Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

UNDICESIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, giudicato ed informato, educato ed istruito da coglioni.

Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

Finestra di Overton. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. A sinistra la finestra di Overton che evidenzia come viene accolto un concetto in base al grado di libertà, a destra le nuove idee che possono debuttare come incomprensibili, possono nel tempo diventare ben accette

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton.

Descrizione. Overton descrisse una gamma di situazioni da "più libera" a "meno libera", alle quali sovrapporre la finestra delle "possibilità politiche" (ciò che politicamente può essere preso effettivamente in esame). Per semplicità le varie situazioni possono essere associate, per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opinione pubblica, a una serie di aggettivi:

inconcepibile (unthinkable)

estrema (radical)

accettabile (acceptable)

ragionevole (sensible)

diffusa (popular)

legalizzata (policy)

A seconda di come la finestra si sposta o si allarga sullo spettro delle idee, un'idea può diventare più o meno accettabile. Un esempio preso da un fatto storico è quello del proibizionismo degli alcolici. Negli Stati Uniti c'è stato un periodo intorno al 1930 nel quale è stata considerata "ragionevole" l'idea di vietare la vendita di alcolici, e di fatto tale divieto è stato imposto per legge in alcune contee. Ma poi la finestra delle "possibilità politiche" si è spostata, e oggi la stessa idea nello stesso paese viene considerata inconcepibile o quanto meno estrema, e non più politicamente proponibile. La finestra di Overton è un approccio per identificare le idee che definiscono lo spettro di accettabilità di politiche governative. I politici possono agire soltanto all'interno dell'intervallo dell'accettabile. Spostare la finestra implica che i sostenitori di politiche al di fuori della finestra persuadano l'opinione pubblica ad espandere la finestra. Al contrario sostenitori delle politiche attuali, o simili all'interno della finestra, cercano di convincere l'opinione pubblica che politiche al di fuori della finestra dovrebbero essere considerate inaccettabili. Secondo Lehman, che ha coniato il termine: "Il più comune malinteso è che i legislatori stessi si occupano dello spostamento della finestra di Overton.". Sempre secondo Lehman, il concetto è solo la descrizione di come funzionino le idee, non l'appoggio a proposte di politiche estreme. In un'intervista al New York Times, disse: "Spiega soltanto come le idee diventano o passano di moda, nello stesso modo in cui la gravità spiega perché qualcosa cade al suolo. Posso usare la gravità per far cadere un'incudine sulla tua testa, ma questo è sbagliato. Potrei anche usare la gravità per lanciarti un salvagente, e questo sarebbe giusto." Ma data la sua incorporazione nel discorso politico, altri hanno usato il concetto di spostare la finestra per promuovere idee al di fuori di essa, con l'intenzione di rendere accettabili idee non convenzionali.

Carmen Scelsi: Dedicato...a chi non conosce la finestra di Overton. La finestra di Overton. Joseph Overton, sociologo e attivista statunitense: "nei suoi studi cercava di spiegare i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse, in particolare di come si possa trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata.

Tecniche affinate che gli esperti di pubblicità e marketing ben conoscono e sempre di più vengono applicate su scala globale dai think tank dell’economia e della politica per orientare il modo di pensare e le inclinazioni dell’opinione pubblica.

In fondo è lo schema tipico delle dittature. Ci si chiede infatti, spesso a posteriori, come interi popoli, non solo e non sempre a seguito di pressioni violente, abbiano potuto a un certo punto trovarsi a pensare tutti nello stesso identico modo e a condividere supinamente stili di vita prima nemmeno immaginabili, per ritrovarsi infine rinchiusi in una caverna di prigionia, come nella fiaba del Pifferaio Magico.

Eppure è successo e succede. Anzi nell’era di internet e dell’intelligenza artificiale - che ai tempi di Overton era appena agli albori – si sono spalancati nuovi sconfinati orizzonti, dove paiono materializzarsi scenari degni dei romanzi distopici di Orwell e Benson, dominati da invisibili grandi fratelli e padroni del mondo. Overton studia il percorso e le tappe attraverso le quali, ogni idea, sia pur assurda e balzana, può trovare una sua “finestra” di opportunità. Qualunque idea, se abilmente e progressivamente incanalata nel circuito dei media e dell’opinione pubblica, può entrare a far parte del mainstream, cioè del pensiero diffuso e dominante. Comportamenti ieri inaccettabili, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature."" Siamo partiti con l'inno d'Italia sul balcone...siamo arrivati a quattro ondate, tre o quattro punturine, un antinfluenzale....e un'emergenza infinita con fine di ogni libertà. 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 30 novembre 2021. Della dottoressa Angelique Coetzee, il medico che ha allertato il mondo sulla variante Omicron. In qualità di presidente della South African Medical Association e medico di base da 33 anni, ho visto molto durante la mia carriera medica. Ma nulla mi ha preparato alla straordinaria reazione globale che ha incontrato questa settimana il mio annuncio di aver visitato un giovane che aveva un caso di Covid che si è rivelato essere la variante Omicron. Questa versione del virus circolava da tempo nell'Africa meridionale, essendo stata precedentemente identificata in Botswana. Ma dato il mio ruolo di fronte al pubblico, annunciando la sua presenza nel mio stesso paziente, l'ho inconsapevolmente portato all'attenzione globale. Molto semplicemente, sono rimasta sbalordita dalla risposta, in particolare della Gran Bretagna. E lasciatemi essere chiara: niente di ciò che ho visto su questa nuova variante giustifica l'azione estrema che il governo del Regno Unito ha intrapreso in risposta ad essa. Nessuno qui in Sud Africa è stato ricoverato in ospedale con la variante di Omicron, né si ritiene che qualcuno qui si sia ammalato gravemente di essa. Eppure la Gran Bretagna e altre nazioni europee hanno reagito con pesanti restrizioni di viaggio sui voli dall'Africa meridionale, oltre a imporre regole più severe a casa sull'uso di maschere, multe e quarantene estese. La semplice verità è: non sappiamo ancora abbastanza su Omicron per esprimere tali giudizi o imporre tali politiche. In Sudafrica, abbiamo mantenuto il senso della prospettiva. Non abbiamo avuto nuove restrizioni o parlato di lockdown perché stiamo aspettando di vedere cosa significhi effettivamente la variante. Ci siamo anche abituati qui all'emergere di nuove varianti Covid. Quindi, quando i nostri scienziati hanno confermato la scoperta di un’altra, nessuno ne ha fatto una cosa enorme. Molte persone non se ne sono nemmeno accorte. Ma dopo che la Gran Bretagna ne ha sentito parlare, il quadro globale ha iniziato a cambiare. Anche se i nostri scienziati hanno cercato di evidenziare le enormi lacune nella conoscenza mondiale di questa variante, le nazioni europee hanno immediatamente e unilateralmente vietato i viaggi da questa parte del mondo. Il nostro governo era comprensibilmente arrabbiato per questo, sottolineando che «la scienza eccellente dovrebbe essere applaudita, non punita». Se, come suggeriscono alcune prove, Omicron risulta essere un virus a rapida diffusione con sintomi per lo più lievi per la maggior parte delle persone che lo prendono, sarebbe un passo utile sulla strada per l'immunità di gregge. Se sarà così, nelle prossime due settimane impareremo. La situazione peggiore, ovviamente, sarebbe un virus a rapida diffusione con infezioni gravi. Ma non è qui che siamo al momento. Qui in Sudafrica, quello che io e i miei colleghi del GP stiamo vedendo non giustifica in alcun modo la reazione istintiva che abbiamo visto dal Regno Unito. Per prima cosa, non stiamo – almeno per ora – trattando pazienti gravemente malati. Prendi il mio primo caso Omicron, il giovane di cui ho parlato prima. Non gli è venuto in mente di avere il Covid: pensava di aver preso troppo sole dopo aver lavorato fuori. Dopo che è risultato positivo, lo hanno fatto anche sua moglie e il bambino di quattro mesi. Finora, i pazienti che sono risultati positivi per Omicron qui sono stati principalmente giovani uomini – un misto di vaccinati e non vaccinati (sebbene, nelle nostre statistiche, “non vaccinato” possa anche significare “vaccinato con una sola dose”). Solo ieri ho visto altri cinque pazienti che erano risultati positivi alla nuova variante. Avevano tutti una malattia molto lieve. Quindi, al momento, temo che mi sembra che la Gran Bretagna stia semplicemente lanciando l'allarme su questa variante inutilmente. Sì, l'immagine potrebbe un giorno sembrare diversa. Devo ancora vedere persone anziane, non vaccinate, infettate dalla nuova variante, ad esempio, e potrebbero presentarsi con una forma più grave della malattia. Ma la realtà è che il Covid è qualcosa con cui dobbiamo imparare a convivere. Abbiate cura di voi e fate i vaccini. Soprattutto, niente panico, e questo vale anche per i governi.

Da "Libero quotidiano" il 30 dicembre 2021. Il tasso di crescita dei ricoveri Covid negli ospedali sentinella Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) accelera del 13,7%. È in parte, probabilmente, l'effetto festività a incidere sul maggior numero di ospedalizzazioni per Covid, ma quello che i numeri consentono di osservare è sempre più un'epidemia dei non vaccinati. Nel mese di dicembre, infatti, l'incremento dei ricoveri di no Vax si è consolidato: dal 7 dicembre al 28 dicembre il numero è cresciuto del 46% mentre l'aumento dei pazienti vaccinati nello stesso periodo si è fermato al 19%. 

È quanto emerge dal Report degli ospedali sentinella di Fiaso: in tutto 21 strutture sanitarie e ospedaliere e 4 ospedali pediatrici distribuiti su tutto il territorio italiano. La rilevazione è stata effettuata in data 28 dicembre e riguarda un totale di 1.478 pazienti adulti e 66 pediatrici. Il report dei 21 ospedali evidenza un aumento dei ricoveri a doppia cifra, pari al 13,7%, con una accelerazione rispetto alla scorsa settimana quando l'incremento era stato del 7%. 

Dal 7 al 28 dicembre l'aumento complessivo è stato del 33%. Nei reparti ordinari la presenza di pazienti non vaccinati è del 54%. Permane la differenza di età fra vaccinati e non: i primi hanno in media 70 anni, i secondi 63 anni. Diverso anche lo stato di salute tra le due categorie: il 71% dei vaccinati ricoverati soffre di gravi patologie mentre meno della metà dei pazienti non vaccinati (47%) è affetto da altre malattie. In una settimana la crescita nei reparti intensivi negli ospedali sentinella Fiaso è stata del 18%, più consistente rispetto a quella registrata nei ricoveri ordinari. 

Decisamente maggiore risulta l'aumento di non vaccinati in rianimazione rispetto ai vaccinati (21,6% vs 10%). I letti delle terapie intensive continuano a essere occupati prevalentemente da pazienti che non si sono sottoposti alla profilassi vaccinale: i no Vax sono circa il 71% del totale dei pazienti in rianimazione contro il 29% di vaccinati.

Annalisa Chirico, la dittatura del terrore: "Ricordate i nostri nonni?", lo schiaffo a Speranza & Co. Libero Quotidiano il 28 dicembre 2021. Il dibattito sul Covid, in questi ultimi giorni, è focalizzato sulla quarantena. Già, con la complicità della psicosi di Natale e del boom di tamponi effettuati - la maggior parte dei quali su soggetti asintomatici, positivi o negativi che fossero -, ora ci sono milioni di italiani in isolamento fiduciario. Insomma, un Paese quasi bloccato, in lockdown di fatto. E non solo: con la scusa dell'isolamento, come sottolinea per esempio Alberto Zangrillo, molti riescono a trovare un escamotage per non lavorare. Un certificato e via: quarantena, sollevato da ogni obbligo. Insomma, una discreta vergogna. Dunque, il governo è al lavoro per il taglio dei tempi di quarantena, in tandem con il Cts, il quale però nutrirebbe alcune riserve. Nel dibattito, ora, piove anche il commento di Annalisa Chirico. Il tutto su Twitter, con un cinguettio tranchant, efficace, che va dritto al punto. Scrive infatti la firma del Foglio: "Bloccare un paese con milioni di persone in casa, tra vaccinati negativi o asintomatici. Ormai governano la paura e un principio di precauzione paralizzante - rimarca -. I nostri nonni han combattuto la guerra, quella vera, tra bombe e fucilate, a noi tocca una punturina nel braccio. Coraggio", conclude una ineccepibile Annalisa Chirico. E nelle sue parole, in quei riferimenti alla "paura", difficile non cogliere una stoccata a Roberto Speranza, il ministro ultrà delle chiusure che, stando a retroscena di stampa, si sarebbe opposto al taglio dei tempi della quarantena.

Già, chiaro il doppio messaggio: primo, i vaccinati non dovrebbero essere soggetti a queste regole. Secondo, i no-vax la smettano con la loro pantomima e vadano a vaccinarsi. Sul siero, solo poche ore fa, la Chirico aveva spiegato: "Non sono andata a vaccinarmi con gioia, ma bisogna ammettere che il vaccino è quello che ha cambiato il destino della pandemia". Eppure, qualcuno ancora non lo vuole capire...

Terrorismo, morte dell'Italia e farmacie ricche: la rabbia incontenibile di Alberto Zangrillo sul Covid. Il Tempo il 26 dicembre 2021. Un altro messaggio su Twitter al veleno da parte di Alberto Zangrillo, più che stufo di come si sta raccontando la situazione del Covid in Italia. “Santo Stefano, ore 10 a Milano. 200 metri di coda per alimentare le casse delle farmacie, il terrorismo giornalistico e certificare la morte del Paese” il cinguettio del primario del reparto Anestesia e rianimazione del San Raffaele di Milano, che ha accompagnato il post ad una foto per testimoniare la lunga fila all’esterno di una farmacia dove vengono effettuati i tamponi in grado di rilevare il Covid. Già prima di Natale il nuovo presidente del Genoa, squadra di calcio, era sbottato così: “Quando il Paese sarà irrimediabilmente distrutto ne chiederemo ragione agli scienziati e ai giornalisti innamorati del COVID19. #Paranoia”. 

Da liberoquotidiano.it il 26 dicembre 2021. Selvaggia Lucarelli ha risposto a tono all’ultima uscita pubblica di Alberto Zangrillo. Quest’ultimo ha condiviso sui social una foto scattata a Milano, nella mattina di Santo Stefano: “200 metri di coda per alimentare le casse delle farmacie, il terrorismo giornalistico e certificare la morte del Paese”. In poche parole Zangrillo ha palesato nuovamente la sua posizione sulla gestione dell’epidemia, che a suo dire richiederebbe di uscire dalla concezione emergenziale. “Non capisce che si fa fatica a fare molecolari in Lombardia e quindi si deve andare in farmacia, ma vabbè”, ha risposto Selvaggia Lucarelli, che poi ha aggiunto: “La vera domanda però è: cosa suggerisce di fare Zangrillo? Ci dia una linea guida. Fare finta di niente con positivi in casa? Con sintomi? Saltare la quarantena? Ci dica”. Effettivamente al momento la situazione della Lombardia non è delle migliori, e non solo a causa del picco di contagi dovuto alla variante Omicron sempre più diffusa. Da diversi giorni è scattato l’allarme tamponi: file lunghissime davanti alle farmacie, persone positive o in quarantena che non riescono a fare il tampone in tempi rapidi. In più in Lombardia c’è stato un malfunzionamento del sito dell’Ats. “Siamo molto preoccupati per la situazione dei tamponi e il malfunzionamento dei sistemi informatici”, ha fatto sapere l’ordine dei medici del capoluogo lombardo.

Essere umano, io ti odio. La stanza di Pascal, il mio Macbeth e la pandemia più noiosa di tutti i tempi. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Novembre 2021. Pensavamo sarebbe durata qualche mese. E invece no, ogni stagione arriva una nuova variante con un nuovo esemplare di stronzo che non sa starsene tranquillo a casa sua. E io nel frattempo non avrò neppure scritto un capolavoro, impegnata come sono a capire se prima delle otto posso girare per la città senza mascherina. Essere umano, io ti odio. Ma non come in quel film di Nanni Moretti, non che trovo esasperanti gli individui presi uno per uno ma mi piace l’umanità nel suo insieme, macché: a me fai schifo in tutti e due i modi, essere umano, individualmente e aggregato. Ti odio perché t’innamori delle frasi senza capire cosa vogliano dire, le ripeti, le instagrammi, le usi come didascalie di foto mezze nude, e poi, quando finalmente le citazioni che ripetevi dandoti un tono sono applicabili alla realtà, frigni. Che ne è, dopo un anno e mezzo che sarebbe stato assai meno complicato se tu non fossi stato smanioso d’andare in giro, di quel Pascal che ti faceva venire il friccico prima? Come mai non dici più che tutti i guai dell’uomo dipendono dalla sua incapacità di starsene tranquillo nella sua stanza, ora che l’uomo sei tu? Ti odio perché è colpa tua se ora bisogna mettersi le mascherine anche all’aperto, e controllare dove sei, e che ora sia, e quale sia il centro, perché ogni città ha una diversa data da cui parte l’obbligo, e a Bologna non ho capito se da ieri, a Milano da oggi, a Verona già da due settimane, ma solo dopo le otto, solo nei fine settimana, solo nei giorni dispari di pioggia, e poi cosa vuol dire centro: corso Como è fuori bastioni, quindi lì si può fare lo struscio senza mascherina e in Duomo no? È colpa tua, barista che ogni mattina te la tiri su solo quando entro nel bar, la mascherina; come fossi un dodicenne che finge di fare i compiti quando arriva la mamma, come se i tuoi sputacchi nel frattempo non avessero fatto un volo a planare dentro le peggiori tazze in cui berrò il cappuccino; e poi arrivano clienti che conosci tutti con la mascherina abbassata e tutti a darsi gran pacche sulle spalle (ma non avevamo smesso di toccarci? Quasi rimpiango i deficienti che si salutavano col gomito) e a sputazzare in giro per il bar. È colpa tua, tizio che sei andato in Sudafrica e ne sei tornato con la variante di fine di mondo, cosa vai in Sudafrica a fare, c’è una cazzo di pandemia, lo volete capire o no che dovete starvene alla casa, siete gli esseri umani più stupidi di tutti i tempi, un anno e mezzo fa parlavo della peste shakespeariana come un’iperbole che a noi non sarebbe toccata mai, noi contemporanei frignoni che al massimo avremmo dovuto sacrificarci qualche mese, e invece guardaci, ogni stagione una nuova variante, ogni stagione un nuovo esemplare di stronzo che non sa starsene tranquillo nella sua stanza, ogni stagione un nuovo mettetevi la mascherina anche fuori, mi raccomando lavatevi le mani, mi raccomando non morite se non di noia. A questo ritmo d’eterno ritorno la pandemia più noiosa di tutti i tempi durerà dieci anni e cento varianti e io nel frattempo non avrò neppure scritto il Macbeth, impegnata come sono a capire se prima delle otto posso girare per la città senza mascherina, impegnata a scansarvi pure con la mascherina perché neanche quasi due anni di pandemia hanno insegnato all’umanità che l’altra umanità fa schifo, e quindi continuano ad affollarsi tutti negli stessi posti, a sputacchiarsi voluttuosamente addosso, a essere – quale orrore, quale raccapriccio – socievoli. A questo ritmo d’eterno ritorno tra un po’ si ricomincia non solo con la didattica a distanza, che quella pazienza, ma con la sempiterna lagna materna. È come se avessi già letto tutto – le madri che devono accollarsi il tenere la mano al pupo davanti al computer mentre i padri fanno carriera, i piccoli ciuchi di casa che sono ciuchi solo perché non vanno in classe tutte le mattine altrimenti sarebbero tutti Einstein, i soldi buttati nei banchi a rotelle, le finestre aperte, i piccini che prendono freddo, gli insegnanti eroici senza neanche gli incentivi economici che spettano a un qualunque netturbino romano non falsamente invalido – è come se avessi già letto tutto perché, dio delle repliche teatrali, ho in effetti già letto, già visto, già sentito. Già so come va a finire, che vale anche per Via col vento ma qui i dialoghi sono meno brillanti, che vale anche per Titanic dove infatti non vedi l’ora ogni volta che DiCaprio affoghi almeno ci leviamo la finta suspense di torno, che vale anche per Romeo e Giulietta che speri sempre fortissimo muoiano al primo atto e invece s’ostinano fino alla fine. Solo che so come va a finire ma non so come va a finire. Cioè so che ci toccano mille repliche di questa infernale rottura di coglioni che ci troviamo ad abitare da un po’, quella metti la mascherina non mettere la mascherina, manda i pupi a scuola no non mandarceli, fai il distanziamento sui mezzi pubblici no non farlo, prenota la terza dose dopo sei mesi no anzi dopo cinque no anzi la chiamiamo noi, apri il ristorante, chiudi il ristorante, salva il Natale, salva i saldi, salva i concerti, salva i cinema nei quali comunque non andava nessuno già da anni. Ma non so quand’è che si smonta questo spettacolo e se ne monta uno nuovo, una variazione, uno che non sia copia di mille riassunti, uno che non sappiamo già come vada a finire. Un’idea, un concetto, un’idea. Uno sceneggiatore che la tiri fuori, un drammaturgo che sappia che serve un terzo atto, un romanziere con una qualche familiarità coi colpi di scena. Mi metto la mascherina anche prima delle otto nelle piazze deserte del centro che non si riempirà d’insopportabili esseri umani per altre due ore, prometto. Se in cambio poteste non farmi morire di noia, grazie. 

In Onda, Ilaria Capua: "Quello che non potevamo dirvi prima sul vaccino". Pandemia, una pesante rivelazione. Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. Siamo a In Onda, la puntata è quella su La7 di sabato 13 novembre. Ospite in collegamento con il programma condotto da David Parenzo e Concita De Gregorio ecco Ilaria Capua. Si parla di Covid, di vaccino, di terza dose. E Parenzo si rivolge all'esperta: "Non ci avevate detto che ci sarebbe stata una quarta ondata, ci avete detto che sarebbero bastate due dosi di vaccino. E in questo interstizio si infila la propaganda no-vax. Qual è il quadro che possiamo dare per il futuro?". "La scienza si muove per tentativi, tante cose le sappiamo ma tante non le sappiamo - premette con onestà Ilaria Capua -. Questo vuol dire che  bisogna anche saper comunicare che certe cose non le sappiamo. Ma comunque dobbiamo anche poter comunicare che nelle pieghe delle cose che un po' si sanno e un po' non si sanno si va avanti. Ma certe cose dette prima (il riferimento è ad alcune tesi no-vax che erano state fatte ascoltare, ndr) si sa che non sono vere: certe cose non sono accettabili. C'è un margine di incertezza nella scienza, come in tutto, ma non può essere preso come lazo per tirare dentro tutto", insiste la Capua. E ancora: "Volevo aggiungere che non è vero che era stato detto che non ci sarebbe stata una nuova ondata. Il virus, una volta sorpassato un certo tasso di infezione, si è endemizzato, e l'endemizzazione porta proprio a questo: delle ondate che si rincorrono, rincorrono l'inverno, gli emisferi più freddi. La terza dose? Non ve lo potevamo dire prima, come facevamo a dirvelo prima? Sappiamo che i vaccini si usano in una, due, tre dosi oppure anche in una dose l'anno. Noi, comunità scientifica, abbiamo sviluppato una serie di prodotti di cui non potevamo conoscere la durata. Abbiamo visto che l'immunità inizia a decadere dopo un numero di mesi, dunque bisogna ritirala un po' su perché siamo all'inizio dell'inverno. Questo virus purtroppo non andrà via: dobbiamo imparare a conviverci, entrare in una nuova mappa mentale in cui conosciamo molto meglio di prima l'avversario e abbiamo strumenti di prevenzione e cura", conclude Ilaria Capua. Insomma, la guerra contro il Covid sarà ancora lunga, molto lunga.

Vaccino, crollo della protezione: ecco qual è il siero peggiore, una differenza abissale. Libero Quotidiano il 13 novembre 2021. Qual è l'efficacia dei vaccini Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson a sei mesi dall'iniezione? Ha provato a rispondere a questa domanda uno studio americano, di recente pubblicato sulla rivista Science. La ricerca ha sottolineato che la protezione di questi farmaci dall'infezione è calata in modo drastico, soprattutto da quando la variante Delta è diventata predominante. Il vaccino che ha "perso" di più è il J&J. Lo studio americano, in particolare, si è concentrato sull'efficacia dei vaccini nel proteggere dal contagio, dalla malattia e dalla morte i veterani dell’esercito americano. L’indagine è stata condotta tra il primo febbraio e il primo ottobre 2021 su 780.225 veterani. Dunque i ricercatori, come riporta il Corriere della Sera, hanno scoperto che all’inizio di marzo, mentre la variante Delta stava iniziando a diffondersi negli Stati Uniti, i tre vaccini erano più o meno uguali nella loro capacità di prevenire le infezioni. La protezione dall’infezione era dell'86,4% per i vaccinati con J&J, dell'86,9% per i vaccinati con Pfizer-BioNtech e dell'89,2% per i vaccinati con Moderna. A sei mesi di distanza, però, la situazione è cambiata. A settembre 2021, infatti, l’efficacia nel proteggere dall’infezione è scesa al 13,1% per i vaccinati con J&J, al 43,3% per i vaccinati con Pfizer-BioNTech e al 58% per i vaccinati con Moderna. Il calo più pesante, come dimostrano i numeri, è quello registrato da Johnson&Johnson. Un discorso a parte merita invece la protezione dalla morte. Anche questo aspetto, infatti, è stato esaminato nello studio. A differenza del rischio di infezione, però, l’efficacia nei confronti dei decessi causati da Covid-19 è rimasta alta nel tempo. "Rispetto ai non vaccinati, i veterani completamente vaccinati avevano un rischio molto più basso di morte dopo l’infezione", hanno scritto i ricercatori, che incoraggiano la terza dose per tutta la popolazione così da bloccare la circolazione del virus.

Grazia Longo per “la Stampa” il 14 novembre 2021. Rispetto a un anno fa, in cui imperavano coprifuoco e divieti, il vaccino anti Covid ha sicuramente cambiato le nostre vite, restituendoci un po' di normalità. Ma purtroppo non è ancora finita, le insidie della quarta ondata sono dietro l'angolo. Secondo l'Istituto superiore di sanità, dopo i 6 mesi dal completamento del ciclo vaccinale «si osserva una forte diminuzione dell'efficacia vaccinale nel prevenire le diagnosi in corrispondenza di tutte le fasce di età. In generale, su tutta la popolazione, l'efficacia vaccinale passa dal 76% nei vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi rispetto ai non vaccinati, al 50% nei vaccinati con ciclo completo oltre i sei mesi rispetto ai non vaccinati». Per quanto riguarda i ricoveri, poi, «quelli tra i non vaccinati sono 7 volte più alti rispetto ai vaccinati da meno di sei mesi e 6 volte più alti rispetto ai vaccinati da oltre sei mesi. Tra gli over 80, infine, i decessi tra i non vaccinati sono 10 volte più alti contro i vaccinati entro sei mesi e 6 volte più alti contro i vaccinati da più di 6 mesi». Anche per questo il governo è al lavoro per affrontare la quarta ondata ribadendo che è necessario non abbassare la guardia, mentre si discute su proroga stato emergenza e nodi legati alla durata e all'obbligo del Green Pass. A breve dovrebbe arrivare l'obbligo di terza dose per sanitari e personale Rsa. Le stime degli esperti dicono che in Italia per Natale i casi potrebbero essere fra 25 e 30 mila. Ieri i nuovi contagi di coronavirus sono stati 8.544 (contro gli 8.516 di venerdì), i decessi sono stati 53 (venerdì erano stati 68) per un totale di 132.739 vittime da febbraio 2020. In lieve discesa il tasso di positività da 1,7% a 1,6%. Il microbiologo Guido Rasi, consulente del Commissario all'emergenza Figliuolo, lancia l'allarme per il contagio dei bambini e la diffusione del virus a scuola: «Il problema vero è che per le scuole non è stato fatto niente di strutturale: non è tanto una questione di classi affollate, quanto di gestione dei flussi in entrata e in uscita». Ma il presidente dell'Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli replica che «più di così non si poteva fare. Sul tema dei trasporti non è stato fatto praticamente niente: è sotto gli occhi di tutti che i mezzi pubblici sono strapieni, che non c'è controllo su quanti salgono e sull'uso delle mascherine. Inoltre tutti gli studi dimostrano che le scuole non sono veicoli di contagio».

Così Mattarella si è schierato contro i “no green pass”. Le parole di Sergio Mattarella sulle manifestazioni anti green pass: "Gli atti violenti minano le basi della convivenza sociale". Antonella Rampino Il Dubbio l'11 novembre 2021. A breve, la responsabile dell’ordine pubblico Luciana Lamorgese varerà una stretta sulle manifestazioni novax e anti green-pass che purtroppo finiscono per segnare di violenza, non solo verbale, ormai ogni sabato italiano. Ma non è solo a copertura dei prossimi provvedimenti che Sergio Mattarella ieri ha detto chiaro e tondo che quelle manifestazioni non sono le “opinioni dissenzienti” contemplate dall’articolo 21 della Costituzione, ma una minaccia per la salute pubblica, dato che proprio a Trieste si è visto che quel che producono sono centinaia di contagi. “In queste settimane manifestazioni non sempre autorizzate hanno tentato di far passare come libera manifestazione del pensiero l’attacco recato, in alcune nostre città, al libero svolgersi delle attività” ha detto parlando a Parma all’Associazione nazionale dei Comuni italiani. E queste manifestazioni, “accanto alle criticità per l’ordine pubblico, spesso con l’ostentata rinuncia dispositivi di protezione personale e alle norme di cautela anti Covid, hanno provocato un pericoloso incremento del contagio”. Parole molto nette, suffragate dai dati sui contagi che ormai sono sotto gli occhi di tutti, ma anche se certo occorre guardare al contesto, alla fase segnata dalle preoccupazioni per evitare la quarta ondata della pandemia, proprio mentre grazie ai fondi Recovery si cerca di progettare la ripartenza dell’Azienda Italia, non val molto considerare che Sergio Mattarella abbia parlato con franchezza essendo nell’ultimo scorcio del suo settennato, che ha pure più volte affermato di non voler ripetere. Ci sono, oltre alle motivazioni di contesto, anche preoccupazioni più gravi. E infatti il passaggio più rilevante spinge lo sguardo in profondo. “Gli atti di vandalismo e di violenza sono gravi, inammissibili e suscitano qualche preoccupazione sembrando raffigurarsi come tasselli, più o meno consapevoli, di una intenzione che pone in discussione le basi stesse della nostra convivenza” scandisce il Presidente. Cosa si muove attraverso la contestazione a ciò che dalla pandemia ci difende, ovvero ai vaccini? Di cosa sono insieme espressione e sintomo quelle violenze di piazza, non solo verbali come sappiamo sin da quel tragico 9 ottobre di assalto alla Cgil, le cui sequenze ricordavano i fatti di Capitol Hill? E a cosa mirano, se non a una destabilizzazione, e proprio mentre l’Italia ha davanti a se’ sfide cruciali, ed è tornata ad avere credibilità internazionale? Non sono preoccupazioni casuali, e per l’appunto nemmeno solo un parlar liberamente di fine mandato. Il raggio dello sguardo che dal Colle si ha sulla società italiana è ampio, e l’alta funzione istituzionale è come fosse dotata di un sismografo. Si potrebbe dire anche a prescindere (ma naturalmente non è così) dall’Inquilino, perché analoghe preoccupazioni le ebbe anche Giorgio Napolitano, nella difficilissima fase politica e istituzionale che vide venir meno la maggioranza in Parlamento all’ultimo governo Berlusconi, per l’uscita di Alleanza Nazionale dalla coalizione che lo sorreggeva: al Quirinale c’era preoccupazione per le rabbiose manifestazioni che serpeggiavano anche allora, e soprattutto dal nascente (e poi abortito) movimento dei Forconi, che aggrediva i deputati all’angolo di Montecitorio. Oggi, è pura constatazione che quella rabbia contro le istituzioni è diventata rabbia contro il consesso civile, proprio perché si mette a rischio (oltretutto) la salute pubblica. E insomma, per stare alla Costituzione, non di articolo 21 e diritto d’opinione si tratta, ma piuttosto forse del 16, che pone le ragioni di limitazione al diritto di circolare liberamente -e dunque anche di manifestare- per ragioni di sicurezza o di salute pubblica. Che in una pandemia poi sono forse la stessa cosa. Le parole di Mattarella han poi dato di fatto voce a una larghissima maggioranza della pubblica opinione, poiché in Italia sono larga maggioranza i sì vax. Riportare il dissenso nell’alveo della civiltà e della ragionevolezza, anche: perché a furia di andare in piazza per combattere non il virus ma gli strumenti che abbiamo per fronteggiarlo, il diritto al dissenso rischia di perdere qualunque valore.

Dritto e Rovescio, Maria Giovanna Maglie: "Sta cominciando ad uscire...". Vaccino e complotti, inquietante profezia. Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Siamo a Dritto e Rovescio, il programma di Paolo Del Debbio in onda su Rete 4, la puntata è quella di giovedì 11 novembre. Siamo nell'immancabile segmento di trasmissione tutto dedicato alla pandemia, al Covid, al vaccino, ai complotti e ai complottisti. Già, perché ora, con i contagi in rialzo, in molti hanno più dubbi di prima rispetto al vaccino. Dubbi, in verità, non giustificati, perché il siero è una garanzia, la pandemia è quella dei non vaccinati. Ma tant'è. E a rimestare e rilanciare questi dubbi, ospite in studio, ecco Maria Giovanna Maglie, la quale afferma: "Io non so se questo corrisponde a verità. Io so che c'è una montagna di dubbi e di critiche che fanno parte di qualunque società e delle società liberali e democratiche che esercitano la critica e che sono state soffocate. Ora, stanno cominciando ad uscire". Insomma, la Maglie profetizza una sorta di "esplosione" di dubbi, di sospetti, di paure. Una teoria che per inciso la giornalista sostiene da giorni, seppur con argomentazioni differenti. Più volte, infatti, la Maglie ha detto che a suo parere il fatto che ora si vada verso l'obbligatorietà di quella terza dose di vaccino che, inizialmente, non era prevista, altro non farà che aumentare il fronte dei "sospettosi" e le cifre della cosiddetta evasione vaccinale. Un fenomeno che, in effetti, stiamo già toccando con mano.

Covid, Maria Giovanna Maglie: “C’è una montagna di dubbi e di critiche che ora stanno iniziando ad uscire”. Riccardo Castrichini il 12/11/2021  su Notizie.it. Per Maria Giovanna Maglie sono molte le ambiguità della scienza in questa fase della pandemia da covid: "Stanno emergendo una montagna di dubbi". “C’è una montagna di dubbi e di critiche che sono state soffocate e ora stanno iniziando ad uscire”, è con queste parole che la saggista Maria Giovanna Maglie ha descritto a Dritto e Rovescio quella che, dal suo punto di vista, sarebbe l’attuale situazione socio culturale in un’Italia ancora alle prese con il covid. “Io non so se questo corrisponde a verità – ha detto Maria Giovanna Maglie – Io so che c’è una montagna di dubbi e di critiche che fanno parte di qualunque società e delle società liberali e democratiche che esercitano la critica e che sono state soffocate. Ora, stanno cominciando ad uscire”. Dubbi, dunque, sul vaccino, sulle misure di contenimento e chissà, forse anche sull’intero periodo pandemico. Perplessità che la scienza smentisce con i numeri che mostrano, ad oggi, come anche con l’aumento dei contagi le situazioni più gravi restino collegate ai casi di persone smunite di vaccino. La Maglie a sostegno della sua tesi riporta anche quanto sta avvenendo con la terza dose. Per la saggista il fatto che questa possa diventare obbligatoria indicherebbe che qualcosa di non programmato alla fine sia verificato. Una sorta di corsa ai richiami che potrebbe aumentare il fronte dei sospettosi.

Covid, non solo Carlo Freccero: "Come ci vogliono controllare". Nasce il partito del complotto: ecco tutti i nomi. Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Si salvi chi può. Già, perché il movimento no-Green pass e no-Vax sembra volersi trasformare in un partito. Le prove generali si svolgono a Torino, prove generali per un movimento "no-Pass", appunto. Se non un partito, come spiega La Stampa, almeno un modo "per restare in contatto e scambiare informazioni", per dirla con le parole di Ugo Mattei, il giurista che si è scontrato giusto ieri sera, giovedì 11 novembre, in tv con Matteo Bassetti. L'occasione per porre le basi per questo network è stato un convegno dal titolo "Le politiche pandemiche". Ed ecco che a questo convegno si sono presentati Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, quest'ultimo in collegamento. Dunque l'immancabile Carlo Freccero, il celebre autore televisivo che ultimamente flirta con le più farneticanti posizioni no vax. E ancora, il portuale Stefano Puzzer e l'immancabile Mattei, oltre a una serie di parlamentari di L'alternativa e del Gruppo Misto. A spiegare quale sia il filo conduttore del movimento ci pensa Cacciari: "Lo stato di emergenza non finirà: c'è l'intenzione di trasformare il Green Pass in uno strumento di controllo e sorveglianza permanente sempre più pervasivo", spara ad alzo zero il filosofo. Questa la sintesi della conferenza-fiume, iniziata alle 10 del mattino e terminata a tardo pomeriggio. E ancora, Cacciari ha aggiunto: "La pandemia non finirà. Il virus muterà e ci sarà bisogno di altre vaccinazioni, con ognuno che dovrà avere una carta per vivere liberamente. Il governo si sta riorganizzando in chiave tecnocratica per neutralizzare preventivamente dei conflitti che tra poco saranno enormi, visto che saremo in una stagione delicatissima, tra il debito e i fondi da spendere". E il complotto è servito...

Mattia Feltri per "la Stampa" il 12 novembre 2021. Giorgio Agamben e Massimo Cacciari sulle limitazioni alla libertà personale dicono cose anche sensate, perché sono limitazioni drammatiche e non si sa come uscirne. La sensatezza evapora un po' se si legge della loro partecipazione al primo think tank contro la dittatura sanitaria, tenuto mercoledì a Torino sulle seguenti basi scientifiche: il green pass segue i metodi di Goering, i nuovi congiurati sono George Soros e Bill Gates, il piano è stato ordito da politica, tecnica e finanza. Alè, manca soltanto Ufo Robot. Lo so, il sarcasmo è brutto, soprattutto se rivolto a due del livello di Agamben e Cacciari, ma da mesi lamentano la ghettizzazione del loro dissenso nel dibattito pubblico (Cacciari lo dice soprattutto in tv, curiosa idea di ghetto) e poi il dissenso lo esprimono, cito alla rinfusa dall'uno e dall'altro, sostenendo che la situazione è giuridicamente e moralmente abnorme, da sempre i regimi dispotici introducono discriminazioni contenute poi dilaganti, è un sistema di sorveglianza permanente, la scienza serve la politica come quando la servì per il manifesto sulla razza, siamo in prossimità delle leggi razziali fasciste, siamo in una condizione peggiore di quella dei cittadini dell'Unione sovietica sotto Stalin. Ma se davvero la pensano così, se davvero scorgono rinascite naziste e bolsceviche, forse la conseguenza logica sarebbe di lasciare le università e gli studi televisivi e unirsi alle piazze di resistenti che ripetono la loro lezione. O sennò torniamo ancora lì: lungi da colpi e da conflitti / comodamente d'ingrassar soffrite / baritonando ai poveri coscritti / armiamoci e partite.

Bernardo Basilici Menini per "la Stampa" il 12 novembre 2021. A Torino si tengono le prove generali per il futuro del movimento No Pass. Se non un partito, almeno un modo «per restare in contatto e scambiare informazioni», per dirla come Ugo Mattei, professore di diritto che ha organizzato il meeting di ieri. Il luogo: l'International University College of Turin, una piccola realtà in centro in cui si entra da una porta senza cartelli o insegne, al secondo piano di un bello stabile. L'occasione: un convegno dal titolo «Le politiche pandemiche». I protagonisti, tutti nomi noti. Ci sono gli intellettuali Massimo Cacciari e Giorgio Agamben (quest' ultimo in collegamento), l'autore tv Carlo Freccero, il portuale triestino Stefano Puzzer, lo stesso Mattei, diversi parlamentari de l'Alternativa c'è e del gruppo misto, e altri ancora. Il filo conduttore lo sintetizza una frase di Cacciari: «Lo stato di emergenza non finirà: c'è l'intenzione di trasformare il Green Pass in uno strumento di controllo e sorveglianza permanente sempre più pervasivo». Su pandemia e vaccino conferenzieri e pubblico (tutti rigorosamente senza mascherina) hanno posizioni diverse. C'è chi il Covid lo nega. Per altri è meglio quello del vaccino. Per il direttore del College «è un insulto dirmi che sono negazionista o No Vax: ho perso due zii per colpa del virus e mi sono regolarmente vaccinato». «Uno strumento di controllo» I giornalisti sono ammessi, non senza diffidenze, e c'è pure qualche momento di tensione ma alla fine prevale la linea del dialogo. La conferenza è un fiume che dura dalle 10 del mattino al tardo pomeriggio, in cui intellettuali, medici e politici parlano della certificazione verde. E l'ospite più atteso è appunto Cacciari: «La pandemia non finirà - dice -. Il virus muterà e ci sarà bisogno di altre vaccinazioni, con ognuno che dovrà avere una carta per vivere liberamente. Il governo si sta riorganizzando in chiave tecnocratica per neutralizzare preventivamente dei conflitti che tra poco saranno enormi, visto che saremo in una stagione delicatissima, tra il debito e i fondi da spendere». Il fatto è che la linea moderata, quella non «complottista», va in parallelo con l'altra. Mariano Bizzarri, della Sapienza, cita studi e ricerche tra i più accreditati al mondo. Ma poi non si trattiene: «Già Goering (il gerarca nazista, ndr) aveva messo in pratica il concetto di emergenza in occasione dell'incendio al Reichstag. Ora si comincerà a fare il controllo e la mappatura del Dna: l'eugenetica non l'ha inventata il nazismo». Mattei arriva a sostenere la necessità «di un Aventino scientifico». Freccero - uno dei più importanti nomi nella storia della tv italiana - dice che «la battaglia è di controinformazione, che è la vera informazione». Coerentemente, alla richiesta se sia possibile intervistare i presenti, la risposta degli organizzatori è «prima le altre testate». Ad esempio? «Byoblu», il portale che ha sostenuto l'esistenza del complotto del «Piano Kalergi» sull'immigrazione. 

Il Gran Maestro Di Bernardo: "Stop democrazia: Uno-dio cinese per controllare le pandemie". I progetti della massoneria internazionale finalmente esplicitati. Andrea Cionci Libero Quotidiano il 09 novembre 2021.

Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore. Se siete confusi, se non avete molto chiaro quello che sta succedendo, arriva l’”aiutino da casa”. “Le pandemie saranno la regola e non l’eccezione; dovranno essere controllate senza la democrazia, che è un sistema pieno di debolezze. Tutto il mondo dovrà essere governato da un “Uno-dio”, che potrà fare tutto, come il presidente della Cina. Per fare l’uomo nuovo, si dovranno utilizzare cellule embrionali e i cattolici dovranno ingoiare il rospo. Si dovrà mandare in soffitta la Natura e il transumanesimo non potrà essere gestito col consenso delle masse”.

Sono i concetti espressi PUBBLICAMENTE, nei video che riportiamo, dal Prof. Giuliano Di Bernardo, docente di Filosofia della scienza all’Università di Trento. Entrato in Massoneria a 16 anni, vi ha militato per 40 fino a diventare nel 1990 Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Poi, orripilato dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta,   è uscito nel '93 e ha fondato la Gran Loggia regolare d’Italia, ma, date le ulteriori infiltrazioni, ha lasciato anche questa.

“Un fiore sulla palude della massoneria”, così è stato definito dal Procuratore Agostino Cordova: certamente Di Bernardo è una persona onesta e sincera, dall’eloquio affascinante. Il problema è che, nella sua sincerità rivela quali sono gli obiettivi della più pura massoneria internazionale, dato che è molto legato a quella – potentissima - inglese.

Ascoltiamo il suo preambolo  (min. 3.00) in trasmissione da Luttazzi: “La massoneria è una concezione della vita e dell’uomo: libertà, tolleranza, fratellanza trascendenza e fondamento iniziatico. Nei rituali della più antica massoneria, quella inglese, vi troviamo tracce della filosofia occulta - di cui uno dei maggiori rappresentanti fu Pico della Mirandola - e consiste nell’ermetismo, nella cabala cristiana, nella magia, nell’alchimia, nel ROSACROCIANESIMO”.  

Ed ecco cosa spiega (dal minuto 7:20) durante la trasmissione "Segnalibro":

“La globalizzazione altro non è che un processo di omogeneizzazione delle differenze umane; in tempi recenti, ha avuto una forte accelerata da parte della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche e questo ha cambiato tutto.

Il fenomeno di globalizzazione ormai sta andando sempre più avanti ed è irreversibile per una ragione semplice: se sono la scienza e le applicazioni tecnologiche a spingere verso la globalizzazione del pianeta, bene, noi potremmo arrestare la globalizzazione fermando la scienza. Lei pensa che questo sia possibile?

La scienza andrà avanti e più la scienza va avanti più ci sarà globalizzazione. Arriveremo a un punto in cui ci sarà una sola società su tutto il pianeta Terra e allora la domanda è: chi  governerà questo “paese”? (Il Nuovo ordine mondiale? n.d.r.) Chi governerà questo mondo? Per ragioni che ho spiegato ampiamente nel libro NON POTRÀ ESSERE LA DEMOCRAZIA, LA DEMOCRAZIA RIVELA TUTTE LE SUE DEBOLEZZE E LE SUE CONTRADDIZIONI.

La società completamente globalizzata sarà governata da colui che ho chiamato l’UNO,  ma questo che cosa significa? Significa che i fenomeni che oggi noi stiamo affrontando potranno trovare soluzione soltanto all’interno di una società governata dall’UNO.

La pandemia, ecco, la pandemia è un ulteriore fattore di accelerazione verso la società globalizzata dell’UNO-dio, perché? Perché la pandemia di cui parliamo oggi non è l’eccezione, ma è la regola.

Noi ci dobbiamo  aspettare, in tempi brevi, altre pandemie che metteranno a rischio la sopravvivenza dell’umanità.

Allora dobbiamo trovare il modo, che non è quello di evitare le pandemie, ma quello di controllarle e allora dobbiamo vedere quali forme di governo consentono di controllare le pandemie.

Rispetto al futuro da me ipotizzato, che è quello dell’UNO-dio, oggi noi abbiamo una piccola anticipazione nel nostro presente, rappresentato appunto dalla CINA.

Per noi osservatori occidentali, quasi sempre distratti, la Cina sta creando condizioni del tutto particolari. Il presidente è stato eletto a vita, il che significa che per tutta la sua vita può dare quella impostazione che lui desidera per la Cina e per tutto il pianeta.

Non ha, quindi, le interruzioni previste dalla democrazia, ma, proprio per questo, avendo a disposizione la scienza, la tecnologia, l’intelligenza artificiale e tutto ciò che rappresenta le potenzialità scientifiche, è veramente UN DIO CHE PUÒ FARE TUTTO, che ha un potere assoluto, ecco perché io l’ho chiamato l’UNO-dio, ma l’UNO-dio può governare con successo un popolo di 1miliardo e 400.000 mila individui anche perché questo popolo non ha una religione, ma ha una filosofia pratica che è il Confucianesimo”. 

Ed ecco quali sono i progetti sull’uomo e come li intende il già Gran Maestro Di Bernardo (dal minuti 13.00)  :

“La biologia ci dice tutto ciò che sappiamo sull’uomo come organismo vivente. Con Darwin cominciano quegli studi portati poi avanti dalla genetica e dalla biologia molecolare che ci fanno capire come si produce la vita. Oggi noi lo sappiamo: entro 50 anni saremo in grado di produrre qualsiasi forma di vita. Se conosciamo il meccanismo della vita POSSIAMO MANDARE IN SOFFITTA LA NATURA. Per 4 miliardi di anni l’evoluzione è stata governata dalla natura, ora che l’uomo, questa scimmia pensante ha scoperto il meccanismo della vita può dire alla natura: “Tu non servi più, adesso decido io come l’uomo deve svilupparsi”. Si parla di uomo nuovo, di clonazione… Sono termini ancora molto forti. Si arriverà al punto in cui l’uomo potrà dire “Io l’uomo lo voglio cosi”. La scienza faccia in modo che tutte le malattie che hanno afflitto l’umanità siano eliminate. Questo ci consentirà di usare le CELLULE EMBRIONALI STAMINALI, non solo quelle mature. Ci sarà un po’ di resistenza da parte di certi ambiti, ma se il benessere è quello dell’uomo senza malattie si ingoierà il rospo e si andrà avanti. Così la vita umana si allunga. Come lo vogliamo quest’uomo? Ci troveremo di fronte a tante possibilità di come costruire l’uomo. Se ci mettiamo in 5 milioni a dire come vogliamo l’uomo, ci troveremo a 5 milioni di immagini dell’uomo. A questo punto l’umanità si troverà di fronte a un bivio tragico: o trova una soluzione o è destinato all’estinzione. Ma allora: questa immagine nuova dell’uomo, può ESSERE RISULTATO DEL CONSENSO? Questa è la domanda. SECONDO ME NO”. 

Non fa una grinza, tuttavia, come capite si tratta di concetti che da un punto di vista cristiano, ma anche della sensibilità di molti laici, verrebbero interpretati come del tutto LUCIFERINI.  E se Di Bernardo è il “fiore sulla palude”, il pensatore puro e onesto, potete immaginarvi cosa sia la palude.

E non è un caso che l’ex Gran Maestro, da coscienzioso massone, sia un fierissimo anticattolico. Un documento pubblicato anni fa dalla rivista ''30 giorni'', riguardante una conferenza segreta dell’allora Gran Maestro, riportava il suo incitamento alla lotta contro la religione cattolica”.

Avvantaggiandosi di quelle modeste conquiste evolutive che il prof. Di Bernardo guarda con sufficienza, anche una mente limitata riesce però a collegare fenomeni apparentemente inspiegabili e slegati fra loro:  immigrazione selvaggia (omogeneizzazione dell’umanità), globalizzazione, politiche abortiste (uso delle staminali), genderismo (rivolta contro la natura), Transumanesimo ateo, soggezione alla Cina e importazione del suo sistema di governo, “controllo” delle pandemie, manipolazioni genetiche e tutte quelle altre meraviglie che ci passano sotto il naso oggi.

C’è però qualcosa che non torna: stranamente, nel 2016 Di Bernardo rispondeva Giancarlo Amadori in un’intervista del 22 febbraio 2016, a Libero: “Qual è il suo prototipo di tiranno illuminato?”. Il professore ha risposto: “Se devo indicare un nome, direi il Papa“.  

Ma come: nel 1990 Di Bernardo non diceva che bisognava combattere la Chiesa cattolica?

Così, per uno di quegli scherzi della memoria, tornano in mente la croce pettorale ROSACROCIANA che porta al petto Bergoglio,  i suoi appelli alla fratellanza,  la rugiada dei rosacroce nella messa,  gli abbracci col superabortista Biden, la conferenza sul Transumanesimo in Vaticano, l’immigrazionismo accoglientista … Ma… ma…. non sarà che … ?

Ma noooo, sono solo teorie del “gomblotto”. Tranquilli. Andrà tutto bene. Voi non siete abbastanza evoluti per capire. Lasciate fare ai saggi, ai Gran Maestri e ai buoni scienziati che ci renderanno più intelligenti.

Il nuovo Cts lavora nell'ombra. Nessun verbale online, alla faccia della trasparenza. Il Tempo l'11 maggio 2021. Comitato nuovo, abitudini vecchie. Come quella alla scarsa trasparenza. Già perché il Comitato tecnico-scientifico (Cts) che supporta il governo di Mario Draghi nella gestione dell'emergenza Covid fornendo le indicazioni scientifiche che, almeno in teoria, dovrebbero stare alla base delle misure contro la diffusione del Covid, è stato rinnovato il 16 marzo scorso con una nuova squadra guidata da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità del ministero della Salute, che ha preso il posto dell'ex coordinatore Agostino Miozzo. Ma la pubblicazione dei verbali delle riunioni in cui si discute del futuro degli italiani sul sito della Protezione civile è ferma al 12 marzo, ultimi lampi del primo Cts. Dopo le pressioni sulla divulgazione dei resoconti ci eravamo abituati a un ritardo di trenta-quaranta giorni tra lo svolgimento delle riunioni degli esperti e la pubblicazione dei resoconti. Ma qui si attende ancora il verbale della prima riunione e siamo ben oltre i tempi visti finora. Non è escluso che ci siano difficoltà tecniche e di "avvio" delle operazioni di segreteria, ma certo che la pubblicazione dei verbali ferma a marzo rappresenta un passo indietro notevole nella trasparenza dell'azione del Cts. Il nuovo Cts varato dopo la nascita del governo Draghi è formato da 12 componenti: il coordinatore è Locatelli, come portavoce è stato scelto invece Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di Sanità. Partecipano al Cts, Sergio Fiorentino (segretario), Giuseppe Ippolito, Cinzia Caporale, Giorgio Palù, Giovanni Rezza, Fabio Ciciliano, Sergio Abrignani, Alessia Melegaro, Alberto Giovanni Gerli, Donato Greco.  

Daniela Lauria per blitzquotidiano.it l'1 dicembre 2021. Una settimana in terapia subintensiva per Covid gli ha fatto cambiare idea. Così Lorenzo Damiano, leader dei No Vax trevigiani e già candidato sindaco a Conegliano con la lista Norimberga 2, si è convertito al vaccino. Secondo quanto riportato dai giornali locali, Damiano avrebbe ammesso di avere ripensamenti, una volta uscito dal pericolo, quando cioè le sue condizioni sono migliorate. “Dopo questo periodo ho un’altra visione del mondo – ha detto – mi vaccinerò”. L’uomo era finito nei giorni scorsi in ospedale a Vittorio Veneto per complicanze dovute al coronavirus. I giorni difficili trascorsi e un quadro clinico complicato sono bastati a fargli cambiare visione. “Sarò pronto quanto prima – ha detto – quando Dio vorrà, a far sapere al mondo intero quanto sia importante seguire collettivamente la scienza, quella che ti salva”. “A volte bisogna passare per una porta stretta – ha aggiunto – per capire le cose come sono. Vaccinatevi tutti, io mi vaccinerò”. A settembre con la lista Norimberga 2 Lorenzo Damiano è stato candidato sindaco a Conegliano. In campagna elettorale aveva organizzato diversi incontri pubblici con No Vax e No Green pass. In precedenza, alle europee del 2019, Damiano è stato candidato con Forza Nuova, insieme a Roberto Fiore e Luca Castellini. Il suo partito “I Pescatori di Pace” ha come primi tre punti del programma: no all’aborto, no all’adozione di bambini da parte di coppie promiscue, no all’eutanasia. 

Laura Berlinghieri per "la Stampa" l'1 dicembre 2021. Il 12 ottobre scriveva su Facebook: «A Medjugorje no Green Pass, no mascherine e comunione in bocca... Come mai? Perché con Gesù si vince». È tornato dal pellegrinaggio con l'infezione da Covid Lorenzo Damiano, 56 anni, tra i leader veneti del movimento No Vax. Candidato sindaco a Conegliano (Treviso) con la lista Norimberga 2 (sottotitolo: «Crimini di Stato ai tempi del Covid 19»), dopo una settimana di ricovero nel reparto di terapia sub-intensiva dell'ospedale di Vittorio Veneto il suo punto di vista sulla pandemia e sulla vaccinazione è completamente cambiato, e ora promette, senza esitazioni: «Mi vaccinerò». Un ripensamento totale per un uomo che, con la sua lista, si prefiggeva l'obiettivo di sconfiggere la dittatura sanitaria. E che, appena il 12 novembre, postando sui social un video del microbiologo Andrea Crisanti, scriveva: «I vaccini sperimentali sono pericolosissimi. Vaccino a gennaio? No, grazie». Non ha fatto in tempo, Damiano: l'infezione è arrivata prima, in una delle forme più severe, tanto da obbligarlo al ricovero in terapia sub-intensiva. Fortunatamente ieri è stato dimesso dall'ospedale, ma sono bastati quei sette giorni di andata all'inferno e ritorno per farlo rinsavire. «Dopo questo periodo, la mia visione del mondo è cambiata e sarò pronto quanto prima a far sapere a tutti quanto sia importante seguire collettivamente la scienza, quella che ti guarisce e ti salva la vita», le sue parole, poco prima delle dimissioni. Lui che, ultracattolico, respingeva i vaccini perché non arrivano da Dio. Contagiato a Medjugorje Ora ringrazia i medici e gli infermieri che l'hanno curato: «Sono stati meravigliosi. Sono stato sottoposto a una cura con gli anticorpi monoclonali. Adesso mi sto riprendendo, mi sento bene». E promette che si spenderà per convincere tutti i suoi "seguaci", che periodicamente riuniva in piazza per manifestare contro Green Pass e obbligo vaccinale. «Sarò pronto quanto prima, quando Dio vorrà, a far sapere al mondo intero quanto sia importante seguire collettivamente la scienza, quella che ti salva. A volte bisogna passare per una porta stretta per capire le cose come sono». Parole che hanno spiazzato i suoi ex sodali, alcuni dei quali interpretano il dietrofront di Damiano come un vero e proprio tradimento. L'ex candidato sindaco, che fino a pochi giorni fa riteneva che il Covid si potesse curare benissimo con le terapie domiciliari, fa spallucce e prosegue dritto per la sua strada. Ha persino chiesto un incontro con Papa Francesco, sperando in una sorta di investitura ufficiale come «testimone di verità», la verità del vaccino. Quella stessa verità che credeva fosse frutto di una montatura architettata da chissà chi. Dopo avere sperimentato sulla sua pelle gli effetti della polmonite, non ha più dubbi: il Covid esiste e non è una semplice influenza. «Mi vaccinerò e dico a tutti di farlo». 

Biella, voleva vaccinarsi su un “finto avambraccio” (in silicone). Un 50enne di Biella si è presentato al centro vaccinale, sperando che nessuno si accorgesse dell'anomalia. Ora è scattata la denuncia in procura. Il Dubbio il 3 dicembre 2021. Si è presentato in un centro vaccinale di Biella con un “finto avambraccio” (un deltoide in silicone), pensando di poter ingannare gli operatori sanitari, raggirare il sistema e ottenere così il green pass senza aver realmente fatto il vaccino. Il piano è però fallito perché, nonostante l’applicazione in silicone fosse molto simile alla vera pelle, il colore e la percezione al tatto hanno insospettito l’operatrice sanitaria impegnata nella vaccinazione, che ha chiesto quindi alla persona di mostrare per intero il proprio braccio. Una volta scoperto, l’uomo ha cercato di convincere l’operatrice a chiudere un occhio. Il 50enne verrà ora denunciato ai carabinieri e l’asl segnalerà il caso anche in Procura. «Il caso rasenta il ridicolo, se non fosse che parliamo di un gesto di una gravità enorme, inaccettabile di fronte al sacrificio che la pandemia sta facendo pagare a tutta la nostra comunità, in termini di vite umane e di costi sociali ed economici», sottolineano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Sanità Luigi Genesio Icardi.  «La prontezza e la bravura dell’operatrice hanno rovinato i piani di questo soggetto che ora ne risponderà alla giustizia. Il nostro grazie va, invece, a tutti gli operatori sanitari impegnati ininterrottamente da mesi nella nostra campagna vaccinale senza mai abbassare l’attenzione e la professionalità, a cominciare proprio da chi ha agito con prontezza a Biella, una delle prime Asl ad aver anche già raggiunto virtuosamente più del 93% del target di somministrazioni giornaliere che la Regione ha dato alle proprie aziende sanitarie per correre sempre più veloci con le terze dosi» concludono Cirio e Icardi.

Simona De Ciero per il Corriere.it il 3 dicembre 2021. «Sono passata in pochi istanti da una situazione di normalità, a una d’imbarazzo e poi, ancora, a una di stupore e incredulità». A parlare è Filippa Bau, l’infermiera che giovedì mattina, all’hub vaccinale Biverbanca di Biella, ha scoperto la truffa del finto braccio in silicone orchestrata da un cinquantenne no vax che, secondo le ricostruzioni di quanto avvenuto, sperava di ottenere il green pass fingendo di farsi vaccinare. 

Come si è accorta che qualcosa non andava?

«Quando ho scoperto il braccio dell’utente, al tatto ho percepito una “pelle” gommosa e fredda; non solo, l’incarnato era troppo chiaro».

E cos’ha pensato?

«Che il signore avesse subito l’amputazione di un arto e avesse prestato per l’iniezione il braccio sbagliato. Ero dispiaciuta, pensavo di averlo messo involontariamente in una situazione imbarazzante e così, immediatamente, gli ho chiesto di darmi l’altro braccio». 

L’uomo come ha reagito?

«Subito ha cercato di tergiversare ma poi mi ha dato l’altro braccio. Immagini il mio stupore quando ho sollevato la maglietta e mi sono trovata di fronte un arto esattamente uguale al precedente. Lì ho capito, in un istante, che l’uomo che avevo davanti stava cercando di eludere la vaccinazione attraverso una protesi in silicone sulla quale sperava che io, inconsapevole, iniettassi il farmaco».

Cosa ha fatto a quel punto?

«Sono andata dal medico che poco prima aveva fatto l’anamnesi al paziente e, insieme, abbiamo fatto una seconda valutazione agli arti dell’uomo». 

L’uomo come ha reagito?

«Ha sorriso e ha confessato di aver indossato un busto di scena, evidentemente, nel tentativo di ottenere il super green pass senza fare veramente il vaccino. E se n’è andato. Non è stato né scortese né maleducato: si è alzato ed è andato via».

E voi, invece, come vi siete mossi?

«Ci siamo fermati a riflettere un istante e abbiamo capito che non si trattava solo una situazione surreale ma di una vera e propria truffa. Così, abbiamo redatto una relazione che abbiamo consegnato ai nostri superiori, a cui spetta fare la denuncia in casi come questi. Subito dopo, ovviamente, ho ripreso la mia attività di vaccinatrice». 

Cosa prova dopo aver vissuto quest’esperienza?

«Sono incredula e molto stressata. Nelle ultime settimane, tutti quelli che si presentano a fare la prima dose di vaccino sono arrabbiati con il “sistema” e si sentono obbligati». 

E lei, come reagisce?

«Io e i colleghi cerchiamo di abbassare il livello di tensione non prestando il fianco a nessuna provocazione. Ma sono davvero stanca e altrettanto dispiaciuta, nel vedere tutte queste persone che non comprendono quanto il vaccino sia indispensabile per tutelare la salute loro, e dei loro cari». 

Lei crede nel vaccino?

«Assolutamente sì, ho fatto la terza dose appena possibile e tutti i giorni svolgo questo lavoro non solo perché mi dà da vivere, ma con dedizione e grande convinzione, nonostante tutto».

Guido Russo ospite da Giletti: «Il braccio di silicone l’ho costruito io, ero no vax poi mi sono vaccinato». Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 9 dicembre 2021. «Una provocazione». L’ha definita una «performance» Guido Russo, 57 anni, il dentista No Vax di Biella finito sui giornali di tutto il mondo per essersi presentato al centro vaccinale, giovedì scorso, con un braccio in silicone nel tentativo di farsi iniettare il siero nell’arto finto ottenendo ugualmente il Green Pass.

«Volevo che venissero tutti, che chiamassero i carabinieri. Volevo una piccola audience, ma non pensavo che avrei avuto questo pubblico. Ho costruito io il braccio finto con la gommapiuma e il silicone. Era una cosa artigianale. Sapevo se ne sarebbero accorti. Il giorno dopo mi sono vaccinato».

L’odontoiatra, ospite a “Non è l’Arena” di Giletti su La 7, ha raccontato la sua verità, una ricostruzione che, ha fatto notare Giletti, contrasta con quella fatta dell’infermiera che l’ha scoperto. «Volevo sollevare un problema sul fatto che i sanitari sono obbligati a fare il vaccino ma in questo caso i pazienti come possono esse sicuri che non siano stati contagiati? Meglio fare i tamponi ogni 48 ore». Russo ha anche parlato di se stesso.

«Faccio il dentista, ho una famiglia normale, un figlio che studia per fare il mio stesso mestiere, una sorella avvocato, una vita tranquilla che adesso è cambiata».

Il corpetto finto ha raccontato di essere autocostruito con silicone e gommapiuma. Un gesto pianificato che nei mesi precedenti lo avrebbe portato a fare altri quattro vaccini nei mesi precedenti, dall’antirabbica all’antitetanica. Del giorno in cui si è recato nel centro vaccinale racconta: «Ho fatto la coda, mi sono iscritto, ho compilato il modulo e aspettato il mio turno».

Le reazioni in studio sono state decisamente poco favorevoli all’odontoiatra. Lo stesso Giletti si è chiesto se il gesto per diventare efficace non avrebbe dovuto essere filmato e se quindi la spiegazione non sia arrivata soltanto in un secondo tempo. «Non ci ho pensato» ha ribattuto Russo. «O forse perché la sua idea era un’altra» ha detto Giletti. Poi il colpo di scena. Appena due minuti prima si è detto no vax ma solo contro il vaccino covid per poi confessare che, il giorno dopo, si è regolarmente vaccinato. «Sono stato obbligato dal sistema. Dovevo lavorare. Credo che il vaccino sia una soluzione ma l’obbligo è sbagliato. «Mi hanno giudicato e condannato prima ancora di ascoltare i fatti. Non sono contrario a tutti i vaccini ma solo al vaccino contro il Covid».

Russo è indagato dalla procura di Biella ed è accusato di tentata truffa ai danni dello Stato. Nei prossimi giorni, assistito dal suo avvocato Max Veronese, chiederà di essere ascoltato in Procura per raccontare la sua versione dei fatti.

Guido Russo, chi è il dentista no vax con il falso braccio di silicone: denunciato per truffa. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Ha 57 anni ed era già stato sospeso per aver detto no al vaccino. Sulla porta del suo studio il cartello: «Presentazione green pass esclusivamente volontaria». «Ho bisogno del vaccino per lavorare». Per questo Guido Russo, l’unico medico odontoiatra sospeso a Biella proprio perché aveva rifiutato di vaccinarsi, ieri 2 dicembre ha deciso di presentarsi con un braccio in silicone, che comprendeva la spalla col muscolo deltoide in cui infilare l’ago, nel centro vaccinale Biverbanca di Biella. Da qualche tempo, da quando il vaccino per la categoria sanitaria era diventato obbligatorio, non poteva più lavorare. Si era sempre rifiutato di fare il vaccino e quindi non poteva operare sui pazienti. «Anche se spesso lo vedevamo in studio», raccontano alcuni condomini del palazzo di via Roma dove il medico ha l’ambulatorio.

Cinquantasette anni, residente a Ronco Biellese — dove però non risulta vivere da almeno due anni, e dove la casa risulta disabitata — Russo lavorava oltre che nel suo studio in centro a Biella anche sulle montagne di Vallemosso. «Il martedì era qui», specificano i colleghi. Descritto come una persona particolare, ma anche scherzosa e divertente nel palazzo, per lo più formato da professionisti come avvocati e medici, nessuno si aspettava che quell’uomo potesse essere il medico che ieri ha tentato di utilizzare un braccio finto pur di non vaccinarsi. In realtà, che fosse contrario al vaccino era chiaro a tutti. Sulla porta del suo studio aveva sottolineato con un cartello che non aveva intenzione di controllare il green pass dei pazienti. «Presentazione green pass esclusivamente volontaria», aveva scritto nero su bianco chiedendo però agli stessi pazienti di mettere in pratica tutte le precauzioni per prevenire il Covid. Una simpatia che alcuni definiscono quasi geniale. «Se non fosse che il gesto ha messo in cattiva luce l’intera categoria, sarebbe anche stato simpatico — dicono alcuni abitanti dello stabile —. Ma durante la pandemia non si possono fare cose simili». A descriverlo come simpatico era stata la stessa infermiera che ieri ha cercato di ingannare. Con calma, tranquillità e sorridendo, aveva mostrato l’arto finto. Con il sorriso sulle labbra, senza mai dire una parola fuori posto. Una volta pizzicato ha cercato di convincere l’operatrice a chiudere un occhio. Ha anche sollevato la maglietta e fatto vedere l’arto. Probabilmente era stato lui a parlare su Twitter, sotto falso nome, di quell’idea così assurda. Era il 24 novembre scorso quando un certo Giuseppe Maria Natale raccontava sul social di una tuta-busto di silicone che su Amazon veniva venduta a poco meno di 500 euro. Il testo del tweet, che oggi non compare, si può ancora trovare attraverso i motori di ricerca. Diceva: «Se vado con questo se ne accorgono? Magari sotto sto busto in silicone mi metto pure qualche altro indumento per evitare di far arrivare l’ago al mio braccio vero». E mentre per lui è scattata la denuncia per truffa, anche l’Ordine dei medici si interroga se e come adottare provvedimenti: «Appena avremo sufficienti prove per affermare che la persona sia lui, chiederemo un provvedimento disciplinare nei suoi confronti. Ciò che ha fatto è molto grave, soprattutto per un medico che dovrebbe aver fatto della scienza la sua ragione di vita».

Floriana Rullo per corriere.it il 5 dicembre 2021. «Andate via. Mi avete rovinato la vita». È ormai barricato dietro la porta della villetta isolata della frazione san Francesco a Pettinengo, in Alto Biellese, Guido Russo, il dentista biellese che l’altro giorno si è presentato a fare il vaccino con un braccio di silicone. A chi suona il campanello ora minaccia di chiamare i carabinieri. «Andate via, chiamo i carabinieri», urla. L’uomo, 57anni, sospeso dall’albo dei medici odontoiatri perché non vaccinato, aveva affisso sulla porta del suo studio il cartello «esibizione del Green pass solo volontaria». Intanto la notizia ha fatto il giro del mondo. A parlarne ieri anche il New York Times che ha titolato «A man in Italy tries to get a shot in a fake arm to qualify for a vaccination certificate», e nell’articolo ha descritto la sconcertante vicenda. Analoga notizia è comparsa sul sito della CNN, su quello della BBC e sui media del Golfo come Al Arabiya. Intanto l’Ordine dei Medici di Biella annuncia provvedimenti contro Guido Russo, al momento denunciato per truffa. «Quando abbiamo appreso che un cittadino si era recato in un centro vaccinale con un arto in silicone - si legge nella nota dell’ordine- abbiamo pensato a un ennesimo delirante espediente per ottenere il green pass. Saputo che si trattava di un odontoiatra iscritto al nostro Ordine Provinciale abbiamo provato uno sdegno profondo». «Il nostro Codice di Deontologia e il nostro Giuramento - prosegue la nota - ci impongono di evitare anche al di fuori dell’esercizio della professione ogni atto che leda il decoro e la dignità della professione. Agiremo con tutti i possibili mezzi per perseguirlo disciplinarmente». In realtà Russo, che vive in un paesino dell’alto Biellese e che esercitava la sua professione in due studi in provincia, non ha mai fatto mistero delle sue posizioni no vax: sulla porta dell’ambulatorio campeggiava un cartello che recitava «La presentazione del green pass è esclusivamente volontaria».

La società incellophanata. L’infermiera di Biella, il braccio di silicone e il no vax porn assicurato. L'Inkiesta il 4 Dicembre 2021. Dopo un anno e mezzo di giornali monotematici sulla pandemia abbiamo così bisogno di variazioni che siamo disposti a credere a tutto. Pure a due medici che costringono una addetta alle somministrazioni a ingigantire per i media una semplice storia: uno poco sveglio si è impacchettato una parte del corpo per non ricevere la dose. Chissà cosa farebbe Joyce Maynard di Filippa Bua, che incarna l’inizio e la fine della società dello spettacolo. Joyce Maynard è una scrittrice americana. Chi ama l’orrore la ricorda perché da ragazza ebbe una relazione con J.D. Salinger, e poi ne mise all’asta le lettere e scrisse, a proposito della loro storia, roba rancorosa – quando ancora questi comportamenti facevano di te una bisbetica e non un’eroina del neofemminismo. Chi ama le meraviglie la ricorda per Da morire, il romanzo degli anni Novanta – poi diventato film di Gus Van Sant – in cui appare quel personaggio vertiginoso che è Suzanne Maretto, la donna disposta a tutto pur di diventare famosa, la giornalista che c’insegna che «non sei nessuno, in America, se non sei in televisione». Filippa Bua è l’infermiera di Biella che avrebbe rifiutato il vaccino a un tizio che si è presentato «con un braccio di silicone», scrivono i giornali, apparentemente non turbati dall’inverosimiglianza della dinamica. Il tizio è una variazione fantasiosa del cliché del picchiatello antivaccinaro, e dopo un anno e mezzo di giornali monotematici sulla pandemia abbiamo così bisogno di variazioni che siamo disposti a credere a tutto (sì: persino più del solito), anche a un braccio di silicone. Dopotutto abbiamo quasi tutti fatto il Dams, e abbiamo imparato da Guy Debord (o da Freccero, che è una sua variazione antivaccinara) che la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale. I due minuti d’intervista a Filippa Bua che ieri stavano sul sito del Corriere mi hanno fatto pensare a come si potrebbe riscrivere Suzanne Maretto oggi. Oggi che la tv non conta più niente: oggi che non sei nessuno se non sei virale. Oggi che quell’ambizione e quella spietatezza nessun produttore te li farebbe passare, devi umanizzarla, devi darle una madre anziana cui badare, un dolore d’infanzia, un trauma primario. Oppure farla vittima delle circostanze. Ecco, forse così Filippa Bua funziona. Come vittima d’un qualcosa, magari dei due tizi al centro dell’inquadratura (dirigenti dell’ospedale?), i Grandi Suggeritori che le imboccano risposte alle domande dei giornalisti. Lei racconta che il tizio aveva un busto teatrale di silicone: «Crede che io abbia questi pettorali», pare abbia detto allorché scoperto. Mi piace immaginarlo col tono con cui Cuticchia Cesare dice a Benvenuti Sergio «T’ho raccontato un sacco di fregnacce»: è una citazione di Borotalco, quando i comici romani facevano film che non credevano fossero dialogati in italiano. Nessuno le chiede – giacché è maleducato interrompere un’emozione, e maleducatissimo mettere in dubbio la realtà che sorge nello spettacolo – quanto fosse spesso questo silicone. Mezzo centimetro? Cinque centimetri? Quanto dovrebbe essere spesso per riuscire a impedire all’ago d’arrivare alla carne? Quanto per vestircisi sopra? I giornalisti le chiedono a che ora fosse arrivato il tizio, se ci fosse molta gente, confusione, sognano che lei dica per poco non ci ha fregato, fossimo stati di fretta avremmo mandato in giro uno che s’era vaccinato il costume di scena, e la Suzanne Maretto che ci possiamo permettere dice «era una giornata…» e poi cerca l’aggettivo, e i due suggeritori s’intromettono con lo zelo di chi pensa di capire come vada a finire la barzelletta e interrompe a casaccio. «Intensa». Lei non vuol dire ma cosa cazzo dite, e quindi dice sì, «emotivamente intensa», ma non è che ci fosse tanta gente. «Non credevo», dice Filippa Suzanne, sorpresa dell’investitura a eroina del giorno, e i due al centro la rassicurano, «è stata bravissima», e poi procedono a tradurre una domanda che non abbiamo sentito, o che forse non è mai stata fatta, forse sono i Boncompagni che inventano un nuovo diavolo che sta con Occhetto e lei non è più Suzanne ma Ambra, fatto sta che dicono «Giustamente loro chiedono, alla fine, oltre che irrispettoso, inqualificabile, vi ha fatto anche perdere tempo», e lo dicono senza mettersi a ridere, mentre s’attardano in una conferenza stampa che non può aver portato via meno d’un’ora per narrare dei trenta secondi in cui un pirla s’è presentato coperto di domopak a farsi vaccinare. «Siete rimasti quasi scioccati, lì per lì quasi increduli», suggeriscono i Grandi Suggeritori, e Filippa Suzanne ha la mascherina come tutti, quindi non si vede se faccia smorfie, ma si percepisce la sua insofferenza, la sua idea che forse sarebbe meglio tornare a lavorare e smetterla di perdere tempo con questa stronzata, ma è l’unica a pensarla così. I due tizi gongolano, e i giornalisti più di loro: anche per oggi le prime pagine sono assicurate, anche per oggi non ci tocca farci venire un’idea, anche per oggi quello che una mia amica saggia chiama il «no vax porn» è assicurato, per grandi e piccini. Ed è allora che capisco d’aver sbagliato il casting. Scusami, Filippa: sei scartata. Suzanne sono loro. Sono quei due che credono che «la tv è il posto che ci dice chi siamo». La tv, o i video socializzabili che hanno preso il suo posto. Sono loro che sanno che «che senso ha fare qualcosa di buono se nessuno ti guarda?». Loro sanno, come Suzanne, che Gorbaciov sarebbe ancora al potere se si fosse tolto quella cosa viola dalla fronte: loro la società dello spettacolo la conoscono. Sei solo tu, povera ingenua, che puoi pensare di passare le giornate a fare punture a picchiatelli d’ogni categoria, quando si possono indire conferenze stampa e perdere tempo a farsi tronfi d’essere quelli intelligenti. Cioè: quelli più intelligenti di uno che si presenta incellophanato.

Non è l'arena, il no-vax pentito Pasquale Bacco: "Facevo parte di un gruppo di criminali, chi ci proteggeva". Libero Quotidiano il 02 dicembre 2021. Era un medico no vax, un negazionista come quelli che vanno nelle piazze a protestare senza mascherine contro il vaccino e contro il Green pass. Ma ora Pasquale Bacco, medico legale, componente dell'associazione L'Eretico, uno dei 'guru' degli anti vax, è pentito di tutto quello che ha detto. Il Covid esiste e il vaccino è l'unica soluzione. Ospite di Massimo Giletti a Non è l'arena, su La7, nella puntata di mercoledì 1 dicembre, suona la sveglia ai no vax ma anche a quella parte di persone che non ascoltano quelle persone che non si vaccinano solo perché hanno dubbi o paura. "La situazione nelle terapie intensive è più drammatica di quella che si vede, oggi il virus colpisce soprattutto i giovani sani", racconta Bacco. "Mi sento in colpa, non possiamo andare sui palchi e dire 'baciatevi e abbracciatevi'. In questo momento il virus è pericolosissimo", avverte dallo studio. E invita quindi chi protesta a seguire le regole e tutte le norme di protezione come mascherine e distanziamento. Poi Pasquale Bacco fa mea culpa: "Mi autoaccuso, facevo parte di una fazione, criminali come Castellino e Fiore vanno sui palchi... La maggior parte dei no vax non sentendosi ascoltati trovano protezione in questi criminali. Sono stato minacciato di morte perché ho abbandonato la linea dei no vax, sono pericolosi, usano un metodo mafioso e strumentalizzano le persone". Però non tutti i no vax sono "feccia". Quindi, conclude Bacco, "bisogna ascoltarli. Dobbiamo uscire insieme da questa storia. Isoliamo quella parte di no vax, negazionista del virus, veramente inascoltabile. Ma dall'altra parte pure i media e i 'si vax' devono cominciare a dare attenzione alle perplessità sul vaccino di una parte della popolazione, che non è giusto non ascoltare". 

Benedetta Moro per il "Corriere della Sera" il 3 dicembre 2021. C'era anche lui al varco 4 nelle giornate di protesta contro il green pass, capeggiate da Stefano Puzzer. Faceva il duro e puro. «E adesso sono qua», dice Eduard Irinel Ciobanu, 47 anni, portuale di origini romene ricoverato nel reparto Pneumo Covid dell'ospedale di Cattinara, a Trieste. Quando il respiro è diventato affannoso ha cambiato idea in fretta: «Non bisogna sottovalutare il Covid». In poco tempo è diventato un no vax pentito. Lo dice ai microfoni del giornalista di Non è l'Arena, il programma di Massimo Giletti su La7 , entrato nel reparto per intervistare i pazienti. Per respirare meglio adesso Eduard ha dei tubicini nel naso. «Mi hanno bucato dappertutto per salvarmi - racconta -, perché mi hanno detto che i polmoni sono veramente distrutti». Chissà se aveva in mente queste immagini, di lui allettato in semi-intensiva, quando aveva deciso di scendere in piazza. Al momento non è certo dove abbia contratto il Covid. Probabilmente non alle proteste, che ormai risalgono a più di un mese fa. La moglie è a casa che lo aspetta con il figlio. È in pena per lui, dicono gli amici. Molti di loro lavorano all'Agenzia per il lavoro portuale del Porto di Trieste, la stessa azienda partecipata dell'Autorità portuale da cui è stato licenziato Fabio Tuiach. Il motivo principiale ormai è noto: aveva preso parte alle manifestazioni nonostante risultasse in malattia. E poi l'ex campione di pugilato ed ex consigliere comunale per Lega e Forza Nuova era rimasto a casa perché aveva contratto il Covid. Per lui niente ospedalizzazione però. «Infatti è come un'influenza», ha sostenuto più volte in queste settimane, affermando inoltre come il suo contagio si deve attribuire agli idranti utilizzati il 18 ottobre dalla polizia per liberare il presidio al varco 4. Ciobanu non era molto distante dalle sue idee. «Ecco, io sono uno che non ha proprio creduto al virus, sono stato molto rigido - evidenzia -, però ora ho cambiato idea: il Covid non è da sottovalutare, bisogna stare sempre in guardia, per te e per gli altri. È l'unico modo, purtroppo è così». Ha visto con i suoi occhi chi ha continuato a sottovalutarlo: «È arrivata una persona - dice -, lo hanno provato a intubare, ma lui ha detto: "Io non credo a questo, lasciatemi stare". È morto poco dopo».

Da fanpage.it l'1 dicembre 2021. Johann Biacsics, uno dei più ostinati e convinti No Vax austriaci, è morto dopo aver contratto il Covid-19. Come racconta il quotidiano Die Zeit l'uom è stato accompagnato dai familiari all'ospedale di Vienna all'inizio di novembre in condizioni già severe, con gravi difficoltà respiratorie causate dall'infezione da coronavirus. Biacsics – esponente di spicco del movimento dei cosiddetti "pensatori laterali" – dopo aver rifiutato in precedenza il vaccino ha ripetutamente detto "no" anche alle cure che i dottori gli avevano proposto: il 65enne, infatti, si era convinto di essere già guarito dal Covid nonostante un tampone molecolare avesse dato un esito completamente diverso e fosse positivo. L'attivista No Vax ha insistito per essere riportato a casa e lì ha deciso di "curarsi" – per modo di dire – con una soluzione a base di candeggina, una sostanza presentata come cura miracolosa contro il Covid-19 e di gran voga tra scettici, negazionisti e cultori delle terapie alternative e domiciliari in Austria. A propagandarne l'uso – al grandi quantità e tramite un clistere – è da mesi il medico e giornalista Christoph Specht. La scelta di non affidarsi ai dottori e al metodo scientifico si è però rivelata ben presto sbagliatissima perché nel giro di alcuni giorni il 65enne è morto. Poco prima i suoi familiari hanno chiamato un'ambulanza, ma quando i soccorritori sono arrivati a casa dell'uomo era ormai troppo tardi. Johann Biacsics era noto tra i No Vax austriaci per i suoi libri, articoli e video di YouTube sul tema dell'autoguarigione. Il 65enne era convinto che la medicina alternativa potesse curare anche malattie gravi come il cancro. Due settimane prima della sua morte, Biacsics ha preso parte a diverse manifestazioni contro le chiusure organizzate a Vienna, diffondendo fake news e teorie del complotto. "Ci sono principalmente persone vaccinate nelle unità di terapia intensiva. Il 67 percento è vaccinato", disse Biacsics ai giornalisti televisivi presenti. Quando i cronisti lo corressero, aggiunse di avere "informazioni privilegiate".

Johann Biacsics, battaglia sulla morte del no vax austriaco che si curava con la candeggina: «Avvelenato», «Ucciso dai medici». Paolo Valentino su Il Corriere della Sera il 2 dicembre 2021. Johann Biacsics, ricoverato in gravi condizioni, aveva rifiutato le terapie. Attivo da anni nella divulgazione di cure fai da te, due settimane prima di morire aveva guidato una manifestazione no vax a Vienna. «Master Mineral Solution», l’ha chiamata il suo inventore, il santone americano Jim Humble, spacciandola per l’elisir di lunga vita, la medicina definitiva buona per tutte le malattie. Concretamente è un trattamento di clisteri a base di biossido di cloro, o più volgarmente candeggina. Per un momento anche Donald Trump, in uno dei suoi tanti deliri, aveva suggerito l’uso di qualcosa di simile, chiedendo se per caso l’idrossiclorochina non facesse al caso contro il Covid-19. È molto probabilmente questa la causa della morte, avvenuta l’11 novembre scorso, di Johann Biacsics, 65 anni, campione dei no vax austriaci, da anni attivo nella divulgazione di cure fai da te che sperimentava e metteva a punto personalmente. L’uomo era stato ricoverato all’inizio di novembre in una clinica viennese, in seguito a crisi respiratorie, ed era risultato positivo al Covid-19, ma aveva rifiutato ogni cura. Contro il parere dei medici, che avevano giudicato le sue condizioni gravissime, Biacsics si era fatto dimettere convinto che il trattamento col biossido di cloro lo avrebbe salvato. Ma quando le sue condizioni sono ulteriormente peggiorate, la sua famiglia ha chiamato un’ambulanza per riportarlo in ospedale. Era troppo tardi. Due giorni dopo è deceduto. Molto popolare per i suoi libri e blog sul tema delle auto-cure, compresa una per il cancro, due settimane prima della morte Biacsics aveva guidato una manifestazione no vax per le strade di Vienna. In un reportage trasmesso in settembre dalla Orf, la prima rete pubblica austriaca, lo stregone era stato intervistato davanti alla sede del Parlamento: «In terapia intensiva il 67% dei ricoverati sono vaccinati», aveva urlato. E di fronte alle contestazioni del giornalista, aveva ribattuto di possedere «informazioni riservate». Sulla pagina Facebook di Biacsics si possono già leggere molti post dei suoi fan, dove viene ipotizzato che il loro guru sia stato avvelenato. Mentre la sua famiglia accusa i medici di averlo ucciso. Suo figlio Marcus ha indetto una raccolta fondi per lanciare un’azione legale contro i media (in primis il settimanale tedesco Die Zeit ) per aver riportato «false notizie» sul padre, di cui il giovane rivendica l’autorevolezza. Biacsics, secondo il figlio, era un campione della lotta contro lo strapotere delle case farmaceutiche.

Covid e pandemia dei non vaccinati, le bugie sono dannose e ingrossano il popolo no vax. Franco Bechis su Il Tempo il 06 novembre 2021. Il coordinatore del Cts, professore Franco Locatelli, ieri in conferenza stampa ha voluto platealmente sposare la tesi del ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, secondo cui oggi saremmo in presenza di una “pandemia dei non vaccinati”. L'affermazione non è lontana dalla verità anche in Italia, perché è vero che la maggioranza dei ricoverati in terapia intensiva e dei decessi nell'ultimo mese secondo il bollettino Iss è effettivamente di non vaccinati. In terapia intensiva per Covid sono finiti in tutto 474 italiani dai 12 anni in su, e di questi 332 erano non vaccinati (70%), 128 avevano ricevuto due dosi di vaccino e 14 una sola dose. Sui decessi il confronto è ancora più risicato: fra il 3 settembre e il 3 ottobre sono stati in tutto 1.012 e di questi 511 erano di non vaccinati (50,49%), 461 di vaccinati con ciclo completo e 40 di vaccinati con una sola dose. Nella categoria degli ultraottantenni per altro il 57,5% dei decessi (337 ) è stato fra vaccinati a ciclo completo, il 3,8% (22) è stato fra vaccinati con una sola dose e solo il 38,7% (227) risultava del tutto non vaccinato. Sempre fra gli ultraottantenni nei 30 giorni indicati dal rapporto Iss non sono stati tantissimi per fortuna i ricoveri in terapia intensiva: in tutto 66. Ma il 68,2% di ultraottantenni finiti in terapia intensiva aveva doppia dose di vaccino da tempo, e solo il 30,3% non risultava vaccinata. Che la pandemia sia solo di non vaccinati è una verità dunque molto parziale visti questi numeri, e con i dati italiani la tesi di Spahn andrebbe presa molto a spanne. Dal professore Locatelli ci saremmo attesi spiegazioni su questi numeri che un po' inquietano, essendo lui lo scienziato, perché noi non sappiamo il motivo per cui i numeri delle ospedalizzazioni, dei ricoveri in terapia intensiva e purtroppo anche dei decessi fra completamente vaccinati sia diventato con il passare del tempo sempre meno irrilevante. Per gli ultraottantenni la spiegazione potrebbe essere quella che abbiamo già avanzato da queste colonne: puramente matematica. I vaccini hanno una protezione dal virus del 90%, quindi per il 10% dei vaccinati è come se quelle fiale non funzionassero del tutto o comunque parzialmente. Sopra quell'età hanno chiuso il ciclo vaccinale 4,3 milioni di italiani. Il 10% di loro significa quindi 430 mila italiani su cui il vaccino non ha avuto l'effetto protettivo che c'è stato fra tutti gli altri. Sono vaccinati, ma è come se non lo fossero. I veri non vaccinati ultraottantenni sono invece 240 mila, quasi la metà dei vaccinati con ciclo completo su cui le fiale però non hanno funzionato a dovere. E' ovvio che contagi, ospedalizzazioni, terapie intensive e purtroppo anche decessi capitino di più nel gruppo dei vaccinati che in quello dei non vaccinati. Ma per tutti gli altri sono gli scienziati a dovere dare spiegazioni: la protezione del vaccino sta scemando con il passare del tempo ed è per questo che è necessaria la seconda dose? La protezione dichiarata si è rivelata inferiore alle previsioni? O ci sono anche qui spiegazioni matematiche anche se meno evidenti? La scelta del nostro Cts ieri rappresentato dal professore Locatelli- che per altro è fra i pochi a essere definito scienziato, avendo uno dei più alti h-index in Italia, è stata quella di negare la realtà, per non doverla spiegare. Il coordinatore del comitato tecnico scientifico che assiste il governo ha affermato sicuro che dai rapporti Iss risultano “zero ricoveri in terapia intensiva di vaccinati completi dai 59 anni di età in giù”. Bisognerebbe apporre il timbro “Fake News” su queste parole, perché non sono vere. I rapporti Iss settimanali degli ultimi 140 giorni dicono che al di sotto dei 59 anni di età ci sono stati 44 ricoveri di vaccinati a ciclo completo in terapia intensiva Covid al di sotto dei 59 anni e che di questi 4 sono stati di pazienti fra 12 e 39 anni. Pochi, molti meno di quelli dei non vaccinati. Ma non zero. E dobbiamo dire che nello stesso periodo sono morti di Covid 3 vaccinati con prima e seconda dose che avevano meno di 39 anni e 29 vaccinati completi che avevano fra 40 e 59 anni. Numeri piccoli, per fortuna, lontanissimi da quelli cui siamo stati abituati nei periodi peggiori della pandemia. Sono numeri che per altro confermano che con il vaccino la protezione dal virus è notevolmente più alta e il rischio di ammalarsi gravemente notevolmente ridotto rispetto ai non vaccinati. Perché allora negarli e dire zero quando zero non è? Si pensa di tranquillizzare di più la popolazione così e di spingerla meglio a fare la terza dose del vaccino? Ecco, non sarà il mestiere del professore Locatelli fare il comunicatore, ma posso assicurare che ogni piccola bugia su queste cose si trasforma in un macigno che poi non levi dalla strada manco con le gru. Dire zero quando invece qualche decina di casi c'è stata è come buttare benzina sul fuoco delle paure o delle contrarietà ideologiche verso quei vaccini. Grazie alla conferenza stampa di ieri da domani quel fuoco scoppierà con fiamme più alte di prima.

