Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

DECIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L'HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Reclusione.

Antonio Giangrande 13 marzo 2020: Coronavirus: rinchiudono i sani per difenderli dai malati. La logica vorrebbe: relegare gli infettati in quarantena. Come? Individuarli col tampone a tappeto. Il costo sarebbe inferiore rispetto al blocco dell'economia. Ci hanno sottoposto alla cultura del sospetto. Diffidiamo, addirittura, dei nostri affetti. Ristretti ai domiciliari perdiamo gli ultimi momenti importanti con i nostri vecchi e i primi dei nostri giovani.

Franco Giubilei per “la Stampa” il 3 luglio 2021. Trent' anni fa una generazione che aveva rotto i ponti musicali col passato si mise a ballare nelle fabbriche abbandonate dell'Inghilterra, ai ritmi ossessivo-ipnotici di derivati della house-music: trance, techno, jungle, in un variare di battiti al minuto che potevano, al parossismo della massima accelerazione immaginabile, diventare un muro di suono tale da stordire i ragazzi che si mettevano davanti agli amplificatori, a farsi investire dai watt. Erano feste clandestine, pubblicizzate col passa-parola per sfuggire alla polizia, cui è dedicato il documentario inglese Free party: a folk history. 

RIVIERA. Anche in Italia si ricorda quella stagione, con due documentari, Riviera Clubbing - The movie, di Luca Santarelli, viaggio nel panorama dance a partire dalla Baia degli Angeli fino all' avvento della techno, e Disco Ruin, quarant' anni di club culture italiana, che sarà riproposto nei cinema. Per ricordare Claudio Coccoluto, principe italiano della console recentemente scomparso, la sera del 4 luglio l'Arena lido di Rimini ospiterà Tenera è la notte insieme alla proiezione di Disco Ruin. A differenza di quanto accaduto col rock, prog a parte, stavolta i selezionatori italiani seppero farsi largo sulla scena internazionale: Dj Ralf, Benny Benassi, lo stesso Coccoluto sono solo alcuni dei nostri dj che si fecero guru mondiali dei giradischi. I documentari raccontano non tanto le feste nei capannoni, che pure non mancavano, ma piuttosto la cultura che aveva fatto invecchiare di colpo disco-music e dance Anni 80, sfogandosi nelle piste dei locali più sensibili a quanto si muoveva sotto il cielo dell'elettronica, oltre che nei centri sociali più attenti, come l'Isola del Cantiere e il Link a Bologna. 

DISCO RUIN. Interessante anche l'esperienza dei Sud Sound System, pugliesi, che in nome della stessa parola d' ordine che agitava i ragazzi inglesi, cioè la liberà di ballare in luoghi alternativi alle discoteche, animarono i primi rave nella loro terra portando l'impianto audio nei campi di tabacco o d' ulivo quando era solo il 1989 e il movimento era agli albori. Pierfrancesco Pacoda, che ha dedicato al fenomeno i saggi Sulla rotta del rave e Riviera club culture, spiega come la diffusione in Italia si debba alle "tribe" inglesi, gruppi di performer e dj che davanti all' ostracismo delle autorità inglesi calarono in Italia: i Mutoid si stabilirono a Santarcangelo di Romagna, dove risiedono tuttora, gli Spiral tribe fecero un'incursione nella Sarajevo assediata con un grande rave party, prima di trasferirsi nel nostro Paese. «Qui da noi, prima ancora dei rave, va registrata la moda degli afterhour nei locali come Vae Victis e Diabolik - aggiunge Pacoda -, ma l'elettronica in realtà è approdata da noi grazie ai centri sociali». 

BAIA DEGLI ANGELI. Fra i locali che fecero la svolta c' è la Baia degli Angeli a Gabicce, un'ex palestra affacciata sul mare che dal 1975 si propose come un locale all' avanguardia dove, per la prima volta, le vere star erano i dj invece dei classici cantanti. E mentre a New York lo Studio 54 celebrava il decennio della disco, sulla Riviera romagnola si accendevano i riflettori su nuove mode e stili musicali. Il Cocoricò, che ha festeggiato di recente trent' anni di vita, «si presentò per primo sulla scena techno italiana già nell' estate 1989», ricorda Davide Nicolò, fondatore e art director del "Cocco": «Fra l' 89 e il '92 andavo a Londra per rave party, che in Italia sono cominciati nel '94 - aggiunge Nicolò -, Noi al Cocoricò ci inventammo gli after-hour che si ispiravano proprio ai rave inglesi». Erano i tempi delle migrazioni del popolo della notte, quando le discoteche della Riviera si affollavano il venerdì e il sabato «per interminabili tempi supplementari fino al pomeriggio del giorno dopo», rovesciando poi sulle spiagge orde di ragazzi esausti che smaltivano stanchezza e sostanze sotto gli sguardi inquieti delle famigliole in vacanza. 

COCORICO' ANNI '90 6. «Sale, sale, e non fa male», scandivano in coro i ragazzi dalla pista alludendo all' ecstasy. La scena techno in questo senso aveva genitori illustri nei protagonisti degli Anni 60, da Woodstock ai concerti acidi dei Grateful Dead, quando il pubblico si strafaceva di marijuana e Lsd. Al netto di coloriture politiche presenti allora e assenti trent' anni più tardi, l'anima psichedelica era molto simile a quella della scena hippy, in uno spirito di pace universale favorito dall' effetto delle pastiglie.

Stefania Parmeggiani per “il Venerdì di Repubblica” il 28 giugno 2021. Le anime della notte hanno deciso di mostrarsi. E vederle adesso, nei giorni del Covid e del distanziamento sociale, è ancora più straniante che negli anni in cui riempivano le cronache, non proprio lusinghiere, dei giornali: migliaia di ragazzi accalcati uno sull' altro, pelle nuda, corpi sudati, trucco disfatto, lustrini. Tanti lustrini. Travestiti sui tacchi a spillo, labbra cariche di rossetto. Musica, arte, sesso, ambiguità. Di certo, anche se a luglio torneremo a ballare dimostrando di essere vaccinati o negativi al tampone, immagini come queste che vedete in pagina, frammenti di ciò che accadeva un tempo nelle cattedrali del divertimento, sono ormai storia. La racconta Disco Ruin, film-documentario di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto (nelle sale dal 5 al 7 luglio), 115 minuti per ripercorrere 40 anni di club culture italiana attraverso i racconti di quattro generazioni: dj, gestori, creativi, performer, giovani che facevano di tutto per essere "messi in lista" ed entrare in luoghi dove non contava più cosa facessi di giorno, ma solo chi interpretavi durante la notte. «Il nostro film» dice Lisa Bosi «racconta un'Italia che non esiste più e che in molti non si sono mai accorti che esistesse». Lei, classe 1979, architetto di formazione, è partita dalle rovine di centinaia di discoteche abbandonate in tutta Italia: spazi vuoti, vetri rotti, muri scrostati, poltrone abbandonate, scheletri di luci al neon, piloni di cemento armato inghiottiti dalla vegetazione. Silenzio. «Luoghi come l'Ultimo Impero, il Woodpecker, il Madrugada, la Mecca o il Maskò sono la nostra Pompei». Per comprenderla è andata indietro nel tempo di oltre mezzo secolo. Roma, 1965, Piper. Più di un locale, l'inizio di una rivoluzione: fino a quel momento c' erano le balere, i gruppi che suonavano dal vivo, il ballo della mattonella e i lenti. In quell' immenso locale le ragazze arrivano con le gonne al ginocchio, se le arrotolano nei bagni e si dimenano al ritmo dello shake. Nessun passo prestabilito, solo corpi in movimento, roba da fare accapponare la pelle ai matusa, i genitori benpensanti dell'epoca. Ed è solo l'inizio, perché ben presto nascono luoghi come lo Space Electronic di Firenze, una «scatola magica» ricavata in un ex garage alluvionato, arredato coi materiali rinvenuti nelle fabbriche dismesse: lavatrici rotte per sedersi e serpentoni rossi come divani, diapositive proiettate a raffica sui muri, trionfo delle teorie di Marshall McLuhan. «Sono gli architetti a capire per primi che stanno nascendo nuovi comportamenti sociali e che c' è bisogno di contenitori per il ballo» continua Bosi «e così costruiscono dei veri templi, luoghi della creatività, della libertà, dell'utopia, sempre in bilico tra avanguardia e kitsch». La febbre del sabato sera La consacrazione arriva negli anni 70. Fino a quel momento chi stava in console era una specie di juke-box umano, passava la notte ad alternare i dischi, tre lenti e tre shake. La musica disco è tutta un'altra storia, il suono della diversità sessuale che nasce nei club underground americani e poi invade l'Europa. Giancarlo Tirotti, pioniere delle notti italiane, apre nel 1975, due anni prima dello Studio 54 e del Paradise Garage di New York, la Baia degli Angeli di Gabicce Mare, tremila metri quadri a picco sull' Adriatico. Dall' America fa arrivare Bob e Tom, due ragazzi che hanno dischi mai sentiti prima e li mixano usando un foglio di carta al posto del panno. Quando fanno le valige lasciano la console a Mozart e Baldelli. È un'altra stagione: quella dei dischi con l'etichetta oscurata dalla plastica perché nessuno veda il nome dei musicisti, quella della via Emilia di Pier Vittorio Tondelli citato, più volte, da Disco Ruin. «Arrivò l'eroina e ci trovò impreparati, anche per questo scelsi di passare la mano» dice oggi Tirotti. edonismo ed eccessi Sono gli anni Ottanta: finisce la grande stagione della politica e iniziano gli anni dell'edonismo, i giovani smettono di dormire. Tutto ciò che accade, accade di notte in posti come il Plastic di Milano - tra gli ospiti Keith Haring, Grace Jones e Andy Warhol - o il Kinki di Bologna. Entrare non è semplice: non conta l'estrazione sociale, ma ciò che uno sogna di essere e come lo esprime. La selezione è ferrea perché quel che accade nei club underground è roba forte: droga e sesso compresi. L' avvento dell'ecstasy, sconosciuta e almeno per il momento legale, «è come gettare benzina su un fuoco già acceso». In Disco Ruin si evocano coppe di vetro piene di pasticche, basta allungare la mano e cade ogni inibizione. La festa finisce all' improvviso perché si trasforma in un cimitero: arriva l'Aids e la libertà sessuale diventa veicolo di morte. Ma è solo una battuta d' arresto, come era accaduto negli anni Settanta con l'eroina. Dall' America arrivano l'house e poi la techno, in una parola il futuro. La Riviera romagnola diventa il centro di tutto. Pensare al clubbing italiano è pensare alle sue discoteche, il Diabolik' a, l'Echoes, l'Ethos Mama Club o il Cocoricò, la piramide in cui il ballo assume la forma di un rito. La notte non basta più. Dalle colline di Riccione ogni mattina all' alba scendono migliaia di giovani, ballano in spiaggia, in strada, sui tetti delle auto. Nascono i primi "after hour", il Club dei Nove Nove entra nella storia, Isabella Santacroce scrive Fluo: «Intanto fuori suonano le campane della chiesa vicina, invitando i fedeli alla funzione-religion. Il mix giù in strada è mitico: vecchiette tremolanti con copricapo e rosario alla mano e young people paura, dal look esasperato, in pieno round discotechereccio». Boa di piume e tatuaggi, bomboloni con gin tonic, calze a rete e copricapezzoli (fecero storia quelli di Nacha World, icona del Cocoricò, chiamata da Dolce & Gabbana e Vivienne Westwood ad animare i loro party post sfilata). Un altro mondo «Il popolo della notte attira l'attenzione dei media» continua Bosi, «il nomadismo dei giovani che attraversano l'Italia diventa un problema. I giornali, le televisioni, l'opinione pubblica, tutti parlano di alcol e droga, ma si dimenticano il resto, il teatro performativo, le sperimentazioni musicali, la moda». Disco Ruin racconta soprattutto questo, grazie alla voce di performer, gestori, creativi e dj, tra cui Claudio Coccoluto, scomparso recentemente, uno dei primi a capire che per contrastare le droghe era necessario riempire i locali di cultura. Le loro parole descrivono un mondo che accettava la diversità, ignorava le differenze di classe sociale, puntava tutto sulla creatività e si nutriva della curiosità di chi non aveva già visto tutto nella vita. Un Altromondo, appunto, come la discoteca di Rimini che resiste da oltre mezzo secolo e che ha già fatto sapere che anche quest' estate riaprirà. Nonostante il Covid, con green pass e mascherina, ancora in pista.

Nell’Italia bianca via le mascherine. Liberi da lunedì 28 ma solo all’aperto. Michele Bocci su La Repubblica il 21 giugno 2021. Ok del Comitato tecnico scientifico e arriva anche il sì del governo. Bisognerà però avere con sé le protezioni e indossarle se si è troppo vicini. Via le mascherine quando si sta all'aperto e non ci si avvicina troppo alle altre persone, cioè si resta a più di un metro di distanza. Il Cts ha dato il suo consenso alla cancellazione di una misura simbolica, anche per questo richiesta con forza ormai da tempo dalla politica. Gli esperti, riuniti per rispondere a un questo del ministro alla Salute Roberto Speranza sollecitato dal premier Mario Draghi, hanno anche indicato la data nella quale si può far entrare in vigore il cambiamento, che sarà poi sancito da un atto del governo. Il giorno è lunedì prossimo, 28 giugno: "Superiamo l'obbligo di indossare le mascherine all'aperto in zona bianca, ma sempre nel rispetto delle indicazioni precauzionali stabilite dal Cts", commenta il ministro Speranza. In quella data anche l'ultima Regione, cioè la Valle d'Aosta, sarà entrata in zona bianca. Tutta Italia sarà così nello scenario con meno restrizioni, grazie a un'incidenza inferiore ai 50 casi 100mila abitanti (in certi casi ormai di moltissimo) da almeno tre settimane consecutive. In tutto il Paese i dati di circolazione del virus sono bassissimi da tempo. E si continua a scendere. Nella settimana appena conclusa ci sono stati 8.112 nuovi casi, cioè poco più di mille al giorno, per una riduzione del 35% rispetto ai sette giorni precedenti. "Il Cts ritiene che nell'attuale scenario epidemiologico a partire dal 28 giugno ci siano le condizioni per superare l'obbligatorietà dell'uso delle mascherine all'aperto salvo i contesti in cui si creino le condizioni per un assembramento, come mercati, fiere, code, eccetera". Il Comitato in fondo recupera una regola della prima fase dell'epidemia, quando non era obbligatorio, appunto, usare le mascherine all'aperto. Bisogna comunque portarle sempre con sé, per indossarle nel caso in cui ci si trovi in una situazione nella quale non è possibile rispettare le norme sul distanziamento, cioè principalmente il metro di distanza dalle altre persone. Chi ad esempio esce di casa e si reca in un mercato all'aperto a fare la spesa, può stare senza mascherina finché non arriva di fronte ai banchi, dove c'è il rischio di avvicinarsi troppo ad altre persone. Da tempo gli esperti hanno chiarito che all'aperto è molto più difficile contagiarsi, cosa che unita al basso numero di persone infettate ha spinto a prendere la decisione. Di certo, comunque, hanno pesato anche le pressioni della politica a vari livelli, sia centrale che regionale. "Le persone devono portare con sé una mascherina in modo da poterla indossare ogni qualvolta si creino tali condizioni - scrive sempre il Cts - Deve essere raccomandato fortemente l'uso della mascherina nei soggetti fragili e immunodepressi e a coloro che stanno loro accanto". Per quanto riguarda l'utilizzo al chiuso, nulla cambia, nel senso che valgono i protocolli attualmente in vigore ad esempio per i mezzi pubblici o gli spettacoli. Per questo tipo di eventi che si svolgono all'aperto resta tutto com'è e appunto bisogna indossare la mascherina e sedere nei posti indicati dal gestore, che deve rispettare il distanziamento tra gli spettatori. Anche al ristorante le indicazioni restano le stesse. Cioè si deve entrare indossando la mascherina e la si può abbassare una dopo che ci si è seduti al tavolo. Chi lavora in questi come in altri esercizi invece non può mai toglierla. Gli esperti, che sottolineano come "le mascherine rappresentano uno dei mezzi più efficaci per la riduzione della circolazione del virus", ribadiscono che vanno sempre indossate "negli ambienti sanitari ed ospedalieri secondo i protocolli. Deve sempre essere mantenuto l'obbligo di indossare la mascherina in tutti i mezzi di trasporto pubblico. Devono essere rispettate le disposizioni e i protocolli stabiliti per l'esercizio in sicurezza delle attività economiche, produttive e ricreative".

Francesco Malfetano per “Il Messaggero” l'11 giugno 2021. Una Penisola finalmente a prevalenza bianca. È quella in cui si risveglieranno gli italiani a partire da lunedì 14 giugno. Ovvero da quando, in base ad un'ordinanza del ministro Roberto Speranza attesa per oggi, altre 6 regioni entreranno ufficialmente nella fascia di rischio più bassa. Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia e provincia autonoma di Trento quindi, diranno addio in un colpo solo a coprifuoco e limiti agli spostamenti, raggiungendo Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Molise - in questa fascia dal 31 maggio - e Liguria, Veneto, Umbria e Abruzzo - in bianco dal 7 giugno. In altre parole, quello di lunedì è un passo in avanti fondamentale per la ripartenza del Paese perché per la prima volta dall'introduzione del sistema dei colori, la maggior parte delle regioni italiane si troverà nella fascia di minor rischio. Perché ciò avvenga davvero però, bisognerà attendere - prima ancora dell'ordinanza di Speranza - la consueta valutazione dei dati del monitoraggio settimanale da parte della cabina di regia del ministero della Salute che si terrà oggi. In ogni caso dovrebbero esserci sorprese. I dati delle regioni attenzionate infatti sembrano confermare il trend iniziato ormai più di due settimane fa. Sì perché l'ingresso in zona bianca si ottiene registrando per 21 giorni consecutivi meno di 50 nuovi casi su 100mila abitanti e, In base agli ultimi dati a disposizione (che oggi saranno appunto aggiornati), non paiono esserci grossi dubbi: questa settimana il Lazio ha registrato 23 nuovi casi ogni 100mila residenti, la Lombardia 22, il Piemonte 25, l'Emilia-Romagna 23, la provincia di Trento 26 e la Puglia 23. Numeri assolutamente positivi confermati anche dal monitoraggio indipendente di Gimbe. Nel suo report settimanale infatti, la fondazione testimonia non solo l'ulteriore riduzione dei casi riscontrata negli ultimi 7 giorni (-31,8%) e dei decessi (-34,9%) ma anche, grazie alla vaccinazione di anziani e fragili, l'ulteriore decongestione degli ospedali. L'occupazione dei posti letto Covid a livello nazionale, secondo Gimbe, si attesta ormai all'8% sia in area medica che in terapia intensiva. Nonostante questi numeri, proprio per tener fede al meccanismo trisettimanale che consente di entrare in zona bianca, dovranno attendere un'altra settimana in giallo Toscana, Marche, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Provincia di Bolzano. Anche per loro però, il conto alla rovescia va rapidamente esaurendosi e, salvo sorprese, entreranno in bianco a partire dal 21 giugno. Così facendo in zona gialla resterà la sola Valle d'Aosta che invece dovrà aspettare il 28 giugno per il passaggio in bianco e quindi la rinuncia anche alle ultime restrizioni.

LE REGOLE. In zona bianca infatti, per quanto restino sempre in vigore le regole base come distanziamento e mascherina anche all'aperto, vengono meno diverse misure anti-contagio introdotte nei mesi scorsi. In primis decade la necessità di rispettare il coprifuoco. Il limite orario agli spostamenti semplicemente non esisterà più. E lo stesso vale per i vincoli relativi agli spostamenti verso casa di amici e parenti. Inoltre in zona bianca sono consentite le feste private, i banchetti nuziali (che pure dal 15 giugno sono autorizzati in tutta Italia), riaprono i centri termali e le palestre al chiuso e vengono eliminati tutti i discussi divieti numerici per i ristoranti all'aperto (all'interno resta il limite di 6 fino al 21 giugno, in deroga solo se a sedere allo stesso tavolo sono due nuclei familiari).

Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 2 giugno 2021. Feste di compleanno, banchetti per battesimi, cresime, matrimoni civili e religiosi, pranzi e cene tra parenti e amici: ogni occasione ha le sue regole. Ecco tutto quello che bisogna sapere prima di organizzare festeggiamenti e incontri: dal numero degli invitati alla possibilità di ballare. Con un obbligo previsto nel decreto: per le feste organizzate dopo le cerimonie in zona gialla e in zona bianca è obbligatorio per gli invitati avere il «pass». 

Per chi è vaccinato con la prima dose, vale il certificato a partire dal 15mo giorno dopo l'inoculazione.

Per chi ha fatto entrambe le dosi vale la certificazione rilasciata dopo l'inoculazione.

Per chi è guarito dal Covid serve il certificato dell'ospedale, del medico curante o del pediatra.

Per chi fa il tampone è necessaria la certificazione di esito negativo ottenuta nelle 48 precedenti. 

Fino al 15 giugno in zona gialla gli incontri in casa sono limitati. È infatti «consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, nel limite di quattro persone rispetto a quelle già conviventi, oltre ai minorenni».

In zona bianca non ci sono limiti.

Dopo il 15 giugno sarà consentito lo spostamento verso le abitazioni private senza limitazioni nel numero delle persone.

Fino al 15 giugno le feste sono vietate.

Dal 15 giugno è possibile organizzare feste e banchetti, sia pur con alcune limitazioni legate al luogo dove si decide di ospitare gli invitati.

Fino al 6 giugno in zona gialla il coprifuoco è in vigore dalle 23 alle 5.

Dal 7 giugno in zona gialla il coprifuoco è in vigore dalle 24 alle 5.

Dal 21 giugno in zona gialla non c' è più coprifuoco.

In zona bianca non c' è coprifuoco. 

Per chi vuole festeggiare al ristorante le regole sono quelle previste per tutti i clienti, uguali per la zona gialla e per la zona bianca. Varia soltanto l'orario del coprifuoco.

I tavoli devono essere al massimo per quattro persone, tranne che si tratti di conviventi. Devono essere disposti «in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra i clienti di tavoli diversi negli ambienti al chiuso e di almeno 1 metro di separazione negli ambienti all' aperto». 

Quando non si sta al tavolo bisogna indossare la mascherina.

Il buffet può essere organizzato solo «mediante somministrazione da parte di personale, escludendo la possibilità per i clienti di toccare quanto esposto e prevedendo in ogni caso, per clienti e personale, l'obbligo del mantenimento della distanza e dell'utilizzo della mascherina». È consentita la «modalità self-service ma soltanto per buffet con prodotti confezionati in monodose».

Si possono organizzare eventi musicali ma mantenendo il distanziamento di 3 metri dal pubblico. Non è consentito ballare.

Per chi vuole organizzare una festa in un locale pubblico - bar o luoghi che comunque non prevedano i posti assegnati - «è consentito l'ingresso ad un numero limitato di clienti, in base alle caratteristiche dei singoli locali, in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra le persone».

Si possono organizzare eventi musicali ma mantenendo il distanziamento di 3 metri dal pubblico.

Non è consentito ballare.

Gli invitati devono avere la certificazione verde.

Non ci sono limitazioni rispetto al numero di persone ai tavoli che devono essere disposti «in modo da assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli ospiti di tavoli diversi negli ambienti al chiuso e di almeno 1 metro di separazione negli ambienti all' aperto». 

Il buffet è consentito soltanto con «somministrazione da parte del personale, senza possibilità per gli ospiti di toccare quanto esposto e prevedendo l'obbligo di distanziamento e mascherina». Oppure con «prodotti monodose che gli ospiti possono prendere da soli».

Si possono organizzare eventi musicali ma mantenendo il distanziamento di 3 metri dal pubblico.

All' esterno si potrà ballare.

Seconde le linee guida approvate dal Comitato tecnico scientifico «si potrà ballare negli spazi interni ma garantendo una superficie pro capite pari a 2 metri quadri, potenziando il ricambio d' aria dei locali».

Compromesso tra Regioni e Governo. Al ristorante in sei a tavola al chiuso, nessun limite all’aperto: le nuove regole. Carmine Di Niro su Il Riformista il 3 Giugno 2021. Dopo lo strappo e le liti è arrivato l’accordo: tra Governo e Regioni è stata infatti raggiunta una faticosa intesa sulle regole da seguire nell’ambito della ristorazione. L’escutivo Draghi ha dato via libera alla proposta formulata dal presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga, così formulata: esteso in in via temporanea, per farlo decadere dopo due settimane (a fine giugno quando l’Italia sarà tutta in zona bianca, ndr), il tetto massimo al chiuso da 4 a 6 persone per tavolo nella zona bianca. La proposta di Fedriga proponeva un numero di commensali più alto, otto, ma l’intesa si è raggiunta su un compromesso fissando il numero di persone al tavolo a sei. Il tetto di 6 persone a tavola al chiuso potrà essere superato in caso di due nuclei familiari. Un esempio: una famiglia con due figli e una con tre figli, dunque 9 persone, possono stare insieme, mentre con le attuali regole dovrebbero mangiare in tavoli separati. Per quanto riguarda i tavoli all’aperto, invece, non sarebbe previsto alcun limite. Il presidente Fedriga, riporta l’Ansa, avrebbe inoltre rilanciato sull’opportunità di valutare l’abolizione di limiti all’aperto anche per le zone gialle e, a tal proposito, si sarebbe impegnato a coinvolgere il tavolo tecnico nazionale. La proposta delle Regioni avrebbe superato quindi lo stallo che si era venuto a creare nel governo con lo scontro tra il ministro della Salute Roberto Speranza e quello degli Affari Regionali Mariastella Gelmini: il primo chiedeva di  mantenere il limite di quattro persone sia all’aperto che al chiuso, la seconda giudicava questa una regola “troppo restrittiva”. Un’ordinanza è attesa da parte del ministro della Salute domani, per regolamentare quindi il mondo della ristorazione. Su Twitter quindi il ministro Gelmini rassicura: “Governo e Regioni verso una sintesi positiva sul numero massimo dei commensali nei ristoranti, tanto al chiuso quanto all’aperto – scrive –  . La zona bianca è un "premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità”. Speranza, impegnato nel G7 di Oxford, ha invece sottolineato che “le cose vanno meglio” in Italia sul fronte Covid “grazie alla campagna di vaccinazioni e alle misure che abbiamo avuto in questi mesi”, ora occorre “proseguire in un percorso di gradualità perché è giusto riaprire ma passo dopo passo” visto che “un passo troppo lungo ci potrebbe far pagare un prezzo”. Quanto all’alleggerimento delle regole sui tavoli nei ristoranti ha precisato: “Bisogna sempre distinguere l’aperto dal chiuso perché al chiuso ci sono molti più rischi. Siamo sulla strada giusta, dobbiamo insistere su questa strada”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Ristoranti, "al chiuso massimo in 6 per tavolo": dopo il vertice, il ripensamento sul limite che fa infuriare le Regioni. Libero Quotidiano il 03 giugno 2021. La concessione delle otto persone a tavolo per i ristoranti al chiuso sembrava essere cosa fatta. E invece non solo non è arrivata l’ufficialità da parte dell’esecutivo presieduto da Mario Draghi, ma a quanto pare tutto è stato rimesso in discussione. Fonti di governo avevano fatto trapelare l’ok alla proposta delle Regioni, che vogliono alzare a 8 il numero massimo di persone a tavolo al chiuso, togliendo il limite all’aperto. Ovviamente tale concessione sarebbe limitata alle zone bianche: entro il 21 giugno - data in cui verrà finalmente abolito il coprifuoco - praticamente tutte le Regioni italiane rientrerebbero in questa fascia, fatta eccezione per la Valle d’Aosta. Fonti ministeriali hanno però fatto sapere all’Ansa che, dopo un confronto con i governatori, il limite sarebbe stato abbassato da otto a sei persone per tavolo: sarebbe questo il punto di caduta su cui si starebbe convergendo in queste ore, a testimonianza che ormai è stato superato di parecchio il ridicolo. Probabilmente c’è lo zampino di Roberto Speranza dietro tutto questo, la cui linea della prudenza sta diventando stucchevole alla luce della reale situazione epidemiologica e dell’avanzamento della campagna di vaccinazione. Domani, venerdì 4 maggio, è attesa un’ordinanza del ministro della Salute per definire le regole per la ristorazione: salvo ulteriori colpi di scena, dovrebbero essere quindi sei le persone concesse a tavolo. “Governo e regioni verso una sintesi positiva sul numero massimo dei commentali nei ristoranti, tanto al chiuso quanto all’aperto - ha twittato la ministra Mariastella Gelmini - la zona bianca è un "premio", non avrebbe avuto senso mantenere le stesse regole previste per la zona gialla. Torniamo alla normalità”. 

