosti a sedere: 5Luca Fossati era a bordo del Cessna. A contribuire alla confusione sono anche le mappe non aggiornate: dopo alcuni metri il Cessna arriva al punto di attesa S4 ma piloti e controllori ne ignorano l’esistenza. Per questo quando il jet annuncia la sua posizione S4 dalla torre sono convinti che sia un errore di comunicazione e così autorizzano a proseguire il rullaggio. In quel momento il radar di terra è spento. Il 17 agosto — meno di due mesi prima — sul Corriere il controllore di volo Mauro Iannucci aveva denunciato che senza quello strumento «ogni attraversamento in pista corrisponde a un rischio collisione» (leggi nell’Archivio tutti gli articoli di quei giorni). Con il radar di terra fuori uso nessuno può accorgersi che il Cessna è entrato in pista e contromano, avvolto dalla nebbia. Sono le 8.10.

Senza scampo. Intanto qualche secondo prima, alle 8.09 e 24 secondi, il controllore dà il via libera al volo Sas. «Scandinavian 686, qui Linate, avete l’ok al decollo. Il vento è calmo. Avvisate quando avete preso la rincorsa», è l’indicazione. Tredici secondi dopo il primo ufficiale Hyllander ripete le istruzioni fornite, come da prassi. Il velivolo accelera verso le 8.10. Alle 8.10 e 18 secondi si sente l’inizio del distacco dalla pista a 270,5 chilometri orari. Due secondi dopo i nastri registrano un «Ma cosa...?» attribuito a Hyllander. L’equipaggio scandinavo ha visto qualcosa. Ma è troppo tardi. Mezzo secondo dopo il jet urta contro un oggetto. È il Cessna fermo in pista che si spezza in tre tronconi ritrovati a una decina di metri tra loro. Le fiamme subito dopo l’impatto con il fabbricato di Linate. L’Md-87 perde la gamba del carrello destro e il motore destro, ma riesce comunque a volare per una dozzina di secondi, sollevandosi fino a poco meno di undici metri: il comandante — giustamente — cerca di dare potenza al motore sinistro, l’unico rimasto, per poter comunque risalire, fare il giro attorno allo scalo e rientrare. Ma la manovra non riesce perché centinaia di detriti finiscono tra le pale. Il velivolo perde quota, il comandante a quel punto prova a fare l’opposto — riducendo la potenza del motore —, ma l’aeromobile procede fino a fermarsi e a prendere fuoco quando sbatte a 257,6 chilometri orari contro il fabbricato dello smistamento bagagli, a 460 metri dalla fine della pista. Sono le 8.10 e 36 secondi.

Nessuna risposta. La nebbia nasconde il dramma. Le finestre insonorizzate non aiutano a capire subito cosa accade. Alle 8.11 dalla gestione del traffico telefonano alla torre: «Ascolta, abbiamo sentito tutta una serie di colpi, come di un motore che stesse...». «Eh, li abbiamo sentiti anche noi ma non sappiamo cos’è?», chiedono dalla torre. E aggiungono: «Perché qua sembrava come qualcuno che salisse pesantemente le scale». «No qua sembrava un motore che perdeva colpi, però con una potenza...», è la replica. «Non hai niente di strano? Perché io qua, cioè visibilità zero, non riesco a vedere niente», dicono dalla gestione del traffico. «Anche noi qui», confermano dalla torre.La coda dell’Md-87 quasi disintegrata. La stessa torre, alle 8.11 e 26 secondi — un minuto e sei secondi dopo l’incidente — inizia a chiamare il volo Sas. «Scandinavian 686 qui Linate». Dall’altra parte non risponde nessuno. Il controllore fa altri due tentativi a distanza di dieci secondi. È a quel punto, alle 8.11:58 che chiama il centro di controllo d’area per chiedere se almeno loro hanno un contatto con l’Md-87. Ricevendo però risposta negativa.

«Vediamo delle fiamme». Alle 8.12:40 è il volo Alitalia AZ2023 che chiama. «Senta, noi siamo qua all’A15 (il gate, ndr), dietro di noi abbiamo sentito, un paio di minuti fa, tre colpi in sequenza... la rampista riferisce di aver visto nella parte terminale della pista una scia rossa di fuoco». La torre di controllo continua a chiamare l’Md-87. Sette minuti dopo l’incidente riceve la telefonata del responsabile di scalo di Scandinavian Airlines. «Volevo sapere se si tratta di un volo Sas», chiede. «Sì — è la risposta —, c’è un volo Sas che è scomparso dal radar, era stato autorizzato al decollo ma non l’abbiamo più visto». «Dall’aerostazione vediamo delle fiamme», comunica il responsabile. «Ma che succede», chiedono da un altro volo Alitalia. «Se vuole la verità non lo sappiamo», ammettono dalla torre. Le informazioni non sono ancora certe. Alle 8.22:36 — dodici minuti dopo l’incidente — dal centro di controllo chiedono alla torre: «Mi confermi che l’aeromobile che ha preso fuoco è sulla pista?». «Non lo so se è sulla pista — taglia corto il controllore —, non so se si è scontrato, non so niente. C’è una nebbia totale, io vedo al massimo Air One parcheggiato sotto di me». C’è anche chi, in questo clima caotico e senza notizie certe, inizia a temere un attacco terroristico. Del resto dall’11 settembre è passato meno di un mese e il mondo è ancora scosso. Ma è un’ipotesi che dura poco, pochissimo. Un controllore nella torre dell’aeroporto di Linate nell’ottobre 2001.

Quel che resta di un jet. In questo scambio di comunicazioni manca il Cessna. Fino a quando alle 8.25:21 — un quarto d’ora dopo l’impatto — la torre viene contattata da Ata, l’aeroporto privato di Linate. «Scusate chiediamo di un aereo che aveva iniziato il rullaggio e non sappiamo più dov’è», esordisce l’addetto. «E quindi manca all’appello anche questo — sostengono dalla torre —, non vorrei che avesse preso anche questo qua nell’uscita». Su un’altra linea si cerca di capire che fine abbia fatto il Cessna. Viene contattato un altro aereo privato, un Learjet 60, che avrebbe dovuto averlo davanti. «Quando abbiamo iniziato il rullaggio non c’era nessun aereo», rispondono i piloti. Sono le 8.33:18. Una quarantina di secondi dopo viene chiesto a una delle macchine dei Vigili del fuoco di controllare se in pista c’è un piccolo aereo. La scoperta avviene alle 8.36:50, oltre ventisei minuti dall’impatto. «C’è un aereo in pista... quello che resta di un aereo», è l’annuncio alla torre.

L’unico sopravvissuto. Alle 8.44 l’agenzia Ansa pubblica il primo flash d’agenzia con il massimo dell’urgenza. «+++Aerei: incidente a Linate, feriti+++». Un testimone a Radio Popolare spiega che un aereo della Sas si è alzato in volo ed è ricaduto, incendiandosi, su una palazzina utilizzata per lo smistamento dei bagagli. Alle 9.11 sempre l’Ansa aggiunge con un altro lancio: «Ci sono morti e feriti». Vittime non soltanto sul Md-87 e sul Cessna, ma anche nel capannone dove quattro dei cinque addetti perdono la vita, mentre un quinto, Pasquale Padovano, si riesce a salvare ma è gravemente ustionato su gran parte del corpo. È l’unico sopravvissuto. I nomi iniziano a comparire sui siti dei giornali prima degli annunci ufficiali. Cosa che spinge Sas a pubblicare la lista «prima che la polizia abbia informato i parenti delle vittime». I pompieri impiegano più di un giorno e mezzo a estrarre tutti i corpi dall’aereo scandinavo. Gli ultimi vengono portati via alle 18.20 del 9 ottobre. Il bilancio finale conta 64 vittime italiane, 20 svedesi, 18 danesi, 7 finlandesi, 3 norvegesi, 2 tedesche, una romena, una sudafricana, una britannica e una americana.

Una catena di cause. Le cause del disastro sono tante e tutte elencate nelle 200 pagine della relazione d’inchiesta del gennaio 2004. C’è una causa «immediata» rappresentata dall’ingresso in pista, senza autorizzazione, del Cessna e quindi all’errore umano. In realtà nei giorni successivi altri piloti raccontano che quella deviazione veniva usata spesso per accorciare i tempi di rullaggio di una decina di minuti. Ma la scorciatoia veniva sempre seguita da un paio di controllori di torre. Come spiegano sempre gli esperti un incidente è sempre frutto di più fattori che si registrano contemporaneamente. Per questo gli esperti dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo parlano di dinamica dell’evento «maturata in condizioni meteo caratterizzata da bassissima visibilità e in una situazione strutturale particolarmente carente, aggravata da procedure inadeguate e tali da non consentire una rilevazione tempestiva e in grado di correggere sempre possibili errori umani». In quel momento, viene messo nero su bianco, «c’era un elevato numero dei movimenti dei velivoli, mancavano gli ausili tecnici adeguati, l’equipaggio del Cessna non è stato aiutato da una corretta documentazione, dal sistema di luci, dalla segnaletica orizzontale (non conforme o non conosciuta) e verticale (inesistente)». E ancora: «Comunicazioni radio effettuate non sempre nel rispetto della fraseologia standard, in lingua inglese e italiana», errori dei controllori di terra e altre carenze aeroportuali. Tutte cose poi corrette e rimesse a posto. A partire dal radar di terra — non operativo quel giorno — e acceso il 19 dicembre 2001. Il processo agli imputati per strage colposa si chiude in Cassazione nel 2008 con cinque condanne e due assoluzioni.

118. Alle 8.10 del mattino, l’8 ottobre 2021, per un minuto tutti gli aeroporti nazionali sono rimasti in silenzio, come chiesto dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) «per rendere omaggio alle 118 vittime e stringersi idealmente ai loro familiari». A ricordare tutti i morti c’è un bosco con 118 faggi dentro il Parco Forlanini — di fianco all’aeroporto di Linate — con al centro «Dolore infinito», l’opera in granito donata da Sas e realizzata dallo scultore svedese Christer Bording. Il Comitato 8 ottobre — nato per ricordare le vittime del disastro, ma anche per chiedere giustizia — ospita sul sito ufficiale anche una pagina di pensieri per ciascuna persona che ha perso la vita. Alcuni nomi sono pieni di messaggi. Altri contengono le sintesi vere e proprie di questi vent’anni tra figli cresciuti, vite ricreate, mogli e mariti deceduti, parenti e amici e colleghi di lavoro e vicini di casa passare ogni tanto a dire un «ciao» digitale. C’è anche chi, in questa distesa di volti, dedica una frase dolce a chi di dediche fino a quel momento non ne aveva ricevuti. «Mi dispiace tanto che per te non ci sia nessun messaggio, quindi ho deciso di scriverti io», è il primo testo il 16 maggio 2003 sulla pagina di Gunilla Fristedt che ha lasciato due figli di 7 e 14 anni. «Non ci conosciamo. Sono una ragazza di 17 anni di un piccolo paesino in provincia di Lecce — si legge —. Non so cosa dirti, ma sono sicura che tutti i tuoi conoscenti ti pensano ogni giorno, e che tu li guardi da lassù per proteggerli». I messaggi sulla pagina di Gunilla sono poi saliti a cinque.

Sos disperato del pilota del Pilatus. Cristina Bassi il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. Le parole di Petrescu alla sala radar: "Faccio una deviazione, chiedo di rientrare". «Sto facendo una piccola deviazione. Chiedo di poter rientrare». Sono queste le ultime parole alla torre di controllo di Linate di Dan Petrescu, ai comandi dell'aereo precipitato domenica tra l'aeroporto milanese e San Donato. Nel disastro sono morti tutti gli occupanti dell'aereo privato, otto persone tra cui un bambino di meno di due anni. Gli uomini del Centro di controllo radar hanno subito notato che circa tre minuti dopo il decollo il Pilatus Pc-12 stava virando a destra in modo anomalo invece di seguire la rotta prevista (era diretto a Olbia) e hanno sentito il pilota che pronunciava la frase «little deviation», ma che non ha spiegato il motivo né ha parlato di allarmi specifici. Non ha segnalato alcuna emergenza, relativa al motore o al maltempo. Poi Petrescu ha chiesto un «vettore», cioè uno spazio e le coordinate per rientrare a Linate. La sala controllo li ha subito forniti, ma dopo meno di un minuto da questo scambio il tracciato del velivolo è sparito dal radar: l'aereo stava precipitando. Emerge inoltre, riporta l'agenzia Ansa, che tra le ipotesi sulle cause del disastro c'è lo «stallo del motore». A parlare di blocco sarebbe stato uno dei tecnici dell'Enac che si occupa del caso sulla base dei filmati delle telecamere di sorveglianza della zona. Si vede infatti il piccolo aereo privato che precipita a forte velocità con il muso a 90 gradi rivolto verso terra. L'impatto è stato violentissimo, il velivolo si è «disintegrato» e gli inquirenti hanno trovato sul terreno solo pezzi «molto piccoli». Da quel video, che verrà analizzato dalla polizia scientifica, non risulterebbe quindi che il motore fosse in fiamme come hanno invece dichiarato alcuni testimoni subito dopo l'incidente. Ieri i pm Paolo Filippini e Mauro Clerici, che coordinano con l'aggiunto Tiziana Siciliano l'inchiesta per disastro colposo, hanno effettuato un nuovo sopralluogo sull'area alla periferia sud della città al confine con San Donato. In mattinata c'è stato un vertice tra inquirenti e investigatori. Al più presto saranno acquisiti le registrazioni delle comunicazioni tra il Pilatus e la sala radar e le analisi tecniche sulla scatola nera, che è già stata recuperata. Intanto gli investigatori della polizia giudiziaria hanno organizzato all'aeroporto di Linate uno spazio dove poter ricevere i parenti delle vittime. Per procedere con i riconoscimenti ufficiali, saranno necessarie le comparizioni del Dna. Ieri si è lavorato ancora per cercare di recuperare i resti dei passeggeri. Oltre a Petrescu, magnate romeno 67enne, la moglie Regina Dorotea Petrescu Balzat,il figlio Dan Stefan Petrescu e un amico canadese di questo, Julien Brossard. Con loro il giovane manager pavese Filippo Nascimbene, sua moglie Claire Stephanie Caroline Alexandrescou, la madre di lei Miruna Anca Wanda Lozinschi e il figlioletto Raphael. La Procura, una volta ricostruita l'esatta dinamica, punta a stabilire eventuali responsabilità nel disastro. Del pilota, del costruttore o degli addetti alla manutenzione. Il Pilatus era arrivato a Linate il 30 settembre da Bucarest. Durante i giorni di sosta, nella parte dello scalo riservata ai voli privati, non ha fatto rifornimento e non è stato sottoposto a interventi di manutenzione. Alle indagini collaborerà l'Ansv, Agenzia nazionale sicurezza di volo, che si occuperà anche all'analisi della scatola nera per la quale è necessario uno specifico software di decriptazione dei dati e per cui serviranno alcuni giorni. L'agenzia potrà acquisire informazioni e dati dalla società svizzera che ha fabbricato l'aereo e da quella canadese che ha realizzato il motore. Oltre che documenti dalla Romania sulla proprietà della società che era in capo allo stesso Petrescu. Cristina Bassi

Eleonora Lanzetti e Giampiero Rossi per il “Corriere della Sera” il 4 ottobre 2021. Due famiglie di amici partite da Linate e dirette a Olbia, in Sardegna, per una vacanza al mare fuori stagione: quella del magnate Dan Petrescu, e quella del giovane manager milanese Filippo Nascimbene. Sono loro le otto vittime dell'incidente aereo di San Donato milanese. Nello schianto del Pilatus Pc-12, precipitato quasi 4 minuti dopo il decollo, ha perso la vita l'imprenditore immobiliare romeno Dan Petrescu, 67 anni, pilota e proprietario del «suv degli ultraleggeri». Uno degli uomini più ricchi (e invisibili) della Romania, un imprenditore dal patrimonio miliardario ma dallo stile di vita opposto a quello del suo grande socio d'affari Ion Tiriac, grande tennista e businessman conosciuto anche per i suoi eccessi. Dan Petrescu invece passava inosservato e l'aereo privato era uno dei suoi veri pochi lussi. Si era trasferito in Germania per sfuggire al regime di Nicolae Ceausescu ed era rientrato in Romania dopo il 1989. Lì aveva costruito la sua fortuna, un impero da 3 miliardi di euro fatto di palazzi di pregio, ipermercati e centri commerciali, come Metro e Real. Con lui, sull'aereo da turismo, c'era la moglie Regina Dorotea Petrescu Balzat, 65 anni, nata in Romania con cittadinanza francese, e il figlio di 30 anni, Dan Stefan Petrescu, nato a Monaco di Baviera e anche lui con doppia cittadinanza, che viaggiava con un amico di origini canadesi, Julien Brossard, 36 anni tra pochi giorni. Stavano raggiungendo la madre 98enne di Dan Petrescu, nella villa di famiglia in Costa Smeralda dove erano attesi altri ospiti per una festa. L'aereo di Petrescu, era arrivato da Bucarest il 30 settembre. Quindi alla vacanza si era unita una famiglia di amici: Filippo Nascimbene, pavese di 33 anni, manager di una start up milanese, la Start Hub Consulting, era partito assieme alla moglie francese ma di origini romene, Claire Stephanie Caroline Alexandrescou, 34enne manager pubblicitaria per il Sud Europa della Pernod Ricard. C'era anche il loro bimbo, Raphael, che ha compiuto un anno il 16 gennaio e c'era Miruna Anca Wanda Lozinschi, romena, classe 1956, madre di Claire Stephanie Caroline e nonna di Raphael. Sarebbe stato il fratello del manager milanese, una volta appresa la notizia della sciagura, a contattare le forze dell'ordine per avere la dolorosa conferma della presenza di Filippo Nascimbene e della sua famiglia a bordo dell'aereo e quindi tra le vittime. La notizia ha fatto presto il giro tra gli amici a Pavia, dove era nato e cresciuto. In tarda serata, soltanto la sorella Mariasole, al telefono conferma con un filo di voce: «Sì, purtroppo su quell'aereo c'era mio fratello Filippo. Non riesco a dire nulla in questo momento».

Leonard Berberi e Cesare Giuzzi per corriere.it il 5 ottobre 2021. Poco più di due secondi. Il video girato da un’auto che viaggia sulla Tangenziale Est. Sono le 13.07 di domenica 3 ottobre 2021. Dalla parte alta dello schermo, a qualche centinaio di metri d’altezza, all’improvviso spunta la sagoma di un aereo. E’ il Pilatus Pc-12 pilotato da Dan Petrescu totalmente fuori controllo. L’aereo cade a piombo verso il capolinea della metropolitana gialla di San Donato che si vede in lontananza oltre i palazzi di Metanopoli. Solo negli ultimi metri la traiettoria si fa più parabolica, forse nel tentativo del pilota di riprendere quota. Ma il velivolo è troppo basso e non c’è speranza. Pochi istanti dopo si vede l’esplosione e una palla di fuoco. Dalle immagini però non si vedono segni di possibili incendi a bordo del velivolo o di fiamme uscire dal motore. Anche se la distanza è molta e la risoluzione non perfetta. Intanto gli inquirenti che indagano sul disastro hanno acquisito i filmati di nuove telecamere che potrebbero aver ripreso parte del volo e la caduta del Pilatus Pc-12. Si tratta di telecamere posizionate in prossimità dello scalo di Linate. Le immagini sono ora al vaglio della Scientifica che sta cercando di «ripulire» i fotogrammi per verificare l’eventualità di un incendio al motore come riferito da alcuni testimoni oculari. I magistrati Mauro Clerici e Paolo Filippini, coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano, rimangono cauti sull’ipotesi di un incendio a bordo in attesa di trovarne riscontro documentale dalle immagini o dalle analisi della scatola nera. Anche perché nelle sue comunicazioni alla Torre di controllo il pilota Dan Petrescu, magnate romeno, non ne fa cenno né lancia alcun mayday. Peraltro gli inquirenti considerano complesso pensare a un incendio a bordo che si sia protratto così a lungo (quasi un minuto) considerato che il velivolo era carico di carburante. In simili casi gli esperti considerano davvero remoto che l’aereo riesca a raggiungere il suolo integro senza una esplosione in quota. I magistrati hanno nominato il professor Marco Borri, ex docente del Politecnico e già responsabile del dipartimento di ingegneria Aerospaziale, consulente per le indagini tecniche. Nella mattinata di martedì 5 settembre i vigili del fuoco e gli investigatori dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo, hanno effettuato un ulteriore sopralluogo per le analisi del cratere lasciato dai resti del Pilatus Pc-12 sul pavimento dell’edificio Atm di via 8 ottobre a Milano dove è avvenuto lo schianto che ha portato alla morte del pilota e dei sette passeggeri.

Leonard Berberi per corriere.it il 5 ottobre 2021. Chi conosce il modello di aereo caduto domenica ripete un aspetto: se l’unico motore del Pilatus Pc-12/47E va in avaria non precipita in picchiatacom’è accaduto al velivolo del miliardario romeno-tedesco Dan Petrescu. Semplicemente, spiega chi l’ha portato per centinaia di ore, «perché ha le caratteristiche strutturali di un aliante, quindi tende a planare». Il team investigativo dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo dovrà chiarire anche questo aspetto. I Pilatus — confermano tre piloti esperti consultati dal Corriere — «sono aerei tecnologicamente avanzati».  L’avaria al motore «è da ritenersi un evento raro». Ma anche se succedesse ci sono procedure che aiutano a scendere abbastanza in sicurezza. Come? Il pilota «deve mettere l’elica “a bandiera” — spiegano — per evitare di fare resistenza all’aria: le pale ruotano e vanno “a coltello” contro il vento per aumentare il raggio di planata». Ma questo richiede anche altri accorgimenti: «Bisogna impostare la velocità a 110 nodi (circa 204 chilometri orari, ndr) con carrello e flaps retratti». Ma prima chi è ai comandi deve fare una cosa: «Lanciare il mayday» alla torre di controllo. Cosa che non è avvenuta domenica scorsa. Il Pilatus una volta a 5 mila piedi (1.524 metri, ndr) «disponeva di 12 miglia nautiche (22,2 chilometri, ndr) prima di toccare terra». Il pilota, «vista la posizione rispetto alla testata pista 36 aveva ampio spazio per tornare all’atterraggio se davvero fosse stata avaria motore». Ma così, a leggere i tracciati dei quattro minuti di volo, non sembra essere stato. «L’unica cosa che giustifica quella perdita di quota», fino a 7.315 metri al minuto, «è lo stallo», sottolineano. Ma anche in questo caso è presente una tecnologia a bordo che aiuta. «Il Pilatus è dotato di un anti-stallo “stick pusher” e “stick shaker”», spiegano i piloti. «Se il muso dell’aeroplano va troppo su, rischiando lo stallo, lo strumento lo porta ai valori corretti e allo stesso tempo fa vibrare la cloche per avvertire il pilota e invitarlo a rimettere in assetto l’aereo». Ma, è il sospetto degli esperti, se scatta il disorientamento spaziale — nel quale si finiscono per perdere i riferimenti geografici — l’aereo non si recupera più. L’altro mistero da risolvere è relativo alla modalità di pilotaggio: chi era ai comandi seguiva le regole del volo a vista («Vfr») o strumentale («Ifr»)? Nel caso di Linate una volta decollato si sarebbe dovuto procedere con la modalità «Ifr» per una maggiore sicurezza. Se uno vola basandosi sulla propria vista bisogna anche essere addestrati perché, spiegano gli esperti, «appena ci si trova all’interno di una nube la situazione può sfuggire di mano in tre secondi finendo persino per ribaltarsi». C’è poi il tema del pilota automatico. Se era inserito si può staccare soltanto se il velivolo finisce in una perturbazione — come un nembostrato, nube spessa e scura —: a quel punto si hanno pochi secondi per reinserirlo oppure si procede manualmente. Se non era inserito allora in mezzo a una perturbazione è facile essere vittima del disorientamento spaziale. Altro elemento che fa molto discutere è la «piccola deviazione» dalla rotta autorizzata. Secondo gli esperti non c’era alcun motivo per discostarsi dal tragitto previsto. «L’unica possibile spiegazione — concordano — è che sia andato in confusione».

Disastro aereo a Milano, "senza benzina né controlli": conferme agghiaccianti, strage annunciata? Chi finisce nel mirino. Massimo Sanvito su Libero Quotidiano il 05 ottobre 2021. Ipotesi su ipotesi, il giorno dopo la strage ci si interroga: quella virata improvvisa, forse un malore, magari il maltempo, e poi la soluzione all'enigma potrebbe essere la più banale e per certi versi la più atroce, perché al piper parcheggiato nell'hangar di Linate non era mai stato fatto rifornimento carburante né alcuna manutenzione dal 30 settembre, giorno del suo atterraggio a Milano in arrivo da Bucarest. Gli investigatori continuano a indagare, analizzando video, file audio e carte a disposizione della Procura di Milano, mentre si fa largo la pista dello «stallo al motore», come spiega uno degli ingegneri delegati alle indagini sulla base di quanto si vede nei filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza della zona. Le eliche avrebbero smesso di girare provocando l'impatto fatale, col muso del velivolo a 90 gradi, prima di sbriciolarsi contro la palazzina in ristrutturazione. Un guasto meccanico o non aveva davvero carburante in pancia?

SCATOLA NERA - La verità arriverà dalla scatola nera, recuperata a decine di metri dal luogo dell'incidente, che verrà analizzata dall'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo che sta collaborando alle indagini coi pm Paolo Filippini e Mauro Clerici, oltre al procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Non sarà uno processo immediato, serviranno alcuni giorni per permettere al software di decriptare i dati tecnici dal cervello del piper. Che passeranno al vaglio di un consulente esperto di disastri aerei per mettere nero su bianco le cause dell'incidente e le eventuali responsabilità che hanno portato alle morte degli otto passeggeri a bordo del Pilatus Pc-12. Emergono, intanto, altri dettagli dai nastri delle comunicazioni tra il centro di controllo radar di Linate e Dan Petrescu, il miliardario rumeno che stava pilotando l'ultraleggero, svizzero di costruzione e canadese di motore. È decollato da poco, quando dall'altezza di 3.500/4.000 piedi continua la virata verso destra anziché procedere verso sud per sorvolare Piacenza. Dalla sala dello scalo milanese si accorgono che c'è qualcosa che non va e si mettono subito in contatto con il piper. «Little deviation», dice il pilota-imprenditore senza aggiunger nient' altro. Può essere per la pioggia o per le nuvole basse, anche se il cielo non è così cattivo. Passa pochissimo tempo e Petrescu chiede un «vettore», uno spazio per rientrare verso l'aeroporto. La torre di controllo glielo fornisce ma dal piccolo velivolo non arriva più nessuna segnalazione d'allarme e per precauzione da Linate scatta il blocco momentaneo del traffico aereo. 

GIRO D'OROLOGIO - Nemmeno un giro d'orologio e la traccia del Pilatus sparisce nel nulla: sta scendendo in picchiata verso un macabro destino, in quella porzione di confine tra Milano e San Donato intitolata all'8 ottobre del 2001, il giorno della strage di Linate che strappò alla vita 118 persone. E anche ieri è giornata di sopralluoghi, tra magistrati, team investigativo dell'Agenzia per la sicurezza del volo, tecnici, ingegneri dei Vigili del Fuoco, polizia scientifica, Protezione Civile, funzionari di Atm (azienda dei trasporti milanesi).

ESAMI - «Per le vittime si tratta di fare comparazioni genetiche per avere la certezza delle identità ricostruite, dato che tutti i cadaveri erano irriconoscibili», spiega Giuseppe Schettino, dirigente dell'ufficio prevenzione generale della Questura di Milano. C'è anche il corpicino di Raphael, neanche due anni. Stavano volando tutti insieme verso la Sardegna dove avrebbero festeggiato il suo battesimo. Uno strazio. In attesa di nuovi particolari, per un'indagine che si prospetta lunga, affiorano i commoventi ricordi di chi conosceva le vittime. I colleghi della Start Hub consulting hanno salutato Filippo Nascimbene con un post su facebook: «Era con noi da poco meno di due anni. Aveva iniziato a lavorare in Start Hub subito prima del lockdown del 2020. L'inizio di un lavoro in una nuova realtà, si sa, è sempre molto complicato. Serve tempo per capire le dinamiche e affinare le alchimie. I primi mesi con il distanziamento forzato e i meet come unico contatto con tutti noi, tuttavia, non erano stati un ostacolo per Filippo: con le sue grandi capacità si era inserito subito a meraviglia e già dopo poco tempo sembrava essere da sempre uno starthubber. Ciao Filippo, non dimenticheremo mai la tua gentilezza e il tuo sorriso». 

Quei resti carbonizzati sono ancora sull'asfalto. Nino Materi il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il day after in via "8 Ottobre 2001" (proprio la strada che ricorda la data della tragedia aerea di Linate dove persero la vita 118 persone) ha l'odore respingente del materiale bruciato. Il day after in via «8 Ottobre 2001» (proprio la strada che ricorda la data della tragedia aerea di Linate dove persero la vita 118 persone) ha l'odore respingente del materiale bruciato. Oggetti anneriti sull'asfalto. Esci dalla stazione del metrò «San Donato», il monumento alla tragedia è lì. L'edificio sul quale l'altro ieri, poco dopo le 13, si è schiantato il «Pilatus» guidato dal magnate rumeno Dan Petrescu sembra una scultura carbonizzata del francese Bernard Aubertin, «l'artista del fuoco». Attorno al padiglione della tragedia il fumo si è diradato. Resta invece la cappa dei brutti ricordi: otto morti, due famiglie distrutte nel crollo di un aereo da turismo. Le fiamme sono state spente, ma gli scheletri anneriti delle sette automobili parcheggiate davanti al capannone restano lì a dimostrare come, 48 ore fa, su questo fazzoletto di strada - disteso tra via Marignano e via Impastato -, sia andato in scena l'inferno. La palazzina cubica su cui si è abbattuto in picchiata il piper in avaria era vuota perché in ristrutturazione. Gremita era invece la vicinissima metrò della «linea Tre» milanese che nella sua diramazione «gialla» ha proprio nella fermata di San Donato il suo capolinea. Se domenica pomeriggio il velivolo fosse finito nell'area della stazione, sarebbe stata un'ecatombe; stesso discorso se avesse centrato uno dei depositi di idrocarburi dell'Eni dislocati nella zona. Senza contare che, a meno di centro metri in linea d'aria dal punto della tragedia, c'è un alveare residenziale di finestre e balconi. Da dietro quei vetri due giorni fa centina di testimoni hanno sentito un sibilo strano, si sono affacciati e hanno visto un enorme uccello metallico volare a capofitto verso terra, con corpo e ali in posizione innaturale; poi il boato e il bagliore dell'esplosione che inonda l'anima di orrore. I numeri di emergenza vengo presi d'assalto. Tutto inutile. Ormai il male è già compito. Milano avrà un'altra strada per ricordare una data funesta: «3 ottobre 2021». Nino Materi

Gli avvoltoi sul luogo dell'incidente: ecco cosa hanno rubato. Francesca Galici il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Disavventura a San Donato per la troupe Sky inviata sul luogo dell'incidente aereo: rubato lo zaino alla giornalista e l'attrezzatura degli operatori. La caduta del volo privato sul tetto di un edificio della periferia di Milano ha sconvolto la domenica elettorale del capoluogo lombardo. Sono 8 in totale le vittime dello schianto e tra loro risulta esserci anche un bambino. Ai comandi dell'aereo pare ci fosse il miliardario rumeno Dan Petrescu, immobiliarista, che viaggiava insieme alla sua famiglia e ad altre persone. Tra loro non risulta esserci nessun superstite. Tanti i giornalisti che si sono riversati in loco per garantire la copertura della notizia per tv, radio e giornali. Tuttavia, la troupe inviata da Sky per il suo telegiornale è stata vittima di una rapina. Non certo una novità per chi conosce la periferia di Milano, dove il tasso di criminalità è piuttosto elevato. Il degrado e l'abbandono delle aree decentrate della città ha fatto sì che in queste zone proliferassero comportamenti spesso al di là della legge e delle regole. Il quartiere in cui è caduto l'aereo si trova nel quadrante meridionale di Milano, poco più a sud rispetto al quartiere di Rogoredo, noto per essere una delle roccaforti italiane della droga. In questa parte della città i piccoli reati come i furti, ma anche le rapine, sono pressoché all'ordine del giorno, spesso compiuti per racimolare i soldi necessari per acquistare gli stupefacenti. Non stupisce quanto accaduto alla troupe di Sky, rapinata mentre si preparava a effettuare il collegamento con il telegiornale dell'emittente satellitare. Un contrattempo che ha rallentato i piani della redazione, che ha dovuto differire di qualche minuto la live con la giornalista sul posto, Monica Napoli. "Zaino rubato a San Donato. Mi accaduto a casa mia. Mai", ha scritto su Twitter la giornalista, che in un tweet successivo ha spiegato di essere stata vittima per la seconda volta nella sua carriera di un furto. Un inconveniente spiacevole, che ha coinvolto anche gli altri membri della troupe, come rivelato dalla stessa Monica Napoli in un terzo tweet. "Vorrei pubblicamente ringraziare e fare i complimenti ai colleghi operatori che erano con me (e che hanno subito il furto di diverso materiale), siamo riusciti a fare live anche dopo essere stati derubati. L'unione fa la forza", ha concluso la giornalista con amarezza.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Milano, pomeriggio da incubo dopo lo schianto dell'aereo a San Donato: troupe Rai rapinata sul luogo della tragedia. Libero Quotidiano il 03 ottobre 2021. La troupe di Rai News che stava andando a San Donato sul luogo della tragedia aerea è stata rapinata e il collegamento in diretta, con lo studio di Roma, è stato rimandato a dopo le 16 di oggi domenica 3 ottobre. I giornalisti e i tecnici dell'azienda di Stato non potevano materialmente effettuare il collegamento. Avrebbero dovuto raccontare delle otto persone morte, tutte quelle che si trovavano a bordo dell’ultraleggero partito dall’aeroporto di Milano Linate e diretto in Sardegna. “A seguito di ulteriori verifiche le persone decedute a bordo del velivolo risultano otto (un pilota e 7 passeggeri)”, si è letto nella prima nota che ha dato notizia del disastroso incidente. Il velivolo si è schiantato su un palazzo vicino alla stazione della Metropolitana. Sul posto elisoccorso, un’automedica, quattro ambulanze, vigili del fuoco, carabinieri, polizia e vigili urbani. Nella palazzina su cui l’aereo è caduto, adibita a parcheggio, non c’erano per fortuna persone. L’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo ha subito aperto un’inchiesta e disposto l’invio di un investigatore sul posto. “A quanto risulta attualmente – si legge in una nota dell’Ansv -, il velivolo PC-12 marche di identificazione YR-PDV, decollato da Linate alle 13:04 locali con destinazione Olbia, ha impattato contro uno stabile, a San Donato milanese, incendiandosi”. La scatola nera non è stata ancora recuperata. "Stiamo aspettando i tecnici di Enac per questo tipo di indagini", ha spiegato Carlo Cardinali, funzionario dei Vigili del Fuoco di Milano.

Aereo precipitato a San Donato, i dati della scatola nera erano fermi ad aprile. Felice Emmanuele e Paolo De Chiara il 16/11/2021 su Notizie.it. Non sarà possibile risalire alle cause del crollo dell'aereo avvenuto a San Donato Milanese attraverso la scatola nera. Continua in maniera inarrestata il dramma dell’aereo precipitato a San Donato Milanese il 3 ottobre 2021. Sembra che dalla scatola nera analizzata non vi sia memoria dell’incidente e per procedere nelle indagini bisognerà quindi utilizzare solo gli altri strumenti che si hanno a disposizione. La scatola nera del Pilatus ha dei dati che sono fermi all’aprile 2021. Risulta quindi impossibile procedere con le indagini attraverso la scatola nera. Il problema di questi velivoli è che non hanno l’obbligo di montare una determinata scatola nera. In questo caso, risulta solo non aggiornata. Si complicano dunque le indagini coordinate dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dai Filippini e Clerici. Bisognerà muoversi attraverso ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto. Si procederà analizzando i video della caduta dell’aereo, i dialoghi tra il pilota e la sala radar di Linate e gli accertamenti medico-legali sui resti delle vittime e in particolare del pilota. La prima cosa che si può ipotizzare è l’errore umano, il pilota romeno Dan Petrescu potrebbe aver compiuto una manovra errata o azzardata che ha causato l’incidente. Non si esclude comunque la pista che faccia pensare ad un’avaria del motore, ma ad ogni modo resta un’evidenza: il pilota nell’ultima comunicazione non aveva lanciato nessun allarme. 

"Volava senza scatola nera". Il giallo dell'aereo caduto. Valentina Dardari il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Senza scatola nera funzionante non è stato possibile avere dati utili a capire la causa dell’incidente. Si dovranno analizzare i resti del propulsore. L’aereo precipitato lo scorso ottobre in via Marignano, al confine con San Donato Milanese, nei pressi della fermata della metropolitana, poteva volare senza scatola nera funzionante a bordo. Come riporta Il Giorno, per quel tipo di velivolo il dispositivo LDR in questione in condizioni di efficienza “non risulta obbligatorio”.

Gli ultimi dati risalivano a 6 mesi prima

Nella giornata di ieri la notizia è stata confermata anche dall’Ansv, l'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo, che ha spiegato che per il modello di quel tipo di aereo ultraleggero il funzionamento della scatola nera non sia necessario. L’Agenzia ha quindi confermato quanto era già emerso dagli accertamenti tecnici disposti dalla Procura di Milano, ovvero che dalla scatola nera del Pilatus PC-12/47, l’aereo precipitato pochi minuti dopo essere decollato dall’aeroporto milanese di Linate, non era stato possibile ricavare elementi utili a spiegare l'incidente. Gli ultimi dati registrati risalgono allo scorso mese di aprile, circa sei mesi prima del tragico impatto costato la vita al pilota del velivolo e ai 7 passeggeri che erano con lui. Il PC-12 è un aereo executive, monomotore, monoplano ad ala bassa, progettato e prodotto dall'azienda aeronautica svizzera Pilatus Aircraft.

È bene precisare che la scatola nera si trovava a bordo del velivolo ma non funzionava da sei mesi. In una nota si legge: “Purtroppo, l'approfondita ed estesa analisi effettuata dall'Ansv dei dati recuperati ha evidenziato la indisponibilità di dati di volo, o registrazioni riferibili al volo conclusosi con l'incidente. Nessuno dei file presenti nel citato LDR è infatti compatibile con l'evento occorso, quelli presenti sono sostanzialmente riconducibili a periodi durante i quali il velivolo era in manutenzione in Svizzera. Dalla documentazione manutentiva acquisita è infatti emerso che il citato LDR fosse inefficiente già prima del volo dell'incidente”.

Gli aspetti che verranno approfonditi

Come anticipato dalla stessa Agenzia dovranno quindi essere effettuati altri tipi di accertamenti sui resti del propulsore del Pilatus PC-12/47,“che avverranno in coordinamento con l'Autorità giudiziaria”. Si tratta del procedimento di routine contemplato per le inchieste aeronautiche. Il propulsore è il dispositivo che ha lo scopo di imprimere al mezzo la forza che ne produce e mantiene il moto. Verranno anche approfonditi altri aspetti, come per esempio l’esperienza e la formazione del pilota, anche proprietario dell’aereo, il magnate romeno Dan Petrescu. Inoltre verranno analizzate le condizioni meteo che c’erano al momento del grave incidente. Quest’ultimo aspetto servirà a capire, come precisato dall’Ansv, “se le stesse possano aver costituito un fattore contributivo all'accadimento dell'incidente”.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou

"È la fine", la decompressione fatale del Japan Airlines 123. Paolo Mauri il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. I piloti del volo Japan Airlines 123 lottarono strenuamente, ma invano, per cercare di evitare lo schianto. Ogni agosto milioni di persone in Giappone celebrano la festa di Obon, un momento in cui le famiglie tornano alle loro dimore ancestrali per radunarsi in onore dei loro antenati. La festività, che dura tre giorni, è particolarmente sentita, ed è seconda per importanza nel calendario giapponese solo rispetto a quella del primo dell'anno. Nel 1985 Obon cadeva intorno al 15 agosto, e nei giorni precedenti nella maggior parte del Giappone, come di consueto, si è assistito a un vero e proprio boom dei viaggi per le vacanze. Al fine di far fronte al vasto numero di viaggiatori, la compagnia di bandiera giapponese Japan Airlines (Jal) utilizzava aerei nati per voli a lungo raggio, come il Boeing 747, su voli nazionali molto brevi. In particolare aveva in linea una serie di 747SR (Short Range), concepiti appositamente dalla Boeing per le rotte nazionali della Jal. Una di queste andava dalla capitale, Tokyo, a Osaka, la seconda città più grande del Giappone: una tratta che vede un gran numero di passeggeri anche al di fuori delle festività nazionali. Il 12 agosto 1985 il volo Jal 123 era uno dei tanti della compagnia di bandiera nipponica in servizio su quella tratta, operata tutto l'anno utilizzando proprio il 747SR, che rispetto al velivolo originale è leggermente più corto e con carrello e cellula irrobustiti per poter resistere meglio all'usura dei numerosi voli interni della Jal. Il 747 di quel tardo pomeriggio di agosto era quasi al completo: dei 520 posti dell'aereo ne erano stati occupati 509, che oltre ai tre piloti e alle dodici assistenti di volo portavano il totale delle persone a bordo a 524. Al comando del velivolo c'era il capitano Masami Takahama, 49 anni, un ufficiale istruttore esperto con 12400 ore di volo al suo attivo. Quel giorno però Takahama si era seduto al posto del secondo pilota, perché stava assistendo il primo ufficiale, Yutaka Sasaki, 39 anni, nel suo iter per diventare lui stesso capitano, pertanto Sasaki era seduto in quello che normalmente sarebbe il posto di comando principale. Infine, a completare l'equipaggio della cabina di pilotaggio, c'era l'ingegnere di volo di 46 anni Hiroshi Fukuda.

Il decollo e poi un boato. Con il primo ufficiale Sasaki ai comandi, il volo 123 decollò dall'aeroporto Haneda di Tokyo alle 18.12 ora locale per il suo viaggio di 54 minuti verso Osaka. Il breve volo richiedeva un'altitudine di crociera di soli 24mila piedi (7300 metri circa), ben al di sotto dei livelli a cui normalmente volano i Boeing 747, ma abbastanza alta da creare una grande differenza di pressione tra l'interno e l'esterno dell'aereo. In salita costante dopo il decollo, il velivolo si diresse verso Sud-Ovest sorvolando la baia di Sagami, per poi virare verso Ovest sull'isola di Oshima. Quando il volo 123 era in prossimità della sua quota di crociera, circa 12 minuti dopo il decollo, alle 18.24,34 mentre stava per livellarsi in avvicinamento alla costa orientale della penisole di Izu, un sordo boato scosse la cabina del 747. Un forte vento strappò via tutto ciò che non era legato, spingendo carta, tovaglioli e riviste verso la coda, mentre la pressione interna ed esterna si equalizzava violentemente. Vicino alla cucina posteriore, i pannelli del soffitto si staccarono dai loro supporti scomparendo all'indietro e una nebbia bianca riempì improvvisamente la cabina, mentre il vapore acqueo nell'aria si condensava istantaneamente. Il panico si diffuse istantaneamente tra i passeggeri, e le maschere di ossigeno scesero automaticamente dai loro vani al di sopra dei posti a sedere. Il Boeing aveva subito, per qualche ragione, una rapida decompressione, sicuramente distruttiva. In cabina, l'avvisatore acustico legato alla pressione cominciò a suonare e nel frattempo una spia color ambra si accese avvisando l'ingegnere di volo che vi era una perdita nel circuito idraulico. Il comandante Takahama ordinò di squawkare 7700 sul transponder, comunicando così al controllo del traffico aereo “emergenza generale”, e poi disse a Sasaki di effettuare una virata a destra per poter ritornare all'aeroporto di Tokyo. “L'ho fatto”, rispose il secondo ufficiale, ma volantino e pedaliera erano come morti, non rispondendo ai comandi. In cabina non c'era modo di capire cosa esattamente fosse successo, ma i tre membri dell'equipaggio si trovarono con un velivolo privo di tutti e quattro i circuiti idraulici, e quindi praticamente ingovernabile.

Una lotta impari. “Tokyo... JAL 123. Richiesta di immed... e... problemi. Richiesta di ritorno a Haneda. Discesa e mantenere due due zero. Chiudo”. Il comandante Takahama chiamò il controllo del traffico aereo della capitale giapponese, che ancora non aveva idea di cosa stesse succedendo a bordo del 747, limitandosi a dare la precedenza al volo in emergenza. “Roger, approvato come richiesto”, comunicò la torre. Takahama richiese un “vettore” (una direzione di rotta) per Oshima, avvisando che l'impianto idraulico era fuori uso. “Ma ora non controllo”, avvisò ancora il comandante. Con la pressione idraulica in esaurimento, il primo ufficiale Sasaki si stava trovando sempre più in difficoltà a mantenere l'angolo di inclinazione corretto durante la virata verso l'aeroporto. “Non virare così tanto, è manuale! - disse il capitano Takahama - Riportalo indietro!”. “Non torna indietro!”, esclamò Sasaki. “Idro tutto out?”, chiese ancora Takahama. “Sì!”, gli rispose Fukuda. I controllori del traffico aereo videro che il volo 123 era arrivato solo a metà della virata di 180 gradi verso Haneda, e ora stava volando verso Nord. Il controllore chiese all'equipaggio la natura della loro emergenza, ma non ci fu risposta. Nella concitazione del momento, i tre nella cabina di pilotaggio si erano dimenticati di indossare le maschere di ossigeno, e lentamente stavano andando in ipossia. La perdita di pressione idraulica ai comandi fece entrare l'aereo in un “ciclo fugoide”, ovvero un volo incontrollato in cui un aeroplano in discesa guadagna velocità fino a quando non inizia a rialzarsi da solo, entrando in una cabrata che a sua volta gli fa perdere velocità fino a quando non sbanda ed entra di nuovo in discesa. Nel caso del 747 della Jal, l'aereo entrò in un volo incontrollato di questo tipo con un periodo di 90 secondi e un'ampiezza variabile da 900 a 1500 metri, con un angolo di beccheggio compreso tra 15 gradi con muso in alto e cinque gradi con muso in basso. Contemporaneamente si innescò una componente di “rollio olandese” in cima al ciclo fugoide, ovvero si determinò una rotazione contemporanea lungo gli assi di rollio, beccheggio e imbardata. Il fugoide, combinato col rollio olandese, fece volare l'aereo come una nave in un mare in tempesta, alzandosi e abbassandosi, rotolando e precipitando, oscillando avanti e indietro mentre barcollava in avanti, instabile su ogni asse. L'equipaggio cercò disperatamente di smorzare questi movimenti, ma con tutto il fluido idraulico ormai perso, i loro controlli erano completamente inefficaci. Allora si fece ricorso all'unica cosa che si poteva ancora controllare: i motori, variandone la spinta per cercare, almeno di recuperare una direzione di rotta. Un compito arduo: è possibile far virare l'aereo utilizzando la spinta asimmetrica sulle manette, ovvero accelerando i motori da un lato e decelerando i motori dall'altro, ed è anche teoricamente possibile moderare il ciclo fugoide accelerando quando l'aereo inizia a tuffarsi e decelerando quando l'aereo inizia a salire. Fare entrambe le cose, però, era impossibile, perché i cambiamenti di potenza del motore, soprattutto asimmetrici, tendevano a esacerbare il rollio olandese, e se la potenza del motore fosse mantenuta costante per smorzare il rollio olandese, questo avrebbe esacerbato il movimento fugoide. Il problema successivo era quello della velocità: abbassare i flap non bastava e per ridurla senza intervenire troppo sulle manette – quindi compromettendo l'assetto – vennero sganciati i blocchi del carrello che scese per gravità. I piloti, dopo 10 minuti dall'inizio dell'emergenza, si misero le maschere ma alle 18.41 persero comunque il controllo del 747 a un'altitudine di 6mila metri. L'aereo effettuò una virata completa, in discesa, a 360 gradi di 2,5 miglia di raggio sopra la città di Otsuki durata tre lunghissimi minuti, poi, in qualche modo, il comandante e il secondo riuscirono a livellare il velivolo in direzione Est. Alle 18.47 si presentò un altro problema. La perdita di quota aveva portato l'aereo pericolosamente a livello delle montagne: davanti al muso del 747 si parò quello che sembrava un ostacolo insormontabile. Takahama ordinò: “Vira a destra! Montagna! Prendi il controllo, vira a destra! Colpiremo una montagna! Massima potenza!”, e applicando tutta manetta il velivolo, entrato ancora una volta in un ciclo fugoide, guadagnò quota quel tanto che bastò a sollevarlo al di sopra delle montagne, raggiungendo i 3350 metri di altitudine.

Lo schianto. L'aereo nella cabrata perse così tanta velocità che lo shaker del volantino si attivò, avvertendo di uno stallo imminente. “Oh no!”, gridò il comandante, “Stallo! Potenza massima, potenza massima!”. Ne seguì una battaglia disperata per impedire all'aereo di scendere sulle montagne. Takahama fece del suo meglio per cercare di mantenere il 747 in volo, agendo sulle manette e sui flap insieme a Sasaki mentre l'aereo saliva ripetutamente, si fermava, si tuffava e saliva di nuovo. Ma i motori di un aereo civile non rispondono istantaneamente ai comandi e fu impossibile coordinare le variazioni di spinta in modo sufficientemente preciso da riprendere il controllo. I piloti provarono ripetutamente a estendere e ritrarre i flap per aumentare e diminuire la resistenza, e quindi la velocità, ma i flap risposero anche più lentamente dei motori. Per diversi minuti la cabina di pilotaggio si riempì delle grida di Takahama e Sasaki. “Muso in su!”, “Muso in giù!”, “Solleva i flap!”, “Flap giù!”, “Potenza!”, ma fu tutto inutile. Il 747 si trovava ora a circa 102 chilometri a Nord-Ovest di Tokyo, nell'entroterra giapponese, avendo seguito una rotta casuale dovuta all'impossibilità di controllarne la traiettoria. Ore 18.56. L'allarme del Gpws (Ground Proximty Warning System) risuonò in cabina insieme a una voce registrata "Pull up! Pull up! Pull up!" (Tira su!). La scatola nera registrò le ultime parole del comandate Takahama: “È la fine...”. Il 747 del volo Jal 123 precipitò al suolo. L'aereo dapprima sfiorò la cresta di una montagna, tagliandone gli alberi, poi colpì la cima di un'altra a una quota di 1610 metri e a circa mezzo chilometro di distanza dalla prima. Infine, dopo aver volato per altri 570 metri, si schiantò a 1565 metri di altezza, poco sotto una terza cresta, posta circa 2,5 chilometri a Nord-Nord-Ovest del monte Mikuni, situato al confine tra le prefetture di Nagano e Saitama. Rottami fiammeggianti scavarono le foreste lungo il fianco della montagna, sparpagliandosi in forre e burroni. Al calar delle tenebre cominciò a piovere, e gli elicotteri della Jasdf (Japan Air Self Defence Force), non potendo atterrare a causa della ripidità delle pendici e della presenza degli alberi, circuitarono sul luogo del disastro senza riuscire a scorgere segni di vita. Per tutta la notte squadre di soccorso formate da vigili del fuoco e paracadutisti si arrampicarono lungo la montagna per cercare di raggiungere il luogo dello schianto e cercare superstiti. Dopo 14 ore, proprio un vigile del fuoco, mentre stava ispezionando un burrone, si accorse di un movimento tra i rottami e con sua grande sorpresa trovò la hostess fuori servizio Yumi Ochiai ancora viva. Poco più in là trovò altre tre superstiti: Hiroko Yoshizaki, sua figlia di 8 anni Mikiko e la dodicenne Keiko Kawakami. Quattro donne che erano sedute, l'una di fianco all'altra, nelle fila 56 del 747. Intorno a loro giacevano i poveri resti di altre 520 persone, compresi quelli dei 15 membri dell'equipaggio. Uno degli incidenti più sanguinosi della storia dell'aviazione civile, secondo solo a quello di Tenerife, e il peggiore, per numero di morti, che ha coinvolto un singolo velivolo.

Cos'era successo? La commissione di inchiesta ha stabilito che, durante la salita a quota di crociera, il differenziale di pressione tra l'interno della cabina e l'esterno aumentò al punto che la paratia di pressione di poppa, già compromessa, cedette in modo catastrofico. In pochi millisecondi l'aria pressurizzata della cabina esplose attraverso lo spazio vuoto con una forza tremenda, la paratia si ruppe in diversi pezzi quando un muro d'aria si precipitò all'indietro nella sezione di coda non pressurizzata, che non era progettata per resistere a un tale picco di pressione. Pochi istanti dopo il cedimento, l'onda di pressione fece esplodere un'enorme sezione della coda dell'aereo, compreso il cono di coda, la maggior parte dello stabilizzatore verticale compreso il timone, l'unità di alimentazione ausiliaria (Apu) e molti altri componenti strutturali critici e sistemi di controllo. Il 747 stava quindi volando, oltre che senza impianto idraulico, senza deriva di coda, cosa che spiega il suo ingresso in rollio olandese durante il volo incontrollato. La paratia aveva improvvisamente ceduto non per difetto di fabbrica, ma per errore umano. Il 747, infatti, il 2 giugno 1978, mentre stava atterrando a Osaka come volo 115 della Jal, colpì la pista con la coda quando il pilota richiamò troppo bruscamente durante l'atterraggio, causando gravi danni alla fusoliera, alla paratia a pressione di poppa, al sistema di controllo dello stabilizzatore orizzontale, alle porte e al gruppo dell'Apu, al cono di coda e a diversi elementi strutturali, tanto che il velivolo dovette essere riparato da tecnici della Boeing giunti dagli Stati Uniti. La riparazione della paratia a pressione venne effettuata in modo errato, perché venne posizionata una fila sola di rivetti sul suo rivestimento quando avrebbero dovuto essercene due, riducendone così la resistenza del 70%. Pertanto, a ogni ciclo di pressurizzazione, si trovò a dover subire uno stress per il quale non era progettato determinando l'insorgere di piccole cricche da fatica che, nel corso del tempo, hanno causato l'improvviso e catastrofico cedimento strutturale.

Paolo Mauri. Nato a Milano nel 1978 trascorro buona parte della mia vita vicino Monza, ma risiedo da una decina d’anni in provincia di Lecco. Dopo il liceo scientifico intraprendo studi geologici e nel frattempo svolgo il servizio militare in fanteria a Roma. Ho scritto per Tradizione Militare, il periodico dell’Associazione Nazionale Ufficiali Provenienti dal Servizio Attivo (Anupsa). Attualmente scrivo per Gli Occhi della Guerra e ilGiornale.it. Appassionato di fotografia, storia e forze armate pratico la scherma a livello agonistico e sono anche istruttore regionale presso il Circolo della Scherma Lecco dove ricopro la carica di dirigente e addetto stampa

"Costretti a mangiare carne umana", il disastro aereo della Ande. Davide Bartoccini il 5 Settembre 2021 su Il Giornale. Nell'autunno del '72 un aereo militare affittato come charter precipita sulle Ande a causa di errore di calcolo dei piloti. Sarà l'inizio di una delle più sconcertanti storie di sopravvivenza dei nostri tempi, nota come "El milagro de los Andes". Un piccolo bimotore a elica dell'impoverita Fuerza Aérea Uruguaya, un Fokker F27 che in assenza di frequenti bellicismi delle Americhe meridionali viene impiegato come charter per passeggeri civili, è impegnato a fare lo slalom tra le altissime cime della Cordigliera andina. È il 13 ottobre del 1972, e il piccolo aereo da trasporto di fabbricazione olandese, che misura appena venticinque metri di lunghezza, ospita a bordo quaranta passeggeri civili - la metà sono giocatori di Rugby della Old Christians Club - oltre a cinque membri d'equipaggio militare: il colonnello Ferradas, il copilota, tenente colonnello Lagurara, un tenente impiegato come ufficiale di rotta, e due sergenti, rispettivamente un assistente di volo e un motorista. Non è progettato per sostenere elevate altitudini in condizione atmosferiche sfavorevoli. Per quanto possa raggiungere una quota di tangenza di oltre ottomila metri, è per questo il Fokker vola basso, seguendo una rotta minuziosa che, per portare l'aereo a destinazione a Santiago del Cile (dopo uno scalo imprevisto per le condizioni meteorologiche a Mendoza, Argentina), cerca e trova i passi e valichi tra le alte montagne innevate. Volare bassi tra le montagne è la scelta più prudente, ma anche la rotta più complessa da seguire sulle mappe, per un aereo che, oltre ad avere la quasi totalità di comandi interamente manuali, offriva all'equipaggio una strumentazione di bordo "essenziale". L'equipaggio commette alcuni errori di calcolo nel tracciare, o seguire, la rotta. E quando il comandante è certo di trovarsi a una mezz'ora di volo circa da Santiago, approccia una graduale discesa verso terra, mentre una turbolenza sorprende il piccolo bimotore che cade in un vuoto d'aria e perdendo un centinaio di metri di altitudine in pochi secondi, si ritrova a volare alla cieca, avvolto nella fitta nebbia e nelle nuvole basse, in prossimità delle alture rocciose. Ferradas e Lagurara tentano di recuperare quota spingendo i motori Rolls-Royce Dart alla massima potenza. Ma prima di uscirne, l'ala destra del Fokker tocca una parete rocciosa. Staccandosi completamente e privando l'aereo di uno dei due motori. Il Fokker carambola tra le rocce, perdendo l'ala sinistra e la coda, che si trancia di netto e porta via con sé alcuni passeggeri. L'ufficiale di rotta e il sergente addetto all'accoglienza dei passeggeri vengono risucchiati dall'abitacolo. Volano via. La carlinga del Fokker precipita come un siluro lanciato da un aereo su una spianata. Scivola veloce sulla neve fresca, per due chilometri, tra le urla dei passeggeri terrorizzati, come fosse un grosso bob. Si ferma solo dopo aver impattato con cumulo di neve solidificata dalle rigide temperature. Il velivolo, registrato come 571, si ferma a una quota di 3.657 metri nei pressi del vulcano Tinguiririca. Ancora in territorio argentino. I superstiti invece, vittime dell'errore di calcolo e della strumentazione sfasata a causa dell'impatto, si convinceranno di essere a un'altitudine di 2.133 metri in territorio cileno. Il tenente colonnello Lagurara infatti, prima di morire sosterrà di aver "superato Curicò". Solo in seguito verrà supposto un errore umano dovuto e alla negligenza dei piloti, che non calcolarono i tempi di volo, oppure a un possibile malfunzionamento del sistema Vor (impiegato prima dell'avvento del Gps, ndr) originato da interferenze magnetiche provocate dalle perturbazioni. Queste avrebbero fatto scattare "erroneamente" la segnalazione dell'avvenuto passaggio sulla verticale di Curicó - come avrebbe più volte ripetuto il secondo pilota prima di morire poco dopo l'impatto per le lesioni riportate. Tra l'impatto e la discesa muoiono dodici persone, compreso il comandante. Dei trentotto superstiti, alcuni moriranno a causa delle ferite riportate durante l'impatto. Altri in seguito a una valanga. Altri per denutrizione e fatica - che a oltre tremila metri di altitudine con temperature inferiori a meno 30 gradi centigradi la notte si fa sentire sul corpo umano, anche il più atletico e preparato.

I soccorsi così "vicini" e l'odissea sfociata nel cannibalismo. Non appena la torre di controllo di Santiago perse ogni contatto con il Fokker, venne messo in allerta il Servicio Aereo de Rescate (Sar) dell'aeroporto di Los Cerrillos. Analizzate le registrazioni delle ultime comunicazioni avvenute tra la torre di controllo cilena e il velivolo uruguaiano, i comandanti del Sar ipotizzarono immediatamente un errore di rotta e, ampliando l'area delle ricerche a una vasta zona sulle Ande a nord del passo del Planchón, fecero decollare gli elicotteri nel tentativo di localizzare il relitto e recuperare eventuali superstiti. Sebbene la zona delle ricerche fosse esatta, la visibilità ridotta e la livrea chiara del velivolo che si mimetizzava perfettamente nella neve, impedirono alle squadre di soccorso aeree e alle guide alpine del corpo dei Carabineros cileni di localizzare il relitto, nel quale vissero tra atroci stenti e sofferenze quei superstiti che dopo aver terminato le povere razioni di cioccolata e marmellata, furono costretti all'atto estremo di nutrirsi della carne umana dei loro compagni morti. Il 21 ottobre le autorità cilene decisero di interrompere ufficialmente le ricerche. Mentre quelle finanziate privatamente dai familiari proseguirono, e si spinsero a pochi chilometri dalla reale posizione dei superstiti, che sopravvissero ben 72 giorni. Fino al 23 dicembre, quando la spedizione di due passeggeri che decisero di attraversare le Ande per cercare aiuto, allertò una seconda volta il Servicio Aereo de Rescate che inviò due elicotteri Bell Uh-1 Iroquois a San Fernando, dove erano giunti - dopo una marcia di 10 giorni per una distanza di 50 chilometri nella neve - Fernando Parrado e Roberto Canessa. Grazie alle indicazioni di Parrado, che decise di salire sull'elicottero per guidare i soccorsi, quello stesso giorno i resti del Fokker vennero individuati e i primi soccorsi portati ai 14 sopravvissuti. Non essendo possibile il trasporto di tutti quanti i passeggeri, alpinisti e un infermiere vennero lasciati sul posto per prestare un primo soccorso a chi era costretto a passare l'ultima notte nella "carlinga" che aveva chiamato casa per oltre due mesi. Ricoverati in ospedale con "sintomi di insufficienza respiratoria da alta montagna, disidratazione, traumi e malnutrizione", alcuni mostrarono una perdita di anche 40 chili.

Un sasso e una palla ovale per la salvezza. Quando Parrado e Canessa incontrarono sul loro cammino il "primo uomo" al quale chiedere aiuto, sfiniti, al limite della loro capacità fisica, fu un sasso a salvarli. Quello lanciato da un mandriano, Sergio Catalán, che non udendo le flebili parole dall'altra riva del fiume che li separava, scrisse su un foglio di carta un messaggio, lo avvolse intorno al sasso, e lo lanciò a quei due uomini evidentemente provati da un viaggio massacrante. Fu allora che Parrado scrisse con un rossetto per signora che aveva curiosamente con sé: "Vengo da un aereo che è caduto nelle montagne. Sono uruguaiano. Sono dieci giorni che stiamo camminando. Ho un amico ferito. Nell'aereo aspettano 14 persone ferite. Abbiamo bisogno di andarcene velocemente da qui e non sappiamo come. Non abbiamo da mangiare. Siamo debilitati. Quando ci vengono a prendere? Per favore, non possiamo più camminare. Dove siamo?". Erano nei pressi di Los Maitenes, in Cile. La corsa del mandriano per raggiungere la prima caserma di Carabineros per avvertirli del suo straordinario incontro e l'intervento di altri mandriani incontrati sulla via, che si affrettarono a raggiungere i due viandanti per rifocillarli e prestar loro il primo soccorso, fu decisivo. Nel 2012 i superstiti di questa straordinaria avventura si riunirono sul campo di rugby per la famosa partita che avrebbero dovuto giocare contro cileni dell’Old Grangonian Club quaranta anni prima. In quella, e in molte altre occasione, portando omaggio ai compagni che persero la vita su quella montagna, ricordarono quanto fu importante lo spirito di squadra in quei terribili 72 giorni di sopravvivenza. 

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con

"Tiralo su", "No". E il volo 404 si schiantò sulla collina. Angela Leucci l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. Il 14 novembre 1990 il volo 404 di Alitalia si schiantò contro le colline svizzere: a bordo c'era un attore di "Mery per sempre" e tanti pendolari. Aveva passato l’ispezione 10 giorni prima, ma il 14 novembre 1990 il volo Alitalia Az 404 si schiantò sulla collina di Stadelberg in Svizzera, causando la morte di 46 persone, tra cui 6 membri dell’equipaggio, mentre il resto erano passeggeri, in gran parte operai pendolari tra la Svizzera e l’Italia. Tra loro uno degli interpreti del film “Mery per sempre”. La tragedia, come spesso accade in questi casi, modificò qualcosa nelle procedure di atterraggio, al fine di rendere i voli più sicuri.

L’incidente. Sono le 19.11 del 14 novembre 1990, un McDonnell-Douglas Dc9 di Alitalia, in servizio dal 1974 deve fare scalo in Svizzera, all'aeroporto di Zurigo, dopo essere partito da Linate alle 18.36. Il volo è proceduto nella massima tranquillità, ma al momento dell’atterraggio qualcosa non va. C’era stato solo qualche problema di poco conto con le condizioni meteo, per cui il personale di bordo si era dovuto affidare esclusivamente alla strumentazione. Ci si avvalse infatti del sistema Ils, chiamato anche “atterraggio strumentale”, che consiste in una serie di strumenti da terra che permettono al velivolo di allinearsi orizzontalmente e verticalmente alla pista.

Nella fase di discesa ci fu tuttavia un malfunzionamento degli strumenti per via di un corto circuito, cosa che compromise la percezione dell’altezza del pilota: il velivolo procedeva per una traiettoria 350 metri più in basso di quanto avrebbe dovuto. L’aereo si schiantò inevitabilmente sulle colline svizzere.

L’indagine. Le indagini sull’accaduto furono condotte dall’Ufficio d'inchiesta sugli infortuni aeronautici e l’Ufficio federale dell'aviazione civile, entrambi enti elvetici. Sull’inchiesta ebbe un grosso ruolo il contenuto del voice recorder della scatola nera, che fu tra l’altro mandato in onda in una trasmissione svizzera poco dopo l’incidente. Nella registrazione si sente, come riporta Repubblica, il co-pilota Massimo De Fraia, da un anno in Alitalia ma con un curriculum ragguardevole, chiedere al comandante Raffaele Liberti, che aveva invece oltre 20 anni di esperienza ed era un ex aviere militare, di abortire la manovra di atterraggio, urlando: “Tiralo, su, tiralo su”. Ma gli strumenti danno in quel momento ragione a Liberti e al suo “No, no, no, no”: la probabile causa dell’incidente fu, come in effetti risulta dall’inchiesta, questo malfunzionamento che incise sulla percezione umana. Alitalia risarcì i famigliari delle vittime, come riporta SwissInfo, e modificò il proprio regolamento: da quel momento, il pilota al comando non può essere interrotto nelle sue manovre neppure dal comandante. La storia del disastro aereo è stata raccontata nella serie “Indagini ad alta quota” del National Geographic, nell’episodio “Una tragedia italiana”. Il documentario presenta la figura di Hans Peter-Graf, chiamato a indagare, che subito accorse alla torre di controllo elvetica, notando come in realtà il volo 404 stesse compiendo una sorta di traiettoria parallela più bassa del dovuto. “Avevo notato che l’aereo stava volando 1200 piedi rispetto all’effettiva rotta di volo”, dice nel filmato. Il documentario mette inoltre in evidenza alcune criticità che hanno concorso al disastro. Tra esse la presenza di altimetro a tamburo con lancetta, “noto per generare confusione”, perché la lancetta, spostandosi, può oscurare i numeri sul tamburo. Lo strumento era in progressiva dismissione nel 1990, ma c’era ancora su modelli di aerei degli anni ’70 com’era il Dc9 dell’incidente. Inoltre il Gpws non allertò il comandante e il co-pilota della prossimità al suolo prima dell’impatto. E infine c’è la questione degli indicatori di rotta Hsi che davano valori diversi al comandante e al co-pilota, tra i quali nella serie del National Geographic sembra esserci un rapporto mentore-studente, nonostante la vasta esperienza di volo di De Fraia.

I ragazzi di “Mery per sempre”. Come detto, furono 46 le vittime del volo 404, di cui 40 passeggeri e 6 membri dell’equipaggio. Tra i passeggeri c’era Roberto Mariano, all’epoca 21 anni, attore noto per aver partecipato a due film di Marco Risi “Mery per sempre” e il suo sequel “Ragazzi fuori”. Mariano era andato in Svizzera a trovare lavoro: desiderava un impiego stabile, come muratore o meccanico scrive Repubblica, tuttavia stava anche per firmare con un’emittente privata svizzera per una trasmissione sugli emigrati italiani. Purtroppo la morte lo trovò prima di coronare il suo sogno, prima di poter invecchiare e vivere tanti giorni felici con la sua famiglia. Su Instagram, una delle due figlie dell’attore, Emanuela Mariano, avuta dall’amore con Giulia Corrao, pubblica spesso foto e pensieri del padre che non ha mai conosciuto, perché quando avvenne il tragico incidente Emanuela aveva solo 5 mesi. Lo scorso 14 novembre, nell’anniversario dei 30 anni dal disastro, la figlia di Mariano ha pubblicato un reel con scatti dei suoi genitori e dai set cinematografici cui papà Roberto prese parte, con la didascalia: “E con oggi soni 30 anni che non ci sei più... 30 anni che ci hai lasciate senza te... tu che sei rimasto un bambino mentre tutto è cambiato... sei nei nostri cuori papà”. Sul volo 404 ci sarebbe dovuto essere un altro attore di “Mery per sempre” e “Ragazzi fuori”, ossia Maurizio Prollo, che però perse il volo a causa di un ritardo. Prollo ha successivamente continuato a fare il caratterista nel cinema e spesso anche nelle fiction tv. Alcune fonti riportano che invece a dover prendere il volo fosse un altro loro collega, Salvatore Termini, che l’avrebbe perso sempre a causa di un ritardo. L’intero cast dei due film è ancora oggi legato da grande amicizia: può essersi generata così la confusione sul pericolo scampato del "passeggero mancante" al volo 404.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Un "arrivederci" nella nebbia. Poi il disastro "da manuale". Davide Bartoccini l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. L'8 ottobre del 2001 l'aeroporto di Milano Linate fu teatro del più tragico incidente aereo della storia d'Italia. A causarlo una catena di errori umani che porterà alla morte di 118 persone. Sono appena scoccate le 8 del mattino sulla pista principale dell’aeroscalo milanese di Linate, quando un volo di linea operato dalla compagnia scandinava Sas, in procinto di decollare, incontra sulla sua strada un jet privato diretto a Parigi. La 36R, pista di decollo e atterraggio del piccolo aeroporto intitolato al pioniere dell’aviazione Forlanini - che pure è ben noto nel Paese per essere lo scalo più vicino alla “seconda capitale" italiana - è completamente avvolta nella nebbia. La visibilità è estremamente ridotta. Non si vede più in là di un centinaio di metri. A causa delle condizioni meteorologiche decisamente avverse, il McDonnell Douglas Md-87 della compagnia scandinava, volo Sk686, ha ricevuto il permesso al decollo con ben 41 minuti di ritardo. È diretto a Copenaghen. A bordo sono 110 anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio. In attesa sul piazzale nord, alle 7.54 riceve dalla torre di controllo l'autorizzazione al rullaggio fino al punto d’attesa "Cat 3". Non sa che è in prossimità di un pericoloso raccordo, che si rivelerà fatale. Poco distante, sul piazzale ovest, il piccolo Cessna Citation CJ2 con a bordo due membri d’equipaggio e due passeggeri, uno dei quali è Luca Fossati, noto industriale italiano, ha ricevuto per parte sua un nuovo “orario calcolato di decollo”, posticipato dalle 07.45 (dieci minuti dopo il decollo dell’Md-87) alle 08.19. Solo tre minuti di scarto dall'orario di decollo fissato per il volo della Scandinavian Airlines. Che sulle frequenze radio viene rinominato Scandinavian 686, e allo scoccare delle 8 del mattino riceve un “arrivederci” via radio dalla torre. Alle 08.01 Scandinavian 686 è in prossimità della pista principale di decollo con il muso rivolto a Nord. Mentre nel piazzale ovest, le comunicazioni tra il jet privato e la torre rilevano una piccola incongruenza, che tuttavia non darà luogo a ulteriori controlli, notifiche e nuovi ordini. Il pilota del Cessna, rinominato DeltaVictoryXray, riceve l’autorizzazione al rullaggio verso il piazzale nord, per poi seguire lo stesso allineamento che sta seguendo Scandinavian 686. Ma invece di imboccare il raccordo R5 - tratto in inganno dalla nebbia e dalle indicazioni dipinte sull’asfalto che risulteranno essere fuori norma - imbocca il raccordo R6, che porta dritto in mezzo alla pista di decollo in direzione sud. Sarà un errore fatale. In assenza di nuove comunicazioni, riferimenti visibili sul territorio per via della nebbia fitta, o indicazioni utili sulla pista, il pilota del jet privato non ha alcun modo di accorgersi dell’errore appena commesso, mentre si dirige dritto e in direzione contraria verso il volo di linea, che ormai si prepara a impostare la velocità di decisione V1. Scandinavian 686 è allineato sulla pista e inizia la sua corsa di decollo, quando si ritrova davanti il Cessna che è entrato sulla 36R in direzione opposta. Sono ormai le 08.10. Il volo scandinavo è con il muso già alzato e in procinto di staccarsi dal suolo, quando impatta a una velocità 146 nodi (circa 270 chilometri orari), con il piccolo jet privato - che si spezza in tre tronconi e uccide sul colpo piloti e passeggeri - facendogli perdere uno dei due motori, il destro, e la gamba destra del carrello principale. A questo punto c’è solo una cosa da fare, a quella velocità, con i serbatoi pieni, in corsa di decollo sulla pista. Dare manetta al massimo, superate velocità di rotazione e cercare di portarsi in quota a ogni costo per svuotare i serbatoi e ricalcolare tutte le opzioni per tentare di riportare al sicuro i passeggeri. Scandinavian 686 riesce a decollare ma non a prendere quota come sperava. Vola per pochi secondi, ad appena dodici metri dal suolo. Poi il calo di potenza, causato dalla completa perdita del motore destro e dell’assenza di spinta di quello restante, che ha risucchiato alcuni detriti del Cessna, lo riporta precipitosamente a terra. Poggiando su un carrello solo e sull’ala destra che struscia sul terreno in assenza del sostegno perso nella collisione, l’unica chance è quella di portare la manetta al minimo, attivare gli inversori di spinta e i freni, per tentare disperatamente di governare a terra, in attesa che i 45 metri della carlinga con un’apertura alare di trentacinque ancora saldamente attaccata, perdano velocità e facciano fermare quel che resta dell’aereo in mezzo alla pista. In attesa delle squadre di soccorso. Tutto questo si rivela impossibile. Il sistema idraulico è rimasto così danneggiato nell’impatto che l’aereo risulterà ingovernabile. A una velocità di 250 chilometri orari, l’Md-87 scivola sulla via de fuga e finisce per schiantarsi su edificio adibito a deposito bagagli. Non ci sarà nessuno superstite a bordo. L’incendio provocato dallo schianto mieterà altre quattro vittime nel personale di terra che era impiegato nell’edificio. Se ne salverà un quinto, gravemente ustionato. È il più grave incidente aereo mai verificatosi in Italia e la seconda collisione a terra tra due aerei con più vittime della storia, dopo il disastro di Tenerife del ‘77. La causa non sarà difficile da indagare: una catena di errori umani che ha provocato la morte di 118 persone. Errori da parte dei piloti del Cessna, dell’operatore della torre di controllo e di coloro che hanno applicato una segnaletica inadeguata in uno scalo aereo tanto trafficato come era Linate. La sequenza di manovre eseguita dal comandante svedese Joakim Gustafsson, pilota del volo Scandinavian 686, verrà invece giudicata in seguito talmente appropriata da venir inserita nei manuali tecnici della compagnia aerea che suggeriscono le procedure da seguire in caso di collisione a terra. L'anno seguente, in ricordo delle vittime di quel tragico 8 ottobre 2001, nel Parco Forlanini, adiacente l'aeroporto, verranno piantanti 118 piccoli faggi. Che oggi ancora prosperano in memoria delle vittime. 