I ricoveri un decimo del 2020. E positività 50 volte inferiore. Alberto Giannoni il 30 Ottobre 2021 su Il Giornale. Dati confortanti nonostante l'alto numero di tamponi. Bertolaso: "Subito i richiami: Gran Bretagna insegna". «Tutto sotto controllo» Mentre la Lombardia si conferma in zona bianca (da 20 settimane circa) i dati restano confortanti e il confronto con il 2020 la dice lunga sull'impatto che ha avuto la campagna vaccinale. La Regione ha somministrato 15 milioni e 700mila dosi, il 90% di quelle ricevute; le persone vaccinate risultano 7.925.030 e con 157.542 dosi la Lombardia guarda tutti dall'alto verso il basso. Tutto questo sforzo ha un effetto tangibile. In Lombardia, oggi, il tasso di positività dei tamponi è di quasi 50 volte inferiore a quella dello scorso anno. E i ricoverati sono dieci volte di meno rispetto al corrispondente periodo del 2020. Prendendo a riferimento il 28 ottobre 2020 per esempio, si vede come la positività dei tamponi fosse al 18,3%, - quindi risultava positivo quasi un tampone su 5, mentre ora lo stesso dato è fermo allo 0,4%, quindi è positivo un tampone su duecento. Il tasso, insomma, quest'anno è quasi 50 volte inferiore. Ora, alcune circostanze devono essere notate. (Anche) in Lombardia si stanno facendo moltissimi tamponi, per effetto del Greenpass: molte persone che non sono vaccinate e non intendono farlo, quindi usano il test per poter ottenere il «certificato» che dà diritto a entrare nei luoghi di lavoro o in altri luoghi pubblici. Si tratta, dunque, di persone in larghissima parte prive di sintomi, che stanno bene, e questo potrebbe in teoria abbassare la soglia di positività; ma è pur vero che si tratta di non vaccinati, quindi di persone maggiormente esposte. Quello che è in corso è una sorta di grande screening su perone asintomatiche, e i risultano non sono allarmanti. «Tutto sotto controllo» dicono a Palazzo Lombardia leggendo i dati. E tutto sotto controllo lo sembra davvero, leggendo i vari report. La Lombardia oggi ha un Rt (l'indice di contagiosità) pari a 0,96, quindi ancora inferiore a 1, soglia che indica il progredire - o come in questo caso il regredire - del contagio. L'indice di positività dei tamponi a sette giorni è, come detto, allo 0,4%. L'incidenza, quella presa in esame a Roma per confermare la zona bianca, è a 28,7, quindi molto bassa (in primavera era sopra quota 200) e molto contenuti risultano anche i numeri dei ricoveri. La soglia di occupazione delle terapie intensive è 3%, i letti occupati da pazienti Covid sono in calo (da 53 a 49), mentre sale leggermente (dal 4 al 5%) la soglia di occupazione dei letti nei reparti ordinari, dove i malati sono 301 (erano 282 sette giorni fa). «Basterebbe che si vaccinassero quelli che possono e che non vogliono, e la fine del tunnel sarebbe davvero vicina» dicono al Pirellone, dove non alberga ovviamente alcuna esitazione per l'efficacia e l'opportunità della campagna vaccinale. «Dobbiamo correre con le terze dosi anche per i più giovani, soprattutto gli immunizzati con AstraZeneca, e vaccinare i Paesi poveri - ha detto ieri Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile e consulente della Regione Lombardia per la campagna vaccinale - Capisco che per i richiami ci sia minor voglia, ma è un errore aspettare: la Gran Bretagna insegna». E intanto sono 450 i dipendenti delle strutture sanitarie sospesi perché senza vaccino. Lo rende noto la direzione Welfare della Regione. Tra questi, 260 sono infermieri. Ma 490 sono anche i riammessi per eseguita vaccinazione. Alberto Giannoni

Paolo Bargiggia sbrocca, la teoria del complotto a Trieste: "Pagliacci dell'informazione di regime". Libero Quotidiano il 31 ottobre 2021. Sul fronte no-Green pass è schierato, da tempo, il giornalista Paolo Bargiggia, il quale su Twitter in particolare è solito cannoneggiare con toni duri, apocalittici, chiassosi. E l'ultima occasione per aprire il fuoco è il caso di Trieste, con l'aumento di contagi dovuto alle proteste ma anche, come ha notato Maria Giovanna Maglie, alla vicinanza con i paesi dell'est, dove la situazione epidemiologica è molto complessa. Il punto è che Bargiggia contesta le ricostruzioni relative a quanto sta accadendo nella città. E lo dice in modo, al solito, tostissimo: "Secondo i pagliacci dell'informazione di regime (praticamente tutti) a Trieste record di contagi per le manifestazioni no green pass. Invece con gli assembramenti pro-ddl Zan pare che il Covid-19 sia rimasto a casa a dormire. Come nelle manifestazioni di piazza del Pd", conclude picchiando durissimo. Recentemente, aveva fatto rumore un altro tweet di Bargiggia, contro il Tg5 e quella Mediaset per cui ha a lungo lavorato: "Stomachevole ascoltare il Tg5: narrazione ansiogena quasi esclusivamente su Covid e vaccini, volutamente pilotata per indurre paura nella gente, tra varianti presunte, terze dosi e presunti problemi negli altri Paesi", scriveva il giornalista.

«Una cura c’è già e si può usare da subito». Francesco Borgonovo 16 ottobre 2021 su La Verità.info. Parla il direttore dell'Istituto Mario Negri: «Il nostro trattamento con antinfiammatori riduce le ospedalizzazioni del 90%. Gli studi sono pubblicati, i medici possono applicarli a prescindere dalle linee guida. L'unico scettico che abbiamo incontrato? Un italiano».

Siamo alla distopia. Chi cita dati ufficiali sui morti di Covid è un nemico pubblico. Francesco Borgonovo 25 ottobre 2021 su La Verità.info. Accuse ai pochi, compresa «La Verità», rei di aver diffuso il report dell'Iss che ricalcola il numero di vittime del virus.

Scoprono che l’immunità è un’utopia per poterci tenere ancora in gabbia. Francesco Borgonovo 21 ottobre 2021 su La Verità.info. Silvio Brusaferro si sveglia: «Il virus non sparirà». Poi usa i dati inglesi per giustificare la terza dose (contraddetto da Giorgio Palù dell'Aifa). Ma così non ne usciremo. Allora sì ai richiami per chi vuole e intanto si torni alla normalità.

Autoritarismo pandemico. Con il pretesto dell’epidemia virale e l’appoggio di (quasi) tutti si sta instaurando un totalitarismo poco “dolce”, vista la criminalizzazione dei pochi dissidenti resistenti non allineati. E forse ci attendono nuove strategie della tensione orchestrate dallo Stato? Rino Tripodi 2 Ottobre 2021. (LucidaMente 3000, anno XVI, n. 190, ottobre 2021)

Con il pretesto dell’epidemia virale e l’appoggio di (quasi) tutti si sta instaurando un totalitarismo poco “dolce”, vista la criminalizzazione dei pochi dissidenti resistenti non allineati. E forse ci attendono nuove strategie della tensione orchestrate dallo Stato? Nel presente articolo non intendiamo addentrarci nella discussione sui “vaccini”, sulla loro efficacia, sulla loro pericolosità, sugli enormi interessi economici (vedi Big Pharma ricchi grazie al monopolio. Vaccini venduti a 24 volte il prezzo in Affaritaliani.it o Guido Fontanelli, Quanto ha reso il Covid a big Pharma: 100 miliardi di dollari, in Panorama). Ne abbiamo già ampiamente parlato in Epidemia Covid-19: tutto quello che non ci dicono. La questione da porsi, ancora più importante, è: stiamo già vivendo in uno stato autoritario, una “dittatura sanitaria”, come afferma qualcuno, scaturita dall’epidemia Covid-19 e assunta a pretesto per imporlo? E neppure tanto soft?

In effetti, al di là della validità e della rischiosità o meno dei “vaccini” nel breve periodo e, soprattutto, dei loro effetti nel medio-lungo (lo sapremo tra decenni), quello che preoccupa, in particolare in Italia, sono i numerosissimi segnali di un regime dittatoriale e antidemocratico, sostenuto da troppi: mass media, poteri economici e farmaceutici, intellighenzia, pubblicitari, star dello spettacolo, dello sport, del cinema, della musica leggera. I meccanismi per imporlo sono quelli consueti, applicati dalle dittature del Novecento, con le loro tipiche strategie per indottrinare/manipolare/terrorizzare le masse. Per amore di chiarezza e sinteticità, li elenchiamo di seguito.

LA STRATEGIA DEL POTERE

Autoritarismo dei governi. L’emergenza impone di non perder tempo con le prassi democratiche: avanti con decreti del presidente del Consiglio, voti di fiducia e massiccia presenza e azione repressiva delle forze dell’ordine per rilevare irregolarità e infliggere sanzioni.

Terrorismo mediatico-politico. Nei primi mesi dell’epidemia, tv e radio, quasi a reti unificate, hanno martellato il povero utente imponendo obblighi di comportamento (distanziamento sociale – non sarebbe meglio definirlo “fisico”?; anche questa scelta lessicale della comunicazione ha un senso –, lavarsi le mani, uso delle mascherine, ecc.). Ancora oggi si continua coi “bollettini di guerra” quotidiani, contenenti freddi e grezzi numeri, che non offrono la possibilità di leggere la realtà (come e dove ci si è contagiati?; i deceduti soffrivano di altre patologie?; quanti sono i morti per la Covid e quanti per altra causa ma classificati come vittime della pandemia perché positivi al virus [Sars-Cov-2], magari senza sintomi collegati?; quali erano la loro età e la loro attività?; a quali terapie erano stati sottoposti?). L’importante è alimentare insicurezza e fobie.

Teatralizzazione. Tre esempi per tutti: la fila di camion militari contenenti le bare dei primi morti nelle province di Bergamo e Brescia; l’arrivo di (presunti) medici giunti in aiuto da Cina, Cuba, ecc. (l’Italia ne aveva davvero bisogno?; che supporto o competenze hanno fornito?); i primi “vaccini” giunti in Italia scortati (perché?) dalle forze dell’ordine. Il tutto in consonanza con la società dello spettacolo teorizzata e profetizzata da Guy Debord.

Semplificazione e soluzioni facili e sbrigative. Come in tutti i regimi autoritari, la risposta a un problema multiforme e complicato non è mai complessa, ma semplificata: i “vaccini” e la messa a priori all’indice e al pubblico ludibrio dei dissidenti e degli oppositori.

Cieco ottimismo. Si è diffuso lo slogan “andrà tutto bene”, stupido, iettatorio, calco di un intercalare statunitense, e si è spinta la popolazione a comportamenti pagliacceschi, quali cantare dai balconi, quasi si trattasse di una festa o vacanza inaspettata e, quindi gradita.

Ipocrisia. Avessero almeno il coraggio di legiferare sull’“obbligo vaccinale” e se ne assumessero le responsabilità! Il problema è che, trattandosi di una terapia preventiva e non di un vero e proprio vaccino, scaturirebbero varie problematiche, tra le quali il risarcimento per “effetti avversi” (altro neologismo eufemistico…), che è, invece, già previsto per i vaccini obbligatori (legge 210 del 25 febbraio 1992, Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati). Peraltro, la stessa norma recita che «i benefici di cui alla presente legge spettano alle persone non vaccinate che abbiano riportato, a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata, i danni di cui al comma 1; alle persone che, per motivi di lavoro o per incarico del loro ufficio o per potere accedere ad uno Stato estero, si siano sottoposte a vaccinazioni che, pur non essendo obbligatorie, risultino necessarie [il grassetto è nostro, ndr]; ai soggetti a rischio operanti nelle strutture sanitarie ospedaliere che si siano sottoposti a vaccinazioni anche non obbligatorie». Inoltre, a essa va aggiunta la legge 229 del 29 ottobre 2005 (Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie).

Ritorno allo stato etico. L’attuale potere è tornato ad assumere le funzioni dello Stato etico fascista. Lo Stato liberaldemocratico dovrebbe semplicemente sovrintendere alla vita dei propri cittadini. Quello attuale è moralista e pedagogico. In questo caso colpevolizza chi non si fa la “punturina”; ma, in generale, pretende di imporre una propria morale in campo sessuale (ddl Zan), ideologico (ambientalismo di facciata, quote rosa, ius soli), di costume (cannabis), sanitario (imposizione di stili di vita), ecc.

Menzogne di stato. “Chi è vaccinato in un ambiente di vaccinati è sicuro di soggiornare in un ambiente sicuro”. “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente: non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure, fai morire: non ti vaccini, contagi, lui o lei muore” (Mario Draghi).

Metodi orwelliani. «Il vaccino è libertà» (Enrico Letta): un ritornello palesemente ossimorico ripetuto da moltissimi leader di governo e da esponenti delle forze politiche al potere. Sembrano calchi di “L’odio è amore”; “La guerra è pace”; “La schiavitù e libertà”; “L’ignoranza è forza” del romanzo 1984 di George Orwell.

Infantilizzazione dei cittadini e loro regressione mentale. Oltre al già citato tormentone “andrà tutto bene”, “occorre fare la ‘punturina’”, “fate i bravi”, “obbedite”, “con poche, semplici regole, potremo tornare ad abbracciarci”…

Pensiero unico. Non v’è alcun rimedio che non siano i “vaccini”, ogni altra cura è inutile o dannosa. A parte il fatto che i “vaccini” a mRna sono terapie sperimentali e non vaccini veri e propri, perché rifiutare a priori le innumerevoli altre terapie, tentate, a quanto pare con successo, tra le quali quella del dottor Giuseppe de Donno?

Logica emergenziale. Il potere dichiara che c’è un’emergenza. Peccato che a questa segua un’altra, e un’altra ancora, e ancora un’altra… I cittadini sono tenuti sotto costante pressione, ansia, angoscia. Nel caso Covid non si è mai posto un fine, un obiettivo, dopo il quale riprendere fiato. L’80% di “vaccinati”? Non è sufficiente. Due dosi? Meglio tre. Tamponi? Non sono attendibili…

Imposizione dello scientismo (che non significa scienza) elevato a dogma. “Lo dice la scienza”, “è scientifico”, “occorre fidarsi degli scienziati”: peccato che la scienza non sia dogmatica, ma è problematica e sempre in divenire (ad esempio, nel caso del vaccino Astrazeneca, gli “esperti” si sono contraddetti quattro volte); leggi L’esperienza storica smentisce le attuali, arroganti élite della comunità scientifica. La visione astronomica di Copernico e Galileo era ritenuta una stupidaggine assurda rispetto a quella di Tolomeo; Darwin, Einstein e Freud furono derisi. Al contrario, il criminale nazista Josef Mengele era ritenuto un valido medico “sperimentatore”, e la nefasta talidomide fu assunta con tranquillità come farmaco testato, efficace, inoffensivo; e a tutt’oggi i ricercatori vivisezionisti vengono considerati “scienziati”. Leonardo Sciascia ha scritto in 1912+1 (Adelphi, 1986): «Magalotti dice di cose che i medici una volta consigliavano e poi avversavano; e Savinio di aver visto nella sua vita mutare ben quattro volte l’opinione medica sul pomodoro» (p. 75).

Linguaggio militare/militaresco/militarista di estrema violenza. “Siamo in guerra e chi non si vaccina è come un disertore e va passato per le armi”. “Occorre fare come Bava Beccaris e sparare sulla folla dei no vax”. C’è poco da commentare.

Violenza e brutalità. Oltre al disprezzo e alla condanna verbale, sono stati parecchi gli episodi nei quali, nel corso di manifestazioni di dissidenti, quasi sempre pacifici e non violenti, le forze dell’ordine sono intervenute in modo eccessivo.

Mancanza di dialogo con chi protesta. Come nel Sessantotto o in altri movimenti popolari, la violenza aumentò perché il potere e i governi dell’epoca non aprirono alcuna porta al dialogo con le ragionevoli richieste degli studenti meno facinorosi, così oggi si tollerano a malapena le manifestazioni (sminuite come partecipazione numerica e declassificate come messaggi propagati).

Ricatto e coercizione; altrimenti, marginalizzazione ed esclusione. I “vaccini” non sono obbligatori, ma chi non si vaccina non avrà il green pass e, quindi, diviene un paria senza più alcun diritto; persino quello del lavoro. Si può definire libertà di scelta?

Dividere i cittadini e contrapporli gli uni agli altri. Secondo il vecchio motto divide et impera, il potere ha scatenato divisioni e odio tra i propensi ad accettare i “vaccini” e gli altri.

MASS MEDIA ALLINEATI E FAZIOSI

Uniformità dell’informazione. Tranne rare eccezioni, i quotidiani, i telegiornali, i giornali radio, le trasmissioni di “informazione”, si somigliano gli uni agli altri. Al centro delle notizie c’è sempre la “situazione pandemia”, narrata allo stesso modo. Una sorta di “veline” da regime mussoliniano, pervenute dall’alto e diffuse senza alcun controllo né spirito critico. Una mobilitazione comune ai fini di un’informazione che deve “educare il popolo” (e qui si passa dal fascismo allo stalinismo).

Mancanza di obiettività. Nelle scuole di giornalismo si insegna che il cronista, anche se, ovviamente, ha le sue idee ed è dipendente dalla sua testata, deve controllare le notizie, le fonti e, comunque, apparire sempre super partes, obiettivo. Oggi accade questo? Le manifestazioni “no vax”, le più affollate dopo decenni di crisi della partecipazione democratica dei cittadini, non vengono mostrate. Non solo: se si intervista qualche manifestante, lo si sceglie tra i meno preparati e/o lo si subissa di domande aggressive e senza possibilità di vera risposta.

Mancanza di pluralismo. Anche sulla stampa e sulla televisione degli anni più bui del potere democristiano, veniva lasciato un certo spazio alle voci discordanti. Oggi mancano del tutto contraddittori e dibattiti tra opinioni diverse.

Censura delle informazioni non allineate. Qualunque fatto che potrebbe incrinare la rappresentazione di una visione preconfezionata non viene riportato (dai morti a causa della “vaccinazione” al racconto di coloro che, dopo la “punturina”, si sono gravemente ammalati e risultano oggi disabili).

Niente domande e allontanamento dalle questioni reali: depistaggio. Tutto è proiettato sul terrore e sulle ansie presenti. Ma non sarebbe utile capire anche perché ci troviamo in questa situazione? Nessuno pone le domande più logiche. Che ruolo hanno avuto la Cina e il laboratorio di Wuhan nella nascita e diffusione del Sars-Cov-2? C’entrano anche gli Usa? Perché l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) ha prima negato il pericolo e poi tardato l’allarme? Perché in Italia si è voluta rassicurare la popolazione con cene di politici a base di involtini presso ristoranti cinesi per poi passare a un surreale lockdown? Perché A inizio pandemia oltre 4.000 cinesi sono entrati in Italia senza controlli? Perché nella Pianura padana è morta, in percentuale, più gente che in ogni altra parte del mondo? Esistono cofattori ambientali o di malasanità? Perché non si sono curati (e non si curano) gli affetti da Covid nella fase iniziale e a domicilio, senza intasare gli ospedali e diffondere ulteriormente il morbo? Quali sono le responsabilità del Governo Conte 2 nell’olocausto lombardo? Tutto questo, di assoluta gravità, è stato rimosso.

“Virologi”, “epidemiologi”, ecc. elevati a star televisive. Sebbene quasi nessuno di loro abbia sufficienti titoli accademici o di articoli prestigiosi presso la comunità scientifica, compaiono in tv, per motivi di telegenia o altro, sempre gli stessi volti di “esperti”. Eppure in Italia saranno altre centinaia i medici e gli scienziati che dirigono reparti ospedalieri o studi di ricerca. Ma sullo schermo ci vanno i più narcisisti, arroganti, sprezzanti, aggressivi, senza alcuna volontà di dialogo con altre posizioni, anzi minacciosi verso di esse.

Derisione degli ospiti non allineati. Se tra gli ospiti di qualche trasmissione “capita” un non allineato, il collegamento spesso non funziona, l’audio è difettoso, lo schermo viene diviso a metà in verticale e compare un altro “esperto” conformista che sghignazza, ridacchia, compatisce, scuote la testa.

Sorveglianza anche sul web. La Rete è libera? Mica tanto. Ormai l’abbiamo visto in più circostanze (leggi Il ban di Trump è un pericolo per la democrazia). Ma il massimo sta accadendo in questa temperie, con l’oscuramento di profili divergenti e il controllo sui social: se vi parli dell’argomento virus, ecco comparire il costante richiamo a «Visitare il Centro informazioni sul Covid-19 per risorse sui vaccini».

LA CRIMINALIZZAZIONE E LA REPRESSIONE DEI DISSIDENTI

Rappresentazione negativa dei divergenti. Chi non vuole vaccinarsi, chi ha una visione alternativa della realtà rappresentata dal potere e dai mass media, potrebbe essere definito in tanti modi, con diverse gradazioni che vanno dal neutrale al positivo: scettici, attendisti, agnostici, non allineati, non conformisti, oppositori, eterodossi, alternativi, dissenzienti, divergenti, dissidenti, resistenti. Invece, categorizzati sic et simpliciter come “no vax” o complottisti o negazionisti, essi assumono una connotazione negativa e da fanatici, folli ignoranti. Oggi, se si vuol mettere il bavaglio (o la mascherina) a qualcuno o all’interlocutore appena apre bocca, è sufficiente la parolina magica “no vax”: eccolo etichettato, sprezzantemente, come untore. Del resto, è un vecchio trucco semantico: se ci si definisce “progressisti” o “riformisti” o “rivoluzionari”, si risulta di per sé positivi, rapportati a “reazionari” o “conservatori” o “moderati”. Così, come durante il regime fascista e i primi anni del potere democristiano, comunisti e socialisti erano definiti tout court come “sovversivi”. E chiusa lì.

I subumani. Similmente alla peggiore ideologia nazista, chi non si vaccina, ha dubbi o pone domande è un untermensch, un subumano. Come ebrei, slavi, zingari, omosessuali, è un inferiore, che va eliminato…

Colpevolizzazione. Sebbene dal punto di vista oggettivo e scientifico sia una menzogna, la responsabilità di ogni nuovo malato e morto viene fatta ricadere sui “no vax”. Questo, sebbene un non “vaccinato” prudente sia meno a rischio contagio di un “vax”, che può diffondere il virus almeno quanto il primo (anche per comportamenti più incoscienti, visto che gli han fatto credere che è invulnerabile e non contagioso). Ma solo il “no vax” è colpevolizzato.

Politicizzazione dei resistenti. Per dividere ulteriormente gli italiani, si è deciso che i “no vax” sono di destra, fascisti, squadristi. Invece, alle numerosissime manifestazioni dei dissidenti, aderiscono persone di ogni tipologia e, nella stragrande maggioranza, assolutamente non violente (Bersani: «Ci sono i No vax-Sì Dux, i più rumorosi, sono fascisti»).

Scelta del capro espiatorio. Di tutto il male presente, passato e futuro, è quindi accusata una categoria ben individuata. Se contagi e morti aumentano, se l’economia non riparte abbastanza, i colpevoli sono i “no vax”. Così la rovinosa sconfitta nella guerra franco-prussiana del 1870 fu addossata all’ufficiale ebreo Alfred Dreyfus; il disastro tedesco dopo la Prima guerra mondiale agli ebrei; la perpetua miseria e carenze di generi alimentari nell’Unione sovietica ai piccoli e medi contadini (i kulaki).

Ferocia e odio. Indicata la categoria colpevole (sia essa religiosa o sociale, etnica o culturale, politica o economica, ecc.), su di essa va indirizzato il risentimento della popolazione: sono i celebri due minuti di odio verso chi affermava la verità, narrati ancora da Orwell nel suo ormai fondamentale 1984. Purtroppo, oggi non sono solo più due minuti… E c’è chi propone isolamenti in posti sperduti (ricordate il confino fascista?), campi di rieducazione (Pol Pot?), ospedali psichiatrici (Stalin?).

DUE POLIZIOTTI E DUE EPISODI INQUIETANTI

Due volti della Polizia di Stato. Il primo è quello della vicequestore di Roma, Nunzia Alessandra Schilirò, intervenuta sabato 25 settembre a una partecipatissima manifestazione di dissidenti tenutasi nella capitale in piazza San Giovanni. Il suo appassionato e commovente intervento in favore di libertà, Costituzione, Resistenza, nonviolenza, cristianesimo, ha subito scatenato l’inquietante intervento della ministra degli Interni Luciana Lamorgese, che ha espresso giudizi prima ancora che fosse avviata un’indagine disciplinare sulla dirigente (vedi la lettera aperta di Maurizio Bolognetti). Una celerità che sarebbe stata più gradita in altre circostanze quali il rave party di Valentano o lo sbarco continuo di presunti migranti.

L’episodio più allarmante, però, è forse stato quello delle gravi affermazioni pronunciate martedì 14 settembre nel corso del Congresso del sindacato Siap dal capo della Polizia Lamberto Giannini (No Vax: «Usano strategia della tensione»). Come scrive Aldo Giannuli in un suo libro, tale disegno, insieme a quello degli “opposti estremismi”, fu messo in opera non certo dai cittadini, ma da apparati dello Stato per bloccare l’evoluzione democratica del nostro Paese negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso con omicidi politici, attentati, stragi, provocazioni, depistaggi, a partire dalla bomba alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano (1969). Sembrerebbe quasi, quella di Giannini, più che una denuncia, una minaccia. C’è qualcuno, anche oggi, nell’Italia del 2021, cui farebbe comodo un atto violento (il classico “morto nelle piazze”, un attentato, una strage) per delegittimare ancora di più i dissidenti e imporre una ancora più grave svolta autoritaria?

Del resto, come si può nutrire fiducia in uno Stato, quello italiano, che da sempre latita su fatti gravissimi, assassini, stragi (elenchiamo disordinatamente e in modo incompleto: Portella della Ginestra, Avola, Melissa, Vajont, Reggio Emilia, il caso Mattei, Golpe Borghese, moti di Reggio Calabria, delitto Pecorelli, Gioia Tauro, affaire Moro, i casi Calvi, Sindona, Ambrosoli, strage di Bologna e dei treni, Cermis, Ustica, Moby Prince, stragi di mafia, Uno Bianca, Casalecchio di Reno, Gelli e P2, Alpi-Hrovatin, Viareggio, G8 di Genova, ponte Morandi, e altri ancora)? Su tali orrori, dei quali sono rimasti vittime cittadini innocenti, non è mai emersa una versione ufficiale convincente.

CONCLUSIONI (PREOCCUPATE)

Si potrebbe liquidare il tutto come fascista. Anzi, “fassista”, secondo la parolina magica usata per tappare la bocca a tutte/i. Ma ci si porrebbe sullo stesso piano intollerante del sistema di potere (“No vax, sì dux”, di cui sopra). Beninteso, tutto è cominciato da anni, con la dittatura culturale del politically correct, per cui chi pone questioni, dubbi, viene messo a tacere come razzista, islamofobo, ignorante, sessista, maschilista, nazifascista, omofobo, xenofobo, potenziale violentatore di donne, militarista, reazionario, intollerante, retrivo, ecc. ecc. Questo atteggiamento oppressivo e opprimente ha talvolta scatenato reazioni contrarie a quelle che si sarebbe voluto. Chi aveva dubbi sul vaccinarsi, si è irrigidito. Ad esempio, il 18 settembre scorso Ilaria Brunelli, consigliera comunale a Bassano del Grappa, rivolgendosi «al Governo, ai presidenti di Regione e ai loro seguaci», ha esternato così: «Mesi fa valutavo l’idea di vaccinarmi. Ma l’aggressività e la coercizione che adottate sono così abnormi che ho deciso che non mi vaccinerò per nulla al mondo. Lo faccio per me ma soprattutto per gli adolescenti e i giovani a cui il vostro farmaco fa più male che bene».

Potere e mass media al suo servizio avevano promesso il raggiungimento dell’immunità di gregge. Ma, nonostante l’80% circa di “vaccinati”, considerata la soglia minima per quell’obiettivo, l’asticella si alza sempre più. Viene da pensare che l’obiettivo non sia quello dalla salute pubblica, ma della “vaccinazione” di massa. E che più che un gregge “immune”, si vogliano dei “pecoroni” proni al potere. Tutto il quadro fin qui descritto non rientra in un oscuro “complotto”. È piuttosto la logica conseguenza da una parte degli sviluppi del globalismo (che, oltre che di vari organismi e animali dannosi, ha causato la diffusione anche dei virus su tutto il pianeta) e dell’avidità neocapitalista (tutto può rivelarsi un lucroso affare), della tecnoscienza (una nuova divinità vorace e spietata, intollerante e indiscutibile, dogmatica e tirannica), dall’altra dell’ideologia del politicamente corretto e del falso buonismo, in nome della quale si ottiene il diritto di opprimere nel nome della libertà, di scatenare guerre nel nome della pace, di essere disumani nel nome dell’umanità, di farti del male in nome del tuo benessere. È il progetto, tutt’altro che celato, del Great Reset. Come scriveva Carl Schmitt in Dialogo sul potere, «non è più l’uomo come uomo a condurre il tutto, ma una reazione a catena provocata da lui».

In tale situazione, sono pochissime le voci di personaggi noti e influenti che sollevano questioni. Il bello è che appartengono a campi politico-culturali molto diversi tra loro, se non opposti: politici come il già citato Bolognetti, Pino Cabras, Sara Cunial, Gianluigi Paragone, Marco Rizzo, giornalisti come Antonio Amorosi, Francesco Borgonovo, Daniele Capezzone, Carlo Freccero, Mario Giordano, Maria Teresa Maglie, Nicola Porro, Michele Santoro, o pensatori/accademici/uomini di cultura come Giorgio Agamben, Alessandro Barbero, Paolo Becchi, Massimo Cacciari, Diego Fusaro, Paolo Gibilisco, Claudio Risé, Vittorio Sgarbi, o medici come Silvana De Mari, Daniele Giovanardi, Alessandro Meluzzi, Giulio Tarro, o gente dello spettacolo come Miguel Bosé, Claudia Gerini, Enrico Montesano, Povia, Red Ronnie, o pubblicitari come Alberto Contri; ce ne saremo certo scordati qualcuno – e ce ne scusiamo –, ma, certamente, non saranno molti di più. Tra i giornali si salvano dall’assoluto conformismo LaVerità e qualche rara voce su il Fatto Quotidiano e Micromega. Tra i media Byoblu e Radio Radio e qualche spezzone di trasmissione su Rete 4. Per il resto, si assiste alla repressione generalizzata della libertà d’espressione, al trionfo di un potere cieco e arrogante in mancanza di valori e princìpi diffusi tra le masse, in particolare tra i più giovani – mai è avvenuto che la gioventù fosse così passiva e poco ribelle. Torna di prepotente attualità il diritto all’informazione e alla conoscenza. Ma (quasi) tutti tacciono.

Rino Tripodi (LucidaMente 3000, anno XVI, n. 190, ottobre 2021)

«Le terapie anti Covid non esistono». Tutte le bugie dei veri ... Francesco Borgonovo su laverita.info il 30 settembre 2021.  Tutte le bugie dei veri negazionisti. Per Roberto Burioni, le cure domiciliari erano una «bufala», Matteo Bassetti le squalificava come ... Dopo le campagne della «Verità» e di «Fuori dal coro», l'Aifa ha sbloccato anakinra e altri due farmaci. Finora la stampa è stata impegnata nella propaganda per i vaccini. Ma quante vite è costato questo ritardo?

Si sono accorti che la terapia esiste. Fare i giornalisti è servito a qualcosa. Patrizia Floder Reitter su laverita.info su l’1 ottobre 2021.  Per Roberto Burioni, le cure domiciliari erano una «bufala», Matteo Bassetti le squalificava come «fantomatiche», mentre per il dem Andrea Romano servivano solo «vaccini e foglio verde». L'ok (tardivo) dell'Aifa ad anakinra li sbugiarda.

CHE FINE HA FATTO LA VERITÀ? Francesco Borgonovo e Claudio Messora. Claudio Messora il 15 Settembre 2021 su byoblu.com. Claudio Messora intervista Francesco Borgonovo vicedirettore giornale La Verità. Per le istituzioni e un certo tipo di informazione “La pericolosa area No vax si sta allargando sempre di più: prima non potevi dire nulla sugli effetti collaterali da vaccino, ora non puoi dire nulla sul green pass, che si presenta come un obbligo surrettizio”, spiega il giornalista. Ma quando è nato questo clima di intolleranza verso chi, di diritto, sceglie di non sottoporsi alla somministrazione di un farmaco? Chiede Messora. Secondo Borgonovo c’è sempre stato, ad esempio, anche nella narrazione della tematica gender o dell’immigrazione. Il fine è sempre lo stesso: “Ridurre le critiche e le obiezioni alla categoria dei “fascisti violenti”. E prosegue: “Per anni abbiamo dichiarato che c’era l’allarme che sarebbe tornato il fascismo a causa dello sviluppo dei populismi. Ora sappiamo per certo una cosa: che il fascismo non tornerà; quello che può tornare è un altro tipo di autoritarismo”. L’intervista si concentra poi sul ruolo della Costituzione, dei partiti politici italiani e la rappresentanza di tutti i cittadini, del ruolo dei giornalisti e molto altro..

Covid, vietato parlare delle possibili cure: parola d’ordine «denigrare». Da lapekoranera.it il 15 Settembre 2021. Anche se i dati ci dicono che il vaccino non è infallibile, le altre armi contro il virus restano un tabù. E anche gli scienziati che portano avanti studi su questo fronte vengono etichettati come no vax e ridotti al silenzio. Talvolta sorge un dubbio: l’obiettivo finale è avere la meglio sul Covid o semplicemente vaccinarsi? Domandarselo è lecito, perché il discorso prevalente tende a far coincidere le due cose, che invece – come dimostra la realtà quotidiana – sono separate. Sembra, infatti, che si voglia presentare il vaccino come una cura, come il rimedio universale, una sorta di Graal che magicamente sanerà le nostre ferite e ci condurrà nell’era della grazia. I dati, al contrario, mostrano che il vaccino non è risolutivo. Finora, negli adulti, ha dato una mano a ridurre le ospedalizzazioni a tutti i livelli e la gravità della malattia, ed è una buona notizia, scrive Francesco Borgonovo su La Verità. Vediamo tuttavia che anche i vaccinati con doppia dose possono contagiarsi di nuovo, finire in ospedale di nuovo e perfino morire. Ciò significa che il vaccino, nella migliore delle ipotesi, garantisce una protezione limitata. Si discute di terze e quarte dosi, e nel frattempo la promessa fine delle restrizioni non arriva: viene esteso il green pass, ci sono già (in Alto Adige) classi in quarantena e in didattica a distanza e non è escluso che il «semaforo» delle Regioni torni in funzione. Di fronte a tutto ciò, viene da chiedersi per quale motivo non si possa mai e poi mai parlare di cure. Chi lo fa nei talk show, sui giornali, perfino nelle conversazioni private viene etichettato come pazzoide nemico della scienza e della salute. A dirla tutta, di cure si parla, ma soltanto per affossarle. Ha suscitato enormi polemiche un convegno andato in scena lunedì al Senato – e di cui abbiamo dato notizia – [scrive La Verità, ndr] che la gran parte dei media ha citato con l’unico scopo di sbertucciare alcuni dei relatori. Non ci scandalizza: il dibattito scientifico funziona anche così, prevede che chi sostiene tesi astruse o indimostrabili sia messo alla berlina. Tutte le idee, anche sbagliate, vanno prese in considerazione, anche solo per essere scartate. È molto pericoloso, tuttavia, applicare sistematicamente la reductio ad Hitlerum con tutti gli esperti, tutti i medici, tutti i ricercatori. A parlare di cure non sono soltanto sciamani e ciarlatani, ma anche professionisti stimati, prudenti e molto seri. I quali però hanno paura a prendere la parola, perché rischiano di essere massacrati sul piano personale, qualora sul piano scientifico non si possa demolirli. Ci sono studiosi italiani (ad esempio quelli del Mario Negri di Milano) e stranieri che lavorano per trovare terapie che consentano di arginare o sconfiggere la malattia. Ma sembra proibito anche solo accennare alla questione. La risposta è pressoché univoca: «È stato dimostrato che le cure non funzionano». Ma davvero? L’idrossiclorochina è stata fermata mesi fa da uno studio uscito su The Lancet che poi è stato ritrattato e si è rivelato sostanzialmente un falso. L’ivermectina viene sempre descritta come «vermifugo per cavalli», come se non servisse già anche ad altro. Alcuni studi sono in corso, pure presso istituzioni niente affatto ignobili. Però vige il pregiudizio: poiché si ode la parola «cura», bisogna svilire, evocare Stamina. Sul vaccino si è scommesso molto. Si è rischiato. Si sono portate avanti procedure di emergenza, perché la situazione lo richiedeva. Ai cittadini l’iniezione viene richiesta come atto di fede. Ma allora perché non si può – proprio vista l’emergenza – spingere un poco anche sulle cure? Perché non se ne può discutere con maggiore libertà? Il governo vuole sgombrare il campo da chi promette rimedi miracolosi? Benissimo: il ministro Speranza si faccia promotore di un grande convegno internazionale sulle cure per il Covid, così da fare il punto della situazione con la massima serietà. Anche sulle cosiddette terapie domiciliari precoci servirebbe meno chiusura mentale. Bisogna distinguere tra chi promette rimedi che non esistono e chi invece suggerisce alcuni trattamenti – se somministrati nei tempi e nei modi giusti – possano servire a tenere le persone lontane dagli ospedali e le terapie intensive, si legge ancora su La Verità. Nel 2020, il ministero della Sanità rifiutò l’offerta di diecimila dosi di monoclonali offerti dalla compagnia americana Eli Lilly. Oggi, mesi dopo, i monoclonali si utilizzano. La Regione Piemonte (non il Mago Otelma) sostiene di aver accumulato esperienza in materia di cure domiciliari precoci «tra marzo e aprile 2020, nell’area di Acqui Terme e Ovada, caratterizzata da una consolidata integrazione ospedale-territorio». Secondo le istituzioni, «su 340 pazienti curati a casa si sono registrati appena 9 decessi e 22 ricoveri, con un tasso di mortalità del 2,6%, mentre su base provinciale era del 17%, e con un tasso di ospedalizzazione del 6,5%, un terzo rispetto al 22% atteso in base alla media nazionale». Questo modello è stato «trasferito al nuovo Dipartimento interaziendale regionale malattie e emergenze infettive (Dirmei), che nel novembre 2020 ha messo a punto un protocollo per la presa in carico dei pazienti Covid-19 a domicilio da parte delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta». Sembra un approccio serio, che forse può essere applicato altrove. O no? Che male c’è ad avere altre armi oltre al vaccino? È così difficile comprendere che un’azione precoce non è necessariamente alternativa alla puntura, o che rischiare un poco su una cura non significhi andare «contro la scienza» ma, semmai, credere che la scienza sia in grado di fornire risposte ulteriori e magari persino compatibili con il vaccino? Un dibattito sano gioverebbe a tutti. Toglierebbe argomenti ai fanfaroni, e porterebbe finalmente la discussione su un piano razionale e scientifico e non fideistico. La sensazione, però, è che la demonizzazione della cura sia utile politicamente ad attaccare Lega e Fratelli d’Italia accusandoli di essere no vax, spaccandoli e screditandoli. Questo atteggiamento pare utile a coprire le carenze organizzative del governo, a far passare in secondo piano la mancanza di iniziative sulla sicurezza nelle scuole, sui mezzi pubblici, eccetera. Non servono chiacchiere: basta dire la verità, qualunque essa sia. Non il vaccino, non magiche pillole: la verità ci renderà liberi. Ma che sia detta per davvero, e fino in fondo, conclude Francesco Borgonovo su La Verità.

Salvini: "Io non c'entro". “Covid malattia curabilissima a casa”, il convegno al Senato che imbarazza la Lega. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Settembre 2021. C’è un altro caso-vaccini oltre alle resistenze del segretario Matteo Salvini, contrario all’obbligo vaccinale e all’estensione del Green Pass, all’interno della Lega. E all’interno del Senato. A piazzare la polemica esplosiva questa volta è stata la senatrice Roberta Ferrero che ha promosso un convegno, a Palazzo Madama, sulle “cure domiciliari”. Convegno internazionale, parterre internazionale, entrambi volti a spiegare che “il covid è una malattia curabilissima” con un “approccio terapeutico che se utilizzato secondo ben precise regole porta alla guarigione di ogni soggetto che si ammali”. Tutto questo mentre il Carroccio è diviso in due parti: una rappresentata dal ministro Giorgetti, che appoggia la linea del governo e non esclude l’obbligo vaccinale, e un’altra reticente guidata dal segretario. Il convegno è stato una specie di secondo atto rispetto al protocollo di cure domiciliari presentato il 3 novembre 2020 al Senato che prevedeva in quel caso l’uso dell’idrossiclorochina “per evitare l’affollamento degli ospedali ed i lockdown”. Quella volta era presente anche il segretario Matteo Salvini. Questa volta il suo entourage fa sapere che di questa iniziativa, il “Capitano”, non ne sapeva niente. Il convegno è stato animato dall’associazione Ippocrate.org, organizzatrice dell’incontro, guidata da Mauro Rango, fondatore, laureato in diritti umani, quindi non un medico e neanche uno scienziato. A morire per le complicanze del covid-19 in Italia 130.027 persone. Il protocollo ha l’uso dell’ivermectina, il cui utilizzo, come con l’idrossiclorochina, contro il covid-19 è stato bocciato dall’Agenzia Europea del Farmaco (Ema), dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e della Food and Drug Administration (Fda) americana. Altri spunti: azitromicina (oltre a ivermectina) nella terapia domiciliare, cortisone ed enoxaparina in ospedale, ricorso al plasma iperimmune. Convegno da brividi sulla schiena quindi, e soprattutto per tre motivi. Innanzitutto perché la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alrberti Casellatti ha fatto arrivare un messaggio in sala salutando “con piacere l’avvio di questo prestigioso convegno internazionale. Desidero congratularmi con la Lega che ha contribuito a questo importante approfondimento”. La seconda carica dello Stato ha poi preso le distanze dal convegno. Rango invece – dopo aver dichiarato che “è assurdo morire di Covid” e che ciò capita perché “in Italia non si curano i pazienti che si ammalano, si lasciano in vigile attesa con la tachipirina” o si portano in ospedale “solo per dare l’ossigeno” – ha preso a esempio la Lombardia, la Regione più colpita in Italia e dove il virus ha cominciato a diffondersi, come esempio negativo di gestione dell’emergenza. Lombardia ancora guidata dalla Lega del Presidente Attilio Fontana. Dal paradosso si passa alla farsa quando si apprende che, scrive Il Corriere della Sera, all’ingresso parecchi dei partecipanti del convegno sono stati “tamponati” d’urgenza nell’ambulatorio del Senato perché privi di Green Pass valido. A condannare l’occasione la Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) – che tra le altre cose porta il conto dei medici morti a causa del contagio, 360 – che ha condannato come il medico non debba adottare pratiche “delle quali non sia resa disponibile idonea documentazione scientifica e clinica, valutabile dalla comunità professionale e dall’autorità competente. Né deve adottare o diffondere terapie segrete”. Il virologo Roberto Burioni ha lamentato: “Da Stamina non abbiamo imparato niente. E a rimetterci sono i più deboli e i più sfortunati”. Ferrero si è difesa in un’intervista a Repubblica. “Al convegno hanno parlato medici di livello internazionale, con lunghi curriculum. Non si può più parlare, né esprimere tesi scientifiche in questo Paese?”. Non ha rivelato, per privacy, se è vaccinata o meno. Ha comunque rivendicato la sua partecipazione a manifestazioni contro il Green Pass.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Covid, l'affondo di Luca Ricolfi: "Ecco perché sulla pandemia nessuno dice la verità". Luca Ricolfi su Libero Quotidiano il 7 settembre 2021. Pubblichiamo stralci di un intervento di Luca Ricolfi sull'informazione ai tempi della pandemia apparso sul sito internet della Fondazione David Hume. Oltre a fare il prof. universitario, di Sociologia e Analisi dei dati, negli ultimi 16 anni ho fatto il mestiere di editorialista. I quotidiani con cui ho collaborato, la Stampa, Il Sole 24 Ore, il Messaggero erano (e sono tuttora) politicamente poco caratterizzati. In concreto, vuol dire che potevo scrivere (quasi) tutto quel che mi passava per la testa. Certo, mi è capitato di sentire qualche volta la pressione a non essere troppo crudo, ma mai ho avuto la sensazione che ci fossero cose vere che non si potevano dire (...). Oggi è ancora così? Per certi versi credo di sì. Anche oggi, nessuno ti dice che cosa devi scrivere, e che cosa non puoi scrivere. Ma per altri versi sento che no, non è più così. Un clima come quello che si respira da 8-9 mesi a questa parte non mi è mai capitato di avvertirlo prima, forse perché non sono abbastanza vecchio per avere memoria di quel che può diventare il mestiere di editorialista indipendente quando scoppia una guerra. Già, perché questo è successo: alla fine del 2020 l'Italia, come ogni altra nazione europea, ha dichiarato ufficialmente guerra al virus. E, nello stato di guerra, tutto cambia. La popolazione è chiamata a cooperare allo sforzo bellico, e chi è nella condizione di vestire la divisa (i maggiorenni) è tenuto ad arruolarsi (vaccinarsi). Chi rifiuta di farlo è considerato un disertore, chi non partecipa alla campagna di arruolamento, o lo fa esprimendo qualche riserva, viene visto come un disfattista. I media principali sono chiamati a dare il loro contributo a vincere la guerra che è stata dichiarata. Non era mai successo, dalla fine della seconda guerra mondiale, ossia dall'ultima guerra vera scoppiata in Europa. Ed ecco il problema. Il lavoro dello studioso, se non è accecato dall'ideologia e dalla faziosità, non è quello di sostenere con tutti i mezzi una determinata causa, foss'anche la più nobile. Il lavoro dello studioso è di dire le cose come stanno, in base alle risultanze della ricerca scientifica. Se non fa questo, e decide che cosa dire e che cosa non dire in base all'opportunità politico-militare del momento, perde completamente la sua credibilità. Ma dire le cose come stanno è difficile nel corso di una guerra, e lo è particolarmente sui media più autorevoli (stampa e tg), che - giustamente dal loro punto di vista - si sentono impegnati in una missione suprema, la guerra al Covid, non certo a dare ai propri lettori una rappresentazione accurata della realtà. Il guaio, per lo studioso, è che - fra le molte cose vere o supportate dai dati - ve ne sono parecchie che non tengono alto il morale delle truppe, o addirittura hanno effetti di demoralizzazione (...). 

Fake checking. Questa compulsione a prendere partito, riducendo al minimo i dubbi e le sfumature, è tanto più interessante quando si manifesta negli interventi di fact checking, i cui estensori ambirebbero ad un ruolo di giudici obiettivi e neutrali: anche lì, dopo poche righe, capisci dove si va a parare. La pratica del fact checking, proliferata durante il Covid, meriterebbe uno studio a sé. In innumerevoli casi si è trasformata in una sorta di killeraggio a danno delle posizioni eterodosse, anche se sostenute da studiosi autorevoli (...). Forse il caso più clamoroso di killeraggio è stato quello nei confronti degli scienziati che sostengono la tesi, minoritaria ma non del tutto priva di argomenti a supporto, secondo cui la vaccinazione di massa - in presenza di alti livelli di circolazione del virus - possa favorire la nascita di varianti resistenti al virus. Questa tesi, giusta o sbagliata che sia, è stata completamente cancellata dalla comunicazione pubblica, perché avrebbe potuto instillare il dubbio che sia stata una follia, nell'autunno-inverno del 2020, non abbattere la circolazione del virus prima di iniziare la vaccinazione di massa; e ora potrebbe alimentare il sospetto che la vaccinazione non basti, e che l'era delle restrizioni e dei lockdown non sia affatto finita. Nonostante gli sforzi per cancellarla e squalificarla, la tesi della pericolosità della vaccinazione di massa in condizioni di alta circolazione del virus sta faticosamente riemergendo nel dibattito scientifico, anche in sedi prestigiose come la rivista Nature. Forse, dovremmo smettere di parlare di fact checking, e prendere atto della mutazione: in epoca di guerra, il fact checking si è trasformato in fake checking, al servizio dell'ortodossia dominante(...).

Disattenzione. Lo stile omissivo tocca sia la comunicazione provax, volta alla promozione della campagna vaccinale, sia quella nivax, volta a sollevare dubbi sulla vaccinazione (...). È il caso di notare, tuttavia, che vi sono anche omissioni che, almeno a prima vista, non hanno una evidente finalità pro o antivax. Sembrano, piuttosto, frutto di un mix di superficialità, disattenzione, gregarismo (...). Rientrano in questa categoria tre casi di "sproporzionata disattenzione" a ipotesi scientifiche interessanti e - se vere - potenzialmente ricche di conseguenze pratiche: 1. la trasmissione aerea del virus (attraverso aerosol, anziché attraverso le goccioline); 2. il ruolo protettivo della vitamina D; 3. le basi genetiche della suscettibilità individuale al virus, nonché l'esistenza (da gennaio 2021) di un test per individuare gli italiani suscettibili (circa 1 su 6); Sul primo punto (trasmissione mediante aerosol), il silenzio è durato circa un anno. Nonostante pubblicazioni scientifiche e appelli di centinaia di scienziati di decine di paesi, per tutto il 2020 l'Oms non ha mai voluto prendere seriamente atto di questa possibilità. In Italia, grazie a una lettera aperta del prof. Giorgio Buonanno, l'allarme sulla realtà della trasmissione mediante aerosol era scattato fin dal 27 marzo 2020, ma è stato completamente ignorato dalle autorità sanitarie, e solo tardivamente preso in qualche considerazione dai mass media. Sul secondo punto (vitamina D), salvo isolate eccezioni, l'attenzione dei media è stata sempre bassissima, e sostanzialmente succube del Ministero della Salute che, diversamente dalla comunità scientifica, ha sempre cercato di togliere ogni legittimità all'ipotesi di un nesso fra carenza di vitamina D e suscettibilità al Covid. Ancora oggi (settembre 2021), sul sito del Ministero, l'ipotesi è sbrigativamente derubricata a fake news. Sul terzo punto (basi genetiche), l'esistenza di una copiosa letteratura scientifica, e l'indubbia importanza dell'esistenza di un test (dell'Università di Verona) per individuare i soggetti più a rischio, non sono bastati ad attirare l'interesse dei media e delle autorità sanitarie (...).

I tabù di provax e nivax. Ma torniamo ai tabù dei media provax e nivax. L'informazione provax è incapace di accettare qualsiasi notizia scientifica che vada contro il totem della vaccinazione, così smorzando il consenso del pubblico, o disturbando i piani del governo. Nell'estate 2021, in piena stagione turistica, è stata messa la sordina alle ricerche che dimostravano che anche i vaccinati possono trasmettere il virus, e che non è affatto vero che fra vaccinati non ci si infetta: l'imperativo categorico era rendere desiderabile la vaccinazione, e favorire il decollo del Green Pass. È presumibile che nascondere i limiti della vaccinazione possa aver spinto la vaccinazione stessa, ma è certo che magnificare acriticamente le virtù protettive dei vaccini ha contributo a ridurre la vigilanza e il rispetto delle regole di prudenza (...). L'informazione nivax, d'altro canto, pare strutturalmente incapace dileggerei dati. Ogni sorta di espediente logico viene usato per mettere in dubbio l'efficacia del vaccino. (...) Interessanti le ingenuità alla Cacciari, miseramente franato sul "paradosso di Simpson", una trappola statistica in cui si può cadere quando la relazione fra due variabili (vaccinazione e decesso) viene analizzata ignorando una terza variabile (l'età) che può capovolgere il segno della relazione. E infatti gli stessi dati invocati da Cacciari per insinuare che il vaccino non funziona, correttamente analizzati, provano semmai l'esatto contrario (...). Alle fine, quel che accomuna i due campi è l'omissione di informazioni rilevanti, e la selezione arbitraria di pezzi di informazione funzionali alla tesi che si vuole difendere, il cosiddetto cherry picking.

Sarina Biraghi per “La Verità” l'1 agosto 2021. Dopo tanto dolore, la Bergamo di chi ha perso i propri cari uccisi dal coronavirus, ieri era in piazza per la verità. Contro la commissione d'inchiesta sul Covid, davanti al Comune di Bergamo, la protesta civile dei familiari delle vittime del virus che hanno esposto gli striscioni con scritta bianca su sfondo blu, #sereni (riportato anche sulle mascherine), scritta che accompagna le iniziative di questo gruppo, che fa riferimento al team di legali guidato da Consuelo Locati, in rappresentanza di 520 familiari nella causa civile contro Ministero della Salute, Regione Lombardia e presidente del Consiglio (allora Giuseppe Conte). In piazza Matteotti con i parenti c'erano anche Giuseppe Marzulli, ex direttore sanitario dell'ospedale di Alzano Lombardo, che fu al centro dell'epidemia nella tragica primavera dell'anno scorso, il generale Pier Paolo Lunelli e gli avvocati che hanno intrapreso la causa civile a Roma. La protesta, oltre che nei confronti della commissione d'inchiesta sul Covid, che dovrebbe essere varata dalla Camera, è stata anche contro il sindaco Giorgio Gori e gli altri politici del territorio, «che non hanno detto una sola parola in merito all'increscioso tentativo di insabbiamento avvenuto nelle scorse settimane a suon di emendamenti presentati anche dai parlamentari bergamaschi, Alberto Ribolla ed Elena Carnevali, sulla commissione. «Oggi è un momento importante perché è una manifestazione organizzata dai familiari, per dare un segnale molto forte rispetto al fatto che non sono più disposti ad accettare spiegazioni che non sono tali, rispetto a ciò che è successo», ha spiegato l'avvocato Locati, «È una manifestazione che arriva dopo tutto ciò che è uscito sulla commissione d'inchiesta, che è diventata una farsa, con l'approvazione di due emendamenti abrogativi che hanno limitato l'indagine della commissione stessa al 30 gennaio 2020, cioè prima della dichiarazione dello stato d'emergenza, quando il primo caso in Italia ufficialmente riconosciuto si è avuto il 20 febbraio 2020 e, nella Bergamasca, il 22 febbraio. Non ci sarà quindi un'indagine parlamentare in Italia. E soprattutto, siamo a Bergamo, visto che i due emendamenti in questione vengono dai parlamentari bergamaschi». La commissione dovrebbe occuparsi di quanto avvenuto in Cina prima del 30 gennaio 2020, tagliando fuori il capitolo della gestione italiana e di eventuali responsabilità politiche. Peraltro, ieri, il gruppo dei legali ha detto di avere «nuovi documenti che evidenziano di un incontro tra governo e Regioni il 25 gennaio 2020 sulle misure da mettere in campo per il contenimento del Covid. E dopo quell'incontro si sarebbero modificati i criteri di valutazione e quindi tracciamento dei casi sospetti sul territorio nazionale». «Un increscioso tentativo di insabbiamento con Gori che non si è fatto garante della nostra ricerca di verità», scrivono in una lettera aperta i rappresentanti delle famiglie (Paolo Casiraghi, Alessandra Raveane, Cassandra Locati e Antonella Dell'Aquila). «Eppure fu proprio Gori a lasciarsi andare alla commemorazione dello scorso 18 marzo con espressioni come "Ciò che colpisce è che questi numeri sui decessi raddoppiano quelli delle vittime ufficialmente accertati", "Sono morti nelle loro abitazioni o nelle case di riposo senza che fosse possibile fare loro un tampone, perché a marzo 2020 i tamponi erano pochi e bastavano appena per i casi più gravi”. Consapevolezze che, di fronte a tutti gli italiani, evidentemente non gli sono bastate per chiedere a Mario Draghi di farsi garante della verità». Secondo i manifestanti, il vero problema nella gestione dell'epidemia è stata la mancata zona rossa della Valseriana. «Chiudere sarebbe stato prerogativa di tutti. Inclusi i presidenti di Regione. Ma anche di quei sindaci per i quali invece non bisognava fermarsi. Noi oggi chiediamo la verità perché sentiamo di doverla dare non tanto a noi stessi, ma la dobbiamo a tutti i cittadini italiani. Lo dobbiamo a chi, a chi ha perso il lavoro con dei bambini da crescere e mandare a scuola. Lo dobbiamo a chi, avendo perso il lavoro ora vive per strada. Lo dobbiamo a loro, ai bambini. Costretti a stare rinchiusi per mesi senza muoversi, giocare e incontrare i propri amici. E lo facciamo anche e soprattutto perché in tal modo possiamo rappresentare per questi bambini un ideale. Quello di chi non si sa arrende davanti a muri di gomma». Secondo Giuseppe Marzulli, l'ex direttore generale del pronto soccorso di Alzano Lombardo che disse no alla riapertura dell'ospedale dopo la scoperta dei primi pazienti positivi, la modifica alla commissione è «insensata e illogica», tanto da indurre a ipotizzare che «ci sia stato uno scambio di reciproci favori in cui alcuni partiti politici, che hanno tutto l'interesse a nascondere gli errori e le omissioni del ministero della Salute nella prima ondata pandemica, si siano accordati con altri partiti politici che invece hanno tutto l'interesse a nascondere le analoghe responsabilità di Regione Lombardia, al fine di insabbiare il tutto?». Ci sono stati 140.000 morti e secondo il medico in pensione «troppa è stata l'impreparazione italiana nelle fasi iniziali e troppi gli errori, le omissioni e la disinformazione su quanto realmente accaduto». E perciò Marzulli chiede direttamente al sindaco della città «martire», Gori, di prendere «una posizione netta e senza ambiguità sugli emendamenti che limitando il mandato della commissione hanno l'unico obbiettivo di insabbiare quanto avvenuto».

Bollettino 11 ottobre, cosa non torna nel rapporto contagi-morti: "Dati nascosti"? Un ombra sul ministero. Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. La situazione epidemiologica dell’Italia continua a rimanere sotto controllo, nonostante i dubbi avanzati in giornata da Andrea Crisanti, secondo cui c’è una “discrepanza ingiustificabile” tra i 30-40 decessi al giorno per Covid e il numero “ridicolo” di contagi. “La gente pensa che abbiamo mille casi e che è finito tutto, ma non è così - ha dichiarato il professore - quello che conta è chi fa i tamponi, se noi nel computo mettiamo tutta la gente che si fa il tampone perché deve andare a lavorare è chiaro che le incidenze sono bassissime”. Ed effettivamente in Italia, a fronte di un numero piuttosto alto di test analizzati, i casi sono sempre molto pochi. Il bollettino di oggi, lunedì 11 ottobre, rilasciato dal ministero della Salute dà conto di 1.516 contagiati, 2.184 guariti e 34 morti a fronte di 114.776 tamponi analizzati, un terzo rispetto a quelli degli altri giorni a causa della domenica. Il tasso di positività è stato rilevato all’1,3 per cento (+0,5 rispetto a ieri), ma quella che continua a contare di più è la situazione del sistema sanitario nazionale. La pressione sugli ospedali continua a essere molto bassa, nonostante oggi il saldo dei ricoverati in reparti Covid sia +47 e quello dei ricoverati in terapia intensiva +10: un aumento artificiale, dipeso unicamente dal giorno, già da domani il trend si confermerà in discesa. Nel frattempo la campagna di vaccinazione è arrivata a 86.357.481 dosi somministrate in totale.

Le accuse al capo del governo. Per Massimo Giannini e la Stampa Draghi è un dittatore, scatta la resistenza all’ombra della Fiat. Michele Prospero su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Sotto la direzione di Massimo Giannini la Stampa si è fortemente collocata nell’ambito della “sinistra illiberale” che tanto spaventa oltremanica il foglio gemello The Economist. Lo spettro di una deriva radicaloide, che l’organo della famiglia Agnelli denuncia sulle rive del Tamigi, è proprio lo stesso che la proprietà foraggia generosamente sulle calde acque del Po. Una vera doppiezza. Non è dunque il plebeo estremismo che dal basso inveisce contro l’élite a imperversare come una minaccia alla razionalità politica della vecchia Europa. È proprio il classico foglio del grande padronato a imprimere dall’alto della sua influenza una radicalizzazione che delegittima l’ordinamento costituzionale come potere alla deriva e nei suoi vertici in preda a un anomalo delirio autoritario. Agli affondi crepuscolari di Agamben e Cacciari si è aggiunto infatti un ulteriore livello di denuncia: Draghi in persona è ritenuto “una sorta di sovrano contemporaneo”. Tradotta in prosa, la definizione di Donatella Di Cesare significa che con la leadership personale di Draghi si spezzano i fili residui dello Stato di diritto per sperimentare altre forme di dominio politico. Sovrano è chi decide con il supporto della coercizione collocandosi ambiguamente oltre il codice stringente della legalità. E l’azione di Draghi è ritenuta fortemente dissolutrice, trattandosi di “un sovrano della competenza” che con le sue decisioni irrituali rompe “la forma della repubblica così com’è”. Il “premier-guaritore”, come viene chiamato da Di Cesare, è una reincarnazione del “Les rois thaumaturges” di Marc Bloch. Questa figura di un corpo regale che si sacralizza alimenta la falsa credenza di massa in una menzogna, quale è il rito della guarigione, per cui il sovrano con il tocco delle sue mani sforna attitudini taumaturgiche. Con il misticismo del capo di governo che compie miracoli con gli abiti della tecnica si entra nell’età della menzogna istituzionalizzata, della rottura di ogni ordine formale-legale ad opera di un sovrano-persona. Secondo l’editorialista della Stampa non solo la grande riforma semipresidenziale è “quasi un dato di fatto” (Draghi diventa l’esecutore testamentario di un abortito progetto di Craxi) ma nella sfera pubblica domina lo spettro della deriva autoritaria perché per molti attori la “democrazia è un optional”. Secondo Di Cesare occorre perciò, nella slavina costituzionale in corso, alzare il livello della critica e colpire esplicitamente la figura di Draghi come “timoniere di una democrazia sospesa” che ha rotto il patto repubblicano. Si sta parlando della repubblica democratica che non ha mai sfiorato i diritti ritenuti inviolabili, cioè i principi supremi che proprio in quanto valori fondativi dell’ordinamento vengono sottratti anche alle leggi di revisione costituzionale, ma sembra che la Stampa abbia presente “lo stato di pericolo pubblico”, un istituto fascista degli anni trenta o “La suspension de l’empire de la Constitution” prevista dalla legge francese post-rivoluzionaria. Eppure, in un’Italia colpita dalla pandemia, restano ben scolpiti i diritti inalienabili della persona, la libertà e segretezza della comunicazione, i diritti politici e sindacali, l’habeas corpus e nella vita di relazione non domina il sospetto, la delazione. Non si intravvede l’accentuazione repressiva del diritto penale con la sospensione della presunzione di innocenza, con il ricorso all’analogia e alla retroattività della norma, non si avvertono inasprimenti di pene con gracili fattispecie, invenzioni arbitrarie di reati (nella sanità pubblica non si riesce a sospendere dal servizio neppure il migliaio di medici no-vax). E neppure, malgrado l’efficienza logistica del generale Figliuolo che compare solo in una divisa che non evoca terrore, si avverte l’opera di commissioni militari speciali, l’intrusione repressiva di tribunali ad hoc. In condizioni drammatiche (oltre 130 mila morti) e con le limitazioni solo temporanee (e quindi ragionevoli-proporzionali allo scopo) di piccole e preziose libertà quotidiane, le risorse dell’ordinamento sono state attivate per tutelare il dovere pubblico irrinunciabile (per ogni forma politica, non solo quella democratica) di garantire il diritto alla vita. Nel mezzo della emergenza sanitaria non si è precipitati in uno sregolato stato di natura o condizione di guerra ma sono state celebrate elezioni regionali, comunali, referendum, congressi di non-partiti. E nessun organo costituzionale è stato ridimensionato nella pienezza delle proprie funzioni. Non c’ è in corso alcuna sospensione dell’habeas corpus, non si registra alcuna interruzione della vita istituzionale e restringimento del pluralismo sociale, politico, culturale. E i vaccini, come strumento di protezione del bene indisponibile della vita, che è la radice originaria della forma politica in quanto tale, non sono equiparabili ai rastrellamenti di massa perché la fila delle persone nei centri della sanità pubblica non è assolutamente la variante post-moderna della nazionalizzazione e disciplinamento totalitario di massa (vero Giuliano Ferrara evocatore, sulla inopinata scia di “filosofi effimeri e bizzarri”, di una assai immaginaria “svolta autoritaria”?). Sul foglio ribelle torinese i concetti di emergenza e di eccezione perdono la loro pregnanza analitica (riferite alle consuetudini del “doppio Stato” mirabilmente raccontate da E. Frenkel) e diventano delle vaghe espressioni semanticamente ballerine. Non l’emergenza, come in altri interventi di Cacciari e Agamben, ma proprio “l’eccezione si affaccia inquietantemente all’orizzonte” secondo Di Cesare. Le parole hanno però un significato univoco nel diritto. Per stato di eccezione si intende in dottrina una rottura profonda che altera il quadro costituzionale, una cesura cruenta o meno che spezza repentinamente l’ordine politico. Lo stato di eccezione indica per definizione l’emersione di un momento autocratico situato al di fuori della norma e quindi un esercizio del comando incompatibile con lo Stato di diritto. Esso prospetta anzi la esplicita fuoriuscita dal principio di legalità e l’avvento di una condizione estrema di dominio irresistibile in sé privo di forme. Nel caso di eccezione ricompare il sovrano che, con il recupero del monopolio della decisione ultima, rinuncia ad ogni regola e strapazza qualsiasi procedura vincolante. Lo spiega bene Schmitt: «Nel caso di eccezione la decisione si distingue dalla norma giuridica, e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto». Si tratta non di un semplice Stato assoluto (sciolto da vincoli giuridici che appaiono del tutto volatilizzati) ma di un apparato totalitario (mobilita, reprime senza limiti, si insinua nella società in modo penetrante, oppressivo) che affida al sovrano la decisione ultima non giustificata da norme vigenti. La sua volontà discrezionale e senza regole (l’eccezione è «il caso non descritto dall’ordinamento giuridico vigente») si afferma come duro fatto e appare sciolto da forme in quanto la irruzione decisionale-creatrice non è giustificata da altre norme o principi costituzionali. Secondo la Stampa il ruolo di Draghi è a tutti gli effetti quello di un sovrano schmittiano che, avendo rotto di proposito la cornice di legalità, giace al di fuori dell’ordinamento. Dinanzi a una democrazia sospesa, per via di una slealtà del titolare del potere che abusa delle proprie attribuzioni procedurali, sono possibili ben poche risposte, una volta preclusa quella adombrata dalle dottrine alto medievali che si spingevano sino al tirannicidio. Se però l’eccezione è una condizione reale della repubblica neppure sono disponibili quali argini le vie delle istituzioni di garanzia che sono state soppresse e svuotate proprio dalla situazione di eccezione. Come precisa Schmitt «nel caso di eccezione, lo stato sospende il diritto, annulla la norma». Cosa è legittimo fare allora per difendere le libertà fondamentali entro una democrazia che per Di Cesare è stata sospesa per colpa del prestigio conferito ad “una rockstar mondiale della knowledge”? Quale condotta è lecita ex parte populi per impedire che qualcuno, arroccato nel palazzo del governo, consolidi l’arbitrio del potere e prolunghi l’incertezza dello stato di eccezione? Se l’accusa a Draghi è quella di essere diventato, nel vuoto dei partiti e senza neppure il bisogno di un colpo di mano ex parte principis, il sovrano che governa discrezionalmente lo stato di eccezione, degli efficaci rimedi legali-procedurali non sono disponibili: le istituzioni di garanzia sono di per sé incompatibili con il concetto stesso di stato di eccezione (che per Schmitt implica proprio «la sospensione dell’intero ordinamento vigente»). Non resta allora che seguire le vie di fatto contro il “timoniere” guaritore e attendere che Giannini con la barba risorgimentale scenda in via Lugaro per distribuire le istruzioni per la disobbedienza civile o per fornire le direttive indispensabili per esercitare il diritto di resistenza (previsto dalla carta tedesca, ma non da quella italiana). C’è molto da temere da una sinistra illiberale, ma gli scritti dei padroni illiberali che evocano di fatto un metaforico “Draghicidio” inquietano ancora di più in questi tempi di innamoramenti per le categorie distruttive di “filosofi effimeri e bizzarri”. Michele Prospero  

D come Decisione. Giuseppe Trapani, Giornalista, su Il Riformista il 20 Settembre 2021. Se provassimo a fare il gioco nomi, cose, città aggiungendo però per ipotesi l’inedita colonna “politica” ci sarebbe da divertirsi soprattutto estraendo la lettera D. Anzitutto avremmo le risposte facili: il nome (Davide), la città (Domodossola), il frutto (Datteri) o l’animale (Daino) ma poi arriva il bello. Che mettiamo – a questo punto- alla categoria politica? D come? A qualcuno verrebbe in mente la parola “Delirio” pensando probabilmente ad un quinto del paese (20-22%) che manifesta un atteggiamento ostinato, tignoso e oppositivo per l’atteggiamento dei restanti 4/5.  Un pezzo di paese dormiente quando ci siamo rintanati dentro casa l’anno scorso ma poi emerso in tutto il suo coraggio reazionario anti-sistema quando si è trattato di fare la propria parte per riaprire. Un classico del paraculismo italico, una porzione (piccola) di paese che insieme agli altri – forse – cantava sui balconi al grido di #andratuttobene (sottinteso #coldidietrodeglialtri).  Quelli che D come Delirio in queste settimane dicono convintamente NO al vaccino (gratis) preferendo il tampone (pagato dagli altri). Sono dubbiosissimi e scettici sui sieri sottoposti a certificazioni internazionali di FDA-EMA già inoculati su milioni di persone, ma si dichiarano sicurissimi dell’efficacia dell’automedicazione con principi attivi (tra questi un antiparassitario per cavalli)  ancora non supportati da studi analitici. E la mente va all’ex presidente americano Donald Trump che consigliava di iniettarsi in vena direttamente l’amuchina durante una conferenza stampa di fronte al capo della commissione medica della Casa Bianca, Deborah Birx, ancora sotto shock da allora. Viva il libero pensiero ma se non è delirio questo, cos’altro sentiremo prossimamente? Ad altri verrebbe un’altra e più emblematica parola poco declinata in politica ed è Decisione: una categoria dell’umano e del sociale che una certa vulgata vorrebbe contrapposta alla D di Democrazia, come fosse antitetica. Una politica decidente è un tema discusso in questi anni ma “distratto” dall’equivoco di fondo per cui l’agire è l’opposto del consultare e del discutere.  Non è così, piuttosto è accaduto il contrario: sono anni che si parla e basta, che al tanto fumo non corrisponde l’arrosto, che si promette a basso costo sparando sciocchezze a caso. Di conseguenza, per i cittadini è naturale pensare che non accade nulla di quanto detto nella realtà dei fatti. Gli esempi sono già entrati nella letteratura politica (e mitologica) degli ultimi anni: Dalla mai nata rivoluzione liberale alla riforma sciagurata dei poteri regionali passando per la fine della povertà, l’abolizione delle accise sui carburanti, al sovranismo di mattina e all’europeismo di sera. Un cumulo di totem che si declamano tanto nessuno chiede il conto di nulla. Lecito fino a quando non ti arriva la pandemia che ti squaderna i piani e che ti obbliga al principio di realtà.  Siamo in un tempo di pandemia e – ci risulta  –  fino al 31 dicembre di quest’anno l’Italia mantiene uno stato di emergenza, una parentesi di straordinarietà  votata dal Parlamento e tuttora in vigore.  Pertanto il governo deve (non può) declinare il mandato a decidere norme di contrasto contro la diffusione del covid, a meno che il parlamento non stabilisca la fine di questa fase togliendo la fiducia all’esecutivo.  E i cittadini – come lo fu per il lockdown, i vari dpcm, le aperture, le fasce di rischio delle regioni eccetera – hanno rispettato le regole. Con il governo Draghi, ad aprile, è norma ordinaria (Legge 76/2021) l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari come logica principio di attenzione nell’esercizio della professione medica ed infermieristica. Non fa una piega sapere che gli operatori chiamati a curare i pazienti non siano – anche inconsapevolmente – vettori della malattia. Come legittimo, ci si è indignati con qualche qualche gne-gne sui talk ma le lacrime sono durate, per l’appunto, il tempo di un talk.  Successivamente si è passati al green pass e anche qui una telenovela dell’assurdo col paradosso per cui mentre la gente continuava a vaccinarsi, l’urlo dei reazionari alla dittatura si faceva sempre più grottesco.  E – di estensione in estensione – giungiamo all’obbligo lasciapassare per il comparto scuola (oltre 90 per cento di lavoratori vaccinati) fino a tutto il mondo dei lavoratori pubblici e privati. Il risultato è che nonostante ore di discussioni inutili – e di cortei farneticanti o di convegni ippocratici a base di cure alternative senza responsabilità di chi le propone (fenomeni no?) – i cittadini ad un certo punto rispettano le decisioni prese. Incentivo dittatoriale? Sopraffazione dei poteri forti? Carcerazioni di massa? Non mi pare.  Ci sono milioni di italiani con 5G improbabili sul corpo? Microchip e magneti sul braccio? Niente di tutto ma semplicemente il rispetto delle regole.  Sembra assurdo ma nel nostro paese una volta tanto decidere non lede nessun diritto fondamentale delle persone, con buona pace di chi continua a stracciarsi le vesti. Decisione e Democrazia non sono – come una certa vulgata vorrebbe far passare – categorie antitetiche ma possono coesistere ed integrarsi se ordinate sempre al bene comune. Tutto il diritto di critica sia chiaro, ma vanno veicolati argomenti costruttivi per il dibattito nell’opinione pubblica evitando magari il cortocircuito di questi mesi dove si sono raggiunte vette altissime di non-sense frutto di ignoranza grassa ed insopportabile in materia scientifica (non a caso 6 studenti su 10 vanno malissimo in matematica, fisica e scienze) a cui aggiungere la disinvoltura cazzara nello spacciare le proprie opinioni (legittime ma relative) per verità mediche. Un atteggiamento che non ho paura a definire criminogeno specialmente se si tratta della salute dei cittadini; perchè va bene tutto ma nella gerarchia del tuttologismo essere immunologi o virologi un tanto al chilo è più pericoloso (direi criminale) che sentirsi economisti di giornata o commissari tecnici post partita. Non credete? Ciò detto, la politica si è trovata dinanzi ad una scelta “di campo” ineluttabile: stare dalla parte dei fatti e non accarezzare il pelo alle opinioni, applicando perciò il fattore D, il fattore decidente.  Decidere non è arbitrio dittatoriale quando è in gioco la pelle dei cittadini. Decidere quindi è democratico, contro i democratici di maniera. Decidere (nella lotta la Covid) è non mettere etichette elettorali, non è di destra nè di sinistra e nemmeno pentastellato. Decidere è esercizio gravoso di offrire una traiettoria di azioni che valgono per i molti tendendo a coinvolgere tutti. E le minoranze – quando il prezzo è la salute collettiva – si rispettano ma non possono sostituirsi alla maggioranza. Le minoranze semplicemente si adeguano. 

L’erba voglio e la società dell’obbligo. Marcello Veneziani, La Verità (17 settembre 2021). Indovina indovinello, cosa mancava all’appello e alla filiera dopo i diritti omo-trans, l’utero in affitto, le applicazioni gender, l’aborto, l’eutanasia, lo ius soli? Ma la droga, perbacco. Mancava un grano al rosario progressista della sinistra, e in particolare al Pd che è un partito radicale a scoppio ritardato; e puntualmente è arrivato a colpi di firme sulla cannabis. Riciccia per l’ennesima volta la battaglia per la sua legalizzazione, ora in forma di referendum. Una proposta proteiforme e reiterata che si modifica di volta in volta secondo le circostanze e le opportunità del momento, ponendo l’accento ora su uno ora su un altro aspetto. Stavolta l’ariete per sfondare la linea è la coltivazione di canapa o marijuana a scopo terapeutico. Chi è così disumano da opporsi al caso limite di un malato che usa la droga e se la fa crescere in giardino per lenire le sue sofferenze e curare i suoi mali? Poi sotto la pancia delle greggi, come fece Ulisse con Polifemo, passa di tutto: non solo leggi per malati e sofferenti e ben oltre le rigorose prescrizioni e certificazioni mediche sull’uso terapeutico di alcune sostanze o erbe. Curioso questo paese che non consente i minimi margini di libertà e di dissenso nelle cure e nei vaccini per il covid, anzi perseguita e vitupera chi non si allinea e poi permette che ciascuno sia imprenditore farmaceutico di se stesso e si fabbrichi e si coltivi la sua terapia lenitiva direttamente a casa sua… L’autoritarismo vaccinale si trasforma in autarchia terapeutica se di mezzo c’è la cannabis. È il green pass al contrario: il pass per consumare green, cioè erbe “proibite”. Ma non è di questa ennesima battaglia, a cui ci siamo già più volte dedicati in passato, che vorrei parlarvi; bensì di quella filiera, di quel presepe di leggi, referendum e diritti civili di cui fa parte e che compone un mosaico dai tratti ben precisi. Ogni volta ci fanno vedere solo un singolo caso di un singolo problema portato all’estremo e noi dobbiamo pronunciarci come se fosse un fatto a sé, o un caso umano, indipendente dal contesto. E invece bisogna osservarli tutti insieme, perché solo così si compone la strategia e l’ideologia e prende corpo il disegno che ne costituisce il motivo ispiratore, l’ordito e il filo conduttore. È solo cogliendo l’insieme che si vede più chiaramente dove vanno a parare questi singoli tasselli o scalini, verso quale tipo di società, di vita, di visione del mondo ci stanno portando. Qual è il filo che le accomuna, la linea e la strategia che le unisce? Per dirla in modo allegorico e favoloso, è l’Erba Voglio. Avete presente la favola dell’erba voglio del principino viziato che vuole continuamente cose nuove e si gonfia di desideri sempre più grandi? Ecco, l’erba voglio è la nuova ideologia permissiva, soggettiva e trasgressiva su cui è fondato tutto l’edificio di leggi, di proposte, di riforme. Il filo comune di queste leggi è che l’unico vero punto fermo della vita, l’architrave del diritto e della legge è la volontà soggettiva: tu puoi cambiar sesso, cambiare connotati, mutare stato, territorio e cittadinanza, liberarti della creatura che ti porti in corpo o viceversa affittare un utero per fartene recapitare una nuova, puoi decidere quando staccare la spina e morire, decidere se usare sostanze stupefacenti e simili. Tu solo sei arbitro, padrone e titolare della tua vita e del tuo mondo; questa è la libertà, che supera i limiti imposti dalla realtà, dalla società, dalla natura, dalla tradizione. E non importa se ogni tua scelta avrà poi una ricaduta sugli altri e sulla società, su chi ti è intorno, su chi dovrà nascere o morire, sulla tua famiglia, sul tuo partner, sulla tua comunità, sulla tua nazione. Il tuo diritto di autodeterminazione è assoluto e non negoziabile, e viene prima di ogni cosa. Ora, il lato paradossale di questa società è che lascia coltivare, in casa, l’Erba Voglio ma poi dà corpo a un regime della sorveglianza e del controllo ideologico, fatto di censure, restrizioni e divieti. Liberi di farsi e di disfarsi come volete, non liberi però di disubbidire al Moloch del Potere e ai suoi Comandamenti pubblici, ideologici, sanitari, storici e sociali. Anarchia privata e dispotismo pubblico, soggettivismo e totalitarismo, Erba Voglio e Pensieri scorretti proibiti, Erba voglio e divieto di libera circolazione. Ma le due cose non sono separate, estranee l’una all’altra e solo casualmente e contraddittoriamente intrecciate. La libertà nella sfera dell’io fa da contrappeso, lenitivo e sedativo della coazione a ripetere e ad allinearsi al regime della sorveglianza. Ci possiamo sfogare nel privato di quel che non possiamo mettere in discussione nella sfera pubblica. Porci comodi nella tua vita singola in cambio di riduzione a pecore da gregge nella vita global. Puoi sfasciare casa, famiglia, nascituri, te stesso e i tuoi legami ma guai se attenti all’ordine prestabilito e alle sue prescrizioni tassative. Liberi ma coatti. La droga libera è oppio dei popoli e cocaina degli individui, narcotizza i primi ed eccita i secondi; aliena entrambi nell’illusione di renderli più liberi, li rende schiavi mentre illude di renderli autonomi. Benvenuti nella società dell’erba voglio e dell’obbligo di massa. MV, La Verità (17 settembre 2021)

Cari sì pass, ricordatevi “Philadelphia”.  Redazione di Nicolaporro.it il 19 Settembre 2021. Sono diventati ciò che odiavano. La pandemia ha completamente ribaltato la loro prospettiva sul mondo frutto di anni di lotte e conquiste sociali e politiche. Ci riferiamo ovviamente a tutti coloro che fino al 2019 si riempivano la bocca di parole quali uguaglianza, diritti, inclusione sociale, lotta a qualsiasi tipo di discriminazione. Ecco, di fronte al virus tutto questo si è disciolto come neve al sole. Oggi il fine giustifica qualsiasi mezzo, financo l’annullamento del diritto al lavoro sancito all’articolo 1 della loro amatissima carta costituzionale. Sono passati dall’altra parte della barricata, insomma, da vittime a carnefici. Già, ora sono loro i cattivi della storia. E a questo proposito, ci torna in mente uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema degli anni ’90. “Philadelphia”, il capolavoro di Jonathan Demme con Tom Hanks (premio Oscar miglior attore protagonista) e Denzel Washington nei panni dei protagonisti.

La trama. Ricorderete tutti la trama, Andrew Beckett (Tom Hanks) è un brillante avvocato di un prestigioso studio legale di Philadelphia. E’ omosessuale e si ammala di AIDS nascondendo la malattia ai suoi datori di lavoro. Se non che i boss lo scoprono e lo licenziano per “giusta causa”. Toccherà poi a Joseph Miller (Denzel Washington) difendere il collega dimostrando che la reale motivazione alla base del suo allontanamento era in realtà l’orientamento sessuale di Andy e la paura della diffusione del contagio di HIV da parte dei colleghi. Già, la paura. Il pregiudizio. Il film si basa tutto su questo e su come Miller riesca pian piano a superare gli stereotipi della società in cui è cresciuto, diventando amico di Andy e vincendo la super causa milionaria. Una storia che ha commosso tutti, senza distinzione di credo politico, tanto da fare entrare Philadelphia nel gotha del cinema, anche e soprattutto in virtù degli insegnamenti e dei principi che veicolava.

Parallelismi con il presente. Come non trovare dei punti di contatto con quello che sta accedendo nel tempo del Covid. Oggi come allora si lotta contro un virus. Solo che nei primi anni ’90, periodo in cui è ambientato il film, l’HIV mieteva molte più vittime e le conoscenze mediche del fenomeno erano scarse, soprattutto per quanto riguardava la trasmissibilità. Quindi il timore di ammalarsi, poteva essere, per certi versi, anche giustificato. Eppure Andy ha vinto la causa. Fu pregiudizio, discriminazione. E qual è l’essenza della discriminazione? Ce lo spiegano Beckett e Miller: “il formulare opinioni sugli altri non basate sui loro meriti individuali ma piuttosto sulla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche”. Ebbene, questo è esattamente ciò che sta avvenendo oggi nei confronti delle persone non vaccinate che da metà ottobre non potranno più recarsi al lavoro senza avere il lasciapassare. Discriminazione. Si obietterà che, al contrario del protagonista del film, questi individui abbiano la possibilità di scelta. Vero, ma attenzione: chi l’ha detto che una persona non vaccinata sia automaticamente malata? Un individuo non è sano fino a prova contraria? E anche se non lo fosse, siamo così certi che sarebbe colpa sua? Era forse colpa di Andy se era omosessuale e se ha contratto la malattia? Sospensioni, multe, blocchi di stipendio. Ma fino a dove saranno disposti a spingersi? Checché se ne dica, nessuna carta costituzionale al mondo, nessuna legislazione giuslavoristica, nessuna norma etico-morale può concepire una tale prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Eppure sta succedendo. Devono essersi proprio dimenticati tutto. Hanno versato lacrime per Andy che se ne è andato in pace, sereno, dopo aver ristabilito il suo onore. Hanno fatto il tifo per l’avvocato buono che era saputo andare oltre i suoi limiti e ha lottato in difesa dei più deboli. Oggi, invece, sono diventati esattamente come i colleghi e i datori di lavoro del legale sieropositivo. Vigliacchi, impauriti, cattivi. Pronti a tutto pur di difendere la loro salute e la loro confort zone morale. Chissà che riguardare Philadelphia oggi non possa avere un effetto catartico su queste persone. Dio solo sa quanto ci sia bisogno di redenzione.

Gimbe, l’oracolo italiano dei dati sul Covid è finanziato dalle Big Pharma. Raffaele De Luca su Lindipendente.online il 29 maggio 2021. La Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) si definisce un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che dal 1996 favorisce «la diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche» e che, da quando è iniziata la pandemia causata dal Covid-19, fornisce una «tempestiva e costante informazione indipendente sull’emergenza» grazie al suo team che «analizza ogni giorno i dati della pandemia e della campagna vaccinale». Tuttavia la tanto decantata indipendenza della Fondazione non sembra sussistere realmente, in quanto all’interno del suo stesso sito tra le “fonti di finanziamento” compaiono i nomi di alcune case farmaceutiche produttrici dei vaccini anti Covid: AstraZeneca, Pfizer e Janssen (azienda della società farmaceutica Johnson&Johnson), con cui Gimbe afferma di aver lavorato. Oltre a ciò, la Fondazione offre anche servizi a pagamento ad enti sia privati che pubblici, tra i quali spiccano i corsi di formazione venduti ai principali enti sanitari nazionali e locali: l’Istituto superiore di sanità (Iss) e l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Dunque, non solo Gimbe non risulta essere realmente indipendente, ma difatti non è nemmeno una “organizzazione senza scopo di lucro”, in quanto non riceve denaro esclusivamente tramite le donazioni. In più, questo modo di operare contrasta con lo statuto della Fondazione, nel quale si legge che uno degli obiettivi è quello di «migliorare l’etica e l’integrità della ricerca». A tutto questo si aggiunga che, secondo il deputato della Lega Claudio Borghi, ci sarebbe un precedente enigmatico da chiarire: un contributo pubblico di 39.500 euro erogato a Gimbe nel 2018 dall’Istituto Superiore di Sanità per una collaborazione scientifica e firmato da Walter Ricciardi. Si tratta di colui che nel 2016 si era aggiudicato il “Premio Evidence” di Gimbe e che attualmente riveste il ruolo di consigliere del Ministro della Salute Roberto Speranza. Sulla base di ciò, il deputato ha spiegato al quotidiano Il Giornale di essere interessato a comprendere «quali siano i rapporti della Fondazione con il Ministero della Salute, con Iss e con le istituzioni sanitarie locali», se essa «partecipi ai processi decisionali della politica sull’emergenza Covid», se «riceva o meno finanziamenti pubblici» e, nel caso in cui li riceva, Borghi vorrebbe capire «da chi vengano erogati ed a fronte di quali servizi». Così Il Giornale ha cercato di porre tali domande a Gimbe, che però al momento si è rifiutata di fornire delle risposte a riguardo. Eppure si tratta di questioni di notevole importanza, dal momento che le previsioni (spesso catastrofiche ed a volte errate) e le analisi della Fondazione vengono riportate dai mass media ed accolte positivamente dagli esperti che, indirettamente, sottolineano l’affidabilità delle stesse. È chiaro, però, che la loro attendibilità in realtà non sia così scontata ed un conflitto di interessi (dovuto ai finanziamenti ricevuti dalla Fondazione) sembra quantomeno plausibile: siccome le analisi condotte da Gimbe hanno ad oggetto i dati forniti dall’Iss, e quest’ultimo risulta essere tra i finanziatori della Fondazione, è improbabile che vi sia una totale imparzialità da parte della stessa. Dunque ci si chiede perché, nonostante Gimbe sia inevitabilmente legata a Big Pharma ed agli enti pubblici, venga ancora oggi presentata come un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro. [di Raffaele De Luca]

Guido Stazi per “MF - Milano Finanza” il 26 agosto 2021. “L’uomo è un animale politico e in quanto tale portato a unirsi ai propri simili per formare comunità”; così Aristotele scolpiva la natura dell’uomo duemila e quattrocento anni fa in Politica; affermava che l'uomo è naturalmente provvisto di logos -ragione, pensiero, parola-, il che ben si accorda con la sua innata socialità, perché è mediante i logoi, i ragionamenti e le discussioni, che gli uomini possono trovare un terreno di confronto nelle comunità cui appartengono, fino allo Stato in quanto comunità più importante che comprende tutte le altre e il cui fine è il bene comune. Infatti, posto che tutte le azioni tendono ad un fine, che i fini sono molteplici, il bene ultimo sarà oggetto dell'attività più importante. Questa attività suprema per Aristotele è la Politica, poiché essa presiede a tutte le altre. La politica presiede alla stipula del contratto sociale che incanala i vizi della natura umana e realizza fini comuni. Il filosofo e storico napoletano Giambattista Vico ne La Scienza Nuova del 1725 scriveva: “La legislazione considera l’uomo quale è, per farne buoni usi nella umana società: come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione; e di questi tre grandi vizi, i quali distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra ne fa la civile felicità”. Prima di Vico, Thomas Hobbes nel Leviatano del 1651 sostiene che nello stato di natura, prima del contratto sociale che legittima l’autorità statuale, “la vita dell'uomo è solitaria, povera, sudicia, bestiale e breve”; e l’autorità dello stato è pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega con la rinunzia, per vivere in pace e sfuggire alla distruzione reciproca, ad esercitare i corrispondenti diritti collegati a tale libertà. Nei secoli successivi grandi pensatori - tra molti altri occorre ricordare John Locke, Immanuel Kant, John Stuart Mill, Montesquieu- aprono la strada al costituzionalismo liberale che, con la separazione e il bilanciamento tra il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario, limita l’arbitrio dello stato di fronte ai diritti fondamentali dei cittadini. Ma il problema dell’esercizio del potere rimane; scriveva J. S. Mill nel 1861: “lo stesso principio di governo costituzionale richiede l’ipotesi che chi detiene il potere politico cercherà di abusarne; non perché sia sempre così ma perché questa è la tendenza naturale delle cose contro cui è compito delle libere istituzioni proteggerci”. A conferma di questo equilibrio precario, arrivarono le tragedie del Novecento, coi disastri e i lutti provocati dalle guerre mondiali; le sconfitte delle dittature hanno però restituito al mondo occidentale istituzioni democratiche più forti e stabili, importanti organizzazioni di cooperazione internazionale e in Europa un lento ma progressivo avvicinamento al sogno federalista di Ventotene. E si è tornati a discutere su cosa dovessero fare lo stato liberale e la politica per garantire la convivenza civile in un’ottica di giustizia sociale e cosa invece andava lasciato alla libera interazione della società civile. Il luogo del dibattito, con eco globale, erano le grandi università americane e la politica della democrazia-guida del mondo occidentale. Nel 1971 un filosofo di Harvard, John Rawls, pubblicò A Theory of Justice; fin dal primo paragrafo Rawls affermava che “La giustizia è il primo requisito delle istituzioni sociali, [..] Ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri. [..] i diritti garantiti dalla giustizia non possono essere oggetto né della contrattazione politica, né del calcolo degli interessi sociali”. Il dibattito che accese Rawls, anche per le implicazioni di equità redistributiva delle sue teorie, fu globale; ma la contestazione più radicale arrivò da un altro filosofo della sua facoltà di Harvard, Robert Nozick che nel 1974 pubblicò Anarchy, State and Utopia. Il suo libertarismo radicale auspicava uno stato minimo, ridotto alle sue funzioni essenziali: sicurezza, protezione della proprietà privata e tutela dei contratti liberamente stipulati dagli individui. E quindi era contrario a qualunque redistribuzione del reddito a fini di giustizia sociale. Ma sul piano delle libertà individuali l’approccio di Nozick non era così distante da Rawls: “Gli individui hanno dei diritti; ci sono cose che nessuna persona o nessun gruppo di persone può fare loro senza violare i loro diritti. Tali diritti sono tanto forti e di così vasta portata, da sollevare il problema di che cosa lo stato e i suoi funzionari possano fare, se qualcosa possono”. Rawls e Nozick ebbero una enorme influenza sulla politica americana, rispettivamente sul partito democratico e su quello repubblicano, ambedue interpretando, da fronti opposti, lo spirito libertario del popolo americano. Dimostrando ancora una volta come, nella storia dell’umanità, il legame tra la cultura, il popolo e la politica riesca a garantire, e aggiornare, il contratto sociale alla base della convivenza civile. La pandemia, così come tutte le grandi crisi globali, oltre ai lutti e ai gravi disagi economici per molti cittadini, sta ponendo a tutti noi importanti questioni relative ai diritti individuali. Per un lungo periodo, anche nel nostro Paese, sono state imposte molte restrizioni a tutela della salute pubblica ed è tuttora in vigore lo stato di emergenza. Forse, grazie anche all’efficacia della campagna vaccinale, è il momento di iniziare una riflessione -comune e pacata- su come recuperare in sicurezza spazi di libertà individuale, consentendo che i cittadini tornino a stabilire un rapporto da adulti col potere politico; anche perché, sosteneva Kant nel 1784 “Un governo fondato sul principio della benevolenza verso il popolo, come un governo di un padre verso i figli, cioè un governo paternalistico in cui i sudditi, come figli minorenni che non possono distinguere ciò che è loro utile o dannoso [..] è il peggior dispotismo che si possa immaginare”. Un grande scienziato sociale, Franco Romani, commentava questo passo di Kant scrivendo ne La società leggera del 1995: “Lo Stato non è il padreterno, non è onnisciente, anzi tende molto spesso a far danno anche quando le intenzioni sono buone. Per questo va controllato e vincolato. Una società liberale avrà fondamenti sicuri solo quando i cittadini avranno imparato che possono far conto su sé stessi”. Questo dobbiamo fare adesso, recuperare un rapporto adulto con lo Stato. Elevando l’asticella del dibattito tra politica, cultura e popolo. 