Ristoranti, il dubbio di Gianfranco Vissani: "Al tavolo tecnico erano quattro o di più?", l'ipocrisia di Speranza. Libero Quotidiano il 03 giugno 2021. “Al tavolo tecnico di oggi quanti saranno: quattro o di più? Vabbè, tanto diranno che avevano la mascherina… mentre al ristorante con la mascherina non si può mangiare”. È un’ironia amara, quella che Gianfranco Vissani ha usato per commentare la riunione tra il governo e le Regioni sulla regola delle quattro persone a tavola al ristorante. Assurdo tenerla anche in zona bianca, tanto è vero che l’esecutivo avrebbe dato l’ok alla richiesta delle Regioni, che prevede un massimo di otto persone a tavola nei locali al chiuso e nessuna restrizione all’aperto. “Stiamo davvero esagerando - ha dichiarato Vissani all’Adnkronos - danno i numeri: quattro, cinque, sei posti, mentre intanto ci massacrano, dato che dopo 14 mesi gli aiuti ancora non ci sono. Arrivano milioni di dosi di vaccino, l’Italia è in zona bianca e ancora discutono su quanti commensali fare sedere a tavola, come se il coronavirus lo portassero i ristoranti”. A fare eco a Vissani è anche lo chef Antonello Colonna: “Secondo me la regola dei quattro posti a tavola non ha più senso, così come non avevo senso la riapertura dei ristoranti soltanto all’esterno”.  “Sono d’altronde insensate molte regole che penalizzano soltanto alcuni settori - ha aggiunto - come bar e ristoranti, a fronte dell’affluenza massiccia, ad esempio ieri sui Navigli, di tanta gente, anche senza mascherina. Per non parlare dei mezzi di trasposto, come sempre pieni, e degli stadi riaperti alle tifoserie. Esiste una buona dose di pressappochismo in questo genere di disposizioni - ha fatto notare Colonna all’Adnkronos - cosa cambia fra due tavoli vicini fra loro con quattro persone ciascuno e un tavolo da otto?”. 

Nuove aperture dal 1 giugno: sì a bar e ristoranti al chiuso, stadi e feste. Rossella Grasso su Il Riformista l'1 Giugno 2021. I numeri dei contagi e delle vaccinazioni sono incoraggianti e con il 1 giugno iniziano le nuove aperture: un passo decisivo verso la normalità. Resta l’obbligo di mascherina all’aperto e al chiuso, di distanziamento e il divieto di assembramento. Come cambia la vita degli italiani dal 1 giugno?

Green pass. Dal primo giugno entra in uso un nuovo strumento: il green pass. Per partecipare a molti eventi in fascia gialla e bianca e per andare all’estero c’è bisogno di questo certificato che viene rilasciato al momento del vaccino oppure quando si guarisce dal Covid o dopo essersi sottoposti a un tampone con esito negativo. Ha validità “dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale”. Vale per 9 mesi. Se si è guariti bisogna avere il certificato dell’ospedale o del medico di base o del pediatra. Se si fa il tampone si può fare l’antigenico, il molecolare o il salivare nelle 48 ore precedenti. Serve per partecipare a banchetti e cerimonie e per andare all’estero, salvo che il paese di destinazione non abbia regole diverse. Anche i minori dai 2 anni in su dovranno avere il pass.

Riaprono bar e ristoranti al chiuso. Finalmente si potrà consumare un caffè al bancone. Fino ad oggi era possibile consumare nei bar solo seduti all’esterno. Nei bar che non dispongono di posti a sedere “si deve consentire l’ingresso a un numero limitato di clienti per volta, in base alle caratteristiche dei singoli locali, in modo da assicurare il mantenimento di almeno un metro di separazione”. Quando non si mangia e si beve è sempre obbligatorio indossare la mascherina. È vietato sostare nelle adiacenze dei locali. Come nei ristoranti, anche nei bar vale la regola del buffet: il cibo deve essere servito dal personale e i clienti possono servirsi da soli soltanto se si tratta di porzioni monodose.

Feste e banchetti. Dal 15 giugno sarà possibile organizzare feste e banchetti dopo le cerimonie civili e religiose. non c’è un numero massimo di invitati, dipende dalla capienza del locale. È consentita la presenza dei gruppi musicali, a distanza di 3 metri dal pubblico. Non è consentito il ballo, perché le discoteche sono chiuse.

Riaprono gli stadi al pubblico. È consentita “la presenza di pubblico in eventi e competizioni sportive all’aperto”. I posti a sedere per le persone non conviventi dovranno prevedere il distanziamento e sarà obbligatoria la mascherina. La capienza non può essere superiore al 25% di quella massima e comunque non può superare le 1.000 persone. È preferibile la prenotazione dei biglietti online che possa consentire il tracciamento delle persone e per evitare gli assembramenti agli ingressi. Si devono prevedere percorsi differenziati tra ingressi e uscite.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Ristorante, da lunedì cambia tutto: le nuove regole. Rosa Scognamiglio il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. A partire da giugno, cambiano le regole: cade il limite del quattro commensali al ristorante; sì alla musica in discoteca ma senza balli. A partire dalla prossima settimana, potrebbero esserci importanti novità per quanto riguarda il consumo di cibi e bevande nei bar e nei ristoranti. Per certo, cadrà il limite di stare seduti al tavolo in 4 persone anche se ciascun commensale dovrà indossare la mascherina prima e dopo il pasto. Stando a quanto si apprende dal quotidiano La Repubblica, sono queste - in linea di massima - le nuove linee guida per "la ripresa di attività economiche e sociali" che andranno ad integrare quelle già fissate nel decreto di maggio delle riaperture.

I requisiti del green pass. Sono state quasi tutte contestate dai tecnici delle amministrazioni locali, i requisiti del green pass. Ieri, durante l'incontro tra Cts e Regioni, si è deciso di apportare delle modifiche sostanziali al cosiddetto "passaporto vaccinale". Secondo il Comitato tecnico scientifico avrebbero dovuto essere vaccinati - oppure aver già contratto la malattia nei sei mesi precedenti alla ripresa delle attività - tutti i lavoratori impiegati nei settori dell'intrattenimento, della ristorazione e, più in generale, a stretto contatto con il pubblico. Una condizione tanto utopistica quanto irrealizzabile dal momento che, soprattutto molti giovani under 30, non hanno ancora avuto la possibilità di vaccinarsi. E sottoporsi al tampone ogni 48 ore sarebbe stato pressoché impossibile. Per questo motivo, i rappresentati delle Regioni si sono battuti affinché le linee del green pass fossero riviste ottenendo, alla fine dell'incontro, un punto a favore. In buona sostanza, le regole sono state eliminate.

Cosa cambia per i ristoranti. Cade l'obbligo di stare seduti al tavolo in 4 persone. Tuttavia, ogni commensale dovrà essere dotato di mascherina che dovrà mettere prima e dopo il pasto. A tal riguardo, non è passata quindi la proposta del Cts di fare indossare il dispositivo di protezione sempre quando non si mangia o non si beve (ad esempio mentre si aspetta il servizio). Inoltre, i gestori dovranno adottare misure per evitare che si creino assembramenti all'esterno dei rispettivi locali. Quanto ai menù, dovranno essere consultabili attraverso soluzioni digitali oppure su carta plastificata.

Le regole per i matrimoni. Non servirà più il green pass per partecipare ai matrimoni, cerimonie civili o religiose. La regola generale per gli operatori del settore wedding è quella di assicurare il rispetto delle norme anti-covid, vale a dire, il distanziamento e l'uso della mascherina. Alle feste, sarà consentito anche l’intrattenimento musicale ma, anche in questo caso, tra gli invitati e i musicisti dovrà essere garantita sempre la distanza minima di un metro.

Le spiagge libere. Si potrà andare al mare. Le spiagge libere non saranno più a numero chiuso - come lo erano fino allo scorso anno - e si potranno praticare sport singoli o che consentono di mantenere la distanza tra i partecipanti. Vietate, invece, le attività ludico-sportive di gruppo. In buona sostanza, niente balli né partite in spiaggia. I gestori degli stabilimenti balneari, invece, dovranno premurarsi di ampliare le zone d’ombra per evitare affollamenti nelle ore più calde.

Discoteche aperte ma niente balli. In zona bianca, riapriranno anche le discoteche. Tuttavia, le limitazioni saranno comunque inevitabili. Ritorna la musica dal vivo ma i clienti dovranno rimanere seduti ai tavoli durante le esibizioni. IL Cts ha ribadito la necessità di mantenere il distanziamento tra i clienti e i tavoli nonché l’obbligo di indossare la mascherina ad eccezione del momento in cui si mangia o beve. Ciononostante, non si esclude l'ipotesi di consentire "l’attività danzante" in pista a chi è in possesso del green pass.

Le regole per i centri benessere. Riapriranno a pieno ritmo le piscine termali e centri benessere, con anche il ripristino dei trattamenti alla persona e l'utilizzo delle docce. Il Cts raccomanda il distanziamento di due metri con postazioni alternate negli spogliatoi e ricambio d’aria, pulizia e disinfezione continua. Vietato l’uso promiscuo degli armadietti e il consumo di cibo. Gli indumenti devono essere risposti in borse o sacchetti . Obbligatoria la doccia saponata prima di entrare in piscina.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Zona bianca, le regole: niente coprifuoco, riaperture, mascherine e distanziamento. Debora Faravelli il 29/05/2021 su Notizie.it Assenza del coprifuoco, obbligo di indossare le mascherine, riaperture di tutte le attività: le regole in vigore in zona bianca. Entro la fine di giugno l’Italia si avvia ad essere in prevalenza in zona bianca, la fascia di minor rischio dove la maggior parte delle restrizioni scompaiono e restano in vigore solo le norme basiche di prevenzione: quali sono le regole e cosa si può fare? L’accordo siglato tra Governo e Regioni prevede che quando una regione entra in zona bianca non sia più sottoposta al coprifuoco. Ciò vuol dire che i cittadini si potranno spostare liberamente a tutte le ore della giornata senza limitazioni di orario. Fermi restando i criteri base della prevenzione quali obbligo di indossare le mascherine, distanziamento, areazione e sanificazione dei luoghi chiusi, nei territori bianchi si potranno anticipare, al momento del passaggio, le riaperture delle attività economiche e sociali per le quali la normativa vigente aveva disposto la ripresa in un momento successivo.

In zona bianca non sono previsti ingressi contingentati nei mercati all’aperto e sulle spiagge libere. Il protocollo prevede che possano riaprire le discoteche ma per il momento resta ancora vietato ballare e si potrà solo ascoltare la musica, mangiare e bere. 

Regole zona bianca: mascherine obbligatorie. Come predetto, anche in fascia bianca rimarrà l’obbligo di indossare le mascherine. Gli unici soggetti per i quali non è obbligatorio l’utilizzo di un dispositivo di protezione sono i bambini sotto i 6 anni di età, le persone che, per la loro invalidità o patologia, non possono indossarlo e tutti gli operatori o persone che, per assistere una persona esente dall’obbligo, non possono a loro volta indossare la mascherina (per esempio chi deve interloquire tramite la Lingua dei Segni con i non udenti). Inoltre non vige l’obbligo di utilizzare le mascherine sia all’aperto che al chiuso, mentre si effettua attività sportiva, mentre si mangia o si beve, nei luoghi e negli orari in cui è consentito, o quando si sta da soli o esclusivamente con i propri conviventi.  

Matteo Bassetti asfalta Roberto Speranza: "Le chiusure non c'entrano. Mi dispiace contraddirlo, ma...", sfogo da incorniciare. Libero Quotidiano il 21 maggio 2021. Basta parlare dell'abbassamento dei contagi dovuto alle chiusure e ai lockdown. Matteo Bassetti non ne vuole più sapere: se la curva scende è grazie alla campagna di vaccinazione. Se l'Italia diventerà tutta gialla insomma sarà perché le persone fragili saranno tutte immunizzate. "Mi dispiace contraddire il ministro della Salute Roberto Speranza ma il beneficio in termini di riduzione dei casi non è legato alle chiusure ma è legato ai vaccini. Negarlo è un errore", dice il direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova ad Adnkronos salute: "Questi buoni risultati sono legati per un 80 per cento alle immunizzazioni che hanno messo al sicuro gli anziani e fragili, poi il 20 per cento sarà legato alle altre misure". Quindi Bassetti dà un quadro della situazione di chi è in prima linea come lui contro il coronavirus: "Qui nell'ospedale dove lavoro a Genova registro per il terzo giorno di fila neanche un ingresso Covid al Pronto soccorso, cosa che non si verificava dall'estate 2020", dice l'infettivologo che è anche componente dell'Unità di crisi Covid-19 della Liguria, replicando a quanto scritto dal ministro Speranza sui social: "L’Italia sarà tutta in area gialla. È il risultato delle misure adottate, del comportamento corretto della stragrande maggioranza delle persone e della campagna di vaccinazione". Adesso, aggiunge Bassetti, "serve più coraggio". Questo significa prendere "iniziative sulle mascherine o evitare di fare tamponi ai vaccinati: lavoriamo per togliere l'obbligo della mascherina all'aperto iniziando con i vaccinati. Poi chi vorrà potrà continuare anche ad usarla. Ma siamo in una situazione molto buona", commenta l'infettivologo. "Mi auguro che nel breve si possa tornare a fare tutto: cinema e teatri pieni, stadi con i tifosi. Lo spero vivamente", conclude Bassetti. Chiaro il messaggio?

L'affondo di Clementi: "Coprifuoco? Problema politico, non sanitario". Federico Garau l'8 Maggio 2021 su Il Giornale. Il direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele non usa giri di parole: "Questa storia del coprifuoco alle 22 deve finire". Dopo i primi segnali di una parziale riapertura del paese, la questione più spinosa resta, in vista dei mesi più caldi ormai in arrivo, quella del coprifuoco. Sono sempre più numerosi, infatti, i politici ad insistere sulla necessità di rimuovere completamente tale limitazione, con lo scopo in primis di non ostacolare la stagione turistica. La proposta di abolire il coprifuoco, arrivata tra gli altri da Salvini e Renzi, ha trovato tuttavia la strenua opposizione di alcuni virologi: tra i più accaniti sostenitori della misura, che se non dovessero intervenire modifiche rimarrà tale fino al prossimo 31 luglio, il direttore del reparto Malattie infettive del Sacco di Milano Massimo Galli ed il direttore del dipartimento di Microbiologia dell'Università di Padova Andrea Crisanti.

La posizione di Massimo Clementi. Una voce fuori dal coro degli oltranzisti è rappresentata dal professor Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'ospedale San Raffaele di Milano e docente all'Università Vita-Salute, che parla senza mezzi termini di un problema di carattere politico piuttosto che di natura squisitamente sanitaria. "Quello del coprifuoco è un problema più 'politico' che virologico", spiega il professore, "perché i virus non girano di notte, tra le 22 e le 23 più che in altre ore. È dunque una questione più di valutazione politica ed economica, perché vediamo che alcune categorie sono fortemente penalizzate. Sebbene qualche mio collega virologo ritenga che questa sia e debba essere una battaglia di trincea, io invece non ritengo il coprifuoco una cosa così importante", aggiunge. "Questa è la mia opinione che si basa sul alcune considerazioni personali dell'andamento dell'epidemia", precisa ancora il dottor Clementi all'AdnKronos, "non ritengo il coprifuoco importante per vincere la battaglia contro il virus, che si vince invece con i vaccini e il rispetto di alcune regole fondamentali. Non con discorsi su un'ora in più o in meno". È quindi necessario portare nuovamente l'attenzione sulla pesante crisi economica che il nostro Paese sta attraversando, e far ripartire appieno l'attività dei locali: "Quindi mi viene da dire: facciamo lavorare i ristoratori con un turno in più, facciamo uscire le persone rispettose delle regole un'ora in più e basta". Quando si tocca il tasto del "coprifuoco" salta sempre fuori il tema dei presunti dati scientifici che chiarirebbero la necessità dell'adozione di questo provvedimento, ma il professore resta decisamente perplesso a riguardo. "Io non riesco a vederli questi dati scientifici che dicono che un'ora in più fa la differenza", aggiunge Clementi. "Nel momento in cui ci avviciniamo all'estate e ci troviamo nella situazione di dover riaprire, sempre con alcune regole caposaldo che devono essere senz'altro mantenute, questa storia del coprifuoco alle 22 deve finire". Dopotutto risulta abbastanza evidente il calo del numero di contagi, puntualizza il professore. Un decremento "che in parte è dovuto alle misure prese in precedenza, ma anche alla particolare stagione verso cui ci avviamo". Certo non cambierà tutto dall'oggi al domani: "Qualche ritorno fiamma ci potrà essere, riaprendo scuole, sport e quant'altro. Ma spero e credo sia gestibile", si auspica Clementi, "soprattutto per come stanno andando le vaccinazioni anti-Covid. Sulla campagna di immunizzazione sono molto positivo, perché sta procedendo veramente molto bene", conclude.

Matteo Bassetti picchia duro sul coprifuoco alle 23: "Liberticida, nessun dato dice che funziona". Libero Quotidiano il 07 maggio 2021. “Vietare di uscire di casa dopo le 22 per ben 7 mesi non è solo un provvedimento liberticida, ma il più liberticida fra quelli che sono stati presi”: questo il pensiero dell’infettivologo Matteo Bassetti sul coprifuoco. Secondo il direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, questa misura non ha “basi scientifiche”. E ancora: “Una misura non compresa è inutile e può essere persino controproducente”. Si è tornati a parlare di coprifuoco dopo le dichiarazioni di Luigi Di Maio, che ha indicato la data del 16 maggio come ipotesi concreta per superare il limite delle 22 per gli spostamenti. Parlando dal punto di vista scientifico, Bassetti all’Ansa ha chiarito: “Non abbiamo dati per dire che funzioni. Sappiamo che da quando è stato istituito ha dato risultati, ma insieme ad altri provvedimenti, come la chiusura di bar e ristoranti. Oggi però non so a cosa serva tra le 22 e le 23, nel momento in cui locali e ristoranti sono comunque aperti”. Se l’obiettivo della misura è quello di limitare la circolazione delle persone la sera, il coprifuoco non riesce comunque a raggiungere quello scopo: “Se le persone sono in giro per tre ore la sera invece che per quattro ore, si ha solo l’effetto contrario a quello voluto, perché fanno la stessa cosa per un’ora in meno, quindi si concentrano di più, si assembrano di più e ci sono più contatti”. Completamente diversa la reazione di Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano: “Io ho la nausea dei discorsi sul coprifuoco. Le limitazioni serali servono a questo: a disincentivare i movimenti. Se non si capisce questa cosa si andrà avanti a discutere all’infinito, ma non dovrebbe esser difficile da capire. Se poi ci si vuol fare polemica politica è un’altra questione”.

Bassetti affossa il coprifuoco: "Non c'è nessun dato scientifico". Valentina Dardari il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. Il medico genovese considera la norma “il provvedimento più liberticida preso finora”. Questa volta Matteo Bassetti c’è andato giù pesante in fatto di coprifuoco, cioè il divieto di uscire di casa dopo le 22 ormai da ben 7 mesi, e non ha usato mezzi termini quando lo ha definito “non solo un provvedimento liberticida, ma il più liberticida fra quelli che sono stati presi”. Il direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova ha spiegato che non vi sono dati scientifici a sostegno di questa norma e che “una misura non compresa è inutile e può essere persino controproducente”. Ancora una volta l’argomento principale è stato il coprifuoco, soprattutto in seguito alle ultime dichiarazioni fatte da Luigi Di Maio, che ha parlato del 16 maggio come ipotesi di data concreta per superare il limite delle 22 per gli spostamenti. Il professor Bassetti ha tenuto quindi a precisare all’Ansa che non abbiamo dati in mano per poter dire che il divieto funzioni davvero. Ha poi tenuto a dire che da quando è entrato in vigore ci sono stati dei risultati, ma è anche stato associato ad altri provvedimenti, come per esempio la chiusura di bar e ristoranti. Inoltre, se l’obiettivo del coprifuoco è quello di limitare gli spostamenti serali dei cittadini, Bassetti ha fatto notare che “se le persone sono in giro per tre ore la sera invece che per quattro ore, si ha solo l’effetto contrario a quello voluto, perché fanno la stessa cosa per un’ora in meno, quindi si concentrano di più, si assembrano di più e ci sono più contatti”. Ovviamente, in totale disaccordo con quanto detto dal professore, c’è il primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, che si è sempre detto favorevole alle restrizioni, di qualsiasi tipo. “Io ho la nausea dei discorsi sul coprifuoco. Le limitazioni serali servono a questo: a disincentivare i movimenti. Se non si capisce questa cosa si andrà avanti a discutere all’infinito, ma non dovrebbe esser difficile da capire. Se poi ci si vuol fare polemica politica è un’altra questione” ha asserito l’infettivologo rigorista che in più di una occasione è arrivato allo scontro verbale con l’aperturista Bassetti. Secondo quanto annunciato questa mattina dal ministro degli esteri, Luigi Di Maio, il prossimo 16 maggio potrebbe davvero essere la data da segnare sul calendario. Potremmo finalmente superare il coprifuoco, che dallo scorso 6 novembre ci costringe a restare chiusi in casa dalle 22 di sera alle 5 del mattino, togliendo agli italiani la possibilità di poter circolare liberamente.

Zecchi vuole il "processo di Norimberga" e Fiano si infuria. A Quarta Repubblica scatta la rissa. Libero Quotidiano il 05 aprile 2021. Parlando del ministro della Salute Roberto Speranza, il filosofo Stefano Zecchi, in collegamento da Milano con gli studi di “Quarta Repubblica” lunedì 5 aprile, non usa mezzi termini. “Noi abbiamo un ministro incapace, un ministro che a giugno dell’anno scorso ha scritto un libro sul fatto che aveva risolto il problema del Covid. Libro che poi ha ritirato - attacca Zecchi nella trasmissione condotta da Nicola Porro su Rete4 - Siamo in una guerra terribile. Ma nelle guerre ci sono generali capaci di comandare il proprio esercito e generali incapaci che mandano allo sbaraglio la loro gente. La mandano a crepare". Ma la ‘gente’ "siamo noi italiani che moriamo come mosche quando si sarebbe dovuto realizzare questo piano vaccinale già con il governo precedente. Il governo Draghi eredita una situazione disastrosa, ma non sta facendo assolutamente meglio. Sta dando soltanto obiettivi. La realtà è disperante", dice il filosofo che è un fiume in piena. "È inutile qui continuare a fasciarci la testa. Qui non si è capaci. Il governo non è capace di organizzare minimamente le aperture che significano "vita". Sono soltanto capaci di dare "morte"", attacca lanciando un paragone che fa saltare sulla sedia Emanuele Fiano. "Qui ci vuole un processo. Il processo di Norimberga. Perché i morti che sono caduti in questa battaglia sono morti sulla coscienza della politica”, sbotta Zecchi. E il parlamentare del Pd non si tiene, e ribatte: “Il processo di Norimberga lasciamolo stare, lì si sterminarono 6 milioni di ebrei. Se fosse vero significherebbe che Speranza è come Goebbels e Draghi è come Hitler. Le consiglio di moderare le parole. La storia ha un peso e le parole sono sacre”. I due si sovrappongono, il parallelismo usato da Zecchi tocca nell'intimo il parlamentare Pd che poco prima aveva anche ricordato la morte dei genitori, in tempi recenti, soprattutto del padre sopravvissuto alla Shoah, Nedo Fiano, al quale il dem ha dedicato anche un libro.

Ecco perché il coprifuoco è sbagliato". Matteo Carnieletto il 25 Aprile 2021 su Il Giornale. Intervista al professor Simone Regazzoni: "Noi dobbiamo fare una battaglia non solo per sopravvivere ma per sentirci vivi, per sentire tutta la forza della vita". "Abbiamo affrontato un fenomeno complesso come il Covid-19, articolato su più livelli della vita sociale e privata delle persone, solo in termini di salute. Così facendo, il discorso sanitario è diventato l'unico modo per risolvere questo problema. Abbiamo considerato i virologi - che come sempre accade nella scienza non hanno nessuna verità oggettiva e procedono per tentativi ed errori - come fossero i custodi di una verità a cui affidare la riorganizzazione intera sia dello spazio pubblico che privato. Se questo era comprensibile quando la pandemia è iniziata, è stato un errore grave continuare a farlo per gestire l'emergenza nel corso dell'anno seguente". Così Simone Regazzoni, filosofo, allievo di Jacques Derrida, amante (e praticante) degli sport di contatto.

Professore, è da un anno che, a targhe alterne, veniamo confinati in casa. Come mai?

Il primo grande errore è stato di mentalità: abbiamo risposto con una mentalità ristretta che ragionava solo in termini di sopravvivenza al problema Covid. Ora ci chiedono di continuare a usarla anche per il futuro, proprio ora che il fenomeno inizia ad avere una portata diversa attraverso i vaccini e altri tipi di risorse. Continuiamo ad avere i medici che, in tv, fanno il loro discorso a mo' di predica; hanno assunto un ruolo diverso dal medico, a metà strada tra un prete e un poliziotto: fanno la morale e pretendono che la loro morale abbia forza di legge. La politica troppo spesso è subalterna.

Per esempio?

La questione del coprifuoco, su cui ultimamente si è discusso, è un chiaro sintomo di questa mentalità ristretta. Tra l'altro, stiamo parlando di una misura estrema per una democrazia, che viene messa in atto quando ci sono minacce davvero epocali. In questo momento, coloro che sostengono il coprifuoco affermano anche che questa misura non ha alcun effetto positivo e che si tratta solo di un deterrente psicologico. Ma in una democrazia non è accettabile limitare le libertà fondamentali semplicemente perché i cittadini potrebbero far cattivo uso della propria libertà.

Sembra che ora ci siano i medici, e in particolare i virologi, al comando del Paese...