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nominare. 

"I piloti non lo sapevano", così persero la vita i 189 passeggeri. Mariangela Garofano il 22 Agosto 2021 su Il Giornale. A ottobre 2018 il volo Lion Air 610 partito da Giacarta precipita dopo solo 13 minuti di volo, provocando il decesso di 189 persone, a causa di un nuovo sistema di controllo installato sui Boeing 737 Max. Il 29 ottobre 2018 un Boeing 737 Max 8 della compagnia low cost Lion Air decolla dall’aeroporto di Giacarta, direzione Pangkal Pinang. Dopo pochi minuti dal decollo il velivolo precipita, inabissandosi nelle acque indonesiane. L'incidente causa il decesso di 189 persone, tra cui Andrea Manfredi, un ragazzo italiano di soli 26 anni. Dopo cinque mesi, il 10 marzo 2019 un altro Boeing 737 Max, della compagnia Ethiopian Airlines precipita, causando la morte di 157 persone.

L’incidente. Ma che cosa portò l’aereo a perdere il controllo e a schiantarsi senza possibilità di salvezza per le vittime, a soli 13 minuti dal decollo? Alle 6.20 del 29 ottobre il volo 610 di Lion Air decolla da Giacarta, con condizioni meteo buone. Partito verso ovest, poco dopo il velivolo compie un'inaspettata virata verso sud-est, rotta che l’aereo manterrà fino al suo schianto. Durante quei fatidici minuti l'equipaggio aveva chiesto ai controllori del traffico aereo a terra di poter ritornare indietro e atterrare all’aeroporto di Giacarta per dei problemi. Ma alle 6.33 le comunicazioni con la torre di controllo si interrompono improvvisamente. Immediatamente la National Indonesian Search and Rescue Agency invia tre navi e un elicottero alla ricerca dell’aereo e dei suoi passeggeri. Ma purtroppo alle 7.30 arriva la notizia che la squadra di ricerca temeva di più: alcuni lavoratori su una piattaforma petrolifera riferiscono di aver visto un aereo precipitare a picco nel mare. I soccorritori arrivati sul posto dell’impatto intravedono chiazze d’olio, i detriti del velivolo e alcuni effetti personali dei passeggeri, che ormai sono da considerarsi vittime. Vengono recuperati i primi passeggeri purtroppo deceduti, mentre gli altri si ritiene siano ancora intrappolati nella fusoliera. Finalmente, il 1 novembre la squadra di soccorso annuncia di aver trovato il registratore dei dati di volo a una profondità di 32 metri sul fondo del mare. Il 3 novembre viene rinvenuta la fusoliera dell’aereo, e lo stesso giorno vengono captati segnali provenienti da una delle scatole nere. Nei giorni successivi i soccorritori si adoperano per recuperare il maggior numero di vittime possibile, grazie anche agli sforzi di circa 1400 tra sommozzatori e soccorritori, che riescono a recuperare 125 vittime su 189.

Le indagini. Dopo altri due mesi di ricerche, il 14 gennaio 2019 viene rinvenuto il registratore vocale di cabina. La prima bozza del rapporto del Comitato nazionale per la sicurezza dei trasporti dell'Indonesia (Ntcs) arriva soltanto ad agosto dello stesso anno. Nella bozza si legge che a contribuire al disastro furono una serie di errori di pilotaggio e cattiva manutenzione. Ma dopo attente analisi, il rapporto definitivo evidenzia difetti nel sistema di controllo di volo dell’aereo. Secondo le indagini svolte, la causa scatenante della tragedia fu da attribuire al Manoeuvring Characteristics Augmentation System, abbreviato Mcas, ovvero un nuovo meccanismo automatico di gestione del volo, installato sui Boeing 737 Max. Il Mcas aveva comandato ai trim (le alette che si trovano sull’equilibratore, e che servono a mantenere l'aereo nella direzione desiderata) un assetto verso il basso, portando il velivolo in picchiata. A seguito della tragedia, furono revisionati quasi 400 aeroplani Boeing 737 Max, a scopo cautelativo. Il rapporto finale evidenziò inoltre un'"assenza di istruzioni” adeguata ai piloti, riguardo al nuovo sistema introdotto nei 737 Max, oltre a difficoltà di comunicazione con l’equipaggio. E sulla mancanza di istruzioni si fonda la causa che la famiglia di Andrea Manfredi ha intentato contro la Boeing nel 2019, come riportato da Il Fatto Quotidiano.“I piloti non erano stati formati - annunciarono i legali della famiglia Manfredi, e ancora - Lottavano contro un sistema che non sapevano esistesse e che non sapevano disabilitare“.

L’incidente del volo precedente. A preoccupare gli inquirenti inoltre si aggiunse anche un altro incidente che coinvolse il Boeing 737 Max 8. Il giorno precedente lo stesso aeromobile aveva avuto seri problemi durante il volo. I passeggeri del volo da Bali a Giacarta raccontarono di aver avvertito un forte odore di bruciato e che il velivolo aveva sbandato pesantemente per tutto la fase di crociera. “Era come un giro sulle montagne russe", affermarono i passeggeri. Per fortuna a bordo vi era un pilota fuori sevizio, il quale identificò in tempo il problema, disattivando il sistema di controllo di volo e portando in salvo i passeggeri. Da una prima ricostruzione della scatola nera le indagini stabilirono che anche lo sciagurato volo 610 ebbe lo stesso problema del precedente. Un’anomalia al sistema di bordo avrebbe impedito al pilota di mantenere la rotta, cosa che tentò di fare svariate volte negli ultimi dieci minuti di volo.

La conclusione delle indagini. A ottobre 2019, a un anno esatto dalla tragedia che portò al decesso delle 189 persone a bordo del Boeing 737 Max 8 della Lion Air, si conclusero le indagini. Secondo gli inquirenti la Boeing sarebbe responsabile degli errori di progettazione dei 737 Max. Per mesi dopo il disastro la Boeing sostenne di non essere stata a conoscenza che il nuovo sistema automatico non fosse sicuro. Questo nonostante a marzo 2019, pochi mesi dopo l’incidente del volo indonesiano, un altro Boeing 737 Max della Ethiopian Airlines perse il controllo e si schiantò al suolo. Anche la compagnia Lion Air fu ritenuta colpevole per aver fatto partire il velivolo, pur essendo stata informata dei problemi che l’aeromobile aveva riscontrato nel volo precedente. In seguito alla conclusione delle indagini, i parenti del primo ufficiale e di molte delle vittime dell’incidente intentarono una causa contro la Boeing. A causa dei gravi incidenti occorsi ai velivoli, a marzo 2019 i Boeing 737 Max vennero ritirati. La Boeing, già incolpata di insabbiamento, ha in seguito riprogettato il sistema Mcas e dopo una serie di indagini per verificare che gli aerei fossero sicuri, il 737 Max ha ripreso a volare a gennaio 2021. 

"Aggrappati, ma cadevano nel vuoto": la "trappola d'acqua" dell'Estonia. Mariangela Garofano il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. La notte tra il 27 e il 28 settembre 1994 il traghetto Estonia, partito da Tallin e diretto a Stoccolma, affonda nel Mar Baltico causando uno dei naufragi più gravi della storia d'Europa. “Dentro sembrava di essere in trappola. Chi si faceva prendere dal panico continuava ad arrampicarsi e a ricadere indietro”. A raccontare i tragici momenti vissuti nel documentario L'Ultima ora - L'affondamento dell'Estonia, è Anneli Konrad, ballerina a bordo dell'Estonia, scampata per miracolo al naufragio della nave in cui morirono 852 persone. L’Estonia salpa da Tallin diretta a Stoccolma il 27 settembre 1994. La traversata è considerata un evento molto prestigioso per il paese del Baltico dato il momento storico: l’Estonia ha infatti ottenuto l’indipendenza da pochi anni, nel 1991, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Il viaggio in Svezia deve svolgersi nel miglior modo possibile, per dimostrare che il Paese è all’altezza dei vicini scandinavi.

Il naufragio. Verso sera le condizioni meteo non sono delle migliori, il mare è agitato e le onde sfiorano i 4 metri, rendendo la navigazione alquanto movimentata. Molti passeggeri si sono già ritirati in cabina a causa del dondolio insopportabile, mentre altri sono ancora al bar per un drink, per trascorrere in compagnia la nottata burrascosa. Ma all’una di notte la cosiddetta celata di prua, ovvero il portellone, cede sotto il peso delle violente onde, si stacca completamente e lascia entrare un’enorme quantità d’acqua nei garage. L’inondazione causa una brusca inclinazione della nave verso dritta, che porterà l'Estonia ad affondare in pochissimo tempo negli abissi marini. I passeggeri che dormono vengono svegliati dall'intensità dell'impatto, mentre quelli svegli finiscono catapultati con violenza da una parte all’altra nave. Inizia a diffondersi il panico. I passeggeri si rendono immediatamente conto che la situazione è grave, e dai ponti inferiori si riversano verso le uscite, per assicurarsi una scialuppa e salvarsi. “Era come un film muto”, racconta Anneli. “Non sentivo nulla, ma vedevo tutto. Ero come ipnotizzata, poi ho visto una donna con una ferita in testa, ho pensato fosse morta, e una voce nella mia testa mi diceva di uscire subito. Restavo aggrappata e vedevo gli altri che non ce la facevano più a reggersi. Poi c’era altra gente in un angolo che aveva rinunciato a combattere. È stato traumatizzante”, conclude Anneli tra le lacrime. All’1.20 del mattino viene dato l’allarme e due minuti più tardi il comandante lancia il primo dei tre Mayday. Dopo una serie di messaggi confusi, la prima nave a raggiungere il luogo del naufragio è la Mariella alle 2.12, seguita dalla Silja Europa, il cui comandante assume l’incarico di coordinare i soccorsi. La nave continua a inclinarsi e a imbarcare acqua. Il caos regna sovrano a bordo dell’Estonia. I testimoni raccontano scene raccapriccianti: alcune persone volano in acqua con le scialuppe, altre vengono trascinate all’interno della nave, diventata una trappola d’acqua, senza via di scampo. Gli elicotteri arrivano sul posto della tragedia intorno alle 3 del mattino per prestare soccorso ai superstiti, il cui recupero continua fino alle 9 del mattino. Vengono salvati 138 passeggeri, ma uno di loro non ce la fa e muore in ospedale. Ma per i sopravvissuti alla sciagura la salvezza arriva dopo una serie di peripezie nelle gelide acque del Baltico, perché essendo molte scialuppe cadute in mare, alcuni di loro sono costretti a resistere fino all’arrivo dei soccorsi in balia delle spaventose onde. Il mare è un cimitero di vittime che galleggiano con il giubbotto di salvataggio ancora indosso. Dei passeggeri deceduti solo 94 vengono recuperati. Dei rimanenti 757 tra equipaggio e passeggeri, 650 probabilmente intrappolati nel relitto, non vennero mai rinvenuti.

Le cause dell’incidente. Le indagini per scoprire cosa causò il più grave naufragio in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale attribuirono la rottura del portellone di prua alla scarsa manutenzione della nave nei mesi precedenti la traversata. Gli inquirenti stabilirono che la responsabilità è da imputare a Finlandia, Svezia ed Estonia. Le autorità finlandesi avevano infatti assegnato all’Estonia la classe A1 di idoneità, eppure la prua evidentemente non possedeva quei requisiti. Svezia ed Estonia furono ritenute responsabili di negligenza nella manutenzione e revisione della nave. I superstiti raccontarono in seguito che a bordo riscontrarono diversi malfunzionamenti: porte sbarrate, giubbotti di salvataggio rotti ed equipaggio non addestrato correttamente a un’eventuale evacuazione della nave. A settembre 2020, ovvero 26 anni dopo il disastroso naufragio, il caso venne però riaperto, dopo un’inchiesta condotta durante un documentario di Discovery Network. Come si legge su Agi.it, durante le riprese i documentaristi scoprirono uno squarcio di quattro metri nello scafo. La nuova scoperta confuterebbe le conclusioni investigative ufficiali, secondo le quali il portellone di prua si sarebbe aperto a causa di un malfunzionamento. A luglio di quest’anno le Autorità svedesi di Investigazione sugli incidenti hanno iniziato a revisionare nuovamente il relitto, per stabilire con certezza cosa accadde quella sciagurata notte del 28 settembre 1994.

Le teorie alternative. Parallelamente al rapporto ufficiale, negli anni presero piede una serie di teorie alternative su cosa fece affondare l'Estonia. In particolare la giornalista tedesca Jutta Rabe portò avanti una serie di indagini, sostenendo che lo squarcio trovato nello scafo del traghetto fu causato da un'esplosione e che la nave stesse trasportando materiale militare. Tuttavia l'ipotesi di una bomba a bordo dell'Estonia venne esclusa dalla commissione investigativa, la quale appurò che pochi giorni prima del naufragio la nave aveva effettivamente trasportato materiale militare, ma di natura non esplosiva.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna

"Abbiamo perso i motori". E l'aereo si inabissò nel mare di Palermo. Mariangela Garofano il 24 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il 6 agosto 2005 il volo Tuninter, decollato da Bari e diretto a Gerba, è costretto ad ammarare a causa dello spegnimento improvviso dei motori. Quel giorno persero la vita 16 dei 39 passeggeri diretti in Tunisia. “Non siamo in grado di raggiungere la terra… abbiamo perso entrambi i motori! Mandateci degli elicotteri… veloce, veloce!”. La voce concitata che i controllori di volo ricevono è quella del comandante del volo 1153 della compagnia charter Tuninter, che il 6 agosto alle ore 12.32 decolla dall’aeroporto di Bari con destinazione Gerba, nota meta turistica tunisina. L’aereo, un Atr-72, dopo aver constatato una serie di gravi anomalie ai motori, è costretto a effettuare un ammaraggio al largo dell’aeroporto Punta Raisi di Palermo. A seguito dell’incidente perdono la vita 16 delle 39 persone a bordo, mentre 11 sopravvivono all'impatto.

L’incidente

Il volo Tuninter 1153 decolla senza problemi da Bari e continua il suo volo in modo regolare per altri 50 minuti, quando improvvisamente si spegne il motore destro. Immediatamente i piloti contattano il traffico aereo, chiedendo di portare il velivolo da 23.000 piedi a 17.000, ma alle 13.23 si spegne anche il motore sinistro. A questo punto il comandante del volo 1153, nel panico, chiede di poter atterrare all’aeroporto di Palermo, comunicando di avere entrambi i motori in avaria e 1800 chilogrammi di carburante. L'Atr diretto a Gerba inizia così la sua corsa contro il tempo, ma alle 13.33 l’aereo, che si trovava a 20 chilometri da Punta Raisi, a 1200 metri di altitudine, comunica di non essere in grado di raggiungere la terraferma. Sono le 13.37 quando si interrompono le comunicazioni con i controllori di volo e si arresta così la corsa del Tuninter per raggiungere in tempo l'aeroporto di Palermo. "Stiamo per toccare il mare, in nome di Dio!”. Queste sono le ultime parole del comandante, catturate dal registratore di volo, prima dello schianto in mare costretto a un ammaraggio d’emergenza: a causa dell’impatto muoiono 16 persone e 11 rimangono ferite.

Le cause dell’incidente e le indagini

Ma cosa causò l’avaria di entrambi i motori di un velivolo che al decollo non presentava alcun problema? L’Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo, che si occupò di effettuare lei indagini, rilevò che la strumentazione utilizzata per verificare la quantità di carburante presente sull’aereo era errata: si trattava infatti della strumentazione che si usa per gli Atr-42, non per gli Atr-72. Gli strumenti di misurazione del livello di carburante per i due modelli sono identici, per dimensione e capacità, ma i serbatoti di un Atr-72 sono diversi da quelli di un Atr-42, che è un modello più piccolo. Pertanto, a seguito delle prove condotte dall’Ansv, venne determinato che il livello di carburante rilevato dalla strumentazione utilizzata, risultava essere superiore a quella effettiva, che era di circa 1800 chilogrammi. Dopo l’incidente l'Agenzia Europea per la Sicurezza Aerea effettuò delle modifiche nel protocollo, affinché i due serbatoi non potessero più essere scambiati. Inoltre l’Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) dispose il divieto di volo a tutti i voli della compagnia Tuninter e la verifica di tutti gli Atr presenti in Italia, che terminò senza anomalie. Ma quella del carburante non risultò essere l’unica causa che provocò il disastro: dalla perizia effettuata dopo l’incidente venne fuori che l’aereo presentava diversi elementi non perfettamente funzionanti. Le scatole nere erano obsolete, per questo motivo non si riuscirono ad ascoltare gli ultimi secondi prima dello schianto in mare. Ma non è tutto: da ciò che emerge dalla perizia un pilota si era rifiutato di salire a bordo in un volo precedente, perché il carrello anteriore presentava dei problemi e, nonostante ciò, non era ancora stato sostituito.

La conclusione delle indagini

Le indagini, che si conclusero a gennaio 2008, determinarono che la causa primaria dell’incidente occorso al volo Tuninter fu l'esaurimento del carburante. Rimase però da stabilire se ci fossero altre cause che scatenarono la tragedia. Gli inquirenti stabilirono che furono commessi errori da parte dell’equipaggio, il quale non rispettò le procedure operative per la verifica del combustibile presente a bordo. Venne appurato inoltre che contribuì all’incidente anche lo scarso addestramento del personale di terra e l’insufficiente controllo del livello del combustibile da parte della compagnia Tuninter. Infine anche i piloti che sopravvissero all’incidente furono ritenuti responsabili dell'accaduto. Se questi avessero eseguito le procedure previste, sarebbero potuti atterrare a Palermo in planata.

Il processo 

L’udienza preliminare si aprì il 28 febbraio 2008 e vide imputate nove persone per i reati di disastro colposo, omicidio plurimo colposo e lesioni colpose gravissime. Il 23 marzo 2009 fu emessa la sentenza che condannò a 10 anni di reclusione il comandante del volo Chafik Gharby e il pilota Ali Kebaier e 9 anni per il direttore generale della Tuninter Moncef Zouari e il direttore tecnico Zoueir Chetouane. Condannati a 8 anni il responsabile del reparto di manutenzione Siala Zouehir, il meccanico Nebil Chaed e il responsabile della squadra manutenzioni Rhouma Bal Haj. Come si legge su Bari Today, a seguito dell’appello, ad aprile 2013 le pene vennero ridotte. Le condanne più pesanti sono andate al comandante Chafik Gharby (6 anni e 8 mesi) e al pilota Ali Kebaier (6 anni).

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho

"Ehi, è volato via il motore". E l'aereo della morte si è schiantato. Mariangela Garofano l'11 Luglio 2021 su Il Giornale. Nel maggio 1979 gli Stati Uniti assisterono al più grave incidente aereo mai accaduto nel Paese. Un volo dell'American Airlines partito da Chicago, diretto a Los Angeles, precipitò dopo pochi minuti dal decollo per la perdita di uno dei motori. Sono le 14.50 del 25 maggio 1979 e dall’aeroporto O’Hare di Chicago il volo American Airlines 191 diretto a Los Angeles inizia l’accelerazione sulla pista, pronto a decollare. Il velivolo è un McDonnell Douglas DC-10, considerato moderno e affidabile, risalente a otto prima, con soli sette anni di servizio. A bordo ci sono 258 passeggeri, più 13 membri dell’equipaggio. Le condizioni meteo sono buone ma, mentre il velivolo ha già coperto una distanza sul rettilineo di 1800 metri, un controllore del traffico aereo si accorge che il motore numero uno si è staccato dall’ala sinistra, per precipitare a terra.

L’incidente. “Guardate là! Gli è volato via un motore!”, si sente urlare dalle registrazioni della torre di controllo, dove gli operatori assistono impotenti al tragico evento, il più grave incidente aereo mai avvenuto negli Stati Uniti, secondo solo a quello delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. In cabina di pilotaggio i piloti non si accorgono di nulla poiché dai finestrini la visuale non permette di vedere le ali. Il distacco del motore ha causato la perdita del propulsore e ingenti danni al sistema elettrico e idraulico. Mentre i piloti sono all’oscuro di ciò che sta accadendo al velivolo, i passeggeri molto probabilmente vedono dai finestrini il motore staccarsi dall’aereo, rendendosi conto della sciagura che si sta abbattendo su di loro. La perdita di un motore per un Dc-10 non è fatale, pertanto il velivolo continua il decollo fino a staccarsi dal suolo. La torre di controllo avvisa immediatamente l’equipaggio del grave problema e di tornare a terra, mentre i piloti concentrano tutte le forze sul controllo del velivolo, con l’obiettivo di farlo atterrare il prima possibile. Il motore ormai perso però controllava anche il sistema idraulico ed elettrico, pertanto in cabina di pilotaggio non si accorgono che sono stati danneggiati anche i flap, gli alettoni posizionati sulle ali che aumentando l’attrito con l’aria, riducono la velocità del velivolo. A questo punto i piloti cercano di ridurre la velocità da 306 a 283 chilometri all'ora, ma i flap si ritirano e la velocità invece di diminuire, aumenta da 230 a 300 chilometri all'ora. Ma i guai non sono finiti: l’ala sinistra entra in stallo, mentre quella destra continua a fornire portanza, ovvero la forza responsabile del sostentamento di un velivolo. La situazione di squilibrio che ne deriva porta l’aereo a una violenta virata e al conseguente schianto del velivolo contro un hangar collocato vicino all’aeroporto. A seguito dell’impatto moriranno sul colpo tutti i passeggeri, l’intero equipaggio e due lavoratori dell’hangar, portando il bilancio delle vittime a un totale di 273. Una cortina di fumo si innalza dalla zona in cui è precipitato il Dc-10, e appena arrivati sul posto lo spettacolo che si trovano davanti i soccorritori è apocalittico. Al posto dell’hangar ora vi sono fiamme e pezzi di lamiera e i resti dei passeggeri sono sparsi dappertutto.

Le indagini. La portata dell’incidente è chiara fin da subito e viene aperta un’indagine a riguardo, per capire le cause che hanno portato il volo American Airlines 191 a perdere un motore in fase di decollo. Gli inquirenti sono preoccupati, in quanto in passato altri Dc-10 avevano subito incidenti di quel tipo. Cosa c’era che non andava in questi aerei? Tra le teorie plausibili c’è quella di un attacco terroristico. Il controllore di volo che per primo si accorse della perdita del motore riferì agli investigatori del National Transportation Safety Board di aver notato una scintilla, ma in seguito altri testimoni affermarono di aver visto il propulsore scivolare in avanti e rovesciarsi sull’ala. Scartata dunque la pista terroristica, gli investigatori si concentrarono sul cedimento strutturale. Purtroppo dal registratore di volo si sentiva solo un membro dell’equipaggio pronunciare la parola “maledizione”, perché questo era alimentato dal propulsore che si era staccato. Dopo mesi di indagini, il 21 dicembre 1979 viene trovato il colpevole del disastro: l’American Airlines. Otto settimane prima l’aereo venne revisionato a Tulsa, Oklahoma. I tecnici avevano sostituito il propulsore, ma invece di rimuovere il motore pezzo per pezzo, era stato ordinato loro dalla compagnia aerea di rimuoverlo in blocco, procedura considerata errata e soprattutto, pericolosa. Per scongiurare altri disastri della portata del volo 191, in seguito furono controllate anche le flotte di Dc-10 di altre compagnie portando alla luce un’amara scoperta: anche United Airlines e Continental Airlines utilizzavano lo stesso metodo di sostituzione dei componenti dei Dc-10, che in gran parte vennero trovati con il pilone danneggiato. Per anni queste compagnie aeree misero a rischio la vita di migliaia e migliaia di persone, per una loro imperdonabile negligenza, fino al più grave incidente, quando 273 innocenti morirono dopo pochi minuti di volo. A seguito delle indagini, American Airlines dovette pagare mezzo milione di dollari di multa per manutenzione impropria.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna...

"Che diavolo sta succedendo". E in 132 si schiantarono sulla collina. Mariangela Garofano il 28 Novembre 2021 su Il Giornale. L'8 settembre 1994 il volo UsAir 427 diretto a Palm Beach, Florida, si schianterà improvvisamente a pochi minuti dalla pista d'atterraggio di Pittsburgh, provocando la morte di 132 persone. L’8 settembre 1994 il volo UsAir 427 della compagnia aerea Us Airways decollò dall’aeroporto O’Hare di Chicago diretto a Pittsburgh. Fu un volo di breve di durata che si concluse con una tragedia: il velivolo precipitò un’ora più tardi, uccidendo le 132 persone a bordo.

L’incidente

Il Boeing 737-300, consegnato alla Us Airways nel 1977, decolla dall’aeroporto di Chicago l’8 settembre 1994 alle 18.10, con destinazione finale Palm Beach, Florida. Il velivolo avrebbe dovuto effettuare una fermata intermedia a Pittsburgh meno di un’ora dopo. Alle 18.58 l’equipaggio si prepara a effettuare la check-list in vista dell’atterraggio ma, mentre sta virando a sinistra con un'inclinazione di circa 8 gradi, all’improvviso il velivolo porta la virata a 20 gradi.

I controllori di volo, da quel momento e per i pochi minuti a venire, ascolteranno impotenti le esclamazioni di panico e i tentativi dei piloti di stabilizzare l’aereo e salvare i passeggeri. “Stai su!”, esclama il comandante Peter Germano. “Che diavolo sta succedendo?!”, continua Germano, che comunicherà alla torre di controllo che il velivolo si trova nel mezzo di una grave emergenza. I due piloti riescono a stabilizzare l’aereo, ma il problema si ripresenta e, meno di un secondo dopo, il velivolo si inclina di nuovo senza che i piloti tocchino i comandi. Alle 19.02 il Cockpit Voice Recorder smette di registrare mentre il velivolo si schianta contro una collina.

La causa del disastro e le indagini

Subito dopo il disastro il National Transportation Board aprì un’indagine per stabilire cosa provocò l’incidente al volo 427, indagine che durò quattro anni, e fu una delle più lunghe nella storia dei disastri aerei. Come prima cosa gli investigatori si concentrarono su un incidente accaduto al velivolo quello stesso giorno, durante la tratta da Windsor Locks in Connecticut a Jacksonville. Il volo atterrò regolarmente ma alcuni passeggeri riportarono che l’aereo effettuò delle “brusche manovre” durante il volo. Esaminando la scatola nera, gli inquirenti scoprirono che anche in quel caso il velivolo aveva effettuato delle virate non controllate dai piloti, passando da 9 gradi di inclinazione a sinistra, a 12 gradi di inclinazione a destra in circa 20 secondi. L’Ntsb venne inoltre informato di strani rumori rilevati dai passeggeri del volo per Jacksonville nella parte posteriore del velivolo. Le indagini effettuate ai componenti del sistema dei controlli di volo rilevarono che c’era un problema al timone di direzione, i cui meccanismi di controllo avevano subito delle sollecitazioni da sovraccarico. Negli anni a venire furono effettuati alcuni test ai componenti del timone, al fine di stabilire le cause del disastro. Nell’agosto del 1996 gli ingegneri della Boeing indicarono come possibile causa dell’incidente un surriscaldamento del liquido del sistema idraulico del timone di direzione. Ciò che andarono ad analizzare gli esperti fu il Power Control Unit del timone di direzione, che controlla il timone sui Boeing. Vennero effettuati ben 12 test, 4 su Pcu nuovi, e 8 sul Pcu del volo UsAir 427. Dopo svariati test che non evidenziarono nulla di anomalo, la temperatura del Pcu fu portata a -40 gradi centigradi e quella del liquido idraulico a 76 gradi centigradi. Nei Pcu nuovi non risultò nulla di strano, mentre il Pcu del volo 427 si bloccò a sinistra al quarto comando per qualche secondo, prima di tornare in posizione neutra. Nuovi test rilevarono inoltre che mentre il Pcu del volo 427 era bloccato, la pressione dell’olio idraulico aumentava. Dopo anni di indagini, test e analisi, si giunse alla conclusione che l’incidente del Boeing 737-300 della UsAirways fu causato dalla perdita di controllo del velivolo da parte dei piloti, provocata dal guasto al timone di direzione, che si bloccò. Secondo le indagini, il Pcu quel giorno si arrestò a causa delle condizioni climatiche definite “sfavorevoli”. La differenza di temperatura tra il Pcu e l’olio idraulico che lo aveva attraversato per un intervento del pilota, aveva provocato il bloccaggio del meccanismo, facendo precipitare il velivolo. A seguito delle lunghe indagini sul volo UsAir 427 l’Ntsb riaprì circa 100 inchieste rimaste irrisolte, che vedevano coinvolti dei Boeing 737, dagli anni '80 in avanti. Come riporta il Post Gazette, durante le interminabili indagini che seguirono l'incidente i familiari delle vittime fondarono la Flight 427 Air Disaster Support League, un gruppo di supporto che i parenti decisero di istituire in memoria dei loro cari. L'associazione fu creata anche per scambiarsi informazioni, visto che i parenti delle vittime accusarono le autorità di averli messi da parte e di aver comunicato loro in ritardo gli sviluppi del caso.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna

Tutti gli incredibili disastri di cui non impariamo mai. Matteo Sacchi il 28 Novembre 2021 su Il Giornale. Da Pompei all'Ebola: l'umanità lotta sempre contro "Re dragoni" e "Cigni neri". «La storia dei disastri è la storia di uno zoo mal gestito pieno di rinoceronti grigi, cigni neri e re dragoni, nonché di moltissimi eventi sfortunati ma privi di conseguenze e di un'infinità di eventi del tutto insignificanti o nemmeno verificatisi». Parole dello storico di Harvard (ma insegna anche a Oxford e a Stanford) Niall Ferguson che nel suo nuovo saggio prende in esame la maggior parte delle catastrofi che hanno colpito il genere umano. Conscio del fatto che uno storico alla fine in qualche modo parla sempre del presente e memore di un vecchio motto latino citato da Cicerone, ovvero historia magistra vitae, Ferguson ha ripercorso i secoli per vergare Catastrofi (Mondadori, pagg. 506, euro 35) il cui sottotitolo recita «Lezioni di storia per l'Occidente». Come molti di noi ha preso atto di come una pandemia in un certo senso annunciata abbia colto alla sprovvista i governi e le popolazioni: «A quanto pare mai, nel nostro tempo, vi è stata maggiore incertezza sul futuro e maggiore ignoranza del passato. All'inizio del 2020 ben pochi hanno saputo comprendere il significato delle notizie che giungevano da Wuhan a proposito di un nuovo Coronavirus». Ed ecco che si torna agli strani animali citati all'inizio di questo articolo. Ferguson nei primi capitoli fornisce al lettore i capisaldi della cliodinamica ovvero la scienza che cerca di prevedere i cicli della storia collegandoli proprio ad eventi climatici o socioeconomici. La correlazione ovviamente esiste ma non c'è legge che tenga e consenta previsioni esatte. Studiosi come Jared Diamond hanno dimostrato che il collasso delle civiltà spesso è rapido e che ci sono dei meccanismi tipici che, purtroppo, tendono ad offuscare la mente di chi ne è coinvolto. Esiste poi un variegato «serraglio della catastrofe». Il matematico Nassim Taleb dimostra che gli esseri umani non sono quasi mai pronti ad affrontare i «cigni neri». Ovvero eventi che sulla base della nostra limitata esperienza ci sembrino improbabili. Questi cigni neri, quando sono catastrofici, come lo tsunami del 2004 nell'Oceano Indiano, si abbattono su vittime ignare. Se la loro entità è tale da mettere a rischio un'intera civiltà c'è chi, sulla scia del fisico francese Didier Sornette li definisce «Re Dragone». Delle sorte di apocalissi. Invece lo scrittore americano Michele Wucker ci mette in guardia dai così detti «Rinoceronti grigi». Ovvero eventi che chiaramente tutti dovrebbero intendere come pericolosi e invece... vengono ignorati. Col senno del poi la Prima guerra mondiale e il Covid-19 dovrebbero ad esempio essere catastrofi di questo tipo (nella speranza che il Covid non evolva in Re Dragone). E a questo punto Ferguson compie una lunghissima disamina di disastri di tutti i tipi, dalla distruzione di Pompei sino alle crisi economiche seguite alla Prima guerra mondiale passando per i disastri militari di Napoleone e all'autodistruzione (se davvero lo fu) della popolazione indigena dell'Isola di Pasqua. Largo spazio è dato ovviamente alle pandemie, dalla peste alla spagnola. Anche perché alla fine, tolta la peste nera spesso nei libri di storia, almeno nei manuali compaiono poco. Anche questa una lezione per l'oggi. C'è chi ha scritto che «La pandemia del 1918... non ebbe molta influenza sui cambiamenti politici e sociali già apportati dalla guerra». Ferguson dimostra quanto sia falso e ci fa capire quanto sia alto il rischio che anche oggi si possa cercare di mettere il problema sotto il tappeto. Tanto per dire, probabilmente il presidente Woodrow Wilson capitolò su punti importanti del trattato di pace di Versailles perché gravemente debilitato dalla malattia. Ma non solo rimozione, anche un senso di superiorità decisamente fuori luogo ci accompagna nel guardare il passato. Uno dei moniti del libro è proprio questo, poiché facilmente studiando i disastri del passato ci si sente di dire: «Ma come hanno fatto a fare cose così stupide?». Chi riempirebbe un dirigibile come l'Hindenburg (che compare sulla copertina del libro) con idrogeno infiammabile al posto che con elio? Eppure sino all'incidente, che fece tramontare per sempre il volo con mezzi più leggeri dell'aria, gli Zeppelin avevano percorso migliaia e migliaia di chilometri senza incidenti. Il rinoceronte grigio sembrava anche in quel caso un cigno nero. Facendo tutti i dovuti paragoni sia col Covid sia con il montante scontro con la Cina non sembriamo particolarmente più avveduti dei nostri antenati. Anzi. L'illusione di contenere la pandemia attraverso il blocco della città di Wuhan o con il controllo dei voli provenienti dalla Cina risulta imperdonabilmente ingenua. Per dirla con le parole di Ferguson: «La storia della mutevole esposizione dell'umanità alle malattie infettive tende a essere scritta come una storia degli agenti patogeni... Si potrebbe altrettanto bene raccontare questa storia come la storia delle nostre reti sociali in costante evoluzione». Ogni episodio di crescita esponenziale dei contatti umani è causa di crisi sanitarie molto di più di quanto lo sia la semplice evoluzione dei virus. E questo era un dato che non sarebbe dovuto sfuggire a nessun governo. Dal 1817 al 1923 nel mondo vi furono ben sei epidemie di colera. Bastò la rete di commerci dell'epoca vittoriana per far partire il virus da Calcutta, nel 1829 e farlo arrivare negli Stati Uniti. Se l'erano cavata meglio i veneziani, che dal 1377 avevano iniziato ad utilizzare la quarantena. Non particolarmente brillante la reazione anche di fronte al vaccino. Nel Settecento e nell'Ottocento ci volle del bello e del buono a convincere le persone ad utilizzare la allora rivoluzionaria variolizzazione prima e la vera e propria vaccinazione poi. Tra i primi a inocularsi Maria Teresa d'Austria con figli e nipoti, Luigi XVII, Caterina II di Russia e Federico II di Prussia. Ma le resistenze in alcune zone del mondo e tra alcuni strati della popolazione furono violentissime. Stessa cosa per i tentativi di utilizzare sistematicamente la quarantena contro il tifo e il colera. Vedendo la situazione attuale anche in questo caso, nonostante una educazione scientifica che dovrebbe essere una colonna del nostro sistema scolastico, è cambiato davvero poco. Insomma, i comportamenti umani sono cambiati poco ma «a ogni progresso nelle tecnologie, a quanto pare, cresce la scala potenziale dei singoli disastri». Per carità, in generale la società migliora, Ferguson prova, dati alla mano, che il numero di disastri e incidenti in quasi tutti i settori tende proporzionalmente a scendere. Però errori attivi e latenti nella gestione delle crisi sono sempre in agguato e le loro conseguenze accresciute. E spesso le conseguenze non le si vuole vedere e in questo caso Ferguson mette il dito negli incidenti sugli Shuttle, incidenti che dimostrano che anche un personale, come quello della Nasa, ad alta preparazione scientifica può cedere alle pressioni politiche o alla tentazione di indorare la pillola. Tanto che alla fine Ferguson conclude che: «La storia ci insegna che non dobbiamo attenderci i grandi segni premonitori del disastro in un ordine prevedibile. I quattro cavalieri dell'apocalisse escono al galoppo a intervalli apparentemente casuali per ricordarci che nessuna innovazione tecnologica può renderci invulnerabili». Dovrebbe restarci però almeno la capacità di essere più antifragili, come direbbe Nassim Taleb, che il passato può regalarci.

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco. 

Kanun, cos'è il codice di vendetta albanese e perché se ne parla per il pestaggio mortale di Mantova. Le Iene News il 07 luglio 2021. Due ragazzi picchiati selvaggiamente: uno è morto, l’altro è in coma farmacologico. Sono le vittime di un pestaggio avvenuto a Mantova fuori da un centro commerciale. Lì poi è comparso un cartello anonimo che potrebbe alludere al Kanun. Con Luigi Pelazza abbiamo conosciuto le vittime e il significato di parte di parte di questo codice non scritto che arriva dall’Albania. "Il sangue si lava con il sangue". È il messaggio comparso fuori da un centro commerciale di Mantova. Qui pochi giorni fa è avvenuto un pestaggio finito nel sangue: un ragazzo di 23 anni di nazionalità albanese è morto mentre un 35enne si trova in coma farmacologico. Quelle parole richiamano quelle di parte del Kanun, un codice consuetudinario non scritto diffuso in alcune zone montane dell’Albania di cui ci ha parlato Luigi Pelazza nel servizio che potete vedere qui sopra. Dopo la comparsa a Mantova di quel cartello anonimo scritto a computer, c’è il sospetto che possa alludere alla vendetta prevista dal Kanun dell’Albania, da cui proveniva il ragazzo morto. Secondo la prima ricostruzione degli inquirenti, i due ragazzi sono stati colpiti selvaggiamente con mazze da baseball. Sarebbero stati attirati in una trappola intorno alle 3 di notte nel piazzale del centro commerciale. Poco distante sono stati trovati alcuni abiti insanguinati che non apparterrebbero alle due vittime: gli inquirenti sperano di ricavare tracce di dna per risalire agli aggressori. Si teme tra l’altro che ora possano essere raggiunti da qualcuno che vuole applicare le regole d'onore e di sangue del Kanun, vendicando omicidio con omicidio. Luigi Pelazza ci ha parlato di questa “legge” che consiste nel vendicare l'uccisione di un membro della propria famiglia uccidendo un membro dell'altra. Non c'è scappatoia, il cerchio si chiude solo quando “il sangue è lavato con il sangue”, le stesse parole scritte nero su bianco e comparse sul luogo della tragedia. Nel servizio che potete rivedere qui sopra, abbiamo incontrato delle famiglie a cui è stata giurata vendetta assieme a uno dei negoziatori che prova ad arginare il diffondersi di queste tragedie. Le persone minacciate finiscono costrette a vivere segregate in casa senza poter più uscire nel timore di essere uccisi. In questo antico codice orale ci sono anche dei “cavilli”: per esempio, se la persona minacciata ha bisogno di uscire di casa per andare in ospedale, i mediatori delle due famiglie si accordano su un periodo di tregua per permettere le cure.

Monte Rosa, si poteva evitare la morte di Paola e Martina? Il rimpallo di chiamate, i 30 minuti decisivi. Libero Quotidiano il 06 luglio 2021. Paola Viscardi e Martina Svilpo sono le due ragazze, rispettivamente di 28 e 29 anni, che sono morte assiderate nella tarda serata di sabato sul Monte Rosa. Per loro non c’è stato nulla da fare, mentre il loro amico Valerio Zolla si è salvato ed è ricoverato in un ospedale svizzero, dove non è in pericolo di vita. Questa tragedia dipesa da circostanze sfortunatissime si poteva evitare? Difficile dirlo, ma forse le cose sarebbero potute andare diversamente, stando almeno alla ricostruzione de La Stampa. “Una telefonata di aiuto che s’insegue per quattro città fa da sfondo alla morte delle due giovani piemontesi”, ha scritto Enrico Martinet, che ha riportato il fatto che la chiamata effettuata da Valerio alle 14.30 al numero unico di emergenza è stata inoltrata a Novara, rimbalzata a Torino e per competenza è finita ad Aosta. In questo modo si è persa mezz’ora e soprattutto la preziosa possibilità di avere informazioni più precise dai ragazzi: per le guide alpine anche un solo dettaglio può fare la differenza in interventi di questo tipo. “Uno dei problemi sollevati dal soccorso alpino con il numero unico di emergenza - si legge su La Stampa - è proprio l’impossibilità di poter parlare subito con chi è in difficoltà”. Soltanto alle 19.30, quando Valerio è riuscito a chiamare di nuovo, le guide sono state in grado di comprendere dove fossero i tre alpinisti dispersi. Un caso che testimonia l’importanza che avrebbe poter chiamare direttamente il soccorso alpino e non solo il 112, che deve fare da filtro.

Monte Rosa, Paola e Martina morte assiderate: in che posizione le hanno trovate e l'ultimo straziante messaggio, i dettagli che fanno male. Libero Quotidiano il 06 luglio 2021. Una tragedia sfortunata quanto terribile, quella che ha colpito Paola Viscardi e Martina Svilpo. Le due ragazze di 28 e 29 anni non sono sopravvissute a un’escursione sul Monte Rosa che è improvvisamente degenerata tra bufera, temporale e neve. Stando a quanto riportato dall’inviato de La Stampa, le hanno trovate abbracciate nella neve intorno alle 21.30, sulla cresta Vincent. Una di loro è anche riuscita a pronunciare il suo nome e a dire “non riesco ad alzarmi, non posso camminare”. L’unico che ne era ancora capace era Valerio Zolla, il loro amico 27enne, che aveva anche dato i suoi guanti alle ragazze: a permettergli di sopravvivere è il fatto di non essersi mai seduto troppo a lungo, nel tentativo continuo di cercare campo per contattare i soccorsi. “Abbiamo capito subito che la situazione era molto grave - ha dichiarato uno dei soccorritori a La Stampa - una ragazza aveva perso conoscenza, l’altra non riusciva a muoversi”. “Solo Valerio Zolla era in grado di camminare - ha aggiunto - ci siamo legati tutti, e abbiamo iniziato la discesa mentre veniva buio”. Ci sono volute sedici persone per portare a termine i soccorsi, poi al rifugio Mantova i medici hanno provato a salvare la vita alle due ragazze per circa due ore, ma purtroppo non ce l’hanno fatta. I soccorritori hanno parlato di “circostanze tremende e sfortunatissime”.

Enrico Martinet per “La Stampa” il 6 luglio 2021. Una telefonata di aiuto che s'insegue per quattro città fa da sfondo alla morte delle due giovani piemontesi assiderate nella tarda serata di sabato sul Monte Rosa. Paola Viscardi, 28 anni, Martina Svilpo, 29 e il loro compagno Valerio Zolla, 27, ora ricoverato nell'ospedale di Sion, capitale del cantone svizzero del Valais, sono state raggiunte a 4.115 metri, immersi nella bufera, alle 21,30, sette ore dopo la prima telefonata al 112 fatta da Valerio. La notte è giunta nel pomeriggio con una bufera, prima con il temporale, poi con la neve, che ha limitato a pochi metri la visibilità e ha sviato i tre amici. La chiamata di Valerio delle 14,30 è stata rapita dal numero unico di emergenza di Saluzzo. Il tempo di dirsi in difficoltà per vento e nebbia e di indicare una meta, Balmehorn, poi soltanto confusione, linea interrotta. La chiamata è stata geolocalizzata, registrata e inoltrata a Novara (il Monte Rosa ha radici in due valli valdostane, due piemontesi e una svizzera), di qui rimbalzata a Torino dove ha sede il soccorso alpino piemontese e quindi, per competenza, finita ad Aosta. Erano le 15. Si è persa mezz' ora e anche la possibilità di avere dati più precisi. Uno dei problemi sollevati dal soccorso alpino con il numero unico di emergenza è proprio l'impossibilità di poter parlare subito con chi è in difficoltà. Le guide alpine ricordano come «anche un piccolo dettaglio per chi conosce la montagna può indirizzare l'intervento». Valerio non ha più chiamato fino alle 19,30, quando ormai i tre amici erano allo stremo delle forze. E proprio con questa seconda telefonata le guide hanno potuto comprendere dove fossero i tre alpinisti dispersi perché Valerio ha detto: «C' è una schiarita, vedo il Cristo delle vette». È la statua sulla cima del Balmehorn. Ciò indicava che i tre erano di fronte, sulla Pyramide Vincent. E lì sono stati trovati alle 21,30: le ragazze in agonia, il giovane sotto choc e con le mani congelate (aveva dato i suoi guanti a Paola). Le squadre di soccorso avevano raggiunto a piedi il Balmehorn nel pomeriggio. Si erano organizzate subito dopo l'arrivo della chiamata delle 15. Non avevano trovato tracce. I ragazzi, invece di scendere, confusi dalla bufera, sono saliti sulla Pyramide pensando forse di raggiungere il rifugio del Balmehorn. Proprio le ultime indicazioni date da Valerio indicano quanto sia importante per un soccorritore poter parlare con chi è in difficoltà. Il 112, che ha l'indubbio vantaggio di offrire celerità e evitare che forze dell'ordine e sanitari perdano tempo per falsi allarmi, ha lo svantaggio del filtro iniziale. Tutto viene registrato, ma mancano le domande che una guida può porre all' alpinista in difficoltà, così come i consigli. L' operatore del 112 che prende la chiamata deve trasferirla alla centrale operativa di secondo livello che decide il da farsi. Non così in altri paesi: non in Svizzera e neppure in Francia, dove, oltre al 112 permane la possibilità di chiamare il soccorso alpino. Nel giro di pochi giorni, soltanto in Valle d' Aosta, sono tre i casi di comunicazioni imperfette. Nello stesso giorno in cui Paolo, Martina e Valerio venivano avvolti dalla bufera, un altro intervento di soccorso è stato fatto nel gruppo del Gran Paradiso, ma ci sono stati problemi e soltanto per un'intuizione le squadre hanno raggiunto il punto giusto, tra Piccolo e Gran Paradiso. Un giro di telefonate, alcuni giorni fa, sempre per un incidente sul Monte Rosa, è passato da Aosta a Novara, quindi ad Alagna e di nuovo ad Aosta.

Niccolò Zancan per “La Stampa” il 6 luglio 2021. Non è vero che fossero vestite in modo inadatto per la montagna, così come non è vero che non avessero i guanti. Paola Viscardi e Martina Svilpo, li avevano eccome: sabato mattina erano partite per l'escursione sul Monte Rosa con le giacche a vento, i pantaloni da sci, avevano i ramponi da ghiaccio e le funi con i moschettoni per proteggersi in cordata. Le hanno trovate abbracciate, nella neve fresca, alle 21,30, sulla cresta Vincent. Una di loro è riuscita ancora a pronunciare il suo nome: «Non riesco a alzarmi, non posso camminare». Accanto c' era Valerio Zolla, 27 anni, l'unico superstite, che aveva dato anche i suoi guanti alle due ragazze. Si è salvato nel tentativo continuo di cercare campo per chiamare i soccorsi, cioè grazie al fatto di non essersi mai seduto troppo a lungo. La temperatura in quel momento era di 5 gradi sotto zero, e prima la pioggia e poi raffiche di vento ghiacciato e una nebbia densa avevano trasformato quel posto meraviglioso in un angolo di inferno. «Ogni estate riceviamo in media quattro richieste d' aiuto da parte di escursionisti smarriti nella nebbia, il più delle volte si risolvono nel giro di mezz' ora», dice con tristezza il capo del soccorso alpino valdostano Paolo Comune. «Sabato si sono concentrate circostanze tremende e sfortunatissime». Da qui, Gressoney, sono partite le ricerche dei tre amici. Da questa montagna verde e pacificante, che in cima resta bianca di ghiaccio anche in piena estate. Erano le 14,30 quando è arrivata la chiamata. «Non abbiamo parlato direttamente con i ragazzi. Nemmeno sapevamo quanti fossero. L' intervento ci è stato girato dal 112 piemontese. Diceva così: "Persone in difficoltà per la nebbia nella zona del Cristo delle vette. A 3900 metri di altitudine". Siamo partiti immediatamente». Ma l'elicottero nella nebbia non poteva avvicinarsi troppo. La prima squadra per le ricerche è stata lasciata al Rifugio Mantova alle 15: quota 3600. Bisognava salire ancora. Mentre la tempesta si stava avvicinando. «Sono passaggi di roccia e neve, poi c' è il ghiacciaio Indren, con crepacci profondi anche 60 metri. I nostri soccorritori hanno fatto tutto l'anello intorno al bivacco Balmen Horn. Urlavano nel vento, fino a quando hanno sentito altre urla, ma erano le persone dentro il bivacco. Così hanno chiesto silenzio per evitare confusione. È un ambiente glaciale. Non si vedeva nulla. I nostri si muovano grazie al Gps». Ovviamente continuavano a chiamare il numero da cui era partita la richiesta d' aiuto. Ma era sempre scollegato. Il direttore del soccorso alpino ha chiesto ai carabinieri di provare a localizzarlo. A quel punto, c'era una nebbia che non lasciava vedere oltre tre metri: bianco su bianco. Il vento disperdeva le grida in una sola direzione. Poi ha incominciato a piovere: grandine e neve. «I primi soccorritori sono tornati al rifugio alle 19. Non avevano trovato nessuno nella zona indicata». Alle 19,20 Valerio Zolla è riuscito a chiamare per la seconda volta il numero unico dell'emergenza. Erano frasi concitate, disturbatissime. Ha detto: «Vedo punta Giordani». Ma una vetta si può vedere da diverse prospettive. L' elicottero del soccorso alpino si è alzato nuovamente in volo, mentre i carabinieri hanno spiegato: «Quel telefono si collega a un cella della Svizzera». Quindi molto oltre. Più su ancora. Verso il confine. E finalmente, in un attimo di schiarita, li hanno visti: una macchia di giacche a vento colorate sul bianco. Erano 50 metri sotto la vetta della Piramide. «Cresta Vincent!», hanno detto gli ospiti del bivacco. Anche loro li avevano avvistati. Così i soccorritori sono partiti nuovamente. Un' ora con le funi e i moschettoni e gli arpioni per non scivolare sul ghiaccio. I primi due sono arrivati nel punto esatto alle 21,30: le giacche erano ghiacciate. Anche i capelli delle ragazze erano bande dure sotto i cappucci. Oltre quel punto in salita c'era un precipizio, indietro in discesa c'era la salvezza: a venti minuti. Ma non si vedeva niente: né l'uno, né l'altra. «Abbiamo capito subito che la situazione era molto grave. Una ragazza aveva perso conoscenza, l'altra non riusciva a muoversi. Solo Valerio Zolla era in grado di camminare. Ci siamo legati tutti, e abbiamo iniziato la discesa mentre veniva buio». Mezz' ora più tardi l'elicottero chiamato dalla Svizzera li ha raggiunti. «Sentivamo il rotore sulle nostre teste». Ma è stato impossibile atterrare. Così hanno dovuto proseguire nella neve, a piedi, legati stretti, poi con le barelle. Sedici persone impegnate nei soccorsi. Al rifugio Mantova era già tutto pronto. C'era il medico rianimatore. Un tavolaccio era stato trasformato in branda. C' era l'adrenalina sottocutanea, il defibrillatore, c' era l'ossigeno. Sono arrivati anche i medici svizzeri scesi dall' elicottero. E tutti insieme, per due ore, hanno provato a richiamare in vita Paola Viscardi e Martina Svilpo prima di arrendersi.

Anna Campaniello per il Corriere della Sera il 26 giugno 2021. Prendevano il sole, fermi al largo sul motoscafo noleggiato poche ore prima per trascorrere un pomeriggio sul lago di Como. All'improvviso tre amici, studenti universitari comaschi, sono stati travolti da un'imbarcazione con a bordo una comitiva di turisti belgi in vacanza a Tremezzina. Il natante avrebbe colpito e scavalcato la barca dei ragazzi, danneggiandola da una parte all'altra e uccidendo uno dei giovani a bordo, 22 anni. Feriti in modo non grave, anche se sotto choc, i due coetanei che erano con lui. Lo scontro tra i due motoscafi è avvenuto poco dopo le 16.30 nello specchio d'acqua davanti a Lenno. La dinamica è al vaglio degli agenti della Guardia di finanza: il motoscafo con a bordo la comitiva di amici, undici belgi tra i 20 e i 25 anni, avrebbe colpito in pieno la barca dei tre amici. La vittima, Luca Fusi, 22 anni, studente di Economia alla Bocconi, che viveva con la famiglia a Guanzate, nel Comasco, sarebbe stata ferita in modo fatale, probabilmente dall'elica dell'altro natante. Purtroppo per lui non c'è stato nulla da fare: i tentativi di salvarlo si sono rivelati vani. Gli amici che erano a poca distanza dal 22enne sono stati solo sfiorati dal mezzo che li ha investiti e hanno riportato ferite e contusioni non gravi, ma hanno visto l'amico morire senza poter fare nulla per aiutarlo. Illesi invece gli undici belgi, che erano condotti al timone da una ragazza: non avrebbe visto la barca dei tre, travolgendola in pieno. È risultata negativa al test dell'etilometro. Il gruppo di turisti sta trascorrendo le vacanze a Lenno, in un'abitazione in località Campo che sarebbe di proprietà proprio della famiglia di uno dei giovani coinvolti nell'incidente. I ragazzi sono noti in paese perché da tempo trascorrono le vacanze sul lago di Como e sono presenze fisse nella zona durante il periodo estivo. Anche il motoscafo sul quale viaggiavano sarebbe di loro proprietà e lo avrebbero utilizzato spesso per gite sul Lario. Dopo l'impatto, i primi a intervenire sono stati gli agenti della polizia locale di Tremezzina, con il comandante Massimo Castelli, che si è fatto accompagnare sul punto dell'incidente e ha raccolto le prime informazioni. «Mi sono trovato davanti a una situazione drammatica - ha raccontato -. Per il ragazzo ferito purtroppo non c'era nulla da fare, gli amici gridavano disperati ed erano feriti a loro volta. Mi sono preoccupato subito di attivare i soccorsi ma anche di fare in modo che l'altra imbarcazione e gli occupanti non si allontanassero. C'erano alcuni testimoni oculari che mi hanno dato qualche informazione, ma a loro volta erano in stato di choc per quello che avevano visto». A Tremezzina sono arrivati i Vigili del fuoco con i sommozzatori, i mezzi di soccorso e l'elicottero del 118, i carabinieri della compagnia di Menaggio e la motovedetta della Guardia di finanza. La Procura di Como, con il magistrato Antonia Pavan, ha aperto un'inchiesta. Le Fiamme gialle hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica dell'accaduto. I mezzi coinvolti sono stati sequestrati e sono stati sentiti due testimoni oculari dello scontro. Poche invece le informazioni che sono riusciti a fornire gli amici della vittima, traumatizzati. Sono stati trasportati fino al lido di Lenno dai Vigili del fuoco e poi accompagnati in ospedale per accertamenti. Potranno essere risentiti nei prossimi giorni. Sembra comunque accertato che il motoscafo dei tre ragazzi fosse fermo nel lago e che i giovani studenti si stessero rilassando al sole quando sono stati travolti dai turisti belgi.

C.Gu per il Messaggero il 27 giugno 2021. Chi ha visto sfrecciare il Mastercraft da 7 metri sulle acque del lago di Como racconta che correva così veloce da avere la prua alzata. E forse proprio per questo Clea Wuttke, la ventunenne belga alla guida, non si è accorta della barca ancorata a una manciata di metri da punta del Balbianello, uno dei luoghi più suggestivi del Lago di Como, vicino all' Isola Comacina. Il Sea Roy 240 noleggiato dai tre amici per trascorrere una giornata al sole è stato squarciato in due punti, il boato causato dall' urto è stato sentito a centinaia di metri di distanza, Luca Fusi, 22 anni, è morto nell' impatto. E la giovane ai comandi del Mastercraft è stata arrestata. Nei suoi confronti la Procura di Como ha disposto i domiciliari, in una casa di conoscenti a Lenno, per evitare il ritorno in patria della ragazza.

GLI INTERROGATORI Gli investigatori hanno ascoltato per tutta la notte gli undici giovani belgi, tutti tra i venti e i venticinque anni, noti a Tremezzina perché qui trascorrono ogni anno le vacanze. Un punto è acclarato: alla guida c'era Clea Wuttke, accusata di omicidio colposo aggravato e naufragio colposo. A differenza dell'incidente accaduto la scorsa settimana a Salò, nel quale hanno perso la vita Umberto Garzarella e Greta Nedrotti con i due turisti tedeschi accusati di omicidio colposo fermati solo la mattina dopo, in questo caso gli inquirenti hanno ravvisato una sostanziale flagranza di reato. Ci sono due testimoni oculari che hanno assistito allo schianto, raccontando che la barca della comitiva andava molto veloce, aveva la prua alzata ed è planata su quella di Luca Fusi e dei suoi amici. Tre studenti che si sono presi un giorno di vacanza: Luca, che viveva con la famiglia a Guanzate, un anno fa ha conseguito la laurea triennale in economia e continuava il suo percorso di studi alla Bocconi. Pochi minuti dopo l'impatto sono arrivati gli agenti della polizia locale di Tremezzina, con il comandante Massimo Castelli che ha raggiunto il luogo dell'incidente. «Una situazione drammatica - racconta - per il ragazzo non c'era più niente da fare, gli amici caduti in acqua erano feriti e gridavano disperati. Mi sono preoccupato subito di attivare i soccorsi, ma anche di fare in modo che l'altra imbarcazione e i diportisti non si allontanassero». La ragazza arrestata è stata sottoposta all' alcol test e il risultato è negativo. La pm Antonia Pavan, titolare dell'inchiesta, ha disposto l'autopsia sul corpo della vittima e affiderà una consulenza tecnica per ricostruire la dinamica.

IN TROPPI A BORDO A cominciare dal fatto che sul quel modello di Mastercraft possono salire al massimo otto persone, mentre i belgi erano undici. È escluso, riferiscono gli investigatori, che la loro barca, seppure attrezzata per lo sci nautico, stesse trainando qualcuno al momento dell'impatto. Per ora sul tavolo del magistrato ci sono la relazione del comandante della polizia locale e le audizioni della compagnia di belgi, su cui si sta cercando di chiarire alcune discrepanze in merito a ciò che è accaduto. In corso di verifica anche se la giovane ai comandi del motoscafo sia in possesso della patente nautica. La barca, stando ai primi accertamenti, sarebbe di proprietà dell'ex compagno della madre, e batte bandiera belga: da stabilire se in base alle norme sulla navigazione da diporto possa essere condotta anche senza permesso.

Mara Rodella per corriere.it il 26 giugno 2021. Ora è arrivata la conferma: Greta Nedrotti — la seconda vittima dell’incidente nautico di Salò, sul lago di Garda — è morta per annegamento. La ragazza ha riportato numerose fratture, ma il decesso è avvenuto per annegamento. Lo confermano gli esami condotti dal medico legale: fratture scomposte alle gambe (già notate al momento in cui il corpo è stato recuperato dal lago), ma nei polmoni c’era acqua e la Tac al collo è risultata di fatto negativa. Tradotto, non si può escludere che la ragazza di Toscolano, seppur ferita, avrebbe potuto essere salvata. Certo presupponendo che i due tedeschi, alla guida del Riva che ha investito la barca di Umberto e Greta, fossero tornati indietro subito dopo l’impatto per prestarle aiuto. E invece no: i due alla guida del motoscafo hanno tirato dritto, come se niente fosse. Non a caso, la Procura indaga anche per «omissione di soccorso». Intanto spunta un video in bianco e nero. Sono frame provenienti dalle telecamere di sicurezza del rimessaggio nautico di Salò. Che riprendono il motoscafo Riva che rientra dopo l’incidente avvenuto nella notte di sabato 19 giugno al largo di Portese, sul lago di Garda, che è costato la vita a due giovani gardesani, falciati dall’imbarcazione di lusso guidata da due turisti tedeschi (leggi qui la dinamica dell’incidente). Il video è esplicito: uno dei due tedeschi barcolla e cade in acqua. Era ubriaco? La telecamera mostra un uomo in evidente difficoltà: il tedesco non riesce a reggersi in piedi. Non si tratta del proprietario del Riva, ma del suo amico, il 52enne che il giorno seguente ha accettato di sottoporsi all’alcol test. Nel frattempo il lavoro degli inquirenti prosegue. Servono esami approfonditi: per capire se Greta Nedrotti — studentessa di casa a Toscolano Maderno — sia morta all’istante o per annegamento. Il suo corpo è stato recuperato domenica pomeriggio, a cento metri di profondità nel lago di Garda, a circa 110 metri dal porto di Portese. Dodici ore prima, il gozzo di legno di Umberto Garzarella — imprenditore 37enne di Salò — che viaggiava con lei, era stato avvistato poco distante da un pescatore di San Felice: il corpo del ragazzo, esanime, ancora a bordo. Torace e addome dilaniati dallo scontro con un Riva aquamara di due turisti tedeschi verso le 23 di sabato sera: le lacerazioni compatibili con l’impatto delle eliche, l’aorta addominale recisa, stando all’autopsia è morto sul colpo. Per Greta invece non è così facile ricostruire i suoi ultimi istanti. Iniziato ieri mattina, l’esame autoptico — condotto dal medico legale Maria Cristina Russo, presenti i consulenti incaricati da procura, difesa e parti offese — è stato sospeso per essere ripreso oggi alle 8.30: in programma una tac toracica e all’altezza della gola della ragazza per capire se anche lei sia deceduta all’istante o se invece la causa della morte sia successiva allo scontro, pur di poco, e dovuta all’annegamento. Gli approfondimenti si sono resi necessari dopo il riscontro di un’«anomalia»: un segno e una tumefazione sul collo di Greta, oltre a una corda incastrata fra i suoi capelli. Profonde le ferite sulle gambe, un piede semi-amputato. I due turisti a bordo del Riva, P.K. e C.T, manager e finanziere di 52 anni già rientrati a Monaco, sono indagati (titolare del fascicolo il pm Maria Cristina Bonomo) per omicidio colposo e omissione di soccorso. Chi li ha visti rientrare al rimessaggio, quella notte, sostiene fossero alterati, che avessero bevuto (e il video lo potrebbe ora confermare). Il Riva aveva imbarcato acqua. «Abbiamo sbattuto contro qualcosa, ma non sappiamo cosa», dicevano. Uno è risultato negativo all’alcoltest, l’altro, come detto, si è rifiutato di farlo.

Da ansa.it il 9 luglio 2021. Il TG1 ha mostrato in esclusiva il video dell'incidente nautico avvenuto il 19 giugno scorso a Salò, nel Bresciano, e in cui hanno perso la vita Greta Nedrotti e Umberto Garzarella. Il video è stato registrato dalle telecamere di un'abitazione privata di San Felice e mostra l'impatto tra il motoscafo sui cui viaggiavano due turisti tedeschi, uno dei quali - Patrick Kassen - è ora in carcere, e il gozzo delle due vittime bresciane. "Nel filmato si scorge una piccola barca alla fonda in acque aperte, segnalata - in conformità con la normativa di settore - da una luce bianca di coronamento. Ad un certo punto e più precisamente alle 23.24 si nota un'altra unità di dimensioni maggiori sopraggiungere a forte velocità e in planata con direzione da Portese a Salò. Chiarissimo appare il momento dello scontro tra i due natanti, con il motoscafo che, dopo aver violentemente colpito la piccola barca, è letteralmente saltato sopra di essa, sollevandosi in modo vistoso dalla superficie del lago per poi proseguire la propria corsa, senza alcuna percepibile decelerazione e solo con un lievissimo scarto di rotta, in direzione Salò" scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Patrick Kassen, in carcere per duplice omicidio colposo e omissione di soccorso. Il tedesco ha detto sia al pm il giorno dopo l'incidente che ieri nell'interrogatorio davanti al gip che a guidare al momento dello scontro tra barche era lui e "il video dello schianto non permette di dimostrare chi era ai comandi" riferiscono gli inquirenti che si sono rifatti alle dichiarazioni dei due tedeschi. 

I tedeschi barcollano e cadono: video choc del motoscafo. Gabriele Laganà il 26 Giugno 2021 su Il Giornale. Un nuovo elemento potrebbe far luce sulla tragedia avvenuta sul lago di Garda. Rinviata l’autopsia sul corpo di Greta Nedrotti. Forse potrebbe esserci una svolta sulla tragedia avvenuta nella notte dello scorso sabato al largo di Portese, sul lago di Garda, che è costata la vita a due giovani gardesani, Greta Nedrotti di 25 anni e Umberto Garzarella di 37, falciati da una imbarcazione guidata da due turisti tedeschi. È, infatti, spuntato un video in bianco e nero delle telecamere di sicurezza del rimessaggio nautico di Salò: il filmato dura pochi secondi ma potrebbe consentire di fare luce su quanto accaduto in quella drammatica notte. Nelle immagini si vede il motoscafo Riva che rientra dopo l’incidente. A bordo uno dei due tedeschi che, in evidenza difficoltà, prima barcolla e poi cade in acqua. Viene da chiedersi se l'uomo abbia perso l’equilibrio perché ubriaco o per altri motivi. Come spiega il Corriere della Sera non si tratta del proprietario del mezzo ma del suo amico, il 52enne che il giorno seguente ha accettato di sottoporsi all’alcoltest. Discorso diverso per l’altra persona che, invece, ha rifiutato l’esame. Non si sa chi fosse alla guida del motoscafo al momento dell'incidente. Ai carabinieri i due hanno dichiarato di essersi alternati al timone e di non essersi accorti dell'impatto. Entrambi, indagati per omicidio colposo e omissione di soccorso, sono già rientrati a Monaco. Fatto che ha scatenato polemiche in Italia. Chi ha visto i tedeschi rientrare al rimessaggio quella notte sostiene fossero alterati. "Abbiamo sbattuto contro qualcosa, ma non sappiamo cosa", hanno raccontato i due agli inquirenti che indagano sul caso. Una versione, questa, che però, non convince gli investigatori, che adesso stanno aspettando gli esami sul corpo della ragazza deceduta. Non è stata ancora eseguita l'autopsia sulla salma in quanto i medici hanno dovuto effettuato prima una tac toracica. Si vuole verificare se la giovane, forse morta annegata, si sarebbe salvata se fosse stata soccorsa in tempo. Il suo corpo è stato recuperato solo la domenica pomeriggio, a cento metri di profondità. I nuovi esami si sono resi necessari dopo il riscontro di un’anomalia: sul collo di Greta, infatti, c’erano un segno e una tumefazione, oltre a una corda incastrata fra i suoi capelli. Inoltre il corpo della ragazza presentava profonde le ferite sulle gambe e un piede semi-amputato. Terribile anche la sorte toccata ad Umberto Garzarella, l’imprenditore 37enne di Salò che viaggiava con la giovane. Alle 5 del mattino successivo un pescatore ha notato il gozzo completamente sventrato sulla fiancata destra. Subito è partita la segnalazione dapprima alla Guardia Costiera e poi ai carabinieri di Salò che si sono messi subito sulle tracce dei due turisti. Il corpo senza vita del 37enne è stato rinvenuto sul gozzo e presentava torace e addome dilaniati e aorta addominale recisa. Le lacerazioni sono compatibili con l’impatto delle eliche. Secondo i risultati dell’autopsia, l’uomo è morto sul colpo. È possibile che i ragazzi italiani stessero dormendo quando sono stati presi in pieno dal motoscafo. La prua è stata sventrata dal Riva e alcune parti del gozzo sono rimaste incastrate nel mezzo sul quale viaggiavano i tedeschi.

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale azzurra. Senza musica non potrei vivere. In tv non perdo i programmi che parlano di misteri e i film horror, specialmente del genere zombie. Perdono molte cose. Solo una no: il tradimento

La scoperta choc: Greta poteva essere salvata. Ma i tedeschi...Valentina Dardari il 27 Giugno 2021 su Il Giornale. La ragazza è morta annegata e se fosse stata subito recuperata adesso sarebbe viva, ma i due turisti hanno tirato dritto. Umberto Garzarella è morto sul colpo, ma Greta Nedrotti, la studentessa 25enne che si trovava a bordo con lui quando il motoscafo dei due turisti tedeschi li ha investiti in pieno nella tarda serata di sabato 19 giugno sul Garda nelle acque di Potese dal Riva Acquarama, si sarebbe potuta salvare. Se solo i tedeschi si fossero buttati in acqua per aiutarla e trarla in salvo, invece hanno tirato dritto. I due turisti Patrick Kassen e Cristian Teismann, entrambi 52enni, tornati in Germania, per ora sono accusati dalla procura di Brescia di omicidio colposo e omissione di soccorso.