Pandemia e diritti: la lezione dei filosofi. Redazione di nicolaporro.it il 15 Agosto 2021. Di Guido Stazi, tratto da Milano Finanza. “L’uomo è un animale politico e in quanto tale portato a unirsi ai propri simili per formare comunità”; così Aristotele scolpiva la natura dell’uomo duemila e quattrocento anni fa in Politica; affermava che l’uomo è naturalmente provvisto di logos (ragione, pensiero, parola), il che ben si accorda con la sua innata socialità, perché è mediante i logoi, i ragionamenti e le discussioni, che gli uomini possono trovare un terreno di confronto nelle comunità cui appartengono, fino allo Stato in quanto comunità più importante che comprende tutte le altre e il cui fine è il bene comune. Infatti, posto che tutte le azioni tendono ad un fine, che i fini sono molteplici, il bene ultimo sarà oggetto dell’attività più importante. Questa attività suprema per Aristotele è la Politica, poiché essa presiede a tutte le altre. La politica presiede alla stipula del contratto sociale che incanala i vizi della natura umana e realizza fini comuni. Il filosofo e storico napoletano Giambattista Vico ne La Scienza Nuova del 1725 scriveva: “La legislazione considera l’uomo quale è, per farne buoni usi nella umana società: come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione; e di questi tre grandi vizi, i quali distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra ne fa la civile felicità”. Prima di Vico, Thomas Hobbes nel Leviatano del 1651 sostiene che nello stato di natura, prima del contratto sociale che legittima l’autorità statuale, “la vita dell’uomo è solitaria, povera, sudicia, bestiale e breve”; e l’autorità dello stato è pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega con la rinunzia, per vivere in pace e sfuggire alla distruzione reciproca, ad esercitare i corrispondenti diritti collegati a tale libertà. Nei secoli successivi grandi pensatori – tra molti altri occorre ricordare John Locke, Immanuel Kant, John Stuart Mill, Montesquieu – aprono la strada al costituzionalismo liberale che, con la separazione e il bilanciamento tra il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario, limita l’arbitrio dello stato di fronte ai diritti fondamentali dei cittadini. Ma il problema dell’esercizio del potere rimane; scriveva J. S. Mill nel 1861: “lo stesso principio di governo costituzionale richiede l’ipotesi che chi detiene il potere politico cercherà di abusarne; non perché sia sempre così ma perché questa è la tendenza naturale delle cose contro cui è compito delle libere istituzioni proteggerci”. A conferma di questo equilibrio precario, arrivarono le tragedie del Novecento, coi disastri e i lutti provocati dalle guerre mondiali; le sconfitte delle dittature hanno però restituito al mondo occidentale istituzioni democratiche più forti e stabili, importanti organizzazioni di cooperazione internazionale e in Europa un lento ma progressivo avvicinamento al sogno federalista di Ventotene. E si è tornati a discutere su cosa dovessero fare lo stato liberale e la politica per garantire la convivenza civile in un’ottica di giustizia sociale e cosa invece andava lasciato alla libera interazione della società civile. Il luogo del dibattito, con eco globale, erano le grandi università americane e la politica della democrazia-guida del mondo occidentale. Nel 1971 un filosofo di Harvard, John Rawls, pubblicò A Theory of Justice; fin dal primo paragrafo Rawls affermava che “La giustizia è il primo requisito delle istituzioni sociali, [..] Ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere. Per questa ragione la giustizia nega che la perdita della libertà per qualcuno possa essere giustificata da maggiori benefici goduti da altri. [..] i diritti garantiti dalla giustizia non possono essere oggetto né della contrattazione politica, né del calcolo degli interessi sociali”. Il dibattito che accese Rawls, anche per le implicazioni di equità redistributiva delle sue teorie, fu globale; ma la contestazione più radicale arrivò da un altro filosofo della sua facoltà di Harvard, Robert Nozick che nel 1974 pubblicò Anarchy, State and Utopia. Il suo libertarismo radicale auspicava uno stato minimo, ridotto alle sue funzioni essenziali: sicurezza, protezione della proprietà privata e tutela dei contratti liberamente stipulati dagli individui. E quindi era contrario a qualunque redistribuzione del reddito a fini di giustizia sociale. Ma sul piano delle libertà individuali l’approccio di Nozick non era così distante da Rawls: “Gli individui hanno dei diritti; ci sono cose che nessuna persona o nessun gruppo di persone può fare loro senza violare i loro diritti. Tali diritti sono tanto forti e di così vasta portata, da sollevare il problema di che cosa lo stato e i suoi funzionari possano fare, se qualcosa possono”. Rawls e Nozick ebbero una enorme influenza sulla politica americana, rispettivamente sul partito democratico e su quello repubblicano, ambedue interpretando, da fronti opposti, lo spirito libertario del popolo americano. Dimostrando ancora una volta come, nella storia dell’umanità, il legame tra la cultura, il popolo e la politica riesca a garantire, e aggiornare, il contratto sociale alla base della convivenza civile.

Estratto dell’articolo di Massimo Fini per "il Fatto quotidiano" il 10 agosto 2021. "La musica contemporanea mi butta giù" (Franco Battiato) A me "buttano giù" altre cose. Non ne posso più degli integralismi che attraversano la nostra società. Il primo è l'integralismo sul Covid o, per essere più precisi, sulle misure anticovid. Intanto le comunicazioni del governo (mi spiace per il ministro Speranza che è una brava persona) e del suo Comitato scientifico sono così farraginose, complesse e contraddittorie che sfido qualsiasi persona normale a capirci qualcosa. Il Green pass ne è l'ultimo esempio. Se costoro pensano di trascinarci ancora per anni con vaccini, richiami dei vaccini e richiami dei richiami si sbagliano. Lo stress che sopportiamo da due anni non è più sostenibile. Non che noi si abbia la forza di ribellarci in modo attivo, lo faremo per omissione rifiutandoci di farci vaccinare. Oltre tutto è abbastanza chiaro, almeno così a me sembra, che il Covid 19 sfugge ai vaccini, preparati troppo in fretta e sulle cui conseguenze a medio e lungo termine non possiamo saper nulla, perché muta in continuazione. Tra l'altro opponendoci in modo così ottuso al Covid noi in realtà ne prolunghiamo l'esistenza. Se avessimo lasciato fare alla Natura quello che alla natura compete, cioè sfoltire la popolazione quando è in sovrabbondanza, il Covid sarebbe morto per inedia e sarebbe durato un paio di anni. L'epidemia si sarebbe ripresentata in forma diversa dopo qualche decennio com' è stato per tutte le epidemie del passato. Inoltre io non capisco proprio perché per salvare dei settuagenari od ottuagenari, in genere affetti da due o tre gravi patologie, si sia bloccata la vita di intere generazioni a cui il Covid non poteva far nulla. Che muoia chi deve morire e smettiamola con questa farsa tragica. "Settanta sono gli anni della vita dell'uomo" dice la Bibbia e padre Dante fissa il "mezzo del cammin di nostra vita" a 35 anni, il che vuol dire che gli uomini del Medioevo pensavano che una vita media, normale, avesse quella durata. Non ci si deve far fuorviare dal fatto che gli scienziati e gli storici, in perfetta malafede, affermano che la vita media dell'uomo del Medioevo era di trent' anni o poco più. Il dato è falso perché sconta l'alta mortalità natale e perinatale che lasciava in vita solo i più robusti. Il raffronto va fatto non con la vita media ma con l'aspettativa di vita dell'adulto. Da questo punto di vista, è vero, abbiamo guadagnato alcuni anni poiché questa aspettativa, secondo dati del 2016, è di 80,6 per gli uomini e di 85 per le donne. Ma bisogna poi vedere qual è la qualità della vita in questi anni che abbiamo strappato. Fatta ogni debita eccezione, tutti noi abbiamo esperienza di anziani che trascinano una vita che non è più una vita in interminabili e penose agonie cui sarebbe di gran lunga preferibile la morte. In fondo la morte, se non si trascinano le cose oltre ogni limite di decenza, è una cosa pulita. Infine noi stiamo creando, artificiosamente, un mondo di vecchi che pesa sulle generazioni più giovani e vitali. Lo psicoanalista Cesare Musatti, a novant' anni, e quindi al di sopra di ogni sospetto, disse: "Un mondo popolato in prevalenza da vecchi mi farebbe orrore". 

Da liberoquotidiano.it il 6 agosto 2021. Massimo Cacciari si infuria sulla questione dello stato di emergenza e Massimo Galli sorride in diretta tv: è quanto successo ieri sera a Zona Bianca su Rete 4. Chiamato a dire la sua sulla situazione Covid in Italia con le relative misure su restrizioni e Green pass, il filosofo ed ex sindaco di Venezia ha dichiarato: "C'è un'involuzione della nostra democrazia. Non c'è un pericolo totalitario. Ma l'Italia non può andare avanti a colpi di stato d'emergenza". Nel frattempo l'infettivologo del Sacco di Milano, inquadrato dalle telecamere, ha sorriso per esprimere il proprio dissenso. E proprio l'espressione apparsa sul viso di Galli non è stata apprezzata dai telespettatori che in quel momento erano davanti alla televisione. Un utente su Twitter ha scritto: "Galli che ride, con aria di sufficienza, mentre parla Cacciari, è qualcosa di abominevole. L’ignoranza ha diversi volti, uno è quello della categoria dei medici spocchiosi", qualcun altro invece: "Galli mi ricorda quelli che non sanno come controbattere a una discussione sui social e mettono l'emoticon della faccina che ride, perché non sanno che altro fare". In ogni caso, Cacciari è stato molto chiaro nell'esprimere il proprio pensiero: "Io parlo di questioni che riguardano la Costituzione e l’ordinamento giuridico. Non è possibile, neppure in base alla nostra Costituzione, procedere per la quinta volta attraverso stati d’emergenza senza stabilire in base a quali criteri questi stessi stati di eccezione vengano dichiarati. È pericolosissimo procedere in questo modo senza consapevolezza e senza un fine preciso". Secondo il filosofo, infatti, bisognerebbe "determinare per legge i casi per cui si stabilisce uno stato d’emergenza". E dunque, rivolgendosi a Galli: "Una democrazia non può andare avanti a stati di emergenza, lo capisce o no?". Super-Cacciari

Massimo Cacciari per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Sotto la pressione della pandemia e l'ansia comprensibile per superarla al più presto viviamo un periodo di profonde trasformazioni giuridiche, istituzionali e politiche senza chiara consapevolezza, in modo informe e casuale. Qui sta il vero pericolo. Tendenze in atto da tempo, almeno dalla grande crisi che inaugurò il millennio con le Torri Gemelle, che sono andate via via "volatilizzando" i poteri delle assemblee elettive, trasformando da noi l'attività legislativa sostanzialmente in convalida della decretazione d'urgenza, e ciò sempre, si dice, per rispondere con tempestività ed efficacia a un bisogno di sicurezza e protezione invocato dall'opinione pubblica, vanno ormai stabilizzandosi: lo stato di emergenza sta diventando la norma, ormai con la benedizione anche di ex-garantisti e ex-giustizialisti. Che questo non interessi i virologi può starci. Che non interessi politici e giuristi forse meno. Una volta si parlava della "forma" delle leggi. Qual è la "forma" del Decreto Legge che proroga lo stato di emergenza, per la quinta volta (se non conto male) dal 31 gennaio 2020? Esiste nel nostro ordinamento qualche norma che consenta in via generale di proclamare lo stato di emergenza? L'art.7 del Codice di Protezione Civile? Non sembra - poiché lì è fatto esplicito riferimento soltanto a calamità naturali, quali sismi, eventi metereologici eccezionali, ecc. Esiste comunque la possibilità di incardinare nella nostra Costituzione l'idea di "stato di emergenza"? Meno che meno. Come spiegava la professoressa Cartabia, nella sua veste "scientifica, i nostri Padri non vollero che si ripetessero le condizioni che portarono nella Repubblica di Weimar al continuo ricorso all'istituto (previsto in quella Costituzione) dello "stato di eccezione", con le ben note conseguenze. Il ricorso alla formula dello "stato di emergenza" sembra perciò, ben più che frutto di totale improvvisazione, l'autofondazione di una nuova norma, e cioè una, per quanto informe, innovazione di sistema. Anche per la fondamentale ragione che nulla si dice nel DL del 23 luglio sulla possibilità di ulteriori proroghe. L'art.24 del Codice di Protezione Civile recita che lo stato di emergenza nazionale non può superare i 12 mesi ed è prorogabile per non più di ulteriori 12. Questo art. non è richiamato nel Decreto, e pour cause, poiché in generale il Codice non poteva esserlo, non prevedendo, come si è detto, altro che calamità naturali (che è espressione tecnica, e non può venir manipolata ad libitum). Né vengono in alcun modo indicati i criteri in base ai quali lo stato di emergenza potrebbe finire. Tutti vaccinati dagli 0 ai 100 anni? Nessun contagio più? Su quali indici, su quali dati si intenderà procedere? Si pensa esista un termine ultimo decorso il quale ogni ulteriore proroga diviene impossibile? Semplici, socratiche domande È palese che nella nostra Costituzione non può trovare radicamento l'idea di "stato di emergenza". Forse però qualcosa di analogo. La mia modesta competenza in materia mi suggerisce che il "caso" può risolversi soltanto attraverso la lettura combinata degli artt. 13, 16 e 32. "La libertà personale è inviolabile"(art.13) e solo in casi «indicati tassativamente dalla legge» l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori da comunicarsi entro 48 ore all'autorità giudiziaria, ecc. È del tutto evidente che qui si tratta di reati che nulla hanno a che fare col nostro caso. L'art.16, invece, prevede la possibilità di limitazioni in via generale «per motivi di sanità e di sicurezza» al diritto di libera circolazione e soggiorno in qualsiasi parte del territorio nazionale, e l'art.32 stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Ora è chiaro che qui dovrebbe intervenire una legge che stabilisca in modo formale quali siano questi motivi che consentono di derogare alla solenne dichiarazione d'apertura dell'art.13. E altrettanto chiaro, mi pare, che comunque tutte le restrizioni coattive dovrebbero seguire la via giurisdizionale che in esso si indica. In assenza di simili garanzie, un domani per «motivi di sicurezza» si potrà procedere a limitare la libertà della persona invocando la tutela di qualsiasi altro "valore". Difficile da immaginare? Niente affatto. Credo già viviamo all'interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la "difesa dell'ambiente". Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico. Alcune Autorità sovra-nazionali hanno tuttavia ben compreso, e da anni, il formidabile pericolo che questa tendenza comporta. Ma la loro voce neppure è citata dal Governo. L'art.4 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (New York 1966), il quale, in base all'art.10 della Costituzione, prevale sulla normativa ordinaria (come ha ritenuto la stessa Corte costituzionale) così detta: «In caso di pericolo pubblico eccezionale che minacci l'esistenza della Nazione e venga proclamato con atto ufficiale, gli Stati possono prendere misure le quali deroghino, ecc.ecc.». Sussistono forse oggi, luglio-agosto 2021, i presupposti minimi per dichiarare che l'esistenza della nostra Nazione è minacciata? Infine, lo ricordo per l'ennesima volta, la Risoluzione 2361 del Consiglio d'Europa dice: «I governi devono assicurare che i cittadini siano informati that vaccination is not mandatory e che nessuno sia politicamente, socialmente o con altri mezzi costretto ad assumere il vaccino if they do not wish to do so themselves». Aggiungiamo la disposizione del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medicio perché non hanno ancora avuto la possibilità di farlo o perché hanno scelto di non essere vaccinate». Parole di qualche scemo no-vax? Parole che incitano al suicidio? No, parole al vento, così pare. Stiamo preparandoci a un regime, a una "intesa mondiale per la sicurezza"(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una "pace" fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico? 

Cacciari: «No all’obbligo mascherato, sì al vaccino. E non chiamatemi no-vax». Il filosofo Massimo Cacciari: «Il green pass è un trattamento obbligatorio mascherato: se non faccio il vaccino non mi fanno più vivere». E sui "no vax"...Rocco Vazzana su Il Dubbio l'8 settembre 2021. Se c’è una cosa che proprio Massimo Cacciari non sopporta è quella di essere additato come un no vax, per le sue posizioni critiche sul green pass. Lui, che ha fatto il vaccino e consiglierebbe a chiunque di farlo. «Se le persone ancora continuano a considerare le mie parole assimilabili a quelle di un no vax come faccio a convincerle?», dice quasi sconsolato, quando ancora non ha deciso se rilasciare o meno questa intervista. «Di fronte alla totale malafede cosa devo spiegare?». Del resto, aggiunge, «non si può andare avanti a colpi di emergenze per anni e pensare che questo non produca una forma mentis generale per cui devi solo obbedire e combattere».

Professore, partiamo dall’inizio, perché è così critico sul green pass?

Mi lasci premettere però che la mia posizione critica si concentra solo sul green pass, non ho mai avuto alcun dubbio sull’utilità dei vaccini. E per questo credo che il governo avrebbe fatto bene a insistere nell’opera di persuasione per convincere tutti a vaccinarsi. Perché in ballo non ci sono solo questioni sanitarie ma anche giuridico-politico-istituzionali.

Si spieghi meglio.

La Costituzione certamente prevede la possibilità dell’obbligo di un trattamento sanitario per il bene comune ma lo vincola al rispetto della persona. E rispetto della persona significa prima una corretta, completa e trasparente informazione, poi che le conseguenze di un trattamento non siano dannose per la persona che lo assume al di là di ogni ragionevole dubbio. Le decisioni della Corte suprema vanno in questa direzione. Allora chiedo: l’informazione, contraddetta in tutti i modi anche da parte delle autorità politiche e sanitarie, può dirsi corretta, completa e trasparente? Possiamo escludere al di fuori di ogni ragionevole dubbio, mettendo in conto che ogni farmaco, anche quello più testato, può comunque dare dei disturbi, danni a media e a lunga scadenza in base alle sperimentazioni fin qui eseguite?

Lei crede che nessuno sia in grado di escluderlo?

Sono le stesse società farmaceutiche ad esonerarsi da ogni responsabilità. E non a parole, ma nei loro documenti ufficiali, a disposizione di chiunque navighi in rete. Ricordate tutta la confusione over 60, under 60 e poi ancora over 60? Non si tratta solo di cattiva comunicazione, ma di un’incertezza di fondo. Capisce che il ragionevole dubbio da sollevare è più che legittimo?

È un ragionevole dubbio che secondo lei spinge il governo a imporre il green pass e non l’obbligo vaccinale?

È evidente. Perché, come sostengono molti giuristi, la procedura “trasparente” prevederebbe una legge specifica sull’obbligo vaccinale. Non qualcosa che sta dentro un pacchetto emergenziale, ma un provvedimento con cui lo Stato si assume le sue responsabilità. E che prevede anche forme di risarcimento per chi eventualmente dovesse subire dei danni, come è già stato fatto per altri trattamenti sanitari. Ma qui siamo di fronte a una colossale ipocrisia.

Ma quindi il vaccino è un problema o una risorsa?

Per me la questione è il green pass obbligatorio di fatto o, vedremo, di diritto. Non certo il vaccino. Se fossi il presidente del Consiglio farei di tutto per convincere i cittadini a vaccinarsi. Senza lasciare indietro nessuno. Che si fa ad esempio con quei soggetti per cui è conclamata la pericolosità del vaccino? Penso a chi soffre di miocarditi, a chi ha allergie di un certo genere, alle donne in stato interessante con determinate patologie, eccetera. Può dirmi il governo cosa devono fare queste persone per evitare il vaccino o ritengono che vada bene a tutti sempre e comunque?

Il governo la soluzione la fornisce: un tampone ogni 48 ore…

A me non pare una risposta possibile, solo una provocazione per prendere tutti a calci nel sedere.

No al green pass, dunque. Ma sarebbe favorevole all’introduzione di un obbligo vaccinale?

Sì, purché sia previsto un meccanismo semplice e chiaro per chi ha la necessità dell’esonero e purché non sia previsto per gli adolescenti. Bisogna avere il coraggio di imporre un trattamento sanitario per legge perché il green pass nei fatti lo è.

Non sarebbe più “violento” obbligare qualcuno ad assumere un farmaco?

È un ragionamento ipocrita. Io sono obbligato di fatto a farlo, altrimenti non vivo. Cosa faccio? Non prendo più un treno, non vado più al cinema, perdo il lavoro? Senza contare che il vaccino non mi impedisce di ammalarmi e di contagiare gli altri.

Le evita però di finire in terapia intensiva…

Certo. Ed è per questo che ho deciso, da persona libera e informata, di vaccinarmi e lo consiglierei a tutti se fossi presidente del Consiglio.

Come giudica il modo in cui la politica ha affrontato il tema?

Sono vent’anni che viviamo in uno stato d’emergenza permanente, almeno dall’11 settembre: prima il terrorismo, poi la crisi economica, poi l’immigrazione, ora la pandemia. Probabilmente nessuno se ne rende più conto, ma sono quasi dieci anni che veniamo governati da esponenti estranei alla politica, perché la politica non riesce più ad affrontare le questioni del Paese. E tutto il mio discorso si colloca in questo contesto generale: uno stato di emergenza permanente che sta diventando fisiologico ormai.

Eppure anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha detto che la libertà non può essere un alibi per non vaccinarsi…

La libertà non può essere un alibi e il presidente della Repubblica lo sa benissimo da costituzionalista. Mattarella ha infatti anche spiegato che nessun provvedimento deve ledere a dignità della persona. È una deriva che viene da lontano. Il Parlamento è del tutto svuotato, possono parlare solo il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica. Le forze politiche sono tutte in crisi palese. Dal centrodestra diviso, al Pd che cambia segretario senza neanche un minimo di confronto interno, al Movimento 5 Stelle che è quello che è. La democrazia rappresentativa attraversa una fase di crisi irreversibile.

Quanto fastidio le dà essere arruolato tra i no vax?

Nessuno. Provo solo pena e misericordia per i cialtroni che lo dicono.

Mirella Serri per "la Stampa" l'11 agosto 2021. Le grandi lobbies economico-finanziarie e le multinazionali, approfittando del clima di paura e di incertezza creato dal Sars-Cov-2, stanno stringendo un patto per orientare in senso totalitario le democrazie occidentali. Dalla sventura quotidiana della pandemia ai complotti internazionali che attentano alla libertà, il passo è breve. E' questo l'assunto del professor Franco Cardini che è intervenuto nel dibattito sollevato da Massimo Cacciari e Giorgio Agamben sul tema del green pass e sul conflitto tra il godimento della libertà individuale e la limitazione di questa in nome di un bene superiore, la «sicurezza» e la tutela degli individui dalla malattia. L'assunto da cui parte Cardini nel suo intervento sulla Stampa è che nessun medico o scienziato è oggi in grado di garantirci al cento per cento l'efficacia del vaccino. E dunque il green pass non solo è inutile ma finisce per dimostrarsi per quello che è realmente, un escamotage con cui si tende a controllare e a limitare la libertà. Ma è proprio vero, come Cardini scrive, che il vaccino non offre una valida protezione dal Covid? Possiamo rispondere con le parole del prof Silvio Brusaferro, intervistato in questi giorni proprio sulla Stampa: «Tra le principali 'bufale' che si trovano in rete - osserva il medico - c'è quella che le case farmaceutiche stiano usando le persone come cavie somministrando vaccini ancora non completamente sperimentati. I vaccini autorizzati contro il Sars-Cov-2 hanno completato tutti i passaggi della sperimentazione necessari. Il sistema di farmaco vigilanza è lo stesso di tutti gli altri farmaci dopo i risultati degli studi autorizzativi effettuati su decine di migliaia di individui vengono raccolte le segnalazioni dalle agenzie nazionali e internazionali». Brusaferro riconosce che esistono i «fallimenti vaccinali». Ma si tratta di casi molto limitati: «Il vaccino assicura un livello di copertura della popolazione alto che minimizza il rischio di trasmissione e protegge dalle conseguenze peggiori della malattia, dal ricovero al decesso, oltre 9 persone ogni 10 vaccinate». Perché dubitare di quanto afferma il presidente dell'istituto superiore di Sanità? I suoi sono dati concreti anche a sostegno dell'utilità del green pass il quale non solo tutela la salute ma permette di evitare il lockdown e lo svolgimento delle attività economiche. Peraltro nessun farmaco offre garanzie di efficacia al cento per cento: anzi, i cosiddetti bugiardini testimoniano esattamente il contrario. Un medicinale da una parte dà molto a quasi tutti quelli che ne fanno uso e dall'altra può raramente rivelarsi dannoso. Partendo dall'acquisizione che il sistema lacunoso e bugiardo sia quello del green pass, per Cardini il vero pericolo da cui ci dobbiamo tutelare è l'erosione delle libertà che il governo attua attraverso l'imposizione del passaporto sanitario. Stiamo precipitando, secondo lo storico del medioevo, in una deriva totalitaria. Anzi, Cardini fa sue le parole di Cacciari secondo il quale «già viviamo all'interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell'ambiente. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico». Approfittando dei timori suscitati dalla diffusione del virus, infatti, sarebbe in atto un progetto di controllo totalitario della popolazione. Una cospirazione internazionale, a detta di Cardini, che sarebbe in atto da parecchio tempo, prima del diffondersi della malattia che globalmente ci affligge: «Il Grande Complotto - scriveva lo storico nell'ormai lontano 2003 in Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo - si può esserne (quasi) certi, non esiste; non c'è alcuna Tavola attorno alla quale seggano Superiori Sconosciuti. Ma disegni e programmi formulati per seguire interessi particolari di lobbies e di corporations da personaggi e da gruppi che contano al di fuori e al di sopra della legalità interna e internazionale: di questi sì, ce ne sono parecchi; per quanto si cerchi in tutti i modi al livello di mass media di non farne trapelare esistenza e attività. In altri termini, ci si potrebbe chiedere quale sia il rapporto fra l'effettivo potere detenuto e gestito, oggi, dal governo degli Stati Uniti d'America e il processo di globalizzazione. Ma in questi termini la domanda è mal posta. La vera e fondamentale questione è un'altra: quali sono le forze reali che sostengono, in parte controllano e in parte direttamente costituiscono il governo degli Stati Uniti d'America? Di quale potere sovrano esso è rappresentante? È sua la detenzione del potere imperiale? Oppure dietro ad esso si cela un impero invisibile che in realtà è irresponsabile dinanzi ai suoi sudditi, che neppure sanno di esser tali?». Da una cospirazione all'altra: all'imperialismo americano e consumistico oggi si sono sostituite le lobbies delle multinazionali del farmaco, degli «irresponsabili» governi occidentali che si avvantaggiano del regime del terrore e delle inquietudini collettive, sostenuti dai media che fanno il gioco dei governi mentre le aziende farmaceutiche (tutte) tengono nascosti gli effetti collaterali dei vaccini. Un legame collegherebbe l'operato di tante potenze oscure anche se, ad esempio, com' è noto i dati della farmaco vigilanza sono pubblici. L'Agenzia italiana per il farmaco vigila, come fa del resto l'Ema, e ci offre i veri numeri della pandemia, dell'inoculazione dei vaccini negli Stati, i successi e gli insuccessi. Che però non convincono i complottisti del Sars-Cov-2. Perché come in tutte le teorie del complotto i dati e i fatti non servono, bastano le teorie. La percezione di oscure forze, come quelle evocate da Cardini, è anche al centro dell'immaginario di una quota consistente dei no-vax: partire dalla demistificazione di questo assurdo complottardo è quindi essenziale anche per sgomberare la strada dai pregiudizi che ostacolano la campagna vaccinale. 

La verità sui contagi: Zangrillo "cancella" il bollettino. Francesca Galici il 18 Agosto 2021 su Il Giornale. Alberto Zangrillo continua a chiedere un cambiamento nell'approccio al Covid e alla sua narrazione per tornare a una condizione di normalità. Da più parti, i medici chiedono di sospendere la narrazione dell'epidemia così com'è stata finora per provare a ritrovare la rotta e tornare alla normalità il prima possibile. Alberto Zangrillo è uno dei più attivi in questa direzione. La campagna vaccinale sta procedendo bene e, per il direttore del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano, "i contagi #Covid19 continuano perché li stiamo cercando ma i casi più seri il 99% delle volte riguardano non vaccinati". Da Twitter, Alberto Zangrillo è tornato ad appellarsi al buon senso delle istituzioni e dei suoi colleghi: "Bisogna trovare un equilibrio tra il virus e le nostre libertà e tornare a curare gli altri malati, prima che sia tardi". Concetti che il medico ha ribadito anche nel corso di un'intervista rilasciata al settimanale Chi. "Dobbiamo scostarci progressivamente dal tracciamento che confligge con le libertà essenziali dell'uomo", ha spiegato il medico ribadendo la necessità di una convivenza con il virus. Questo nuovo equilibrio è importante trovarlo il prima possibile, sottolinea Zangrillo, perché altrimenti a settembre "continueremo ad allontanarci dalla normalità". Il primario ne è convinto: "Bisognerà affrontare il tutto con molta calma, con sangue freddo". La vaccinazione dev'essere alla base di questo nuovo processo, che può avviarsi solo con comportamenti responsabili da parte di tutti. Per spiegare il suo concetto, Alberto Zangrillo ha fatto un esempio motoristico: "Chi non controlla il livello dell'olio nel motore della propria autovettura e non fa i tagliandi consigliati, corre il rischio di fermarsi in autostrada o in tangenziale. Così, chi non si vaccina corre il rischio di ammalarsi, anche gravemente, o addirittura morire". Con grande realismo, Alberto Zangrillo ha sottolineato che è "un'utopia vaccinare tutti", tuttavia è fondamentale il progresso della campagna vaccinale, somministrando le dosi a quante più persone possibili. Grazie al vaccino, al progresso della scienza e delle cure contro il Covid, come spiega il primario al settimanale, "si può garantire l'efficienza di intervento sul virus e, dunque, far tornare anche gli ospedali alla loro missione di cura universale". Non sarà semplice far tornare le persone negli ospedali, "ci sono persone che non escono di casa perché impaurite, traumatizzate, dominate da patologie psichiatriche che impediscono la socializzazione". Quindi, il medico ha portato l'esempio delle persone fotografate in mare mentre nuotavano con la mascherina: "Lo dico con il massimo rispetto, in questi casi il medico competente è lo psichiatra". Alberto Zangrillo ha snocciolato qualche numero, spiegando che dei 9/10mila accessi mensili al pronto soccorso del suo ospedale, "la parte Covid è irrilevante. Parliamo di poche decine ed è un dato pressoché costante nelle ultime settimane". A settembre, il medico auspica di vedere "un sistema in cui il Covid fa parte delle tante circostanze che portano l'apparato respiratorio ad ammalarsi". Tuttavia, l'esperienza maturata nell'ultimo anno e mezzo ha portato allo sviluppo di un protocollo per diagnosi veloci. Sottolineando l'importanza del ritorno della didattica in presenza, che per Zangrillo passa anche attraverso la vaccinazione degli studenti di ogni ordine e grado, il medico ha anche ribadito che servirà un piano per i trasporti scolastici e per l'operatività fuori dalle suole. Infine, il primario ha richiamato tutti a fare un passo indietro: "Il gioco a spaventare, i bollettini giornalieri, le discussioni hanno portato solo a disorientare. Il modo più bello per uscirne è avere una univocità di approccio al Covid, è fare ricerca e produrre scienza di qualità controllata". Quindi il medico lancia una frecciatina: "Tra i più amati analisti di dati, curve e proiezioni, utili a vendere notizie, ci sono personaggi che grazie ai media vengono chiamati e ritenuti scienziati ma che, purtroppo, sono altro. Mi aspetto che i dati di ricerca, di base e clinica, siano gli unici a cui dare retta. Tutto il resto è fuffa, che alimenta solo confusione".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Variante Delta, Alberto Zangrillo attacca: "I veri numeri sui contagi, perché in Italia nessuno li dice?" Libero Quotidiano il 26 luglio 2021. Alberto Zangrillo attacca i cosiddetti giornaloni che continuano ad avere una linea allarmista sul coronavirus, quando secondo il professore, la realtà mostra che i contagi sono contenuti e soprattutto sono davvero poche le ospedalizzazioni, soprattutto in terapia intensiva. "Nonostante le 'folli riaperture' del Primo Ministro Boris Johnson, per il quinto giorno consecutivo, crollo dei contagi Covid in Gran Bretagna. Per conoscere la notizia dobbiamo leggere The Times", scrive in un post pubblicato sul suo profilo Twitter in cui pubblica la prima pagina del quotidiano inglese. "Alla stampa italiana le buone notizie non interessano", conclude il primario del reparto di terapia intensiva del San Raffaele di Milano. Che due giorni fa aveva scritto, sempre su Twitter: "Primo: creare allarme è ingiustificato. Secondo: la realtà clinica è questa. Terzo: il vaccino protegge". Quindi aveva rimarcato che situazione dei contagi è sotto controllo e che i vaccini sono indispensabili. Il quadro infatti nell'ospedale San Raffaele di Milano è questo: "Nella settimana 17-24 luglio, 16 ingressi al pronto soccorso per Covid (1,4 per cento di tutto il ps)". Di questi "15 erano non vaccinati, 1 con una sola dose. Età media: 39 anni". E poi, "dodici sono stati dimessi, 4 ricoverati non in terapia intensiva, tutti non vaccinati. Età media: 54 anni". Anche nei giorni scorsi il professore aveva attaccato il Corriere della Sera per essere fin troppo allarmista sull'argomento. "Dai dati ufficiali al 18 luglio 2021, in Italia i decessi da Covid 19 nei giovani (0,0083% negli under 30) sono in larga parte ascrivibili a soggetti fragili e non vaccinati. Trovi tutto, anche oggi, nelle prime 7 pagine del Corriere del Virus", aveva scritto sui social.  "A fronte di questi numeri reali, dedicare le prime 6 pagine del Corriere al Covid-19 equivale, a mio parere, a creare panico", aveva osservato ancora Zangrillo.

Vaccini sprecati e riaperture, così l’Oms continua ad alimentare il panico. Federico Giuliani su Inside Over il 21 luglio 2021. Ci sono i vaccini. Molti Paesi sono riusciti a immunizzare a tempo record gran parte delle rispettive popolazioni e a mettere in sicurezza quasi tutte le categorie a rischio. In alcune regioni i contagi saranno pure in aumento, ma le vittime e le ospedalizzazioni causate Sars-CoV-2 non sono cresciute come in passato. Insomma, nonostante il quadro generale lascia presupporre che la lotta contro la pandemia sia entrata in una fase piuttosto gestibile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha pensato bene di alimentare il panico. Certo, non bisogna abbassare la guardia perché – ormai dovremmo averlo imparato a memoria – questo virus non scomparirà dall’oggi al domani. Ma non ha neppure senso pronunciare le parole utilizzate da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms che, in virtù del ruolo che ricopre, dovrebbe urgentemente rivedere il proprio stile comunicativo. “Chiunque pensi che la pandemia” di Covid-19 “sia finita, perché dove risiede è finita, vive nel paradiso degli sciocchi”, ha affermato Ghebreyesus a Tokyo, nel suo intervento alla 138esima sessione del Comitato olimpico internazionale (Cio).

L’ammonimento dell’Oms. Ghebreyesus, forse vedendo in giro per il mondo un generale rilassamento, ha pensato bene di richiamare tutti sull’attenti. Poco importa se i vaccini – in tempi non sospetti definiti gli strumenti fondamentali per sconfiggere la pandemia – hanno dimostrato di bloccare decessi e ospedalizzazioni. Poco importa se il ritorno a una minima parvenza di normalità, con bar e ristoranti aperti e vacanze estive prenotate, ha ridato verve all’asfittica economica di mezzo mondo. Poco importa tutto questo, perché, a detta di Ghebreyesus, i vaccini saranno anche “strumenti potenti ed essenziali” ma “il mondo non li ha usati bene”. In particolare, il dg dell’Oms ha puntato il dito contro l’iniquità vaccinale che avrebbe creato disuguaglianze nell’immunizzazione della popolazione globale. La conclusione dell’intervento di Ghebreyesus fa venire i brividi: “A 19 mesi dall’inizio della pandemia e a 7 mesi dall’approvazione dei primi vaccini ci troviamo ora nelle prime fasi di una nuova ondata di infezioni e decessi. Questo è tragico”. In generale, l’Oms ha individuato quattro fattori che avrebbero favorito il nuovo rialzo dei contagi: la circolazione di varianti più trasmissibili di Sars-CoV-2, l’allentamento delle misure sociali di salute pubblica, l’aumento della mescolanza sociale con la ripresa degli spostamenti e l’elevato numero di persone che restano suscettibili all’infezione a causa della suddetta distribuzione iniqua dei vaccini nel mondo.

Tra incoerenza e ambiguità. Chi non fosse pienamente convinto dai discorsi di Ghebreyesus può sempre affidarsi ai numeri. Non a caso l’Oms è tornata a evidenziare l’andamento dei contagi, avvisando che, dal 12 al 18 luglio, su scala mondiale si sono registrati oltre 3,4 milioni di casi di Covid-19 e 56 mila decessi. Il problema è che sia le parole di Ghebreyesus che le molteplici posizioni dell’agenzia con sede a Ginevra, risultano alquanto incoerenti e ambigue.

Innanzitutto il direttore dell’Oms ha lanciato le sue prediche direttamente dal palcoscenico delle Olimpiadi, un evento che, a detta di molti esperti, potrebbe incrementare la diffusione del virus. Per quale motivo adirarsi per come certi Paesi hanno utilizzato i vaccini, e poi favorire manifestazioni che potrebbero vanificare lo sforzo sanitario mondiale?

Dopo di che è interessante spendere le ultime parole sull’Oms. Da quando è scoppiata la pandemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità non ha fatto altro che ammonire, profetizzare sventure e criticare il modus operandi dei governi, senza fornire alcuna soluzione degna di nota ai problemi sanitari. Basti pensare che, a oltre un anno e mezzo dall’avvento del Covid, gli esperti dell’Oms non sono ancora riusciti a chiarire come si sia originato il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero. Nel frattempo, ignorando questo e molto altro, c’è chi continua a fare crociate non appena si inizia a respirare un minimo ritorno alla normalità ormai dimenticata.

Roma, contagi in calo. Non regge la tesi della “variante azzurri”. Bassetti: troppe speculazioni. Redazione mercoledì 21 Luglio 2021 su Il Secolo D'Italia. Roma, i casi di positività al Covid martedì hanno fatto registrare un balzo in avanti. Tanto che l’assessore D’Amato ha parlato di effetto Gravina (alludendo al presidente della Figc e ai festeggiamenti per la vittoria italiana agli Europei di calcio). Lo stesso Gravina ha replicato augurandosi che si sia trattato solo di una battuta. “D’altronde – ha detto ancora Gravina – associare ad una persona la responsabilità della risalita dei contagi, che peraltro stanno subendo un aumento in tutta Europa, è a mio avviso inopportuno, istituzionalmente scorretto e non coerente con i comportamenti adottati dalla Federazione”. In ogni caso oggi le aspettative dei catastrofisti si sono rivelate infondate: i nuovi contagi a Roma sono 348,  -209 rispetto a martedì, e +217 rispetto alla scorsa settimana. In tutto il Lazio i nuovi positivi sono 616, 65 in meno del giorno precedente. La “variante azzurri” dunque almeno fino ad oggi non ha provocato sfracelli. Lo stesso D’Amato riconosce che un anno fa c’erano più casi e più ricoveri. Dunque non ha torto l’infettivologo Matteo Bassetti nel dire che c’è stata un po’ troppa speculazione sulle feste degli italiani per la vittoria della nostra Nazionale a Wembley. “Sull’aumento dei contagi a Roma – ha detto Bassetti – credo ci sia un po’ di speculazione. Perché solo a Roma c’è questo picco di casi e non nel resto d’Italia dove tanta gente è scesa in piazza per festeggiare gli Azzurri? C’erano persone una sopra l’altra a Genova, Milano e Torino. L’aumento dei contagi nella Capitale non è legato ai festeggiamenti, forse c’era già qualche focolaio tra i ragazzi non vaccinati. Direi di non criminalizzare i festeggiamenti, ma guardiamo alle situazioni contingenti che ci sono in tutto il Paese”. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto a "Tgcom 24", taglia corto: l’aumento dei contagi è dovuto alla variante Delta ed era inevitabile anche senza festeggiamenti. “Poteva esser fatto qualcosa di più probabilmente – ha affermato Sileri – ma è chiaro che la popolazione non puoi lasciarla a casa, né puoi chiudere una piazza, né evitare i festeggiamenti. I contagi sono saliti anche altrove”. “E’ un’ondata epidemica – ha concluso – di una variante che dal Nord Europa sta invadendo il resto dell’Europa e sta salendo a dismisura anche nelle nazioni che non sono arrivate alla fine degli Europei. Quindi, sicuramente gli Europei hanno dato un’accelerazione ma” un aumento dei contagi “sarebbe stato inevitabile anche senza. Magari avremmo avuto questi contagi non oggi, ma fra due settimane”.

Alberto Zangrillo attacca il "Corriere del Virus" e smonta gli allarmismi sui decessi Covid: "Ecco i dati ufficiali". Libero Quotidiano il 21 luglio 2021. Alberto Zangrillo rassicura tutti sui numeri del coronavirus. E attacca il Corriere della Sera per essere fin troppo allarmista sull'argomento. "Dai dati ufficiali al 18 luglio 2021, in Italia i decessi da Covid 19 nei giovani (0,0083% negli under 30) sono in larga parte ascrivibili a soggetti fragili e non vaccinati. Trovi tutto, anche oggi, nelle prime 7 pagine del Corriere del Virus", ha scritto su Twitter il primario del reparto di terapia intensiva del San Raffaele di Milano.  Non è la prima volta che Zangrillo se la prende col quotidiano diretto da Luciano Fontana. Già il 19 luglio l'aveva preso di mira per le esagerazioni sul Covid e per l'eccessivo numero di pagine dedicate alla questione. "A fronte di questi numeri reali, dedicare le prime 6 pagine del Corriere al Covid-19 equivale, a mio parere, a creare panico", aveva scritto sempre su Twitter. In calce al commento, poi, il primario del San Raffaele aveva allegato anche la foto sugli accessi da coronavirus dal 10 al 17 luglio nel suo ospedale: 11 accessi totali su 1170 accessi per ogni causa (0,9 per cento di tutto il pronto soccorso). E ancora: 100 per cento non vaccinati con età media di 36 anni. Otto dimessi e tre ricoverati (0,3 per cento di tutto il pronto soccorso con età media 63 anni). In generale, Zangrillo non ha mai nascosto il proprio disappunto per i mezzi di comunicazione di massa: "Spaventare le persone con toni allarmanti andrebbe sanzionato. I media si sono innamorati del filone Covid. C'è un'enorme responsabilità di chi comunica: ad un qualsiasi personaggio in cerca di autore è sufficiente parlare di una delle 24 lettere dell'alfabeto greco e si ritrova scienziato".

Alberto Zangrillo contro il "Corriere della Sera": "Crea panico, ecco i veri numeri del coronavirus". Libero Quotidiano il 19 luglio 2021. Alberto Zangrillo contro il Corriere della Sera. Il primario del reparto di terapia intensiva del San Raffaele di Milano se la prende con il quotidiano diretto da Fontana che, nell'edizione del 19 luglio, parla di coronavirus lanciando più di un allarme. "A fronte di questi numeri reali, dedicare le prime 6 pagine del Corriere al Covid 19 - cinguetta senza mezzi termini - equivale, a mio parere, a creare panico". Poi ecco snocciolate le cifre. Zangrillo in calce al commento allega la foto sugli accessi da coronavirus dal 10 al 17 luglio al San Raffaele: 11 accessi totali su 1170 accessi per ogni causa (0,9 per cento di tutto il pronto soccorso). E ancora: 100 per cento non vaccinati con età media di 36 anni. Otto dimessi e tre ricoverati (0,3 per cento di tutto il pronto soccorso con età media 63 anni). Quello di Zangrillo contro il Corsera non è il primo rimprovero. Qualche giorno fa l'esperto critica i mezzi di comunicazione di massa: "Spaventare le persone con toni allarmanti andrebbe sanzionato. I media si sono innamorati del filone Covid. C'è un'enorme responsabilità di chi comunica: ad un qualsiasi personaggio in cerca di autore è sufficiente parlare di una delle 24 lettere dell'alfabeto greco e si ritrova scienziato". 

Raggiunto dall'Adnkronos Zangrillo aveva ammesso di essere preoccupato soprattutto perché numerose persone vivono nel terrore, "in attesa - l'aveva definita - della fine del mondo. Dobbiamo con urgenza riportare tutti ad un livello di consapevolezza razionale". Corriere compreso.

Alberto Zangrillo e la verità sul Covid: "Non c'è correlazione tra ciò che viene comunicato e quello che accade". Libero Quotidiano il 21 luglio 2021. Alberto Zangrillo può dirlo una volta per tutte: "Il virus è clinicamente morto". Il primario del reparto di Terapia Intensiva del San Raffaele di Milano torna a ribadire quanto già ammesso e oggetto di una lunga e dibattuta polemica. "Il 31 maggio 2020 dissi che il virus era clinicamente inesistente, perché nel mio ospedale da un mese non entrava un paziente da ricoverare per Covid. Oggi ripeterei esattamente la stessa cosa - ha spiegato alle colonne del la Stampa -, perché nell’ultima settimana sono arrivati undici contagiati di cui otto rimandati a casa e tre ricoverati per motivi non gravi. Nessuno vuole disconoscere la pandemia, ma ci sono anche altri malati di cui non bisogna dimenticarsi". Per lui infatti gli allarmismi non hanno fatto altro che portare un clima negativo: "Ricordo all’inizio della pandemia, quando alle 18 la Protezione civile snocciolava numeri veri, ma che ripetuti ogni giorno drammatizzavano la situazione. Spaventare le persone non è mai educativo". E ancora: "Non c’è correlazione tra ciò che viene comunicato e quello che accade". Ecco spiegato il perché: "Bisogna stare ai dati dell’lss, secondo cui negli under 30 lo 0,07 per cento corre il rischio di morte e negli under 40 lo 0,28. Questo per dire che c’è una grande differenza con chi ha più di 70 anni. Il tasso di letalità negli under 40 è 800 volte più basso che negli over 80". Nonostante Zangrillo sia dalla parte del vaccino, si dice lontanissimo dall'obbligo vaccinale perché chi è restio a ricevere la dose contro il coronavirus non cambierà idea con l'imposizione. Infine l'appello a quei politici che ancora non hanno dato il buon esempio: "Io non ho mai scoperto il braccio davanti a una telecamera, ma certo l’ambiguità della politica non è un buon esempio. In generale, usare la sanità come tema di disputa non è bello. Non mi piace questa divisione tra una sinistra coercitiva e una destra libertaria".

Alberto Zangrillo mette a tacere Walter Ricciardi: "Chi si vaccina prende il Covid in forma grave? Terrorismo psicologico". Libero Quotidiano il 03 luglio 2021. Un botta e risposta tra esperti. Accade su Twitter dove Alberto Zangrillo si scaglia contro Walter Ricciardi a causa del "terrorismo psicologico" che diffonde. Colpa ancora una volta della comunicazione sul vaccino contro il coronavirus. Il primario di anestesia e rianimazione dell'Irccs San Raffaele di Milano commenta una risposta data sul social dal consulente del ministro della Salute Roberto Speranza.  A chi gli chiede "sono settimane che tutti gli esperti vanno ripetendo che i vaccini proteggono dalla malattia grave/ospedalizzazione prima che dall'infezione (vedi dati Uk su Delta) e oggi all'improvviso si sostiene l'esatto contrario?", Ricciardi replica: "È così e per questo dobbiamo vaccinare quanto più possibile. Ma Yaneer Bar-Yam (scienziato americano ndr) dice che se ti prendi il Covid da vaccinato il rischio è simile per cui è bene stare attenti". Non la pensa allo stesso modo il medico personale di Silvio Berlusconi: "Confusione e terrorismo psicologico. Ne sentivamo la mancanza". Uno scambio di battute comunque amichevole. Tant'è che lo stesso Ricciardi ha definito Zangrillo "un amico".  E ancora, sempre sotto al post incriminato: "Lo stimo come anestesista rianimatore". Chi lo stima di meno invece è Massimo Galli. L'infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, ospite a In Onda nella puntata del 2 luglio, sembra aver lanciato una frecciata al collega. "Non è il primo e non è l'unico - diceva in riferimento a Matteo Salvini non ancora vacinato - io ricordo che c'era chi il 27 luglio 2020 aveva dichiarato la morte del virus, ma a quella data c'erano stati più di 30mila morti". E ancora: "Determinate facilonerie sono bollate dalla realtà". 

Ecco i numeri sul Covid che nessuno vi dice. Nicola Porro.it e Il Giornale. Contrordine compagni. Nel mezzo di allarmismi vari, numeri sui contagi sparati a caso e terrorismo mediatico sulla variante Delta, il direttore sanitario dello Spallanzani fa un po’ di chiarezza e smonta le ricostruzioni del giornale unico del virus. Ospite a Quarta Repubblica, Francesco Vaia lo dice con chiarezza: “I numeri sono assolutamente in decremento”. Per la precisione, “ormai è da più di un mese che siamo a livelli di ricovero ordinario insignificante”, con appena 30 persone ad occupare i letti. Ancora meglio va a livello di terapie intensive, dove “arriviamo al massimo a cinque” ricoveri. Certo, i dati possono essere torturati quanto si vuole. Ma alla fine dicono sempre la verità. E la verità è che chi ha ricevuto la doppia dose difficilmente sviluppa la malattia grave, dunque non finisce in ospedale. “In Inghilterra la mortalità è passata dall’1,14% allo 0,01% – dice Vaia – questo perché hanno fatto una campagna di vaccinazione molto estesa”. Ed è questo che conta: “Il vaccino funziona su ospedalizzazioni e mortalità”, dunque è inutile fare allarmismi. Vaia poi parla anche di variante Delta (“È una delle tante che abbiamo, e probabilmente non sarà neppure l’ultima”), di green pass (“Non va usato come clava”) e vaccino ai minori (“È prudente non vaccinare sotto i 12 anni”). Da ascoltare. Quarta Repubblica, dalla puntata del 20 luglio 2021

Quei virologi orfani del Covid…Anatemi e scomuniche per i tifosi in piazza, gli esperti hanno trovato il colpevole ideale. Ma con la variante Delta non ci sono (quasi) più decessi. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 14 luglio 2021. Neanche il tempo di assaporare la vittoria azzurra agli Europei di calcio che i virologi si riprendono subito la scena mediatica. E lo fanno con lo stile ansiogeno che abbiamo imparato a conoscere nell’ultimo anno e mezzo, lanciando anatemi contro tutti gli italiani scesi in piazza a festeggiare la squadra di Mancini. «Quegli assembramenti li pagheremo a caro prezzo!», «Il Covid ci presenterà il conto!», «Il vero vincitore è il virus, la variante Delta non ci risparmierà!», «Dobbiamo prepararci a una nuova ondata di contagi!», tuonano gli esperti sulle pagine dei giornali e nelle loro edizioni online. Tutto un florilegio di scomuniche e profezie funeste con la certezza di aver individuato il colpevole ideale: i tifosi. Prima di loro era toccato alla movida e ai giovani, poi agli anziani ancora non vaccinati, domani chissà. Dopo i festeggiamenti dello scudetto dell’Inter avevamo ascoltato gli stessi anatemi ma poi non c’è stata nessuna apocalisse. fortuna? Forse. Di fronte a una pandemia il principio di precauzione è doveroso come lo è ricordare quali sono i comportamenti a rischio. Ma ci vuole anche senso della misura. La variante Delta ha fatto risalire i contagi, in particolare in Gran Bretagna e Spagna. Basterebbe però osservare i grafici per vedere che, a fronte di un robusto aumento dei casi, non corrisponde un aumento dei decessi: al contrario da settimane sono vicini allo zero. Merito dei vaccini, evidentemente capaci di attenuare il virus, svuotando i reparti di terapia intensiva. Nessuno è in grado di sapere cosa accadrà in autunno, se ci sarà una quarta ondata e che forme avrà, nemmeno gli scienziati dell’Oms. L’impressione (assai sgradevole) però è che molti virologi si sentano orfani del Covid e sperino inconsciamente di avere ragione per ritrovare la visibilità perduta.

Franco Bechis contro i virologi: "Puro terrorismo, andate a ballare in piazza", ecco i veri dati sul contagio. Libero Quotidiano il 10 luglio 2021. "Il 27 aprile a DiMartedì il conduttore Giovanni Floris ha fatto vedere uno studio della Fondazione Kessler di previsione sugli effetti delle riaperture graduali che il governo di Mario Draghi aveva appena deciso. 'A metà luglio lo scenario più probabile è quello di 300 morti al giorno. Lo scenario peggiore è di 1.300 morti al giorno'. Ieri (giovedì 8 luglio, ndr) i decessi sono stati 13, quindi ventitrè volte meno della previsione ritenuta più probabile e cento volte meno di quella peggiore". Così scrive Franco Bechis sul Tempo analizzando le catastrofiche previsioni degli esperti completamente fallite. "Era puro terrorismo, amplificato dalla televisione nazionale. Evidentemente senza alcun fondamento reale. Negli stessi giorni almeno con la saggezza di non sparare numeri precisi un'altra fondazione che si è specializzata in quest' anno in virologia - la Gimbe di Nino Cartabellotta - aveva buttato lì un'altra castroneria bella e buona, sostenendo che da metà maggio in poi sarebbe risalito sensibilmente il picco dei contagi. Anche questo non è accaduto", ricorda sempre Bechis. "Il plotone di catastrofisti che ogni giorno occupa militarmente radio, tv e giornali non ha mai saputo nulla né capito nulla dell'andamento dell'epidemia, facendo avanzare come spettro terribile la variante Delta e qualsiasi altra variante possa seguire. La differenza fra 2021 e 2020 è semplicemente climatica: quest' anno il bel tempo e il caldo sono arrivati con grande ritardo, mentre l'anno scorso a 30 gradi si era già ad aprile. Con le temperature alte il virus non circola in modo grave, ed è stata l'esperienza dell'altra estate: vivendo per lo più all'aperto non accade nulla, e si può festeggiare tranquillamente anche la vittoria sportiva dei propri beniamini", spiega ancora Bechis. Il direttore del Tempo, infine, conclude: "La maxivaccinazione è lì per dirci che altre stragi non dovrebbero esserci: i contagi dilagheranno, ma dovrebbe accadere quello a cui siamo sempre stati abituati con l'influenza. Non più catastrofi, ma semplici contagi. E con l'influenza non si è mai limitata la libertà di nessuno. Adesso davvero basta catastrofisti".

Alberto Zangrillo mette a tacere Walter Ricciardi: "Chi si vaccina prende il Covid in forma grave? Terrorismo psicologico". Libero Quotidiano il 03 luglio 2021. Un botta e risposta tra esperti. Accade su Twitter dove Alberto Zangrillo si scaglia contro Walter Ricciardi a causa del "terrorismo psicologico" che diffonde. Colpa ancora una volta della comunicazione sul vaccino contro il coronavirus. Il primario di anestesia e rianimazione dell'Irccs San Raffaele di Milano commenta una risposta data sul social dal consulente del ministro della Salute Roberto Speranza. A chi gli chiede "sono settimane che tutti gli esperti vanno ripetendo che i vaccini proteggono dalla malattia grave/ospedalizzazione prima che dall'infezione (vedi dati Uk su Delta) e oggi all'improvviso si sostiene l'esatto contrario?", Ricciardi replica: "È così e per questo dobbiamo vaccinare quanto più possibile. Ma Yaneer Bar-Yam (scienziato americano ndr) dice che se ti prendi il Covid da vaccinato il rischio è simile per cui è bene stare attenti". Non la pensa allo stesso modo il medico personale di Silvio Berlusconi: "Confusione e terrorismo psicologico. Ne sentivamo la mancanza". Uno scambio di battute comunque amichevole. Tant'è che lo stesso Ricciardi ha definito Zangrillo "un amico".  E ancora, sempre sotto al post incriminato: "Lo stimo come anestesista rianimatore". Chi lo stima di meno invece è Massimo Galli. L'infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, ospite a In Onda nella puntata del 2 luglio, sembra aver lanciato una frecciata al collega. "Non è il primo e non è l'unico - diceva in riferimento a Matteo Salvini non ancora vaccinato - io ricordo che c'era chi il 27 luglio 2020 aveva dichiarato la morte del virus, ma a quella data c'erano stati più di 30mila morti". E ancora: "Determinate facilonerie sono bollate dalla realtà". 

"Terrorismo psicologico", Zangrillo "fulmina" Ricciardi. Francesca Galici il 3 Luglio 2021 su Il Giornale. Le discussioni social sui vaccini sono all'ordine del giorno e in una di queste Alberto Zangrillo ha zittito Walter Ricciardi per un tweet allarmista.  Da un anno e mezzo, Twitter è diventato il terreno di battaglia dei virologi, che utilizzano il popolare social dell'uccellino azzurro per informare gli utenti e, non di rado per confrontarsi. Così non è raro imbattersi in discussioni, talvolta anche molto accese, tra esperti. Le teorie e le visioni sul coronavirus, come abbiamo ben imparato negli ultimi mesi, non sono concordi e questo porta spesso i medici ad argomentare in maniera differente una stessa situazione. I social, poi, sono invasi di articoli scientifici, spesso di non credibile provenienza, che vengono però utilizzati per sostenere le tesi più disparate. Va avanti così dallo scorso febbraio e una delle ultime discussioni ha visto coinvolto Walter Ricciardi, da maggio anche consigliere del comitato scientifico del Santé publique France, e Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell'Irccs San Raffaele di Milano. Il terreno della disfida, ancora una volta, sono stati i vaccini e la loro copertura. Un utente si è rivolto a Ricciardi dopo aver letto il tweet di Yaneer Bar-Yam, scienziato americano specializzato in sistemi complessi che su Twitter ha ipotizzato che una persona vaccinata abbia le stesse possibilità di una non vaccinata di contrarre la malattia in forma grave, di essere ricoverato o di morire. "Sono settimane che tutti gli esperti vanno ripetendo che i vaccini proteggono dalla malattia grave/ospedalizzazione prima che dall’infezione (vedi dati Uk su Delta) e oggi all’improvviso si sostiene l’esatto contrario?", ha chiesto l'utente. Poco dopo è arrivata la risposta di Walter Ricciardi: "È così e per questo dobbiamo vaccinare quanto più possibile, ma @yaneerbaryam dice che se ti prendi il Covid da vaccinato il rischio è simile per cui è bene stare attenti". Una risposta che ha causato polemiche sotto il tweet di Ricciardi e alla quale ha replicato anche Alberto Zangrillo, che ha messo a tacere il consulente di Roberto Speranza: "Confusione e terrorismo psicologico. Ne sentivamo la mancanza". Il primario del San Raffaele ha cercato di spegnere così l'allarmismo montante, in un momento in cui la campagna vaccinale ha estremo bisogno di essere ulteriormente alimentata e non scoraggiata. A causa della variante Delta, infatti, gli esperti sostengono che l'immunità di gregge verrà raggiunta solo se verrà vaccinato completamente l'80% della popolazione, un traguardo ancora lontano per il nostro Paese e per la maggior parte degli altri Paesi europei. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

L’attacco del virogolo Silvestri all’informazione sul Covid: «La paura fa audience». Agnese Russo lunedì 31 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia.  «Capisco che la paura faccia audience, ma trovo questo approccio sbagliatissimo». Il virologo Guido Silvestri si scaglia contro il catastrofismo che caratterizza l’informazione sul Covid. «Dispiace vedere come i media tendano a ignorare le buone notizie, come se la loro missione non fosse quella di informare, ma di spaventare la gente», ha scritto in un post su Facebook, il professore della Emory University di Atlanta, sottolineando di aver riscontrato questa tendenza tanto negli Usa, dove lavora, quanto in Italia.

Silvestri: «La paura sul Covid fa audience». Silvestri, quindi, nel suo post intitolato “Il silenzio sulle buone notizie” ha ricordato che «la media mobile a 7 giorni dei nuovi casi di infezione da Sars-CoV-2 negli Usa è scesa a 20.692, che rappresenta il numero più basso di contagi dal marzo 2020 (sì, avete letto bene, dall’inizio della prima ondata)». «A me – ha commentato il virologo – sembra proprio una notizia bomba, da annunciare con gioia e clamore, mentre il Paese corre verso una sempre più ritrovata normalità e il numero dei soggetti vaccinati con almeno una dose ha superato i 168 milioni. Eppure – ha aggiunto – quasi nessuno ne parla, in America come in Italia, né le grandi testate, né le maggiori reti televisive. Gli stessi giornali e Tv che invece – ha sottolineato – aprivano strillando ogni volta che c’era un record di contagi o morti di Covid negli Usa».

Il silenzio su una «straordinaria vittoria della scienza». «A me spiace che non si celebri a dovere quella che vedo come una straordinaria vittoria della scienza, grazie alla cavalleria dei vaccini», ha quindi concluso Silvestri, lanciando una frecciata contro quelli che «sghignazzavano contro questa espressione»: «A proposito – ha chiesto – dove sono finiti quei c…».

Ecco perché i catastrofisti ci devono chiedere scusa. Andrea Indini il 31 Maggio 2021 su Il Giornale. Che fine hanno fatto gli ultrà delle chiusure? Solo Galli ha ammesso le proprie colpe. Alcuni ora si nascondono. Altri continuano a lanciare allarmi catastrofici in tv. Nemmeno davanti all'evidenza i catastrofisti, i gufi del Covid-19, faticano a rendersi conto che la loro narrazione pessimista fa acqua da tutte le parti. Lo ha sempre fatto, per carità, ma in queste ultime settimane è ancora più evidente che non regge. Eppure, nonostante il grande "capo" dei virologi che vedono nero, Massimo Galli, il direttore delle Malattie infettive dell'ospedale Sacco di Milano, abbia fatto mea culpa in una recente intervista al Corriere della Sera, la maggior parte di loro non sono disposti ad ammettere che hanno preso una cantonata, che è arrivata l'ora di ritirarsi in silenzio e lasciar fare al governo, che finalmente gli italiani possono tirare un sospiro di sollievo e guardare al futuro con ottimismo. Quando ad aprile si iniziò a studiare la road map per riaprire il Paese, tutti quanti saltarono alla gola del premier Mario Draghi. Rileggerle oggi quelle dichiarazioni fa capire quanto fossero fuori strada quegli scienziati che si opponevano con voracità a un graduale ritorno alla normalità. Dicevano: "Siamo preoccupati che la situazione sfugga di mano" (Filippo Anelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici). E ancora: "Vorrei capire quanti morti siamo disposti a tollerare" (Sergio Abrignani, immunologo della Statale di Milano e componente del Cts). E che dire di Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’Università di Padova, che parlava di "prezzo da pagare". "Da settimane viaggiamo tra i 15 e i 20mila casi al giorno - spiegava il 18 aprile alla Stampa - un plateau altissimo, che non consente di progettare riaperture". Fosse per loro saremmo ancora tutti quanti in lockdown. Fosse per loro i ristoranti e i negozi sarebbero ancora stutti sprangati. Fosse per loro nessuno dovrebbe prenotare le vacanze estive. E invece? Invece, la campagna vaccinale proceda spedita: negli ultimi giorni sono stati toccati picchi di 570mila dosi inoculate in sole 24 ore. E pensare che c'era chi gufava pure su questo paventando che "tra forniture, disorganizzazione e diffidenza verso AstraZeneca" non si sarebbe mai superata quota 370mila. Grazie al gran lavoro del generale Francesco Paolo Figliuolo, la cui divisa fa spavento soltanto a Michela Murgia, i bollettini del ministero della Salute segnano ogni giorno nuovi record che fanno ben sperare: decessi e contagi in calo e guariti in costante crescita. Tra i più agguerriti pasdaran delle chiusure c'era proprio Galli che accusava Palazzo Chigi di aver "calcolato male" i rischi. "Abbiamo messo il cavallo davanti ai buoi", diceva ancora qualche settimana fa. Poi, però, i numeri hanno dato ragione a Draghi e il virologo dell'ospedale Sacco aveva deciso chiudersi nel silenzio stampa. "Dirò la mia dopo il 25 maggio", aveva annunciato a metà mese. "Uno dei motivi per cui non voglio più venire a parlare è che non voglio più parlare di quella parola (coprifuoco, ndr) - aveva spiegato ai microfoni di La7 - se si è convinti che il segnale corretto sia quello di un ulteriori 'liberi tutti', diamolo pure. Non ho voglia di fare il custode della purezza...". Ora che è evidente che il "liberi tutti" non ha fatto andare in malora la campagna vaccinale, non gli sono rimaste che le scuse. Anche se, anziché ammettere i successi del governo, preferisce parlare di fortuna. "Il mio è un compiaciuto stupore, perché in Italia i numeri dell'epidemia sono in netto miglioramento, al di là delle più rosee aspettative", ha poi ammesso ieri al Corriere della Sera. "Con le riaperture c'era un 10% di probabilità che le cose seguissero questa via, ma alla fine è andata bene e ne sono davvero felice". Anche se tardive, il mea culpa di Galli va apprezzato. Vedremo quanto andrà avanti con questo (giusto) ottimismo. Gli altri gufi, per il momento, non si sono ancora ravveduti. Alcuni (è il caso di Walter Ricciardi) hanno battuto in ritirata preferendo non commentare affatto l'attuale situazione epidemilogica. Altri continuano a (s)parlare. Nei giorni scorsi Pregliasco paventava "un colpo di coda virus dovuto a tutte queste riaperture". Oggi, in una intervista alla Stampa, Crisanti ha ribadito che aprendo "abbiamo corso un rischio inutile". "La pandemia non è finita e dobbiamo saperlo tutti", ha detto spiegando che "ci sono ancora incognite da non sottovalutare, come la durata dell'immunità e le varianti". Prima o poi ci aspettiamo che anche questi illustri studiosi ammettano di aver sbagliato, che tutto questo allarmismo non ha fatto bene all'Italia e agli italiani, che certi toni andavano smussati prima. È anche colpa loro se a lungo si è creduto che bastava toccare un oggetto contaminato per contagiarsi o che bastava mettere il naso fuori di casa per prendere il Covid. Verità che sono state poi smontate da attenti studi scientifici. Gli ultrà delle chiusure (non solo i virologi, ma anche i politici e i giornalisti) abbiano ora l'onestà intellettuale di chiedere scusa a tutti. Affinché in futuro non si ripetano certi errori.

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leadership nel Pd, e i saggi Isis segreto (2015) e Sangue occidentale (2016), entrambi scritti con Matteo Carnieletto. Nel 2020, poi, è stata la volta de Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), un'inchiesta fatta con Giuseppe De Lorenzo sui segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia. Già autore di un saggio sulle teorie economiche di Keynes e Friedman, nel 2010 sono "sbarcato" sugli scaffali delle librerie con un romanzo inchiesta sulla movida milanese: Unhappy hour (Leone Editore). Nel 2011 ho doppiato l'impresa col romanzo La notte dell'anima (Leone Editore). Cattolico ed entusiasta della vita. Sono sposato e papà di due figlie stupende.

Prima o poi beccate il tapiro. I virologi e l’amore per le telecamere: il rischio di straparlare e cestinare il rigore scientifico. Valerio Rossi Albertini su Il Riformista il 13 Maggio 2021. Esco dagli studi Rai di Saxa Rubra, a Roma. Essendo mezzanotte e mezza, il lasciapassare giornaliero è scaduto. Anche questo minimo contrattempo mi risulta un po’ fastidioso, perché il coprifuoco è scattato da quasi tre ore. Non incontrerò nessuno per strada e tra un quarto d’ora sarò a casa, a meno che… essendo quasi la sola macchina in giro, una pattuglia in ricognizione mi fermi per accertamenti. Speriamo di no. Inshallà. Sono quasi arrivato. Manca un’ultima inversione di marcia, quando vedo chiaramente una macchina e una moto che mi seguono. Ragiono rapidamente. Non hanno sirena, né lampeggiante. Non mi sembra di scorgere neanche la paletta sporta dal finestrino. Saranno agenti della Polizia Speciale che vogliono fare un controllo. Mi fermo. Qualcuno si accosta. Provo a guardare fuori, ma un fascio di luce intenso mi abbaglia. Cerco i documenti, tanto me li chiederanno subito. Risollevo lo sguardo e a quel punto, vedo una sagoma inconfondibile, che scintilla sotto la luce del fanale. È arrivato. Prima o poi doveva succedere. Dicono che, finché non lo ricevi, significa che quello che fai non è preso in considerazione. Infatti è quasi un effetto collaterale inevitabile: se parli in televisione, incorrerai fatalmente in qualche errore. Un lapsus, un vuoto di memoria, un’inquadratura o un gesto inopportuni o, semplicemente, uno sbaglio. Capita anche quello, prendere fischi per fiaschi. Quindi, se ti ascoltano e ti succede di fare un errore, allora ti consegnano il trofeo smagliante, il Tapiro d’Oro. Te lo porta Valerio Staffelli ed era proprio lui che lo brandiva fuori dal finestrino. Avevo già intuito il motivo della consegna. Non uno dei miei (senz’altro numerosi) errori, ma di essermi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. In breve, la settimana precedente ero stato ospite di Cartabianca, su Rai3, in coda di trasmissione. Il programma, a causa del protrarsi della diretta da Palazzo Madama di una votazione sul Recovery Fund, era cominciato con 20 minuti di ritardo, recuperandone solo la metà. Il conduttore della trasmissione seguente era stato irritato da questo ritardo -a sua detta- ingiustificato e -secondo lui- dovuto alle mie amenità. In passato una tale critica sarebbe rimasta del tutto inosservata. Invece ora, sorprendentemente, la macchina di Antonio Ricci e di Striscia La Notizia si era subito mobilitata. Gerry Scotti ha fatto un’appassionata perorazione in difesa della divulgazione scientifica e della funzione sociale che svolge. Non paghi, la settimana successiva Staffelli mi ha conferito il dorato trofeo, come pretesto per tornare di nuovo sull’argomento e censurare scherzosamente le intemperanze di conduttori molto solleciti a tutelare i propri spazi televisivi, ma non altrettanto a sforzarsi di comprendere un tipo di comunicazione alternativo (e forse non del tutto irrilevante). Cosa può aver prodotto questa nuova sensibilità verso la comunicazione scientifica? Probabilmente il Covid. In periodo di pandemia, ha cominciato a godere di straordinaria notorietà una categoria professionale che fino ad allora era ritenuta poco adatta a intervenire in programmi generalisti, se non in rare occasioni. Sono naturalmente i virologi, i cui nomi e volti ci risultano ormai familiari. Per non far torto a quelli che dovessi trascurare, non li citerò. Tanto non hanno più bisogno di pubblicità. Il fenomeno della loro pervasiva presenza in televisione era imprevisto, quanto l’esplosione di una pandemia nel 21° secolo. Illustri clinici, fino ad allora conosciuti solo nei propri ospedali e dediti unicamente alla religione di Ippocrate, sono stati travolti da una fama improvvisa. Io, che non sono di gran lunga altrettanto famoso, ho impiegato parecchio tempo a imparare a gestire la partecipazione televisiva, a reprimere la smania di protagonismo e la sindrome da lampadina rossa. Molti di loro questo tempo non lo hanno avuto. La sindrome da lampadina rossa è la tensione e la smania che prende quando si accende la lucetta sopra la telecamera che ti sta di fronte. In quel momento sai che non stai più parlando agli amici al bar o tua sorella in macchina, ma a centinaia di migliaia o milioni di persone a te sconosciute. E, tra queste persone, anche al tempo della libera espressione in internet, ce ne sono tante che continuano a considerare la televisione un pulpito e le parole pronunciate, il Verbo. Pasolini, già cinquant’anni fa, rispondeva a Enzo Biagi che lo sollecitava ad esprimersi liberamente, che non è possibile prendersi troppe libertà in televisione, non per timore di censura, ma perché le parole sono pietre, a volte macigni. Faceva notare che la situazione è intrinsecamente asimmetrica, uno parla e milioni ascoltano, senza facoltà di replica immediata. In televisione si sviluppa spesso una tendenza a pontificare, a proclamare verità assolute. Io, per ovviare a un tale rischio, ho cercato di elaborare registri e moduli di comunicazione che attenuino questa propensione, corredando i miei spazi con esperienze pratiche che -per quanto possibile- dimostrino quanto sto affermando. Con questo espediente, lo spettatore, altrimenti passivo, è in un certo modo coinvolto e scopre l’esito della dimostrazione nel momento in cui lo sperimentatore la mostra. È l’epifania del risultato scientifico, per sua natura condivisibile ed ecumenico. Quando si comunica la scienza, bisogna immedesimarsi nello spettatore, che non è uno studente obbligato a seguire e può non avere l’interesse, la capacità, o la predisposizione ad accogliere verità insondabili. Andare verso il popolo, prescriveva Mao Tse Tung. Il comunicatore scientifico deve fare altrettanto. E qui si riannodano i fili del discorso. Il conduttore irritato, che non si è mai trovato a riflettere sull’importanza e sulla filosofia ispiratrice della comunicazione scientifica, ha confuso l’intrattenimento con la divulgazione e la semplicità con la banalità. La semplicità è il primo ingrediente della scienza, anzi è l’assunto fondamentale della scienza, noto come Rasoio di Occam. Tra tutte le possibili spiegazioni bisogna privilegiare quella più semplice… I virologi lo fanno? A volte, ma spesso no. Parlano di Rna messaggero, di tempesta citochinica, di anticorpi monoclonali con una disinvoltura discutibile. E ancora, i virologi si ricordano che le parole pronunciate in televisione possono essere macigni e che bisognerebbe astenersi dal voler esprimere a tutti i costi un’opinione personale (per quanto fondata su alcune evidenze sperimentali), come se fosse un teorema di geometria? Perché il rischio è che un collega, basandosi su altre evidenze, possa giungere a conclusioni diverse. Dal contrasto di autorità lo spettatore esce confuso e frastornato, dove invece vorrebbe essere confortato dal suono della voce sola di tutti gli esperti. Il risultato sono parole discordi che si accavallano e stridono ed esperti che si sconfessano e scomunicano a vicenda. Quindi, qualche regola aurea. In primo luogo, non dare l’ingannevole impressione di riferire un fatto certo, se ci sono margini di incertezza, o se le evidenze sperimentali su cui si basa non sono dirimenti. In secondo, non voler esprimere a tutti i costi un giudizio, temendo di perdere di autorevolezza, se si ammette di non saper rispondere. Quanti virologi a cui è stato chiesto: “Ma quale sarà l’evoluzione dei contagi” hanno risposto: “Non lo so, il virologo non si occupa di questo genere di previsioni e quindi la mia può essere al più una ragionevole congettura”? Eh sì, perché l’evoluzione del contagio richiede una solida conoscenza delle leggi statistiche e dei modelli matematici, competenza di fisici e matematici. Il bravo medico è come il bravo meccanico. Se gli porti la macchina guasta te la ripara, ma se gli chiedi quanto traffico ci sarà al casello autostradale nel weekend, risponde “e che ne so io? Mi hai preso per il Cciss?”. Terzo, contenersi. Meglio rinunciare a una battuta, che farla per il gusto dell’autoaffermazione. Quando il medico o lo scienziato lasciano corsie e laboratori ed entrano in uno studio televisivo, la loro deontologia professionale si esprime anche in questo modo. Al già evocato Ippocrate si attribuiscono due precetti fondativi della scienza medica così tramandati: primum non nocere, secundum dolorem sedare. Primo non far male, secondo alleviare il dolore. Se il grande vecchio avesse assistito alle attuali dispute tra i suoi discepoli, avrebbe sicuramente aggiunto Tertium, in televisione, noli sine diligentia loqui. In televisione , fai attenzione a quello che dici… Valerio Rossi Albertini

Alessandro Rico per "la Verità" il 18 maggio 2021. Fondazione Kessler: con le riaperture del 26 aprile, avremo tra 300 e 1.300 morti al giorno. Andrea Crisanti: le vittime saranno 500-600 al giorno, spireranno «in condizioni di asfissia, una morte orribile». Massimo Galli: «Rischio calcolato? Calcolato male». Fabrizio Pregliasco: «Ci sarà un prezzo da pagare di cui tenere conto, un rigurgito in salita del numero dei casi». Il Fatto Quotidiano: «Come l'Italia ha già fatto Madrid: ora è quarta ondata». «Ora» era il 18 aprile. Oggi, l'incidenza a sette giorni nella capitale spagnola è scesa del 39%, quella a 14 giorni è crollata del 55%. Sono i vaticini emessi ai tempi del precedente decreto sulle riaperture. Quando lo storico dell'arte Tommaso Montanari, su Twitter, definiva Mario Draghi «il nostro Bolsonaro». A tre settimane dal fatidico 26 aprile, la strage annunciata, per fortuna, non è arrivata. Gli indicatori migliorano. Il trend dei contagi è in diminuzione. I ricoveri, sia nei reparti ordinari, sia nelle terapie intensive, calano. Allora, Galli bofonchiava: «Draghi non ne azzecca una». Alla fine, a collezionare fiaschi è stato lui: nemmeno Milano è stata funestata dalla peste, nonostante i 30.000 interisti radunatisi in piazza Duomo, domenica 2 maggio, per celebrare lo scudetto.

Eppure, cosa ci andavano raccontando gli esperti? Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, indossava la tunica di Catone il censore: «Non possiamo permetterci queste immagini, [] cantare per lungo tempo diventa un elemento di rischio». Roberto Ieraci, referente scientifico per le strategie vaccinali della Regione Lazio, pontificava: «La zona gialla non vuol dire liberi tutti». Pier Luigi Lopalco, assessore alla Sanità di Michele Emiliano, paventava «focolai intrafamiliari». Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive, era pronto all' ecatombe: «Errore gravissimo che certamente costerà qualche vita umana». Il primario all' ospedale di Pisa, Francesco Menichetti, ironizzava sul doppio significato, sportivo e medico, della parola «tifo». E puntava il dito sul mortifero decreto 26 aprile: «È stato ritenuto un D day». Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, parlava come un commissario del popolo a Berlino Est: «È il messaggio che disturba dal punto di vista sociale». Come osi uscire, come osi divertirti, come osi ridere?

Ebbene, ecco com' è finita. Ieri, l'immunologo Mauro Minelli, della Fondazione italiana di medicina personalizzata, ha ammesso che i «numeri si avvicinano dappertutto alla frontiera della zona bianca» e che, a due settimane dal vituperato mucchio selvaggio di piazza Duomo, «Milano registra un andamento in discesa, perfettamente in linea con il dato di altre Regioni». Di grazia, qualcuno chiarisca. O chieda scusa. Non può passare tutto in cavalleria. Incluso il furioso sdegno dei fra' Dolcino in camice bianco, che urlavano «penitenziagite» agli italiani, tutti colpevoli d' assembramento. È accaduto il miracolo di Pfizer? È che la curva del virus se ne infischia dei lockdown, costosi ma inefficaci? Qualche luminare, se non è troppo impegnato con i procurati allarmi, provi a spiegare perché, nonostante si sia tornati al ristorante e si siano riaperti i confini tra le Regioni, ancora non si vedono le pire dei cadaveri in strada. E perché, in compenso, s' odono le omelie dei «competenti». Pregliasco, della Statale di Milano, che a ottobre 2020 invitava all' onanismo - «è a rischio anche il sesso tra fidanzati» - adesso ci sconsiglia i baci e ci prescrive la «tecnica speciale» per abbracciarci. Del «rigurgito» dei contagi, da lui temuto, non c' è ancora traccia. Ma se non si ferma la gara a spargere il panico, di rigurgiti vedremo quelli dallo stomaco di un popolo arcistufo di gufate e minacce. Pure lo scorso anno, Fondazione Kessler, Iss, ministero della Sanità e Inail pronosticarono: liberando l' Italia a maggio, avremo 150.000 pazienti intubati a giugno. Ci ricordiamo com' è andata l' estate 2020. Quest' anno, ogni farneticazione è addirittura più grave, poiché, oltre alla bella stagione, abbiamo la potente arma dei vaccini. Così, né le riaperture del «nostro Bolsonaro», né l' adunata dei nerazzurri sono riuscite a invertire la tendenza al miglioramento del quadro epidemiologico. Men che meno sono comparse - grazie a Dio - le cataste di corpi morti per asfissia, come nella descrizione splatter di Crisanti. Il quale, anziché ammettere di aver preso una cantonata, fa l' azzeccagarbugli con Adnkronos: «Se mi sento smentito dai numeri del Covid in discesa? A parte che occorre aspettare ancora un po' per una valutazione su numeri ed effetti delle riaperture, non è che si ha ragione o torto a seconda della previsione». Al contrario: proprio perché «stiamo prendendo misure di sanità pubblica», se io dico che un allentamento dei divieti provocherà una strage e poi la strage non arriva, significa che mi sono sbagliato. Crisanti non condivide: «Se anche i numeri mi smentissero», delira, «avrei avuto ragione nell' avere una posizione contraria al rischio. Resto coerente». Della serie: ho ragione anche se ho torto. O, meglio, riscrivo le regole e rinvio la resa dei conti. Per giudicare gli effetti del decreto 26 aprile, infatti, secondo Crisanti, bisognerà «aspettare 4-6 settimane a partire da quella data». Prego? Ma non s' era detto che l' incubazione della malattia era al massimo di due settimane? Siamo al livello della squadra sconfitta che chiede un minuto in più di recupero, sperando nel gol del pareggio in zona Cesarini: altre due, tre settimane, vi prego. E magari un focolaio di qua, una variante indiana di là, e si potrà tornare in tv con il ditino apodittico: «Ricordati che devi morire». Aspettate, che ce lo segniamo.

Giulio Tarro: «Si continua a sbagliare e a non dire la verità sul Covid, persino sulle terapie intensive». Liliana Giobbi martedì 17 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Non demorde, Giulio Tarro. È fermo nelle sue idee. In una serie di interviste sostiene con forza che sul Covid si sta diffondendo terrore e si stanno facendo scelte sbagliate. «La presunta “alta mortalità” sarebbe dovuta non certo a un virus più cattivo ma alla sottostima del numero dei contagiati». E spiega: «I contagiati da Covid non sono quelli conteggiati basandosi solo sui tamponi diagnostici effettuati dalla Regioni. Le stime più attendibili prospettano, al pari delle periodiche epidemie influenzali, fino a dieci milioni di contagiati solo in Italia».

Giulio Tarro: «Si fa troppa confusione». «A questo dato sicuramente non marginale se ne deve aggiungere un altro», dice il virologo di fama internazionale a Ciociaria Oggi. Un elemento cioè che chiarirà la questione. «In base ai primi dati dell’Istituto Superiore di Sanità di cartelle cliniche relative ad esami eseguiti su presunte vittime da Covid19, abbiamo che in 909 casi solo 19 sono da attribuirsi come causa diretta e reale al Sars-CoV2». Col tempo, «rispetto alle analisi iniziali, dove  c‘era un’attenta analisi delle cartelle cliniche dei pazienti, si è forse fatto confusione tra persone con coronavirus e persone morte di coronavirus».

L’enorme numero dei tamponi. «Nel confrontare i dati di marzo e di ottobre si è vista l’importanza di contare i nuovi positivi. E di tenere presente l’enorme numero di tamponi fatti ora rispetto ad allora». Infatti, sottolinea Tarro, c’è «una netta differenza delle percentuali dei casi positivi rispetto al numero dei tamponi adesso utilizzati».

Giulio Tarro spiega il nodo delle terapie intensive. Un discorso a parte riguarda le degenze delle terapie intensive. «Ancora una volta bisogna ribadire che non vi sono differenze tra l’inizio e la fine del mese di ottobre. I pronto soccorso pieni», specifica il virologo, «non rappresentano un “disastro” visto che il 60% dei pazienti è in codice verde. I ricoveri nelle terapie intensive sono principalmente dovuti ad altre circostanze. Un soggetto potrebbe essere stato intubato anche a seguito di un incidente stradale o sul lavoro. E solo dopo il tampone risultare anche positivo al Covid-19».

Tso al 18enne senza la mascherina: "Colpa della filiera del male". Angela Leucci il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. Potrebbero esserci le fake news alla base della vicenda del 18enne di Fano sottoposto al Tso per non aver indossato la mascherina in classe, ma la storia è molto lacunosa. Nelle epoche più dure, le persone cercano certezze: lo insegna la Storia. Quando c’è una pandemia in corso o una crisi economica - o entrambe - la gente finisce per rincorrere una speranza. Può essere una speranza "sana", come reinventarsi un mestiere o rifugiarsi nella preghiera, ma a volte si finisce per venire in contatto falsi credi o false consapevolezze. Sembra essere questo, una consapevolezza ingannevole e piena di speranza, il retroterra della vicenda del 18enne di Fano che si è rifiutato di indossare la mascherina a scuola ed è stato sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso), ma naturalmente in questa vicenda c’è una verità mediatica che tutti hanno letto, che ha suscitato indignazione ma che potrebbe non corrispondere alla realtà, perché parziale. “Talvolta non si può fare nient'altro che intervenire per tutelare lo stesso paziente”, dice a IlGiornale.it il criminologo forense Francesco Paolo Esposito.

La storia del giovane sottoposto a Tso. “Difficile e forse prematuro sbilanciarsi in valutazioni dettagliate sul caso di specie - esordisce Esposito - ma il fatto ci obbliga a ragionare finalmente sui temi complessi e urgenti che attraversano in questo momento la nostra società. La pandemia ha aggravato la situazione poiché ha ridotto i rapporti sociali favorendo l’insorgenza di una serie di stati d’animo negativi come l’ansia, la solitudine e la paura. I tentativi di suicidio di cui ci ha reso partecipe la cronaca sono l’espressione più estrema di questo disagio. Indubbiamente i social svolgono un ruolo fondamentale in quanto consentono all’individuo di dare sfogo alle proprie inquietudini e di fomentarle attraverso la condivisione con altri soggetti che vivono le stesse sofferenze provocando, nei casi più estremi, lo sviluppo di patologie culturali che sfociano in assurdità complottiste”. Il 5 maggio una storia è stata trattata a tappeto da ogni testata e da ogni tg in Italia, suscitando una vasta ondata di indignazione. È quella di uno studente in una scuola superiore di Fano che, come riporta Il Resto del Carlino, si è incatenato al banco rifiutandosi di indossare la mascherina obbligatoria per il contrasto della pandemia di Covid-19. L’istituto scolastico, dopo che professori e preside hanno interagito a lungo con lo studente, ha contattato il 118, che ha portato il ragazzo in ospedale: questi avrebbe avuto un’esplosione di rabbia e successivamente è stato sottoposto a Tso. Tuttavia il giovane è stato ricoverato per 4 giorni e dimesso prima di quanto previsto inizialmente, perché i medici hanno stimato che non sussistevano condizioni di pericolo per lui. L’opinione pubblica si è interrogata molto sulla vicenda: il Tso è stata una misura eccessiva? Si poteva agire diversamente? È difficile rispondere a queste domande, soprattutto perché è possibile che i media in primis non fossero informati su tutti i dettagli della questione. In altre parole potrebbero esserci alcuni tasselli che mancano. “Sembrerebbe - precisa Esposito - in base alle notizie diffuse, che questo sia l’episodio di un malessere che si trascinava. Penso che effettivamente da una parte ci sia un’abitudine a intervenire con un’ospedalizzazione ma dall’altra parte, nonostante gli sforzi di professori e presidi, non si può fare nient’altro che intervenire, ma non vorrei che si estremizzasse: equilibrio è la parola chiave perché la comunicazione lenta ci permette di prevenire il male, di spezzettarlo e di ragionarci. Ho avuto dirette conoscenze della Croce Verde di Torino: non si è mai felici di fare questi interventi che tuttavia sono preceduti sempre da una fase interlocutoria, in cui si cerca di mettere a proprio agio il paziente. Non abbiamo sufficienti informazioni per conoscere l'esatta dinamica degli eventi, ma talvolta non si può fare nient'altro che intervenire per tutelare lo stesso paziente”.

L’ombra del negazionismo. L’ipotesi più consolidata, come ventila Il Resto del Carlino, è che il giovane sia stato o sia vicino ai movimenti no mask. Durante una manifestazione a Pesaro avrebbe conosciuto Lamberto Roberti, un 67enne che nel 2001 fu candidato al Senato con un proprio simbolo: l’uomo avrebbe aiutato il giovane a risolvere un dilemma logistico e ne avrebbe conosciuto anche i genitori. Sulla pagina Facebook di Roberti vengono sollevate numerose perplessità su vari argomenti inerenti la pandemia e rilanciati pensieri di altre fanpage contrarie all'utilizzo della mascherina. È difficile dire se ciò che lega i movimenti no mask sia vero e proprio negazionismo - non tutti sono mossi dalle stesse ragioni - oppure si possa parlare di teorie del complotto o semplici fake news. Ma cosa può accadere in generale, dimenticando per un attimo la vicenda di Fano, perché un giovane possa subire la fascinazione del negazionismo? “Negazionismo e teorie del complotto - aggiunge il criminologo forense - forniscono un’alternativa più grande, utile e accattivante rispetto a quello che dicono i genitori, suggerendo una strada per diventare qualcuno. Non è questione di distanza, è questione di destinazione: c’è un mondo di prima, che è fatto di banalità e di genitori che fino a 65 anni hanno pagato la rata del mutuo per poi morire di tumore, e c’è un mondo di dopo in cui viene ventilata una vita grande attraverso la fascinazione delle parole. Viene detto ai possibili adepti che ‘fuori’ è brutto, sporco e cattivo, e che se si segue quello che viene detto fuori si è solo pecore. E allora non ci sono barriere che tengano”.

Il meccanismo delle fake news. Fake news e teorie del complotto sono strettamente correlate. Il modo in cui hanno presa sulle persone è abbastanza lineare: si viene in contatto in maniera casuale con un’espressione di questi due fenomeni - può trattarsi di un video su YouTube o di uno scritto su un canale social - si approfondisce alla luce delle conoscenze apprese in precedenza, a scuola o altrove, considerandole false o parziali, e si entra in una spirale in cui si finisce per credere di essere tra i pochi depositari della verità. “Quando comincio a fare una ricerca in Rete su determinate informazioni - spiega il criminologo - attraverso gli algoritmi si rischia di finire nella bolla delle teorie del complotto e non si esce più. Lo possiamo vedere tutti, attraverso la pubblicità dei prodotti, ma funziona allo stesso modo con le teorie del complotto. Nel plagio è un po’ diverso, perché il love bombing è apparente e non reale: se viene promesso il sesso, si rischia invece di doversi concedere esclusivamente al guru di turno per fare esempio. Naturalmente con il plagio, per lo più, si danno false speranze sulla conquista di potere e denaro. E c’è una fase successiva in cui il predatore vuole qualcosa da te”. E il meccanismo si autoalimenta: il complottista è sempre alla ricerca di ciò che gli appare “nascosto”, perché il complotto può essere dovunque, dal geoide terrestre alla missione Apollo 11 fino alla morte di Paul McCartney. E in tempo di pandemia, fake news e teorie del complotto sono apparse proliferare. “L’aumento della diffusione di fake news c’è ma fa parte di una filiera del male - racconta Esposito - che vede negli ultimi 10 anni l’Italia come altri Paesi europei una crescita di nuove sette, che a volte diventano religioni, e di diffusione di fuffa relativa alle neuroscienze che nulla ha a che fare con le vere neuroscienze. Attraverso questa fuffa si invitano le persone a sviluppare capacità attraverso metodi che non hanno niente di scientifico, è solo una truffa piramidale. E a volte questa truffa piramidale ‘diventa’ setta, si spaccia per movimento religioso. Le teorie del complotto si innestano qui. Prima questo tipo di truffe si vedevano in televisione, ora si va nel Web, in posti anche pericolosi più o meno nascosti, per trovare gli stessi raggiri. Il terreno è fertilissimo. Aveva ragione Cecilia Gatto Trocchi quando diceva: dopo la California diventeremo il Paese con più neuro-fuffa e pseudo-religioni. In realtà lo siamo già diventati, attraverso meccanismi piramidali settari, che coinvolgono attraverso corsi e lavoro non retribuito nuovi adepti, magari giovani e giovanissimi che si intossicano in questo ‘inquinamento’”. Il concetto di plagio è più estremo ed è legato idealmente alle logiche dei movimenti criminali, anche quelli che si nascondono dietro falsi concetti apparentemente di natura religiosa. Vengono chiamati comunemente sette, ma non è una dicitura esatta perché delle sette condividono solo l’assetto elitario. “Esiste una grande somiglianza tra chi subisce la fascinazione di una teoria del complotto o di una logica settaria - conclude Esposito - Io parlo di patologia culturale. In entrambi i casi si finisce per non riuscire a fare le cose quotidiane se non in un determinato modo. Sono gradazioni di grigio. Chi crede in teorie alternative - che magari sono anche buone talvolta - è più propenso a credere a teorie del complotto perché ha abbassato la soglia di attenzione. Chi ti manipola ti dice invece: non hai abbassato la soglia dell’attenzione, sei diventato più sveglio e quindi si nega l’evidenza. È uno scivolare continuo. Quando ti ammali di questa patologia culturale è più facile che ti ammali di patologie vere, se ci allontana da quello che è il protocollo scientifico perché rappresenta qualcosa di oscuro. Si alza la barriera sul reale e la si abbassa su ciò che non è reale e si rischia di abbracciare perfino un movimento religioso criminale”.