È giusto che i medici tutelino la nostra vita nei limiti delle loro competenze e del loro spazio, ma non possono e non devono occuparsi della totalità delle nostre vite: un cittadino non è un potenziale paziente. Una volta che sono tutelate le categorie più fragili, bisogna aprirsi al rischio, vale a dire alla vita. La vita è strutturalmente aperta al rischio e pensare di cancellare tutti pericoli non ha senso. C'è anche chi dice: "Saremo vaccinati ma, per anni, dovremo continuare a portare le mascherine". Tutto questo è politicamente pericoloso. Non è accettabile. Si è parlato di rischio ragionato: oggi dobbiamo rieducarci all'indocilità ragionata, come sosteneva il filosofo Michel Foucault. Noi non possiamo essere docili di fronte a tutto ciò che il medico di turno dice. Lui è libero di dire le sue opinioni, ma non è libero di decidere delle nostre vite.

Ma com'è possibile che tutto questo sia passato senza che nessuno abbia osato dire nulla?

Perché siamo stati esposti a un trauma. Non a caso le prime reazioni, un anno fa, erano: non è reale, è un film. Di fronte a qualcuno che dice "so io come salvarti", ci si adegua. È una reazione psicologica normale. Ma - passato il momento del trauma, dove è abbastanza razionale ragionare in termini di protezione assoluta - bisogna iniziare a costruire una risposta che vada al di là della semplice sopravvivenza. Ed è qui che c'è stato un vuoto discorsivo e il discorso medico ha monopolizzato la risposta. C’era bisogno di filosofi, psicologi, artisti, antropologi, e invece abbiamo affidato a qualche virologo questioni esistenziali su cui ha la stessa competenza del primo che passa.

Non è che forse era anche più comodo rimanere in casa?

Ci siamo abituati subito perché la società è strutturata attorno a vari dispositivi che ci rendono sopportabile, e anche amabile, lo stare rinchiusi in casa. Gli abbonamenti a Netflix, Zoom e tutto il resto. Sono diventate le nostre nuove zone di comfort. Questi dispositivi funzionano però per un certo periodo, poi si inceppano, soprattutto quando si inizia a sentire il bisogno di vita, della vitalità della vita. Ed è a questo punto che l'insofferenza viene criminalizzata, come abbiamo già visto (la scorsa estate andare in vacanza sembrava essere un comportamento immorale). Questo discorso va rigettato in toto. Noi non possiamo andare avanti così. Ciò che è accaduto ci stava nel momento del trauma, siamo diventati docili perché un tipo di discorso era efficace in quel momento (e poi perché noi non amiamo davvero la libertà, ma “stiamo bene” quando c'è un potere paternalista), poi l'insofferenza emerge. Ora è tempo di ringraziare i virologi, congedarli dalle tv e tornare a fare quella cosa rischiosa e bellissima che si chiama vita. Ci giochiamo ora l’avvenire... Dobbiamo riappropriarci dello spazio della vita. Questa è la vera scommessa.

Come ci si abitua al rischio? È possibile che la mia generazione, quella dei ragazzi che oggi hanno trent'anni, non contempli alcun tipo di rischio?

Credo ci sia stato un cattivo progetto pedagogico della generazione precedente. Abbiamo eliminato tutti i riti di passaggio perché erano traumatici (dall'esame a scuola a qualsiasi commento che mettesse in discussione la persona) e, non contenti, cerchiamo anche di eliminare qualsiasi cosa che possa fare male (cioè lasciare una qualche ferita). Questo non prepara a possibili traumi. Se uno ha una formazione del genere, appena arriva un trauma rischia di crollare.

Ci spieghi meglio, per favore...

A scuola qualsiasi cosa possa mettere in difficoltà i ragazzi viene esclusa ed è per questo che dobbiamo cambiare il discorso pedagogico. Dobbiamo tornare a far misurare le persone con le prove, perché una vita senza prove (eventi che accadono) è una vita che non è pronta alla vita. Il Covid-19 è stato uno di questi eventi, che ci dà la misura della difficoltà del nostro rapporto con il reale. L'esperienza è traumatica, significa misurarsi con qualcosa che può lasciare un segno. Imparare a vivere significa dare un significato a queste ferite. Siamo una società che ha detto che "non bisogna ferirsi". Ma così cancelliamo l’esperienza.

Gli sport di combattimento vengono citati a sproposito, sostenendo che chi pratica sport simili è un teppista. In realtà, seguendo il suo ragionamento, queste attività, che contemplano prove e sofferenza, potrebberpo rappresentare una grande alternativa pedagogica...

Perché ci dobbiamo allenare in palestra? Ce lo insegna la storia: per affrontare le difficoltà della vita ed essere in grado di combattere. Ma oggi qualsiasi termine che rimandi al combattimento, al conflitto, è stato eliminato perché politicamente scorretto. Quando il conflitto arriva restiamo imbelli e ci chiudiamo in casa con internet. Se non abbiamo una disciplina dei corpi, questi saranno docilissimi al potere. Il potere in questo lockdown, in questo anno, ha agito sui nostri corpi perché li ha privati di movimento, di contatto.

Che rapporto abbiamo con il nostro corpo?

Siamo la società dell'immagine del corpo che rimuove i corpi in carne e ossa. Gli sport da contatto, dove possiamo sempre farci male, sono qualcosa che, nella tradizionale occidentale, rappresentava un elemento formativo fondamentale. I corpi sono docili perché manca consapevolezza di ciò che fai e la disciplina come cura e costruzione di sé. Gli sport da combattimento sono consapevolezza e disciplina. Chi fa sport da combattimento sa bene che deve misurarsi con il rischio, la paura, sa che ci si può far male, ma tutto questo non è altro che la vita. In un rapporto ci sono ferite, nella vita quotidiana ci sono sconfitte e traumi, e il soggetto è proprio chi sa costruire se stesso a partire da ferite, traumi, sconfitta.

Il segreto della palestra di Platone: così ci insegna a lottare

Noi dobbiamo fare una battaglia non solo per sopravvivere ma per sentirci vivi, per sentire tutta la forza della vita. Senza disciplina manca la forza che dice: "Bene, passato il colpo traumatico troviamo la modalità per tornare là fuori". C'è questa voglia di tornare ai corpi oggi. È un passaggio fondamentale perché i nostri sono corpi spaesati, perduti. Abbiamo chiuso le palestre quando, in termini di risposta anche sanitaria, rimanere in forma e avere una buona massa magra sarebbe stato una cosa positiva. La nostra logica si è incardinata solamente su chiusure e vaccini. E ciò che c'è in mezzo? I corpi che non si allenano più e sono permeabili all'attacco virale? Le persone non si tengono in forma, non c'è modo di fornire una risposta attiva. "Uscite e allenatevi": questa sarebbe stata una risposta attiva, anziché "rinchiudetevi e non fate niente". C'è una partita interessante da giocare ora, ed è davvero la partita della vita.

Per Crisanti, Galli e Sileri «il rischio ragionato» di Draghi non è stato ragionato poi tanto bene. Da ilnapolista.it il 18 aprile 2021. E’ troppo presto, dicono, ci sono ancora troppi positivi e troppe persone ancora da vaccinare. Pensare alle riaperture ora vuol dire che «l’estate sarà a rischio e dovremmo richiudere». Draghi ieri ha parlato di «rischio ragionato», ha chiarito che è diverso da dire «calcolato», ma è tempo di riaprire, di riprendere a vivere, dal 26 aprile prossimi. Riapriranno i ristoranti, le scuole, le palestre e le piscine. L’andamento dei vaccini lascia ben sperare. C’è però chi non ritiene che i rischi siano stati ragionati a sufficienza.

Come il direttore del reparto di Malattie Infettive del Sacco di Milano, Massimo Galli, che ospite ieri a Otto e Mezzo, su La7, ha dichiarato: «Abbia pazienza: decidiamo di riaprire e abbiamo ancora più di 500 mila casi di attualmente positivi. Il rischio calcolato del governo è calcolato male».

Anche il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri ci va piuttosto cauto. In un’intervista a Open, dichiara: «Dobbiamo essere realisti. I dati di oggi raccontano di un miglioramento e questo fa ben sperare. Ma riaprire così in anticipo può essere sbagliato. C’è un decreto che scade il 30 aprile. La soluzione poteva essere quella di arrivare alla scadenza e ragionare sul mese di maggio con le colorazioni delle regioni. Già dai primi del mese alcuni territori sarebbero tornati in giallo, forse qualcuna in arancione o rossa. Sarebbe potuto essere necessario un sacrificio per lasciar consolidare i numeri e quindi riaprire progressivamente cinema, teatri e ristoranti, considerando come periodo sicuro quello a partire dal 15 maggio. E poi ancora più libero e sicuro quello a partire dai primi di giugno». Ci sono ancora troppe persone da vaccinare, la popolazione non è ancora in sicurezza, dichiara Sileri.

Sulla stessa linea di pensiero è anche Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e virologia dell’Università di Padova, ex consigliere del governatore del Veneto, Luca Zaia. All’Adnkronos ha dichiarato: «Con una situazione di contagio elevato, pensare alle riaperture vuol dire che tra un mese avremo un aumento dei casi di Covid-19 e l’estate sarà a rischio e dovremmo richiudere».

Andrea Crisanti contro Mario Draghi: “Con le riaperture l’estate è a rischio”. Giampiero Casoni il 18/04/2021 su Notizie.it. Andrea Crisanti contro Mario Draghi: “Con le riaperture l’estate è a rischio”. L'esperto ritiene che il governo abbia fatto solo una scelta economica. Andrea Crisanti implacabile contro Mario Draghi: “Con le riaperture l’estate è a rischio”, e l’esperto punta il dito contro la decisione, fortemente voluta proprio dal premier, di riaprire definendola una “stupidaggine epocale”. A parere del professore ordinario di Microbiologia all’università di Padova infatti “il vero rischio è giocarci l’estate”. In che senso? Crisanti ritiene che consentire le riaperture di bar e ristoranti per fine mese e nelle regioni con numeri dei contagi in calo sarebbe controproducente. Perché? Qui l’esperto punta chiaramente il dito: perché quelle riaperture sarebbero non il frutto di una valutazione empirica dei dati epidemiologici, ma di soli parametri economici. Insomma, secondo Crisanti l’Esecutivo è sceso a patti con l’aggressività di covid per sostenere l’economia ma così facendo rischia di ottenere esattamente il risultato opposto. Non mancano le allusioni a poteri terzi e camarille occasionali. Crisanti le ha fatte a La Stampa: “Purtroppo l’Italia è ostaggio di interessi politici di breve termine, che pur di allentare le misure finiranno per rimandare la ripresa economica. Da settimane viaggiamo tra i 15 e i 20 mila casi al giorno: un plateau altissimo, che non consente di progettare riaperture”. E ancora: “La decisione è stata presa e il governo se ne assumerà la responsabilità. Non è una mia opinione, ma di chiunque si basi sui dati. Sento parlare di rischio calcolato, ma come? Di calcolato vedo ben poco e il vero rischio è giocarci l’estate. Allora diciamolo chiaramente: la scommessa è riaprire ora per vedere se a giugno dobbiamo richiudere tutto”. In scia con Crisanti anche Massimo Galli. Per lui il famoso rischio calcolato è “calcolato male”. La soluzione di Crisanti passa per i vaccini, ma ci sono i però atavici che conosciamo tutti. “L’unica sarebbe potenziare la vaccinazione, ma tra forniture, disorganizzazione e diffidenza verso AstraZeneca pare difficile superare quota 350 mila”. A replicare a Crisanti ci ha pensato Gianni Rezza del Cts: “Nel momento in cui si allenta, è normale che l’epidemia possa ripartire e un rischio riaperture c’è, ma abbiamo un sistema di allerta precoce per intervenire subito. Il rischio accettabile per un epidemiologo è zero, per un economista può essere 100. È legittimo che la politica trovi una sintesi”.

Giampiero Casoni. Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

Nicola Porro contro Massimo Galli: "Draghi riapre, sapete perché il professore rosica?". Pesantissima accusa. Libero Quotidiano il 17 aprile 2021. “Il solito Galli ne dice un’altra delle sue. Stavolta non gli sta bene il primo passo in avanti fatto da Draghi sulle riaperture”. Così Nicola Porro ha commentato l’intervento di Massimo Galli da Lilli Gruber a Otto e Mezzo, dove si è detto molto pessimista riguardo alle decisioni assunte da Mario Draghi. Il quale ha parlato di “rischio calcolato” in relazione alle riaperture, che saranno graduali e partiranno dal 26 aprile. Ma l’infettivologo del Sacco di Milano è assolutamente contrario: “Rischio calcolato male, abbiamo ancora più di 500mila attualmente positivi, il che vuol dire che sono almeno il doppio quelli che ci sono sfuggiti”.  “Insomma: il solito ritornello - ha commentato Porro sul suo sito - e poco importa se pure l’ad di Pfizer, Albert Bourla, ha assicurato che presto il coronavirus diventerà come una normale influenza. Poco importa se gran parte delle Regioni hanno ormai dati utili per allentare le maglie delle restrizioni. Per l’oracolo del lockdown dovremmo restare chiusi a oltranza, in barba alla crisi economica”. Poi il conduttore di Quarta Repubblica ha chiuso con un po’ di ironia: “È sicuro che gli italiani tra dieci giorni si riverseranno nei dehors per godersi un aperitivo. Tutti tranne uno: il rigorista Galli non ci sarà”. Dalla Gruber l’infettivologo era stato molto netto nel suo intervento contrario alle riaperture: “Abbiamo ancora una importantissima parte di 70enni, 80enni e 90enni non vaccinati. Rispetto a un Paese come la Gran Bretagna che ha chiuso per un periodo lungo e molto duramente e che ha circa 41 milioni di dosi somministrate, la situazione nostra è diversa. Il sistema dei colori è evidente che non ha funzionato, basta vedere soltanto l’esempio della Sardegna”. 

Riaperture, Pregliasco: “Avranno un prezzo, c’è un rischio oggettivo”. Riccardo Castrichini il 19/04/2021 su Notizie.it. Il virologo Pregliasco parla di rischio oggettivo in riferimento alle riaperture che riguarderanno l'Italia dal prossimo 26 aprile. Il virologo dell’università degli Studi di Milano, Fabrizio Pregliasco, ha parlato delle imminenti riapeture previste in Italia affermando che il rischio oggettivo che i contagi possano riprende c’è ed è molto elevato. “Questa decisione – ha detto Pregliasco nel corso del suo intervento ad Agorà su Rai3 – sicuramente potrà avere un prezzo da pagare e questo è oggettivo”. “Dal punto di vista della sanità pubblica, dal punto di vista scientifico – ha spiegeto il virologo – il rischio dovrebbe tendere a zero, quindi dovrebbe comprendere in questo momento un lockdown stretto, strettissimo e prolungato“. È lo stesso Pregliasco però a riconoscere che in questo momento non sia più possibile muoversi in tal senso e dunque si vada verso quel rischio calcolato di cui aveva parlato il Presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa. “Il sistema dei colori – ha proseguito Pregliasco – ha mitigato la velocità con cui la malattia si è diffusa. Non si è riusciti a ottenere una riduzione dell’incidenza sotto livelli tali da permetterci un tracciamento, però ha reso meno pesante l’impatto sul Servizio sanitario nazionale. Io credo che un rischio c’è – ha aggiunto il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano – è oggettivo e dipenderà da tante cose: in primis dalla velocità con cui la vaccinazione potrà progredire e dalla responsabilità di ognuno di noi”.

Riccardo Castrichini. Nato a Latina nel 1991, è laureato in Economia e Marketing. Dopo un Master al Sole24Ore ha collaborato con TGcom24, IlGiornaleOff e Radio Rock.

 Riaperture, Lopalco: “Rischiamo ripresa circolazione del virus”. Debora Faravelli il 20/04/2021 su Notizie.it. Con le riaperture si rischia di far riprendere la circolazione del Covid prima della stagione estiva: lo ha affermato il virologo Lopalco. Secondo il virlogo Pier Luigi Lopalco le riaperture in programma dal 26 aprile rischiano di far riprendere la circolazione del virus. Il Meridione è ancora in bilico e con molti contagi giornalieri e il cosiddetto stop-and-go in questo momento potrebbe allungare il periodo di sofferenza prima dell’arrivo dell’estate. Intervistato dall’Adnkronos, l’esperto ha fornito un quadro della situazione epidemiologica in Italia spiegando che mentre il Nord è stato colpito in anticipo dalla cosiddetta terza ondata, il Sud sta ancora facendo i conti con molte positività. Per questo ritiene che un’apertura dell’attività ora potrebbe portare ad un aumento dei contagi tale da danneggiare la stagione estiva. Per quanto riguarda l’ipotesi di prevedere un tampone per i ragazzi che torneranno a scuola dal 26 aprile, ha affermato che uno screening una tantum prima del rientro non porterebbe ad un risultato significativo. “Il tampone ha senso solo se ripetuto sistematicamente, la qual cosa non è fattibile visti i numeri degli studenti“, ha aggiunto. Quanto invece all’utilità di strumenti come il passaporto vaccinale o il green pass, ha sottolineato che il combinato di tamponi, vaccinazione e avvenuta infezione potrebbe selezionare una larga platea di popolazione che permetterebbe una ripresa di numerose attività. Il rischio però deve sempre essere messo in relazione al livello di circolazione del virus nella popolazione. Se è basso, quelle misure azzererebbero il rischio in caso di aggregazioni come cinema o ristoranti. “Ma se la circolazione è ancora alta, da soli tamponi e vaccinazioni non offrono la garanzia necessaria per riaperture complete“, ha concluso.

Coprifuoco, Viola: “Spostarlo alle 23 non cambia nulla sui contagi”. Alberto Pastori il 20/04/2021 su Notizie.it. In attesa delle decisioni del Governo, l'immunologa Viola dice: "Coprifuoco alle 23 non cambierebbe nulla per i contagi ma aiuterebbe molte persone". Lunedì 26 Aprile 2021 è una data molto attesa. In quel giorno, dopo settimane di restrizioni, diverse Regioni potrebbero tornare in zona gialla. Questo significherebbe respirare un po’ di quella libertà che tanto ci manca. Nel pomeriggio di martedì 20 Aprile Governo e Regioni discuteranno proprio sulle riaperture. L’incontro sarà preceduto da una riunione del Comitato Tecnico Scientifico e seguito, mercoledì o giovedì, dal Consiglio dei Ministri sul Decreto. In tutto sono undici le Regioni (più Trento e Bolzano) che aspirano alla zona gialla mentre il tasso di positività è ancora al 6 per cento. L’immunologa dell’Università di Padova, Antonella Viola, ha pubblicato sui social la sua opinione circa il possibile allentamento delle restrizioni anti-Covid. “Sono piccoli passi che vanno incontro alle esigenze di tante persone” scrive la dott.ssa Viola “e che farebbero la differenza”. L’immunologa sostiene che spostare il coprifuoco in là di un’ora, alle 23.00, “permetterebbe ai ristoratori che stanno investendo nelle strutture all’aperto di affrontare con maggiore fiducia la ripartenza. Così come aiuterebbe il mondo dello spettacolo, duramente colpito dalle restrizioni. E non cambierebbe invece nulla dal punto di vista dei contagi, a patto che continuino i controlli”.  Sono giorni molto importanti in cui molte categorie sperano di poter tornare a lavorare con più continuità. La speranza è che questo possa accadere presto e irreversibilmente.

Alberto Pastori. Nato a Magenta (MI), classe 1984, è laureato in Teoria e Metodi per la Comunicazione presso l'Università Statale di Milano. Prima di collaborare con Notizie.it, ha scritto per ChiliTV, That's All Trends e Ultima Voce.

Enrico Mentana, affondo a Galli e compagni: "I nuovi esperti di diritto smettano di indignarsi sulle riaperture". Libero Quotidiano il 18 aprile 2021. Un chiaro messaggio in difesa di Matteo Salvini sembra quello di Enrico Mentana. Il direttore del tg di La7 ha voluto condividere su Facebook un lungo sfogo in cui difende la decisione presa dal governo sulle riaperture. Nel dettaglio il giornalista si scaglia contro quegli esperti che definiscono la decisione dell'esecutivo "politica". "Un anno di guerra alla pandemia fa male a tutti, certo. Anche alla democrazia. Torme di nuovi esperti di diritto costituzionale si indignano perché la decisione di riaprire gradualmente è stata presa dalla politica e non dagli esperti, alcuni dei quali erano più dubbiosi o ostili. Ora è giunto il momento che si sappia che l'esecutivo si chiama così non per ornamento, ma perché dotato del ruolo decisionale di cui è investito dal parlamento, che su ogni decreto è chiamato a dibattere e votare". Finita qui? Neanche per sogno. Mentana infatti fa leva sulla capacità "in tempi eccezionali" di fare "scelte dirimenti, e drastiche". Quella di questi giorni non è da meno, "perché presa da un governo di unità nazionale, "all'unanimità" come ha rimarcato il premier. Vuol dire M5s e Forza Italia, Speranza e Salvini, Pd e tutte le regioni". Il ragionamento del giornalista è chiarissimo: "La scelta l'ha imposta chi aveva tutta la legittimazione per farlo". Ossia "un esecutivo nato dall'indicazione diretta del Capo dello Stato, con la maggioranza più ampia degli ultimi 40 anni". Una chiara frecciatina a Massimo Galli che a Otto e Mezzo ha preso di mira "il rischio ragionato" annunciato da Draghi e Speranza. "La soluzione - ha tuonato da Lilli Gruber - è vaccinare e sapere che non puoi fare certe riaperture se non si vaccina abbastanza". 

Da video.corriere.it il 7 aprile 2021. Momenti di tensione in piazza a Roma davanti Montecitorio per la protesta dei ristoratori. I manifestanti, molti senza mascherina, hanno forzato le transenne nel tentativo di occupare la piazza davanti al Parlamento. Pochi minuti prima la piazza aveva ascoltato il comizio di Vittorio Sgarbi, che si è unito alla protesta contro le chiusure e i divieti.

Antonio Rapisarda per "Libero quotidiano" il 14 aprile 2021. Per Nicola Zingaretti è decisamente un momento "no". Nemmeno il tempo di liberarsi dalla zavorra della segreteria del Pd che gli è crollato addosso lo scandalo di Concorsopoli, scoperchiato da Fratelli d' Italia in quel Lazio che il governatore considerava la sua comfort zone. Stesso discorso con le apparizioni tv. Se da leader è stato attaccato dal cotè radical-chic per aver "osato" recarsi nel salotto di Barbara D' Urso, da ex segretario non gli è andata meglio: è stato azzannato "da destra" per un clamoroso scivolone pronunciato, stavolta, a "Mezz' ora in più". A stanare la vicenda è stata Giorgia Meloni: «Zingaretti definisce "lavoretti" le occupazioni di tanti italiani che lavorano nei bar e nelle palestre. Ora capisco la loro scarsa considerazione nei confronti di migliaia di lavoratori disperati». La stoccata è riferita all' intervista del presidente del Lazio, chiamato in causa sulla vicenda degli autonomi in piazza contro le mancate riaperture. «Mi permetto di invitare a questo tavolo coloro che facevano quelli che si chiamavano i lavoretti...», così l' ex segretario dem ha definito - con tono paternalistico - interi comparti distrutti non «dalla crisi» ma dal lockdown con indennizzi farsa: quello ispirato dal governo Conte. Un tentativo maldestro di connettersi con una piazza abbandonata e di fatto ormai sconosciuta alla sinistra "Ztl". Non è tutta colpa sua se il Pd vive su un altro pianeta. Con Enrico Letta non è cambiato il registro. Proprio nei giorni cui in cui il ceto medio impoverito presidia le piazze, dal partito del ceto medio "riflessivo" che cosa si è levato? Proposte quali «il ddl Zan», definito «una misura di civiltà», e lo ius soli, «una norma a cui il Paese è pronto». A rilanciare ciò è stata Simona Malpezzi, una delle due capogruppo giunte in nome dell' altra "emergenza" di Letta: le quote rosa...

Tornano i Bauli in piazza, la protesta dei lavoratori dello spettacolo. Il Dubbio il 17 aprile 2021. Sono stati suonati 419 colpi, tanti quanti sono i giorni di stop del mondo dello spettacolo a causa della pandemia. I lavoratori dello spettacolo, messi in ginocchio dalla pandemia, chiedono sostegni e certezze sulla ripartenza. Mille bauli, 1500 operatori registrati, circa 200 volontari oggi nel flash mob organizzato in Piazza del Popolo a Roma. Sono stati suonati 419 colpi, tanti quanti sono i giorni di stop del mondo dello spettacolo a causa della pandemia, da attori, cantanti, maestranze e, più in generale, da tutti i lavoratori dello spettacolo uniti nella protesta volta a centrare obiettivi stringenti e urgenti: istituire un fondo da erogare in soluzioni mensili; offrire sostegno economico alle imprese della filiera basato sul fatturato annuo legato a spettacolo ed eventi; calendarizzare un tavolo interministeriale che imposti i modelli graduali di ripartenza del settore ed un altro per riformare previdenza e assistenza del settore. Dopo il Duomo di Milano, la piazza ai piedi del Pincio è stata invasa da un esercito di bauli, l’oggetto-simbolo dei lavoratori del “dietro le quinte” del mondo dello spettacolo, e da migliaia di operatori in silenzio, nel rispetto delle norme anti covid e vestiti di nero, in segno di lutto per le professioni che rappresentano. Fra gli artisti scesi in piazza, tutti vestiti di nero, tutti in silenzio e nel rispetto delle norme anti-Covid Alessandra Amoroso, Alessia Barela, Alessio Bertallot, Carlotta Natoli, Anna Foglietta, Barbara Begala, Brunori sas, Chiara Tomarelli, Daniele Silvestri, Diodato, Emma Marrone, Fabrizia Sacchi, Fiorella Mannoia, Flavio Insinna, Francesca De Martini, Francesca Figus, Francesco Bolo-Rossini, Galatea Ranzi, Giorgia Cardaci, Giorgio Marchesi, Giulia Michelini, Giuliano Sangiorgi, Jacopo Olmo Antinori, Laura Nardi, Liliana Massarini, Livio Magnini, Manuel Agnelli, Marco Bonini, Margherita Vicario, Maurizio Lombardi, Max Gazzè, Paolo Calabresi, Rodrigo D’Erasmo, Roy Paci, Sabina Guzzanti, Saturnino Piotta. Per prendere parte a questa seconda iniziativa sono arrivati a Roma diversi pullman da tutta Italia (due solo da Milano, uno da Bologna). Al momento della convocazione alle ore 14 tutti gli iscritti hanno ricevuto mascherine, gel e t-shirt da indossare durante il flash mob. Niente altoparlanti ma un Media Corner, moderato da Maura Gancitano ed Andrea Colamedici di Tlon, la scuola permanente di filosofia e immaginazione con cui Bauli In Piazza collabora. La manifestazione si inserisce in una campagna di comunicazione internazionale promossa dalla rete We Make Events, nata in Inghilterra, oggi adottata in tutto il mondo e sostenuta da artisti come Mick Jagger, per dare voce e visibilità al settore, sia a livello governativo che sensibilizzando l’opinione pubblica. Ricorrendo il triste anniversario di completa inattività che perdurerà ancora almeno per tutto il 2021, l’obiettivo è ribadire l’urgenza di un sostegno strutturale e continuativo alle imprese e soprattutto alle lavoratrici e ai lavoratori, molti dei quali autonomi o con contratti atipici.