Greta è morta per annegamento. I primi esiti delle autopsie effettuate sul corpo dei ragazzi parlano chiaro, il 37enne è morto sul colpo, l’impatto con l’imbarcazione gli aveva reciso l’aorta di netto e prodotto altre ferite addominali, ma Greta è morta annegata, dopo essere stata scaraventata in acqua. I due turisti tedeschi hanno proseguito la serata come se niente fosse successo e, a loro dire, non si sarebbero neanche accorti di aver falciato e ucciso delle persone. Quasi 5 ore di esame autoptico per capire la causa del decesso di Greta, durante il quale è stata eseguita anche una Tac al collo. Il suo corpo è stato recuperato dopo 12 ore di ricerche, a 98 metri di profondità, con importanti ferite, non ritenute però letali dal medico legale. La ragazza presentava lesioni alle gambe e un piede semi-amputato, ma per Maria Cristina Russo, il medico legale nominato dalla Procura, si sarebbe potuta salvare. Quello che ha ucciso Greta è stata la grande quantità di acqua ingerita e finita nei polmoni. La 25enne è morta per annegamento. Se i due tedeschi si fossero tuffati in acqua subito per aiutarla, si sarebbe probabilmente salvata. Ma, come sottolineato anche dal titolo della Bild: “Nach diesem champagner rasten sie swei menschen tot”. Traduzione: “Dopo questo champagne hanno ammazzato due persone”.

Nel video i tedeschi barcollano. Il Giornale ha ripercorso quanto avvenuto subito dopo il tragico incidente, sottolineando che in un video agli atti dell’inchiesta, registrato dopo l’incidente, si vede la coppia di tedeschi rientrare al porto con il motoscafo pirata. Nelle immagini, i due non si reggono bene sulle proprie gambe, e uno di loro finisce perfino in acqua dopo aver perso l’equilibrio. Erano forse ubriachi fradici a causa della quantità di alcol bevuta prima del violento impatto? Uno solo di loro, dopo 15 ore dalla tragedia, ha accettato di sottoporsi all’alcoltest, risultato negativo, proprio colui che stranamente ha detto di essere alla guida della potente imbarcazione. Il proprietario del mezzo si è invece rifiutato. Entrambi sono subito rientrati in Germania, a Monaco di Baviera, con due morti sulla coscienza. Loro hanno negato, ma alcuni testimoni asseriscono di aver visto i due manager tedeschi 52enni pasteggiare a Champagne durante la giornata e di averli visti ubriachi dopo lo schianto. Secondo la ricostruzione, i due avrebbero bevuto champagne nel pomeriggio poi, dopo la partita Portogallo-Germania, avrebbero assistito al passaggio della gara automobilistica Mille Miglia a bordo del motoscafo, e dopo cena sarebbero tornati al Centro Nautico per attraccare. Durante la perquisizione della barca non sono state rinvenute bottiglie, ma certo non sarebbe stato difficile sbarazzarsene. Il dubbio comunque rimane: se i due tedeschi si fossero tuffati subito in acqua e avessero raggiunto Greta portandola in salvo, la ragazza sarebbe ancora viva?

Due pesi, due misure. Su quanto avvenuto è intervenuto l'avvocato Domenico Musicco, presidente di Avisl Onlus, Associazione vittime incidenti stradali, sul lavoro e malasanità. A IlGiornale, ha ricordato come inizialmente sul caso di Salò non si siano potuti disporre gli arresti domiciliari, cosa invece avvenuta in un altro caso simile, e forse meno grave perché la ragazza coinvolta non era sotto l'effetto dell'alcol. "Invece ai tedeschi reticenti, con versioni non credibili e non collaborativi (rifiutato il test alcolemico da parte di uno dei 2), è stato consentito di tornare a casa come se non avessero fatto nulla. Il loro legale dice che nei loro piani c'era di rientrare in Germania. Peccato che nei piani dei due ragazzi italiani non era previsto di essere travolti dal Riva ma di passare una serata romantica. Tra l'altro dal video almeno uno dei 2 è risultato ubriaco fradicio. E dall'autopsia è emerso che se si fossero fermati avrebbero potuto salvare la ragazza. Due pesi due misure. Oltre a equiparare i 2 reati, omicidio stradale e omicidio nautico, bisognerebbe sensibilizzare quei giudici che sono sempre protettivi con i colpevoli e poco solidali con le vittime" ha spiegato Musicco.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Da il Messaggero il 27 giugno 2021. Domenica mattina, nei confronti del proprietario del Riva, i carabinieri hanno emesso l'arresto ma dopo l'interrogatorio Patrick Kassen e Cristian Teismann hanno fatto le valigie e sono tornati a Monaco. Nei loro confronti non c' è alcuna restrizione: indagati a piede libero, ha deciso la pm Maria Cristina Bonomo, poiché non sussistevano i requisiti per il fermo. Non il pericolo di fuga, dato che sono stati trovati in albergo a Salò, né l'inquinamento probatorio e la reiterazione del reato. Ma ora, dopo l'autopsia di Greta, la loro posizione si aggrava: se non avessero tirato dritto, la ragazza morta per annegamento poteva essere soccorsa. Nel caso dell'incidente costato la vita a Luca Fusi, invece, la pm di Como Antonia Pavan ha disposto gli arresti domiciliari per evitare un ritorno in patria della ragazza. Ora il fermo dovrà essere convalidato dal gip. Lui è morto sul colpo, martoriato dall' impatto con le eliche e il timone del motoscafo che gli è passato sopra. Ma Greta Nedrotti, venticinque anni, si poteva salvare. Se solo i due turisti tedeschi sul lago di Garda, indagati a piede libero per duplice omicidio colposo e omissione di soccorso, si fossero fermati. E invece, hanno raccontato Patrick Kassen e Cristian Teismann nel loro interrogatorio, hanno giusto rallentato un po', cercando di capire cosa fosse successo: «Pensavamo di aver centrato un ramo o una boa». Così sono tornati al rimessaggio del cantiere Arcangeli, dove un video delle telecamere di sicurezza li riprende all' apparenza così ubriachi che uno dei due perde l'equilibrio e cade in acqua. A Salò, dove le notizie circolano ben prima dei canali ufficiali, lo sgomento è grande. «Se avessero spento il motore avrebbero salvato almeno la ragazza, perché lei è morta annegata», si diceva in paese nei giorni scorsi. E ieri è arrivata la conferma dall' autopsia: Greta ha riportato fratture scomposte a gambe, braccia, bacino e cranio, ma il decesso è avvenuto per annegamento come ha rivelato una tac all' altezza del torace e della gola. Il suo corpo è stato recuperato domenica pomeriggio, a cento metri di profondità al largo di Portese. Di mattina il gozzo di legno di Umberto Garzarella era stato avvistato poco distante da un pescatore di San Felice: a bordo c'era il giovane con il torace dilaniato e l'aorta addominale tranciata di netto. «La prua era sventrata. Da come era conciata, si capisce che il Riva andava veloce. Probabilmente molto più dei 3-5 nodi di massima obbligatori all' interno del golfo. E la barca dei ragazzi aveva la luce di posizione accesa, quindi era visibile», riferisce il sindaco di Salò Giampiero Cipani. Tant' è che quando il manager e il finanziere tedeschi, entrambi di 52 anni, tornano al rimessaggio, il loro Aquarama stava affondando. Un altro diportista rientrato in quel momento li vede, chiede aiuto ai titolari e insieme mettono il motoscafo in sicurezza. Alla domanda: «Cosa è successo?». I due hanno risposto: «Abbiamo sbattuto contro qualcosa, ma non sappiamo di cosa si tratta». Era il gozzo di Umberto e forse Greta in quel momento era ancora viva. Ma nessuno immagina un'incidente, Patrick Kassen e Cristian Teismann non forniscono dettagli e forse avevano bevuto troppo per farlo. Al rimessaggio li hanno visti alterati, in paese raccontano delle loro libagioni già nel pomeriggio, mentre assistevano alla parata della Mille miglia e poi durante la partita della Germania. Agli atti dell'inchiesta ci sono foto e video che lo dimostrerebbero. C' è lo scatto pubblicato dal quotidiano tedesco Bild: i due amici sono immortalati a bordo del Riva, verso le quattro del pomeriggio, con una bottiglia di champagne e due bicchieri pieni. E poi ci sono le immagini riprese alle 23.35 di sabato dalla telecamera del rimessaggio. I diportisti si sono appena avvicinati alla banchina, stanno ormeggiando, ma il compagno del proprietario dell'Aquarama fatica a stare in piedi, barcolla e finisce in acqua. Dopo quindici ore accetta di sottoporsi al test dell'etilometro che risulterà negativo. Gli studi sull' organismo hanno stabilito che un individuo smaltisce 6 grammi di alcol ogni ora e quindi un bicchiere, che ne contiene circa 12 grammi, non è più rintracciabile nel sangue in due ore. Il tempo intercorso tra i brindisi e l'alcol test, secondo gli investigatori, è compatibile con l'esito negativo. Patrick Kassen e Cristian Teismann, dopo gli interrogatori, sono tornati a casa, a Monaco di Baviera. «Ma non è una fuga. Nei loro confronti non c' è alcun divieto e seguiranno il processo», assicura il loro avvocato Guido Sola.

Incidente sul Lago di Garda: chiesto l’arresto di uno dei due turisti tedeschi. Debora Faravelli il 03/07/2021 su Notizie.it. La magistratura di Brescia ha emesso un mandato di arresto nei confronti di uno dei due turisti tedeschi coinvolti nell'incidente sul Garda. La magistratura di Brescia ha emesso un mandato di arresto europeo nei confronti di uno dei due turisti tedeschi coinvolti dell’incidente avvenuto nelle acque del Lado di Garda la sera del 19 giugno 2021 costato la vita a due ragazzi. Il procuratore capo Francesco Prete e il sostituto Maria Cristina Bonomo hanno chiesto l’arresto in carcere per colui che, per sua stessa ammissione, comandava il motoscafo al momento dello scontro con l’imbarcazione dei due giovani. Si tratta dell’uomo ripreso mentre barcollava e cadeva in acqua e che, sottopostosi all’alcol test, è risultato negativo. Il gip Andrea Gaboardi ha già accolto la richiesta, ma l’ultima parola spetta al tribunale di Monaco dato che i due turisti, indagati in Italia per omicidio colposo e omissione di soccorso, sono tornati in patria. Entro la prossima settimana i colleghi tedeschi dovrebbero fornire una risposta alla richiesta di misura cautelare resasi necessaria, per i magistrati bresciani, dal pericolo di fuga e per il rischio di reiterazione del reato. Alla base del mandato d’arresto europeo c’è la questione della doppia incriminazione: il fatto per il quale si procede (omicidio colposo e omissione di soccorso), deve essere considerato reato sia dallo Stato membro di emissione, in questo caso l’Italia, che da quello di esecuzione, la Germania.

Incidente sul Garda: per indagato conclamata ubriachezza. (ANSA il 5 luglio 2021) È stato portato in carcere a Brescia Patrick Kassen, il 52enne tedesco accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso per l'incidente sul Garda costato la vita a Umberto Garzarella e Greta Nedrotti. "È stato documentato il conclamato stato di ubriachezza di Kassen, infatti sono state raccolte plurime e convergenti testimonianze, riscontrate da documentazione video e certificazioni sanitarie che non lasciano spazio a dubbi" , fanno sapere gli inquirenti La velocità del mezzo, ricostruita tramite una simulazione notturna della Guardia Costiera, risulterebbe di circa 20 nodi, ben quattro volte superiore rispetto al limite.

Da tgcom24.mediaset.it il 5 luglio 2021. E' stato arrestato Patrick Kassen, il 52enne tedesco che era alla guida del motoscafo che, sabato 19 giugno, ha travolto sul lago di Garda la barca con a bordo Umberto Garzarella e Greta Nedrotti, entrambi morti nell'impatto. Il tribunale di Monaco ha convalidato l'arresto chiesto dalla procura di Brescia. Kassen, indagato con l'amico per omicidio colposo e omissione di soccorso, è stato fermato al Brennero. In attesa che la vicenda processuale faccia il suo corso, le famiglie delle vittime non si danno pace. "Tutto quello che stiamo vivendo in questi giorni ci sembra un film, un sogno, un brutto sogno al quale non riusciamo a credere, a dare una ragione", fanno sapere attraverso un comunicato i genitori di Greta Nedrotti. "Greta era, è perfetta. Sia fuori che dentro. Non potevi non amarla. Lei riusciva a trovare il lato positivo di ogni persona ed a stabilire un contatto con tutti. La nostra vita non sarà più la stessa". "Hanno ucciso mio figlio e si sono scusati per lettera"Il padre di Umberto Garzarella non riesce a dimenticare quei drammatici momenti in cui ha scoperto che il suo Umberto era morto. Ma c'è un aspetto che lo tormenta. "Non nutro odio nei confronti dei due tedeschi, lo voglio dire chiaramente, ma una cosa non mi va giù", racconta a Il Messaggero. "La barchetta di Umberto è stata trovata a cento metri al largo del loro albergo, hanno visto tutto, non dovevano partire. Dovevano restare qui, andare in chiesa ad accendere due candele e poi venire da me, guardarmi negli occhi e chiedermi scusa. Non farci arrivare una lettera dalla Germania, tramite il loro avvocato, in cui non si firmano nemmeno con nome e cognome ma con le iniziali".

Claudia Guasco per "Il Messaggero" il 12 luglio 2021. La sera del 19 giugno, sul lago di Garda, era mite e serena. Per questo il video della telecamera di sicurezza di un'abitazione a San Felice del Benaco «è particolarmente nitido», rileva il gip Andrea Gaboardi nell'ordinanza di arresto. Nelle immagini si scorge il gozzo di Umberto Garzarella, 37 anni, e Greta Nedrotti, venticinquenne, cullato dall'acqua e «correttamente segnalato dalle luci di coronamento». Alle 23.24 sulla barca dei due ragazzi plana a una velocità di venti nodi, contro i cinque consentiti, il Riva dei due manager tedeschi Christian Teismann e Patrick Kassen. Il primo è il proprietario, ma è Kassen che ha detto sia al pm il giorno dopo l'incidente, sia mercoledì scorso nell'interrogatorio davanti al gip di essere stato alla guida al momento dell'incidente. «Il video dello schianto non permette di dimostrare chi era ai comandi», affermano gli inquirenti, che si sono basati sulle dichiarazioni dei due tedeschi. Il dubbio rimane e non è da poco, visto che Kassen è in carcere a Brescia e Teismann a casa sua a Monaco di Baviera. Entrambi sono indagati per omicidio colposo e omissione di soccorso, tuttavia è proprio «alla condotta di navigazione di Kassen, al timone al momento del fatto, che si ravvisano gravissimi profili di colpa generica e specifica». Eppure, osservando in successione le immagini del loro ritorno sul Riva a Salò, alla guida c'è sempre Teismann. È lui che fa manovra lasciando il ristornate Il Sogno, sempre lui che procede all'attracco dopo l'impatto contro il gozzo di Umberto, con l'amico ubriaco che barcolla e cade in acqua. «Ci siamo passati i comandi per il tragitto. Le manovre sono l'aspetto più delicato e Christian, che è il proprietario del motoscafo, preferisce incaricarsene», ha messo a verbale Kassen. Però Kassen è un «navigatore esperto», scrive il gip, titolare di una patente nautica rilasciata dalle autorità tedesche già nel 90 e «discreto conoscitore del lago di Garda». L'amico Teismann ha inoltre dichiarato che «possiede una barca simile al Riva coinvolto nel sinistro e, prima di allora, aveva guidato di notte nel lago (facendo il medesimo tragitto) almeno dieci volte». Il cambio al timone per inesperienza dunque è poco plausibile e nella ricostruzione fitta di testimonianze e video prima e dopo la tragedia c'è un buco nero: alla guida dell'Aquarama c'era Kassen, arrestato, o l'amico Teismann che il giorno dopo l'incidente si è rifiutato di sottoporsi all'alcoltest? Per i legali della famiglia di Greta poco cambia. Una settimana fa hanno scritto alla Procura di Brescia, chiedendo che fosse «immediatamente disposta ogni idonea misura cautelare restrittiva o almeno alternativa personale e patrimoniale, nei confronti dei due turisti tedeschi» affinché si assumessero «le proprie responsabilità». Nel frattempo è arrivato il mandato di cattura internazionale nei confronti di Kassen, ma per gli avvocati Patrizia Scalvi e Caterina Braga, che assistono la famiglia Nedrotti, non è sufficiente: hanno scritto di nuovo ai pm sollecitando provvedimenti restrittivi anche per Teismann, vicepresidente di una multinazionale dell'informatica e indagato a piede libero, evidenziando anche verso di lui «profili di colpa e responsabilità pesanti, che derivano da una condotta a sua volta gravissima». Perché, se davvero non era lui alla guida, non ha impedito a Patrick Kassen di mettersi al comando in «conclamato stato di ebbrezza», come ha ricostruito il giudice. La «smodata e irresponsabile assunzione di alcol da parte dei due amici», rimarca il gip, inizia alle tre del pomeriggio di quel sabato, quando i due vengono immortalati in foto «intenti a consumare, con mal riposta soddisfazione, una bottiglia di champagne». Poi altro prosecco, limoncello e vodka, «in un crescendo etilico terminato ben oltre il momento della sciagura». Entrambi ubriachi e nessuna certezza su chi conducesse il Riva che ha ucciso Umberto e Greta. La verità può lenire il dolore ed è ciò in cui sperano i genitori dei due giovani. Mentre le amiche di Greta chiederanno al rettore dell'Università di Brescia di completare per lei il ciclo di studi. Le mancavano due esami, uno avrebbe dovuto sostenerlo cinque giorni fa.

Claudia Guasco per "Il Messaggero" l'11 novembre 2021. I genitori di Greta e la zia Sandra arrivano con un mazzo di rose bianche: «Sono venticinque. Greta aveva compiuto venticinque anni ad aprile, questa è la sua presenza in aula con noi». C'è il papà di Umberto che dallo scorso 19 giugno vive con l'immagine del piede del figlio morto che spunta da sotto il lenzuolo, accanto a lui tanti amici e amiche delle due vittime. Gli affetti di Umberto Garzarella, 36 anni, e di Greta Nedrotti sono tutti in quest'aula del Tribunale di Brescia dove Patrick Kassen e Christian Teismann vengono processati per omicidio colposo, omissione di soccorso e naufragio. Dopo una giornata ad altissimo tasso alcolico i due turisti sono saliti a bordo del potente motoscafo Riva con il quale scorrazzavano sulle acque del lago di Garda e hanno travolto il gozzo dei giovani ormeggiato al largo di Salò, uccidendoli. Nell'udienza di apertura le famiglie dei ragazzi e l'uomo che guidava l'imbarcazione si guardano per la prima volta negli occhi. Kassen è ai domiciliari in Italia, mentre il compagno di vacanza indagato a piede libero è tornato in Germania. Ha accanto la moglie, che piange a dirotto e lo tiene a braccetto. È il giudice che fa da mediatore: invita i genitori dei giovani ad avvicinarsi, domanda loro se vogliano parlare con l'imputato. Acconsentono e Kassen, come non è mai accaduto da quella drammatica notte di giugno, china il capo: «Chiedo scusa, accetto la critica. Volevamo già dal primo giorno venire a dire qualcosa a voi familiari e scrivere una lettera ma ci è stato detto che il momento non era giusto. Certo che ho un'anima. Non dormo da mesi. Eravamo tanto insicuri in quella situazione». I familiari ascoltano educatamente, ma la ferita è troppo grande per essere risanata e le parole sono tardive per lenire il dolore. Enzo Garzarella si avvicina a Kassen con un impeto liberatorio: «Sono il papà di Umberto - si presenta - Queste scuse dovevate porgerle prima, dirmi qualcosa quando è avvenuto l'incidente». Bastavano pochi passi. «La mattina dopo lo schianto Kassen era in un albergo a venti metri dal luogo in cui c'era la barca con mio figlio ormai morto. Doveva venire a parlarci e invece non lo ha fatto ed è tornato in Germania», afferma. Qualche settimana dopo per mail arriva una missiva mal tradotta dal tedesco, con la sigla dei due indagati in calce: non citano nemmeno i nomi di Umberto e Greta, dicono che «al mattino ci guardiamo allo specchio perché sappiamo di non esserci accorti di nulla, pensavamo di aver colpito un tronco». Intanto l'assicurazione della barca di Kassen e Teismann ha risarcito i parenti di Greta con una cifra attorno ai 2 milioni e mezzo di euro e quelli di Umberto con circa 1,3 milioni. Entrambe le famiglie parteciperanno alle udienze come parti offese, ma non come parti civili. «Nessun risarcimento ci ridarà più nostra figlia. Siamo gente semplice, lavoriamo e a Greta non mancava nulla. Avremmo voluto che oggi nostra figlia fosse con noi, altro che avere quei soldi in tasca», riflettono tristi la madre e il padre della ragazza. Enzo Garzarella è ancora amareggiato per la gragnuola di critiche che si è visto piovere addosso. «Il grandissimo dolore che provo, e del quale solo i due imputati si sono disinteressati, non ha prezzo. Trovo squallido e umiliante che una parte dell'opinione pubblica ritenga che il denaro possa alleviarlo. Senza Umberto non ho più nulla, sono morto anch'io. Semplicemente, studiando le carte con il mio avvocato, siamo giunti alla conclusione che le parti civili sarebbero divenute un elemento inutile all'interno del processo». 

Da lalaziosiamonoi.it l'11 novembre 2021. Mai più 11 novembre. Quattordici anni fa oggi Gabriele Sandri perdeva la vita. La sua unica colpa? Trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Gabbo si stava recando a Milano, il pomeriggio si sarebbe dovuta giocare Inter - Lazio. La partita alla fine venne rimandata a dicembre per onorare la memoria del giovane tifoso (tutte le altre gare della giornata, all'arrivo della notizia, vennero interrotte per le varie insurrezioni delle tifoserie). Ad ucciderlo un colpo di pistola esploso dal poliziotto Luigi Spaccarotella nell'area di servizio toscana di Badia al Pino. L'agente si trovava dall'altra parte della carreggiata quando un gruppo di ultras laziali e juventini sono arrivati allo scontro. Gabriele era in macchina. Il resto lo conosciamo tutti troppo bene. È passato del tempo da quel maledetto 11 novembre 2007, eppure il ricordo di Gabriele è vivo. In tutti gli stadi d'Italia si sente cantare il suo nome, in Curva Nord sventola fiera la bandiera con il suo volto e i muri di Roma sono pieni di murales e scritte in suo onore. Il fratello, Cristiano Sandri, è intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni nel giorno più doloroso. 

Oggi è sicuramente una data che squarcia il suo cuore e della sua famiglia, ma anche quello di tutti i laziali. Si aspettava tutto questo affetto a distanza di anni?

"Il percorso che abbiamo fatto è stato molto complesso e faticoso, sia a livello emotivo che razionale. La cosa più difficile è stata unire cuore e ragione. Ero convinto che Gabriele, per come era venuto a mancare, sarebbe stato ricordato quantomeno dai tifosi della Lazio. Per come è avvenuta la dinamica è ovvio che tutti i tifosi, di ogni squadra, si sono rivisti in mio fratello e c'è stato questo afflato comune che ancora oggi fa sì che venga ricordato in tutta Italia. E' pur vero che ciò che è accaduto alla nostra famiglia penso non si sia mai verificato in Italia, salvo il bambino ucciso sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria (Nicholas Green, ndr)". 

Sono passati 14 anni dal tragico evento. Luigi Spaccarotella si è mai fatto sentire?

"Ai tempi lui disse di aver inviato un messaggio al Vescovo di Arezzo per il nostro sacerdote. Come ho sempre detto, non è arrivato nessun messaggio. Figuriamoci se il nostro sacerdote avesse ricevuto qualcosa dal Vescovo e non ce lo avesse quantomeno detto. Ad ogni modo, in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito nessuno: né lui, né la sua famiglia. Ci interessa molto poco. Non mi importa ricevere cordoglio postumo dopo anni. Capisco perfettamente che lui si sia dovuto difendere in un processo prima da indagato e poi da imputato, ma era acclarato che il colpo, che purtroppo ha colpito mio fratello, lo avesse sparato lui. Fossi stato in lui sarei stato dalla madre della vittima ogni giorno in ginocchio a scusarmi". 

Gabriele fa parte dei fiori di Roma, insieme a Vincenzo Paparelli e Antonio De Falchi, a cui è stato dedicato da poco un murale. Secondo lei si è riuscita a sradicare la violenza dal mondo del calcio?

"Prima di tutto devo fare i complimenti a chi lo ha realizzato perché sono tre immagini bellissime e ritraggono, almeno per quanto riguarda Gabriele (posso essere testimone diretto), in modo fedele i soggetti. Quell'opera ha un significato molto bello perché tra Vincenzo e Gabriele c'è anche Antonio: lo sfottò tra squadre rivali ci deve essere e anche in modo pungente, ma la vita è troppo importante. Dev'essere un monito anche a rispettarla, a preservarla. Per quanto riguarda la violenza negli stadi vi posso dire che Gabriele sicuramente non può essere catalogato tra le morti da stadio, chi ha sparato non sapeva assolutamente fosse un tifoso. Su questo argomento si spendono parole al vento da parte di chi non conosce determinate dinamiche. Sono fenomeni che risalgono forse agli anni '50, se non prima. Ovvio che una manifestazione sportiva non ha motivo di avere violenza al suo interno, ma risolvere tutto con discussioni sterili quando avvengono fatti di cronaca nera è riduttivo. In concreto si fa poco, giusto qualche strategia "difensiva" con norme restrittive e invasive. Reprimendo non si risolve il problema. Bisognerebbe prevenire. Anche le strutture dovrebbero essere messe sotto la lente d'ingrandimento: non dimentichiamoci cosa è stata Italia '90". 

Suo figlio si chiama Gabriele proprio come lo zio. Si somigliano?

"Io colgo in mio figlio tante piccole cose di mio fratello. È incredibile come anche la posizione che assume nel sonno sia la stessa dello zio. Il sangue è lo stesso, quindi è ovvio che ci sia una parte di Gabriele dentro di lui". 

Con la Fondazione Gabriele Sandri siete molto attivi nel sociale. Ci sono progetti in cantiere?

"In realtà la Fondazione si sta esaurendo, ahimè. Per 2-3 anni è stata abbastanza seguita con un contributo da parte di tutti, poi sono rimasto da solo. Vivendo della mia professione e non essendo un filantropo, è complicato per me portare avanti questo progetto".

Giulio De Santis per il "Corriere della Sera - Edizione Roma" il 13 luglio 2021. Si è fatto inviare foto intime da minorenni adescati su internet e poi li ha convinti ad avere rapporti sessuali in cambio di soldi o della promessa di acquistare uno smartphone. Tentativo che A. C. - ex capitano dei carabinieri condannato in primo grado a sette anni di carcere - non ha portato a termine per contrattempi dell'ultimo minuto. C., 39 anni, è stato sospeso dall'Arma in via precauzionale in attesa dell'esito del procedimento davanti alla Cassazione. I reati per cui il militare è imputato, sono pornografia e prostituzione minorile. Il tribunale, oltre alla condanna, ha stabilito inoltre che sia interdetto per il resto della vita da ogni struttura pubblica o privata, come le scuole, frequentata da minorenni. Il pubblico ministero Delio Spagnolo aveva chiesto nove anni di carcere. I ragazzi adescati all'epoca dei fatti sono tre maschi, tutti minorenni, ma mai di eta inferiore ai 16 anni. Tuttavia non è stato possibile risalire al l'identità di alcuni giovani conosciuti su internet dall'imputato. «Siamo soddisfatti dell'esito del processo», ha sottolineato l'avvocato Vincenzo Perticaro, legale di una delle parti civile. La vicenda risale al periodo compreso tra il 2013 e il 2015. Il momento preferito dall'ufficiale per cercare le prede è sempre stato la sera. Talvolta è andato nei locali notturni. Più spesso, arrivato a casa, ha acceso il pc e ha iniziato a navigare tra i social network, creando dei profili fake per nascondere la sua identità. In alcune occasioni, come ha ricostruito l'accusa, si è celato dietro identità femminili, svelando chi fosse solo in un secondo momento. In altre, in cui è riuscito a carpire la fiducia dei ragazzi, ha proposto loro lo scambio di foto hard, invitandoli a fare degli scatti proprio al momento della conversazione. L'invio di immagini intime è avvenuto senza il pagamento di somme di denaro. Ad alcuni di loro è arrivato a offrire soldi o smartphone, condizionando il pagamento a una prestazione sessuale. Qualcuno non viveva a Roma e a questi C. ha pagato le spese del viaggio. Poi però, in tre occasioni, qualcosa è andata storto, e l'accordo tra il militare e i minorenni è saltato all'ultimo istante. In particolare a far andare all'aria gli appuntamenti è stato il ripensamento dei ragazzi. Il militare era accusato anche di aver avuto dei rapporti intimi con due sedicenni. Ma in entrambi i casi l'imputato è stato assolto dalla quinta sezione collegiale del Tribunale «perché il fatto non sussiste». Il militare è stato assolto anche dall'accusa di aver ceduto droga a uno dei ragazzi.

G8: RITORNO A GENOVA___________ 2001-2021 ___________ La Repubblica il 17 luglio 2021. Dal 19 al 22 luglio 2001 i leader dei paesi più industrializzati al mondo si incontrarono a Genova. E centinaia di migliaia di persone da tutto il pianeta arrivarono nel capoluogo ligure per chiedere agli “otto grandi” una globalizzazione più equa e sostenibile. Sono passati vent’anni dalle giornate del G8: torniamo nelle strade di Genova con i giornalisti che le raccontarono, i manifestanti che le hanno vissute nei cortei, i magistrati che hanno indagato nei processi, i rappresentanti delle forze dell’ordine. Cosa rimane di quella esperienza? Gli scontri, certo, le violenze, pagine tragiche e buie della nostra storia. Ma anche le proposte portate in piazza, i dibattiti, le discussioni di chi credeva che "un altro mondo" fosse possibile. Dove sono finite oggi quelle idee? Il nostro è un ritorno a Genova per ricordare, ma anche per capire cosa è rimasto, cosa è successo in questi venti anni

PALAZZO DUCALE

La tensione prima del G8. Pericu: “A Genova idee, non solo scontri”

Palazzo Ducale ospitò gli incontri dei leader politici più importanti del pianeta: in quelle sale l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu ripercorre i mesi di tensione crescente, ma anche di dibattiti, che portarono all’appuntamento di luglio in una città blindata

PUNTA VAGNO

Il Public Forum: “Lavoro, ecologia, salute: le nostre sfide pericolose”

Attivisti e intellettuali di tutto il mondo si incontrarono per una settimana per parlare di cancellazione del debito dei paesi poveri, lavoro precario, privatizzazione della salute e dei beni pubblici. Quei temi e quelle proposte sono ancora attuali?

STADIO CARLINI

Nello stadio delle “tute bianche”: chi erano (e dove sono ora) i disobbedienti

Nel punto di ritrovo delle “tute bianche” che qui dormirono, fecero assemblee e partirono per i cortei. Cosa resta delle loro idee? E dove sono leader e simpatizzanti, da Casarini a Tsipras? Con gli interventi di Beppe Caccia e Giovanni Favia

PIAZZA SARZANO

Il corteo dei migranti: “La scoperta: eravamo un movimento globale”

In questa piazza è partito giovedì 19 luglio il primo grande corteo no global di quei giorni: quello per i diritti dei migranti. Da qui ci spostiamo nella sede della Comunità di San Benedetto per sfogliare l’agenda di Don Andrea Gallo: cosa scriveva in quei giorni?

PIAZZA PAOLO DA NOVI

I Black Bloc “rubano” la piazza dei Cobas: violenza al posto delle proposte

Piero Bernocchi, leader dei Cobas, torna per la prima volta dal 2001 nella piazza tematica che era stata assegnata ai sindacati di base. Venerdì 20 luglio però qui arrivarono i Black Bloc: cominciano le violenze

VIA TOLEMAIDE

La manifestante: “Una nube infinita di lacrimogeni, poi vidi i primi feriti”

Venerdì 20 luglio il corteo delle tute bianche viene caricato in via Tolemaide: partono ore di guerriglia che avranno esiti drammatici. Laura Tartarini, avvocato, nel 2001 manifestava con i disobbedienti

PIAZZA ALIMONDA

La tragedia di Carlo Giuliani. Il padre: “La mia ricerca della verità”

In piazza Alimonda le manifestazioni contro il G8 non sarebbero dovute arrivare. Qui si consuma il momento più tragico: la morte di Carlo Giuliani. Il padre, Giuliano Giuliani, racconta il punto di vista della sua famiglia, che non crede alle verità ufficiali

CORSO ITALIA

Il paradosso dell’ultimo grande corteo: quelle idee “bastonate” nel 2001 ma attuali nel 2021

Tobin Tax, aiuto ai paesi in via di sviluppo, l’ambientalismo di Julia Butterfly Hill, questioni di genere: sabato 21 luglio 300mila persone portano sul lungomare temi che sarebbero negli anni entrati nell’agenda politica, ma a un prezzo molto alto

Il segretario Silp Cgil: “Andavano accertate responsabilità di sistema”

Daniele Tissone, segretario generale Silp (Sindacato italiano lavoratori polizia) Cgil, era a Genova nella Polstrada nei giorni del G8. La sua analisi di quell’esperienza e dei diversi approcci in occasione di manifestazioni di piazza

SCUOLA DIAZ

“Non lavate questo sangue”

Entriamo nella palestra della scuola Diaz per ripercorrere l’irruzione della polizia nella notte tra il 21 e il 22 luglio. Le forze dell’ordine trovano ragazze e ragazzi, attivisti, giornalisti: vengono tutti picchiati con ferocia

Il pm Zucca: “In quei giorni tortura e falsificazione delle prove”

Il magistrato Enrico Zucca era il pm del processo Diaz. Lo incontriamo nell’aula del tribunale di Genova dove quel processo si svolse. Dopo la giustizia italiana arrivò a Corte europea dei diritti dell’uomo. “Ma resta – dice Zucca – un interrogativo inquietante”

Il questore Salvo: “Il G8 ha lasciato in me un segno pesantissimo. Oggi nuove strategie”

Sebastiano Salvo, oggi questore di Asti, genovese, nel 2001 era vicequestore a Genova, addetto all’ordine pubblico. Ricorda quei giorni e ripercorre l’autocritica e il percorso fatto da allora dalla polizia nella gestione dell’ordine pubblico

Il regista Vicari: “Se la democrazia rinuncia a se stessa: un film testimonianza”

“La sospensione dei diritti delle persone fa ormai parte delle nostre vite e non ce ne siamo resi conto”. Daniele Vicari ha realizzato nel 2012 il film “Diaz – Don’t clean up this blood”: “Ma ascoltando le vittime ho pensato di non farcela”

SCUOLA PASCOLI

Vittorio Agnoletto: “La storia ci ha dato ragione. Purtroppo.”

Queste aule erano la sede del Genoa Social Forum. Agnoletto, medico e docente, ne era il portavoce: vent’anni dopo fa un bilancio: “Già gli interventi di apertura del forum del 16 luglio anticipavano la crisi economica del 2008 e quella climatica”

CASERMA BOLZANETO

I pm: “Le indagini: poca collaborazione e tanta incredulità”

Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati sono i pm che hanno condotto l’inchiesta su quanto accaduto all’interno della caserma Nino Bixio di Bolzaneto, dove centinaia di fermati furono picchiati e umiliati per ore: “Fu tortura”.

Coordinamento editoriale Francesco Fasiolo 

Regia Leonardo Sorregotti 

Interviste e servizi Massimo Calandri - Arianna Finos - Jacopo Iacoboni - Matteo Indice

Matteo Macor - Giovanni Mari - Francesca Paci - Alberto Puppo - Massimiliano Salvo 

Riprese Leonardo Meuti - Luca Santagata - Alberto Maria Vedova 

Produzione Roberta Mosca - Anna Rutolo

Diaz. su La Repubblica il 17 luglio 2021. È la sera del 21 luglio 2001, a Genova. I giorni delle manifestazioni in occasione del G8 sono stati durissimi e quella sera centinaia di poliziotti assaltano l'istituto scolastico Diaz alla ricerca di black bloc. Trovano due bombe molotov, la dimostrazione della presenza dei violenti. Decine di ragazze e ragazzi vengono portati in Questura. Ma i magistrati, invece di convalidare gli arresti, li ascoltano e ricostruiscono quell'operazione di polizia: le violenze arbitrarie, la perquisizione e - soprattutto - la storia legata alle molotov, usate come prova regina per giustificare l'irruzione. E scoprono un'altra verità. Diaz è un podcast Gedi Visual, scritto e letto da Antonio Iovane - Supervisione editoriale di Anna Silvia Zippel - Musiche, sound design e montaggio: Gipo Gurrado - Indiehub studio.

Finse accoltellamento alla Diaz, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo respinge il ricorso contro la condanna.

di Alberto Puppo 

G8 RITORNO A GENOVA 2001-2021. La Repubblica il 15 luglio 2021. Gli scontri di via Tolemaide. La manifestante: "Una nube infinita di lacrimogeni, poi i feriti". Il corteo autorizzato delle tute bianche viene caricato in via Tolemaide: partono ore di guerriglia che avranno esiti drammatici. Laura Tartarini, avvocato, nel 2001 manifestava con i disobbedienti: "All’improvviso una nube di lacrimogeni, non si respirava. Poi ho visto gente che vomitava, verde in faccia, e arrivavano i primi feriti. Non avevamo avuto nessuna avvisaglia di questo scontro: pensavamo ci fermassero molto più in là, fin dove il corteo era consentito". "Abbiamo poi avuto conferma dell’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di manganelli al contrario e sbarre di ferro, abbiamo visto le cariche con i blindati – ricorda – Da un punto di vista legale noi avvocati abbiamo fatto il possibile in questi anni. E’ la politica che deve ancora pronunciarsi seriamente su quello che è successo nel 2001".

A 20 anni dal G8 di Genova: l’inferno di un’intera generazione. A cura di Massimiliano Loizzi il 20 luglio 2021 su Fanpage.it. Mentre tutto accadeva, mentre un altro mondo possibile veniva fatto a pezzi ragazza dopo ragazzo, mentre correvo disperato, convinto fosse un colpo di stato, in quel maledetto 20 luglio del 2001 sentivo ovunque una canzone che mi era entrata in testa: “Dammi tre parole, sole cuore amore”, prima in classifica, dal luglio 2001 per otto settimane. Perché alla fine questa è l’Italia: un inferno pieno di canzonette. E fu questo per noi il G8 di Genova: un inferno vero e proprio. Mentre tutto accadeva, mentre un altro mondo possibile veniva fatto a pezzi ragazza dopo ragazzo, mentre correvo disperato, convinto fosse un colpo di stato, in quel maledetto 20 luglio del 2001 sentivo ovunque una canzone che mi era entrata in testa: “Dammi tre parole, sole cuore amore”, prima in classifica, dal luglio 2001 per otto settimane. Perché alla fine questa è l’Italia: un inferno pieno di canzonette. E fu questo per noi il G8 di Genova: un inferno vero e proprio. Mentre tutto accadeva, mentre un altro mondo possibile veniva fatto a pezzi ragazza dopo ragazzo, mentre correvo disperato, convinto fosse un colpo di stato, terrorizzato, pensando che forse non ne sarei uscito vivo, ricordo che in quel maledetto pomeriggio da cani del 20 luglio del 2001 sentivo in lontananza una canzone che, in quell’estate, mi era entrata in testa: “Dammi tre parole, sole cuore amore”, prima in classifica dal luglio 2001 per otto settimane. Perché alla fine questa è l’Italia: un inferno pieno di canzonette. E fu questo per noi il G8 di Genova: un inferno vero e proprio. Immotivato, cruento, disperato. E anche se qualche giornalista con il prurito alle mani ci ha voluto definire la generazione che ha perso la voce, la verità è un’altra.

Voi G8, noi sei miliardi. Vent’anni fa un'intera generazione è stata presa e chiusa in una gabbia per topi fatta di vicoli e stradine, il luogo ideale per massacrare indiscriminatamente: come ha detto Amnesty International, “la più grave sospensione dei diritti dell'uomo in un paese occidentale”. Un disegno chiaro che si realizza sotto gli occhi di tutti: la distruzione del Movimento antiglobalizzazione, il Social Forum, il totale schiacciamento dei diritti fisici e intellettuali. Un movimento troppo pericoloso per la sua stessa natura, perché per la prima volta insieme protestavano anime totalmente differenti: Pax Christi e antagonisti, pacifisti e anarchici, cattolici e radicali. Voi g8, noi sei miliardi come recitava uno degli striscioni più noti di quei giorni. Un altro mondo appariva davvero possibile e forse per questo andava fermato.

Piazza Alimonda h 17.27. Ed è questo uno fra i più grandi rammarici della mia generazione: quelli del Social forum sono stati fra i giorni più belli della mia vita, persone totalmente differenti fra di loro che dialogavano e parlavano non per migliorare la propria condizione ma per creare le condizioni per l’esistenza di un mondo diverso, sostenibile, condiviso, umano. Ma alle 17.27 cambia tutto: vengono sparati due colpi di pistola e un ragazzo viene ucciso in piazza Alimonda. E per molti Genova, il Social Forum, il Movimento si ferma per sempre lì, in quel pomeriggio, in quella piazza, cristallizzato in quella foto che ritraeva un ragazzo in canotta bianca e passamontagna scaraventare un estintore contro un defender dei carabinieri. Un “atto di violenza individuale” come continua a dire, ancora dopo vent’anni, chi non c’era e chi non vuole conoscere la verità o piuttosto non vuole che venga conosciuta.

Le verità nascoste. Da svariate ore venivano massacrate, indiscriminatamente, persone inermi e indifese di ogni età che manifestavano pacificamente: ragazzi, ragazze, anziani, uomini, donne, ragazzini e ragazzine con meno di 16 anni; da circa 2 ore venivano sparati di continuo lacrimogeni ad altezza uomo, per questo motivo molti di loro si coprivano il volto per proteggere naso, occhi e bocca alla "men peggio" e con mezzi di fortuna dai gas nocivi che procuravano orticaria, problemi respiratori, forti bruciori agli occhi; da più di 2 ore vengono fotografati diversi carabinieri intenti a sparare ad altezza uomo colpi che, per puro caso, non feriscono nessuno; da più di 2 ore svariate camionette passavano a tutta velocità tra la folla che manifestava, zigzagando fra coloro i quali cercavo di sfuggire; da qualche minuto in Piazza Alimonda un defender dei CC è fermo seppur avesse dietro di sé una via di fuga di sette metri dal muro più vicino (come dimostrano svariate foto e video) e i manifestanti, fra i quali Carlo Giuliani, si trovano a circa 5 metri di distanza dalla stessa; da svariati secondi un carabiniere all'interno di quella stessa jeep impugna una pistola, puntandola ad altezza uomo verso i manifestanti; è soltanto allora che Carlo si china per prendere un estintore vuoto con l'intento forse di lanciarlo verso il carabiniere che avrebbe potuto sparare verso qualche manifestante; alle 17.21 viene esploso un colpo che colpisce al volto Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni con l'unica colpa di voler cercare di difendersi; da svariate ore, ovunque, manifestanti come Carlo venivano massacrati da carabinieri e poliziotti. Da 20 anni la maggior parte degli italiani e delle italiane parla a sproposito di Carlo Giuliani ignorando la montagna di prove foto e video che documentano i fatti, ma attenendosi a quell'unica ingannevole foto proposta da tutti i mass media per raccontare un'unica, sola versione distorta dei fatti.

Chi non sa nulla di Genova, taccia per favore. Ed è per questo che anch’io in quel pomeriggio mentre correvo disperato e mi fermavo terrorizzato perché mi accorgevo che la mia maglietta era zuppa di sangue e non volevo guardare perché avevo paura che fosse mio; mentre cercavo di telefonare alla mia mamma perché pensavo che sarei morto sicuramente, o mi avrebbero arrestato e non l’avrei più rivista e non avrei più potuto chiederle scusa per essere andato via senza tornare; mentre credevo di svenire ma cercavo di non farlo perché avevo paura che poi non mi sarei più svegliato; mentre mi domandavo perché tutto questo stesse accadendo, e mentre tutto questo accadeva, pensavo solo che, se avessi avuto una pistola, un fucile o un qualcosa di grosso, lo avrei raccolto e avrei cercato di difendermi o difendere quella povera ragazzina che stavano tirando per i piedi facendole sbattere la testa per terra, quella che non smetteva di sanguinare e urlare di terrore, pensavo che l’avrei raccolto, quell’oggetto, e l’avrei tirato con tutta la mia forza contro quegli animali. Perché in momenti come quelli puoi fare soltanto due cose: o scappi o ti difendi e non c’è giudizio su nessuna delle due. O scappi o ti difendi. Quindi, chi non sa nulla di Carlo Giuliani è meglio che taccia, per favore. Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire essere stato a Genova. Solo chi è stato a Genova sa cosa vuol dire mettersi a piangere senza motivo perché ti trovi in mezzo alla folla. Solo chi è stato a Genova può capire cosa vuol dire, anni dopo, sudare freddo, sentirsi male, avere nausea e vomito, solo perché dei carabinieri ti fermano di notte per un normale controllo di routine. Solo chi è stato a Genova conosce la differenza fra una mano che offende e la resistenza. Solo chi è stato a Genova sa cosa vuol dire Genova.

Vent’anni dopo. Sono passati vent’anni da quel 20 luglio del 2001, ho una ragazza, una bimba e un bimbo bellissimi, che sono un piccolo pezzo di quell’altro mondo che credevo e continuo a credere possibile, ma non c’è stato giorno in cui non abbia pensato anche solo per un istante che, se ci fossi stato io quel pomeriggio in piazza Alimonda forse non sarei scappato. Forse. Se ci fossi stato io quel giorno al posto di Carlo oggi non sarei qui a raccontare del mio piccolino grande e della mia piccolina piccola. Sono passati 20 anni e molti dei bambini e delle bambine che in quel luglio avevano pochissime primavere e in quell’estate giocavano a costruire castelli di sabbia, ora sono adulti, hanno poco di più vent’anni, l’età che avevo io durante i fatti di Genova, che aveva Carlo in quel 20 luglio. E la cosa che più mi ha commosso ed emozionato in questi giorni in cui ho riportato in scena il mio monologo sui fatti di quei giorni, è stato vedere tantissimi e tantissime giovani, applaudire in piedi a fine spettacolo ed aspettarmi per parlare ancora e abbracciarmi e ringraziarmi e parlare ancora. Perché alla fine, è vero, sono tantissime le persone che dopo quel pomeriggio non hanno mai più partecipato ad alcuna manifestazione, non hanno mai più preso parte ad alcuna attività politica o di piazza di nessun genere, ma che lo vogliate o no, nonostante tutto, siamo in tantissimi e tantissime a credere ancora che un altro mondo sia davvero possibile, anzi necessario. Non è vero che i ribelli muoiono a vent’anni anche quando non muoiono: non siamo la generazione che perso la voce, ci hanno strappato le corde vocali a mani nude. È vero, hanno ammazzato i nostri vent’anni e li hanno buttati per terra… ma un altro mondo è ancora possibile, cazzo se è possibile. Dammi tre parole: sole, cuore e amore. 

Il carabiniere che sparò al manifestante: "Non sono un carnefice". G8 di Genova, il padre di Carlo Giuliani: “Anche il carabiniere Placanica è una vittima”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Luglio 2021. A vent’anni dal G8, dai fatti di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani, parlano il padre del manifestante ucciso e l’uomo, il carabiniere che ha esploso due colpi verso il 23enne. Una sorta di incontro a distanza, quello proposto da AdnKronos in due diverse interviste. Giuliano Giuliani in qualche modo racconta come anche Placanica sia stato una vittima di quel caos, di quella tragedia. Però non ha intenzione né desidera incontrare l’ex militare Mario Placanica. Quest’ultimo invece vorrebbe. “Vorrei incontrare il papà di Carlo – ha confessato – per dirgli che mi dispiace, che io li sostengo. Anche se molti mi criticano dicendo che non posso sostenere chi ha cercato di ammazzarmi. Ma io sostengo la famiglia, perché nessuno sa che significa perdere un figlio”. Dal 20 al 22 luglio capi di Stato e di governo delle maggiori potenze mondiali si incontrarono a Genova. Furono giorni di manifestazioni e contestazioni, in maggioranza pacifiche, che finirono però nel sangue. Un luogo e una data nella storia della Repubblica Italiana con la quale il Paese non ha mai smesso di fare i conti. A 20 anni quel bagno di sangue è ricordato soprattutto per tre tragedie: le irruzioni alla scuola Diaz, le violenze alla caserma di Bolzaneto e la morte di Carlo Giuliani. Un manifestante che aveva 23 anni. Una foto lo riprese con il volto coperto da un passamontagna mentre solleva un estintore davanti a una Land Rover Defender dei carabinieri. Piazza Alimonda. Era il 20 luglio ed era puro caos. Placanica aprì il fuoco. Giuliani non ebbe scampo. Il carabiniere è stato prosciolto sia dalla giustizia italiana che da quella europea: legittima difesa.

Il dolore di Giuliano Giuliani. “In qualche modo sono entrambi delle vittime – ha detto Giuliano Giuliani all’AdnKronos – anche perché io, se devo fare l’elenco dei responsabili dell’omicidio di Carlo, Placanica lo colloco all’ultimo posto. Al primo ci sono quelli che comandavano quel reparto, i due carabinieri ufficiali, che poi hanno fatto una carriera spettacolosa, e il vicequestore che per la polizia ‘associava’ il reparto. Perché la domanda ovvia è questa: se la camionetta viene assaltata, per usare una parolona, da cinque, sei, sette ragazzi, è possibile che a nessuno di quelli che comandavano sia venuto in mente di dire ai cento carabinieri che stavano a 10 o 15 metri di distanza, ‘andiamo a difenderla’? E allora i primi responsabili dell’omicidio di Carlo sono proprio coloro che comandavano quel reparto”. Per il padre del manifestante morto “é una stupidaggine” che i fatti della Diaz e di Bolzaneto e la morte di Giuliani abbiano causato una rimozione del ricordo delle violenze dei manifestanti. “La città è stata messa a ferro e fuoco da gruppetti di due o tre persone alla volta, i cosiddetti Black Bloc, che vengono lasciati liberi di farlo. Ci sono le telefonate, non soltanto della polizia e dei carabinieri, ma di moltissimi cittadini che denunciano questa cosa e che allarmati e anche un po’ arrabbiati indicano dove si trovano i violenti, ma poliziotti e carabinieri, a poca distanza, non intervengono. L’ordine era di lasciarli fare perché così aumentava nella popolazione, molto ingenua e in qualche caso persino stupida, la convinzione che quelli fossero i violenti che avevano organizzato le manifestazioni. E a nessuno è venuto in mente di dire che un indegno reparto che attaccò senza nessuna ragione il corteo delle Tute bianche, che era autorizzato e non aveva fatto assolutamente nulla di illecito. Un chilometro prima che arrivasse a Brignole venne assaltato, e lì cominciarono i disastri che portarono all’assassinio di Carlo”. A Mario Placanica Giuliano Giuliani non direbbe assolutamente niente, neanche oggi. “Per carità, non voglio fare questi incontri, la cosa non mi interessa. Io vorrei soltanto che i responsabili rispondessero finalmente delle loro colpe, e invece non è così. Sono tutti stati promossi. C’è persino un ufficiale che in un processo ai manifestanti è venuto a testimoniare parlando di ‘guerra’. L’avvocato lo ha interrotto facendogli notare che non si parla di guerra, ma di ordine pubblico, e l’ufficiale è arrivato a dire che ‘guerra’ e “ordine pubblico” sono la stessa cosa e cambiano solo gli strumenti dell’offesa. Ecco, quest’ufficiale non è stato sottoposto a un esame psichiatrico, no, è stato promosso. Così come molti dei condannati. Voglio ricordare che uno dei presidenti del Consiglio che passò per essere una delle persone più sobrie, parlo di Mario Monti, nominò uno di quelli responsabile all’interno del ministero. Robe penose, molto penose, che testimoniano di uno Stato che deve fare ancora tanta strada per essere uno Stato degno di questo nome”.

La versione di Placanica. “Quel giorno per me resta un trauma, trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Io non sono un carnefice, non sono un giustiziere. Quel giorno io non avevo la pistola per Mario Placanica, ce l’avevo per l’Arma dei carabinieri, per lo Stato italiano”, ha detto all’AdnKronos l’ex carabiniere ausiliario che ha appena pubblicato un libro – Mario Placanica, il carabiniere distrutto dall’ “atto dovuto” –  scritto con il carabiniere in congedo Andrea di Lazzaro (che ne è anche l’editore). “Quel giorno le cose si erano messe male – racconta Placanica all’AdnKronos – l’unico mezzo che avevo per allontanare chi ci stava aggredendo era la pistola. Io mi ritengo assolto, perché non ho sparato prendendo la mira. Io sono un bravo ragazzo, non un giustiziere. E forse lo era anche Carlo Giuliani. Io non ho colpe, non me le sento addosso, ma sono stato trattato peggio di Riina. Ma io ero un appartenente allo Stato, non ero Riina. Mi sono sentito abbandonato, nessun superiore ha salvaguardato il mio essere carabiniere, c’è stato solo silenzio. Mi sono sentito una pedina”. Placanica, poi, si commuove: “Io provo dolore, provo dolore perché quella divisa ancora sogno di portarla addosso. Ero gli ultimi degli ausiliari, ma quella fiamma me la sento accesa, ero motivatissimo”.

20 anni dopo. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha ieri dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da alcuni poliziotti condannati per l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Dopo la morte di Carlo Giuliani il G8 non si fermò e fu portato a termine tra altri disordini. Il 21 luglio le irruzioni alle scuole Diaz e Pascoli. Violenze e arresti che sarebbero stati condannati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo come tortura. Solo dieci i manifestanti condannati dopo i tre gradi di giudizio per devastazione e saccheggio per un totale di 98 anni e 9 mesi di carcere.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da tg24.sky.it il 19 luglio 2021. Se avessi voluto uccidere, dalla mia pistola sarebbero volati almeno 15 colpi. Invece ne ho sparati solo due per difendermi, per allontanare i manifestanti e perché ho avuto paura". A vent'anni dai tragici fatti del G8 di Genova, Mario Placanica, nell'intervista rilasciata a Ketty Riga, ricorda la guerriglia urbana che il pomeriggio del 21 luglio 2001 culminò poi nella morte di Carlo Giuliani. Oggi Placanica è un uomo di 40 anni, segnato profondamente da quel terribile evento: esonerato dall'Arma dei Carabinieri, nel processo che lo vedeva indagato per omicidio è stato prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. "Il mio più grande rammarico - aggiunge -  è non aver saputo subito cosa fosse successo". "Altrimenti mi sarei messo il casco, sarei sceso dal Defender e avrei prestato soccorso a Carlo Giuliani: io ero lì non solo con la pistola, ma anche come volontario della Croce Rossa e avrei potuto fare qualcosa". Poi rivolgendosi ai genitori di Carlo Giuliani, dice: "Starò sempre dalla loro parte, comprendo il loro dolore, ma io non sono un assassino".

Placanica, il carabiniere che sparò a Giuliani: «Ho stretto la mano al padre di Carlo». Il Quotidiano del Sud il 20 luglio 2021. Ne’ CHI ha sparato, né chi manifestava contro il G8 con un estintore in mano a sei metri da lui, è mai stato in carcere. Né Mario Placanica, carabiniere ausiliario prosciolto dall’accusa di omicidio, né Carlo Giuliani, ragazzo rimasto ragazzo perché il 20 luglio del 2001 morì. Ma uno dei due dice di essere finito dentro lo stesso. In una prigione più solitaria e più scura.

“Vivo buttato come una cosa abbandonata”. “Io sono morto da quel giorno come Giuliani. Sono un uomo di 40 anni che vive buttato come una cosa abbandonata. Senza amici, li cerco su Facebook ma i loro nomi non li trovo più. Senza lavoro. Senza sbocchi”. Raggiunto al telefono dall’AGI nella sua abitazione di Catanzaro, Placanica si scusa per la voce roca, che, quando parla della sua condizione attuale, si tramuta in pianto: “Ho fumato tutta la notte perché non riuscivo a dormire. Sono giorni ancora più difficili, questi”. Stride il racconto di una vita immobile e “muta” rispetto alle sirene di piazza Alimonda, ai colpi che esplodono, alle immagini che atterrirono il mondo, preludio al rumore dei manganelli sulle ossa della notte alla Diaz. L’ex carabiniere, poi impiegato al catasto per qualche anno, è in sedia a rotelle, dopo un incidente d’auto. “L’unica distrazione che ho è guardare mio zio che annaffia le piante alle 4 e 30 del mattino. Che devo fare? Non lavoro dal 2014. Ero in graduatoria per un posto al Ministero dell’Interno ma poi sono stato dichiarato inabile. E da inabile, a differenza che da invalido civile, non posso avere un impiego pubblico. Sono bravino col computer, anche se ora pure la vista mi sta lasciando. Mi bruciano gli occhi perché sto troppo tempo davanti allo schermo”.

“Al papà di Carlo ho stretto la mano”. Per un periodo è stato in comunità, “i miei genitori mi hanno messo lì per aiutarmi a uscire dalla depressione, mi sentivo un po’ meglio”. Poi la prigione si è riaperta, c’è entrato anche il dolore per la scomparsa del padre: “E’ morto l’anno scorso, giovanissimo. Nei giorni successivi ho aspettato che si presentasse un rappresentante dello Stato, uno qualsiasi. A dirmi: “Signor Placanica, non si preoccupi, siamo con lei”. Bastava che suonasse anche un vigile del Comune. Ho sofferto tantissimo che nessuno abbia bussato”. Su Carlo Giuliani, sulla sua famiglia, sul loro di dolore Placanica si esprime in modo chiaro, netto: “Quello che è successo al G8 è stata una cosa molto brutta, eravamo due ragazzi che portavamo ideali diversi, ma due ragazzi. Io servivo lo Stato, Giuliani manifestava. Soffro pensando a Carlo, aveva 20 anni come me. Ho incontrato Giuliano (il padre di Carlo, lo chiama per nome, ndr) due volte, per caso o forse perché aveva organizzato la moglie, alla stazione Termini. Ci siamo stretti la mano. Ma sento di avere il dovere di incontrare anche la mamma”. “Per chiedere scusa, ma non perché sono un assassino – sottolinea – io non lo sono. Ho creduto che fosse impossibile difendermi e ho sparato due colpi in aria. Non mi rendevo conto di quello che stava accadendo, avevo 20 anni”.

“Vorrei tanto tornare a lavorare”. Una perizia ha stabilito che uno di quei due proiettili sarebbe stato deviato da un calcinaccio trafiggendo Carlo Giuliani. L’indagine su di lui si è chiusa presto, non è mai diventata processo. “Sono stati celebrati tanti processi sul G8 ma ci sono dei colpevoli mai scovati e mai andati a giudizio e nemmeno individuati in tutte le commissioni d’inchiesta in Parlamento. Sono persone ancora nell’Arma, sono quelli che sapevano e stanno in silenzio da 20 anni”. La versione di Placanica è contenuta in un libro appena uscito scritto dal suo collega Andrea Di Lazzaro. Si intitola “Distrutto dall’atto dovuto”. In fondo alla sua prigione l’ex ragazzo che sparò, e che ora dice “non mi va bene un giorno che sia uno, nella mia vita”, si nutre ancora di un velo di speranze. “Vorrei girare un po’ per parlare di questo libro e vorrei lavorare. Vorrei tanto che qualcuno mi aiuti a uscire da qui dandomi una possibilità”. 

La maglia del papà: "Beato chi crede nella giustizia perché verrà giustiziato". Morte Carlo Giuliani, blitz di Manu Chao in piazza Alimonda: “Mai smettere di denunciare barbarie polizia”. Redazione su Il Riformista il 20 Luglio 2021. Bandiere rosse e oltre mille persone per ricordare alle 17.27 in piazza Alimonda a Genova il 23enne Carlo Giuliani, ucciso dall’ex carabiniere Mario Placanica, all’epoca dei fatti 21enne, nel corso delle manifestazioni contro il G8. A distanza di venti anni da quel drammatico 20 luglio 2001, il papà di Carlo, Giuliano Giuliani ha preso la parola per ricostruire la dinamica di quel giorno e chiedere quindi a tutti un minuto di silenzio seguito da applausi e commozione. Il genitore indossa una maglietta con la scritta “beato chi crede nella giustizia perché verrà giustiziato” e nel corso del suo discorso ha ricordato che il figlio Carlo “ha visto la pistola puntata e caricata (da parte di Placanica che si trovava a bordo del defender) raccoglie l’estintore da terra per cercare di disarmare. Compie, secondo me, un gesto di difesa, ma non fa a tempo perché dalla pistola partono due colpi e il primo proiettile s’infila nella faccia di Carlo, sotto l’occhio”. Poi è partito il coro “Carlo è vivo e lotta insieme a noi”. Uno striscione chiede la “libertà per Luca” (Finotti), ultimo ancora in carcere perché condannato per i reati di “devastazione e saccheggio”. Un altro striscione, in inglese, richiama la parola d’ordine di vent’anni fa “un altro mondo è ancora possibile”. Poco prima delle 16 sul palco era salito per un breve saluto per Carlo, anche Manu Chao, che a vent’anni dal celebre concerto che fece il 19 luglio 2001 ha replicato ieri sera ai Giardini Luzzati di Genova. C’è un anche lunghissimo striscione a ricordare le tante “vittime dello Stato”, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, da Stefano Cucchi a Giuseppe Pinelli, da Giorgiana Masi a Serena Mollicone.

Il blitz di Manu Chao. Sul palco allestito in piazza Alimonda si sono alternati Malasuerte, Cisco (ex voce dei Modena City Ramblers), Alessio Lega e l’Orchestrina del Suonatore Jones. Ma alle 15.30 ecco il blitz che non t’aspetti: a sbucare dal retro è l’artista francese (con origini spagnole) Manu Chao che sale sul palco, saluta la famiglia di Carlo Giuliani e il suo maestro storico, Don Andrea Gallo, poi intona Clandestino così come accaduto 20 anni fa e la piazza si scatena. “In questo giorno speciale, continuiamo a ricordare e a denunciare le barbarie della polizia a Genova nel 2001. Un abbraccio forte alla famiglia di Carlo Giuliani e al mio grande amico e professore di lotta Don Andrea Gallo. Sempre grato di averti conosciuto” scrive l’artista sui social.

La tragedia di Piazza Alimonda. Chi era Carlo Giuliani, il manifestante 23enne ucciso al G8 di Genova nel 2001. Antonio Lamorte su Il Riformista il 19 Luglio 2021. “Carlo Giuliani Ragazzo” recita il cippo in un’aiuola in Piazza Alimonda a Genova. E una data: 20 luglio 2001. È l’unica traccia in città del G8 del 2001, un luogo verso il quale la storia d’Italia continua a fare i conti anche dopo vent’anni. “Genova”, per tanti, per una generazione almeno, è diventata soprattutto quei giorni. Giuliani morì, colpito da un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica. Fu il picco ma non il culmine delle violenze di quel G8: nei giorni seguenti vennero i fatti della Scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Il G8 era previsto dal 19 al 22 luglio del 2001. Quattro giorni di riunione dei capi dei maggiori Paesi industrializzati. Il Presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. I manifestanti arrivarono da tutta Italia, da tutta Europa, da tutto il mondo. La sigla Genoa Social Forum riuniva associazioni anche molto diverse che operavano in campi diversi. Ambientalismo, anticapitalismo, anarchismo, sinistra radicale, no-global, organizzazioni contro le multinazionali e la grande finanza mondiale. “Un altro mondo è possibile”, uno slogan per tutti. Il movimento no-global era noto anche come “popolo di Seattle” dopo il G8 di due anni prima negli Stati Uniti. Anche in quel caso si erano verificati scontri. C’era anche il Blocco Nero, più noto come “Black Bloc”: più che manifestanti agitatori, che prendono nome da una tattica di protesta violenta. E quindi il clima era molto teso già prima che cominciasse il vertice. I primi cortei la mattina del 20 luglio. Pacifici. La situazione però cambiò rapidamente. Fecero il giro del mondo le immagini di manifestanti in fuga, insanguinati, e delle cariche violente delle forze dell’ordine. Lanci di oggetti e lacrimogeni. I Black Bloc cominciarono quasi subito con atti di vandalismo, attaccando banche e supermercati, picconando l’asfalto e i marciapiedi per fare scorta di pietre e sassi. Poliziotti e carabinieri sono stati accusati di aver lasciato fare i gruppi violenti e di aver attaccato duramente i cortei pacifici. Una delle cariche più violente dell’Arma si abbatté sul corteo di circa 45mila persone su via Tolemaide. Due ore di guerriglia. Un gruppo di carabinieri si trovò in piazza Alimonda muovendosi da una strada laterale, via Caffa, verso il fianco di uno dei cortei più grandi che era stato autorizzato dalle autorità. I militari erano pochi, indietreggiarono, mentre i manifestanti li inseguivano. Piazza Alimonda divenne un vicolo cieco. Due fuoristrada non blindati restarono bloccati. Tafferugli, barricate, lancio di oggetti. I defender non avrebbero dovuto trovarsi lì – avevano solo funzione di supporto – e furono presi d’assalto. Uno dei due restò intrappolato tra un cassonetto della spazzatura e la folla. All’interno il carabiniere Mario Placanica, 20 anni. Raccontò di essere andato nel panico, di aver estratto la pistola d’ordinanza e di aver minacciato i manifestanti che circondavano il veicolo. Una foto fece il giro del mondo: Carlo Giuliani, con il volto coperto da un passamontagna, che solleva un estintore verso la camionetta e sullo sfondo Placanica con l’arma in mano. Il militare sparò due colpi. Erano le 17:27. Giuliani era figlio di Giuliano Giuliani e Adelaide Cristina Gaggio. Entrambi militanti, insegnante e sindacalista. Era nato a Roma nel 1978. Si era diplomato al liceo scientifico e si era iscritto alla facoltà di storia. Aveva svolto il servizio civile presso Amnesty International a Genova ed era volontario dell’Anlaids, l’Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids. Aveva un costume sotto i pantaloni perché inizialmente il 20 luglio doveva andare al mare. “Intorno alle 15:00 del pomeriggio era a Piazza Manin – ha raccontato la sorella Giuliani a Limoni, podcast di Internazionale di Annalisa Camilli – Dove c’era il presidio pacifico della Rete Lilliput, che viene caricata a manganellate dalla polizia. Carlo presumibilmente prende lì le prime botte. Poi scende in zona Brignole e via Tolemaide e si incrocia con il corteo che già da ore è stato caricato da carabinieri e polizia”. Il primo dei proiettili esplosi da Placanica colpì Giuliani alla testa. La camionetta passò due volte sul corpo del manifestante, in retromarcia e poi per ripartire. Il 23enne era già morto quando l’ambulanza arrivò sul posto. Alle 18:00, nella prima conferenza stampa delle forze dell’ordine, la polizia parlò di un manifestante spagnolo probabilmente ucciso da un sasso. Si sarebbero inseguite e arricchite negli anni anche teorie alternative, depistaggi. Il frammento di proiettile che attraversò il cranio di Giuliani per uscire dall’altra parte non fu mai recuperato. Neanche la traiettoria del proiettile è mai stata chiarita del tutto. La famiglia ha sostenuto per anni che il colpo era stato esplicitamente mirato. La versione processuale parla di un sasso che intercetta il proiettile e lo devia sul volto del 23enne. Un’altra teoria solleva l’ipotesi del manifestante ferito con una pietra, appositamente, quando è già a terra, per mettere in atto un depistaggio. “Non so se sia stato colpito con un sasso – raccontò Bruno Abile, fotoreporter francese, collaboratore dell’agenzia Sipa Press, a Repubblica, presente in Piazza Alimonda – Di sicuro, perché l’ho visto con i miei occhi, un poliziotto o un carabiniere lo colpì con un calcio in testa quando era già morto. Ho fotografato l’ufficiale nell’istante di ‘caricare’ la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore”. Le sue due macchine fotografiche sarebbero state distrutte dagli agenti.

Il processo. Nessun agente è stato indagato o processato per la conduzione dell’azione in piazza Alimonda o per il presunto depistaggio. Mario Placanica è stato prosciolto in fase istruttoria dall’accusa di omicidio colposo: legittima difesa. L’archiviazione cita la perizia che sostiene che il proiettile, prima di colpire Giuliani, venne deviato da un calcinaccio tirato in aria. “Il carabiniere non poteva agire diversamente perché l’aggressione al defender era violenta e virulenta, quindi Placanica aveva la giustificata percezione di essere in pericolo di vita”, recita la richiesta di archiviazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale la famiglia Giuliani aveva fatto ricorso, ha accolto la ricostruzione italiana in merito ai fatti specifici della morte, ma ha criticato la gestione dei sistemi di sicurezza attorno al vertice da parte dell’Italia. La Corte ha disposto un risarcimento di 40.000 euro ai familiari di Giuliani a carico dello Stato italiano e ha assolto lo stato italiano con sentenza definitiva nel 2011. Placanica è stato dimesso dall’arma dei carabinieri nell’aprile 2005, perché valutato non idoneo al servizio, “per infermità dipendente da causa di servizio”, e per tale ragione “reimpiegabile nei ruoli civili dello Stato”. Placanica fece ricorso al TAR chiedendo una nuova perizia che lo dichiarò mentalmente sano. L’ex militare negli anni ha offerto versioni contrastanti, tra le quali quella secondo la quale non fu l’unico a sparare. “Quel giorno per me resta un trauma, trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Io non sono un carnefice, non sono un giustiziere. Quel giorno io non avevo la pistola per Mario Placanica, ce l’avevo per l’Arma dei carabinieri, per lo Stato italiano”, ha detto all’AdnKronos aggiungendo di essersi sentito “una pedina” e di voler incontrare la famiglia di Giuliani.

La famiglia. La famiglia non ha mai creduto alla versione ufficiale. “Un perito inventa lo sparo per aria deviato dal calcinacci – ha detto Giuliano Giuliani, padre di Carlo, a La Repubblica – La pistola è assolutamente parallela al suolo. Due foto dimostrano una pietra distante tre metri da Carlo moribondo ancora, e una successiva la pietra sporca di sangue vicino alla testa di sangue. È la chiara pietrata sulla fronte di Carlo per mettere in atto quello sporco tentativo di depistaggio che avviene un attimo dopo”. La giudice Daniela Canepa ha respinto questa tesi come “una pura congettura senza nessun elemento probatorio a suo sostegno”. Giuliano Giuliani ha detto quindi all’AdnKronos: “In qualche modo sono entrambi delle vittime anche perché io, se devo fare l’elenco dei responsabili dell’omicidio di Carlo, Placanica lo colloco all’ultimo posto. Al primo ci sono quelli che comandavano quel reparto, i due carabinieri ufficiali, che poi hanno fatto una carriera spettacolosa, e il vicequestore che per la polizia ‘associava’ il reparto. Perché la domanda ovvia è questa: se la camionetta viene assaltata, per usare una parolona, da cinque, sei, sette ragazzi, è possibile che a nessuno di quelli che comandavano sia venuto in mente di dire ai cento carabinieri che stavano a 10 o 15 metri di distanza, ‘andiamo a difenderla’? E allora i primi responsabili dell’omicidio di Carlo sono proprio coloro che comandavano quel reparto”. Giuliano Giuliani ha detto di non essere interessato a incontrare l’ex carabiniere Placanica.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli. 

Parla il leader dei Cobas. “Al G8 di Genova esplose un nuovo ‘68, poi la truffa 5S ha rovinato tutto”, intervista a Piero Bernocchi. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 17 Luglio 2021. Vent’anni fa, 20 luglio 2001, Genova. La Diaz. Piazza Alimonda, con l’omicidio di Carlo Giuliani. Ma soprattutto 250.000 persone che sfidano un po’ tutti, i partiti, i sindacati, la polizia. E invocano per la prima volta nell’era digitale un mondo unito nella lotta alle diseguaglianze. Ne parla con il Riformista il portavoce nazionale della Confederazione Cobas Piero Bernocchi, che torna a organizzare la piazza e prepara per ottobre la ripartenza di un movimento unitario della sinistra antagonista.

Come è nata la passione politica?

Nel 1968, ma ho iniziato prima: nel 1965 feci un giro d’Europa in autostop ed entrai in contatto con i primi movimenti anticapitalisti. Gli algerini che protestavano in Francia, il movimento alternativo in Olanda che occupava le case.