Il “tso politico” allo studente di Fano. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. Alessandro A. Negroni, presidente Associazione Radicale Diritti alla Follia, su Il Dubbio il 21 maggio 2021. L’Associazione Radicale Diritti alla Follia (di cui chi scrive è presidente) già il 6 maggio è intervenuta per chiedere alle autorità competenti l’immediato rilascio di uno studente di un istituto superiore di Fano sottoposto a tso per malattia mentale per aver rifiutato di indossare la mascherina al banco, ossia per aver voluto respirare senza impedimenti, e per aver manifestato a scuola il proprio dissenso dall’imposizione della mascherina. I contorni precisi del caso sono in corso di definizione, pare che formalmente il tso per malattia mentale sia scattato quando il giovane era già stato portato al pronto soccorso (su che base di diritto e di fatto non è dato sapere) per essere sottoposto a un tampone (e ancora non è dato sapere su che base), ma il discorso poco cambia. Desta particolare preoccupazione il ricorso a un tso per malattia mentale che appare essere stato eseguito in assenza dei presupposti normativi che lo legittimano e per una finalità di tipo “politico” consistente nel contrastare una forma di dissenso e di protesta rispetto all’uso della mascherina o, anche fosse, rispetto anche all’essere sottoposti a un trattamento sanitario invasivo e non privo di rischi come il tampone. La normativa (artt. 33, 34 e 35 della legge n. 833 del 1978) stabilisce che sia possibile ricorrere al tso per malattia mentale in regime di ricovero ospedaliero solo se sussistano determinate condizioni, tra le quali la sussistenza di una “malattia mentale” e la presenza in atto di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici. Lo studente di Fano non è persona affetta da “malattia mentale”, salvo considerare una manifestazione di dissenso rispetto a un obbligo imposto dal governo (quello di indossare una mascherina) e delle opinioni dissenzienti un “sintomo” di malattia mentale e di disturbo delirante. Il “problema” è che la libertà di manifestazione del pensiero non è una “malattia mentale”, al contrario «la libertà di manifestazione del pensiero è tra le libertà fondamentali proclamate e protette dalla nostra Costituzione, una di quelle anzi che meglio caratterizzano il regime vigente nello Stato» (Corte cost., sentenza n. 9/1965). E il problema è altresì che la diagnosi psichiatrica, per essere accettabile e plausibile in uno Stato di diritto liberale e democratico, non può e non deve mai essere utilizzata per la repressione del dissenso di carattere politico o per contrastare opinioni non gradite al potere oppure in contrasto con le opinioni della massa; lo stesso Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5), la “bibbia” della psichiatria, avverte significativamente l’esigenza di sottolineare come «comportamenti socialmente devianti (per es., politici, religiosi o sessuali) e conflitti che insorgono primariamente tra l’individuo e la società non sono disturbi mentali». Neppure si comprende ove fossero le “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”, salvo considerare che la costituzionalmente legittima manifestazione di dissenso attuata dallo studente di Fano (peraltro in modo pacifico) sia qualcosa da “curare” a mezzo trattamenti sanitari e similmente dicasi per un eventuale rifiuto di sottoporsi a tampone tutelato dal diritto al consenso informato fondato sugli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione (in tal senso già Corte cost., sentenza n. 438/2008). Si consideri peraltro come anche in presenza una manifestazione violenta di dissenso la risposta di uno Stato di diritto non possa consistere nel ricorso a trattamenti sanitari, bensì nel ricorso all’azione delle forze di polizia e alla repressione penale (con tutte le garanzie riconosciute ai cittadini in materia). Vi è poi da evidenziare il ruolo passivo del sindaco di Fano, Massimo Seri, che con quella che appare essere una notevole leggerezza ha firmato un’ordinanza di tso per malattia mentale nei confronti di un giovane studente che stava manifestando un dissenso di natura politica ed eventualmente esercitando il proprio diritto al consenso informato. Un ruolo del sindaco che non può e non deve essere “passivo” essendo chiamato a firmare un’ordinanza che incide direttamente su diritti costituzionalmente protetti (ivi compresa la libertà personale) dei cittadini e di cui è formalmente responsabile a fronte della “proposta” di tso per malattia mentale avanzata da un medico. Come Associazione Radicale Diritti alla Follia in collaborazione con lo Studio Legale Capano (di Michele Capano, nostro tesoriere e tra i principali animatori dell’Associazione) abbiamo elaborato e notificato al tribunale di Pesaro un ricorso avverso la convalida del tso emessa dal giudice tutelare competente, anche con gli opportuni riferimenti alla Cedu e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, sollevando al contempo diverse questioni di legittimità costituzionale della vigente normativa in materia di tso per malattia mentale. In conclusione, il caso di Fano mostra con tutta evidenza l’esigenza di una urgente riforma legislativa del tso per malattia mentale, riforma di cui il parlamento deve farsi carico. Al riguardo sia consentito ricordare come la nostra Associazione, in stretta collaborazione con altre associazioni, abbia elaborato una articolata proposta di riforma in grado di offrire maggiori garanzie ai destinatari del tso per malattia mentale e di rendere il ricorso ad esso, come invero già dovrebbe essere, una reale eccezione.

Tso a studente 18enne di Fano, cosa è successo e qual è il ruolo del “costituzionalista”? Le Iene News l'11 maggio 2021. A Fano, qualche giorno fa, un ragazzo di 18 anni si è rifiutato di indossare la mascherina in classe legandosi al banco come segno di protesta. Il giovane è stato poi portato al pronto soccorso dove è stato ricoverato in regime di Tso. Giulia Innocenzi è riuscita a incontrarlo e ha intervistato Lamberto Roberti, detto il “costituzionalista”, un attivista no mask che potrebbe avere avuto un ruolo cruciale in questa storia. Ha dell’incredibile la storia avvenuta qualche giorno fa a Fano riguardante un ragazzo di 18 anni sottoposto a un Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) dopo aver protestato in classe contro l’utilizzo della mascherina. La notizia ha fatto immediatamente il giro di tutti i giornali e, anche se ora il ragazzo è stato dimesso, restano alcuni interrogativi. Giulia Innocenzi prova a far luce riuscendo a incontrare il giovane, che chiameremo Marco, e intervistando Lamberto Roberti, un personaggio particolare e attivista no mask conosciuto con il nome di “costituzionalista”, che potrebbe aver avuto un ruolo all’interno della vicenda. A detta di tutti, “Marco” è un 18enne tranquillo, sensibile, in classe sempre corretto ed educato. I problemi sarebbero nati dal momento in cui il ragazzo ha conosciuto, durante una manifestazione contro l’utilizzo della mascherina, l’attivista negazionista Lamberto Roberti che alle nostre telecamere ha detto frasi come: “I tamponi sono pericolosi. Ti inseriscono dei nanochip che servono per gestire i nostri organi”. Marco è convinto che la mascherina sia anticostituzionale e che faccia male alla salute e queste idee decide di portarle in classe presentandosi diverse volte senza mascherina. La scuola prende provvedimenti sempre più seri arrivando a costringere il giovane a studiare forzatamente in Dad. Marco però, a detta di Lamberto, voleva che questa sua protesta diventasse conosciuta quindi, la mattina dello scorso 5 maggio, decide di andare a scuola senza mascherina e di legarsi con una piccola catena da bici al banco. Il ragazzo chiede anche all’amico attivista di presentarsi davanti all’istituto con un giornalista e un fotografo. La preside interviene, chiama anche il sindaco Massimo Seri e arrivano le forze dell’ordine accompagnate da un medico. “Marco era tranquillissimo ed è stato costretto ad andare via con il medico”, ci ha detto l’avvocata del ragazzo. Versione che non si sposa con quanto afferma il sindaco e cioè che sarebbe stato Marco a chiedere al medico di andare via insieme per avere un parere sull’utilizzo corretto della mascherina. Il ragazzo viene portato al pronto soccorso di Fano e due medici, con il benestare del sindaco, avviano la pratica per eseguire il Trattamento sanitario obbligatorio dichiarando che “Marco presenta disturbo delirante e alterazioni cliniche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici che lui stesso non accetta”.  Secondo l’avvocata le cose sarebbero andate così: “Il ragazzo ha detto che non avrebbe voluto effettuare il tampone e i medici lo hanno effettuato in maniera coatta”, ha detto a Giulia Innocenzi. A Marco vengono dati dei calmanti e viene trasferito nel reparto di psichiatria di Pesaro dove viene requisito anche il suo cellulare. Giulia Innocenzi è andata in ospedale e, attraverso una porta, è riuscita a scambiare due parole con il ragazzo. “Per quello che ho fatto legalmente non posso andare in prigione quindi mi mettono qui dentro, è l’unica spiegazione” ha detto Marco alle nostre telecamere, poi ha aggiunto “sto bene, sto leggendo Pirandello e un libro di medicina. Mi manca il cellulare”. Il Tso sarebbe dovuto durare sette giorni ma, dopo quattro giorni in psichiatria , Marco è uscito e siamo riusciti a strappargli un saluto. Sul ruolo di Lamberto sembra che potrebbe partire un’indagine, nel frattempo i genitori del ragazzo gli hanno chiesto di non vedere il figlio.  Rimangono diversi interrogativi: la scuola oltre a educare non dovrebbe essere anche un luogo di ascolto? Le istituzioni stanno indagando se quel Tso sia stato legittimo? 

Un’idea per liberarci dai fanatici del lockdown. Andrea Amata il 3 Aprile 2021 su nicolaporro.it. Il professor Luca Richeldi, direttore di Pneumologia all’Ospedale Gemelli di Roma e componente del Comitato tecnico scientifico, ha recentemente dichiarato che coloro che si vaccinano al 90% non sono infettivi. Il restante 10% di probabilità nel trasmettere il virus ammanta la medicina di un grado di incertezza che attesta l’inaccessibilità al rischio zero, imponendo una strategia di convivenza con l’insidia del contagio. D’altronde il governo di Mario Draghi si genera dall’esigenza di riconoscere la pari dignità della crisi economica rispetto a quella sanitaria, con quest’ultima che sta egemonizzando la gestione dell’emergenza pandemica. Se l’ex banchiere centrale vuole adempiere al suo mandato originario dovrebbe accelerare il processo che affranchi i cittadini dalle catene opprimenti delle chiusure indiscriminate, che ci vincolano nella mobilità e ci inibiscono le interazioni fisiche. Per giugno dobbiamo raggiungere non l’immunità “di” gregge, ma l’immunità “dal” gregge per liberarci dalla irragionevole passività e sottomissione ai fanatici del lockdown che si identificano nel ministro Roberto Speranza. Pertanto, si proceda a somministrare la salvifica dose a tutte le categorie a rischio, come gli over 70 e le persone affette da patologie, dimodoché i vaccinati non saranno infettivi nei confronti dei non vaccinati. Quest’ultima porzione di cittadini, al netto della componente più fragile messa al sicuro dalla profilassi vaccinale, è statisticamente irrilevante alla letalità del Covid. Dunque, si agisca per salvare la stagione estiva, rinunciando al paternalismo blaterante degli inetti e applicando misure compatibili con il ritorno alla normalità. Andrea Amata, 3 aprile 2021

Da huffingtonpost.it il 3 aprile 2021.  “Tenere chiuso dopo Pasqua anche se la scienza dovesse dire che si può riaprire è sequestro di persona. Chiederò un incontro a Draghi sulle riaperture”. Lo ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, sottolineando come “ci  rimettiamo ai dati scientifici. Quello che abbiamo chiesto al governo Draghi è che dopo Pasqua in base ai dati scientifici occorre riaprire dove si può riaprire, non è possibile che se Speranza vede rosso, se Franceschini vede rosso sia tutto rosso. In quelle città occorre riaprire non c’è Speranza che tenga”. L’ex ministro dell’Interno interviene nella trasmissione “Aria Pulita” di 7Gold e rassicura sul suo rapporto con il presidente del Consiglio, ma ammette che ci siano divergenze con alcuni della squadra: “Con Draghi ho ottimo rapporto che è una persona concreta e pragmatica, con qualche ministro è più complicato. Quando l’ideologia prevale sulla scienza è più difficile”. Inevitabile non pensare al ministro della Salute Roberto Speranza, citato anche dallo stesso Salvini: “Speranza dice ’nessuno soffi sull’inquietudine’? Qualcuno per motivi ideologici vuole tenere tutto chiuso, sono stufo di scelte politiche sulla pelle degli italiani”, si sfoga. “Io mi fido della scienza”, ha continuato, “A che titolo un ministro può dire teniamo tutto chiuso al di là dei dati scientifici?”. Sulla sua visita a Budapest, poi, replica come “abbiamo parlato di vaccini, di aziende e di lavoro”, smontando le critiche sulla possibilità di un progetto populismo della destra in Europa. “C’e’ qualcuno che vede populisti, razzisti, fascisti e nazisti anche dove non ci sono, la politica in questo momento dovrebbe badare al sodo, alla salute, al lavoro, quelli che rompono le palle col razzismo, il populismo e il fascismo non hanno capito un fico secco”, ha concluso.

Marco Cremonesi per il Corriere della Sera il 3 aprile 2021. «Per il Covid, c'è il vaccino. Purtroppo, per la salvinite no. E loro sono ossessionati, non pensano ad altro... Il problema? Non è il Covid, è Salvini». Il segretario leghista parla della raffica di reazioni provocate nella politica italiana dal suo incontro con i premier di Ungheria e Polonia, Orbán e Morawiecki. Perdoni: non era del tutto imprevedibile...

«Perdoni lei: un atteggiamento del genere denota ignoranza, provincialismo e soprattutto razzismo da parte della sinistra. Ho incontrato i primi ministri di due Paesi amici dell'Italia, con uno scambio commerciale e relazioni culturali ed economiche importantissime. La Polonia è un Paese Nato fondamentale, un argine alle ambizioni russe. Ma non va bene. Se parlo con Israele non va bene, con i polacchi non va bene, con gli Stati Uniti neanche. Mi hanno attaccato anche quando ho incontrato i ministri di San Marino. Sono ignoranti e razzisti».

Che sfogo, segretario. Ce l'ha con il ministro Speranza? Con il segretario del Pd Letta?

«Ma lei ha visto anche ieri? Tutta la sinistra all'attacco di Salvini, c'è chi ci ha descritto come "armata delle tenebre". Non lo dico per me, ma di certo c'è una campagna di odio politico e personale che in un momento così delicato non aiuta».

Beh, lei è andato a Budapest per costruire la futura destra europea. Perché si stupisce delle reazioni a sinistra?

«Io dico che se lo spirito del Pd è questo, significa che se ne fregano del richiamo del presidente Mattarella. Mi creda, tutto mi terrebbe lontano dalla sinistra, ma l'amore per questo Paese fa premio su tutto. Anche gli attacchi sono seccanti, il problema vero è che l'ideologia del ministro Speranza comincia a essere preoccupante».

Però, lei con il ministro ha parlato. Vi siete incontrati. Non è servito a nulla?

«Per iniziare, voglio esprimergli la mia più totale e convinta solidarietà per le minacce di morte che ha ricevuto, la vicinanza umana e politica non è in discussione. Detto questo: sulle riaperture mi è sembrato di parlare con una parete. Gli ho detto che l'Italia è lunga, sono 8 mila comuni, che si apre solo dove i contagi e il sistema ospedaliero non sono sotto pressione. Lui mi ha detto che no, ad aprile la scienza non vale. Ma attenzione: dopo il Covid dovremo fronteggiare un'altra emergenza...».

Di che cosa parla?

«Dopo il Covid ci sarà un'altra ondata epidemica, quella psicologica e psichiatrica. Continuano a dirmi che chiusure come quelle che stiamo attraversando stiano creando problemi giganteschi ad adulti e bambini. Che un ministro della Salute lo sottovaluti... Non va bene».

Perciò, lei ha chiesto un incontro con il premier Draghi.

«Certo, appunto per parlare di ritorno alla vita. Ma l'asse con Draghi è ferreo, lui dice che si riaprirà sulla base della scienza e dei dati medici. E io sono d'accordo. Ma siccome ci sono intere regioni in cui la situazione per fortuna è più tranquilla, aggiungo che il riaprire in questi territori non è un capriccio di Salvini, ma la risposta a un'emergenza economica drammatica. Speranza però continua a dire "rosso, rosso, rosso...". Sarà un riflesso condizionato indotto dalla sua storia».

Ha letto? Vittorio Feltri le ha chiesto chi glielo abbia «fatto fare di trascinare la forte Lega nel mucchio selvaggio di questa maggioranza?». Con l'invito a «mandare al diavolo i compari dell'esecutivo».

«Ma figuriamoci, non mi conosce... Io bado al sodo, lavoro per fare cose, Anche con i 5 Stelle mi dicevano di non fare niente. Io mi permetto di ricordare Quota 100, la flat tax fino a 65 mila euro, il blocco degli sbarchi e l'azzeramento dell'immigrazione, la legge sulla legittima difesa...Se qualcuno pensa di farmi perdere la pazienza con lo stillicidio delle dichiarazioni, sbaglia di grosso. I miei obiettivi, entrando al governo, erano salute, riapertura e tasse. E questo stiamo facendo. Pensi all'impulso dato dal commissario Figliuolo alle vaccinazioni».

La accusano anche di boicottare l'approvazione della legge Zan contro l'omofobia. Hanno torto?

«Guardi, la nostra posizione è chiarissima: ognuno è libero di fare l'amore con chi vuole, amare chi vuole e vivere con chi vuole. E chi discrimina o aggredisce e picchia per strada qualcuno, che sia etero, che sia omo o sia trans, è un delinquente. Punto. Che va punito come la legge già prevede.

Non serve una nuova legge, soprattutto in un momento in cui ci dovremmo occupare dell'epidemia e della ripartenza». E allora perché non approvare la legge in fretta e poi dedicarsi ad altro? «Politici e cantanti possono dire quel che vogliono: non mi convinceranno. Semmai, lavoro per rendere più veloci e meno costose le adozioni le migliaia di coppie che attendono».

Ma che cosa c'è di sbagliato nella legge Zan?

«Noi crediamo che la legge sull'omofobia possa introdurre una discriminazione: se io dico che ritengo che l'utero in affitto è una barbarie, se dico che sono contrario alle adozioni gay, rischio il processo. E mi creda: di processi ne ho già abbastanza. Ho udienze già fissate per tutti i prossimi sabati di aprile. Tanto per parlare di giustizia...».

Perché ne parla?

«Perché l'Ue contesta alla Polonia la sua riforma della giustizia. Posso dirlo? Qui abbiamo una giustizia alla Palamara e non mi pare che vada granché bene... Ma tanto, di riforma della Giustizia questo governo non parlerà».

Torniamo alla rifondazione della destra europea. Giorgia Meloni ha fatto presente che «non è all'ordine del giorno né uno scioglimento né una fusione» degli attuali euro gruppi.

«A maggio ci sarà un incontro, allargato, a Varsavia. Poi, in Italia. Questo è il progetto per il gruppo europeo più importante, per riunire in un'unica famiglia le anime oggi divise. Se ognuno fa un passo verso l'altro, possiamo creare un polo alternativo ai socialisti. Che, anche a Roma, si occupano soprattutto di poltrone. Alcuni ministeri sono circoli del Pd».

Alessandro Sallusti contro Speranza e i "delatori di Pasqua": "Anticamera del regime, roba da khomeinismo". Libero Quotidiano il 03 aprile 2021. Benvenuti nella Repubblica di Roberto Speranza, quella dei "delatori pasquali". Alessandro Sallusti, sul Giornale, mette in guardia sulla deriva italiana ormai conclamata: un Paese trasfigurato dalla "polizia sanitaria", in cui il ministro della Salute esorta (per il secondo anno consecutivo) a denunciare i vicini che si pensa possano violare le norme anti-assembramento nel nome della "salute pubblica" e della lotta al coronavirus. È stato un vicino a fregare Luigi Marattin di Italia Viva, e sempre un vicino ha fatto incastrare i calciatori della Juve McKennie, Dybala e Arthur. Tutti trasgressori, tutti potenziali "untori". E così Sallusti, sempre più insofferente non alle regole ma al clima che si sta ormai impadronendo degli italiani, cita una frase del suo opinionista Stenio Solinas: "Ed è questa militarizzazione della vita pubblica, questa trasformazione di ogni membro della società in combattente e custode dell'ortodossia, e quindi spia, delatore, tutti traditori di tutti, che permette negli anni l'insediarsi di un regime". "A farmi paura - spiega il direttore - non sono le spie russe né quelle di qualsiasi altro Paese. Le spie più temibili e vigliacche sono quelle della porta o della scrivania accanto e non per la gravità delle conseguenze, ma per il fatto in sé. E quei politici alla Speranza, quei virologi estremisti che invitano a farlo 'per il bene comune' sono degli incoscienti che stanno solo rompendo il patto sociale che è alla base della civile convivenza più di quanto lo sia il rispetto delle regole". Perché come diceva il giudice Giovanni Falcone, uno che per la legalità è morto, "la cultura del sospetto non è l'anticamera della verità ma del khomeinismo".

Pietro Senaldi tombale sul leader rosso: "L'allegro becchino, Roberto Speranza ci gode nel far star male gli altri". Libero Quotidiano il 02 aprile 2021. Il direttore di Libero Pietro Senaldi parla del ministro della Salute Roberto Speranza che ha dichiarato di prendere le sue decisioni di tenere reclusi tutti gli italiani, compresi quelli che falliscono, con spirito sereno: cosa possiamo dire, l'allegro becchino. "La cosa incredibile è che Mario Draghi ha cambiato l'intera filiera di comando del Covid, dal commissario fino alla Protezione Civile e al ministro delle Autonomie, perché non cambia Speranza? Non certo perché è il leader di un partito grande, è il leader di Liberi e Uguali che è polvere sul comò..." "...Probabilmente lui ha ritagliato un ruolo a Speranza che è quello di portatore di lutti. Quando Draghi deve fare qualcosa di sgradevole lui delega a Speranza che da buon comunista ci gode nel far star male gli altri. Quindi strangolare il Paese lo far andare a letto sereno e contento. Cosa possiamo dire di Speranza, è un ministro ossimoro, nel nome è benagurante, ma nei fatti è un portatore di sventure.   

Pietro Senaldi contro Roberto Speranza: "Allegro becchino, per conto di chi fa il lavoro sporco". Libero Quotidiano il 04 aprile 2021. L'allegro becchino. Il ministro della Salute ha annunciato, felice come una Pasqua, che non sa quando l'Italia potrà riaprire. Con un pelo di sadismo, dalle colonne del Corriere della Sera, Speranza ha tenuto a far sapere ai cittadini reclusi e agli imprenditori rovinati dalle serrate che lui prende le sue decisioni «con animo sereno». Imporre sacrifici agli altri non toglie il sonno al carceriere, che rimprovera a Salvini di «soffiare sulle inquietudini di chi soffre», espressione che, quando non erano al governo, i comunisti come il leader di Liberi e Uguali traducevano con «dare voce agli oppressi». L'ex ragazzo spazzola di Bersani invita la Lega a «tenere unito il Paese»; da che pulpito, lui che quando convoca le riunioni al suo ministero si premura di escludere i suoi sottosegretari, che siano grillini (Sileri), forzisti (Costa) o piddini (Zampa, prima che fosse fatta fuori da Draghi e poi risarcita dal partito con una poltrona a nostre spese). Il grande punto interrogativo è come mai il premier abbia cambiato tutta la filiera di comando della squadra anti-Covid, dal commissario Arcuri al ministro per le Regioni Boccia, dal capo della Protezione Civile Borrelli al coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, Miozzo, ma si sia tenuto Speranza, il ministro ossimoro, dispensatore di ottimismo nel nome, uccellaccio del malaugurio nei fatti. Decisione davvero inspiegabile, giacché l'Italia pullula di luminari della Medicina e non sarebbe stato difficile sostituire Speranza, che non è neppure odontotecnico, con qualcuno che conoscesse l'esistenza di un virus chiamato Covid prima del gennaio scorso, quando ancora il precedente governo assicurava ai cittadini che l'Italia era «prontissima» a fronteggiare la pandemia.

IN CERCA DI VISIBILITÀ - Certo il ministro non deve il mantenimento della poltrona alla forza parlamentare che rappresenta. Liberi e Uguali ha un esiguo 3% e non si sa neppure se alla prossima tornata elettorale si ripresenterà. Le ragioni della resistenza di Speranza stanno probabilmente nel ruolo che il premier Draghi gli ha ritagliato. SuperMario ci tiene alla propria immagine e non intende sbriciolarla con l'esperienza di governo, anche perché ambisce a vette più elevate. Ecco così che, da buon comunista, mister chiusure risulta perfetto nella parte dell'utile idiota del grande banchiere. Se c'è da comunicare qualche rogna o mettere la faccia su una disgrazia, il ministro è l'unica speranza per il presidente del consiglio di sfangarla e continuare a passare per fenomeno agli occhi degli italiani. Perché l'uomo si presti a fare il punching-ball di Draghi, rimediando anche una sequela di esecrabili insulti e intollerabili minacce, non è difficile capirlo. Come ogni politico di seconda fila, Speranza non perde occasione per stare al centro della scena, anche se il prezzo è rimediare figuracce. Lo ha fatto anche nel Pd, prima di andarsene, dove ha giocato per oltre un anno a fare la minoranza della minoranza, parte ingrata ma che gli garantiva presenza mediatica altrimenti non ottenibile. Una sovraesposizione che però ha poco capitalizzato nelle urne, malgrado il ruolo di leader di partito. Il titolare della Salute infatti da oltre un anno decide delle vite di sessanta milioni di italiani dal basso delle meno di quattromila preferenze personali prese nel seggio di casa, in Lucania; a dimostrazione di quanto la nostra democrazia sia scarsamente rappresentativa. Sembrerà incredibile, ma il leader di Liberi Uguali è convinto di agire nell'interesse della sinistra. Nello sfortunato libro dal titolo "Così guariremo", che il kamikaze rosso voleva pubblicare a ottobre e ha ritirato dalle librerie in un estremo sussulto di decenza e realismo, il ministro teorizzava che il Covid sarebbe stata un'occasione unica per la sinistra per rimodellare la società secondo la propria ideologia. Tutti incarcerati, azzerati, schizzati e rinciuliti, un po' come i popoli dell'antico blocco comunista. L'epidemia come una panacea, uno strumento di appiattimento sociale e culturale, la soluzione per chi non sa cosa fare della propria vita e va in panico se deve organizzarsi il sabato sera, il disincentivo naturale a qualsiasi iniziativa imprenditoriale e lo scivolo universale alla sussistenza patologica. Forse Speranza insegue ancora questo sogno quando annuncia di non potere indicare le date delle riaperture. Eppure sarebbe semplice. I vaccini rendono immuni, o nel peggiore dei casi consentono di sviluppare il Covid in maniera leggera e mai letale. Il governo ha annunciato l'arrivo di decine di milioni di fiale. La vituperata Lombardia, per esempio, ha fatto sapere che, se il governo non ci sta illudendo ancora e farà arrivare le dosi promesse, l'8 maggio avrà vaccinato tutti i cittadini sopra i settant' anni, che costituiscono il 96% dei decessi. Un politico che fosse degno di questo nome, incline ad assumersi le proprie responsabilità e che davvero lavorasse per liberare gli italiani, avrebbe annunciato la riapertura totale e l'addio alle zone colorate entro metà maggio.

PROMESSE DISATTESE - Capisco che aver dichiarato il virus sconfitto a settembre scorso abbia scottato non poco il leader rosso, però non possiamo accogliere come una buona notizia la sua minacciosa prudenza. Per chiuderci a ottobre, ci aveva promesso un Natale libero, che invece ci ha fatto passare in gabbia paventando la ripresa di gennaio, poi slittata a Carnevale, quando ristoratori e albergatori hanno saputo la sera prima dell'annunciata riapertura che la clausura sarebbe stata invece prorogata. Ora ci arriva questa mancata previsione, con il ritorno della bella stagione e i ragazzi che, al posto di andare a scuola con la mascherina, giocano a calcio nei parchi a volto scoperto. In questa clausura senza speranza siamo ormai liberi di fare tutto tranne che lavorare, studiare e imbastire qualcosa di utile al Paese.

GLoc. per “il Giornale” il 2 aprile 2021. Lo chiamano «trauma da pandemia». Un malessere poliedrico fatto di insonnia, ansia, depressione fino a comprendere i disturbi psichici più gravi come la paura di infettarsi o il rifiuto di socializzare. È una sofferenza collettiva, l'altra faccia della Covid. O, forse, è quella parte di vita che non viviamo più e che si fa sentire come può. A rischio un italiano su tre, secondo la Società Italiana di Psichiatria. Ne sono più esposte le donne, poi gli adolescenti e i giovani.  Si capisce però che è un male che sfugge ai conti perchè sarebbe troppo doloroso vederlo raffigurato in un grafico. Cosa fa precipitare nel malessere profondo, per arginare il quale l'OMS ha chiesto che vengano «rafforzati i sistemi di salute mentale di tutti i Paesi»? La paura di perdere il lavoro, ma anche la fatica titanica per cercare di mantenerlo. La paura per il futuro dei figli ma anche l'impotenza di saperli più ignoranti della generazione che li ha preceduti. Il senso di precarietà perenne alternato alla perdita di libertà. «Quando l'esposizione a eventi traumatici è eccessiva si arriva a uno sconvolgimento psichico - spiegano Massimo di Giannantonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti della Sip. L'ultimo appello è arrivato dal professor Renato Borgatti, neuropsichiatra dell'Istituto Neurologico Casimiro Mondino di Pavia che ha parlato di «estrema gravità» per i giovanissimi: «Sono aumentati i tentati suicidi, i casi di autolesionismo, i disturbi del pensiero». Borgatti riferisce che si tratta di «ragazzi che erano al di fuori di situazioni di rischio e che tutti i reparti degli ospedali lombardi confermano la tendenza». Il rapporto Aifa del 2020 ha registrato un aumento dell'uso di ansiolitici (+12%). Ci conferma la tendenza sul fronte integratori, Camilla Pizzoni, direttore scientifico Pool Pharma: «Dal nostro osservatorio sono emerse fragilità tra le donne, tra i più giovani e tra coloro che hanno subito difficoltà economiche legate al lockdown. Il 63% ha dichiarato disturbi di tipo ansioso, il 20% riferisce sintomi da stress post-traumatico. Il 14% dei giovani, sia studenti sia lavoratori, ha dichiarato di soffrire di attacchi di ansia perché non riesce a staccarsi dal proprio smartphone o dal pc e vive nel costante stress di venire dimenticato da amici e colleghi». Per questo, ha aggiunto il direttore scientifico «abbiamo prodotto un integratore per i disturbi dell'umore di cui, in tempi normali, soffriva il 15% della popolazione. Ansiben è adatto anche agli adolescenti. A base di estratti vegetali come melissa e passiflora, contiene zinco, coenzima q10 e le vitamine B che contribuiscono al buon funzionamento del sistema nervoso. A ciò abbiamo aggiunto il triptofano, che è il precursore della serotonina e il Gaba, acido butirrico, detto ormone della serenità». Insieme all'integratore è offerta una traccia audio di rilassamento che si può scaricare dal foglietto illustrativo con il QR Code con l'intento di divulgare anche una buona abitudine alla tranquillità. Già, non è un caso se gli psichiatri hanno osservato che «fra coloro che sono immuni all'ansia, il fattore protettivo di equilibrio psichico sembra essere una condizione di benessere spirituale».

Alessandro Rico per “la Verità” il 29 marzo 2021. «Non è virologo né un epidemiologo. È un gastroenterologo quasi per caso». Lo scrive Carlo Verdelli, che ieri l' ha intervistato sul Corriere. Eppure, Nino Cartabellotta, 56 anni, origini siciliane, presidente della fondazione Gimbe, già grande castigatore della Lombardia, da gastroenterologo per caso, pretende di dimostrare che le chiusure sono necessarie. E, anzi, ne servirebbero di più: più rigorose, più estese, più durature. Come il «lockdown severo da marzo a maggio» 2020. Non ci credete? Credeteci: c' è chi ha nostalgia degli interminabili domiciliari della primavera dell' anno scorso. La chiave delle argomentazioni è la «medicina basata sulle evidenze», cui l'analista della Trinacria ha anche intitolato il proprio istituto: Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze, sorto nel 1996 e poi trasformato, nel 2010, in una fondazione. Per carità cristiana e onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che Cartabellotta, un paio di cose, le dice giuste. Primo: che la scorsa estate, mentre il ministro Roberto Speranza era occupato a scrivere il suo iellatissimo libro autocelebrativo, l' Italia ha sprecato un'occasione per eradicare il virus mediante il tracciamento. Avevamo una finestra d'opportunità per applicare il meglio della via asiatica (isolare e spezzare le catene di trasmissione), ma l'abbiamo sprecata. Secondo: che la «strategia della mitigazione», quella con i colori delle Regioni, non funziona. Sulla Verità, ve l'abbiamo fatto vedere: con la cabina di regia che lavora su numeri vecchi anche di 16 giorni, si finisce per intervenire a babbo morto. Tanto che l'evoluzione e il decremento della curva epidemiologica appaiono affatto scollegati dal sopraggiungere delle zone rosse. Gli sprazzi di lucidità del gastroenterologo per caso, però, finiscono qua. Tutto il resto, ironia della sorte, fa venire l'acidità di stomaco. Cartabellotta tuona: «Non è vero, anzi è gravemente falso, che bastino le terapie domiciliari o che le norme restrittive siano efficaci». E ancora: chi lo sostiene «aiuta il virus ma non il Paese». Chissà quale «medicina basata sulle evidenze» fornisce evidenze che provino che le terapie domiciliari aiutano il virus. Faccio un favore al Covid curandolo? Un paradosso che andrebbe difeso con qualche dato concreto, non solo con due slogan in croce. Il gastroenterologo per caso, semmai, dovrebbe guardare le evidenze raccolte dai medici di base piemontesi, che nell'Alessandrino hanno ridotto del 30% le ospedalizzazioni, in un distretto sanitario che ha un indice di vecchiaia - e quindi, una quantità di potenziali pazienti a rischio - molto superiore alla media italiana. Cartabellotta dovrebbe farsi una chiacchierata con il dottor Luigi Cavanna, che con i suoi protocolli di cura ha registrato meno del 5% di malati finiti in corsia. Dovrebbe confrontarsi con il professor Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, il quale oggi, alla Verità, riferisce che con i monoclonali conta di abbattere i ricoveri dell' 85%. Quali benedette evidenze ci sono del fatto che sia meglio tenere una nazione in lockdown perenne, raccontando a chi s' infetta che può solo ingoiare tachipirina e controllare il saturimetro? Ovvero, aspettare e pregare? Gli studi scientifici, da Lancet all' Università di Edimburgo, chiariscono invece che il confinamento all' italiana è inutile e dannoso. A meno che l' intento del capo di Gimbe non sia un altro: dare addosso a Matteo Salvini. «Se dopo Pasqua si riaprisse tutto», minaccia infatti il dottore, «toneremmo alla casella di partenza». Questa, però, è politica. Mica «medicina basata sulle evidenze». Peraltro, nessuno esige di riaprire tutto e fingere che il Covid non esista. Semplicemente, anziché accanirsi su attività che influiscono marginalmente sui contagi, si chiede, ove possibile, di organizzare riaperture ragionevoli. Visto che Cartabellotta rispolvera il ritornello dell'«estate fuori controllo» - e visto che sarà facilissimo servirsene per rinchiudere gli italiani anche a luglio - ci domandiamo, poi, quali evidenze dimostrino che le vacanze al mare abbiano innescato la seconda ondata. Il saggio di Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, indica, al contrario, come i lievi aumenti dei casi ad agosto 2020 siano stati presto riassorbiti. La crescita esponenziale di ottobre va collegata principalmente alla riapertura degli uffici e delle scuole, con il congestionamento dei mezzi pubblici. Ecco: perché Cartabellotta non si domanda a che punto sia il governo, con la messa in sicurezza di aule e trasporti? Non saremo mica rimasti ai banchi a rotelle e ai finestrini aperti sugli scuolabus? D' altra parte, lui, proprio sulla seconda ondata, aveva preso un buco clamoroso. Il primo ottobre 2020, vaticinava: lo «tsunami» della prima fase «non dovremmo più riviverlo, perché la curva dei contagi è monitorata. È impossibile ipotizzare una seconda ondata come la prima». Toh: giusto in quella decade di ottobre, le infezioni avrebbero ripreso a cavalcare. Sempre Cartabellotta assicurava: «A Natale, 10.000 in ospedale, cifra gestibile». Sappiamo com' è finita. Ma il medico delle evidenze, anziché ammettere di aver toppato, a novembre se la prendeva con chi non aveva previsto «l' arrivo di altri guai». Già: tipo lui stesso? A inizio dicembre, il nostro aruspice intravedeva il pericolo di una terza ondata a gennaio. Un mese dopo, spostava l' asticella un po' più in là: «Il rischio è che la terza ondata si innesti nella fase discendente della seconda». Un altro fiasco. Allora, Cartabellotta ci ha riprovato a inizio marzo: «L' incremento del 33% dei nuovi casi segna l' inizio della terza ondata». E, soprattutto, segna il terzo tentativo di sfornare una previsione corretta. Finalmente. Perché il gastroenterologo per caso, ogni tanto, ne azzecca una. Per caso.

Arriva la sentenza dei numeri: "Ecco tutta la verità sui vaccini". Il professor Farcomeni, ordinario di Statistica, spiega le sue previsioni sul Covid e sulle dosi dell'antidoto: ecco le "profezie". Roberta Damiata - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. Dell’infezione da Covid dall’inizio della pandemia, si è parlato in moltissimi modi. Sono scesi in campo dottori, virologi, esperti, ognuno con una propria idea o un modo di trovare la soluzione più corretta al problema di un virus che ha modificato in poco più di un anno, la vita dell’intera popolazione mondiale. Se spesso molte teorie si sono poi rivelate inesatte o non aderenti alla realtà, esiste invece una modalità basata su fattori matematici, che dall’inizio del pandemia ha aiutato e supportato nella gestione del virus. Si tratta di metodi di previsione utilizzati ad esempio per l’occupazione delle terapie intensive, o per capire con precisione quando ci saranno i picchi dell'infezione. Allo stesso modo però, sempre usando questo metodo elaborato dal gruppo di ricerca StatGroup-19, è possibile anche chiarirsi le idee per quanto riguarda i vaccini o comprendere meglio i dati del contagio o delle curve. Ne abbiamo parlato con uno dei fondatori di questo gruppo, Alessio Farcomeni, professore ordinario di Statistica dell’Università di Tor Vergata.

Professore, può spiegarci che cosa è lo StatGroup-19 e in che modo ha fornito un utile contributo alla pandemia?

“Siamo un gruppo di ricerca nato spontaneamente un anno fa, formato da cinque professori di statistica. Oltre a me, il professor Fabio Divino, il professor Antonello Maruotti, la professoressa Giovanna Jona Lasinio e il professor Gianfranco Lovison. Ci siamo dedicati alla ricerca epidemiologica e clinica, pubblicando metodologie di previsione per l'occupazione delle terapie intensive e per l'andamento a medio termine di tutti gli indicatori, tra cui ad esempio il momento in cui ci sarà il picco di un indicatore o altri aspetti di interesse. Dopo alcuni mesi si sono uniti a noi due dottorandi di statistica metodologica, Marco Mingione e Pierfrancesco Alaimo di Loro, e insieme a loro abbiamo creato un sito web che mostra statistiche descrittive e previsioni in tempo reale, basate sui nostri articoli scientifici. Siamo anche in contatto con ricercatori di altre nazioni, Spagna, Israele, Norvegia, Scozia, per aiutarci a vicenda a comprendere i fenomeni e creare progetti di ricerca congiunti. Abbiamo inoltre cercato di spiegare alle persone cosa stava succedendo per dare un’informazione chiara e di facile comprensione”.

Sviluppate modelli sulla diffusione del virus, quali sono i fattori che vengono inseriti e che percentuale di attendibilità hanno?

“Nei nostri modelli previsivi teniamo conto delle poche informazioni pubbliche a disposizione: i valori precedentemente osservati nell'area (ad esempio regione), i valori osservati in aree limitrofe, la popolazione residente, la ciclicità e, possibilmente, il numero di tamponi valutati precedentemente. Il nostro modello per la previsione delle terapie intensive è molto accurato, abbiamo pubblicato per un anno, previsioni giornaliere per ciascuna regione. Tra queste migliaia di previsioni, abbiamo sbagliato soltanto di tre posti letto, e in oltre il 99% dei casi, i nostri intervalli di previsione comprendevano l'effettiva occupazione che sarebbe stata comunicata in seguito. I nostri modelli per valutare l'andamento generale non sono disegnati per essere altrettanto accurati, però siamo riusciti a prevedere correttamente, con un anticipo di 10-15 giorni, il periodo di picco di ciascuna ondata in ciascuna regione sia per l'incidenza (nuovi casi giornalieri) che per i decessi”.

Spesso i numeri della pandemia spaventano e per molti non sono comprensibili, vorrei chiederle se può spiegarci come funzionano.

“Purtroppo le stime di Rt (l’indice di contagio ndr) che vengono riportate periodicamente, hanno vari problemi di fondo: il più serio è che si riferiscono a dati di alcuni giorni prima. È principalmente per questo che è possibile vedere aumentare il numero di infetti, ma diminuire l’Rt ovvero l’indice di contagio: perché questo si riferisce magari a una settimana prima, quando l'incidenza era ancora stabile o decrescente. Inoltre la stima di Rt è spesso poco precisa per via di dati di base non sempre corretti. Insomma, il mio consiglio è non farci troppo affidamento. Stessa cosa per l'oscillazione casuale del dato giornaliero: la variazione di oggi rispetto a ieri conta poco, specie nei primi giorni della settimana. E' invece utile basarsi su conteggi aggregati a livello settimanale. In ogni caso, leggere i numeri della pandemia è complesso perché, come dicevo, sono in parte poco affidabili (ad esempio la crescita di incidenza è spesso sottostimata, in quanto i tamponi fatti non crescono abbastanza rapidamente, e aumenta la proporzione di infezioni non diagnosticate). Per comprenderli è utile combinare diversi indicatori. Ne menziono due: il tasso di positività (ovvero i positivi sui casi testati), e i nuovi casi settimanali per 100.000 abitanti. L'Istituto Superiore di Sanità, tenendo conto di tutto, ha fissato come soglia critica 50 casi diagnosticati settimanalmente ogni 100.000 abitanti. Questi si traducono in una media di circa 4000 casi al giorno su base nazionale. Ognuno può fare il conto per la propria provincia (o regione) in base alla popolazione residente. Quello che dobbiamo chiederci però è se stiamo individuando abbastanza casi. Questo ce lo dice il tasso di positività. Stiamo andando bene se facciamo abbastanza tamponi che risultano negativi, e quindi il tasso di positività è basso. Alcuni studi importanti hanno determinato la soglia critica al 2%. Altri indicatori sono: il numero di contatti a rischio, identificati per ogni caso (ovvero le persone con cui sono entrate in contatto che devono essere sempre almeno 10), il tempo necessario per dare disposizione di quarantena a queste persone (per tutti entro 24 ore dalla diagnosi) e la percentuale di diagnosi positive da tracciamento (al momento è uno sconfortante 33%). Si capisce quindi l’importanza di trovare i soggetti positivi e isolarli, altrimenti è quasi inevitabile che prima o poi si inneschi un’ ondata epidemica che richiede l'uso di forti misure restrittive. Questo ovviamente fino a che non si avrà un’immunità di gregge dovuta alle vaccinazioni. Una questione di fondo è il rischio di essere noi il contatto di una persona contagiosa. Questo cresce con i casi diagnosticati ogni 100.000 abitanti, ma è comunque una stima molto complessa. I casi invece diagnosticati, vengono messi tempestivamente in isolamento, e in linea di principio non dovrebbero contagiare nessuno (al di fuori del proprio nucleo famigliare, ma questo è un altro problema). È importante ricordare che al momento conducendo una vita normale, prendendo i mezzi pubblici, andando a lavoro o al bar è certo che si incontri almeno una persona contagiosa e non diagnosticata. Per questo è fondamentale avere delle attenzioni particolari. Prima tra tutte le mascherine e avere pochi contatti possibilmente di breve durata e all'aperto. Dovendo dare un consiglio è importante usare la massima attenzione finché non ci saranno contemporaneamente tre condizioni: il fatto di essere vaccinati, quando si avranno meno di 2000 casi al giorno (su scala nazionale), e quando la positività (su casi testati, non su tamponi) sarà inferiore al 2%”.

Parlando di vaccini spesso le persone non hanno le idee chiare. Può spiegarci il concetto rischio/benefici e perché è fondamentale vaccinarsi?

“Partirei con il dire che qualsiasi cura a cui ci si sottopone, viene valutata sulla base del confronto dei benefici attesi e la frequenza di effetti indesiderati. È importante dire che tutti i trattamenti, quindi non solo i vaccini, hanno benefici ed effetti indesiderati, perché purtroppo non esiste la cura miracolosa. Per un vaccino il profilo di rischio deve essere irrisorio, peerché viene somministrato a persone sane. La sperimentazione fortunatamente è in grado di evidenziare eventuali effetti indesiderati gravi (diciamo più di un caso su 10000) e per nessun vaccino approvato (nel nostro caso dall’AIFA) ce ne sono. Quindi possiamo vaccinarci tranquillamente. Guardando alle decine di milioni di persone vaccinate con AstraZeneca in Europa e Gran Bretagna, tutti i tassi di eventi non rari accaduti dopo vaccinazione, sono confrontabili con quanto ci si sarebbe aspettato anche senza vaccinazione in una popolazione con caratteristiche simili. Per chiarire meglio, se prendiamo dieci milioni di persone a caso, qualcuna sfortunatamente per qualsiasi ragione, domani avrà un attacco cardiaco fatale. Allo stesso modo se prendiamo dieci milioni di persone che hanno fatto il vaccino da poco, accadrà anche a qualcuna di loro, perché il vaccino non protegge dall'attacco cardiaco. Però registrando accuratamente i casi, ampi studi hanno mostrato che le persone che hanno avuto eventi avversi gravi dopo la vaccinazione, non sono più di quelli che li hanno avuti prima. Eventuali eccessi di eventi rari sono spesso dovuti a "perdita di latenza" che vuol dire che un evento che sarebbe accaduto comunque a breve, viene innescato dalla risposta infiammatoria alla vaccinazione. Non ne sono stati evidenziati di concreti per i vaccini contro SARS-CoV-2, incluso il caso delle tromboembolie (o dei decessi in generale). Credo si possa dire che questi vaccini, così rapidamente disegnati e sperimentati, siano una grandissima conquista. È stato osservato un eccesso di un particolare tipo di trombosi: la trombosi del seno cavernoso con piastrinopenia, un evento molto raro che ci si aspetta circa 1 volta ogni milione di vaccinazioni. L'incidenza è stata invece circa 5 volte ogni milione di dosi. Non è una prova, ma un sospetto, che la vaccinazione possa incrementare il rischio di questo evento di circa 5 volte. Ma, ammettendo anche che la cosa fosse effettivamente così, anche se al momento è un sospetto, il ragionamento relativo al rapporto rischio-beneficio ci porta a riflettere che una trombosi del seno cavernoso, resterebbe comunque un evento estremamente raro. Sarebbe quindi ancora estremamente conveniente vaccinarsi, visti i rischi legati all’infezione e all'alto rischio di contrarla. Facendo un paragone, sarebbe cinque volte più probabile essere colpiti da un fulmine durante ottanta anni di vita, che avere una trombosi del seno cavernoso dopo la vaccinazione con AstraZeneca. O ancora, è più probabile una gravidanza quadrigemina (cioè con quattro gemelli) che una trombosi del seno cavernoso dopo la vaccinazione per il Covid. Guardiamo ora ai benefici: in un contesto pandemico il beneficio di una vaccinazione è molto superiore che nel classico contesto di prevenzione, in quanto è molto più probabile ammalarsi se non ci si vaccina. Siamo tutti ad alto rischio di infezione, e grossolanamente si può stimare che circa un italiano su dieci abbia avuto ad oggi l'infezione. I rischi di avere conseguenze dipendono molto dall'età. Marginalmente si ha un rischio di morte di circa 1% / 10% di ospedalizzazione. Una percentuale di infetti variabile, superiore al 30%, ha conseguenze permanenti in almeno un organo o sviluppa la sindrome post-virale nota come “long Covid” che porta debolezza e confusione o altri effetti, anche molti mesi dopo la guarigione. Non va poi dimenticato che nell’ultimo anno, circa un italiano su quattrocento è morto di Covid. Insomma, infettarsi non è certo raro così come avere conseguenze letali in caso di infezione, e le conseguenze a lungo termine quando ci si è infettati sono la norma. Raccomando quindi fortemente a tutti di cogliere la prima occasione di vaccinarsi, indipendentemente dal tipo di vaccino che viene offerto”.

Avete realizzato uno studio che abbia messo a confrontato rischi e benefici di tutti i vaccini?

“Studi di questo tipo sono apparsi su autorevoli riviste scientifiche e continuano ad uscire quasi giornalmente. Sintetizzando molto, tutti i vaccini approvati sono sicuri ed efficaci. Sono inoltre probabilmente efficaci anche nel bloccare o ridurre fortemente la trasmissione del virus e anche contro le principali varianti identificate. Su questo punto il vaccino AstraZeneca ha bisogno di ulteriori studi relativamente alla variante Sudafricana. C'è un primo studio negativo su Lancet, che però ritengo non conclusivo: a causa del basso numero di soggetti coinvolti, inoltre è stato valutato solamente il rischio di infezioni lievi o moderate (non potendo fare conclusioni sulle infezioni severe, sui decessi, o sulla necessità di ospedalizzazione). Per quel che riguarda gli eventi avversi, i singoli casi non vogliono dire nulla. Molte persone sono spaventate dal risalto mediatico dato alla singola persona deceduta magari per altre cause, dopo la vaccinazione. Il confronto va fatto sui conteggi complessivi. Tutti i vaccini possono dare effetti indesiderati lievi e momentanei, inclusi dolori articolari, gonfiore ai linfonodi, e nausea. AstraZeneca (e mi aspetto anche Johnson&Johnson) dà più spesso febbre, ma il tutto passa nel giro di uno o due giorni. I vaccini Pfizer e Moderna sono leggermente più a rischio di sviluppare reazioni allergiche per via dei lipidi utilizzati. Chi ha storia di reazioni anafilattiche dovrebbe ad esempio fare il vaccino AstraZeneca. I dati ci parlano comunque di poche decine di reazioni per milione di dosi con i vaccini ad mRNA (che sono quelli che contengono una molecola denominata RNA messaggero (mRNA) con le istruzioni per produrre una proteina presente su SARS-CoV-2, il virus responsabile di Covid-19. Il vaccino non contiene il virus e non può provocare la malattia ndr. fonte Aifa), nessuna con conseguenze gravi. Il consiglio è quindi quello di vaccinarsi tutti il prima possibile.”

Se si fa il confronto tra la percentuale di rischi dei vaccini covid, rispetto ed altri tipi di vaccini come ad esempio quelli per l'influenza stagionale qual’è il risultato?

“I vaccini per l'influenza stagionale danno effetti indesiderati in maniera variabile, dipendentemente dalla formulazione per l'anno in corso. Gli effetti indesiderati comuni sono analoghi ai vaccini Covid, con frequenze molto simili. Rispetto ai vaccini contro la SARS-CoV-2 sono noti più effetti indesiderati rari, tra cui reazioni allergiche, eruzioni cutanee, trombocitopenia, neuropatie transitorie. Nulla di rilevante in termini di rapporto rischi-benefici: anche i vaccini per l'influenza sono sicuri e mi auguro che in futuro la copertura vaccinale cresca molto rispetto agli anni passati. Vorrei far notare che mentre i rischi sono analoghi, i benefici sono di ordine di grandezza differenti: ogni anno muoiono tra le ottomila e diecimila persone per influenza, senza altri accorgimenti che una vaccinazione a medio/bassa copertura per la popolazione a rischio. Per il Covid, con draconiane misure restrittive, abbiamo già avuto molto più di centomila decessi, senza contare tutte le altre conseguenze per chi ha avuto l'infezione”.

Lei stesso si è vaccinato con AstraZeneca.

“Sì, come personale scolastico. Ho avuto un po’ di febbre (37.5) il giorno successivo e mi sono sentito un po' debole per i due giorni dopo l'inoculazione. Nessun altro effetto collaterale. Il Covid è peggio. Farò la seconda dose senza nessun tipo di ansia”. Quanto c'è del vostro apporto nelle decisioni prese dal governo sulle varie fasce di colori delle regioni, e se sì, in base a quali dati “Ci è stata chiesta informalmente la scorsa estate un’opinione, sulla bozza del documento per il monitoraggio. Abbiamo espresso alcune perplessità. Il documento però non è stato modificato. Credo che il sistema dei colori abbia dei punti di forza, ma si possa migliorare drasticamente sotto molti aspetti. Abbiamo provato varie volte ad entrare in contatto con gli organi decisionali, senza però avere riscontro. Crediamo sia fondamentale che ci sia un forte contributo della competenza statistica su questi temi. Ci sono molti eccellenti statistici in Italia, con anni di esperienza di dati epidemiologici, che potrebbero essere molto utili. Per ragioni simili ripeto spesso che sarebbe utile coinvolgere nel CTS (Comitato Tecnico Scientifico ndr), oltre a uno statistico matematico con esperienza di ricerca biomedica, un biotecnologo che possa aiutare a fare di più e meglio per quel che riguarda il sequenziamento dei tamponi positivi”.

Con l'arrivo delle varianti rispetto al virus originale, statisticamente quanto si è abbassata l'età degli infettati e la mortalità, che sono due fattori di cui spesso di parla rispetto a queste varianti.

“Le varianti sono state un po' uno spauracchio delle settimane passate. Con questo non voglio sminuirne la gravità visto che sono in effetti più contagiose e più pericolose. In StatGroup-19 eravamo unanimi nel non attenderci i terribili numeri (di infezioni e di decessi) che venivano paventati. Si parlava di oltre 50000 casi al giorno anche se il rischio che emergano varianti con una sostanziale fuga immunitaria c'è e non va sottovalutato. Ed è questa la ragione per cui non bisogna lasciar spazio al virus permettendo che ci siano altre ondate epidemiche. Per questo anche chi è vaccinato, deve usare le stesse precauzioni di chi non lo è, finché non ci sarà una incidenza molto bassa. Detto questo, la gestione di una pandemia non cambia in presenza di varianti più o meno contagiose. Bisogna arrivare a pochi casi al giorno e mantenere bassa l'incidenza tramite apposite misure non farmaceutiche e sopratutto una sorveglianza epidemiologica rigorosa. Non ci devono più essere ondate. Se falliamo nel mantenere bassi i numeri, sarà inevitabile dover utilizzare misure restrittive. Inoltre, queste però devono essere ben strutturate e calibrate, per abbassare la curva e tornare velocemente a una bassa incidenza e ad una ripresa delle attività. Per quel che riguarda la mortalità data delle varianti attualmente identificate, a fronte di una pericolosità che sappiamo essere più alta, il tasso di mortalità dei casi (decessi su numero di diagnosi) nella terza ondata è addirittura in diminuzione. Il virus si è fatto furbo, ma noi ci siamo fatti più furbi ancora. Abbiamo vaccinato parte delle persone più fragili (in primo luogo ultra ottantenni e residenti RSA) e migliorato le cure, in particolare le terapie domiciliari.Non si ringraziano mai abbastanza i medici di base per l'enorme lavoro che stanno facendo”.

Spesso con questa pianificazione e sviluppo dettato dalla statistica, avete smentito teorie anche considerate preventivamente valide e raccontate da scienziati, ci può raccontare ad esempio quelle risultate poco credibili?

“Ci sono stati vari temi anche ricorrenti, su cui non c'è stata concordanza nella comunità scientifica. C'è da dire che qualche "esperto" ha ignorato articoli scientifici anche di altissimo livello. Menziono i più eclatanti, ma ci sarebbero parecchi spunti e curiosità su cui discutere. In primo luogo l'idea che è circolata per cui l'epidemia si sarebbe esaurita autonomamente in tempi stretti, o che il virus sarebbe rapidamente mutato in senso benigno. Credo che i fatti abbiano parlato da soli, senza dover citare numerosi lavori su Nature, Science o Lancet. In contrapposizione, il catastrofismo di alcuni colleghi che hanno urlato a crescite di tipo esponenziale all'inizio di ciascuna ondata. Nessuna epidemia può avere una crescita esponenziale sul medio-lungo periodo. È quindi sbagliato, se si osserva una momentanea crescita esponenziale, fare estrapolazioni a un mese e prevedere magari mezzo milione di casi al giorno o centomila decessi nel breve periodo. Menzionerei inoltre il continuo dibattito sul ruolo della scuola, che inevitabilmente ha un effetto complesso e che è quasi impossibile valutare sulla base di dati aggregati. Gli studi scientifici sono stati sparsi, di bassa qualità, con risultati contraddittori. La verità è che sappiamo di non sapere. Ognuno si è fatto una sua idea non supportata da forti evidenze scientifiche. La mia, che può essere considerata un’ opinione, è che fino a vaccinazione di massa dovremmo tenere sempre comunque aperti nidi, materne, ed elementari; e 100% in DAD dalle medie in su, a meno di fare test a studenti e docenti due volte a settimana. Su questo vorrei rinnovare un appello inascoltato di gran parte della comunità scientifica: i dati disaggregati sui contagi dovrebbero essere messi insieme con l'aiuto di uno statistico e condivisi con tutta la comunità scientifica. Questo ci permetterebbe di raccogliere forti evidenze scientifiche per capire bene come gestire la scuola, e non solo. Ci sono molte cose che mi piacerebbe studiare bene, avendo i dati.”

In questo momento in che fase ci troviamo della pandemia e se ci sono previsioni per il prossimo futuro?

“I nostri modelli ci dicono che siamo entrati in un periodo di picco per quel che riguarda l'incidenza, su scala nazionale. Alcune regioni sono ancora in crescita, ma possiamo comunque prevedere di non vedere numeri molto più alti di questi. Tra questa settimana e subito dopo Pasqua, dovremmo. finalmente vedere una decrescita del numero di diagnosi giornaliere. Purtroppo, come conseguenza ritardata dell'ondata di infezioni, la pressione sugli ospedali e i decessi continueranno a crescere ancora per un po'. Ho il timore che difficilmente riusciremo a non avere alcuni giorni, speriamo pochissimi, con meno di 600 decessi al giorno in media, e potremmo persino superare i 700”.

Avete una previsione per la terza ondata e come sarà anche in base alle vaccinazioni in aumento.

“Possiamo parlare in maniera imprecisa di terza ondata. Speriamo con la tarda primavera di avere una incidenza bassa (forse leggermente superiore a quella osservata lo scorso anno) senza misure restrittive troppo invasive. Mi auguro sia possibile completare il ciclo vaccinale di un’ alta percentuale di italiani, nel frattempo. Se ce la faremo entro la fine dell'estate, possiamo sperare di non vedere forti ondate nel prossimo futuro. Sarà comunque necessario mantenere certe attenzioni, fare attenzione all'importazione di varianti. L’ importante sarà intervenire in maniera tempestiva di fronte a piccoli focolai, con test massivi (sia di screening nell'area, che del più ampio numero possibile di contatti di caso) e con rigorosi isolamenti e quarantene”.

Che errori sono stati fatti fino ad ora nella diffusione di informazioni sul Covid e quali secondo lei sono quelli da evitare per il futuro?

“Credo che le informazioni sul Covid siano state talvolta diffuse in maniera poco equilibrata, esagerando in un senso o nell'altro. Naturali oscillazioni giornaliere verso l’alto sono talvolta ancora viste come forti accelerazioni dell'epidemia e verso il basso come consistenti frenate. Questo credo abbia confuso i cittadini che probabilmente hanno avuto difficoltà nel capire quando il rischio stava effettivamente fortemente aumentando (come a inizio Ottobre o metà Febbraio), o che in estate il rischio era basso ma non nullo e andavano comunque evitati luoghi chiusi affollati”.

È passato poco più di un anno dall’inizio della pandemia, con questa seppur minima esperienza alle spalle, cosa si poteva fare meglio?

“Preferisco pensare a cosa si potrà fare per gestire meglio la convivenza con il virus in futuro. In primo luogo penso a una profonda riforma del sistema di monitoraggio, mantenendo chiaramente i suoi aspetti migliori, basata su misure ancora più localizzate e sull'uso di indici più semplici, e tempestivi. Si possono determinare soglie automatiche ed ottimali per l'istituzione o il rilascio di misure restrittive. E' facile dimostrare che, sebbene vi sia una innegabile efficacia nella mitigazione, abbiamo quasi sempre chiuso tardi e riaperto presto. Un sistema calibrato meglio, avrebbe portato a meno decessi e ospedalizzazioni e un minor numero di giorni spesi in zona rossa o arancione da ciascuna regione. A questo aggiungo che sarebbe bene prevedere le misure a un livello più disaggregato, ad esempio provinciale, sulla base di un sistema di raccolta dati standardizzato e unificato a livello nazionale. Questo è un punto chiave: i sistemi informativi vanno migliorati molto, al momento non sono di qualità accettabile. Si possono inoltre fare molti più test di screening, in maniera rapida ed economica, tramite il sequenziamento dei tamponi in gruppi. Vorrei menzionare inoltre le idee di alcuni colleghi di assumere i disoccupati per impiegarli nel tracciamento dei contatti, e della costruzione di studi campionari di sorveglianza gestiti da Istat”.

Coronavirus, l'accusa di Paolo Becchi: "500 morti al giorno? Dati fasulli, ecco come gonfiano il numero di decessi". Paolo Becchi, Giovanni Zibordi su Libero Quotidiano il 27 marzo 2021. I 400 a 500 morti Covid al giorno che tutti pensano siano dei morti in più del normale, sono fasulli. Sono usciti i dati settimanali di mortalità totale (per tutte le cause) rilevati dall’Osservatorio Europeo (EuroMoMo://euromomo.eu/graphs-and-maps) e l’indice per l’Italia è il più basso mai registrato in questo periodo dell’anno, anche rispetto agli anni come il 2019 o 2018, quindi anni pre-Covid. In altre parole, il numero di morti totali, per tutte le cause e non solo per Covid, è ritornato nella media (anzi leggermente più basso del normale per questo periodo dell’anno). Si muore nel complesso di meno da almeno due mesi. Non c’è più nessuna emergenza. Entriamo nel merito dei dati. L’Osservatorio Europeo fornisce il totale dei decessi settimanali per l’intera Europa, mentre peri singoli paesi fornisce una stima, indicando una deviazione statistica dalla media storica. Per l’Italia Istat ha fornito all’Osservatorio europeo il numero totale di morti solo fino al 31 gennaio. I decessi totali del mese di gennaio 2021 sono 70,538, contro una media degli anni 2015-2019 di 68,324. Si tratta dunque di circa 2 mila decessi in più. I morti Covid di gennaio del Bollettino giornaliero sono però riportati come 12,527. Se si sottrae questo numero dai morti totali si ottiene 58,011 morti “non Covid”. Dato che i morti totali del periodo precedente al Covid nella media indicata erano 68,324 se ne deve implicitamente concludere che ci sarebbe stato un calo di circa 10mila morti per altre patologie rispetto alla media degli anni 2015-2019.

Poco realistico. Riassumiamo. Nel mese di gennaio c’è stato un aumento di mortalità totale di circa 2mila decessi rispetto agli anni “pre-Covid”, ma dato che i “morti Covid” del Bollettino giornaliero sono indicati a 12mila ci sarebbe stato un calo di circa 10milamorti per tumori, cuore e ogni altra patologia. Insomma, si muore tanto di Covid e molto poco di altre malattie. È realistico? Arriviamo ora al mese di marzo, per il quale Istat non fornisce i morti totali, ma solo quelli Covid stimati a oltre 12mila (una media di circa 400 al giorno). L’Osservatorio Europeo per l’Italia calcola l’indice di mortalità a -0,4, sotto la media e per questo periodo dell’anno non è mai successo che scendesse sotto lo 0. Si vede nel grafico una linea rossa che è il valore atteso medio della mortalità sulla base dei dati degli ultimi anni e poi l’andamento settimanale di ogni anno in blu. Da sottolineare: il valore medio della mortalità tipica della settimana è calcolato non solo sulla base del 2020 che è stato un anno ovviamente anomalo in marzo, ma sulla base degli ultimi anni che vengono estrapolati, come risulta dal grafico riportato. In altre parole -lo ripetiamo -il confronto non è tra il 2021 e il 2020, ma tra il 2021 e un estrapolazione statistica della mortalità tipica di marzo in Italia basata su tutti gli anni passati e il loro trend medio. Il dato italiano dell’indice di mortalità risulta oggi nella media stagionale tipica del mese di marzo, anzi un po’ sotto, a differenza ad esempio di novembre e dicembre e di marzo e aprile 2020. Di conseguenza è impossibile che ci siano 400 morti Covid al giorno, che sarebbero almeno 12mila morti Covid in un mese. Se fosse vero, allora per motivi misteriosi i morti di cuore, tumori e altre patologie sarebbero calati di circa 10mila in gennaio e di un numero proporzionalmente anche maggiore a marzo. Le autorità stanno giocando coni dati. Se si vuole insistere a riportare 400morti a causa della Covid- 19 al giorno, bisognerebbe allora spiegare perché ci siano 400 morti in meno per cuore, tumori, infezioni e così via. I dati dei morti Covid sono evidentemente gonfiati. Come fanno a gonfiarli? Tanti scienziati - non quelli pagati per andare in tv - hanno fatto notare che i tamponi sono tarati per rilevare anche tracce di altri virus o virus morti e non indicano affatto una persona malata e nemmeno contagiosa. In Italia sono tarati a 40 cicli e sopra 30 cicli i tamponi non sono affidabili, ma si fa finta di niente e si continua così, per avere questa alta mortalità Covid.

Il ruolo dell'Oms. Bisogna avere il coraggio di dirlo. I dati dei 400 morti Covid al giorno sono falsi. Se il totale dei morti è lo stesso della media degli altri anni da già due mesi, non ci possono essere migliaia di morti Covid in eccesso rispetto ai decessi per altre cause. Si gioca su questi tamponi per creare la falsa immagine di una epidemia sempre più pericolosa, quando ormai è evidente che il virus è diventato endemico e l’OMS aspetta solo la realizzazione della campagna vaccinale in Europa - che purtroppo a causa della guerra commerciale sui vaccini prosegue con lentezza - per dichiarare la fine della pandemia. Nel mondo il virus in media ha causato un decesso ogni 3 mila persone all’anno. Nei paesi occidentali in media un decesso ogni 1,000 persone all’anno. E in media si tratta di ottantenni e in maggioranza malati, persone con uno o due anni di aspettativa di vita (in media). Queste sono le medie. Si tratta quindi di un fenomeno statisticamente e socialmente poco rilevante, tanto è vero che 4 miliardi di persone in Asia vivono normalmente e in America stanno riaprendo tutto. È evidente che se in Italia i morti sono stati di più si tratta soprattutto di un problema riguardante politiche sanitarie adottate che sono state inadeguate. Prima o poi, per i morti di Bergamo con le cremazioni forzate per evitare le autopsie dei cadaveri e nascondere quello che è successo, qualcuno dovrà pagare. Speriamo che qualche magistrato non si faccia intimorire. Come che sia adesso però i morti totali sono nella norma, non ci sono morti in più. I dati dei morti Covid attuali sono quindi falsi. Non si può continuare con questa finzione di classificare chiunque venga rilevato da un tampone positivo come morto Covid. Altrimenti bisogna togliere dalle statistiche altrettanti morti di cuore o tumore o insufficienza renale e così via. Se il governo pubblicasse tutti i giorni i numeri dei decessi non solo per Covid ma anche per altre malattie tutti se ne accorgerebbero. Invece si continua con la farsa di fingere che ci sia una emergenza di morti in più quando invece gli stessi dati ufficiali lo smentiscono. Stiamo distruggendo la vita dei giovani, degli adulti che lavorano, stiamo creando depressione e disoccupazione e disuguaglianze sociali terribili, stiamo facendo crollare la natalità di altre 50 mila nascite, tutto sulla base di dati artefatti. Non è molto chiaro perché lo facciamo. Il precedente governo era costruito sull’emergenza sanitaria, facendo molti morti e distruggendo l’economia, il nuovo governo ha ancora bisogno di questa narrazione?

Ecco le prove che il Cts ha sbagliato tutto. Franco Battaglia il 12 Marzo 2021 su Nicolaporro.it. Diciamo la verità: questi del Cts anti-covid sono ignoranti. Ignoranti come capre, direbbe Vittorio Sgarbi. Ma noi non vogliamo offendere nessuno, né uomini né capre. L’ignoranza di cui tratto non è la competenza nel singolo specialissimo settore di cui costoro, non dubito, saranno pure esperti. No, parlo dell’ignoranza di comprensione del metodo scientifico (il quale metodo impone che se i fatti contraddicono i pareri, questi vanno cambiati). Forse mista ad una dose di disonestà intellettuale, vista l’incapacità di ammettere gli errori fatti e la tendenza ad innamorarsi delle proprie idee e – senza forse – mista a capacità matematiche nulle, cosa comune tra medici e biologi. Vengo al punto.

1° prova d’incapacità del Cts: le loro misure non hanno salvato nessuno. Costoro del Cts – almeno così leggo dalle notizie diffuse dalla informazione unica del virus – dicono che ci vuole un nuovo lockdown, e che le misure prese non sono sufficienti, perché bisognerebbe chiudere di più. E se risultati non si vedono dalle misure adottate, la colpa è di chi non li avrebbe ascoltati a sufficienza. La verità è che non bisognava fare nulla di quel che il Cts ha detto di fare. Abbiamo la prova provata che le misure prese non hanno salvato neanche uno dei 100 mila morti che il Paese ha pianto in un anno. Di quel che dico ne abbiamo la prova provata sicuramente a posteriori. Ma potevamo dedurlo facilmente anche a priori, visto che persino io, che sono nessuno, scrivo queste cose dal marzo dello scorso anno: carta canta. Ci vien detto che se non ci fossero stati i due mesi di ferreo lockdown dello scorso anno (marzo-aprile), oggi i morti sarebbero molti di più di 100 mila. Senonché, se riportiamo in grafico i decessi da covid per milione d’abitanti dell’Italia e della Svezia otteniamo la figura che segue. A volerla ottenere apposta, questa curva, non ci saremmo riusciti! Morti da covid per milione d’abitanti in Italia e in Svezia. Ma la Svezia non ha preso alcuna delle misure che abbiamo preso noi. Più precisamente, la Svezia non ha preso alcuna misura degna di questo nome per prevenire la diffusione del virus. Gli svedesi hanno continuato a vivere quasi come se nulla fosse (per esempio, da marzo a novembre sono stati vietati assembramenti con più di 50 persone e i cinema e teatri sono rimasti aperti), col seguente quasi unico consiglio dalle loro autorità sanitarie: «ognuno sia poliziotto di sé stesso». E se si confronta la Svezia con gli altri Paesi che hanno preso misure simili alle nostre, ecco il risultato: Sembra, questo grafico, un gioco del tipo «trova l’intruso». L’evoluzione delle fatalità è stata essenzialmente uguale in tutti i paesi del grafico – che sono omogenei tra loro per qualità del servizio sanitario – ma tra essi c’è, appunto, l’intruso: la Svezia che, a differenza di tutti gli altri, ha continuato a vivere come se non ci fosse alcun virus. Non che la Svezia abbia fatto bene, come dirò fra poco. Ma sicuramente non hanno fatto bene né noi né gli altri Paesi: le misure prese sono state semplicemente sbagliate. Come se ci avessero detto che per contrastare la pandemia avremmo dovuto recitare la Vispa Teresa una volta al dì.

2° prova d’incapacità del Cts: non hanno saputo gestire la seconda ondata. Guardiamo ora alla variazione di mortalità del 2020 rispetto alla mortalità media degli ultimi 5 anni. Otteniamo, per Italia e Svezia, il grafico che segue. Esso ci insegna alcune cose: 1. conferma che la pandemia ha fatto meno danni in Svezia che in Italia; 2. l’andamento osservato è l’evoluzione del virus e della pandemia, senza alcuna relazione con le misure prese, visto che la Svezia non ne ha preso alcuna e ha subìto la stessa evoluzione; 3) in particolare, la quiescenza italiana del virus nei mesi successivi a maggio 2020, non ha avuto alcuna relazione col lockdown adottato in marzo-aprile 2020. Dal grafico si vede che, effettivamente, c’è stata una seconda ondata. Non me l’attendevo perché avevo sottovalutato l’incompetenza faraonica di chi ci ha governato. Mi ero detto: è dal mese di maggio che paventano la seconda ondata in autunno, sapranno pure cosa fare. Invece no: l’ottusa ignoranza diffusa all’interno del Cts e nei competenti ministeri ha superato ogni immaginazione. Non so chi siano i signori del Cts, ma ho il sospetto che nessuno abbia conoscenze di statistica o capacità di analisi di dati. Costoro, avevano tre informazioni cruciali a loro disposizione: a. la possibilità della seconda ondata; b. la certezza che le misure suggerite non avevano dato alcun risultato; c. un Paese, la Sud Corea, aveva preso misure – ben diverse da quelle prese da noi – che avevano saputo contenere gli effetti della pandemia.

Io nego. Pensieri sul covid di Emanuele Franz. Luigi Iannone il 9 marzo 2021 su Il Giornale. Segnalo l’uscita per le edizioni Audax dell’ultimo libro di Emanuele Franz dal titolo Io nego. Pensieri di un filosofo davanti al Covid. Di seguito, alcune righe in cui l’autore spiega motivi e traiettorie del lavoro. Mi occupo da anni di saggistica, filosofia e storia delle religioni, e questa volta ho voluto dare alle stampe un diario dalla quarantena che propone delle riflessioni filosofiche in chiave critica sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Il libro è un insieme di riflessioni e note assortite, tenute insieme dall’argomento e dal periodo in cui sono state scritte: il tempo della quarantena forzata dovuta alla pandemia. Uso come espediente la drammatica situazione sanitaria per mettere sotto accusa l’intero modello di civiltà occidentale, che, impregnata di materialismo e troppo occupata alla rincorsa alla ricchezza, dimentica i valori fondamentali dell’uomo. Mi interrogo su come le norme intese a gestire la situazione di emergenza sanitaria abbiano travolto codici universali appartenenti alla cultura umana e che effetto può avere su lungo termine tale stravolgimento. Non si tratta, pertanto, di una critica dal punto di vista tecnico, né statistico, ma di una critica che va a monte e indaga come i valori caratteristici dell’essere società vengono livellati e scorporati. Io nego vuole evidenziare quanto le norme anti-covid dei nostri politici colpiscano elementi che da millenni caratterizzino la civiltà umana, come la stretta di mano, il linguaggio emotivo del volto, l’incontro, ma anche celebrazioni e ritualità universali e specifiche della nostra specie. Certe forme espressive dell’uomo, come la sepoltura e il culto dei morti, sono fra le più antiche ritualità ed è, anzi, accertato che lo sviluppo del pensiero simbolico abbia origine da questa istanza metafisica… che è ciò in cui la specie umana si distingue dalle bestie. Con Io nego avanzo il sospetto che nella norma non vi sia lo scopo di arginare una infezione, quanto quello di eliminare il Rito, il Simbolo.

Negare per affermare: la sfida al “mono-cognitivismo” pandemico di Emanuele Franz. Cristiano Puglisi il 9 marzo 2021 su Il Giornale. Un libro sul Covid-19 il cui titolo è “Io nego”. Facile, facilissimo finire all’indice dei cacciatori di negazionisti. Il filosofo-editore friulano Emanuele Franz, patron della Audax Editrice e già autore di svariati saggi, tuttavia, non è tipo da intimorirsi di fronte alle minacce del “pandemicamente corretto”. E così ha sfornato quest’ultimo volume, che gode della prefazione del noto psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi (ha definito il testo “un atto di resistenza all’oscurantismo dei nostri tempi”) oltre che dell’apprezzamento di personalità come, tra gli altri, Vittorio Sgarbi, che ha riconosciuto all’autore “una autonomia di pensiero sempre più rara oggi”.

Ma che cos’è, allora, questo “Io nego”? Si tratta forse di una provocazione?

“Lo è, in effetti – spiega il suo autore – ma nel senso etimologico: dal latino provocare, dalla radice vocare, "chiamare", nel senso di "chiamare fuori", ed io non solo mi chiamo fuori ma chiamo fuori anche gli altri dal mono-cognitivismo. Generalmente, quando tutti la pensano allo stesso modo su un argomento è il momento di iniziare a sospettare che ci sia qualcosa che non quadra. Intendo dire che quando la medesima risposta viene fornita sia dal sistema che dagli oppositori al sistema stesso ecco che nasce la mia proposizione “Io nego” che, di per sé, almeno grammaticalmente, è una affermazione, l’affermazione della vita in contrapposizione a chi la vita la vuole scindere. Cerco di spiegarmi meglio. Tutte le norme per arginare questa pandemia sono volte a separare gli uomini, i corpi degli uomini. Niente strette di mano, niente assembramenti, niente aggregazioni né riunioni né baci né abbracci. In sostanza la sintesi è eliminata in favore della lisi. Pur tuttavia, in spregio a tutte le norme anti-Covid, la vita stessa è un assembramento, perlomeno di cellule. Infatti il corpo è un assembramento di miliardi e miliardi di cellule che volgono a una unità superiore. Lo stesso principio soggiace alla comunità di uomini, che, con il loro essere sociali, formano una unità vitale superiore, quella della comunità, radicata dal senso dell’appartenenza. Appare evidente che la divisione dei corpi, voluta da chi gestisce questa presunta emergenza sanitaria, è un dividere, dal greco, Diaballein, “diaballo”, διαβάλλω, il verbo greco antico da cui deriva la parola “diavolo”. Ed è a questo punto che io, come uomo di pensiero, intervengo con la mia negazione. Io nego infatti tale operazione divisoria, e affermo l’unità. Prima di me Gorgia, Plotino, e altri, hanno osato negare per arrivare a una Unità superiore”. Già, ma questi sono pensieri da filosofo. Da “elevato”. E come vive dunque una persona di questo tipo il periodo di confinamento che, con l’unica eccezione dell’estate 2020, prosegue a fasi alterne ormai da un anno? Lo spiega ancora Emanuele Franz, che sostiene di aver affrontato il tutto “con la preghiera e la fiducia che esista un Piano che tutto porta al Bene, che tutto concorra al Bene, come diceva San Paolo nella sua celebre Lettera ai Romani. Indubbiamente non come lo slogan ‘andrà tutto bene’ del pensiero ricorrente, slogan peraltro ripreso dalla mistica Giuliana di Norwich, dopo averlo decontestualizzato e volgarizzato. Un uomo dedito alla filosofia sa che il Tempo, e in generale la storia dell’uomo e l’uomo stesso, sono un Progetto e che un cumulo di sassi accozzato casualmente, come un coagulo di nervi e carne, non può aver prodotto un Michelangelo, un Botticelli, un Mozart. Quindi con la Fiducia che un Senso ci sia. Tale sentimento che mi accompagna, accompagnò alte figure religiose della storia, come San Carlo Borromeo che nel 1576, in una Milano ammorbata dalla peste, opponendosi ai magistrati della città che avrebbero voluto proibire le processioni e le preghiere collettive dei fedeli diresse una processione a piedi scalzi nel centro della città nel pieno della peste. O ancora Teresa D’Avila, Santa, come è noto, che nel suo capolavoro ‘Il castello interiore’, avendo a mente che il Cristo toccava i lebbrosi con le sue stesse mani, diceva che: ‘L’apprensione di perdere la salute cede il posto alla convinzione che si potrà sopportare tutto con l’aiuto di Dio, poichè il naturale è congiunto al soprannaturale’. Oggi invece il Papato annulla la Messa di Natale, e vediamo Sacerdoti con mascherina e guanti, in Chiesa distanziamento sociale, Suore che non ti stringono la mano per paura del contagio, il Papa che invita tutti a vaccinarsi…possibile che il mondo della Fede, che più di ogni altro dovrebbe rappresentare la vittoria dello Spirito sulla materia, dia un esempio di terrore, di paura?”. A proposito della paura, oggi sembra, sempre di più, che gli esseri umani si siano scordati un fatto quasi banale: cioè che la morte fa parte delle eventualità della vita. Sembra quasi che gli esseri umani abbiano rinunciato a vivere nell’illusione di non morire…“In effetti – commenta Franz – con il Covid e dopo il Covid, ci siamo dimenticati che anche prima le persone morivano. Le norme anti-contagio dei nostri politici colpiscono elementi che da millenni caratterizzano la civiltà umana, come la stretta di mano, il linguaggio emotivo del volto, l’incontro, ma anche celebrazioni e ritualità universali e specifiche della specie umana. Basti pensare che certe forme espressive dell’uomo, come la sepoltura e il culto dei morti, sono fra le più antiche ritualità dell’uomo ed anzi, è accertato che lo sviluppo del pensiero simbolico ha origine da questa istanza metafisica e che è in ciò che la specie umana si distingue dalle bestie. Dunque io oso affermare che nella norma non vi è lo scopo di arginare una infezione, quanto quello di eliminare il Rito, il Simbolo. Ma senza questi l’uomo è al pari della bestia. Appare quasi inevitabile avanzare il sospetto che lo scopo ultimo della sanità scientista sia eradicare il pensiero simbolico e metafisico dall’uomo per farne un animale da laboratorio”. Così, questo aver rinunciato a una libertà primaria, quella di movimento, potrebbe averla compromessa per sempre. Lo stesso può dirsi per la socialità. “Il sistema – conclude il filosofo friulano – in sommo grado con questa gestione sanitaria, vuole eliminare i rapporti fisici fra le persone, e de-corporeizzarli al sommo grado, incitando alla virtualizzazione dei rapporti inter-personali fino all’estinzione del rapporto reale, carnale. Noi ben sappiamo, come loro, l’importanza del guardarsi negli occhi, dell’abbracciarsi, del contatto vivo, degli sguardi: due polmoni che respirano la stessa aria nella medesima stanza sono un sistema di forze antagoniste alla divisione e alla paura poiché l’aria che esce da un seno ed entra nell’altro genera un’entità vivente terza che è più forte dei due che l’hanno respirata, e che è capace di scardinare il sistema che vuole disossare, dividere e controllare. Il respiro, e quindi il respirare assieme, è da millenni che è consacrato come energia vitale, dai Veda allo Pneuma, ed è esattamente qui che si vuole colpire: impedire che le persone si incontrino significa impedire che respirino assieme, ovvero che generino entità viventi capaci di resistere all’oscurità. Per fortuna, concludo con ottimismo, dicendo che il respiro esiste anche senza polmoni, la luce del sole esiste prima degli occhi che la guardano, pertanto fintantoché vi sarà luce vi saranno sempre occhi nuovi che nasceranno, finché vi sarà il fiato dell’universo, nuovi polmoni sorgeranno atti a riceverlo”.

Quei dati sul Covid che smentiscono l’apocalisse annunciata dagli esperti. Federico Giuliani su Inside Over il 26 febbraio 2021. Terza ondata, varianti del virus, zone rosse e arancioni, chiusure prorogate. I termini utilizzati per raccontare la pandemia di Covid-19 sono più o meno sempre gli stessi. A essere cambiati, semmai, sono i dati che descrivono l’emergenza sanitaria. Eppure, nonostante si intravedano, ormai da settimane, segnali di schiarita, un buon numero di esperti continua a profetizzare la solita venuta dell’apocalisse. Sia chiaro, nessuno intende sminuire quanto sta accadendo. Solo che, prima di allarmare la popolazione – per altro reduce da un annus horribilis –, bisognerebbe esser non certi (è impossibile esserlo) ma per lo meno sicuri di quanto si sta affermando. Auspicare con cadenza quotidiana nuovi lockdown, dando vita a un martellamento fastidiosissimo alle orecchie delle tante persone già chiamate a fare immensi sacrifici, risulta quanto mai sconsiderato. Anche pronosticare ondate a casaccio è ormai diventato uno sport nazionale. “È in arrivo la terza ondata“, si sente spesso ripetere, in questi giorni, nei salotti televisivi. Il fatto è che non sappiamo neppure quante ondate ci sono state, visto che ognuno ha un’opinione differente. C’è chi, come Roberto Speranza, parla di una seconda ondata prolungata mai finita, e chi, da gennaio a oggi, vede ovunque prodromi di una terza ondata. Insomma, a distanza di un anno dallo scoppio della pandemia, l’Italia brancola ancora nel buio, naviga in acque tempestose senza una bussola e non sa bene che cosa fare per rimettersi in careggiata.

La paura che genera paura. Da un mese abbondante non si parla più di Covid, bensì delle sue varianti. La “variante inglese”, la “variante sudafricana”, la “variante brasiliana” sono entrate nel lessico comune. Sono proprio queste, a detta degli esperti più contagiose rispetto alla forma tradizionale del Sars-CoV-2, ad aver provocato un balzo dei contagi. E quindi il prolungamento delle misure restrittive, se non l’attuazione di ulteriori divieti. Abbiamo assimilato le dichiarazioni ripetute a mezzo stampa dagli esperti. Ma, precisamente, su che cosa si basano queste affermazioni? Si dirà: il comitato tecnico scientifico, e i tanti scienziati che abbiamo imparato a conoscere in tv, elaboreranno i loro pareri sulla base di evidenze scientifiche, studi, test e risultati di laboratorio. Il punto è che, se diamo un’occhiata ai dati diramati dai siti istituzionali, non sembra di essere in una situazione così apocalittica come alcuni la stanno descrivendo. Certo, il Sars-CoV-2 ci ha insegnato che gli scenari possono mutare nel giro di pochi giorni. Ma vale la pena chiudersi a riccio soltanto per paure ipotetiche? In tal caso si dirà: meglio prevenire nuovi contagi e nuove morti che non far finta di niente. Una risposta del genere non ha ragion d’essere, visto che nessuno si sognerebbe mai di scegliere tra le due opzioni citate. I Paesi occidentali più lungimiranti nell’affrontare l’emergenza Covid, infatti, sono quelli che sono riusciti a trovare una perfetta via di mezzo tra la prevenzione del rischio e la ripresa della quotidianità. Non quelli che hanno fatto finta che il virus non esistesse (gli Stati Uniti di Donald Trump), e neppure quelli che si sono trincerati dietro lockdown e divieti (Italia).

Numeri emblematici. Abbiamo parlato di dati. Vediamoli, allora, questi dati. Sono pubblici, nel senso che chiunque può accedere al sito dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, in stretta relazione con il Ministero della Salute, e aggiornarsi sulla situazione sanitaria. Ci sono alcune regioni più in affanno di altre, come ad esempio Umbria e Marche, ma nessuna regione ha raggiunto i livelli di un anno fa, quando veramente i posti letto in terapia intensiva scarseggiavano quasi ovunque. L’obiezione che alcuni possono fare è la seguente: si attuano misure restrittive proprio per scongiurare questo rischio. Peccato che i lockdown nazionali si siano rivelati inutili alla causa, e che certe restrizioni rischiano di bloccare l’economia ma non la diffusione del virus. Ma torniamo ai numeri. Fino a poco fa, c’erano alcune soglie considerate sacre. Ad esempio, il famigerato 30% dei posti di terapia intensiva occupati da pazienti Covid da non superare. Ebbene, oggi ci attestiamo intorno al 24%. Anche l’altra soglia, il 40% relativo ai posti letti in area non critica occupata dai pazienti Covid, è a distanza di sicurezza (29%). Il numero dei ricoverati in terapia intensiva è più o meno costante, tranne sporadiche eccezioni, dallo scorso novembre. Capitolo terapie intensive: gli ingressi attuali sono 178 contro i 217 di inizio dicembre. Infine, il rapporto tra casi diagnosticati e le persone testate è sceso rispetto all’inizio di gennaio, e si è, da più di un mese, si è fin qui mantenuto stabile. No, il pericolo non è passato, ma non ha senso evocare l’apocalisse imminente. Piuttosto, con serietà e dedizione, gli esperti dovrebbero trovare un modo per consentire alle persone di tornare a vivere, seppur con tutte le precauzioni del caso, e non solo sopravvivere.

Pietro Senaldi, il retroscena: perché Mario Draghi è vittima di Roberto Speranza. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 24 febbraio 2021. Un mese alla volta, ci rubano la vita. Il nuovo governo batte la strada vecchia. Il decreto varato ieri a un'ora decente rispetto ai provvedimenti notturni a cui ci aveva abituati Conte - è questa l'unica novità, ma è apprezzabile - prolunga fino al 27 marzo il divieto di spostamenti tra Regioni, anche se gialle. È la sola via per essere liberi a Pasqua, si giustifica il ministro Speranza per fare ingoiare agli italiani l'ennesima amara medicina. Giochetti da illusionista. Abbiamo già sentito questa frase a novembre, quando il governo chiuse promettendoci un Natale in libertà, e poi a Natale, allorché Conte ci impose il cenone in solitudine assicurandoci mirabolanti sciate per Carnevale, salvo poi chiudere gli impianti il giorno prima dell'annunciata riapertura. Salvatore Dama nell'articolo a lato illustra i dettagli del provvedimento, tra i quali spicca il divieto di visita ai parenti nelle zone rosse e la rinuncia, almeno per il momento, a rendere tutta Italia arancione per due o tre settimane, come avrebbero voluto il titolare della Salute e non pochi virologi di grido. Qui preme dare il senso delle decisioni. L'allarme è massimo. Siamo pieni di varianti, ci informano gli spargitori di terrore in servizio permanente per il ministro che, nomen non omen, è portatore di lutti anziché di speranza. Però i decessi non stanno aumentando e neppure l'indice di contagio. Cionondimeno, i lucchetti restano chiusi. Quando il virus arrivava solo da Wuhan, non potevamo chiamarlo cinese senza passare per razzisti. Ora che non si vedono i tir carichi di bare e le terapie intensive non scoppiano ma bisogna tenere gli italiani a casa, si può dire che il Covid è inglese, australiano e perfino africano senza essere accusati di istinti discriminatori. Il morbo straniero terrorizza, è funzionale a distrarre i cittadini dalle responsabilità del governo; che è il governo precedente, ma siccome in materia sanitaria non è cambiato rispetto all'attuale, non gli si possono dare ancora le colpe che ha.

LA SOLITA MUSICA - Quindi avanti, si sta fermi. Sia chiaro, non si può incolpare di questo il premier Draghi, che si è insediato da meno di una settimana. L'ex governatore sarebbe pazzo a cambiare spartito di botto. È naturale che oggi si balli al ritmo di prima, anche se Salvini, con abilità politica, si ritaglia il ruolo di chi nel governo spinge il cuore oltre l'ostacolo, chiedendo aperture immediate in sicurezza per teatri, palestre e ristoranti la sera. Ma è altrettanto scontato che SuperMario al momento non lo ascolti. Anche se il nuovo presidente del Consiglio ha un gradimento bulgaro nel palazzo, se qualcosa andasse male nella pandemia per un eccesso di leggerezza, tutti gli salterebbero al collo e lui non potrebbe più fare ciò per cui è stato chiamato e sul quale il suo predecessore si è schiantato: scrivere un piano credibile per l'impiego degli aiuti europei e organizzare la profilassi nazionale. Per questo ha lasciato Speranza al suo posto, pur conoscendone i limiti, e non ha ancora licenziato Arcuri, preferendo aspettarne la scadenza del mandato, a fine marzo.

LA VERA CAUSA - D'altronde, le mancate aperture hanno una sola grande causa, ed è il mancato arrivo delle dosi di vaccino necessarie a mettere in sicurezza una parte sufficiente della popolazione. Finora solo il 6% degli ultraottantenni è stato immunizzato. Solo un milione e 300mila cittadini hanno già fatto la doppia iniezione. Nel prossimo mese dovrebbero arrivare 7,7 milioni di dosi. Se si aggiungono ai 3,5 milioni somministrate finora, fanno poco più di dieci milioni. Insomma, avanti di questo passo non raggiungeremo mai la protezione di gregge, perché l'effetto schermante del vaccino scadrà per chi lo ha ricevuto molto prima che siano stati immunizzati tutti gli altri. Con questa situazione, viene da ridere a pensare che solo due mesi fa il dibattito nazionale era che bisognava convincere tutti a vaccinarsi. Oggi i cittadini mandano in tilt i portali internet delle Regioni dove si può prenotare l'iniezione ma la data per la somministrazione viene fissata a distanza di settimane e addirittura si pensa di far trascorrere mesi tra la prima e la seconda inoculazione, perché le dosi scarseggiano. Come se non bastasse, è partita la guerra a chi dichiara di volersi rifornire autonomamente sul mercato internazionale. Lo vorrebbero fare, impiegando risorse dei propri territori, i governatori Fontana e Zaia, Lombardia e Veneto, ma esecutivo e magistratura si oppongono e li trattano alla stregua di sabotatori. Il vaccino russo Sputnik è sbarcato a San Marino ed è utilizzato nell'Europa dell'Est e in Africa, ma l'Europa ci impedisce di usarlo per non dispiacere alla nuova amministrazione americana. La signora Von der Leyen, presidente della Commissione Ue, vieta ai suoi sudditi di cavarsela da sé, dopo averli lasciati senza vaccino perché ha tirato sul prezzo con le case farmaceutiche, che così hanno girato le dosi altrove. Abituata a piegare gli Stati alla volontà tedesca, l'amica della Merkel pensava di poter trattare le multinazionali Usa o britanniche come l'Italia o la Spagna, ed è rimasta con un pugno di mosche in mano. Così a Draghi non resta che assecondare Speranza e tenere gli italiani chiusi a doppia mandata, fiduciosi che, se mai arriverà il siero, il governatore avrà predisposto un piano per somministrarlo. Nel frattempo, potrebbe concentrarsi sulla cura del Covid. Ignorata da Speranza, c'è quella che il professor Remuzzi applica da mesi a Bergamo. Funziona, ma qualcuno a Roma dovrebbe degnarsi di protocollarla ed elevarla a linea guida della terapia anti-virus. 