Quegli ultrà delle chiusure che odiano i commercianti. Vittorio Macioce il 17 Aprile 2021 su Il Giornale. La Guzzanti esalta gli artisti e sbeffeggia i negozianti per lei tutti ricchi ed evasori. Ma i social la inchiodano. Aprire o chiudere. Zero o uno. La pandemia è finita dentro un sistema binario. Non c'è più un come, un dove, un quando e neppure un perché. Non c'è più il buon senso e perfino gli indici del contagio ognuno alla fine li legge a modo suo. Le scelte, anche questa volta, sono diventate ideologiche. Siamo arrivati così a due tribù che non si riconoscono, si ingiuriano, si maledicono e si accusano a vicenda di rovinare ciò che resta dell'Italia. Aprire o chiudere non è più un dilemma. Non è una scelta razionale. Non è una questione pratica e neppure politica. È uno scontro. È un modo per rivendicare chi sei, cosa vuoi, chi ti assomiglia, chi ami e chi odi. È identità. È barricata. È colore. È appartenenza. È classe sociale. È chiudere contro aprire. È l'ennesima guerra civile di parole di questo maledetto paese dove buongiorno non vuol mai dire davvero buongiorno. Lo vedi anche nei titoli dei giornali. C'è chi come Il Fatto, e in parte Domani, vede nelle riaperture una debolezza, una scelta irresponsabile che serve solo a assecondare le paure di commercianti e artigiani. C'è chi come Michele Serra li invita a non lamentarsi e a accettare come Giobbe i capricci del cielo. La chiama sfiga e così sia. Non sono il loro popolo. C'è chi, anche al governo, vede nelle chiusure non più un sacrificio, un'emergenza, ma quasi una regola di vita, il ritorno a una società più sobria e libera dal peccato del denaro, dell'impresa, del capitalismo. Il virus come rivoluzione dei costumi. È in questo scenario che appare la variante Sabina Guzzanti. È un salto nella discussione pubblica. Il dilemma non è più aprire o chiudere, ma chi aprire e chi lasciare al buio, magari per sempre, come una punizione, come una vendetta, come una resa dei conti. È una nuova logica binaria: artisti contro «bottegai». Gli artisti, giusto per chiarire, non sono gli artigiani. La sintesi è che i teatri sono moralmente superiori ai negozi. Tutto comincia a Foligno, centro del centro del mondo. Il comune fa il bando per «Estate al Trinci». L'idea è questa: noi mettiamo a disposizione il palazzo Trinci e gli artisti vengono qui a fare i loro spettacoli, gratis. Sabina Guzzanti fa notare con un messaggio su twitter che anche attori e cantanti devono mangiare. Quel gratis stona. «È vero che chi sceglie l'arte non lo fa per soldi, però...». Non tutti sono d'accordo. C'è chi commenta: «Come mai esercenti e artigiani sono evasori, mentre gli artisti meritano rispetto?». La risposta dell'attrice è uno sputo in faccia. «Immagino dipenda dal fatto che buona parte dei commercianti possiede appartamenti, macchinone e a volte barche mentre la maggior parte degli artisti vive con lo stretto necessario». Non si ferma qui: «Mi viene anche in mente che molti non paghino le tasse». È inutile raccontare a Sabina Guzzanti come vive un commerciante. Potrei scrivere di mia madre, di cosa significa crescere quattro figli alzandosi tutte le mattine alle quattro per aprire il forno, ma a che serve? L'ideologia chiude gli occhi. Non ti fa vedere la fatica di chi fa una vita diversa dalla tua. Questa storia poi che chi ha un negozio non ama la cultura è il pregiudizio di chi non sa, di chi ignora. Mia madre non mi comprava «macchinoni» ma libri. Il suo orgoglio era: farmi studiare. Questo vale per tanti, tantissimi commercianti. È il desiderio di dare un futuro diverso ai propri figli. Diverso significa più facile. Non farli vivere con quell'ansia di non sapere se domani riuscirai a restare aperto oppure no. Basta poco per fallire: una malattia, un investimento sbagliato, un supermercato che ti apre di fronte, un virus. Una attrice, un'artista, dovrebbe riconoscersi in chi rischia e per una passione si gioca ogni giorno il tutto per tutto. Se non lo fa o è poco sensibile oppure non ha mai rischiato. Stop alla parentesi personale. Chissà se Sabina Guzzanti si aspettava la risposta di Matteo Salvini. Forse sì e infatti è arrivata: «La invito a vergognarsi e a rispettare la gente che lavora. #sinistramarziana». Tutto ritrova la sua logica. La pandemia come scontro di classe. È questa ormai la ferita politica più profonda dell'Italia. Se apri sei di destra, se chiudi sei di sinistra, se apri solo scuole e teatri sei intellettuale e di sinistra. Pietà. Non stiamo più cercando una via di uscita dalla pandemia. Tutto quello che vogliamo è una bandiera.

"Sono solo lavoretti". Così Zingaretti umilia gli italiani in difficoltà. Daniele Dell'Orco il 14 Aprile 2021 su Il Giornale. A Mezz'ora in più, ospite di Lucia Annunziata, l'ex segretario del Partito democratico definisce "lavoretti" quelli svolti in attività che sono chiuse ormai da un anno e rischiano di non riaprire. Un leader politico in confusione totale. Nicola Zingaretti è l'ombra di se stesso, da quando si è dimesso (è stato fatto dimettere) dalla segreteria del Pd non ne ha azzeccata una. Dal punto di vista pratico. Il fratello di Montalbano però è molto apprezzabile come teorico, artista dell'anti-politica e del distacco dalla realtà. Per il suo ultimo scivolone, difatti, ha persino scelto una rima. Zingaretti, infatti, ha pensato bene di definire in diretta sulla tv pubblica, "lavoretti" quelli svolti in bar, palestre etc. Il virgolettato non è casuale, perché a Mezz'ora in Più, di fronte a una Lucia Annunziata più attenta a redarguirlo per l'uso politicamente scorretto del detto "botte piena e moglie ubriaca", l'ex leader dei dem ha proprio scelto di optare per l'air quotes, il gesto con le due dita delle mani per enfatizzare una parola. La parola in questione, lavoretti, che fa rima con Zingaretti, è il modo perfetto per capire come gli esponenti della sinistra in cachemire dipingono milioni di persone che lavorano, o per dirla alla Zingaretti, lavoravano, in alcuni dei settori che trainano, o per dirla sempre alla Zingaretti, trainavano l'Italia. Quando si parla della ristorazione, ad esempio, poiché per "lavoretti" è pressoché evidente che Zinga intendesse anche, chissà, un cameriere o un lavapiatti, si deve fare riferimento ad uno dei pochi settori che, prima della pandemia, cresceva a dismisura. Oltre, ovviamente, a rappresentare un'eccellenza italiana nel mondo e un biglietto da visita per decine di milioni di turisti l'anno. Sì, perché specie i piccoli esercizi, quelli dove si svolgono parecchi "lavoretti", erano aumentati del 7%, con alla mano i dati del 2019, il numero più alto d'Europa. Tradotto in cifre: 80 miliardi l'anno di fatturato e 730mila dipendenti impiegati, oltre la metà a tempo indeterminato. Per non parlare dei cibi d'asporto e dello street food. Volavano, letteralmente, tra catering (+9,4%), servizi a domicilio (+13,8%) e appunto le tanto popolari attività "di strada" (+40,9%). Contando anche i bar, cresciuti meno in termini percentuali ma poiché già numerosissimi (+0,8%), Zingaretti ha praticamente offeso un milione di persone, che da un anno sono a braccia conserte per via delle restrizioni che l'onnipresente Pd (c'era nel Conte II e c'è anche nel Draghi I) ha sempre approvato. Anzi, molti dei ministri dem sono grandi fan del chiusurismo di Roberto Speranza e anche per questo rivali dei "secessionisti" di Italia Viva. Ma Zingaretti, si sa, pensa in grande. E non pago ha menzionato anche le "palestre", air quotes. Per palestre intenderà più in generale il settore fitness? Perché, nel qual caso, comprende anche piscine, associazioni sportive, centri sportivi, personal trainer freelance etc. Il 40% di loro rischia di non avere più un'attività, portandosi via altri 350/400 mila posti di lavoro. Robe da poco, insomma. E poi non si parla certo di impieghi importanti come il suo, Governatore di una Regione nota alle cronache per l'acquisto di dispositivi di protezione mai arrivati. O impieghi come quelli che i tesserati del suo partito, il Pd, hanno ottenuto grazie ai concorsi "dei miracoli". Ce lo immaginiamo su una terrazza nel centro di Roma, Zingaretti, mentre si gode il clima mite della primavera italiana, con occhiali da sole e completo di lino, circondato da piante d'agrumi mentre sorseggia Bourbon invecchiato 6 anni, sventolare il Rolex affacciandosi sulle piazze gremite di centinaia di migliaia di persone disperate che implorano di poter tornare a fare il proprio lavoro, e commentare: "Tutto questo chiasso solo per qualche lavoretto, quando per non avere problemi vi sarebbe bastato partecipare al bando di Allumiere".

Coronavirus, Filippo Facci: morire di fame o di Covid? Italiani a un bivio, ma i divieti non servono. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 14 aprile 2021. Si può morire solo da vivi, ma in Italia la differenza tra le due condizioni sta trascolorando in una zona che è non più rossa né arancione né gialla: è una zona grigia immutabile che non è buio né luce infondo al tunnel, è una vivida realtà primaverile in cui la scelta tra morire di Covid o morire di fame non sembra più una battuta, non sembra più un paradosso o una semplificazione inaccettabile.Ci sono un paio di verità che non abbiamo il coraggio di dirci, e la recentissima sospensione del vaccino di Johnson& Johnson – proprio ieri, con le prime dosi sbarcate in Italia – rende queste verità più evidenti perlomeno a chi è disposto a vederle. Una è che il treno delle vaccinazioni è passato, e non l’abbiamo preso. Abbiamo il dovere di non mollare, di corrergli dietro, di fare come se potessimo ancora saltare sull’ultimo vagone come nei vecchi film, e sia benedetto chi ci prova e ci proverà con tutto l’impegno possibile: quello che non possiamo più fare, però, è restare ad ammuffire in sala d’aspetto come se quel treno dovessero ancora annunciarlo. Non esistono soluzioni all’italiana: quel treno è andato – il treno che l’Inghilterra e altri paesi hanno preso, per dire – e certo passeranno altri convogli, e sarà così per tutti gli sforzi che intanto si continueranno a fare: ma per oggi, ripetiamo, quel treno è andato e tutti i vaccini che servono non ci sono o non ci sono stati, il famoso «vaccino italiano» non l’abbiamo sviluppato – con colpe che hanno nomi e cognomi, ma non è questo l’articolo – e comunque non c’è nessuna immunità di gregge all’orizzonte, nessuna data attendibile su niente, non c’è «domani»: c’è solo «oggi» e noi che all’oggi dobbiamo guardare, prima che un Paese muoia per eccesso di prevenzione.

L’arte di arrangiarsi. L’oggi in effetti basta guardarlo: è fatto di zone rosse che già non esistono più, perché nessuno le rispetta o rispetterebbe più, è fatto di gente che si arrangia e sopravvive solo perché qualche regola ha deciso di violarla, e magari lavora poco e male e di nascosto; l’oggi è fatto di gente che scende in piazza perché vuole lavorare e non smetterà più di scendere in piazza, è fatto di gente civilissima che non rispetta più la legge o che l’ha adattata alla realtà che ha imparato a conoscere in un anno e oltre di lockdown, interruzioni, riprese, ondate vere o presunte, promesse fatte con i granai ormai vuoti, e arte di arrangiarsi – quella sì –molto italiana, troppo italiana: quasi obbligatoria. È anche questo lo «scollamento» che c’è tra una larga parte della popolazione e le istituzioni, di cui parla qualche politico: nessuno è più disposto a regolarsi solo in base a punti di vista «scientifici» che ogni volta ci ricordano soltanto, con parole sempre diverse, che si muore perché si vive; nessuno è più disposto a vedere un fattore decisivo nella mascherina che copra bene il naso o in un Ibrahimovic che passi al ristorante di un amico; nessuno è più disposto a credere che tra morte virale o morte civile, rischio per rischio, non si possa scegliere anche la seconda, come altri paesi hanno fatto: magari cominciando a prospettare un timido crono-programma delle riaperture che dia almeno qualcosa di certo da attendere, preparare, scegliere, appunto programmare.

Provare a convivere. Dicono che Mario Draghi l’abbia capito, che stia rompendole scatole al farraginoso Comitato Tecnico scientifico affinché prepari dei protocolli per le prime riaperture; dicono che da metà maggio si potrà andare al ristorante anche la sera, dicono che qualche arcigno virologo abbia detto che uno spettacolo all’aperto si potrebbe anche contemplare, dicono che qualche farmaco l’hanno anche inventato, che le cellule monoclonali funzionano, che le terapie intensive traboccano di gente ma non certo come un anno fa, dicono che persino una gran parte degli italiani abbia capito che non si può campare di sostegni che peraltro non sostengono. Dicono – anzi, è l’unica cosa certa – che la stagione calda si avvicina e ci darà tregua: e approfittarne all’eccesso sarebbe un suicidio, ma blindarsi nel terrore sarebbe anche peggio. Dicono e ci hanno sempre detto, insomma, che a convivere col Covid dovremmo abituarci: ecco, forse siamo pronti.

Scontri e petardi alla protesta dei ristoratori: In 800 in piazza San Silvestro con le manette ai polsi. Elena Del Mastro su Il Riformista il 12 Aprile 2021. Una Roma blindata ha accolto circa 500 manifestanti che sono scesi in piazza san Silvestro per protestare contro le chiusure. La manifestazione si prospettava pacifica ma dopo poco è salita la tensione: i manifestanti hanno lanciato di petardi ed oggetti contro le forze dell’ordine schierate in tenuta antisommossa. I manifestanti, alcuni con le manette, e le mani alzate hanno chiesto di andare in corteo verso Montecitorio. Sulle magliette domina l’hashtag #nonsonoessenziale e il grido è “Dimissioni dimissioni, dimettetevi tutti” e “libertà, libertà”. Piazza San Silvestro è piena di ristoratori, commercianti, artigiani, lavoratori del turismo e dello sport per il sit-in IoAPro. “Stanno bloccando il nostro diritto a manifestare (riferendosi alla Questura che domenica ha negato l’autorizzazione a manifestare nella piazza già occupata per un’altra mobilitazione), ma noi arriveremo comunque, io arriverò a Roma anche a nuoto, a piedi, su un tappeto volante, perché è un mio diritto manifestare”, ha detto durante una diretta Facebook sul canale del movimento “Io Apro”, Momi El Hawi. “Siamo in tanti, tutta Italia si sta muovendo per prendersi i propri diritti – ha aggiunto – oggi dovranno darci una data e noi faremo di tutto per sederci a un tavolo sulle riaperture che sia il 19 aprile, il 20, o il 21 aprile. Oltre non andremo”. “Noi ci saremo, ci vediamo in piazza Montecitorio – ha concluso Momi – non alzeremo un dito ovviamente, nessuno dovrà alzare un dito. Sarà una rivoluzione ghandiana”. In piazza si sono radunati ristoratori, negozianti, lavoratori di palestre e piscine. Tra loro anche alcuni militanti di Casapound che hanno raggiunto piazza San Silvestro a Roma e si stanno unendo ai manifestanti di IoApro. Molti di loro, per lo più senza mascherina, gridano ‘Fateci passare siamo lavoratori’. “La paura di morire non ci sta facendo vivere” recita uno striscione esposto. “Siamo qui a sostegno delle categorie colpite perchè lavorare è un diritto” dice un militante. Molti manifestanti lamentano di essere stati bloccati alle porte di Roma e quelli provenienti dalla Sicilia già da Catania. Molte le bandiere col tricolore sventolate tra i fumogeni bianchi, rossi e verdi. “Diranno che siamo dell’estrema destra – dicono dal palchetto attrezzato – ma siamo solo padri di famiglia che vogliamo dare da mangiare ai nostri figli”. Molti i manifesti funebri che annunciano la morte di Palestre e Piscine, oltre ai cartelli con scritto “Dalla padella di Conte alla brace di Draghi” e “Siamo tutti un autogrill”. “Vogliamo un incontro con Mario Draghi o con il ministro Giorgetti. Il governo Draghi ci deve ascoltare perché siamo capaci di portare avanti l’Italia anche senza di loro”. “Non siamo venuti qua non per fare casino – aggiungono – ma per aprire un dialogo, siamo qui per dare dei cioccolatini alle persone perché vogliamo affrontare quanto sta accadendo con la dolcezza”.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 12 aprile 2021. Qualcuno è arrivato ieri. Altri nella notte. Il tam tam sui social non si è mai fermato. Come l'accoglienza di alcuni albergatori che per pochi euro hanno messo a disposizione le loro camere. Oggi il popolo di «#IoApro» tornerà a Roma, l'intenzione è assediare nel pomeriggio «Montecitorio con 20 mila persone, anche 50 mila», dicono gli organizzatori della protesta per sollecitare le riaperture delle attività commerciali, in particolare dei ristoranti. La Questura ha negato piazza Montecitorio, già teatro di scontri, spiegando che non solo è occupata da un'altra iniziativa già autorizzata - quella dei movimenti di destra, come Magnitudo -, ma non può contenere più di 100 persone per le norme anti-Covid. Da San Vitale invitano a non credere a quanto scritto su Facebook dal movimento, perché la richiesta di sit-in è già stata respinta il 9 aprile. Fallita la trattativa per piazza del Popolo, ieri sui social è stato annunciato però un altro sit-in, non autorizzato, al Pantheon. Da qui il rafforzamento della vigilanza ai caselli autostradali, sulle consolari, agli svincoli del Raccordo anulare, nelle stazioni ferroviarie per intercettare l'arrivo di persone che vogliono partecipare alla protesta. Oggi poi il centro sarà blindato. Ma da «#IoApro» non mollano: «Centotrenta pullman partiranno da tutta Italia, invaderemo Montecitorio. Utilizzate anche auto e treni, nessuno può fermarvi per riconquistare i vostri diritti. Circonderemo il Parlamento in maniera pacifica e lì costringeremo a uscire dal palazzo». Il timore reale è quello di infiltrati pronti allo scontro che si aggireranno nei dintorni di via del Corso e piazza Colonna, pronti a infilarsi verso Montecitorio. Intanto però fra i ristoratori c'è già chi ha riaperto comunque. Gabriele Sacchi, seguendo le indicazioni del Mio (Movimento italiano ospitalità), lo ha fatto mercoledì scorso. «Anche oggi (ieri, ndr) - racconta - sono venute una decina di persone. Avvisiamo i clienti che rischiano una multa: c'è chi risponde "chissene..." e chi se ne va prendendo il cibo in asporto». Con il titolare di «Margot», vicino a via Crescenzio, ci sono «Agrodolce» in via dei Crociferi, l'«Ottavo Colle» all'Eur e «Le Fraschette» di Ariccia. C'è Armando Minotti di «Loste Ria», all'Ostiense, un irriducibile nonostante multe e sigilli. Ma se da «Margot» i vigili non sono passati, sono invece andati da «Agrodolce». Multa sospesa. «Qui mai più di 7-8 clienti - raccontano Maria Soldatova e il fidanzato Antonio Russo -. Cerchiamo di metterli nella saletta dietro». Va meno bene all'Ottavo Colle, all'Eur: «I clienti arrivano - dice il titolare Lino Valente - ma da queste parti ci si spaventa facilmente: prendono il cibo in asporto». Ad Ariccia aperte le fraschette come l'«Antico Grottino» e l'«Osteria da Angelo». Ma «è un piccolo paese - spiega il loro leader Maurizio Zamparini - e più che qualche panino non abbiamo venduto». Anche a Viterbo è tutto fermo. «Non viene nessuno», ammette Paolo Bianchini, leader del Mio e titolare dell'«Osteria del vecchio orologio».

Rinaldo Frignani per roma.corriere.it il 12 aprile 2021. Scontri e bombe carte nel centro di Roma, alla manifestazione di piazza San Silvestro dove 800 manifestanti del settore delle palestre e della ristorazione stanno protestando contro le chiusure. Lancio di oggetti contro gli agenti, mentre i manifestanti sono schierati, pronti all’attacco. E le forze dell’ordine rispondono con gli idranti. Un gruppo nutrito di partecipanti al sit-in è arrivato a piazza San Lorenzo in Lucina, davanti al cordone della polizia. Urla: «Libertà! Siamo pronti alla guerra». Una sessantina di persone sono riuscite invece ad arrivare all’angolo con via di Montecitorio. Ristoratori, titolari di palestre, qualche infiltrato. Radunati a piazza San Silvestro intonano cori, urlano «Libertà, libertà». «Non siamo partite Iva, siamo persone, siamo famiglie - spiega un ristoratore arrivato da Napoli - non siamo delinquenti, siamo persone che lavoravano 14 ore al giorno». Mentre un altro aggiunge: «Ci negano anche il diritto di manifestante. È stata un’impresa arrivare qui». Molti i manifesti funebri che annunciano intanto la morte di palestre e piscine, oltre a cartelli con la scritta «Dalla padella di Conte alla brace di Draghi» e «Siamo tutti un autogrill». Un pullman diretto al sit-in non autorizzato è stato fermato dalla polizia per un controllo al casello di Roma Nord. A bordo c’erano 39 persone, tutte identificate. Altre tredici dirette al sit in organizzato sono state bloccate dalle forze dell’ordine alla stazione Termini e identificate. Provenivano dalla Sicilia. Intanto è cambiato il programma degli organizzatori: hanno scelto piazza San Silvestro come luogo di ritrovo per poi dare vita ad un corteo verso Montecitorio. L’intenzione è quella di raggiungere il Pantheon dove è in corso un’altra protesta. «Stanno bloccando il nostro diritto a manifestare (riferendosi alla Questura che domenica ha negato l’autorizzazione a manifestare nella piazza già occupata per un’altra mobilitazione), ma noi arriveremo comunque, io arriverò a Roma anche a nuoto, a piedi, su un tappeto volante, perché è un mio diritto manifestare»: in una diretta Facebook sul canale del movimento «Io Apro», Momi El Hawi, il pizzaiolo di Firenze tra gli organizzatori della protesta aveva confermato l’appuntamento davanti a Montecitorio. «Siamo in tanti, tutta Italia si sta muovendo per prendersi i propri diritti - ha aggiunto - oggi dovranno darci una data e noi faremo di tutto per sederci a un tavolo sulle riaperture che sia il 19 aprile, il 20, o il 21 aprile. Oltre non andremo». «Noi ci saremo, ci vediamo in piazza Montecitorio - ha concluso Momi - non alzeremo un dito ovviamente, nessuno dovrà alzare un dito. Sarà una rivoluzione ghandiana».

IoApro, la bugia sulla protesta. Ecco la verità sui "saluti romani". Giuseppe De Lorenzo il 13 Aprile 2021 su Il Giornale. Ieri in piazza ristoratori e lavoratori piegati dal lockdown. Con loro anche CasaPound. Ma sui saluti romani la verità è un'altra. Se ci limitassimo ad ascoltare i commentatori alla Twitter, tipo l’intrepida Selvaggia Lucarelli, sulla manifestazione #IoApro ne ricaveremmo un racconto più o meno così: ieri in piazza a Roma non sono scesi ristoratori, lavoratori e disperati vari, ma una mandria di violenti che marciavano intonando l’inno “aperitivo e moschetto, fascista perfetto”. Per capire un po' meglio, invece, basterebbe leggersi il resoconto di Tpi, giornale online non esattamente tacciabile di connivenza coi fasci. Riassunto: ci sono stati alcuni brevi scontri, provocati - pare - da esponenti di CasaPound, ma “la maggior parte dei manifestanti" sono andati "in piazza con intenti pacifici e nel pieno rispetto delle norme anti-Covid”. A parte il fatto che il corteo non era autorizzato (ma se protesti, viva Dio!, ci può anche stare che non aspetti la bollinatura della Questura) non pare insomma sia stato un pomeriggio di fuoco e fiamme. Chi scrive in passato si è infiltrato tra i Black Bloc e sa bene cosa significhi la guerriglia organizzata. Tutta un’altra cosa. Tuttavia sui social è partita la gara a puntare il dito contro i fascisti infiltrati alla manifestazione. Vero: CasaPound c’era. E allora? È un partito che si presenta alle elezioni, e voi volete impedirgli di protestare? E se anche tutti i ristoratori fossero di destra, pure estrema, avrebbero meno diritto di lamentarsi di un commerciante di sinistra? Poi sia chiaro: se fossimo nei promotori di #IoApro, CasaPound la lasceremmo alla porta. Ma non per un pregiudizio: solo perché è scontato - in questo strano, assurdo Paese - che se in mezzo alla piazza ci metti quel gruppetto lì, poi nessuno ti prenderà sul serio. Se infine ci aggiungi che nel parapiglia esplodono pure un paio di petardi (oggi chiamati “bombe carta”), allora è scontato che passi dalla ragione al torto. Anche perché pigliarsela coi poliziotti è idiota oltre che criminale: loro sono lì per eseguire degli ordini. Se gli hanno comandato di non far entrare nessuno in Piazza Montecitorio, e voi insistete nel farlo, è normale che prima o poi parte il manganello. Lanciare bottiglie di vetro sugli agenti è inaccettabile, sia che a farlo sia un anarchico, un populista o un disoccupato senza più cibo. Punto. Tuttavia le fotografie circolate ieri non raccontano tutta la verità. Abbiamo visto e rivisto i video: le “mani alzate” di cui parla Lucarelli non sono saluti romani, come invece tanti altri scrivono online e alcuni furbetti con la penna fanno intendere. I manifestanti in prima fila stavano “alzano le mani” come ad arrendersi o per cantare slogan di vario tipo. Fa comodo - cara Lucarelli - lasciar intendere che #IoApro non sia altro che gentaglia fascista senza ristoratori. Ma non è vero: così finisce col delegittimare un disagio che invece è reale, vero, doloroso. Quello di imprenditori senza più un soldo, lasciati in attesa di ristori inesistenti, la cui unica possibilità di sopravvivenza si riduce ad un’unica parola: riaprire. Chi si mischia con CasaPound sbaglia strategia, ogni violenza va condannata, ma smettetela di vedere solo saluti romani.