La scintilla?

Alla Sapienza, quando Paolo Rossi, militante socialista della lista Gogliardi e autonomi, venne spintonato dai fascisti mentre distribuiva volantini all’ingresso di Lettere. Cadde giù dai quattro metri di scalinata e morì. Io decisi in quel momento di dovermi impegnare.

E poi il mito di Che Guevara.

Una storia unica: un rivoluzionario che vince. E prima ancora: un medico argentino che veste i panni del rivoluzionario e si dedica alla guerriglia non perché costretto, ma perché decide che quello è giusto. E dunque lascia il suo appartamento, il suo lavoro, le abitudini borghesi per dedicarsi alla difesa di un ideale e degli oppressi.

Lei è stato un leader di una stagione allergica ai leader, il Sessantotto?

Di seconda fila. Ma ero un punto di riferimento perché guidavo la rivolta nella facoltà di ingegneria, che era la più controllata. C’era una quadratura su tutto, l’obbligo di frequenza, la distanza dai temi politici. Io rovesciai il quadro.

Gliela fecero pagare?

Eccome, appena i professori ripresero il comando me ne sono dovuto andare a Matematica. Poi capii che andare a insegnare mi avrebbe consentito anche di fare politica.

Come definirebbe il 1968?

La novità assoluta del mettere insieme pubblico e privato e che ti fa vivere come mai prima le cose del mondo.

Sembra la definizione dei social network.

Fu una illuminazione. La sensazione di poter toccare con mano un mondo che prima sembrava più distante. Ma c’è un senso nella sua provocazione: una volta si tolga la curiosità di andare a vedere i giornali dal 1967 in poi, dipingevano quei giovani che noi oggi raccontiamo con tanto impegno come dei perdigiorno, come delle anime perse dedicate alla musica, alle distrazioni, alla droga. La puzza sotto al naso che sempre le generazioni precedenti hanno verso le successive.

Fu soprattutto la sinistra a capire con ritardo l’essenza dei movimenti.

C’erano stati fino ad allora solo militanti ortodossi, che vivevano L’Unità, la festa de L’Unità, i riti di partito, i congressi come espressione unica della politica. Ritualità estranea ai giovani del 1968. E la stessa cosa è successa nel 2001. Quando è arrivata la rivolta di Genova nessuno ne aveva saputo cogliere i segnali.

Ci sono momenti in cui la storia prende a correre.

E quello fu il periodo 1965-1969, che noi riassumiamo con ’68. Accadevano contemporaneamente i più grandi sconvolgimenti: la decolonizzazione e le lotte di liberazione in Africa e Asia, la guerra del Vietnam, le tensioni razziali negli Stati Uniti… il mondo intero era in ebollizione. E uno da solo non ci avrebbe capito niente. Per quello si cercava di immergersi in un flusso di idee, di persone, di emozioni che era appunto il movimento che aiutava anche a comporre una visione organica, strutturale dell’enorme mole di eventi che vedevamo prodursi sotto ai nostri occhi.

La visione creava uniformità, forse anche settarismo, o no?

Questo è un paradosso vero. Si finiva per essere schiavi della collettività, si leggeva per forza il mondo in un certo modo. Si era anticonformisti fuori e conformisti dentro. Abbiamo iniziato il movimento come evoluzione della tradizione anarchica e l’abbiamo ricondotto al socialismo reale, con le stesse dinamiche di gruppo, di gerarchia, di organizzazione. Ci siamo messi infine in competizione con il Pci per fare a gara a chi era più comunista.

Quanto è durato davvero il ’68?

L’eterogeneità, la partecipazione, la diffusione è stata vasta. È partito tutto nel 1965, è finito nel 1977 e poi con il rapimento Moro. Solo a quel punto si può dire finito il movimento iniziato dieci anni prima. E poi è riemerso nel 2001…

Un attimo, i fatti di Genova non sono un movimento storico.

Vanno però inseriti in un flusso. C’è chi dice che Genova è stata un ’68 durato 48 ore. In realtà la traccia internazionale di Genova è che sull’onda di quel movimento, e dunque di Porto Alegre, si costruisce un movimento internazionale coordinato stabilmente. Nel ’68 non c’era un collegamento tra i movimenti dei diversi Paesi. Da Genova in poi c’è.

E dunque da piazza Alimonda alle piazze del mondo?

Esattamente. Da settembre successivo si riprende con più energia di prima, con tanta rabbia. A gennaio 2002 andiamo a Porto Alegre, per il Forum mondiale e vediamo esaltare l’esperienza italiana. Si decide di partire con un Forum Europeo che doveva essere assegnato alla Francia e invece viene assegnato all’Italia, lo organizziamo a Firenze. E lì convogliamo tutti, portiamo 700.000 persone vere, cioè il triplo di Genova, e soprattutto con un clima completamente cambiato. A febbraio 2003 il New York Times assegna al Social Forum il titolo di seconda potenza mondiale, ovvero di contraltare naturale dell’imperialismo americano. Naturalmente una iperbole, ma non priva di realtà.

C’è qualche successo che rivendica per i Forum mondiali?

Abbiamo fatto un lavoro unico sulla pace, sul disarmo, sullo sviluppo dei paesi emergenti. La conquista di cambiamenti di governo importanti in America Latina (penso a Maduro, anche se poi non ci ha più convinto) e le Primavere arabe sono figlie di questo processo di contaminazione globale.

A proposito di contaminazione globale, ha scritto un libro anche sulla pandemia.

Dove dico che non ne usciremo migliori: l’uomo è un animale sociale, isolare gli individui e regnare con la paura non ha mai reso migliore una società.

Perché sono nati i Cobas?

Siamo nati per dare una risposta ai conflitti sociali, per stare sulla tutela del lavoro e sulla missione educativa in modo organico e per provare ad alimentare una sinistra lontana dalla tentazione, incarnata da Fausto Bertinotti, di “portare il movimento operaio nella stanza dei bottoni”. Si era illuso Nenni molto prima, Bertinotti trent’anni fa. Crediamo piuttosto di dover agire con una iniziativa sociale e culturale, fatta di informazione, formazione, tutela dei diritti a partire da quelli dei lavoratori e dei più fragili.

Il Movimento 5 Stelle nasce anch’esso dalle delusioni a sinistra?

Nasce dal fallimento del governo Prodi e dall’incapacità della sinistra italiana di dare risposte nuove a problemi nuovi. Grillo si inserisce in un vuoto di rappresentanza e pesca a piene mani anche da ex sessantottini delusi e disorientati. Ma non nasce per caso.

Cosa intende dire?

Noi celebriamo il decennale dei fatti di Genova nel 2011 e portiamo in piazza 300 mila persone, tutte coalizzate contro Berlusconi e per una nuova sinistra. Arrivati a Genova, c’è chi spacca l’unità in nome di vecchie diatribe. E dal giorno dopo dilagano i Cinque Stelle. Berlusconi era già alla fine, il centrosinistra era impantanato. E abbiamo visto questo movimento sorgere dal nulla con una piattaforma informatica fortissima e un programma studiato a tavolino per inglobare pezzi di sinistra e di destra: la sovranità alimentare, l’acqua pubblica, le questioni dell’agricoltura biologica erano estranee alla sinistra tradizionale, combinate sapientemente con i temi legalitari e in qualche caso securitari.

Un cavallo di Troia per prendere a sinistra e portare a destra?

Sì, assolutamente. In realtà erano già di destra, hanno cavalcato un impianto ibrido per portare il nuovo Qualunquismo sulle piattaforme social e mescolare le carte di destra e sinistra.

Sulla giustizia hanno fatto strame di ogni valore garantista della Costituzione.

Ne hanno stravolto il senso. Hanno ereditato una visione antipolitica di destra e l’hanno data in pasto alla gente, come dicevo.

Gli ultimi degli ultimi in Italia sono i detenuti, sono un suo tema?

Centrale. Dobbiamo far ripartire una battaglia sulla giustizia per gli ultimi. Lo facciamo con il Centro Studi Scuola Pubblica, Cesp, che noi abbiamo iniziato a far lavorare nelle carceri. Nelle case di detenzione ci rendiamo conto della repressione vera. Abbiamo una rete di 62 scuole nelle carceri. In alcune carceri riusciamo a lavorare nelle biblioteche e nelle palestre. Veniamo a conoscenza di notizie non molto diverse da quelle di Santa Maria Capua Vetere; se avessi un video per ogni volta che un carcerato mi ha raccontato di pestaggi, avrei potuto far aprire non so quante inchieste.

Da dove riparte la mobilitazione?

Oggi vogliamo riproporre un nuovo appuntamento per il Forum mondiale con la premessa che la pandemia ha creato nuove povertà e maggiori diseguaglianze. C’è una sensazione di impotenza che ci mette davanti al dato che nessuno da solo può fare cose significative. Diamo un appuntamento alla mobilitazione internazionale per il 30 ottobre a Genova. Abbiamo creato una alleanza globale che abbiamo chiamato Recovery Planet, che ha presentato una piattaforma per il XXI secolo. Diamo un segnale quel giorno, con attenzione. Iniziamo insieme, e se decidiamo di fare percorsi diversi facciamolo senza farci la guerra. È un lavoro complicato per l’Italia, dove c’è il modello del partito unico e del sindacato unico, a sinistra. Invece manteniamo le diversità, le peculiarità, e proviamo a unirci nel momento giusto.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

“Al G8 di Genova. Genova 2001, dopo vent'anni parla Paolo Cremonesi: "Io, medico in prima linea, ho visto il massacro. Quel G8 fu una follia”. Massimo Calandri il 19 luglio 2021 su La Repubblica. Nella scuola Diaz ha tamponato il sangue e steccato le fratture di quei poveretti. Per tutto questo tempo ha scelto il silenzio perché non voleva "essere usato". Oggi racconta: "Raccolsi il bossolo che uccise Giuliani, ma nessuno mi ascoltò". Il dottore c'era. Sempre. Ha visto tutto, durante il G8. In piazza Alimonda ha raccolto il bossolo del proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. Nella scuola Diaz ha tamponato il sangue, steccato le fratture di quei poveretti: "Non andranno in carcere". Aveva soccorso i pacifisti caricati dalle forze dell'ordine nel corteo di corso Italia: "C'erano anche delle suore, delle nonne".

Massimo Nucera, agente del Reparto Mobile raccontò di essere stato assalito. Ma quegli squarci sul giubbotto erano opera sua. La Repubblica il 17 luglio 2021. Quello squarcio sul giubbotto avrebbe dovuto rappresentare la prova dell'aggressione, violenta e feroce, subita all'interno della scuola Diaz. Tale da giustificare una reazione ancora più brutale. Ma Massimo Nucera, agente scelto del Nucleo speciale del VII Reparto Mobile di Roma, quella coltellata alla giacca se l'era inferta da solo. E Maurizio Panzieri, allora Ispettore capo dello stesso Nucleo speciale, aveva firmato un verbale chiaramente fasullo, per avvalorarne la tesi. Entrambi erano stati condannati a 3 anni e 5 mesi di cui tre condonati. E avevano deciso di presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Istanza respinta proprio in queste ore, a vent'anni dal massacro con cui si chiuse il G8 genovese, Stessa sorte anche per i ricorsi presentati da Angelo Cenni, uno dei sette capisquadra del VII Nucleo del Reparto Mobile di Roma e da due suoi colleghi, capisquadra anch'essi. Nel ricorso presentato dal legale di Nucera e Panzieri si sottolineava che "l'esame condotto dalla Cassazione non è stato effettivo ed equo" e si accusa la Corte di non avere tenuto in considerazione la controversa perizia di Carlo Torre, Professore di Medicina Legale a Torino (lo stesso che si occupò della morte di Carlo Giuliani), che giudicò i tagli compatibili con l'ultima ricostruzione effettuata da Nucera davanti ai giudici.  Il difensore di Cenni sosteneva anche che l'intero processo fosse "basato su un materiale probatorio carente e lacunoso". Per Nucera e Panzieri la Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto che gli imputati abbiano "potuto presentare le sue ragioni in tribunale alle quali è stata data risposta con decisioni che non sembrano essere arbitrarie o manifestamente irragionevoli, e non ci sono prove che suggeriscano il fatto che il procedimento è stato ingiusto. Ne consegue che queste accuse sono manifestamente infondate" e quindi ha dichiarato il ricorso irricevibile". Per il caposquadra Cenni e i suoi due colleghi, la Corte Cedu "ritiene che i fatti presentati non rivelino alcuna apparenza di violazione dei diritti e delle libertà enunciati nella Convenzione o nei suoi protocolli". Accuse "manifestamente infondate" e quindi la Corte "dichiara il ricorso irricevibile". Restano ancora pendenti, e già dichiarati ammissibili, i ricorsi di alcuni dirigenti di polizia condannati sempre per l'irruzione alla Diaz come l'ex capo dello Servizio Centrale Operativo, Francesco Gratteri e Filppo Ferri, ex capo della Squadra mobile di Firenze.

 Claudio Del Frate per il Corriere della Sera il 17 luglio 2021. A venti anni esatti dal G8 di Genova e nel giorno in cui le violenze di quei giorni tornano a essere al centro di discussioni e rievocazioni, la Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha chiuso definitivamente il capitolo processuale: è stato infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato da alcuni poliziotti condannati per l’irruzione alla scuola Diaz, uno degli episodi più sanguinosi legato alle manifestazioni del 2001. Gli agenti si erano appellati alla Cedu ritenendo che il processo a cui erano stati sottoposti sia stato ingiusto per aver violato alcune norme contenute nella Convenzione per i diritti umani. «Alla luce di tutte le prove di cui dispone - si legge nella sentenza -, la Corte ritiene che i fatti presentati non rivelino alcuna apparenza di violazione dei diritti e delle libertà enunciati nella Convenzione o nei suoi Protocolli». Ne consegue che le «accuse» mosse dai ricorrenti «sono manifestamente infondate» e il ricorso è «irricevibile». Le motivazioni dei giudici europei sono molto tecniche e in sostanza affermano che la Cedu non può funzionare come «quarta istanza» rispetto ai tre gradi di giudizio dei tribunali nazionali. «La parte ricorrente - ecco un altro passaggio della sentenza - ha potuto presentare le sue ragioni davanti ai tribunali che hanno risposto con decisioni che non sembrano essere né arbitrarie né manifestamente irragionevoli, e non ci sono elementi per dire che il procedimento sia stato iniquo per altre ragioni». La decisione della Corte in composizione di giudice unico è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti a un comitato, a una camera o alla Grande Camera. Il fascicolo in questione sarà distrutto entro un anno dalla data della decisione, conformemente alle direttive della Corte in materia di archiviazione. La Corte di Cassazione italiana aveva confermato in via definitiva le condanne per l’irruzione alla scuola Diaz nel luglio del 2012: la sentenza aveva riguardato 25 appartenenti alla Polizia, dai piani più alti della catena di comando (a partire dal comandante del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini) fino agli agenti ritenuti responsabili dei pestaggi ai danni delle persone che si trovavano all’interno della scuola (che in quei giorni funzionava come centro di accoglienza per i partecipanti alle manifestazioni no global). Gli episodi della scuola Diaz seguirono di poche ore la morte di Carlo Giuliani. Gli agenti entrarono nella scuola ritenendola un covo di «black bloc», arrestarono una novantina di persone (tutte poi prosciolte) e ne ferirono 60. La Corte europea dei diritti dell’uomo si era già dovuta occupare dei fatti legati al G8 di Genova, ma in seguito a un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, uno dei manifestanti vittima delle violenze delle forze dell’ordine nel 2001. Nel 2015 la Cedu aveva condannato lo Stato italiano a risarcire Cestaro (che a causa dei pestaggi aveva subito la frattura di un braccio e di alcune costole) con 45.000 euro per violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo («Nessuno può essere sottoposto a trattamenti degradanti»). In seguito alla sentenza Cestaro altre 29 vittime delle violenze alla scuola Diaz avevano presentato ricorso alla Cedu, ottenendo tutti risarcimenti tra i 40 e i 55mila euro.

La ricorrenza. Venti anni fa il G8 di Genova: la critica alla globalizzazione, i pestaggi, gli errori di Rifondazione. Fausto Bertinotti su Il Riformista il 21 Luglio 2021. A Genova si è prodotto il punto più alto di un movimento che da Seattle ha invaso il mondo e che, passando per tutte le capitali occidentali e orientali, aveva messo in discussione in modo radicale il pensiero unico che si era formato sulla globalizzazione. All’epoca, le classi dirigenti consideravano la globalizzazione come una cornucopia che avrebbe distribuito ricchezze e progresso tecnico-scientifico a cascata e si apprestavano su questo a realizzare la loro egemonia politica e culturale. Contro questo pensiero unico, e il processo che lo animava, è nata una contestazione, soprattutto la contestazione di una generazione che associava soggetti critici assai diversi tra loro. Era una novità straordinaria che segnò uno spartiacque. La globalizzazione prendeva, attraverso la critica di fatto, la sua forma reale, sociale, ecologica, di potere dominante, a partire dalla definizione che le veniva finalmente attribuita: capitalistica. Genova è stata, sull’altro versante, un passaggio d’epoca. Finisce il Novecento, il secolo del Movimento operaio e comincia un’altra storia, un post, non meglio definito. Il movimento recupera, pur nella radicale discontinuità, un elemento decisivo di quella storia: l’idea della rivoluzione. Non è più la conquista del Palazzo d’Inverno, è invece l’idea di un processo senza la guida del partito e senza un centro motore, però un processo conflittuale che propone la trasformazione radicale della società: “Un altro mondo è possibile”, scandisce il movimento. Prende corpo una moltitudine innervata su soggetti forti, su luoghi di ricerca condivisi e su una diffusa pratica di democrazia diretta e partecipata. Genova è uno snodo cruciale, decisivo, in questo percorso. Lo decidono i potenti del mondo. A Genova viene messo in scena l’orrore, viene messa in atto una repressione sistemica e senza limiti, i suoi atti furono terribili: l’uccisione di Carlo Giuliani, la tortura alla Diaz e a Bolzaneto, le violenze continue e i pestaggi contro i manifestanti. Le forze dell’ordine furono chiamate alla guerra contro una mobilitazione pacifica e di massa, la direzione di quelle forze dell’ordine porta una colpa storica nei confronti della repubblica. Da Napoli a Genova era riaffiorata qualcosa di molto simile a ciò che denunciava la teoria del doppio Stato. Per supporlo, basta rifarsi al campionario delle frasi usate dai torturatori della Diaz nei confronti dei torturati, soprattutto delle donne, come di un anziano disabile. Quegli insulti hanno messo in luce la fascistizzazione di parti importanti delle forze dell’ordine praticata in funzione della repressione. Non solo, hanno mostrato anche che non si è mai realizzata una vera e compiuta bonifica democratica tra quegli uomini. L’idea di fondo che guidava i manganelli era che quando si è chiamati alla repressione bisogna rispondere “presente!” a un ordine che non è quello repubblicano e costituzionale, ma solo quello costituito, quando non peggio ancora. Si può aggiungere che questa stessa linea nera dentro le forze dell’ordine italiane rischia di non finire mai, come si vede quando si considera che da Genova può arrivare fino ai pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dei nostri giorni. Continuo a credere che quella repressione sistemica venne ordita a livello internazionale con le forze dell’ordine italiane che ne furono il braccio armato e non improvvisato. Non penso a un complotto, bensì proprio a una strategia preordinata. Si pensò che quel movimento era troppo minaccioso per l’ordine costituito, per il destino della stessa globalizzazione capitalistica e per i suoi poteri. Quell’ascesa del movimento dei movimenti sarebbe potuta diventare incontrollabile, si decise allora che essa doveva essere schiantata e lo si mise in pratica cinicamente contro qualsiasi idea di stato democratico e di paese civile. I suoi produttori sbagliarono però su un punto, avevano pensato di spingere il movimento in una spirale distruttiva, repressione violenta, replica con una risposta violenta, nuova repressione, questa volta demolitrice. Invece, il movimento reagì in modo sorprendente, per quanto aveva incorporato, nel suo percorso e nei nuovi soggetti che ne erano protagonisti, una pratica pacifista e non violenta. Ancora oggi, la cosa risulta sorprendente. Quante volte ho pensato che se le forze dell’ordine avessero reagito così nei confronti del movimento nato nel ’68-’69, negli anni Settanta, nella mia generazione, questo avrebbe innescato le tracce di una guerra civile e Genova sarebbe stata una strage. Ma il colpo risulta pesante e pesante sono le sue conseguenze politiche sulle stesse soggettività dei movimenti. Dopo la tragedia, il movimento regge ancora, però cambia la sua prospettiva. L’urto ha lasciato il segno. Ci sarà ancora la grande manifestazione di Firenze e da una sua costola nascerà quell’enorme movimento pacifista che nel 2003 porterà 110milioni di persone nello stesso giorno nelle piazze del mondo contro la guerra. Ci saranno ancora lotte sociali importanti, anche da noi in Italia, ma è la scena che cambia nel profondo, anche per come cambiano i suoi protagonisti principali. Entrambi i contendenti perdono qualcosa di importante. Il movimento non ce la fa, non riesce a mettere in discussione il paradigma della globalizzazione capitalistica né quello della guerra, ma questa e quella non vincono, mentre già si intravedono i segni della crisi della modernizzazione capitalistica, la tesi della guerra preventiva messa in atto dagli Usa si rivela tragica e fallace. Si affacciano le due perdite. Al movimento viene rubata l’innocenza dei giovanissimi che l’avevano caratterizzato e il movimento intero perde la potenza di una forza in ascesa in ogni parte del mondo e capace di riconoscersi unitario nelle proprie diversità. Il movimento perde la potenza. La globalizzazione capitalistica perde invece il futuro annunciato delle sue magnifiche sorti progressive e entra nel nuovo tempo che lo caratterizzerà fino ad ora, quello dell’instabilità e delle crisi. Quell’esito ci porterà al mondo della terza guerra mondiale a pezzi, delle ripetute crisi economiche e sociali, del venire al pettine della crisi ecologica. Viene di fronte a noi il capitalismo della crisi. L’incertezza prende il posto della presunzione di un futuro ininterrotto di crescita, i potenti del mondo conservano il potere, ma perdono l’egemonia. Ma i grandi sconfitti sono stati le istituzioni democratiche e la politica. Il movimento altromondista ha provato a cercare, dopo il rovesciamento del conflitto di classe della fine del secolo, un nuovo e fecondo rapporto tra il conflitto, la democrazia rappresentativa e la politica, per poter attraversare, con questo nuovo rapporto, proprio il cambiamento. Ma qui, si è registrata la défaillance. Le istituzioni stavano già subendo una duplice delegittimazione. Per un verso, Genova ne aveva rivelato tutta la distanza e l’avversità nei confronti del popolo; per un altro, dal basso stava nascendo una nuova e diversa contestazione delle istituzioni della politica. Ma l’occasione è mancata soprattutto dalle sinistre che subiscono due, seppur molto diverse tra loro, sconfitte. Una è stata quella bruciante della sinistra riformista, che proprio lì si è definitivamente persa. Essa si è separata, in quel frangente, del tutto dai movimenti e con ciò dalle ragioni della sua stessa nascita, così è finita sussunta dalle classi dirigenti della globalizzazione. È diventata, con il completamento di una vera e propria mutazione genetica, una pura forza governativista, tanto da vantare una migliore attitudine a governare la globalizzazione capitalistica persino rispetto alle destre. Ma anche la sinistra radicale, che pure aveva provato a innovarsi nel profondo, immergendosi nel movimento, non osò farlo fino in fondo. Per onestà intellettuale, non posso tacere della nostra Rifondazione comunista. Rifondazione comunista fu l’unico partito che sottoscrisse il Manifesto di Porto Alegre, tentò di stare nel movimento, non facendo mai prevalere una logica di partito. Eppure, a vent’anni di distanza, sento di portare una responsabilità. Anche noi perdemmo perché non osammo ciò che sembrava allora impossibile, cioè aderire a una nuova idea secondo cui “il movimento è tutto”. Avremmo potuto tentare di sciogliere il partito nel movimento, per provare a far nascere dal suo interno una nuova soggettività critica anticapitalistica, ma post-novecentesca, invece perdemmo l’occasione e tutto il resto. Forse, se insieme a Rifondazione comunista i soggetti politici e sociali organizzati che costituivano il telaio del movimento avessero insieme compiuto quella scelta, l’insorgente conflitto tra il basso e l’alto della società avrebbe potuto avere un corso diverso e la stessa storia di ciò che sono diventati i populismi in Europa sarebbe potuta essere del tutto diversa. Eppure, di quella storia non tutto è andato perduto. Oggi, la rivolta è accogliere la sfida del potere e lo sono anche le cento, mille esperienze sociali, ambientali, di solidarietà, di nuova e diversa economia, di conquista della qualità della vita, così come le nuove forme di lotta sul lavoro. Manca la potenza in campo, ma non sono del tutto scomparsi gli eredi di quella potenza critica. Anche se è sempre improprio parlare di eredi, si possono vedere le tracce nel movimento Black lives matter e in un certo senso anche in quello me-too, perché entrambi i movimenti, come altri che vivono nella nostra stagione, portano dentro essenzialmente una mozione critica dell’ordine esistente. Nel 2001, il G8 era il simbolo del potere costituito, della globalizzazione, e veniva contestato in radice. Oggi, quella critica non vive in potenza, ma vive in forme inedite nella pluralità delle esperienze critiche che cercano le loro strade. Vivono e ci parlano perché hanno capito anche vent’anni dopo quel grande conflitto, in un mondo del tutto cambiato, che senza la forza del contro e del fuori non c’è che l’adagiamento in un sistema che resta un pessimo sistema.

Fausto Bertinotti. Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.

Marco Giusti per Dagospia il 21 luglio 2021. Il film che avrei voluto farvi vedere ieri e che non avete potuto trovare su nessuna rete è “Bella ciao”, il documentario sul G8 di Genova realizzato da me, Carlo Freccero e Roberto Torelli giusto vent’anni fa. Prodotto da Rai Due e mai andato in onda su Rai Due, ho cercato di farlo programmare sia dalla 7 che da Rai Play. Ho chiamato, ho scritto. Nessuna risposta. Poco elegante, ma va bene così. Censurato allora e censurato oggi. Vuol dire che ancora può dare noia. O magari è vecchio. Peccato, perché, come mi scrive Freccero e come penso anch’io, era “un vero servizio pubblico, una memorabile pagina di tv”, inoltre fatto a caldo, con tutto il materiale degli operatori Rai della sede di Genova che non andarono in onda nei tiggì per precisa scelta diciamo editoriale, e con tutto il materiale girato dai movimenti. Inoltre era il primo evento che venne filmato per strada dalla gente con le telecamerine (non c’erano ancora gli smartphone), come controinformazione. Per questo era una precisa ricostruzione di quei giorni e di cosa successe con immagini allora totalmente inedite. Chi l’ha visto, perché è molto girato allora, alla faccia della censura della Rai, lo sa bene. Ma non riuscimmo né a farlo uscire in sala né a farlo vedere in tv. Provammo Venezia. Ma Barbera, allora direttore della Mostra del Cinema, ci disse che non era il caso. Perse lo stesso il posto allora, tanto valeva farlo vedere. Ci dette una mano invece Steve Della Casa a Torino per una primissima proiezione e poi lo portammo come produzione di Rai Due, un meccanismo legato alle reti Rai che da allora, guarda un po’, venne abolito, a Cannes nel 2002 alla Sémaine de la Critique, dove fece il giusto scandalo con Sgarbi in sala e gli uomini di Rai Cinema che facevano finta di non vederci e non ci offrirono neanche un caffè. Ancora mi domando perché l’evento G8 di Genova non venne coperto da Santoro, che era ancora a Rai Due. Disse che era in vacanza, e mandò in onda in replica due giorni dopo una speciale sul sushi di Corrado Formigli. Magari era interessante. Provò a farlo, credo, anche Sara Scalia, ma non ce la fece. Così alla fine coprimmo l’evento noi che volevamo solo fare uno speciale di Stracult sul G8. E quando dicemmo, bleffando un po’, che avevamo molte immagini, ricordo, al Tg1 fecero uscire un quarto d’ora di macelleria perché non potevano nascondere oltre quello che era accaduto non sapendo quello che avevamo. Ma l’idea era stata da subito quella di insabbiare tutto. Inutile dire che quel che è accaduto a Genova ha cambiato radicalmente questo paese e chi aveva vent’anni allora. 

L'inferno di Bolzaneto. I pm: "Eravamo increduli: in un luogo democratico davvero è successo tutto questo?". Intervista di Massimo Calandri su La Repubblica il 21 luglio 2021. I magistrati Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati sono i pm che hanno condotto l'inchiesta su quanto accaduto all'interno della caserma Nino Bixio di Bolzaneto, dove centinaia di fermati sono stati picchiati e umiliati per ore. "La difficoltà consisteva anche nel fatto che il codice italiano non prevedeva all'epoca il reato di tortura – spiegano – e non c'è stata grande collaborazione da parte della polizia nel corso delle indagini. Ci siamo trovati a dover indagare anche su persone con cui avevamo lavorato. Quel processo ha messo in discussione il rapporto tra cittadino e istituzioni ma ha anche contribuito a riaccendere in Italia il dibattito sull'introduzione del reato di tortura".

A.P. per il "Corriere della Sera" il 22 luglio 2021. Il sindaco di Genova all'epoca del G8 era Giuseppe Pericu, avvocato e docente universitario oggi in pensione. Avvocato, che cosa ricorda di quel G8? «Ricordo un anno e mezzo di lavoro per preparalo, cantieri, dibattiti. Il primo giorno filò tutto liscio, sfilarono per la città i manifestanti in modo pacifico. A cambiare le cose fu la tragedia di Carlo Giuliani». 

Batterie antimissili, spazio aereo chiuso, acquedotti sorvegliati. Temeva l'evento?

«Ero un po' preoccupato ma non pensavo all'apocalisse. Erano filtrate delle notizie, credo dai servizi segreti tedeschi, sulla possibile presenza di Bin Laden. Da qui la misura antiaerea. Ma nessuno ci credeva. Sembrava una cosa assurda. E invece non lo era, visto cos' è successo due mesi dopo alle Torri gemelle».

I Black bloc hanno messo a ferro e fuoco la città.

«Mi chiedo ancora adesso come mai non fosse stato impedito il loro arrivo in città. Evidentemente i nostri servizi non avevano funzionato ben e». 

Pensa che sia stata fatta giustizia?

«Non del tutto. Le condanne penali non hanno accertato responsabilità individuali. Non si è mai capito però il perché dei Black bloc e della violenta repressione. Fu spontanea o ordinata da qualcuno? Noi come avevamo chiesto una commissione d'inchiesta che però non fu accolta». 

Perché non vi siete costituiti parte civile?

«Non c'erano i presupposti. Il danno fatto alla Diaz era nei confronti dell'umanità, non della città». 

Cosa le è dispiaciuto di più?

«Che si ricordi il G8 per le violenze e non per i grandi temi in discussione».

Giovanni M. Jacobazzi per “Il Riformista” il 23 luglio 2021. «Il capo della polizia, il prefetto Gianni De Gennaro, all'indomani dell'irruzione nella scuola Diaz, mi presentò le sue dimissioni. Io, però, le respinsi». Claudio Scajola, forzista della prima ora, a luglio del 2001 era il ministro dell'Interno del governo Berlusconi. Attualmente è sindaco di Imperia. Il Viminale è stato accusato di aver preventivamente pianificato la repressione del movimento no global che, vent' anni fa, si diede appuntamento a Genova in occasione del vertice del G8.

Onorevole Scajola, cosa risponde a chi dice che ci fu una volontà "politica" di punire i manifestanti a Genova, anche sulla scia di quanto accaduto in occasione di precedenti vertici internazionali, come quello di Seattle e Goteborg?

Ma quale volontà politica! Pensi che stanziammo risorse importanti, a favore del Comune e della Provincia di Genova, per contribuire all'ospitalità dei manifestanti che erano venuti da tutto il mondo. Parlano le carte dell'epoca, quelle dei giorni precedenti al summit. Nel pochissimo tempo a mia disposizione prima del vertice, ho dedicato i maggiori sforzi a dialogare con tutte le sigle della protesta. Consegnammo anche un vademecum alle Forze dell'ordine, alla vigilia del vertice, nel quale spiegavamo che i manifestanti non erano nemici, bensì persone che esprimevano il loro dissenso in un contesto democratico e che dovevano essere messe nelle migliori condizioni di sicurezza per poterlo fare.

Le cose andarono diversamente....

Purtroppo, come era successo nei vertici precedenti, si infilarono tra i manifestanti dei violenti e dei sovversivi con l'unica intenzione di devastare tutto. In questo senso, devo dire con rammarico che cadde nel vuoto la mia richiesta ai rappresentanti del dissenso pacifico di dividere maggiormente i cortei per evitare il rischio di infiltrati.

Veniamo alla gestione dell'ordine pubblico che definire fallimentare è poco.

Il governo Berlusconi, voglio ricordarlo, era in carica da solo tre settimane. C'erano i piani di sicurezza già pronti, era stato già fatto tutto, e stravolgerli in così breve tempo non sarebbe stato saggio. Manifestammo a più riprese dubbi anche sulla scelta di Genova, troppo complessa per garantire la gestione dell'ordine pubblico. C'erano grandi timori a livello internazionale, non dimentichiamo che soltanto due mesi dopo ci sarebbero stati gli attentati alle Torri Gemelle. 

Non potevate annullare il vertice allora?

Pensammo ad un annullamento del summit, ma la strada è risultata poi non percorribile. Da ministro dell'Interno, ripeto, scelta più infelice di Genova non poteva esserci. 

Torniamo alla gestione dell'ordine pubblico.

 Come ho detto, il governo era in carica da pochi giorni e dovemmo fare affidamento sugli uomini (il capo della polizia Gianni De Gennaro ed il comandante generale dell'Arma Sergio Siracusa, ndr) nominati dal precedente governo di sinistra. 

Ed era un problema?

Su mia proposta il Consiglio dei Ministri deliberò il comando del vice capo della polizia, il prefetto Ansoino Andreassi, presso la Presidenza del Consiglio, quale componente per la sicurezza della struttura di missione per l'organizzazione del G8. 

Ciò non toglie che la gestione dell'ordine pubblico fu un disastro.

Dopo poche ora la fine del vertice, convocai nel mio ufficio al Viminale, Andreassi, insieme al capo dell'antiterrorismo il prefetto Arnaldo La Barbera e il questore di Genova Francesco Colucci. Condivisero con me la necessità che si facessero da parte, anche per lasciare alla magistratura la più ampia libertà di movimento, senza rischi di interferenze, nell'accertare gli errori commessi nella gestione dell'ordine pubblico, nella quale ciascuno di loro aveva precise responsabilità. Lo feci con angoscia dal momento che avevo servito lo Stato con dedizione contribuendo ad infliggere duri colpi alla criminalità. Non so se la stessa cosa sia stata fatta, pochi giorni fa, dopo i fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. 

In attesa che la magistratura facesse gli accertamenti, una domanda, ad esempio, sulla mattanza della Diaz se la sarà fatta? Decine di manifestanti picchiati selvaggiamente senza motivo.

Io fui avvisato da De Gennaro dopo il blitz e dopo che i giornalisti avevano dato la notizia dell'accaduto. 

Cosa chiese a De Gennaro?

Come mai non era stato avvertito e chi aveva deciso il blitz. 

Risposta di De Gennaro?

Che l'operazione era stata decisa perché dentro la Diaz, da informazioni precise, si trovavano gli elementi più pericolosi dei black bloc, e che quando si fanno le operazioni non vengono comunicate prima. 

Replicò che questi pericolosi black bloc non c'erano?

Si. E la risposta fu molto imbarazzata, con la disponibilità di De Gennaro a lasciare l'incarico di capo della polizia. 

Che lei, però, rifiutò?

Si. Non volevo creare ulteriori "scossoni" che potevano destabilizzare la polizia di Stato. Tenga presente che avevamo allarmanti rapporti informativi sul terrorismo. Si faceva il nome di Bin Laden che allora non conosceva nessuno.

In conclusione si può dire che l'esordio del governo Berlusconi nel 2001 non è stato dei migliori?

A parte il clima di pressione per la presenza dei capi di Stato esteri e gli allarmi dell'antiterrorismo, erano in molti a fare il tifo perché il vertice fallisse.

Vent'anni dal G8. La cultura della tortura, Genova 2001 è ancora qui. Riccardo De Vito su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Luglio 2021, vent’anni dopo. Genova non è ancora una città intera, a dispetto delle parole che rivolgeva, all’inizio della sua Litania, Giorgio Caproni: Genova mia città intera. I nomi dei luoghi, delle strade, delle piazze – Bolzaneto, Diaz, via Tolemaide, Piazza Alimonda (piazza Carlo Giuliani, ragazzo) – stanno lì a testimoniare un’espropriazione della democrazia subita dalla città medaglia d’oro della Resistenza e da tutta la Repubblica italiana ad opera dello stesso Stato che la dirige, di un suo apparato. Un’amputazione, prima di tutto, di vita, di salute, di dignità patita dalle vittime delle violenze, per le quali la toponomastica della città rimarrà la mappa mentale di un martirio, del risveglio sulla loro pelle – contro la barriera della loro pelle – del cuore di tenebra del Novecento annidato dentro le istituzioni democratiche. La “sospensione della democrazia” si manifesta prima di tutto nei loro denti rotti, nei polmoni perforati, nelle ossa fracassate dai manganelli. Ferite – hanno scandito i magistrati della Giunta ANM della Liguria davanti alla Diaz il 21 luglio (un gesto che vale più di un congresso per ricostruire la credibilità di tutta la magistratura) – che non basta l’attività giudiziaria a riparare. Non basta perché, come ci raccontano le frasi di Jean Améry custodite da Primo Levi, “la fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”. Lo scrittore austriaco, per ritrovare un posto nel mondo dopo le torture dei campi di concentramento, aveva cambiato nome, anagrammando il tedesco Mayer nel francese Améry. Mark Covell, giornalista quasi ucciso dalla polizia la notte della “macelleria messicana”, di nomi è ancora in cerca. Sa quelli dei dirigenti condannati per i falsi e i depistaggi, sa quelli dei vertici della catena di comando – tutti regolarmente promossi nella scala delle loro carriere, nonostante gli accertamenti giudiziari –, ma non conosce ancora i nomi di tutti coloro che hanno infierito su di lui. Non li può sapere, dal momento che è mancata una leale collaborazione delle forze di polizia nell’identificazione dei responsabili e che la fedeltà allo spirito di corpo ha prevalso sulla fedeltà alla democrazia. “Lack of cooperation”, è questo il termine utilizzato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per stigmatizzare la condotta. Non è una novità. C’è una sentina nella storia d’Italia nella quale sono depositate le scorie delle vicende di violenza degli apparati di polizia accompagnate da falsi, depistaggi, ripudio dell’identificazione dei responsabili, rifiuto di avviare indagini e promuovere accertamenti interni: Padova, ai tempi della cattura del generale Dozier, il reparto “Agrippa” di Pianosa poco dopo l’arrivo dei 41-bis (alcuni dei quali indagati poi assolti con formula piena), Sassari nel 2000. E poi il carcere di Asti, la caserma dei carabinieri di Roma Casilina, la Raniero a Napoli, Genova. E ora Santa Maria Capua Vetere. A quasi tutte quelle vicende corrispondono sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Non tutte le pronunce hanno condannato il nostro Paese per violazione sostanziale dell’art. 3 CEDU – la norma che pone il divieto di trattamenti inumani o degradanti e tortura –, ma è stata sempre accertata e sanzionata l’assenza di “un’effettiva indagine ufficiale”. Indagine effettiva impedita da quella intenzionale mancanza di cooperazione di cui si possono inanellare esempi: a Genova, per l’identificazione dei responsabili, le amministrazioni di appartenenza avevano messo a disposizione dell’autorità giudiziaria foto degli agenti risalenti addirittura all’arruolamento; a Pianosa, chi si era dichiarato vittima di tortura aveva affermato di poter riconoscere il proprio aguzzino, ma ebbe la possibilità di effettuare la ricognizione fotografica soltanto su fotocopie sbiadite delle fotografie dei pubblici ufficiali denunciati. Nonostante questo a Genova, pur tra contrasti e qualche ostilità dei vertici degli uffici giudiziari, c’erano Pm indipendenti (all’interno del loro ufficio, prima di tutto) e giudici soggetti soltanto alla legge, ancora forti di un principio di obbligatorietà dell’azione penale tutto intero, non inciso da una maggioranza parlamentare che potesse dire con forza di legge di indirizzare l’azione verso altre priorità. È grazie a questo statuto costituzionale di garanzie che si è arrivati alle verità consacrate nelle sentenze sui casi Diaz e Bolzaneto. I rischi di attività giudiziarie sgretolate, non tempestive, scarsamente efficaci, tuttavia, sono sempre dietro l’angolo. Se vogliamo davvero sanare il debito nei confronti della città e della Repubblica, se vogliamo provare a ricostruire quell’interezza persa, occorre almeno che la politica assuma definitivamente la responsabilità di implementare l’imperfetta legge sul reato di tortura (l. 110/2017) con meccanismi che siano in grado di consentire quelle indagini: imprescrittibilità del reato, sospensione obbligatoria degli indagati e rimozione dei condannati, identificativi sui caschi e sulle divise. Sono prescrizioni messe nero su bianco in tutte le condanne e gli accertamenti europei nei confronti del nostro Paese. Sono dispositivi, peraltro, la cui necessità è confermata, proprio nell’anniversario del G8 ligure, dai fatti del carcere Santa Maria Capua Vetere. Quei pestaggi, nella loro tragicità, testimoniano anche un’altra esigenza ancora più profonda: fare i conti con una cultura, quella della tortura, che proprio a Genova ha messo definitivamente le sue radici e che si è sottratta anche alle prassi di addomesticamento linguistico (M. Menegatto) del vocabolo. Per comprendere appieno questo concetto bisogna spostarsi poco nello spazio e tanto nel tempo. Sempre a Genova: piazza Corvetto, ma nel 2019. Durante gli scontri tra estrema destra e antifascisti seguiti a un comizio di Casapound, il giornalista di Repubblica Stefano Origone, caduto a terra mentre era intento a svolgere il suo lavoro di cronista, viene accerchiato dagli agenti e colpito per circa venti secondi con i manganelli e gli scarponi in ogni parte del corpo. È bene chiarire che i responsabili sono stati condannati, in primo grado, a quaranta giorni di reclusione per eccesso colposo, non per reati dolosi (anche se pende appello della Procura). La vicenda, però, interessa qui per un altro aspetto, decisivo. Nel corso dell’interrogazione parlamentare richiesta da una parlamentare ligure, il sottosegratario all’Interno, dopo aver fornito qualche dettaglio dei fatti, ha espresso rammarico perché “i cronisti non erano riconoscibili”. Quella frase, ascoltata dopo i video che riprendono l’episodio, restituisce l’esatta misura di quella cultura per cui la tortura contro un cronista no; contro un cittadino onesto neppure; ma contro un terrorista, contro un devastatore, contro un mafioso, contro un nemico, allora sì. Poco importa se quel nemico sia una minaccia reale o, come accaduto a Genova in danno dei movimenti e come spesso accade in danno di chi agisce il conflitto sociale, sia una minaccia costruita, magari con l’aiuto di un’informazione rimasta nelle mani di troppo pochi proprietari. Conta il fatto che per il nemico valgono regole diverse, diverse soglie di accettabilità della violenza, sempre più sistematica, metodica e giustificata. Un diverso statuto di umanità, in fin dei conti, legittima che il ripristino dell’ordine comporti qualche sacrificio nei confronti di chi sta fuori dal recinto della cittadinanza. Sta qui il pericolo che la democrazia cova al suo interno e da qui sgorga il dovere – gravante su tutti, sulla parte sana delle agenzie di polizia e sulla magistratura (non immune da episodi di concorso nella costruzione di quell’ordine simbolico) – di ribadire che invece no, che è quella violenza a essere contro la democrazia e a metterne a nudo la precarietà della conquista. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo lo ha chiaro: il divieto di tortura non è mai derogabile, neppure in stato di guerra. Vale anche per la nostra Costituzione. Non c’è nemico che giustifichi la tortura, strumento con il quale la democrazia tradisce prima di tutto sé stessa. Riccardo De Vito

Diaz, il sangue e l’impunità. Dalle molotov sequestrate altrove e comparse a scuola al finto accoltellamento. Il piano della polizia di De Gennaro per legittimare la “macelleria messicana” tra prescrizioni, promozioni, e condanne europee per tortura. Ecco il secondo capitolo di una ferita che non dobbiamo dimenticare. Simone Pieranni su L'Espresso il 14 luglio 2021. Il 21 luglio, a Genova, la scena se la prende la polizia: i carabinieri vengono tenuti ai margini, c’è un morto e si sono fatti pochi arresti, bisogna rimediare. La polizia deve rimediare. Inizia il piano della scuola Diaz, che in realtà ben presto, in sede di indagine, si rivelerà improvvisato in riunioni cariche di tensioni, cui seguiranno anche accuse incrociate tra gli stessi appartenenti alle forze dell’ordine. Esaminando le relazioni di servizio dei poliziotti di turno quella sera del 21 luglio a Genova le omissioni sono incredibili: in alcuni casi mancano addirittura le firme. Alla richiesta della Procura di avere le foto dei poliziotti impegnati nell’irruzione, il pm Enrico Zucca riceve immagini prelevate dagli album dell’infanzia degli agenti. E soprattutto: ai procuratori non sfugge un particolare. Scartabellando tra le migliaia di pagine dei faldoni si accorgono di una cosa: Pasquale Guaglione, vicequestore a Gravina di Puglia (Bari) in servizio a Genova per il G8, riferisce di aver consegnato a un reparto della polizia due bottiglie molotov rinvenute in corso Italia durante i disordini nel tardo pomeriggio del 21 luglio. Guaglione lo scrive nella relazione di servizio, ma manca una cosa: il verbale di sequestro delle due molotov. L’assenza di questo documento insospettisce i pm che chiamano Guaglione. I pm gli mostrano le due molotov sequestrate alla Diaz ma omettono di dirgli che fossero proprio quelle provenienti dalla scuola. Guaglione ovviamente le riconosce subito: le aveva trovate lui in corso Italia. Lo può dire con certezza (ed è uno dei pochi a cui la memoria pare funzionare e infatti non sa di inguaiare i suoi colleghi) perché la marca delle bottiglie la ricorda bene. Disinnescare le molotov, significa abbattere l’intera operazione della Diaz, motivata dalla presenza dei black bloc e dalla presenza di armi da guerra (come sono considerate le molotov). Significa non avere più giustificazioni, se mai fosse possibile trovare giustificazioni alla mattanza, per motivare botte, violenze, arresti. Ma servivano arresti, a tutti i costi. Le molotov (che poi spariranno nel corso dei procedimenti dalla sezione reperti del tribunale di Genova) non sono l’unico “falso” della Diaz: ci fu anche un agente che inscenò un’aggressione subita, a colpi di coltello, rivelatasi poi un’invenzione. Si tratta di uno degli agenti del VII nucleo Massimo Nucera; nel rinvio a giudizio del 2004 fu accusato di falso e calunnia perché «falsamente attestava di essere stato attinto da ignoto aggressore con una coltellata vibrata all’altezza del torace, che provocava lacerazioni alla giubba della divisa indossata e al corpetto protettivo interno, così avvalorando quanto descritto negli atti di arresto e di perquisizione e sequestro circa il comportamento di resistenza armata posta in essere dagli arrestati». Anche nel caso del procedimento per l’irruzione alla scuola Diaz, nelle aule di tribunali genovesi la catena di comando della polizia finisce sotto la lente di ingrandimento di procura e parti civili, perché i poliziotti che materialmente fecero l’irruzione sono irriconoscibili e ancora meno possono essere riconosciuti partendo dalle foto della prima comunione mandate in procura. Per questo verranno puniti i livelli apicali, poliziotti riveriti e considerati integerrimi: come i loro colleghi carabinieri anche i poliziotti inviati a Genova a gestire la situazione avevano curriculum importanti, anni di lotta alla criminalità organizzata, alla mafia, quasi intoccabili. E infatti è l’impunità l’elemento che più forte emerge da tutti i processi, dal loro procedere in aula dimentichi di ogni cosa, elemento piuttosto inquietante se associato a persone che, al di là del G8, dovrebbero garantire la nostra sicurezza. In primo luogo il capo, Gianni De Gennaro: l’uomo che aveva riportato Tommaso Buscetta dal Brasile in Italia e che con Giovanni Falcone aveva contribuito a istituire il maxi processo che per la prima volta conclamerà l’esistenza di una struttura criminale ramificata dal nome Cosa Nostra, il capo della polizia dai mille dossier e dalla capacità di muoversi tra partiti e correnti politiche (non a caso, in seguito sarà Luciano Violante in commissione d’inchiesta a indicare a De Gennaro una strada per la sua difesa, basata sull’impossibilità per il capo di sapere i dettagli di certe operazioni; bizzarro considerato che qualche anno dopo De Gennaro sarà incriminato per aver tentato di depistare il processo). Le indagini della procura di Genova portano al rinvio a giudizio alcuni esponenti di spicco della polizia italiana (e molto vicini a De Gennaro): Francesco Gratteri (all’epoca a capo dello Sco, il servizio centrale operativo anti crimine), il capo degli analisti della polizia di prevenzione, Giovanni Luperi, Gilberto Calderozzi (che in seguito prenderà il posto di Gratteri), Filippo Ferri (allora  capo della squadra mobile di La Spezia, uno dei tanti che successivamente sarà promosso) e Fabio Ciccimarra (che era già imputato a Napoli per le violenze sugli arrestati nella Caserma Raniero a maggio del 2001). Insieme a loro ci sono gli altri firmatari dei verbali, l’allora questore di Genova Spartaco Mortola, il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, il vicequestore Pietro Troiani e l’agente Alberto Burgio. Tutti chiamati a rispondere per abuso di ufficio per la gestione dell’intera operazione nonché dei reati di falso e calunnia in relazione al falso ritrovamento delle due bottiglie molotov. Per i pestaggi all’interno della Diaz sono imputati di lesioni personali in concorso Vincenzo Canterini, Michelangelo Fournier e gli otto capisquadra Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Il primo a finire sotto accusa è proprio Canterini, a capo del Settimo nucleo e chiamato per partecipare all’azione. L’intervento, infatti, era stato deciso in Questura a seguito di un episodio poco chiaro e dai contorni piuttosto fumosi, ovvero un presunto agguato a una pattuglia nella zona vicina al complesso Diaz-Pertini. Grazie agli atti del processo sappiamo che nella riunione in questura viene deciso l’intervento presso la Diaz. Secondo la testimonianza di Ansoino Andreassi (deceduto nel gennaio 2021), «la riunione si chiuse con la decisione circa i reparti da impiegare: si telefonò a Donnini che ci disse che era disponibile la squadra speciale del reparto mobile di Roma. Tale squadra era stata costituita in occasione del G8 di Genova con una selezione dei volontari; una commissione aveva scelto i membri, accertandone la loro lucidità, capacità ed assenza di precedenti negativi. Io quindi, proprio per tali motivi, ritenni tale squadra adatta al compito. Non doveva procedere alla perquisizione, ma soltanto essere utilizzata in caso di necessità per ordine pubblico. Io non ipotizzavo la necessità di un’irruzione». Canterini ha idee diverse, come emerge dalla sua testimonianza: «Mi venne detto che vi era stata l’aggressione di una pattuglia da un edificio scolastico in cui si riteneva che vi fossero i black bloc. Da parte mia ritenevo che la cosa non fosse particolarmente semplice perché si sarebbe dovuto fare un cordone intorno alla scuola, avere una planimetria ecc. Dissi quindi che a mio parere poteva essere più idoneo utilizzare alcune bombe lacrimogene per far uscire tutti dall’edificio senza che nessuno si facesse male; La Barbera (Arnaldo La Barbera all’epoca era a capo dell’ex Ucigos, deceduto nel dicembre 2002, ndr) escluse subito tale possibilità. Scesi e davanti alla Questura vidi con un certo stupore un apparato immenso formato da diversi corpi, una macedonia di reparti mobili». Di sicuro i Canterini boys sono tra i primi a entrare: peccato che non si sappia, ancora oggi, chi fossero i singoli agenti protagonisti dell’irruzione. Non bastassero i racconti fumosi, le omissioni, lo scaricabarile, ci sono poi le testimonianze delle vittime, terribili nel raccontare quei momenti concitati e di vero terrore. «Sentii rompersi vetri e quindi colpi sulla porta!, ha raccontato in aula una vittima, «finché non si aprì. Entrano quindi alcuni poliziotti in uniforme che si dirigono verso di noi, che alziamo le braccia e indietreggiamo contro il muro; un poliziotto ci lancia contro una sedia; ci circondano e iniziano a colpirci con manganelli e calci. Ho visto due poliziotti che colpivano una persona che peraltro non si stava proteggendo la testa con il manico del manganello che aveva la forma di “T”. Il manganello veniva impugnato dalla parte lunga e questo è il particolare che mi ha colpito». Se non bastassero le deposizioni delle vittime, il 13 giugno 2007 in aula a Genova arriva Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 del 2001 a Genova vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. La sua deposizione in tribunale è importante per diversi motivi: intanto perché Fournier riconosce che durante le indagini non aveva avuto il coraggio di denunciare comportamenti così gravi da parte dei poliziotti «per spirito di appartenenza» e poi perché parlerà chiaramente di «macelleria messicana», raccontando ai giudici un particolare fondamentale: «Non ho visto comportamenti di resistenza da parte degli occupanti, non ho visto lanci di oggetti». Si tratta di una smentita in piena regola dell’impianto difensivo degli agenti a processo (che accusarono i manifestanti, tra l’altro, di avere già ferite pregresse). Sappiamo come è andata, alla fine: condanne in prescrizione, promozioni, carriere che non si sono fermate, sentenze europee di condanna per la tortura e gli abusi. Ma le parole dei processi – per fortuna – sono lì a ricordarci cosa successe: dovrebbero essere un monito perché certe cose non accadano più. E come capita spesso ai moniti, anche quello uscito dal processo per l’irruzione alla scuola Diaz, viste le sequenze dei fatti di cronaca con protagonisti agenti avvenute dal 2001 in avanti, pare sia rimasto piuttosto inascoltato.

Chiedi cos’era la Diaz. Marco Damilano su L'Espresso il 2 luglio 2021. Vent’anni fa i fatti del G8 di Genova: le violenze e la menzogna di stato, la sospensione della Costituzione. E una generazione che ha perso per sempre fede nella politica e nelle istituzioni. Allora si è aperto il vuoto che dura ancora oggi. Chiedi cos’era la Diaz, chiedi che cosa è successo a Genova. Chiedilo a un ragazzo di venti anni che nel 2001 era appena nato. Cosa successe in quell’estate breve durata due mesi. Dal pomeriggio del 20 luglio, quando Carlo Giuliani cadde in una pozza di sangue, al pomeriggio dell’11 settembre a New York. «L’intero mondo abitato cambiò», sono le parole che lo storico Ibn Khaldun scrisse quasi sette secoli fa a proposito dell’epidemia di peste nera del 1348 che gli aveva strappato i genitori, tornate tragicamente attuali nell’ultimo anno con la pandemia di Covid-19. Ma il mondo intero era già cambiato venti anni fa, all’alba del secolo e del nuovo millennio. Quando la globalizzazione lucente degli anni Novanta - la caduta dei muri, la Rete nuova agorà democratica - aveva mostrato il suo volto violento. A New York. E prima ancora per le strade di Genova. Un’intera generazione ha vissuto un Sessantotto accelerato, durato 48 ore: la spinta al cambiamento di massa, che coinvolgeva la società civile, i centri sociali, le reti cattoliche, le organizzazioni giovanili dei partiti, le manifestazioni popolari e pacifiche devastate con l’uso feroce delle violenze di piazza, quei black bloc venuti dal nulla e nel nulla tornati. L’omicidio, il massacro, la sospensione delle garanzie costituzionali in una scuola e in una caserma, sotto gli occhi di ministri della Repubblica. La menzogna di Stato che mise al riparo i responsabili di vertice della macelleria messicana, primo fra tutti il capo della Polizia dell’epoca Gianni De Gennaro che non ha mai trovato il modo di dire una parola almeno di scuse, a differenza di quanto fece undici anni dopo il suo successore Antonio Manganelli e poi quattro anni fa con nettezza Franco Gabrielli, oggi sottosegretario: «Se io fossi stato Gianni De Gennaro mi sarei assunto le mie responsabilità senza se e senza ma. Mi sarei dimesso. Per il bene della Polizia». E infine il riflusso di chi aveva allora venti o trenta anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo. Genova è anche questo: l’occasione perduta, la fine dell’impegno, la voragine. Il buco nero in cui è precipitato tutto. «Ho cominciato a scavare nella memoria e mi sono ricordato di qualcosa che non ho mai tirato fuori. Quando dico che quelle giornate hanno cambiato il mio rapporto con l’autorità e con le divise non penso al fatto soltanto che ci hanno menato, e di più e più duramente, ma ci sono due fatti specifici che su me ragazzino ebbero un effetto devastante. La sera, dopo la morte di Carlo Giuliani, i cori delle forze dell’ordine: siete uno di meno. E sul corpo di Carlo Giuliani c’erano i segni delle sigarette spente su di lui», mi ha detto qualche mese fa Michele Rech Zerocalcare che firma la sconvolgente copertina di questo numero dell’Espresso. «Quello che è scomparso dopo Genova è stata la società civile. Quando succedeva qualcosa c’erano l’Arci, i cattolici e i centri sociali, assemblee cittadine, ognuno con le sue modalità declinava lo stesso tema. Gli unici che hanno resistito sono quelli che non avevano un approccio naif alla violenza. Tutti gli altri sono stati spazzati via». La Repubblica italiana, con gli uomini che oggi sono ai vertici delle istituzioni, ha il dovere di fare verità su quelle giornate di venti anni fa, anche a questo servono le ricorrenze. Soprattutto se le immagini dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere rilanciano l’orrore di funzionari dello Stato in divisa che picchiano, oltraggiano, sputano, fanno inginocchiare detenuti a loro affidati. Lo Stato ha il dovere di ricucire la ferita di quelle giornate di sospensione della democrazia. E noi in questo e nei prossimi due numeri ripercorriamo con la memoria e il rigore di Simone Pieranni quelle giornate di Genova 2001: Piazza Alimonda e Carlo Giuliani, la scuola Diaz, la caserma Bolzaneto. Le sevizie, gli insulti, le umiliazioni, ancora il sangue. La tortura che ha portato l’Italia fuori dall’Europa. Ma quello che non si può recuperare è la generazione rimasta senza politica. E finita nell’anti-politica. «Il giorno prima dell’ultimo grande Flash del G8 a Genova, ero a Pegli con Gino Paoli: un bancomat finto, una macchina da demolire e Gino con una tuta bianca e una mazza che lo sfasciava, mentre dal palco io cantavo “Senza fine”. Il consiglio che davo a tutti era di stare alla larga dal G8, sarebbe stato pericoloso, ed è stato inutilmente terribile. È stato l’ultimo fenomeno spontaneo di massa che prevedesse il futuro prossimo in cui erano rappresentati tutti. C’era la rappresentazione di come sarebbe diventato il mondo da li a breve». Lo scrisse Beppe Grillo sul suo blog il 10 aprile 2017. Lui, genovese, al G8 non c’era, era sul palco dell’arena estiva di villa Doria a Pegli con l’amico Gino Paoli, faceva ancora l’uomo di spettacolo, nessuno avrebbe mai immaginato la sua metamorfosi in capo politico. Ma parlò, anche in quei giorni, un mese dopo il G8, in un’intervista alla Stampa. «Avrei voluto che quelli del Social Forum avessero finto di andare a Genova a manifestare e poi trasferirci tutti al mare lasciando migliaia di poliziotti schierati a controllare strade e piazze vuote. Ma io sono un privilegiato: guardo a distanza. Gli altri, e sono ormai centinaia di migliaia di persone, hanno bisogno di rendersi visibili. E hanno ragione... In che cosa consiste la differenza tra oggi e il ’68? La differenza è che questo è un movimento che ha mille anime: Greenpeace, Lilliput, il commercio equo-solidale, i cattolici, le tute bianche. La sua forza sta nella frammentazione. E nel volere cambiare qualcosa subito, non tutto domani. Per questo temo molto che qualcuno possa mettersi alla sua testa e modificarlo imponendo una strategia comune. Ho paura di un leader. E ne ho più paura ancora se va a parlare da Costanzo». È lo stesso Grillo che oggi, venti anni dopo, ha fondato il primo partito italiano e ha distrutto la figura dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo averlo creato. La paura del leader è anche la paura di dover lasciare la creatura Movimento 5 Stelle e il potere a un altro. In mezzo ci sono questi due decenni. In cui è stata sconfitto il sogno di un altro mondo possibile, di un’altra politica, come la chiamò Stefano Rodotà, all’indomani della vittoria referendaria su nucleare, acqua pubblica e giustizia quando la sera del 13 giugno 2011 ventisette milioni di persone escono di casa per votare sui referendum sull’acqua pubblica, sull’energia, sulla giustizia uguale per tutti. «Di fronte a noi sta un movimento che si dirama in tutta la società, prensile, capace di costruire una agenda politica e di imporla... Le donne, le ragazze e i ragazzi, i precari, i lavoratori, il mondo della scuola e della cultura hanno creato una lunga catena che univa luoghi diversi, che si distendeva nel tempo, che faceva crescere consenso sociale intorno a temi veri» (Repubblica”, 16 giugno 2011). Non una rivolta anti-politica, ma la richiesta di politica, di un’altra politica. Sconfitta in questi anni, dopo essere stata violentata a Genova. Lo si vede nelle classi dirigenti dei partiti del centro-sinistra, lontane da quelle esperienze, a differenza di quanto successo in altri paesi mediterranei, in Spagna, in Grecia, dove Pablo Iglesias e Alexis Tsipras, comunque si voglia giudicare la loro parabola, sono arrivati al governo dei loro paesi partendo dalle strade di Genova. Lo si vede nella società civile che si è tenuta lontana dalla politica. E dalla qualità delle battaglie e delle campagne. Oggi le piazze si riempiono dei ragazzi e delle ragazze dei Gay Pride che manifestano in modo collettivo per i loro diritti individuali, a partire da quello di non essere discriminati. E poi la libertà di scegliere la propria identità, il genere, la felicità personale. È come se l’altro mondo possibile si fosse ristretto per ognuno nei confini della propria esistenza. I cortei giovanissimi dei Fridays for Future sono evaporati durante la pandemia: forse proprio per l’impossibilità di un rapporto con la politica. E in Italia, da ultimo, il movimento delle Sardine è stato un sintomo della malattia, la separazione tra la società e la politica, ma anche la dimostrazione di una impossibilità di rapporto. Perché l’altra politica è l’aspirazione a un cambiamento, ma anche costruzione di politica: le regole del conflitto, una generazione che si scontra con l’altra, la conquista del potere, non un pranzo di gala. L’altra politica è la politica. Senza la politica c’è la pura gestione, l’affidamento a sedi decisionali estranee ai meccanismi democratici, o l’inseguimento del popolo di cui parla lo storico Giovanni Orsina con David Allegranti in un libro appena uscito per Luiss University Press: «Se l’antipolitica si regge sulla politica, finisce anche per collocarsi allo stesso livello. Se scende la qualità dell’una, cala di conseguenza pure quella dell’altra». È la storia di questi ultimi anni e degli ultimi giorni. Tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, il vero anti-politico è stato il secondo, l’ex premier che ha preteso di farsi capopartito in virtù del fatto di aver guidato il governo. Una leadership calata dall’alto, artificiale, plasmata dagli strateghi della comunicazione e dagli adulatori che l’hanno costruita sui giornali, ma senza radice nel reale. Mentre Beppe Grillo, ancora una volta, ha dimostrato di aver del capo politico carismatico il senso del tempismo, la ferocia e il cinismo, la difesa strenua di quanto costruito. La tempesta che agita il Movimento 5 Stelle, il centro dello schieramento politico, minaccia di investire tutto il sistema, quando partirà il semestre bianco di Sergio Mattarella e si potranno rovesciare i tavoli senza pagare il prezzo del voto anticipato. Ma il vuoto di politica è cominciato da lì, da quelle strade di Genova venti anni fa. E da quella domanda di cambiamento stroncata con la violenza dagli uomini che indossavano la divisa dello Stato democratico.

“Io, pestato nella caserma di Bolzaneto. Tra le risate dei poliziotti e le urla di dolore degli altri ragazzi”. Valerio Callieri su L'Espresso il 7 luglio 2021. Il racconto delle violenze subite nei giorni del G8 di Genova del 2001. “La cosa peggiore è sentire quello che stavano subendo gli altri arrestati”. Il 21 luglio 2001 vengo arrestato dalla polizia e portato nella caserma di Bolzaneto. È mezzogiorno e nell’aria sono svanite le nuvole di lacrimogeni del giorno precedente, quando un colpo di pistola sullo zigomo ha ucciso Carlo Giuliani. (…). Confesso che non conoscevo bene la storia del G8, prima di andare a Genova a protestare contro il suo ventisettesimo vertice. Se guardo le facce dei leader di allora, oltre a Berlusconi mi appare il suo amico, il sempiterno Putin, gli sconosciuti (a me tuttora) Koizumi e Chrétien (rappresentanti rispettivamente del Giappone e del Canada), il francese Chirac e il suo centro-destra lontanissimo dagli standard estremi della destra europea attuale, Gerhard Schröder e Tony Blair, simili a souvenir di una sinistra vincente che non ha più vinto forse proprio a causa della loro eredità (tutto ciò è volutamente ambiguo, anche perché ci vorrebbero diverse centinaia di pagine per gettare luce sull’argomento), e poi George W. Bush che da lì a poco traghetterà gli Stati Uniti nel terzo millennio privando milioni di uomini, donne e bambini di scuola, sanità e sicurezza – oltre a ucciderne centinaia di migliaia, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq e Afghanistan (a proposito: in compagnia del leader della sinistra della terza via, Tony Blair). Sembra incredibile a raccontarla così, ma per giustificare l’invasione militare inventarono la presenza di armi chimiche o batteriologiche in Iraq e in molti credettero veramente a questa storia, e con “molti” intendo politici, giornalisti, professori, persone che in teoria dovrebbero avere dimestichezza con certi giochini di guerra governativi. Gli Stati Uniti non crearono un casus belli iconico come la defenestrazione di Praga, né romantico quanto il ratto di Elena, ma nemmeno tentarono di infilare di soppiatto un paio di bombe sporche nella cantina di Saddam Hussein. Le forze dell’ordine italiane a Genova, invece, cercarono di fare proprio così. La scuola Diaz era un edificio che il comune di Genova aveva dato in gestione ai manifestanti. La sera del 21 luglio alcuni di loro lo usarono per farsi una dormita prima di tornare a casa. Quando la polizia irruppe, piazzò delle bottiglie molotov per mostrare che coloro che poi massacrò erano individui violenti, famigerati black bloc che per due giorni si erano dedicati alla meticolosa distruzione di vetrine e simboli multinazionali. Quando ci penso, mi appare sempre una scena del genere: i poliziotti entrano alla chetichella nell’edificio con una busta della spesa contenente due molotov e si domandano dove piazzarle esattamente per far sì che la busta risulti proprietà legittima dei manifestanti; uno di loro ha la vocina petulante di Steve Buscemi nel film “Fargo” e avanza tutte ipotesi improbabili – «Le mettiamo qua nel sacco a pelo? Nella tasca della tizia tedesca? Ci scriviamo sopra il nome con il pennarello, tipo festa della scuola media? Ma se poi riconoscono la mia calligrafia?» –, mentre l’altro ha la faccia ottusamente feroce del suo collega criminale Peter Stormare e dice solo «No!» e fuma, ed entrambi hanno la barba ben rasata, gli occhi stanchi e la convinzione – giustissima, tra l’altro – di essere abbastanza intoccabili. Chissà se osservano o partecipano al pestaggio collettivo in atto? Non lo descriverò. Mi torna sempre in mente la foto del termosifone giallastro sporco di sangue con ciuffi di capelli appiccicati. (…). Io ho preso diversi colpi, calci e pugni, sono stato costretto a stare in piedi con le mani sopra la testa e appoggiate al muro per diverse ore – quasi un giorno – senza mangiare né bere, ho ricevuto insulti abbastanza prevedibili (l’immancabile zecca, tua madre fa questo e quello, sfasciavetrine) e ascoltato canzoncine che inneggiavano alla morte degli ebrei e dei negri e alla grandezza di Pinochet e del duuu-ce (...). Credo di essere stato fortunato: non mi hanno spaccato i denti a calci, non mi hanno fratturato un braccio, non mi hanno inondato gli occhi di spray al peperoncino, non ho riportato un’emorragia cerebrale o toracica, non mi hanno minacciato di stupro, non mi hanno lanciato per le scale a testa in giù, non mi hanno spento sigarette sulla pelle, non sono andato in coma e non mi hanno sventolato un cazzo a pochi centimetri dal naso. In realtà, se devo dirla tutta, la cosa che più mi ha terrorizzato della mia permanenza a Bolzaneto non è stato quello che ho subìto, ma quello che sentivo stavano subendo gli altri. Nella nostra cella arrivavano le urla terribili di altri manifestanti, urla che sono rimaste per diverso tempo aggrappate ai ricordi delle settimane successive. Devo anche ammettere il sollievo codardo di non essere là e la paura tremenda che sarebbe presto toccato a noi, cosa che in parte accadde, e poi l’arrivo improvviso dell’elemento che più di tutti mi spinge a chiedermi cos’è un essere umano: le risate. Insieme alle urla di dolore, sentivo le risate. È qualcosa che non t’aspetti, perché le grida di dolore di tante persone in qualche strage o film le abbiamo sentite, però le risate, le risate no. Ovviamente la scena de Le iene con lo psicopatico che tortura ridendo il poliziotto l’abbiamo vista, ma le urla provenivano da una persona sola e lo psicopatico era caratterizzato come psicopatico appunto, perfino gli altri rapinatori lo schifavano. Poi ci sono il pestaggio del barbone e lo stupro di gruppo di “Arancia meccanica”, però, anche lì, gli autori erano ragazzotti iperstimolati e violenti, non propriamente forze dell’ordine. A mia memoria, ma potrebbe essere soltanto uno stereotipo del mio immaginario, i film con nazisti mostravano sempre personaggi molto freddi che ascoltavano Beethoven durante o dopo lo svolgimento delle loro mansioni. Anche se la realtà delle foto sbucate dal carcere di Abu Ghraib con i sorrisi dei militari americani davanti a corpi umani accatastati e abusati in maniera orripilante ha raccontato altro. Come per le armi di distruzione di massa e le molotov, quelle foto sembrano essere la versione pornografica proiettata su un maxischermo di ciò che accadde a Genova due anni prima. E poi: sono risate di scherno verso la vittima o sono risate di reale divertimento per il dolore inflitto alla zecca-negro-puttana-nano-frocio? Sono risate per cementare una relazione tra duri, tra uomini in divisa che ne hanno viste così tante che questi ragazzini fanno semplicemente ridere? Sono risate del bambino che può permettersi il piacere di fare ciò che vuole? Davvero, mi fa impazzire: non riesco a capire come è possibile ridere mentre si infligge dolore e si vede il dolore negli occhi di un’altra persona immobile. (...)

LA RICOSTRUZIONE. Genova, 20 luglio 2001.