Ilvo Diamanti per “la Repubblica” il 22 febbraio 2021. È passato un anno da quando abbiamo incontrato (e ci siamo scontrati con) il nemico invisibile che incombe su di noi. Il Virus. Una minaccia insidiosa, molto più di quanto si potesse immaginare. Per questo, conviene valutare come sia cambiato il nostro sentimento, ricostruendo l' evoluzione degli atteggiamenti attraverso i sondaggi condotti da Demos. Fino a pochi giorni fa. La preoccupazione, anzitutto, che appare stabilmente elevata. Dopo un primo momento di sotto-valutazione. Quando non eravamo preparati all' avvento della "paura". Impossibile, d' altra parte, immaginare l' in-immaginabile. Ma, in poche settimane, l' inquietudine ha coinvolto oltre il 90% dei cittadini, per calare, lentamente, nei mesi successivi, fino a scendere appena sotto l' 80%, in giugno. Quando ci si è illusi che la pandemia fosse destinata a finire presto. Una speranza durata poco, visto che da ottobre la paura ha ripreso a salire. Insieme al contagio. E alle vittime. Negli ultimi mesi, l' ampiezza dei cittadini preoccupati ha quasi raggiunto il 90%. Per la precisione: l' 87%. Parallelamente, sono cambiate le aspettative. Le previsioni. E oggi sono pochissimi quanti credono - o meglio: vogliono credere - che il Virus se ne andrà fra poco. Tempo: qualche mese. Meno di 2 italiani su 10. Il livello più ridotto da quando il Covid è arrivato tra noi. Mentre quasi tutti (circa 8 su 10) pensano che dovremo resistere ancora a lungo, per esistere. Almeno un anno. E oltre. Nel frattempo, ci stiamo abituando - e rassegnando - a rinunciare alle nostre libertà. Ai nostri diritti. E accettiamo che lo Stato riduca gli spazi della democrazia. Lo pensano 7 cittadini su 10 fra coloro che si sentono "molto preoccupati". Così, come abbiamo rilevato altre volte su Repubblica, il Virus ha contaminato la democrazia. Ci ha convinti a sacrificare il primato dei diritti in nome della sicurezza. O meglio, come risposta all' in-sicurezza. in questo modo, si sta affermando una "democrazia virale". Nella quale l' opposizione diventa un vizio, quasi un' anomalia. E la maggioranza al governo comprende (quasi) tutti i partiti.

Una democrazia "accentrata" intorno al Capo. In questi tempi, quasi un "salvatore". Comunque: un riferimento necessario. Soprattutto se non è un politico di professione. Ma un (cosiddetto) "tecnico". Come Draghi, oggi. E Conte, fino a ieri. In questa fase, infatti, entrambi dispongono di un consenso elevatissimo. Draghi: sopra il 70%. Mentre Conte è stato "sfiduciato" in Parlamento, ma non fra i cittadini, presso i quali mantiene un consenso (risalito) al 65%. Parallelamente, i partiti sono divenuti un "participio passato". Sono "partiti". E non ritornano, se non negando di esserlo. Dichiarandosi non-partiti. Anche per questo il Parlamento conta meno e le scelte vengono fatte, sempre più spesso, per Decreto dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Ormai siamo entrati, da tempo, "nel tempo" del DPCM. Come spiegano Fabio Bordignon e Alice Securo, nell' anno del Covid, da febbraio 2020 ad oggi, è percezione diffusa, fra gli italiani, che la realtà intorno a noi si stia deteriorando. A ogni livello. Anzitutto, sul piano economico e del lavoro. E, quindi, in ambito politico. Ma si percepisce anche l' indebolirsi delle relazioni personali. D' altronde, imporre il "distanziamento sociale" permette di ridurre lo spazio alla diffusione del Virus. Ma inaridisce "la società" e, agli occhi di una larga parte di cittadini, danneggia la scuola. Il principale luogo di formazione e di socialità per i giovani. Dove si costruisce il futuro del Paese. E questo è il problema di fondo, in questo momento. La tentazione di fermare il tempo. Rinunciare al futuro. Come fanno quegli italiani, quasi 8 su 10, che non riescono a vedere quando finirà il contagio. E, per questo, contribuiscono a produrre e ri-produrre un tempo sospeso, nel quale è difficile guardare avanti. Al futuro. Come al passato. Perché siamo inchiodati in un eterno presente. Con due soli riferimenti nei quali con-fidare. La famiglia e l' Europa. Meglio ancora: l' Unione Europea. La famiglia: da sempre il primo sostegno, per gli italiani. Qui e ora. Ieri e oggi. Prima, durante e - vogliamo credere - anche dopo il Virus. L' Unione Europea: dopo un periodo di distacco, è tornata ad essere una garanzia. Fonte di risorse, necessarie quanto ampie. Ma soprattutto: il principale canale per guardare oltre. Oltre i confini di casa nostra. Oltre il presente senza futuro che ci opprime da un anno. La figura di Draghi è stata accolta con speranza, in Italia, anche - e forse soprattutto - per questo. Perché ci proietta oltre in confini nazionali. In Europa. E anche oltre. Oltre il presente in-finito nel quale rischiamo perderci. Così, in questo tempo sospeso, per guardare e andare oltre, navighiamo a vista. Ma con due bussole sicure.

Intellettuali dei miei tamponi. La pandemia, e la crisi che porta con sé, accelera tendenze già in atto, svela le carte nascoste, smaschera impietosamente le falle, le ossessioni, le nature peggiori. Luigi Mascheroni, Martedì 02/02/2021 su Il Giornale. La pandemia, e la crisi che porta con sé, accelera tendenze già in atto, svela le carte nascoste, smaschera impietosamente le falle, le ossessioni, le nature peggiori. Ci mostra come siamo davvero, come sono invivibili e orribili le nostre città senza cittadini, quanto insopportabile la Scuola senza studenti, quanto imbarazzante la nostra politica senza politici all'altezza. E quanto coniglieschi e senza nerbo siano i nostri intellettuali. Ieri su Repubblica - ed è solo un mediocre esempio fra tanti - Francesco Piccolo ha scritto una doppia pagina, 180 righe tipografiche, altrettanti momenti di trascurabile quotidianità famigliare (le mani lavate, le finestre spalancate, disinfettanti e scarpe fuori dalla porta) per dirci che il «maledetto virus» gli ha insegnato ad aver paura dei suoi figli (e non crediamo sia esasperazione...). Aver paura dei figli. «In fondo non ho davvero paura di ammalarmi; ma non voglio ammalarmi per colpa di un figlio». Difficile leggere - da genitore - due righe così. Il padre chiede che i figli siano tenuti lontani «per decreto» dai genitori, per non rischiare di essere infettato. Ci siamo arrivati. Eccoli i nostri intellettuali al tempo della pandemia. Almeno fossero solo pedanti e malinconici. Sono molto peggio. Sono irresoluti, imbelli, vili. Pronti a rinunciare all'abbraccio di un figlio pur di non rischiare - che cosa? - una febbre? un ricovero? peggio? E allora? I padri non sono fatti per questo: per rischiare in nome o al posto dei figli? Gli intellettuali, che ben prima dell'epoca Covid avevano già perso da tempo quei tratti di anticonformismo, ribellione, coraggio, dissidenza che dovrebbero essergli propri, oggi se possibile sono ancora più incolori, acidi, pantofolai. Hanno trasformato lo stare in casa a far nulla - #MaRestaciTuACasa - in un'intollerabile azione eroica. Si sono appiattiti sul peggior conformismo, hanno perso identità, rinunciato al proprio ruolo. Quello di dubitare, di rischiare, di scuotere la comunità. L'hanno addormentata. Intellettuali organici al Comitato tecnico-scientifico. Scrittori militanti del lockdown duro& puro. Ma dove sono i ribelli, le pasionarie, gli irregolari del pensiero, i movimentisti? Hanno fatto del divano di casa le loro barricate. «Credere, ubbidire e lavarsi la mani». L'unico slogan che sono stati capaci di urlare è stato #IoLeggoACasa... Che coraggio. Qualcuno si è spinto fino a un rivoluzionario «Il vero virus è il genere umano». Però! Per il resto hanno taciuto. L'unica volta che hanno aperto timidamente bocca - dopo aver accolto senza un «beh» la serrata di ristoranti, bar, negozi, palestre, allenamenti sportivi, scuole... - è stato quando gli hanno chiuso i teatri, da cui portano a casa soldi e lavoro. Ipocriti. Progressisti fino all'ultima pagina, appena è scoppiato il virus sono diventati i peggiori reazionari nel fermare la corsa allo sviluppo, rallentare la vita e viaggiare intorno alla loro camera... Avevamo sperato - visto che i nostri ragazzi non sono stati capaci di farlo, o lo hanno fatto timidissimamente - che uno scrittore, un filosofo à la page, un intellettuale di riferimento per il popolo dei festival, dei Saloni del libro, dei Fabio-Fazio-Show andasse in tv a gridare agli studenti di ogni ordine e grado: «Domani tutti nelle piazze per chiedere di riaprire le aule, subito!». E invece. Silenzio. Ogni due per tre citano Pasolini... Chissà, lui, che editoriale avrebbe scritto contro la didattica a distanza. Oggi, appena Antonio Scurati abbozza un fogliettone per dire che si ribella al divieto di fumo all'aperto, deve subire la gogna di 80 righe di risposta firmate dai «Medici impegnati nella lotta al tabagismo». Figuriamoci se qualcuno si azzarda ad abbracciare un figlio senza certificato negativo del test sierologico.

Se la scienza cancella il libero arbitrio. Quello di oggi è un consiglio prezioso. Che a mia volta, ho ricevuto proprio da un lettore di questa rubrichetta liberale. Nicola Porro, Domenica 10/01/2021 su Il Giornale. Quello di oggi è un consiglio prezioso. Che a mia volta, ho ricevuto proprio da un lettore di questa rubrichetta liberale. Lo scrittore si chiama Lino Aldani. Uno scrittore di fantascienza che, c'è da giurare, pochi di noi conoscono o hanno letto. Se in Italia, ma non solo, non ci fosse un giornale unico del virus, lo avrebbero già ripubblicato. In mano ho una copia di Urania, edizione 2006, titolato con il suo racconto relativamente più famoso Eclissi 2000. Tutto da leggere. Ma il racconto che non vi dovete perdere e dovete diffondere è Trentasette centigradi, scritto nel 1963. Faaaaaavoloso. È ambientato in una Roma del presente, in cui la voce narrante racconta la vita di Nico, un burocrate ministeriale. Attraverso i suoi occhi, si dipana la breve storia di una capitale soggiogata dalla dittatura sanitaria, organizzata con la forma di una sorta di convenzione, assicurazione sanitaria. Gli uomini hanno costruito un sistema di Welfare talmente ossessivo che Nico è costretto a girare sempre con il termometro in tasca. Le pubblicità sui mezzi pubblici sono di questo tenore: «Cittadino credi veramente di avere la coscienza a posto? Sei certo di avere con te il tuo tubetto di asprina?». E ancora: «Aiutateci a servirvi meglio! Ricordate: Polivitaminico due volte al giorno». E minacce: «Cittadino al primo accenno di raffreddore: Aspichinino. Uomo avvisato mezzo salvato. 100 di multa a chi contravviene convenzionato». In questo futuro, presente, non si è obbligati per legge a seguire le norme sanitarie (ridicola la scena in cui il Nostro vuole aprire il finestrino sull'autobus e per questo viene messo sotto osservazione, posto che la legge prevede la sua possibile apertura solo dal primo di maggio e non ad aprile), ma se si vuole essere assicurato contro le malattie si deve sottostare a norme rigidissime. E ad uno scrutinio sociale da parte di controllori disseminati ovunque: nell'isolato dove si abita, sul luogo di lavoro, sui mezzi pubblici, nei parchi dove si cerca un po' di intimità. «L'umidità è il nemico da battere», ecco perché Nico viene fermato con la sua fidanzata da un controllore che brandisce un igrodromo e il tesserino con i due serpentelli intrecciati. Quella di Aldani è una denuncia preveggente di una società che si è data regole inumane. È un ambiente in cui già si pubblicizzano le bevande decaffeinizzate. In cui il controllo medico diventa una minaccia. In cui la vita lascia il passo alle radiografie. In cui formalmente si è liberi, ma sostanzialmente si è imprigionati in una rete in cui la prima preoccupazione sociale è non correre rischi per la propria salute. Nel libro c'è tutto. La potenza di una scienza che non ha dubbi, ma solo presunti rimedi. La miope burocrazia che cancella il nostro libero arbitrio. Il tentativo di ribellione del singolo che si scontra con un meccanismo per cui nessuno può evadere. Da leggere e da far leggere a chi ci governa.

Da corriere.it il 13 gennaio 2021. «Giro con la mascherina, mi disinfetto, faccio un tampone alla settimana e lo faccio fare a tutti quelli che lavorano per me. Ma se mi dicono che una regione deve fermare tutto (socialità, economia, contatti) se c’è un positivo ogni 400 persone penso che qualcuno sta impazzendo». Fa discutere e crea dibattito il tweet di Enrico Ruggeri che ha sottolineato, complice anche il tutto maiuscolo utilizzato, che c’è «un positivo ogni 400 persone». Non era molto tempo fa quando, ospite da Nicola Porro, Ruggeri dichiarò: «Siamo in una società che non accetta la morte, né invecchiare e morire. L’unico principio sacro e inviolabile è "pensa alla salute". Pensa a Cristoforo Colombo, pensa a quelli che hanno combattuto per una idea: l’hanno fatto perché non pensavano alla salute. È chiaro che uno cerca di vivere meglio possibile, di salvaguardarsi, ma muoiono 400-500 persone di cancro al giorno, di problemi cardiovascolari etc. Sorrido se vedo uno con mascherina che magari ha una alimentazione disastrosa, fuma e non si è mai premurato di nulla. Mi hanno minacciato di morte per le mie posizioni, ‘morirai di Covid così capirai’ mi hanno detto. Capisco che c’è un’emergenza, rispetto i protocolli, però mi preme ricordare non possiamo rinunciare a vivere per paura di morire. È contro natura».

·        Covid e Dad.

Paola Mastrocola per "la Stampa" il 30 dicembre 2021. È cominciata così, che Filippo, quarta elementare, è risultato positivo. Quindi la classe è stata messa in quarantena. I genitori di Filippo sono anch'essi in quarantena, in quanto genitori di un bambino positivo. La madre fa la cassiera in un supermercato, quindi ha avvertito che non andrà al lavoro. (Impossibile avvertire gli infiniti clienti che sono passati ieri dalla sua cassa, ma pazienza). Ha anche avvertito le quattro amiche con cui era andata a farsi un caffè al bar e che, quindi, si sono messe in quarantena facendosi un primo tampone e non andando più al lavoro nemmeno loro. (Impossibile avvertire gli avventori che si trovavano accanto a loro nel bar, ma pazienza).

Ognuna delle quattro amiche lavora: una fa la maestra, una è segretaria in uno studio notarile, una è commessa in una boutique e l'altra fa la badante a un ottantenne semiparalizzato. Tutt' e quattro si sono prenotate per farsi un tampone rapido, che però rapido non è in questi giorni: quindi, prima di avere l'esito, nel dubbio, non sono andate a lavorare. Una di queste, Mariella, più paurosa delle altre, ha comunicato che lei se ne farà due di tamponi, visto che i tamponi rapidi per il 40 per cento sono inaffidabili, e non tornerà al lavoro prima di aver ricevuto l'esito di tutti e due i tamponi, per non infettare nessuno. (Mariella è, per sventura, proprio la badante del signore ottantenne, che quindi chissà come potrà farcela da solo. Ma pazienza).

Il padre di Filippo fa il panettiere. Essendo in quarantena, non consegna più il pane. Ha anche una madre anziana, a cui porta la spesa tutti i giorni e da cui non andrà più fino alla fine della quarantena. Inoltre ha tre fratelli che, purtroppo, ha visto il giorno prima al ristorante e che quindi avverte di stare prudenti. I tre fratelli si prenotano un tampone, per loro e famiglia. Aspettando, non vanno più al lavoro, né loro né le loro mogli; e i figli non andranno a scuola, fino all'esito del secondo tampone.

Uno lavora in banca, uno ha un risuolificio, e il terzo, che fa l'idraulico e doveva andare a riparare una caldaia, una decina di rubinetti che perdono, scarichi rotti e infiniti altri guasti, disdice tutti gli appuntamenti, sempre nel dubbio di essere infetto e infettare gli altri. La famiglia da cui doveva andare a riparare la caldaia protesta perché starà al freddo. Ma pazienza. 

Dei 25 compagni di Filippo, due sono risultati positivi. Gli altri no. In ogni caso nessuno è più uscito di casa per dieci giorni, e nemmeno i loro genitori. Siccome per sventura eravamo in prossimità del Natale, nessuno è potuto andare alla cena di famiglia. Le nonne sono rimaste sole, e i cugini non hanno avuto i doni degli zii. Molte panetterie non hanno ricevuto il pane, molti sportelli in banca sono rimasti chiusi, così come alcune casse dei supermercati. Chi aveva portato scarpe a risuolare ha trovato il risuolificio chiuso. Molte classi sono rimaste senza maestra. Molti camion non sono partiti, molti pacchi non sono stati recapitati, molti rubinetti sono rimasti rotti e sono ancora lì che perdono. Pazienza!

Intanto Carlotta, la compagna di banco di Filippo, è rimasta anche lei in casa in attesa di sapere se è positiva o no, così come i suoi genitori e gli amici e parenti. Il padre di Carlotta guida un tram (pazienza, circolerà un tram di meno), la madre gestisce una lavanderia e nessuno potrà ritirare gli abiti lavati. Il fratellino di Carlotta, chissà come positivo, ha infettato la zia che lo tiene tutti i giovedì a casa sua e lo fa giocare. La zia ha forse infettato il fratello, che non è risultato positivo per il momento, ma nel dubbio è andato a vivere tutto solo in un monolocale dismesso per non infettare tutta la famiglia. 

La moglie del fratello della zia di Carlotta s' è però ammalata lo stesso, è a casa con 39 di febbre e nessun medico la va a visitare. Il padre della sua migliore amica, che aveva visto per un fugace aperitivo, è in ospedale intubato Basta, mi fermo qui. E ho tracciato solo alcuni, pochissimi, dei contatti. Il lettore vede bene che potrei continuare per pagine e pagine. Mi fermo, per pietà di tutti noi.

Intanto gli altri, quelli ancora sani o presunti tali nonché quelli liberi da quarantene, intasano le farmacie e gli hub vaccinali, cercano vanamente di prenotarsi online su piattaforme che non rispondono, si appendono a numeri verdi perennemente occupati sorbendosi le relative musichette di attesa, si ficcano nel naso cannule a ripetizione miscelando muco nelle apposite pipette, girano con la mascherina anche in auto; oppure decidono di infischiarsene brindando allegramente in venti chiusi in una stanza, salvo poi passare notti tormentate o insonni. 

Intanto lo Stato proclama con fierezza che sta gestendo la pandemia benissimo, che mai farà lockdown e Dad, mai chiuderà niente, mai obbligherà nessuno, mai fermerà l'economia e meno che mai ci scipperà le Feste. Evviva Leibniz, viviamo come sempre nel migliore dei mondi possibili. Quindi? Visto che siamo più o meno tutti fermi e chiusi, cosa vuol dire, che ci siamo autofermati e autochiusi per masochismo o manifesta imbecillità mentale?

L'ipocrisia - che pure da sempre, per necessità, informa di sé le società degli uomini - non ha mai regnato così sovrana. Che fare, se non prepararci a festeggiare come ogni anno l'Anno Nuovo che verrà? Festeggiamo, dunque. Perché una cosa sola è certa (e non ipocrita): l'Anno Nuovo verrà!

Striscia la Notizia, “escluso da scuola perché non c'è posto”: disastro Covid, il ministero che dice? Libero Quotidiano l'11 dicembre 2021. Striscia la Notizia ha acceso i riflettori su un caso piuttosto anomalo. Un giovane studente non riesce a trovare posto in nessuna scuola dopo essersi trasferito dalla provincia di Napoli a Suzzara (Mantova): trasferimento reso necessario da lavoro dei suoi genitori, che mai avrebbero pensato che loro figlio non avrebbe trovato posto in nessun istituto alberghiero per continuare il suo percorso di studi. “È chiuso in casa da settembre e rischia di perdere l’anno - ha dichiarato il padre ai microfoni di Angelica Massera, inviata del tg satirico di Canale 5 - è stato rifiutato da tutti gli istituti a causa delle restrizioni del Covid, che fanno sì che le classi siano ridotte a 27 alunni. Non c’è possibilità di inserimento, ho contattato dieci scuole, tutte piene, fino a 50km da casa nessuno ha posto”. “Io volevo solo andare a scuola”, ha aggiunto il ragazzo. “Lui vive un momento di calo di autostima - ha spiegato il padre - quello che mi preoccupa è che sta sempre chiuso in casa, fa fatica a socializzare con i ragazzi della sua età”. Striscia ha contattato uno dei dirigenti che ha rifiutato il ragazzo: “Alle volte per assolvere all’obbligo ci si iscrive in una scuola dove c’è posto e poi nel tempo si cambia corso”. Cosa che il ragazzo non vuole fare, dato che ha già scelto il suo percorso e vuole proseguirlo: “Il Miur dovrebbe interessarsi di questa vicenda e cercare di trovare una soluzione”, ha chiosato l’inviata di Striscia.

Scuola a rotelle. Report Rai. PUNTATA DEL 04/12/2021 di Rosamaria Aquino. Collaborazione Marzia Amico. Un viaggio nelle scuole italiane tra classi pollaio e mascherine non a norma. Scuola, tra banchi monoposto e a rotelle abbiamo speso oltre 300 milioni di euro. A migliaia sono stati restituiti dai presidi o giacciono in magazzino, altri sono utilizzati persino nei centri vaccinali. In tutto ne furono ordinati 2 milioni 400 mila. Allora perché il governo ha stanziato altri sei milioni di euro per arredi scolastici? Report ha potuto vedere in esclusiva i contratti stipulati dalla ex struttura commissariale di Arcuri firmati con l'azienda portoghese produttrice dei banchi, ora ritirati dal commissario Figliuolo perché non rispetterebbero la normativa antincendio. Un viaggio nelle scuole italiane alle prese con la gestione degli spazi in tempo di pandemia: tra pareti abbattute e scantinati trasformati in aule, tra classi pollaio, mascherine non a norma che occupano spazi preziosi ed edilizia scolastica che procede a passo di lumaca. Su questo e altro Report ha chiesto chiarimenti al ministro Patrizio Bianchi.

SCUOLA A ROTELLE Di Rosamaria Aquino Collaborazione Marzia Amico Immagini Dario D’India – Tommaso Javidi – Fabio Martinelli Montaggio Riccardo Zoffoli

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, nel 2020 il premier Conte decide che bisogna ritornare alla scuola, alla didattica di presenza. E questo, però, che cosa comporta, che bisogna da parte dei presidi mantenere quelle normative per evitare che i ragazzi si contagino quindi bisogna mantenere una certa distanza. Solo per come sono strutturate le scuole praticamente nelle nostre scuole è praticamente impossibile. Allora la ministra Azzolina incarica il commissario Arcuri all’epoca di acquistare due milioni di banchi monoposto e 400mila sedute innovative, insomma, sono, il nome tecnico dei famigerati banchi a rotelle. Ecco. Costo dell’intero appalto: 300 milioni di euro. Ora, però, quando i presidi poi ordinano in base alle loro esigenze, si rendono conto che i banchi monoposto sono o troppo piccoli o sono troppo larghi e i banchi a rotelle invece vengono usati dai ragazzi principalmente per fare macchine a scontro. Insomma, ora qualcuno è stato restituito, qualcuno è finito chissà dove. Insomma, ma dove sono finiti i banchi a rotelle e i banchi monoposto? La nostra Rosamaria Aquino.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Due milioni di banchi monoposto e 400mila banchi a rotelle: ci sono costati oltre 300 milioni di euro, che fine hanno fatto? Molti li abbiamo visti usare a scuola, altri prendono polvere in magazzini e aule vuote. Altri ancora sono stati restituiti dai presidi e accatastati in un magazzino a Pomezia. F

UNZIONARIO CENTRO LOGISTICA SDA POMEZIA Dovreste parlare con la Struttura Commissariale, non con noi.

ROSAMARIA AQUINO Ma qui ci sono o no?

FUNZIONARIO CENTRO LOGISTICA SDA POMEZIA Sempre la Struttura Commissariale, non siamo autorizzati a rilasciare informazioni. Se lei mi domanda: ma voi avete pure le mascherine?

ROSAMARIA AQUINO No, no, questo lo so

FUNZIONARIO CENTRO LOGISTICA SDA POMEZIA Assolutamente, mi sembra scontato, siamo il partner logistico quindi…

ROSAMARIA AQUINO Certo. Stiamo pagando qualcosa per tenerli qui?

FUNZIONARIO CENTRO LOGISTICA SDA POMEZIA Sempre la Struttura Commissariale risponderà.

ROSAMARIA AQUINO Ci può dire almeno il quantitativo?

FUNZIONARIO CENTRO LOGISTICA SDA POMEZIA No, sempre Struttura Commissariale.

ROSAMARIA AQUINO Sa che ci sono migliaia di banchi restituiti dai presidi che sono depositati nella sede dell’Sda di Pomezia?

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Guardi, se sono migliaia non lo so. So sicuramente che sono stati restituiti e sono quei banchi da cui il commissario Figliuolo ha cominciato per fare la restituzione.

ROSAMARIA AQUINO Quando è che ha cominciato a ritirare? Che glielo dico io se sono quelli.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Me lo dica lei che vedo che è informata. Mi dica lei.

ROSAMARIA AQUINO È da un anno che sono lì.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Benissimo, vuol dire che allora il commissario precedente e il commissario ha cominciato a ritirarli. Va bene? Vedremo questi banchi come utilizzarli al meglio.

ROSAMARIA AQUINO La struttura di Figliuolo non le ha mai detto che ci sono questi banchi lì depositati?

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Parlo molto con il commissario Figliuolo, verificheremo anche questo.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO A proposito di utilizzazione. C’è chi ha pensato di suo come riciclare i banchi a rotelle che i presidi non hanno apprezzato. A Vasto, li hanno usati nel centro vaccinale allestito nel palazzetto dello sport della città.

DOTTORESSA 1 Dato che erano buttati dentro le scuole quando non c’era nessuno, quindi qua erano precisi per questo scopo.

DOTTORESSA 2 Ho visto che sono molto funzionali per questa attività perché sono ben distanziati, sono stati molto comodi devo dire.

ANNA SURIANI - REFERENTE DEL COMUNE DI VASTO (CH) PER IL CENTRO VACCINI Eh, sì, è stata un’idea di un nostro tecnico che aveva pensato di utilizzarli, è stata una cosa geniale perché effettivamente sono molto utili perché hanno questo pianale in cui la gente può scrivere con tranquillità. Erano poco utilizzati a scuola, quindi non è che li abbiamo sottratti a qualcuno, anzi, anzi abbiamo fatto la gioia dei dirigenti scolastici a levarglieli di mezzo.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO I dirigenti non li vogliono tuttavia il Governo ha stanziato altri sei milioni di euro per acquisire altri arredi scolastici, ossia banchi. Chi ha voluto questo fondo e perché? Ne abbiamo chiesto conto al commissario Figliuolo, perché i fondi sono i suoi. Ci dice che servono a sostituire e integrare l’acquisto di banchi. Per tutti gli altri dettagli ci ha detto di domandare al ministero, che è titolare dell’acquisizione degli arredi.

ROSAMARIA AQUINO Siccome sono stati stanziati altri sei milioni di euro che si sommano agli oltre 300 milioni

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Guardi, i sei milioni sono stati stanziati esattamente per fare fronte a questo tema del contenzioso con la Nautilus. Non potevamo lasciare sicuramente i nostri presidi in difficoltà.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Diciamo che non è che gli abbiamo dato una grande mano ai nostri presidi. Insomma, abbiamo visto, li abbiamo anche trasformati in controllori per la sicurezza. Ora, in emergenza, abbiamo comprato questi banchi a rotelle. Che fine hanno fatto? Sono stati un po’ distribuiti in vari magazzini in tutta Italia, qualcuno, qualche classe, qualche scuola se l’è tenuti chiusi in una classe, poi sono finiti anche con il galleggiare nei canali di Venezia. Ora, finché c’era Arcuri, nel magazzino di Pomezia che abbiamo visto, che ha trovato la nostra Rosamaria Aquino, ce ne sono, ce n’erano circa 20mila però oggi non sappiamo quanti ce ne siano né quanto ci costano per conservarli in quel magazzino, quanto spendiamo. Quello che però è certo è che in piena estate, invece di attingere a quel magazzino sono stati stanziati sei milioni di euro da parte del governo per comprare altri banchi. Allora abbiamo chiesto al commissario Figliuolo: ma a che cosa servono questi sei milioni di euro? E lui dice: servono per sostituire e integrare banchi però se volete i particolari parlate con il ministero. Il governo, il ministro Bianchi ci ha detto invece che quei soldi servono per sostituire i banchi monoposto Nautilus. Che cosa sono questi banchi Nautilus? Insomma, è un’azienda portoghese dalla quale il commissario Arcuri aveva comprato dei banchi monoposto. Ecco, ma intorno a questi banchi è scaturito un vero e proprio giallo.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO All’Istituto superiore Leonardo Da Vinci di Roma, appena un anno fa, sono arrivati 200 banchi dell’azienda portoghese Nautilus, nuovi di zecca, che erano stati acquistati dal commissario Arcuri nello stesso periodo dei banchi a rotelle.

IRENE DE ANGELIS CURTIS - DIRIGENTE ISTITUTO LEONARDO DA VINCI ROMA La prima impressione era che questi banchi fossero molto grandi. Quando li ho misurati ho visto che erano 75 centimetri. Se io distanzio i ragazzi con la distanza richiesta, lo spazio per un’eventuale evacuazione in caso di incendio o di terremoto mi viene talmente stretto, si restringe, che i ragazzi hanno difficoltà a lasciare l’aula.

ROSAMARIA AQUINO Lei ha firmato un collaudo nel quale dice che questi banchi andavano bene.

IRENE DE ANGELIS CURTIS - DIRIGENTE ISTITUO LEONARDO DA VINCI ROMA Certo. A me dispiace molto tutto questo, mi dispiace perché sono soldi dello Stato, sono stati acquisti forse non così oculati come avrebbero dovuto essere.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Nemmeno una stagione e anche questi banchi vengono ritirati perché non rispetterebbero la normativa antincendio, sia per dimensioni che per il tipo di materiale con cui sono costruiti, che sarebbe più facilmente infiammabile. Di fatto, i nuovi sei milioni servono a sostituire dei banchi comprati per sostituire quelli che a loro volta avevano sostituito quelli classici pre-pandemia.

IRENE DE ANGELIS CURTIS - DIRIGENTE ISTITUO LEONARDO DA VINCI ROMA Nel corso dell’estate ci sono arrivate varie comunicazioni da parte del ministero che c’erano fondi stanziati e poi varie comunicazioni in cui ci dicevano che i banchi e le sedie sarebbero stati ritirati e che invece questi soldi potevano essere usati per sostituire banchi e sedie.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Ora i presidi con quei sei milioni dovranno comprarne altri e lo faranno autonomamente. Nautilus sostiene di aver consegnato 75 mila banchi. Ma una funzionaria dell’ex commissario Arcuri parla di numeri diversi.

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI In tutto sono stati consegnati circa 37mila banchi

ROSAMARIA AQUINO Perché loro mi danno cifre diverse

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Eh, lo so perché loro danno cifre diverse, non vere

ROSAMARIA AQUINO Siccome mo hanno stanziato sei milioni…

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Esatto, fa ridere perché sei milioni per sostituire 37mila banchi che poi non sono 37mila da sostituire è una cosa incredibile

ROSAMARIA AQUINO 37mila banchi sono?

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Due milioni

ROSAMARIA AQUINO Quindi gli altri quattro milioni che sono stati stanziati?

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Non servono perché i banchi sono questi

ROSAMARIA AQUINO Perché sono 37mila

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Sì

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Il mistero sui numeri rimane. Nautilus ci dà i collaudi di almeno 55mila banchi, ma dice di averne consegnati 75mila. Quei banchi però non stati pagati, e i rappresentanti della ditta portoghese sono arrabbiati.

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Non sono stati pagati nulla.

ROSAMARIA AQUINO In che senso?

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Noi abbiamo introdotto una causa davanti al Tribunale di Roma per essere pagati perché li hanno ordinati, ricevuti e li devono pagare. Se, poi, dopo, hanno fatto un ordine sbagliato, la responsabilità è della struttura commissariale, non è nostra.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Il legale dell’azienda ci mostra i documenti della gara dove è scritto palesemente che la commissione che ha dato il via libera a Nautilus sapeva esattamente che tipo di banchi sarebbero arrivati.

ROSAMARIA AQUINO È plastica.

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Sì, sì, è plastica. Non è vero, come è stato detto, che prendono fuoco. Il contratto prevedeva che questi banchi avessero una struttura in tubo d’acciaio e il piano interamente in polipropilene.

ROSAMARIA AQUINO Questi sono i verbali della commissione di gara che poi assegna l’appalto alla Nautilus. L’avevano informata del fatto che questi verbali sono firmati anche da un membro del ministero?

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Il ministero avrà sicuramente partecipato allora, io non ho dubbi su questo. C’è un contenzioso che verificherà ovviamente di chi è la responsabilità.

ROSAMARIA AQUINO E però come mai sono stati affidati ugualmente senza i requisiti minimi di sicurezza…

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Verrà domandato a chi li ha affidati.

ROSAMARIA AQUINO Cioè anche al membro del ministero che c’era.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Verrà domandato a chi li ha affidati, se c’era un membro del ministero ne risponderà.

ROSAMARIA AQUINO Perché hanno risolto il contratto?

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Posso immaginare che il commissario si è pentito.

ROSAMARIA AQUINO Si è pentito per il prodotto, per la forma, per cosa?

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Sì, si è pentito del fatto di aver trattato oltre le sue competenze.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Da verbali e relazioni di gara che ci mostra l’avvocato emerge che la fretta è stata cattiva consigliera.

GIUSEPPE D’ELIA - LEGALE AZIENDA NAUTILUS S.A. Tutti gli offerenti non rispettano i requisiti minimi di sicurezza. Nel prodotto eh, non soggettivi, ma quindi oggettivi. I requisiti minimi di sicurezza previsti dall’avviso di gara. L’assenza della documentazione tecnica non vuol dire che i prodotti non avessero i requisiti, vuol dire che la struttura commissariale ha contratto al buio.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO La funzionaria di Arcuri invece ci dice che nel contratto di acquisto dei banchi c’era una clausola

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Sigliamo il contratto perché noi avevamo un’urgenza e loro dovevano iniziare la produzione. Nel frattempo, voi ci mandate le integrazioni che la commissione tecnica ci ha richiesto. Se quelle integrazioni sono sufficienti per i requisiti, il contratto va avanti altrimenti il contratto è risolto automaticamente.

 ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO E infatti Arcuri risolve il contratto solo per le tempistiche di consegna. Figliuolo, invece, rincara la dose e fa ritirare i banchi per la normativa antincendio.

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Quelli sono banchi di plastica. Nelle scuole si consegnano banchi di legno. Come mai quelli di legno vanno bene e quelli no? È una cosa ridicola, infatti il ministro è andato in parlamento a dire che loro hanno fatto delle verifiche: io vorrei sapere quali verifiche hanno fatto.

ROSAMARIA AQUINO Questa azienda ora chiede dieci milioni di euro però.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE E io credo che noi altrettanti ne domandiamo a loro. Per questo c’è un contenzioso.

OSAMARIA AQUINO Noi vogliamo solo capire se c’era la possibilità di risparmiare questi sei milioni di euro, utilizzando dei banchi che stanno prendendo polvere in un magazzino.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Non lo so.

ROSAMARIA AQUINO Voi mi potete dar un numero da quando c’eravate di quanti banchi sono stati restituiti?

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Circa 20 mila

ROSAMARIA AQUINO 20mila? Finché c’era Arcuri 20mila erano lì a Pomezia. Il ministro a marzo lo poteva sapere: se lui l’avesse saputo, avrebbe potuto non stanziare questi soldi e intanto utilizzare questi. Giusto?

FUNZIONARIA EX STRUTTURA COMMISSARIALE ARCURI Sì, noi abbiamo una relazione fatta alla nuova struttura che questi numeri li dà tutti in modo preciso. Il magazzino, tutto… Che non puoi avere

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO A luglio la funzionaria controlla e di quei banchi a Pomezia ne erano rimasti solo duemila. Quando però si è insediato il ministro, erano dieci volte tanto.

 ROSAMARIA AQUINO E sono soldi dello Stato.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Lo so perfettamente e lo so perfettamente cosa sono le mie responsabilità e quelle anche del commissario e quelle di tutti i nostri presidi.

ROSAMARIA AQUINO Ministro, ci sono dei presidi che hanno firmato il verbale di collaudo dicendo che quei banchi andavano bene e ora devono firmare dei verbali in cui smentiscono loro stessi.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Queste sono cose che sicuramente verranno riviste. C’è un contenzioso e si verificherà anche questo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, la Nautilus, la portoghese, avrebbe dovuto consegnarci 110mila banchi monoposto. Solo che abbiamo lasciato ai presidi l’onere del collaudo. E prima hanno detto “è tutto ok”, poi arriva la circolare di Figliuolo e dice che ci sono delle anomalie per quello che riguarda la normativa antincendio. Misurate anche questi banchi: se sono troppo grandi, vanno restituiti. Insomma, qualche preside si è anche rammaricato di aver detto sì alla spesa di soldi dello Stato. Però, quanti effettivamente di questi banchi monoposto sono stati consegnati dalla Nautilus? La Nautilus dice: ne abbiamo collaudati con i presidi e ne abbiamo consegnati 75mila. Ma qui è intervenuta la struttura dell’ex commissario Arcuri. Dice: guardate che la Nautilus ha consegnato solo 37225 banchi. Insomma, quanti ne ha consegnati effettivamente? Perché qui c’è un mistero. Nel momento in cui si insedia il governo, nei magazzini di Pomezia c’erano 20mila banchi tra quelli monoposto e quelli a rotelle. Allora, perché spendere sei milioni di euro nuovi per sostituire i banchi della Nautilus? Figliuolo dice: chiedete al ministro; il ministro dice: sono serviti, servono esclusivamente per sostituire i banchi della Nautilus. Allora: ma sono 75mila o sono, come dice la struttura di Arcuri, 37.225 perché se fossero 37.225, come ha calcolato sempre la funzionaria della struttura del commissario, dell’ex commissario Arcuri, forse i sei milioni di euro stanziati per sostituirli sarebbero troppi, ne basterebbero circa due milioni. Ecco, su quanti banchi erano presenti nel magazzino di Pomezia, quanto ci costa custodirli lì, abbiamo chiesto per ben cinque volte spiegazioni alla struttura del commissario Figliuolo e per cinque volte non ci ha mai risposto. Nelle more, l’azienda Nautilus, i portoghesi, hanno chiesto dieci milioni di euro di risarcimento danni.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, ben tornati. Per tornare alla didattica in presenza ai tempi del virus abbiamo trasformato i nostri presidi in esperti collaudatori in tema di sicurezza, in esperti arredatori e anche esperti architetti. Ora tocca a loro l’arduo compito di far convivere i tagli della riforma Gelmini, che ha sottratto alla scuola circa 16-17 mila insegnanti, e ha costretto poi gli studenti che sono rimasti senza quegli insegnanti a intasare le cosiddette classi pollaio. Ecco, far convivere tutto questo invece con le recenti normative anti-covid che recitano: mantenere la distanza di un metro ove è possibile. Ma è possibile?

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Qui siamo a Busto Arsizio, provincia di Varese, all’Istituto tecnico economico Enrico Tosi: 2300 studenti, capienza massima 1700 persone.

AMANDA FERRARIO - DIRIGENTE ITC “ENRICO TOSI” BUSTO ARSIZIO (VA) Queste erano due aule, esattamente divise da un tramezzo e poi appunto poiché i ragazzi sono tantissimi abbiamo dovuto aprirle. Quindi abbiamo abbattuto il tramezzo e per metterci i banchi questa era l’unica soluzione.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Con il rientro dei ragazzi al 100% e il distanziamento di un metro, la preside ha chiamato il suo architetto e ha ricavato otto aule grandi abbattendo i muri.

AMANDA FERRARIO - DIRIGENTE ITC “ENRICO TOSI” BUSTO ARSIZIO (VA) Io ho 31 alunni per classe, 30-31 per classe, nelle mie classi non c’entravano: impossibile. Quindi abbiamo usato la mensa, le palestre, i corridoi, tutto quello che potevamo usare lo abbiamo usato.

 ROSAMARIA AQUINO Quante classi oggi sono in sovrannumero?

AMANDA FERRARIO - DIRIGENTE ITC “ENRICO TOSI” BUSTO ARSIZIO (VA) Cinquantacinque su settantadue. Pensi che per essere in regola io dovrei per un anno non prendere studenti di prima e non è possibile questa cosa.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Il Covid ha portato alla luce il fenomeno delle cosiddette “classi pollaio”, aule ideate per 25 alunni che oggi ne contengono fino a 30. È la ricaduta della legge Gelmini che nel 2009, per risparmiare sul numero dei professori, aumenta il numero di alunni all’interno delle classi. Passano a 27-28 per la primaria e la secondaria e fino a 30 nelle superiori. Secondo il rapporto di Cittadinanza Attiva, sono 17mila le classi con più di 25 alunni in Italia, un fenomeno che riguarda 460mila studenti.

ADRIANA BIZZARRI - COORDINATRICE SCUOLA CITTADINANZATTIVA All’epoca servì per tagliare, ce lo ricordiamo, circa 16-17mila insegnanti, e oggi appunto ci ritroviamo a fare il percorso inverso. PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Il problema della numerosità si supera nel momento in cui si supera il modello di formazione in cui lei ha una classe con la porta chiusa, una prima fila, una seconda fila, una terza fila, una quarta fila là in fondo. Una scuola che ha più laboratori, che ha più spazi.

ROSAMARIA AQUINO E quanto ci vuole per una scuola così?

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Ci vuole il tempo di attuare il Pnrr.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Aspettando il Pnrr, per trovare nuovi spazi imposti dal distanziamento, i presidi diventano architetti. Qui al Tosi, per esempio, è pronto un progetto da 500mila euro chiavi in mano.

AMANDA FERRARIO - DIRIGENTE ITC “ENRICO TOSI” BUSTO ARSIZIO (VA) Io ho presentato in provincia il progetto di recuperare questi magazzini, per ricavare altre aule. Qua sotto noi abbiamo dei depositi, sono più di uno, che hanno già come vedete le finestre lì e tutte queste parti sono assolutamente recuperabili e sono spazi aule anche grandi.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO La scuola ha già ricevuto la metà dei fondi dal Decreto Sostegni, il resto dovrebbe mettercelo la Provincia, ma da più di un anno è tutto fermo. E nel frattempo gli spazi che restano vuoti, sono occupati così.

AMANDA FERRARIO - DIRIGENTE ITC “ENRICO TOSI” BUSTO ARSIZIO (VA) Questi pacchi non sappiamo più dove metterli, sono purtroppo mascherine che i ragazzi non vogliono, quelle che sono arrivate simili a quella che io ho addosso le mettono volentieri, ma questo modello è un modello che purtroppo per i ragazzi non va bene. Ma guardate fin dove arrivano, sono tutti i sottoscala che sono così, sono soldi veramente buttati.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Basta fare pochi chilometri e le mascherine Fca distribuite dallo Stato che occupano spazi preziosi le troviamo in un’altra scuola: l’Istituto tecnico industriale CaramuelRoncalli di Vigevano, provincia di Pavia.

MATTEO LORIA - PRESIDE ITC “CARAMUEL-RONCALLI” VIGEVANO (PV) Abbiamo depositato tutte le mascherine che sono arrivate finora, comprese quelle non a norma che ci sono state indicate da una nota ministeriale e che quindi dovremo smaltire perché non possiamo darle agli studenti. “Lo scrivente ministero ha ricevuto dal fabbricante Fca Italy Spa la segnalazione di non conformità delle mascherine facciali, lotti”, con l’elenco dei lotti. “I lotti non conformi sono stati prodotti presso lo stabilimento di Mirafiori Torino dal 24 agosto 2020 al 17 dicembre 2020 e quasi integralmente distribuiti presso gli istituti scolastici italiani”. E quindi è stato necessario aprire tutte le scatole e controllare tutti i lotti consegnati.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Qui, per non ricorrere alla Dad, i ragazzi li hanno messi ovunque: nei laboratori, nelle biblioteche, nei seminterrati.

MATTEO LORIA - PRESIDE ITC “CARAMUEL-RONCALLI” VIGEVANO (PV) Quanti siete, venti?

CLASSE Ventidue.

MATTEO LORIA - PRESIDE ITC “CARAMUEL-RONCALLI” VIGEVANO (PV) Ventidue, presenti. Però la classe è più numerosa, 24. E quindi abbiamo dovuto trovare uno spazio idoneo per poter ospitare tutti gli studenti e abbiamo dovuto riadattare anche in questo caso il seminterrato dove prima c’era un deposito e adesso è diventato aula. Non è un ambiente, come dire, confortevole per lo svolgimento di un’attività didattica.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO L’istituto da due anni aspetta una palestra nuova, ma la provincia nicchia. E da altri dieci si ipotizza di costruire una nuova scuola, visto che una parte oggi sta in affitto in un ex calzaturificio.

MATTEO LORIA - PRESIDE ITC “CARAMUEL-RONCALLI” VIGEVANO (PV) Ecco, questo è tutto il giardino dell’istituto che potrebbe tranquillamente ospitare una nuova scuola. Eviteremmo di spendere soldi pubblici per far pagare un affitto, prendendo degli spazi già esistenti.

ROSAMARIA AQUINO Non è che per avere spazi migliori, non ci sono i soldi?

ADRIANA BIZZARRI - COORDINATRICE SCUOLA CITTADINANZATTIVA I fondi dati, recentemente anche, 250 milioni di euro agli enti locali e 370 ai dirigenti, dovrebbero essere serviti anche a questo. Ci piacerebbe un tracciamento pubblico, che sia visibile, evidente: chiediamo al ministro di sapere se effettivamente quanti hanno risolto, quante classi hanno risolto questo problema e quante invece no.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE I soggetti che sono in carico per garantire la scuola e il funzionamento delle singole scuole sono i comuni e, d’altra parte, per quelli grandi istituti le province. Sono loro i destinatari delle risorse per l’edilizia e sono loro che ne devono rispondere.

ROSAMARIA AQUINO Che tipo di controllo c’è sulla spesa di questi enti da parte del ministero? Perché in queste scuole hanno fatto dei progetti. Arrivano a questi enti, provincia, città metropolitana o comuni e si fermano là.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Ma noi non abbiamo questa percezione di una situazione così disarticolata.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Un po’ disarticolata è di sicuro al liceo linguistico Cassarà di Palermo.

DANIELA CRIMI - DIRIGENTE LICEO LINGUISTICO “NINNI CASSARA’” PALERMO Questa è la famosa palestra, diciamo, col pavimento rattoppato. Chiaramente sono dei tentativi perché essendo che l’infiltrazione arriva dal muro e si infiltra sotto, il problema si ripresenta. Quindi noi cerchiamo di rattoppare ma qua ci vorrebbe un intervento strutturale.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Proprio a causa di queste situazioni, per far fare palestra ai ragazzi, si sono inventati la ginnastica statica.

DANIELA CRIMI - DIRIGENTE LICEO LINGUISTICO “NINNI CASSARA’” PALERMO Il mio Rspp ha imposto un regolamento dell’uso della palestra molto restrittivo in cui i ragazzi fanno - e la cosa fa anche un po’ ridere - una educazione fisica statica. Cioè loro fanno esercizi fermi nella loro postazione.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Anche in questo istituto per far spazio agli alunni si sono dovuti sacrificare i due laboratori linguistico e multimediale, di cui prima si serviva tutta la scuola.

DANIELA CRIMI - DIRIGENTE LICEO LINGUISTICO “NINNI CASSARA’” PALERMO Il distanziamento di un metro c’è. Certamente devono stare attenti nei movimenti.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Eppure, nella struttura c’era un piccolo gioiello che da anni è ridotto così.

DANIELA CRIMI - DIRIGENTE LICEO LINGUISTICO “NINNI CASSARA’” PALERMO Guardi cosa c’è qui. È tremendo. Meno male che io non ho mai fatto entrare i ragazzi qui perché dopo i primi interventi ci fu comunque il crollo del soffitto, come potete vedere. Il laboratorio che è lì occupato l’avrei potuto realizzare qui, per esempio il laboratorio di informatica ad uso di tutte le classi. Certamente non sarebbe rimasto chiuso.

ADRIANA BIZZARRI - COORDINATRICE SCUOLA CITTADINANZATTIVA L’agibilità statica ce l’hanno solo il 42% degli edifici, l’antincendio pure è bassissimo, il 36% come dato nazionale, il collaudo statico il 53. Uno dice: oddio crollano. Non è così, non è così, è evidente, no?

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Sono in cerca di spazi anche nel liceo scientifico Cannizzaro di Palermo. La preside Catalano, aveva trovato dei locali dove inserire gli studenti in sovrannumero, ma la Città Metropolitana di Palermo dopo mesi ancora non ha concluso l’iter amministrativo. Non dovrebbe essere complicato e invece…

ANNA MARIA CATALANO - DIRIGENTE LICEO SCIENTIFICO “STANISLAO CANNIZZARO” PALERMO Il 31 agosto finalmente è stata fatta la, una individuazione di un locale che io ho segnalato alla Città metropolitana ed è stato fatto il sopralluogo con i tecnici. Quindi, a quel punto, io ero tranquilla. Ho detto: 31 agosto, certo, il tempo è un po’ risicato, però, magari la prima settimana facciamo orario ridotto e invece siamo ai doppi turni pomeridiani.

ROSAMARIA AQUINO Ragazzi ma com’è la scuola di pomeriggio?

CLASSE Pesante

STUDENTE 1 Quando noi torniamo da scuola ci ritiriamo tardi, mangiamo e andiamo a letto e siamo diciamo più stanchi.

 ROSAMARIA AQUINO Che cosa è che facevi prima di venire a scuola di pomeriggio?

STUDENTE 2 Golf.

ROSAMARIA AQUINO Golf? E poi, da quando vieni qua che è successo?

STUDENTE 2 Non posso più praticarlo sicuramente il pomeriggio.

ROSAMARIA AQUINO Però avevi pagato le lezioni? STUDENTE 2 Sì. ROSAMARIA AQUINO E quindi mò?

STUDENTE 2 Eh! STUDENTE 3 Io di pomeriggio faccio l’international house, che è una scuola per studiare solo inglese. E questa settimana dovrò saltare.

STUDENTESSA Per venire a scuola è un problema perché prima venivo a piedi, adesso uscire a piedi la sera è diverso, quindi mi devo far venire a prendere dai miei genitori.

ANNA MARIA CATALANO - DIRIGENTE LICEO SCIENTIFICO “STANISLAO CANNIZZARO” PALERMO Comprendo lo spirito del rientro a scuola, in presenza, però bisognava mettere in campo delle condizioni, appunto, non da missione impossibile.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Per renderla possibile la preside ha fatto lavori interni eliminando la sala professori e la biblioteca, per riempirle degli studenti in eccedenza.

ANNA MARIA CATALANO - DIRIGENTE LICEO SCIENTIFICO “STANISLAO CANNIZZARO” PALERMO L’incipit di quella norma è: “La misura più importante del distanziamento di un metro, virgola, ove possibile”. Che vuol dire ove possibile? Uno stato non ti può dire ove possibile, ti deve dire come è possibile.

ROSAMARIA AQUINO Quando nelle indicazioni del ministero si indica un metro di distanziamento “ove possibile”, cosa si intende di preciso?

 PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Si intende riconoscere l’autonomia e la responsabilità delle scuole.

ANNA MARIA CATALANO – DIRIGENTE SCOLASTICO LICEO SCIENTIFICO “CANNIZZARO” PALERMO Cioè cosa devo fare? La scuola del ministro Bianchi è la scuola “affettuosa”. Ma che è ‘sta cosa? La scuola affettuosa? Io voglio la scuola efficiente che funziona e con i muri che non mi cade di sopra. Prima dell’affetto voglio le mura. Perché l’edilizia scolastica è una pietà.

ROSAMARIA AQUINO Noi abbiamo visto come si sono organizzati questi dirigenti scolastici e c’è chi si è improvvisato architetto, c’è chi ha invece cercato di gestire in doppi turni pomeridiani gli ingressi, c’è chi ha messo addirittura i ragazzi negli scantinati. Come può rassicurarli?

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Io non devo rassicurare nessuno. Io sto semplicemente garantendo che ci sono questi investimenti che stiamo realizzando ed è per questo che nel Pnrr, il famoso Piano nazionale di rilancio e resilienza, è stata data tanta attenzione proprio alla parte infrastrutturale. Posso dirle una cosa?

ROSAMARIA AQUINO Prego.

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Abbiamo spento? Non dia l’immagine dei presidi confusi.

ROSAMARIA AQUINO No, le dico solo cosa abbiamo, cosa ci hanno raccontato…

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Non offenda i nostri presidi.

ROSAMARIA AQUINO No, ma io non offendo…

PATRIZIO BIANCHI - MINISTRO DELL’ISTRUZIONE Lei li sta offendendo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma, non è che ci sembrano poi così confusi anzi loro che sono sul campo le idee chiare su come far funzionare la scuola ce le avrebbero eccome. Hanno un’emergenza, quella di applicare la normativa anti-covid che imporrebbe la distanza di almeno un metro tra uno studente all’altro ove, però, è possibile. Ma le decisioni che sono state prese, le politiche di questi anni hanno reso impossibile l’applicazione di questa norma. Insomma, non dimentichiamoci che ci sono solo il 42% degli istituti che hanno l’agibilità e poco più del 50% quelli che hanno il collaudo di staticità. E poi devono dialogare con vari enti, la provincia, il comune, lo Stato. E poi devono fare i conti le insegnanti con le scuole pollaio, c’è da redistribuire i ragazzi in vari spazi e però è complicato perché questa è una conseguenza dei tagli della politica del ministro Gelmini che ha tagliato dai 16 ai 17 mila insegnanti. Insomma, grattano i presidi lo spazio dove possono ma nemmeno tanto perché poi hanno gli scantinati pieni di mascherine che continuiamo a comprare, che non sono conformi o non sono adatte come quelle, per esempio, della Fca, che sono addirittura non conformi. E siccome i presidi hanno tanto tempo a disposizione, visto che li abbiamo messi a questa corsa a ostacoli, devono pure controllare lotto per lotto se sono conformi o meno. Però, poi, alla fine, arriva la panacea di tutti i mali: il Pnrr, 18 miliardi sono destinati alla scuola, ed è una buona notizia. Quella interlocutoria, però, è la domanda: ma come verranno spesi questi soldi? Chi controllerà come verranno spesi questi soldi? Perché noi negli anni siamo passati dalla buona scuola alla scuola affettuosa quando ci accontenteremmo che la scuola funzionasse, come dice la preside Catalano della scuola di Palermo, perché come dice Nelson Mandela l’istruzione è l’arma più potente che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo.

Paolo Russo per "la Stampa" il 30 novembre 2021. I contagi crescono e le classi tornano in dad anche se il contagiato è uno solo. La richiesta è partita dalle regioni e dopo il faccia a faccia "tecnico" di ieri con il ministero della Salute in tarda serata è arrivata la circolare firmata dal direttore della prevenzione dello stesso dicastero, Gianni Rezza, che "sospende" il protocollo firmato appena un mese fa da Iss e dalle stesse regioni con l'obiettivo di contenere la dad nelle scuole primarie e secondarie. Fino ad oggi se il contagiato in classe era soltanto uno, gli altri alunni restavano tutti in presenza, ma sotto osservazione con un tampone molecolare o rapido da fare subito e un altro a distanza di 5 giorni. Un arco di tempo durante il quale i ragazzi avrebbero dovuto continuare a seguire le lezioni in presenza. Ma l'aumento dei casi, impetuoso proprio nella fascia 12-19 anni, ha fatto saltare un po' tutti i piani, rendendo di fatto impraticabile il protocollo, come hanno lamentano le stesse regioni e i presidi. Le Asl non ce l'hanno fatta ad eseguire con tempestività i tamponi e così molti dirigenti scolastici non se la sono sentita di lasciare in presenza gli alunni senza un secondo test di verifica, preferendo a quel punto mettere di nuovo in dad tutta la classe. A volte anche per un periodo superiore ai dieci giorni canonici di isolamento in caso di contatti a rischio. Ora la circolare ministeriale prevede espressamente che «qualora le autorità sanitarie siano impossibilitate ad intervenire tempestivamente», «il dirigente scolastico, venuto a conoscenza di un caso confermato nella propria scuola, è autorizzato, in via eccezionale e urgente, a disporre la didattica a distanza per l'intero gruppo». Dad che durerebbe 10 giorni, come previsto per tutti i contatti stretti. Mascherine tirate su all'aperto per lo shopping natalizio anche in zona bianca è l'altra richiesta avanzata dalle regioni, spalleggiate questa volta dai sindaci, che con Omicron alle porte e gli assembramenti delle feste oramai vicini vanno in pressing sul governo, chiedendogli di "rinforzare" il decreto approvato appena la settimana scorsa. Per i Comuni ha parlato ieri il presidente dell'Anci Antonio Decaro. «A nome dei sindaci ho chiesto al governo di valutare l'opportunità di rendere obbligatorio l'uso della mascherina anche all'aperto su tutto il territorio nazionale, dal 6 dicembre al 15 gennaio». «Se ci fosse un provvedimento nazionale -ha aggiunto- sarebbe tanto di guadagnato perché daremmo un segnale unico al Paese, perché usare la mascherina anche all'aperto significa ridurre del 50% il rischio di contagio». Sulla stessa lunghezza d'onda sono le regioni, che al tavolo tecnico con la salute hanno rinnovato la richiesta, che attende però una risposta a livello politico. Perché per chiudere di nuovo naso e bocca a tutti quando si esce di casa bisogna modificare il decreto appena approvato. E questo non è detto vada a genio al Premier Draghi. Per questo in caso di niet dell'Esecutivo le regioni a più ampia diffusione di contagio e le città più grandi, Roma, Napoli e Milano in testa, sono pronte ad andare per conto loro, imponendo l'obbligo perlomeno nelle vie dello shopping e negli assembramenti dove non è possibile mantenere il metro di distanziamento. Una opzione che ha ricevuto ieri l'ok anche degli esperti del Cts, che esaminando i protocolli regionali di sicurezza sulle varie attività, hanno invece ritenuto inutile la misurazione della temperatura. L'incontro Salute-regioni è però servito anche a ribadire, ancor più in tempi di Omicron, la validità della strategia delle tre T: tracciare, testare e trattare. Nonostante l'infornata di oltre duemila sanitari, avviata dal decreto di oltre un anno fa voluto da Speranza per potenziare il contact tracing, ad oggi i cacciatori di virus delle Asl sono rimasti sempre gli stessi, rivela il monitoraggio settimanale a cura dell'Iss. Che nei rapporti del 26 novembre su controllo delle varianti, in merito al sequenziamento del virus, indispensabile per individuare proprio le nuove versioni del virus, mostri ancora una situazione di grave ritardo, con Toscana e Liguria a quota zero e Piemonte, Valle d'Aosta, Veneto, Trentino e Puglia ampiamente sotto l'1% dei casi rilevati, quando la soglia minima raccomandata dall'Ecdc europeo è del 5%. Intanto il generale Figliuolo è pronto ad accelerare sulle vaccinazioni. «Da mercoledì primo dicembre a domenica 12 somministreremo 4,6 milioni di dosi», ha assicurato, con l'obiettivo quindi di raggiungere le 400 mila somministrazioni al giorno. In una circolare inviata alle Regioni ha sottolineato che la priorità restano comunque le prime dosi e i booster ai più fragili. Mentre per i bambini da 5 agli 11 anni si partirà dal 23 dicembre.

Valentina Arcovio per "il Messaggero" il 30 novembre 2021. In classe con i cappotti e le finestre sempre aperte. E' questo l'unico protocollo anti-Covid a cui la stragrande maggioranza delle scuole italiane ha affidato la protezione di studenti e operatori dal virus Sars-CoV-2. Impianti di aerazione e ventilazione e rilevatori CO2: poco o nulla. Sanificatori: idem, per i forti dubbi sul reale rapporto costi-benefici. Mascherine: sì, ma troppo spesso di bassa qualità. E in attesa che la vaccinazione anti-Covid venga estesa ai bambini nella fascia d'età 5-11 anni - che secondo il coordinatore del Comitato tecnico scientifico e presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, è prevista per «il 23 di dicembre, poi magari sarà qualche giorno prima o qualche giorno dopo» - il rischio di uno tsunami di contagi nelle scuole diventa ogni giorno sempre più probabile. «Il vero problema è che non sappiamo se e come i dirigenti scolatici e gli enti locali hanno investito le risorse messe a disposizione», sottolinea Adriana Bizzarri, coordinatrice scuola di Cittadinanzattiva. Lo scorso agosto il ministero dell'Istruzione ha aperto le candidature per l'assegnazione di un totale di 270 milioni di euro agli enti locali per lavori di edilizia leggera e affitti di spazi per la didattica. La misura fa parte degli interventi previsti per l'avvio dell'anno scolastico in presenza e in sicurezza. A questi vanno aggiunti i 350 milioni di euro, inseriti all'interno del decreto Sostegni bis, destinati ai dirigenti scolastici «per l'acquisto di dispositivi di protezione e di materiale per l'igiene individuale o degli ambienti, ma anche per interventi a favore della didattica per le studentesse e gli studenti con disabilità, disturbi specifici di apprendimento e altri bisogni educativi speciali, per potenziare gli strumenti digitali, per favorire l'inclusione e contrastare la dispersione scolastica attraverso il potenziamento dell'offerta formativa». E ancora: i fondi sono stati stanziati anche «per l'acquisto di servizi professionali, di formazione e di assistenza tecnica per la sicurezza sui luoghi di lavoro, per l'assistenza medico-sanitaria e psicologica»; per l'acquisto di «strumenti per l'aerazione e quanto ritenuto utile per migliorare le condizioni di sicurezza all'interno degli istituti». Tantissime le opzioni per mettere in sicurezza le scuole. «Forse anche troppe», commenta Bizzarri. «Non sappiamo in che modo le scuole abbiano utilizzato queste risorse, ma stando alle segnalazioni che ci sono pervenute ci sono ancora problemi: a cominciare dagli spazi ancora insufficienti fino anche alle mascherine di scarsa qualità», dice Bizzarri. Sugli impianti di aerazione, una delle misure più costose, ma anche tra le più efficaci, c'è ancora molta confusione. La conseguenza è che scuole che hanno acquistato apparecchi per l'aerazione sono poche. «In realtà, gli impianti di aerazione non sono lavori che dipendono da noi, ma sono di competenza degli enti locali», dice Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi (Anp). D'altro canto le scuole che si sono dotate di rilevatori di CO2 sono pochissime. Eppure, questi strumenti consentono di rilevare la concentrazione di anidride carbonica che, se troppo alta, è un segnale che l'ambiente è scarsamente ventilato e che quindi il virus può trasmettersi facilmente. «Le scuole hanno utilizzato le risorse per adeguare maggiormente gli uffici, dotandoli ad esempio di separé di plexiglas, e acquistando mascherine», riferisce Giannelli. «Ma di più, come interventi strutturali, non si poteva fare», aggiunge. Che le cose non siano andate come avrebbero dovuto è evidente anche solo guardando la crescita della curva dei contagi nei bambini e nei ragazzi in età scolare.

GLI INVESTIMENTI «Occorre avere maggiore attenzione per le scuole perché in questo momento sono il punto debole», dice Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministero della Salute, secondo il quale c'è la necessità che gli studenti siano in classe distanziati e che i locali siano ventilati. «Ci sono degli elementi di debolezza frutto di mancati investimenti», sottolinea. Anche sul fronte degli screening con i test salivari si poteva fare di più. «A essere coinvolte sono sempre le stesse scuole e anche in questo caso i dati che abbiamo a disposizione sono molto scarsi», sottolinea Bizzarri. Per il presidente dell'Anp si doveva fare di più e prima. «Magari mettendo subito l'obbligo vaccinale», dice. «Ormai è chiaro a tutti che per proteggerci di più, scuole comprese, dobbiamo vaccinare di più», conclude. 

L’età colpevole. Il Covid ha rovinato le vite dei giovani italiani, ma non lo si vuole dire. Dario Ronzoni su l'Inkiesta il 26 novembre 2021. In un Paese familista e paternalista, i ragazzi sono passati dall’essere un problema trascurabile a veri e propri untori. Frutto di una narrazione che, spiega il professor Vincenzo Galasso nel suo ultimo libro (pubblicato da Egea) riflette una società che non investe nel futuro e, anzi, guarda con diffidenza alle nuove generazioni. Nonostante le frasi benauguranti, non siamo diventati migliori con la pandemia. Anzi, già nel periodo più duro del lockdown (quello del marzo 2020) era cominciata una sorta di caccia all’untore, appoggiata dai media e sostenuta da una narrativa ben radicata: quella contro i giovani. Lo ricorda Vincenzo Galasso, ordinario di Economia in Bocconi, nel suo ultimo libro: “Gioventù smarrita. Restituire il futuro a una generazione incolpevole” (Egea editore). I rimproveri verso i ragazzi sono partiti fin da subito: sono stati accusati di avere «una percezione distorta del rischio tipica dell’adolescenza, un comportamento sfidante, aggressivo». Per il sindaco di Bologna «non hanno compreso bene che il virus si propaga attraverso le persone». Sul Corriere della Sera si è parlato di loro come «i nostri grandi untori» (marzo 2020), come un insieme di persone «insofferente a regole e costrizioni» (agosto 2020), addirittura erano «degli assassini» (maggio 2020, secondo Antonio Sechi, ex primario dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino). A questo quadro si sono aggiunte le chiusure anti-movida, le fotografie della Darsena di Milano, il coprifuoco alle 22 e non alle 23 (su cui i virologi si accapigliavano con la foga di una disputa teologica). Il sottotesto era ovvio: gli anziani morivano e i giovani se ne infischiavano, proprio perché meno a rischio. O meglio ancora, i più vecchi erano le vittime e i giovani, in un certo senso, erano i responsabili. Eppure le cose non stavano così. Anzi. Secondo le indagini campionarie del progetto REPEAT (REpresentations, PErceptions and ATtitudes on the Covid-19), i giovani sono stati più che ligi. A marzo, su una scala di 10, i giovani avevano un punteggio di 9, mentre le altre fasce d’età di 9,35. Ad aprile erano migliorati e saliti a 9,18, mentre il resto della popolazione aveva mollato un po’ la presa con 9,28. Se qualche differenza c’è stata nel corso dei mesi, soprattutto a livello di mascherine e assembramenti, è stata minima: i giovani evitavano contatti fisici con un punteggio di 8,84, mentre il resto della popolazione arrivava a 9,44. Una scollatura reale che non giustificava le prese di posizioni contro i ragazzi. «I dati dimostrano che la narrativa diffusa era falsa, anzi: era una follia», spiega Vincenzo Galasso a Linkiesta. «Si spiega sia con la radicata mentalità paternalista del Paese» sia «con un calcolo politico. Il governo dell’epoca ha messo in atto un’operazione di blame avoidance. Ha impostato la questione in modo che se le misure non fossero funzionate la colpa sarebbe stata dei cittadini, evitando di considerare i suoi errori e le sue mancanze». E così si è finito per puntare il dito sui ragazzi. Oltre alla colpa, si aggiunge la sottovalutazione delle sofferenze dei più giovani. «Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è perché, in quanto padre e professore, ho potuto vedere di persona gli effetti del lockdown e della DAD sui ragazzi». Il 2020 e in parte il 2021 sono stati in questo senso due anni perduti. La chiusura delle scuole – la più lunga in Europa è avvenuta proprio in Italia, mentre altri Paesi hanno cercato di mantenere un approccio più equilibrato – si è accompagnata alla perdita di una serie di occasioni sociali, di crescita, di momenti di passaggio simbolici ma rilevanti. La stessa maturità semplificata ha indebolito un rito e svuotando in parte il senso di cinque anni di studio e la soddisfazione di avere compiuto un percorso. «È facile dire che, in fondo, non si tratta di una grande perdita», continua Galasso, «e che in quanto giovani avranno modo di rifarsi». Non è così. Quanto avviene in quegli anni, gli impressionable years, segnano le persone, contribuiscono a formare valori, attitudini e visione del mondo. È un periodo fondamentale, che definisce il distacco dall’educazione dei genitori a quella che nel libro viene definita «un’insaziabile interazione con il mondo che sta fuori». Rinunciare a questo, anche se sembra cosa da poco (e non sono mancati paragoni con i coetanei di cento anni prima, costretti a stare in trincea a uccidersi) ha effetti di lungo periodo. «Non solo», continua Galasso a Linkiesta. «Ai giovani non è stato concesso il beneficio di poter soffrire. Lo dovevano fare di nascosto. Gli effetti della pandemia su di loro, a fronte della tragedia degli anziani, sono stati trattati in modo residuale». Ad esempio, sull’istruzione ci si è affidati alla didattica a distanza, «adottata in modo uniforme per fasce di età diverse, con risultati fin troppo chiari: i test Invalsi del 2021, rispetto a quelli del 2019, sono un disastro». È un problema, ma gli effetti del Covid nell’istruzione vengono rimossi, «non li si vuole vedere. E questo è sbagliato dal punto di vista culturale e, direi, anche dal punto di vista morale. La povertà educativa va affrontata. Fa parte di quelle cicatrici che restano per sempre e segnano gli anni successivi, anche quelli dopo gli studi». Lo dicono gli studi: cominciare a lavorare in un anno di crisi ha effetti di lunga durata, «riduce le possibilità di carriera perché, spesso, si rimane nel posto di lavoro iniziale, anche se non è quello più adatto. Si perde slancio e sicurezza di sé, ci si autocolpevolizza». Il risultato lo si vede da una ricerca americana: chi si laurea in un anno di crisi avrà, anche a distanza di anni, uno stipendio più basso rispetto a chi si è laureato in tempi migliori. Per l’esattezza, scenderà del 3,8% per ogni punto di disoccupazione in più, rispetto al 2% dei senior. Insomma, i giovani sono davvero smarriti e si fa poco o nulla per aiutarli a orientarsi. «La scuola non è più da tempo un ascensore sociale. I genitori avevano capito, decenni fa, che investire nell’istruzione dei figli li avrebbe aiutati ad avere un lavoro migliore. Ora la situazione è cristallizzata ed è un problema che riguarda tutte le società occidentali. In Italia è reso più grave dall’alto tasso di dispersione scolastica e dal divario Nord-Sud». Una questione enorme, di cui non esiste una sola soluzione. «Ma si può partire da alcune piccole cose. Io propongo, per esempio, di modificare il calendario, estendendo a tutto il Paese il pomeriggio a scuola e, magari togliere il sabato. E anche riducendo la vacanza estiva: tre mesi di lontananza da scuola – a meno che le famiglie non spingano per viaggi all’estero, corsi di lingua e attività di volontariato – abbattono il capitale scolastico». Un’altra cosa da fare è «spendere per l’istruzione, non per le pensioni». L’Italia è un Paese che «pensa moltissimo ai giovani a livello personale, cioè investe molto sui figli. Ma non dal punto di vista generazionale. Come società, i soldi sono dati agli anziani perché siano loro a lasciarli ai più giovani. Siamo troppo familisti e paternalisti». Invece andrebbero impiegati nella scuola, anche per valorizzare gli insegnanti. «È un lavoro che ha perso ogni forma di gratificazione e di prestigio sociale. Chi lo fa bene è spinto soltanto da ragioni personali e di passione per la sua missione. Gli altri si limitano al minimo sindacale. E gli effetti sono deleteri». Servono allora nuovi criteri di assunzione, dando più peso alla formazione e alla qualità. «La riforma della scuola non può più essere fatta contro i docenti, ma deve incanalare una richiesta di maggiore professionalità e di competenza». Anche perché – è il caso dell’inglese – i ragazzi, abituati a serie e film in lingua originale, si accorgono subito se il docente è preparato o meno. Per la politica è più semplice, però, ragionare in termini elettorali e premiare le pensioni. «È anche un target più facile da accontentare. Basta puntare appunto sulle pensioni e la sanità. Per i giovani la ricetta è più complicata, hanno interessi più variegati ed è difficile promuovere politiche che accolgano un ampio consenso». Quello che serve ai giovani, che mostrano una leggera inclinazione per l’autoritarismo (cioè hanno meno problemi rispetto agli altri di fronte all’idea di una figura non controllata dal Parlamento, emerge dai sondaggi) ma si sono messi in fila per le vaccinazioni «anche secondo un ragionamento pragmatico, cioè quello di riprendersi la propria libertà» e non si fanno incantare dalla propaganda no-vax (che invece raccoglie adesioni tra i 40-60enni), è più attenzione e, al tempo stesso, più spazio. «Sono loro che abiteranno il futuro e noi dobbiamo garantirgli l’opportunità di crescere e di lasciare loro indipendenza». Serve anche una buona dose di gratitudine: nonostante la narrativa, si sono sacrificati, trascurando gli anni più significativi della loro gioventù, per la collettività. E il libro di Galasso ha il merito di dargliene atto.

(ANSA il 5 ottobre 2021) - Più di un adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato e tra questi 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni ragazze. Un disagio che a volte può diventare insopportabile e che porta quasi 46.000 adolescenti ogni anno a togliersi la vita ogni anno, più di uno ogni 11 minuti. A lanciare l'allarme è l'Unicef attraverso il rapporto "La Condizione dell'infanzia nel mondo - Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani", presentato oggi. L'ansia e la depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati e i tassi in percentuale sono più alti in Medio Oriente e Nord Africa, in Nord America e in Europa Occidentale. In alcuni casi il disagio mentale è tale che da lasciare i giovani con la sensazione di non avere una via di uscita. E così il suicidio è, nel mondo, una fra le prime cinque cause di morte fra i 15 e i 19 anni ma in Europa occidentale diventa la seconda, con 4 casi su 100.000, dopo gli incidenti stradali. Le problematiche di salute mentale diagnosticate, tra cui ADHD, ansia, autismo, disturbo bipolare, disturbo della condotta, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia, danneggiano i bambini e anche la società nel suo insieme. Una nuova analisi della London School of Economics presente nel rapporto indica che il mancato contributo alle economie a causa dei problemi di salute mentale che portano a disabilità o morte tra i giovani è stimato in quasi 390 miliardi di dollari all'anno. A fronte di questo, "i governi stanno investendo troppo poco per affrontare questi bisogni fondamentali", ha dichiarato il direttore generale dell'Unicef Henrietta Fore. A livello globale, infatti, agli interventi per la salute mentale viene destinato circa il 2% dei fondi governativi per la salute. "Troppo poco rispetto alle necessità", mette in guardia il rapporto.

Dagotraduzione dal Guardian il 6 ottobre 2021. Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, quasi una persona su cinque tra i 15 e i 24 anni in tutto il mondo afferma di sentirsi spesso depresso. L'agenzia per i bambini, l'Unicef e la Gallup hanno condotto interviste in 21 paesi durante i primi sei mesi dell'anno. Quasi tutti i bambini in tutto il mondo sono stati colpiti da restrizioni, chiusura delle scuole e interruzione delle routine. Il rapporto, pubblicato martedì, spiega che insieme alla preoccupazione per il reddito e la salute della famiglia, molti giovani si sentono spaventati, arrabbiati e incerti per il futuro. Quasi un terzo dei bambini in Camerun ha affermato di sentirsi spesso depresso o di avere scarso interesse nel fare le cose, mentre un bambino su cinque nel Regno Unito e un bambino su 10 in Etiopia e Giappone si sentivano così. I risultati non riflettono i livelli di depressione diagnosticata, ma mostrano come si sono sentiti bambini e giovani durante la pandemia di Covid-19. La mancanza di raccolta di dati e di monitoraggio di routine significava che il quadro dello stato di salute mentale e dei bisogni dei giovani nella maggior parte dei paesi era estremamente limitato. Il rapporto ha evidenziato come si stima che più di un bambino su sette di età compresa tra 10 e 19 anni (13%) conviva con un disturbo di salute mentale diagnosticato: 89 milioni di ragazzi e 77 milioni di ragazze. «Sono stati 18 mesi lunghissimi per tutti noi, specialmente per i bambini. Con i blocchi a livello nazionale e le restrizioni di movimento legate alla pandemia, i bambini hanno trascorso anni indelebili della loro vita lontano dalla famiglia, dagli amici, dalle aule, dal gioco, elementi chiave dell'infanzia», ha affermato Henrietta Fore, direttore esecutivo dell'Unicef. «L'impatto è significativo, ed è solo la punta dell'iceberg. Anche prima della pandemia, troppi bambini erano gravati dal peso di problemi di salute mentale non affrontati», spiega il documento. Che riporta un dato: nel mondo ogni 11 minuti un bambino si ammazza. Ogni anno circa 45.800 adolescenti muoiono per suicidio, la quinta causa di morte più diffusa per i bambini di età compresa tra 10 e 19 anni. Per i giovani di 15-19 anni, è la quarta causa di morte più comune, dopo l'incidente stradale, la tubercolosi e la violenza interpersonale. Secondo il rapporto, è la terza causa di morte per le ragazze in questa fascia di età, e la quarta per i ragazzi. «È davvero brutto», ha detto Ann Willhoite, specialista in salute mentale e supporto psicosociale all'Unicef. I problemi di salute mentale diagnosticati, tra cui ansia, autismo, disturbo bipolare, ADHD, depressione, disturbi alimentari e schizofrenia, possono danneggiare in modo significativo la salute, l'istruzione e il futuro dei bambini e dei giovani. Inoltre i problemi di salute mentale non trattati hanno un impatto sulle economie mondiali. Una nuova analisi della London School of Economics, inclusa nel rapporto, ha mostrato che il prezzo economico di tale negligenza è di 387,2 miliardi di sterline (circa 285 miliardi di euro) all'anno. Nonostante la richiesta di sostegno, la spesa pubblica per la salute mentale rappresenta globalmente il 2,1% dell'importo totale speso per la salute in generale. In alcuni dei paesi più poveri del mondo, i governi spendono meno di 1 dollaro a persona per curare le condizioni di salute mentale. Il numero di psichiatri specializzati nel trattamento di bambini e adolescenti è inferiore allo 0,1 per 100.000 in tutti i paesi tranne quelli ad alto reddito, dove la cifra è di 5,5 per 100.000. Gli investimenti nella promozione e nella protezione – diversi dal trattamento e dalla cura dei bambini che affrontano gravi sfide – della salute mentale sono estremamente bassi. La mancanza di investimenti significa che le persone che lavorano in una serie di settori, tra cui l'assistenza sanitaria di base, l'istruzione e i servizi sociali, non sono in grado di affrontare i problemi di salute mentale. «La salute mentale è una parte della salute fisica - non possiamo permetterci di continuare a considerarla diversamente», ha affermato Fore. «Per troppo tempo, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, abbiamo visto troppa poca comprensione e troppo poco investimento per un elemento fondamentale che serve a massimizzare il potenziale di ogni bambino. Questo deve cambiare».

Fabio Savelli per il "Corriere della Sera" il 4 ottobre 2021. Banchi monoposto un po' più lunghi del previsto. Non in grado di rispettare il distanziamento tra i ragazzi, perché di 74 centimetri e non di 60, la misura massima consentita. Banchi soprattutto non anti incendio, nel rapporto con la superficie di metri cubi della classe, e dunque potenzialmente pericolosi per i ragazzi. Soprattutto un ritiro di emergenza - rivelato dal quotidiano Il Tempo - di 110mila banchi in 136 diversi istituti in tutta Italia, affidato alla struttura commissariale guidata dal generale Francesco Figliuolo. Tramite un assegno di 172.987,08 euro al netto dell'Iva staccato dallo stesso Commissariato alla ditta di trasporti Jet Air Service Spa , iscritta alla Camera di commercio italo-cinese. Per ritirare i banchi in fretta e furia, visto il suo rapporto consolidato con le rotte del Far East che le ha permesso di gestire in passato anche le spedizioni di attrezzature sanitarie, come mascherine e dispositivi medici, dalla Cina verso l'Italia. Dopo i banchi a rotelle, commissionati dall'allora ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina e usati col contagocce dalle scuole, ora il caso dei monoposto. Sul tavolo inevitabilmente c'è la gestione delle forniture della vecchia struttura commissariale guidata dall'ex commissario all'emergenza (e numero uno dell'agenzia per lo sviluppo Invitalia) Domenico Arcuri. Per mitigare i potenziali rischi nelle scuole che li avevano in dotazione, ci sarebbe stato un vertice il 6 luglio scorso che ha coinvolto la struttura tecnica del ministero, guidato ora da Patrizio Bianchi. Si sarebbe deciso di procedere alla rimozione in previsione del nuovo anno scolastico e perciò è stata contattata la nuova struttura commissariale che gestisce i conti delle forniture in questa fase emergenziale. Per farlo è stata necessaria una determina, datata 21 settembre, che ha steso il piano logistico per ritirare questi arredi realizzati dalla portoghese Nautilus che sottoscrisse due contratti durante la gestione Arcuri. Il primo, da 2,2 milioni, per la fornitura di 70mila sedie. Il secondo, da 7,3 milioni, appunto per questi 110mila banchi non a norma, soprattutto se il loro numero all'interno di una classe sia superiore alla superficie di metri cubi totale consentita per la legge anti-incendio. Fonti della vecchia gestione rilevano però che il contratto di fornitura con la portoghese Nautilus era di solo 37mila banchi, di cui 6mila non erano stati accettati dai dirigenti scolastici per le dimensioni eccessive. Erano stati scelti da una commissione tecnica in cui figuravano anche due membri del ministero dell'Istruzione e uno dell'Inail. La portoghese Nautilus era finita da tempo nel mirino tanto che la vecchia struttura commissariale aveva deciso di rescindere il contratto 19 ottobre 2020 perché la merce veniva consegnata in ritardo. Quel che invece è certo è che il cambio di passo tra le due strutture, deciso il 1° marzo dal governo Draghi, determina inevitabilmente un'eredità sugli approvvigionamenti che si scopre giorno dopo giorno. Le procedure di emergenza dettate dalla crisi sanitaria hanno imposto una politica di accentramento. Ora l'ennesimo conto a carico di tutti.

Lorena Loiacono per “Il Messaggero” il 19 settembre 2021. Appena una settimana di scuola e già si contano, da Nord a Sud, centinaia di classi in quarantena. Il numero è destinato a crescere e si pensa, allora, a come fermare i disagi che, un anno fa, misero in ginocchio la didattica in presenza. E le possibilità d’adottare, già approvate o ancora al vaglio degli esperti, vanno dalla quarantena ridotta per i vaccinati alle mini-bolle da isolare in caso di positivi in classe. Da lunedì scorso sono rientrati tra i banchi oltre 4milioni di ragazzi e oggi si concluderà il rientro con le ultime scuole, in Puglia e Calabria: in questi primi giorni di lezione, però, sono iniziate anche le prime chiusure con i casi di positivi che, come da protocollo, stanno mandando in quarantena l'intera classe. Difficile contarne il numero complessivo ma si tratta di centinaia di casi in tutta Italia. A cui si aggiungeranno i nuovi contagi che arriveranno, inevitabilmente, proprio a seguito della ripartenza delle attività. «I contagi nelle classi erano ampiamente prevedibili - ha spiegato Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi - bisogna pensare che in Italia ci sono 400 mila classi, circa. La metà sono di under 12 e quindi non possono vaccinarsi ancora e l'altra metà, invece, è per gran parte vaccinata. È chiaro che più gente si vaccina e meno ragazzi in quarantena avremo». Per ora infatti solo gli over12 possono accedere al vaccino, per i più piccoli si resta in attesa dell'autorizzazione internazionale. Quindi i casi di positivi in classe ci sono e ci saranno, soprattutto a causa della variante Delta che già nei mesi estivi ha dimostrato di saper contagiare anche i più giovani. Ma che cosa accade, quando si verifica un caso di positività a scuola? Va in quarantena tutta la classe. Ma con diverse modalità: quest'anno infatti, a differenza di un anno fa, ci sono tre diversi tipi di quarantena. Alla quella normale di 10 giorni, per i non vaccinati, si è aggiunta quella in formato ridotto da 7 giorni per coloro che, tra docenti e studenti, sono vaccinati. Resta poi l'isolamento a 14 giorni per chi non vuole sottoporsi al tampone e non ha sintomi da 7 giorni. La possibilità di ridurre i giorni di isolamento da 10 a 7 è una strada che punta a ridurre la quarantena per la classe e quindi, di conseguenza, le lezioni in didattica a distanza. Vale per gli studenti ma anche per i docenti che, in questo modo, tornano prima a lezione e riducono i giorni di assenza in cattedra anche nelle altre classi, quelle che altrimenti resterebbero scoperte. Un aspetto non di poco conto visto che lo scorso anno già in autunno tante scuole, alle prese con più classi in quarantena contemporaneamente, decidevano di chiudere per due settimane perché altrimenti, con i docenti in quarantena, non sapevano come far lezione nelle altre classi. Un problema che riguardava soprattutto le scuole superiori dove i professori insegnato in più sezioni. Sulla stessa linea si sta ipotizzando la quarantena ristretta alle mini bolle: vale a dire che, quando uno studente risulta positivo, si va ad isolare solo i compagni più stretti, non l'intera classe. Nelle scuole dove i posti al banco sono fissi, si potrebbe isolare solo i vicini di banco fino a un gruppo di 6. Per ridurre al minimo i disagi anche alle famiglie. In questa ottica il docente, seduto a due metri di distanza, potrebbe addirittura restare fuori dalle bolle. Ma per ora la possibilità di individuare le mini bolle non è prevista dal Cts che conferma il protocollo di sicurezza già in uso, vale a dire mettere in quarantena tutti i contatti. Per poter individuare le mini bolle è necessario poter contare sui posti fissi in classe e a scuola. «Fino ad ora la tendenza è quella di mettere l'intera classe in quarantena in caso di positività di un alunno - ha spiegato ancora Giannelli dell'Anp - la Asl ha il compito di fare il contact tracing per capire chi va messo in quarantena ma non ha la possibilità di fare indagini a tappeto e quindi la cosa più semplice e sicura è quella di mettere in quarantena tutte le classi con un caso di positività». 

Banchi a rotelle, nuovo flop: «Vanno ritirati, sono fuori dalle norme anti-incendio». Fabio Savelli su Il Corriere della Sera il 3 Ottobre 2021. Fuori dalla norma anti-incendio 110mila banchi a rotelle anti-Covid in 136 scuole. La difficile staffetta tra i commissari Arcuri e Figliuolo. Banchi monoposto un po’ più lunghi del previsto. Non in grado di rispettare il distanziamento tra i ragazzi, perché di 74 centimetri e non di 60, la misura massima consentita. Banchi soprattutto non anti-incendio, nel rapporto con la superficie di metri cubi della classe, e dunque potenzialmente pericolosi per i ragazzi. Soprattutto un ritiro di emergenza — rivelato dal quotidiano Il Tempo — di 110mila banchi in 136 diversi istituti in tutta Italia, affidato alla struttura commissariale guidata dal generale Francesco Figliuolo. Tramite un assegno di 172.987,08 euro al netto dell’Iva staccato dallo stesso Commissariato alla ditta di trasporti Jet Air Service Spa, iscritta alla Camera di commercio italo-cinese. Per ritirare i banchi in fretta e furia, visto il suo rapporto consolidato con le rotte del Far East che le ha permesso di gestire in passato anche le spedizioni di attrezzature sanitarie, come mascherine e dispositivi medici, dalla Cina verso l’Italia. Dopo i banchi a rotelle, commissionati dall’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e usati col contagocce dalle scuole, ora il caso dei monoposto. Sul tavolo inevitabilmente c’è la gestione delle forniture della vecchia struttura commissariale guidata dall’ex commissario all’emergenza (e numero uno dell’agenzia per lo sviluppo Invitalia) Domenico Arcuri. Per mitigare i potenziali rischi nelle scuole che li avevano in dotazione, ci sarebbe stato un vertice il 6 luglio scorso che ha coinvolto la struttura tecnica del ministero, guidato ora da Patrizio Bianchi. Si sarebbe deciso di procedere alla rimozione in previsione del nuovo anno scolastico e perciò è stata contattata la nuova struttura commissariale che gestisce i conti delle forniture in questa fase emergenziale. Per farlo è stata necessaria una determina, datata 21 settembre, che ha steso il piano logistico per ritirare questi arredi realizzati dalla portoghese Nautilus che sottoscrisse due contratti durante la gestione Arcuri. Il primo, da 2,2 milioni, per la fornitura di 70mila sedie. Il secondo, da 7,3 milioni, appunto per questi 110mila banchi non a norma, soprattutto se il loro numero all’interno di una classe sia superiore alla superficie di metri cubi totale consentita per la legge anti-incendio. Fonti della vecchia gestione rilevano però che il contratto di fornitura con la portoghese Nautilus era di solo 37mila banchi, di cui 6mila non erano stati accettati dai dirigenti scolastici per le dimensioni eccessive. Erano stati scelti da una commissione tecnica in cui figuravano anche due membri del ministero dell’Istruzione e uno dell’Inail. La portoghese Nautilus era finita da tempo nel mirino tanto che la vecchia struttura commissariale aveva deciso di rescindere il contratto 19 ottobre 2020 perché la merce veniva consegnata in ritardo. Quel che invece è certo è che il cambio di passo tra le due strutture, deciso il 1° marzo dal governo Draghi, determina inevitabilmente un’eredità sugli approvvigionamenti che si scopre giorno dopo giorno. Le procedure di emergenza dettate dalla crisi sanitaria hanno imposto una politica di accentramento. Ora l’ennesimo conto a carico di tutti.

Paolo Bracalini per “il Giornale” il 18 settembre 2021. I banchi a rotelle, uno dei simboli della stagione Conte-Arcuri-Azzolina e dei loro fallimenti nella gestione della pandemia («una cartolina del passato» li ha definiti il ministro Bianchi scatenando le ire del M5s, il partito dell'ex ministra Azzolina). È possibile trovarli nelle sale di attesa dei centri vaccinali, come è successo a Vasto, oppure a migliaia accatastati nei magazzini e mai utilizzati perchè causano «problemi posturali ai ragazzi», come ha denunciato Snals (sindacato lavoratori della scuola) in Veneto, oppure (anche qui, a migliaia) in un capannone a Pomezia, oppure a scuola sì, ma messi da parte in qualche angolo, come ha raccontato Uilscuola Piemonte. Più difficile invece trovarli dove dovrebbero essere, cioè nelle aule dove si fa lezione. Quanti, dei 434mila banchi a rotelle, ampollosamente chiamati «sedute alternative», comprati per circa 100milioni di euro sono infatti stati veramente utilizzati dalle scuole? Il ministero dell'Istruzione non fornisce un numero, perchè - spiegano dal Miur - l'impiego dei banchi è responsabilità dei singoli dirigenti scolastici, quindi non esiste un report ufficiale su che fine abbiano fatto. Bisogna quindi accontentarsi dei numeri ufficiosi, che fotografano un flop devastante. La cifra che circola nei corridoi ministeriali, riportato da Repubblica, è il 50%, un banco a rotelle su due sarebbe finito a prendere polvere da qualche parte. Ma c'è un altro sondaggio che racconta una situazione persino peggiore. Lo ha condotto la rivista «Tecnica della scuola», su un campione di oltre mille soggetti tra docenti, dirigenti scolastici e personale Ata. Alla domanda «Come sono stati utilizzate le sedute innovative o banchi a rotelle?, il 72% ha risposto «non sono stati utilizzati affatto», il 10% «per la didattica nei laboratori», e solo il 17% «per la didattica nell'aula ordinaria». Cioè in meno di 2 casi su 10 i banchi a rotelle della premiata ditta Arcuri-Azzolina sono stati realmente usati in classe, gli altri sono stati dirottati nei laboratori oppure non utilizzati per niente. Anche perché molte scuole si sono lamentate della scarsa comodità dei banchi, incompatibili con un utilizzo prolungato di ore come avviene in classe. Un'altra domanda dello stesso sondaggio, poi, che non c'è niente di innovativo anche in quei pochi casi in cui il banco a rotelle è utilizzato in aula, perché «nel 74% dei casi i docenti affermano che anche in presenza di banchi innovativi la didattica è rimasta la stessa, legata alla lezione frontale». Quando viene usato, lo si usa come se fosse un normalissimo banco. Un'enorme spesa per niente, quindi? È più che un sospetto. Alla Corte dei conti sono arrivate denunce per appurare se non ci sia stato un danno erariale nell'acquisto degli inutili banchi. Tanto inutili che 450 scuole di otto regioni, a luglio, hanno fatto domanda di sostituire i banchi di Arcuri con 50mila banchi tradizionali e rispettive sedie. I fondi per questa nuova fornitura arrivano dal Decreto Sostegni bis dello scorso maggio, che ha stanziato 6 milioni di euro per «l'acquisizione di arredi scolastici». Arredi normali, senza rotelle.