Coronavirus, scoppia la rivolta dei commercianti: per uno che va in piazza mille soffrono in silenzio. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 07 aprile 2021. La rivolta di chi vuol lavorare e non vuole morire in ginocchio. La manifestazione di ieri dei ristoratori davanti a Montecitorio è degenerata. Dal grido «buffoni, fateci riaprire» si è passati alla forzatura delle transenne e allo scontro con le forze dell’ordine, a due agenti feriti e ad alcuni arresti. Scene analoghe si sono viste in altre città. Usiamo pure due righe per dire che non sono spettacoli edificanti. Ma non è questo il punto. I commercianti furibondi davanti alla Camera non sono i giovani viziati del '68, quelli che Pasolini rimproverava di assaltare, in nome dell'uguaglianza, ragazzi messi peggio di loro. Quella di ieri era una guerra tra poveri: categorie disperate messe in ginocchio da un potere squattrinato e sconclusionato ma arrogante e dispotico che si fa difendere da agenti dei quali si ricorda solo quando ne ha bisogno per salvarsi la pelle. Il Paese da tempo non è più scomposto tra destra e sinistra; e ora, che da un anno interi settori sono stati messi nell'impossibilità di guadagnare, non è più neppure spaccato tra Nord e Sud. L'Italia è divisa tra i sudditi, spolpati e abbandonati, e lo Stato, che prima pareva fregarsene dei cittadini e ora pare chiaro che non è in grado di fare nulla per loro. Il cambio di governo, senza un cambio di passo nelle misure anti-virus e nei sostegni economici, ha gettato nello sconforto quanti avevano riposto nel nuovo premier ogni speranza. Purtroppo Draghi non è solo, la sinistra delle chiusure lo tira per la giacca e non può permettersi di rischiare sul Covid, perché tutti, il segretario del Pd Letta in testa, gli salterebbero al collo. Però sempre più italiani scalpitano e sempre meno capiscono. Se solo un contagio su mille avviene all'aperto, perché durante la bella stagione bar e ristoranti devono rimanere chiusi? Perché gli ambulanti, in piazza ieri, non possono lavorare? Troppi divieti sembrano estratti a sorte dal cappello di un matto. Possiamo fare jogging, ansimando come dannati, ma non stenderci a prendere il sole in spiaggia. Ci si può assembrare nei supermercati ma restano chiusi esercizi commerciali dove entrano a dir tanto dieci persone in un giorno. È la follia delle misure anti-Covid che fa ammattire. Le difficoltà economiche sono la miccia, il tergiversare inconcludente del ministro Speranza, incapace di dare una data per le riaperture, e le prime promesse disattese del generale Figliuolo, che continua a spostare un po' più in là le date di una piena vaccinazione di massa, sono il fiammifero che ha acceso gli animi. La sinistra, tanto per cambiare, andrà avanti con il ritornello di Salvini e Meloni che incendiano la protesta, ma la contestazione è spontanea e apolitica. In piazza si vede la punta dell'iceberg. Per uno che si agita, ce ne sono mille che soffrono in silenzio perché talmente sfiduciati da ritenere inutile perfino alzare la voce.

L’IRA DELL’ITALIA CHE NON CE LA FA PIÙ ORE DI GUERRIGLIA SOTTO IL PARLAMENTO. Una barista si inginocchia davanti a un agente il quale si toglie il casco per consolarla. Vincenzo Damiani su Il Quotidiano del Sud il 7 aprile 2021. Scontri a Roma davanti a Montecitorio, tensioni a Milano, autostrada occupata a Caserta. Giornata di proteste e rabbia in Italia, da Nord a Sud ristoratori, mercatali, commercianti, fieristi hanno dato vita a manifestazioni in piazza e bloccando le principali arterie stradali. Ma è nella Capitale che la situazione è degenerata quando un gruppo ha cercato di sfondare il cordone della polizia davanti a Montecitorio e sono scoppiati dei tafferugli. Due poliziotti sono stati feriti, una donna è stata colta da malore ed è stata soccorsa dal 118. Dopo il lancio di lacrimogeni, la situazione è tornata alla calma. Per oltre quattro ore i manifestanti hanno tenuto in scacco la piazza, mentre la polizia di Stato, in tenuta antisommossa, l’ha tenuta blindata, separando piazza Montecitorio da Palazzo Chigi, dove attorno alle 17 è rientrato il premier Mario Draghi dopo la trasferta in Libia. È stata una giornata di tensione in tutta Italia, le categorie più colpite dalle restrizioni anti Covid e dalle chiusure sono allo stremo. “Ormai lavoro per un euro all’ora. Gli investimenti di una vita erano nel mio bar”, l’immagine della disperazione è rappresentata da una barista di Bologna: Lorena, 62 anni, si è inginocchiata in lacrime davanti al cordone della polizia in piazza Montecitorio e un agente, togliendosi il casco, si è accovacciata vicino a lei per consolarla ed aiutarla a rialzarsi. E’ la fotografia di una Italia che non ce la fa più. “Sono qui per me e per i miei figli. Noi siamo come voi – ha detto la donna agli agenti – non siamo negazionisti vogliamo solo lavorare e poter riaprire”. “Libertà, libertà”, è stato lo slogan urlato davanti alla Camera. Tra i manifestanti, molti senza mascherina, anche le bandiere blu di Italexit, il movimento del senatore ex M5S Gianluigi Paragone, e un uomo, Ermese, ristoratore modenese, vestito come Jake Angeli, l’appartenente al movimento Q-Anon che fece irruzione al Congresso Usa a Washington. In piazza pure i militanti di CasaPound. “Lavoro, lavoro”, è stato il coro del folto gruppo di commercianti ambulanti che si è riunito in piazza Duca d’Aosta, davanti alla stazione centrale di Milano, per chiedere di poter riaprire “prima possibile” e “immediati ristori” per il comparto “allo stremo”. Da piazza Duca d’Aosta i duecento manifestanti, con un centinaio di automezzi, hanno improvvisato un corteo che si è fermato a poca distanza, in via Vittor Pisani, bloccando la strada, con il traffico che è stato deviato nelle vie limitrofe. Anche una cinquantina di bus turistici si sono radunati davanti al palazzo della Regione Lombardia in via Melchiorre Gioia. Oltre 200 mercatali, invece, hanno bloccato l’autostrada A1 Roma-Napoli all’altezza di Caserta: notevoli i disagi tra gli automobilisti, con code di chilometri e rallentamenti su tutta la rete. Gli operatori hanno occupato la sede autostradale con i furgoni. “La nostra intenzione – ha spiegato Peppe Magliocca presidente dell’Ana-Ugl di Caserta – è arrivare a Roma per protestare contro una situazione assurda, con tanti operatori sul lastrico, che si sentono abbandonati”. Sul posto è arrivata la polizia in assetto antisommossa; sull’asfalto sono stati srotolati alcuni striscioni: “Se non guadagno come ti pago”, “Commercio aree pubbliche commercio sicuro” e “Dpcm non funziona, cambiatelo”, alcune delle frasi. “Mercati chiusi e senza aiuti”; “Gli ambulanti se non muoiono di Covid moriranno di fame” e, ancora, “gli ambulanti vogliono lavorare”: sono gli slogan con i quali ieri mattina hanno protestato a Bari i venditori ambulanti dei mercati pugliesi, chiedendo la riapertura e ristori per il periodo di chiusura imposto dalla zona rossa. Anche a Bari circa 200 i manifestanti che si sono riuniti con i loro furgoni nell’area mercatale di piazzale Lorusso e si sono poi spostati in un’altra area mercatale della città, in viale della Maratona. “È assurdo, se vendi mutande puoi stare aperto, perché? Coi vestiti prendi il Covid e con le mutande no? In un anno siamo stati chiusi cinque mesi, non possiamo più reggere”: Roberta Bacarelli, presidente di Federmoda di Confcommercio Napoli lo chiede dall’uscio del suo negozio in via Carlo Poerio, dove ha esposto degli slip da donna, come ieri hanno fatto altre centinaia di negozi a Napoli e in tutta la provincia da Pompei a Pozzuoli. “Al signor De Luca, al signor Speranza, al signor Draghi – dice Salvatore Amente, commerciante di moda maschile a Chiaia – diciamo che siamo ai limiti della sopportazione. Siamo tutti sotto sfratto, appena finisce questa pandemia, ne avremo un’altra, perché ci cacciano tutti. Dovranno trovare un vaccino anche per gli affitti”. Tanti i negozi aperti, senza ricevere i clienti, con mutande esposte come provocazione. A Napoli da Chiaia al Vomero, da Corso Umberto a via Toledo e in alcuni esercizi è arrivata la polizia per assicurarsi che non ci fosse vendita in atto, verificando che i negozi fossero aperti solo per protesta. “Lo Stato ci ha abbandonato”: è uno dei tanti cartelli esposti dagli oltre duecento venditori ambulanti provenienti da tutta la provincia di Foggia che hanno protestato, non a caso, nel piazzale di fronte al cimitero cittadino. La mobilitazione continuerà anche oggi per gli ambulanti toscani aderenti ad Assidea: “Il tempo della pazienza è finito – dice il presidente Assidea, Alessio Pestelli – adesso è il tempo di dire basta alle chiusure che, di fatto, penalizzano quasi esclusivamente gli ambulanti e i mercati ed è arrivato il momento di chiedere interventi di sostegno strutturali e non più misure tampone che non servono a niente”.

Non violenti, ma disperati: giù le mani dai lavoratori. La rivolta dei buoni è cominciata. Emanuele Ricucci il 7 aprile 2021 su Il Giornale.

Un crollo dei consumi pari a 128 miliardi di Euro.

300mila imprese del commercio a rischio chiusura.

945mila posti di lavoro persi in un anno.

Ciò che è accaduto ieri a Roma, in piazza Montecitorio, è fin troppo poco rispetto a ciò che sarebbe potuto succedere. È difficile smorzare gli effetti di una tensione ossessiva che avrebbe dovuto essere prevenuta nel tempo e non lasciata esplodere. Delatori contro runner, stipendio fisso contro privati, divano contro piazza, anziani contro giovani, lavoratori contro altri lavoratori (manifestanti contro la Polizia). La nuova guerra (in)civile striscia nel fallimento della classe di uomini politici. Che spettacolo meraviglioso, applausi! Chi ha permesso ciò, pur avendo avuto il tempo di evitarlo, è colui che sta accompagnando la bara della democrazia al proprio funerale, per farsi farlocco profeta del prossimo futuro politico: la mediocrazia, il governo dei mediocri. Leggiamo tutti insieme, in prigionia, Alain Deneault, che per primo ne ha teorizzato l’esistenza presente. Si fa ancora più forte il mio grido personale: la battaglia più grande, in questo nostro tempo, è quella contro l’autoannullamento degli uomini, contro la fine della loro intelligenza, delle loro dimensioni di profondità, della loro integrità, della loro coltivazione e della loro capacità di ragionare sopra le cose, criticamente. Ieri ero lì, a Roma, a sentir lievitare la frustrazione dovuta al senso di impotenza. Crediamo di essere utili, noialtri praticanti dei pensieri e delle parole, ma non lo siamo. Già è tanto se riusciamo a provocare qualche riflessione. Dal Palazzo fosse sceso qualcuno (eccetto il deputato Federico Mollicone, che si è presentato tra i manifestanti). Si fosse affacciato anche solo per capire che forma ha la povertà. Loro che pensavano di averla abolita. Vomito! Dovreste avere il coraggio di guardarli negli occhi i manifestanti di ieri, mentre cantavano l’inno d’Italia, mentre strillavano “Libertà! Libertà!”. Ristoratori, gestori di palestre, di centri estetici, di discoteche, grossisti, produttori, partite Iva, baristi, privati, donne e uomini, madri e padri – non militanti di professione – che si sono fatti centinaia di chilometri per arrivare a Roma a tirare in faccia al Governo la rabbia, l’angoscia, la disperazione di chi non ha più un soldo in tasca, non ha più risparmi, e viene trattato come il figlio stupido che non deve far alzare la curva, a costo di schiantarcisi addosso, ma che può campare di insufficiente elemosina e per questo, ingrato, dovrebbe tumularsi nella propria immobile angoscia. Cittadini e governo divisi da un obelisco e da un cordone di polizia, così vicini e mai così lontani (basti vedere le pretese infantili del Pd di dare il voto ai sedicenni, mentre i loro padri perdono il posto di lavoro). Non può essere la paura e l’imposizione a generare il rapporto civile e democratico tra un governo e la sua gente. Pare che noi disturbiamo il virus, non viceversa. La vita, così come il lavoro, non sono un’eccezione. A ogni strillo di quella gente, una coltellata, profonda, secca. Eppure quella gabbia di improvvisati aborti umani, i mai nati come uomini, figuriamoci come politici, non ha il coraggio nemmeno di guardarli negli occhi, mentre piangevano. Piangevano per davvero, anche se, come dimostra la scelta della maggior parte dei media, per la dittatura dell’immagine-verità, l’uomo con le corna, quello con la mascherina abbassata o quell’altro che sposta la transenna per andare sotto al Parlamento, sono ben più fotogenici e degni di rappresentare la mattinata rabbiosa di ieri. L’Italia mi fa male. Mi scarnifica. Mi rende scemo più di quanto non lo sia già. Mi fa impazzire. Berlino brucia mentre noi disegniamo estremisti sul muro della rivolta dei miti, come la chiama Daniele Capezzone. Gli eventuali atti idioti degli ultras della devastazione non possono coprire la reale disperazione e sono, comunque, passati per la legge, come è giusto che sia. Ma cosa deve fare un semplice cittadino disperato per farsi ascoltare? Per avere giustizia? Ma cosa vi aspettate? Se si impicca al trave del salone alle 3.30 di notte è stato uno sciocco, perché la vita non si spreca; se scende in piazza, strillando, piangendo a cinquantacinque anni come un ragazzino di venti, facendosi mezza Italia in auto, è un pericoloso scemo di destra, xenofobo, catcaller, no mask, negazionista, nazista, analfabeta non funzionante, provocatore, suprematista bianco privilegiato; se apre la propria attività per protesta, è un pazzo immaturo. Certo, chi oggi critica i lavoratori (leggasi LA VO RA TO RI) mette fiori nei cannoni, gli stessi che si è fumato con tanta veemenza da aver dimenticato che, l’altro ieri, operai, autonomi, privati, ultimi, quei lavoratori, erano al centro dei loro pensieri. Sminuire, ridicolizzare, la manifestazione romana di ieri, depotenziare la forza del disperazione privata, tangibile, a livello mediatico e politico, significa sminuire, ridicolizzare e depotenziare la Costituzione stessa. Ridurre la fame, l’angoscia, la rabbia di chi non può lavorare a capriccio, è un atto vergognoso. Che l’Italia sia una bagnarola in decomposizione umana, anzitutto, e, poi, politica ed economica, lo sapevamo. Poiché la più consistente rivoluzione attuabile, in questa fogna a cielo aperto, è quella che riguarda gli uomini, anzitutto. È quella che, all’alba del mantra odierno del “discolparsi da tutto per l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità”, dovrà rigenerare una classe di uomini, ancora prima che di politici. Ma i furbi e i fessi prezzoliniani, governanti e governati, quei cittadini de iure e sudditi de facto, pare non vogliano smettere di scavare il fondo con un cucchiaino. Prima di giungere al magma ribollente, non si potrebbe prendere in considerazione alcune idee? Quella, per esempio, di una riapertura a tappe (mese dopo mese, a partire dai negozi in aprile, magari a maggio con i teatri e i musei e da giugno col resto delle attività, coerentemente con l’aumento delle temperature e delle vaccinazioni di massa e tenendo sempre conto, ovviamente, delle regole di prevenzione), di creare accordi a tappeto tra il trasporto pubblico e quello privato, turistico, affinché si possano raddoppiare i mezzi e le corse, evitando assembramenti selvaggi là dove il Covid prospera (32 casi di positività riscontrati su autobus, treni e vagoni metro dei trasporti di molte città italiane, a seguito di una campagna di controllo dei Nas sui mezzi pubblici in tutta Italia, con oltre 763 tamponi effettuati). O ancora, la possibilità di favorire vaccinazioni in ambito aziendale, di riaprire gradualmente, e con protocolli ferrei, le attività all’aperto (dove è stato testimoniato che avviene un solo contagio su mille. Dai  dehors dei ristoranti, ai parchi archeologici, come quello di Sutri e Selinunte, come sottolinea Vittorio Sgarbi, che conciliano arte, cultura e necessità di profonda serenità). Non si può proprio prendere in considerazione tutto ciò? Evidentemente dobbiamo rimanere parcheggiati nell’inferno della devastazione psicologica ed economica fintanto che il balletto (geo)politico dei vaccini non ci permetterà di considerare la vita un affare essenziale e non il contorno del consenso elettorale. La rivolta dei miti è appena cominciata e stavolta non sarà né ideologica, né dimostrativa.

Coronavirus, la rabbia degli imprenditori esplode a piazza Montecitorio: scontri con la polizia, spunta Vittorio Sgarbi. Libero Quotidiano il 06 aprile 2021. La manifestazione in piazza Montecitorio contro le chiusure è degenerata in uno scontro corpo a corpo con le forze dell’ordine: ad un certo punto c’è stato un tentativo di scavalcare le transenne ed è partita un’azione di alleggerimento da parte della polizia, ma un agente è rimasto ferito alla testa a causa di una bottiglia di vetro che lo ha colpito. Il lancio di oggetti è stato piuttosto prolungato: addirittura è arrivato un megafono dalle parti delle forze dell’ordine e degli operatori televisivi impegnati nelle riprese: a Tagadà Tiziana Panella ha trasmesso tutto in diretta, compreso il poliziotto insanguinato ma per fortuna non in condizioni gravi. “Buffoni” e “Libertà” sono state le grida più diffuse che si sono levate dal gruppo di manifestanti, che sono stati respinti dalle forze dell’ordine. Tra loro, prima che la situazione degenerasse, c’erano le bandiere blu di Italexit, il movimento fondato dal senatore ex M5s Gianluigi Paragone, e persino un uomo travestito come Jake lo sciamano, il membro del movimento Q-Anon divenuto famoso per aver fatto irruzione al congresso americano. Inoltre in piazza aveva preso la parola anche Vittorio Sgarbi, da sempre contrario alle chiusure e anche all’utilizzo della mascherina all’aperto. Molti dei presenti non l’hanno indossata. “Siamo imprenditori, non delinquenti”, hanno urlato ai megafoni in piazza Montecitorio i commercianti e i ristoratori che chiedevano le riaperture. Poi però la situazione è degenerata e la violenza di certo non favorirà la loro causa.

"Se non si muore di Covid si muore di fame". Proteste a Roma, manifestanti vogliono entrare alla Camera: “Fateci passare”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 6 Aprile 2021. Tira un vento insolito a Roma. Davanti a Montecitorio fa da sfondo a una manifestazione di trecento persone che si sono date appuntamento in rete. Un vento che strappa quasi le bandiere tricolori che una dopo l’altra si sono aggiunte davanti a Montecitorio. Protestano i ristoratori, gli unici ad avere avuto l’autorizzazione della Questura. Poi si sono aggiunti altri che come loro pretendono che la politica decida di riaprire tutto e subito; gruppi spontanei, no-Mask, elementi della destra romana. Premono contro le transenne poste dalla polizia a guardia della piazza. La fronteggiano, la polizia, a male parole. Vola qualche oggetto, uno sgabello di plastica. Ma non è più il vento. O forse sì, quello che viene da Capitol Hill: spunta infatti un emulo italiano di Jack Angeli. Ha la pelliccia sul petto e le corna da vichingo, e grida più degli altri. Una carica di alleggerimento laterale provvede ai primi due fermi di polizia, ammanettati a terra alla sbrigativa. “Fateci entrare!” è il grido di battaglia. Arriva anche Vittorio Sgarbi, lo applaudono e lui improvvisa un discorso: “Ci chiudono, ci affamano. Se non si muore di Covid si muore di fame”. È solo un segnale, forse. Ma la sensazione è che la gente non tenga più, per molti la sopportazione è esaurita e la tenuta sociale è messa sempre più a dura prova.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 6 aprile 2021. Evviva, anche il Corriere della Sera si è accorto che il risparmio privato degli italiani è aumentato a dismisura. Un fenomeno non nuovissimo, ma sorprendente se si considera che da oltre un anno il Paese è in catalessi a causa del Covid : la chiusura generalizzata degli esercizi commerciali ha provocato enormi danni economici alla collettività. Quindi, stando a una logica terra terra , la gente dovrebbe essere ora più in bolletta rispetto al passato. Invece accade il contrario. Perché? Evidentemente il popolo, essendo costretto dalle note restrizioni a non frequentare assiduamente negozi, ristoranti, bar e luoghi di villeggiatura, spende meno del solito e di conseguenza accantona denaro e lo deposita in banca, almeno in parte cospicua. Dalle statistiche risulta che coloro che dispongono di molti contanti sono le persone mature e anziane, mentre i giovani, forse perché guadagnano meno e sono più inclini a spendere a capocchia, non hanno accumulato un gruzzolo significativo. Inoltre emerge dai dati: chi ha un titolo di studio più elevato, laureati o almeno diplomati, riesce a conservare più soldi di chi ha un lavoro più modesto. Tutto ciò a me appare normale, rientra nell' ordine naturale della umanità. Viceversa leggo qua e là che molti politici puntano alla riduzione delle disuguaglianze, operazione velleitaria, dal momento che non esiste al mondo la cosiddetta parità. E imporla a tavolino è un esercizio inutile. Basti valutare che pure dal punto di vista genetico è impossibile che voi e io troviamo un sosia. Poiché non c' è. Due persone simili magari è probabile incontrale, uguali no. Ciascuno di noi è un pianeta a se stante. Ovvio che un governo debba impegnarsi a combattere le ingiustizie sociali, però non si illuda di abolire le disuguaglianze che sono una caratteristica ineliminabile degli esseri viventi. Io ho un fratello e una sorella che non mi somigliano per niente, e ho quattro figli differenti completamente. Se si tiene conto di queste verità incontestabili si capisce che la diversità è un fattore tipico della razza non soltanto umana, ma caratterizza anche gli animali: due gatti identici non li ho mai visti per una semplice ragione: non sono mai nati. Invece di puntare alla eliminazione delle disuguaglianze, la politica deve assicurare a chiunque il minimo vitale. La collettività non può essere appiattita, chi tenta di farlo non sa in che mondo campa. I ricchi e i poveri ci sono sempre stati, e ci sarà un perché. Molti individui nati in miseria muoiono lasciando una eredità da capogiro. Non è detto che fossero ladri.

Tafferurgli in piazza Montecitorio tra ristoratori e polizia. Cori contro Speranza e Salvini. Davide Ventola martedì 6 Aprile 2021 su Il Secolo d'Italia. Prima i cori "buffoni" e "libertà" poi il lancio di un fumogeno e di alcuni oggetti. Infine il tentativo di sfondare il cordone delle polizia davanti alla Camera. Momenti di tensione a piazza Montecitorio durante la manifestazione di ristoratori e di diverse categorie di commercianti i cui negozi sono chiusi per via delle norme anti Covid. Le forze dell’ordine hanno respinto i manifestanti che stavano rovesciando le transenne che circondano la piazza. Alcune persone sono state fermate. Come riporta La 7, la piazza ha pronunciato insulti e cori contro il ministro della Salute Roberto Speranza, ma anche toni critici nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini. Alcuni manifestanti, a Montecitorio, tra cui ristoratori, ambulanti e esercenti di attività chiuse per le norme anti-covid, sono stati fermati. Poi la situazione è tornata tranquilla. A contenere la piazza anche Enrico Montesano che ha portato la sua solidarietà ma ha incitato a evitare azioni di impulso. I manifestanti, si legge nel comunicato di Io Apro puntano “alla riapertura di tutte le attività che sono state gravemente colpite dagli effetti economici della pandemia. Dunque non solo ristoratori e bar a Montecitorio, ma gestori di palestre e piscine, estetisti, parrucchieri e tutti quegli esercenti che da mesi non riescono più a lavorare a causa delle varie restrizioni dettate di Dpcm per contenere la diffusione del contagio. Per questo "Io apro", Mio Italia, La rete delle partite Iva, Apit Italia e Pin hanno deciso di unirsi e scendere in piazza contro le chiusure”. La preoccupazione c’è, la tensione è alta. Siamo consapevoli che bisogna riaprire in sicurezza e che bisogna dare i ristori. Al Senato c’è il Dl sostegni, sono previste molte iniziative per aiutare chi è in difficoltà. Bisogna fare di più, per questo è stato annunciato un ennesimo scostamento di bilancio”. Lo ha detto Debora Serracchiani a Oggi è un altro giorno, su Raiuno, commentando le immagini degli scontri in piazza Montecitorio. “La tensione è comprensibile, noi siamo qui per ascoltare e dare risposte, che stanno arrivando con il Dl sostegni e altre risorse. Ma non è questo il modo migliore per risolvere problemi”, ha aggiunto la capogruppo del Pd alla Camera.

Da ilmessaggero.it il 6 aprile 2021. Roma, in migliaia stanno manifestando davanti a Montecitorio, tutti gestori del comparto ricettivo ed enogastronomico, titolari delle tipiche fraschette di Ariccia, delle trattorie, ristoranti dei Castelli Romani, di Roma e provincia e anche da altre parti della regione Lazio e d'Italia. Al grido di "Vogliamo Lavorare o Moriremo di Fame " con striscioni, megafoni e cartelli, chiedono di poter tornare ad aprire i loro locali dopo oltre un Anno di chiusure continue in zona rossa e arancione. Aderiscono alla protesta di piazza anche molte associazioni di categoria come il Mio (Movimento Italiano Ospitalità) e l'Afa (Associazione Fraschette Ariccia), domani in tanti per far sentire il loro grido di disperazione apriranno anche le loro attività. "Ormai siamo allo stremo delle forze, noi, le nostre famiglie, i nostri lavoranti, a breve non avremo nemmeno un euro in tasca, saremo costretti a chiudere per sempre e mandare a casa migliaia di lavoratori ", ha detto uno dei rappresentanti dei ristoratori e dei fraschettari. Anche l'onorevole Vittorio Sgarbi, è sceso in strada dal Parlamento e sta manifestando con la grande folla in piazza Montecitorio. A centinaia sono partiti con pullman organizzati per raggiungere la sede del Governo e protestare contro i continui lockdown che li costringono a chiudere le serrande.  