“Massacrateli”: vent’anni fa, nei giorni del G8, la carica dei Carabinieri al corteo No Global in via Tolemaide e la morte senza giustizia di Carlo Giuliani. L’inizio di una guerra dentro le forze dell’ordine in cui furono stroncati i movimenti democratici. Simone Pieranni su L'Espresso il 2 luglio 2021. «Di Furia, quanti siete? Siamo 72 incazzati come bombe. Ok va bene signor maggiore. Mandateci a lavorare per Dio. Va bene». Il maggiore Di Furia scalpita. È fermo da ore, senza ricevere ordini, mentre i suoi «colleghi» stanno affrontando quella che poi verrà descritta alla stregua di una guerra. Il 20 luglio 2001 Di Furia ha un problema: «Io ho già tutto il personale sui mezzi, i mezzi accesi, mi basta solo un via libera da parte vostra quando volete. Dobbiamo ricattare la questura per farci liberare. Perché io lo ammazzo questo funzionario, odio più lui dei no global, se dessero fuoco alla questura farei festa». Hanno voglia di buttarsi nella bolgia, lui e i suoi uomini. Le sue dichiarazioni passano inosservate all'interno di processi che proveranno a dipanare – con l'utilizzo di oltre 300 ore di video e 15 mila fotografie, perché il G8 di Genova fu anche un evento mediatico benché in un mondo senza ancora i social - quanto successo in quei tre maledetti giorni, a Genova, nel 2001; dinamiche via via sporcate da testimonianze reticenti, da un'omertà di corpo e da ben più congegnati tentativi di depistare alcuni rivoli dei procedimenti. Mentre Di Furia cerca un modo per partecipare, finendo per lanciare un augurio ai suoi colleghi, «massacrateli», si consuma la carica più terribile del 20 luglio (il giorno dopo ce ne sarà un'altra in corso Italia, con il corteo spezzato in due e i manifestanti rincorsi perfino sulla spiaggia). Il corteo autorizzato dei Disobbedienti sta attraversando via Tolemaide: è la trappola perfetta perché da una parte c'è il muro della stazione, dall'altra c'è il reticolo di piccole vie e cortili interni di palazzi. Più avanti c'è un tunnel, che porta verso lo stadio (e il carcere). Ma soprattutto il problema è dietro: migliaia di persone ammassate. I carabinieri incrociano il corteo; in teoria dovrebbero andare oltre, le comunicazioni dalla questura sono chiarissime. Nell'ordine pubblico comandano i poliziotti e l'invito ai carabinieri è esplicito: attraversate il tunnel e andate verso Marassi dove c'è un gruppo di manifestanti che sta assaltando il carcere. Ma i carabinieri girano a sinistra e poi a destra e caricano. «Sò da Rai», è l'urlo di un giornalista, uno dei primi a essere colpiti, lì accanto al plotone. La carica è durissima, così come la risposta del corteo: da lì, gruppi di manifestanti e carabinieri cominceranno una danza macabra tra le vie di Genova che avrà il suo epilogo in piazza Alimonda. Carlo Giuliani muore a seguito della carica di via Tolemaide. I manifestanti sotto processo per devastazione e saccheggio verranno condannati con centinaia di anni di pene, ma i procedimenti hanno avuto se non altro il merito di svelare le tante guerre che in quei giorni si sono svolte all'interno delle forze dell'ordine, un mondo chiuso, i cui movimenti democratici hanno finito per soccombere all'interno di una «organizzazione» che non prevedeva altro che un vero e proprio scenario di battaglia a Genova. E durante i processi, carabinieri e poliziotti hanno testimoniato tra una miriade di «non ricordo», contraddizioni rispetto a relazioni di servizio incomplete, affannate, talvolta palesemente differenti da quanto, in aula, mostreranno i video. La sfilata di uomini delle forze dell'ordine – con personale della Digos sempre presente nel tribunale di Genova, pronto a registrare qualsiasi presenza e comportamento, tanto della difesa quanto degli spettatori – ha caricato di tensione uno degli aspetti più indagati dalla difesa dei manifestanti, ovvero la formazione di reparti speciali dei carabinieri, creati ad hoc per Genova. Il curriculum dei capi di queste formazioni era di tutto rispetto. Dalla Fiera, a Genova comandava il generale Leonardo Leso. Si trattava di un'autorità: fondatore e capo in Bosnia e Kosovo delle Msu, Multinational specialized unit, la polizia internazionale finanziata dalla Nato, era anche a capo della seconda brigata mobile dell'Arma che aveva lo scopo di addestrare e coordinare i reparti in missione di guerra. Tra i suoi uomini, parà Tuscania, teste di cuoio dei Gis e Ros. Con Leso ci sono Claudio Cappello, poi maggiore, e Giovanni Truglio: nel 1994 sono tutti insieme in Somalia e vengono citati nel memoriale dell'ex parà Aloi fra «gli autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala». L'inchiesta fu archiviata. Cappello, dopo Genova, venne mandato a comandare l'unità militare a Nassiriya (si salvò dalla strage perché era in bagno) e ad addestrare la nuova polizia irachena. A Genova c'erano i capi delle missioni italiane all'estero. Era lecito dunque presupporre una certa esperienza nel gestire una piazza ribollente, ma sono proprio i carabinieri a fare il disastro: uccidono un manifestante. Non solo, perché il 16 novembre 2004 nelle aule genovesi c'è una piccola svolta. A testimoniare arriva il capitano dei carabinieri Antonio Bruno; di fronte al materiale video e fotografico, Bruno non può far altro che confermare una cosa mai emersa prima: i carabinieri che hanno caricato il corteo delle tute bianche oltre ai normali manganelli in dotazione all'Arma, hanno utilizzato oggetti contundenti «fuori ordinanza», tra cui mazze di ferro. Un altro elemento che conferma certe intenzioni, emerse da tutto il materiale agli atti dei processi genovesi, nonché particolare rilevante pensando a quanto succederà da lì a poco. La dinamica dei fatti da via Tolemaide a piazza Alimonda è stata al centro del processo contro i manifestanti: gli avvocati difensori hanno provato a scardinare il blocco di carabinieri e polizia al riguardo, per aprire uno squarcio dal grande anello mancante dei processi genovesi, quello per la morte di Carlo Giuliani le cui indagini partirono subito con l'avviso di garanzia a per omicidio volontario ai carabinieri Mario Placanica (ausiliario, in quel momento al sesto mese di servizio) e Filippo Cavataio (l'autista del Defender). Nel dicembre 2002, però, il procuratore Silvio Franz avanza la richiesta di archiviazione per Mario Placanica (per legittima difesa) e per Filippo Cavataio (nel referto dell'autopsia di Carlo Giuliani, i medici legali Marcello Canale e Marco Salvi escludono che il doppio passaggio del Defender sul corpo di Carlo gli abbia potuto procurare lesioni mortali). Il procedimento per l'omicidio di Carlo Giuliani viene infine archiviato il 5 maggio 2003 dal giudice per le indagini preliminari Elena Daloiso che accoglie la richiesta del pm per legittima difesa, ma anche per «uso legittimo delle armi in manifestazione». Questo vuoto processuale viene colmato, in parte, dal procedimento contro i manifestanti. A sfilare nelle aule di Genova, infatti, sono i video e le foto dei momenti precedenti a piazza Alimonda: proprio quella girandola di movimenti di plotoni e Defender che nella sentenza di archiviazione di Daloisio non sono presi in considerazioni. I momenti del processo nelle aule genovesi sono drammatici, specie quando è il momento dei principali protagonisti. Mario Placanica, chiamato a deporre nel 2005 si avvale della facoltà di non rispondere; la seconda volta, nel giugno 2007, decide di parlare. Racconta che «praticamente io dovevo lanciare dei lacrimogeni e il capitano Cappello non ha voluto che li lanciassi, si è preso dalle mie mani il lanciagranate e ha iniziato a sparare lui con il lanciagranate; la granata vera e propria si divide in due con un nastro, io dovevo togliere quel nastro e darglielo al capitano Cappello, in questo caso io mi sono sentito male e mi hanno fatto andare sulla camionetta». È così che Placanica finisce sul Defender: in stato confusionale, nel mezzo delle cariche. La percezione, dalla sua testimonianza e da quella di altri carabinieri, è quella di una totale perdita del controllo sulla situazione. Riavvolgiamo rapidamente il nastro: i carabinieri caricano un corteo autorizzato, da lì si entra in una serie di scontri tra manifestanti e carabinieri. I Defender si muovono in modo goffo e complicato, fino ad arrivare a «piantarsi» in piazza Alimonda. Come ci arrivano? La deposizione di Placanica a questo punto si fa più interessante: «Noi eravamo dietro, seguivamo… non capisco perché a noi che eravamo feriti… non feriti, eravamo feriti, sì, perché io ero allucinato, non mi hanno soccorso, non capisco perché non mi hanno soccorso e invece hanno continuato a seguire il plotone». Il racconto di Placanica in pratica conferma una sua deposizione del settembre 2001 secondo la quale a un certo punto il plotone che stavano seguendo con il Defender, scappa, se ne va e lascia isolato «il mezzo». E chi c'è dentro. La situazione secondo Placanica era la seguente: «Ero allucinato io dai gas, non è che potevo… non avevo nemmeno acqua da mettere agli occhi per poter asciugarli, per poter lavarli, come facevo, ho intuito tutto quel casino, però non… non so nemmeno chi sono i no global». A quel punto l'autista decide di fare retromarcia, per scappare. Ma non ci riesce; Placanica a proposito usa il termine «incagliato». C'era un cassonetto, dice al pm, «però non lo so che manovra abbia fatto l'autista, non ero davanti seduto con lui». Quindi il Defender si è fermato?, chiede il magistrato. «Sì, si è fermato, si è spento». Poi arrivano i due spari, in aria, dice Placanica. Dopo gli spari, entrano in scena il sasso, la ferita «a stella» che compare sulla fronte di Carlo e soprattutto la confusionaria e a tratti dilettantesca «cristallizzazione» della piazza da parte di carabinieri e polizia (si scoprirà poi, anni dopo, che presente in piazza nell'immediatezza dei fatti c'era Renato Farina, la fonte "Betulla" del Sismi smascherata dall'indagine su Abu Omar). Il famoso sasso appare vicino a Carlo solo dopo che le forze dell'ordine hanno «bonificato» la piazza. Poi scompare, per riapparire, insanguinato, a fianco al corpo nelle foto della scientifica. Durante il suo esame nelle aule genovesi il vicequestore aggiunto Adriano Lauro ha riconosciuto la pietra: l'avrebbe vista al fianco di Carlo, mentre i sanitari toglievano il passamontagna. Peccato che le foto mostrate dalla difesa in aula abbiano dimostrato che invece, in quel momento, il sasso non c'era. Ma attenzione a Lauro: è lui che urlò ai manifestanti «lo hai ammazzato tu, sei stato tu con il sasso, pezzo di merda». Ma è lo stesso Lauro che in aula di tribunale si riconosce in un video mostrato dalla difesa. A quel punto l'avvocato Emanuele Tambuscio sfodera un piccolo colpo di scena: Lauro viene ripreso mentre scaglia pietre contro i manifestanti. È uno dei tanti momenti imbarazzanti per le forze dell'ordine nelle aule genovesi. L'ipotesi del sasso che devia il proiettile fu inoltre smentita dal medico legale della procura genovese Marco Salvi, che fece l'autopsia: «Lo sparo apparve diretto e non deviato». Lo stesso Salvi lo confermò in aula di tribunale, specificando che la Tac cui fu sottoposto il corpo di Carlo Giuliani «evidenziò un frammento radio-opaco nel cranio del ragazzo», frammento «assolutamente metallico» che però non venne trovato in sede di autopsia. Ma su tutto questo, sui tanti dubbi, sulle contraddizioni, non si è potuto fare di più: Carlo Giuliani muore e la sua morte rimane senza un processo. E secondo tanti, senza giustizia.

Il ricordo. Genova fu premeditata, dopo 20 anni ne restano le macerie che nessuno vuole toccare…Nicola Biondo su Il Riformista il 19 Luglio 2021. Entrare al Viminale due giorni dopo la mattanza di Genova fu una lezione indimenticabile. Era lunedì 23 luglio, passai i controlli e con qualche centinaia di passi raggiunsi la palazzina della DCPP – Dipartimento Centrale di Polizia di Prevenzione – l’ex-Digos, la polizia “politica”, il sancta sanctorum di mille storie italiane. Tutti, dalla portineria agli uffici dei dirigenti, avevano letteralmente i visi segnati, lividi. E no, non erano i segni della battaglia genovese. Perché nessuno di quei poliziotti a Genova ci aveva messo piede. E i loro visi lo testimoniavano: nessun graffio, solo tracce evidenti di furia e vergogna. Questo è uno dei segreti di Stato che tutti conoscono, che pochi hanno raccontato ma con il quale la politica e la stessa polizia non hanno mai voluto fare i conti. Genova fu premeditata. Una gigantesca esercitazione senza regole. E a rivederla adesso dopo un ventennio non salva nessuno: forze dell’ordine, politica, magistratura e media. Fu premeditata da una parte, quella assai minoritaria dei black block ma soprattutto dall’altra, quella che avrebbe dovuto garantire due diritti fondamentali: sicurezza e libera espressione. Facendoli a brandelli entrambi. “Nessuno di noi va a Genova, nessuno di noi che conosce la piazza, che lavora a stretto contatto con l’attivismo politico andrà a Genova. Chiediti il perché. Perché sarà un’esercitazione, senza alcuna regola”. Queste furono le parole precise che pubblicai poco dopo i fatti e che da vent’anni si sono conficcate nella mia testa. Alle quali si aggiunsero queste. “Rimaniamo tutti a casa e in compenso acquistano 300 sacchi da morto e mandano plotoni di ragazzini della celere ideologicamente schierati”. Appartengono ad un alto dirigente della Polizia di Prevenzione, scandite una settimana prima del 19 luglio 2001. Prevenzione se si parla di Genova è una parola che sa di beffa. Perché tutto era previsto e tutto si fece per evitare di prevenire. Tutti giocarono alla guerra simulata finché la guerra diventò reale. Genova per la sua morfologia urbana fu il campo di battaglia perfetto e l’esercitazione iniziò settimane prima, con un obiettivo: intrappolare l’avversario. Le due parti in campo, gli stati maggiori delle forze dell’ordine e del Social Forum che trattarono percorsi, logistica e una serie di azioni simboliche, provarono ad irretire l’avversario, a mostrarlo come un trofeo conquistato. Giocarono alla politica, costruendosi ognuno un alibi se le cose fossero deragliate. Perché un patto tra le due parti c’era, chiaro e sottoscritto. Percorsi stabiliti con un simbolico “sfondamento controllato” della zona rossa da parte di pochi manifestanti autorizzati in favore di telecamere. Il Fort Apache dei potenti della Terra sarebbe stato violato in mondovisione e poi tutti sarebbero tornati nella loro bolla. La domanda a cui nessuno dei vertici delle forze dell’ordine ha mai voluto rispondere è questa: perché l’accordo è saltato? Il retro-pensiero lo avevano entrambi i protagonisti. Gli organizzatori non avevano previsto un servizio d’ordine per possibili infiltrazioni violente (è un problema di ordine pubblico in capo alla polizia, spiegavano) e forti di quell’accordo mantenevano la sicurezza data dalla presenza di migliaia di telecamere che avrebbero documentato ogni possibile violazione da parte degli apparati. Questa semplice dicotomia ovviamente franò da ogni parte. A distanza di venti anni sono dieci le cose che vanno ricordate, dieci gli avvenimenti principali della storia della più lunga sospensione dei diritti costituzionali avvenuta sotto il regime repubblicano. Eccoli.

1) Il livello della tensione fu fatto salire artificiosamente attraverso i media: rischio attentati, sacche di sangue infetto da tirare contro gli agenti, allarmi bombe. Per oltre un mese si apparecchiò la tavola. Ovviamente non successe nulla di questo.

2) Gli apparati di sicurezza si lasciarono “sfuggire” centinaia di contestatori violenti che misero a ferro e fuoco Genova. Indisturbati. Nessuno del blocco nero venne mai arrestato in flagranza di reato, chi in primo grado venne condannato fu assolto perché non c’erano prove. Non vi fu, notate bene, alcun contatto tra black block e forze dell’ordine.

3) Il corteo autorizzato delle Tute Bianche, quello che secondo i patti sarebbe dovuto sfociare in una breve invasione simbolica nella zona rossa, venne caricato con una violenza mai vista. Il motivo non è mai stato spiegato. Senza la carica di Via Tolemaide la storia di quei giorni sarebbe stata diversa. Piccolo particolare: su quella via alla fine di ore di scontri si conteranno decine di bossoli a terra. Un unicum nella storia degli scontri di piazza, una scena degna di Bava Beccaris.

4) L’esercitazione senza regole, prevista da alti dirigenti del Viminale, si dispiegò domenica 22 luglio. Avendo schierato “l’artiglieria pesante” le forze di polizia non potevano proteggere Genova e i manifestanti dalla velocità da guerriglieri di strada dei black block. Incassato il fallimento del giorno prima e lo sdegno per la morte di Carlo Giuliani, si videro agenti armati e bardati in modo non legale picchiare selvaggiamente adolescenti, signori di mezza età, finanche portatori di handicap. La macchina mediatica fu dispiegata a pieno regime: nelle redazioni dei giornali mentre andava in scena la mattanza genovese arrivò la notizia che il leader delle Tute Bianche, Luca Casarini, si trovava placidamente assiso in un ristorante di Genova altezzosamente lontano dai lacrimogeni e dalle mazzate.

5) Le centinaia di arresti di cui ci si vantava nella sala globale della questura di Genova prevedevano il reato di saccheggio e devastazione, pena massima quindici anni. Centinaia di persone vennero picchiate e torturate nelle carceri secondo un protocollo parallelo. Ad ogni visita dell’inviato del Dap Alfonso Sabella nei luoghi di detenzione gli agenti tiravano su il sipario celando l’orrore. Quando Sabella provò a dimostrare di non aver mai messo piede nei luoghi delle torture si scoprì che i tabulati del suo telefono erano stati cancellati.

6) La mattanza del 22 luglio aveva fatto breccia nell’opinione pubblica. Pur con la lentezza dei modem di allora foto e video invasero internet arrivando ovunque nel mondo bucando la cortina dei media. Bisognava correre ai ripari. La scuola Diaz, il quartier generale degli attivisti e dei media del Social forum fu letteralmente presa d’assalto. Con una semplice scusa: lì ci sono le prove che la devastazione di Genova era un loro disegno. Ma era un depistaggio, fatto pure male. Che se non ci fossero di mezzo sangue, ossa rotte e disturbi da stress durati anni verrebbe in mente Totò-truffa: alla Diaz la polizia lascia bombe molotov e si inventa che un agente sarebbe stato accoltellato. Mezza Italia tira un sospiro di sollievo: i soliti facinorosi, se la sono cercata.

7) Non serve tirare le fila. Basti ricordare che i vertici della Polizia erano rispettivamente Gianni De Gennaro e Arnaldo La Barbera, responsabile della Polizia di Prevenzione. Nel 2001 erano due eroi della lotta alla mafia. La Barbera non si era mai occupato di ordine pubblico, era un “mobiliere”, una vita passata alla Squadra mobile. Non solo: di lì a poco si scoprì che aveva “storto”, depistato le indagini sulla strage palermitana di via D’Amelio obbedendo ad ordini rimasti senza padrone e senza un perché. Anche per Genova La Barbera obbedirà ad ordini superiori e lascerà a casa i suoi uomini più capaci: come per via D’Amelio serviva “vestire il pupo” e spiattellare il colpevole perfetto. Serviva il caos per l’esercitazione senza regole contro migliaia di civili. De Gennaro ha una mente politica, dove La Barbera era un semplice esecutore. Chi conosce l’ex-capo della Polizia sa bene che non è uso prendere ordini dalla politica, semmai è il contrario. Il fallimento della strategia di ordine pubblico rimane ancora adesso una macchia indelebile. Con una semplice domanda come conseguenza: nel 2001 avevamo una polizia composta da dilettanti?

A Genova non ha sbagliato qualcuno. Genova doveva andare così. Si è fatta politica con la violenza e sospendendo le leggi. Risultato? Dopo il 2001 non si è mai più vista in Italia una mobilitazione di massa simile, scollegata dai partiti e di natura internazionale. La lezione di Genova spiega molte cose avvenute in questo inizio millennio.

8) La macchia indelebile è rimasta anche sulla magistratura. Il procuratore di Genova mise a punto, prima del G8, un provvedimento illegale che, preventivamente, vietava i colloqui tra arrestati e difensori. Ne consigliamo la lettura al Ministro Marta Cartabia. Dei 280 arresti del 22 luglio 2001 nessuno venne convalidato, la procura di Genova chiese per tutti la conferma del fermo senza prove e non emise alcun decreto di liberazione. Per tutta la durata del G8 furono sospesi i più elementari diritti, fatto che permise le torture sistematiche nelle carceri. Il caso fu sollevato fino al Csm che stese il suo velo pietoso.

9) La politica di qualcosa si accorse. Rimasero inascoltate le parole di Giancarlo Galan, centro destra, allora presidente del Veneto come quelle del sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, centro sinistra: amministratori capaci di governare il dissenso. Ma la sinistra istituzionale lasciò che tutto venisse gestito “manu militari” quando invece Genova era politica. Sempre per l’insano vizio di scegliere l’accreditamento politico invece che la tenuta del sistema dei diritti. Lo ha fatto negli anni ’70, nei ’90 con Mani Pulite, a Genova nel 2001. Mai stare a sinistra degli eredi del Pci, la prendono come un’offesa personale.

10) Nessuna di queste domande ha avuto soddisfazione nelle aule di tribunale perché era compito della politica, farle e ottenere risposta. E se questo non è avvenuto è per un semplice motivo che si chiama Antonio Di Pietro, proprio lui, il giudice che sognava di ripulire l’Italia. Nel 2006 si oppose, con la sponda di Luciano Violante, alla commissione d’inchiesta sui fatti di Genova che promise nel suo programma di governo. La politica delle questure e delle toghe vinse su quella del Parlamento. E’ così che le macerie di Genova sono ancora tutte lì e nessuno le ha mai volute toccare. Nicola Biondo 

La guerriglia urbana. Chi sono i Black Block, le azioni del “Blocco Nero” e le devastazioni al G8 di Genova del 2001. Vito Califano su Il Riformista il 19 Luglio 2021. Qualsiasi persona indossasse abiti neri, e spesso (strumentalmente) qualsiasi persona manifestasse, diventò un membro del “Black Bloc”. Erano i giorni del G8 del 2001 e Genova era totalmente nel caos e l’Italia guardava in televisione gli scontri di un evento con il quale il Paese deve fare ancora i conti, dopo vent’anni. Il “Blocco Nero” era raccontato come una sorta di organizzazione, anche se un’organizzazione non è. Più una tattica di guerriglia urbana che cerca lo scontro e il vandalismo. “Un altro mondo è possibile”, era lo slogan del movimento riunitosi a manifestare sotto l’egida del Genoa Social Forum che riuniva realtà diverse tra loro: anarchici, sinistra, ambientalisti, anticapitalisti, no-global, contestatori della grande finanza mondiale. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, degenerarono rapidamente per via dell’impostazione disastrosa e violenta delle forze dell’ordine e dell’apporto di frange estreme della contestazione. Genova era divisa in tre zone, in quei giorni: la Zona Rossa, interdetta; quella Gialla, dove i movimenti erano limitati; quella Verde, dove le manifestazioni erano state permesse e autorizzate. Il vertice tra gli otto Grandi della Terra – George W. Bush, Vladimir Putin, Tony Blair, Jacques Chirac, Gerhard Schröder, Junichiro Koizumi, Jean Chrétien e Silvio Berlusconi – iniziò ufficialmente venerdì 20 luglio. Scoppiò comunque il caos: manganellate, molotov, negozi saccheggiati, auto distrutte, cassonetti divelti, lacrimogeni e sangue. Il termine “Black Bloc” divenne rapidamente popolare. Era nato in Germania (Schwazer Block) all’inizio degli anni ’80: la polizia tedesca usava il termine per indicare gli Autonomen, estremisti di sinistra che alle manifestazioni indossavano maschere e abiti nere. Il termine fu quindi adottato nelle manifestazioni contro il Pentagono nel 1988, contro la Prima Guerra del Golfo nel 1991 e in occasione del G8 di Seattle nel 1999, tutte negli Stati Uniti. E quindi a Praga durante la riunione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nel 1999; in Québec, Canada, contro il vertice delle Amercihe; a Goteborg, in Svezia, contro il Consiglio Europeo dell’Unione Europea. Più che un movimento, una vera e propria organizzazione, si tratta (o almeno così sono sempre stati considerati) come singoli individui che agiscono in gruppo ma uniti nelle intenzioni. Le manifestazioni diventano occasione di guerriglia urbana per il Blocco, che cerca lo scontro violento con le forze dell’ordine. La strategia definita come quella principale del blocco: infiltrarsi nei cortei pacifici e quindi dividersi per agire. Il “Blocco” si è ispirato anche al gruppo anarchico DAN (Direct Action Network) attivo negli USA negli anni ’90. Sono vestiti di nero, per l’appunto, e in maniera da celare l’identità. Spesso armati: spranghe, bastoni, molotov. Di solito il “Blocco” viene agitato da un piccolo gruppo iniziale che si compatta e comincia l’azione. A questo si uniscono spontaneamente altri in seguito. Gli obiettivi dei Black Bloc sono di solito le istituzioni, le banche e i negozi delle multinazionali. A Genova cominciarono puntellando i marciapiedi e l’asfalto fino a staccarne pezzi da usare negli scontri, nel lancio di oggetti. Poliziotti e carabinieri, in occasione del G8 di vent’anni fa, sono stati accusati di aver lasciato fare i gruppi violenti – anche per ore e prima dell’inizio delle manifestazioni e nonostante le telefonate dei cittadini – e di essere invece intervenuti duramente (i processi dimostreranno con violenza e perfino con armi improprie) contro i cortei pacifici. I “Black Bloc” sono diventati famigerati dopo i fatti di Genova 2001 che degenerarono con la morte del 23enne Carlo Giuliani e l’irruzione e le violenze della scuola Diaz. Altre occasioni nelle quali è stata riportata la loro azione in Italia sono state in particolare il corteo degli Indignados a Roma dell’ottobre 2011 e le proteste in occasione dell’inaugurazione dell’Expo nel maggio 2015 a Milano, nella zona di Corso Magenta, con una cinquantina di automobili incendiate e una trentina tra negozi, vetrine e abitazioni private devastate. Repubblica scrisse che furono circa 800 i Black Bloc che accesero gli scontri. 10 i fermati dalla polizia e 11 feriti tra gli agenti.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Marco Imarisio per il "Corriere della Sera" il 19 luglio 2021. A guardare nei ricordi, viene in mente l'ultimo momento di quiete prima della tempesta. Erano le nove del mattino di un venerdì soleggiato. Il colonnello dei Carabinieri Giorgio Tesser e il questore di Genova Francesco Colucci si erano presentati nella hall dell'hotel di Genova che raccoglieva i giornalisti venuti da tutto il mondo. Per «un caffè tranquillizzante», questa la frase che resta su un taccuino ormai scolorito, che doveva fugare i timori e le ansie che i media diffondevano «con inspiegabile esagerazione». Parlò solo il militare, ex giocatore di rugby. «Fidatevi, non succederà nulla». Strizzando l'occhio, spiegò che era recita, che i Black bloc avrebbero fatto un po' di casino, ma con gli altri, gli organizzatori del grande corteo che sarebbe sceso nel centro della città partendo dallo stadio Carlini, c'era un accordo. Li avrebbero fatti sfilare, avrebbero consentito a qualcuno di violare la zona rossa che proteggeva gli otto grandi della terra giunti nel capoluogo ligure per discutere tra loro. Dietro di lui, il questore che non aveva pronunciato parola, si mise la mano nella tasca dei pantaloni e procedette a un gesto scaramantico che rivelava i suoi dubbi. Appena fuori dall'hotel, i Black bloc stavano cominciando a picconare l'asfalto per fare scorta di pietre e sassi. Sono passati vent' anni, da quei giorni. Il G8 di Genova fu il punto d'arrivo e l'inizio della fine del movimento no global, chiamato così perché si batteva contro la globalizzazione. Era così grande che aveva molte anime, forse troppe. All'interno della sigla del Genoa Social Forum (GSF) confluirono associazioni che operavano in campi molto diversi l'uno dall'altro, unite però da una visione condivisa, ecologista, anticapitalista, contro il potere delle multinazionali e la perdita di controllo del singolo individuo rispetto ai meccanismi spesso oscuri della grande finanza mondiale. Lo slogan valido per tutti era che «un altro mondo è possibile». Ci arrivarono male, i no global, a quell'appuntamento così in anticipo sui tempi di una esperienza fatta di embrioni che ancora dovevano coagularsi in una sola entità. Nell'anno precedente il G8 di Genova, divenne chiaro che il movimento era diventato veicolo anche di soggetti indesiderati, come il cosiddetto Blocco nero, termine che in origine indica una tattica di protesta violenta. I segni che qualcosa di brutto sarebbe potuto accadere erano ovunque. Ma il G8, la riunione annuale dei grandi della terra, era ormai diventato una ossessione. Bisognava esserci, anche se ormai si parlava quasi solo di ordine pubblico. I capi del GSF caddero nella trappola, che era anche mediatica. Dichiararono guerra, in senso figurato, imposero condizioni, esercitando un potere che non avevano. Se questa è la premessa, quel che accadde dopo non ha alcuna giustificazione. Esistono i torti di una parte, lo Stato italiano, e le ragioni delle vittime, al netto dei loro peccati di presunzione. Ma quella mattina, le manifestazioni sembravano andare come previsto dal colonnello dei Carabinieri. I Black bloc avanzavano devastando ogni cosa sul loro percorso. Le pattuglie li accompagnavano scansandosi al loro passaggio. Tutto cambia all'improvviso nel primo pomeriggio. Come se il copione fosse stato riscritto senza avvisare la maggior parte degli attori. A poca distanza dai Black bloc, le quarantacinquemila persone che stanno scendendo dallo stadio Carlini vengono attaccate da una carica laterale dell'Arma che spezza il corteo. È un attacco violentissimo, che ancora oggi non trova alcuna spiegazione plausibile. Cosa è successo per giustificare un tale cambio di strategia? L'unica cosa certa è che mentre venivano trasmesse in mondovisione le immagini delle devastazioni dei Black bloc, l'allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini si presenta alla caserma San Giuliano dei Carabinieri, una visita non prevista. Alle 14.58 dalla centrale operativa dei «cugini» della Polizia si sentono le bestemmie del dirigente genovese che doveva coordinare le varie mosse delle pattuglie. «Noo... hanno caricato l'altro corteo... I Carabinieri non dovevano andare in via Tolemaide, che c... ci fanno lì, ma perché attaccano?». La domanda non ha ancora trovato risposta. Muore un ragazzo di 23 anni, ucciso in piazza Alimonda da un colpo di pistola sparato da una giovane recluta rimasto intrappolato in una Jeep assediata dai manifestanti inferociti. Aveva 23 anni, si chiamava Carlo Giuliani. In quello che ormai è diventato un delirio di violenza, anche lui lancia pietre, raccoglie un estintore, sta per scagliarlo verso la Jeep blu. Muore sul colpo. Il suo corpo verrà sfregiato da alcuni ufficiali desiderosi di dissimularne la causa della morte. La faccia che talvolta riaffiora sui muri delle città italiane è la sua. Carlo non era un no global, ne sapeva poco di quella storia. Ma ne diventerà un simbolo. Il peggio è accaduto, il peggio deve ancora accadere. Il giorno seguente, durante la manifestazione di chiusura del GSF i Black bloc infiltrano il corteo. La Polizia, alla quale è stato affidato il compito di sostituire i Carabinieri, li insegue e non fa distinzioni tra manifestanti pacifici e infiltrati. A sera, sembra finita. Invece no. All'interno della scuola Diaz ci sono un centinaio di no global che stanno trascorrendo la loro ultima notte a Genova. L'irruzione del reparto mobile di Roma guidato da Vincenzo Canterini verrà ricordata con la definizione data al processo da uno dei suoi uomini, una macelleria messicana. Una spedizione punitiva, una vendetta. Il tentativo maldestro di giustificare quell'intervento fabbricando prove false sarà oggetto di una lunga vicenda processuale che si concluderà con la condanna dell'intera catena gerarchica della Polizia per falso, mentre le accuse di lesioni sono andate prescritte. Per le violenze della Diaz e per le sevizie accadute nella caserma di Bolzaneto, dove venivano portati i manifestanti arrestati, pagheranno in pochi. A quell'epoca non esisteva ancora nel nostro Codice penale il reato di tortura, l'unico adatto a definire ciò che accadde. Sono passati vent' anni, e non è vero che non sappiamo nulla. Almeno esiste una percezione chiara di chi fu l'aggredito e di chi era l'aggressore. Il movimento no global sopravvisse alla ferita cambiando pelle. Fu obbligato a farlo, perché due mesi dopo ci fu l'undici settembre di New York. Iniziò la stagione delle grandi mobilitazioni contro la guerra. Poi ognuno andò per la sua strada, disperdendosi in mille rivoli. L'eredità di quei giorni è nella legge che introduce il reato di tortura, approvata nel luglio del 2017, sedici anni dopo. Genova 2001 non è stato l'inizio di nulla, anche se qualcuno sostiene che quei fatti hanno aperto la strada al populismo. Al massimo, ha segnato l'inizio di un modo di fare politica, o di un modo della politica di commentare ogni vicenda, dove i fatti vengono ignorati e si può dire ogni cosa e il suo contrario. E allora, perché raccontare questa storia un'altra volta? Forse, per quell'esercizio necessario della memoria che in Italia viene quasi sempre trascurato. Perché fu una pagina ignobile della democrazia, che allontanò dalla partecipazione alla vita pubblica una intera generazione. E perché ricordare è l'unico modo possibile per dire che non deve accadere mai più.

Nel lager di Bolzaneto. Violenze, torture, umiliazioni, minacce. Per i fermati ai cortei una prigione in stile cileno, in balia delle squadre Gom della penitenziaria. L’omertà dei responsabili: «Non sapevamo nulla». Le testimonianze: «Alle donne urlavano “Vi stupriamo come in Bosnia”». Simone Pieranni su l'Espresso il 19 luglio 2021. Prima di Bolzaneto, prima di arrivare alla caserma di Bolzaneto, c’era il viaggio. Durante questo tragitto «venivamo insultati ripetutamente, ci dicevano che andavamo in un posto dove ci avrebbero fatto morire e che eravamo delle zecche, comunisti, cioè insulti sopra la famiglia, cose così. E cose tipo zecche comunisti, vostra madre è una puttana. Cosa cazzo ci facevate qua? Vi porteremo in un posto dove morirete! Ve la faremo pagare». Con particolari più o meno simili si sono espressi in tanti che al termine delle giornate del G8 si ritrovarono a Bolzaneto, squarcio periferico genovese, nella Valpolcevera profonda e distante tanto dai luoghi degli scontri, quanto dalla scuola Diaz.

G8, 20 ANNI DOPO: IL DOSSIER. Arrivati alla caserma quasi tutti i testimoni hanno raccontato del benvenuto, il «comitato d’accoglienza» in un corridoio. «Vuole descriverci la situazione del corridoio come la ricorda?», chiede il Pm a un teste. «La situazione», risponde, «è che era appunto un corridoio, da quando si superavano i primi tre gradini si iniziavano a subire percosse e violenze dalla prima stanza». Dopo il «comitato d’accoglienza» era il turno delle «ali di corvo», un’altra espressione che abbiamo imparato a conoscere udienza dopo udienza, strazio dopo strazio. «Ci facevano stare a gambe larghe e fronte al muro. Mani alzate, sopra la testa, appoggiate contro il muro». A un testimone il pm chiede quanto tempo sia stato costretto in questa posizione. «So che sono rimasto in questa posizione», risponde in aula una vittima, «a lungo ed anche fuori dalla cella prima della…, della visita medica. Tanto da farmi svenire prima della visita medica». Altri frammenti di testimonianza sul clima respirato nella caserma, il cui scopo originario doveva essere quello di «smistamento» degli arrestati, prelevati a grappolo dalle manifestazioni: «Mi ricordo che è arrivata una ragazza che era molto spaventata, era molto impaurita, non capiva cosa stava succedendo e s’è sentita male, tipo le è venuta nausea, penso, aveva… le veniva da vomitare, ha chiesto più volte “posso andare in bagno, sto male, posso andare in bagno?”, le hanno sempre detto di no, finché non ha vomitato poco più… cioè lì vicino a dove stava inginocchiata, al che ha chiesto uno straccio, ha chiesto qualcosa per pulire, e le han detto no più volte, le han detto pure “ora pulisci con la lingua, a noi non ce ne frega se tu hai sporcato, ti tin ta ta” e… niente, alla fine non so, qualcuno le ha dato un fazzoletto, probabilmente qualcuna delle ragazze che stava nella cella, e ha pulito con quello. Poi dopo so che l’hanno fatta andare in bagno, ma dopo». Bolzaneto arriva nella storia italiana dopo la morte di Carlo Giuliani e l’irruzione alla scuola Diaz. Arriva dopo, ma arriva perché, al contrario di altri procedimenti, qualcuno che era lì e ha visto tutto, parla. Agenti e personale medico consentono ai pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati di allargare il campo nel procedimento sulle torture all’interno della caserma. In precedenza, nei 43 avvisi di chiusura indagini, i reati ipotizzati erano soltanto quelli di abuso d’autorità sui detenuti, abuso d’ufficio e falso ideologico; le rivelazioni di chi decise di parlare portano a nuove richieste di rinvio a giudizio. Questa volta sono indirizzate a 47 persone con accuse ben più pesanti: abuso d’ufficio, abuso d’autorità su arrestati, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico (perché nei verbali si dava conto di avere informato dei loro diritti gli arrestati e che rinunciavano ad avvisare parenti e consolati). Secondo la memoria depositata a marzo del 2005 dai procuratori, nelle stanze della caserma di Bolzaneto fu violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti (ipotesi poi confermata dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2017). Di fronte ai giudici alla fine finiscono in 45: quattordici sono agenti della polizia penitenziaria, poi ci sono dodici carabinieri, quattordici tra agenti e dirigenti della polizia e cinque medici e paramedici, tra i quali Giacomo Toccafondi che delle strutture mediche della caserma era il responsabile. Riconosciuto da molti testimoni, il «medico in divisa», come racconteranno anche persone all’epoca impiegate come personale medico, era accusato anche di «aver effettuato e aver comunque consentito che altri medici effettuassero i controlli e il cosiddetto “triage” e le visite mediche al primo ingresso con modalità non conformi ad umanità e tali da non rispettare la dignità della persona visitata, così sottoponendo le persone ad un trattamento penitenziario, anche sotto il profilo sanitario, inumano e degradante». Una delle vittime ha raccontato in aula che di fronte alla sua mano gonfia e insensibile, il dottore «la strinse ancora più forte». L’infermeria era quasi peggio delle celle: flessioni, insulti, umiliazioni e il dottor Toccafondi a collezionare ricordi, ciocche di capelli ad esempio, o a ricordare, una volta in aula, l’origine napoleonica del «triage». Le testimonianze delle vittime rendono bene l’idea di impunità presente nella caserma, compreso l’utilizzo di spray al peperoncino nelle celle, e un clima generale che le cronache quotidiane delle ultime settimane ci hanno straordinariamente riconsegnato, riportando alla mente quanto accaduto ormai venti anni fa. Come accaduto con gli altri procedimenti, per i testimoni appartenenti alle forze dell’ordine a Bolzaneto non sarebbe successo niente, in realtà. Molti di loro «dimenticarono» quanto accaduto, altri provarono a minimizzare, altri mentirono a tal punto da passare dall’altra parte: da testimoni a indagati. Eppure dai procedimenti è emerso di tutto: l’obbligo di cantare canzonette fasciste («un due tre via Pinochet»), insulti e minacce nei confronti delle donne presenti nella struttura: alle ragazze all’interno di una cella, secondo il racconto di un testimone, gli agenti urlavano «che le avrebbero dovute stuprare come in Bosnia», oltre a insulti ripetuti: troie, puttane. Le minacce di stupro furono talmente tante che i pm nella loro memoria sottolinearono come questi e altri atteggiamenti «come in ogni caso di tortura» avvennero grazie a «quel meccanismo fatto di omissioni per cui i responsabili non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i maltrattamenti subiti». L’accanimento avvenne con chiunque, anche contro un uomo di 52 anni, poliomielitico e con una protesi alla gamba, che nella sua testimonianza ha ricordato i pestaggi, prima e dopo essere stato costretto a stare in piedi al muro per tutta la notte. Crollato a terra, ha raccontato - confermato poi da altri testi - di essere stato di nuovo picchiato, inerme, accovacciato sul pavimento. Ci sono alcune particolarità, naturalmente, anche nel procedimento di Bolzaneto. Una prima ha a che fare con la presenza di un corpo speciale (ne avevamo già visti alcuni creati ad hoc per il G8 nelle strade di Genova) all’interno della caserma. Si tratta dei Gom, un corpo nato nel 1997 «per fare fronte alle esigenze derivanti dalla gestione dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, concorrere alla sicurezza delle traduzioni di detenuti ad elevato indice di pericolosità e adottare misure idonee a prevenire e impedire fatti o situazioni pregiudizievoli per l’ordine e la disciplina degli istituti penitenziari». I Gom, anziché rimanere fuori, furono invece protagonisti di quanto accaduto nei corridoi; per mancanza di prove sufficienti però, nessuno dei Gom è finito tra gli imputati. Una seconda particolarità è che in quelle giornate a Bolzaneto passarono persone importanti, ma che a quanto pare non si accorsero di niente: si tratta dell’allora ministro della giustizia Roberto Castelli e del magistrato Alfonso Sabella. Il ministro, ovviamente, non vide nulla, niente. Anni dopo, nel 2015, al Messaggero dirà: «A Bolzaneto arrivai alle tre di notte, a sorpresa. Il massimo che vidi erano alcuni ragazzi tenuti in piedi con la faccia contro il muro. Non c’era sangue né altro. Se quella è tortura che cosa dovrebbero dire i metalmeccanici che stanno in piedi per otto ore?». Più o meno simili furono le dichiarazioni di Sabella (la cui posizione venne archiviata), all’epoca dirigente del Dap, ovvero «coordinatore dell’organizzazione, dell’operatività e del controllo su tutte le attività dell’amministrazione penitenziaria in occasione del G8 in Genova», comprese dunque le due carceri provvisorie del G8, Forte San Giuliano, dove nella giornata del 20 luglio era presente Gianfranco Fini, leader di An e allora vice presidente del Consiglio) e Bolzaneto. Sabella anni dopo accennerà al fatto che non gli fecero vedere nulla: ipotesi sostenuta anche dalla procura nella richiesta di archiviazione, perché secondo i pm gli agenti occultarono quanto stava accadendo di fronte e un superiore.

Ma proprio quell’archiviazione costituisce ancora oggi il tarlo del magistrato che di recente al Domani, ha spiegato che il giudice «mi infama gratuitamente scrivendo che ero responsabile delle violenze per colpa e non per dolo». C’è una verità storica e c’è una verità giudiziaria: non sempre combaciano, specie quando le violenze rendono le vittime quasi incapaci di credere a quello che si è subito e soprattutto completamente incerte circa la possibilità di essere credute. Una vergogna, altro colpo alla dignità, squarciata da testimonianze in grado di consegnare ai traumi patiti una goccia di splendore, di umanità, di verità. La verità di chi c’era, di chi ha visto, di chi ricorda.

Quando l'Italia divenne per due giorni stato di polizia. G8 di Genova, cosa successe e di chi sono le responsabilità del massacro di 20 anni fa. David Romoli su Il Riformista il 20 Luglio 2021. I più sbigottiti di tutti, il 21 luglio 2001 a Genova, furono i manifestanti già di una certa età, con esperienza diretta degli scontri anche violentissimi con la polizia degli anni ‘70. Un simile comportamento da parte delle forze dell’ordine non lo avevano mai visto: poliziotti e carabinieri provocavano a freddo, cercavano lo scontro, attaccavano all’improvviso e senza ragione una manifestazione neppure troppo bellicosa. A ogni traversa partivano una carica violenta o un lancio a pioggia di micidiali candelotti lacrimogeni urticanti, dagli effetti più brevi ma molto più sconvolgenti di quelli usati nei decenni precedenti. Era come assistere al capovolgimento della logica abituale, in base alla quale le forze dell’ordine cercano per principio, e di solito anche per precisa disposizione, di evitare lo scontro o almeno di impedire che si trasformi in battaglia. L’assioma, stracciato dalla polizia quel giorno, è di solito tanto più imperativo in situazioni potenzialmente esplosive, e in particolare all’indomani di una tragedia come l’uccisione di Carlo Giuliani nel corso dei durissimi scontri del giorno precedente. Quel 20 luglio, era la data centrale nella tre giorni di manifestazioni organizzate dal Genoa Social Forum in occasione della riunione del G8 nella città ligure. Giovedì 19 c’era stata la prima manifestazione, quella dei migranti. Colorata, festosa, pacifica: tutto era filato liscio ma non c’erano mai state preoccupazioni in proposito. La data cerchiata in rosso era quella di venerdì 20. Le Tute bianche si erano erano concentrate allo stadio Carlini, tra i pochi spazi concessi dal Comune al Genoa Social Forum. Da lì sarebbe partito il corteo che prometteva di sfondare la “zona rossa”, chiusa, blindata e presidiata in forze. La “zona rossa” comprendeva praticamente il cuore del centro storico di Genova. Era stata interamente ingabbiata con sbarre e inferriate pesantissime e tornelli stretti stretti. Imprendibile. Era una vera dichiarazione di guerra? Negli anni successivi, con la dovuta discrezione, alcuni alti funzionari della polizia hanno parlato di un accordo con le Tute bianche per mettere in scena una sorta di scontro mimato. I manifestanti avrebbero dovuto violare simbolicamente la zona rossa per pochi metri, la polizia avrebbe risposto caricando e respingendo “gli invasori” ma senza calcare troppo la mano. Sia i leader delle Tute bianche che i vertici delle forze dell’ordine hanno sempre smentito quell’intesa. Si trattava però di una pratica all’epoca diffusa. Gli scontri avevano spesso valenza più simbolica e spettacolare che reale e rispondevano all’esigenza avvertita sia dagli organizzatori che dalla polizia di lasciare il meno spazio possibile alle frange più bellicose. Comunque, che l’accordo ci fosse come è in definitiva probabile o meno, a Genova non funzionò e non poteva funzionare. Troppa la tensione accumulatasi e montata in modo dissennato per settimane dai media. Troppo forte la decisione, da parte di tutti i governi, di stroncare a ogni costo quel movimento internazionale. Nelle settimane e nei mesi precedenti un po’ in tutte le parti del mondo, anche forze di polizia tra le più “gentili”, come quella svedese, avevano adoperato una brutalità inaudita. Gli scontri, venerdì 20 luglio, iniziarono ancora prima che il corteo principale partisse dal Carlini, con le Tute bianche in assetto da combattimento nelle prime file. Gruppi incontrollati di manifestanti avevano lanciato sassi contro la polizia, bruciato alcune macchine, distrutto vetrine e bancomat intorno alla stazione di Brignole, poi intorno al carcere di Marassi. Erano i famosi “Black bloc”, sui quali i media avrebbero poi favoleggiato per anni anche se, come area organizzata, il Blocco nero non è probabilmente mai esistito. Il corteo principale tentò di forzare i cancelli della zona rossa in piazza Dante. Ci riuscì, aprì uno spiraglio attraverso il quale passarono quattro manifestanti: la violazione simbolica della “zona rossa”. Ma le cariche continuarono anche quando il corteo si era ormai allontanato dai cancelli della zona rossa. I video girati quel giorno mostrano cariche della polizia lanciate a freddo, senza che ce ne fosse reale bisogno, e gestite, per imperizia o per calcolo, nel modo peggiore, senza lasciare ai manifestanti via di fuga e costringendoli quindi comunque allo scontro frontale. In piazza Alimonda i dimostranti contrattaccarono, costrinsero la polizia a ripiegare, trasformarono quelle che sino a quel momento erano state cariche e scaramucce in una vera battaglia di strada. Le forze dell’ordine persero completamente il controllo. I contatti con la sala di comando centrale saltarono, due Land Rover dei carabinieri finirono isolate. I carabinieri schierati a pochi metri, non intervennero. L’autista di uno dei due automezzi perse la testa, spense involontariamente il motore, il Defender fu circondato e assaltato. Un carabiniere di 20 anni, Mario Placanica, in preda al panico sparò uccidendo Carlo Giuliani, 23 anni, il ragazzo che lo minacciava con un estintore. Negli anni si sono moltiplicate ipotesi più o meno fantasiose secondo cui a sparare non fu il terrorizzato Placanica ma sembra improbabile che questa versione vada oltre la perenne passione italiana per il complotto e il mistero. La notizia della morte di Carlo Giuliani raggelò tutti e caricò di ulteriore minaccia le manifestazioni previste per il giorno seguente, sabato 21, alle quali presero parte centinaia di migliaia di persone. Fu in quel sabato che la parabola di Genova diventò un evento unico nella storia repubblicana. La tragedia del giorno precedente poteva ancora essere vista solo come conseguenza di una manifestazione particolarmente tesa e di una gestione dilettantesca della piazza da parte delle forze dell’ordine. Ma il 21 polizia e carabinieri fecero il possibile per impedire che la tensione calasse e per massimizzare il rischio di una nuova battaglia. Si comportarono cioè all’opposto esatto della prassi consolidata. Dopo tragedie come quella del 20 luglio, le forze dell’ordine cercano di solito di mantenere un profilo per quanto possibile basso, mirano a contenere la rabbia dei manifestanti. Il 21 luglio, al contrario, polizia e carabinieri fecero di tutto per far esplodere quella rabbia. A differenza del giorno precedente non ci fu nessuna battaglia di strada. Solo una serie interminabile di cariche a freddo, rastrellamenti nei bar e per le strade anche a manifestazione conclusa, lancio continuo di lacrimogeni urticanti, con centinaia di feriti e di arresti. Ci furono macchine messe di traverso e a volte bruciate ma solo per frenare e rallentare gli attacchi immotivati della polizia. Nel pomeriggio, secondo la versione ufficiale, furono trovate nascoste dietro un cespuglio due bottiglie molotov, la cui consegna non fu verbalizzata. Quelle due Molotov, portate dalla polizia stessa nel cortile della scuola Diaz, furono poi usate per giustificare l’irruzione, i pestaggi senza precedenti, la “macelleria messicana” della notte. La Diaz era uno degli spazi concessi dal Comune al Genoa Social Forum. Tra il 21 e il 22 luglio nei locali e in quelli dell’adiacente scuola Pascoli si trovavano 93 persone che non avevano potuto o voluto lasciare Genova. Nella notte circa 500 tra poliziotti e carabinieri irruppero nei locali letteralmente massacrando gli ospiti inerti e addormentati. Arrestati senza motivo e senza diritto, dal momento che le Molotov senza le quali gli arresti sarebbero stati illegali le aveva piazzate lì proprio la polizia, furono trasportati nella caserma di Bolzaneto. Le torture nella caserma Nino Bixio di Bolzaneto arrivarono molto al di là dell’immaginabile in un Paese democratico. Non furono solo botte, ossa fratturate, denti rotti ma anche vessazioni di ogni tipo: persone denudate, degradate, costrette ai comportamenti più umilianti e intanto picchiate sbattute contro il muro pestate senza requie, tra cori e slogan fascisti, inni razzisti, esaltazioni dei lager nazisti. Le “spiegazioni” delle forze dell’ordine – per l’assalto alla Diaz – furono la classica toppa quasi peggiore del buco. Dissero che si trattava di una perquisizione alla ricerca dei fantomatici “black bloc”, senza dettagliare perché si fossero presentati bardati di tutto punto con scudi e manganelli. Giustificarono le botte, parlando di sassi e bottiglie tirati contro le volanti nel cuore della notte, senza fornire il minimo riscontro e furono sbugiardate. Brandirono le Molotov da loro stessi depositate nella scuola come prova della pericolosità dei ragazzi massacrati nel sonno. Fu senza dubbio un’azione decisa ai massimi livelli. Nella notte, il direttore di un quotidiano avvertito della mattanza ancora in corso, telefonò al portavoce del capo della polizia De Gennaro, per avvertirlo di cosa stava succedendo. Si sentì rispondere che in effetti anche lui si trovava alla Diaz in quel momento. Dagli attacchi indiscriminati del pomeriggio sino alla folle macelleria della notte, il 21 luglio di Genova non fu una situazione “sfuggita di mano”. Fu una scelta precisa, arrivata dall’alto, che però, a distanza di vent’anni resta ancora inspiegata. Anche perché la nessuno ha mai voluto individuare la catena di comando e presentare il conto di quegli ordini. Per cercare una spiegazione di quella “sospensione della democrazia”, bisogna inserire Genova nel suo appropriato contesto. Tutti, ancora oggi, ricordano quel che successe il 20 e il 21 luglio. Quasi nessuno, invece, rammenta i fatti di Napoli del 17 marzo dello stesso anno, in occasione del vertice del Global Forum. Da un anno e mezzo, a partire dalle manifestazioni e dagli scontri del novembre 1999 a Seattle, dove era riunito il vertice del WTO, ogni riunione degli organismi sovranazionali era accompagnata da controvertici, manifestazioni di massa, proteste e spesso scontri anche molto duri tra la polizia e il “popolo di Seattle”, ribattezzato dai media “movimento no global” anche se in realtà protestava non contro la globalizzazione ma contro la sua gestione neoliberista. A Napoli, con al potere un governo di centrosinistra, Giuliano Amato presidente del consiglio ed Enzo Bianco ministro degli Interni, la repressione fu durissima. Anticipò nei particolari, sia pur in forma meno estrema, quel che sarebbe successo quattro mesi dopo a Genova: i pestaggi indiscriminati, le retate e le botte a manifestazione già conclusa, la brutalità nelle caserme. Genova non arrivò per caso e non fu conseguenza della vittoria della destra nelle elezioni politiche del maggio 2001. I piani per la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 erano stati messi a punto dal governo precedente e collaudati a Napoli. È molto probabile che la presenza di un governo di destra abbia aggravato la situazione ma sia la scelta di reprimere con inaudita violenza sia i numerosi errori tecnici erano parto dell’esecutivo Amato. La scelta di Genova come città ospite del vertice era di per sé insensata. Napoli era stata scartata perché considerata logisticamente troppo pericolosa. Il capoluogo ligure presentava gli stessi inconvenienti. Roma, città più facilmente governabile in termini di ordine pubblico, era stata considerata “troppo calda”. La temperatura era in realtà identica. Il tentativo di impedire l’afflusso dei manifestanti, sospendendo dal 14 al 21 luglio le regole di Schengen, fu un fallimento totale. La divisione della città in zone, con la “zona rossa” e quella “gialla” proibite ai manifestanti, salvo poi ripensarci all’ultimo momento e aprire quella “gialla”, si rivelò controproducente, anzi disastrosa. Ma non si trattò solo di errori e imperizie dei governi italiani succedutisi nel 2001. C’era senza dubbio una disposizione internazionale, a stroncare con ogni mezzo un movimento che stava montando in tutto il mondo occidentale con una rapidità e una potenza che ricordava la fine degli anni ‘60 del secolo precedente. Tra il 14 e il 16 giugno del 2001, a Gothenborg, la solitamente pacifica polizia svedese attaccò le manifestazioni contro la riunione del Consiglio europeo della Ue con una violenza unica nella storia del Paese: attacchi indiscriminati, cariche a cavallo, uso delle armi da fuoco. Un ragazzo di 19 anni fu gravemente ferito dai colpi sparati dalla polizia. Per prudenza la Banca Mondiale annullò il vertice già fissato a Barcellona dal 25 al 27 giugno. Da Seattle a Genova fu un crescendo assurdo di violenze, di solito con l’alibi dei “Black bloc”. In Italia l’informazione ci mise parecchio di suo. Per tutto giugno, con raro senso d’irresponsabilità, i media italiani soffiarono sul fuoco, contribuendo in modo d terminate a creare il clima parossistico che avrebbe portato alla tragedia. Scrissero che i manifestati si preparavano a lanciare palloni pieni di sangue infetto dal virus dell’Aids sulla polizia, che Bin Laden aveva inviato i suoi uomini per portare lo scontro alle estreme conseguenze, che manipoli di neofascisti si erano infiltrati per provocare inimmaginabili violenze. Le forze dell’ordine ma anche i manifestanti arrivarono all’appuntamento con Genova aspettandosi due giorni di guerra e in un contesto così teso sperare di poter limitare lo scontro a poco più di uno spettacolo mediatico e simbolico non poteva che rivelarsi illusorio. Gli errori dei governi italiani e l’irresponsabilità dei media possono spiegare la tragedia del 20 luglio. Non lo stupro della democrazia del giorno seguente. Ma quella spiegazione non è mai stata cercata. In settembre fu istituita una “indagine conoscitiva” del Parlamento ma, senza veri poteri di inchiesta, non servì a niente. Dopo il 2006 la maggioranza di centrosinistra provò a istituire una vera commissione d’inchiesta ma la proposta fu respinta dalla destra a cui si unirono i parlamentari di Antonio Di Pietro. Sotto processo sono finiti molti degli esecutori ma pochi sono stati condannati e nessuno ha mai scontato un solo giorno di prigione. Al processo per le torture di Bolzaneto i condannati furono 7: tutti gli altri imputati erano in prescrizione. I vertici della polizia, a cominciare da De Gennaro, hanno proseguito una brillante carriera. In galera ci sono finiti solo i manifestanti arrestati durante gli scontri. I quali hanno scontato molti anni. È un altro esempio di come funziona da noi la giustizia: la polizia e i carabinieri violando la Costituzione e le leggi aggrediscono, provocano, bastonano e persino uccidono. la magistratura interviene e spedisce in galera le vittime. David Romoli

Ma io dico, da quei processi sulla macelleria messicana del G8 arrivò anche un po’ di luce. Genova raccontata da un avvocato. Dal processo per la morte di Carlo Giuliani a quelli per i pestaggi alla Diaz e a Bolzaneto. Tra giustizia negata e i pronunciamenti della Cedu: su tutti quello che impose all’Italia l’introduzione del reato di tortura. Ezio Menzione su Il Dubbio il 20 luglio 2021. I processi del G8, per noi del Genoa Legal Forum (così si era chiamato quel gruppo di avvocati che avevano tentato, nei giorni della manifestazione di arginare gli abusi delle forze dell’ordine) sono cominciati il martedì successivo, un giorno solo di pausa per fare la doccia, tirare il fiato e mettersi la giacca, e poi di corsa nelle carceri di Alessandria, Voghera e Pavia dove i Gip genovesi dovevano convalidare gli arresti effettuati il venerdì e, soprattutto, il sabato, in piazza e alla Diaz. Difficile dire cosa provammo a vedere sfilare occhi tumefatti, ecchimosi su tutto il corpo, qualche osso rotto, ma soprattutto la paura e lo sgomento nello sguardo di quel centinaio di giovani. Anche i Gip, dopo le prime disattente convalide, cominciarono a vedere le ferite, e le contusioni e a chiederne ragione: i ragazzi, quasi esitando, iniziarono a narrare il trattamento ricevuto a Bolzaneto, alcuni piangendo, altri senza riuscire ad articolare un discorso. Anche i verbali di arresto, tutti uguali e stereotipati, iniziarono ad apparire sospetti e i Gip si convinsero che ciò che vi stava scritto era una falsità e non convalidarono più niente. Ci vollero due giorni, ma poi tutti furono liberi. Anche quel povero gruppo di teatranti tedeschi, fermati sulle montagne intorno a Genova che se ne stavano tornando in Germania con i loro vestiti di scena, guarda caso neri: tedeschi, con abiti neri, dunque black bloc, arrestati. I processi del G8 di Genova ci misero molto di più a decollare: mesi ed alcuni (Diaz e Bolzaneto) anni e furono sostanzialmente tre: quello contro 25 manifestanti, quello sull’irruzione alla Diaz e quello sulla detenzione a Bolzaneto. Molti altri contro singoli manifestanti si snocciolarono nel corso degli anni, furono per lo più seguiti dai colleghi genovesi e si conclusero tutti con assoluzioni. Il processo contro i manifestanti, etichettati frettolosamente black bloc, aveva tre punti giuridici di rilievo: la maniera in cui erano stati fatti i riconoscimenti, la contestazione di devastazione e saccheggio, l’applicazione dell’esimente della risposta all’atto arbitrario del pubblico ufficiale. Nessuno degli imputati era in vincoli né era passato per l’arresto; molti erano stati individuati sulla base di video, magari inviati alle singole questure per scovare a chi somigliassero quei dimostranti: in genere non erano individuati per avere commesso qualcosa di specifico e di grave, ma per lo più per essere stati presenti mentre i black bloc erano in azione. Ma apparve subito chiaro che essi non appartenevano ai veri e propri black bloc. Quanto alla devastazione e saccheggio – art. 519 del codice penale, con un minimo altissimo (8 anni) e un massimo spropositato (15 anni, quasi un omicidio) – la difesa sostenne a spada tratta che il reato non c’era. Era un’ipotesi delittuosa che era stata introdotta soprattutto per colpire il saccheggio di interi borghi durante lo sfollamento bellico e postbellico, e non poteva adattarsi a una città che già era stata messa a soqquadro dall’organizzazione del G8 e dove gli episodi di “spesa proletaria” (furto collettivo al supermercato) era stato uno solo e i molti danneggiamenti non assurgevano certo a devastazione. Quanto all’esimente del decreto luogotenenziale della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale, fu il tema che occupò di più l’istruttoria dibattimentale. Il collegio giudicante era molto attento e curioso della prospettazione difensiva su questo punto. Il Presidente ebbe a dirmi un giorno, chiacchierando durante una pausa, che lui non aveva mai letto e mai visto nulla di ciò che riguardava quelle giornate, per non essere influenzato nel caso, poi verificatosi, che avesse dovuto condurre un processo su di quei fatti: chapeau! verrebbe da dire. Ma sapevamo bene quanto rigido era se si fosse giunti a delle condanne. Invocare l’esimente in quel contesto sembrava azzardato: sappiamo tutti con quanta parsimonia essa venga riconosciuta anche nelle dinamiche testa a testa, uno a uno. Figuriamoci un’intera manifestazione contro una carica dei carabinieri, come era avvenuto il venerdì pomeriggio in via Tolemaide. Eppure noi difensori eravamo convinti che il processo poteva avere un esito in tutto o in parte positivo se avessimo dimostrato che “tutto era cominciato per colpa dei carabinieri”. E così facemmo e il Tribunale ci venne dietro, solo in parte e solo coprendo gli episodi immediatamente circoscritti a via Tolemaide e adiacenze, non per i fatti di Piazza Alimonda, purtroppo, ma fu abbastanza per alleggerire o mandare indenni 15 posizioni. Con le altre dieci fu durissimo: del resto la sanzione prevista dal 519 non lasciava scampo: furono irrogate pene da 8 a 13 anni. Ed alcuni le stanno scontando ancora adesso. La nostra ricostruzione del reato non fu accolta. E così pure non fu riconosciuto che essere presenti a ciò che combinavano i black bloc non poteva essere considerato partecipazione, ma il Tribunale, in certi casi, si spinse a dire che lo stare lì in strada in più punti del percorso a guardare mentre i black bloc compivano le loro scorribande andava a rafforzare la volontà di questi e se ne doveva rispondere. Concorso morale, a prescindere da ciò che avevi fatto in quei giorni: una sorta di presunzione di colpevolezza per chi era anche solo nelle adiacenze dei fatti criminosi, ma non vi aveva materialmente partecipato. Appello e Cassazione sostanzialmente avallarono il primo grado, per il bene e per il male. Giunsero al dibattimento più tardi i processi sulla Diaz e su Bolzaneto, quando l’eco delle imprese dei black blokc era ormai scemato, l’opinione pubblica riconosceva ormai che la massa dei manifestanti era stata pacifica, ma soprattutto quando erano ormai emerse le nefandezze perpetrate nelle due occasioni dalle forze dell’ordine sia alla Diaz che a Bolzaneto. Ma un conto era far emergere la verità sui giornali e in tv, altro in un’aula di Tribunale, specialmente quando la polizia non collabora affatto per individuare i responsabili dei macelli. Eppure la tenacia dei Pm e dei difensori delle parti civili la ebbe vinta. Ma erano le accuse di semplici lesioni che comportavano pene non adeguate ai fatti, tant’è che questi reati andarono in prescrizione nei gradi successivi del giudizio e rimasero i falsi, ben dimostrati nell’istruttoria: i verbali d’arresto falsi, le molotov messe apposta alla Diaz dai funzionari di polizia per accusare chi era dentro alla scuola e “giustificare” il massacro compiuto, le attestazioni dei medici ed infermieri di Bolzaneto e tanto altro.Fu nel processo di Bolzaneto che la difesa degli agenti propose, dopo che qualche vittima era stata sentita, di non acquisire i verbali delle dichiarazioni di decine di altri, per evitare l’impatto psicologico e giuridico che i racconti avrebbero avuto sul Tribunale. La difesa delle vittime non diede il consenso, nella convinzione che almeno il “risarcimento” del potere raccontare ciò che avevano subìto era dovuto a quei giovani picchiati e torturati. Era il primo piccolo passo verso una “giustizia riparativa” che altre esperienze, ben più gravi, ci avevano insegnato. Mancava, all’evidenza, la possibilità di invocare l’accusa di tortura, perché il nostro Paese, pur avendo firmato la relativa convenzione, non aveva mai introdotto il reato specifico. Non restava che rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e così fecero i difensori di quello che era stato più di una dozzina di anni prima il Genoa Legal Forum, con l’aiuto di validi avvocati specializzati in diritto internazionale. E la spuntammo, rifiutando le offerte governative per comporre la vertenza ed esigendo che il reato fosse introdotto. E lo fu nel 2017, anche se in maniera non del tutto soddisfacente. L’intera vicenda processuale, vista nel suo complesso, dalle convalide del 24 luglio fino alla pronuncia della Cedu, presenta molte ombre, ma anche qualche luce. Non solo era doveroso sostenere la battaglia, ma fu anche interessante e qualche esito positivo lo ebbe. Certo, riguardando indietro ai processi, non può soddisfarci constatare come per i reati contro le persone siano state comminate pene inferiori a quelle per i reati contro le cose, quale in fin dei conti è il 519. Là dove la giustizia fu proprio negata, fu per l’omicidio di Carlo Giuliani: negata nel vero senso della parola, perché il dibattimento, cioè un vero giudizio, non vi fu mai e la vicenda fu chiusa con un non luogo a procedere per avere il carabiniere Placanica sparato facendo uso legittimo dell’arma e per legittima difesa, pur avendo puntato dritto al volto di Carlo, ma il Gip sostenne che aveva sparato in aria e la pallottola era rimbalzata su un sasso volante, andando a colpire dritto dritto il povero Carlo. Anche questa vicenda fu portata alla Cedu, ottenendo una sentenza di primo grado che riconosceva le responsabilità statuali nell’intera vicenda; ma in secondo grado, davanti alla Grand Chambre, sia pure 6 a 5 e con una bellissima dissenting opinion, la decisione fu malamente rovesciata. Peccato.

L'aria che tira, Toni Capuozzo: "Con tutto il rispetto per il papà di Carlo Giuliani". La verità sul G8 di Genova 2001: quello che la sinistra ha sempre nascosto. Libero Quotidiano il 20 luglio 2021. "Con tutto il rispetto per il padre di Carlo Giuliani". In collegamento con L'aria che tira Estate su La7, Toni Capuozzo ricordo con dolore ma con l'obiettività del grande giornalista i fatti di Genova 2001, 20 anni dopo. Lo storico inviato del Tg5 c'era, in piazza, per il G8. Prima di lui ha parlato il padre del no global ucciso durante gli scontri con le forze dell'ordine in piazza Alimonda. Fu l'unica vittima di quel weekend di guerriglia urbana, quasi un miracolo. Ma Capuozzo ricorda quei giorni di drammatica follia collettiva distinguendo i piani. "Una cosa furono gli scontri di piazza, un'altra cosa fu la vergognosa irruzione alla scuola Diaz, la vendetta della polizia in un posto dove dovevano dormire centinaia di ragazzi innocenti, altra cosa ancora fu Bolzaneto, la peggiore, un luogo dello Stato dove per si verificarono i fatti di Santa Maria Capua Vetere con 20 anni di anticipo". Queste tre situazioni, spiega Capuozzo, "vanno analizzate separatamente senza nessuna bandiera, come la vidi da cronista". "Credo che ci fu un concorso di colpa politico di tutti. Del centrodestra appena salito al governo, che voleva dimostrare di sapere gestire l'ordine pubblico. Del centrosinistra a cui non dispiaceva rovinare la festa e che scelse di lasciare tutto in mano al Genoa Social Forum. Se ci fosse stato il Partito comunista, o non si sarebbe fatto il G8 a Genova o ci sarebbe stata una grande manifestazione di piazza ma senza incidenti, perché il cordone di sicurezza dei metalmeccanici avrebbero tenuto a bada tutti. Fu una sconfitta per tutti, per l'intero Paese". E non solo della Polizia, dei Carabinieri e del centrodestra, come per due decenni ha cercato di far passare chi di quei tragici fatti vuole ostinatamente ricordare solo una parte della verità.

Maurizio Belpietro per "la Verità" il 20 luglio 2021. Confesso: mi fanno orrore le celebrazioni del ventennale del G8. Nel luglio del 2001, Genova fu messa a ferro e fuoco e un ragazzo venne ucciso mentre stava lanciando un estintore contro un carabiniere, dopo che i suoi compagni erano riusciti a far schiantare contro un muro l'auto delle forze dell'ordine. Che c'è da celebrare, dunque? Che cosa bisogna ricordare, se non la vergogna di un movimento che, sfruttando l'ingenuità di tanti giovani che volevano cambiare il mondo, li portò a una manifestazione che si rivelò violenta ed eversiva? Che dopo una giornata di scontri, la polizia arrestò centinaia di giovani e, commettendo dei reati, provò a incastrare i manifestanti mettendo le molotov nell'edificio in cui i manifestanti avevano trovato riparo? Che cosa c'è da ricordare, se non il fatto che gli organizzatori di quel corteo avevano torto e che riuscirono, grazie al contributo di vari sfascisti, a trascinare nel fango anche le forze dell'ordine? A leggere in questi giorni le rievocazioni di ciò che accadde vent' anni fa, pare che un gruppo di bravi ragazzi si fosse dato appuntamento a Genova per manifestare il proprio punto di vista sulla globalizzazione. E gli apparati di uno Stato simil-cileno mobilitarono una polizia simil-golpista per manganellare i partecipanti al corteo, costruendo poi prove false contro di loro. So che ci sono sentenze e anche che vari dirigenti della polizia sono stati riconosciuti colpevoli di vari reati, depistaggi compresi. Tuttavia, la verità dei tribunali è una cosa e quella dei fatti un'altra. A Genova si diedero appuntamento i peggiori contestatori d'Europa, i quali non avevano altro obiettivo se non di distruggere tutto ciò che avrebbero incontrato sulla loro strada. Auto, vetrine, uffici: tutto. Un saccheggio in nome di un movimento che si opponeva alla globalizzazione, ritenendola il simbolo dello sfruttamento dei Paesi poveri da parte delle multinazionali. Come la storia ha dimostrato, i No global non avevano capito niente, perché grazie alla globalizzazione i Paesi ricchi non si sono arricchiti ancora di più alle spalle di quelli poveri, semmai è successo il contrario. Il Terzo mondo ha fatto piccoli passi avanti sulla via dell'emancipazione e l'Occidente ha fatto dei grandi passi indietro sulla via della decrescita infelice. Dunque, quei giovani che sfilavano ritenendo di essere i buoni, avevano torto. Se il mondo avesse dato retta a loro, oggi milioni di persone avrebbero un reddito inferiore a quello attuale, perché i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, a causa del blocco della globalizzazione, non avrebbero visto aumentare il loro Pil e dunque i redditi dei loro cittadini. Chiarito questo, e cioè da che parte stessero gli interessi dei Paesi deboli, a Genova si radunarono gruppi di casseur, cioè di teppisti, con l'obiettivo di sfasciare tutto e di accodarsi a chi aveva intenzione di violare la zona rossa, ossia il perimetro dichiarato inviolabile dalle autorità, in quanto ritenuta area di sicurezza per i capi di Stato riuniti sotto la Lanterna. Ma gli sfascisti non avevano alcuna intenzione di rispettare gli stop imposti dall'autorità: volevano solo rompere vetrine, distruggere bancomat, sradicare cartelli segnaletici, incendiare auto. Tradotto: volevano lo scontro per lo scontro, per poter dire che l'Italia è una dittatura e la sua polizia è uguale a quella di Augusto Pinochet. Ovviamente tutto ciò è falso. Le forze dell'ordine commisero vari errori e alcuni dirigenti anche reati, ma lo sbaglio più grande è essere cascati nel tranello dei black bloc, dei teppisti rossi, della marmaglia di contestatori con il sanpietrino. Il risultato è che a vent'anni di distanza, celebriamo Carlo Giuliani come fosse un eroe e non un hooligan con la bandiera rossa. A lui è dedicata una stanza del Parlamento e non si capisce perché il Parlamento non ne abbia dedicate altre alle vittime delle Br o dei Nar. La realtà è che il G8 di vent' anni fa è stato un fallimento da ogni punto di vista. Prima perché ha consentito che una città fosse messa a ferro e fuoco e poi perché purtroppo - anche a causa degli errori commessi dalle forze dell'ordine - ha consentito e consente alla sinistra di raccontare la favola bella di un Paese che si è schierato contro uno Stato autoritario. No, l'Italia di quegli anni non era un Paese autoritario, semmai senza autorità. E la sinistra che oggi celebra il ventennale del G8 è una sinistra di reduci: un po' come quei compagni di classe che a distanza di tempo si ritrovano per raccontarsi quanto erano giovani e quanto erano forti, ma soprattutto per dirsi quanto sono invecchiati oggi. Ecco perché, tra i reduci e i poliziotti, io starò sempre con questi ultimi.