Gianna Fregonara per corriere.it il 24 agosto 2021.

Quando ricomincia la scuola?

Le scuole riaprono il primo settembre, ma gli studenti tornano in classe per la maggior parte il 13. Gli esami di riparazione alle superiori si svolgono in genere all’inizio del mese, ma alcune scuole anticipano già alla fine di agosto. 

A scuola si usa la mascherina?

Sì, dai sei anni in su è obbligatorio l’uso di mascherine chirurgiche anche al banco. Nelle scuole materne le useranno soltanto gli insegnanti. Nelle classi in cui ci sono studenti non udenti si useranno mascherine trasparenti. 

Le scuole le distribuiranno come lo scorso anno?

Sì, è previsto anche per quest’anno che le scuole distribuiscano mascherine chirurgiche per gli studenti e per il personale. 

C’è ancora il vincolo della distanza di un metro tra banco e banco?

Il distanziamento di un metro non è più obbligatorio ma soltanto raccomandato. Dove non ci sia sufficiente spazio, si può derogare purché si mantengano le altre misure sanitarie. Tra banco e cattedra è previsto un distanziamento di due metri ove possibile. 

Si misura la temperatura all’ingresso?

No, la temperatura va misurata a casa. 

Il Green pass è obbligatorio?

Sì, ma soltanto per il personale scolastico. Chi non è vaccinato e non ha l’esenzione deve sottoporsi a tampone ogni 48 ore. 

Chi paga il tampone?

Il tampone è a carico del personale a meno che si tratti di persone fragili che non possono essere vaccinate.

Chi controlla il Green pass?

Deve essere il preside o un suo delegato. Secondo le norme attuali va controllato ogni giorno ma il ministero e il garante della Privacy stanno lavorando per trovare una soluzione più semplice per il controllo. 

Cosa succede se un insegnante non ha il Green pass?

Dal primo settembre al 31 dicembre non potrà entrare a scuola. E se non provvede entro quattro giorni viene sospeso dall’incarico e resta senza stipendio. Un supplente potrà essere chiamato soltanto a partire dal quinto giorno di assenza. 

Solo gli insegnanti dovranno avere il Green pass?

No, anche tutti coloro che entrano in una scuola, assistenti, personale anche amministrativo, addetti alla mensa o ad altre attività. 

Ci saranno turni differenziati di ingresso e uscita per gli studenti?

Sì sono previsti per evitare assembramenti sui mezzi pubblici e all’ingresso e all’uscita da scuola. Si decide zona per zona.

Si potrà fare ginnastica in palestra?

Sì, ma in caso di attività fisica al chiuso bisognerà preferire sport individuali e cercare di mantenere il distanziamento. 

Il servizio mensa è garantito?

Sì, ma dovranno essere fatti dei turni per mantenere il distanziamento tra gli studenti durante i pasti. 

Sono previste misure per il ricambio dell’aria in classe?

Il consiglio del ministero è quello di tenere le finestre aperte. Alcune scuole si sono dotate di apparecchi filtranti, ma l’iniziativa è lasciata ai singoli istituti. Il governo ha stanziato dei fondi.

I genitori possono entrare a scuola?

Un solo genitore può accompagnare il figlio davanti alla scuola. Gli ingressi devono essere ridotti al minimo. I colloqui con gli insegnanti si svolgeranno online. 

Se c’è un caso di Covid in classe, un alunno va in quarantena anche se è vaccinato?

Sì, ma solo per 7 giorni (i non vaccinati per dieci giorni). Dovrà comunque sottoporsi al tampone. Sarà la Asl a predisporre la procedura per la classe. In caso di focolaio, si può decidere di chiudere la scuola.

Ci potrà essere ancora la Dad?

Il governo ha stabilito come priorità che le lezioni siano in presenza. In caso di contagio in classe però, si riattiva la Dad per gli studenti che devono essere messi in isolamento preventivo. Se ci sono focolai o l’area in cui è situata la scuola va in zona arancione e rossa, ricominceranno le chiusure mirate anche delle scuole. 

Sono previste campagne di tamponi nelle scuole per tracciare i contagi?

L’Istituto superiore di sanità sta studiando un piano per fare tamponi di massa. Ma per ora sono le regioni a organizzare campagne soprattutto per i più piccoli che non si possono vaccinare.

"Sfida è tornare in presenza". Piano scuola, resta la mascherina sopra i 6 anni: vaccino “essenziale” ma non obbligatorio. Fabio Calcagni su Il Riformista il 30 Luglio 2021. Per l’avvio dell’anno scolastico 2021/2022 “la sfida è assicurare a tutti, anche per quanto rilevato dal Comitato Tecnico Scientifico (CTS), lo svolgimento in presenza delle attività scolastiche, il recupero dei ritardi e il rafforzamento degli apprendimenti, la riconquista della dimensione relazionale e sociale dei nostri giovani, insieme a quella che si auspica essere la ripresa civile ed economica del Paese”. È la premessa che fa il ministero dell’Istruzione nella bozza del Piano scuola 2021-22 messo a punto in vista della ripresa dell’attività scolastica di settembre. Un piano atteso da presidi, docenti, studenti e soprattutto enti locali. Ma alle Regioni il piano non sarà presentato a breve: la decisione è slittata infatti alla prossima settimana. 

DISTANZIAMENTO E AREAZIONE – Ma cosa c’è nel piano scuola messo a punto dal Ministero? Innanzitutto da settembre sarà possibile restare in classe anche sotto il metro di distanza. Una scelta già fatta lo scorso anno in deroga per alcune classi del Meridione e che verrà ufficialmente allargata a tutti gli 8 milioni di studenti. Il Ministero raccomanda dove possibile di mantenere distanziamento fisico, ma “laddove non sia possibile” resta l’obbligo “di indossare nei locali chiusi mascherine di tipo chirurgico”, con l’esonero che resta ai bambini sotto i 6 anni. Nella bozza non ci sono obblighi di ventilazione forzata. Il Ministero chiede infatti solo di assicurare il rispetto delle ordinarie misure di areazione dei locali: insomma, basta aprire frequentemente le finestre. Quanto alle mense, scolastiche, gli operatori dovranno rispettare l’uso della mascherina ma non saranno necessarie stoviglie monouso.

VACCINI – È invece “essenziale” ma non obbligatorio che personale docente e non docente “assicuri piena partecipazione alla campagna di vaccinazioni”. Ma il vaccino è promosso anche tra i più giovani, “per gli studenti di età uguale o superiore ai 12 anni” è “necessario avanzare celermente nella campagna vaccinale”.

POSITIVI – In caso di positività a scuola, il piano prevede la santificazione “se non sono trascorsi più di 7 giorni da quando la persona positiva ha visitato la struttura”. 

PALESTRE –  In zona bianca non sarà necessaria la mascherina, ma gli studenti per l’attività motoria all’aperto dovranno mantenere una distanza di due metri. Al chiuso invece è richiesta l’adeguata aerazione dei locali.

Sempre per le attività al chiuso, nelle zone bianche le attività di squadra sono possibili, mentre in gialla e arancione la raccomandazione è di svolgere unicamente attività individuali. 

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Da blitzquotidiano.it il 14 luglio 2021. La pandemia e la dad al posto della scuola in presenza hanno fatto danni enormi sull’apprendimento degli studenti, soprattutto alle superiori. Il quadro emerge dal Rapporto Invalsi. Alle medie il 39% degli studenti non ha raggiunto risultati adeguati in italiano, il dato sale al 45% in matematica. Alle superiori il dato sale rispettivamente al 44% e al 51% con un + 9% (praticamente uno studente su due). In molte regioni del Sud oltre la metà degli studenti non raggiunge la soglia minima di competenze in Italiano. Campania e Calabria 64%, Puglia 59%, Sicilia 57%, Sardegna 53%, Abruzzo 50%. In Campania il 73% degli studenti è sotto il livello minimo di competenza in matematica, in Sicilia 70%, 69% Puglia.

Scuola, dad e studenti impreparati. Il calo è generalizzato in tutto il Paese e solo la Provincia autonoma di Trento rimane sopra alla media delle rilevazioni del 2018 e del 2019. La quota di studenti sotto il livello minimo cresce di più tra gli studenti socialmente svantaggiati e presumibilmente anche tra quelli immigrati. Sono il 9,5%, ovvero oltre 40 mila, i giovani di 18-19 anni, che escono da scuola senza competenze, impreparati. “Sono la metà della città di Ferrara – ha fatto notare Roberto Ricci, responsabile nazionale delle prove Invalsi – un terzo di Modena. La bocciatura non cambia le cose, è più funzionale all’organizzazione della scuola che alle competenze. I dati dicono che anche gli studenti che hanno avuto una bocciatura, continuano ad avere esiti sensibilmente più bassi di chi non è stato bocciato, dunque la bocciatura non è la soluzione. La sfida credo sia cercare risposte alternative, che sono già tutte nell’ordinamento vigente, non necessitano di particolari risorse le indicazioni nazionali”. 

Il caso della Puglia. “Il tempo che è trascorso – ha concluso il ricercatore – non lo recuperiamo con la bacchetta magica, ma usare questi dati può aiutare a prendere decisioni da calare nella realtà”. La Puglia, ha fatto notare, che per diversi anni è stata citata come esempio in controtendenza incoraggiante, rispetto al resto del Sud, si è giocata con la pandemia quel guadagno che aveva accumulato: “Questo ci deve dire quanto il miglioramento va coltivato con garbo e affetto, non va sciupato, una volta raggiunto”.

Danni gravi dalla dad, 1 studente su 2 termina le scuole impreparato: maglia nera per il Sud. Allerta dispersione. Invalsi: il 73% in Campania non sa la matematica. Male pure l’italiano. Nelle ultime posizioni anche la Puglia. La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Luglio 2021. La pandemia e la dad hanno fatto danni enormi sull'apprendimento dei ragazzi, soprattutto alle superiori. Il quadro emerge dal Rapporto Invalsi. Alle medie il 39% degli studenti non ha raggiunto risultati adeguati in italiano, il dato sale al 45% in matematica. Alle superiori il dato sale rispettivamente al 44% e al 51% con un + 9%. In molte regioni del Sud oltre la metà degli studenti non raggiunge la soglia minima di competenze in Italiano: Campania e Calabria 64%, Puglia 59%, Sicilia 57%, Sardegna 53%, Abruzzo 50%. In Campania il 73% degli studenti è sotto il livello minimo di competenza in matematica, in Sicilia 70%, 69% Puglia.

MALE ALLE MEDIE - La pandemia ha aumentato significativamente il numero degli studenti che non raggiungono risultati adeguati in italiano e matematica, ossia non in linea con quanto stabilito dalle Indicazioni nazionali. Sono infatti il 39% in Italiano (+5 punti percentuali rispetto sia al 2018 sia al 2019) e il 45% in Matematica (+5 punti percentuali rispetto al 2018 e +6 punti percentuali rispetto al 2019). Va meglio la situazione in Inglese-reading (A2): i ragazzi che non raggiungono un minimo di competenze sono il 24% , -2 punti percentuali rispetto al 2018 e +2 punti percentuali rispetto al 2019) in Inglese-listening (A2) sono il 41% (-3 punti percentuali rispetto al 2018 e +1 punto percentuale rispetto al 2019). In tutte le materie le perdite maggiori di apprendimento si registrano tra gli allievi che provengono da contesti socio-economico-culturali più sfavorevoli. Inoltre, tra questi ultimi diminuisce di più la quota di studenti con risultati più elevati. Si riduce quindi l’effetto perequativo della scuola sugli studenti che ottengono risultati buoni o molto buoni, nonostante provengano da un ambiente non favorevole (i cosiddetti resilienti). I divari territoriali tendono ad ampliarsi. In alcune regioni del Mezzogiorno (in particolare Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna) si riscontra un maggior numero di allievi con livelli di risultato molto bassi, che raggiunge il 50% e oltre della popolazione scolastica in Italiano, il 60% in Matematica, il 30-40% in Inglese-reading e il 55-60% in Inglese-listening. Emergono forti evidenze di disuguaglianza educativa nelle regioni del Mezzogiorno sia in termini di diversa capacità della scuola di attenuare l'effetto delle differenze socio-economico-culturali sia in termini di differenze tra scuole e, soprattutto, tra classi.

IL COMMENTO DEI PRESIDI PUGLIESI - «Il rapporto Invalsi indica la presenza in Puglia di un vero e proprio deficit formativo, chiaramente legato al ricorso massiccio alla didattica a distanza che si è consentito nella nostra regione rispetto ad altre nelle quali i rischi di contagio erano anche maggiori». Lo dichiara in una nota Roberto Romito, presidente regionale pugliese dell’Associazione nazionale presidi, commentando i "dati preoccupanti» resi noti oggi, soprattutto «sulle percentuali di alunni del quinto anno delle scuole superiori che non raggiungono la soglia minima di competenza: in italiano il 59%, in matematica il 69%»."Si è verificato, purtroppo, ciò che era stato da molti previsto - dice Romito - : un calo generalizzato, in particolare nella scuola superiore, dei livelli di apprendimento» e «un accentuarsi preoccupante della dispersione scolastica, in particolare nel mezzogiorno, Puglia inclusa». Per Romito «sicuramente ha pesato negativamente, in particolare negli ultimi due mesi di scuola, il messaggio di disincentivazione della frequenza scolastica che è stato lanciato a studenti e famiglie attraverso le ordinanze che hanno consentito la cosiddetta “didattica a scelta”. La nostra posizione contraria, in merito, è nota. Auspichiamo - conclude - che non si ripeta più questo errore, ma che in condizioni di rischio pandemico accettabile si mettano in campo, finalmente, tutte le misure atte a far sperare in un più regolare avvio del prossimo anno scolastico: dalle vaccinazioni degli studenti fra 12 e 18 anni di età al completamento di quelle dei docenti e del personale delle scuole, dal tracciamento dei contagi alle misure di prevenzione attuate nelle stesse scuole per mezzo del personale sanitario a loro dedicato (i TOSS), senza trascurare l'effettivo potenziamento del trasporto pubblico locale».

IL PARERE DELL'AZZOLINA - «La didattica a distanza amplifica le disuguaglianze, deve rimanere solo uno strumento di emergenza». Così l’ex Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina commentando i risultati delle prove Invalsi. «I punteggi più bassi - prosegue - sono in Regioni del Sud o tra studenti che alle spalle hanno famiglie disagiate. Serve un impegno forte in vista di settembre per mandare ragazzi e ragazze in classe al 100%. Un impegno vincolante per tutti, Regioni comprese. Gli studenti di Campania e Puglia sono in fondo alle classifiche Invalsi a causa delle decisioni sconsiderate dei rispettivi Presidenti, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, che hanno sempre minimizzato l’impatto delle chiusure." «Non possiamo più permettercelo. La riprova di questa necessità - conclude - è nei punteggi della scuola primaria, pressoché identici alla situazione pre-Covid: un risultato frutto delle battaglie portate avanti per mandare circa 5 milioni di studenti più piccoli in presenza per tutto l’anno scolastico». 

Dagospia il 14 luglio 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, Covid, Rapporto Invalsi, con la Dad uno studente su due con gravi carenze E allora perché poi agli Esami di Maturità vengono promossi tutti? Lucio Breve

Lorena Loiacono per "il Messaggero" il 9 giugno 2021. Uno studente su 4, quest' anno, ha deciso di fare ricorso alle lezioni private. Una scelta necessaria per recuperare le insufficienze accumulate negli ultimi due anni di scuola. Una corsa ai ripari dovuta al fatto che, nel 2020, per gli studenti delle superiori non ci sono stati debiti né bocciature, perché lo scoppiò della pandemia fece chiudere le scuole a marzo e la didattica a distanza stentò a mettersi in moto. Ma ora tutte le lacune, in qualche modo, devono essere colmate. Spesso a spese delle famiglie, visto che le ripetizioni private si pagano. Secondo un sondaggio di Skuola.net, si stanno rivolgendo al docente privato per lezioni extra non solo i ragazzi con forti lacune e debiti da sanare con gli esami a settembre ma anche il 50% di coloro che hanno la sufficienza stentata. A questi si aggiungono, in diversi casi, anche coloro che decidono di mettere mano al portafoglio, per le ripetizioni, anche senza avere debiti formativi. Sono ragazzi che vogliono approfondire quegli argomenti che, con la didattica a distanza, non sono stati studiati a dovere: in questo caso si tratta di un ragazzo su 5. Le difficoltà maggiori, ancora una volta, sono da ricollegare alla didattica a distanza che ha messo a dura prova studenti e docenti, complicando la situazione anche a chi, prima, non aveva alcun problema nello studio: un terzo degli intervistati è sicuro che la sua pagella avrà voti più bassi per colpa delle lezioni da remoto. Se fossero stati in presenza, assicurano, avrebbero avuto una media più alta. E così sta crescendo il numero di coloro che hanno deciso di rivolgersi al docente privato: si tratta di rimboccarsi le maniche e affrontare il risultato di due anni di disagi. Basti pensare che la metà dei ragazzi che ha deciso di seguire le ripetizioni a pagamento, lo fa per materie nelle quali già 12 mesi fa aveva delle insufficienze. Non ha avuto il debito un anno fa, ma ora deve comunque far quadrare i conti. Adesso infatti, con i quadri di fine anno, i problemi escono fuori. Ed emerge che spesso la scuola non è stata di aiuto, perché non è riuscita ad intervenire sostenendo i ragazzi con i corsi di recupero gratuiti. Così i problemi si sono trascinati per mesi. Tra i ragazzi che seguono le ripetizioni private uno su 5 non ha potuto svolgere corsi a scuola, perché non sono stati organizzati. Tra coloro che invece hanno seguito i corsi di recupero, uno su 2 si trova comunque in difficoltà perché non è riuscito a recuperare. C' è anche chi, avendo avuto la sufficienza un anno fa, non ha potuto seguire i corsi organizzati dalla scuola perché non rientrava tra gli studenti con debiti formativi. E così, per diversi motivi, si ricorre sempre più spesso al docente privato che comporta dei costi, inevitabilmente, a carico delle famiglie. Quindi è chiaro che le ripetizioni sono possibili solo per gli alunni i cui genitori possono permettersele. La spesa non è di poco conto: mediamente infatti, per un' ora di lezione, uno studente delle superiori deve pagare tra i 20 e i 25 euro. I costi aumentano per determinate materie, come greco o matematica per le quali si arriva a pagare anche 30 euro e oltre. Se il docente privato poi è universitario, la tariffa lievita a 40 euro. Sale ancora di più se ci si trova in vacanza. E così sarà, visto che l' estate per molti rappresenterà il momento di rimettesi sui libri: circa un alunno su 4 ha già deciso di ricorrere alle ripetizioni durante i mesi estivi. Lo stanno già facendo anche molti maturandi: uno su 6 si rivolge ad un docente privato anche per prepararsi al colloquio previsto per l' esame di Stato, che inizierà in tutta Italia il 16 giugno. Per molti di loro si tratta anche di un' occasione per ripassare e mettere a punto l' elaborato, per poi arrivare alla prova più sereni.

Federico Taddia per “La Stampa” il 3 magio 2021. «Non aver l'occasione di vivere fino in fondo la mia vita». «Non provare più piacere ad uscire con gli amici». «Non poter più andare in giro per il mondo». «Essere additato come un untore». «Andare in paranoia al primo starnuto». «Temere la morte, prima non ci avevo mai pensato». Aprono la bocca gli adolescenti. E sono parole pesanti. Di testa e di pancia. Quelli della Dad, del tempo sospeso, dell'età dove tutto sembra possibile e invece tutto è diventato vietato. Escono dal silenzio in cui sono stati relegati in questi mesi. Si confessano. Parlano di loro, parlando a loro. Raccontando le proprie paure - il 60% ammette di averne delle nuove da quando è iniziata la pandemia - con lo sguardo inevitabilmente slanciato verso il domani, ma ancora ancorati e zavorrati ad una realtà fatta di incertezze, vuoti e angosce. Partono però da questo presente in cui non si riconoscono per mettere a fuoco le idee sul futuro che vogliono: il 61% spera in un lavoro che realizzi i propri sogni, il 36% si auspica un profilo da persona normale, capace comunque di lasciare un segno in un qualche campo, e quasi il 69% dice che - con qualche piccolo aggiustamento nel carattere e nelle abitudini - vorrebbe comunque assomigliare ai propri genitori. Numeri e frasi, brevi riflessioni e lunghe esternazioni con cui narrarsi: cento domande a trentamila ragazze e ragazzi (e non solo, perché il 10% ha sottolineato di non sapere in quale sesso identificarsi) sono la sostanza di «Chi sono? Io. Le altre. E gli altri», una sorta di selfie generazionale realizzato insieme al portale Skuola.net per fotografare idee, emozioni, incubi, aspirazioni e turbamenti degli under 18 italiani. E ne esce un ritratto vivo, colorato, non rassegnato, ricco di sfumature e sane contraddizioni. Con una consapevolezza di fondo acquisita e maturata ben prima del Covid: per progettare il destino devono darsi da fare, mettersi in gioco, con un occhio alle innovazioni e l'altro alla sostenibilità. «Pensi che le persone della tua età possano cambiare le cose?». Il 77% è sicuro di sì, a differenza di un 23% convinto che gli adulti non siano disposti a prestare attenzione e a concedere spazi. E nel concretizzare questo desiderio di cambiamento si guardano intorno, per individuare le direzioni da prendere. Il 15% dice di farsi condizionare dagli influencer, il 70% crede negli scienziati, il 64% ascolta poco o per nulla i politici. E i professori? Solo il 10% ha una fiducia cieca nei loro confronti, il 37% si fida, ma solo di alcuni. Greta Thunberg ed Elon Musk guidano la classifica dei più rivoluzionari, anche se le loro personali rivoluzioni le mettono in pratica nella quotidianità con azioni di cui vanno fieri e ne scrivono con orgoglio: «Andare insieme agli amici a ripulire il quartiere», «litigare con mamma e papà per il femminismo», «diventare il primo rappresentante di classe nero nel mio liceo» fino al «non giocare alla PlayStation per ben due settimane». Pensano però in grande, e si vedono - come movimento giovanile - protagonisti di imprescindibili trasformazioni epocali: sono certi - o per lo meno sono convinti che stia a loro provarci - di poter combattere il riscaldamento globale, di rivoltare la scuola come un calzino, di estinguere la corruzione, di adottare uno stile di vita più sostenibile e - citando testualmente - «di provare a sistemare i casini lasciati in eredità da chi è passato prima di noi». Sì, perché è anche una generazione arrabbiata. Per il sistema scolastico impaludato in schemi vecchi e stantii, per la mancanza di ascolto, per il razzismo e l'omofobia che respirano nella società, per il sentirsi sottovalutati. Una rabbia che il 25% sfoga chiudendosi in se stesso, mentre un 5% si rifugia nella violenza, il 3% nell'alcol e nel fumo, e l'1% il conforto lo trova nelle droghe. Il 65% si ritiene però una persona felice, anche se il 42% evidenza che, negli ultimi mesi, nessuno gli chiesto: «Sei felice?». Amici, famiglia, amore, sport e musica sono le prime fonti di gioia; e la definizione «tutti possono trovare la felicità» la trova «vera» il 40%, «basta volerlo» il 33%, «tutta questione di fortuna» il 15%, «impossibile» il 3% ed «è una cavolata» il 9%. Infine, aprendo le porte alla fantasia, è stato domandato ai giovanissimi di indicare chi vorrebbero essere da grandi: le fantaprevisioni hanno divagato da Chiara Ferragni a Piero Angela, passando per Ronaldo, Frida Kahlo e Albert Einstein. Anche se, timidamente, quasi sottovoce, la risposta corale è stata molto più semplice e desiderata: «Ci basterebbe poter essere noi stessi».

Malessere psicologico, meno sport e depressione, per i giovani il fardello covid è doppio. Fabrizia Sernia su Il Quotidiano del Sud il 19 aprile 2021. Preoccupati e impauriti dal Covid-19, più ansiosi rispetto ai loro genitori e più colpiti sul piano emozionale, per le conseguenze sociali dell’epidemia, i Millennials sono pronti a vaccinarsi. Con adesioni bulgare. Per loro e per i fratelli minori della Generazione Z, le restrizioni hanno portato carichi di stress ben più elevati rispetto agli adulti, con effetti, nel caso degli under 18, “rilevanti” in sei ragazzi su dieci. A scattare l’istantanea è stata la Fondazione Italia in Salute,  che nell’indagine “Gli italiani e il Covid-19. Impatto socio-sanitario, comportamenti e atteggiamenti della popolazione Italiana” ha “pesato” l’effetto della pandemia sui comportamenti collettivi e sullo stato psicologico dei cittadini, riuscendo per la prima volta a misurare l’ampiezza del disagio, nel confronto fra le generazioni, testandone fiducia e attitudine a vaccinarsi. Dallo studio, realizzato da Sociometrica su un campione di mille persone, rappresentativo della popolazione, con interviste raccolte fra il 24 e il 30 marzo 2021, sono emerse molte conferme e altrettante sorprese, a cominciare dai dati relativi alle prestazioni sanitarie non Covid per la popolazione, con dati sugli under 25.

Pronto soccorso kaputt. Durante la pandemia, sono 35 milioni gli italiani che hanno avuto problemi a utilizzare servizi e prestazioni sanitarie per patologie non-Covid. I giovani sono stati la categoria più penalizzata nell’accesso al pronto soccorso, con il 16,7% dei casi e nell’ottenere una visita dal proprio medico di base. Su circa 5 milioni di italiani che si sono visti spostare o cancellare un intervento in day hospital, giovani e over 65 hanno registrato tassi di disagio analoghi: 11% i primi e 11,2% i secondi. Solo gli under 50 sono andati peggio, con il 13,5%. Rispetto alla popolazione generale, dal report giunge poi una conferma: sono sette milioni le visite specialistiche rinviate o cancellate, con il 90% circa della popolazione over 65 penalizzata nei controlli. I ritardi più significativi delle prestazioni sono stati registrati al Mezzogiorno.

Il Covid fa più paura al Sud. Il Covid fa più paura ai giovani e alle persone più istruite, specie al Sud. Per i ricercatori è possibile che le prime due risultanze siano frutto di dimensioni sociali che spesso si intersecano: la vita di gruppo, tipica delle persone giovani e le attività professionali più elevate, che portano a fare viaggi di lavoro. Nella contrazione della vita sociale che gli italiani hanno adottato spontaneamente in tutta Italia, oltre i paletti normativi, è al Sud che si sono verificati i comportamenti più restrittivi, attraverso un minor ricorso ai mezzi pubblici – il 70,4% al Sud contro il 54,1% del Nord Ovest e la rinuncia sia agli spostamenti fuori dal comune – il 62,5% contro il 54,6% del Nord Ovest – che agli inviti a casa, con il 75,4% al Sud contro il 61,4% del Nord. Nell’inversione ad U delle abitudini sociali – come non recarsi in negozi e ristoranti, anche se parzialmente aperti – le auto restrizioni hanno condotto ad un incremento delle cattive abitudini e a rari aumenti di quelle buone, come una maggiore attenzione all’alimentazione. Un italiano su tre, il 29,1%, ha lasciato la pratica sportiva, spesso anche i giovani.

Più irritabili e depressi. Nervosismo (49% dei soggetti), riduzione dell’attività fisica (43,9%), disturbi del sonno (28,8%), difficoltà a tollerare alcune restrizioni (27,1%), alimentazione più disordinata (25,7%), sintomi di depressione (16,5%), tutti i disturbi causati dalle “sottrazioni” imposte dalla pandemia nella popolazione adulta, vedono amplificarsi negli under 25 il disagio, tanto più “insopportabile” quanto più elevato è il grado di istruzione. Raddoppia la platea con sintomi depressivi (34,7% dei casi), schizzano malessere psicologico (40,2%) e irritabilità (60,2% dei casi). E’ più cospicua, il 46,1%, anche la schiera di chi riduce o abbandona lo sport. Cresce l’alimentazione disordinata (31,8%), mentre è più contenuto il maggior ricorso ad alcol e fumo. Capitolo a parte sono i minori, per i quali i ricercatori hanno chiesto ai genitori di valutare l’impatto psicologico delle misure restrittive. Circa sei su dieci lo giudicano “rilevante”. Per uno su quattro (il 24,6%), i minori sono stati “colpiti molto pesantemente”, per uno su tre (33,5%) “abbastanza pesantemente”, mentre il 34,2% ritiene l’impatto “non troppo rilevante”. Secondo la ricerca, esiste una “legge di proporzionalità”, per cui più basso è il titolo di studio dei genitori e più grave è l’effetto dell’epidemia sui minori.

Io mi vaccino. I giovani vogliono vaccinarsi e sono una delle categorie più ferme nel proposito, con rarissimi casi no-vax. Dalle interviste, il 73,3% della popolazione si è detta pronta a vaccinarsi. Un italiano su quattro “non vede l’ora” (24,1%) e il 40,5% attende il proprio turno. L’8,7% si è già vaccinato. Il 9,9% si informerà, ma “se potesse non lo farebbe” e il 7,6% vuole scegliere quale vaccino fare. Il 7,5% non ha intenzione di farlo. La schiera degli attuali no-vax è più consistente sopra i 65 anni e fra i 46-55enni. Chi non intende vaccinarsi generalmente ha un basso grado di istruzione, con diploma di scuola media inferiore e delle scuole professionali (12%), mentre i laureati sono più rari (7%). Infine, oltre sei italiani su dieci (62,8%) hanno fiducia nei vaccini. Si tratta di una percentuale minore rispetto a chi si dice pronto a vaccinarsi, che in concreto si traduce in altri 10 milioni di persone che pur avendo dubbi sull’affidabilità dei vaccini, sono comunque disposte a vaccinarsi.

Quanti bambini abusati tra le mura di casa: i numeri in crescita con un anno di lockdown. In aumento le violenze domestiche sui minori. Sia sessuali che psicologici. I dati inediti di Telefono Azzurro su questi lunghi mesi di pandemia. Elena Testi su L'Espresso il 14 aprile 2021. Una cartina geografica di fili rossi disegna le braccia. Chiusa in una stanza. Il silenzio di una lametta che taglia in superficie, a volte affonda nella carne, tracciando nuove strade di dolore. Il sangue cade sul pavimento. Le gocce rosse sono la rabbia che fugge dal corpo per posarsi all’esterno. Angelica ha 15 anni. Digita sul telefono il 114, il numero del Servizio Emergenza Infanzia promosso dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia e gestito da Telefono Azzurro. Il racconto arriva con la cattiveria di un’età che cambia. Vittima di bullismo al liceo. «Non ho amici e i pochi compagni di classe che non mi offendono, non mi salutano», dice all’operatrice in ascolto. L’autolesionismo è il modo che utilizza Angelica per gestire il rifiuto. La psicoterapeuta che l’ha presa in cura la sta aiutando, il percorso è iniziato e i tagli sono sempre meno frequenti. Il lockdown, la didattica a distanza sono una consolazione alla paura della riapertura della scuola. A settembre varca di nuovo il portone. In classe arriva una voce: «Cogliona», poi un altro compagno: «Questa volta ti faccio sanguinare io». Si sente male e chiede di essere riaccompagnata a casa. Dal quel giorno non rivedrà mai più il banco. Quando chiama il 114 ha una crisi, è consumata dall’angoscia. Angelica non vuole tornare. Angelica vuole la scuola chiusa. Angelica è una ragazza di 15 anni, una delle tante che ogni giorno digita il 114 per sussurrare la disperazione del tempo sospeso. È nei numeri del report inedito fornito a L’Espresso dal Centro Studi, Ricerche e Sviluppo di Telefono Azzurro che le voci diventano un dipinto nitido. Soli, divorati dai problemi familiari, angosciati, stanchi. Esuli a casa loro. Un racconto a più voci,  iniziato dai reparti di neuropsichiatria infantile  e che adesso entra nelle case dei giovani adolescenti. Un racconto che si ripete nei suoi problemi e nei suoi drammi, ma che il mondo della politica continua a considerare come inesistente. «Nell’anno compreso tra il 15 febbraio 2020 e il 14 febbraio 2021», si legge nel report, «il Servizio 114 Emergenza Infanzia ha gestito 1.885 casi, ovvero 157 al mese e 5 al giorno. Comparando lo stesso periodo con l’anno precedente, si è registrato un incremento di casi di circa il 6 per cento e un aumento del 10 per cento dei minori coinvolti, principalmente nel ruolo di vittime, per un totale di 2.235 segnalazioni». Simona Maurino, psicologa di Telefono Azzurro e responsabile del Servizio 114 Emergenza Infanzia, spiega: «Stiamo assistendo a un aumento del rischio per la salute mentale nelle nuove generazioni. Un’onda lunga della quale vedremo i risultati solo tra qualche anno». Un’onda lunga dove crescono del 22 per cento abusi e violenze, tra le cui declinazioni aumentano del 39 per cento gli abusi psicologici, del 18 per cento gli abusi sessuali.

ABUSI SESSUALI. Teresa ha 12 anni. Non chiama, ma invia messaggi alla chat del servizio d’emergenza. Dice di essere confusa e spaventata. Poi chiede se può parlare per un’amica. L’amica è Rachele, 13 anni. Ha dei lividi sul corpo, ma ogni volta che Teresa cerca una spiegazione la risposta è una scusa. Esausta, decide di raccontare delle violenze subite, del padre che picchia anche la madre. Ma il racconto continua, perché Teresa dice che «ultimamente è molto triste, e io sarei disposta a fare di tutto per la mia amica». La domenica, scrive la ragazzina di 12 anni in chat, quando la mamma di Rachele va alla messa, il padre la tocca. La madre è ignara di tutto. Un abuso sessuale che si consuma in un’ora, al punto che «arriva a spogliarla e un giorno a farle male», scrive la bambina terrorizzata. Rachele vacilla e scopre che l’unico modo per spezzare l’abuso è confessare tutto all’amica prima che il lockdown finisca. Teresa è una storia che si intreccia ai dati. Simona Maurino, che lavora da quasi dieci anni a Telefono Azzurro, spiega: «Durante la prima ondata, i servizi territoriali hanno avuto un forte rallentamento e in alcuni casi sono stati chiusi. Anche noi ci siamo trovati in grande difficoltà ad interfacciarci con i servizi e le agenzie del territorio. Ed è per questo che molti minori ci hanno contattato più volte, anche perché abbiamo registrato durante i periodi di chiusura tante situazioni di violenza domestica nuove ed esasperate». I servizi territoriali ancora tentennano, mentre una generazione attende. Nessuno ne parla, in pochi denunciano, le istituzioni guardano alle aperture colorate, mentre l’arcobaleno dell’infanzia sfuma. Il Parlamento tace.

LA DIDATTICA A DISTANZA E LA CHIUSURA DELLE SCUOLE. Zoe ha 14 anni. Contatta il 114 tramite chat. Il suo è un maltrattamento reiterato. Ha paura di stare in casa. Il giorno prima la madre si è arrabbiata per motivi banali, ha iniziato a picchiarla, lei si è chiusa a chiave in camera. Dopo un po’ ha deciso di aprire la porta e la mamma ha iniziato a colpirla a pugni, graffiandola. «Ti uccido di botte», le ha urlato. Non sapendo come chiedere aiuto ha aspettato il momento della didattica a distanza, ha detto all’insegnante di avere bisogno di un supporto e di lasciarla connessa durante la lezione, così che lei potesse allertare il Telefono Azzurro. Racconta una situazione così grave da chiedere l’arrivo delle forze dell’ordine, al quale è seguito l’allontanamento dalla famiglia. Ed eccolo, uno dei problemi principali: la chiusura delle scuole ha ucciso i punti di riferimento. Maurino guarda il database e sottolinea: «Le chiusure hanno fatto in modo che i minori stiano meno a contatto con gli adulti fuori dai contesti familiari. Adulti che possono segnalare situazioni di pregiudizio o di pericolo. Il fatto ad esempio che gli insegnanti non vedano più i propri allievi a causa della Dad crea un grande rischio». Un rischio percepito nei dati, che sgretolano la barriera dell’omertà che si è creata di fronte a una generazione inascoltata. Chi chiama o scrive al Telefono Azzurro parla di un forte malessere e di un grandissimo senso di stanchezza. Vogliono riprendere le loro relazioni, ma ci sono anche quelli che dopo un anno temono di tornare a scuola perché non si sentono più in grado di interagire con gli altri. Tra questi i giovani presi di mira dai compagni, o ragazzi timidi che faticano a entrare in empatia. Due polarità. «Dai racconti dei ragazzi », dichiara Maurino, «si scopre che sono soli sebbene iper-connessi, una solitudine data dall’impossibilità del contatto. Questo aspetto ci conferma il valore della socialità, che è un valore fondamentale, e la sua funzione nello sviluppo identitario». Flavio 15 anni. Contatta il 114 in chat. Scrive: «Mi mancano i miei amici, fare le cose che facevamo prima. I nostri posti preferiti». Gli pesa non vedere più nessuno, una rottura che si riflette anche con i genitori: «Siamo tutti insieme, stretti come sardine, ma impegnati ognuno nelle proprie cose». Dice di non aver mai provato queste sensazioni. Flavio si chiede se mai riuscirà a riprendere i normali rapporti con gli amici. «Non è che non vedendoci per tutto questo tempo», scrive, «le cose tra noi cambieranno? Per la prima volta penso alla morte».

ABUSI PSICOLOGICI, VIOLENZA E LOCKDOWN. Rebecca, 14 anni. Lei usa Whatsapp per chiedere aiuto. Scrive: «Mi sto spegnendo, la testa mi dice cose che mi fanno paura e ho bisogno d’aiuto». Una famiglia devastata dalle continue discussioni. Il papà ha perso il lavoro in concomitanza con il lockdown. E, sempre in chat: «Piango tutti i giorni, la situazione è peggiorata, mi sento in depressione quasi tutto il tempo. Per il forte stress ho macchie sulla pelle, perdo capelli, non ho più l’appetito». Anche lei si taglia la pelle con la lametta, ma va a fondo provocandosi delle grandi cicatrici. Rebecca aveva da poco intrapreso un percorso di sostegno, che però si è interrotto con la chiusura. È rimasta sola e senza riferimenti. Rebecca soffre. In questa chiusura l’incertezza del futuro ha sbaragliato i punti fermi, e i genitori sono sempre in apprensione. Loro diventano valvole di sfogo e assorbono le paure costanti di chi li ha cresciuti. «Da maggio in avanti», aggiunge Maurino, «uno dei temi che ha iniziato a emergere è la preoccupazione della perdita del lavoro dei genitori. Si è inoltre parlato poco dei disturbi psicopatologici, come il disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione, esasperato da questa situazione». Come per Benedetta, 13 anni. Il padre ha sviluppato un’ossessione da Covid-19. Controlla ogni suo movimento. Nessuno può toccare nulla in casa se prima non si è igienizzato le mani. Tenta di strozzarla perché si è avvicinata troppo alla pentola dove sta cucinando la cena. Ha paura di ammalarsi, una paura incontrollata che porta il genitore a comportamenti ossessivo-compulsivi. Il Covid-19 lo terrorizza e così si scaglia contro Benedetta, che esausta e impaurita dalle violenze contatta il 114. Lombardia, Campania e Lazio: sono queste le regioni in cui si riscontrano più casi. Ma non è la divisione territoriale a dare una visione del problema. È il silenzio esasperato a chiedere risposte urgenti.

Miriamo Romano per "Libero Quotidiano" il 15 aprile 2021. Il caso è esploso nei giorni scorsi e prima di arrivare alle reazioni, che sono forse il nocciolo della questione, riepiloghiamo in breve i fatti. Sull'altare della cronaca è salita un'insegnante di tedesco di un liceo del centro storico di Verona, il Montanari, alle prese con la contestatissima Dad (didattica a distanza, per chi ancora non ha assimilato l'acronimo). La professoressa in questione, prima delle vacanze di Pasqua, si sarebbe macchiata della colpa di aver fatto bendare una studentessa durante un'interrogazione a distanza per verificare che non stesse "barando". L'alunna, rispondendo ai quesiti da casa, stava andando "troppo bene", dimostrandosi ben più capace e preparata rispetto alle performance a cui era abituata l'insegnante in classe. Da qui la richiesta della docente e la solerzia nel voler sondare con accuratezza la preparazione della studentessa. «Prenda una sciarpa e si bendi, voglio vedere se ha studiato davvero». La giovane ha obbedito: si è coperta gli occhi. Un'immagine, quella della quindicenne bendata di nero, che, solo pochi giorni fa, ha fatto il giro del web, dei social, arrivando a strappare commenti e giudizi anche dalla politica. Chi ha parlato di mancanza di rispetto, di lesione della dignità della giovane. La platea si è schierata quasi interamente contro l'insegnante, colpevole di aver provocato disagio nella ragazza. Dalle chat di classe, ai rappresentanti degli studenti, fino alla direzione generale della scuola. L'Ufficio scolastico regionale del Veneto ha avviato accertamenti mirati. La direttrice Carmela Palumbo ha contattato il preside del liceo veronese, chiedendogli di sentire i ragazzi e i docenti, per ricostruire l'accaduto e prendere provvedimenti: «Un eccesso di zelo che porta a una richiesta discutibile, il tutto dovuto dalla difficoltà a gestire i momenti di verifica con la didattica a distanza. Abbiamo aperto un procedimento, stiamo verificando». Carmela Palumbo ha perfino definito la pratica «lesiva della dignità umana», ribadendo però l'intenzione di conoscere il contesto in cui è maturata questa situazione, anche sentendo i compagni di classe della quindicenne. Addirittura i rappresentanti degli studenti hanno alzato l'asticella dell'allerta, parlando di altri episodi simili. «Riceviamo altre segnalazioni da chi viene interrogato con il viso contro il muro, chi con le mani alzate, chi con il viso schiacciato sullo schermo», hanno spiegato. La parte del coro stonato l'hanno fatta i genitori: questa volta, madri e padri hanno preso le distanze dai figli. Non solo non hanno partecipato alla "lapidazione" virtuale, ma hanno scritto una lettera in difesa dell'insegnante che «si è sempre preoccupata del bene dei nostri ragazzi». Gli unici ad aver posto l'attenzione sul dovere della docente, intenta a smascherare una furberia, come sono soliti fare gli insegnanti, per assegnare correttamente i voti. «In questo anno particolare, che ha messo a dura prova studenti e professori - si legge - anche noi ci siamo ritrovati a condividere spazi in casa con i nostri figli. Era proprio giovedì 8 aprile e quando si è collegata con la sua classe ha realizzato che doveva interrogare ben tre studenti, non una. Eravamo presenti e sappiamo che ha cercato di mettere a proprio agio gli studenti, pur chiedendo di chiudere gli occhi». Dunque per i genitori non si sarebbe trattato di un metodo "inquisitorio", ma di un modo "concordato" per evitare imbrogli. «Si era notata - spiega uno dei genitori a l'Arena, - una differenza sostanziale nel rendimento di alcuni studenti tra le interrogazioni in classe e quelle in Dad ma la richiesta di chiudere gli occhi era indirizzata a tutti». Nessun dubbio sulle qualità della professoressa. «È un'ottima insegnante e non ha teso tranelli - concludono - tant'è che anche quella di giovedì era un'interrogazione programmata».

Da "il Fatto Quotidiano" il 15 aprile 2021. Gentile redazione, sono rimasta quasi scioccata dalla foto della studentessa veronese bendata davanti al suo pc per evitare che sbirciasse durante l'interrogazione Mi chiedo: ma quello adottato dalla prof. - un'orrida benda sugli occhi - è ancora un metodo educativo? Cecilia Mazzucchelli

Risposta di Filippomaria Pontani. Gentile Cecilia, il gesto è stato senz'altro sgradevole in sé, e ovviamente nessun allievo va criminalizzato "ex ante" - meglio, alle brutte, chiedere a tutti gli studenti di rispondere a occhi chiusi, come so avvenire da tempo in diversi esami universitari italiani e nelle interrogazioni di alcuni licei durante la tanto magnificata "didattica a distanza"; del resto, in un caso simile mesi fa a Scafati il preside aveva sostanzialmente difeso l'insegnante. A Verona invece un delirio: gli studenti denunciano "metodi da inquisizione" e invocano "comprensione" per chi copia (!), si indignano i genitori (magari gli stessi pronti a lamentarsi perché al ritorno in classe i docenti osano somministrare verifiche ai poveri rampolli); la sottosegretaria all'Istruzione deplora la "cultura del sospetto", la dirigente dell'Usr Veneto mette in dubbio tout court che i docenti debbano saggiare l'apprendimento di nozioni. Gli occhi chiusi sono un gesto meno grave dell'esame-farsa in cui si risponde "a libro aperto" (pardon, open book), o con sotto Wikipedia, docsity, o gli appunti. Da sempre alcuni studenti (inclusi i miei, più volte) provano a copiare o ad "aiutarsi", un gioco più semplice davanti a uno schermo dove si trova tutto in un clic - versioni di greco, formule, date -. È una prassi non solo d'intralcio per chi deve valutare i ragazzi, ma anzitutto dannosa per loro stessi e la loro preparazione, e un insulto terribile all'etica della collettività. La scuola deve "innescare il desiderio", fornire "competenze", levigare curricula (il "curriculum dello studente", fatto di attività extrascolastiche e di abilità relazionali, entra ahimé da quest'anno nella valutazione dell'esame di Stato)? Primariamente la scuola pubblica deve dare a tutti l'opportunità di conoscere e digerire contenuti che altrimenti nessun altro offre o presidia. Se "tanto le nozioni sono tutte in Rete" allora smettiamo anche di insegnare l'ortografia tanto c'è il correttore automatico, o le tabelline, tanto c'è la calcolatrice. Ma non è solo il produrre somari: la scuola è per molti il primo luogo (se non l'unico) in cui si apprendono modelli di comportamento sociale condivisi: purtroppo tra le dinamiche sociali rientra anche che alcuni provino a fare i furbi, e se saremo tolleranti su questo tipo di inganni e frodi produrremo evasori, furbetti, saltafila.

Laura Berlinghieri per "La Stampa" il 13 aprile 2021. Una studentessa obbligata a sostenere l'interrogazione con gli occhi coperti da una sciarpa, perché sospettata di copiare: il caso eclatante del Liceo di Verona è stato l'innesco per le denunce dei ragazzi. «Mi hanno chiesto di girarmi, dando le spalle alla fotocamera, ed esporre l'argomento, in modo da non potere avere nulla sotto gli occhi» il racconto di uno studente. «Ci chiedevano di avvicinarci al computer, fino quasi a toccare la webcam, per essere sicuri che non guardassimo gli appunti sullo schermo o i bigliettini attaccati al monitor» la testimonianza di un altro. E poi, la più assurda: «Un professore della mia classe ha costretto dei miei compagni, sospettati di copiare durante le interrogazioni, minacciandoli di un'insufficienza, a tenere le mani davanti e unite, come in preghiera. Non ha mai detto esplicitamente la sua intenzione, ma ripeteva solo di "pregare" insieme a lui». Sono le testimonianze raccolte dalla Rete degli studenti medi veneti che, per primi, stigmatizzano quanto avvenuto nel liceo veronese. «La cosa che più ci spaventa è il fatto che non si tratti di un caso isolato» commenta Camilla Velotta, della Rete. «C'è chi è stato interrogato con il volto contro al muro, chi con le mani alzate, chi con il viso schiacciato sullo schermo. Sembra che un voto valga più della dignità e dell'apprendimento». Ma le "pratiche da didattica a distanza" non hanno confini geografici. A ottobre, aveva fatto scalpore il caso della docente di latino e greco di Scafati, nel Salernitano, che chiedeva ai ragazzi delle sue classi di sostenere le interrogazioni con una benda sugli occhi. Mentre a giugno, sul finire dello scorso anno scolastico, una ragazza di un liceo romano era stata valutata con un "3", perché aveva rifiutato di chiudere gli occhi durante l'interrogazione a distanza. «Mi sento preparata» la risposta della giovane, di fronte alla bizzarra richiesta dell'insegnante. Niente da fare. Episodi limite che riemergono ora, dopo quello eclatante accaduto al liceo Montanari di Verona. Del resto, sono molti gli insegnanti che, temendo che agli studenti possa "cadere l'occhio" sull'appunto scritto sul foglietto o direttamente sullo schermo del computer, hanno studiato le strategie più ingegnose da applicare alle interrogazioni. Dall'utilizzo di due device, per avere il massimo controllo sulla stanza dello studente, fino all'obbligo di sostenere l'esame in piedi, ben distanti dal computer, e con le spalle al muro. Nel caso di Verona, così come in quelli di Scafati e di Roma, si è andati veramente oltre, fino ad attaccare la stessa dignità degli studenti. «L'episodio non riguarda la sola ragazza di cui si sta parlando. La richiesta è stata avanzata dalla stessa professoressa agli alunni di diverse classi» sostiene Lorenzo Baronti, rappresentante degli studenti dell'istituto scaligero. «Contrariamente a quello che i professori possono pensare, noi comprendiamo bene le difficoltà del periodo, ma comportamenti come questo non sono la soluzione». Eppure sono comportamenti che sembrano fare proseliti, come testimoniato a stretto giro da un'altra ragazza della Rete degli studenti medi padovani, iscritta al Liceo Cornaro: «Quando eravamo a casa, in Dad, la professoressa di tedesco ci obbligava a tenere le mani davanti agli occhi, durante le interrogazioni, perché aveva paura che potessimo leggere i vocaboli sullo schermo del computer o sui bigliettini. A me personalmente non è mai capitato, ma è successo a diversi miei compagni di classe. Per questo non mi stupisce l'episodio di Verona».

Polemiche dopo quanto accaduto in un liceo di Verona. Studentessa bendata durante interrogazione, la prof non si fida: “Così vediamo se sei preparata”. Redazione su Il Riformista il 12 Aprile 2021. La studentessa si dimostra preparata durante l’interrogazione di tedesco ma la professoressa non si fida e invita la giovane, 15 anni, a proseguire la discussione con gli occhi coperti. “Si metta qualcosa per bendarli, così capiamo se ha davvero studiato”. E’ quanto accaduto giovedì 8 aprile, durante le lezioni di didattica a distanza, in una classe del Liceo Carlo Montanari di Verona. La povera malcapitata prende una sciarpa, si copre gli occhi e prosegue l’interrogazione tra lo stupore e l’indignazione dei compagni di classe. C’è chi fa lo screen dal pc di casa e segnala l’accaduto ai rappresentati d’istituto e agli esponenti della Rete degli Studenti Medi di Verona rappresentata da Camilla Velotta. “Mi sono sentita a disagio, come se mi stessero accusando di imbrogliare” ha raccontato la giovane studentessa scatenando la reazione di tanti coetanei. “Come Rete degli Studenti Medi di Verona siamo sconvolti e amareggiati dalle decisioni repressive prese della professoressa, ma purtroppo non sorpresi. Non è la prima docente che, durante le lezioni in didattica a distanza, decide di instaurare un clima del tutto inadatto per la nostra crescita e formazione” commenta Velotta. In realtà dopo oltre un anno di didattica a distanza episodi come quello accaduto la scorsa settimana nel liceo veronese si sono già verificati. Alla base di simili richieste ci sono i sospetti dei docenti sui trucchetti utilizzati dagli alunni nel corso di interrogazioni e verifiche scritte per aggirare l’occhio della telecamera utilizzata per il videocollegamento.  Anche un altro studente ha confermato alla Rete degli Studenti che un professore l’avrebbe obbligato, si legge in una messaggio whatsapp, “a tenere le mani davanti e unite come in preghiera” mentre un terzo parla di una interrogazione con “le mani sopra gli occhi” per evitare che lo studente leggesse dal vocabolario. “Ma la DAD è già di per se uno strumento che allontana lo studente dalla scuola e dal resto della comunità studentesca, non può diventare un pretesto per azioni intimidatorie nei confronti di chi sta sostenendo una prova di valutazione” osservano gli studenti che chiedono provvedimenti per la prof protagonista dell’episodio. Il preside del Liceo, contattato dal Corriere Veneto, ha spiegato che sono in corso delle verifiche. “Se ci sono conferme agiremo di conseguenza” aggiunge. L’Ufficio scolastico regionale del Veneto ha avviato accertamenti. Individuato l’istituto, la direttrice scolastica Carmela Palumbo ha contattato il dirigente che ha sentito i ragazzi e i docenti, per ricostruire l’accaduto ed eventualmente prendere provvedimenti. “In questo momento – ha detto all’Ansa- non possiamo esprimere giudizi su un episodio che pare un eccesso di zelo che ha portato a un comportamento discutibile, scaturito dalla difficoltà a gestire in dad la situazione delle verifiche”, ha concluso. Una situazione simile si è registrata lo scorso ottobre a Scafati, in provincia di Salerno, dove una docente del liceo Renato Caccioppoli ha costretto gli alunni a bendarsi per non sbirciare gli appunti durante le lezioni a distanza.

L'isolamento e la nuova condizione. “Storia della solitudine”, come la pandemia ha amplificato un sentimento ambivalente. Corrado Ocone su Il Riformista il 9 Aprile 2021. Fra le conseguenze indotte dalla recente pandemia, poco si è fatto riferimento agli effetti di essa sulla psiche individuale. Ovviamente è soprattutto chi vive solo che ha subito un forte disagio psichico nel dover restare a casa, costretto suo malgrado al “confinamento” (come chiamano il lockdown i francesi) e alla mancanza di rapporti sociali, e quindi anche alla solitudine. Un problema tanto più grave quanto più si consideri il fatto che i single sono una realtà sempre più rilevante e numerosa nelle nostre società, come ci dicono le statistiche riportate dallo storico napoletano Aurelio Musi in conclusione della sua affascinante Storia della solitudine. Da Aristotele ai social-network, da poco pubblicata dall’editore Neri Pozza (pagine 172, euro 17). Musi, in verità, non fa nessun riferimento significativo al Covid-19 nel suo libro, che probabilmente è stato pensato e scritto precedentemente. Ma, proprio per l’aspetto da me evidenziato, è come se il virus scorresse come sottofondo inespresso in ognuna delle sue pagine. Dando, fra l’altro, una conferma, anche da questo particolare punto di vista, di quel che si è detto sin dal primo momento in cui è comparso, e cioè che esso avrebbe accelerato, e anche portato alla contraddizione, tendenze in atto già da qualche tempo nelle nostre società. Tra le figure più ricorrenti della solitudine contemporanea c’è, ad esempio, l’hikikomori, un termine giapponese, ci spiega l’autore, che indica la tendenza che porta molti giovani a rinchiudersi in casa e a rinunciare «a tutti i rapporti umani a eccezione di quelli mediati – e opportunamente distorti – dalla tecnologia». Come non ammettere che questo fenomeno sociale si sia accentuato negli ultimi mesi, proprio a causa delle condizioni ad esso propizie generate dal virus? Eppure, la solitudine è, come tutto ciò che è profondamente umano, una condizione ancipite, ambigua e pertanto non necessariamente negativa. E come tale è stata vissuta nella storia occidentale, o meglio in quei luoghi della sua autoconsapevolezza che hanno preso corpo negli universi della letteratura, della filosofia, della musica, del teatro e delle arti, cioè della cultura in genere. Riferimenti più o meno topici della solitudine nella cultura occidentale si rincorrono e ricompongono con efficacia espositiva nell’excursus storico di Musi, che viene così a tratteggiare, con profondità e vastità di cultura pari a una invidiabile capacità di sintesi, un esquisse che è sì personale ma è anche facilmente universalizzabile. Il primo elemento ambiguo della solitudine è che si può essere soli pur vivendo una vita sociale intensa: e, al contrario, in compagnia pur essendo isolati dal mondo e dalla vita pubblica. La solitudine è una condizione oggettiva e soggettiva al tempo stesso. Chi ha una vita sociale pronunciata è come se perdesse sé stesso, in una forma di estraneazione, alienazione, superficialità e sradicamento che, pur raggiungendo l’acme nella società contemporanea di massa, è stata da sempre messa in evidenza come pericolo dai classici della nostra cultura. Se la solitudine serve a riconquistare sé stessi, il proprio io più autentico, e in quanto tale va ricercata (la “beata solitudine”); essa, d’altro canto, se non è poi messa in gioco nella comunità, in un costante rapporto di immersione-distanziamento dell’individuo da essa, tende facilmente al patologico, lambendo i terreni della follia (la “maledetta solitudine”). Non bisogna avere paura di sé, anzi cercare l’interiorità, che è sì individualizzante ma anche (come dice l’etimo) una forma di inter-relazione, ma non ci si deve nemmeno perdere (e distrarre) nell’esteriorità. Nel chiuso di una stanza ci si può perdere certo nella follia, che non sempre ha una valenza creativa (che pure a volte ha avuto), ma si può anche (ri)conquistare sé stessi, una propria identità. Senza contare che chi si rinchiude in una stanza può anche farlo per leggere e approfondire i classici. Egli, allora, si sente in compagnia di persone che egli stesso si è scelto con accuratezza, una compagnia selezionata e con cui dialoga da pari a pari, vivendo i loro contesti di vita. Che è che quel che accadeva a Niccolò Machiavelli quando, da esule, dopo una giornata di lavoro, si immergeva nei libri di una ricca biblioteca e si dimenticava totalmente della sua lontananza dalla vita politica fiorentina che tanto amava. E Musi opportunamente riporta la lettera del segretario all’amico Francesco Vettori ove questa condizione di beata solitudine è magnificamente illustrata. Chi cerca questo tipo di solitudine, l’uomo di studio, fa lavorare l’immaginazione immedesimandosi in personaggi e fatti del passato, proiettando le idee maturate in loro compagnia nel futuro della sua azione: egli vive, in altre parole, una concezione del tempo meno appiattita sul mero presente e matura quel senso storico che è poi la vera cifra della tradizione dell’Occidente. Il quale, dopo tutto, con la solitudine contemplativa, sia nell’antichità classica sia successivamente (suggestive le pagine del libro dedicate ad asceti, monaci, mistici ed eremiti medievali), ha instaurato un rapporto altamente produttivo. Non so fino a che punto la mia lettura del libro di Musi incroci le reali intenzioni dell’autore, ma a me esso è sembrato soprattutto un garbato elogio della solitudine interiore dell’uomo dotto.

Da ansa.it il 5 aprile 2021. Anche quest'anno la Pasqua, come già sperimentato in passato, sarà per moltissimi una giornata in solitudine senza pranzi con amici e gite fuori porta. Ma, soprattutto, senza stringere mani, abbracciare o fare una carezza a qualcuno a cui vogliamo bene, con ripercussioni sul benessere psichico in particolare per gli anziani e tutti colori che vivono soli. Un malessere, avvertono gli psichiatri, riconducibile al cosiddetto fenomeno della "fame di pelle", che vari studi scientifici cominciano a documentare. Il distanziamento sociale imposto dalla necessità di gestire i contagi, infatti, "ruba" contatto fisico e gesti di affetto. Vengono così meno gli scambi affettivi di amici e parenti non conviventi, di nipoti e figli per i nonni, i più fragili. "Il contatto fisico è rassicurante, perché è la modalità più arcaica per farci sentire al sicuro. Inoltre il senso di sicurezza e di appagamento che provoca, innesca modificazioni neurochimiche positive come l'aumento della produzione di ossitocina, l'ormone dell'attaccamento che ha un effetto "tranquillizzante"", spiegano Massimo di Giannatonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti della Società Italiana di Psichiatria (SIP). Gli effetti della carenza di abbracci in era Covid cominciano dunque ad essere documentati: uno studio in via di pubblicazione mostra che in America solo nel primo mese di lockdown si è generata una diffusa carenza di contatto fisico e abbracci che si è accompagnata ad un sovraccarico di disturbi dell'umore, come depressione e ansia, e anche a senso di affaticamento e disturbi del sonno. Condotto da Tiffany Field della Università di Miami in Florida, lo studio ha coinvolto 260 adulti, il 60% dei quali ha riferito la carenza di contatto fisico affettuoso. Un altro lavoro appena pubblicato sulla rivista Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology e coordinato da Debby Herbenick della Indiana University School of Public Health-Bloomington, mostra che i livelli di depressione e solitudine durante la prima ondata di Covid-19 sono risultati aumentati. Solo coloro che hanno mantenuto elevati livelli di contatto non virtuale ma fisico e alti livelli di connessione sociale presentavano un miglior stato di salute mentale. "Le restrizioni sociali restano necessarie: in questa fase è ancora impossibile assicurare ai nostri cari non conviventi i consueti gesti di affetto, ed è evidente che né le videochiamate, né i messaggi possono sostituire l'incontro reale tra due persone - sottolineano di Giannantonio e Zanalda -. Ci sono però accorgimenti che possiamo adottare per supplire alla carenza di contatto fisico, stimolando il tatto in altro modo. Un bagno caldo per esempio ha un effetto calmante e rassicurante, toccare stoffe morbide e confortevoli come la seta o fare un massaggio ai piedi induce sensazioni piacevoli che fanno stare meglio. Se attraverso il contatto di “pelle” con materiali gradevoli o caldi proviamo piacere, si può almeno in parte attenuare la mancanza della vicinanza reale ad altre persone". Tuttavia, concludono gli psichiatri, "il contatto fisico va cercato e praticato quando è possibile, per esempio con i familiari conviventi".

Gli effetti della pandemia sulla psiche. Lockdown senza fine, la vittima del virus è il futuro dei giovani. Massimo Doriani su Il Riformista l'1 Aprile 2021. Era una mamma di Marano la penalista che martedì sera si è lanciata dal balcone lasciando il marito e un figlio di 4 mesi. Si parla di depressione post partum, ma possiamo escludere che sull’episodio non abbia influito in maniera significativa la lunga condizione di isolamento che viviamo a causa delle restrizioni anti Covid? Più evidente il legame tra conseguenze della pandemia e il gesto estremo nel caso del fotografo Umberto Sbrescia, suicidatosi nel suo negozio alle spalle di piazza Garibaldi. Casi purtroppo non rari, soprattutto in un Mezzogiorno già alle prese con un’economia fragile. In Italia erano 71 i suicidi e 46 i tentativi di suicidio da inizio pandemia a settembre dello scorso anno. Fenomeno certamente in aumento, non solo per le conseguenze economiche che derivano dal blocco di numerosissime attività, ma anche per la paura del contagio e l’isolamento sociale che esso comporta. Insomma il vivere mesi come in un tunnel lungo e buio, da cui non si intravede una uscita in tempi brevi? Un anno fa, più o meno in questi giorni, si cantava sui balconi: «Ce la faremo». Si confidava nell’estate, nella speranza che questa avrebbe contenuto la diffusione del virus. La luce in fondo al tunnel non c’era, ce la siamo inventata. Ma dopo dodici mesi, siamo tutti aggrappati alla scialuppa di salvataggio dei vaccini che non arrivano, forse non funzionano, forse fanno più danni del Covid. E, nel frattempo, gli ospedali e le terapie intensive sono di nuovo in affanno. Le conseguenze per la psiche delle persone, in questo stress prolungato, non possono essere sottovalutate. Parlo a nome di una quarantina di colleghi, terapeuti dell’Isidap di Napoli (istituto specializzato nel trattamento degli attacchi di panico facente parte dell’Accademia Imago che dirigo), che dallo scorso anno hanno accolto – volentieri e volontariamente – l’invito a mettersi a disposizione dell’intera comunità italiana e degli italiani all’estero. Operiamo attraverso l’apertura di uno sportello gratuito (Numero verde 800 913880 No Panic) del progetto “Siamo Vicini”. In dodici mesi abbiamo raccolto più di mille chiamate, da Trento a Pechino, dagli Usa all’Argentina, portando avanti il servizio – è bene sottolinearlo – senza un euro di contributo pubblico, avvalendoci del solo sostengo di sponsor (Optima e Dhl) che hanno creduto alla validità della nostra iniziativa. Dal nostro osservatorio possiamo sicuramente affermare che, un anno dopo, le cose vanno piuttosto male. Le chiamate, che sono ormai diventate più di mille, erano originariamente suddivise tra paura del futuro e ansie da chiusura e parlavano di problemi relazionali e familiari, oltre che di ansie paniche. A chiedere aiuto erano soprattutto adulti e anziani. Le telefonate sono un po’ diminuite rispetto ai primi tempi, ma è cambiato il target: oggi a chiamare sono quasi tutte persone dai 40 anni in giù, giovani e adolescenti che per lo più chiedono in modo specifico del Covid. L’onda panica dello scorso anno è stata sostituita da paure legate alla quotidiana sopravvivenze con il virus. Soprattutto tra i ragazzi che non sanno cosa fare, come poter incontrare amici e fidanzate, perché i genitori (giustamente) non li fanno uscire di casa. Ciò su cui si riflette poco è il fatto che questo prolungato arresto del quotidiano non determina un disagio, ma soprattutto un blocco: un vero è proprio blocco della crescita. Perché bambini e ragazzi, essendo in età evolutiva, hanno una psiche che deve ancora completare il percorso per portare a termine il suo ciclo evolutivo di maturazione. Il Coronavirus sta togliendo loro le sedi dove farlo. Se non hanno luoghi dove sperimentarsi per due anni, la crescita psichica si blocca, mentre quella reale procede. Vuol dire che, per esempio, un 14enne si trova ad avere 16 anni alla prova di nuovi ruoli ma senza averli sperimentati, gradatamente, nei due anni trascorsi. E così un bambino di cinque che si ritrova a sette anni senza aver visto e giocato con i suoi coetanei, come farà a metabolizzare ciò che non ha provato? Si troverà ad affrontare il mondo dei sette anni con la psiche dei cinque. Il lockdown ha costretto le famiglie a diminuire di molto gli scambi di informazioni ed emotività con l’ambiente esterno, oltre che a irrigidirne in qualche modo i confini. Il rischio, in definitiva, è di costruire immagini idealizzate del corpo o di parti del corpo proprie e/o dell’altro. E creare una pretesa di perfezione che neghi l’incontro reale con l’altro o addirittura renda più forte il richiamo del virtuale rispetto alla realtà. In altre parole, il mio “corpo reale” rischia di essere assimilato a una brutta copia rispetto alla sua immagine idealizzata. Con conseguenze che possono essere nefaste.

Valentina Santarpia per il “Corriere della Sera” il 28 marzo 2021. Fingono connessioni discontinue, attaccano bigliettini sullo schermo per leggere indisturbati durante le interrogazioni, nascondono il telefonino sotto la scrivania, infilano gli auricolari bluetooth per farsi suggerire, scattano foto alla pagina del libro e se la piazzano a tutto schermo sul pc. Sono loro, i «copioni» della didattica a distanza, inventivi e fantasiosi, testardi e ingegnosi, che per portare a casa un buon voto progettano soluzioni a ogni verifica. Ma non sono soli a «combattere» la battaglia quotidiana della scuola online. Sul campo, sul fronte opposto, ci sono i docenti, che ogni giorno cercano nuove «armi» per accertarsi che il lavoro da remoto faccia fare progressi nei giovani discenti, che al mattino neanche si lavano il viso e indossano la felpa sul pigiama ma diventano iperattivi quando si tratta di «scopiazzare». In questi mesi le tecniche, da una parte e dall'altra, si sono affinate. Ragazzi e ragazze studiano video su TikTok, i prof si applicano su trattati pedagogici, consultano psicologi, si esercitano con algoritmi di valutazione. Il caso più «forte» è stato quello dell'insegnante che ha bendato gli alunni in un liceo di Scafati (Salerno), sollevando indignazione generale. Ma in guerra ci sono sempre morti e feriti. I docenti che hanno proposto di togliere il telefonino agli studenti hanno causato la protesta dei genitori che, dovendo lavorare, lo consideravano l'unico mezzo per mantenere un brandello di comunicazione con i figli a casa, e assolversi dall'assenza. Alcuni prof hanno provato a moltiplicare gli sforzi e assegnare verifiche ad personam: «Faccio tradurre un pezzo che non hanno mai visto prima, ovviamente scegliendo qualcosa che abbia un lessico base- spiega Patrizia Grima, professoressa di latino e greco del liceo classico Orazio Flacco di Bari -. È un'interrogazione all'impronta, che accettano volentieri, non come una punizione. Anzi, sono orgogliosi di dimostrare questa capacità». Sulla stessa linea Marco Fiorini, docente di grafica in inglese all'istituto tecnico Einaudi di Ferrara: «Punto molto sulla comunicazione: durante l'interrogazione li faccio parlare di esperienze personali, copiare non si può». E c'è chi ha deciso di adottare le tecniche dell'università, come Elena Gabbiani, prof di matematica al liceo Gioia di Piacenza: «Dopo averne parlato coi genitori, faccio installare agli studenti una webcam esterna che riprende la postazione. Appena inizia la verifica faccio partire la registrazione e se qualcosa non mi torna, la riguardo. Così ho scoperto un ragazzo che si era allontanato un attimo. L'ho invitato a spiegare il compito, visto che l'aveva fatto così bene, e ha confessato». Per i ragazzi può diventare ansiogeno: «Alcuni hanno adottato cose un po' maniacali, come farci mostrare i libri, ma la maggior parte dei prof ha puntato sui testi creativi: se dobbiamo fare valutazioni personali, non possiamo copiare», racconta Giuseppe Loria, studente 18enne del liceo Giulio Cesare di Roma. Ma è normale copiare? «Se vuoi fare valutazione con la Dad, ti trovi nei guai - spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta -. Istruire e far apprendere sono cose diverse: in questo momento straordinario più che sul voto il docente dovrebbe portare avanti un processo di relazione e apprendimento». Allora, che copiassero tutti? «Io sono per open book e open internet: si fa in tutto il mondo, si chiama ricerca».

Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 23 marzo 2021. Cercasi baby sitter, ma solo per gli orari diurni. In piena epoca di Covid le occasioni serali sono dimenticate, e così cambia anche il mercato delle tate. La preferenza è l' orario scolastico dei bambini, le lezioni in Dad e tutte le occasioni durante le quali i piccoli sono da accudire mentre i genitori hanno obblighi di lavoro, anche in smart working. Ma se la richiesta di baby sitter aumenta, cresce di pari passo anche il costo. Tra le più care c' è Milano, con una tariffa che si aggira sui 9-9,5 euro l' ora, Genova e Aosta raggiungono i 10 euro l' ora. La chiusura delle scuole e il coprifuoco hanno fatto cambiare il mercato e anche i prezzi sono in aumento. A spiegarlo è un' analisi diffusa da Sitly.it, piattaforma specializzata nella ricerca di baby sitter. Il sito ha visto aumentare il numero di accessi del 14,5 per cento e di nuovi iscritti (più 10 per cento) nella settimana in cui è stata disposta la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado in quasi tutta la Penisola.

LA GESTIONE. Oltre il 70 per cento dei nuovi genitori iscritti sono donne, la maggior parte tra i 25 e i 34 anni, a conferma di quanto la gestione della famiglia sia tutt' oggi compito della mamma e di quanto ricada su di lei la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Soprattutto per bambini piccoli, visto anche la fascia di età rilevata tra le madri. Il 46,9% delle famiglie registrate a Sitly hanno figli tra gli 0 e i 4 anni. Percentuali inferiori rispetto a quanto accadde l' ultima settimana di febbraio 2020, quando la chiusura totale delle scuole mentre l' Italia ancora viveva una vita apparentemente normale aveva portato un vero boom sul motore di ricerca, ma che indicano comunque una necessità concreta da parte delle famiglie italiane. Altro dato che emerge nettamente è l' assenza totale di richiesta di accudimento per impegni serali: il coprifuoco, i ristoranti, i teatri e i cinema chiusi, portano i genitori a restare in casa, almeno terminato il lavoro. Jules Van Bruggen, ceo del gruppo Sitly, sottolinea come «molti genitori ci chiedono se le baby sitter sono disposte a lavorare anche in questo periodo. La risposta è certamente sì, anche perché il lavoro domestico è sempre stato permesso dai diversi Dpcm.

Il problema più sentito è piuttosto quello dei medici e operatori sanitari, che si trovano con i figli a casa e con poche baby sitter disponibili a offrire servizio nelle loro case». Il costo orario di una baby sitter è aumentato nell' ultimo anno. Rispetto al rilevamento svolto da Sitly nella scorsa estate 2020 troviamo una crescita in città come Torino e Bologna (da 8 a 9 euro all' ora, e nel 2019 le due città segnavano 7 euro l' ora), Milano da 9 a 9,5 euro l' ora (confermandosi tra le città più care insieme a Genova e Aosta). Cresce anche la tariffa delle baby sitter di Venezia, da 8,3 euro a 9 euro. Costanti Roma e Trieste con una richiesta media di 8,5 euro l' ora, così come Trento e Bolzano, e Firenze, fissa su 9 euro. In generale la tariffa media nazionale diventa 8,3 euro rispetto ai 7,6 euro di un anno fa.

LE MISURE. In aiuto alle famiglie che hanno necessità di tate, davanti alle misure nazionali che sono insufficienti, arrivano bonus e voucher per le famiglie i cui figli sono alle prese con scuole chiuse e Dad: si va dal contributo ligure di 350 euro (nuclei con Isee sotto i 35mila euro) al voucher conciliazione del Veneto. La Lombardia varerà dopo Pasqua il bando Protezione famiglia da 25 milioni, mentre la Toscana potrebbe replicare entro l' estate il voucher badanti. E il Lazio sta per pubblicare un avviso pubblico da 2 milioni per sostenere la didattica a distanza.

Elisabetta Andreis per il “Corriere della Sera” il 22 marzo 2021. In Italia, dove le classi sono rimaste chiuse ben più a lungo che negli altri Paesi europei, non c' è correlazione significativa tra diffusione dei contagi e lezioni in presenza. L' apertura delle scuole è dunque scagionata, o almeno questa è la conclusione cui arriva una mastodontica ricerca, la prima di questo tipo in Italia, condotta da una squadra di epidemiologi, medici, biologi e statistici tra cui Sara Gandini dello Ieo di Milano. «Il rischio zero non esiste ma sulla base dei dati raccolti possiamo affermare che la scuola è uno dei luoghi più sicuri rispetto alle possibilità di contagio», sintetizza l' epidemiologa e biostatistica. Gli studi analizzano i dati del Miur e li incrocia con quelli delle Ats e della Protezione civile fino a coprire un campione iniziale pari al 97% delle scuole italiane: più di 7,3 milioni di studenti e 770 mila insegnanti. «I numeri dicono che l' impennata dell' epidemia osservata tra ottobre e novembre non può essere imputata all' apertura delle scuole»: il tasso di positività dei ragazzi rispetto al numero di tamponi eseguito è inferiore all' 1%. «Di più: la loro chiusura totale o parziale, ad esempio in Lombardia e Campania, non influisce minimamente sui famigerati indici Kd e Rt . Ad esempio a Roma le scuole aprono 10 giorni prima di Napoli ma la curva si innalza 12 giorni dopo Napoli, e così per moltissime altre città», spiega l' esperta. Ancora, il ruolo degli studenti nella trasmissione del coronavirus è marginale: «I giovani contagiano il 50% in meno rispetto agli adulti, veri responsabili della crescita sproporzionata della curva pandemica. E questo si conferma anche con la variante inglese». In altre parole i focolai da Sars-Cov 2 che accadono in classe sono molto rari (sotto il 7% di tutte le scuole) e la frequenza nella trasmissione da ragazzo a docente è statisticamente poco rilevante. Quattro volte più frequente che gli insegnanti si contagino tra loro, magari in sala professori, «ma questo è lo stesso rischio che si assume, ad esempio, in qualunque ufficio». Quanto all' aumento del numero dei giovani che si ammalano e vengono intercettati, bisogna mettere in relazione il dato con l' impennata del numero di tamponi effettuati durante la didattica in presenza: «In mancanza di evidenze scientifiche dei vantaggi della chiusura delle scuole, il principio di precauzione dovrebbe essere quello di mantenere le scuole aperte per contenere i danni gravi, ancora non misurabili scientificamente in tutta la loro portata e senz' altro irreversibili sulla salute psicofisica dei ragazzi e delle loro famiglie. La scuola dovrebbe essere l' ultima a chiudere e la prima a riaprire», si sbilancia Gandini, tra l' altro promotrice con il medico Paolo Spada del gruppo di scienziati Pillole di ottimismo, con centinaia di migliaia di sostenitori sul web. «Ci sono rischi anche nel tenere così a lungo chiuse le scuole. In Italia gli adolescenti delle superiori sono andati a scuola mediamente, quest' anno, solo 30 giorni in tutto». Nel dettaglio, analizzando i tassi di contagio della popolazione per fasce d' età a partire dai mesi autunnali, l' incidenza di positivi tra gli studenti è inferiore di circa il 40% per le elementari e medie e del 9% per le superiori rispetto a quella della popolazione generale. A fronte di un elevato numero di test effettuati ogni settimana negli istituti, meno dell' 1% dei tamponi eseguiti sono risultati positivi. Infine, alla riapertura delle scuole non è corrisposta una crescita della curva pandemica: i contagi salgono prima di tutto per le classi di età 20-59 anni, come si vede ad esempio chiaramente in Veneto, e solo dopo due o tre settimane tra gli adolescenti. «I ragazzi non possono quindi in nessun modo essere definiti responsabili o motore della curva».

Lo "show" della preside ai tempi del covid. Luca, Beatrice e Gabriele, i tre studenti del liceo Vico sospesi perché volevano tornare in classe. Guglielmo Allodi su il Riformista il 12 Marzo 2021. Era il 1977 e gli studenti di tutta Italia reclamavano una non più prorogabile riforma della scuola e la riaffermazione i principi di partecipazione democratica. Erano anni convulsi e con la battaglia del movimento studentesco si intrecciava una più generale lotta politica fatta di identità e ideologia. Al liceo Gian Battista Vico, scuola di grande fermento democratico, arrivò un preside che riteneva che la politica dovesse stare fuori dall’istituto e si comportava da vecchio gerarca. Gli studenti risposero con l’occupazione e con l’autogestione dei corsi di studio.Quegli studenti mantennero l’istituto in assoluta integrità, dando prova di lungimiranza e affidabilità. Quel preside, però, rilasciò un’intervista in cui raccontava che i ragazzi si erano comportati da vandali producendo gravi danni alla struttura: una volgare e infamante bugia. Quegli studenti si ribellarono civilmente, ma intanto un meccanismo perverso era stato innescato e alcuni di loro, uno in particolare, subirono una violenta repressione. Veniamo ai giorni nostri. La pandemia ha colpito pesantemente il sistema scolastico e universitario, obbligando docenti, personale e studenti alla didattica a distanza, con tutta una serie di difficoltà e un comprensibile malessere dovuto all’indeterminatezza della situazione. Sono mesi che Parlamento, Governo e istituzioni locali discutono delle modalità di un graduale ritorno alla normalità, ma la recrudescenza del Covid vanifica questo confronto. Nel frattempo il mondo studentesco è tornato a farsi sentire, rivendicando la necessità di rientrare in aula ma in condizioni di  assoluta sicurezza per tutti: un’azione meritevole e di grande civiltà. Proprio al liceo Vico gli studenti sentono deboli le scelte delle istituzioni e temono che tutte le responsabilità possano ricadere sulle loro spalle e su quelle dei docenti. Per far sentire la propria voce hanno quindi deciso di occupare simbolicamente l’edificio, tra l’altro a scuola ancora chiusa, invocando ascolto, condivisione e risposte serie e concrete. L’obiettivo è tornare alla didattica in presenza e, dunque, alla normalità, andando oltre i bizantinismi che da mesi caratterizzano la discussione tra le forze politiche, il Governo e il restante sistema istituzionale. Questi studenti hanno lanciato un messaggio chiaro, limpido, chiedendo di essere ascoltati e di poter essere partecipi del loro futuro. Sono stati così responsabili da liberare l’istituto per consentire la disinfezione prima della ripresa delle lezioni in aula, sottolineando ancor di più il valore simbolico del loro gesto. E non hanno avuto il timore di farlo davanti alle telecamere dei telegiornali. Così la dirigente scolastica del liceo, forse memore del suo predecessore, è intervenuta a gamba tesa scatenandosi contro i ragazzi, prendendone a campione tre – Luca, Beatrice e Gabriele – e chiedendo per questi ultimi  pesanti provvedimenti disciplinari che mettono in discussione la positiva conclusione dell’anno scolastico. Sospensione di trenta giorni, cinque in condotta e via così. Insomma, i tre vengono ora rappresentati come brutti, sporchi e cattivi, meritevoli di ogni ritorsione. Una follia bella e buona, un grigiore che ricorda le pagine più avvilenti della nostra storia: l’apparato che si scaglia violentemente contro chi rivendica diritti sacrosanti. E i vertici regionali della scuola che dicono? Per fortuna l’istituto è composto da tanti insegnanti di valore che hanno saputo mitigare le “incandescenze” della dirigente che ora invoca “soltanto” una sospensione di dieci giorni. Fanno bene genitori e ragazzi a resistere anche legalmente. È mai possibile che, anziché trovare la via del dialogo, del confronto, dell’unificazione degli obiettivi in una fase così delicata per tutti, soprattutto per i più giovani, si debba ritornare ai metodi dell’inquisizione? Io sto con Luca, Beatrice, Gabriele e con i tanti giovani come loro.

Corrado Zunino per "la Repubblica" il 3 marzo 2021. Mezza Italia che frequenta la scuola tra sabato prossimo e lunedì 8 resterà a casa. Un po' più di mezza. Le nuove restrizioni del Decreto 2 marzo aggiungeranno, alle sei regioni più una provincia autonoma già in Dad (sono 25 province in tutto, quasi tutte con lezioni a distanza dalle elementari alle superiori), altre 18 province che già superano almeno uno dei tre nuovi parametri del Dpcm: hanno più di 250 contagi sul territorio ogni 100.000 abitanti da almeno una settimana oppure negli ultimi sette giorni hanno osservato esplodere i casi; oppure, con provvedimenti restrittivi già presi, scoprono in casa una delle varianti che sta facendo perdere il controllo - ancora una volta - del coronavirus. Basta guardare i dati della Protezione civile, che monitora l' evoluzione del contagio da un anno e una settimana, per scoprire che, partendo dal Nord-Ovest, la provincia di Imperia, poi quella di Verbano-Cusio-Ossola, ancora Brescia, Como, Mantova e Monza, quindi Trento e Udine, continuando con Bologna, Modena, Reggio Emilia, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, proseguendo con Pistoia e Siena e infine Frosinone sono tutte fuori parametro. Le loro scuole, di ogni ordine e grado, vanno chiuse. Gli studenti, dall' infanzia alle superiori, mandati in Dad. Ci sono anche Bolzano, Chieti e Pescara, Ancona e Macerata, Salerno e Bari che non rispettano i nuovi valori voluti dal Comitato tecnico scientifico e inghiottiti dai governatori, che con i colori gialli e arancioni nei loro territori avranno l' ultima parola sulla chiusura delle scuole. In queste sette province, però, e in altre diciotto le lezioni in presenza erano già state inibite dai presidenti delle sette regioni che le ospitano con decisioni prese in autonomia dai governatori, prima di questo Dpcm di governo. Ecco, 43 province italiane su 107 (più alcune centinaia di comuni autonomamente) da sabato terranno alunni e studenti a distanza. Nel Paese già oggi metà dei ragazzi delle scuole superiori seguono da casa, il mai abolito limite del 50 per cento: si può ipotizzare, così, che dalla seconda settimana di marzo avremo cinque milioni di studenti in Dad. Le varianti, inglese e brasiliana, hanno tagliato le gambe al promesso cambio di passo del Governo Draghi, almeno sull' istruzione. E alla speranza di scuole aperte resa pubblica dai ministri Patrizio Bianchi, Roberto Speranza, Mariastella Gelmini. Se si va direttamente sul territorio, si scopre una preoccupazione al livello di guardia. Il direttore dell' Ufficio scolastico del Piemonte appena ha ricevuto le bozze del Dpcm ha esclamato: «Qui chiudiamo tutto». La Prefettura di Torino, attraverso un' interpretazione autentica dei parametri di Chigi, conferma. Il governatore Alberto Cirio, per non saper né leggere né scrivere, ha messo altri quattordici comuni (12 del Cuneese, 2 del Torinese) in zona rossa: sono già ventidue. Qui, come in tutte le zone rosse d' Italia, nessuna lezione in aula sarà possibile. La Toscana ne conta sessantasei, di comuni con i valori epidemiologici fuori standard. Ha voglia Speranza di parlare di «casi di eccezionale gravità» per spiegare le scuole chiuse, il contagio corre veloce lungo tutta la via Emilia: solo Parma, Piacenza e Ferrara restano sotto "quota 250". Il guaio aggiuntivo è che ci sono altre diciassette province (tra queste Milano, Torino e Napoli) vicine alla soglia: presumibilmente a fine settimana l' avranno oltrepassata. L'Emilia Romagna, seguendo l'ultimo report, conferma che con la terza ondata del virus quella che poteva essere un' ipotesi è una realtà: i contagi sono anche endogeni alle scuole, interni. Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, ora dice: «Di fronte a un picco di contagio che cresce nella fascia di età tra 7 e 17 anni, ma anche tra i 5 e i 6, la sospensione dell' attività didattica in presenza, per scuole di ogni ordine e grado, è consequenziale». A fronte dell' accelerazione del virus, cresce a fatica la campagna di vaccinazione dei docenti, dei presidi, degli amministrativi della scuola, passata dall' altroieri a ieri dal 16 al 18 per cento del totale, 185.866 persone raggiunte. Al 2 marzo, come ha certificato la rivista online Tecnica della scuola , la Campania ha superato 41.000 somministrazioni, la Toscana ha vaccinato 27.528 lavoratori della scuola, il Lazio 18.704, ma Basilicata, Sardegna, Emilia Romagna, Marche e Molise sono intorno a quota 100. In Calabria le vaccinazioni mirate partiranno non prima del 10 marzo. Le famiglie italiane con figli alla scuole dell'infanzia e alle elementari tremano: questa nuova chiusura somiglia troppo a quella di marzo 2020 e sconvolge le organizzazioni a casa. Il governo promette ristori e una buona Didattica a distanza, ma serve tempo. Il mondo "No Dad" è agitato. Docenti sono andati sotto la Regione Lombardia a chiedere vaccini dedicati. Anita, la liceale di Torino, chiama al ritorno in piazza. Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente del' Anci: «Scuole chiuse ma movida libera. Il nuovo Dpcm sembra dire esattamente questo».

Il dilemma della didattica a distanza: uno su 2 non studia, ma -35% di contagi. Incidono mezzi di trasporto e ritrovi extra scolastici. Ma i ragazzi da casa non sanno più compiere delle scelte e superare i test. Maria Sorbi - Gio, 04/03/2021 - su Il Giornale. La didattica a distanza permette di ridurre i contagi del 35% ma crea problemi di apprendimento a uno studente su due. Insomma, ogni scelta è una coperta troppo corta: se si guadagna in salute e sicurezza sanitaria, si perde in istruzione e motivazione degli alunni. E viceversa. L'emergenza di questi giorni impone una decisione d'urgenza ma, sul lungo periodo, andranno anche arginate e compensate le conseguenze sul curriculum scolastico dei ragazzi. L'Invalsi ha condotto una ricerca sulla condizione di partenza della scuola italiana all'arrivo della pandemia. Emerge che per più di sei bambini su dieci le lezioni da remoto sono state una prova proibitiva poiché solo il 36% era in condizioni accettabili per affrontarle. Dato che sale al 48% alle medie e al 66% alle superiori. Il calo del rendimento è stato riscontrato soprattutto nei ragazzi che si sono connessi da case piccole, magari costretti a condividere spazi e wi-fi con fratelli e genitori in smart working, e quindi poco concentrarti. Ma non si possono fare sconti, non ora, e la decisione di chiudere le aule è necessaria, seppur dolorosa. A dirlo è anche un algoritmo formulato da Giovanni Sebastiani, primo ricercatore dell'Istituto per le applicazioni del calcolo «Mauro Picone» del Cnr. «L'indice Rt - spiega il matematico - diminuisce del 35% quando si passa dalla didattica in presenza a quella a distanza. Le misure restrittive del periodo natalizio ci hanno permesso di passare dal 13% dei positivi all'8%, lasciando chiuse le scuole saremmo arrivati al 3%». Da qui la sua considerazione, lapidaria: avremmo già dovuto chiudere prima. «È stato un grosso errore riaprire le scuole sia a ottobre sia adesso. Aumentano gli studi che mostrano il nesso causale tra l'attività didattica in presenza e l'aumento della diffusione del virus. Le regioni che hanno ritardato l'inizio delle scuole sono quelle che hanno avuto un minore aumento percentuale della crescita delle terapie intensive». Il problema non è l'attività scolastica in sè: la maggior parte degli istituti riesce a rispettare le norme di sicurezza all'interno delle aule. Il guaio è tutto ciò che ruota attorno alla scuola, prima e dopo le lezioni: i pullman e i vagoni della metropolitana, le attività extra scolastiche, i ritrovi fuori dagli istituti, i ragazzi che (quando non sono controllati) abbassano la mascherina anche quando sono in gruppo. «Convincere le persone che bisogna mettere in atto misure restrittive quando sembra che non sia necessario non è facile - ammette Sebastiani - però mettere in atto le stesse misure in ritardo di due settimane comporta che, per avere un effetto benefico, la durata delle misure si allunghi». E allora d'accordo, chiediamo un ulteriore sacrificio ai nostri figli: ancora computer, ancora amici visti solo nelle finestrelle dello schermo, ancora distanza. Ma si tenga conto dello strappo sociale che si sta creando: in base a una fotografia scattata dalla fondazione Openpolis sulla povertà educativa, emerge che la pandemia (e la Dad) non hanno fatto altro che accentuare un problema che, sotto traccia, già esisteva: la difficoltà a poter decidere liberamente il proprio percorso di studio, compromessa per il 54% degli alunni di terza media con famiglie svantaggiate. Le ambizioni vengono chiuse in un cassetto perché spesso i genitori non sono in grado o non possono permettersi di suggerire ai figli percorsi di studio ampi e lungimiranti. Se crolla anche la motivazione dei ragazzi quella percentuale rischia di salire.