Federico Capurso per "la Stampa" il 7 aprile 2021. Non sono le cariche della polizia su una frangia di manifestanti, né i fumogeni lanciati contro gli agenti o le transenne gettate a terra a dare l' impressione che qualcosa nell' aria sia cambiato. Le forze dell' ordine sostengono che la piazza di fronte a Montecitorio, a Roma, dove si stava tenendo una manifestazione per chiedere le riaperture di negozi e attività, si sia infiammata per colpa di alcune frange estremiste infiltrate nella protesta. Gruppi di estrema destra c' erano, Casapound in testa, e c' erano anche semplici ristoratori, commercianti, titolari di palestre. Il rischio di disordini era previsto, come raccontano le circolari inviate mesi fa ai prefetti dal capo della polizia Franco Gabrielli. Quello che non era previsto era che non ci fosse nessuno, distante dai tafferugli, tra i manifestanti pacifici e tra i passanti che si avvicinavano incuriositi, che condannasse la violenza che aveva di fronte agli occhi. Due agenti feriti, sette manifestanti fermati: «A questo ci hanno portato», è l' unica risposta che si ottiene dalla piazza romana. A Milano, nello stesso momento, gli ambulanti stanno fermando il traffico nei pressi della stazione centrale. Alle porte di Napoli, gli operatori dei mercati bloccano con i loro furgoni l' autostrada A1. «In questo momento le proteste sono alimentate dalla situazione estremamente delicata per il Paese - riconosce in serata la ministra dell' Interno Luciana Lamorgese -, ma è inammissibile qualsiasi comportamento violento nei confronti di chi è impegnato a difendere la legalità e la sicurezza». Per il senatore Gianluigi Paragone, che con la sua Italexit è in piazza Montecitorio, «una reazione del genere non potevano non aspettarsela. Hanno passato un anno a promettere: questo è il risultato». In piazza c' è anche il deputato forzista Vittorio Sgarbi, che prende la parola per ribadire l' inefficacia della mascherina, oltreché delle altre misure prese dal governo. «Non ho visto alcuna forma di violenza - dice -, hanno solo cercato di passare la soglia della piazza. D' altronde, non si capisce perché quello spazio debba essere off limits per i manifestanti». Dietro di lui, quasi a rispondergli, spunta il copricapo con corna di bufalo che rese celebre l' assalitore di Capitol Hill a Washington, membro di Q-Anon. Questa volta lo indossa Ermes, ristoratore di Modena, con il tricolore dipinto sul viso e il segno di una manganellata presa poco prima sul braccio. «Lo faccio per attirare l' attenzione su di noi», dice. Il palchetto da cui parlavano organizzatori e invitati è rimasto vuoto, dopo la prima carica della polizia. Intorno ci sono tra le seicento e le mille persone, bandiere di ogni tipo, da quella di Alitalia a quella dell' Italia dei valori, fino ai cartelli con su scritto #IoApro. In molti dichiarano che da oggi terranno aperte le loro attività, qualunque siano le restrizioni imposte del governo. «Domani (oggi, ndr) tiro su la saracinesca della mia palestra», assicura Marco, titolare del Boxing Club a Fiumicino, alla sua ottava manifestazione. «È un luogo fondamentale per i ragazzi, soprattutto nelle periferie. Alleniamo gratuitamente chi è povero e togliamo i giovani dalle strade». Non vogliono i ristori, «vogliamo solo lavorare, senza questo inutile assistenzialismo», dice Luigi, che sfoggia una maglietta con una montagna colorata disegnata dai suoi tre bambini. Luigi ha un albergo a Roccaraso, in Abruzzo, e la stagione l' ha persa «praticamente senza ricevere nulla. Abbiamo finito di indebitarci con i fornitori e ora abbiamo iniziato a indebitarci con la banca», racconta. Si tiene lontano dall' area di tensione, quella che separa il reparto celere dai manifestanti, «ma non me la sento di condannarli. Devono rendersi conto - dice indicando Montecitorio - che il rischio è quello di un' insurrezione». Da una finestra della Camera si sposta una tenda, fa capolino qualcuno, e la piazza torna a infiammarsi, volano fischi, insulti ai giornalisti e bottigliette d' acqua contro la polizia. Insultano i giornalisti, ma vogliono raccontargli il loro disagio. Attaccano la polizia, ma gli chiedono solidarietà: «Giù il casco», si solleva il coro. È una rabbia che non ha argini e non ha obiettivi precisi. Quando arriva la notizia che una delegazione verrà ascoltata dal Pd, la tensione cala. La piazza è una mescolanza di idee e di nemici, che ognuno costruisce con la propria logica. E di cui la violenza, ormai, inizia a essere parte.  

Claudio Rinaldi per il "Corriere della Sera" il 7 aprile 2021. «Mi sono travestito da sciamano perché solo così ero sicuro di essere ascoltato». Ermes Ferrari ha 51 anni ed è un ristoratore di Modena. Per partecipare alla manifestazione ha deciso di indossare un cappello di pelliccia e le corna da vichingo, imitando Jake Angeli, lo «Sciamano» di Capitol Hill. Si è poi dipinto il volto con la bandiera italiana e ha attirato l' attenzione di fotografi e telecamere. «Per farmi sentire, mi sarei vestito anche da zebra. Sono qui perché non ce la faccio più, chiedo soltanto di lavorare. Non mi sembra una richiesta così assurda». Ferrari racconta di avere due ristoranti, uno aperto pochi mesi fa, e di essere in grande difficoltà tanto da essersi rivolto a un usuraio: «Non avevo altra scelta. Ho chiesto diecimila euro per pagare gli stipendi dei dipendenti che non ricevevano la cassa integrazione e non sapevamo più cosa mangiare». E sugli scontri tra polizia e manifestanti dice: «Francamente non mi aspettavo di prendere le bastonate. Noi volevamo solo entrare nella piazza per spiegare le nostre ragioni. Ce lo hanno impedito e in quel momento la situazione è degenerata. Ma d' altronde se una persona si deve travestire da clown per farsi ascoltare - conclude Ferrari - vuol dire che siamo davvero un Paese finito».

Mauro Grasselli per gazzettadireggio.gelocal.it - 8 luglio 2012. Hermes Ferrari è stato arrestato e, questa volta, condotto in carcere. Il “re” delle strade di Scandiano – protagonista di tanti episodi che nel corso del tempo hanno reso inquieta la vita della cittadina – di recente era stato avvistato in centro a Scandiano, nonostante il 42enne tecnico manutentore di macchine utensili – ex venditore di lampade abbronzanti e anche buttafuori nei locali – avesse l’obbligo di restare a casa, essendo agli arresti domiciliari dopo l'aggressione del 7 giugno scorso nei confronti di Angelo Santoro, console d’Albania "colpevole" di essere troppo lento sulle strisce pedonali. Ferrari aveva chiesto il permesso di uscire in determinate circostanze, per motivi di salute e per poter aiutare la madre, ma a Scandiano gli avvistamenti “pubblici” continuavano a tenere in apprensione la cittadinanza. Di fatto, sabato pomeriggio ad attendere Ferrari c’erano i carabinieri. Non un paio di militari, ma tre gazzelle. Schieramento opportuno, viste le caratteristiche fisiche (body builder) e le propensione a risolvere le cose con modalità non esattamente in linea con i manuali di bon ton. Risultano ormai numerose, infatti, le vicende che lo hanno visto protagonista di episodi molto movimentati, quasi sempre scaturiti da banali divergenze sul “comportamento” stradale. Episodi che hanno determinato un vero e proprio problema di ordine pubblico, al punto da indurre il sindaco Alessio Mammi ad incontrare i vertici dell’Arma provinciale per decidere come affrontare una questione diventata ormai un problema di carattere sociale, oltre che di ordine pubblico. E infatti anche sabato pomeriggio Hermes Ferrari non si è mostrato del tutto felice alla vista dei carabinieri. Al punto che, per cause da accertare, poco dopo l’uomo è stato condotto al pronto soccorso dell’ospedale di Scandiano. Dove tuttavia il “cinema” non si è arrestato: l’ira dell’ex buttafuori ha creato scompiglio anche al pronto soccorso, e lui stesso ha riportato altre ferite. Il tutto si è concluso con il suo trasferimento in carcere. Il precedente episodio – quello che ha acceso per davvero i fari su Hermes Ferrari e sui tanti episodi che lo hanno visto protagonista – è quello accaduto il 7 giugno scorso sempre a Scandiano.  "Colpevole" di aver attraversato le strisce pedonali troppo lentamente, Angelo Santoro viene aggredito prima verbalmente, con frasi offensive e minacce, poi fisicamente: una botta al collo che porterà ad un referto attestante 30 giorni di prognosi. Santoro, consulente, console emerito della Repubblica d'Albania, già candidato sindaco, conosciuto per varie iniziative a carattere sociale, tra cui una petizione contro il traffico d'organi umani, alle 18 di quel giorno esce dal suo ufficio in viale Mazzini, dove esercita anche la funzione di console, e attraversa la strada, sulle strisce pedonali. Una Mercedes scura lo sfiora e si ferma poco dopo il passaggio pedonale. Il conducente scende, lascia la portiera aperta e aggredisce verbalmente il pedone, invitandolo a camminare più velocemente. Episodio sgradevole che potrebbe chiudersi in pochi istanti. Ma nonostante Santoro dica «non è successo nulla, è una reazione immotivata», non finisce lì. Le urla di Ferrari attirano l'attenzione dei passanti. La situazione degenera e Santoro viene colpito al collo. Numerose le testimonianze.

Da gazzettadireggio.gelocal.it - 13 giugno 2012. Il caso Hermes Ferrari stava diventando un problema di ordine pubblico per la comunità scandianese. L’aggressione del 7 giugno ai danni del console Angelo Santoro, “colpevole” di aver attraversato troppo lentamente le strisce pedonali, ha riacceso le luci su precedenti episodi analoghi, dai quali, in svariati casi, sono scaturite denunce (anche se poi in parte ritirate) e l'arresto dell'11 marzo scorso per aver "pestato" un vicino di casa, "reo" di aver parcheggiato male l'auto nel cortile. Ora il gip del tribunale di Reggio Emilia, concordando con la richiesta della procura reggiana che ha pienamente condiviso le richieste dei carabinieri della tenenza di Scandiano, il 42enne e’ stato nuovamente arrestato a seguito dell’aggravamento della misura cautelare, passata dal’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria agli arresti domiciliari presso la sua abitazione. L’ultimo episodio che ha fatto scattare il nuovo provvedimento nei confronti di Ferrari, secondo la denuncia presentata da Angelo Santoro – consulente, console emerito della Repubblica d’Albania, già candidato sindaco, noto per varie iniziative a carattere sociale – è avvenuto giovedì 7 giugno poco dopo le 18 in viale Mazzini. Secondo la denuncia, Hermes Ferrari, 42 anni, rappresentante scandianese, ha perso le staffe per un banale attraversamento della strada sulle strisce pedonali da parte di Santoro. Proprio nel momento in cui il console era sulle strisce, è arrivato Ferrari, che a bordo di una Mercedes scura ha sfiorato Santoro, fermandosi poco più avanti. Una volta sceso dall’auto, secondo la denucia, Ferrari ha insultato, minacciato e percosso Santoro, “reo” di essere stato troppo lento sulle strisce. Numerosi passanti hanno fornito testimonianze ai carabinieri, mentre lo stesso Santoro ha sporto denuncia, dopo essere andato al pronto soccorso per accertamenti. Trenta i giorni di prognosi, comunque, per il colpo vibrato a mano aperta al collo del console. Altri episodi sono riemersi “grazie” a quest’ultima aggressione, al punto che ieri anche sui social network circolavano commenti di questo tenore: «Come dissi mesi fa... Ma che c... aspettano a rinchiuderlo? Aspettano che ci scappi il morto?». Oppure: «Lo dico da tempo, a chi di dovere e non, ma sembra che nessuno voglia interessarsene». E ancora: «E’ da queste piccole cose che capisci che c’è qualcosa nella giustizia che non funziona. E’ un individuo davvero pericoloso». C’è anche chi suggerisce di farlo curare, d’autorità. Ma prima ancora che questa serie di commenti a livello di opinione pubblica cominciasse a circolare a Scandiano e dintorni, era intervenuto il sindaco Alessio Mammi, che la mattina successiva all’ultimo episodio è andato a Reggio per incontrare i vertici dell’Arma reggiana – in particolare il comandante colonnello Fichera e il maggiore D’Amore – ai quali ha illustrato la situazione con l’obiettivo di arrivare a decidere come affrontare quello che, sempre più, sta diventando un problema di carattere sociale, ed anche di ordine pubblico, per la comunità scandianese. Intanto Ferrari sarà processato il 13 luglio per l'episodio accaduto l’11 marzo scorso nella palazzina di viale Europa in cui abita. Secondo l’accusa, nell’occasione Ferrari sfondò la porta di un vicino e lo aggredì causandogli lesioni. I carabinieri lo arrestarono, poi venne scarcerato con obbligo di firma.

Dagospia l'8 aprile 2021. Da “Radio Cusano Campus”. Hermes Ferrari, il ristoratore di Modena che l’altro ieri è sceso in piazza Montecitorio vestito da sciamano imitando Jack Angeli, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Un Giorno Da Ascoltare” su Radio Cusano Campus con Arianna Caramanti e Luca Rossi. “Ho già manifestato il 4 maggio scorso a Reggio Emilia davanti al Comune portando avanti da sempre la nostra battaglia. Non volevo emulare Jack Angeli perché non mi interessa la politica americana, volevo solo dare nell’occhio perché la figura di questo ragazzo americano ha fatto il giro del mondo e in effetti il mio travestimento ha destato attenzione nell’opinione pubblica cosa che invece non è accaduta quando poco prima mi ero incatenato a una transenna. Chiaramente ho ricevuto tantissime critiche per questo mio voler emulare Jack Angeli ma bisogna anche valutare i pro e i contro però penso che siamo riusciti a far capire il nostro problema, ormai siamo arrivati alla fine, non ce la facciamo più!” “Chiediamo due cose: o le riaperture dei locali con tutte le misure di sicurezza, i distanziamenti, ecc… o almeno che possiamo pagare gli affitti con credito di imposta che versiamo e non dover in questo periodo pagare le utenze che invece dobbiamo continuare a pagare ogni mese anche se siamo chiusi. Inoltre chiediamo la cassa integrazione immediata per i nostri dipendenti che hanno dovuto aspettare tanto tempo per poi ricevere una miseria quando c’è gente che nella vita non ha mai fatto nulla e percepisce magari 700 euro al mese di reddito di cittadinanza! Questo è il Paese dei controsensi.” “Penso che non andiamo contro la Legge ma rispettiamo il diritto al lavoro e ciò è incontestabile! Sto continuando a tenere aperto da mesi, certo la gente è molta di meno rispetto a prima ma almeno si lavora. Le multe che ci vengono fatte vanno contestate e ad ogni modo io non mi nascondo, tengo aperto il mio locale con tanto di insegna illuminata e pubblicità sui miei social e le forze dell’ordine che entrano a volte sono anche empatiche e capiscono bene la nostra situazione. Io lavoro come se questi DPCM non esistessero”. “Abbiamo anche 20mila euro di debiti tutti i mesi, tra l’altro in queste situazioni di crisi si annida anche la criminalità: molti lavoratori hanno già svenduto per necessità i loro locali per pochi soldi, questa situazione sta diventando una guerra tra poveri! Il nostro movimento è partito il 15 gennaio ed eravamo in pochissimi, oggi abbiamo dimostrato che siamo sempre di più ad avere difficoltà a vivere. Gli episodi accaduti negli scontri a Montecitorio non sono dovuti a noi ristoratori: quando siamo andati a mani alzati e disarmati senza alcuna protezione verso la parte superiore della piazza siamo stati presi a bastonate, ho ancora i lividi per le botte prese. La ministra Lamorgese non può dire che la colpa è stata nostra.  Se il governo non ci dà una risposta siamo pronti a scendere di nuovo in piazza sperando di essere ancora di più”.

Da repubblica.it il 4 agosto 2021. Dovrà stare lontano da Fidenza per tre anni, Hermes Ferrari, il ristoratore reggiano salito agli onori delle cronache, negli scorsi mesi, come lo "sciamano" dopo essersi recato a Roma per protestare insieme ad altri commercianti contro le chiusure per la pandemia da Covid-19 ed essersi incatenato a una transenna a Montecitorio con il volto dipinto e indossando un copricapo da vichingo. L'allontanamento triennale dalla cittadina emiliana è legato ad un foglio di via emesso nei confronti dell'uomo che lo scorso giugno, all'interno di un un grande centro commerciale di Fidenza, aveva prima inveito contro due agenti della vigilanza privati, che gli chiedevano di indossare la mascherina all'interno della struttura e poi aveva colpito con una testata un altro cliente. I fatti erano stati ripresi da un avventore del centro commerciale e il video aveva fatto il giro dei social, divenendo virale. Sul posto erano intervenuti i carabinieri e il ristoratore emiliano era stato denunciato per aggressione e per il mancato rispetto delle norme anti-Covid. Adesso il foglio di via che gli vieta di fare ritorno a Fidenza per tre anni.

Alessandro Barbera Alberto Mattioli per "la Stampa" il 7 aprile 2021. A evitargli la prima piazza piena di rabbia a pochi passi dall' ufficio è stata la missione lampo in Libia. Quando Mario Draghi è rientrato a Palazzo Chigi, ieri intorno alle 17, su Roma iniziava a spirare la tramontana e i manifestanti avevano già lasciato piazza del Parlamento. Per il presidente del Consiglio non è soltanto l'inevitabile fine della luna di miele con un pezzo di Paese, ma anzitutto un problema politico che rafforza le ragioni di chi dentro al governo preme per mandare un segnale al lavoro autonomo sfiancato da un anno di restrizioni. «Noi non c' entriamo nulla. Non abbiamo avuto nessun ruolo nell' organizzazione di queste proteste», fa sapere il portavoce di Matteo Salvini. Eppure a dettare la linea di lotta nel palazzo è lui. E poiché il bombardamento mediatico finora non ha dato risultati, il segretario leghista ci prova coi suoi governatori. Giovedì, a margine della Conferenza Stato-Regioni, i presidenti leghisti proporranno a tutti i colleghi un tavolo. Obiettivo: elaborare una proposta da sottoporre al Comitato tecnico scientifico e al governo per allentare la stretta delle chiusure. «Non sarà una proposta solo leghista e nemmeno del centrodestra. Vogliamo tenere unita la Conferenza delle Regioni, non dividerla», giura il governatore del Friuli Massimiliano Fedriga, designato a succedere a Stefano Bonaccini come leader dei presidenti: «Si tratta di fare come lo scorso anno, quando le linee guida della riapertura furono appunto elaborate dalle Regioni e poi sottoposte al governo». Alla base, una constatazione: «Ormai le zone rosse sono tali soltanto per modo di dire. Prendiamo per esempio i parrucchieri: hanno la serranda abbassata ma lavorano tutti a domicilio. La gente non ne può più. Serve un piano di riaperture in sicurezza, modulabile, flessibile e consensuale». La linea Salvini, insomma, che ripete di volerne parlare a quattr' occhi con Draghi non appena rientrerà a Roma da una breve vacanza con la famiglia. Nel concreto, le proposte sono ancora un po' nebulose.

Sempre Fedriga: «Potrebbero riaprire i ristoranti che dispongono di posti all' aperto e distanziati, le piscine e le palestre purché l' attività sia individuale o al massimo con l' istruttore, i cinema e i teatri con posti contingentati». E qui c' è da segnalare una non frequentissima attenzione leghista per la cultura, con Salvini che cita come esempio di «nuovo protocollo» quello dell' Arena di Verona per accogliere la prossima estate seimila spettatori invece dei 3.500 dell' anno scorso. «È fatto bene, 52 pagine dettagliatissime. Potrebbe diventare un modello per tutti», chiosa Lucia Borgonzoni, sottosegretaria leghista, al Mibac, del rigorista Dario Franceschini Resta da capire come l' idea targata Lega sarà recepita dagli altri partiti e dal governo.

Fedriga scommette: «Non sono proposte né di destra né di sinistra, solo di buonsenso. Le ho anticipate a Bonaccini ed è d' accordo anche lui». Bonaccini conferma che se ne parlerà. «L' anno scorso ci fu un tavolo tecnico con alcuni assessori che funzionò e permise quasi tutte le riaperture. Si tratta di rimetterli al lavoro. Sia chiaro, però: dobbiamo essere pronti e programmare, ma oggi occorre essere anzitutto prudenti perché il virus non è vinto». Su questo Bonaccini, la cui Regione è tuttora in zona rossa, è allineato al governo. «Non si può fare politica sull' epidemia», dice il ministro della Salute, Roberto Speranza. Ma a Palazzo Chigi hanno ormai chiaro che nemmeno i numeri della pandemia riescono più a fermare la protesta dei non garantiti. Draghi ha dato mandato al ministro del Tesoro, Daniele Franco, di accelerare con il nuovo decreto Sostegni, per il quale è necessaria un' altra autorizzazione del Parlamento per 20, forse 30 miliardi di spesa aggiuntiva. Arriverà in coincidenza con il Documento di economia e finanza, probabilmente entro una decina di giorni. «Dobbiamo in ogni caso monitorare i dati e vedere come procede la campagna vaccinale. Quando arriverà la proposta delle Regioni, la valuteremo», spiegano da Palazzo Chigi. Perché la situazione permetta parziali riaperture di bar e ristoranti, almeno di giorno, Draghi vuole vedere un calo sensibile e duraturo dei contagi. Lega e Forza Italia da giorni premono perché si possano allargare le maglie delle restrizioni già a partire dal 25 aprile, ma gli esperti del Cts consigliano al premier la massima prudenza. In questi giorni tornano a scuola circa sei milioni fra bambini e ragazzi, e per capire l' impatto della novità sulla curva epidemiologica occorrono le ormai canoniche due settimane.

Covid, magistrato denuncia l’operato del governo al Tribunale dell’Aja: “Crimini contro l’umanità”. Rec News il 31 Marzo 2021. I governi stanno finendo a ruota sotto la lente del Tribunale dell’Aja per le misure improprie propugnate con la scusa di un virus a bassissima letalità. Questa volta a essere sottoposta all’attenzione della Corte Penale Internazionale è l’Italia di Conte e Draghi, quella delle chiusure immotivate – come ammetteva lo stesso Cts in uno dei verbali resi noti ad agosto del 2020 – e delle limitazioni incostituzionali alla libertà personale. Tutto parte dalla denuncia del magistrato Angelo Giorgianni, che in un esposto di oltre 30 pagine si è soffermato tra le altre cose sull’obbligo di indossare la mascherina, sull’allontanamento sociale e sulle chiusure indicandoli come “crimini contro l’umanità”, “in quanto – scrive il magistrato – costituiscono reati di reclusione e tortura e sono atti che provocano grandi sofferenze alla salute mentale e fisica”. “I costi economici, umani, psicologici e sociali di queste politiche – chiosa ancora il magistrato – sono notevolmente superiori alla loro efficacia nel salvare vite umane e ridurre la diffusione del virus”. Una presa di posizione chiara, netta e motivata che sta già scuotendo il mainstream che da oltre un anno si è adagiato supinamente sulle posizioni del governo e sui dati istituzionali che già lo scorso anno si rivelavano fallaci  e gonfiati. Tanto che magistrato, co-autore del libro “Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid-19”, al pari di chiunque si permetta di esprimere pareri critici sull’affare coronavirus è vittima da giorni di una campagna di fango mediatico. Giorgianni tuttavia non demorde: annuncia la volontà di tutelarsi nelle opportune sedi e tira dritto.

Luca Serranò per repubblica.it l'1 luglio 2021. "La delibera dichiarativa dello stato di emergenza adottata dal Consiglio dei ministri il 31.1.2020 è illegittima per essere stata emanata in assenza dei presupposti legislativi, in quanto non è rinvenibile alcuna fonte avente forza di legge, ordinaria o costituzionale, che attribuisca al Consiglio dei ministri il potere di dichiarare lo stato di emergenza per rischio sanitario". E ancora: "A fronte della illegittimità della delibera, devono reputarsi illegittimi tutti i successivi provvedimenti emessi per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica". Così il tribunale di Pisa impallina la gestione dell'emergenza coronavirus da parte del Governo Conte. Le "censure" sono messe nero su bianco nelle motivazioni di una sentenza con cui il tribunale ha prosciolto due cittadini marocchini, sorpresi fuori casa durante il primo lockdown senza giustificato motivo. Il giudice Lisa Manuali li ha assolti "perché il fatto non sussiste", considerando illegittimi alla radice i decreti del governo. "A causa della epidemia da Covid -19 sono state emanate disposizioni che hanno comportato la compressione di alcune libertà garantite dalla nostra Carta Costituzionale - si legge nella sentenza-  libertà che concernono i diritti fondamentali dell’uomo e costituiscono il “nucleo duro “ della Costituzione stessa".  Secondo il giudice, "un Dpcm, fonte meramente secondaria, non atto normativo, non può disporre limitazioni della libertà personale", motivo per cui "non si ritiene di poter dubitare della illegittimità e invalidità dei decreti che hanno imposto la compressione di diritti fondamentali".

L'aria che tira, Pietro Senaldi contro Roberto Speranza: "Un comunista che ci condanna a non avere una vita". Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. Pietro Senaldi è stato ospite nello studio de L’aria che tira, la trasmissione in onda tutti i giorni su La7 e attualmente condotta da Francesco Magnani al posto di Myrta Merlino. Il direttore di Libero è partito dalla vicenda del giorno, ovvero dal pasticcio combinato dal governo presieduto da Mario Draghi sui viaggi all’estero mentre sul suolo italiano non è consentito spostarsi, per esporre il suo giudizio sul ministro Roberto Speranza. Il quale in precedenza da Magnani era stato definito un pedagogo, ma Senaldi è stato di tutt’altra opinione: “Secondo me lui non è un pedagogo, ma un comunista, come d’altronde ha sempre detto. Nel suo libro sul Covid che non è mai stato pubblicato ha detto che l’epidemia era una grande occasione per la sinistra, che avrebbe dovuto riformarsi. Invece qui si è capito che finché c’è Speranza non c’è più vita. Poi sul caso specifico non vedo perché se uno va all’estero rischia di contagiarsi di più che in Italia, dove siamo tra quelli messi peggio”. Magnani gli ha fatto notare però che il provvedimento sui viaggi all’estero è stato avallato anche da Mario Draghi: “Io credo che il premier utilizzi in parte Speranza come un bersaglio. Per qualsiasi provvedimento antipatico del governo c’è Speranza che è lieto di assumersene la responsabilità. I politici si danno dei ruoli, lui fa quello dell’uccello del malaugurio ed è contento di farlo, anche perché magari poi capitalizzerà”. 