G8 a Genova, la verità 20 anni dopo su Carlo Giuliani e i no global: ecco chi cercava lo scontro a ogni costo. Renato Farina su Libero Quotidiano il 20 luglio 2021. Vent' anni fa ci fu il G8 di Genova. Le rievocazioni di quei giorni tendono a sacralizzare le manifestazioni, identificano gli eroi nelle schiere degli antagonisti e i carnefici tra le forze dell'ordine. Non andò così. Chi incendiò la città, organizzò assalti, programmò feriti e magari il morto stava dalla parte dei rivoltosi, che seppero sfruttare come marsupio accogliente la massa convogliata lì dai Democratici di sinistra e dalle sigle dell'ingenuo volontariato cattolico. Poi ci fu una pessima strategia da parte del ministero degli Interni e dal capo della Polizia, e lo scrivemmo su Libero immediatamente. Ma il peso dell'orrore spetta ai capi della sinistra parlamentare che, dopo i primi scontri provocati dagli anarchici -terroristi greci, insistette nell'invitare il loro popolo ad accodarsi ai vari Luca Casarini e don Della Sala, detto don Pistola, che insistevano nel grido di guerra, spezzandola linea rossa in difesa della cittadella dei potenti, da Bush a Putin, e specialmente Berlusconi. Ah, farla pagare a Berlusconi! Durante tutti questi vent' anni una martellante campagna di stampa, una serie di film e documentari diffusi soprattutto dalla Rai, ha occultato mandanti e killer degli eventi di quei giorni di manifestazione nella fosca luce dei crudeli pestaggi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, ingiustificabili da qualsiasi angolo li si giudichi, ma quella fu un'altra storia. Non da occultare, per carità, è stata una macelleria, condanne definitive hanno sanzionato dirigenti della Pubblica sicurezza e hanno sfiorato i massimi vertici della polizia. Ma l'infamia della Diaz non può coprire l'orrore dei giorni precedenti, il cui colore è il rosso di chi ha voluto porre le premesse del sangue. 

LA TRAGEDIA - Invece delle analisi, ripropongo quello che ho visto da cronista. Insieme a Toni Capuozzo di Mediaset, fui il primo ad arrivare a piazza Alimonda. Carlo Giuliani giaceva a terra, aveva il nero passamontagna immerso nel sangue. Mi spostai vicino a lui, e a un passo da quel corpo dissi un requiem. C'era un silenzio tremendo alle 17 e 35 di quel venerdì. Poi tornarono le urla. Ma quei minuti furono di ghiaccio. Era il naturale epilogo di quei giorni. Fin dal giovedì era chiaro quel che sarebbe accaduto. Lo scrissi su Libero: sarà il giorno del morto. Non c'erano bambini in giro per Genova, non una sola carrozzina. Sul mio taccuino: «Questa città è un imbuto desolato, la vita è stata prosciugata, le strade sono ridotte a set cinematografico, dove non ci saranno controfigure il sangue non sarà sugo di pomodoro». Mi avvicinai a Vittorio Agnoletto per dirgli: come dice Umberto Eco avete già vinto la battaglia dei media, è inutile insistere, una massa così grande, dove la grande maggioranza dei contestatori dei potenti del mondo non farebbe male a una mosca, funzionerà come l'acqua per i pescecani. Agnoletto rispose: «Mano, oggi stiamo dimostrando che il movimento del Genova Social Forum è una festa. Certo c'è un po' di tensione, ma poi passa...». C'erano nella folla patetici dinosauri di altre battaglie, insieme a quelli che si provavano le tute imbottite per resistere ai colpi. Erano tutti meccanismi dell'orrendo orologio a cucù caricato in vista dell'ora x. Ed eccoci al venerdì. Genova sin dal primo mattino, come facilmente prevedibile, era diventata una terra in mano alla follia anarchica. Le tute bianche (gli antagonisti buoni di Casarin, Venezia; Agnoletto e Farina, Milano; Caruso, Napoli) avanzavano con i loro marchingegni da guerra di Troia in quattro punti per forzare la famosa zona rossa. Ma la loro schiera fintamente brancaleonesca serviva da filtro di protezione per le scorrerie dei Black Bloc (italiani, tedeschi, greci, serbi). Costoro avevano campo libero. Incendi, saccheggi. Genova era diventata loro. I vecchi appunti di allora sono precisi. In via Piasacane le tute nere assaltano i carabinieri. Sassi per ammazzare. Prendono di mira Capuozzo e me che non abbiamo scudi. Sfondano una vetrina della Banca nazionale del lavoro. Sradicano computer, appiccano fiamme. Sono italiani. Ci gridano: «Bastardi». Tre molotov. Macchine incendiate. Dalle finestre la gente grida ai carabinieri: «Sparategli, sono assassini». Il commando riesce a rifugiarsi nel seno dei cinquemila dei Cobas. Sono la loro mamma. Che li sgrida, ma li protegge. Dalla parte della stazione di Brignole, oltre il sottopasso, ci imbattiamo in un altro manipolo, svaligiano un negozietto, portano via ridendo liquori, vino, prosciutti. Disegnano stelle a cinque punte, scrivono "Fuck the police". 

SCENE DI GUERRIGLIA - Un balzo di qualche ora. Da vecchi arnesi da corteo, sappiamo, Toni più di me, che gli scontri più gravi non sono mai alla testa del corteo, il cozzare può essere duro e spettacolare, ci si mena. Ma le viscere della violenza bisogna andarle a trovare oltre il fumo dei lacrimogeni. Un segnale pauroso: c'è una camionetta bruciata. L'odore della morte è orribilmente attraente. Corriamo. Un gruppo di ragazzi in fuga, vedono la telecamera, dicono: «Correte là, c'è un morto». Piazza Alimonda. Immobilità assoluta. Poi, ecco. Due gambe inerti, innaturalmente larghe. Una canottiera bianca, la testa stretta dal passamontagna adagiata nel sangue bruno. C'è un sasso, un estintore rosso. Grida di ragazzi e di carabinieri. Arriva una inutile ambulanza. Cercano di rianimarlo. Gli applicano una specie di cerotto sul petto. Il volto, finalmente lo vediamo. È un ragazzo, ha il volto candido come quello di tutti iragazzi coi capelli rossi. Scrivo: «Viene in mente sua madre. Vengono in mente i furbi che hanno messo su questa baraonda». Libero titolerà quel giorno l'editoriale di Vittorio Feltri: "È legittima difesa". Il carabiniere Placanica ha sparato per non venire ammazzato da Giuliani. Il giorno dopo è prevista la seconda, ancor più grande manifestazione. Il buon senso, una certa idea di umanità, consiglierebbe di fermarsi. Non c'è da abbattere una tirannia. Anzi forse sì, ad ascoltare la sinistra, occorre sputtanare davanti al mondo intero il dittatore Berlusconi. I dirigenti dei Democratici di sinistra (segretario Piero Fassino) non disdicono l'adesione, non intendono fermare l'afflusso. Tanti bravi figlioli e figliole dell'oratorio. Ci sono state provocazioni di scalmanati e violenti, che si sganciavano e si rifugiavano tra di loro, ma duole dirlo ho assistito a pestaggi gratuiti di ragazzini da una polizia mal governata. E poi la Diaz. 

LA BOMBA DELLA RIVOLTA - Alla fine di quel mese di luglio, Berlusconi mi telefonò alle 7 del mattino: «Ha visto che ho liquidato i capi della polizia incapaci?». A che gioco avevano giocato quel sabato sulle strade e poi alla Diaz? L'idea ce l'ho chiara: fottere Berlusconi, mostrare un volto del centrodestra speculare a quello degli antagonisti. Occhio per occhio. Non funziona così, la democrazia. Ma, diciamolo, la bomba della rivolta l'ha piazzata coscientemente la sinistra. C'è da dire che da allora gli organizzatori dei G8 hanno appreso la lezione. Tengono i summit in luoghi inaccessibili. E la stampa adesso, chissà perché, invece di attaccare questi assembramenti di potenti, li venera.

G8 di Genova, parla l’allora Questore: «Il blitz alla Diaz fu deciso per riscattarci». Fabrizio Capecelatro il 19/07/2021 su Notizie.it. A 20 anni dal G8 di Genova parla a Notizie.it l'allora Questore Francesco Colucci: «Mi sono comportato da funzionario dello Stato, ma il blitz alla Diaz fu deciso per riscattare l'immagine della Polizia e si è rivelato un autogol». Quando il dottor Francesco Colucci è stato nominato Questore di Genova non sapeva che lì, poi, si sarebbe svolto il “G8 di Genova”. «Ma – dice – avrei accettato anche se lo avessi saputo, come poi, 2 anni dopo il G8 di Genova, ho accettato di fare il Questore di Trento sapendo che a Riva del Garda si sarebbe svolto il “G8” dei Ministri degli Esteri». Dopo essere stato rimosso da Questore di Genova, proprio a causa dei fatti del G8 del 2001, non ne ha praticamente più parlato con nessuno. Prima di ora. Dopo 20 anni esatti da quegli avvenimenti, infatti, il dottor Francesco Colucci, diventato poi Prefetto e oggi in pensione, accetta di fare una chiacchierata e raccontare dal suo punto di vista, assolutamente preferenziale per la ricostruzione dei fatti, quello che successe fra il 19 e il 22 luglio 2001. «Mentre ero Questore di Genova, – racconta – venne in visita Massimo D’Alema, che era presidente del Consiglio dei Ministri, e annunciò che lì si sarebbe svolto il G8. Iniziammo a organizzarlo e spesso venivano alcuni funzionari ministeriali da Roma per aiutarci nell’organizzazione. È chiaro che nell’organizzazione di una manifestazione così importante il Dipartimento e il Ministero mettessero non uno ma 100 sguardi. Per questo non mi sentivo commissariato». «Forse un po’ meno spesso mi invitavano a Roma, soprattutto quando facevano gli incontri preliminari con i capi dei manifestanti. Mentre – spiega il dottor Colucci, che in seguito è stato nominato anche Prefetto – a Trento gli incontri preliminari con i manifestanti li organizzai e gestii direttamente io e non ci fu alcun disordine in piazza». Probabilmente, però, da Roma non furono inviate le persone giuste, visto che durante i giorni del G8 c’erano, oltre al vicecapo vicario della Polizia, Ansoino Andreassi, il capo dello SCO Francesco Gratteri, che però è un organo di polizia giudiziaria e quindi non esperto di ordine pubblico, e lo stesso capo dell’Ucigos aveva in realtà svolto la maggior parte della propria carriera presso la Squadra Mobile. «Immagino – dice Colucci – che ci fossero contatti diretti fra l’allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, e il suo vice Andreassi, così come con Gratteri e La Barbera. Contatti che, in qualche modo, mi scavalcavano». Nonostante gli aiuti da Roma, i rinforzi da tutta Italia e i “100 sguardi” dei funzionari Ministero al G8 di Genova le cosE vanno male sin dall’inizio e la Polizia mostrò il suo lato peggiore. «Quello che hanno fatto i nostri uomini in piazza non ha giustificazioni – ammette – e, secondo me, è frutto di come erano stati esaltati prima dell’inizio del G8. Nei mesi precedenti erano, infatti, avvenuti alcuni atti di intimidazione nei nostri confronti che contribuirono a creare una situazione di tensione». «Si diceva anche – racconta Colucci – che i manifestanti avrebbero buttato contro di noi sacche di sangue infetto; si parlò addirittura di sale refrigerate per conservare le salme di quelli di noi che non ce l’avrebbero fatta. La maggior parte di queste voci erano delle stupidaggini, ma sicuramente contribuirono a diffondere un senso di paura e agitazione per quello che sarebbe potuto succedere». «Un altro problema – conclude l’ex Questore – era che moltissimi funzionari non erano di Genova, ma provenivano da altre Questure e quindi non avevano una conoscenza diretta del territorio. Un territorio per di più difficile, dove ci incasinavamo anche noi che conoscevano la città. Infatti per ogni reparto c’era un equipaggio del posto, ma l’assenza di via di fughe complicò ugualmente la situazione». La situazione degenera però con la morte di Carlo Giuliani. «Quando seppi della morte di Carlo Giuliani rimasi molto amareggiato. Il Carabiniere era rimasto isolato e ha perso la calma». Il problema fu che, probabilmente anche per riscattarsi da quel fatto e dai tanti scontri di piazza avvenuti nei giorni precedenti, fu deciso di entrare alla scuola Diaz. «E, così facendo, – spiega Francesco Colucci – abbiamo fatto ancora peggio». «Il G8 era ormai finito – racconta Colucci – quando un equipaggio riferì di essere stato aggredito davanti alla scuola Diaz da alcune persone vestite con le tute nere. È da lì che fu decisa l’irruzione». «L’allora dirigente della Digos di Genova, prima dell’irruzione e a ulteriore conferma, telefonò a uno dei rappresentanti dei No Global per chiedergli se loro avessero lasciato l’istituto e quello rispose che ormai non erano più lì. Subito dopo quel dirigente mi disse che ci saremmo andati a mettere in un casino e, in effetti, aveva ragione». Ma c’erano troppe pressioni affinché si facesse quel blitz. «Che l’obiettivo fosse quello di riscattare l’immagine della Polizia – spiega il Prefetto – è confermato dal fatto che Roberto Sgalla, che era il Responsabile dell’Ufficio Relazioni esterne, avvisò i giornalisti, e lì ce n’erano da tutto il mondo, del blitz e lì portò perfino sul posto». «Ma mai – aggiunge – mi sarei aspettato quello che poi è successo e ho avuto conferma della nostra vigliaccheria quando, tempo dopo, ho scoperto che le molotov sequestrate all’interno della Diaz erano in realtà state sequestrate nei giorni precedenti. Così come venni a sapere il poliziotto che mi fece vedere il giubbotto con le coltellate in realtà se l’era procurate da solo». «Alcuni oggi, con il senno del poi, mi dicono che non avrei dovuto accettare alcune ingerenze di Roma. Queste sono cose che si dicono, ma che in realtà non si fanno: io mi sono comportato da funzionario dello Stato», conclude il Prefetto Francesco Colucci.

DOPO 20 ANNI STESSA SOLFA.

I Black Bloc oggi diventano hacker. E il web dei Grandi “zona rossa” da violare. Paolo Berizzi su La Repubblica il 23 luglio 2021. Da Genova a Milano e Roma, gli ex violenti delle piazze si sono trasformati in guastatori, “Riciclati”, “Anonymous". Martine arrivò a Genova da Liegi: oggi ha 42 anni e fa parte di Anonymous. Johann, tecnico informatico di Amburgo, vive in una città dei Paesi Bassi, ha messo su famiglia e ha abbracciato la causa ambientalista. Dice che «la violenza non è più la via per cambiare le cose». Dice. Stefano e Tommaso, sulla cinquantina, sono ancora in contatto con Albéric che da Lione o forse da Nantes, a metà luglio 2001, scese con un Van e passò a prenderli in Piemonte per poi raggiungere la città della Lanterna.

Proteste e traffico paralizzato in città. G20, gli attivisti bloccano lo svincolo dell’A3 Napoli est: fermata anche raffineria Q8. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Luglio 2021. Nelle ore in cui è iniziato il G20 Ambiente, Clima ed Energia a Napoli, attiviste, attivisti, comitati territoriali hanno bloccato gli ingressi delle raffinerie di S. Giovanni a Teduccio, della zona est di Napoli e lo svincolo autostradale A3. “È esattamente questa la nostra idea di transizione ecologica: fuoriuscita dal fossile, senza compromessi, al di fuori di ogni operazione di greenwashing. Le multinazionali sono alleate dei governi, ma decisamente nemiche dell’ambiente e della nostra salute” tuonano i manifestanti, che danno appuntamento alle 16 per un grande corteo a piazza Dante. Gli attivisti di Beesagainstg20 hanno l’obiettivo di contestare la riunione del G20. Bloccata anche la raffineria Q8 di via Galileo Ferraris da un centinaio di attivisti ambientali per dire “no all’ipocrisia del G20 e delle politiche di greenwashing” e per dire “basta ai combustibili fossili”. “Il continuo rinvio nel tempo degli obiettivi minimi sulla riduzione di Co2 e dei combustibili fossili – spiegano alla Dire -, la costruzione ovunque di nuovi gasdotti, l’imperversare senza regole di attività e impianti inquinanti, il potere delle compagnie petrolifere e delle elite che grazie a esse costruiscono ricchezze senza fondo, il cinismo delle multinazionali e delle compagnie di trasporto che usano i paesi più poveri del mondo come discarica tossica ci racconta come quelle di cui ci parla in questo momento a palazzo reale siano semplicemente politiche di greenwashing, il tentativo di utilizzare l’allarme climatico e ambientale e strumentalizzare la domanda di cambiamento solo per specularci sopra”. “La biografia del ministro Cingolani, una carriera nell’industria degli armamenti, è – proseguono – una perfetta fotografia dell’ipocrisia di questo consesso. È urgente mettere in discussione questo modello di sviluppo per non lasciare alle nuove generazioni un mondo sempre più tossico e invivibile come ci dicono i disastri climatici che si riproducono in questi giorni e l’emergere di nuove pandemie legate proprio alla distruzione degli ecosistemi. Giustizia ambientale e giustizia sociale sono due lati della stessa medaglia”. Si aspettano due giorni davvero infernali per la mobilità e il traffico in città.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

G20 Ambiente: da antagonisti lancio oggetti contro Ps. (ANSA il 22 luglio 2021) Momenti di tensione si sono avuti poco fa all' arrivo del corteo degli antagonisti - in corso a Napoli contro il G20 - in piazza Bovio. La testa del corteo ha cercato di spostarsi verso via Depretis, con l'obiettivo di raggiungere piazza Municipio e di qui entrare facilmente nella zona rossa. La Polizia li ha fronteggiati con un doppio cordone di agenti del reparto mobile in assetto antisommossa, che avevano alle spalle furgoni cellulari messi di traverso sulla carreggiata. Dai manifestanti sono stati lanciate buste d'acqua, sacchetti dell'immondizia e altri oggetti contro i poliziotti, che si sono protetti con gli scudi. (ANSA).

AGI il 22 luglio 2021. Si apre in una Napoli blindata la prima giornata del G20 su Ambiente, Clima ed Energia sotto la presidenza italiana. Una due giorni in cui la sostenibilità del Pianeta e la transizione ecologica saranno centrali. E protagonista sarà anche l’economia circolare. La riunione ministeriale oggi si focalizzerà sul tema ambiente mentre domani il focus sarà su clima ed energia che per la prima volta marceranno insieme.

Napoli blindata per l'evento e le proteste. Ma non mancano le proteste. Un gruppo di attivisti dei movimenti ambientalisti e dei centri sociali, che partecipano al controforum in coincidenza con il summit che si svolge a Palazzo Reale, stamattina ha bloccato il traffico nella zona del porto. Tutto l'area che va da piazza Trieste e Trento a piazza del Plebiscito e dintorni è transennata ed è bloccato l’accesso al traffico e ai pedoni.

Cingolani incontra Kerry e il ministro francese. A fare gli onori di casa e ad accogliere i colleghi dell’Ambiente del G20 è stato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Prima dell’avvio dei lavori Cingolani ha avuto due incontri bilaterali: un colloquio con l’inviato speciale Usa per il clima John Kerry e uno con il ministro della Transizione ecologica francese, Barbara Pompili.  "Italia e Usa insieme per un'alta ambizione e per azioni stringenti in questa decade per tenere la temperatura del pianeta a 1,5 gradi", ha scritto il ministro su Twitter al termine dell’incontro con Kerry. “Difendendo l'ambiente abbiamo la possibilità reale di migliorare la vita delle persone e siamo alla vigilia del maggior cambiamento dalla rivoluzione industriale", ha detto in un'intervista a Repubblica l'inviato speciale Usa sul clima la cui impressione è' che i singoli Paesi vogliono fare meglio nella protezione dell'ambiente e vogliono riuscirci adesso". Secondo Kerry, "siamo di fronte alla possibilità della più grande trasformazione dalla rivoluzione industriale”.

Cingolani, "Ruolo chiave dell'ambiente per il post-pandemia". Aprendo i lavori, dal canto suo, Cingolani ha sottolineato che "Il ruolo dell'ambiente non è mai stato così importante". "Siamo qui riuniti oggi in un contesto che sottolinea il ruolo chiave svolto dai ministeri dell'Ambiente di tutto il mondo nel garantire le basi della società post-pandemia", ha aggiunto il ministro. La ministeriale del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, ha proseguito, si svolge "in circostanze senza precedenti che hanno richiesto e richiedono ancora un'azione globale coraggiosa, congiunta e immediata". "Impossibile ignorare le prove scientifiche delle relazioni Ipcc e Ipbes (i due organi intergovernativi che si occupano di biodiversità e di cambiamenti climatici ndr) sui cambiamenti climatici. I tragici eventi meteorologici cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi e, persino giorni - ha evidenziato ancora Cingolani - dimostrano che il nostro sistema climatico sta subendo gravi perturbazioni. Lo stesso vale per gli ecosistemi naturali e la biodiversità, dove i nostri sforzi finora non sono stati in grado di rallentare lo scivolone verso l'estinzione di massa delle specie e la ripartizione dei principali servizi ecosistemici". Secondo il ministro, "è fondamentale resistere alla tentazione di ricostruire le nostre economie sul modello pre-pandemia. In effetti – ha osservato il ministro - come possibile unico aspetto positivo, la pandemia ci ha offerto l'opportunità di ripensare le nostre vite, immaginare nuovi, migliori, modi di organizzare le nostre società ed economie, costruirle meglio e su basi e valori diversi. Questo nuovo approccio richiede economie robuste che operino ancora entro i limiti imposti dai confini planetari e dal fondo sociale, e garantiscano la cura del nostro Pianeta sempre al centro dello sviluppo umano". Cingolani ha quindi ribadito che "soluzioni basate sulla natura e approcci ecosistemici per affrontare il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la povertà sono "uno strumento permanentemente cruciale, ma non dovrebbero sostituire l'urgente e prioritaria necessità di decarbonizzazione e riduzione di tutte le emissioni di gas serra".  "Attenzione prioritaria - ha osservato il ministro - dovrebbe anche essere prestata alla protezione, alla conservazione, alla gestione sostenibile e al ripristino delle terre degradate, alla gestione sostenibile delle risorse idriche, gli oceani e i mari. Inoltre, è fondamentale riconoscere il grave impatto dei rifiuti marini – e in particolare dei rifiuti di plastica marini – sugli ecosistemi marini, le zone costiere, la pesca e il turismo". “La sfida centrale – ha quindi ammonito - riguarda il funzionamento del sistema finanziario e la misura in cui si allinea alle esigenze di sviluppo sostenibile. In parole povere, se il sistema finanziario può essere allineato a queste esigenze, la transizione verso uno sviluppo sostenibile può essere raggiunta. Senza tale allineamento, lo sviluppo sostenibile rimarrà al di fuori della nostra portata, con conseguenze catastrofiche che lasceremo alle generazioni future”. 

Al centro del summit il cambiamento climatico e la transizione ecologica. Alla ministeriale spetterà il compito di esprimere la sintesi di questi lunghi mesi di incontri, confronti e discussioni tra le delegazioni e i tecnici internazionali impegnati nella ricerca di risposte coordinate, eque ed efficaci, capaci di porre le basi per un futuro migliore e sostenibile. La Presidenza italiana del G20 ha presentato proposte importanti sul piano globale per stimolare la comunità internazionale verso “obiettivi ambiziosi”. I temi centrali della discussione saranno il contrasto al cambiamento climatico, l’accelerazione della transizione ecologica, le azioni necessarie per rendere i flussi finanziari coerenti con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, una ripresa economica sostenibile ed inclusiva grazie alle opportunità offerte in campo energetico da soluzioni tecnologiche innovative, l’implementazione delle città intelligenti, resilienti e sostenibili. Le delegazioni stanno lavorando per produrre, al termine di ogni giornata, un comunicato condiviso tra i venti Paesi che contenga la traccia di visioni e impegni comuni. Al termine dei lavori oggi è prevista una conferenza stampa di Cingolani.

Da metropolisweb.it il 5 agosto 2021. Avrebbero favorito il clan Cutolo che fa affari illeciti nel quartiere Fuorigrotta di Napoli: è una delle accuse che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli contesta a due carabinieri, arrestati dai colleghi del comando provinciale stamattina al termine di un’indagine più ampia, coordinata dal procuratore aggiunto Rosa Volpe. I militari hanno eseguito un arresto in carcere e un altro ai domiciliari. Ai due rappresentanti delle forze dell’ordine viene anche contestato il reato di falso. Le conversazioni intercettate dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, che hanno condotto le indagini sui due colleghi infedeli arrestati oggi anche con l’accusa di avere favorito la camorra, trovano riscontro nelle dichiarazioni “convergenti” rese da ben otto collaboratori di giustizia. Tutti riferiscono, scrive il gip, “di rapporti "opachi", se non propriamente corruttivi, tra l’appuntato scelto Mario Cinque e alcuni appartenenti alla organizzazioni camorristiche…”. Il giudice, ma anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che ha coordinato l’inchiesta, definisce “trasversale” il contributo di Cinque, rivolto in favore “di chiunque potesse garantirgli un tornaconto personale”. La circostanza, sottolinea ancora il giudice, “non esclude la consapevolezza e la volontà dell’indagato – anche in virtù del ruolo istituzionale da lui ricoperto – di operare a vantaggio dell’uno o dell’altro clan”.

Il pentito: controlli light per le sere del poker. Uno degli otto collaboratori di giustizia che riferiscono alla DDA dei rapporti ‘opachi’ tra uno dei carabinieri infedeli arrestati oggi dal Nucleo Investigativo di Napoli, l’appuntato Mario Cinque, e diversi esponenti della criminalità organizzata, è Roberto Perrone, ritenuto affiliato storico del clan Nuvoletta. Perrone riferisce di avere ottenuto da Cinque parecchi favori, per se stesso ma anche per altri componenti il clan, omettendo di effettuare i dovuti controlli quando era sorvegliato speciale, e informandolo riguardo eventuali provvedimenti a suo carico. Perrone, tra le altre cose, parla anche dei favori che Cinque gli faceva quando, nel periodo in cui era sotto sorveglianza, aveva preso l’abitudine di giocare a poker con un gruppo di persone, tra cui figurano anche degli imprenditori: “… le partite venivano organizzate una volta a settimana da… il quale si informava prima quando era di turno Cinque, che veniva a effettuare il controllo presso la mia abitazione e, diversamente dagli altri controlli, si limitava a bussare al citofono e andava via”.

Cenzio Di Zanni e Chiara Spagnolo per repubblica.it il 6 novembre 2021. Avrebbe accusato di corruzione, associazione per delinquere e truffa alcuni ufficiali dei carabinieri. Il tutto, megafono alla mano, nel corso di due sit-in organizzati il 31 maggio scorso: prima davanti al Palagiustizia in via Dioguardi a Bari e poi davanti al comando regionale dei militari sul lungomare della città, nonostante i divieti messi nero su bianco dal questore. Di quelle manifestazioni aveva anche diffuso i video su Internet, poi rimossi: ora Antonio Savino è finito agli arresti domiciliari e dovrà difendersi dalle accuse di calunnia e violenza o minaccia a un pubblico ufficiale. Le indagini sono state effettuate dagli stessi carabinieri del Nucleo investigativo e della szione di polizia giudiziaria di Bari e l'arresto è stato disposto dalla gip Paola Angela De Santis. È il presidente dell'Unac, Unione nazionale arma dei carabinieri - "un'associazione autodefinitasi sindacato, ma non riconosciuta come tale dal ministero della Difesa e non riconducibile in alcun modo all'Arma", si legge in una nota della procura barese - e in quella veste aveva citato l'esistenza "di una cerchia di generali corrotti che avrebbe truffato lo Stato attraverso una gara d'appalto truccati, gara - ricordano gli inquirenti - finalizzata all'assegnazione di veicoli dell'Arma in cambio di tangenti". E tra le accuse rivolte da Savino ai militari c'è anche la simulazione di reato, "per aver redatto note attraverso le quali si erano evidenziate violazioni del codice penale da parte dello stesso Savino". Le sue affermazioni, ricorda il gip nella sua ordinanza, sono rivolte rivolte nei confronti di militari contro i quali l'indagato nutre sentimenti di acredine in conseguenza di  vicende giudiziarie personali, anche legate al proprio precedente status di carabiniere, poi decaduto a seguito della perdita del grado e alla sua cancellazione dal ruolo d'onore dei sottufficiali. Di molte delle stesse accuse, fra l'altro, c'era traccia nelle denunce-querele depositate da Savino. Le stesse che, presentate in diversi uffici giudiziari, "sono risultate prive di fondatezza e già archiviate", rimarcano gli inquirenti baresi. Prima dell'arresto, i carabinieri avevano sequestrato tutti i computer trovati nell'abitazione dell'ex collega e nella sede dell'Unac. L'ex sottufficiale risponde anche di diffamazione di alcuni magistrati e di suoi superiori. Diversi post e video considerati diffamatori sono stati oscurati dai social network.

Due milioni di euro spariti dalla Legione Carabinieri di Napoli: sospettato un ex militare. Giampiero Casoni il 27/10/2021 su Notizie.it. Due milioni di euro spariti dalla Legione Carabinieri di Napoli: sospettato un ex militare, probabilmente un sottufficiale amministrativo in pensione. Ben due milioni di euro spariti dalla Legione Carabinieri di Napoli, dalla mitica caserma Salvo D’Acquisto: per quel reato di peculato aggravato sarebbe sospettato un ex militare. Le indagini della Procura militare porterebbero ad un carabiniere in stato di quiescenza, in pensione. E ad accorgersi dell’ammanco milionario sarebbe stato un collega, un carabiniere subentrato al sospettato: il militare aveva notato che qualcosa proprio non quadrava nei conti. Perciò aveva segnalato ai vertici che dalle casse del Comando Legione Carabinieri “Campania” mancava una cifra monstre. La stima iniziale parlerebbe infatti di circa due milioni di euro. Sull’ammanco di quella somma sono concentrate le attenzioni della Procura militare partenopea. Non ci sono ancora atti ufficiali pubblici ma si starebbe indagando proprio su quel militare in quiescenza. Militare nei confronti del quale viene ipotizzato il reato di peculato militare, non di furto, a contare la sua posizione di pubblico dipendente che aveva disponibilità di pubblica risorsa.  Il carabiniere in questione era matricolato con ruolo amministrativo. Quel ruolo è potenzialmente affidabile a carabinieri di diverso grado ma pare che l’indiziato “numero uno” sarebbe al massimo un sottufficiale. 

(ANSA l'1 luglio 2021) Dodici anni di reclusione per Giuseppe Montella, l'appuntato dei carabinieri considerato il leader del gruppo della caserma Levante di Piacenza che l'anno scorso, in pieno lockdown, venne chiusa dopo che emersero spaccio di droga e tortura. E' la sentenza pronunciata in abbreviato dal tribunale, dopo che la pm aveva chiesto una condanna a 16 anni. Condannati anche gli altri componenti del gruppo: 8 anni all'appuntato Salvatore Cappellano, sei all'appuntato Giacomo Falanga, tre anni e quattro mesi al carabiniere Daniele Spagnolo e quattro all'ex comandante di stazione Marco Orlando. Sono stati tutti condannati — a pene che vanno dai 12 ai 3 anni e 4 mesi — i 5 carabinieri della caserma Levante di Piacenza, a processo con rito abbreviato (che garantisce la riduzione di un terzo della pena) per le torture, le violenze e i traffici di droga, le estorsioni e le rapine che hanno infangato la divisa gloriosa dell’Arma. Il gup, Fiammetta Modica, ha accolto sostanzialmente le richieste dei sostituti procuratori Matteo Centini e Antonio Colonna, che hanno svolto le indagini coordinati dal procuratore Grazia Pradella.

TUTTI CONDANNATI I CARABINIERI DI PIACENZA INDAGATI. 12 ANNI A MONTELLA. Il Corriere del Giorno l'1 Luglio 2021. Il gup Fiammetta Modica ha ridotto le richieste della Procura nei confronti dei carabinieri della caserma Levante di Piacenza, accusati di torture e traffici di droga. Indagini ancora aperte su eventuali omissioni della catena di comando. Giuseppe Montella, l’appuntato della caserma Levante dei Carabinieri di Piacenza, è stato condannato a 12 anni di reclusione, dopo essere crollato durante l’interrogatorio di garanzia nel luglio 2020, ammettendo tutto. Il giudice delle udienze preliminari Fiammetta Modica, ha sostanzialmente condiviso ed accolto le richieste dei pm Matteo Centini e Antonio Colonna, che hanno condotto le indagini coordinati dal procuratore Grazia Pradella. La procura aveva chiesto 16 anni e 10 mesi. La sentenza con rito abbreviato, che riduce di un terzo la pena prevista dal Codice, è stata pronunciata oggi, condannando sempre a pene inferiori alle richieste dell’accusa i seguenti imputati: l’appuntato scelto Salvatore Cappellano a 8 anni (la richiesta era di 14 anni, 5 mesi e 10 giorni), 6 anni per il collega Giacomo Falanga (13 anni la richiesta di pena), 4 anni per Marco Orlando (5 anni la richiesta) all’epoca comandante della stazione Levante di via Caccialupo a Piacenza. Per Daniele Spagnolo la pena più bassa a 3 anni e 4 mesi (richiesta della procura 7 anni e 8 mesi). Un sesto carabiniere ha scelto di proseguire il processo con il rito immediato, mentre un’altra decina di persone, spacciatori e complici dei carabinieri, hanno patteggiato. Montella si era detto dispiaciuto, pur negando che dietro i fattacci di spaccio e violenze da parte dei militari non c’era “una regia anche se tutti sapevano. Non ho fatto tutto io”.  L’appuntato dei Carabinieri tra le diverse ammissioni, ha cercato di contenere le sue responsabilità sul traffico di droga confermando che la sua attività illegale era cominciata a gennaio 2020, e il guadagno era stato di appena 5 mila euro, denaro necessario per ripagare le rate di un prestito e il mutuo della casa. La caserma nella quale prestavano servizio sino all’anno scorso i carabinieri infedeli, era stata chiusa senza alcun senso dalla Procura peraltro in pieno lockdown, a seguito di episodi legati allo spaccio di droga e di tortura. Il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri all’indomani dello scandalo che travolse la stazione Levante dei Carabinieri di Piacenza, intervenne immediatamente azzerando tutti i vertici della catena di comando. A guidare il comando provinciale di Piacenza venne chiamato il colonnello Paolo Abrate, ex comandante del Gruppo di Milano. Il tenente colonnello Alfredo Beveroni, già comandante di corso della scuola marescialli di Firenze, nominato comandante del reparto operativo. Il maggiore Lorenzo Provenzano, ufficiale addetto della prima sezione del Ros di Milano, venne chiamato a sostituire il capitano Giuseppe Pischedda come comandante del Nucleo investigativo.

Ma le indagini restano ancora aperte. Torture in caserma a Piacenza, tutti condannati i carabinieri "infedeli": 12 anni a Montella. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Condanne per tutti i cinque carabinieri di Piacenza a processo per con rito abbreviato, che garantisce la riduzione di un terzo della pena, per le torture, le violenze e i traffici di droga, le estorsioni e le rapine avvenute nella caserma Levante. Un caso "storico", con la caserma che lo scorso anno venne sequestrata in pieno lockdown dopo che emersero le storie di tortura e spaccio al suo interno. Sostanzialmente accolte dunque le richieste avanzate dai sostituti procuratori Matteo Centini e Antonio Colonna, che hanno svolto le indagini coordinati dal procuratore Grazia Pradella. Il gup Fiammetta Modica ha condannato a 12 anni di reclusione Giuseppe Montella, l’appuntato dei carabinieri considerato il leader del gruppo, con la procura che aveva chiesto 16 anni e 10 mesi. Condanne sono arrivate anche per gli altri componenti: 8 anni all’appuntato Salvatore Cappellano, sei all’appuntato Giacomo Falanga, tre anni e quattro mesi al carabiniere Daniele Spagnolo e quattro all’ex comandante di stazione Marco Orlando. Montella, sottolinea l’AdnKronos, ha ammesso le sue responsabilità ammettendo di aver preso parte a gran parte dei circa 60 episodi contenuti nel capo di imputazione (per fatti avvenuti dall’ottobre 2018 al giugno 2020), ma ha sempre sostenuto di non aver agito da solo. Un sesto carabiniere ha invece scelto il processo con rito immediato, mentre altri indagati, tra spacciatori e complici dei carabinieri, hanno patteggiato. Le indagini sui fatti della caserma Levante sono ancora aperte per appurare eventuali omissioni da parte della catena di comando dei Carabinieri.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Michela Allegri per “Il Messaggero” il 2 luglio 2021. Una caserma dei carabinieri era diventata, in pieno lockdown e in una tranquilla città di provincia come Piacenza, una centrale criminale dove passavano lo spaccio di droga, le estorsioni, la ricettazione, dove si picchiavano le persone, le si torturavano, le si ammanettavano senza ragione. Un anno fa la storia della caserma Levante e dei carabinieri arrestati, scosse non solo la città emiliana, ma tutto il Paese. Ieri per cinque carabinieri finiti sul banco degli imputati è arrivata la condanna al termine del rito abbreviato, che prevede uno sconto di pena. Per un sesto militare, invece, il processo è ancora in corso. Durissima la sentenza emessa dal gup Fiammetta Modica a carico dell'appuntato Giuseppe Montella, considerato il leader della banda criminale in divisa: 12 anni di reclusione. L'accusa aveva chiesto 16 anni, un mese e 10 giorni. Montella ha ammesso di aver preso parte a gran parte dei 60 episodi contestati nel capo di imputazione e avvenuti tra l'ottobre 2018 e il giugno 2020, ma ha sostenuto di non aver agito da solo. Secondo l'accusa avrebbe picchiato pusher per ottenere informazioni che gli garantivano arresti certi ed encomi. E avrebbe anche inflitto torture, prodotto verbali falsi e gestito un giro di spaccio. Non era solo alla sbarra. Per l'appuntato scelto Salvatore Cappellano il giudice ha disposto 8 anni di reclusione, mentre per Giacomo Falanga 6 anni. E ancora: 4 anni per Marco Orlando, all'epoca comandante della stazione di via Caccialupo; 3 anni e 4 mesi per Daniele Spagnolo. L'accusa aveva avanzato per tutti e cinque i militari richieste di condanna più severe. È trascorso meno di un anno dall'operazione Odysseus, coordinata dalla procura di Piacenza, scattata dopo le rivelazioni di un carabiniere. A svolgere le indagini, la Guardia di finanza e la Polizia locale. Era il 22 luglio 2020 quando furono emesse 22 ordinanze di custodia cautelare e fu deciso il sequestro della caserma Levante. Nella requisitoria dell'aprile scorso, il procuratore capo Grazia Pradella aveva parlato di comportamenti di «eccezionale gravità» che hanno «offeso i carabinieri che lavorano in silenzio e con spirito servizio». Nell'aula di Piacenza Expo, trasformata in tribunale per rispettare le norme anti Covid, è stato il pm Antonio Colonna a ricostruire «il sistema Levante» e a spiegare le responsabilità di tutti gli imputati «accecati dall'arroganza di chi si crede al di sopra delle regole», capaci di tenere in piedi un sistema parallelo «fatto di menzogne, di sequestri di droga rivenduta attraverso pusher di fiducia, di arresti architettati per aumentare le statistiche, di pestaggi con modalità tali da configurare la tortura». Il pm è stato rigoroso nell'elencare i reati commessi dai cinque carabinieri che hanno scelto l'abbreviato: le contestazioni spaziano dallo spaccio di droga al peculato, dal falso alle lesioni, fino alla tortura. L'ultima accusa è rimasta a carico di Montella, Cappellano e Falanga e solo per uno dei due episodi contestati, che riguarda un giovane egiziano la cui aggressione in caserma, da parte dei militari, venne registrata in un'intercettazione. «C'è gente che indossa la divisa con onore, perciò leggere questi fatti è motivo di umiliazione e vergogna. Dedico il mio intervento a queste donne e a questi uomini valorosi», è uno dei passaggi della requisitoria davanti agli imputati e alle parti civili, tra le quali alcune associazioni di carabinieri e, naturalmente, l'Arma, che ha ottenuto una provvisionale da 150mila euro. Ha commentato il procuratore Pradella dopo la sentenza: «L'impianto accusatorio ha retto in pieno». Tutti gli imputati erano presenti in aula, tranne Montella.

La vicenda del colonnello Carlo Calcagni, vittima dell'uranio impoverito. Le Iene News il 24 maggio 2021. Luigi Pelazza si occupa della vicenda del colonnello Carlo Calcagni, ex pilota dell’Esercito e oggi anche paraolimpico, rimasto vittima di inalazioni di uranio impoverito, durante una missione di pace del 1996 in Bosnia. Non perdetevi il servizio, martedì dalle 21.10 su Italia1. Luigi Pelazza si occupa della vicenda del colonnello Carlo Calcagni, ex pilota dell’Esercito e oggi anche paraolimpico, rimasto vittima di inalazioni di uranio impoverito, durante una missione di pace del 1996 in Bosnia. Oggi Calcagni, che da quegli anni soffre di patologie croniche degenerative e irreversibili, chiede al Ministero della Difesa un risarcimento di un solo euro, simbolico, unito però a delle scuse pubbliche, per lui e per i tanti che come lui hanno subito lo stesso calvario. La vicenda: l’esercito americano, che durante i combattimenti utilizzava bombe e proiettili contenenti metallo pesante, tossico e cancerogeno, mandava, prima dell’utilizzo, delle indicazioni precise su come comportarsi in determinate zone e su come proteggersi in caso di esposizioni. Non tutti i militari mandati nei Balcani furono informati dai vertici di allora e in molti si ammalarono o morirono perché sottoposti a continue esalazioni di aria contenente polvere di uranio. Tra questi anche Carlo Calcagni, che per la sua “Sensibilità chimica multipla” affronta quotidianamente terapie estenuanti che servono solo a ridurre gli effetti dell’uranio sul suo sistema renale, respiratorio, cardiaco ed endocrino e a rallentarne il decorso. Nel 2007 il Ministero della Difesa gli ha riconosciuto un’indennità e una pensione di invalidità al 100%. Ma dieci anni dopo venne negata al militare la richiesta di un risarcimento. Secondo lui, lo Stato italiano “non lo avrebbe protetto e gli avrebbe nascosto i pericoli dell’uranio impoverito”. Calcagni volle quindi accedere agli atti per conoscere le motivazioni del diniego, ma il Ministero della Difesa si oppose per “Segreto di Stato sulla documentazione”. Nel 2019 il Tar condannò il Governo a esibire la documentazione e dalle carte si scoprì che il risarcimento venne negato perché “Calcagni non avrebbe svolto attività di volo nei Balcani”, nonostante il suo ruolo fosse proprio quello di arrivare dal cielo con l’elicottero e proteggere la vita di feriti e sfollati, portandoli in salvo. Cosa riscontrabile anche guardando il suo libretto di volo e il suo fascicolo sanitario, dove sono riportati con precisione tutti quelli effettuati nella ex Jugoslavia. L’inviato affronta la questione con l’ex Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che durante il suo impegno governativo ha approfondito le carte che hanno supportato la tesi del Colonnello, e con l’attuale vertice sottosegretario, l’on. Giorgio Mulè: sentirete le loro risposte nel servizio Luigi Pelazza, martedì dalle 21.10 su Italia1.

Interviste. «Rinuncio al risarcimento milionario, ma lo Stato mi chieda scusa». Paola Carella il 24 Ottobre 2021 su culturaidentita.it su Il Giornale. Il Colonnello Carlo Calcagni si è ammalato gravemente durante la missione di pace nei Balcani nel 1996. La vita della maggior parte di noi è fatta di code al lunedì mattina per andare al lavoro, problemi con la scuola dei figli, in ufficio con un capo da mandare al diavolo, il TG della sera, il centro commerciale del sabato pomeriggio e così via. Poi esistono quelli come Carlo Calcagni, paracadutista e pilota istruttore di volo di elicotteri: lui, durante la missione di pace in Bosnia, si è imbattuto in un nemico invisibile, l’uranio impoverito. Quelle polveri altamente tossiche hanno invaso e avvelenato ogni cellula del suo corpo, generando una grave malattia neurologica cronica degenerativa ed irreversibile, che combatte con tanti medicinali e tantissima forza di volontà, divenendo un esempio di incoraggiamento per gli altri, tanto da candidarsi come Garante regionale per la disabilità per la Regione Puglia, a sostenerlo il consigliere regionale Paolo Pagliaro. La sua vicenda è raccontata in un libro autobiografico, Pedalando su un filo d’acciaio, (Edizioni G.A.) e anche UNAVI Unione Nazionale Vittime vuole dare il proprio sostegno al colonnello Calcagni.

Se potesse tornare indietro rifarebbe la scelta di arruolarsi?

«Chi è stato un militare, lo è e lo sarà per sempre, non è una professione ma una vera e propria passione, sono stato impegnato in più Missioni Internazionali di Pace, sono un convinto Patriota, “SIAM PRONTI ALLA MORTE…” recita il nostro Inno Nazionale. Sono le parole più belle e le scriviamo sul nostro cuore, sulla nostra pelle, prima ancora che inizi l’addestramento! Ubbidiamo ai nostri superiori, sempre. Per quelli come me, ubbidire ai superiori è un modo di riverire la nostra Patria. Nessuno pensi che si possa andare in quei teatri di guerra a prestare soccorso a corpi dilaniati dalle bombe, solo per un salario, anche se di tutto rispetto, senza una fervida fede, non affronti tanto dolore, tante privazioni, tanto disagio. Io c’ero in quei teatri di sangue e proprio per la mia professionalità mi è stato conferito, persino, un ENCOMIO: “…chiaro esempio di soldato che ha dato lustro all’Esercito Italiano e che ha riscosso unanime ammirazione anche dalle Forze Armate internazionali impegnate in Bosnia-Herzegovina” (Sarajevo 02.07.1996). Ho portato a termine tutte le missioni di volo che mi sono state assegnate, svolgendo il più nobile dei servizi per la collettività: salvare vite umane! Scendevo dall’elicottero abbracciando quei fratelli feriti e li portavo via da quei campi di morte. Questa consapevolezza ti rende solo più orgoglioso e ancor più determinato nel fare il tuo dovere. MAI avrei potuto immaginare che qualcuno fosse a conoscenza, senza informarci, di un altro nemico, più subdolo, più crudele, più vigliacco, un nemico invisibile che ha nome e cognome: uranio impoverito. Un nemico che non ho potuto affrontare faccia a faccia, nè guardare negli occhi, ma è la causa di indescrivibili sofferenze, soprattutto quando il dolore si accumula alla rabbia, perché ti rendi conto che il tuo corpo si sta distruggendo non per un colpo di fucile, non per l’esplosione di una mina, ma per un vile attentato alla tua vita da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla: la tua Patria».

Quale è la giustizia che cerca?

«Nella missione in Bosnia vedevamo in azione militari USA attrezzati con tute speciali, maschere e, addirittura, respiratori a circuito chiuso, perché loro erano stati avvisati dei rischi ambientali e di contaminazione, noi no! I vertici militari e politici sapevano, ma hanno volutamente taciuto. Io desidero il rispetto, per la profonda considerazione che ho per i valori che incarno ed il forte senso del dovere sono disposto a rinunciare persino ad un risarcimento milionario in cambio di un euro simbolico con le scuse pubbliche delle Istituzioni nei miei confronti, della mia famiglia e di tutti coloro che hanno subìto la stessa indifferenza. Per questo motivo vado nelle scuole a raccontare la mia storia, perché sia di stimolo ed esempio ai nostri figli, che hanno bisogno di riferimenti positivi. Bisogna instillare nei giovani valori come il coraggio e la lealtà verso il proprio Paese, trasmettergli gli strumenti per costruire un futuro in cui la società possa essere dominata da uomini generosi e sempre disponibili ad aiutare gli altri, specialmente i più deboli. La giustizia forse farà luce su questa crudeltà, ma intanto si contano i morti, purtroppo tanti».

Nello sport, in particolare nel ciclismo, Carlo ha trovato un valido alleato che lo aiuta giorno per giorno a ricostruire l’equilibrio psicofisico messo a dura prova; grande atleta fin da piccolo, che aveva già all’attivo oltre 300 gare ciclistiche.

«La mia passione, la bicicletta, l’ho dovuta adattare alla mia nuova tormentata situazione sanitaria – racconta il colonnello – adesso è un triciclo! Che dolore, che vergogna i primi giorni che la Commissione Medica della Federazione Ciclistica Italiana, già nel 2015, ha sentenziato questa necessità. Il mio stato di salute è grave. Anzi, i medici che mi seguono e che si prendono cura del sottoscritto lo definiscono “gravissimo”. Il mio corpo e tutti i miei organi sono minati. La mia vita la trascorro girando da un ospedale all’altro, assumendo quintali di medicine, palliativi che non potranno mai guarire ma solo tentare di preservare e rallentare la malattia autoimmune, conica, degenerativa ed irreversibile. Fare sport per me costituisce carburante con cui alimentare la mia motivazione per la vita, per onorarla come merita, e seppur sia stato ostacolato, respinto e penalizzato dal “Sistema” in diverse occasioni, credo comunque nel valore dello sport. Io sono e sarò sempre un soldato, un italiano che ha prestato giuramento alla bandiera, che ha deciso di dedicare la propria vita agli altri, che ha indossato con orgoglio l’uniforme e che crede fermamente in tutti quei valori che uno Stato democratico dovrebbe sostenere e incarnare, come quelli di lealtà, giustizia, legalità e condivisione».

Ma si sa che la vita spesso oltre al danno presenta anche la beffa e così il colonnello Carlo Calcagni, con il 100% di invalidità permanente, accertata e riconosciuta “malattia professionale” dipendente da fatti e cause di servizio dalle Commissioni Mediche Ospedaliere Militari, viene escluso dalle Paralimpiadi di Tokyo 2020, perché secondo la commissione tecnica classificatrice non soddisfa i criteri minimi per il ciclismo paralimpico, la stessa commissione che nel 2015 aveva valutato “molto grave” la sua malattia neurodegenerativa con Parkinson e gli aveva imposto il triciclo».

Perché è stato escluso secondo lei?

«Il vero problema è che sono un malato apparentemente “in formissima”, ma pochi capiscono che io sono così non perché le mie patologie non siano invalidanti, ma perché ho una tempra ed una resilienza fuori dal comune, sono esageratamente ostinato ed ho una straordinaria capacità di adattarmi al cambiamento. Non voglio darla vinta alla malattia, che sfido ogni giorno, costi quel che costi. Sono pienamente consapevole del fatto che i danni arrecati dai metalli pesanti al mio organismo, durante la Missione nei Balcani, e che hanno determinato diverse patologie degenerative, mi condurranno alla morte, ma nonostante queste mie patologie siano invisibili, perché devastano il mio corpo dall’interno, il messaggio che ho sempre cercato di trasmettere e che desidero continuare a dare, attraverso il mio esempio di vita, è quello che non dobbiamo ARRENDERCI, MAI, che non dobbiamo limitarci a SOPRAVVIVERE, curando esclusivamente la malattia, ma bisogna affrontarla e cercare di batterla, VIVENDO MEGLIO, coltivando le proprie passioni e praticando sport, perché è solo attraverso lo sport che è possibile spingere il nostro corpo a dare il massimo, a reagire alla malattia stessa, rallentandola e arrestandola. Non a caso il Ministero della Difesa, proprio per le mie numerose patologie, oltre ad aver riconosciuto una invalidità permanente del 100% dipendente da cause e fatti di servizio, mi ha concesso il Distintivo d’Onore di FERITO e di MUTILATO in servizio, pur in assenza di mutilazioni apparenti, proprio per la gravità delle patologie, ma tanti non comprendono che la mia sofferenza va’ ben oltre quella fisica. La mia anima è stata devastata, così com’è stato distrutto il futuro di un pilota istruttore di volo dell’Aviazione dell’Esercito e la mia carriera. Ho dovuto fare tante rinunce, ho dovuto sopportare dolore e sofferenza, ma grazie anche e soprattutto alla mia bicicletta e all’amore per i miei figli, ho potuto ricostruire la mia vita dalle ceneri di quella che oramai non esisteva più, rendendola unica ed eccezionale nella sua straordinarietà».

Chi ha avuto modo di vedere il docu-film “IO SONO IL COLONNELLO” realizzato da Michelangelo Gratton, ha visto soltanto una piccola parte della quotidiana lotta di quest’uomo: dalle notti attaccato al ventilatore polmonare, alle 300 pastiglie al giorno, dalle flebo quotidiane ai numerosi interventi chirurgici, senza parlare delle rinunce di tutte quelle cose che nella nostra quotidianità sono normali, la pizza al sabato sera, le vacanze, un bagno al mare, una fetta di torta, una serata con gli amici. Ciò che la maggior parte di noi vede, esternamente, è già di per sé un miracolo ed è solo una piccola parte dei sacrifici che Carlo deve affrontare quotidianamente, e nonostante tutte le innumerevoli prove a cui la vita lo ha sottoposto trova la forza e la voglia di poter vivere la sua vera, unica e grande passione: lo sport, il ciclismo.

Nella sua vita lo sport è diventato vitale, nel vero senso della parola. C’è una sostanziale differenza tra il “sopravvivere” grazie alle terapie ed alle cure quotidiane ed il “vivere” nel vero senso della parola, io vivo grazie allo sport e grazie all’amore che mi circonda. Come l’acqua deve essere in costante movimento per non andare in putrefazione così devo muovermi costantemente io per non permettere al Parkinson di prendere il sopravvento, bloccando i miei muscoli. Per me è fondamentale allenarmi quotidianamente, perché è proprio lo sport che mi tiene in vita e fa parte integrante della terapia, quasi fosse un farmaco per me. Ogni malattia dovrebbe essere affrontata su due piani: quello terapeutico e quello umano. Maggiore è la motivazione a guarire, maggiori saranno le possibilità di guarigione o regressione della malattia. Quando mi vietano di gareggiare, mi stanno privando di parte della terapia, come togliere l’insulina a un diabetico.

L’esempio del Colonnello Calcagni è una grande dimostrazione di fermezza e determinazione, quando si è portatori sani di luce, tutto diventa davvero possibile, ogni ostacolo può essere abbattuto e vinto, ed essere degno testimone di quei profondi valori che indirizzano la vita nella direzione del bene comune e dell’amore per il prossimo. Un uomo che merita il rispetto e l’ammirazione di un’intera Nazione, una delle tante storie di sport e passione che ci ricordano che solo chi sogna può imparare a volare.

Quarta Repubblica, Carlo Nordio: "Doveva restare un segreto". Spara al senegalese, agente indagato: svelata la vergogna delle toghe. Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Si parla del poliziotto indagato per aver fermato, sparando alle gambe, l'immigrato che ha terrorizzato i passanti alla Stazione Termini a Roma da Nicola Porro, a Quarta Repubblica, su Rete 4, nella puntata del 28 giugno. Tra gli ospiti c'è l'ex magistrato Carlo Nordio che difende le forze dell'ordine e osserva: "Il fatto che il poliziotto era indagato doveva rimanere segreto perché così si perde la fiducia nelle forze dell’ordine". Di più, aggiunge il leghista Nicola Molteni, anche lui ospite di Porro: "Questo poliziotto andava ringraziato e non indagato". "I cittadini chiedono sicurezza e controllo del territorio", prosegue Molteni, "e per fare questo dobbiamo rafforzare le forze dell'ordine sul territorio. Il poliziotto va rispettato, dobbiamo dare ai poliziotti le dotazioni necessarie". A questo proposito Piero Sansonetti spiega che "noi ormai consideriamo le indagini come una dichiarazione di colpevolezza, se qualcuno ha sparato ci deve essere l'indagine. Se fai un mestiere così difficile devi essere pagato almeno 5.000 euro al mese".  Peccato che i poliziotti vengano pagati meno di duemila euro al mese. Il 20 giugno, nei pressi della Stazione Termini, si aggirava un immigrato di origine ghanese di 42 anni, con un coltello in mano, in evidente stato di alterazione. Per questo alcuni passeggeri hanno avvisato le forze dell'ordine. Gli agenti della Polfer hanno così cercato di fermarlo, ma l'uomo ha opposto resistenza e anzi li ha aggrediti. Quindi è fuggito seminando il terrore tra i passanti e tentando la fuga verso via Marsala. Quando ha poi cercato di accoltellare un agente, il poliziotto ha risposto con un colpo di pistola dissuasivo che ha colpito l'uomo all'inguine. E ora è indagato.

Un altro schiaffo al poliziotto. La toga "grazia" il ghanese. Alessandra Benignetti il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Per il gip non ci sarebbero le condizioni per accusare il migrante di tentato omicidio. Resta indagato per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi" il poliziotto che ha sparato per disarmarlo. Alla fine, con tutta probabilità, il poliziotto che venerdì scorso ha sparato ad Ahmed Brahim, verrà sollevato da ogni accusa. Anche la procura, che ieri ha iscritto l’assistente capo della Polfer nel registro degli indagati per "eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi", ha parlato di "atto dovuto". Intanto, però, oltre a subire l’umiliazione di finire alla sbarra al pari del 44enne ghanese che armato di coltello ha seminato il panico attorno alla Stazione Termini, minacciando i passanti, dovrà anche farsi carico delle spese legali. Per il migrante pluripregiudicato che la sera del 19 giugno si è scagliato contro i passanti prima di affrontare, lama in pugno, una decina di agenti della Ferroviaria intervenuti per placarlo, invece, è già caduta l’accusa di tentato omicidio. Inizialmente la pm Nadia Plastina e il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia avevano ipotizzato tre reati, quello di porto illegale di armi, di resistenza a pubblico ufficiale e di tentato omicidio, appunto. Per questo il ghanese, ricoverato al Policlinico Umberto I in codice rosso dopo essere stato reso inoffensivo dall’agente con un colpo indirizzato all’inguine, è stato subito posto in stato di arresto. La giudice per le indagini preliminari Bernadette Nicotra, però, dissente rispetto all’impostazione dei pm e, come riferisce Repubblica, avrebbe già fatto cadere quest’ultima accusa. Insomma, lo straniero, per il gip, non sarebbe stato intenzionato ad uccidere. Eppure le immagini, che hanno fatto il giro del web, lo ritraggono come uno tutt’altro che remissivo. Brahim, che indossa una felpa rossa e un paio di pantaloni neri, è a via Marsala circondato da almeno una decina di poliziotti con i manganelli in pugno. Si muove convulsamente da una parte all’altra, tiene il coltello con la mano destra e la lama rivolta verso il basso e cerca in almeno due occasioni di ferire gli agenti. Sale su un motorino e saltando giù muove il braccio con cui impugna il coltello dall’alto verso il basso, per cercare di infliggere il fendente ai suoi avversari. Fa lo stesso gesto almeno un altro paio di volte. Non un minimo cenno di resa. Per questo si sente uno degli uomini in divisa che ad un certo punto grida: "Spara oh, spara!". La ripete almeno tre volte, quella parola. L’assistente capo ha già estratto la pistola. È puntata alle gambe del migrante esagitato. Dopo qualche secondo di attesa, l'agente si decide ad esplodere il colpo. Il ghanese cade a terra e viene soccorso immediatamente dai sanitari. La questura di Roma, nei giorni scorsi, ha fatto sapere che l’uomo ha già diversi precedenti per il danneggiamento di statue in alcune chiese della Capitale, per una sassaiola contro un centro islamico in cui ha ferito l'imam, e per una tentata rapina. Per questo rimarrà comunque agli arresti, oltre ad essere sottoposto ad una perizia psichiatrica. Ieri il sindacato di polizia Coisp aveva contestato l’incriminazione dell’agente. "È penalizzante”, aveva detto al Giornale.it, Domenico Pianese, presidente dell’organizzazione. "Il cittadino ghanese, armato di coltello, avrebbe potuto compiere una strage", accusava il sindacalista, invocando una legge che obblighi "lo Stato ad assumersi gli oneri della difesa del poliziotto". Lui, contestava Pianese, "a fronte di uno stipendio di 1.500 euro al mese, dovrà nominare una propria difesa, un perito di parte e avvocato, mentre il migrante, per la sua di difesa, avrà il gratuito patrocinio a spese dei contribuenti". La norma sulla base della quale l’agente è stato iscritto nel registro degli indagati, ha spiegato a Stefano Zurlo sul Giornale in edicola il giudice del tribunale di Roma, Valerio De Gioia, è "figlia dell'eccesso colposo di legittima difesa". La stessa toga spiega di ritenere opportuna una revisione "dell'impianto normativo valorizzando l'elemento soggettivo, il grave turbamento dell'agente che magari sbaglia in buonafede". "Non vuole dire – chiarisce - dare licenza di sparare o peggio di uccidere". La vicenda ha riaperto anche il dibattito sull’opportunità di dotare gli agenti di strumenti come il taser. "Oggi è più che mai una priorità", ha commentato il sottosegretario all’Interno della Lega, Nicola Molteni. Intanto, dopo la solidarietà espressa al poliziotto da tutto il centrodestra, oggi il leader leghista Matteo Salvini ha annunciato di voler fare il possibile per "andarlo a trovare e sostenerlo in ogni modo". "Si complica la posizione dell'agente indagato e cade l'accusa di tentato omicidio per il delinquente che ha seminato il panico con il coltello, è vergognoso, senza parole", ha commentato Salvini su Twitter.

Alessandra Benignetti. Nata nel 1987, vivo da sempre a Roma, città che amo. Sono laureata cum laude in Scienze Politiche all'Università La Sapienza, giornalista pubblicista, moglie e mamma. Appassionata di geopolitica e relazioni internazionali, per il Giornale.it realizzo video reportage e inchieste seguendo da vicino i fatti di cronaca e l'attu

Aperta indagine interna: "Comportamenti inconciliabili con i valori fondanti dell'Arma". Carabiniere insulta e prende a calci ragazzo in strada: “Marescià non ho niente”, il video virale. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'11 Maggio 2021. “Marescià non ho niente, scusate”. Si prova a giustificare così un ragazzo fermato in strada a Terzigno, comune in provincia di Napoli, da una pattuglia dei carabinieri presumibilmente dopo l’orario in cui vige il coprifuoco. Il militare scende dall’auto e, senza un motivo apparente, inizia a prendere a calci il giovane invitandolo a tornare a casa. Quest’ultimo prova a giustificarsi ma il pubblico ufficiale incalza e gli rifila in totale tre calci continuando ad insultarlo con epiteti irriguardosi. Il video, che dura circa 20 secondi ed è diventato virale sui social nel giro di poche ore, è stato girato da un residente affacciato al balcone di un’abitazione poco distante. Non è ancora chiaro quando l’episodio sia accaduto. E’ notte, probabilmente dopo l’orario del coprifuoco (22), e i militari presumibilmente stavano effettuando un servizio di controllo del territorio. Il filmato è stato acquisito dagli stessi carabinieri che stanno ricostruendo i fatti e svolgendo approfondimenti sull’increscioso atteggiamento del collega. In una nota la posizione del Comando Provinciale dei carabinieri di Napoli: “Con riferimento al video diffuso in rete dal gruppo denominato “Welcome to Favelas“, attivo sui social e sulle app di messaggistica istantanea, il Comando Provinciale Carabinieri di Napoli ha immediatamente avviato autonomi accertamenti finalizzati a perseguire, con il massimo rigore e convinta inflessibilità, comportamenti inconciliabili con i valori fondanti dell’Arma, valori di umanità e vicinanza, a cui si ispira quotidianamente l’agire dei tanti Carabinieri che, con sacrificio e dedizione, operano per garantire i diritti e la sicurezza dei cittadini, spesso mettendo a rischio anche la propria vita”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Umberto Rapetto per infosec.news il 7 novembre 2021. Michele è l’ultimo di una lunga e interminabile serie, il secondo di questa settimana. La mattina del 4 novembre si è alzato presto. Giornata importante quella della Festa delle Forze Armate, piena di cerimonie e pubbliche celebrazioni. Lo sanno tutti. Michele però sa qualcosa di più. Qualcosa che forse non ha confidato, che non ha saputo spiegare, che non ha avuto il coraggio di tirare fuori, di cui nessuno è stato capace di accorgersi e di domandargli il banale e spesso di rito “Tutto bene?” Giornata drammatica il 4 novembre. Per lui, per la famiglia, per chi lo conosceva, per chi gli voleva bene. Michele deve partecipare ad uno degli eventi commemorativi ma ha ben chiaro che lo schieramento avrà un posto vuoto. Arriva al Ponte di San Vito a Ragusa e lì spicca il volo verso il cielo. Non si conoscono le ragioni di quel gesto estremo e qualunque ne sia stata la radice non bastano le lacrime a sedare la rabbia che istintivamente fa urlare un tanto naturale quanto inutile “perché?”. A dire il vero i “perché” sono più di uno. Non interessa soltanto la ragione del disperato salto nel vuoto, ma anche e soprattutto il motivo per il quale nessuno in ufficio (colleghi e superiori) si sia reso conto del disagio che stava tracimando e si accingeva a travolgere Michele…Nel 1993 Michele è stato uno dei miei collaboratori. Faceva l’autista al Segretariato Generale del Ministero delle Finanze, quando io ero nello staff dell’indimenticabile Gianni Billia. Fresco di corso alla Scuola Allievi Finanzieri, era solerte e disciplinato, forse poco espansivo (la poca esperienza fa esser timidi) ma certo non imperscrutabile. Era la mascotte di quella piccola unità “in divisa” nella pancia “civile” del Ministero, coccolato e simpaticamente sfottuto con l’affettuoso nomignolo di “Posalaquaglia” per la sua disponibilità a svolgere qualunque incarico gli venisse assegnato. Mi è difficile credere che Michele sia riuscito a blindare il suo malessere al punto che nessuno lo potesse percepire. Ho fatto il comandante, l’ho fatto pretendendo dai miei “ragazzi” l’impossibile, facendo per loro tutto quel che era nelle mie possibilità e qualche volta pure di più. Mi bastava guardarli negli occhi per capire se qualcosa non andava e non potevo assolutamente permettermi che ci fossero preoccupazioni o problemi, quasi mi pesasse la responsabilità di esser capace di dar loro una mano. Ero convinto (e lo sono tuttora) che il sentirsi chiamare “Comandante” fosse la più onerosa delle soddisfazioni. E’ una parola che – a mia volta – ho riservato ad una striminzita manciata di miei superiori meritevoli di un così gravoso appellativo, chiamando tutti gli altri con il “signor” seguito dal grado da loro rivestito. “Comandante” bisogna meritarselo e pochi ne hanno davvero diritto. Comprendo sia difficile farsi carico dei “casini” degli altri, ma è proprio lì che sta la differenza tra un “Comandante” e un “superiore”. I superiori si dimenticano al primo cambio di incarico, i Comandanti – quei pochi – restano impressi nell’anima perché il loro cuore era capace di ospitare le paure, le difficoltà e i dolori di chi è alle dipendenze. Michele è morto a due giorni di distanza di Francesco Saverio, maresciallo ordinario eufemisticamente “trovato senza vita” a Lodi. In comune non solo il doloroso epilogo, ma anche il 1991. Era l’anno di arruolamento di Michele, quello di nascita del giovane collega sottufficiale suicidatosi in Lombardia. In comune hanno anche il messaggio a ciclostile con cui il Comando di appartenenza introduce con il consueto “A preliminare informazione si rende noto che…” e si conclude con la frase di rito “Sono in corso le procedure per attivare il supporto psicologico nei confronti dei familiari”. In alcuni casi la solerzia degli incaricati alla redazione del “radiomessaggio” è tale da far sì che siano informate le “Superiori Gerarchie” prima dei genitori, come è successo con Francesco Saverio dove si legge che il Comandante Provinciale “sta contattando la famiglia del militare che risulta vivere a Napoli”…Quel messaggio rimbalza spesso sulle chat dei gruppi di finanzieri che adoperano WhatsApp e il poveretto di turno ottiene finalmente quei 30 secondi di attenzione che magari avrebbe voluto nei giorni precedenti il drammatico togliersi la vita. Il suo nome, accompagnato al numero di matricola, per un istante diventa famigliare anche a chi non lo ha mai conosciuto, nome che chi lo aveva di fronte tutti i giorni probabilmente non abbinava ad un volto, ad una vita o ad un problema che meritava un briciolo di attenzione. Ad ottobre del 2018 scrissi di queste cose in un mio pezzo su Il Fatto Quotidiano a ridosso della tragica scomparsa di un mio amico, il Colonnello Massimiliano Giua. Il titolo conteneva una domanda: “Suicidi in Guardia di Finanza, il malessere è diffuso. Perché?” A distanza di tre anni quel quesito non ha trovato risposta. A quel “perché” vorrei aggiungere “cosa è stato fatto nel frattempo” oltre al roboante “supporto psicologico nei confronti dei famigliari”? 

Da blitzquotidiano.it il 16 dicembre 2021. Dal primo gennaio l‘Arma dei carabinieri attiverà un servizio di ascolto e assistenza per prevenire i suicidi. Servizio curato da psicologi specializzati, raggiungibile da tutti i militari in servizio con un numero verde gratuito, operativo anche di notte e nei giorni festivi, con tutela della privacy. È uno strumento di prevenzione al fenomeno dei suicidi, di cui dà notizia il CoCeR (Consiglio Centrale di Rappresentanza Militare), che ha inviato una lettera aperta al comandante generale, generale di corpo d’armata Teo Luzi, esprimendo “il proprio plauso all’iniziativa”. 

I suicidi dei carabinieri in Italia

Da inizio anno sono stati oltre venti i carabinieri suicidi in Italia. Il fenomeno, scrivono i delegati Cocer al comandante “continua a interessare tragicamente il comparto Difesa-Sicurezza e, sin dal nostro primo incontro, lei si è sempre dimostrato disponibile ad ascoltarci, nonché fortemente interessato a prendersi cura della delicata tematica”. Per il servizio di ascolto è stato siglato un accordo tra il Fondo assistenza previdenza e premi dell’Arma dei Carabinieri, presieduto da Luzi, nel cui cda ci sono anche delegati del Cocer, e l’azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma.

Come funzionerà

“Costituisce piena testimonianza di quell’impegno costante che l’Arma ha sempre riservato ai propri carabinieri e dimostra, qualora ce ne fosse stato bisogno, la sua sensibilità di uomo e comandante. Con il servizio si crea “un’area ‘protetta’ per la prevenzione del ‘disagio psico-emotivo’, alla quale il Carabiniere in stato di bisogno potrà avvicinarsi serenamente, con la garanzia di parlare riservatamente con psicologi professionisti di pluriennale esperienza nel campo del supporto e delle devianze”, aggiunge il Cocer.