Valentina Arcovio per "Il Messaggero" il 16 marzo 2021. Non è la qualità della formazione, o almeno non solo quella, che la Didattica a distanza rischia di compromettere. In gioco c'è di più. La lontananza dalla scuola, dagli insegnanti, dai compagni di classe e in generale dalla vita «normale» espone i bambini e i ragazzi a mali ben peggiori, quelli dell'anima. Ansia e stress sono solo il preludio, disturbi alimentari e autolesionismo le tragiche conclusioni. I dati che abbiamo sono piuttosto eloquenti e hanno dato alla nuova edizione della Giornata nazionale dei disturbi alimentari, che si è celebrata ieri, un'urgenza ancora più importante. Secondo il ministero della Salute, si è verificato un aumento del 30% dei casi di disturbi dell' alimentazione tra i ragazzi e i bambini. Sì, bambini anche di 9-10 anni. Per avere un'idea della grandezza del fenomeno, basta pensare che nel primo semestre del 2020 sono stati rilevati 230.458 nuovi casi, quando nello stesso periodo dell'anno precedente erano stati 163.547. Non solo. A fianco di anoressia, bulimia, ortoressia, binge eating e altre variazioni dei disturbi del comportamento alimentare, c'è il fenomeno dell'autolesionismo. «Spesso sono disturbi, quello del comportamento alimentare e l'autolesionismo, che si presentano insieme», spiega Simonetta Marucci, endocrinologa dell'AME (Associazione medici endocrinologi) ed esperta dei disturbi del comportamento alimentare. «È il risultato di un disturbo da stress post-traumatico, causato e alimentato dall'emergenza Covid-19 e da tutto quello che ne consegue, in primis l'isolamento sociale», aggiunge. Una subdola epidemia all'interno della pandemia. Il Numero Verde S.O.S. Disturbi Alimentari è: 800 180969. «La Dad allontana di fatto i ragazzi e i bambini dalla scuola, nel luogo dove solitamente le tensioni e lo stress si scaricano e hanno libero sfogo», spiega Marucci. «Pensiamo pure a tutti quei ragazzi e quei bambini che vivono in famiglie già con situazioni problematiche. La scuola - continua - rappresenta per loro una via d' uscita, un ammortizzatore delle tensioni». Ora tutto questo non c'è più. «Isolati nel proprio mondo da cui ci si affaccia solo tramite un computer, si iniziano a covare pensieri negativi», sottolinea Marucci. Terreno fertile per i disturbi dell'alimentazione. L'autolesionismo diventa molto spesso la via di fuga. «Ci si causa un dolore fisico per rendere più sopportabile quello mentale», spiega l'esperta. Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell' adolescenza dell'ospedale Bambino Gesù, segnala un aumento vertiginoso da ottobre degli accessi in Pronto Soccorso per disturbi mentali, in particolare tentativi di suicidio o atti di autolesionismo. «Per settimane - racconta - abbiamo avuto otto posti letto su otto occupati, e non era frequente, e tutti per tentativo di suicidio». Durante l'emergenza è mancata ed è ancora carente l'assistenza ai ragazzi e alle famiglie. «Purtroppo - aggiunge Vicari - la salute mentale e gli sportelli di neuropsichiatria infantile sul territorio sono stati man mano smantellati. Le famiglie che hanno un problema non sanno dove andare». Aggiunge Marucci: «Il web è stato d' aiuto per molti nel confrontarsi con gli specialisti tramite consulenze online, ma è anche il luogo dove i giovani vengono esposti a informazioni pericolose. Si possono trovare anche veri e propri tutorial su come vomitare il cibo o su come tagliarsi». In questa pandemia i genitori sono soli, gli unici a dover e poter intercettare i problemi dei propri figli. «Per questo è fondamentale fare attenzione - suggerisce Marucci - a una serie di campanelli d'allarme: drastici cambiamenti di comportamento, isolamento rispetto alla famiglia, eccessiva attenzione al corpo, abitudine a spezzettare il cibo nel piatto, rifiuto di mangiare a tavola con la famiglia, magari con la scusa di aver già mangiato». Nel dubbio diventa lecito anche «spiare» le attività sul web. Su questo una grande mano può arrivare da persone come Imma Venturo, un'operatrice sanitaria ed una ex paziente con disturbo dell' alimentazione, che oggi è una sorta di «cacciatrice» di trappole online. Venturo trascorre parte della sua giornata a scovare persone e siti che inneggiano alla magrezza estrema per aiutare le ragazze a non cadere nella rete. In maniera volontaria, offre ascolto e percorsi di auto aiuto sulla sua pagina Facebook e nel suo Blog.

Covid-19: quanti anni di vita persi con le scuole chiuse. Tina Simoniello su La Repubblica il 14 gennaio 2021. Più si studia più si rimane in salute, pensiamo anche a questo. Niente amici, niente lezioni né maestri, niente scuola. Per mesi. Per via del Covid è andata così per molti, moltissimi bambini nel mondo. Da noi in Italia le scuole di ogni ordine grado hanno chiuso i battenti da marzo a giugno 2020 affidandosi alla didattica a distanza, con l’impegno di molti docenti e moltissime famiglie. E mentre le elementari e le medie hanno aperto da fine settembre, non è stato così, non è ancora così, per tutte le scuole secondarie della Penisola. Sulle ricadute educative ed emotive della scuola chiusa, si è riflettuto e scritto tanto, in Europa come altrove. Però uno studio USA pubblicato su Jama Network Open ha fatto di più, o meglio ha fatto altro: ha valutato, per i bambini statunitensi, i possibili effetti della perdita di giorni di scuola in termini di anni di vita persi. Insomma ha quantificato in vita l’erosione di istruzione scolastica. Cosa c’entra la scuola con l’aspettativa di vita? C’entra, perché il livello di istruzione è correlato alla durata della vita: più si studia e più si vive in salute. “Esperti di scienze sociali hanno dimostrato che chi viene privato ??di opportunità educative ha vita più breve - ha ricordato Frederick Zimmermann, professore di politica e gestione sanitaria alla Fielding School of Public Health, Università della California a Los Angeles e coautore della ricerca insieme a Dimitri Christakis e Wil Van Cleve dell’università di Washington a Seattle. 

Lo studio sui bambini dai 5 agli 11 anni. Utilizzando dati pubblici del 2020 raccolti da fonti istituzionali USA come i CDC, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, gli autori del paper hanno elaborato un modello analitico per valutare l'associazione tra chiusura delle scuole primarie (il paper in questione riguarda solo i bambini delle elementari)  e riduzione del livello di istruzione, e l'associazione tra riduzione del livello di istruzione e aspettativa di vita. Negli USA oltre 24 milioni di bambini dai 5 agli 11 anni hanno frequentato istituti pubblici che hanno chiuso per via della pandemia, perdendo circa 54 giorni di scuola, che corrispondono a circa 0,31 anni per i maschi, 0,21 per le femmine sull’istruzione finale. Con un’ulteriore estrapolazione è stato possibile associare questo tempo scolastico perduto a circa 5,5 milioni totali di anni di vita persi, calcolati sul totale della popolazione scolastica. Negli Stati Uniti, a fine di maggio 2020 erano circa 88mila mila i decessi per Covid-19, che equivalgono a un milione e mezzo di anni di vita persi calcolati sulla popolazione. Se le scuole fossero rimaste aperte, dicono i ricercatori, sulla base degli studi che associano la chiusura a una minore circolazione e diffusione  del virus avremmo dovuto aggiungere a questo tributo un ulteriore milione e mezzo di anni. In sintesi, tenere le scuole aperte avrebbe quasi certamente  (parliamo infatti di un probabilità superiore al 98% secondo i calcoli) comportato una perdita di anni di vita inferiore a quella che in effetti potremmo dover calcolare in futuro. Le conclusioni? Salvare vite umane chiudendo le scuole non è detto rappresenti un guadagno di anni vita netto, almeno non alla lunga.  “Se la scelta è tra mantenere aperte le scuole o chiuderle di fronte a una impennata senza precedenti di casi di covid19, preferirei chiudere. Ma – è la riflessione di Zimmermann – questa non è l'unica opzione". Il problema insomma non è solo chiudere o aprire.

Investire. La strategia per gli autori dovrebbe essere investire sulla scuola: in dispositivi di protezione per le scuole, come hanno fatto altri paesi per mantenere le scuole aperte. Il che significa distribuire dispositivi di protezione individuale come le mascherine, l'acquisto di divisori in plexiglass e di punti di igienizzazione delle mani nelle aule, distanziare i bambini, installare migliori apparecchiature di filtraggio dell'aria per gli interni e apparecchiature di riscaldamento per fare scuola all’aperto. Tutto questo, insieme ai test per i bambini e per il personale scolastico e al tracciamento dei contatti, avrebbero potuto consentire alle scuole primarie statunitensi di rimanere aperte in sicurezza.

Affrontare il danno. “Durante la pandemia di Covid-19, gli Stati Uniti hanno chiesto un sacrificio enorme ai cittadini più giovani per proteggere la salute dei più anziani, questo può essere moralmente difendibile nel corso di una pandemia, ma solo se vengono investite risorse per affrontare il potenziale danno di salute e formazione arrecato a una popolazione con scarsa visibilità e alta vulnerabilità”.

Daniela Uva per “il Giornale” il 16 gennaio 2021. Mentre la maggior parte delle Regioni si preparano alla zona rossa e arancione, per gli studenti italiani si allontana il miraggio di tornare in classe. Per moltissimi la Dad è destinata a rimanere una certezza, con il rischio di causare problemi psicologici molto gravi. A lanciare l' allarme è Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane e pedagogiche all' università Milano-Bicocca.

Cosa significa per i ragazzi continuare a fare a meno della scuola?

«La scuola è uno dei momenti nei quali i preadolescenti si distanziano da casa. Permette a questi ragazzi di spostarsi da soli con i mezzi pubblici, di recarsi in una città diversa: è un momento di elaborazione del distanziamento dal nido familiare, che è fondamentale per la crescita».

Cosa rischiano i più giovani?

«I ragazzi stanno perdendo la dimensione della socializzazione che è fondamentale in qualsiasi ordine scolastico, ma in particolare nella secondaria di secondo grado. Studiare insieme, crescere con i coetanei e confrontarsi sono aspetti essenziali che rischiano di essere perduti con la didattica a distanza. Il pericolo è però anche quello di ridurre l' apprendimento soltanto a qualcosa di cognitivo».

Dal punto di vista psicologico cosa potrebbe accadere?

«Da anni si sta studiando il fenomeno degli hikikomori, i giovani che si chiudono nelle loro camere e non escono per mesi. I ricercatori hanno dimostrato che questi ragazzi non solo hanno un calo di autostima, ma hanno anche un calo dell' apprendimento. Il lockdown moltiplica questa situazione».

Le fasce di età più a rischio?

«Ogni età è a rischio quando si costringe qualcuno all' isolamento. Per i bambini il pericolo è la rinuncia al diritto al gioco, alla vita all' aria aperta, alle attività ricreative. Per gli adolescenti si tratta invece della connessione fisica concreta con gli altri, dal primo bacio alla fidanzata, all' abbraccio con gli amici. Anche i ragazzi più grandi, attorno ai diciotto anni, perdono il senso fondamentale di libertà e di autonomia che l' uscire di casa permette loro di sperimentare».

Quanto è concreto per loro il rischio depressione?

«Sarà importante studiare insieme a questi ragazzi quale potrà essere l' esito di questa emergenza sulla loro crescita. La depressione, l' aumento di condotte aggressive e l' isolamento non sono un destino. Tutto dipende da come gli adulti sapranno ascoltare questi giovani e sapranno aiutarli a far sì che le risorse che hanno trovato e messo in campo in questi periodi difficili possano diventare un elemento».

«Sono autistico e chiuso in casa da marzo: fatemi vedere i miei compagni». Paolo è iscritto all’ultimo anno di un liceo in Sicilia e dall’inizio della pandemia non ha più messo piede a scuola. Ma per lui la Dad è impossibile. La mamma: «Adesso ho paura perché sta subendo un trauma che andrà recuperato». Antonio Fraschilla su L'Espresso il 15 gennaio 2021. «Mi manca il mio compagno di banco, Francesco. E Salvatore, uno degli insegnanti di sostegno. E Iulia e Maria Pia, le mie amiche in classe. Non è che mi manca davvero molto la scuola eh, ma non poter uscire, non poter vedere gli amici mi fa male». Paolo parla con la sincerità che lo contraddistingue. Lui è uno dei molti studenti con disabilità mentale che da marzo è a casa. Per lui è impossibile fare lezioni online e la Dad, la didattica a distanza, non ha poi molto senso in fondo: perché per moltissimi alunni con disabilità la scuola è soprattutto partecipazione, socialità. E anche se in alcuni casi le scuole hanno organizzato lezioni in presenza con l’insegnante di sostegno, sono i compagni che mancano davvero e senza gli “amici” di fatto si resta sempre in isolamento come a casa. Paolo è un ragazzone alto e robusto, due occhi marroni intensi, un sorriso che quando arriva entra nell’anima di chi lo guarda. Soffre di autismo, ha 19 anni e frequenta l’ultimo anno di un liceo a Noto. Frequenta in maniera “virtuale” perché dal 9 marzo, dal giorno del lockdown nazionale per cercare di arginare la pandemia da Covid-19, è a casa. A scuola non ha messo più piede perché l’istituto non è stato in grado di organizzare lezioni in presenza anche se l’ultimo Dpcm del governo prevede questa possibilità per gli studenti con disabilità. Paolo così non vede più i suoi compagni di classe, il pomeriggio non esce. E i progressi che aveva fatto sono quasi subito scomparsi. Adesso è nervoso, sta spesso sul divano della sua stanza e ha perso le sue abitudini. Angiola, la mamma di Paolo, racconta questi dieci mesi di pandemia: «Da marzo fino all’estate è rimasto a casa senza far nulla. Lui ha avuto una pessima reazione e si è chiuso ancora di più in se stesso. A settembre, in vista della ripresa della scuola, noi per primi ci siamo attrezzati per la Dad insieme all’insegnante di sostegno. Ma alla fine tutto si è risolto in collegamenti di pochi minuti con la classe e in molti casi solo con l’insegnante». La scuola per gli alunni con disabilità psichica è il perno attorno al quale ruota tutta la socialità: «Paolo non ha più visto i suoi compagni - continua Rotella - non ha più partecipato a una festa di compleanno, eventi che per lui rappresentavano occasioni importanti di dialogo. Io inoltre ho dovuto rinunciare a giorni programmati di lavoro. Ma adesso ho paura perché Paolo sta subendo un trauma che andrà recuperato».

«Essere uno studente in Italia non conviene»: sull'Espresso le vostre storie di Dad. Rabbia, frustrazione ma anche riflessioni, racconti e suggerimenti agli "adulti": sono tantissimi gli sfoghi degli studenti arrivati alla nostra redazione. Continuate a scrivere la vostra esperienza di scuola a distanza: le vostre testimonianze verranno pubblicate online. L'Espresso il 15 gennaio 2021. La pandemia ha reso difficile l'aggregazione sociale, e ormai a mantenere le distanze ci abbiamo quasi fatto l'abitudine. Quello a cui nessuno ancora riesce ad abituarsi sono i cancelli serrati delle scuole, i banchi vuoti, il silenzio. È difficile abituarsi al pensiero che ai ragazzi sia stato interdetto il loro spazio naturale e che la scuola possa essersi trasformata in una lezione su Meet o un file condiviso. Sono passati tanti mesi. E alla didattica a distanza non ci si abitua, apre ferite – a molti invisibili – che, a lungo termine, forse non si rimargineranno più. Lo dicono i dati raccolti dal Ministero dell'Istruzione e dal Consiglio nazionale degli psicologi, raccontati dall'Espresso . Lo dicono gli educatori e i genitori. Le istituzioni hanno fatto promesse che non sempre – in un continuo rimpallo di responsabilità – hanno portato a provvedimenti efficaci. Gli studenti sono stanchi e disorientati e si sfogano sui social. C'è chi scrive che in questi mesi di Dad non sarebbe rimasto sano di mente se non ci fosse stato il confronto sul web con gli altri studenti e chi arriva a dire che l'unica cosa bella della didattica a distanza sono le lamentele su Twitter. «Io comunque un po' sto impazzendo, alterno momenti in cui sto bene a momenti in cui mi sento chiusa in gabbia senza stimoli», «Questa è follia pura», «Ci pensate che è quasi un anno che le nostre giornate sono tutte uguali?». Da queste piazze virtuali emerge tutta la verità, senza mezzi termini. E a chi prova a ricordare che fanno bene a farsi sentire, molti rispondono che tanto non cambia nulla o chissà quando cambierà. E mentre i ragazzi scendono in piazza, da Roma a Milano, abbiamo deciso di aprire una piazza virtuale per raccogliere le loro voci. Che cominciano ad arrivare. Le parole dei ragazzi che ci hanno scritto sanno di «rabbia, indignazione e frustrazione» e vogliamo raccoglierle così autentiche come sono. Di Dad abbiamo parlato tutti, tanto, ma solo gli studenti possono raccontarla davvero, in prima persona. #DisagioADistanza sarà lo spazio sempre aperto alle loro testimonianze, la voce di un futuro stanco di crescere lontano dalle classi e che da oggi ha una piazza in più.

«Frequento il quinto anno del liceo scientifico. Siamo stanchi, alunni e professori. Per i nostri prof siamo a casa e quindi abbiamo più tempo per studiare, quando in realtà stiamo male e siamo psicologicamente a terra, non abbiamo alcun tipo di aiuto o di sostegno; chi è fortunato ha una famiglia solida alle spalle..ma non tutti sono fortunati. Vorremmo essere compresi, stiamo buttando via i nostri anni più belli, la maggior parte di noi non vede gli amici da mesi. Quest'anno abbiamo la maturità, e come possiamo prepararci se chi ci governa non sa cosa fare? La dad non funziona più, vogliamo solo tornare a scuola ed esercitare il diritto allo studio. Siamo davvero stanchi». (Maria, Liceo scientifico di San Giovanni in Fiore)

"Ogni giorno che passa mi sento sempre più alienato dalla scuola, oramai partecipare alle lezioni è diventato un gesto meccanico di routine, un semplice susseguirsi di accendo, saluto, spengo il microfono, ascolto, saluto che mi lascia con l'amaro in bocca. Questo tipo di didattica, privo di una qualsiasi interazione umana, funge solo da anestetico lasciandoci inerti e sconfortati e non ha e non potrà mai avere la stessa validità di quello in presenza. Ovviamente siamo consapevoli che le situazioni di emergenza richiedano dei sacrifici da parte di tutti ma è evidente come non si stia facendo abbastanza per permettere un ritorno sicuro a scuola. E a me questa pare solo l'ennesima riprova che il nostro, purtroppo, non è un Paese per giovani." (Riccardo, Liceo Volta di Milano)

«Ciò che probabilmente fa rabbia a noi studenti universitari è la totale assenza dal dibattito pubblico. La "DaD universitaria" ha sicuramente funzionato meglio rispetto ai licei. E non ci sono state pagliacciate come "le ore ridotte a 45 minuti". Noi universitari abbiamo lavorato quest'anno molto più degli altri anni. Abbiamo seguito i corsi al 100% e spesso ad orari improponibili in tempi normali perché "tanto che avete da fare", ci dicevano. Ma quando dico che la DaD ha funzionato per noi, mi riferisco ai corsi, che effettivamente, seppur nell'assenza totale di socialità, sono stati ben condotti anche a distanza. Qual è quindi il punto? Abbiamo pagato le tasse praticamente come se non ci fosse stata alcuna pandemia, tuttavia non abbiamo avuto accesso ad alcun laboratorio, 0 ore di pratica, 0 ore di tirocinio, e non abbiamo idea di se/quando ci sarà un bando Erasmus. Le regole di sicurezza per gli esami sono completamente prive di significato: essere in 100 in una grande aula durante un corso è effettivamente un assembramento, ma non capisco quale sia il rischio se in pochi, a gruppi, ci si prenota in anticipo all'esame e si svolge il tutto in un'aula da 200 posti vuota con lavagne lunghe più di 5 metri. Le università sono pienamente coscienti del fatto che un esame non è uguale all'altro e non c'è alcun motivo per non applicare le regole caso per caso. Noi studenti universitari, a differenza di quelli del liceo, votiamo, ma contiamo ancora meno perché alle nostre spalle non ci sono genitori indignati. Diciamo che in Italia i laureati sono solo il 4% della popolazione e solo il 27% dei giovani (contro il 44% Europeo); beh, non sono sorpreso! Siamo considerati un peso, non riceviamo alcun aiuto e ogni giorno della nostra carriera universitaria ci ritroviamo a constatare quanto più conveniente sarebbe andar via. Essere uno studente in Italia non conviene. Io sono al 5 anno, ma non posso dire di essere vicino al traguardo, perché la pandemia ha rallentato anche me; però almeno posso dire di aver vissuto la mia esperienza accademica. Mi spiace per chi si troverà abbandonato per molto più tempo da un sistema in cui l'Università conta meno di qualsiasi altra cosa» (Davide e Giada, ingegneria Aerospaziale, Università Federico II di Napoli)

«Negli ultimi 10 mesi di didattica a distanza, le sensazioni che più ho provato sono state rabbia, indignazione e frustrazione. Passare sei ore davanti a uno schermo ogni giorno mi ha causato svariati problemi fisici come male agli occhi, mal di testa e insonnia. Non poter fare nulla per cambiare la mia situazione mi ha avvilito e da ciò è derivato un sentimento di impotenza veramente fastidioso: in questi mesi, l'unica cosa che mi ha dato la forza di continuare a lottare per un futuro migliore è stata la speranza di essere ascoltata e ascoltati/e, il proposito col quale abbiamo occupato il cortile del nostro liceo poco fa. Siamo stati privati e private del diritto ad un'istruzione critica e consapevole, non nozionistica, siamo stati/e privati/e del confronto e della socialità che costellava quotidianamente la nostra vita scolastica, e, onestamente, mi vergogno assai per chi ha preso questa decisione. Temo davvero che nei fatti la nostra condizione non cambierà a breve e che le istituzioni continueranno a lasciarci in secondo piano, nonostante stiamo facendo tutto il possibile per evitarlo e riportare la questione della scuola al centro del dibattito pubblico». (Chiara, Liceo classico Manzoni di Milano).

Scuola, ecco i danni della didattica a distanza: gli studi riservati del ministero dell'Istruzione. Dalla precarietà allo stress, il dicastero è al lavoro da mesi sugli effetti psicologici sugli studenti della Dad. L'Espresso ha consultato i documenti riservati. Carlo Tecce su L'Espresso l'08 gennaio 2021. La didattica a distanza fa male. Si ha paura a dirlo, per non sovrapporre i drammi. Al ministero dell’Istruzione, però, lo sanno da mesi che quel rito digitale conosciuto con la sgradevole sigla di “dad”, nel lungo periodo, fa male agli studenti, riduce l’apprendimento scolastico, amplifica il disagio sociale, genera disturbi psicologi. Al ministero dell’Istruzione lo sanno perché da mesi, da agosto soprattutto, sono sopraffatti da tabelle, ricerche, documenti riservati che provengono anche dalla collaborazione col Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi. L’ultimo aggiornamento è di gennaio, riguarda un dettagliato sondaggio fra gli studenti. Così il ministero di Lucia Azzolina insiste fra le mura sorde del governo: a distanza, ma se necessario, se la pandemia infierisce ancora, non per pigrizia intellettuale, non per impreparazione amministrativa. Non sarebbe perdonabile. Il ministero dell’Istruzione, solo, si muove con ostinazione per i diritti degli studenti in un momento di doveri e il governo giallorosso, mai tanto compatto su un punto, reagisce infastidito. Come se non sopportasse questa ragionevole ostinazione. Allora si litiga e ci si confonde.

I bambini dell’era Covid abbandonati ai loro incubi. C'è chi non mangia, chi crede di aver perso la vista o di non poter più camminare. Insonnia, disturbi, gesti di autolesionismo fino all'aumento dei tentativi di suicidio. Viaggio nei reparti di neuropsichiatria infantile italiani. Dove si curano le ferite invisibili della pandemia. Elena Testi su L'Espresso il 19 marzo 2021. È una cannuccia il momento del risveglio. Arriva alle labbra, si posa. La vita sembra tornare con un unico sorso d'acqua. La vita si presenta di nuovo mentre l'infermiere chiede «come va?». Attende la risposta, osserva la reazione. I corpi sono fermi, inermi e nudi. I tubi vestono il paziente in un perfetto equilibrio tra necessità e possibilità di movimento. Al Sant'Orsola di Bologna la terapia intensiva Covid-19 del padiglione 25 non ha mai smesso di emettere il suo «beep». È un tempo fermo, quello di ognuno di noi. Un tempo che si ripete a cicli concentrici e colorati di rosso, arancione e giallo. A pochi passi dal padiglione 25, così pochi che si possono contare mentre si cammina, c'è il pronto soccorso pediatrico. Un bambino, ha 12 anni, è aggrappato alle braccia del padre. Lui, i passi impercettibili dall'auto all'entrata del pronto soccorso, riesce a contarli solo con la mente e con l'ansia. Spiega che «no, non può più camminare» e che «le gambe non funzionano più». Non riesce ad alzarsi in piedi, non può più farlo. Nel padiglione 25 ci sono i padri di 42 anni che salutano i figli prima di essere intubati, a pochi metri di distanza c'è un'altra terapia intensiva, quella dell'anima, accoglie l'invisibilità della mente che cede di bambini e adolescenti. Nel pronto soccorso pediatrico c'è il «beep» costante delle paure che porta un dodicenne a credere che le gambe non funzionino più anche se tutto va bene. Un altro teme di aver perso la vista per sempre, che i suoi occhi non riescano più a cogliere colori e sfumature, quelle che da un anno raccontano la vita di un Paese e di un mondo intero. C'è poi lo sguardo miope degli adulti, capaci di vedere a distanze ravvicinate, ma che perde prospettiva in lontananza. Chiusi, soli, abbandonati. Si trascinano nelle loro stanze. Alcuni sviluppano un attaccamento compulsivo nei confronti dei genitori, quando ci sono. Altri si allontanano. C'è chi non mangia più, chi mangia troppo. Problemi di insonnia e di autolesionismo per liberare l'angoscia che arriva dal mondo esterno. Un aumento dei tentati suicidi dal 30 al 50 per cento nei reparti di neuropsichiatria infantile italiani. Non si parla più di semplici reclusi, ma di una generazione che stiamo abbandonando e dimenticando, presi dal problema dell'attimo. Curati con la didattica a distanza nella speranza che basti a colmare il vuoto scolastico. Ciechi di fronte a decine di bambini che ogni giorno vanno nei pronto soccorso del Paese a chiedere aiuto per una malattia che lascerà strascichi per anni, pesando sui costi sociali e sanitari. Il professore Marcello Lanari, direttore della pediatria d'urgenza del Sant'Orsola, parla mentre l'ospedale viene riadattato per fare spazio ai pazienti Covid-19: «Le scuole erano l'ultima cosa che dovevamo chiudere. Purtroppo, seppur dolorosa e non senza prezzo, è una scelta alla quale si è dovuti arrivare, nonostante gli studi dicano che il problema delle infezioni non risieda dentro una classe ma nel tragitto che si fa per raggiungerla o in altre attività di aggregazione giovanile o dentro i nuclei familiari». Ma non si ferma qui: «In base a uno studio che abbiamo fatto e pubblicato, abbiamo scoperto che su 7.958 genitori intervistati, circa il 40 per cento ha riferito che dall'inizio della pandemia la propria situazione economica è peggiorata. Nel 10,9 per cento dei casi almeno un genitore ha perso il lavoro. Per quanto riguarda le esperienze e l'attitudine rispetto al lockdown, i genitori ritenevano che i loro figli avessero sofferto soprattutto la mancanza degli amici e riportavano che i bambini erano diventati più nervosi e si sentivano soli». Giancarlo Cerveri, direttore del reparto di psichiatria dell'ospedale di Codogno conosce bene le ansie dei genitori, strettamente legate a quelle del mondo che verrà: «Io posso parlare per gli adulti, ma loro sono il nucleo familiare, e quello che noi vediamo è solo la punta dell'iceberg. Per intenderci, nell'hinterland milanese si parla di un tentato suicidio al giorno, un aumento della violenza e dell'autolesionismo. La verità è che molte persone passate nei nostri reparti non sono mai state prese in carico dai servizi». La malattia mentale corre veloce quanto il virus. Non ha ondate, ma è costantemente in aumento. Eppure nulla appare nelle agende politiche. L'Italia è ultima in Europa per posti letto in psichiatria e la rete territoriale fa fatica a colmare l'enormità dei bisogni in crescita. In questo anno c'è sempre l'adesso, il momento plastico delle nostre vite che si intreccia ai lockdown necessari, presi da una rincorsa che non sappiamo anticipare. A Brescia la terza ondata è arrivata prima di altrove. Le luci sono accese, la sirena è stata spenta e vicino all'ospedale smette di suonare. Ne arriva una ogni dieci minuti. All'ospedale Poliambulanza si prepara il paziente per portarlo al Papa Giovanni XXIII di Bergamo, perché qui non ci sono più posti. Giuseppe Natalini, direttore della Terapia Intensiva, si affaccia: «Siamo un po' come lo scorso anno, con la fortuna che la terza ondata qui è partita prima e possiamo trasportare i pazienti fuori provincia». Dentro ci sono 16 intubati, si preparano ad arrivare a 25 posti letto: «Siamo alla ricerca degli untori, fa un po' sorridere che la colpa della pandemia sia degli adolescenti. È un Paese che cerca un colpevole e punta il dito, non credo che sia un aperitivo a far riprendere il contagio». A 540 chilometri di distanza Stefano Vicari, professore all'università Cattolica e direttore della neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza del Bambino Gesù di Roma, sta prendendo in cura una bambina di 12 anni che si è gettata dalla finestra, un altro di 13 che ha nascosto tutte le pasticche che ha trovato in giro per casa e le ha ingerite per tentare il suicidio. Un'altra ancora, dagli ottimi voti a scuola, ha deciso di smettere di mangiare. Vicari ammette: «A me i posti letto spesso non bastano, ne ho un po' sparsi per l'ospedale, ma la verità è che nessuno si sta accorgendo di quello che sta realmente accadendo. Io ho da uno a due tentati suicidio al giorno, in una fascia d'età che va dai 12 ai 17 anni». Qui non ci sono tubi che vestono, ma bambini che si ritrovano nella sterilità di un reparto dove ogni cosa è precisamente calcolata. Bagni predisposti e senza rubinetti, porte velate, un accesso che ha bisogno di un codice. Il dottor Vicari continua: «Il periodo che stiamo vivendo rimescola le carte, ci sono adolescenti che picchiano i genitori, si tagliano perché il dolore fisico gli dà sollievo dal mondo esterno. È come se l'emergenza psichiatrica con il Covid-19 stia avendo un detonatore. È constatato che il 20 per cento degli adolescenti e pre-adolescenti abbia problemi psichiatrici, ma la sensazione è che stiano aumentando. Un ragazzo su tre in questo momento potrebbe sviluppare un disturbo, ma per capirlo avremo bisogno di tempo. Purtroppo ce ne accorgeremo». I numeri dettano la linea del problema. Vicari parla di aumento dei ricoveri in psichiatria di minori dal 20 al 30 per cento, un aumento arrivato con la seconda ondata e non nella prima. «Il primo lockdown – spiega – i giovani l'hanno vissuto un po' come un anticipo delle vacanze estive, una pausa dalla scuola. C'erano i genitori a casa, poi da ottobre è cambiato tutto. Sono rimasti nelle proprie abitazioni da soli per tempi prolungati e la didattica a distanza ha creato problemi enormi». Arriva l'appello anche dell'Associazione degli ospedali pediatrici italiani: «Il mondo adulto, pur con grandi sofferenze, è proiettato sui vaccini e sulla fine della pandemia, ma i nostri ragazzi non sanno come immaginare il futuro, e questo dolore silenzioso si insinua ogni giorno creando fratture che poi deflagrano nei nostri pronto soccorso come osserviamo in questi mesi. I suicidi rappresentavano già a livello globale la terza causa di morte nei soggetti di età compresa tra i 15 e 19 anni, dopo incidenti stradali e tumori. Adesso una recente autorevole pubblicazione dimostra un significativo incremento di questo terribile fenomeno in correlazione al dramma pandemico». Ma i segnali di un disturbo erano già evidenti. La Fondazione Mondino di Pavia ha effettuato uno studio, durante la prima ondata, su 1.649 ragazzi che non hanno mai avuto disturbi di natura psicologica, scoprendo che l'80 per cento ha risposto di avere avuto alterazione dei contenuti del pensiero; stati allucinatori; sintomi dissociativi; stati di agitazione ed ansia; preoccupazione ansiosa per la salute e per il futuro e disturbi del sonno. Di questi il 24 per cento ha avuto sintomi acuti mentre il 50 per cento va verso una cronicizzazione della malattia. Il professore Renato Borgatti, che dirige la neuropsichiatria infantile del Mondino, non condivide molte decisioni prese fino ad ora: «Ci siamo riempiti la bocca con la Dad e loro sono rimasti più soli di prima. Adesso iniziano a sperimentare il disagio. Siamo miopi, non vediamo il lungo termine e né una chiara strategia di politica sanitaria». Borgatti e Vicari sono stati auditi al Senato, invitati per esporre i dati. «Lei pensa che sia stato fatto qualcosa? Come soluzione al problema – continua Borgatti – abbiamo pensato di rinchiudere gli adolescenti a casa senza prevedere cosa avrebbe comportato per il futuro del Paese, dando vita ad adolescenti senza scopo». Ci sono quei tagli sulle braccia, spesso nascoste a genitori ignari che arrivano quando ormai la malattia è in fase acuta, c'è il corpo che diventa un mezzo per attirare l'attenzione. «La didattica a distanza – spiega Renato Borgatti – crea danni seri. Le faccio un esempio: alcuni giorni fa è venuto da noi un ragazzino, non riuscivamo a capire perché fosse così traumatizzato. Scavando abbiamo scoperto che molti adolescenti e pre-adolescenti duranti le ore di lezione si spediscono link di forte impatto emotivo, come siti dove ci sono delle deformità corporee, youtuber che fanno cose terribili. Un fenomeno che corre come il virus, ma nessuno fa nulla perché alla fine parliamo sempre di bambini, adolescenti ed educazioni. Ma parliamo appunto, senza agire. L'isolamento sociale per gli adolescenti significa interferire con un naturale percorso di crescita, a loro manca il semplice tocco umano, per non parlare del fatto che da un anno non c'è più attività sportiva, importantissima per loro. A mio avviso avremmo potuto ideare una campagna vaccinale con priorità diverse che potesse dare una risposta alle future generazioni». Le soluzioni non bastano mentre i problemi aumentano. Leonardo Sacrato, Unità operativa di neuropsichiatria infantile e Centro regionale per i disturbi del comportamento alimentare per l'età Evolutiva dell'ospedale Sant'Orsola - Malpighi di Bologna, avverte: «Abbiamo bambini che già a 9 e 10 anni riscontrano disturbi alimentari. Si chiama anoressia nervosa ad esordio precoce. Solo pensando all'ultimo mese abbiamo preso in cura ragazze che già a 13 e 14 anni hanno smesso di parlare in famiglia, rifiutano il contatto fisico, sono sconvolte da una sensazione di ansia e angoscia. Dicono di non piacersi più». Sacrato spiega: «I nostri ragazzi sono rimasti per un lungo periodo a contatto con fattori precipitanti che li hanno portati a uno smarrimento. Per loro non esistono più fattori protettivi, sono rimasti chiusi nell'armadio con le loro paure e le insicurezze dei genitori. Hanno perso tutti quegli elementi che permettevano loro di rimanere in equilibrio». I bambini sono arrivati a non usare più neanche la fantasia che da sempre li protegge, e anche loro si chiedono quando tutto finirà. I fragili vengono lasciati da parte in una strana selezione del più forte che prevale in questa società. A saperlo bene è la professoressa Maria Paola Canevini che all'ospedale San Paolo di Milano, tra gli altri, si occupa di bambini con il disturbo dello spettro autistico o affetti da Adhd (Disturbo da deficit di attenzione iperattività): «Con alcuni di loro abbiamo provato a lavorare in telemedicina, con altri abbiamo cercato di mantenere la presenza con tutto quello che comporta. È chiaro che le famiglie e questi bambini stanno soffrendo, i genitori si sentono caricati di un peso maggiore. I bambini vivono purtroppo un aumento di ansia, paura che i familiari si ammalino ed è anche per questo che abbiamo cercato di aiutare i genitori nello spiegare ai loro figli cosa fosse il Covid-19 con materiale apposito». Anche qui, però, il finale è disarmato: «È chiaro che non bastano i centri specialistici e le reti territoriali per far fronte alla richiesta. Non bastano già in condizioni normali, perché abbiamo poche risorse». L'Italia è una nazione alle prese con il virus, una zona rossa che preferisce soluzioni drastiche d'urgenza, senza anticipare per poi fermarsi e guardare le macerie dietro di sé. Centomila morti da Covid-19, una generazione che verrà abbandonata ai suoi incubi. Sarebbe più altruistico se non li trattassimo tutti come possibili figli nostri, ma come i cittadini di una comunità. Così non è.

·        La pandemia è un affare di mafia.

La cassa dei furbetti. Report Rai PUNTATA DEL 14/06/2021 di Giulia Presutti. Per le aziende la cassa integrazione Covid-19 è una boccata d’ossigeno. Secondo i dati Inps, l'hanno utilizzata 700 mila imprese per 7 milioni di lavoratori. Anche 2i Rete Gas, azienda leader nel settore della distribuzione di gas naturale, ha usufruito degli ammortizzatori sociali durante il primo lockdown, facendo lavorare i dipendenti a rotazione. Ma la distribuzione di gas naturale non si è mai fermata: perché allora la 2i Rete Gas ha ottenuto fondi pubblici destinati a chi subiva perdite per la pandemia? Come Glovo, che con altre app di consegna ha tenuto in vita la filiera agroalimentare, ma nei mesi più duri ha lasciato a casa i propri dipendenti. Gli ammortizzatori sociali introdotti a causa di Covid-19 hanno maglie molto larghe, ma chi controlla che le aziende non se ne approfittino?

“LA CASSA DEI FURBETTI” Di Giulia Presutti Collaborazione Marzia Amico Immagini Chiara D’Ambros, Giovanni De Faveri, Matteo Delbò, Cristiano Forti Montaggio Marta Camporeale, Andrea Masella

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ben tornati. Passiamo ai furbetti della cassa integrazione. La lista sarebbe lunghissima. Ma i casi che ha raccolto la nostra Giulia Presutti sono paradossali: a cominciare da chi ha messo sulle spalle dello Stato, 1000 dipendenti in cassa integrazione pur continuando a fare affari sotto il lockdown.

MARIO MADDALONI – COORDINAMENTO REGIONALE USB CAMPANIA In quel periodo i contatori continuavano a girare, la authority gli riconosce un tot ogni metro di gas che viene veicolato nelle reti che loro gestiscono.

GIULIA PRESUTTI Quindi continuavano a fatturare.

MARIO MADDALONI - UNIONE SINDACALE DI BASE E certamente sì.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nonostante i contatori abbiano continuato a girare anche sotto pandemia, il gestore delle reti ha messo i lavoratori in cassa integrazione. IMPIEGATO 2i Rete Gas Ci hanno chiesto come prima cosa l’esaurimento di tutte le ferie residue, dopodiché abbiamo fatto della cassa integrazione.

GIULIA PRESUTTI Quanto è diminuito lo stipendio? IMPIEGATO 2 2i Rete Gas Personalmente intorno ai 200 euro netti.

TECNICO 1 2i Rete Gas Otto giorni ho perso circa 500 euro, più gli oneri accessori, i contributi. Io lavoro per una società che fa distribuzione gas metano in Italia.

GIULIA PRESUTTI Da quanti anni?

TECNICO 2i Rete Gas Trent’anni. Non è mai successo da che mi ricordi io che le aziende del settore abbiano chiesto la cassa integrazione.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La 2i Rete Gas, azienda leader nel settore della distribuzione di gas metano, ha deciso di usufruire della cassa integrazione Covid per i mesi di aprile e maggio 2020.

FABIOLA BRAVI – COORDINAMENTO NAZIONALE USB LAVORO PRIVATO Di norma si prevedeva un utilizzo di circa dieci giornate al mese per ciascun lavoratore.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per un totale di oltre mille lavoratori fermi, a rotazione, tra nord e sud Italia.

MARIO MADDALONI – COORDINAMENTO REGIONALE USB CAMPANIA Si interrompevano le attività dei lavoratori, nel frattempo 2i Rete Gas continuava a far lavorare le ditte appaltatrici sostituendo di fatto i lavoratori che erano stati messi in cassa integrazione.

GIULIA PRESUTTI Tu sei stato messo in cassa integrazione e nel frattempo c’erano altre persone delle ditte esterne che facevano il lavoro? IMPIEGATO 2 2i Rete Gas Certamente. IMPIEGATO 2 2i Rete Gas Non c’è stata una diminuzione di richiesta di lavoro. Tutt’al più quell’attività che non viene esaurita in un giorno viene fatta il giorno dopo, dopo due giorni ma quelle sono.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nella relazione finanziaria dell’azienda, il costo del lavoro è sceso da 63 milioni e 7 del primo semestre 2019 a 58 milioni e 4 nella prima parte del 2020. Cinque milioni in meno.

GIULIA PRESUTTI Si può legittimamente pensare che sia dovuto alla cassa integrazione?

ALFONSO SCARANO - ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE Sicuramente sì, la totalità di questo risparmio è fatto sostanzialmente a danno dello Stato e dei lavoratori.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Il paradosso è che nello stesso giorno in cui deliberava la cassa integrazione, il 26 marzo, l’azienda ha fatto una enorme donazione, un milione di euro alla regione Lombardia e alla protezione civile destinato all’ospedale Fiera di Milano. E ha pure chiesto ai lavoratori di contribuire.

TECNICO 2i Rete Gas Ci hanno detto chi è che vuole contribuire ci dica quante ore vuole donare e ce le hanno detratte dalla busta paga.

GIULIA PRESUTTI Vi hanno chiesto di devolvere parte del vostro stipendio.

TECNICO 2i Rete Gas Tremila ore abbiamo donato: a noi ci chiedono la solidarietà e loro invece utilizzano i soldi della comunità e dei lavoratori per guadagnare.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO L’azienda da una parte teneva i lavoratori in cassa integrazione e chiedeva loro di contribuire alle donazioni alla Regione Lombardia, dall’altra ad aprile ha cominciato a fare acquisizioni.

FABIOLA BRAVI – COORDINAMENTO NAZIONALE USB LAVORO PRIVATO e quindi un’acquisizione da parte di BN investimenti che gli dà la possibilità di acquisire la distribuzione del gas a Vibo Valentia, a Caserta e anche a Cosenza.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO In piena pandemia ha acquisito le infrastrutture di Edison e si è accaparrata la distribuzione del gas in 58 comuni, per 152mila clienti e 2700 chilometri di rete. Il bilancio di 2i Rete Gas è sanissimo, con un miliardo di fatturato e 266 milioni di utili nel 2019.

ALFONSO SCARANO - ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE Un business molto solido, e quindi cosiddetta cash cow cioè una vacca da mungere, una cosa che produce molti utili per gli azionisti.

GIULIA PRESUTTI C'è qualcosa nel bilancio che giustifica una cassa integrazione per pandemia da Covid 19?

ALFONSO SCARANO - ANALISTA FINANZIARIO INDIPENDENTE Si tratta semplicemente di opportunismo manageriale. GIULIA PRESUTTI Come mai avete messo i lavoratori in cassa integrazione e nel frattempo facevate numerose acquisizioni e vi espandevate come azienda?

FABRIZIO CUCCOVILLO - RELAZIONI INDUSTRIALI 2i RETE GAS Guardi io non rispondo su questo ci sono degli uffici dedicati ad hoc.

GIULIA PRESUTTI Però lei diciamo ha gestito anche l’informativa coi sindacati, quindi, insomma, io le volevo solo chiedere più o meno come mai è stata chiesta la cassa integrazione.

FABRIZIO CUCCOVILLO - RELAZIONI INDUSTRIALI 2i RETE GAS Non ho un minuto, guardi, non parli con me.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Con lui hanno parlato i sindacati, che però sono senza armi. La normativa Covid prevede che l’azienda li informi della cassa integrazione ma poi hanno solo tre giorni per esaminare il caso.

GIULIA PRESUTTI Ci sono aziende che forniscono gas ai cittadini, non si sono fermate in nessun modo ma la cassa integrazione l'hanno fatta.

NUNZIA CATALFO - MINISTRA DEL LAVORO 2019 - 2021 Noi abbiamo chiuso il Paese all'improvviso a marzo. Non c'era alcun calo del fatturato a marzo. Sicuramente è una scelta forte di cui mi prendo anche le responsabilità.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Però anche il dpcm Conte di agosto 2020 permette di accedere agli ammortizzatori sociali senza aver subito un calo di fatturato.

MARCO MARAZZA - PROFESSORE DIRITTO DEL LAVORO UNIVERSITÀ CATTOLICA ROMA Questo in qualche modo si giustifica col fatto che quel datore di lavoro oggi è legislativamente impedito nel licenziare quelle persone.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Quindi, per compensare, può utilizzare la cassa integrazione Covid che è finanziata interamente dallo Stato perché le imprese non sono tenute al pagamento dei contributi.

GIULIA PRESUTTI È chiaro che qualche azienda se ne è potuta approfittare, no?

NUNZIA CATALFO - MINISTRA DEL LAVORO 2019 - 2021 Purtroppo, le frodi ci possono sempre essere, quelle vanno denunciate immediatamente perché fanno diventare questo strumento uno strumento solo in loro favore. Se voi me le voleste dire anche io sarei pronta a denunciarle, ovviamente.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Gliela forniamo noi una piccola lista, anche se dubitiamo che abbia gli strumenti per intervenire perché è la stessa legge che consente alle aziende, anche quando non hanno un fatturato in calo, di poter accedere alla cassa integrazione Covid. 2iRete Gas ha continuato a fare affari anche sotto il lockdown, i contatori giravano anche più velocemente perché c’era più gente a casa che cucinava e si riscaldava. Insomma, 2iRete Gas è una gallina dalle uova d’oro per gli azionisti perché fattura e ha utili per centinaia di milioni di euro, è di un fondo di Cassa Depositi e Prestiti, dentro anche Banca Intesa e Unicredit. Ora, che cosa ha fatto: che durante il lockdown ha messo in cassa integrazione mille dipendenti, ha risparmiato circa cinque milioni di mancati contributi e stipendi e poi ha anche chiesto a questi dipendenti di contribuire alle donazioni, a una donazione alla regione Lombardia, proprio a loro che ci hanno rimesso circa 500 euro al mese per la cassa integrazione. E un po’ ci prendono anche per il naso perché proprio in questi giorni è uscita la relazione finanziaria, l’ultima, dove si certifica l’acquisizione di quattro società di distribuzione, e hanno anche incluso tra i costi da scaricare la donazione che è avvenuta col contributo dei dipendenti. Poi anche hanno detto che il Covid ha impattato marginalmente sulla strategia dell’azienda. Ecco, chapeau perché tanto chi li controlla. Così vale anche per il gruppo Conad, che ha realizzato un 10% in più sotto il lockdown. È un consorzio di cooperative, c’è l’ipermercato, il supermercato, e il mini market e ognuno è un’impresa diversa. C’è chi ha guadagnato di più, chi ha guadagnato di meno: ma chi ha guadagnato di più, siccome non c’è un meccanismo di solidarietà, non ha contribuito ad aiutare chi ne aveva più bisogno. Abbiamo chiesto spiegazioni a Conad, Conad ha detto “con voi non parlo”, soprattutto di gestione aziendale. Insomma, si ha il sospetto che il motto “le persone oltre le cose” sia valido solo per lo spot.

ADDETTO ALLE VENDITE CONAD ADRIATICO Sono un dipendente di Conad Adriatico e dall’aprile diciamo dopo la pandemia come gli altri miei colleghi siamo in cassa integrazione chi a zero ore, cioè totalmente a casa, e chi con orario ridotto. Decidono loro settimanalmente come deve essere distribuito l’orario.

GIULIA PRESUTTI Non sapete neanche quanto guadagnerete quindi

ADDETTO ALLE VENDITE CONAD ADRIATICO Esattamente, perché tra l’altro l’Inps con la cassa integrazione paga a un mese, due mesi, tre mesi, quando va bene.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Il gruppo Conad Adriatico è il terzo per fatturato nelle Marche, ma i dipendenti di questo ipermercato sono fermi. Eppure, durante il lockdown, la grande distribuzione organizzata è cresciuta oltre il 4%. A perdere sono solo gli ipermercati, che però non possono beneficiare degli utili degli altri punti vendita.

GIULIA PRESUTTI È normale che il settore che unico tra tutti ha continuato a lavorare forse solo con le farmacie utilizzi la cassa integrazione Covid?

ALESSIO DI LABIO - SEGRETARIO NAZIONALE FILCAMS CGIL Conad ha preso Auchan e ancora oggi ci sono quasi 2.000 esuberi. Ha una rete vendita di 56mila dipendenti e non mette a disposizione ricollocazioni, cioè il sistema di solidarietà all'interno della rete vendita Conad non esiste. Ogni punto vendita deve avere una sua autonomia. Dal punto di vista formale sono ragioni sociali diverse.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La CGIL non ha sottoscritto l’accordo con Conad per la cassa integrazione Covid perché già nel 2019, il gruppo Conad Margherita aveva rilevato i punti vendita Auchan e chiesto la cassa integrazione per i lavoratori in esubero che aveva ereditato dal gruppo francese. Ma Conad è in buona compagnia: anche Glovo ha messo i dipendenti in cassa integrazione.

EX IMPIEGATO GLOVO Nell’arco di una giornata siamo stati chiamati tutti, ci hanno fatto la comunicazione e ci hanno tolto immediatamente gli accessi.

GIULIA PRESUTTI Quante persone?

EX IMPIEGATO GLOVO Trenta persone, tutti impiegati.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Neanche i dipendenti di Glovo sono stati risparmiati. Mentre i rider sfrecciano per le città mantenendo in vita i ristoranti, dal 27 marzo al 30 maggio 2020 gli impiegati sono in cassa integrazione.

GIULIA PRESUTTI Però la pandemia e il lockdown sono stati un momento di crescita per le attività di consegna, no?

EX IMPIEGATO GLOVO Sì il lavoro era comunque elevato, e poi è stato ripartito poi tra le persone che sono rimaste. GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Perché anche se alcuni ristoranti per le prime settimane di lockdown sono stati chiusi, Glovo consegna di tutto. E gli ordini dai supermercati sono aumentati del 400%, quelli dalle farmacie del 320%, le consegne da casa a casa del 330%.

ELISA PAGLIARANI - GENERAL MANAGER GLOVO ITALIA Siamo cresciuti sicuramente, la fase della pandemia ha accelerato questo servizio ma c’è un trend di crescita che c’era anche prima.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Glovo ha chiuso il 2020 raddoppiando il fatturato rispetto all’anno precedente, infatti dal 15 luglio ha cominciato una campagna di assunzioni con decine di posizioni amministrative aperte a Milano.

GIULIA PRESUTTI Come si giustifica la richiesta di cassa rispetto alla crescita?

ELISA PAGLIARANI - GENERAL MANAGER GLOVO ITALIA Perché all’inizio abbiamo visto che il nostro business decresceva, un mese dopo abbiamo visto che il nostro business invece ricresceva e allora a quel punto i nostri dipendenti sono tornati tutti.

GIULIA PRESUTTI E come mai la cassa non è stata chiesta per i manager?

ELISA PAGLIARANI - GENERAL MANAGER GLOVO ITALIA Io mi sono tagliata lo stipendio del 50%.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO È stata generosa. È vero che nel mese di marzo gli ordini di Glovo sono calati, ma per alcuni dipendenti cassa integrazione covid è durata fino a ottobre inoltrato. A controllare le richieste delle aziende c’è l’Inps. La verifica è solo preventiva, poi ci sono gli ispettori che fanno controlli a campione.

VINCENZO TEDESCO - DIRETTORE CENTRALE ENTRATE INPS Le sole aziende sono un milione e mezzo circa. I nostri ispettori sono mille quindi…

GIULIA PRESUTTI Un ispettore…

VINCENZO TEDESCO - DIRETTORE CENTRALE ENTRATE INPS ogni 1.500 aziende.

GIULIA PRESUTTI Quindi sostanzialmente se un’azienda non si comporta proprio benissimo può sfuggire VINCENZO TEDESCO - DIRETTORE CENTRALE ENTRATE INPS Beh 700- 800 mila aziende che hanno avuto accesso alla cassa per 7 milioni credo quasi di lavoratori interessati è qualcosa che nella storia del nostro istituto non si è mai visto. GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Del resto l’Inps ha le mani legate. Perché per legge un’azienda può accedere alla cassa Covid senza aver subito alcun calo di fatturato. E persino senza dover dimostrare che la pandemia le ha causato una riduzione dell’attività.

MARCO MARAZZA - PROFESSORE DIRITTO DEL LAVORO UNIVERSITÀ CATTOLICA Mentre per accedere a una cassa ordinaria il datore di lavoro deve presentare una istanza con dettagli sul tipo di interventi che sta facendo nella sua azienda, nel caso di cassa Covid diciamo questo dettaglio dell’istanza non è richiesto.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO A volte sono le Procure a coprire i buchi strutturali nei controlli dell’Inps. Il materiale di cui sono fatti i pacchi di pasta, i blister dei farmaci e i pacchetti di sigarette per anni è stato prodotto da questa fabbrica di Terni, la Treofan. Nel 2018 l’azienda è stata rilevata dalla multinazionale indiana Jindal. Ma ora è deserta.

GIULIA PRESUTTI Cosa producete dentro questa fabbrica?

STEFANO FERMINELLI - CAPOREPARTO TREOFAN TERNI Produciamo il film per imballaggi alimentari, farmaceutici, e tabacchi. È il classico sacchetto della pasta.

GIULIA PRESUTTI Ma tu mi sai dire quanto se ne produceva qui?

STEFANO FERMINELLI - CAPOREPARTO TREOFAN TERNI Questo è un impianto che in un turno di otto ore potrà fare 30, 40mila chili.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO I lavoratori della fabbrica umbra sono fermi da mesi. 140 operai che da febbraio non prendono lo stipendio, perché l’azienda è in liquidazione.

LAVORATORE TREOFAN Io lavoravo su una linea di estrusione, cioè una macchina che estrudeva del film.

GIULIA PRESUTTI Da quanto tempo per Treofan?

LAVORATORE TREOFAN 31 anni.

GIULIA PRESUTTI State prendendo la disoccupazione adesso?

LAVORATORE TREOFAN Al momento siamo senza stipendio.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Non prendono neanche sussidi statali perché per raggiungere un accordo con Jindal ci sono voluti mesi. Niente cassa integrazione. L’azienda l’aveva chiesta per la crisi dovuta alla pandemia, ma poi è intervenuta la procura che l’ha sequestrata.

ALBERTO LIGUORI - PROCURATORE CAPO DI TERNI La Treofan ha fatto domanda di accesso adducendo quale ragione il calo della produttività e quindi abbiamo ritenuto che la realtà era diversa da quella rappresentata, ragion per cui abbiamo sequestrato quella parte di contributi che lo Stato dà tramite l’Inps e abbiamo ritenuto che quello fosse il profitto di un reato.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Il gip ha disposto il sequestro perché l’imballaggio prodotto da Treofan è necessario alla filiera alimentare e la sua domanda non è mai calata.

GIULIA PRESUTTI E questa famosa cassa integrazione Covid se stavate addirittura facendo gli straordinari come mai? LAVORATORE TREOFAN Perché noi stavamo reclamando il posto di lavoro per quello che stava succedendo, spostamenti di ordini da una parte all’altra quindi abbiamo iniziato a fare degli scioperi, per ripicca, per tenerci fermi hanno fatto la richiesta della cassa Covid.

LAVORATORE TREOFAN In pratica, loro volevano prendere i prodotti, il know-how da Terni e da Battipaglia e portarlo negli altri stabilimenti del gruppo.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per i lavoratori una ripicca. Per i magistrati invece la richiesta della cassa integrazione Covid era solo un tassello di un disegno che l’azienda aveva pianificato ben prima della pandemia.

GIULIA PRESUTTI C’era una strategia dell’azienda dietro a questa modalità?

ALBERTO LIGUORI - PROCURATORE CAPO DI TERNI Io ritengo che siano stati anche ingannati perché con l'espediente della cassa Covid noi abbiamo gli operai che aiutano l'azienda a spostare le merci verso Brindisi per quasi 12 milioni di euro. Il che significa che stiamo smantellando e non te ne sei accorto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Sarebbe una truffa bella e buona. E avrebbero anche aggirato il blocco dei licenziamenti. Perché la legge prevede che puoi accedere, ma devi mettere in liquidazione tutta l’azienda, tutto il gruppo. Qui invece hanno tenuto in vita esclusivamente lo stabilimento che gli conveniva, quello di Brindisi. Ora Jindal, che era l’azienda multinazionale che voleva anche rilevare l’Ilva che cosa dice: insomma, nel suo progetto di decentramento si è fatta aiutare dalla cassa integrazione, finanziare in parte con i soldi dello stato. Dice che però questa sua scelta deriva dal crollo dell’economia in Europa: ma quando gli abbiamo chiesto “ci fai vedere i bilanci”, non ce li hanno fatti vedere. Tanto gli va sempre bene perché ma chi li controlla? L’Inps ha mille ispettori, deve combattere con 800mila richieste di cassa integrazione che riguardano sette milioni di lavoratori: ha alzato e sventolato bandiera bianca.

Sanità, Santoro da Gruber: «Ospedali calabresi meglio gestiti dalla 'ndrangheta che da chi li gestisce oggi». Il Quotidiano del Sud il 3 maggio 2021. Michele Santoro torna in tv ospite di Lilli Gruber in vista di un programma che andrà in onda su La 7 mercoledì prossimo, mentre Gad Lerner, ospite anche lui di “Otto e Mezzo”, si è lasciato a un nostalgico commento tipo «siamo combattenti e reduci», Santoro ha fatto l’ingresso in scena subito con tono deciso e controcorrente: «Non mi sento un reduce, ho ancora molto da dire». E ha attaccato il sistema dell’informazione che, tranne poche eccezioni, non si “accorgerebbe” delle condizioni dell’Italia. Esempio della gravità delle cose italiane, secondo Santoro, sarebbero la Calabria e l’emergenza sanitaria. «Quando in Calabria fanno due volte la ricevuta per uno stesso pagamento, chi la fa? Lo Stato. E noi come lo risolviamo questo problema? Prendiamo un altro generale della riserva e lo mandiamo in Calabria come se dovesse combattere chissà quale nemico. La ‘ndrangheta? Ma la ‘ndrangheta calabrese è nella farmacologia, è investitrice nella finanza. Se la ‘ndrangheta gestisse certi ospedali calabresi li gestirebbe meglio di alcune persone che li gestiscono oggi, purtroppo». Collegato con lo studio, Gad Lerner ha subito provato a cambiare strada: «Questa non diciamola, la ‘ndrangheta non gestirebbe meglio, suvvia». Ma Santoro ha rilanciato: «Gli ospedali non è che non funzionano per la ‘ndrangheta in Calabria. Ci raccontiamo una favola che non è vera. La ‘ndrangheta gestisce già, gestisce dei punti privati della sanità con grandi livelli di assistenza». Santoro ha poi ricordato come «abbiamo già chiesto il 1860 alla camorra di riportare l’ordine pubblico in Campania e lo hanno fatto gli americani in Sicilia per pianificare lo sbarco, quindi è già accaduto. Mi auguro che non accada in Calabria con la ‘ndrangheta, che possiamo farcela da soli, però abbiamo bisogno di gente che sa fare i conti, sa ordinare le pratiche, sa funzionare lo Stato, non di un generale senza forze che va lì a fare finta di fare la lotta alla ‘ndrangheta che non è il nemico». Controcorrente anche sulla vicenda Grillo/stupro ponendo molti dubbi sui tempi dell’inchiesta e lasciando intendere che volutamente sia stato scelto il momento politico per far esplodere il caso.

La pandemia è un affare di mafia. Broker criminali al lavoro tra forniture fantasma, contrabbando di dosi, fiale clonate, phishing. L’allarme dell’intelligence finanziaria. Floriana Bulfon su L’Espresso il 22 marzo 2021. Nulla sarà come prima. A tutti, la pandemia sta sconvolgendo la vita. A pochi, sta offrendo un’incredibile occasione di guadagno. Per afferrare i profitti da virus è nato un nuovo mercato criminale, in grado di propagarsi con la stessa rapidità del Covid-19. Nell’imperativo dell’emergenza, boss e imprenditori si sono federati, determinando una mutazione del concetto stesso di «associazione criminale» che non conosce confini. Cina, Sudafrica, Emirati, Russia, Americhe ed Europa si sono intrecciate in una rete di legami nella quale conta solo la capacità di risolvere in fretta i problemi. Dal marzo 2020 famiglie mafiose che vantano decenni di esperienza nell’import-export e colletti bianchi senza scrupoli hanno riconvertito i loro business ed esplorato le nuove opportunità. In fondo, si tratta di affrontare una questione di logistica: trovare quello che manca e farlo arrivare dove è richiesto, a qualunque costo. La stessa dinamica di ogni mercato criminale, quella che ad esempio regola i traffici di droga. Questa volta però i prodotti sono altri: nella prima fase mascherine, camici, provette, guanti, disinfettanti, respiratori, bombole di ossigeno. Il prezzo è aumentato di dieci-cento volte nel giro di due settimane. Poi, sulla scia della crisi, sono nati nuovi settori di speculazione. Le frodi informatiche, visto che il lockdown ha imposto di usare il web per qualsiasi operazione, dalla spesa quotidiana all’anagrafe. E le truffe sui ristori stanziati per sostenere famiglie ed aziende in difficoltà. Ora l’oro liquido è il vaccino. Un bene così prezioso da fare temere assalti armati. «Magazzini e spedizioni sono a rischio furti», ha avvertito il capo dell’Interpol, Juergen Stock. Non si tratta di un vizio italiano, ma di una trasformazione mondiale: la corsa ai profitti e le ombre malavitose sono le stesse, dalla Germania al Brasile, dalla Turchia all’India. La prima analisi completa dell’atlante criminale ai tempi della pandemia è stata realizzata dal Gruppo d’azione finanziaria internazionale, l’organismo leader nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco. Ovunque, la debolezza dei sistemi sanitari travolti dall’onda dei contagi ha aperto la gara per reperire strumenti diagnostici, farmaci, indumenti protettivi: una corsa all’oro, nella quale le truffe sono state frequenti. A gennaio 2020 il mondo ancora non ha compreso il pericolo del Covid-19, ma in Cina appare il primo annuncio: «Abbiamo a disposizione ingenti quantità di mascherine chirurgiche e disinfettanti». In un paio di settimane su tre conti di Hong Kong arrivano oltre 180mila dollari che spariscono per sempre, proprio come i dispositivi di protezione. Il virus si propaga veloce e il crimine si adegua. Meno di due mesi dopo a finire nelle mani dei banditi sono le autorità sanitarie tedesche. Hanno bisogno di mascherine per 15 milioni di euro e si rivolgono a due società di Zurigo e Amburgo, che però non sono in grado di soddisfare la domanda e rimandano l’ordine ad un’azienda spagnola. Sul sito web sostiene di averne ben 10 milioni in magazzino; peccato che quella pagina internet in realtà sia clonata. Alla fine in un giro vorticoso che rimbalza da un rivenditore irlandese a una società olandese, prima che i tedeschi si accorgano della fregatura mezzo milione di euro è già volato in Nigeria. Per i clan e i professionisti che si mettono al loro servizio, tutto quel che diventa indispensabile per difenderci dal morbo si trasforma in business: mascherine importate con documenti apparentemente in regola e poi risultati taroccati; altre con livelli di schermatura inferiori; certificatori improvvisati pronti a mettere qualunque timbro in cambio dei soldi. Per fronteggiare l’emergenza c’è chi come il governo italiano ha scelto di procedere in deroga e il risultato è stato che la procura di Roma ha già aperto un’inchiesta per una maxi commessa da 1,25 miliardi di euro con tre consorzi cinesi e ben 70 milioni di euro in commissioni finiti nelle tasche di imprenditori italiani. Frodi e truffe nelle forniture e falsi certificati di conformità fanno fruttare cifre da capogiro, in Brasile ben 360 milioni solo tra aprile e novembre dello scorso anno. E l’arrembaggio persino in Germania ha messo in luce le relazioni politiche dei broker, con uno scandalo che sta facendo tremare il vertice della Cdu. Un anno dopo le piazze commerciali per ottenere il vaccino si moltiplicano nell’ombra. C’è il contrabbando o meglio «le vendite parallele», con zone franche dove gli antidoti europei, russi o cinesi cambiano destinazione. Nelle Filippine migliaia di cinesi, impiegati nel business del gioco d’azzardo, hanno ricevuto le iniezioni di Sinopharm, nonostante le autorità di Manila non ne avessero ancora approvato l’utilizzo. Il prezzo di vendita da 30 dollari è schizzato a 300. In Ucraina, invece, a gennaio la polizia ha scoperto un traffico da 3mila euro a dose. Diversi analisti evidenziano le similitudini tra le quotazioni dei vaccini e quelle della droga: basta che i grossisti annuncino un ritardo nelle consegne e le tariffe salgono alle stelle. Le multinazionali segnalano di non poter rispettare i tempi concordati con la Ue? Ed ecco arrivare le proposte dei «terzisti». Solo nelle ultime settimane il governo della Repubblica Ceca ha ricevuto due offerte da parte di venditori degli Emirati Arabi pronti a piazzare lotti prodotti in India, ma anche quelli di AstraZeneca. Non si tratta di casi isolati, tanto che l’Olaf, l’ufficio europeo per la lotta antifrode, ha segnalato il movimento sul mercato parallelo di un milione di dosi con il rischio per i governi dell’Unione di una frode colossale da 14 miliardi di euro. Le offerte provengono spesso da società con sede in paesi extra Ue, riattivate unicamente per queste operazioni. Che in alcuni casi sono vere e proprie truffe: chiedono pagamenti in anticipo e spariscono con i soldi, rendendo quasi impossibile rintracciare i responsabili. C’è poi il bazar dei falsi vaccini: dosi contraffatte sono già state sequestrate da Interpol in Sudafrica e Cina e potrebbero approdare nelle farmacie illegali online. Per non parlare degli stregoni delle terapie, che offrono rimedi tribali sulle reti digitali; cure Covid-19 dall’origano alle feci bovine, dai farmaci miracolosi ai finti kit per effettuare test. Non si tratta solo di commerci. La pandemia ha reso mature attività illecite che prima erano poco più che sperimentali. Adesso la pirateria informatica è diventata di massa, con diversi livelli di professionalità. Ogni informazione sui vaccini e le terapie ha assunto un valore strategico. Il lato più oscuro è quello che cerca di impossessarsi delle formule magiche dell’immunizzazione con attacchi cyber a laboratori, ospedali e centri di ricerca. Queste incursioni sono la punta di diamante di un’evoluzione digitale del crimine dilagata durante il lockdown: un cambiamento strutturale, destinato a rimanere nel futuro. In tutto il mondo, con gruppi che agiscono senza badare ai confini. Si impossessano dei dati personali, penetrano nei conti bancari, manipolano le carte di credito. Carpiscono con mille trucchi la fiducia di chi non è esperto del web. Ad esempio, con finte comunicazioni attribuite all’Oms, elenchi di raccomandazioni, falsi collegamenti agli enti che elargiscono i ristori economici o a banche che danno prestiti con garanzia statale. Una volta che la vittima abbocca, ripuliscono i conti. Alle aziende invece paralizzano i server o bloccano i dati, finché non ottengono un riscatto. Nel dossier del Gafi si scorge l’inizio di una nuova era. Dove i clan possono contare sulle risorse economiche e la flessibilità, ma soprattutto sull’alleanza con gli interessi di mediatori politici e professionisti borghesi, formando un blocco compatto transnazionale. Le rotte aperte per il contrabbando di mascherine possono diventare il canale per investimenti nelle attività piegate dalla crisi. Investire in alberghi, ristoranti, immobili, società ovunque, muovendo denaro cash attraverso i continenti. Un quinto delle aziende italiane, secondo l’agenzia di rating Cerved, è a rischio usura e già oggi in alcune province come Napoli, Roma e Catania sono passate di mano migliaia di società. Il Gruppo d’azione finanziaria internazionale avverte: «Aumento della disoccupazione, difficoltà finanziarie, fallimento delle aziende, rappresentano vulnerabilità che i criminali potrebbero sfruttare sempre di più». Durante la pandemia le mafie hanno cercato di essere una fonte di welfare alternativo: dalla distribuzione dei pacchi di cibo al far rispettare le misure del lockdown con la forza. «I gruppi criminali sono alla ricerca di una merce preziosa e intangibile: la legittimità che si fonda sul consenso sociale. Si pongono come entità di governo e protezione in contesti dove lo Stato ha negato che il Covid-19 fosse un problema, come in Brasile, oppure dove non arriva in fretta a proteggere i più deboli. Cresce così la governance delle comunità da parte delle mafie e questo è un effetto del virus che in alcuni contesti come l’America Latina non finirà presto una volta superata la pandemia. Anche l’Italia deve fare attenzione», sottolinea Federico Varese, professor di criminologia all’università di Oxford. Mutazioni che proseguiranno dopo il Covid come quelle legate ai crimini informatici. Per Varese «è necessario che i giganti del web vengano considerati come fornitori di servizi essenziali, introducendo una dimensione di controllo pubblico e che le banche che non segnalano le operazioni sospette siano sanzionate». L’ultimo settore preso di mira dalla Spectre del Covid sono i finanziamenti pubblici: basta ingaggiare prestanome o rilevare aziende decotte per intascare i sussidi e sparire. Affiliati alle cosche calabresi in Lombardia hanno arraffato così ricchi contributi utilizzando fatture false per giustificare introiti inesistenti. Legale e illegale che si intrecciano e fanno sì che ad accaparrarsi le sovvenzioni siano i criminali grazie all’aiuto di una zona grigia pronta a offrire i giusti servizi. In Spagna, ad aprile, un’organizzazione criminale aveva inglobato 50 aziende sull’orlo del fallimento solo per ottenere i ristori statali, mentre lo scorso luglio nello stato di Washington un uomo è stato accusato di aver presentato false dichiarazioni fiscali per conto di sei diverse società, così da ottenere più di 5 milioni di dollari. Una delle aziende vantava sulla carta dozzine di dipendenti e pagamenti di salari e tasse per milioni, in realtà l’aveva acquistata qualche mese prima su internet ed era inattiva. In Svizzera, invece, un istituto finanziario ha concesso un prestito di 90mila franchi a un’impresa di costruzioni fantasma che aveva già fatto lo stesso gioco con un’altra banca. Tanti episodi che marcano un’evoluzione globale, dagli esiti imprevedibili. Ma in tutto il mondo sono tanti a temere che questa mutazione criminale non scomparirà con la pandemia, anzi: potrebbe diventare il nuovo modello delle mafie in affari, sempre più inserite nell’economia ferita dal virus.

Da "il Giornale" l'1 aprile 2021. «Non voglio che l'Italia sia teatro di deliri e che i deliranti giudichino. Il libro con prefazione di Gratteri è uno scandalo nazionale e deve essere discusso davanti a un giudice. Attendesi una querela, grazie» scrive sul Foglio Giuliano Ferrara, che definisce il libro «Strage di stato» di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni, con prefazione del procuratore Nicola Gratteri, «di scandalosa impudicizia e di sovrana insulsaggine». Tra le frasi incriminate « che i vaccini sono acqua di fogna, che è in corso una deliberata cospirazione giudaicoplutocratica per asservire il mondo, che le pratiche imposte da autorità e governi sono degne di Norimberga, un processo contro chi ha avallato l'esistenza di una patologia non superiore a un’influenza»

Covid, magistrato denuncia l’operato del governo al Tribunale dell’Aja: “Crimini contro l’umanità”. Rec News il 31 Marzo 2021. I governi stanno finendo a ruota sotto la lente del Tribunale dell’Aja per le misure improprie propugnate con la scusa di un virus a bassissima letalità. Questa volta a essere sottoposta all’attenzione della Corte Penale Internazionale è l’Italia di Conte e Draghi, quella delle chiusure immotivate – come ammetteva lo stesso Cts in uno dei verbali resi noti ad agosto del 2020 – e delle limitazioni incostituzionali alla libertà personale. Tutto parte dalla denuncia del magistrato Angelo Giorgianni, che in un esposto di oltre 30 pagine si è soffermato tra le altre cose sull’obbligo di indossare la mascherina, sull’allontanamento sociale e sulle chiusure indicandoli come “crimini contro l’umanità”, “in quanto – scrive il magistrato – costituiscono reati di reclusione e tortura e sono atti che provocano grandi sofferenze alla salute mentale e fisica”. “I costi economici, umani, psicologici e sociali di queste politiche – chiosa ancora il magistrato – sono notevolmente superiori alla loro efficacia nel salvare vite umane e ridurre la diffusione del virus”. Una presa di posizione chiara, netta e motivata che sta già scuotendo il mainstream che da oltre un anno si è adagiato supinamente sulle posizioni del governo e sui dati istituzionali che già lo scorso anno si rivelavano fallaci  e gonfiati. Tanto che magistrato, co-autore del libro “Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid-19”, al pari di chiunque si permetta di esprimere pareri critici sull’affare coronavirus è vittima da giorni di una campagna di fango mediatico. Giorgianni tuttavia non demorde: annuncia la volontà di tutelarsi nelle opportune sedi e tira dritto.

L'audizione al Csm dopo l'"inchiesta" complottista. Dal libro scandalo sul covid a capo della Procura di Caltanissetta: Giorgianni fa sul serio. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Aprile 2021. È tutto un complotto, questa storia. Questo attacco mediatico ai danni di Angelo Giorgianni, magistrato presso la Corte di appello di Messina. È stato falcidiato dalla stampa, per questo libro inchiesta: Strage di Stato – Le verità nascoste della covid 19, introdotto da una prefazione del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, e non per le tesi che circolano nei peggiori blog di “contro-informazione” sulla pandemia come un complotto orchestrato; ma per la sua candidatura a diventare Procuratore Capo a Caltanissetta. Proprio così: e se non ci fosse da piangere verrebbe da ridere insomma. Ricapitolando. Giorgianni ha scritto con Pasquale Bacco un libro, Strage di Stato. Bacco è un medico con un passato nell’estrema destra, da Casa Pound a Fiamma Tricolore, amministratore delegato della società Meleam, che si occupa d medicina legale e sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo scorso luglio, a una conferenza alla Camera promossa da Sara Cunial, deputata no-vax eletta con il Movimento 5 Stelle e poi espulsa perfino dai grillini per le sue tesi, diceva di “un virus ridicolo. Il Covid, dobbiamo dirlo sempre con più forza, non ha ucciso nessuno”. E che all’interno del vaccino c’è “acqua di fogna”, “tutte le schifezze possibili e immaginabili”, come ribadiva lo scorso ottobre durante una manifestazione a Taranto contro il lockdown. Giorgianni, collega di Gratteri, un passato politico, anche sottosegretario all’Interno nel primo governo Prodi, poi costretto alle dimissioni dallo stesso premier. Ha definito la pandemia “uno strumento di ingegneria sociale che serve per realizzare un colpo di stato globale” e, citando monsignor Viganò, l’ha descritta come una “glia biblica tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre”. I vaccini poi possono trasformare “l’uomo in Ogm” e potrebbero “determinare la sterilità nell’uomo e nella donna”. Fonte di grande imbarazzo per Gratteri l’aver firmato quella prefazione. Il Procuratore di Catanzaro prima si è difeso dicendo di aver scritto per mettere in guardia sugli affari delle mafie nella crisi; poi ha detto che gli era stato inviato un abstract “non del tutto corrispondente”. Giorgianni ha smentito, comunque non si è mai scusato. A TgCom24 ha concesso un’intervista. “Io non sono complottista, sono complottologo. Personaggi più illustri di me ne hanno parlato come Donald Trump e monsignor Viganò – ha detto – Quel libro, è un libro inchiesta. Abbiamo raccolto oltre un migliaio di documenti. Ponevamo delle domande”. L’offesa più dolorosa, ha aggiunto, quella sull’antisemitismo: ha detto che un rabbino capo degli ebrei ortodossi d’Israele lo ha difeso promuovendolo tra i Giusti tra le Nazioni. Nientedimeno. Perché questo accerchiamento insomma, perché? La spiegazione pronta di Giorgianni: “Un attacco mediatico a decorrere dal 25 marzo, stranamente il 24 marzo avevo depositato una denunzia alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità in riferimento alla gestione della pandemia. Potrei dirle che non era a me diretto (l’attacco, ndr): per esempio diretto alle aspirazioni di Gratteri ad andare alla Procura di Milano. E potrei aggiungere un altro fatto inedito: in coincidenza con la mia audizione al Csm che avverrà nei prossimi giorni, essendo il candidato più anziano per ricoprire il ruolo di Procuratore della Repubblica di Caltanissetta”. Il Foglio, che ha fatto esplodere il caso con gli articoli di Luciano Capone, riporta come non si tratti di una boutade. La candidatura di Giorgianni potrebbe trovare un seguito. La procura è stata liberata dallo scorso settembre da Amedeo Bertone. In corsa ci sono il reggente Gaetano Paci e il magistrato di Palermo Salvatore De Luca. Quella di Caltanissetta è una Procura pesante.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il potere del procuratore. Gratteri è il magistrato più temuto d’Italia: politici, giornalisti ed editori tutti in silenzio. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'8 Aprile 2021. Chi ha paura del dottor Nicola Gratteri? Tanti, garantito. Ci sono i magistrati, i politici, ma soprattutto gli intellettuali e i giornalisti con i loro impavidi editori. Ci sono quelli che, in modo un po’ snobistico, lo scansano perché il procuratore di Catanzaro, pur osannato e incensato con parole alate su giornali e tv per le sue gesta eroiche contro la ‘ndrangheta, è alla fine considerato solo come una specie di Maradona dei poveri. Un parvenu che viene dalle favelas e puzza ancora di sudore e di miseria. Applausi dagli spalti certo, ma andarci insieme a cena, no. «Se poi, driin, si aggiungesse inaspettato a tavola il dottor Gratteri, allora via, mollare lì la carbonara e correre alla minestra della Caritas», ironizza (ma mica tanto) Andrea Marcenaro nella sua imperdibile Version sul Foglio, dopo aver magistralmente illustrato la ricetta del suo piatto preferito. Nella carovana degli snob, ma in questo caso lo snobismo ha una decisa caratura politica, ci sono tutti quelli che non vogliono Nicola Gratteri a Milano. Già nel 2016 quando lui aveva presentato domanda, fu spedito velocemente a presiedere la procura di Catanzaro. Non lo vogliono per due buoni motivi. Il primo è molto ben spiegato sul Riformista di ieri da Ilario Ammendolia, che lancia un grido disperato in favore della sua terra di Calabria e in sintesi dice che a nessuno importa niente di quella regione, tanto che lasciano che i rappresentanti dell’antimafia possano aggiungere disastri a quelli già gravissimi della ‘ndrangheta. Come a dire che arresti arbitrari e poi smentiti dai giudici, blitz scenografici ma spesso fondati sul nulla o su pochissimi indizi (gli esempi sono ormai tantissimi e li raccontiamo ogni giorno) vanno bene per i calabresi, ma non per quelli con la puzza sotto il naso del nord Italia. Tutto vero, ma c’è anche un secondo motivo per cui Nicola Gratteri non può venire a Milano. E perché e a chi fa paura. Lo temono i suoi colleghi, prima di tutto. Ma anche i politici che governano la città. Perché il capoluogo lombardo è da qualche tempo un po’ quel che era l’Emilia rossa fino a che l’elezione del sindaco di Bologna Guazzaloca non ruppe gli schemi di una società chiusa in cui tutti andavano a braccetto con tutti, il padroncino con l’operaio e il sindaco con il procuratore. La storia che abbiamo raccontato del siluramento del capo dei vigili di Milano, le vicende di Eataly, di Sea, dell’Expo, dei ripetuti ringraziamenti di Matteo Renzi alle toghe, raccontano una sorta di unità di intenti, qualcosa che è più di pura sintonia di pensiero politico. E la storia, ormai antica ma difficile da dimenticare, di Mani Pulite racconta dei semini che sono stati piantati dalla corrente sindacale di Magistratura Democratica non solo in Procura ma anche in città. E che sono germogliati, negli ultimi anni, di procuratore in procuratore, di sindaco in sindaco. Quando nel 2016 il Csm doveva nominare il nuovo procuratore di Milano, se ne occupò Luca Palamara, che, come racconta nel suo libro, incontrò Francesco Greco, con cui ebbe subito grande intesa, e ne sostenne la candidatura. Nessuno degnò di attenzione Nicola Gratteri, allora. Ma se lui arrivasse oggi sarebbe una bomba. E tra i sostituti milanesi c’è qualcuno, anche quelli di sinistra, che quasi se lo augura, pur di spezzare il clima da “Emilia rossa”. Sarebbe concepibile, in Lombardia, la presenza di uno che improvvisamente usasse quei metodi da sceriffo che in Calabria gli sono consentiti, a costo di decapitare nuovamente le istituzioni come già successo ai tempi di tangentopoli? Sì, in un certo senso sarebbe concepibile. Il terreno “culturale” è già arato. In fondo non gli è stato consentito di scrivere la prefazione a un libro i cui autori, il magistrato Angelo Giorgianni e il medico Pasquale Maria Bacco sostengono tesi complottistiche sugli ebrei che governano il mondo e che in piena pandemia negano l’esistenza del virus e persino delle bare di Bergamo? Si, gli è stato consentito, nonostante, dopo la scoperta di Luciano Capone, il Foglio se ne occupi tutti i giorni e noi stessi e pochi altri ne abbiamo scritto. Ma la cosa preoccupante, anche se molto comprensibile, è che quella prefazione non abbia destato scandalo. E perché la mentalità paranoica che sta dietro certe affermazioni non induca il sospetto che anche alcune gesta siano frutto della stessa ispirazione. Sabato scorso Giuliano Ferrara ha barrito. E ha chiamato per nome e cognome direttori di grandi quotidiani e conduttori di famosi talk, intimando loro di occuparsi di «una maleodorante e putrida chiassata negazionista e antisemita». Gli ha risposto uno che non era stato chiamato in causa, il direttore del Giornale, Sandro Sallusti, e ha detto semplicemente che il re è nudo. Non hai capito, caro Ferrara –scrive- che tutti hanno paura del magistrato “più temuto e coccolato” d’Italia? Hanno paura i giornalisti, tremano gli intellettuali, si fanno la pipì addosso gli editori. Così, se neghi la gravità del covid non puoi fare l’insegnante o l’infermiere, ma il procuratore sì. Ed è proprio così. Non si può scalfire la reputazione di Gratteri, perché lui ha nelle mani uno strumento formidabile per polverizzare la reputazione di tutti noi, il suo potere di manette. E non è un caso che, uno di quelli chiamati alla lavagna da Ferrara, Gian Antonio Stella, abbia ieri risposto con un breve articolo in cui, un po’ come si fa con i bambini, ha dato un buffetto a Nicola Gratteri, dicendogli che “l’ha combinata grossa”. Il tono è quello del papà che ha già perdonato. Anche perché, dice nelle due righe finali, in fondo le frasi peggiori i due autori Bacco e Giorgianni non le hanno scritte nel libro, ma le hanno dette alla Zanzara. Che, come sappiamo, è un programma satirico. 

Nordio: “Il caso Gratteri? Serve un esame psichiatrico per chi vuol fare il magistrato”. Il Dubbio l'1 aprile 2021. Carlo Nordio interviene, a modo suo, sulla polemica nata alla prefazione di Nicola Gratteri al libro negazionista. “Non ho letto il libro recensito da Gratteri e non so se un magistrato in servizio si sia pronunciato nel senso che i vaccini sono funesti e l’epidemia non esiste. Se questo fosse vero, e spero non lo sia, confermerebbe quanto ho scritto 20 anni fa nel mio primo libro sulla giustizia. E cioè che per l’accesso in magistratura manca l’esame fondamentale: quello psichiatrico”. Parole e musica dell’ex magistrato Carlo Nordio il quale interviene a modo suo sulla polemica nata intorno a Gratteri. Intervistato da Huffingtonpost Nordio ha poi insisitito: “Il Consiglio superiore della magistratura non ha competenza sulle idee “sanitarie” delle toghe, né sulla loro istruzione, relativamente a vicende extragiudiziarie. Tuttavia espressioni così bizzarre, se realmente sono state espresse da un magistrato, minano ancor di più il nostro prestigio e la nostra credibilità, già ampiamente compromessa dalla vicenda Palamara e dall’ultima infelice sortita dell’Anm”.

Che Stato è quello che tollera l’antisemitismo? Iuri Maria Prado su Il Riformista l'1 Aprile 2021. A questo punto il problema non è più soltanto Gratteri, né è più soltanto un problema di Gratteri. A questo punto il problema è chi, e di chi, lo lascia pendente. Qui si tratta di capire se è anche solo vagamente tollerabile che un funzionario pubblico non solo di altissimo rango formale, ma anche parecchio celebrato nella sostanza della vicenda italiana, e dotato del potere temibilissimo di infierire sui più delicati beni delle persone, possa abbandonarsi, senza ripudiarle e senza patirne conseguenza alcuna, a iniziative di pubblico consorzio con i responsabili di propaganda di stampo neonazista. Si tratta di capire se è anche solo remotamente ammissibile che la comunità civile, coloro che hanno voce e peso presso l’opinione pubblica, le rappresentanze delle formazioni istituzionali e di potere, a cominciare dalla magistratura, possano ancora assistere allo scempio della propria inerzia nel reclamare l’immediato e incondizionato allontanamento di questo personaggio dalle funzioni la cui credibilità egli ha in tal modo pregiudicato. La Repubblica non può ammettere, non può consentire, non può tollerare che nemmeno un cittadino, nemmeno uno e per nessuna ragione, possa essere sottoposto alle cure di giustizia di un magistrato che senza allegare una qualsiasi giustificazione, semmai ne esistesse una, offre la propria prefazione a un libro non solo ripieno di rivoltanti contraffazioni, ma scritto da chi ripropone e diffonde i motivi della più oscena cultura genocidiaria: quella contro cui (così si dice) si è impiantato e ha ragione di essere difeso il nostro ordinamento civile e costituzionale. Se chi ha potere nei giornali e nelle televisioni, nei luoghi della produzione culturale, presso le cosiddette forze sociali e tra gli eminenti dell’intelligenza militante, e tra coloro che chiedono il voto per scrivere le leggi che comandano la vita dei cittadini, e tra quelli che stendono sentenze in nome del popolo italiano, se insomma chi “può” non si incarica, come non sta incaricandosi, di fare ciò che deve essere fatto, cioè di liberarsi dalla propria noncuranza, allora significa che questo nostro Paese ha appunto un problema molto più grave rispetto a quel che fa un suo magistrato. Al tempo delle leggi razziali il problema non stava solo in quella legislazione: stava negli italiani che giravano la testa dall’altra parte. E questa volta non dico: peggio per chi non lo capisce. Dico: sia maledetto chi non lo capisce.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 28 marzo 2021. Da settimane, il suo nome agitava i sonni delle correnti delle toghe (soprattutto quelle di sinistra, ma non solo): da quando il Giornale, il 17 febbraio, aveva indicato Nicola Gratteri come il candidato più forte alla Procura di Milano, l'idea della sua irruzione nel santuario di Mani Pulite aveva sollevato paure di ogni tipo. Anche perché trovare un candidato alternativo in grado di sbarrare a Gratteri la strada verso il nord era reso arduo dalla sentenza del Tar del Lazio che, annullando la nomina del procuratore di Roma Michele Prestipino, aveva dettato regole rigide per la scelta dei capi delle Procure. Ma ora Gratteri rischia non solo di dover rinunciare al suo sogno milanese - ribadito ieri in una intervista - ma anche al suo posto attuale. Tutta colpa della prefazione elogiativa firmata per il libello no-vax e antisemita del suo collega Angelo Giorgianni. Su Gratteri piomba ieri un colpo di bazooka: quella prefazione è la dimostrazione che non è in grado di guidare alcun ufficio giudiziario. A dirlo è uno dei numi tutelari della sinistra giudiziaria, Guido Neppi Modona, con un intervento sul Riformista. Giudice, professore, cavaliere di Gran Croce, giudice della Corte Costituzionale, Neppi è uno che quando parla viene ascoltato. E ieri scrive testualmente che «il dr. Gratteri ha perso il prestigio di cui un magistrato - specie se posto a capo di un importante ufficio quale è la Procura della Repubblica - deve godere nei confronti della popolazione e dei suoi colleghi, e pertanto a norma dell'ordinamento giudiziario deve quantomeno essere trasferito in un'altra sede e con funzioni che non comportino alcun incarico direttivo». Un messaggio esplicito inviato alla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa di sloggiare i giudici incompatibili, e che in questi giorni è alle prese con i veleni del caso Palamara. Con la prefazione al libro di Giorgianni, Gratteri si è autoaffondato. Per raccontare la gravità della situazione basta l'annuncio della casa editrice del libro, che ieri di fronte al putiferio annulla la presentazione prevista per le 19. Forse la Prima commissione del Csm non raccoglierà fino in fondo l'appello di Neppi Modona, e permetterà a Gratteri di continuare a fare il procuratore laggiù a Catanzaro, dove peraltro ha arrestato tutto l'arrestabile. Ma che possa ambire alla poltrona che fu di Francesco Saverio Borrelli è, allo stato attuale, del tutto inverosimile. E qua il Gratterigate si rincrocia con il caso Palamara, il gorgo che ormai sembra inghiottire tutto ciò che si muove in magistratura. Perché le chat e il libro di Palamara investono in pieno anche la Procura milanese, i suoi meccanismi di potere. L'arrivo di Gratteri era, nel bene e nel male, l'occasione per girare pagina. Ma adesso che si fa?

Da notizie.virgilio.it il 20 settembre 2021. È finita in tribunale la vicenda di un ragazzo di 16 anni che voleva sottoporsi al vaccino anti Covid nonostante il parere contrario di uno dei genitori. Il giudice tutelare di Arezzo ha dato ragione al giovane, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Gianni Baldini e disponendo in via d’urgenza la vaccinazione con il consenso del genitore favorevole. “Si tratta di una sentenza clamorosa”, ha commentato il legale parlando con i cronisti de Il Messaggero, spiegando perché potrebbe costituire un importante precedente per le persone che scelgono di vaccinarsi e contro le posizioni no vax. “In pratica una sentenza penale in ambito civile” in materia di vaccini. “Solitamente il giudice, se accoglie un ricorso, chiede al ricorrente la notifica alla controparte, fissa l’udienza, la fa e poi decide”. Ma in questo caso “ha emesso una sorta di misura cautelare. Ha disposto la necessità e l’urgenza di fare il vaccino anti Covid senza fare l’udienza. Una cosa che non si era mai vista in ambito civile”, ha concluso. 

Genitori no vax, i figli minorenni li portano in Tribunale: “Vogliamo vaccinarci”. Succede in Toscana: i due ragazzi di 16 e 17 anni si sono rivolti all’Associazione Matrimonialisti per avviare la mediazione. Il Dubbio il 22 giugno 2021. I genitori sono contrari al vaccino anti Covid e loro, due minorenni toscani, che invece si vorrebbero vaccinare, ricorrono alle vie legali. È il caso di un 17enne fiorentino ed un 16enne aretino che si sono rivolti all’Associazione Matrimonialisti della Toscana che fa capo all’avvocato Gianni Baldini. In un caso si tratta di genitori sulla via del divorzio nell’altro di genitori non sposati. «È oltre un anno che non possiamo uscire e praticante vivere. L’unica alternativa per tornare a vivere e divertirmi è vaccinarmi, ma i miei genitori non ritengono il vaccino efficace. Secondo me non è così. Io voglio vaccinarmi», avrebbero detto i ragazzi al legale. Al momento non c’è un procedimento nei confronti dei genitori, spiega l’avvocato Gianni Baldini, e sarà lui dunque a «mediare» in questa fase e cercare di far cambiare idea ai genitori. Nell’ultimo periodo, «con l’estensione anche ai minorenni della facoltà di vaccinarsi contro il Covid – racconta l’avvocato – si stanno moltiplicando i contenziosi tra genitori e figli sulla vaccinazione». Nel caso ad esempio del 16enne aretino i due genitori sono in disaccordo. Uno vorrebbe vaccinarlo, l’altro no.  «Di regola la scelta di vaccinare un minore deve avere il consenso di entrambi i genitori. Infatti si tratta di una decisione che attiene la salute del figlio, di natura non ordinaria e come tale deve essere esercitata congiuntamente da coloro che esercitano la responsabilità genitoriale», spiega Baldini su Altalex. E il principio vale «sia per le famiglie nelle quali i genitori sia coniugati, conviventi o legalmente separati o divorziati – prosegue l’avvocato. In caso di assenza dei genitori dovrà essere nominato un tutore che assumerà nell’interesse del figlio questa decisione». E quando la mediazione non va a buon fine? «In tutte le ipotesi di contrasto, sia tra genitori (uno favorevole l’altro contrario) che con il figlio il conflitto se non riesce a comporsi all’interno della famiglia deve essere risolto con Ricorso al Tribunale per i Minorenni. Da valutare altrimenti il ricorso al Tribunale ordinario, anche ex art 709 ter cpc quando i genitori sono separati/divorziati e anche quando è pendente il relativo giudizio (giudice Tutelare o Giudice della separazione)». In questi casi, dal momento che non sussiste l’obbligo vaccinale, l’orientamento della giurisprudenza «è nel senso che ove vi sia un concreto pericolo per la vita o la salute del minore (per la gravità e la diffusione del virus) e vi siano dati scientifici univoci e concordati che quel determinato trattamento sanitario risulta efficace il giudice potrà “sospendere” momentaneamente la capacità del genitore contrario al vaccino. E ciò vale a prescindere dal fatto che madre e padre stiano insieme o siano separati/divorziati. In altre parole, il giudice ritiene più corretta la scelta del genitore conforme alla legge e all’opinione scientifica “largamente dominante”», conclude Baldini.

Raffaele Marmo per quotidiano.net il 30 luglio 2021. Giampiero Mughini non è uno che le manda a dire. Dall’alto dei suoi ottant’anni, questo intellettuale eretico e raffinato che ha attraversato il "secolo breve" da dentro l’Italia inquieta dei movimenti e del ribellismo, degli anni di piombo e del riflusso, dell’edonismo e del futurismo vecchio e nuovo, fino ai nostri anni Venti, guarda ai No Vax in piazza e sulla rete con malcelato disappunto, per non dire peggio.