Il lockdown è la nuova euroausterità. Fabio Dragoni il 31 Marzo 2021 su Nicolaporro.it. Secondo Bloomberg al 30 marzo 2021, il bilancio della Banca centrale europea arriva a 7.500 miliardi di euro. Per intendersi oltre il 75% del Pil dell’eurozona. Giusto per darvi un’idea era il 15% al momento dello scoppio della grande crisi finanziaria del 2008. Il 30% al momento dello scoppio della grande crisi dei debiti sovrani del 2011 tutta indotta dalle politiche restrittive di Commissione Ue e Bce e colpevolmente raccontate dai nostri media come crisi di credibilità dei governi italiano, greco e spagnolo. Ed il 45% prima dell’arrivo della pandemia. Insomma, un “crescendo di violini e guai” canterebbero Colapesce e Dimartino. L’omologa Fed negli Stati Uniti d’America ha un bilancio in valore assoluto grosso modo analogo a quella della Bce: 7.720 miliardi di dollari secondo le stime aggiornate di Compound Advisor. Vale a dire 6.500-6.600 miliardi di dollari. Più o meno arriva al 36% del Pil. Il motore dell’Eurozona è praticamente ingolfato. Pieno di liquidità che non arriva all’economia ferma da anni. Prima a causa delle politiche di austerità indotte dalla Commissione Ue. Poi dal lockdown quale misura adottata per fermare i contagi. In poche parole, la musica europea conosce un solo ed unico spartito: arrestare la crescita. Cosa che del resto spiegava magistralmente Mario Draghi in uno dei suoi ultimi discorsi da banchiere centrale nell’autunno del 2019: “La politica di bilancio deve giocare il suo ruolo stimolando l’economia quando questa è debole e non lasciando alla sola Bce questo compito. Nell’ultimo decennio l’aggiustamento macroeconomico è toccato in modo sproporzionato alla politica monetaria. Abbiamo persino visto casi in cui la politica fiscale è stata pro-ciclica andando in direzione contraria allo stimolo monetario”. Il Pil italiano nel 2020 arretra di 154 miliardi. Il 9%. Mai così tanto in tempo di pace. E nello stesso periodo i depositi bancari aumentano di 155 miliardi. Neanche a farlo apposta. Ciò che non viene speso nei ristoranti chiusi non fa Pil. Ma si trasforma in deposito che ingrassa il passivo dello stato patrimoniale delle banche. Il cui attivo però si riempirà di sofferenze bancarie. Quei ristoranti che a causa della chiusura forzata non potranno rimborsare il loro debito verso le banche. Finita l’austerità arriva il lockdown. Nel primo caso si abbassava il reddito dopo averlo prodotto con una tassazione spropositata. Nel secondo caso si impedisce invece la formazione del reddito non facendo austerità ma proprio impedendo alle imprese di produrre reddito. Senza peraltro aver abbassato le tasse. Se non è zuppa è pan bagnato. Fabio Dragoni, 31 marzo 2021

All’estero si viaggia, in Italia lockdown. Ribelliamoci alla deficienza! Emanuele Ricucci il 28 Marzo 2021 su culturaidentita.it su ilgiornale.it. Pasqua all’estero, ma non in Italia. Puoi andare al mare in Grecia, ma non a quaranta chilometri da casa tua. Vaccini sì, vaccini no, se famo du spaghi. Speranza, Figliuolo, orsù! Non lasciarti abbattere dalla devastazione psicologica. Mentre il Regno Unito registra zero morti nelle scorse ore, vengono vaccinati anche i pali della luce e, lentamente, si riaffaccia alla normalità, qui ci troviamo Nicola Zingaretti che afferma, in un’intervista, che l’economia potrà ripartire solo sconfitto il covid, Luca Bottura che, su Twitter, vuole segnarsi i nomi dei dissidenti di #ioapro – e menomale che i “compagni” erano dalla parte dei lavoratori. Ormai siamo alla sinistrash – e il governo di unità nazionale litiga sulla possibilità di riaprire una palestra e un paninaro dopo Pasqua. L’ennesimo 8 settembre dell’intelligenza. A un certo punto, non si può più fare altro: chi è sveglio si salvi, chi è sano si ribelli – dove per sano non si intende chi non ha contratto o non ha il coronavirus, ma chi ancora vive sulla base di un pensiero critico, chi ancora possiede un barlume di integrità e di reattiva lucidità -. Suvvia, non possiamo essere figli di Balilla e Masaniello, di Cola di Rienzo e trovarci nipoti di Speranza e di Ricciardi. Qualcuno ancora attende Batman, figurarsi…Il lockdown, qui da noi, è uno stato della mente e un modo di governare. Prendete Walter Ricciardi con le sua costante richiesta: più lockdown!Ricciardi non è un modello filosofico, ma un esempio pratico. Poteva essere Speranza, Crisanti o altri, in tal senso, uomini secondo cui noi disturbiamo il virus, non viceversa. Contro (le affermazioni di) Ricciardi perché non si imponga un modello che faccia tremare le fragili gambette italiane, nel Bel Paese con la sindrome di Stoccolma, in cui ci si innamora dei propri rapitori. Dunque, bisogna camminare oltre Ricciardi perché non si generi il Ricciardismo (o il Crisantesimo – forzando un po’ – ancor meglio, effettivamente, come fiori sulla tomba della dignità di un Paese defunto). Contro l’ossessione, l’esasperazione, la colpevolizzazione, l’eccezione, la diminuzione, il terrore mediatico come metodo di governo che non prevede un patto nazionale tra cittadini e Stato fondato sulla fiducia, ma sulla imposizione, spesso acritica. Contro lo Stato di deficienza. Lo Stato di deficienza ha superato quello di eccezione: non ci potete chiedere di comprendere e accettare un lockdown totale in questa condizione, non più. È questione di modalità, non di ristori. Contro la pericolosa abitudine a essere ridotti in vacche stupide, in cittadini de iure e sudditi de facto. In onore di quella libertà verghiana, poco adatta a noi italiani, che si rende vana nell’individuazione e nella personificazione di un odio momentaneo da eliminare con ogni forza, al quale ne segue un altro, e poi un altro e un altro ancora, in un eterno loop, eterno riposo, ma che si mostra, contrariamente, nell’abbattimento del patimento e delle sue radici, nel non permettere a una tendenza umiliante di manifestarsi nel tempo e con forza. I popoli proseguono la storia e devono riconfermare la propria maturità. Le grandi battaglie non bastano. Potevano non ammazzare i notabili a colpi d’ascia, i popolani del verista, ma dovevano impedire eccessi d’ingiustizia a tempo debito. Senza il giusto impiego, anche la libertà può essere insidiosa. Il pericolo, di per sé, non è Walter Ricciardi ma la pigrizia, il vizio antico, il tappeto di buonismo e ingegneria sociale, gli uomini folla che venderebbero anche la madre pur di veder garantita la propria gratificazione istantanea, acefala, continuativa, gente che ha rinunciato a un pensiero critico, segnaposto virtuali, replicanti incapaci di reagire o di generare un dubbio, e sono i dubbi che costruiscono le certezze più durature. Tutto ciò che ha contribuito a impastare, nel tempo e da diverse direzioni, il ruolo di Ricciardi o, quantomeno, gli ha permesso di utilizzare quei modi e a generare i prodromi di un pericoloso Ricciardismo.

Di carciofini sott’odio, direbbe Longanesi, che frignano libertà dall’imposto, altrimenti, non ce ne facciamo nulla. Il Ricciardismo. No, tutto non è ora, nonostante si viva compressi in compromessi, tra le pareti tonde e finissime del puntillistico, ricorderebbe Bauman, nella dittatura dell’attimo in cui prosperano i tecnici e i dilettanti senza visione, nel regime dell’immagine-verità, a cui non occorre mediazione, né ragionamento, poiché è visibile e manifesta, quindi assolutamente vera, nel regime del “titolo senza articolo”, in quella dimensione in cui l’identità, la necessità, la rabbia vengono plasmate dall’alba al tramonto, poi si spengono e ripartono. Estrema velocità di fuga e decomposizione. No, tutto non è nel punto. Tutto non è ora. La storia non non è un punto. Dunque, oltre Ricciardi, contro il Ricciardismo. Perché non prosperi la modalità attuale, perché non sia abitudine, perché non sia rassicurante sogno bagnato di chi ha mandato il cerebro in pensione.

Contro lo Stato di deficienza, appunto. Di mancanza, di stupidità. Rinchiusi nel puntino concesso e arredato di miseria, caduta in disgrazia di chiunque: qui non si salva più nessuno, le tasche e la mente. Puntillistico, nell’identità d’emergenza, limitatissima, che si crea all’alba e muore al tramonto, in un punto del tempo e tanti piccoli punti che ogni giorno i media, i virologi e il governo apre e chiude. Ed entro cui siamo stati infilati a forza, grassi, magri, ambiziosi, appassionati, espansi o ristretti, in estasi e sulla cresta di una vita che, finalmente, cresceva, finalmente ti dava quello per cui avevi studiato o lottato per anni e che, ora, ti ritrovi tra le mani come un pène secco al momento di portarlo a urinare.

Non sappiamo cosa farcene di una vita così. Impotenza. E invece voglio lasciare solo due riflessioni: chi è sveglio si salvi, chi è lucido reagisca, chi è sano si ribelli, affinché si blocchi il processo di Ricciardismo (nel tempo) e non tanto, o non solo Ricciardi (punto momentaneo). Non c’è altro da fare. Si comincia a sentire il peso specifico dell’impotenza, ora per davvero. Dell’insulto, dell’offesa, si comincia a sentire cadere le ultime, appena accennate, certezze. Si sentono esaurire le riserve. E monta la paura dell’ignoto, non quello sociale. Quello interiore, quel buio privato che diventa abisso e che più lo fissi, più esso fisserà te, disse qualcuno.

Contro lo stato di deficienza.

Covid, un agente confessa: “La gente si sta ribellando”. Max Del Papa, 2 marzo 2021 su nicolaporro.it. È partita la rivoluzione all’italiana. “La gente non la teniamo più” mi confida un amico nelle forze dell’ordine. “Prima capivano, collaboravano, adesso se li fermi ti rispondono: perché a me sì e a quell’altro no? Infatti sono sempre di più a ribellarsi, dovremmo sanzionare tutti, fermare tutti ma come si fa? Poi fare la faccia dura non serve e c’è da capirli, dopo un anno così nessuno è più disposto ad adeguarsi”. La rivoluzione all’italiana è paracula, emolliente. Non usa i forconi, le escandescenze di piazza, semplicemente, un bel giorno, per qualche misterioso meccanismo il contagio dell’esasperazione, della reazione esplode, si propaga ovvero ciascuno fa come gli pare. Magari continuando a stigmatizzare gli altri. “Io obbedisco, ma quell’altro?”. Dice il cittadino che non ne può più: io al gioco ci sono stato, ho perso il lavoro e magari la casa, la salute ma la situazione non è mutata, non è migliorata e voi adesso venite a parlarmi di altri sacrifici, di soldi che non ci sono, di vaccini che non ci sono. Entro in una bottega e sento discorsi da bottega: “Conte era prepotente ma almeno fingeva umanità, questo invece fa cadere tutto dall’alto e poi chi lo vede mai?”. Draghi il tecnico considera Palazzo Chigi come il consiglio d’amministrazione di una banca, le istituzioni come sancta sanctorum del potere, stanze ovattate con le quali il popolino non ha niente a che fare. La chiamano sobrietà ma è qualcosa di diverso, di molto diverso e non troppo democratico, qualcosa che in breve ti si ritorce contro. Ma il giornale unico del regime: “Draghi fa colazione col cappuccino e il cornetto biologico, si fa la barba da solo”. Come un giorno si diceva del re Vittorio Emanuele. L’informatore unico è molto bravo a servire, meno a capire; la sua insistenza sul disprezzo e la criminalizzazione dei normali, quel chiamare movida, degrado attività del tutto umane e naturali come uscire, sfiorarsi, respirare finisce per esasperare ancora di più, per rivelarsi controproducente. “Bisogna vaccinarsi tutti”, ma i vaccini non arrivano e non c’è niente di misterioso. Diciamo le cose come stanno: le case farmaceutiche hanno il coltello per il manico e pretendono i loro pedaggi. Il Regno Unito, uscito dall’Europa, ha pagato, anche caro e poi è andato avanti. Ma nel falansterio europeo i cosiddetti centri decisionali sono venti, trenta, cinquanta e ognuno esige la sua tariffa. Ne deriva una confusione pari alla corruzione e la conseguente paralisi. Chi ci crede più che occorre “chiudere adesso per salvare la Pasqua”? Chi, quando le vere ragioni, di opportunismo politico, sono sotto gli occhi di tutti? La rivoluzione all’italiana finisce all’italiana e con la morale puttanesca all’italiana: che la popolazione anarcoide non osserverà più nessun obbligo e nessun divieto e allora il governo quale che sia farà di impotenza virtù: avete visto, la pandemia è sconfitta, grazie ai nostri sforzi, alla prudenza che vi abbiamo imposto. Tutti faranno finta di crederci e anche le fanatiche in fama di giornaliste, convertite dagli involtini cinesi alla caccia all’untore, si riconvertiranno alla libertà degli involtini. In souplesse, come sempre e come sempre senza il minimo ritegno. Max Del Papa, 2 marzo 2021

Le proteste anti lockdown mettono nel mirino la polizia. Alberto Bellotto su Inside Over il 29 marzo 2021. La luce infondo al tunnel della pandemia sembra ancora lontana. L’Europa è ancora alle prese con la terza ondata e il piani vaccinali faticano a decollare. In mezzo cresce la rabbia e il mal contento dei cittadini. Tutti i governi del Vecchio continente proseguono il loro approccio fatto di rigore e chiusure. Ma dopo oltre un anno il giocattolo sembra essersi rotto. E le continue limitazioni alla libertà dei movimenti stanno diventando il detonatore della rabbia sociale. Su InsideOver avevamo già gettato uno sguardo al 2020, un anno turbolento sul piano delle manifestazioni di piazza nonostante i vari lockdown nazionali. Nelle ultime settimane il termometro del malcontento ha fatto segnare temperature in crescita. La stampa americana ha provato a fotografare la situazione dopo i recenti disordini di Bristol, nel Regno Unito e a Kassel in Germania. In entrambi i casi, hanno scritto i giornali d’oltreoceano, l’obiettivo principale erano le forze dell’ordine.

Un continente agitato. Attraverso il database dell’Acled (Armed Conflict Location & Event Data Project) abbiamo provato a capire se i casi tedeschi e inglesi fossero un fenomeno isolato. In realtà i numeri mostrano che tutto il continente ribolle e prende di mira le forze di sicurezza. Per equilibrio abbiamo preso in considerazione tutti quelli eventi che hanno coinvolto come attore secondario la polizia. Stiamo quindi parlando sia di proteste con semplice presenza di agenti, che scontri più violenti. Partiamo con alcune precisazioni. Nel conteggio viene considerata l’Europa come continente, conteggiando non solo i Paesi Ue ma anche quelli più a Est, la Svizzera e parte dei Balcani. Come si vede nella mappa qui sopra ci sono diverse cose che saltano all’occhio. La prima riguarda la Bielorussia. Nel periodo considerato – 21 marzo 2020 – 21 marzo 2021 – il Paese ha visto infiammarsi le piazza a margine del voto di agosto che ha riconfermato al potere Alexander Lukashenko. La seconda è che i focolai di tensioni più intensi sono quelli del Centro e Nord Europa. È il caso ad esempio della Francia con oltre 300 episodi legati all’incontro-scontro tra manifestanti e forze dell’ordine. A seguire la Germania con 202, il Regno Unito con 170 e l’Olanda con 149. Nella fascia mediterranea Spagna (149) e Grecia (140) si mostrano più “calde” rispetto all’Italia che in un anno ha visto poco più di un centinaio di episodi. Nel complesso se diamo uno sguardo generale sui numeri vediamo che per tutto il periodo considerato c’è una tensione di fondo continua, con dei picchi soprattutto verso la fine dell’anno. Spinti non solo da quanto succedeva a Minsk e dintorni, ma anche dalle proteste francesi di fine anno contro le nuove norme al vaglio in materia di sicurezza e controllo della polizia.

La rabbia che monta nel Regno Unito. Le rivolte francesi in un certo senso sono state l’antipasto di quanto successo a nel Regno Unito a metà marzo quando si sono create le condizioni per nuovi scontri tra manifestanti e polizia. Il 21 marzo scorso, ad esempio, diversi agenti di polizia sono rimasti feriti in una serie di scontri nel cuore di Hyde Park a Londra. Clifford Stott, docente di Psicologia sociale della Keele University, ha raccontato al New York Times che c’è “un crescente livello di malcontento tra i cittadini che vedono un’illegittimità fondamentale nelle forze dell’ordine durante la pandemia”. Per il professore si stanno creando una serie di strane saldature tra le componenti diverse della società inglese. Da un lato le formazioni più conservatrici chiedono allentamenti alle misure di contenimento per questioni economiche e legate al soffocamento delle attività commerciali e produttive. Dall’altro frange radicali come il movimento ambientalista Extinction Rebellion spinge per chiedere la fine delle norme che vietano i raduni. Sempre secondo Stott la situazione rimane molto tesa con il rischio di nuovi confronti e questo per una serie di elementi come la durata dei blocchi e “la crescente insoddisfazione tra le sezioni della comunità per l’imposizione di misure di controllo”. È il caso, ad esempio, di quello che è successo a Bristol. Lì il fattore scatenante è stato proprio l’introduzione di una nuova legge che permetterebbe alle forze dell’ordine di limitare drasticamente le manifestazioni. In quell’occasione al grido di “Kill the Bill”, uccidi la legge, una frangia dei manifestanti ha preso d’assalto una vicina stazione di polizia lanciando fuochi d’artificio e petardi contro gli agenti di guardia. La città si era resa protagonista di manifestazioni radicali già nell’estate scorsa quando una serie di marce di solidarietà con il movimento Usa di Black Lives Matter si erano concluse con la distruzione della statua di Edward Colson, mercante di schiavi del XVII secolo. Secondo il governo di Boris Johnson le norme per controllare le manifestazioni sono necessarie soprattutto per proteggere progetti e piani infrastrutturali. Alcuni ministri, ha scritto il Times, hanno spiegato che le motivazioni sono soprattutto economiche. In fondo, aggiungono, proteggere un collegamento ferroviario ad alta velocità dai sabotaggi degli ambientalisti è arrivato a costare 50 milioni di sterline (quasi 60 milioni di euro). È plausibile che nelle prossime settimana la tensione possa però diminuire, almeno lentamente. Se la campagna vaccinale di Londra dovesse continuare agli stessi ritmi e la curva epidemica flettere in maniera considerevole, è probabile che il governo inizi ad allenare le misure di contenimento già all’inizio di aprile.

La tensione crescente a Berlino. Un clima incandescente si è registrato anche in Germania, dove nelle ultime settimane è aumentata la confusione anche per scelte discutibili da parte del governo guidato da Angela Merkel. A differenza del caso inglese in terra teutonica le manifestazioni sono tendenzialmente permesse purché rispettino il distanziamento fisico. Questo però non ha impedito confronti anche violenti contro le forze dell’ordine. A Kassel, nel cuore della Germania, il 20 marzo scorso una serie di proteste, cui hanno partecipato almeno 20 mila persone, è diventata violenta dopo che alcuni manifestanti anti lockdown hanno preso di mira gli agenti di polizia preposti al servizio di sicurezza. I fatti di Kassel hanno scioccato l’opinione pubblica tedesca perché molte immagini controverse hanno acceso i riflettori sulla posizione della polizia. Le immagini hanno infatti mostrato sia reazioni violente da parte di qualche agente contro una donna che sfilava in una contro-manifestazione per chiedere la fine del corteo anti-lockdown, che forme di supporto a chi sfilava per chiedere la fine delle misure di contenimento.

Un continente sul piede di guerra. Focolai simili si trovano poi in molti altri Paesi. In Finlandia sempre a metà marzo, circa 400 persone hanno sfilato per le vie di Helsinki senza mascherina per protestare contro le misure anti Covid del governo. A Vienna, in Austria, altre mille persone hanno marciato nei pressi della stazione ferroviaria, chiedendo la fine del lockdown. In Svizzera circa 5 mila persone hanno sfilato nei pressi di Liestal, a 15 km dalla capitale Basilea, sempre contro forme di limitazione della libertà. In Romania, a Bucarest, nel bel mezzo di un aumento dei contagi, un migliaio di manifestanti sono scesi per le strade senza mascherine sventolando bandiere nazionali e vessilli no-vax. Nei Paesi Bassi a ridosso del voto circa duemila persone sono tate sgomberate dal centro de L’Aia mentre marciavano per chiedere la fine delle misure di contenimento. Le forze dell’ordine, ha scritto la Bbc, sono intervenute con agenti a cavallo e poliziotti in tenuta antisommossa. In tutta l’Olanda sta crescendo il sentimento anti chiusure. Come hanno sottolineato diversi manifestanti il sentimento di insoddisfazione e la sensazione di vedere i propri diritti calpestati, stanno aumentando. In molte città olandesi si contano manifestazioni e raduni. Il coprifuoco notturno – dalle 21 alle 4.30 – diventa sempre meno apprezzato anche perché a gran parte della popolazione ricorda un periodo buio della propria storia, dato che non veniva attuato dall’occupazione nazista durante la Seconda guerra mondiale. In Grecia una manifestazione contro la polizia a inizio marzo è ovviamente finita nella violenza. Circa 5 mila persone si sono radunate in piazza Nea Smyrni, ad Atene, per poi scontrarsi attivamente contro le forze di polizia. Le manifestazioni anti-lockdown si sono però propagate anche in molti altri contesti, come Bulgaria, Croazia e Serbia, ma anche diverse città della Svezia. Quasi nessun Paese, Italia compresa, è rimasto immuni a questa “pandemia”. Non solo. I rallentamenti nelle vaccinazioni, accompagnati da curve epidemiologiche ancora preoccupati rischiano di continuare ad alimentare questa spirale in modo sempre più violento.

Dantedì? Se Dante potesse ci picchierebbe, altroché. Per lui la libertà era sacra, per noi il lockdown è infinito. Emanuele Ricucci il 25 marzo 2021 su Il Giornale. Lui uscì a riveder le stelle, liberandosi dal male, noi, a malapena, possiamo uscire per fare la spesa. Celebrare Dante in galera, leggerne i suoi versi, musealizzarne l’essenza disinnescandola in maratone di lettura online. Feticismo fariseo. Pareva brutto non fare niente nel giorno dei settecento anni della sua nascita, ovvio. Anche oggi, ci siamo puliti la coscienza. L’equilibrio è ristabilito. Possiamo evocare il nome dei padri, possiamo disturbare il sonno glorioso dei giusti, possiamo leggerne i versi, persino masturbarci sopra le loro pagine, ma ormai il bluff è svelato: nel profondo nostro, profondo rosso, non sentiamo più accendersi il motivo del nostro esistere e reagire, combattere ed ambire, strettamente legato ai loro insegnamenti, se non per dimostrazione di stile. Quasi sempre, ormai per la totalità, così va. L’eredità si è rotta, la trasmissione interrotta. Riempiamoci pure la bocca, ma domani saremo gli stronzi di sempre. Ogni nostro sforzo quotidiano dovrebbe essere volto alla ricerca della giustizia, in questi mesi. Sì dovrebbe respirare tensione, non solo generata dalla continua privazione ma dalla necessità di liberarci dal male che buca lo stomaco. Tripartire la nostra volontà quotidiana: famiglia, lavoro e ricerca della giustizia. Ognuno dovrebbe cavalcare il disagio. Eppure sembriamo atomi che non si legano e, per questo, non producono effetti. Passivi, sodomizzati, strillanti su un social network: eccoli i “botoli ringhiosi”, nel Dantedì, che siamo diventati, chiusi nell’infinito pandemico, a gridare nel Purgatorio che osa punire anche solo l’idea di Bene con le fruste dei virologi che lasciano segni sulla schiena: non permetterti di vivere, di sperare, la curva non cala, i contagi esplodono, i morti aumentano, serve un nuovo lockdown, serve altra prigione. E noi qui, oggi, a celebrare Dante che della libertà fece ambizione assoluta?

Ma forse non ci rendiamo pienamente conto. Io mi chiedo: cos’altro debbano fare, dal governo, per non meritarsi una vera e propria sommossa popolare? Forse, dare della mignotta a nostra madre? Come si riesce a intavolare, in ogni disgraziato giorno italiano, un dibattito su questo e quello, quando ad Anagni vengono scoperte magicamente oltre venti milioni di dosi di vaccino, in un Paese che lagna assenza di vaccini e che, proprio per questo, è ancora agli arresti domiciliari ad aspettare che il caldo sciamano, santo e magico, venga a salvarci tutti, o meglio, quelli che, di questo passo, saranno rimasti poiché fuori pericolo rispetto al fallimento economico o psicologico? Ma come si fa? Con quale coscienza? Con quale visione di uomo, di cittadino e di Stato? Questi cavoli della Boldrini e della figlia di Fedez; questi grandissimi cavoli della corsa scudetto e delle uscite di Michele Serra; questi ingombranti cavoli di Enrico Letta e del nuovo suicidio del Pd. Questi rampanti cavoli di ogni cosa mobile o immobile, compreso il Dantedì, tanto siamo sempre meno degni di ricordare un padre nobile. Quel padre ci disconoscerebbe: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta (Pg I 71). La vita rifiuta per lei. E noialtri, poveri farisei virtuali, me in primis, non stiamo rifiutando la vita per giungere alla libertà, non compiamo il sacrificio della ribellione – eppure c’è chi ancora va definendosi tale in un giubilo mistico di infantilismo e tenerezza -, ma abbiamo accettato, supinamente, la riduzione della vita stessa a un’eccezione. Dante, nei suoi passi, mostra una continua tensione alla redenzione, alla libertà come fondamento dell’integrità degli uomini, in continuo equilibrio tra libero arbitrio e sfera morale: “dalle prime opere fino alla Commedia, dove continuamente presente è la tensione dell’anima verso la purificazione degli affetti, sostenuta dalla ragione e illuminata dalla grazia”, ci ricorda Bruno Bernabei nell’Enciclopedia Dantesca, “Libertade è tra i vocaboli centrali del mondo dantesco, pervaso dall’ideale della libertà”. Il rovesciamento dalla servitù. Quella dantesca appare non come una libertà “di” (che oggi pretendiamo come se ciò che facciamo determina la nostra esistenza, specie in rapporto agli altri), ma una libertà “da”. E qui risuona più forte di tutte le letture online della Divina commedia online del cacchio di questa giornata, l’ammonimento di Alighieri esiliato ai concittadini, che possiamo oggi leggere non solo con accezione al Divino, ma anche come evocazione più alta di cosa sarebbe giusto fare per non essere più considerati cittadini de iure e sudditi de facto: “Non vi accorgete…che è la cupidigia che vi domina,…che vi tiene costretti con minacce fallaci e vi imprigiona nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle santissime leggi […] l’osservanza delle quali…non solo è dimostrato che non è servitù, ma anzi, a chi guardi con perspicacia, appare chiaro che è la stessa suprema libertà”. Libertà dantesca, nobile affrancamento che dovrebbe essere anzitutto dalle macerie di noi stessi e dalle nostre aspettative: attendiamo, e i giorni della pandemia ne sono testimonianza, che la libertà ci venga data, ci venga offerta, peggio ancora, ci venga concessa. Dunque eccoci qui a celebrare il cimitero, la Cultura come rito forzato, atto dimostrativo, il ricordo come ricorso. Eccoci, oggi, a spolverare le bomboniere nella cristalliera, ricordando i tempi che furono. Nel frattempo ci ricordo che, quasi sicuramente, le restrizioni dureranno anche dopo Pasqua, fino al 13 o al 18 aprile, nonostante le dichiarazioni del ministro Franco e dello stesso Draghi “sull’ultimo sforzo” e su “da dopo Pasqua ricomincia gradualmente una parvenza di normalità”. E chi gli impedisce di non proseguire con le zone rosse fino a metà maggio? Ancora una volta: i padri sono sempre più giovani di noi, anche se hanno settecento anni. Mentre lo ricordiamo e mentre lui ricorda chi siamo e come siamo fatti, chiediamo scusa a Dante della nostra inconsistenza. E questo Regno cretino, se voleva dare vita a qualcosa di concreto, poteva almeno regalare una copia della Divina a ogni studente. Una casa, una Divina commedia, che è lettura degli uomini, del tempo, di Dio. Ben più di un’interrogazione. “Color che ragionando andaro al fondo, s’accorser d’esta innata libertate; però moralità lasciaro al mondo “. Quale moralità può lasciare un mondo umano in rovina che si limita a farsi sterilizzare, a replicare, a godere dell’immagine-verità, a prostituirsi verso chiunque politicamente possa garantire le proprie necessità di sopravvivenza, che campa di mera gratificazione istantanea, che rinuncia al proprio pensiero critico per cucire in fretta e senza approfondire, il reale e i suoi accadimenti, morendo nel nozionismo, nelle porzioni di dichiarazioni dei media, del web, dei leader che dà vita a una percezione di conoscenza? Anche oggi ci siamo puliti la coscienza. Anche oggi abbiamo constatato, in gran parte, l’inutilità degli intellettuali in questo mondo, l’inutilità degli intellettuali che si esprime nell’impossibilità di tradurre e declinare, di contaminare la sfera morale, e non solo pompare le possibilità infinite del libero arbitrio, e la volontà degli stessi di apparire, di monetizzare, di farsi riconoscere. Vuoti simulacri. Nello sforzo dell’anima per uscire dal peccato, nel riportare il mondo ad un salvifico antropocentrismo. È Massimo Dapporto, nei suoi ragionamenti sulla libertà dantesca, a ricordarcelo: “Ancora la dialettica fra libertà e schiavitù; tra un giudizio non compromesso dalla passione e il condizionamento dell’appetito. Perché la libertà in Dante è “de la volontà la libertate”, come dirà in Paradiso o, nelle parole ancora della Monarchia, “principio primo della nostra libertà si è la libertà dell’arbitrio”. Anche qui, l’io della modernità non può che sentirsi lontano, forse dolorosamente lontano, dalle certezze dantesche. L’io spodestato del soggetto moderno, non più padrone a casa sua; l’io invaso dall’inconscio, o disturbato dal progresso delle neuroscienze, che non sanno dove collocare l’organo della libertà nella contemporanea topografia del cervello, rischiano di rendere il concetto di libertà dantesca remoto, supremamente inattuale. Dante vive in un regime intellettuale e morale di orgogliosa alterità antropocentrica; in cui la diversità radicale della ragione apparenta l’uomo al divino e alla sua trascendenza”, così come fu per il genio dell’imperfezione, Leonardo, e così come fu per quell’uomo rinascimentale, che mise in asse Natura, Bellezza e Assoluto, che noialtri, poveri topi da laboratorio, andiamo cercando ma che sempre meno riusciamo a capire.