Biella, il mistero del questore Gianni Triolo suicida: due bigliettini per moglie e figlio. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 19 Dicembre 2021. Il dirigente di polizia, 60 anni, ha scritto i messaggi e si è tolto la vita nel suo ufficio con la pistola d’ordinanza. Il cordoglio di chi lo conosceva: «Un servitore dello Stato». Due bigliettini sulla scrivania scritti a mano. Uno di addio alla moglie. Uno invece per spiegare le motivazioni del suo gesto estremo al figlio. Parole pensate e scritte a penna qualche minuto prima di decidere di premere il grilletto della pistola d’ordinanza e togliersi la vita. Niente altro è stato trovato sulla scrivania dell’ufficio di Gianni Triolo, 60 anni, questore di Biella che ieri mattina si è ucciso nella stanza della questura biellese di via Sant’Eusebio. Era arrivato presto, come faceva tutte le mattine. Con tutta probabilità aveva già l’intenzione di togliersi la vita. Una verità nascosta in quei due fogli di carta a cui ha affidato tutto il suo dolore per quel momento difficile che, con ogni probabilità, stava attraversando. Parole che si era tenuto dentro per non si sa quanto tempo. Non si era confidato con nessuno. A nessuno aveva raccontato che cosa lo preoccupava da qualche settimana. A tutti, perfino ai suoi uomini, si era mostrato tranquillo. Sorridente. Gentile nei modi. Invece, con ogni probabilità, dietro quei sorrisi aveva già maturato la sua scelta. Ieri mattina non ce l’ha più fatta. E ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. A scoprire il corpo la donna delle pulizie, arrivata poco dopo di lui in questura. Erano appena le 7. Quando è entrata lo ha perfino salutato. Pensava stesse lavorando, a testa bassa sulla sua scrivania. Ma quando si è avvicinata ha invece visto il sangue. È stata lei a dare l’allarme e avvertire prima gli altri poliziotti e poi i carabinieri. Triolo era arrivato a Biella con l’inizio della pandemia ed era al primo incarico da questore. Originario di Pescara, era entrato in polizia nel 1987 dopo la laurea in Giurisprudenza. In servizio fino al 1991 al Reparto Mobile di Torino, era poi stato Dirigente dell’Ufficio Personale e quindi Capo di Gabinetto della Questura di La Spezia, dove vive la sua famiglia, per poi dirigere l’anticrimine della città ed essere nominato vicario, ruolo che aveva ricoperto anche a Pisa. Era stato lui, una volta arrivato a Biella ad introdurre il daspo urbano. «L’ho visto venerdì per l’ultima volta — dice il sindaco Claudio Corradino —. Era all’incontro del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Non riesco a credere a ciò che è accaduto. Abbiamo sempre lavorato insieme. Era una persona gentile e piacevole. E, da figlio di poliziotto sono particolarmente toccato da questa notizia». Triolo è stato «un servitore dello Stato» ha commentato il viceministro biellese all’Economia, Gilberto Pichetto. «La sua morte lascia un incolmabile vuoto in tutti quelli che lo hanno conosciuto e hanno avuto l’onore e il privilegio di lavorare con lui». Cordoglio arrivato anche da Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. «La giornata si è aperta con una triste notizia, il suicidio del questore di Biella — ha dichiarato il parlamentare del Movimento 5 Stelle —. Un’occasione che ci fa riflettere sulla necessità di un costante supporto psicologico agli operatori del comparto sicurezza».

 A ritrovare il corpo la donna addetta alle pulizie. Il questore Gianni Triolo suicida negli uffici di polizia a Biella: lasciato un biglietto. Giovanni Pisano su Il Riformista il 18 Dicembre 2021. Ha lasciato un biglietto in cui spiega le ragioni del suo gesto Gianni Triolo, il questore di Biella trovato sabato mattina, 18 dicembre, senza vita nella sala riunioni degli uffici della polizia nella cittadina piemontese. A ritrovare il corpo del 60enne è stata una donna addetta alle pulizie. Secondo quanto emerso, Triolo si sarebbe tolto la vita sparandosi con la pistola d’ordinanza. Il Questore avrebbe lasciato un messaggio per spiegare le ragioni del suo gesto, al momento ignote. Nella giornata di ieri, venerdì 17 dicembre, aveva partecipato al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica riunitosi per coordinare le attività di controllo in occasione delle prossime festività natalizie. Era arrivato a Biella nel febbraio 2020. Originario di Pescara, Triolo era entrato in polizia nel 1987 dopo la laurea in Giurisprudenza. In servizio fino al 1991 al Reparto Mobile di Torino, è stato Dirigente dell’Ufficio Personale e quindi come Capo di Gabinetto della Questura di La Spezia. Ha diretto la Divisione Anticrimine della Questura di Massa Carrara, per poi tornare a La Spezia con lo stesso ruolo e diventare vicario del Questore, incarico ricoperto anche a Pisa. Sconcertato per la notizia il sindaco di Biella Claudio Corradino: “Sono davvero incredulo e colpito dolorosamente. Ero seduto accanto a lui ieri per il comitato di ordine e sicurezza pubblica. Era normale, o almeno sembrava, ora non so cosa dire. La città perde una grande persona a livello umano, credo solo il silenzio possa servire in questo momento, sono senza parole”.

“Triolo aveva preso in mano le sorti di Biella con grande delicatezza, dimostrando professionalità, fermezza e sensibilità per la nostra città. Siamo tutti colpiti dall’evento” aggiunge il primo cittadino. “Era una persona molto riservata, ci si incontrava solo nelle occasioni ufficiali”

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute. 

  Biella, il questore Gianni Triolo si suicida nel suo ufficio. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera  il 18 Dicembre 2021. Si è ucciso sparandosi con la pistola di ordinanza. A trovare il corpo la donna delle pulizie. Avrebbe lasciato un biglietto. Si è ucciso sparandosi con la pistola di ordinanza. A ritrovare senza vita il questore di Biella Gianni Triolo, la donna delle pulizie che questa mattina è entrata nel suo studio per rassettarlo. Lo ha trovato seduto sulla sua sedia e pensava stesse lavorando. Ma quando si è avvicinata ha scoperto che l’uomo era morto. Sessant’anni, Triolo era arrivato a Biella con l’inizio della pandemia, al primo incarico da questore. In precedenza aveva lavorato molto in Liguria, a La Spezia, dirigendo l’anticrimine ed era stato poi vicario, ruolo che aveva ricoperto anche a Pisa. A La Spezia era rimasta la famiglia. Per spiegare il suo gesto avrebbe anche lasciato un messaggio. «L’ho visto ieri per l’ultima volta - dice il sindaco Claudio Corradino-. Era all’incontro del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico. Non riesco a credere a ciò che è accaduto. Abbiamo sempre lavorato insieme. Era una persona gentile e piacevole. Non mi capacito proprio di quanto accaduto. E, da figlio di poliziotto sono particolarmente toccato da questa notizia». Restano ancora senza motivo le cause che hanno spinto il questore a togliersi la vita.

I suicidi in divisa sono un tabù di cui nessuno vuole parlare. Sara Lucaroni su L'Espresso il 10 maggio 2021. Sono decine ogni anno i membri delle forze dell'ordine che decidono di farla finita. Ma intorno alle loro storie si crea spesso una coltre di silenzi e omertà. Ora il libro “Il buio sotto la divisa” racconta sei storie di uomini in divisa che hanno scelto di non farcela. Nel linguaggio tecnico si chiamano «eventi suicidari». Da gennaio ad aprile se ne contano già 18. Il più anziano aveva 59 anni. Nel 2020 i suicidi sono stati invece cinquantuno: sei nella Guardia di Finanza, quindici tra i Carabinieri, nove agenti della Polizia di Stato, cinque della Polizia locale, sette della Penitenziaria, tre nella Marina Militare, uno nella Capitaneria di Porto, uno nell’Aeronautica, uno nell’Esercito e tre guardie giurate. Nel 2019 l’Osd, l’Osservatorio Suicidi in Divisa, ne ha registrati sessantanove. L’analisi del fenomeno dei suicidi nelle forze dell’ordine e nelle forze armate va incontro a incongruenze sui dati stessi: le amministrazioni e il ministero degli Interni e il ministero della Difesa non registrano gli eventi avvenuti fuori dalle caserme e dai comandi. Altrettanto incompleti sono quelli raccolti da associazioni private e gruppi sui social come l’autorevole Osd, basati su segnalazioni, ma può avvenire che di alcuni di questi casi non si abbia notizia per volontà della famiglia stessa. Negli ultimi anni il fenomeno è uscito dalla sua nicchia fatta di psicologi e sindacati militari quando le tragedie hanno assunto contorni inusuali o hanno coinvolto altre persone, come nel caso di un femminicidio, o quando sono stati particolarmente drammatici. Ma spenti i riflettori, i suicidi in divisa tornano a popolare convegni, blog, saggi, webinar, osservatori istituzionali, tavoli tecnici per addetti ai lavori e soprattutto a sconvolgere il solo privato di chi vive queste esperienze e di chi la divisa la vive ogni giorno. Il motivo è anche la stessa percezione che i cittadini hanno della divisa: “Chi la indossa non deve avere debolezze”. E a volte, certe derive di questo assunto: “Chi la indossa è un "nemico"”. Il “vietato avere debolezze” è una realtà dentro la caserma e il comando: se un agente o un militare ha bisogno di sostegno psicologico, è “pazzo”. È il nodo, culturale e strutturale, di cui si discute da tempo ai tavoli tecnici di Polizia e Interforze ma anche nei sindacati. Burnout, stress correlato, ma anche mancanza di mezzi, strutture inidonee, carichi di lavoro superiori dovuti alla mancanza di organico, stipendi inadeguati, scarsa collaborazione tra colleghi o situazioni di mobbing e tutte le derive della gerarchizzazione di un ambiente come quello militare si possono sommare a dimensioni private che, come spesso accade nella vita, possono essere estremamente problematiche. Il suicidio non è arginabile, nessuno è in grado di fermarlo: ha a che fare con sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire. Si può intervenire invece nella dimensione lavorativa di chi indossa la divisa attraverso una “prevenzione” a tre livelli: abbattimento del “tabù” del sostegno psicologico per trasformarlo da “stigma” a routine, potenziare la formazione, eliminare pericolose derive della gerarchizzazione specie in ambito militare. “Nessuno voleva occuparsi di questi ‘caduti senza gloria’. L’argomento era un tabù, una specie di segreto militare”, spiega Cleto Iafrate, membro del direttivo nazionale del Sibas-Finanzieri, ideatore della pagina Facebook dell’Osservatorio e tra i primi studiosi del sindacalismo militare. Sette anni fa, come membro della rappresentanza militare, ha iniziato a studiare il benessere del personale militare. Renato Scalia è un ex ispettore della Polizia di Stato, per vent’anni alla Digos e per sette alla Dia, oggi è un consulente della Commissione parlamentare antimafia e consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto. Nella sua carriera ha vissuto per cinque volte l’esperienza di avere colleghi morti suicidi. Nel 2012 ha deciso di rassegnare le sue dimissioni, dopo aver militato anche nel sindacato Silp Cgil: “Bisogna mettere da parte il fatto che un poliziotto non possa andare dallo psicologo. Non esiste, lo fanno negli Stati Uniti, è normale anche per molte altre polizie nel mondo. Da noi chi ha problemi di questo tipo è terrorizzato dal fatto che se ne fa menzione o altri lo vengono a sapere gli viene tolta la pistola e subito viene definito pazzo”, spiega. In Polizia gli psicologi sono impegnati in particolare a Roma nella somministrazione dei test nei concorsi, che sono di due tipologie: la valutazione medico-neurologica e quella psico-attitudinale. Su un totale di centodieci questure in Italia, solo undici hanno in organico uno psicologo.

Il secondino e il detenuto. Nell’aprile 2020, a seguito dell’emergenza Covid-19, è partito invece il progetto “Insieme Possiamo”, uno sportello che fornisce supporto anche psicologico online e in presenza. (…) “L’Amministrazione penitenziaria ha istituito un numero verde da chiamare in caso di necessità in forma anonima ma sembra non avere alcun successo - spiega Pasquale Salemme, commissario e Segretario Nazionale del Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. E in ogni regione sono state attivate convenzioni con psicologi e psichiatri a cui il personale può rivolgersi. Ma è nomale che i punti di riferimento dentro un istituto penitenziario siano sempre il comandante e il direttore. Ci sono anche figure esterne come i cappellani, i medici, gli assistenti sociali, gli psicologi con i quali talvolta si può instaurare un rapporto interpersonale”. Vitantonio Morani era un giovane agente della Polizia Penitenziaria, in organico al carcere di Ranza, nel comune di San Gimignano (Siena). L’amico e collega Guido racconta la loro amicizia, i loro progetti, le difficoltà del mestiere e i suoi ultimi giorni: Vitantonio si uccide con un colpo di pistola nella sua auto il 13 agosto 2018, nel parcheggio del carcere. Era poco più che trentenne. “Lo sbirro, il secondino. Insulti inutili, non esistono gli sbirri e i secondini. A Vitantonio poi la divisa piaceva così tanto che ci si era voluto sposare. Il suo lavoro e il suo amore insieme, nel giorno del matrimonio a Palese, il paesone di lei, nell’area metropolitana di Bari, a nord, verso Bitonto, Giovinazzo e il mare bello di Trani. Lui invece è del quartiere Japigia, a sud. Strade semplici, famiglie perbene. E poi ogni città sul mare ha un’anima lunga, di quelle che conoscono l’umanità e non la giudicano mai. Anche in carcere bisogna essere anime lunghe e non giudicare. L’umanità è come il mare: per quanto le sue regole siano dure, è generosa, ascolta, ci tira sopra una brezza che ti fa respirare. “Lui su tante cose era un po’ giocherellone, questo suo modo di essere se lo portava anche sul lavoro. Io invece sul lavoro sono serio: quello che spetta ai detenuti, se lo possono avere, glielo do, il resto no. E se hai qualche problema chiami i superiori. Io sono un po’ più quadrato. Lui era più giocherellone. E delle volte pure loro, i detenuti, la buttavano sul gioco con lui”. (Estratto dal capitolo: “Chiedimi se sono felice”, la storia di Vitantonio Morani).

Perché i suicidi delle divise. Secondo Iafrate, il numero dei suicidi ha una percentuale fisiologica (la causa sono fattori stressanti tipici del lavoro svolto ma anche problemi di natura personale) e una componente patologica, sintomo di storture del mondo militare e delle forze di polizia. Tra queste, la specificità militare come negazione del principio di legalità: “Se prendiamo i quattro momenti della vita di ogni militare che più di qualsiasi altro incidono sul benessere professionale e personale, il trasferimento di sede, i giudizi annuali caratteristici, le sanzioni disciplinari e le benemerenze di servizio, ci rendiamo conto che in ciascuno di questi momenti la volontà del capo costituisce, e ancor più, sostituisce il principio di legalità”, spiega Iafrate, secondo il quale questi elementi combinati sinergicamente riducono il militare “in docile esecutore di un’altrui volontà alla quale egli è costretto a piegarsi. Se in guerra costituisce un punto di forza, perché è nell’interesse della nazione rendere incontestabili gli ordini ricevuti, in tempo di pace e di democrazia l’interesse all’obbedienza gerarchica non può prevalere sul superiore interesse all’osservanza delle leggi e della Costituzione”. Santino Tuzi era il brigadiere dell’Arma dei Carabinieri che riferì di aver visto entrare nella caserma di Arce, dove prestava servizio, una ragazza che con ogni probabilità era Serena Mollicone, nel giorno della sua scomparsa, il primo giugno 2001 e di non averla vista uscire almeno fino alla fine del suo turno, molte ore dopo. Tuzi muore suicida l’11 aprile 2008, pochi giorni dopo essere stato sentito dai magistrati. Nel 2017 è stata aperta un’inchiesta per “istigazione al suicidio”, reato contestato ad uno degli imputati al nuovo processo in corso per l’omicidio di Serena. La figlia Maria racconta lo shock del momento in cui viene informata della morte del padre. “Arriviamo. Casa dei miei era piena di carabinieri. Mi parla il colonnello Sparagna, è un uomo molto grande e mi dice: “Lei è la figlia? Guardi, suo padre si è suicidato per amore”. Ma mio padre non l’avrebbe mai fatto. Mai! Il tempo di entrare in casa, mi hanno chiuso dietro il portone e lui mi disse questa cosa. “Ma mio padre è diventato nonno da poco, per come stava bene non avrei mai pensato...”. “Non vi siete accorti”. “Ma mio padre era diventato nonno...”.“No, lei signora forse non lo sa ma un uomo di quasi 60 anni, in prossimità della pensione... ha deciso di cambiare vita e di cambiare famiglia”. “No, ma dopo la nascita di mio figlio non può mai aver preso una decisione del genere, non può cambiare famiglia... non può essere come dice lei”. “Forse non vi siete accorti”. Lui insisteva, io insistevo. È stato come se mi si spegnesse qualcosa dentro. Ho accettato questa cosa e tutto quello che poi hanno fatto. Forse io non avevo capito che mio padre non ci voleva bene. E poi i Carabinieri non possono tradirci e mio padre era uno di loro, un carabiniere. (Estratto dal capitolo: “Mio padre”, la storia di Santino Tuzi)

Il libro. Sei storie, sei uomini divisa la cui morte è raccontata da madri, figli, amici. Un viaggio intimo e doloroso per fare luce su un fenomeno sottaciuto, minimizzato: i suicidi tra le forze dell’ordine e le forze armate. Si intitola “Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato”, pubblicato da Robin Robin Editrice, ed è il libro che nasce dall’omonima inchiesta pubblicata sul nostro settimanale nel luglio 2019. Tra i protagonisti c’è Bruno Fortunato, il poliziotto che arrestò la brigatista Nadia Desdemona Lioce. Il capitano della Guardia di Finanza Fedele Conti, che arrivò a Fondi dopo aver indagato sui “furbetti del quartierino”. Daniele da Col, ispettore della Polizia Municipale, dalla cui vicenda è nata una prime associazioni in Italia che si occupano di mobbing. Santino Tuzi, brigadiere dell’Arma dei Carabinieri la cui testimonia ha riaperto le indagini sulla morte di Serena Mollicone. Un’inchiesta sotto forma di racconto per abbattere la barriera dei numeri e delle statistiche ed entrare nel quotidiano, nelle contraddizioni e nelle difficoltà di chi indossa l’uniforme ogni giorno, perché “la divisa non rende eroi, eroi sono le donne e gli uomini che la indossano. E la loro forza o fragilità è responsabilità di tutti”.

Alberto Francavilla per "blitzquotidiano.it" il 16 giugno 2021. Karen Bergami è stata esclusa dalla Scuola superiore di Polizia per un tatuaggio sul dorso di un piede. Un tatuaggio fatto a 16 anni e nel frattempo rimosso. Lo ha deciso il Consiglio di Stato che ha accolto il ricorso del ministero dell’Interno. Il Tar del Lazio aveva inizialmente dato ragione al commissario. 

Karen Bergami esclusa dalla Scuola di Polizia per un tatuaggio. Karen, 32 anni, originaria di Bologna, è stata dimessa dal corso, dopo aver frequentato 16 su 18 mesi complessivi. E rischia di veder svanire il suo sogno di una carriera in Polizia. La giovane a dicembre 2018 partecipò al concorso per 80 posti, ma la commissione medica l’aveva dichiarata inidonea per il tatuaggio “in zona non coperta dall’uniforme”. Nonostante la candidata avesse già iniziato la procedura di cancellazione, con il laser, con l’ultima seduta circa un mese prima. 

Il Tar aveva accolto il ricorso di Karen. Il Tar prima accolse il ricorso cautelare (e venne riammessa con riserva al concorso e poi ai corsi) poi anche nel merito, a febbraio 2020. Nel frattempo Karen Bergami aveva prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica. E la Scuola l’aveva scelta come rappresentante delle donne della Polizia di Stato in un calendario benefico. Otto mesi dopo la decisione del Tar, con i termini prorogati dal Covid, il Viminale ha fatto ricorso e il Consiglio di Stato ha accolto la sospensiva, a novembre e poi si è pronunciato nel merito, l’8 giugno, dopo un’udienza a marzo. La bolognese aveva presentato una perizia medico legale per dimostrare che già all’epoca il tatuaggio era rimosso e ha chiesto un’ulteriore valutazione all’ospedale militare di Roma, come accaduto in altri casi. Ma per i giudici “non ha rilievo il fatto che il tatuaggio sia stato completamente rimosso in un momento successivo all’accertamento concorsuale”.

Karen Bergami farà ricorso. A nulla sono valse le obiezioni di poter coprire la zona in questione con un collant. Ora Karen Bergami, difesa dall’avvocato Silva Gotti sta valutando di fare ricorso in Cassazione, di chiedere la revocazione del giudizio amministrativo, o di rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Alberto Mattioli per "la Stampa" il 9 agosto 2021. C'è una donna tenace che vuole, fortissimamente vuole fare la poliziotta, anzi per la verità aveva già iniziato. Ma è stata buttata fuori per via di un tatuaggio sul polso, che peraltro aveva cancellato prima di entrare in servizio. Si chiama Arianna Virgolino e della sua storia molto si parlò, quando quello dell'agente tatuata (anzi, ex tatuata) diventò un «caso» giornalistico mentre è tuttora un caso legale, fra sentenze del Consiglio di Stato, ricorsi e così via.  Adesso Virgolino ha visto in tivù Marcell Jacobs vincere le due medaglie d'oro più insperate e gloriose della storia patria. Ora, Jacobs corre per le Fiamme Oro, dunque è un poliziotto, benché non abbia mai arrestato nessuno e sia molto improbabile che lo faccia in futuro. Ed è anche, incontestabilmente, tatuato. Anzi, tatuatissimo: sulla montagna di muscoli dell'agente più veloce del mondo ce ne sono pochi non istoriati. Così Virgolino gli ha lanciato un appello: «Visto che andrai da Draghi, buttagli lì la storia dei tuoi sei colleghi poliziotti, tra cui la sottoscritta, esclusi dalla polizia per un tatuaggio inesistente e che per la divisa avrebbero fatto di tutto» (in effetti, Virgolino condivide la sua battaglia con cinque colleghi, quattro donne e un uomo, un commissario).  Cosa superMarcell ne pensi, non si sa. Ma nel frattempo ha risposto la mamma del nuovo eroe nazionale, Viviana Mancini, dicendosi sicura che il figlio se ne interesserà: «Ero molto contraria ai tatuaggi - ha spiegato al Corriere del Veneto - perché è una cosa che resta per sempre ma la natura dell'uomo è di cambiare. A un certo punto, però, un figlio raggiunge la maggiore età e deve fare le sue scelte. Non credo che avere tatuaggi infici la credibilità. Marcell per sua natura è sempre disponibile a risolvere i problemi, ad aiutare gli altri». Promettente, anche se forse c'è anche un pizzico di solidarietà, come dire?, geografica, perché mamma Jacobs è di Desenzano sul Garda e Virgolino di Peschiera, stesso lago e pochi chilometri di distanza. Comunque vada a finire, tutta la vicenda è un esempio tipico ma allo stesso tempo incredibile di pasticcio burocratico-legale. Arianna aveva cancellato con il laser il famigerato cuoricino sormontato da una coroncina che a 18 anni si era tatuato all'interno del polso addirittura prima di vincere il concorso. «Ma il giorno della visita medica mi dichiararono "non idonea" - racconta - per via della cicatrice che era rimasta. Con un ricorso al Tar ottenni di terminare il concorso dove mi sono piazzata benissimo. Infatti io la poliziotta l'ho anche fatta, nella Stradale a Guardamiglio, provincia di Lodi». E l'avevano pure proposta per un riconoscimento dopo che aveva sedato una rissa. Invece del premio, è arrivata la sentenza del Consiglio di Stato che per leso decoro l'ha buttata fuori dalla polizia. Dove invece lei vuole assolutamente restare. «È una passione che mi ha trasmesso il mio compagno, che è ispettore. Per fare il concorso mi ero pure licenziata, perché un lavoro l'avevo. Però il giudice ha scritto che il mio tatuaggio, anzi l'ex tatuaggio, è «un nocumento all'immagine della polizia di Stato». Ma io di agenti tatuati ne vedo tanti, non solo Jacobs. Sia chiaro: non ce l'ho con loro, anzi continuo a considerarli più che colleghi: fratelli. Ce l'ho con una norma che va abolita perché nessuno la rispetta e perché oggi è chiaramente anacronistica. Ormai i tatuaggi li hanno tutti, chi li collega più alla malavita o ai galeotti?». San Marcell, pensaci tu. Nell'attesa, lei ha lanciato una petizione sui social, decisa a battersi fino all'ultima carta bollata «perché io mi sento una poliziotta e voglio fare la poliziotta», anche se per il momento ha ripiegato su un lavoro stagionale in una piscina. Adesso gioca la carta Jacobs. In fin dei conti, un tempo agli eroi si chiedeva quale desiderio volessero esaudire. «Per me sarebbe bellissimo che un'icona planetaria come lui si prendesse a cuore la mia battaglia». Libero tattoo in libero Stato. 

La polizia italiana? Ha il meglio look del mondo. Parola di Gardner ex ambasciatore Usa. Alessandra Paolini su La Repubblica il 6 novembre 2021. Il diplomatico ha twittato una foto con due agenti in alta uniforme, con cappa e sciabola, commentando che sono i più eleganti di tutti. E che non c'è gara per nessuno al mondo. E adesso non è solo Alessandro Michele e la sua collezione Gucci, fresca di sfilata a Los Angeles su Hollywood boulevard, a conquistare l'America. Senza andare in passerella, ora è quell'elegantona della polizia italiana a incassare gli applausi per il suo look. A dirlo non è di un fashion blogger dell'ultima ora, ma l'ex ambasciatore americano presso la Ue, Anthony Gardner che su Twitter. ha pubblicato la foto di due poliziotti in uniforme di gala, con tanto di sciabola e una lunga cappa blu. E sopra il commento: "L'italia ha la polizia meglio vestita al mondo. Non c'è gara". E giù con i commenti: "Ma riescono a catturare i cattivi con quei mantelli?", scrive uno. E un altro risponde: " I super eroi indossano sempre i mantelli!". Ok, gli agenti quando si mettono in ghingheri non saranno forse Batman e Superman, ma a indossarla sono sempre agenti con una certa prestanza fisica. E più alti della media nazionale. Comprese le donne. E comunque si sa, i complimenti fanno sempre piacere... Così la polizia sotto il commento di Gardner ha piazzato un bel like di ringraziamento. Consapevole che quella divisa, con tanto di cappa blu notte, è da sempre il suo fiore all'occhiello in fatto di outfit: gli agenti la indossano durante le cerimonie e nei servizi di alta rappresentanza. La mettono nei funerali solenni e, volendo, anche nel giorno del matrimonio. Giacca e calzoni sono fatti su misura, con tanto di cordelline (sorta di alamari sulle spalle) a dare un tocco un  po' rétro. Il pantalone, a differenza del completo d'ordinanza che è più comodo e informale, ha la doppia striscia color cremisi. Ovvero, una nuance tra il rosso e il viola. Bardati così, di agenti se ne sono visti parecchi anche durante il G20. E ogni giorno un paio di baldi poliziotti con mantella e sciabola vengono piazzati davanti a palazzo Chigi. "E' la nostra uniforme migliore - spiegano orgogliosi dalla Polizia di Stato - è stata inaugurata nel '56 reinterpretando la divisa fino a quel momento indossata dai poliziotti a cavallo. Considerati fino a quel momento i più" chicchettosi", all'epoca, guadagnavano persino più dei loro colleghi". La cappa però si mette solo in inverno. "E' molto pesante - spiegano  - perciò in estate si sta senza". La sciabola invece è una "quattro stagioni". E mai e poi mai viene deposta.

Addio alle stellette: così la Polizia puntò sulla democrazia. Giuliano Foschini su La Repubblica il 31 marzo 2021. Cade oggi il quarantesimo anniversario della legge di riforma della pubblica di sicurezza. Il presidente Mattarella: "La Polizia grazie a quella norma oggi è un corpo che i cittadini riconoscono come amico". Il capo della Polizia Giannini: "Sono figlio di questa riforma: il nostro compito è rispondere ai bisogni dei cittadini". Per capire gli ultimi 40 anni di storia d'Italia è necessario passare da qui: legge 121 del 1981, la trasformazione del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza nella Polizia di Stato. È necessario farlo perché un pezzo della crescita della nostra democrazia transita, inevitabilmente, nella smilitarizzazione di un corpo che diventa, le parole sono del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una missione non solamente votata al presidio della Sicurezza, "ma proiettata verso la cura dell'ordine democratico e che concorre a rendere la libertà di esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione". Aver costruito in questi quarant'anni una Polizia più democratica ha significato, in sostanza, aver costruito un Paese più democratico. Il racconto di questo percorso sono la spina dorsale de "La riforma dell'Amministrazione della pubblica sicurezza", il volume che verrà pubblicato oggi, nel quarantesimo anniversario della legge, giorno scelto anche per festeggiare il corpo di Polizia. In quello che si è trasformato però in un avversario venato di grande tristezza: a curare il volume (in collaborazione con l'Ufficio relazioni esterne e cerimoniale) è stato il prefetto e Consigliere di Stato, Carlo Mosca, uno degli ideatori della legge 121. Che proprio in queste ore, a 75 anni, è scomparso, vittima del Covid. A curare la prefazione del volume è stato il presidente della Repubblica. Che ricorda come "i quarant'anni della legge di riforma dell'Amministrazione della pubblica sicurezza coincidono con un altro anniversario che il 2021 ci consegna: i 160 anni dell'Unità d'Italia. Sono ricorrenze tra loro intimamente collegate. Perché la Polizia è uno dei volti dello Stato. E la storia della Polizia è parte del racconto della edificazione dello Stato unitario". La legge dell'81, ricorda Mattarella, ha segnato una linea d'ombra. La Polizia ha assunto un aspetto di modernità diventando "un corpo dello Stato che i cittadini riconoscono come amico, accessibile ed aperto, elemento di coesione. Una "empatia democratica" la definisce il Capo dello Stato, "guadagnata sul campo anche nei giorni durissimi di questo annus horribilis appena trascorso, ma nata negli anni difficili del terrorismo, nutrita, nei lunghi 40 anni dall'introduzione della riforma, dal lavoro e dal sacrificio dei suoi componenti. Un impegno lungo che ha prodotto così i suoi effetti". La 121 portò effettivamente alla Polizia, e dunque al Paese, dei cambiamenti militari: la "smilitarizzazione" ha significato aprire alla parità di genere (soltanto allora fu infatti garantita alle donne pari modalità di accesso e di carriera), al mondo sindacale, furono creati ruoli tecnici e sanitari e si aprì agli ispettori interni. Ma è stata introdotto, anche, con forza, una parole cruciale: quella della prevenzione. Lo scrive proprio il prefetto Mosca, in quello che oggi bisogna leggere come un testamento del suo lavoro: "Il rinnovamento e il rinascimento culturale hanno accreditato una nuova teoria, quella della sicurezza condivisa e partecipata, che ha rideterminato il rapporto tra comunità e forze di polizia, le quali si avvalgono della collaborazione attiva della cittadinanza, come efficace strumento di prevenzione dei reati". "Ma smilitarizzazione, sindacalizzazione, parificazione del ruolo delle donne, creazione del ruolo degli ispettori, tutte le istanze di democratizzazione e modernizzazione che trovarono finalmente una risposta sistemica in quell'aprile del 1981 non sono l'unico merito di quella legge" dice Franco Gabrielli, che dopo aver guidato la Polizia dal 2016, è oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. "La Polizia di Stato - dice Gabrielli - ha scelto di festeggiare la ricorrenza della propria fondazione, risalente al 1852, proprio il 10 aprile, per sottolineare il vincolo indissolubile che lega l'Istituzione a quel provvedimento normativo: la 121 è stata la legge che ha definito e disciplinato l'architettura dell'Amministrazione della pubblica sicurezza nel nostro Paese fissando alcuni principi cardine nel nostro sistema. Primo fra tutti, l'unicità dell'Autorità nazionale di pubblica sicurezza, identificata nel ministro dell'Interno". "La sicurezza genera certamente un potere", dice un altro dei padri di questa legge, il vice presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, che contribuì a pensare la norma con Mosca. "Ma è anche e deve essere garantita come un diritto. Dalla 121 non è uscito un mondo perfetto, certo - dice Amato - non sono totalmente scomparse disfunzioni che già conoscevamo, ma oggi, più ci sia avvicina a quel sapiente equilibrio fra unificazione e coordinamento che la legge ha adottato come modello, tanto più le cose funzionano". Ci sono poliziotti che sono nati con questa legge. "Io, entrato in servizio alla fine degli anni ottanta, sono figlio di questa riforma. Che mi ha messo davanti a una sfida: coniugare l'antica sapienza con le moderne conoscenze e competenze per saper rispondere alle necessità e ai bisogni dei cittadini" dice Lamberto Giannini. Il nuovo capo della Polizia.

La Polizia moderna fa 40 anni "La sicurezza è un patrimonio". La riforma 121 che smilitarizzò il corpo celebrata in un volume che ne ripercorre il travagliato iter. Redazione - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale.  Oggi la polizia moderna compie 40 anni. Con l'approvazione della Legge 121 del 1981 si compì infatti la trasformazione del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza nella Polizia di Stato. Nasceva allora una polizia moderna, «smilitarizzata» e caratterizzata da una forte identità civile, votata al servizio della comunità. Il ministro dell'Interno diviene Autorità nazionale di pubblica sicurezza, mentre a livello territoriale il prefetto diviene l'Autorità provinciale, con la responsabilità generale dell'ordine e della sicurezza pubblica, il questore non è più alle dipendenze del prefetto e assume la veste di Autorità provinciale «tecnica» di pubblica sicurezza. Si afferma anche il ruolo di guida e coordinamento delle forze di Polizia da parte del capo della Polizia - Direttore generale della pubblica sicurezza. La legge 121 è divenuta nel tempo un caposaldo fondamentale della nostra società e ancora oggi straordinariamente attuale perché «proiettata verso la cura dell'ordine democratico e che concorre a rendere vera la libertà di esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione», come ha commentato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella prefazione del libro La riforma dell'Amministrazione della pubblica sicurezza, (di cui riportiamo ampi stralci), volume a cura di Carlo Mosca, Consigliere di stato, prefetto e tra i principali ideatori della riforma, purtroppo tristemente scomparso a 75 anni proprio alla vigilia della ricorrenza. La sua riforma ha ridisegnato l'intero assetto dell'Amministrazione, rendendola più moderna e dinamica anche a livello internazionale, creando quella che Mosca definiva «un'alleanza democratica non subito compresa nel suo significato, che nel tempo si è sviluppata con i protocolli, le intese, i contratti e i patti per la sicurezza», come l'alleanza per il programma Operazione Risorgimento Digitale di Tim per la sicurezza su internet. Un'idea «vincente» come «la concezione di una sicurezza condivisa e partecipata», come diceva ancora Mosca. «È un progetto normativo complesso commenta nel volume il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese che ha anticipato, quella visione del bene sicurezza, divenuta patrimonio condiviso del nostro vivere sociale». Nel libro non poteva mancare il contributo dell'ex capo della Polizia Franco Gabrielli, oggi sottosegretario di Stato (di cui pubblichiamo ampi stralci), che ha sottolineato la complessità del lungo iter parlamentare che portò a una riforma «che tocca i gangli vitali di una democrazia». Il volume raccoglie i contributi di autorevoli figure istituzionali, del mondo ecclesiastico, della cultura e della società civile: da Gianfranco Ravasi a Giuliano Amato, da Marta Cartabia a Giovanni Salvi, da Gianni Letta a Gaetano Manfredi, da Maurizio Viroli a Michele Ainis, da Eugenio Gaudio ad Antonio Romano, da Anna Maria Giannini a Marino Bartoletti, che illustrano alcuni tra i temi più significativi per i quali questa straordinaria legge ebbe riflessi riformatori. «Sono particolarmente grato a coloro che 40 anni fa ebbero il coraggio e la felice intuizione di attuare la riforma dell'amministrazione della pubblica sicurezza - dice al Giornale il capo della Polizia, direttore generale della pubblica sicurezza Prefetto Lamberto Giannini (nella foto) - Anche io, entrato in servizio alla fine degli anni Ottanta, sono figlio di questa riforma. Oggi sento forte l'impegno di aggiungere nuovi tasselli al percorso riformatore tracciato dalla legge, lavorando per una Polizia di Stato che possa sempre meglio coniugare l'antica sapienza con le moderne conoscenze e competenze per saper rispondere alle necessità e ai bisogni dei cittadini».

Giulio De Santis per il “Corriere della Sera - ed. Roma” il 23 novembre 2021. Il loro compito di poliziotti sarebbe stato di identificare e multare chi si era tuffato nella fontana dei Quattro Fiumi. Ma invece di procedere come previsto dalle norme, quattro agenti - secondo il Tribunale che li ha condannati a pene tra i 36 e i 39 mesi di carcere - si sono accaniti contro il turista italo-americano, Giuseppe Mercadante, imprenditore, che li aveva sollecitati a intervenire. Prima lasciando che uno di loro lo afferrasse per il collo. Poi che venisse preso a pugni. E infine che gli fosse schiacciata con un ginocchio la testa sui sampietrini. Le pene più severe, a tre anni e tre mesi, i giudici le hanno inflitte a Stefano Ciuffetelli e Raffaele Ricciardone. Il primo è il poliziotto che, secondo l'accusa, avrebbe premuto con il ginocchio il volto del turista sulla pavimentazione della piazza. L'altro è un agente della stessa pattuglia richiamata dall'italo-americano. Il Tribunale ha poi condannato a tre anni di carcere Gianluca Mazzara e Franco De Angelis, giunti in piazza Navona durante l'intervento di Ciuffetelli e Ricciardone. Il reato contestato ai poliziotti per il trattamento a cui avrebbero sottoposto il turista è abuso d'ufficio. A Ciuffetelli e Ricciardone è contestata anche l'omissione d'atti d'ufficio per la mancata identificazione degli stranieri, protagonisti in quei momenti dei bagni della fontana. I quattro imputati appartengono al commissariato Trevi Campo Marzio. Nei loro confronti ancora non è stata avviato alcun procedimento disciplinare. L'episodio risale alla notte del 2 luglio del 2015. Mercadante è a Roma per trascorrere del tempo insieme al fratello e al resto dei parenti. Quella sera è in giro per il centro storico quando rimane sorpreso che dei turisti stiano facendo il bagno nella fontana, senza che qualcuno li riprenda. Si avvicina a una pattuglia, invitandola a intervenire. Ne nasce una discussione. Allora Ciuffetelli e Ricciardone gli chiedono i documenti e l'imprenditore mostra loro la patente rilasciata dallo Stato della Virginia. Documento con cui, secondo l'accusa, è difficile l'identificazione della persona. I due poliziotti chiedono a Mercadante - costituitosi parte civile con l'avvocato Gloria Testa - di seguirli nella volante. Lui si oppone. Ciuffetelli - per il pm - reagisce «ricorrendo a modi non consentiti dalla legge». A quel punto Mercadante si far condurre in commissariato, dove rimarrà fino alle nove del mattino. 

Da ilgiorno.it il 25 novembre 2021. Il sostituto procuratore generale Massimo Gaballo ha chiesto il rinvio a giudizio per Maria Josè Falcicchia, l’ex primo dirigente dell’Upg, cioè della sezione Volanti della Questura, alla quale è stato contestato un peculato per 7.500 euro circa. Il peculato è l’unica contestazione rimasta in piedi nell’ambito di una indagine più ampia sulle irregolarità nella gestione di oltre 40mila euro provenienti da donazioni in favore della stessa Questura milanese e di cui in gran parte è stata chiesta l’archiviazione. Per l’accusa contestata il gup Roberto Crepaldi ha fissato l’udienza preliminare per il 18 febbraio. Come si legge nel capo di imputazione il dirigente di polizia, difesa dall’avvocato Domenico Aiello, tra il marzo 2014 e il maggio 2017, in qualità di responsabile dell’Ufficio Prevenzione Generale di via Fatebenefratelli si sarebbe appropriata di "somme di denaro per un importo complessivo non inferiore a circa 7.500 euro (...) pervenute alla Questura di Milano per liberalità di soggetti privati o di personale della stessa Questura (...) delle quali aveva la disponibilità materiale per ragione del suo ufficio". L’inchiesta nel marzo 2019 è stata avocata dalla Procura Generale dopo che la Procura si era vista rigettare dal gip l’istanza di archiviazione del caso. Il nodo della indagine, delicata e molto riservata, era cominciata con un’ispezione all’Upg. L’ispezione era così riservata da essere stata negata, in un primo momento, anche dalla stessa Questura: si è trattato di una “tre giorni” diretta ad acquisire documenti riguardanti la gestione del fondo cassa, con tanto di conto corrente e carta di credito, in uso alla Settima sezione, frutto per lo più di donazioni di benefattori, avevano spiegato in un comunicato. Il periodo messo sotto esame dai pm riguarda il biennio 2015-2017, a quell’epoca il questore era Luigi Savina. Maria José Falcicchia era stata nominata capo a partire dalla fine del 2014. A dare il via a questa inchiesta interna sarebbe stato un documento molto dettagliato sulla gestione della cassa negli anni di Expo e dopo Expo, fino al 2018, una sorta di dossier contenuto in una manciata di fogli Excel. Il ragioniere che lo aveva compilato avrebbe segnato con estremo scrupolo entrate, uscite, ammanchi, alcuni dei quali già ripianati e stranezze nei movimenti della cassa. Dalla stessa fonte, dalle stesse informazioni, era partita quindi anche una indagine parallela, finita sul tavolo dell’aggiunto Ilda Boccassini, oggi in pensione. Intanto Maria José Falcicchia, che prima di arrivare all’Upg, nel 2014, aveva diretto la sezione criminalità organizzata della Mobile, è stata trasferita a Roma. Prima del nuovo incarico a Roma la superpoliziotta, che vanta una brillante carriera, era stata messa a dirigere il commissariato Monforte Vittoria. 

Carlotta Rocci per repubblica.it il 30 novembre 2021. Un carabiniere che ha cercato di sventare una rapina in farmacia è stato accoltellato da uno dei banditi. Il militare, un brigadiere della Sezione antidroga della vicina compagnia carabinieri Oltredora, colpito da tre fendenti al fegato e a un polmone, è in gravi condizioni all'ospedale Giovanni Bosco, dove si è recato per sincerarsi delle sue condizioni il comandante provinciale dell'Arma, generale Claudio Lunardo. È successo intorno alle 19 alla farmacia comunale 12 di corso Vercelli 236, all'angolo con via Lemmi.

I rilievi all'interno della farmacia

Il carabiniere, da 10 anni in servizio nella compagnia Oltredora e prima ancora nel Nucleo Radiomobile, era fuori servizio e stava acquistando dei farmaci quando sono entrati due rapinatori con il volto coperto, uno armato di una pistola poi rivelatasi una scacciacani: il brigadiere, dopo aver lanciato contro i due alcuni prodotti in esposizione, ha subito affrontato quello che impugnava la pistola, riuscendo a disarmarlo, ma il complice gli si è avventato contro sferrando tre fendenti con un coltello. I due, arraffati i soldi in cassa, sono riusciti a fuggire in sella a uno scooter. Il militare è stato soccorso da un’ambulanza della Croce verde di Villastellone che lo ha trasportato, intubato, all’ospedale Giovanni Bosco, dove è entrato in sala operatoria per ridurre in particolare una lesione sanguinante del fegato e una al polmone. Sul posto sono intervenute altre pattuglie dei carabinieri. I rilievi sono in corso. “Esprimo la piena solidarietà all’Arma dei carabinieri e la mia profonda vicinanza al brigadiere ferito durante una rapina - commenta il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo - È un fatto gravissimo: chiederò al comandante provinciale dell’Arma aggiornamenti sulla salute dell’eroico carabiniere, intervenuto con grande spirito di servizio anche se non operativo. Va quindi - conclude - un grande ringraziamento all’Arma dei carabinieri, mi auguro che il brigadiere possa rimettersi presto”.  "L'augurio è che il collega possa farcela e a lui va il nostro primo pensiero. Ma non possiamo non sottolineare, per l'ennesima volta, che non disponiamo di mezzi e nome idonei a fronteggiare i delinquenti. Se usiamo l'arma in dotazione ci indagano, urlando all'abuso. Se non la usiamo, finiamo morti ammazzati. Adesso basta, la misura è colma". E' il commento di Fabio Conestà, segretario generale del Mosap, Movimento sindacale autonomo di polizia (Mosap), che aggiunge: "Poteva accadere, come già successo, anche con colleghi in servizio. Per questo ribadiamo la necessità di essere dotati di taser quanto prima e di ricevere protocolli operativi idonei che ci permettano di fronteggiare al meglio queste situazioni senza dover scegliere tra la barella e il banco degli imputati". 

Non ha esitato ad affrontare i banditi armati. Carabiniere eroe tenta di sventare rapina in farmacia, ferito con tre coltellate: gravissimo. Redazione su Il Riformista il 29 Novembre 2021. Torino violenta. Nel tardo pomeriggio un carabiniere ha cercato di sventare una rapina in farmacia. È stato accoltellato da uno dei banditi. Il militare, un brigadiere della Sezione antidroga della vicina compagnia carabinieri Oltredora, colpito da tre fendenti al fegato e a un polmone, è in gravi condizioni all’ospedale Giovanni Bosco, dove si è recato per sincerarsi delle sue condizioni il comandante provinciale dell’Arma, generale Claudio Lunardo. È successo intorno alle 19 alla farmacia comunale 12 di corso Vercelli 236, all’angolo con via Lemmi. Da 10 anni nella compagnia Oltredora e prima ancora nel Nucleo Radiomobile, il carabiniere era fuori servizio e stava acquistando dei farmaci quando sono entrati due rapinatori con il volto coperto, uno armato di una pistola poi rivelatasi una scacciacani: il brigadiere, dopo aver lanciato contro i due alcuni prodotti in esposizione, ha subito affrontato quello che impugnava la pistola, riuscendo a disarmarlo, ma il complice gli si è avventato contro sferrando tre fendenti con un coltello. Presi i soldi i due sono riusciti a fuggire in sella a uno scooter. Il militare è stato soccorso da un’ambulanza della Croce verde di Villastellone che lo ha trasportato, intubato, all’ospedale Giovanni Bosco, dove è entrato in sala operatoria per ridurre in particolare una lesione sanguinante del fegato e una al polmone. Sul posto sono intervenute altre pattuglie dei carabinieri. I rilievi sono in corso. “Esprimo la piena solidarietà all’Arma dei carabinieri e la mia profonda vicinanza al brigadiere ferito durante una rapina – commenta il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo – È un fatto gravissimo: chiederò al comandante provinciale dell’Arma aggiornamenti sulla salute dell’eroico carabiniere, intervenuto con grande spirito di servizio anche se non operativo. Va quindi – conclude – un grande ringraziamento all’Arma dei carabinieri, mi auguro che il brigadiere possa rimettersi presto”. “L’augurio è che il collega possa farcela e a lui va il nostro primo pensiero. Ma non possiamo non sottolineare, per l’ennesima volta, che non disponiamo di mezzi e nome idonei a fronteggiare i delinquenti. Se usiamo l’arma in dotazione ci indagano, urlando all’abuso. Se non la usiamo, finiamo morti ammazzati. Adesso basta, la misura è colma”. E’ il commento di Fabio Conestà, segretario generale del Mosap, Movimento sindacale autonomo di polizia , che aggiunge: “Poteva accadere, come già successo, anche con colleghi in servizio. Per questo ribadiamo la necessità di essere dotati di taser quanto prima e di ricevere protocolli operativi idonei che ci permettano di fronteggiare al meglio queste situazioni senza dover scegliere tra la barella e il banco degli imputati”.

La rapina finita nel sangue a Torino. Carabiniere accoltellato, si costituiscono i due rapinatori. Il padre del 16enne: “Un bravo ragazzo, ha fatto una cavolata”. Redazione su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Si sono entrambi costituiti i due giovanissimi, uno di 16 e l’altro di 18 anni, che ieri sera intorno alle 19 hanno accoltellato un carabiniere fuori servizio durante una rapina in farmacia a Torino. Il primo a costituirsi è stato il 16enne Filippo, già nella notte, recandosi presso il commissariato Madonna di Campagna. Una decisione arrivata probabilmente a causa della pressione investigativa dei carabinieri su tutta la provincia con posti di blocco e lampeggianti ovunque. Il secondo rapinatore, il 18enenne Francesco, si è presentato invece in mattinata, recandosi spontaneamente alla stazione di Falchera. LA RAPINA FINITA NEL SANGUE – I due complici intorno alle 19 di lunedì hanno tentato il colpo presso la farmacia comunale 12 di corso Vercelli 236, all’angolo con via Lemmi, a Torino. I giovanissimi rapinatori non avevano fatto i conti però con l’intervento del brigadiere Maurizio Sabbatino, 53enne, da 10 anni nella compagnia Oltredora e prima ancora nel Nucleo Radiomobile. Fuori servizio e senza pistola, Sabbatino ha scagliato diversi farmaci contro i due rapinatori, col volto coperto da mascherina e cappello. In un primo momento i due giovanissimi sembrano arrendersi e inginocchiarsi a terra di fronte a Sabbatino, che si qualifica come carabiniere, ma all’improvviso uno dei due spara con una pistola (poi rivelatasi una scacciacani) all’indirizzo del militare. I due tentano la fuga, tra i rapinatori e il brigadiere c’è una colluttazione durante la quale Filippo estrae un coltello e colpisce con più fendenti Sabbatino. Francesco e Filippo quindi, in sella ad uno scooter, fuggono via dalla farmacia lasciando Sabbatino a terra. Il carabiniere, operato nella notte all’ospedale San Giovanni Bosco, dov’è stato trasportato per le lesioni riportate al fegato e ai polmoni, è stato trasferito in Rianimazione ma è fuori pericolo. 

LA DIFESA DEL 16ENNE – Ora il 16enne, scrive l’Ansa, è accusato di tentato omicidio e rapina aggravata. Il giovane, studente incensurato, si è presentato davanti alla procuratrice dei minori Emma Avezzù accompagnato dal padre e assistito dall’avvocato Marco Marchio. “Ho cercato solo di divincolarmi per scappare”, si è difeso Filippo, che ha quindi ammesso di aver colpito il brigadiere.

Attualmente il 16enne si trova in stato di fermo in un Centro di Prima Accoglienza.

IL PADRE: “HA FATTO UNA CAVOLATA” – Al Corriere della Sera ha invece parlato il padre di Filippo. “Mio figlio ha fatto una cavolata. Ma è un bravo ragazzo, siamo una famiglia perbene”, ha spiegato il genitore.

“Siamo sconvolti, non è il momento di parlare. E comunque non l’ho costretto io a costituirsi è stato lui a dirmi che voleva consegnarsi. Io l’ho solo accompagnato”, ha aggiunto il padre del giovane rapinatore.

LA SOLIDARIETA’ DEL MINISTRO LAMORGESE – Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso oggi la sua sentita “vicinanza al Brigadiere dell’Arma dei Carabinieri rimasto gravemente ferito a Torino nel corso di un intervento, fuori servizio, per sventare una rapina ad una farmacia“.

Nell’augurarsi che il brigadiere possa prontamente guarire e nell’esprimere la sua partecipazione ai familiari, la titolare del Viminale ha sottolineato come il gesto compiuto dal militare dell’Arma sia l’ennesima testimonianza “dell’altruismo e della generosità delle donne e degli uomini delle Forze di polizia sempre disposti a mettere a rischio la loro incolumità per garantire la sicurezza dei cittadini“.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'1 dicembre 2021. «Mio figlio ha fatto una cavolata, ma è un bravo ragazzo e noi siamo una famiglia perbene». Questa frase è ormai un piccolo classico e si indossa su quasi tutto: risse, truffe, minacce, molestie, atti di bullismo, scippi con destrezza, pirateria stradale. Solo che stavolta a pronunciarla è stato il padre di un adolescente torinese che ha rapinato una farmacia e accoltellato un carabiniere. Da oggi il concetto di «cavolata del bravo ragazzo di famiglia perbene» va dunque esteso alle rapine con accoltellamento, quantomeno. Per adesso rimangono ancora fuori l'aggressione a mano armata e la tentata strage con lancio di granate, ma c'è da scommettere che si troverà facilmente un padre disposto a coprire tale lacuna. «Figlio mio, rispetta tutte le indicazioni che ti danno in comunità e soprattutto non mi considerare un mito, ma un fallimento». Questa invece è una frase pressoché inedita e l'ha scritta un boss catanese dal carcere duro, in una lettera inviata al primogenito per esortarlo a non seguire le sue orme e a resistere al fascino delle scorciatoie criminali. Può darsi che sia una trovata del suo avvocato e in ogni caso non mi permetterei mai di paragonare il padre del bravo ragazzo di una famiglia perbene a un famigerato capoclan, né tantomeno di ergere il secondo a modello del primo. Però, quando leggo certe notizie e le metto a confronto, mi ritrovo a dare ragione a Ennio Flaiano: «A volte mi vengono in mente pensieri che non condivido».

Torino, carabiniere accoltellato. Un amico del 16enne: «Mi proposero la rapina, ma io l’ho detto a mamma». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 30 novembre 2021. Parla uno dei ragazzi della zona dov’è avvenuto il colpo in farmacia. Le sue dichiarazioni al vaglio degli inquirenti. Seduto su una delle «panche», nei giardinetti alle spalle dei palazzoni popolari di via Paolo Veronese, Giorgio (nome di fantasia), non riesce ancora a credere che il suo amico Filippo abbia accettato di prendere parte alla rapina in farmacia di corso Vercelli, a 900 metri dal portone di casa. Durante l’assalto, avvenuto nella serata di lunedì 29 novembre, è rimasto gravemente ferito il brigadiere capo dei carabinieri Maurizio Sabbatino. Era fuori servizio, è stato accoltellato mentre cercava di bloccare i due giovanissimi banditi e a sferrare i 4 fendenti che lo hanno raggiunto alle gambe, all’addome e al torace sarebbe stato proprio Filippo, appena 16enne, studente di un istituto alberghiero: «Si è fatto trascinare, lui è un bravo ragazzo – racconta Giorgio, che sostiene di aver visto Filippo prima e dopo la rapina – Quell’altro lo conosco, abita lì alle “bianche” (le case più eleganti, che si stagliano alla fine dell’area verde, ndr). Aveva un motorino e ha detto a Filippo “vieni alle farmacia con me se no ti ammazzo di botte”. Ha proposto anche a me di fare la rapina, ma io ho rifiutato e lui mi ha spinto. Poi sono andato da mia madre, mi ha visto spaventato e le ho raccontato tutto». Dichiarazioni sulla cui attendibilità i carabinieri stanno ancora facendo verifiche. Ma Giorgio si dice sicuro: «Ho visto Filippo nel pomeriggio, quando è arrivato da scuola e ci siamo seduti sulla panchina, abbiamo chiacchierato e scherzato un po’. Poi è arrivato questo qui con la moto, l’ha preso e sono andati via. Non l’ho rivisto fino a sera, quando è arrivato qui sporgo di sangue, piangeva e tremava. Era sconvolto». Tutti nel quartiere conoscono Filippo e Francesco, il secondo rapinatore, di soli 18 anni: «Sono due ragazzi tranquilli, anche Francesco ha combinato qualche casino in passato – raccontano alcuni residenti – Li vediamo con gli altri sempre seduti su quelle panchine è il loro posto. Abbiamo visto anche una moto ieri pomeriggio, che è partita sgommando. Ma chi si poteva immaginare una cosa del genere?».

Da lastampa.it l'1 dicembre 2021. Due ragazzi, due amici dei giardinetti. Uno di 18 anni, muratore apprendista che, tra altalene e panchine del quartiere, si spaccia per criminale navigato, attribuendosi rapine mai commesse. L’altro ha 16 anni, non brillante a scuola, prende ceffoni dalla mamma quando viene scoperto a fumare uno spinello in cortile, che per sembrare più grande delle foto pubblicate su Instagram cede all’invito di fare qualcosa di molto proibito. Come fare una rapina vera. Su uno scooter sgangherato, con delle pistole finte e un coltello. Dove? Nella farmacia del quartiere o da qualche altra parte. Ecco l’identikit desolante dei due banditi, ma in questo caso è solo un’enfasi lessicale da cronaca, che l’altra sera, durante l’assalto alla farmacia comunale di corso Vercelli 236, alla periferia Nord di Torino, hanno ferito gravemente con quattro coltellate un brigadiere dei carabinieri, senza divisa né pistola, entrato per caso a comprare dei medicinali. Come avrebbe fatto qualsiasi altro militare dell’Arma o poliziotto, il sottufficiale non è rimasto a guardare, ma si è qualificato ed ha cercato di sventare la rapina. Fuggiti con un bottino di 900 euro e la paura nel cuore, si sono costituiti poche ore dopo il fatto. Già nella notte Filippo, il sedicenne, che ha materialmente inferto le coltellate: tornato a casa per la cena, ha confessato tutto ai genitori, scoppiando in lacrime. Nella mattinata di ieri si è consegnato ai carabinieri anche l’amico, Francesco Farace, appena maggiorenne, sospettato di aver «ideato» il colpo andando in cerca di complici ai giardinetti del quartiere, alle spalle dei palazzi popolari di via Paolo Veronese, a 500 metri dalla farmacia. Per paura non è tornato a casa a dormire, ma ha trascorso la notte in un luogo di fortuna. Entrambi sono stati sottoposti a fermo per tentato omicidio e rapina aggravata. Per Filippo, data la sua età, il procedimento compete al tribunale dei Minori. Il brigadiere Maurizio Sabbatino, 53 anni, conosciuto con il nome di Elvis per via della sua passione per le esibizioni canore e i classici del rock, è ancora ricoverato in prognosi riservata al San Giovanni Bosco. «Condizioni stazionarie» spiegano i medici. Gravi ma non critiche. Oggi sarà sottoposto a un nuovo intervento chirurgico, al fegato. Ha due figli, anche loro poco più che maggiorenni. Vive nei pressi nella farmacia rapinata e lavora da anni al nucleo operativo della compagnia Oltre Dora, la caserma dei carabinieri competente per quella porzione di Torino: quartieri difficili, in bilico tra microcriminalità e spaccio. «Sono orgogliosa di mio marito» dice la moglie Ornella, uscendo dall’ospedale, dopo aver passato la notte nell’atrio del pronto soccorso. «Mio marito è fiero di indossare la divisa dei carabinieri, e io sono fiera di lui, anche se avremmo preferito vivere questo episodio di coraggio in modo diverso». Accanto a lei i vertici dell’Arma, il generale Aldo Iacobelli, comandante della Legione, il generale Claudio Lunardo, cui è affiato il comando provinciale di Torino, e tutti i colleghi. L’assalto alla farmacia è stato ripreso dalle telecamere interne. La sequenza è eloquente. I due giovani entrano con le pistole scacciacani in pugno, comprate su internet. Francesco con il passamontagna, Filippo con mascherina e cappuccio della felpa. Il brigadiere, entrando, cerca di bloccarli. In un primo momento li fa inginocchiare, ma poi i due capiscono che è disarmato e reagiscono. Scoppia una colluttazione a ridosso dell’uscita: partono dei colpi a salve. Il brigadiere afferra il più giovane e cade a terra, tenendogli il braccio. Filippo prende il coltello e lo colpisce.

Massimiliano Peggio per “La Stampa” l'1 dicembre 2021. «Ho preso il coltello pensando di tagliare la manica del giubbotto, perché lui mi teneva il braccio. In quel momento ero spaventato, volevo solo scappare, mi sentivo tirare. Non so spiegare il motivo perché l'ho fatto. Sono distrutto, disperato, chiedo scusa a quel carabiniere, non volevo finire in questo casino». Filippo, 16 anni, è stato il primo a crollare. La rapina è avvenuta intorno alle 19 di lunedì: tre minuti di adrenalina e follia. Cinque ore dopo era già negli uffici del comando provinciale dei carabinieri, di fronte al procuratore per i minorenni, Emma Avezzù, pronto a raccontare i retroscena di quel colpo nato tra i giardinetti del quartiere. Con lui il suo avvocato, Marco Marchio. «Francesco da giorni parlava di fare una rapina. L'ha chiesto anche ad altri» ha detto, divorato dal senso di colpa per aver assecondato Francesco. Circostanza che troverebbe conferma anche dai racconti di altri coetanei, incrociati nel quartiere. Come Cristian, amico del cuore di Filippo. Anche lui si ritrova ogni giorno negli stessi giardinetti. «È tutta colpa di Francesco, è lui che ha trascinato il mio amico in questa storia». L'altro ieri il gruppetto di giovani ha trascorso il pomeriggio sulle panchine. C'era Francesco, il più grande, che voleva impressionare la platea di sedicenni parlando di rapine fatte. Nella sua fantasia di spaccone. «Sono uno esperto» avrebbe detto. Sì, ma di messa alla prova. Beccato a rubare quando era minorenne, era stato sottoposto a un provvedimento del tribunale. Prima della rapina, si è divertito l'altro ieri a sgommare con lo scooter tra i viali delle case popolari. «Portava in giro le ragazzine. Per poco non mi ha investito mentre gettavo l'immondizia. Li ho rimproverati e mi hanno guardato male» racconta una donna. Il piano è nato per caso. «Volevamo andare in una farmacia di Cafasse. Arrivati lì, abbiamo trovato un gazebo con molta gente in coda per fare i tamponi, così siamo tornati indietro» ha raccontato ieri pomeriggio Francesco, interrogato in procura dal pm Marco Sanini. A quel punto la scelta è ricaduta sulla farmacia della zona. Le due pistole finte e il resto dell'attrezzatura, come i passamontagna e gli zainetti erano stati acquistata mesi fa su Internet. A riprova che l'idea del colpo era già nell'aria, mancava solo l'occasione. E lo scooter Honda nero? «Comprato su Facebook». Fatta la rapina fuggono verso l'esterno città. Fanno poche centinaia di metri e si infilano nel boschetto lungo il fiume Stura. Lì abbandonano lo scooter, una delle pistole - l'altra è rimasta nella farmacia - i caschi, il coltello e decidono di spartirsi il bottino, in parte raccolto tra le casse, il resto dalla cassaforte sul retro. Novecento euro. «Io però mi sono rifiutato di prendere la mia parte» ha spiegato Filippo nell'interrogatorio. Tra gli oggetti sequestrati dai carabinieri, dopo aver individuato il boschetto, trovano anche 350 euro. Dopo il colpo, entrambi tornano verso casa a piedi, passando non lontano dalla farmacia, ormai circondata dalle pattuglie dell'Arma. Filippo va a casa. Francesco si rifugia altrove. Sono entrambi spaventati. Entrando in casa, i genitori del sedicenne capiscono subito che è successo qualcosa. Lo fanno parlare. Così lo accompagnano a costituirsi, dopo aver chiesto aiuto a dei parenti. «Siamo sconvolti» dice il papà. «Vorremmo incontrare la famiglia del carabiniere e chiedere scusa. Filippo è un bravo ragazzo si è fatto trascinare. Non si è reso conto di quello che stava facendo». Vincenzo, il papà di Francesco, uscendo ieri sera dagli uffici della procura, si mostra in lacrime. «Non smetto di piangere».

Polizia amica. Un'empatia conquistata sul campo. Sergio Mattarella Presidente della Repubblica - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. I quarant'anni della legge di riforma dell'Amministrazione della pubblica sicurezza coincidono con un altro anniversario che il 2021 ci consegna: i 160 anni dell'Unità d'Italia. Sono ricorrenze tra loro intimamente collegate. La Polizia è uno dei volti dello Stato. La storia della Polizia è parte del racconto della edificazione dello Stato unitario, ne ha seguito l'evoluzione costituzionale garantendo lealtà nello svolgimento dei suoi compiti di autorità preposta al mantenimento dell'ordine pubblico. La legge 121 del 1981 è caposaldo vivo e vitale dei nostri tempi: ha rapportato l'agire della Polizia nella società ai valori della Costituzione repubblicana, affidandole una missione non dissipata in un compito meramente securitario, bensì proiettata esplicitamente verso la cura dell'ordine democratico del Paese. La Polizia nel contesto costituzionale si pone come presidio di sicurezza che concorre a rendere vera la libertà di esercizio dei diritti garantiti dalla Carta fondamentale. La polizia moderna nella logica costituzionale propria della riforma dell'81, è oggi un corpo dello Stato che i cittadini riconoscono come amico, accessibile ed aperto, elemento di coesione. Una «empatia democratica» guadagnata sul campo anche nei giorni durissimi di questo annus horribilis appena trascorso, ma nata negli anni difficili del terrorismo, nutrita, nei lunghi 40 anni dall'introduzione della riforma, dal lavoro e dal sacrificio dei suoi componenti. Un impegno lungo che ha prodotto così i suoi effetti. Uno dei caratteri più significativi di quella riforma è rappresentato dalla attuazione del fondamento pluralistico. La parola pluralismo fa parte di una endiadi indissolubile con la parola democrazia e richiama il lemma latino plus, che evoca l'idea di «incremento». Il pluralismo implica incremento di democrazia e la Polizia di Stato recepisce questo principio facendolo elemento costitutivo. Una struttura inclusiva, con il pluralismo delle voci sindacali, il metodo meritocratico, la parità di genere sancita per la prima volta nell'impianto normativo delle amministrazioni pubbliche. Per i tanti fronti di impegno, memori dei sacrifici e del prezzo di vite pagato nell'assolvimento dei compiti, rinnovo la riconoscenza della Repubblica a tutti gli operatori della Polizia chiamati a vivificare ogni giorno la missione loro assegnata dalla Legge perché, come recita il loro motto: Sub lege libertas.

Così la Polizia si conferma presidio della legalità. Franco Gabrielli *Sottosegretario alla presidenza del Consiglio già capo della Polizia, - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. «La riforma non si esaurisce nella smilitarizzazione, nella sindacalizzazione, nel riconoscimento dei diritti civili e politici, ma investe il sistema complessivo dell'Amministrazione della pubblica sicurezza». Con queste parole, l'allora ministro dell'Interno, Virginio Rognoni, nella seduta della Camera del 25 marzo 1981, accompagnò, verso la conclusione, un dibattito parlamentare iniziato l'8 novembre 1979, che condurrà alla promulgazione della legge 1 aprile 1981, n. 121, recante il «Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza». Smilitarizzazione, sindacalizzazione, parificazione del ruolo delle donne, creazione del ruolo degli ispettori. Tutte istanze di democratizzazione e modernizzazione che, emerse sin dall'inizio degli Anni '70, trovarono finalmente una risposta sistemica in quell'aprile del 1981. Ma con la 121 furono fissati alcuni principi cardine nel nostro sistema come l'unicità dell'Autorità nazionale di pubblica sicurezza, identificata nel ministro dell'Interno. Perché in uno stato democratico la direzione degli apparati deputati alla sicurezza deve necessariamente far capo a un vertice politico, espressione di un Parlamento, sintesi della volontà popolare. Questa è la democrazia. Nel contempo fu fissato un corollario fondamentale: l'Autorità nazionale si avvale per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, di un'amministrazione «civile» della pubblica sicurezza, composta dalle Forze di polizia, dai prefetti, dai questori, dai sindaci e anche dai cittadini che rivestono la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Questa amministrazione civile della pubblica sicurezza, così strutturata, è presidio di legalità e di sicurezza nel nostro Paese. Nella difficile ricerca di una conversione necessaria, il dibattito coinvolse non solo il Parlamento e le forze politiche e sociali del Paese, ma impegnò la stessa platea dei poliziotti, l'opinione pubblica, la stampa. Questo faticoso procedere, come sottolineò il relatore della legge alla Camera, l'onorevole Oscar Mammì, contribuì a «evitare quanto il terrorismo e la criminalità si proponevano, evitare cioè che si realizzasse il fine di dissaldare, in un Paese a democrazia piuttosto giovane, le istituzioni dai cittadini, i poliziotti dai lavoratori». A quarant'anni dal suo varo, abbiamo voluto celebrare questo architrave del nostro sistema di sicurezza, che tocca un topos di ogni democrazia: il rapporto tra libertà e autorità, tra libertà e coloro che sono chiamati a tutelarla.

Valentina Errante per "Il Messaggero" il 20 marzo 2021. L' 8 agosto un tweet il ministero della Difesa rassicurava il popolo del web, sceso in campo per sostenere la tenente di Vascello della Marina militare finita nei guai per avere organizzato, sulle note di Jerusalema, un ballo di gruppo in divisa nella Scuola sottufficiali di Taranto, con i giovani volontari che avevano appena prestato giuramento. Una scenografia perfetta, ripresa in un video e postata sulla rete. «Nessun trasferimento dell' ufficiale. Inchiesta in corso. L' episodio non ha aspetti di particolare gravità», rassicuravano, ma adesso il procedimento disciplinare è sospeso ed è la procura militare di Napoli (che nulla ha a che vedere con il ministero) a intervenire. L' ufficiale è indagata per «concorso in disobbedienza continuata pluriaggravata», reato previsto dal codice penale militare di pace. Un atto quasi dovuto ma dall' esito incerto. Nei prossimi giorni sarà interrogata e tornerà a difendersi: «Non ho fatto nulla - ha sempre detto attraverso il suo legale, Giorgio Carta - volevo solo rinfrancare i ragazzi perché era stato un periodo molto duro e per la prima volta il giuramento, a causa del covid, avveniva a porte chiuse, senza amici né famiglie».

LE ACCUSE. Il tenente di vascello è indagata per non avere obbedito agli ordini del comandante di reparto. In particolare, «senza autorizzazione dei superiori gerarchici e in violazione delle disposizioni, ordinava dapprima agli allievi» di «effettuare un balletto sul brano Jerusalema, di Master KG» e, mentre i marinai «ballavano rimanendo inquadrati», la tenente di vascello ordinava a un sottufficiale di riprendere tutto con il cellulare e di inviarglielo - «sempre senza autorizzazione dei superiori gerarchici» - via Whatsapp.

LA VICENDA. Il video dello scorso 6 agosto era diventato virale e la giovane ufficiale era finita sotto procedimento disciplinare dalla Marina con l' accusa di aver gettato discredito sulla Forza armata. Nel filmato, che ha spopolato sul web, si vedono le reclute inquadrate in plotoni nel piazzale della caserma. Quindi la comandante entra in scena - con la sua uniforme bianca, sciabola e sciarpa azzurra - e, sulle note di Jerusalema, il tormentone dell' estate, comincia a ballare. La tenente di vascello dà il ritmo e tutti seguono i suoi passi. Il clamore suscitato dal filmato non era piaciuto alla Marina che qualche giorno aveva avviato il procedimento disciplinare suscitando l' ira della rete e una pioggia di post e messaggi in difesa della donna ora in servizio nelle Marche. Nonostante le rassicurazioni su Twitter da parte del ministero e accuse disciplinari, al omento congelate sono pesanti: violazione delle consegne e di uso improprio delle armi del reparto, imbracciate dai marinai durante il ballo con fare disinvolto. L' ufficiale è stata ritenuta responsabile di un comportamento «altamente lesivo dell' immagine» della Forza armata, per il «messaggio di grave superficialità» che verrebbe trasmesso. Un «pessimo esempio» per i giovani che avevano appena prestato giuramento e che sono stati coinvolti in un balletto «deplorevole nella forma e nella sostanza». Al procedimento disciplinare la marinaia aveva risposto con un ricorso al Tar, ma ora è tutto fermo, in attesa che il procedimento penale per Disobbedienza si concluda.

LA DIFESA. «Sono certo che la procura militare di Napoli presto si renderà conto del fatto che la mia assistita non ha commesso alcun reato, anzi, ha fatto sì che la Marina militare entrasse ancor più nei cuori degli italiani». Già in occasione del procedimento disciplinare, il legale aveva sottolineato: «L' ufficiale, madre di un bambino piccolo e mossa dalle migliori intenzioni, ha solo cercato di rinfrancare lo spirito di tante giovani reclute sottoposte a eccezionali precauzioni e ad isolamento dal resto del mondo. È stato solo un modo per far scaricare la tensione. L' adunata si è protratta soltanto tre minuti, non c'è stata nessuna violata consegna». E tanto meno, un reato, aggiunge adesso.