Mughini, a che cosa siamo di fronte?

“Stiamo assistendo a qualcosa di sciagurato – esordisce da par suo – Stiamo assistendo allo spettacolo di piccole congreghe rabbiose, inconsistenti sul piano culturale e meno che mai su quello scientifico, che sono in disarmonia, diciamo così, e con la gravità del problema che stiamo affrontando (una pandemia che dura da due anni) e con l’atteggiamento generale del governo, che è prudente: se solo pensiamo che sinora non c’è stato nessun obbligo di vaccinarsi, per capirci. Ma è del tutto evidente che l’immunità di gregge la otterremo quando la gran parte di noi sarà vaccinata"

Eppure, nonostante le piazze siano di fatto vuote, il rischio quantomeno di alimentare dubbi e incertezze in una società impaurita c’è tutto.

“I No Vax non hanno alcun elemento a loro sostegno. Sono minoranze sciagurate, ma oggi, con un paio di canali social e un paio di interviste, anche gli sciagurati fanno sentire la loro voce. 

Prendiamo il caso ultimo di come hanno strumentalizzato la drammatica morte del dottor De Donno. Lo hanno fatto passare per un anti-vaccinista. Non ricordano, invece, questi cialtroni, che il dottor De Donno era andato, lui per primo, a vaccinarsi”

Invocano la libertà contro i vaccini e contro il Green pass. Ma che libertà è?

“Beninteso, le voci sono, sarebbero legittime tutte, ma stiamo parlando di una lotta, se non per la vita e per la morte, di sicuro per qualcosa di fondamentale che la nostra società sta conducendo tutta assieme. La stanno conducendo i medici che sono morti sul campo, la sta conducendo l’organizzazione generale del nostro Paese che mi pare abbia fatto bene ad assicurare un vaccino gratuito a una quantità rilevante di persone. E, dunque, se le voci sono legittime, quando sento ergersi la voce di un attore come Montesano che dice che il Green pass è l’equivalente del lasciapassare dei nazisti io spengo la luce. Non posso sentire queste porcate". 

Se è per questo, hanno evocato la Shoah, gli esperimenti di Mengele, la dittatura sanitaria.

“Dai, ti prego, dai. Questo, ecco, non è lecito, non è possibile. Sono rigurgiti che vengono dalle viscere. E, pur non stando sui social, leggo dai giornali che là sopra c’è un continuo martirio dell’intelligenza e ancor più c’è un’estremizzazione dell’avversione. Eppure, basterebbe riflettere su un dato di fatto: in tutto il mondo viviamo in media 10 o 15 anni di più perché sono stati inventati a un certo punto i vaccini. Ogni altra considerazione ci riporta all’epoca delle streghe".

Ribellismo per ribellismo, vede qualche analogia con le piazze di altri decenni passati?

“No, neanche lontanamente. Quel ribellismo, dal quale ho preso le distanze in epoca non sospetta, era, però, nell’aria del tempo. Era nell’aria del tempo che gli studenti americani non amassero la guerra in Vietnam come era nello spirito del tempo che nel maggio del ’68 a Parigi, dove io mi trovavo, gli studenti di Nanterre esprimessero una certa irrequietezza rispetto alla rigida separazione tra uomini e donne nel campus”.

Sì, ma poi ci sono stati gli anni di piombo. Non vede pericoli di gesti estremi e di cattivi maestri?

“Per fortuna mi pare che ci troviamo davanti a tali cialtroncelli che non hanno né l’intenzione né la cultura del fanatismo ideologico degli anni Settanta alla Curcio. Nessun parallelismo: siamo all’ignoranza anti-scientifica. Basta guardarli in faccia".           

Certa politica non esita, però, a lisciare il pelo a queste frange.

"Perché pensano che ci siano in ballo 3-4 milioni di voti. Ma io, per dire, rabbrividisco quando vedo certi personaggi, come anche il mio vecchio amico Gianluigi Paragone, scendere in piazza con questa gente".

Un dubbio finale: non è che l’informazione dà troppo spazio a queste minoranze?

“Non è che possiamo parlare solo di quello che ci piace"

Enrico Montesano. Giulia Cazzaniga per “La Verità” l'1 Novembre 2021. Enrico Montesano, dalle letture recitate sulla libertà di Giorgio Agamben, Gunther Anders, Michel Onfray, al palco delle piazze di Roma e Trieste. I toni si sono alzati.

«Ho interpretato tanti bei testi negli ultimi mesi, attraverso i cosiddetti "social". Molti hanno apprezzato e capito, altrettanti non ci sono arrivati. Guardano il dito, invece che la luna. Si scagliano contro chi li sta difendendo, capisce? Non la smetto, perché la mia resta una battaglia di libertà per tutti. La cosa che più mi avvilisce è che la massa è polemica e rissosa». 

È forse una novità?

«Manca ormai il pacato ragionamento, il civile confronto. Si demonizza l'avversario, che è chi non segue il pensiero politicamente corretto, comune e dominante. Ma chi dissente con argomenti e ragionamenti non deve essere considerato uno strano di mente, sta esercitando un suo diritto». 

C'è da dire che tv e giornali la corteggiano, non è forse il segno che una dialettica democratica c'è?

«Diciamo che è una democrazia pelosa. Nei talk show c'è sempre bisogno di un nemico da attaccare. I cosiddetti intellettuali mi danno del pagliaccio o del buffone. Quando una persona intelligente arriva alle offese deduco che non abbia argomenti. Se cito i numeri dell'Istituto superiore della sanità non sto che ponendo un dubbio, ad esempio, senza sostenere alcuna tesi. E con questo non credo di mancare di rispetto verso i morti, come strumentalmente mi si accusa. Anzi, proprio per rispettarli si chiede chiarezza». 

Dati controversi.

«Le cifre si possono sempre interpretare, e persino camuffare, creare ad arte. Ho letto la risposta dell'Iss all'articolo del Tempo, uno spiegone per l'interpretazione corretta dei dati, le confesso che non ci ho capito molto. Ma ribadisco: voglio solo porre domande, tutto qui. La voce del popolo racconta di anziane con il femore rotto ricoverate come caso Covid. Sarà vero? Conveniva alla Asl? Perché non si fanno verifiche?». 

Uno dei suoi ultimi post su Facebook è una pagina tutta nera, a lutto.

«Sono triste per l'alluvione che ha colpito la Sicilia, per la morte di un'amica attrice. E pure perché oggi occorre un lasciapassare per fare cose che prima facevamo senza chiedere il permesso. È il sonno della ragione. Anzi, oggi la ragione sta in terapia intensiva». 

I suoi seguaci sono in crescita?

«La gente capisce se sei sincero o se dici una cosa per un interesse di carriera, economico o politico». 

Che lei, quindi, non ha?

«Sono stato già eletto alle comunali di Roma, con 8.300 preferenze al tempo dell'amministrazione Rutelli, e poi al Parlamento europeo con 140.000 voti». 

Erano gli anni Novanta, aveva già vinto i David di Donatello come attore. Lasciò il posto a Strasburgo dopo due anni: perché?

«Mi sarebbe bastato imboscarmi per altri sei mesi e un giorno avrei avuto una buona pensione mensile, ma rinunciai. Lo facevo per passione pura, visto che avevo un altro mestiere. Ma mi era impossibile onorare il mandato che mi avevano affidato i miei elettori, ero solo un numero». 

L'abbiamo vista fare un'arringa tra i portuali.

«La classe operaia sta sempre un passo avanti. A Trieste ho toccato con mano non ideologie, ma idee: libertà, equità sociale, giustizia. Ho visto uomini corpulenti commuoversi e tenersi per mano, quasi quasi ringrazio il Covid perché è stata l'occasione per riscoprirci umani e fratelli». 

E pochi giorni fa lei conduceva la piazza No green pass a Roma.

«Credo fossimo in 5.000, avevamo chiesto le autorizzazioni per 500 persone». Eravate pessimisti? «Non ci montiamo la testa. Come si usa in teatro, per scaramanzia, ci si tiene bassi nelle previsioni: prima gli spettatori vanno al botteghino, poi si tirano le somme».

Ed è andata meglio del previsto.

«A parte i numeri, è la qualità delle persone ad avermi reso contento. Una manifestazione pacifica, una festa. Abbiamo cantato e fatto i nostri cori, rivendicando il diritto alla libertà di parola e di espressione. Liberi di lavorare, sorridere, abbracciarci. Basta con il distanziamento sociale, serve un prudente distanziamento fisico». 

Tra voi anche vaccinati?

«Ma certo, e tanti. Perché le persone intelligenti superano questa fasulla dicotomia. Rispettiamo chi in buona fede ha scelto di vaccinarsi, chi è danneggiato da effetti collaterali, chi non vuole fare la terza dose».

Lei rifiuta da sempre la definizione di «no vax».

«Definizione di comodo, propagandistica. Mi danno anche del negazionista, non lo sono. Sono un dubbioso, ecco. I vaccini li ho fatti, in passato, perché era chiaro che i benefici erano maggiori dei rischi. Oggi ho paura».

Di cosa?

«Quando mi diranno che l'esperimento è finito, e che è tutto sicuro forse lo farò, il vaccino. Anche se, come ha detto Gianni Rivera da Bruno Vespa, "se ci fosse un effetto avverso su 1 milione e quel caso sono io mi dispiacerebbe molto"». 

E con cinema, teatro e ristoranti Montesano come fa, senza pass?

«Rinuncio, non ci vado». 

Potrebbe farsi un tampone.

«Evito, grazie. Anche perché preferisco i luoghi aperti, ariosi. Non capisco perché non si aprono mai le finestre nei locali, per creare un ambiente più salutare. È una norma igienica di base, no? Come lavarsi le mani, e tutte quelle cose che ci insegnavano fin da bambini».

Bastano i rimedi della nonna di fronte al Covid?

«Di sicuro non basta il paracetamolo e la vigile attesa, assurdo. Caso mai l'aspirina. Alberto Sordi una volta mi confidò (lo imita, ndr): "Prenditi mezza aspirina tutte le sere, fa bene, io lo faccio da 20 anni". Io credo in una vita sana: camminare molto, non bere alcool, e glielo dico alla romana, magna' de meno». 

Fuma ancora però.

«Ogni tanto un mezzo sigaro, mi rilassa, sì». 

Montesano è un «no green pass» invece si può dire.

«Vivevo senza autorizzazione, vorrei tornare a vivere senza».

In una sua diretta Facebook ha parlato di psicopandemia.

«Mi riferisco al delirio paranoide dello star bene a tutti i costi. Ho solo il diploma da geometra, non voglio tirarmela, ma ho qui sul tavolo un bellissimo libro di Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Temo che il lasciapassare sanitario rimarrà, ed è questo che sfugge alla maggioranza delle persone. Dicono: ma tanto siamo già controllati da cellulari e carte di credito. E non vi basta? Che bisogno c'è di avere un controllo maggiore? Siamo già abbastanza connessi: io farei a meno anche del 5G».

E a cosa invece non rinuncerebbe?

«All'autonomia del mio Paese, alla piena occupazione, ad aiutare le piccole e medie imprese, all'artigianato, all'agricoltura naturale, a una equa distribuzione della ricchezza. Occorre lottare per un ambiente sano, per la salvaguardia del territorio». 

Sembra una parte di un manifesto politico. Ci assicura che non prenderà questa strada?  L'altro giorno in piazza ha detto che manca una forza che vi rappresenti.

«Guardi, io una palla di vetro tra le mani non la ho. Le posso dire che non è nelle mie intenzioni. Vorrei aiutare, questo sì, i gruppi che stanno nascendo a unirsi, così che ci possa essere una rappresentanza in Parlamento. Se il 50% degli italiani non va a votare è perché non ha fiducia nei partiti».

Per il sindaco di Roma è andato a votare?

«No». 

In passato disse di riporre fiducia nei 5 stelle. Il papà di Alessandro Di Battista di recente le ha dedicato una lettera di elogio e di ringraziamento.

«Bellissima lettera, ne sono lusingato. Sì, nel Movimento credetti, all'inizio e non sono stato il solo, ma poi sono rimasto deluso. Sono un uomo libero da sempre. Nel 2007 - scusi se mi cito, visto che i socialisti mi insegnarono che non bisogna avere il culto di sé stessi - misi in piedi uno spettacolo di grande successo, s' intitolava: È permesso?».

Uno show «scorretto».

«Eh sì, perché già allora chiedevo se fosse consentito esprimere un concetto non conforme al pensiero dominante. Non di destra, non di sinistra: distinzione obsoleta». 

I suoi seguaci cosa votano?

«Mi scrive qualcuno che si definisce "un vecchio comunista" e pure gente di destra. Mi dicono che magari non siamo d'accordo su tutto, ma che ormai le cose sono cambiate e mi sostengono in questa lotta per la libertà». 

E non siete nemmeno pro Draghi, a quanto leggo dal manifesto della manifestazione romana.

«Ci hanno dato dei violenti perché qualcuno ha bruciato una foto del premier. Capirai che violenza, mica era un assalto a mano armata. Siamo pacifisti. Mettiamola così, tanto per parafrasare la ministra dell'Interno: noi non stiamo protestando, stiamo verificando la capienza delle piazze. Ridiamoci su, perché ormai si è perso pure il senso dell'umorismo». 

La sua, la vostra, è quindi anti-politica?

«No, ma i partiti hanno una grave responsabilità, se siamo in questa situazione la responsabilità è loro. Hanno impoverito l'Italia. Le bollette aumentano, così come i prezzi per fare la spesa. Ho lanciato l'idea di fare del mutuo soccorso, distribuendo pacchi alimentari per chi è in difficoltà. Vedremo se ci riusciremo. Il punto è che una volta, al governo, fosse Craxi o Moro, c'erano persone elette dal popolo. Il governo non è eletto, ma nominato, lo sappiamo, ma Draghi non lo ha votato nessuno». 

Dunque?

«Io tornerei alla prima Repubblica, sa? O a qualcosa che molto le somiglia. Togliatti e De Gasperi sapevano che se si fossero scontrati avrebbero fatto il male del Paese, e invece trovarono una sorta di accordo, per il bene dell'Italia».

Clarida Salvatori per corriere.it il 30 luglio 2021. «Tu sei plurivaccinato». «E tu sei finito in ospedale eppure neghi il Covid». «Non è vero e ora ti querelo». Questa la disputa sui vaccini anti Covid diventata anche una querelle a suon di post su Facebook e cinguettii su Twitter. I protagonisti della discussione via social sono il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il comico romano Enrico Montesano e la giornalista Selvaggia Lucarelli. Tutto parte da una colorita diretta video di Montesano di oltre un’ora, in cui parla di medici, di terapie differenziate per cittadini comuni, «su cui le aziende sanitarie devono far profitto», sostiene il comico, e i malati «speciali», e qui cita Berlusconi, guariti in tre giorni. E ovviamente di vaccini e green pass: «Non c’è l’obbligo, ma poi ti additano se non ti vaccini». Tra i vari argomenti parla anche di un Zingaretti plurivaccinato, accuse a cui il governatore aveva già risposto nei giorni scorsi, ma su cui torna ancora. «Ho visto che anche Enrico Montesano ha detto in un video social che ho fatto 4 vaccini. Rilancia un falso, visto che si trattava di vecchie foto di campagne antinfluenzali di qualche anno fa. I metodi sono questi. Enrico perché ti sei ridotto così? Sei hai le tue idee hai tutto il diritto di esprimerle, ma d’infangare gli altri meno. Anzi questo diritto non ce l’hai». Ma alla diretta di Montesano ha voluto rispondere anche Selvaggia Lucarelli con un tweet: «Visto che non ha mai avuto il coraggio di dirlo, ma ama insultare e cavalcare le peggiori teorie complottiste, lo dico io: Enrico Montesano ha avuto il Covid, è stato ricoverato, è stato salvato dai medici e dalla scienza. Quella scienza a cui ha chiesto aiuto, quando stava male». Non tarda ad arrivare la secca replica dell’artista, su Facebook: «La signora Lucarelli afferma cose assolutamente false sul mio conto. Mi riservo di agire nelle sedi opportune a tutela della mia persona». E poi ha aggiunto, anche prendendo in prestito una frase di Agamben: «Chi vuole vaccinarsi è libero di farlo, ma si rispetti anche chi non vuole. Quella che stiamo vivendo, prima di essere un’inaudita manipolazione delle libertà di ciascuno, è una gigantesca operazione di falsificazione della verità».

Da "leggo.it" il 21 giugno 2021. «Il sangue dei donatori vaccinati viene buttato via». Queste parole pronunciate da Enrico Montesano in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook sono finite nella bufera e costretto Avis a intervenire. L'attore aveva dichiarato, riportando la versione di una misteriosa fonte interna ad Avis, che il sangue dei donatori vaccinati si sarebbe coagulato e che, dunque, le sacche sarebbero state gettate. Tutto questo in un periodo di emergenza sangue nel Lazio.

Enrico Montesano sul sangue dei vaccinati, la replica di Avis. Immediata la replica di Avis. «Affermazioni pericolose per la salute pubblica e lesive dell’impegno dell’associazione e dei donatori», ha fatto sapere Gianpietro Biola, presidente dell'Avis nazionale, che ha definito quelle dell’attore «parole dannose», rassicurando la completa sicurezza della donazione. «Donare il sangue dopo aver ricevuto il vaccino anti Covid non comporta alcun rischio né per il donatore stesso né per i pazienti a cui trasfonderlo», ha aggiunto. 

Enrico Montesano, il parere del Cns. Gli ha fatto eco il direttore del Cns (Centro Nazionale Sangue), Vincenzo De Angelis. «È molto grave diffondere false informazioni sulla donazione di sangue, specie alla vigilia di un periodo come quello estivo, in cui storicamente si registrano carenze. Non c'è nessuna differenza tra il sangue dei vaccinati e quello dei non vaccinati, entrambi salvano vite ogni giorno, e anzi ci auguriamo che siano sempre di più i donatori immunizzati, sarebbe un segno ulteriore dei progressi nella lotta al virus».  

Dagospia il 21 giugno 2021. Enrico Montesano? "A ottobre ce lo ritroviamo in ospedale insieme a Gianni Rivera a spese nostre". Il virologo Roberto Burioni scatenato su Twitter contro l'attore che dopo un anno di deliri negazionisti ha sganciato l'ennesima "bomba" sui social riportando la versione di una misteriosa fonte interna ad Avis: "Il sangue dei donatori viene buttato perché si coagula". Il virologo, commentando il video pubblicato sui social, lo percula: "Un amico che conosce una persona di rango avrebbe dovuto dirlo con la voce di Dudu il gagà..."

Da ilsussidiario.net il 29 luglio 2021. Enrico Montesano contro tutti. In una diretta Facebook di oggi l’attore è partito dalla notizia della morte del dottor Giuseppe De Donno per parlare della “dittatura sanitaria”. Comincia però con un duro attacco ad un personaggio famoso che sembra essere proprio Frank Matano. Non ne pronuncia mai esplicitamente il nome, ma è facile intuire che si riferisca proprio al giovane comico. «C’è uno che fa la giuria in una piccola trasmissione, non so come si chiama, ha iniziato facendo gli scherzi al telefono. Un cretino di successo, non voglio neanche nominarlo. Deve prima imparare a ballare, cantare, recitare, fare le imitazioni, inventarsi dei personaggi e farsi 52 anni di carriera come me, più di 60 film e 10 commedie musicali». Montesano è un fiume in piena: «Si deve sciacquare la bocca quando parla di me, io sono un attore, non sono un comico. Lui è un cretino, un imbecille di successo, l’occhio da imbecille e la faccia da ebete. Ride sempre perché è un ebete. Questo genio compreso, sta sempre dappertutto, è uno stolto di mezzo. Si deve sciacquare la bocca prima di parlare di me». Ma ne ha pure per la Rai: «Avevamo un pubblico migliore, non era rovinato da trent’anni di merda tracimata da queste tv private. La Rai per non perdere ascolti è andata appresso, facendo delle cagate immonde. Ora tutti i leccac*li del potere parlano, pontificano, fanno le loro trasmissioncine del ca**o, i loro talk show di merda». «L’Italia è meravigliosa, ma la società è di merda», sbotta Enrico Montesano durante la diretta Facebook. Quindi, parla delle piazze che protestano contro vaccini (e chiama «cacchinati» tutti i vaccinati) e green pass, di cui fanno parte anche medici: «Onore a loro che contravvengono alle emerite e ciclopiche cazzate del Cts e dell’Iss». Si lascia andare anche sul green pass: «Si chiama lasciapassare, quello che usavano i nazisti. Vaffanc**o il lasciapassare». Inoltre, smentisce la sua discesa in politica. «Non mi presento con nessuna lista, la politica mi fa ca*are». E se la prende con diversi giornalisti: «Avete venduto la pelle dell’orso prima di averlo catturato e avete sparato cazzate giornalisti terroristi, pennivendoli del cazzo. Come D’Agostino (Dagospia, ndr) e Fanpage. Non mi rompete il ca**o!». Volano quindi gli insulti, per David Parenzo («È fastidioso come le zanzare» il più gentile) e Roberto Burioni («Ora ti fai i soldi con i monoclonali»). Stranamente più tenero con Selvaggia Lucarelli che aveva attaccato Giuseppe De Donno: «S’è beccata con De Donno. Io spero che tu abbia un ripensamento». Quindi, invita tutti a lottare in nome del medico, la cui morte l’ha colpito. «Lo sentì per capire cos’era successo e lui mi disse di aver avuto un anno molto faticoso. Era una persona gentile, ma di fronte alle forze del male, malefiche, che ci stanno governando e si vogliono sostituire a Dio sono destinate a soccombere se sono lasciate sole». Viste le critiche ricevute, Enrico Montesano, accusato di diffondere fake news, ha smentito di essere no vax: è pro vaccini, ma non quelli sperimentali.

Gianni Rivera. Maurizio Caverzan per “La Verità” il 21 giugno 2021. Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d' infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell'iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d' iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c'era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d' oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano. 

Gianni Rivera no vax non ce l'aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari». 

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l'informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a Porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all' ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso». 

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi farmaci non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l'ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio». 

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c' entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie.

L' anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell'influenza... E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive». 

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel' hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale». 

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall' emergenza?

«Lo spero. Preferisco non correre il rischio finché non c' è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto». 

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall' altra parte». 

Quale altra parte?

«Quella dell'avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince». 

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo.

L' antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro». 

Dagospia il 14 giugno 2021. Da La Zanzara – Radio 24. “Persino Draghi ha detto che ci sono delle variabili che possono rendere inutili le vaccinazioni. Questi vaccini non li hanno sperimentati, li hanno messi in vendita perché dovevano guadagnare e lo hanno fatto. Ci sono tanti virologi che la pensano come me. E tanti la pensano come me, ma a questi non danno pubblicità”. Gianni Rivera a La Zanzara su Radio 24 non molla e ribadisce di non voler vaccinarsi, “e nemmeno mia moglie lo farà”. Burioni ti ha dato del babbeo: “Burioni? Non so chi è, io ricordo Buriani che giocava con me. Non so neanche chi è, pensavo a un burrone, o un grosso burro. Non so davvero chi sia, si vede che è diventato popolare e ne ha approfittato. Quelli bravi non li invitano mai perchè hanno paura delle stesse cose che dico io. Vari medici non li invitano e non scrivono sui giornali perché dicono queste cose. Montaigner che ha vinto una piccola cosa come un Nobel, siccome non è d’accordo su questo sistema non viene mai sentito. Vaccinare i ragazzini? E’ ancora più folle”. Ma tu non hai paura alla tua età?: “Non faccio assembramenti e sono tranquillo e poi eventualmente ci sono le cure domiciliari, coi medici che sono stati accantonati perché non fanno parte del gruppo, li tagliano fuori”. Ma la mortalità sta scendendo drasticamente: “Guardate che prima del Covid, l’anno prima, sono morte più persone per l’influenza piuttosto che nell’anno del Covid. E’ tutto esagerato, hanno terrorizzato. E quelli che fanno i vaccini vogliono costringere gli altri a farlo”

DiMartedì, il Nobel Luc Montagnier: "Sui vaccini un rischio inaccettabile, stanno proliferando i tumori". Libero Quotidiano il 09 giugno 2021. "Rischiamo di avere effetti assolutamente imprevedibili, per esempio dei tumori". Il premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, biologo e virologo francese luminare nella lotta all'Aids, in una intervista a France Soir si schiera apertamente contro l'accettazione acritica dei vaccini contro il Coronavirus. Parole pesantissime che sono già diventate virali nel circuito dei no vax in America e in Europa. A DiMartedì su La7 Giovanni Floris manda in onda uno stralcio di quella intervista: "Avvelenare è una parola molto forte - precisa Montagnier a proposito della campagna vaccinale -, ma non possiamo accettare il rischio per i bambini, i ragazzi e le generazioni attuali. Anche gli anziani come me, che spariscano a causa del vaccino. Il vaccino è una soluzione, ma non la sola, ci sono trattamenti e terapie che possono avere effetti contro questa infezione". Montagnier ne fa soprattutto un problema di "metodo": "Il vaccino è un progetto a lungo termine e stanno chiedendo alle persone di accettarne l'utilizzo immediato". Il punto, spiega, è che ancora non possiamo sapere quali saranno le conseguenze sull'organismo umano tra qualche anno, essendo stato di fatto "miniaturizzato" il tempo di sperimentazione dei vaccini per ottenere un siero il più velocemente possibile. "Rischiamo di avere effetti assolutamente imprevedibili - accusa Montagnier -, ad esempio i tumori che continuano a proliferare. Questo è il pericolo quando si gioca all'apprendista stregone". Frasi che hanno fatto sobbalzare la comunità scientifica mondiale. "Il virus si combatte con la vaccinazione e magari nei prossimi anni diventerà un banale raffreddore", sottolinea il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri. E la biologa Barbara Gallavotti, autrice di Superquark, precisa: "Il Premio Nobel non è una patente di infallibilità, ci sono stati Nobel che hanno detto cose non condivisibili. La cosa bella nella comunità scientifica è che anche un giovane ricercatore, con dati solidi e condivisi, può ribattere a quello che dice un Premio Nobel". 

Da “La Verità” l'8 settembre 2021. Per gentile concessione della trasmissione Fuori dal coro, pubblichiamo l'intervista - effettuata da Margherita Enrico e trasmessa ieri sera al premio Nobel Luc Montagnier. L'anziano medico (89 anni), che nel 2008 è stato insignito del premio svedese per la Medicina, è scopritore del virus dell'Hiv. Dopo lo scoppio della pandemia da Covid, le sue posizioni, in netto contrasto con la maggior parte degli istituti e delle organizzazioni sanita-rie mondiali, hanno fatto discutere. Nel colloquio, realizzato all'inizio dell'estate, Montagnier conferma le sue tesi sull'inopportunità di procede-re a vaccinazioni di massa a pandemia in corso. Scelta che ritiene esposta a un rapporto rischi-benefici non sicuro per i cittadini. Il Nobel insiste anche sulla possibilità di cura. «Non sono contro i vaccini, alla cui ricerca ho dedicato gran parte della mia vita», dice Luc Montagnier: «Li ritengo molto importanti nella cura delle malattie trasmissibili e delle epidemie, ma sono contrario a prodotti non sicuri i cui effetti sono ancora del tutto sconosciuti. Un vaccino può considerarsi sicuro solo dopo un tempo di sperimentazione molto più lungo. Questa campagna vaccinale è stata effettuata con errori di carattere scientifico e medico, che hanno aggravato la situazione. Nei vaccini di solito è presente il virus attenuato che una volta iniettato stimola il sistema immunitario in maniera delicata. Gran parte dei vaccini somministrati per combattere questa pandemia sono una terapia genica che serve a stimolare la produzione di proteine nella nostre cellule. È un sistema che ritengo innaturale, perché fa si che nuovo materiale genetico sia inserito nel nostro genoma». 

Ma sono stati vaccinati miliardi di persone. Quali potrebbero essere le conseguenze?

«Nel corpo abbiamo cellule specializzate chiamate cellule immunitarie, che da sole sono in grado di produrre anticorpi. Questi vaccini stravolgono l'organizzazione naturale dell'organismo. La proteina del virus che permette di attaccarlo ha una doppia funzione di cui nessuno parla: è anche una neurotossina. Nelle persone che non hanno ancora avuto il tempo di produrre anticorpi, questa proteina potrebbe influire sul cuore, creando miocarditi potenzialmente letali. Ma questa proteina può anche oltrepassare la barriera ematoencefalica e una volta arrivata al cervello, che non è più protetto, può causare problemi celebrali gravi. Questo come conseguenze immediate». 

Potrebbero cioè verificarsi altre conseguenze a lungo termine?

«La reazione più frequente è la trombosi causata dalla coagulazione dovuta dall'aggregazione di piastrine che si può verificare anche molti mesi dopo la somministrazione del vaccino. Ma ne esiste un'altra. Il virus, nonostante il vaccino, trova anche il modo per influire sulle informazioni dei prioni, cioè le particelle infettive solamente proteiche, che hanno la capacità di trasmettere la propria forma alterata a varianti normali della stessa proteina in tutti gli organi. La struttura delle proteine dell'organismo viene cambiata, creando situazioni sconosciute a lungo termine».

Però professore, grazie ai vaccini la diffusione del virus è diminuita molto.

«Non solo non è finita, ma la situazione potrebbe essere ancora peggiore di quanto lo sia stata fino ad ora. Anche la scorsa estate, pur senza i vaccini, i contagi erano diminuiti. Il vaccino, si sa, non ci protegge dalla trasmissione del virus. Non ci si dovrebbe vaccinare in corso di pandemia perché i virus si modificano per sfuggire al nostro sistema immunitario. La natura, anche nei confronti dei virus, sa creare armonia. Se il virus non fosse stato manipolato per mezzo dei vaccini, credo si sarebbe già indebolito. Le varianti naturali sono la conseguenza dell'armonia di sequenze matematiche precise. L'uomo è intervenuto nel laboratorio di Wuhan e indirettamente, e in modo innaturale, ha intaccato queste sequenze impedendone l'evoluzione naturale. Le varianti naturali sono diventate così molto più aggressive e contagiose, come ad esempio la variante Delta. Le ultime varianti sono favorite dalla diffusione dei vaccini. Non è vero che i vaccinati sono più protetti dalle nuove e aggressive varianti. I vaccinati non solo hanno più possibilità di essere attaccati dalle varianti, ma sono più a rischio dei non vaccinati. Se le autorità non lo capiscono, andremo incontro a una catastrofe». 

È consapevole che con queste dichiarazioni avrà ancora più nemici?

«Esistono prove e dati scientifici. Esistono analisi cliniche. L'opinione è legittima, però chi sostiene che diffondo false teorie o che sono impazzito lo deve dimostrare. Se lo scienziato rifiuta l'incontro o lo scontro ha perso. In campo scientifico ci sono regole precise: ci si misura, e misurarsi è l'unica maniera per sapere se si è sulla strada giusta. Spesso i motivi degli attacchi ingiustificati sono legati alla politica e al potere. Se un vaccino non è sicuro ed esiste un'altra soluzione terapeutica, bisogna seguire la morale e l'etica alla base della nostra missione di medici, e quindi non imporre il vaccino ma trovare anche metodi alternativi». 

Ma quale potrebbe essere questa alternativa?

«Bisogna che tutti sappiano che questa malattia si cura, e si guarisce, mentre quello che cercano di innescare nella mente della gente è che sia una malattia incurabile. Abbiamo i mezzi e le cure per affrontarla. Non è solo il mio pensiero, ma anche quello di altri numerosissimi specialisti cui non viene data voce. Chiunque, se curato bene dall'inizio, può guarire. Le persone infettate dalla variante Delta possono guarire. Esistono inibitori specifici. Le case farmaceutiche dovrebbero impegnarsi anche nella ricerca di questi inibitori, e non solo sui vaccini. Per l'Aids abbiamo trovato inibitori che bloccano la moltiplicazione del virus diminuendo tantissimo il tasso di mortalità. Un fattore completamente ignorato da molti epidemiologi è che l'attacco di questo virus è sempre accompagnato da un cofattore batterico che favorisce e aumenta la sua moltiplicazione. Se si neutralizza il cofattore batterico con antibiotici a base di azitromicina, si possono sopprimere gran parte dei sintomi. I virus poi, per sopravvivere, hanno anche bisogno di situazioni infiammatorie provocate dalle citochine e dalle proteine. Se si abbinano farmaci specifici che diminuiscono l'infiammazione si potrebbero abbreviare i tempi di recupero e forse anche ridurre il tasso di mortalità». 

Professore, è giusto vaccinare i bambini?

«Bisogna abbandonare questa idea folle. I bambini non sono vettori di diffusione del virus, ma se venissero vaccinati nel tempo potrebbero manifestarsi effetti secondari importanti, come quelli di cui ho parlato prima». 

Le sue teorie sono state spesso smontate dalla comunità scientifica. Chi è Luc Montagnier, lo scienziato Premio Nobel che piace a No Vax e complottisti. Vito Califano su Il Riformista il 13 Agosto 2021. Il Premio Nobel per la medicina Luc Montagnier torna a far parlare e offre un nuovo assist a No Vax e No Green Pass. Lo scienziato ha incontrato il sito Ippocrate.org in Italia è ha sostenuto che si sta registrando un “picco di decessi dopo la vaccinazione, c’è correlazione”. Montagnier, idolo di complottisti e scettici fin dall’esplosione della pandemia da covid-19, ha definito i vaccini più dei “prodotti biologici con effetti genetici” e ha ipotizzato morti causate da “shock anafilattico che può essere causato da componenti che non sono proteine ma che accompagnano l’RNA del virus”. Le conclusioni di Montagnier non sono neanche lontanamente quelle della comunità scientifica internazionale. Casi di effetti collaterali sono stati verificati ma anche rarissimi e causati da altre reazioni e nella stragrande maggioranza dei casi provocate da patologie pregresse. Solo due giorni fa Giovanni Migliore della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere ha fatto sapere che in Italia “il 90% dei pazienti in terapia intensiva non è vaccinato”. A oggi sono oltre 73 milioni e 286mila le somministrazioni in Italia, più di 35 milioni e 307mila le persone che hanno completato il ciclo vaccinale, pari al 65,37% della popolazione over 12 anni. I preparati riescono a proteggere efficacemente dalle forme gravi di contagio da variante Delta, la mutazione più trasmissibile che ha causato la nuova impennata di contagi in tutto il mondo. Il bollettino di ieri ha riportato 30 morti. L’ultimo picco si è verificato lo scorso 9 aprile con 718 morti quando la campagna vaccinale aveva appena superato i 3 milioni e 877mila somministrazioni. I nuovi positivi quel giorno erano stati quasi 19mila. Il Generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario all’emergenza, punta a raggiungere l’immunità di gregge con l’80% degli italiani vaccinati entro ottobre.

Chi è Luc Montagnier. Luc Montagnier è un virologo francese, professore emerito dell’Istituto Pasteur. I suoi studi hanno contribuito in maniera decisiva ed essenziale a identificare e solare il virus dell’HIV, responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Proprio per tali ricerche è stato insignito, con Françise Barré-Sinussi, del Premio Nobel per la Medicina o la Fisiologia nel 2008. Lo scienziato francese è nato a Chabris nel 1932. Ha cominciato la sua carriera scientifica alla Facoltà di Scienze di Parigi, dal 1955 al 1967. Dal 1972 è stato Direttore dell’Unità di oncologia virale del dipartimento di Virologia dell’Istituto Pasteur e dal 1982 del dipartimento stesso, dal 1974 è stato direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), di cui ora è direttore emerito. I suoi primi lavori in campo virologico hanno condotto alla dimostrazione della presenza di una forma di RNA infettivo a doppia elica in cellule infettate dall’EMC (virus dell’encefalomiocardite). Montagnier per primo ha individuato in pazienti affetti da AIDS un enzima (la transcriptasi inversa) che permette la sintesi di DNA a partire da RNA virale e che indicava la presenza di un retrovirus. Lo aveva ha chiamato Lymphadenopathy-Associated Virus (LAV). Insieme con altri studi negli Stati Uniti si è arrivati allo sviluppo di tecniche che permettono d’individuare eventuali anticorpi del virus, e quindi la possibilità di preparare un vaccino efficace. Per questa serie di studi lo scienziato francese aveva ottenuto anche il premio Lasker nel 1986.

La teoria di Montagnier sul coronavirus. Poco dopo l’esplosione della pandemia da coronavirus Montagnier aveva parlato del virus come creato in laboratorio, forse nel tentativo di trovare un vaccino per l’HIV. Non esiste nessuna prova a supporto a quasi due anni dall’inizio dell’emergenza – anche se le origini del virus sono comunque dibattute per l’atteggiamento della Cina e le indagini dell’Oms e i sospetti agitati dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale che ciclicamente tornano al centro dell’attenzione. Montagnier da anni sostiene teorie che trovano credito nella galassia dei complottisti. Un suo video sul covid-19 è diventato virale a inizio 2020. Lo scienziato diceva che il virus era stato manipolato da un professionista: al virus classico proveniente dal pipistrello era stata aggiunta una sequenza del virus dell’HIV. E aveva anche suggerito di curare il contagio con le onde elettromagnetiche. Lo scienziato aveva agitato una “pressione enorme” per nascondere i risultati di studi analoghi al suo – studi che sono tutt’ora online e disponibili anche se smentiti. La teoria è stata smontata da scienziati e ricercatori di tutto il mondo. Anche alcune teorie sull’HIV di Montagnier sono state giudicate infondate perfino da Françoise Barré Sinoussi. A novembre 2017 un gruppo di oltre 100 scienziati aveva firmato una lettera aperta contro le posizioni di Montagnier che suggerivano un legame tra vaccini e autismo. Anni fa il Premio Nobel aveva fatto parlare di sé anche per la proposta di curare il Parkinson e altre malattie degenerative con il succo di papaya.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Rifiutare il siero è un diritto. Appestarci no. Marco Zucchetti il 14 Luglio 2021 su Il Giornale. Il sintomo di quanto ci siamo disabituati alla libertà, molto più che nell'anomalia di essere spesso governati da premier non eletti, sta nel fatto che è sempre più difficile riconoscerla. Il sintomo di quanto ci siamo disabituati alla libertà, molto più che nell'anomalia di essere spesso governati da premier non eletti, sta nel fatto che è sempre più difficile riconoscerla. Viene fraintesa, maneggiata goffamente come un concetto dai confini indefiniti, citata a sproposito. E soprattutto viene brandita come una bottiglia di birra dagli hooligans del «faccio quello che mi pare perché questo è un Paese libero». Un Paese, appunto, non una giungla. Ancora una volta è il Covid ad innescare un domino di implicazioni filosofiche innestate su problemi molto pratici. Il tema è sempre l'obbligo di vaccino, pragmaticamente e scientificamente la via maestra per fermare la pandemia in ogni sua variante. Dato che la via maestra è giuridicamente di difficile percorribilità, in Francia hanno ideato una deviazione che porti alla stessa meta, che è l'immunizzazione della popolazione: un pass che consenta l'accesso ai luoghi della socialità - dai bar ai cinema, dai ristoranti ai teatri - solo ai vaccinati. L'effetto? Un milione di prenotazioni in un giorno. Abbastanza per far ragionare anche il governo italiano sull'ipotesi di adottare la stessa misura. Tutto ciò, da Parigi a Roma, ha armato la rivolta dei corazzieri del diritto di appestare il prossimo, che considerano il provvedimento illiberale. Occorre chiarirsi su cosa sia la libertà, che non è lo stato di natura dell'uomo che si fa lupo per l'altro uomo. Perfino per Bakunin la società anarchica si basava sull'autogoverno, la sintesi, l'aiuto reciproco e l'armonia, non sul menefreghismo totale e la prepotenza di chi - più forte, più giovane o semplicemente più sconsiderato - vive senza rispetto del bene comune. Non vaccinarsi, così come non portare la mascherina («museruola» per i fieri no mask che si illudono di essere Braveheart mentre sono al massimo personaggi da cinepanettone) è da incoscienti e da incivili. Perché chi rifiuta di difendere se stesso, offende gli altri. E li espone a limitazioni, disagi, oltre che alla malattia. Vale più la libertà di un insegnante di non vaccinarsi o quella di centinaia di alunni di andare a scuola? Perché i milioni di italiani che si sono vaccinati, ora rischiano di vedersi privati di socialità, istruzione o anche solo del diritto allo svago proprio perché qualcuno non accetta le regole condivise. Ma chi non accetta le regole condivise, di fatto si auto-esclude dal consesso sociale. Il pass semplicemente certifica questa auto-ghettizzazione. La società non è un buffet all you can eat, dove si paga un tot (le tasse, in teoria...) e poi si fanno i propri porci comodi. Vigono norme di comportamento e leggi per garantire che nessuno prevarichi il prossimo, perché i diritti siano tutelati a costo di qualche freno. Un afflato patriottico non giustifica un canto da stadio a un funerale, così come l'adesione al nudismo non è sufficiente per andare a fare la spesa in mise adamitica. Allo stesso modo, non basta non fidarsi del vaccino per avere il diritto di andarsene in giro come potenziali bombe virali a orologeria. Non si può imporre l'obbligo? Benissimo, però si può - e si deve - pretendere che la loro scelta non minacci la nostra salute. Tutti hanno la sacrosanta libertà di ammalarsi se proprio ci tengono, ma nessuno ce l'ha di farci ammalare o costringerci alla quarantena dopo un anno e mezzo di sacrifici. C'è il delivery, lo smart working, internet: i no vax se ne stiano a casa, se la caveranno. Per cui ben venga il pass, da modulare garantendo l'accesso ai servizi a chi per motivi medici non può vaccinarsi ed evitando arzigogoli burocratici. Sarebbe un passo importante, paradossalmente il più liberale di tutti. Perché è bene ricordare che il virus ci ha chiusi in casa, la mascherina e il vaccino ci hanno ridato la vita, o già ci siamo dimenticati di coprifuoco, famiglie divise a Natale e negozi falliti? Bisogna amare la libertà, ma senza tradire mai la verità. Lo diceva Beethoven, non un pericoloso dittatore. Marco Zucchetti

Da leggo.it il 16 luglio 2021. Perché Matteo Salvini non si è ancora vaccinato contro il Covid, e quando lo farà? Alla domanda il segretario e leader della Lega è stato spesso evasivo, e anche oggi ha glissato, restando tra il serio e il faceto a margine della presentazione del candidato sindaco a Milano Luca Bernardo. «Ho prenotato il vaccino per agosto, quando verrà il mio turno, visto che a differenza di altri non scavalco la coda, vi inviterò e faremo un grande cocktail party. Così almeno tutti saranno tranquilli. Se a me danno una data la rispetto e ad agosto quando toccherà a me ci andrò», ha detto Salvini fuori dal Palazzo delle Stelline. «Sul Ddl Zan aspetto una telefonata di Letta», ha aggiunto Salvini augurandosi che il confronto col segretario Pd avvenga «prima di andare allo scontro in Aula», e che l'ex premier «raccolga l'invito al dialogo, non tanto di Salvini quanto del Papa, e quindi si tolga dal testo quello che divide: gender nelle scuole e la censura della libertà di opinione e di parola. E approviamo delle pene pesanti per chi offende e discrimina». «Se così non fosse - ha aggiunto - se volesse andare allo scontro, vuol dire che sarà lui ad affossare la sua legge».

Niccolò Carratelli per “La Stampa” il 16 luglio 2021. Ci manca un selfie. Dopo averlo visto in posa con chiunque, ovunque o mentre mangia qualunque cosa, aspettiamo con ansia il faccione sorridente di Matteo Salvini, mentre porge il suo deltoide al vaccinatore. Chiariamo subito che il ritardo non è legato alla paura dell'ago, visto che il leader della Lega documenta puntualmente le sue donazioni di sangue. No, è che si era prenotato per il 28 giugno, ma poi è dovuto andare a Cuneo per partecipare a un processo in cui è parte offesa (accusa di diffamazione nei confronti di Carlo De Benedetti). E siccome «rispetto la fila» (così lunga la fila nella sua Lombardia?) il nuovo appuntamento per la prima dose ora è ad agosto. Sempre che non venga trattenuto sulla spiaggia del Papeete, si intende. Di certo, Salvini non ha fretta di dare il buon esempio. Tra gli esponenti di spicco della Lega è buon ultimo, visto che da Giorgetti a Zaia, da Fontana a Fedriga, sono tutti vaccinati. Peccato, perché magari (per pura ipotesi) tra i suoi sostenitori c'è anche qualcuno dei 2 milioni e 200mila over 60 che si tengono alla larga dalla siringa. E, proprio ora che bisogna convincere i dubbiosi, servirebbe un testimonial di eccezione. Anzi, due. Perché pure della vaccinazione di Giorgia Meloni non sappiamo nulla: lo scorso 10 giugno aveva annunciato in tv di aver prenotato la prima dose, poi silenzio. L'ha fatta? Senza una fotina, un post celebrativo, niente? Tipo quello del 2018 in cui scriveva che «i vaccini sono una delle conquiste più importanti nella storia della medicina». Ora è sparito, cancellato: aveva preso pochi "like"?

Peter Gomez per “Il Fatto Quotidiano” il 16 luglio 2021. La politica si divide sul Green Pass. C'è chi è a favore, chi contro e chi lo vuole all'italiana: non per bar e ristoranti, sì per tutto il resto. In attesa che il governo faccia sentire la sua voce, la campagna di vaccinazione registra una brusca frenata. All'appello mancano ancora tantissimi over 60. Il 18 giugno i non vaccinati anziani erano 2 milioni e 833 mila. Tre settimane dopo, il 9 luglio, solo 300 mila in meno. 

LA CHIAMATA ALLA SIRINGA del generale Francesco Figliuolo, condita da roboanti frasi del tipo "li cercheremo casa per casa", è rimasta sulla carta tanto che, se si andrà avanti di questo passo, gli over 60 saranno tutti immunizzati solo a dicembre. L'improvvido ottimismo che il 23 aprile aveva spinto il militare ad assicurare ai sindaci la conclusione della campagna vaccinale entro l'estate è insomma solo un ricordo. Aldilà delle discussioni sulle responsabilità di Figliuolo, di Palazzo Chigi, delle Regioni e dell'Europa, resta il fatto che è ben difficile convincere i cittadini a vaccinarsi se chi li rappresenta al governo e in Parlamento marca visita. Tanti politici, è vero, hanno dato il buon esempio. I social sono pieni zeppi di foto di deputati, senatori, presidenti di Regione che offrono il braccio al siero. Curiosamente, però, mancano le immagini di chi di social vive. Matteo Salvini che documenta su Instagram e Facebook i propri pranzi, le cene e persino il cappuccino, il caffè e l'ammazacaffè, sul punto appare renitente. Il 2 luglio aveva spiegato di aver dovuto far saltare l'appuntamento a causa di un processo e aveva garantito che arrivato il suo momento avrebbe postato "una foto con dedica" (al presidente campano Vincenzo De Luca che gliene aveva chiesto conto, ndr). Siamo arrivati al 16, in Lombardia vista la carenza di volontari, gli appuntamenti te li fissano ormai nel giro di due giorni, ma tutto ancora tace. E silenziosa è pure Giorgia Meloni che, dopo aver accusato il governo Conte bis e il vecchio commissario Arcuri di imperdonabili ritardi nella pianificazione delle vaccinazioni, il10 giugno assicurava che presto si sarebbe immunizzata: “Mi sono prenotata". Sono passati 35 giorni. Nel Lazio vaccinano pure gli under 16, ma lei sui social, per la gioia dei no-vax, ha postato di tutto tranne che la sua foto con la siringa al braccio. Conte, invece, s'è fatto la prima dose il 12 luglio e farà il richiamo a fine mese. Decisamente pro-vax è anche Matteo Renzi, che da premier impose il "pacchetto" obbligatorio della Lorenzin e lo scorso anno, quando ancora quelli anti-Covid non c'erano, annunciò una petizione perché diventassero obbligatori. Oggi i vaccini ci sono. E in Rete ci sono pure le immagini di Maria Elena Boschi che più giovane di lui, dà il buon esempio con tanto di didascalia: "A tutela della mia salute e di quella della comunità”. Mancano invece quelle di Matteo. Due giorni fa, quando gli hanno chiesto "lei è controcorrente (il titolo del suo nuovo libro, ndr) anche perché è uno dei pochi parlamentari a non essersi ancora vaccinato?", Renzi ha risposto così: "Nel mese di luglio è in corso il procedimento. Conto di finire entro agosto". "Quindi è già prenotato?", ha tentato di insistere una giornalista. Niente da fare. L'ex presidente del Consiglio ha proseguito tutto di un fiato: "Rispettando le regole e non saltando la fila" per poi dirsi d'accordo con le decisioni di Macron. In molti malpensanti resta il dubbio che leader di Italia Viva si sia già vaccinato in marzo al Gran premio del Bahrein, dove i vaccini li facevano gratis, mentre in Italia quasi non c'erano. Lui, a suo tempo, ha negato. E noi gli crediamo. Perché Renzi, si sa, è un uomo di parola.

Giada Oricchio per iltempo.it il 26 novembre 2021. Marco Travaglio come Giorgia Meloni: “Nemmeno con la pistola alla tempia farei vaccinare mio figlio se avesse meno di 11 anni”. E un’incredula Lilli Gruber sbarra occhi e orecchie. A “Otto e Mezzo”, l’approfondimento politico del preserale di LA7, giovedì 25 novembre, Marco Cavaleri, responsabile strategia vaccini Ema, conferma la bontà del vaccino contro il Covid per i bambini tra i 5 e gli 11 anni: “L’efficacia di protezione è superiore al 90% e sono sicuri, non abbiamo visto niente di particolare rilevante se non i soliti sintomi post dose come stanchezza, febbre e dolore nella sede dell’iniezione e si usa un terzo della dose prevista per adulti e adolescenti. Sarà disponibile per i paesi europei dopo la seconda metà di dicembre”. Un quadro che non persuade Marco Travaglio. Il direttore de “Il Fatto Quotidiano risponde serafico di non essere un esperto ma cita il professor Crisanti per dare il primo colpo al vaccino pediatrico: “Secondo Crisanti i trial sono insufficienti per trarre delle conclusioni. Ha detto che non ha la potenza statistica per capitolare eventuali effetti collaterali avversi. Hanno vaccinato 3.000 bambini, se la frequenza delle complicazioni è 1 su 10.000 il trial non lo dice. La cosa buona è che Israele ha già iniziato a vaccinare i bambini e quando ne avremo centinaia di migliaia saremo più tranquilli”. Ma quella che sembrava una pacata osservazione si trasforma in una campana che suona forte: “Io se avessi un bambino piccolo non lo vaccinerei nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia. Ma immagino che non saremo obbligati almeno a quello” rivela Travaglio impattando su uno stupito e sonoro “perché?!” di Lilli Gruber colta di sorpresa dall’affermazione. Il direttore ribatte: “Perché non mi fido! Semplicemente ho sentito dire e contraddire troppe cose sui  vaccini per accontentarmi di un test su 3.000 bambini. Non vorrei che poi ci dicessero che si sono sbagliati come con AstraZeneca sui giovani”. Gruber è sconcertata ma riprende il filo del dibattito chiedendo lumi al professor Cavaleri che non nega i dati di Travaglio: “Questa è la dimensione standard degli studi clinici sufficienti per approvare i vaccini. E’ vero che per eventi avversi e rari è impossibile pretendere che studi clinici pre autorizzazione siano in grado di definire il rischio. E’ importante continuare con il monitoraggio dopo il via libera. Quello che più ci interessa è la verifica delle miocarditi che comunque si vedranno con meno incidenza sui bambini. Valuteremo”. 

Per mia figlia il vaccino è più rischioso del Covid, Meloni a valanga. Il Tempo il 22 novembre 2021. "Non vaccino mia figlia Ginevra perché per lei il vaccino è più rischioso del Covid". Giorgia Meloni non ha dubbi e, dati alla mano, sostiene che, per un bambino, il vaccino presenta più rischi della malattia stessa. "Un bambino ha le stesse probabilità di morire di Covid che di essere colpito da un fulmine - spiega la Meloni - Per questo ho deciso di non vaccinare Ginevra". Discorso diverso per gli adulti per i quali, invece, il rapporto rischi-benefici è a vantaggio di questi ultimi. "Il vaccino è utile soprattutto per gli adulti e per i soggetti immunodepressi - prosegue Meloni - Io stessa mi sono vaccinata e questo dimostra che non sono una no-vax".  La leader di Fratelli d'Italia è ospite di Nicola Porro a "Quarta Repubblica". Il suo discorso va poi a parare sul green pass e sulle lacune del governo nella gestione della pandemia. «Ci hanno detto che il green pass era strumento di libertà e non avevano ragione se oggi parliamo di nuovo di lockdown, regioni colorate, cenoni a Natale con il limite della capienza, proroga dello stato di emergenza. Se la voto? No, non voto la proroga. A parte che c’è un problema di ordine costituzionale, al massimo in Italia può durare due anni. Non è più emergenza questa, lo stato di emergenza nel merito non puoi prorogarlo». Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia a «Quarta Repubblica» su Rete 4. Sulla bontà dei provvedimenti del governo ha aggiunto: «O il green pass funziona e allora non serve la proroga o proroghi lo stato di emergenza e allora le misure adottate finora non funzionano. Andare avanti sulla stessa strada temo che non ci porterà da nessuna parte. Abbiamo l’84% dei vaccinati, è un dato altissimo, significa che purtroppo il vaccino è molto utile sulle terapie intensive, ma da solo non ti ferma il contagio». «L’alternativa al green pass? Non dico che dovevamo decuplicare il parco dei mezzi pubblici italiani ma in 2 anni potevamo utilizzare tutti i pullman privati per potenziare il servizio pubblico delle metropoli italiane o utilizzare i taxi piuttosto che altri strumenti di trasporto come fanno in Turchia come mezzi di trasporto, una mano l’avrebbe data. Se lo Stato avesse comprato questi servizi in due anni avrebbe fatto tanto. Gli unici 100 milioni di euro messi su questo obiettivo, che era il tema numero uno del Covid, sono frutto di un emendamento di FDI. Noi non abbiamo mai fatto una critica senza fare una proposta. Noi chiediamo di fare di più e meglio, le cose difficili che il governo non ha avuto mai la capacità di fare. Facile chiudere i ristoranti alle 18, è una riga di decreto, più difficile mettersi a lavorare per potenziare mezzi pubblici». Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia a «Quarta Repubblica» su Rete 4. «Sulla campagna vaccinale c’è ancora tanta confusione, abbiamo messo il green pass europeo a 9 mesi, poi portato a 12 e adesso lo stiamo riportando a 9, ma il vaccino dura 6 mesi. Sulla base di quale evidenza scientifica? La gente ha pensato che il vaccino durasse 12 mesi. Quando hanno detto che con il green pass si era al sicuro la gente si è levata la mascherina. Ci sono state scelte irresponsabili. Su AstraZeneca non si capisce niente. La gente si preoccupa, non sono no vax, sono persone spaventate. Così Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia a "Quarta Repubblica" su Rete4. E ha concluso: "Cosa aiutava? Facile, facile, secondo me. Se per esempio il governo dicesse "metto il green pass ma sia chiaro che ti metto nero su bianco che se c’è un problema di indennizzo non è sul fatto dell’indennizzo in sé, ma dare l’impressione che sei certo di quello che stai facendo. FDI aveva portato un ordine del giorno al Senato in cui si diceva che il governo era pronto al green pass, ma che in caso di problemi legati al vaccino, il governo era pronto a indennizzare i cittadini. È stato bocciato. Serve responsabilità e trasparenza. Ancora oggi il dato sul costo del vaccino è secretato, perché non possiamo sapere quanto lo paghiamo? Serviva serietà, trasparenza e informazione».

Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 15 luglio 2021. Stanno girando da qualche ora gli screenshot del 2018 di alcuni post di Giorgia Meloni sui vaccini che, confrontati con le sue dichiarazioni recenti sempre sui vaccini, fanno molto sorridere. Nel 2018 diceva ad esempio che “i vaccini sono una delle conquiste più importanti e non bisogna diffondere notizie false o alimentare paure”. “Lasciamo stabilire a chi ha competenze quali siano i vaccini necessari e OBBLIGATORI”. Oggi, dopo i suoi noti master in virologia e immunologia, twitta: “Il Governo si dia una calmata, non siamo un regime totalitario. La nostra Costituzione non contempla l’obbligo vaccinale!”. Per la cronaca, i vecchi tweet erano stati eliminati dalla sua bacheca perché Giorgia sa come ripulire la scena del delitto, ma non ha tenuto conto dei Ris del web, quelli che conservano in cartelle sterili ogni traccia delle nostre attività sui social. Tornando alle sue idee lievemente instabili sui vaccini, certo, Meloni è un’imbarazzante banderuola, ma una banderuola che sa quello che fa. Perché Giorgia ha scelto una strategia politica precisa, ovvero quella di accontentare la considerevole fetta di elettorato impaurita o no-vax che in questo momento è in cerca di un faro. E dire: “Lo Stato non può obbligare nessuno al vaccino” entusiasma i no-vax senza tutto sommato far disamorare i pro-vax, che si sentono comunque liberi di fare quel che vogliono. Insomma, si strizza un occhio a Burioni e uno al canale complottista ByoBlu (di cui Giorgia è fan). Anche Matteo Salvini ha sempre giocato sulla stessa ambiguità, ovvero non dire mai di essere contrario ai vaccini (quello gli costerebbe una parte dell’elettorato, oltre al far infuriare i suoi cari imprenditori che vogliono ripartire), lasciando però intendere che questo vaccino l’accetta con rassegnazione, in un ruolo insolitamente passivo. “Farò quello che mi dice il mio medico”, ha sempre risposto laconicamente a chi gli chiedeva se li avrebbe fatti. O: “Non mi vedrete mai inseguire la gente con le siringhe!”, come se ci fosse chi lo fa, per giunta. Credo non accada nemmeno nel boschetto di Rogoredo dopo le dieci di sera. Fatto sta che il 10 giugno Meloni ha risposto in tv con poco entusiasmo a chi le chiedeva se si vaccinerà: “Ho prenotato il vaccino” e non si è saputo più nulla. Salvini non si è ancora vaccinato (“La data coincideva con un processo”), Renzi idem (“Non mi sono ancora vaccinato”, diceva pochi giorni fa), e non si sa il perché. E già qui possiamo tirare le prime somme: due segretari di Partiti al governo non sono ancora vaccinati neppure con una dose al 14 luglio, quando la metà Paese lo è già. Quando in Italia è in atto la più importante campagna vaccinale della storia dell’umanità, quando il messaggio del Governo è: vaccinatevi. Sarebbe però scorretto fingere che questa sorta di pudore dei politici nei confronti del tema “vaccino” sia un problema circoscritto a Meloni e Salvini. Tutti i politici o quasi sanno che prendere posizioni nette sull’importanza di vaccinarsi brucia una percentuale consistente dell’elettorato e quindi la maggior parte dei politici a destra e a sinistra ha scelto la via dell’assenso senza fare troppo rumore. Senza eccessiva esposizione. Il vaccino si fa, al massimo si dice, ma possibilmente non si vede. Fateci caso: quante foto di politici che si vaccinano avete visto? Siamo abituati a sorbirci selfie di tutti mentre mangiano, corrono, stirano, leggono e si passano il cotton fioc nelle orecchie, ma di foto con la siringa nel braccio, niente o quasi. La verità è che i grandi assenti in questa enorme campagna di persuasione sono proprio i politici: perfino lo strombazzato spot di Tornatore per la campagna vaccinale è finito presto sotto al tappeto. Le eccezioni (ovvero il selfie mentre si vaccinano) sono rappresentate quasi esclusivamente dai presidenti di Regione, quasi tutti appena rieletti: Stefano Bonaccini (a petto nudo), Attilio Fontana, Vincenzo De Luca, Giovanni Toti, Luca Zaia, Nicola Zingaretti. E alcuni mancano comunque all’appello. I segretari di partito restano i grandi assenti: Enrico Letta si è fotografato davanti al padiglione della Croce Rossa, Carlo Calenda che non ha pudore nel fotografarsi con la maglietta “Piuma o fero”, ci ha fatto sapere che si è vaccinato ma di pubblicare la foto dell’inoculazione evidentemente si vergognava. Delle foto eventuali di Berlusconi non ho notizie. Così come non ce ne sono di Di Maio, Giuseppe Conte, Beppe Sala, Carfagna, Brunetta, Gelmini, Orlando, Franceschini e ministri vari o chiunque mi venga in mente. Per i politici, la foto-vaccino è criptonite. Dovendo scegliere tra ciò che è più utile a loro stessi in termini di comunicazione (evitare la furia no-vax e la possibile emorragia di voti) e quello che può essere più utile per il Paese (fare da testimonial alla campagna vaccinale), scelgono la prima. Tant’è che Draghi e Mattarella, che di voti non ne devono prendere e non rappresentano un partito, la foto negli hub l’hanno fatta. Emblematica la risposta di Salvini, quando gli hanno chiesto se mostrerà la foto mentre si vaccina: “Quella è una cosa personale”. Cioè, le foto mentre dona il sangue disteso sul lettino sì, il vaccino no. La foto con la figlia minorenne sì, col vaccino no. La foto con la vaccinara sì, col vaccino no. Un concetto di “personale” che deve essere frutto di una variante Delta della parola “riservatezza”. La verità è che i veri testimonial spontanei di questa enorme campagna nazionale sono stati personaggi noti e normali cittadini che hanno reso utile e virale la foto mentre si vaccinavano. Se avessimo aspettato il buon esempio dei politici, la fiducia instillata da un loro gesto esibito, la loro volontà di rendersi testimonial di un atto necessario per il bene della comunità, forse avremmo raggiunto prima il ripianamento del debito pubblico che l’immunità di gregge. Perché i numeri dei contagi contano, ma quelli dei sondaggi un po’ di più.

Meloni: mi vaccinerò, se avessi deciso di non farlo lo avrei detto. Ma no al green pass modello Macron. Redazione lunedì 19 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Ha fatto tappa a Napoli il tour di Giorgia Meloni per presentare il suo libro “Io sono Giorgia”, giunto già alla tredicesima edizione. Un caso editoriale, che offre alla leader di Fratelli d’Italia anche lo spunto per presentarsi come una persona coerente e determinata. Intervistata dal direttore del Mattino Federico Monga ha parlato del destino della destra e di Fratelli d’Italia, del rapporto con Gianfranco Fini e con Silvio Berlusconi e del futuro del centrodestra.

Il green pass modello Macron è dannoso per l’economia. Sul green pass ha auspicato che il governo non segua la strada del “modello Macron”. “Sarebbe un provvedimento economicida. Mi pare che Repubblica oggi riportasse dati per i quali solo il fatto di aver aperto questo dibattito in Italia ha praticamente fatto fallire la stagione turistica. Vale la pena ricordare – ha aggiunto Meloni – che il green pass in Europa nasceva per favorire la circolazione delle persone, quindi il turismo. Applicarlo per poter partecipare alla vita sociale è una scelta diametralmente opposta”.

Meloni: mi vaccinerò, state tranquilli. Alla domanda sui vaccini ha detto che lo farà, come già affermato in passato. “Se mi vaccinerò? Se avessi deciso di non vaccinarmi lo avrei già detto. Ho detto che mi vaccino, non vi preoccupate”. “Io l’ho detto e lo ripeto – ha aggiunto – sono una persona che, a differenza di quanto trapela da certa stampa interessata, è abituata a sostenere le sue tesi”. 

(ANSA il 19 luglio 2021) Finora Matteo Salvini, leader della Lega, non si è vaccinato: "Io lo farò nei prossimi giorni. La metà dei miei coetanei non si è ancora vaccinata. Quindi io rispetto la fila come tutti gli altri. Io la prima dose l'avrei potuta avere se non fossi stato in tribunale, un lunedì mattina a Cuneo. Purtroppo passo parecchie delle mie giornate nei tribunali e il vaccino non è un legittimo impedimento, quindi ho dovuto rinviare". Salvini, poi ribadisce la contrarietà all'obbligo per gli adolescenti: "Mi sembra giusto mettere in sicurezza genitori e nonni, mi sembra demenziale minacciare, obbligare, costringere e multare i 15enni e i 18enni. Chi parla di Green Pass già per quest'estate per i nostri figli fa un danno enorme ai nostri figli e al sistema Italia, perché nessun ventenne avrà la seconda dose ben che vada prima dell'autunno. Quindi se tu impedisci ai nostri ragazzi di andare a divertirsi quest'estate fai un danno al paese".

Piero Colaprico per “La Repubblica” - ESTRATTO il 19 luglio 2021. Matteo Salvini, la variante Delta sta facendo rialzare nettamente i contagi. Lei ha detto di avere i genitori vaccinati, ma che non vuole vedere suo figlio diciottenne inseguito da una siringa. Come la mettiamo?

«Io mi vaccinerò a breve, come libera scelta, e ho 48 anni. Ieri in Gran Bretagna c'erano 54 mila positivi, ma era stabile il numero dei morti. La variante Delta è contagiosa, rapida, non intasa però ospedali. Infatti in Inghilterra tolgono le restrizioni. Ho appena fatto una riunione in Zoom con Giorgetti, i capigruppo di Camera e Senato, Luca Coletto che segue la sanità, presidenti di Regioni ed enti locali. E la cabina di regia è questa: far di tutto per arrivare alla piena vaccinazione dai 60 anni in su».

E perché?

«Perché i dati dicono che l'85 per cento dei deceduti ha più di 70 anni. E sotto i 60, il tasso di mortalità è inferiore allì'1 per cento. Va insomma completata l'opera egregia del generale Figliuolo, ma non se ne parla di imporre obblighi, specie ai più giovani. Dall'inizio della pandemia, i morti tra i 10 e i 29 anni sono stati 85, vale a dire lo 0,1 per cento». 

 Niente vaccino per i giovani?

«Mettiamo in sicurezza dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Per di più, se vogliamo il Green Pass per tutti, al momento finiremmo a ottobre, facendo saltare la stagione e le vacanze. Sarebbe devastante. E inutile. » 

Ma sul Green Pass che decisioni prenderà la Lega in Consiglio dei ministri?

«Per andare a San Siro, con 50 mila, o a concerti da 40 mila il Green Pass ha senso, ma sui treni pendolari no, per mangiare la pizza no. Mettiamo in sicurezza genitori e nonni senza punire nipoti e figli. E presto cambieremo il criterio sui colori delle regioni. Su 8 mila posti in terapia intensiva, oggi ne sono occupati 156, in calo rispetto a ieri. Usiamo il modello tedesco, niente Pass, ma buon senso, educazione, regole. In Francia l'hanno reso obbligatorio sia perché la campagna vaccinale aveva difficoltà, sia per il crollo di popolarità di Macron».

Massimiliano Panarari per "la Stampa" il 19 luglio 2021. Uno spettro si aggira per l'Italia. Sarebbe, a detta di Matteo Salvini, quello della «siringa» o del «tampone», che non vuole vedere «all'inseguimento» del figlio diciottenne. E infatti lui, uno dei politici più inclini a documentare comunicativamente ogni momento dell'esistenza a fini di campagna elettorale, non ha ancora fatto sapere la data della sua inoculazione, finendo più volte in contraddizione. Giorgia Meloni ha fatto ricorso all'incredibile argomentazione propagandistica del «liberalismo no vax» quale sedicente rispetto dei diritti umani. E, per restare dalle parti di Fratelli d'Italia, il suo capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida (il quale, pure, ha ricevuto la dose di Johnson, e aveva contratto in passato il Covid-19) si è pronunciato contro la vaccinazione degli under 40. E se ritorniamo nei prati (un tempo di Pontida) della Lega ecco Claudio Borghi apparire come il prototipo della sostituzione dell'issue no euro con quella no vax (anche se la prima non è affatto scomparsa). Il fuoco di fila di queste giornate conferma il fascino indiscreto dell'antivaccinismo a destra. E, dopo i conflitti della settimana passata (dalla Rai ai veti reciproci per le amministrative), evidenzia come la durissima competizione tra Meloni e Salvini si sia estesa anche a questo terreno di consenso. Va detto, a proposito delle paure evocate da Salvini, che il vero fantasma - questo, invece, molto concreto - è quello dell'arcipelago no-vax, che costituisce un grosso problema per la salute pubblica e un ostacolo serio sul piano della stabilizzazione della situazione sanitaria, come testimoniano i dati sulla ripresa dei contagi. L'irresistibile attrazione delle destre per l'antivaccinismo viene dissimulata, in vari casi, attraverso alcune formule linguistiche (come la ricorrente evocazione di una, nella fattispecie, malintesa e strumentale «libertà personale»), oppure all'insegna di un'ulteriore declinazione del «benaltrismo» di cui scriveva ieri Massimo Giannini. E presenta due motivazioni essenziali. La prima è tattica e contingente, e punta a «monetizzare» queste ambiguità in voti sonanti presso l'elettorato no vax e boh-vax. L'intento è, quindi, quello di vellicare un'opinione pubblica in parte disorientata (e che non doveva essere sottoposta al circo Barnum di pareri antitetici messo in scena senza particolare ritegno da qualche virologo troppo mediatico). E, soprattutto, quello di inviare messaggi di sintonia e complicità con la sua robusta componente dichiaratamente o tendenzialmente antivaccinista. Il conflitto politico in epoca postmoderna si è spostato sempre di più nell'ambito della life politics e della biopolitica (o, in questo caso, della immunopolitica), di cui le tematiche sanitarie come la vaccinazione costituiscono un chiaro esempio. E nella crisi della rappresentanza e delle strutture dei partiti, con l'elettorato volatile, i gruppi single-issue organizzati intorno a un tema o un interesse (come i gruppi no vax) identificano delle constituency elettorali piuttosto solide, in grado di apportare dei consensi sicuri. La seconda ragione della propensione delle destre italiane verso l'antivaccinismo è ideologica, e le accomuna a tutte le forze populiste anche di matrice differente - e, difatti, anche il Movimento 5 Stelle continua a mantenere una tendenziale ambivalenza di fondo e a flirtare con l'elettorato dubbioso o contrario alla vaccinazione. Si tratta del coacervo di motivi di ispirazione antiscientista, direttamente irrazionalista e complottista che costituiscono un nocciolo duro (e un grumo nero) delle formazioni populsovraniste le quali, essendo contraddistinte da un'«ideologia leggera» e alquanto flessibile, nel corso degli ultimi due decenni hanno ampiamente accolto tutte le suggestioni no vax. Ed è un grande problema. Perché la scelta «senza se e senza ma» della vaccinazione rappresenterebbe, al contrario, una prova di maturità - e, dunque, di responsabilità - anche nella direzione della riconfigurazione di un centrodestra di governo. E dire che quel destracentro che invocava (anche forzatamente) il ripristino della normalità durante il governo Conte 2 dovrebbe, invece, avere ben chiaro che essa necessita del mantenimento dei contagi sotto la soglia di controllo. O, se non altro, dovrebbe tenere conto del fatto - come documentava nel suo ultimo sondaggio per La Stampa Alessandra Ghisleri - che anche una maggioranza degli elettori di Lega e FdI risulta favorevole a un pass sanitario obbligatorio.

Valeria Forgnone per repubblica.it il 18 luglio 2021. "Io non sono no vax, i miei genitori di 75-76 anni sono vaccinati due volte, tranquilli e sicuri", dice Matteo Salvini dal gazebo del referendum della giustizia a Jesolo lido. Ma "mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio che ha 18 anni con un tampone o con una siringa. Prudenti sì, terrorizzati no". È dunque a favore dei vaccini il leader leghista ma anche per la libertà di tutti, compresa quella di suo figlio diciottenne. "La variante Delta è più contagiosa ma non fa più morti. Ci dovremo convivere con questo virus, come conviviamo con tanti altri virus, senza star chiusi in casa ma prendendo tutte le precauzioni del caso. Questa è la posizione della Lega. Tuteliamo gli anziani ma lasciamo i ragazzi liberi di divertirsi nel rispetto delle regole. Non voglio sentir parlare di chiusure, coprifuoco, zone rosse, arancioni", ribadisce. Sempre dal centrodestra anche il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida, 49 anni vaccinato con Johnson dopo avere preso il Covid, si dice contrario ai vaccini per chi ha meno di 40 anni e consiglia di farlo agli over 50. "Tra i 40 e 50 bisogna riflettere bene, io stesso ho riflettuto moltissimo. Le vaccinazioni non garantiscono dall'infezione", dice in una intervista a Repubblica. E inizia a montare la polemica. Si fa sentire tra i primi, Andrea Romano, deputato del Pd: "La faida tra la Lega e Fratelli d'Italia è una gara a chi è più No Vax. E tutto avviene sulla pelle degli italiani, dei più fragili, di tutti noi - scrive su Twitter - Un vero spettacolo di irresponsabilità", aggiunge Romano con l'invito conclusivo a vaccinarsi tutti. Salvini si è schierato subito contro il Green Pass in Italia sul modello francese. "È fuori discussione", ha detto qualche giorno fa dopo l'incontro a Chigi con il premier Draghi. E ora commenta: "Leggevo di multe di 400 euro, se uno deve fare il green pass per andare a prendere il caffè in piazza Mazzini...intanto ne sbarcano a carrettate in Sicilia senza green pass. Quindi, prudenti, ma senza vivere da segregati in casa". Sul green pass "la nostra posizione è chiara: bisogna essere attenti e prudenti perché quella brutta bestia del virus non è ancora stata sconfitta" ma "lasciamo lavorare la gente in sicurezza. Qualcuno già parla di zone gialle, arancioni, rosse a luglio ad agosto. Garantiamo i vaccini a tutti i 70-80enni ma non possiamo condannare i ragazzi che hanno sofferto alla paura a vita", commenta. Dal Covid al prossimo governo. "Possono tirarla per le lunghe ma prima o poi ci richiameranno a votare" e allora "un governo di centrodestra, liberale e moderno con la Lega alla guida avrà nell''autonomia e nel taglio delle tasse due priorità", dice Salvini che torna anche sul ddl Zan che martedì torna in Senato. "Chiediamo al Pd di ascoltare, ascoltare l'appello del Santo Padre, di educatori, associazioni e famiglie. Mettiamoci d'accordo e non andiamo allo scontro in aula". La risposta di Enrico Letta, segretario dem, arriva dalle pagine di Repubblica: "Il Pd su questo tema vuole discutere con persone che hanno una sola faccia. Non trovo sia serio appoggiare le iniziative anti-Lgbtqi+ di Orban in Europa e poi disinvoltamente proporsi per una trattativa a difesa di quella comunità a livello italiano. Se vuole confrontarsi con noi sulla Zan rinneghi pubblicamente le norme anti-Lgbtqi+ approvate in Ungheria". Ma Salvini insiste: "Noi martedì in Senato, dove c'è ancora questo ddl Zan che la sinistra da un anno porta avanti, ribadiremo che siamo assolutamente d'accordo nel punire chi offende, aggredisce, discrimina. Ognuno ama chi vuole e fa quello che vuole e lo Stato non deve entrare in camera da letto. Però togliamo da quella legge l'utilizzo dei bambini. L'educazione dei bimbi di 6 anni spetta alla mamma e al papà non allo Stato o alle associazioni - aggiunge - uno dei più grandi pensatori della sinistra italiana, Fedez, su Instagram ha detto che i bimbi devono essere liberi e che, se non si sentono bene nel loro corpo, devono essere aiutati nella transizione sessuale. A 7 anni? I bimbi da grandi penseranno alla transizione, ma a 7 anni devono giocare e guardare i cartoni animati". Salvini poi sottolinea che "è una sinistra particolare questa. Una volta si occupava di lavoro, siamo passati da Berlinguer a Fedez. Adesso abbiamo passato un anno a parlare di calcio con Letta che chiedeva ai giocatori della Nazionale agli Europei di inginocchiarsi. Ma tu lasciali giocare e restare in piedi".

Il Pd a caccia di politici "disertori" (ma solo se sono di centrodestra). Pasquale Napolitano il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. Letta e soci "dimenticano" di chiedere a Raggi e Di Maio. E Conte rompe il silenzio: "In attesa della seconda dose". La sinistra strabica scova no vax solo tra le fila del centrodestra e maschera i «disertori» (copyright di Zingaretti) nel proprio schieramento. Lo sport preferito del Pd è la battaglia ingaggiata contro gli obiettori del vaccino. Ma solo se arrivano da destra. Raggi? Conte? Quando e dove hanno fatto il vaccino? Un imbarazzato Enrico Letta glissa e sfugge alla risposta. Ci pensa Carlo Calenda, candidato sindaco di Roma per il partito Azione, a sollevare il caso Raggi: «Sei vaccinata o no?», chiede l'ex ministro su Twitter. Il sindaco scappa e non risponde. Poi ammette di non essere vaccinata. Affidando la risposta a Repubblica: «Dopo aver contratto il virus ha seguito il protocollo. Ha gli anticorpi ancora alti. Segue, come chiunque, i consigli del medico rapportati alla propria condizione clinica», spiegano dal Campidoglio. E «Giuseppi» Conte? Altro mistero (poi svelato). Il leader in pectore del M5S non si è ancora vaccinato? Enrico Letta, segretario del Pd, impegnato nella battaglia contro Salvini sul tema della vaccinazione obbligatoria, glissa e non risponde alla domanda sull'alleato. L'imbarazzo di Letta, ripreso in video, diventa virale grazie al deputato di Italia Viva Luciano Nobili. A fugare i dubbi arriva, dopo giorni di silenzio, il diretto interessato: «Sono vaccinato si. Tra qualche giorno faccio il richiamo. Se necessario lo faccio senz'altro per promuovere e orientarli in questa direzione», dice a chi gli fa notare che non ha fatto pubblicità al momento. «Su queste cose non scherziamo. La vaccinazione non serve solo a noi stessi ma anche a proteggere gli altri», precisa l'ex premier alle telecamere del fattoquotidiano.it e di Fanpage. La caccia ai no vax tra i politici prosegue e sbarca in Parlamento. «Il presidente della Camera Fico valuti di pubblicare l'elenco dei deputati che, volontariamente, dichiarano l'avvenuta vaccinazione», chiede il parlamentare renziano Michele Anzaldi. Mentre al Senato è l'ex capogruppo del Pd Andrea Marcucci a sollevare il caso: «Sul fatto di essere vaccinati abbiamo il dovere di essere di esempio, chiedo alla presidenza un intervento ai questori sulle nuove regole, anche in vista della green card. Dobbiamo essere conseguenti». Dai banchi della presidenza replica il meloniano Ignazio La Russa: «Io le dico che sono vaccinato, a caldo la mia idea sarebbe di mettere i non vaccinati nella parte alta, con la mascherina e distanziati». Si infila nello scontro il governatore del Veneto Luca Zaia che suggerisce: «Se sei contro i vaccini non devi andare a fare il medico». A infiammare lo scontro politico su vaccini e green pass, è stato il segretario del Pd Nicola Zingaretti, famoso per lo spritz sui Navigli a Milano in piena pandemia, che punta il dito contro Salvini: «Invitare i giovani a non vaccinarsi è grave. Le parole di Matteo Salvini secondo cui vaccinare i giovani non serve e secondo cui è demenziale minacciare con l'ago un diciottenne, rappresentano una vera e propria vergogna - attacca dalle pagine del Corriere della Sera. La risposta del leader della Lega arriva a stretto giro: «Gli scienziati consigliano il vaccino anti Covid sopra una certa età e lo sconsigliano al di sotto di una certa età. Che a sinistra qualcuno utilizzi la salute per fare polemica mi sembra veramente squallido. Porterò gli studi scientifici a Zingaretti». La polemica si sposta sul Green Pass. La Lega frena. Forza Italia è per il sì: «Il Green Pass va utilizzato per consentire l'accesso del pubblico a spettacoli, manifestazioni sportive, matrimoni o comunioni che si svolgano al chiuso. Il Green Pass è necessario per evitare la chiusura dei locali», commenta in conferenza stampa Antonio Tajani. Dopo le polemiche, il premier Draghi tirerà le somme, varando in consiglio dei ministri (tra oggi e domani) il decreto con le nuove misure anti-Covid. Pasquale Napolitano

Gianluca Nicoletti per "la Stampa" il 21 luglio 2021. La prova del vaccino è diventata il segno di un'appartenenza politica. Sarebbe già un'assurdità che ancora resista un «pensiero magico» basato su narrazioni che affondano le loro radici in epoche ben lontane dall'attuale. Quello che risulta veramente comico è osservare che un'azione così semplice come il vaccinarsi sia percepita quasi come un rito iniziatico, una prova di affiliazione, la marchiatura di un'appartenenza quando tracima dalla pratica di comuni cittadini a quella dei rappresentanti delle istituzioni, di parlamentari, di donne e uomini della scena politica nazionale. In realtà già tutta la pandemia e il suo indotto hanno costituito un terreno fertile per una contrapposizione di vecchia matrice, che si è rinnovata sotto nuove fantasiose rappresentazioni. I corvi fiancheggiatori dei segregazionisti sono stati smascherati dagli aperturisti, che non vogliono essere chiamati negazionisti perché si sa che ricorda scenari troppo atroci per chiunque, di fatto però sono convinti che si stia esagerando con l'allarmismo e quindi sono tendenzialmente degli sdrammatisti semplicisti influenzisti, che vorrebbero smascherare i perfidi terrorizzisti che mirano a soffocare i libertisti, persino nelle loro declinazioni più ludiche di movidisti, apericenisti, discotechisti. Possiamo procedere ancora a lungo a coniare neologismi, che rispondono comunque ognuno a una battaglia ideologica realmente intrapresa, con la massima serietà e in varie forme, animando per mesi, attraverso suggestivi «vox populi», veementi zuffe verbali in una gran parte dei talk show televisivi a tema Covid. È senz' altro vero che nelle ultime ore l'attenzione dei media si sia spostata nel fare la conta dei leader non vaccinati, o reticenti all'ammetterlo, o titubanti fino alla supercazzola per barcamenarsi senza correre il rischio di scontentare una parte del loro consenso. Difficile capire come è cominciata la caccia del no vax nascosto, di fatto l'apoteosi scellerata è comparsa ieri nel tweet del deputato leghista Claudio Borghi, con un articolato pensiero che merita esegesi del testo: «Terzo giornalista che mi chiede se sono vaccinato. Finora sono stato gentile al prossimo parte il vaffanculo e la cancellazione dalla lista dei contatti». È un chiaro ammiccare alla generazione «Buongiornissimo Kaffè!» dei maturi frequentatori di social che ogni giorno minacciano «pulizia kontatti». Nel seguito del social messaggio Borghi poi fornisce il suo capolavoro rievocando pregiudizi seppelliti dagli anni 90: «Perché questi eroi la prossima volta che intervistano un LGBT non gli chiedono se è sieropositivo e se fa profilassi?». Riuscendo a strizzare l'occhio anche a chi teme che il ddl Zan possa preparare il terreno allo sterminio degli eterosessuali doc. È pur vero che ancora non sia dimostrato se anche Matteo Salvini abbia sottratto il braccio al «Pic Indolor» per rispetto dei turni di priorità, come lui afferma, o per non urtare quello zoccolo sovranista antiscientista che ancora impugna calamite per cercare il microchip attivabile con il 5G che ci renderà tutti sudditi di Bill Gates, o di qualche malvagio che complotta nell'ombra. Come è pur vero che Giorgia Meloni, messa alle strette a margine della presentazione del suo libro all'Arenile di Bagnoli, ha praticamente detto di non preoccuparsi che lei si vaccinerà... Siccome è tosta se non avesse voluto vaccinarsi l'avrebbe detto, anche se di fatto però non l'ha ancora fatto. Chi ama esprimere un giudizio affrettato potrebbe quindi affermare che oggi il vaccino discrimina il collocarsi a destra piuttosto che a sinistra. Classificando, di contro, una sfilza di avambracci denudati e immortalati che si offrivano impavidi al dardo vaccinatore, per poi ostentare il selfie con il cerottino con la stessa fierezza che animava gli studenti tedeschi di un secolo fa, quando si affettavano la faccia incrociando le lame nella virile prova del Mensur. Il capostipite fu Vincenzo De Luca che, sfidando ogni priorità per sanitari e anziani, bruciò tutti sui tempi producendosi in anteprima con la manica della camicia arrotolata sin dalla prima giornata di vaccinazione a fine di dicembre. Per l'occasione aveva allestito un set vagamente imbarazzante, per conferire rango di solennità alla scena dietro alla sua testa spuntava una pianta simile al ficus fantozziano. In completa antitesi al governatore della Campania la sindaca capitolina Virginia Raggi. Ancora oggi tergiversa sul suo non essersi ancora vaccinata, nascondendosi dietro alla giustificazione ufficiale del suo staff: «Dopo aver contratto il virus ha seguito il protocollo. Ha gli anticorpi ancora alti». Si immagina che probabilmente si vaccinerà quando le si abbasseranno gli anticorpi, quanti prelievi dovrà fare nel frattempo? Quanti buchi su quel braccio le imporrà il protocollo prima di dare l'ok al vaccino? C'è molta confusione in realtà, se volessimo fare liste l'incertezza impedirebbe una corretta classificazione tra rappresentanti dell'orgoglio vaccinista e cripto novax. Spesso lo zelo dei classificatori di noti vaccinati ha creato infami sospetti: per qualcuno non è una prova che Enrico Letta si sia fatto fotografare dallo sterno in su e con la giacca, davanti alla tenda della Croce Rossa annunciando l'avvenuto vaccino. Altri incorrono, per fretta o approssimazione, in singolari equivoci; Nicola Zingaretti sembrava addirittura essersi vaccinato per il Covid tre volte, oltre ogni limite umano. In realtà la trimurti iconografica del suo braccio trafitto era una impropria raccolta di immagini scattate rispettivamente durante la campagna vaccinazioni dell'influenza stagionale, del 2015, 2018 e 2019. Di certo sappiamo solo che il Presidente Mattarella si sia vaccinato, a lui dobbiamo l'iconica istantanea del 9 marzo che ne suggellò l'esempio istituzionale; il Capo dello Stato si fece immortalare insieme ad altri anziani nella sala dedicata dello Spallanzani di Roma. Suo malgrado però creò anche un format; solo due settimane dopo anche Mario Draghi si produsse in una location simile, persino lievemente più pop come l'hub di Roma Termini, anche lui a dimostrare che nell'incombere della salvifica siringa non ci si rifugia in un privè se si vuole essere d'esempio.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 22 luglio 2021. Tre anni e mezzo fa, all'esordio da presidente della Camera, quando colmò in autobus la distanza fra la stazione Termini e Montecitorio, Roberto Fico sublimò la dozzinale dottrina della parificazione fra parlamentare e uomo della strada. Gli si spiegò, col garbo dovuto ai ragazzi un po' sciamannati ma non sciocchi, che i rappresentanti del popolo necessitano di tutele ulteriori non in garanzia di sé ma degli interessi del popolo da cui sono stati scelti. Un'auto blu e una scorta non sono un privilegio, sono la tutela assicurata dallo Stato, in nome del popolo, a un alto rappresentante delle istituzioni, a un uomo che conta di più soltanto, e non è poco, per i doveri pubblici ai quali è chiamato. Si era fiduciosi ma francamente non si sperava in un risultato spettacolare al punto che il privilegio sarebbe stato offerto a noi, quello di vedere Fico all'Olimpico per la partita dell'Italia con nove agenti di scorta. Nove. Per carità, qui si sarebbe pure per la reintroduzione dell'immunità parlamentare, figuriamoci se ci si lamenta. Però, nove Vabbè. Meglio così. Fico oggi è perfetto. Sembra un Casini che non si rade: va alle parate militari, omaggia i grandi della Terra, non sbaglia un colpo. Ieri, per esempio, gli hanno chiesto se il green pass sia applicabile pure in Parlamento. In fondo si sta discutendo se renderlo obbligatorio per entrare al ristorante, in discoteca, persino sui tram e in metropolitana. E sapete che ha risposto? La questione non esiste, ha risposto: non si può chiedere a un parlamentare se si è vaccinato o no. Al popolo sì, ai parlamentari no. Caro Fico, sa come si dice a Torino? Esageruma nen.

Fabio Savelli e Giuseppe Alberto Falci per il "Corriere della Sera" il 21 luglio 2021. In Senato Andrea Marcucci, ex capogruppo del Pd, fa la sua proposta: «Visto che sull'essere vaccinati abbiamo il dovere di dare l'esempio, chiedo un intervento ai questori su quali siano le nuove regole, anche in vista della green card». Mentre Marcucci parla, Ignazio La Russa presiede l'assemblea di Palazzo Madama. Il colonnello di Giorgia Meloni in Senato gli risponde dallo scranno più alto: «Io le dico che sono vaccinato, a caldo la mia idea sarebbe di mettere i non vaccinati nella parte alta dell'emiciclo, con la mascherina e distanziati». E se tutto questo succede nel corso di una seduta parlamentare, dentro e fuori il palazzo si discute su quanti politici risultano essere immunizzati. E su quanti ancora si mostrano dubbiosi. Alcuni procrastinano la decisione di effettuare l'iniezione a data da destinarsi, anche per ammiccare al mondo no vax. Claudio Borghi, euroscettico del leghismo, prende di mira i cronisti che lo incalzano: «Terzo giornalista che chiama per sapere se sono vaccinato. Perché questi eroi la prossima volta che intervistano un Lgbt non gli chiedono se è sieropositivo e se fa profilassi?». Spara ad alzo zero: «Stiamo andando verso una deriva pericolosa, sto vedendo nascere le stesse dinamiche mosse contro gli ebrei». Ma alla fine Borghi si è vaccinato? Risposta inevasa. Gianluigi Paragone, ex grillino, oggi senatore del Misto, è netto: «Non mi vaccino. Ho avuto il Covid, la memoria degli anticorpi non me la dà un atto burocratico». In casa leghista altri indecisi. Come Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato. O ancora, Simone Pillon che la mette così: «Mi fa piacere che tutti siate attenti alla mia salute. Mi sono riservato di valutare la cosa assieme al mio medico». Posizione non dissimile per Giovanbattista Fazzolari, senatore meloniano: «Penso che un cittadino non sia tenuto a rendere nota la cartella clinica». Poi, certo, ci sono i vaccinati. Il premier Mario Draghi ha completato le due dosi un mese fa. Come del resto la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il titolare dell'Economia Daniele Franco. Mariastella Gelmini ha completato il ciclo con Pfizer la scorsa settimana. Giancarlo Giorgetti ha fatto Moderna. Come il collega di partito Massimo Garavaglia, ministro del Turismo. Mara Carfagna, ministra del Sud, è a metà percorso, farà la seconda dose fra 7 giorni. Marta Cartabia ha preferito il monodose J&J quando era ancora possibile. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, due dosi alla Spezia, dove vive. Vittorio Colao (Innovazione e Transizione digitale) in ossequio alla sua cifra di innovatore ha il green pass sull'app Io. Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) è immunizzato e tifa per l'estensione del green pass. Domani in Consiglio dei ministri forse si parlerà dell'obbligo vaccinale per il personale scolastico. Maggioranza bulgara di sì vax. Tra qualche giorno il presidente in pectore dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, farà il richiamo. «Non ho pensato a fare foto, ma se fosse necessario per orientare in questa direzione lo farei». Lo ha fatto Enrico Letta, segretario del Pd, che ha pubblicato sui social un autoscatto davanti a un hub: «Stamani mi sono vaccinato». Anche Peppe Provenzano, classe '82, il suo vice, ha mostrato il selfie: «Vaccinarsi è un dovere, bello e giusto da dichiararsi». Beppe Grillo, contattato, ha preferito non esprimersi. In settimana Luigi Di Maio farà la prima dose con Pfizer. Mentre Vito Crimi ha completato il ciclo con Pfizer. Stesso discorso per il vicepresidente azzurro Antonio Tajani: doppia iniezione di Pfizer. Giorgia Meloni, leader di FdI, ha ribadito che «si vaccinerà» ma non lo ha ancora fatto. Attendista. Come Matteo Salvini: «Lo farò nei prossimi giorni». Matteo Renzi punzecchia il leader della Lega e intanto invita gli under 40 a coprirsi. Carlo Calenda è immunizzato e ha invitato la sindaca di Roma, Virginia Raggi che compete con lui alle amministrative, a venire allo scoperto. La senatrice leghista Giulia Bongiorno ha fatto solo una dose: «Perché ho avuto il Covid, ho 6.670 di carica anticorpale, la più alta del Parlamento».

Gianfranco Ferroni per “Il Tempo” il 23 luglio 2021. Tutti a chiedere al leghista Claudio Borghi se ha fatto il vaccino, e l’interessato si inalbera. E non ha torto: nessuno va a porre la stessa domanda agli alti esponenti della magistratura, per esempio. Non mancano i no-vax, anche tra i giudici, ma questi non si espongono pubblicamente affermando che “la privacy va difesa a tutti i costi, senza dimenticare che è vietata la diffusione di informazioni sensibili riguardanti la salute”, minacciando azioni civili e penali a coloro che sveleranno i nomi delle toghe non vaccinate. E di contrari alle inoculazioni ce ne sono molti pure tra gli avvocati. Come andrà a finire? A tarallucci e vino, perché per entrare nei tribunali il green pass non servirà.