Roma-Fiumicino, gli volano banconote dal finestrino: si ferma in autostrada, falciato e muore. Il sospetto: non un semplice incidente stradale? Libero Quotidiano il 14 marzo 2021. Una morte terribile: investito sulla Roma-Fiumicino mentre raccoglieva i soldi che gli erano volati dal finestrino. È morto così, come racconta Il Messaggero, Marco Querini, 56 anni, travolto da un' auto sull'A91 sabato 13 marzo all'ora di pranzo dopo che dal finestrino erano volate alcune banconote con cui viaggiava e intorno a cui si sta creando un vero e proprio mistero. Come spiega il quotidiano capitolino, erano da poco passate le 13 quando sulla strada che collega l' aeroporto Leonardo da Vinci alla Capitale, all' altezza dello svincolo di Magliana per il Raccordo, è accaduta la tragedia. Querini era alla guida di una Opel Corsa, quando improvvisamente ha accostato ed è sceso dall' auto per recuperare il denaro che gli era volato. Un vortice che gli avrebbe portato via un' ingente somma. La vittima ha anche invaso la carreggiata dove erano in transito le auto, in direzione opposta. Che infatti lo hanno travolto. Querini è stato falciato da un'utilitaria guidata da un'anziana signora di 84 anni, A.M. La vittima è stata sbalzata, ha riportato gravissime ferite: inutili i tentativi disperati di rianmarlo. Dunque l'elisoccorso, atterrato sulla carreggiata, con la A91 bloccata. "Abbiamo visto quest' uomo sbucare all' improvviso dal nulla - ha spiegato un automobilista - sia io che mia moglie accanto a me, non c' eravamo accorti di nulla. Ma sono riuscito a frenare in tempo. L' auto che era davanti a noi invece lo ha centrato in pieno, purtroppo". Ma non solo: "Molti automobilisti si sono fermati subito dopo l' impatto e hanno raccolto i soldi, intascandoseli", aggiunge un secondo testimone, che si è presentato in caserma dei carabinieri per restituire 450 euro in contanti raccolti sul luogo dell'incidente. Il punto è che ora l'inchiesta punta sui soldi: stando alle prime evidenze, l'uomo stava viaggiando almeno con mille euro, ma si ipotizza qualcosa in più. Alla somma recuperata dal testimone che li ha consegnati ai militari, si è aggiunta infatti anche quella raccolta dai poliziotti intervenuti sul posto poco dopo l' investimento. Resta da accertare cosa sia accaduto all' interno dell' abitacolo della macchina della vittima. Un giallo, appunto: con quanti soldi viaggiava? E perché non erano stati sistemati in un luogo sicuro? Forse ne era entrato in possesso pochi istanti prima del dramma e li aveva appoggiati sul cruscotto. Una serie di domande alle quali gli investigatori cercano risposta: il sospetto è che non si tratti di un semplice incidente stradale.

Romina Marceca per "la Repubblica - Edizione Roma" il 10 marzo 2021. Due auto accartocciate. Una, la Punto di colore grigio metallizzato, finita con la parte posteriore su un albero. L' altra, la volante della polizia stradale, con il muso contro l' utilitaria. È questa la scena davanti alla quale si sono trovati i primi soccorritori dell' incidente dello scorso primo marzo in cui è morta Sheina Lossetto, l' adolescente di 14 anni che si trovava in macchina con la sua famiglia. I primi rilievi sul luogo dell' incidente fissano a circa 100 chilometri orari l' andatura della volante della polizia stradale. Lo sostengono i consulenti dei Lossetto: Fabrizio Ceramponi e Francesco Di Gennaro. I due ingegneri hanno eseguito un sopralluogo sulla strada in cui è morta Sheina, via di Salone, a Settecamini. Insieme a loro anche l' avvocato Roberto Pacini, legale della famiglia. Una versione quella dell' alta velocità che, ovviamente, dovrà essere confortata dalla ricostruzione cinematica dello scontro. «Su quel tratto di strada si poteva andare a 30 all' ora e lo indica un cartello sulla corsia che stava percorrendo la volante. A determinare quella possibile velocità ci si arriva dai danni provocati alle auto che abbiamo potuto vedere in un video. La volante ha invaso la corsia dei Lossetto. I Lossetto hanno raccontato che la loro velocità era bassa » , dice Fabrizio Ceramponi. La violenza dello scontro risulta anche da un video che mostra i minuti successivi all' impatto, in cui sono rimasti feriti gravemente il padre e il fratello di Sheina, ancora ricoverati ma non più in pericolo di vita. Fratture in tutto il corpo anche per i poliziotti e per la mamma di Sheina che dovrà essere operata al setto nasale. Nel video si vedono le due auto schiacciate una contro l' altra. La volante ha perso aderenza e ha invaso la corsia opposta, in curva. Attorno ai mezzi ci sono i parenti disperati che sentono le urla provenire dalla Punto. Lì dentro c' era ancora tutta la famiglia Lossetto. La volante stava inseguendo due rapinatori che a Tivoli avevano rubato dalla macchina di una tabaccaia sigarette per 4mila euro e una borsa con 130 euro. «Nel nostro sopralluogo abbiamo accertato la planimetria del tracciato stradale - spiega Ceramponi - e non sono stati rilevati residui gommosi di pneumatici ». Dai tachimetri delle auto e dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza potrebbero arrivare altre conferme o smentite a questi primi rilievi. La procura ha nominato come consulente tecnico d' ufficio un colonnello dell' esercito che analizzerà le due auto sequestrate. Le indagini sullo scontro sono seguite dai carabinieri di Tivoli e sono coordinate dal sostituto procuratore Antonio Clemente. «Il nostro intento è lo stesso della procura, quello di ricercare le cause e le responsabilità di quanto accaduto e cioè conoscere la verità. Si è trattato sicuramente di decimi di secondo. Un tempo impercettibile - dice l' avvocato Roberto Pacini - che non ha lasciato la possibilità di una reazione al padre di Sheina, alla guida dell' auto. Credo che nessuno di loro si sia reso conto di cosa stesse accadendo».

Alessia Marani per "il Messaggero" il 3 marzo 2021. L' ultima immagine impressa nella mente di mamma Lucia è Sheena seduta accanto a lei, sui sedili posteriori della Punto, entrambe incastrate nella vettura. La ragazzina «svenuta» immobile, lei con il naso rotto, il volto insanguinato, il marito Daniele Lossetto e l' altro figlio ventenne feriti. E nessuno che la aiuta in quel momento di inferno. Lucia Zito, 38 anni, ha raccontato, ancora confusa e sotto choc, di quel «missile» che è improvvisamente piombato addosso a lei e alla sua famiglia in via di Salone, senza il tempo di rendersi conto. Ha parlato con i carabinieri di Tivoli che hanno redatto l' informativa per la Procura, ha tirato fuori tutta la sua rabbia in ospedale quando, ieri, i parenti con l' assistenza di una psicologa, le hanno confermato l' incubo peggiore per una madre: sua figlia, 14 anni, non ce l' ha fatta. «Ma quanto correvano? Che volevano fare? Non siamo noi i delinquenti. Vogliamo giustizia». Ricorda il botto, lo stridere delle lamiere dell' auto della Polizia stradale che inseguiva dei rapinatori in fuga schiantata contro la loro, tutto in una frazione di secondo. «Mia sorella - racconta Marco Zito - chiedeva aiuto, urlava di aprire, ma nessuno interveniva. Avevano dubbi su chi c' era dentro. Alla fine ha rotto il vetro da sola per cercare di uscire e liberare la figlia. Siamo sconvolti». Lucia si trascina su una sedia a rotelle perché non ce la fa a stare in piedi quando nel cortile del Pertini le danno la triste notizia. Giosuè lotta tra la vita e la morte all' Umberto I, il marito è ricoverato a Tor Vergata. «Non vedrò Sheena più ballare e divertirsi con noi», dice alle cugine che non potrà dimenticare i suoi occhi. É stordita, confusa, i medici l' hanno leggermente sedata per non soccombere al dolore. Dimessa, prima di tornare nella casa di Valle Martella, nelle campagne di Zagarolo, ha voluto sincerarsi delle condizioni di Giosuè e Daniele, un pellegrinaggio straziante che mai avrebbe immaginato. Nel villaggio di Valle Martella la grande famiglia allargata dei Lossetto e degli Zito è sconvolta. In questo dedalo di strade, numerose famiglie di origine sinti hanno messo su casa. Alcuni hanno solo cinto i terreni con grandi cancellate di ferro, con ai lati le statue di leoni, aquile e gladiatori, e dentro mantengono ancora container o roulotte. Ma tutte con i tavoli per i pranzi e le cene all' aperto condite di musica e balli che a Sheena piacevano tanto. A casa di Cley e Giada è un via vai di familiari che cercano conforto. «Sheena era bellissima, sembrava una ragazza già di vent' anni e il papà e il fratello ne erano gelosissimi», raccontano i parenti che ancora non sanno nemmeno quando potrà svolgersi il funerale. Dolore e rabbia. «Sheena è morta per nulla, quei banditi che la polizia inseguiva sono scappati e finora chi ha pagato per tutti è solo Sheena», dicono. La Procura di Roma, intanto, ha aperto un fascicolo per omicidio stradale.

LO SCAMBIO. Il procedimento è in mano al pm Alberto Clemente che ha disposto l'autopsia della giovane ed è pronto ad affidare una consulenza per la ricostruzione della dinamica. L' agente che era alla guida, P. T., 44 anni, con una clavicola lussata e un polso rotto, è stato trasferito dal policlinico Casilino in un posto segreto per garantirgli maggiore protezione. È indagato per omicidio stradale colposo, un atto dovuto. Il collega, con anca e femore rotto, è ricoverato in un altro ospedale. Dai primi rilievi, effettuati dai carabinieri, sull' asfalto non sarebbero emersi segni di frenata, tra le ipotesi più probabili è che la vettura abbia perso aderenza viaggiando ad alta velocità, non meno di 100 all' ora, dopo la curva. Più difficile immaginare, ma l'ipotesi non è esclusa, che la Stradale possa avere scambiato la Punto grigia della famigliola con quella, stesso modello, usata dai banditi in fuga diretti in senso contrario.

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 2 marzo 2021. «Quando ho sentito le sue mani sul collo ho preso il coltello e l'ho colpito per togliermelo di dosso». Un' ora di dichiarazioni spontanee a processo in cui ha raccontato come ha assassinato un militare dell'Arma. Sessanta minuti in cui Finnegan Lee Elder, l'americano accusato dell' omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ha esposto nel dettaglio ciò che accadde la notte del 26 luglio del 2019. Quando in via Pietro Cossa, quartiere Prati, uccise un carabiniere di 35 anni con undici coltellate. A differenza del suo amico, connazionale e coimputato Gabriel Natale Hjorth, Elder, 21 anni, non si è sottoposto all' esame di giuria, pm e avvocati. Ha scelto la via delle dichiarazioni senza dover rispondere ad alcun quesito. Ecco ciò che Elder ha detto a dibattimento a partire dal momento in cui ha lasciato la stanza dell'hotel a 4 stelle Le Meridien in via Federico Cesi. I due americani avevano appena subito una truffa da parte di due spacciatori che al posto della cocaina gli avevano rifilato un'aspirina grattugiata. Per tutta risposta gli statunitensi avevano rubato lo zaino di uno dei due pusher con il cellulare all' interno. L' incontro sarebbe servito a riottenere i soldi della droga o in alternativa della vera cocaina e in cambio restituire la borsa agli spacciatori. Non sapevano i californiani che uno dei pusher aveva telefonato ai carabinieri denunciando il furto dello zaino e che quindi all' incontro sarebbero arrivati i militari dell'Arma, Cerciello Rega e Andrea Varriale. IL RACCONTO Dall' hotel Elder esce armato: «Quando ho lasciato la stanza ho messo il coltello nella tasca della mia felpa. Avevo una sensazione di paura e ansia per dover incontrare uno spacciatore che poteva arrivare con i suoi amici. È stata una mia decisione e non so se Gabriel ha visto ciò che stavo facendo». Pochi minuti dopo i due americani sono di fronte a due persone: «In un attimo si sono girati e si sono avventati su di noi senza dire una parola, senza qualificarsi come poliziotti», ha sottolineato Elder discostandosi, in parte, dalla versione offerta da Natale Jorth secondo cui Varriale si sarebbe identificato dopo la colluttazione. L' americano prosegue e riferisce nei dettagli come ha sferrato le 11 coltellate al vicebrigadiere: «L'uomo più grande (Cerciello Rega, ndr) era una montagna, mi ha buttato per terra e ha messo il suo peso su di me. Ero con la schiena sull' asfalto, ricordo le sue mani sul petto e poi sul collo con una pressione come se stesse cercando di soffocarmi mentre tentavo di divincolarmi. Ho provato panico e ho pensato volesse uccidermi. Perciò istintivamente ho preso il coltello e l' ho colpito per togliermelo di dosso. Non pensavo a nulla ero solo terrorizzato. È durato tutto pochi secondi. Ho avuto l' impressione che stesse cercando qualcosa. Dopo alcuni colpi mi ha afferrato la mano dove tenevo il coltello e ha cercato di rivolgerla verso di me. Ho cambiato mano e ho continuato a colpirlo. La mia volontà era liberarmi dal peso di quella persona». Elder ci riesce e scappa mentre Mario Cerciello Rega muore dissanguato in pochi secondi. E infine il tentativo di difendersi: «Non ho mai pensato che un pusher potesse chiamare la polizia. Negli Usa non accade». I due americani fuggono in albergo. Un paio d' ore dopo li arrestano: «Quando mi hanno portato in caserma ho sentito delle persone che urlavano e mi hanno sputato. Non sono stato trattato nel modo giusto ma oggi ammetto che posso capire i colleghi di Cerciello; un loro amico era appena morto e la loro reazione è umanamente comprensibile».

Stefano Vladovich per ilgiornale.it il 7 marzo 2021. Ergastolo per i killer del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni. È la richiesta del pm Maria Sabina Calabretta in Corte d'Assise per i due imputati dell'omicidio del vicebrigadiere avvenuto il 26 luglio 2019 a Roma. Alla sbarra i californiani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, 21 e 20 anni, accusati di aver ucciso volontariamente il militare. «Un'aggressione, un attacco sproporzionato - spiega il sostituto procuratore nell'arringa - e micidiale. Un'azione univoca per uccidere: non fu legittima difesa». Secondo l'accusa i due, dopo aver concordato un incontro con Sergio Brugiatelli, l'intermediario fra loro e lo spacciatore Italo Pompei, si presentano armati di coltello (una lama da marines) e uccidono Cerciello con 11 colpi sferrati con violenza inaudita. Elder è l'esecutore mentre Hjorth è responsabile allo stesso modo perché, ingaggiando un corpo a corpo con il secondo carabiniere, Andrea Varriale, gli impedisce di andare in aiuto del collega. E, probabilmente, sottrarlo alla furia del suo assassino. Non solo. La fuga verso l'albergo, il mancato soccorso del ferito crollato a terra in un lago di sangue, l'aver nascosto l'arma nella stanza dell'Hotel LeMeridien Visconti a Prati, confermerebbero la volontà di uccidere, non di difendersi. Una storia drammatica che inizia quando due ragazzi di San Francisco, uno di origini italiane, decidono di passare qualche giorno assieme nella capitale. Natale Hjorth è con i genitori al mare, a Fregene, dagli zii. Elder alloggia in centro. La sera del 25 luglio vogliono «divertirsi» e acquistare droga. Dove vanno? A Trastevere, una delle piazze di spaccio più battute dai turisti. La conoscono bene la zona Cerciello e Varriale. I due, in servizio alla stazione dei carabinieri di Campo de' Fiori, la battono quasi ogni sera per acciuffare spacciatori. Girano in pantaloncini e t-shirt per non dare nell'occhio. La pistola, quando la portano, è in un marsupio. Quella notte maledetta non ce l'hanno. Fa molto caldo, nella borsa una calibro 9x21 darebbe nell'occhio e nei bermuda è impossibile nasconderla. Un errore che Cerciello pagherà con la vita. Piazza Mastai. Gli americani si avvicinano a un tipo che gira in bicicletta con uno zainetto. La cocaina? Non è un problema: a un suo amico pusher bastano 80 euro per una dose doppia. Quando Pompei si allontana, Elder e Hjorth si accorgono che nella bustina c'è della tachipirina. Una «sòla» per dirlo alla romana. I due, che hanno già fatto il pieno di superalcolici, sono infuriati. Vedono la borsa di Brugiatelli su una panchina e la prendono. All'interno un telefono Nokia vecchio tipo e un portafogli con soldi e documenti. L'uomo li insegue ma i due scompaiono. Alla scena assistono quattro carabinieri fuori servizio fra i quali il comandante Pasquale Sansone. Brugiatelli si fa prestare il cellulare da un parcheggiatore egiziano, «Meddi», e compone il suo numero. Risponde Hjorth che parla italiano con accento inglese. Vogliono gli 80 euro sborsati, con gli interessi: una dose di cocaina, di quella buona, altrimenti niente zaino. Tre i contatti prima di stabilire l'appuntamento per lo scambio. Sansone lo convince a denunciare l'accaduto. All'una e 30 Brugiatelli chiama il 112. Ai carabinieri spiega la situazione. Intervengono Cerciello e Varriale in servizio dalla mezzanotte. Scatta la trappola. I due, però, si presentano agli americani in calzoncini, impediscono a Brugiatelli di farsi vedere, non portano con loro armi. Si qualificano, contrariamente a quanto affermano gli imputati, mostrando i tesserini e urlando di essere carabinieri. «Avevo paura mi volesse strangolare, mi sono difeso»: per Elder i carabinieri sono due «mafiosi» mandati dagli spacciatori. Estrae il coltello e si avventa su Cerciello. Il vicebrigadiere si accascia a terra chiedendo aiuto. Morirà poco dopo. Arrestati il giorno stesso, Hjorth viene ammanettato su una sedia e incappucciato. La foto, scattata nella caserma di via In Selci, fa il giro del mondo. E due carabinieri, Fabio Manganaro e Silvio Pellegrini, vengono indagati.

Da leggo.it il 14 dicembre 2021. Ha scattato una foto e poi l'ha diffusa, violando le regole dell'Arma. E' quanto successo al carabiniere Silvio Pellegrini, accusato di aver fatto una foto a Christian Gabriel Natale Hjorth, uno dei due ragazzi americani condannati all'ergastolo per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. L'immagine, che immortalava il ragazzo mentre era bendato in stato di fermo in una caserma romana dell'Arma, è stata inviata in una chat Whatsapp. Ora Pellegrini, iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio, è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma, che ha fissato il processo al prossimo aprile. Hjorth si è costituito parte civile. Sulla vicenda ha avviato un'indagine anche la Procura Militare e nell'ambito dell'udienza preliminare l'avvocato Andrea Falcetta, difensore dell'imputato, ha ottenuto dal giudice la trasmissione degli atti in Cassazione che dovrà decidere a chi spetta proseguire nel giudizio.

Omicidio Cerciello: a processo il carabiniere che scattò e diffuse la foto dell’americano bendato. Redazione Roma su Il Corriere della Sera il 13 dicembre 2021.  Silvio Pellegrini è accusato di abuso d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. Prima udienza a aprile. Andrà a processo Silvio Pellegrini , il carabiniere accusato di aver scattato la foto di Christian Gabriel Natale Hjorth, condannato all’ergastolo insieme a Finnegan Lee Elder per l’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, mentre era bendato nella caserma di via in Selci e averla poi diffusa in un gruppo whatsapp. Il processo per il militare accusato di abuso d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio inizierà il prossimo aprile e nel procedimento si è costituito parte civile l’americano. In relazione alla divulgazione dello scatto un’indagine era stata aperta anche dalla Procura Militare. Sul punto è stata sollevata la questione di giurisdizione tra giustizia ordinaria e militare. Pellegrini, si legge nel capo di imputazione, «in violazione della disposizione che fa divieto di pubblicare l’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta, quale carabiniere in servizio ritraendo Natale Hjorth e diffondendo tale foto su almeno due chat whastapp, delle quali una dal titolo ‘Reduci ex Secondigliano’ con 18 partecipanti, dalla quale veniva poi ulteriormente diffusa da terzi ad altri soggetti e chat, arrecava a Natale Hjorth un danno ingiusto». Partirà invece a gennaio il processo davanti al giudice monocratico per Fabio Manganaro, il carabiniere accusato di aver bendato Hjorth poco dopo il fermo. Per lui l’accusa è di misura di rigore non consentita dalla legge.

Omicidio Cerciello, la beffa finale: va a processo il carabiniere Pellegrini per aver fotografato l’assassino. Marta Lima lunedì 13 Dicembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Andrà a processo Silvio Pellegrini, il carabiniere accusato di aver scattato la foto di Christian Gabriel Natale Hjorth, condannato all’ergastolo insieme a Finnegan Lee Elder per l’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, mentre era bendato nella caserma di via in Selci e averla poi diffusa in un gruppo whatsapp. Il processo per il militare accusato di abuso d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio inizierà il prossimo aprile e nel procedimento si è costituito parte civile l’americano. In relazione alla divulgazione dello scatto un’indagine era stata aperta anche dalla Procura Militare. Sul punto è stata sollevata la questione di giurisdizione tra giustizia ordinaria e militare.

Pellegrini, si legge nel capo di imputazione, “in violazione della disposizione che fa divieto di pubblicare l’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta, quale carabiniere in servizio presso la compagnia carabinieri Roma Centro , ritraendo Natale Hjorth allorché lo stesso si trovava presso i locali del Roninv carabinieri del Comando provinciale di Roma e diffondendo tale foto su almeno due chat whastapp, delle quali una dal titolo ‘Reduci ex Secondigliano’ con 18 partecipanti, dalla quale veniva poi ulteriormente diffusa da terzi ad altri soggetti e chat, arrecava a Natale Hjorth un danno ingiusto”. Partirà invece a gennaio il processo davanti al giudice monocratico per Fabio Manganaro, il carabiniere accusato di aver bendato Hjorth poco dopo il fermo. Per lui l’accusa è di misura di rigore non consentita dalla legge.

La requisitoria durissima. Omicidio Cerciello, chiesto l’ergastolo per Hjorth e Elder: “Attacco micidiale e sproporzionato”. Redazione su Il Riformista il 6 Marzo 2021. Il massimo della pena, l’ergastolo per entrambi gli imputati e un mese di isolamento diurno. È questa la pena richiesta dalla pm Maria Sabina Calabretta, durante la requisitoria, nel processo per l’omicidio del brigadiere napoletano (di Somma Vesuviana) Mario Cerciello Rega, nel quale sono imputati i due americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth.

LA REQUISITORIA – “Gravi sono i fatti e grave l’ingiustizia che è stata commessa ai danni di un carabiniere, un uomo buono” . Sono queste le dure parole utilizzate dalla pm Maria Sabina Calabretta, durante la requisitoria del processo per la morte del brigadiere ucciso a Roma nella notte del 26 luglio 2019. Un uomo “che stava lavorando” è stato ucciso “da due giovani che volevano passare la serata divertendosi e per questo avevano cercato della cocaina”.”Mio compito è dimostrare che Mario Cerciello Rega è morto per mano di due assassini – ha spiegato la pm – e non deve succedere di ucciderlo un’altra volta”. “Non dimentichiamo che Cerciello non può più parlare di quello che è successo”, ha aggiunto Calabretta.

OBIETTIVO ERA UCCIDERE – “La volontà omicidiaria di Elder era già presente” quando i due carabinieri si avvicinano ai due americani e dopo essersi qualificati cercano di identificarli, ha aggiunto la pm. Non fu legittima difesa, ha aggiunto Calabretta, e al contrario, quello di Elder, “è stato un attacco violento, micidiale, sproporzionato” . “Poco avrebbe potuto fare per difendersi” il brigadiere, ha precisato il magistrato, “anche se fosse stato armato, ma non lo era. La volontà di Elder era unicamente quella di uccidere e Cerciello è morto per le ferite che gli sono state inferte”. Inoltre su tutto quello che è successo quella notte “il contributo di Natale Hjorth è importante” : perché è lui che organizza l’estorsione, che intima a Brugiatelli di presentarsi all’appuntamento solo, e vede il coltello con lama di 18 centimetri che Elder porta all’appuntamento dato a Brugiatelli e al quale si presentano invece i due carabinieri Mario Cerciello Rega e Andrea Varriale. La pm a proposito dell’incontro tra i due carabinieri e gli imputati americani ha sottolineato che i primi “si sono qualificati, hanno mostrato il tesserino ed erano in servizio: si sono avvicinati frontalmente, non alle spalle. Cerciello non è stato ammazzato con una coltellata, ma con undici fendenti. La giovane età degli imputati e il fatto che siano incensurati non tolgono gravità ai fatti”.

Omicidio Cerciello Rega: «Fu legittima difesa». Le difese ricostruiscono in aula i tortuosi momenti della morte del carabiniere. Valentina Stella su Il Dubbio il 25 aprile 2021. «In quest’aula si è chiesto il trofeo dell’ergastolo, ma l’ergastolo per un ragazzo di 19 anni equivale alla pena di morte. Per lui non chiedo cinismo ma speranza»: così due giorni fa si è espresso l’avvocato Renato Borzone nella sua arringa a difesa di Finnegan Lee Elder accusato, insieme a Gabriel Christian Natale Hjorth, dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il processo di primo grado è arrivato, dopo circa 30 udienze tutte registrate da Radio Radicale, alle battute finali: la sentenza è prevista per il 5 maggio. La storia è nota: nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019 i due ragazzi in vacanza in Italia erano andati all’appuntamento con Sergio Brugiatelli, mediatore di un pusher (inizialmente tenuto fuori dalle indagini perché informatore dei carabinieri), al quale avevano sottratto lo zaino dopo uno scambio di droga finito male, per poi trovarsi davanti due uomini, i carabinieri Andrea Varriale e Mario Cerciello Rega, chiamati ad incontrarli per recuperare lo zaino. Da quel momento le versioni dell’accusa e della difesa divergono: per la procura i due ragazzi erano consapevoli di trovarsi dinanzi a due esponenti delle forze dell’ordine e li hanno aggrediti per sfuggire ad un probabile arresto; mentre per la difesa, i due si sono spaventati pensando di trovarsi davanti a dei malviventi che li stavano aggredendo e per questo avrebbero reagito. Se per il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta i due devono essere condannati all’ergastolo con isolamento diurno, per la difesa – gli avvocati Roberto Capra e Renato Borzone – si tratta invece di legittima difesa putativa: «Chiedo alla Corte – ha detto Borzone nella sua arringa durata ben sei ore – il coraggio dell’indipendenza dalle aspettative della pubblica opinione». Infatti la vicenda ha toccato il cuore di molti italiani e la narrazione che è passata quasi dappertutto è quella del vice brigadiere Cerciello Rega, appena tornato dal viaggio di nozze, che viene ucciso efferatamente da diverse coltellate inferte dal giovane americano in preda ad alcol e droghe. Però poi ci sono i processi e le questioni vanno poste all’attenzione del dibattimento durante il quale si formano le prove. Come ha detto l’avvocato Borzone, citando Arthur Conad Doyle, «non c’è mai nulla di così ingannevole come un fatto ovvio» e ha invitato la Corte a «giudicare con il massimo scrupolo, fino all’angoscia», soprattutto perchè sembrerebbe che il dibattimento abbia dimostrato una serie di bugie e menzogne dei carabinieri, così come anomalie delle indagini da parte della Procura. «Le omissioni e le menzogne da parte di alcuni carabinieri – ha detto Borzone – hanno confuso l’accertamento della verità. Per la prima volta la stampa di diversi orientamenti culturali ha parlato di “notte degli inganni”». L’avvocato Borzone si richiama poi ad un contesto più generale: i fatti accaduti nella caserma di Piacenza, il caso Cucchi, il caso Marrazzo «sollevano dubbi sulla catena di comando all’interno dell’Arma». «Qui però noi non vogliamo attaccare l’Arma – replica Borzone ad alcune parti civili – , noi parliamo di singole persone non delle Istituzioni, pensiamo ad esempio che vi sia stato un ausilio al carabiniere Varriale per le ragioni che vedremo».

Si badi bene che tutto ruota sulle testimonianze di tre persone: i due imputati e il carabiniere Andrea Varriale che si è recato all’incontro con i due americani insieme a Cerciello Rega. Quindi è fondamentale che il teste Varriale sia «credibile», ma per l’avvocato Borzone «Varriale è un bugiardo», adducendo undici motivazioni a sostegno di questa affermazione e ricordando che «Varriale è imputato in un procedimento connesso e quindi le sue dichiarazioni non sono valutabili allo stesso modo delle dichiarazioni di un altro testimone. E poi il fatto che uno sia carabiniere non significa che non menta mai, vedasi il caso Cucchi». Varriale è stato infatti indagato dalla Procura militare per il reato di “violata consegna” in quanto si era presentato disarmato all’appuntamento, mentre i militari sono obbligati a portare al seguito l’arma d’ordinanza ogni qualvolta sono in servizio, anche se in borghese, come erano loro quella maledetta notte. Alla luce di questo, sostiene Borzone, «Varriale aveva tutto l’interesse personale a dire in aula che ha mostrato il tesserino ai due americani altrimenti avrebbe potuto essere accusato di un altro reato dinanzi al Tribunale militare». Ma è chiaro – ribadisce l’avvocato – che «Varriale ha inquinato le indagini: durante due interrogatori avvenuti il 28 luglio l’uomo dice che aveva la pistola con sé e che l’aveva consegnata al comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani in ospedale, poi il 5 agosto che l’aveva consegnata ai colleghi arrivati sul posto dell’incidente e poi solo il 9 agosto ritratta dicendo che non avevano portato l’arma». Ma l’aspetto più incredibile, ricorda Borzone, è che il 30 luglio «il generale Gargaro in una conferenza stampa seguita a livello internazionale ha inconsapevolmente dichiarato che Varriale aveva l’arma con sé quella sera e per i cinque giorni successivi nessun carabiniere ha detto invece la verità. Allora mi chiedo cosa era quella caserma Farnese?. Due sono le ipotesi: o Varriale e il comandante Ottaviani si sono messi d’accordo in ospedale sulla versione da dare oppure Varriale, come si evince dai messaggi successivi, sapeva di poter contare su Ottaviani che gli teneva bordone». E ancora sullo scandaloso video girato da Varriale a Natale Hjort bendato in caserma: «Varriale ci dice che quel video faceva parte delle indagini per fare una valutazione della voce del ragazzo ma è stato smentito qui dal colonnello Lorenzo D’Aloia che ha ci ha detto che invece questo tipo di accertamento era conferito ai Ris». Un altro elemento riguarda le telefonate: «Dopo il fatto Varriale cerca di contattare più volte Ottaviani, ma poi le telefonate vengono cancellate dal registro delle chiamate. Perché?». E poi il referto medico: «Una diagnosi ottenuta sulla base della sola dichiarazione del Varriale, dunque una diagnosi riferita, parla di lesioni dorsali e lombari. Eppure il 29 luglio, a tre giorni dai fatti e nello stesso giorno del funerale di Cerciello Rega, Varriale organizza in una chat prima una “bevuta in scioltezza” e poi una partita a padel. Ma non aveva una dorsolombalgia?». Ma non finisce qui: nelle udienze precedenti era stato fatto ascoltare in aula un audio in cui un maresciallo della stazione Farnese dice a Varriale: «Andrea di questa cosa dell’ordine di servizio non ne parlare con nessuno. Ottaviani già sa tutto. Vieni dritto da me e lo compiliamo». «Si tratta di un audio molto importante – ci aveva detto Borzone – perché dimostrerebbe che sull’intervento a Trastevere l’ordine di servizio non era stato compilato, così come sostenuto invece finora dai militari». Si tratta di un verbale falso? Siamo dinanzi a nuovi depistaggi, come nel caso Cucchi? Il dubbio viene, ma saranno i giudici a scioglierlo. E arriviamo al punto nevralgico. Secondo Varriale, lui e il collega avrebbero mostrato i tesserini ai due ragazzi e si sarebbero qualificati come carabinieri ma – dice Borzone – «dopo tutti questi elementi che ho esposto è chiaro che la credibilità del carabiniere è pari a zero». E arriviamo alla versione di Lee Elder. Innanzitutto bisogna ricordare che «il ragazzo ha prima subìto un interrogatorio illegale – se vogliamo chiamarlo “informale” – in assenza del suo avvocato. E poi gli è stato fornito un avvocato d’ufficio che non sapeva parlare inglese». Il ragazzo non ha mai cambiato versione «ed è stato sempre onesto e leale. Parlando della colluttazione con Cerciello Rega avrebbe potuto dire che l’uomo aveva cacciato una pistola per giustificare la sua reazione ma non lo ha fatto. Come ha detto il professor Ferracuti, Lee Elder è un ragazzo che “non simula e né dissimula”. Un elemento forte a favore della sua versione per cui lui e Natale pensavano che i due carabinieri fossero dei malavitosi assoldati da Brugiatelli per recuperare lo zaino, si evince dal fatto che è stato proprio Lee a dare questa versione alla fidanzata Cristina pochissimo tempo dopo i fatti, come riferito da lei stessa. Qualcuno potrebbe pensare che lei stesse mentendo, ma è lo stesso Lee, nel rispondere ai carabinieri che gli chiedevano se avesse parlato con qualcuno dell’accaduto, a dire che ne aveva discusso con la ragazza. E poi è lui stesso a chiedere agli inizi di agosto di acquisire tutte le immagini delle videocamere della zona. Se aveva qualcosa da nascondere perché fare questa richiesta? Stranamente però proprio la telecamera che inquadrava un lato della farmacia dinanzi alla quale sono accaduti i fatti non ha registrato. Non posso certo presumere che le immagini siano state occultate, ma è strano che proprio quella non abbia funzionato». L’aspetto più grave è forse la presunta manomissione delle traduzioni delle intercettazioni. Come già vi avevamo raccontato, ad esempio, la frase «Ho chiamato mia madre e le ho detto di trovarmi alla stazione di polizia e mi stavano dicendo che avevo ucciso un poliziotto» per i traduttori della Procura della Repubblica di Roma si è trasformata in una confessione: «Ho chiamato casa dicendo di aver fatto la decisione sbagliata colpendo un poliziotto». E due giorni fa in aula Borzone ha ricordato una pesante omissione degli inquirenti relativamente alla intercettazione ambientale in cui Elder dice al suo legale americano che i poliziotti Rega e Varriale non avrebbero mostrato loro alcun tesserino: «They didn’t show anything, didn’t say anything (Non hanno mostrato nulla, non hanno detto nulla)» e ancora «I didn’t know that he was a cop. I thought he was a random criminal guy… mafia guy. (Non sapevo fosse un poliziotto. Pensavo fosse un malvivente… un mafioso)». Su quanto accaduto quella notte, dunque, la versione di Elder, che mai avrebbe potuto pensare che Brugiatelli avesse chiamato i carabinieri per farsi aiutare, è che Cerciello gli si era messo sopra, con lui steso a terra, e temendo di essere strangolato da una persona che in quel momento riteneva essere un malvivente, si era difeso sferrandogli una prima coltellata sul fianco e poi altre in rapidissima successione sino a quando non è riuscito a divincolarsi e a fuggire.

Un racconto che per l’avvocato Borzone «è coerente e lineare e conduce alla legittima difesa». In ogni caso, a prescindere da quella che sarà la sentenza, questo processo, a dispetto delle ricostruzioni della prima ora diffuse dagli inquirenti, ha fatto emergere pesanti ombre sull’operato di alcuni appartenenti all’Arma dei Carabinieri.

Ergastolo per i killer di Cerciello. Stefano Vladovich il 6 Maggio 2021 su Il Giornale. I due ragazzi californiani hanno ucciso il carabiniere per 80 euro e un po' di coca. Ergastolo. Non è stata legittima difesa. Undici ore di camera di consiglio, in tarda serata la sentenza per Lee Elder Finnegan e Gabriel Natale Hjorth, i due ragazzi californiani colpevoli della morte del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, 35 anni. Undici coltellate inferte da Finnegan con il concorso dell'amico di origini italiane, Hjorth, la notte del 25 luglio 2019 in una strada di Prati, davanti al collega di Cerciello, Andrea Varriale. Secondo il pm Maria Sabina Calabretta Un'aggressione, un attacco sproporzionato e micidiale. Un'azione univoca per uccidere. Non si è qualificato come guardia, cop si è sempre difeso Finnegan. In America non succede che uno spacciatore chiami la polizia se è nei guai, così ho pensato a un agguato. Mi sono visto atterrare da un armadio d'uomo, ho estratto il coltello e l'ho colpito. In aula la vedova del carabiniere in servizio alla stazione di Campo de' Fiori, Rosa Maria Esilio, che ha seguito tutte le 50 udienze del processo. Per l'accusa i due, all'incontro con Sergio Brugiatelli, intermediario con lo spacciatore Italo Pompei, si presentano con una lama da marines e aggrediscono Cerciello. Elder è l'esecutore, Hjorth corresponsabile. Comincia tutto quando gli imputati decidono di acquistare droga a Trastevere per passare la serata. In piazza Mastai si avvicinano a un tipo in bicicletta con uno zainetto, Sergio Brugiatelli. La cocaina? A un suo amico pusher bastano 80 euro per una dose doppia. Ma nella bustina c'è solo tachipirina. I due, che hanno già bevuto alcol, sono infuriati. Vedono la borsa di Brugiatelli su una panchina e la rubano. Alla scena assistono 4 carabinieri fuori servizio. Brugiatelli si fa prestare il cellulare e compone il suo numero di telefono. Risponde Hjorth che parla con accento inglese. Vogliono gli 80 euro sborsati più una dose di cocaina buona altrimenti niente zaino. Tre i contatti prima di stabilire l'appuntamento per lo scambio. Il maresciallo Sansone, sul posto, convince il derubato a denunciare l'accaduto. All'1,30 Brugiatelli chiama il 112. Intervengono Cerciello e Varriale in servizio dalla mezzanotte. Scatta la trappola.. Lui e il collega sono di pattuglia in borghese, fa caldo e la pistola d'ordinanza non entra nel marsupio. Un errore che Cerciello pagherà con la vita. 

Omicidio Cerciello Rega, condannati all’ergastolo Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth. Ciro Capuozzo su Il Riformista il 5 Maggio 2021. Sono stati condannati all’ergastolo i due americani Finnegan Lee Elder, l’accoltellatore materiale, e Gabriel Natale Hjorth per l’omicidio in concorso del vice brigadiere Mario Cerciello Rega ucciso con undici fendenti in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati a Roma, nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019.

La sentenza di primo grado, pronunciata nell’aula bunker di Rebibbia, è arrivata alle 23.11 del 5 maggio, al termine di oltre 12 ore di camera di consiglio da parte della prima Corte d’Assise, presieduta da Marina Finiti, del tribunale di Roma. Rega, originario di Somma Vesuviana (Napoli), aveva 35 anni ed era spostato da poco più di un mese (43 giorni). Quella notte era intervenuto con il collega Andrea Varriale per recuperare uno zaino rubato dai due turisti californiani a un pusher, Sergio Brugiatelli. Per entrambi la procura, attraverso il sostituto procuratore Maria Sabina Calabretta, aveva chiesto l’ergastolo senza la concessione di alcun attenuante. In aula presenti i familiari del militare dell’Arma anche la moglie Rosa Maria Esilio, vestita di nero e con una fotografia del marito poggiata sul tavolo. La donna è scoppiata in lacrime durante la lettura della sentenza. Presenti al momento della lettura della sentenza anche Andrea Varriale, il collega di Mario Cerciello, e Paolo Cerciello Rega, fratello e vedova di Mario.  Un processo durato oltre 50 udienze, in cui sono stati ascoltati periti, testimoni e gli stessi imputati. Presenti in aula anche Ethan Elder, il padre Finnegan Lee, Fabrizio Natale, padre di Christian Gabriel, accompagnati dai legali, che hanno salutato i figli attraverso le sbarre. Il suo avvocato, Roberto Capra si era mostrato fiducioso: “Lo abbiamo visto oggi, ovviamente è in attesa. È una sentenza importante dopo un lungo processo che per noi è andato bene dal punto di vista dell’istruttoria, oggi bisogna fare l’ultimo passo”.

La difesa. I due americani hanno sempre sostenuto di aver aggredito Cerciello e Varriale (che erano in abiti civili e senza la pistola d’ordinanza) senza sapere che appartenessero alle forze dell’ordine e di averli scambiati per uomini mandati da Brugiatelli al quale avevano sottratto uno zaino per vendicarsi di essere stati imbrogliati da un pusher di sua fiducia che aveva ceduto loro tachipirina frantumata al posto di un grammo di ‘neve’. Brugiatelli aveva concordato con i due americani un appuntamento per farsi restituire lo zaino in cambio di 100 euro e un po’ di droga, ma a quell’incontro si presentano Cerciello e Varriale, che vengono brutalmente aggrediti. Il primo muore nel giro di 30 secondi dopo aver ricevuto undici coltellate, Varriale viene invece lievemente ferito. I due americani vengono individuati nel giro di 12 ore in un albergo a poca distanza dal luogo dell’omicidio. La versione di Elder in udienza: “Si sono avventati improvvisamente su di noi senza dire una parola, senza qualificarsi. L’uomo più grande, era una montagna, mi ha buttato per terra e ha messo tutto il suo peso su di me. Ricordo le sue mani sul petto e poi sul mio collo con una pressione come se stesse cercando di soffocarmi mentre tentavo di divincolarmi. Ho provato panico e ho pensato volesse uccidermi. Quando ho sentito le sue mani sul collo istintivamente ho preso il coltello e l’ho colpito per togliermelo di dosso”.

La requisitoria. “Gravi sono i fatti e grave l’ingiustizia che è stata commessa ai danni di un carabiniere, un uomo buono” . Sono queste le dure parole utilizzate dalla pm Maria Sabina Calabretta, durante la requisitoria del processo per la morte del brigadiere ucciso a Roma nella notte del 26 luglio 2019. Un uomo “che stava lavorando” è stato ucciso “da due giovani che volevano passare la serata divertendosi e per questo avevano cercato della cocaina”.”Mio compito è dimostrare che Mario Cerciello Rega è morto per mano di due assassini – ha spiegato la pm – e non deve succedere di ucciderlo un’altra volta”. “Non dimentichiamo che Cerciello non può più parlare di quello che è successo”, ha aggiunto Calabretta.

Michela Allegri per "il Messaggero" il 6 maggio 2021. Più di 12 ore di camera di consiglio. Sono trascorse le 23, quando i giudici della I corte d' assise di Roma tornano nell'aula bunker di Rebibbia per pronunciare la sentenza: per Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth sono stati condannati è l'ergastolo. La pena più pesante per l'omicidio volontario del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso con undici coltellate nel quartiere Prati, a Roma, nel luglio 2019. In prima fila ad ascoltare le parole dei magistrati, la moglie di Mario, Rosa Maria Esilio. Capelli rossi raccolti, abito nero. Gli occhi che non riescono a trattenere le lacrime. Rabbia e commozione, durante l'ultima delle oltre cinquanta udienze per l'omicidio che, due anni fa, sconvolse l'Arma e la Capitale. Rosa Maria piange, abbraccia gli avvocati e il fratello di Mario. I giudici hanno anche condannato i due americani a pagare una provvisionale per circa un milione di euro: 350mila euro ciascuno alla moglie del vicebrigadiere, 200mila euro agli altri parenti, mentre per Andrea Varriale, l'altro carabiniere che era in servizio la notte del 26 luglio del 2019 e rimase ferito, ciascuno di loro dovrà pagare 50mila euro.

IL PROCESSO. Era «un uomo buono che stava lavorando», ed è morto «per una grave ingiustizia», colpito da una raffica di coltellate «sferrata in meno di trenta secondi», aveva detto durante la sua requisitoria la pm Maria Sabina Calabretta, chiedendo, insieme all' aggiunto Nunzia D' Elia, il carcere a vita per i due imputati. A infliggere materialmente i colpi è stato Elder, che ha confessato di avere pugnalato il carabiniere. Ma, come Natale, ha puntato sulla tesi della legittima difesa: i giovani americani hanno dichiarato di non essersi accorti nell' immediatezza che Cerciello e Varriale erano carabinieri. «Pensavamo fossero due criminali», avevano spiegato gli imputati. «Cerciello è morto solo per mano di due assassini - aveva invece sottolineato l'accusa - non per concause, ma non deve accadere di ucciderlo un'altra volta. Per lui, strappato ai suoi cari per sempre, devono parlare tutte le cose che abbiamo ricostruito». Se Elder aveva confessato di avere inflitto i fendenti, per il pm «il ruolo di Natale è egemonico: lui organizza tutto, prima, durante e dopo l'omicidio. Lui ha attivato Elder, ha visto Cerciello a terra, ha sentito i suoi gemiti. In albergo come se niente fosse ha aiutato Elder a nascondere il coltello». Per il pm quella messa in atto contro i carabinieri dai due ventenni è stata una vera e propria «aggressione, un attacco sproporzionato e micidiale: un'azione univoca», con la sola finalità di «uccidere». E ancora: «L' ergastolo non è un trofeo da esibire ma una giusta pena, davanti a fatti così tragici nessuno vince e nessuno perde». Opposta la ricostruzione fatta dalle difese dei giovani imputati, che all' epoca avevano 19 anni. Per agli avvocati Roberto Capra e Renato Borzone, difensori di Finnegan Lee Elder, doveva essere riconosciuta la legittima difesa, perché i carabinieri, in borghese, non avevano mostrato i tesserini. «Questa sentenza rappresenta una vergogna per l'Italia con dei giudici che non vogliono vedere quello che è emerso durante le indagini e il processo. Non ho mai visto una cosa così indegna. Faremo appello - ha detto l'avvocato Borzone - Qui c' è un ragazzo di 19 anni che è stato aggredito». «È una sentenza ingiusta, errata e incomprensibile», ha invece l'avvocato Petrelli. «È una sentenza severa ma corrispondente al delitto atroce che è stato commesso, una pena adeguata alla gravità del fatto, i due imputati non hanno dato nessun segno di pentimento», ha dichiarato invece l'avvocato Franco Coppi, legale di parte civile della famiglia del vicebrigadiere.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” il 7 maggio 2021. Attimi di stordimento a Regina Coeli: da mercoledì notte Gabriel Christian Natale Hjorth, 20 anni, va chiedendo ai suoi avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi: «Mi spiegate? Non capisco. Mi spiegate?». Poi, neanche fosse un vecchio teppista alle prese con bilanci esistenziali, continua a ripetere: «Voglio pagare per quello che ho fatto non per quello che non ho fatto». Non dev' essere facile far capire come stanno le cose ai giovani protagonisti di questo dramma ormai consumato. Non solo per ragioni linguistiche ma, con ogni probabilità, anche giurisprudenziali: Natale Hjorth e il suo amico Finnegan Lee Elder sono stati travolti da una sentenza tanto netta quanto inattesa: ergastolo per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ucciso a coltellate il 26 luglio 2019. Una sentenza che ha spazzato via progetti, attese, aspettative precedenti. «Per sei mesi appena non siamo stati giudicati dal Tribunale dei minori», sospira oggi Alonzi pensando al suo cliente ragazzino che ieri notte, dopo la lettura della sentenza nell'aula bunker di Rebibbia, s' è stretto in un abbraccio al padre. E poi lascia che a parlare siano le parole dello stesso papà, Fabrizio Natale: «Questa sentenza ci lascia stupefatti ma non intacca in alcun modo la nostra convinzione dell'innocenza di nostro figlio e della sua assoluta estraneità all' omicidio del vicebrigadiere Cerciello». E ancora, a completare il suo ragionamento: «Le prove che sono state acquisite nel corso del processo hanno dimostrato come Gabriel non abbia avuto nulla a che fare con la morte del povero vicebrigadiere. Continuiamo comunque ad avere fiducia nella giustizia italiana, certi che il giudizio di appello ci darà ragione riconoscendo l'innocenza di nostro figlio». Il tema, dicono ancora gli avvocati di Natale, non è sapere se il ragazzo fosse a conoscenza dell'esistenza del coltello (lo sapeva e aveva scherzato con l'amico su questo particolare) ma se fosse consapevole che Elder lo aveva portato con sé per utilizzarlo durante l'incontro con i carabinieri. «Alla lettura della sentenza non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando e al terribile errore che si stava commettendo - ha detto il ragazzo -. In quel momento avrei solo voluto gridare tutta la mia innocenza». Quanto all' amico, Elder, i difensori Renato Borzone e Roberto Capra, hanno raccolto il suo sfogo in un semplice interrogativo: «Perché non hanno voluto capire?», ha domandato il ventenne californiano dopo che la presidente della I Corte d' Assise ha letto la sentenza. Nessun commento da parte della mamma, Leah Elder, che al processo, parlando di suo figlio, aveva detto: «A un certo punto mio figlio ha perso la luce negli occhi». Leah è svenuta alla lettura della sentenza. Prima che i giudici si pronunciassero, qualche giorno fa, era intervenuto lo zio di Elder, Sean, con una intervista al Washington Post: «Penso che i genitori sperassero che questa potesse essere un'esperienza che lo aiutasse a maturare» ha detto. «Sua madre era andata a Roma quando aveva vent' anni e aveva lavorato come ragazza alla pari - aveva aggiunto lo zio di Elder - lei pensava che anche per lui essere in un ambiente nuovo e dover imparare a fare da solo l’avrebbe aiutato a maturare. Penso anche che lui fosse molto depresso e che sperasse la stessa cosa». Tornare a sperare, ora, sarà un percorso complicato.

Uccisero Mario Cerciello Rega: ergastolo ai due ragazzi americani. Il ricordo del carabiniere di Luigi Pelazza. Le Iene News il 06 maggio 2021. Massimo della pena per i due ragazzi americani, Elder Finnegan Lee e Gabriel Christian Natale Hjorth per l’omicidio nel luglio 2019 del carabiniere Mario Cerciello Rega. Noi l’avevamo conosciuto durante un servizio di Luigi Pelazza, che lo ricorda in questo video “Mario era un amico, uno di quei tantissimi carabinieri che ogni giorno rischiano la vita per rendere un po’ più sicura la nostra”. Due ergastoli: per l’accoltellamento mortale del carabiniere Mario Cerciello Rega sono stati condannati con il massimo della pena in primo grado i due ragazzi americani Elder Finnegan Lee, 22 anni, e Gabriel Christian Natale Hjorth, 20 (foto sotto). Nella notte fra il 25 e il 26 luglio 2019 il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, che noi come potete vedere nel video qui sopra, avevamo conosciuto in marzo con il nostro Luigi Pelazza, fu ucciso con 11 colpi di un coltello di 16 centimetri a Roma. Il militare aveva 35 anni, era sposato da 43 giorni e 13 ne erano passati dal suo ultimo compleanno. I ragazzi californiani avevano cercato di comprare di cocaina a Trastevere da Sergio Brugiatelli, che fece da intermediario accompagnandoli da un’altra persona che aveva dato loro in realtà una pasticca di Tachipirina. Elder e Hjorth rubarono per vendetta lo zaino di Brugiatelli e proposero uno scambio per riavere indietro i soldi. All’incontro si presentarono il carabiniere Mario Cerciello Rega e il collega Andrea Varriale, in borghese e disarmati. Durante la successiva colluttazione, dopo che i due militari si erano qualificati, Elder accoltellò per undici volte Cerciello Rega. La tesi dei difensori che i due ragazzi fossero convinti di trovarsi invece di fronte a due malviventi e che quindi si sia trattato di legittima difesa non è stata accolta nella sentenza. Noi de Le Iene abbiamo potuto conoscere Cerciello Rega nel servizio di Luigi Pelazza del marzo 2019 che potete rivedere qui, sulla “banda dei Rolex”. I carabinieri, tra cui il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, che avevamo avvisato, sono intervenuti e hanno arrestato un uomo perché in possesso di un documento falso. “Ho perso un amico, si chiamava Mario, aveva 35 anni ed era sposato da un mese”, dice Luigi Pelazza ricordando Cerciello nel video qui sopra, realizzato dopo l’omicidio. “Mario era di Somma Vesuviana, un napoletano di quelli simpatici, bonaccioni coi quali ti fa piacere passare dei momenti assieme. E dico questo perché l’ho proprio conosciuto a Roma alcuni mesi fa durante un servizio che stavo girando per le Iene, la ‘banda dei Rolex’. E anche in quell’occasione Mario e i suoi colleghi non si sono risparmiati. Mario era uno di quei tantissimi carabinieri che ogni giorno rischiano la vita per rendere un po’ più sicura la nostra”.

L’ira dei killer di Cerciello: “Siamo innocenti”. La vedova: “Hanno cercato di infangare Mario”. Monica Pucci giovedì 6 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. “Perché, perché non hanno voluto capire?”. È questo lo sfogo di Finnegan Lee Elder ai suoi difensori, gli avvocati Renato Borzone e Roberto Capra, a quanto apprendere l’Adnkronos, all’indomani della sentenza che ha condannato lui e l’amico Christian Gabriel Natale Hjorth all’ergastolo per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.

La rabbia degli assassini di Mario Cerciello. “Non si aspettava questa decisione” sottolinea il suo difensore dopo averlo incontrato oggi in carcere. “Non si arretra, si combatte, fino a che non troveremo un giudice interessato a capire cosa è successo” conclude Borzone, legale di Finnegan Lee Elder. “Sono sconvolto e lacerato dal dolore perché sono stato condannato per un fatto che non ho commesso” sostiene Gabriel Natale Hjorth in una dichiarazione all’Adnkronos tramite i suoi difensori gli avvocati Fabio Alonzi e Francesco Petrelli, all’indomani della sentenza di condanna all’ergastolo per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ucciso a Roma il 26 luglio del 2019. “Alla lettura della sentenza non riuscivo a credere a quello che stavo ascoltando e al terribile errore che si stava commettendo. In quel momento – prosegue Hjorth – avrei solo voluto gridare tutta la mia innocenza”.

La vedova di Cerciello: “Riconosciuta la correttezza di Mario”. “Con la sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di Roma dopo un lungo e doloroso processo di 43 udienze, oltre alla irrogazione della più grave delle condanne, quella dell’ergastolo, è stata riconosciuta l’assoluta correttezza dell’operato di Mario nel tentativo di assicurare alla giustizia i responsabili di una estorsione che ha avuto il suo epilogo nel suo efferato assassinio”, dice Rosa Maria Esilio, vedova del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega. “Nel corso di questo processo – aggiunge – ho dovuto assistere a biechi tentativi di ribaltare le responsabilità stravolgendo i fatti, facendo illazioni e fantasiose ipotesi, cercando di rappresentare una verità non coincidente con quella reale, infangando e denigrando senza vergogna a più riprese la memoria di Mario, tentando di ridurlo e svilirlo nonostante la sua morte ed il suo corpo martoriato parlassero senza lasciar dubbio alcun. Grazie al lavoro dei Giudici della Corte d’Assise, della Procura, degli avvocati e dei Carabinieri che con professionalità, correttezza e scrupolosità, senza farsi trasportare dall’emotività del momento, essendo anche quest’ultimi vittime dell’efferato delitto, è emersa la verità dei fatti e l’irreprensibile condotta di mio marito caduto nell’adempimento del dovere”.

Il dolore del fratello del carabiniere ucciso dagli americani. “Mario era tutto per me. Un fratello vero, un amico e un punto di riferimento eccezionale. La sentenza sicuramente non può ridarmi mio fratello, ma mi aiuta nel vivere il mio profondo dolore perché è una sentenza giusta che rispecchia la gravità dei fatti e il modo barbaro e crudele in cui Mario ha perso la vita”. Così all’Adnkronos Paolo Cerciello Rega, fratello di Mario il vicebrigadiere dei carabinieri ucciso il 26 luglio del 2019 a Roma, all’indomani della sentenza di condanna all’ergastolo per i due americani Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjort. “Grazie alla Corte d’Assise di Roma per l’intenso lavoro svolto anche durante i mesi di lockdown e grazie al mio avvocato Ester Molinaro e allo studio del professor Coppi per il modo in cui sono stati a mio fianco e si sono battuti – sottolinea – per difendere l’onore di mio fratello Mario, morto mentre era servizio del nostro Paese”.

La soddisfazione di Meloni e Gasparri. “Colpiscono al cuore le parole commosse di Rosa Maria, compagna del vicebrigadiere Cerciello Rega, dopo la condanna all’ergastolo dei due americani per l’omicidio di Mario. Speriamo che gli assassini ora scontino la loro pena fino all’ultimo giorno, senza alcuno sconto. Giustizia per Mario”. Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, recatosi questa mattina sul luogo del delitto Cerciello Rega, in un video postato sui suoi social, ha esternato così il proprio cordoglio. “In questo angolo del quartiere Prati nel luglio del 2019 fu ucciso con 11 coltellate il vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. In queste ore i due balordi americani in cerca di droga e in preda alla droga sono stati condannati all’ergastolo. Nessuno restituirà il vice brigadiere alla sua compagna, alla sua famiglia, all’Arma dei Carabinieri ma possiamo dire che giustizia è fatta. Siamo qui per ricordarlo ancora una volta, nel luogo dove con ferocia fu ucciso e massacrato e per rendere onore a lui e a tutto il popolo in divisa che tutela la nostra libertà e la nostra sicurezza”.

Alessia Rabbai per "fanpage.it" il 6 maggio 2021. "La sentenza rappresenta una vergogna per l'Italia, con dei giudici che non vogliono vedere quello che è emerso durante le indagini e il processo. Non ho visto una cosa così indegna, faremo appello". Sono le parole di Renato Borzone, avvocato difensore di Finnegan Lee Elder, uno dei due ventenni americani condannati in primo grado all'ergastolo per omicidio nel processo per l'uccisione dei Mario Cerciello Rega. Fabio Alonzi, che difende Christian Natale Hjorth, ha definito il suo assistito "assolutamente innocente". Il verdetto dei giudici è arrivato nella tarda serata di ieri, mercoledì 5 maggio, al termine di tredici ore di Camera di Consiglio. Entrambi i legali hanno dichiarato che faranno appello. Alla lettura del dispositivo, che ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura di Roma, Elder, che materialmente ha sferrato i colpi mortali al vicebrigadiere dei carabinieri facendolo morire dissanguato, ha pianto.

La vedova Cerciello: "Nessuna condanna mi ridarà Mario". Al termine dell'udienza la vedova Cerciello, Rosa Maria Esilio, ha commentato la sentenza dei giudici: "Nessuna condanna mi ridarà indietro Mario, non ci ridarà la nostra vita insieme – ha detto – Oggi è stata messa la prima pietra per una giustizia nuova. La sua integrità è stata difesa e dimostrata, nonostante da morto abbia dovuto subire tante insinuazioni". In lacrime ha abbracciato il fratello di Mario dicendo: "Non morirà più".

Elder e Hjorth condannati il primo grado all'ergastolo. Il processo per l'omicidio di Mario Cerciello Rega è iniziato il 26 febbraio del 2020 e si è chiuso ieri dopo una cinquantina di udienze. I giudici di primo grado hanno stabilito la più severa: la condanna a vita. Ora si attendono le motivazioni della sentenza. Il delitto risale alla notte del 26 luglio del 2019 e si è consumato in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati a Roma, quando il vicebrigadiere insieme al collega Andrea Varriale, nel tentativo di effettuare un “cavallo di ritorno” sono rimasti coinvolti in un conflitto corpo a corpo con i due ragazzi americani. Elder all'improvviso ha estratto un coltello da marines e ha inferto undici coltellate a Cerciello, che è morto poco dopo la corsa in ambulanza all'ospedale Santo Spirito.

Cerciello Rega, fratello: “Sentenza lava fango gettato su di lui”. Debora Faravelli il 07/05/2021 su Notizie.it. Paolo Cerciello Rega commenta la condanna all'ergastolo dei due americani che due anni fa hanno ucciso suo fratello Mario. A pochi giorni dalla sentenza di primo grado che ha condannato all’ergastolo i due americani responsabili dell’omicidio di Mario Cerciello Rega, il fratello minore della vittima ha raccontato il suo rapporto con quest’ultimo e affermato che la decisione del giudice “lava tutto il fango che hanno provato a gettare su di lui”. Intervistato dal Messaggero, Paolo Cerciello Rega ha dichiarato di non aver guardato negli occhi i due assassini: “Ho pensato a Mario, ho abbracciato sua moglie, ho guardato la foto che lei ha sempre tenuto stretta tra le mani”. Non è stato facile, ha continuato, combattere contro chi provava a sporcare la memoria del fratello: ora la verità è limpida e chiara e ha mostrato che lui faceva il suo lavoro ed è morto con coraggio mentre compiva il suo dovere. Da quella notte di luglio 2019 in cui si è consumato il delitto, la sua vita è cambiata moltissimo: “Ho sofferto, mi è stato strappato un pezzo di vita, di cuore”. In quel periodo Paolo viveva e lavorava a Ravenna ma è tornato in Campania con la moglie per stare accanto a sua madre e sua sorella. Ha dunque dovuto cercare lavoro a Somma Vesuviana dove è attualmente impiegato come operatore ecologico. “Andiamo avanti, con questo dolore sordo che non credo ci lascerà mai”, ha aggiunto. A chi gli ha chiesto alcuni ricordi di Mario, Paolo ha menzionato il suo matrimonio, avvenuto solo un mese prima della morte, e i giorni precedenti al delitto in cui si trovavano insieme a Somma Vesuviana per occuparsi della loro campagna. “I ricordi non li porterà via nessuno anche se in tutti questi mesi, questi anni anzi, hanno tentato di farlo apparire una persona diversa da quella che tutti sapevamo fosse”, ha evidenziato. E la sentenza, aggiunge, ha confermato che Cerciello Rega era un uomo perbene, un carabiniere coscienzioso e una persona esemplare. Il fratello della vittima ha infine affermato di non avere nulla da dire ai due ragazzi americani che hanno ucciso Mario. Ha soltanto ringraziato la Corte d’Assise di Roma per l’intenso lavoro svolto anche durante i mesi di lockdown, il mio avvocato Ester Molinaro e lo studio del professor Coppi per il modo in cui sono stati al suo fianco “e si sono battuti per difendere l’onore di un carabiniere morto mentre era servizio del nostro Paese”. 

"I killer del carabiniere trattati come mafiosi": l'accusa choc dagli Usa. Valentina Dardari il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. Il legale di Elder Finnegan, Craig Peters, si augura “che in appello ci siano avvocati che vogliano fare giustizia in modo equo”. Dagli Stati Uniti è arrivata una accusa choc da uno degli avvocati dei ragazzi californiani accusati della morte del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, e condannati all’ergastolo. A lanciare l’accusa è stato Craig Peters, l’avvocato del 21enne Elder Finnegan, in collegamento con la Abc7news, durante il quale ha commentato la sentenza di ergastolo per i due giovani, arrivata nel pomeriggio di mercoledì 5 maggio.

L'accusa verso i giudici italiani. “Hanno preso la stessa condanna che viene riservata a un boss mafioso. Speriamo che in appello ci siano dei giudici che vogliano davvero capire cosa sia successo e fare giustizia in modo equo” ha detto il legale ai microfoni dell’emittente televisiva americana. Mercoledì pomeriggio i due ragazzi avevano reagito con sconcerto e rabbia alla lettura della sentenza. In poco tempo la notizia è giunta oltreoceano, dove televisioni e siti di informazione hanno dato spazio a quanto avvenuto in Italia. Elder e il suo amico, il ventenne Gabriel Natale Hjorth, hanno entrambi ricevuto la condanna più severa nel nostro Paese per il loro crimine, ovvero l’uccisione del carabiniere 35enne, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019 a Roma. È in corso adesso un appello contro il verdetto e l'avvocato della famiglia Elder ha voluto sottolineare quanto sia diverso il processo in Italia. Secondo quanto asserito dal legale, "in America la fine del primo grado è il più delle volte la fine del processo. Ma in Italia è molto diverso. Quindi stiamo cercando di ricordargli che c'è essenzialmente un'altra prova, che accadrà al livello di appello, dove si spera di avere giudici più sofisticati, più esperti, più ragionevoli e razionali che effettivamente faranno il duro lavoro di cercare di dare un senso a tutto questo e quindi distribuire equamente la giustizia " ha concluso l’avvocato Craig Peters.

Quella tragica notte romana. I due americani vennero fermati dopo circa 12 ore dall’omicidio. Si difesero sostenendo di aver scambiato i due militari, Mario Cerciello Rega e il suo collega, Andrea Varriale, che erano vestiti in borghese, per uomini mandati da Sergio Brugiatelli, l'intermediario dei pusher di Trastevere. Per vendicarsi di una partita di droga non consegnata, i due ragazzi avevano deciso di rubare lo zaino dello spacciatore, con al suo interno il telefono cellulare. Si erano quindi messi d’accordo per incontrarsi la notte, allo scopo di recuperare i soldi, o quantomeno avere in cambio la droga, e riconsegnare il borsone sottratto al pusher. Non sapevano però che quest’ultimo aveva denunciato ai militari il furto della borsa e che nel luogo dell’appuntamento ci sarebbero stati anche i carabinieri. Due per la precisione: Andrea Varriale e il povero Mario Cerciello Rega.

«L’ergastolo per quei due giovani è peggio di una pena di morte». Carcere a vita con isolamento diurno per due mesi: questa la pena inflitta a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Valentina Stella su Il Dubbio il 7 maggio 2021. Ergastolo con isolamento diurno per due mesi: si potrebbe pensare che sia una condanna inflitta ad un pericoloso boss della mafia e invece è la pena che due giorni fa la prima Corte d’Assise di Roma ha comminato a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il popolo esulta col trofeo in mano, non però quello di Dike (la giustizia) bensì quello delle Erinni, simbolo di vendetta. «Paradossalmente per un ragazzo di 19 anni l’ergastolo è più di una pena di morte – ci dice l’avvocato Renato Borzone, che difende, insieme al collega Roberto Capra, Lee Elder, il ragazzo che ha accoltellato Rega -. Significa restare tutta la vita in carcere, per di più in un Paese straniero. E non dimentichiamo che solo per poco non è stato giudicato dal Tribunale dei minori e che soffre di pesanti problemi psichiatrici. Questa fame di pena e di carcere è significativa del background culturale del nostro Paese e di buona parte della magistratura che deve mostrare il pugno di ferro». In merito alla decisione, Borzone si dice «sgomento insieme a tutta la stampa americana che, avendo seguito il processo, non si capacita dell’esito di questa vicenda. Non si è voluto in nessun modo guardare alle carte processuali ma si è fatto un atto di fede nei confronti della forza pubblica. E questo non è accettabile in una democrazia liberale. Il racconto dell’unico accusatore (il collega di Cerciello Rega, Andrea Varriale, ndr) è costellato da decine di esposizioni non corrispondenti alla realtà dei fatti: a nostro giudizio non è stato assolutamente provato, ad esempio, che i due carabinieri abbiano mostrato i tesserini e si siano qualificati. Varriale ha ripetuto per cinque volte in dibattimento di aver attraversato la strada sulle strisce pedonali di fronte alla farmacia in modo perpendicolare e il video della banca Unicredit dimostra esattamente il contrario. Ciò conforta la versione che hanno fornito i due imputati di essere stati affiancati dai due carabinieri che poi li hanno afferrati. Noi non abbiamo mai voluto dire che i carabinieri volessero uccidere i ragazzi o che volessero aggredirli. È probabile che volessero fermarli, ma nell’ambito di una operazione di polizia che è incredibile per la violazione di tutti i protocolli previsti. Questo, insieme a quanto accaduto a Bolzaneto, nella caserma di Piacenza, e i casi Cucchi e Marrazzo sollevano dubbi sulla catena di comando all’interno dell’Arma». Questi elementi, insieme ai tantissimi altri che la difesa ha fatto emergere durante il dibattimento, lascerebbero ben sperare per l’Appello: «Non vuol essere una frase fatta ma noi contiamo sull’appello che sia condotto però da un giudizio laico e non formato su una ideologia per cui le forze dell’ordine hanno sempre ragione, soprattutto in un caso come questo dove abbiamo assistito all’imbavagliamento di uno dei due ragazzi in una caserma dei carabinieri, dove sono stati anche coperti di sputi quando sono arrivati». Chiediamo all’avvocato Borzone se questo processo non sia la conferma di un concetto espresso recentemente dall’avvocato Valerio Spigarelli in un suo scritto per cui «il processo viene visto come uno strumento di difesa sociale e per tale motivo si carica di una serie di aspettative che finiscono per snaturarne le funzioni». I giudici – risponde Borzone – «sono mossi sicuramente da istanze etiche e ciò non dovrebbe verificarsi in un Paese liberal democratico, dove si giudicano i singoli fatti e non i fenomeni. In questo caso si è voluta emettere una sentenza esemplare. E poi emerge sempre di più che in Italia non c’è la cultura della giurisdizione che si trasferisce dai giudici ai pm, bensì quella dell’Inquisizione che trapassa dai pm ai giudici. Purtroppo non abbiamo molto spesso giudici strutturati in base all’articolo 111 della Costituzione». Per concludere chiediamo all’avvocato se è d’accordo con l’analisi del collega Ennio Amodio, secondo cui nel processo non dovrebbe entrare la parte civile, seconda accusatrice dopo il pm: «Sono contrario da sempre alle parti civili: si inseriscono delle istanze di vendetta privata all’interno del processo penale». E poi fanno entrare in aula un’alta carica emotiva, che nulla c’entra con gli aspetti tecnico processuali: «Esattamente. C’è anche un problema di funzione del processo penale che si equivoca: non credo debba essere un modo di tutelare le vittime del reato, bensì dovrebbe accertare secondo i principi del giusto processo se una persona ha commesso o no un fatto. Sarebbe molto meglio che la soddisfazione per la vittima venisse consegnata ad un giudizio civile». Abbiamo raccolto anche il parere dell’avvocato Francesco Petrelli, che ha difeso Gabriel Natale Hjorth insieme all’avvocato Fabio Alonzi: «La pena dell’ergastolo va letta per quello che è nella sua natura terrifica e inumana, contraria al dettato costituzionale. Significa dire a un ragazzo di poco più di 18 anni che non uscirà più dal carcere e che li dovrà finire la sua vita. Quale ragione di Stato e quale spinta vendicativa può far ritenere giusta una simile condanna, al di là delle parole di circostanza che sono state spese?». Il loro assistito non ha inferto le coltellate a Cerciello Rega, eppure è stato condannato alla stessa pena di Elder: «Non entro nel merito di questioni e di ulteriori valutazioni che potremo conoscere solo leggendo le motivazioni – ci dice ancora Petrelli – ma la identità della pena inflitta, già di per sé oggettivamente contraria ad ogni principio di proporzionalità assoluta e relativa, irrogata con riferimento a posizioni che risultano totalmente difformi resta francamente incomprensibile». Il caso ha sicuramente creato delle aspettative di condanna da parte dell’opinione pubblica, i giudici si sono potuto lasciare influenzare dalla pressione mediatica e sociale? «Accade ormai sempre più spesso che i processi, anche al di là della loro più o meno estese esposizioni mediatiche, divengano il pretesto per soluzioni di tipo simbolico, per cui la decisione tende ad assumere un valore di messaggio o di grande metafora comunicativa; il che stravolge totalmente e pericolosamente il ruolo e il fine del processo penale e la sua funzione democratica di civilizzazione». Resta il fatto che dinanzi ad una dinamica dei fatti ambigua la Corte abbia sposato pienamente la tesi dell’accusa: «La dinamica dei fatti è stata in verità smentita anche dalla prova documentale – conclude Petrelli – in ogni sua latitudine e longitudine. Le reticenze e le menzogne emerse nella ricostruzione dell’intero “antefatto” sono clamorose, come sono risultate in maniera eclatante nei commenti a caldo e nelle successive valutazioni degli stessi colleghi dei due militari le anomalie, le oscurità, le deviazioni, le violazioni comportamentali poste in essere nel corso di quella operazione di recupero. È davvero inaccettabile che la Corte possa aver condannato partendo da tali presupposti». Intanto ieri Il dipartimento di Stato Usa, tramite un suo portavoce, ha fatto sapere: «Siamo consapevoli che a Roma i cittadini americani Finn Elder e Gabriel Natale-Hjorth sono stati condannati all’ergastolo per l’accusa di omicidio. Noi ci assumiamo la piena responsabilità di assistere i cittadini americani all’estero e fornire tutti i servizi consolari appropriati». Il dipartimento, ha concluso il portavoce all’Agi, «resta in contatto con loro e continuerà a garantire i servizi consolari, incluse le visite in carcere».

La condanna di Elder e Hjorth. Omicidio Cerciello Rega, le motivazioni dell’ergastolo agli americani: “Nessun pentimento, ucciso per evitare arresto”. Redazione su Il Riformista il 16 Luglio 2021. Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth hanno una “allarmante personalità nonostante la loro giovane età”, con una “adesione a modelli comportamentali devianti, l’esaltazione delle droghe e l’ostentazione di armi e denaro quali simboli di affermazione documentati dalle immagini rinvenute sui loro telefonini”, che “evidenziano la indubbia capacità criminale di entrambi”. Sono le parole durissime scritte dai giudici della prima Corte d’Assise di Roma, presieduta da Marina Finiti, finite nelle motivazioni che hanno portato alla condanna all’ergastolo dei due giovani americani che il 26 luglio 2019 uccisero con 11 coltellate il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, militare 37enne di Somma Vesuviana (Napoli).

“NESSUN PENTIMENTO” – Nelle motivazioni della sentenza di condanna emessa il