 “Covid-19 Freedom Index”, l’Italia maglia nera in fatto di libertà garantite. Rec News il 15 Marzo 2021. Lo strumento che monitora i comportamenti dei governi di tutto il mondo in fatto di libertà personali e diritti umani in tempi di “pandemia” RT ha lanciato l’osservatorio “Covid-19 Freedom Index“, uno strumento che monitora i comportamenti dei governi di tutto il mondo in fatto di libertà personali. Perché – riflettono oggi dalla testata – “i ricoveri e le morti per Covid-19 sono in calo, ma alcuni governi non hanno avuto fretta di restituire libertà e diritti ai propri cittadini. Devono essere tenuti in conto”. Da qui il quesito: “La pandemia ha trasformato il tuo Paese in totalitario?”. La risposta nel caso dell’Italia non è incoraggiante. Lo Stivale ne esce distrutto, tinto di bordeax e di bordeaux scuro. Quest’ultima catalogazione è riferita alla Campania di Vicenzo De Luca – il governatore del lanciafiamme sulle festicciole – che no a questo momento ha guadagnato un posto vicino all’Arabia Saudita e alla Cina di Xi Jinping, anche loro tinte di scuro. Per quanto riguarda la metodologia di base, l’osservatorio ha provveduto a incasellare ogni aspetto quotidiano in settori. Ad ogni settore viene assegnato un punteggio a seconda dell’area di appartenenza, no ad arrivare all’elaborazione di un valore numerico indicativo, tendenzialmente superiore a 1 per i Paesi che manifestano criticità trascurabili o moderate, e inferiore a 1 per quelli che presentano criticità preoccupanti e dunque limitazioni di rilievo. L’Italia – divisa in fasce geografiche – rimane ovunque al di sotto della soglia di tolleranza, con un punteggio che varia a seconda delle aree geografiche compreso tra 0,89 e 0,68 (la totalitaria Cina è a 0,65, immediatamente sotto, l’Arabia Saudita della negazione dei diritti fondamentali universalmente riconosciuti è a 0,69). Migliore la situazione della Sardegna per il recente ingresso nella cosiddetta “Zona bianca”. Scendendo nel dettaglio, l’Italia supervisionata da Mario Draghi e dal Generale Figliuolo – ereditata da Conte – si contraddistingue per il tentativo di legittimare la pratica del coprifuoco obbligatorio, per le ingerenze dei viaggi nazionali, per la consegna di poteri alla Polizia e l’utilizzo di sanzioni amministrative per punire i disobbedienti, per la libertà di informazione limitata e normata quando si parla di covid. Ancora, per la soppressione del diritto al lavoro (negozi, luoghi pubblici ed eventi chiusi o fortemente limitati), per la mancata erogazione dei servizi legati all’istruzione e per le restrizioni che riguardano perno la libertà di riunirsi e di spostarsi. Sulla libertà dalla sorveglianza, l’Italia al momento è in zona “Monitoraggio dei cittadini tramite app di monitoraggio COVID-19 volontarie“, ma la situazione potrebbe degenerare nei prossimi mesi con l’introduzione di Mitiga, attualmente prevista per giugno. In tema di vaccini, i preparati delle case farmaceutiche che stanno presentando un po’ ovunque criticità sono “consigliati ma non obbligatori“, per quanto ieri il Generale Figliuolo abbia agitato lo spettro del “vacciniamo chi passa“. L’osservatorio è nella sua fase iniziale di monitoraggio, per questo non è ancora esaustivo per quanto riguarda alcuni territori.

Lettera a un giovane covidisperato. Emanuele Ricucci il 15 marzo 2021 su Il Giornale.

Andrà tutto bene, all’inferno, ragazzo. Là andrà tutto bene. Avrai tempo, là, di fondere la tua PlayStation.

Come va nel tuo inferno?

Quanto hai fissato il monitor, oggi?

Quanto ti annoia vivere così?

Sai che tutti ti accuseranno di essere sciocco, dimenticando, forse, di quando lo furono loro?

Tu non conti nulla, piccolo mio, non sei che una stitica statistica.

Sei una giustificazione al delirio.

Ogni giorno del tuo silenzio, riduce il tuo peso. Rischi di crepare ancor prima di nascere, rischi di diventare l’anima che infesta le stanze della tua casa. Passando da qui a lì. E da lì a qui. E qui, e lì.

Cosa ti manca, ragazza?

Non ti manca niente?

Non ti viene voglia di spaccare tutto? Di lasciarti al vuoto che ti riempie?

Non senti che hai sempre meno voglia di parlare? Quanto pensi possa pesare l’inutilità? Essa vale un pianto di sei ore?

Potrei scriverti di tuoi simili che, messi di fronte al muro della fine della propria libertà, si sono dati fuoco, si sono sono ammazzati, hanno raccolto le budella, con un ultimo attimo di vita, sul Carso, mentre strillavano come gattini appena nati “Mamma!” tra fiondate di pallottole, a seicento chilometri da casa; potrei scriverti di quanti tuoi simili si sono fatti la galera, hanno preso le botte per strada, da un altro loro simile che aveva fatto una scelta diversa, in un momento in cui non tutti erano reclusi, umiliati e disperati. Avevano gli occhi aperti.

Potrei citarti fonti e morti, ma non faremo la fine inutile dei morti di fonti. Arriverà il momento di aggregare conoscenza sugli esempi, oggi devi reagire e non lo devi fare per loro: lo devi fare per te. Devi a te la tua autostima, devi a te l’esistenza dei sogni, devi a te la gioia sconfinata, devi a te l’amore, devi a te una coltivazione, devi a te i dubbi e la ricerca delle soluzioni per correggerli, devi ricordare a te stesso che la vita, anche la tua, non è un crimine. Potrei citarti libri che non leggerai ora e, per cui, non hai alcun interesse. A me basterebbe che tu potessi acquisire consapevolezza della tua attuale condizione, consapevolezza del ruolo e dell’importanza che la tua vita, il tuo studio, la tua serenità hanno per questo Stato (delle cose).

Pensaci e rispondimi: stai bene? Ti senti bene? Qual è il tuo ruolo, ora, secondo te? Pensi di essere importante?

Potrei romperti le palle con la potenza della vita, e invece voglio romperteli lo stesso ma con la vicinanza della morte, della fine, del sacrificio, atti di cui, prima o poi, dovrai renderti conto. Oggi si muore forte, ragazzo. Di coronavirus, certo, ma soprattutto stando fermi. Oggi si muore stando fermi a vedersi decomporre. Perciò voglio solo chiederti, in realtà, se senti la puzza di morto che esce da te. Se non ti senti inutile, se non ti senti umiliato. Ti hanno dato dell’untore, ti hanno reso colpevole, hanno caricato le tue spalle ancora fragili di pesi che non ti spettavano, hanno provato a trasformarti in un mostro capriccioso e viziato solo perché vuoi vivere i tempi del tuo tempo. Hanno fatto di te come farebbero con una sgradita foto vecchia che si fissa un’ultima volta, giusto il tempo di capire che non serve più e va buttata senza troppi rimorsi di coscienza, senza accusare troppe responsabilità. Ti hanno buttato nell’umido, insieme alla merda dei gatti e agli avanzi del pranzo degli statali. Nonostante non vi sia certezza che questo trattamento sia scientificamente giusto, non ha certezze accademiche ferree, dopo un anno, ti hanno costretto a non andare a scuola, a non vedere i tuoi amici, hanno violentato la tua privatezza con la privazione. Ti hanno tolto il sonno e la cultura, ma, soprattutto, delittuoso, ti hanno tolto la voglia, la passione, la curiosità.

Rispetta le regole di tutela della salute pubblica, quelle uniche tre regole fondamentali valevoli, ancora. Ma non farti schiacciare. Sii rispettoso del tuo tempo ma non fartelo annullare.

Insomma, vorrei capire se ti senti morto. Potrei e vorrei incoraggiarti, ma preferisco richiamarti all’attenzione: ciò che non capisci, non significa non esista. Se non cogli i danni che questo momento ti arreca, non basteranno cento anni di gratificazione istantanea su Tik Tok. Sarai fritto perché avrai perso la connessione con te stesso e con quelle rare possibilità che hai di salvarti in un mercato umano e del lavoro come quello odierno.

Ricorda, ragazzo, che hai solo un tempo. Il tuo tempo. Mi risponderai, forse arrossendo, “e io che ci posso fare?”, o magari, “tu hai ragione ma io non posso cambiare niente!”. E invece puoi, smettendo di concederti. Non ti concedere. Non farti trovare, quando vogliono farti credere che vita sia quella cosa che si realizza in quel lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo del corriere di Amazon e l’inizio della seconda puntata della serie. Non farti trovare, quando ti convincono che il coprifuoco sia utile a salvare la tua vita. Non farti trovare, ora che ti stanno consegnando una società senza lavoro, senza istruzione, senza uomini, piena di debiti e disperazione, di macerie, in cui un figlio potrai solo sognartelo, in cui gioirai sapendo che per nove ore di lavoro al giorno, senza tutele, né garanzie, in nero, ti lanceranno addosso da un Bmw 400 euro al mese. Portafoglio vuoto, portfolio pieno. Sciopera dalla fine, ragazzo.

Rompi.

Non sei solo, non pagherai solo te. Riprenditi il tuo spazio che è forma del tuo tempo. Riprenditi il tuo tempo perché, e lo capirai a tue spese, la gioventù non tornerà, quella sregolatezza, quella lucida follia, quella voglia di sesso, quelle ore infinite con l’orecchio alla cassa dritta, senza responsabilità come sentenze di esecuzione, quella disillusione, quella dolcezza di chi si fida dei più grandi, quella voglia di vivere, appunto, che da te emana come un profumo d’alloro, non torneranno. Tua madre e tuo padre, giovani anche loro, non torneranno, se non in una foto incollata nel marmo rosa e tu a fissarli, ancora vicini, mentre un cipresso si piega alla tramontana, ripenserai a quando avevi tempo.

Una società con una gioventù che non esplode a un simile sopruso, a una simile violenza psicologica, è fallita come classe di uomini. Uomini che assurgono a replicanti di un volere imposto, sterilizzati, incapaci di reagire. Anestetizzati, surgelati.

Pensi che tutto ciò che stai vivendo non avrà effetto su di te? Sulle tue acerbe certezze, sulle tue paure, sulla tua ansia, sulla tua asfissia? L’ossigeno si corrompe ad alta quota. Alla quota in cui ti hanno portato per poi lasciarti cadere giù. Ma non provi senso di schifo, non ti viene voglia di rigettare il terrorismo mediatico? Non ti viene voglia di vomitare sulla jpeg di chi ti sta trattando come un figlio scemo, inutile e inutilizzabile, convinto che sbattendoti agli arresti domiciliari con la trap nelle orecchie, davanti a uno schermo, tutto il giorno, a fare il segnaposto virtuale, faccia il tuo bene? Qual è il tuo bene, secondo te? Qual è il bene, ora, secondo te? Ma soprattutto qual è il male, ora, ragazzo? Cos’è male, ragazza?

Ribalta la Cultura della debolezza: vai a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfare, la difficoltà per vincerla. Parla delle tue paure, di cosa ti angoscia, ora, e ti toglie il fiato. Non mollare. Non è questo il tempo per crepare.

Scusami, ma non riesco a fare più di questo. Anche io, impotente e atrofizzato, non riesco a difenderti, a sostenerti.

Ti voglio bene, fratellino. Ti voglio bene, sorellina.

Perché i lockdown ormai non servono più a nulla. Paolo Mauri su Inside Over il 15 marzo 2021 su Il Giornale. “I lockdown non servono”. Sono le parole al Wall Street Journal di Philippe Lemoine, dottorando in filosofia alla Cornell University ma soprattutto analista presso il Center for the Study of Partisanship and Ideology (Cspi). La conclusione a cui è arrivato il ricercatore è frutto di un lungo e ben documentato rapporto che prende le mosse da un fatto di cronaca di oltre Atlantico: il governatore del Texas Greg Abbott (Rep) ha annunciato la scorsa settimana che il suo Stato sta ponendo fine all’obbligo di indossare la mascherina ed è ai limiti della propria capacità aziendale. I Dem statunitensi e molti funzionari della sanità pubblica hanno denunciato la mossa di Abbott, ma secondo Lemoine ora esistono ampi dati per dimostrare che i benefici di misure così rigorose non valgono i costi che derivano dall’averle messe in atto.

Un anno di chiusure forzate. Il ricercatore però tende a sottolineare che non è sempre stato così. Un anno fa, infatti, aveva pubblicamente sostenuto l’utilità delle serrate perché sembravano le uniche mosse prudenti dato quanto poco si sapeva all’epoca sul virus e sui suoi effetti. Fa notare, però, che oggi bloccare la società è diventata l’opzione predefinita dei governi di tutto il mondo, indipendentemente dai costi. A più di un anno dall’inizio della pandemia, la vaccinazione è in corso sia in Europa sia negli Stati Uniti, ma su entrambe le sponde dell’Atlantico sono ancora in vigore severe restrizioni. Germania, Irlanda, Regno Unito e adesso anche l’Italia sono ancora sotto regime di chiusura restrittiva, mentre la Francia fa registrare due mesi dall’inizio della decisione di imporre il coprifuoco alle 18:00, che il governo francese dice durerà per almeno altre quattro settimane. Senza considerare che, da noi in Europa come negli Stati Uniti, la scuola in presenza è ancora una rarità. Lemoine afferma, giustamente, che guardando ad un anno fa, in questo stesso periodo non si aveva idea di come controllare la diffusione del virus e di quanto sarebbe stato difficile farlo. Data la velocità con cui si era diffuso, le persone presumevano ragionevolmente che la maggior parte della popolazione sarebbe stata infettata in poche settimane a meno che non si fosse ridotta in qualche modo la trasmissione. A quel tempo le proiezioni dell’Imperial College Covid-19 Response Team di Londra avevano previsto che più di due milioni di americani avrebbero potuto morire in pochi mesi, pertanto l’unica via per interrompere la trasmissione del virus era quella del blocco totale che, sebbene non possa prevenire tutti i contagi, ha comunque impedito che gli ospedali venissero sopraffatti dai pazienti infetti: in una parola le serrate, allora, hanno “appiattito la curva” impedendo ai sistemi sanitari nazionali di collassare.

Il ruolo della paura sulle abitudini. Da allora, però, ne è passata di acqua sotto i ponti, e Lemoine fa notare che “abbiamo imparato che il virus non si diffonde esponenzialmente a lungo, anche senza restrizioni”. L’epidemia, dati alla mano, recede molto prima che sia raggiunta la cosiddetta immunità di gregge, ovvero la copertura immunitaria di una larga fetta della popolazione (mediamente tra il 70 e il 90%). Una delle cause, individuate dal ricercatore, che è responsabile di questo andamento più lineare che esponenziale della diffusione dei contagi risiede in un fattore sociale (il campo di studi di Lemoine), ovvero la “paura” insita nella popolazione che cresceva col crescere delle ospedalizzazioni (e dei morti), cambiandone le abitudini. Del resto è sotto gli occhi di tutti come siano cambiate: oggi, oltre a indossare la mascherina, siamo molto più attenti nella nostra vita sociale mantenendo le distanze dal prossimo (quando possibile, ovvero non sui mezzi pubblici), e siamo anche più attenti alla nostra igiene personale avendo preso l’abitudine di lavarci spesso le mani; senza considerare che molti, oggi, evitano comportamenti a rischio come quello di toccarsi parti sensibili di veicolare il contagio all’interno del nostro corpo (occhi, bocca, naso) senza prima aver provveduto alla pulizia della mani.

I limiti dei lockdown. Tuttavia, dice il ricercatore nel suo documento, fino a quando un numero sufficiente di persone non avrà acquisito l’immunità attraverso l’infezione naturale o la vaccinazione, questo effetto è solo temporaneo e alla fine l’incidenza ricomincia a crescere perché la popolazione torna a un comportamento più regolare. Secondo Lemoine i lockdown e altre restrizioni rigorose non hanno un effetto molto ampio perché sono uno strumento “spuntato” e hanno difficoltà a prendere di mira i comportamenti che contribuiscono maggiormente alla trasmissione. La convinzione che i blocchi siano molto efficaci, tuttavia, persiste perché le autorità reagiscono allo stesso modo agli stessi cambiamenti nelle condizioni epidemiche, quindi tendono a implementare blocchi e altre restrizioni fortemente limitanti nel momento in cui le persone iniziano a modificare il loro comportamento. Ciò significa che l’effetto dei cambiamenti comportamentali volontari è attribuibile ai blocchi anche se l’epidemia avrebbe comunque iniziato a recedere in assenza di restrizioni rigorose. È possibile affermarlo perché è esattamente quello che è successo in luoghi dove le autorità non hanno messo in atto tali restrizioni, che sono estremamente diverse dal punto di vista economico, culturale e geografico e quindi è improbabile che condividano alcune caratteristiche che consentono loro di ridurre la trasmissione senza un “lockdown”. Il ricercatore afferma che la letteratura scientifica, per quanto riguarda gli studi sull’effetto delle restrizioni sulla trasmissione, ha ottenuto molti risultati incoerenti, ma soprattutto è metodologicamente debole e quindi completamente inaffidabile. Molti studi hanno scoperto che le restrizioni hanno avuto un effetto molto ampio sulla trasmissione, cosa che i sostenitori del blocco amano citare, tuttavia, questi risultati non superano un’analisi solo leggermente più attenta poiché è sufficiente osservare alcuni grafici per convincersi che gli studi sono stati effettuati “terribilmente fuori campione”, il che non sorprende poiché la maggior parte presume che il comportamento volontario non abbia alcun effetto di sorta sulla trasmissione o non utilizzano metodi che possano stabilire la causalità separando l’effetto delle restrizioni da quello dei cambiamenti volontari del comportamento.

L’esempio del caso svedese. L’analisi di Lemoine procede valutando il rapporto costi/benefici, e cita il caso svedese. Il ricercatore afferma che anche se si formulano ipotesi completamente non plausibili sull’effetto delle restrizioni sulla trasmissione e si ignorano tutti i loro costi tranne il loro effetto immediato sul benessere delle persone, nessuna supera una valutazione costi-benefici. Per quanto riguarda la Svezia (dove l’incidenza sta crescendo di nuovo e il governo sta considerando di inasprire le restrizioni), se si presume che un blocco salverebbe 5mila vite (che è approssimativamente il numero totale di morti durante la prima ondata, quando la popolazione non sapeva come comportarsi e la vaccinazione non era in corso), un blocco di 2 mesi seguito da una riapertura graduale nei successivi 2 mesi avrebbe dovuto ridurre il benessere delle persone al massimo dell’1,1% in media nei 4 mesi successivi al fine di superare un rapporto costi-benefici. In altre parole, affinché un blocco superi una valutazione di tale tipo, in base a tali presupposti si dovrebbe presumere che in media le persone in Svezia non dovrebbero essere disposte a sacrificare più di 32 ore (circa) nei prossimi 4 mesi per continuare a vivere una vita semi-normale di cui attualmente godono, invece di essere rinchiusi.

Il legame tra indice Rt e lockdown. Secondo Lemoine, dal punto di vista dei costi/benefici, la strategia tanto criticata della Svezia è stato di gran lunga superiore a quello che hanno fatto la maggior parte dei paesi occidentali, anche se rapportata all’esempio di Australia e Nuova Zelanda, che hanno adottato la cosiddetta strategia “zero Covid” dopo la prima ondata; strategia che probabilmente non sarebbe riuscita comunque nemmeno allora in Europa e Usa, figuriamoci ora. Questo ragionamento, per il ricercatore, rimane valido anche se si tiene conto della minaccia rappresentata dalle nuove varianti di Sars-CoV-2. Lemoine, quindi, sostanzialmente dice che molti sovrastimano l’impatto dei blocchi e di altre restrizioni rigorose, ma non sta dicendo che non abbiano alcun effetto, solo che non è così incisivo come molte persone sostengono e, in particolare, sembra che la popolazione cambi volontariamente il suo comportamento in modo da impedire che sia raggiunta la diffusione esponenziale del contagio anche in assenza di restrizioni rigorose. Nel frattempo, blocchi e altre restrizioni rigorose sembrano essere strumenti che hanno difficoltà a prendere effettivamente di mira i comportamenti che influenzano maggiormente la trasmissione. Questo è probabilmente il motivo per cui sembrano non funzionare molto bene fintanto che l’incidenza è bassa e le persone non hanno paura, il che a sua volta spiega perché l’indice R(t) spesso non crolli immediatamente dopo il blocco e perché risalga anche mentre le restrizioni sono ancora in vigore.

Gli effetti non calcolati delle chiusure. Lemoine afferma poi che non solo i sostenitori del lockdown sovrastimano drammaticamente l’effetto delle restrizioni, ma sembrano preoccuparsi solo dei risultati immediati riguardanti la salute escludendo quasi tutto il resto. In particolare, sono eccessivamente preoccupati per il possibile collasso degli ospedali, mentre non si preoccupano abbastanza dei costi che le restrizioni impongono alla popolazione. Certo, il collasso del sistema ospedaliero sarebbe un dramma, ma, dice ancora il ricercatore, lo è anche privare i bambini di un’infanzia normale impedendo loro di frequentare la scuola di persona o socializzare con i loro amici, chiudendo o limitando fortemente piccole attività che hanno esternalità positive per le comunità locali. Anche una rapida e superficiale analisi costi/benefici sarebbe sufficiente, viene detto nel rapporto, per convincersi che i costi di restrizioni rigorose superano i loro benefici con un margine così enorme che solo l’isteria collettiva può spiegare perché così tante persone continuano a sostenere quelle politiche assurde. Non solo le società nel loro insieme sarebbero molto più vicine all’optimum dal punto di vista di questo rapporto se si iniziasse immediatamente a revocare le restrizioni rigorose, ma molte persone, individualmente, potrebbero migliorare il proprio benessere non astenendosi da determinate attività che non sembrano hanno un grande impatto sulla trasmissione, di cui non si rendono conto a causa di tutto l’allarme. Sfortunatamente, non solo i sostenitori del lockdown non stanno imparando dall’esperienza passata, ma molti di loro stanno enfatizzando la politica “zero Covid”, che è ancora più ridicola dal punto di vista dei costi/benefici rispetto a quella dei lockdown. Lemoine termina la sua lunga analisi affermando che anche se molti governi in tutto il mondo hanno abolito molte delle libertà individuali di cui godono le loro popolazioni per mesi, per quanto ne sappia, nessuno di loro ha mai pubblicato un’analisi costi/benefici per giustificare questa politica, anche se è qualcosa che dovrebbero fare per prendere decisioni molto meno incisive di un lockdown, e se non l’hanno fatto è perché sanno perfettamente quale sarebbe il risultato che otterrebbero.

Coronavirus, Paolo Spada: "Il virus sta già arretrando. Ecco perché chiudere è un errore". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 16 marzo 2021. «Le istituzioni e i media hanno seminato terrore. Ma picchiare solo sugli aspetti negativi è contrario a tutti i principi base di una terapia medica» «Per fortuna, i numeri ci dicono che stavolta la pandemia non ha la forza e le dimensioni di ottobre o del marzo scorso» Sono parole di Paolo Spada, chirurgo milanese in servizio presso l'Humanitas e, con il virologo Guido Silvestri, scienziato che da trent'anni lavora negli Stati Uniti, creatore della pagina Facebook "Pillole di ottimismo", resoconto quotidiano sull'andamento medico-sociale del Covid votato a non far precipitare i cittadini nel panico. «E questo si può fare con un'informazione trasparente e capillare, che analizzi i dati provincia per provincia e li spieghi, non con gli elenchi di morti e ricoverati senza contestualizzazione».

Professore, è passato un anno e torniamo a chiudere: qual è il motivo del suo ostinato ottimismo?

«L'ottimismo è alla base della medicina. Chi è ottimista è un combattente, quando va bene non si distrae e tiene accorte le persone, quando va male tiene duro e infonde coraggio. In un anno la scienza ha trovato i vaccini. Le pare poco? È un risultato straordinario».

Non si sente un po' solo?

«È vero, sono uno dei pochi che cantano fuori dal coro ma continuerò a farlo, anche se le cose dovessero peggiorare. Durante quest' anno le istituzioni, e purtroppo anche i mezzi d'informazione, hanno seminato terrore trascurando del tutto l'importanza di affrontare le difficoltà con un approccio empatico. Picchiare solo sugli aspetti negativi in realtà è contrario a tutti i principi base di una terapia medica. Non bisogna farsi travolgere dalle emozioni negative».

Quindi professore lei non chiuderebbe l'Italia come invece ha deciso il governo?

«L'avrei fatto prima, e non dappertutto. Chiudere tutto è la cosa più semplice; ma è anche la più grossolana».

I contagi però attualmente sono in salita e le chiusure, in teoria, li limitano

«Non c'è dubbio. Ma il discorso è più complesso. Si dice che bisogna imparare a convivere con il virus e poi non ci si prova nemmeno. Le restrizioni erano state fatte il 5 marzo, forse si poteva evitare di imprimere un ulteriore giro di vite dopo solo una settimana, prima cioè che sia valutabile il risultato delle misure contenitive prese».

Ma la terza ondata c'è o no?

«Certo che c'è, ed è fuori discussione che sia un fatto allarmante. Ma deve essere chiaro che è l'inizio dell'ondata che fa la differenza, la rapidità con la quale il contagio sale nei primi giorni. È lì che bisogna essere pronti. Quello che segue è in gran parte una conseguenza ritardata e inevitabile. Per fortuna, i numeri ci dicono che stavolta l'ondata non ha la forza e le dimensioni di quelle di ottobre o del marzo scorso. I contagi continuano a crescere ma abbiamo già superato da diversi giorni il flesso, che è il momento in cui il loro aumento inizia a rallentare. Questo significa che tra qualche giorno raggiungeremo il picco, ci assesteremo e poi torneremo a scendere. E tutto ciò è accaduto prima di entrare in zona rossa».

Non è che il rallentamento lo vede solo lei?

«No. In sette giorni siamo passati da un aumento dei contagi del 24% a una crescita del 14%. E la diffusione marginale sta iniziando a rallentare perfino in Emilia-Romagna, la regione attualmente più colpita».

A cosa imputa la frenata?

«La prima ondata ci ha colto dormienti, la seconda ci ha trovati svagati e superficiali, ma ora eravamo preparati: abbiamo tutti un livello maggiore di conoscenza del virus e di protezione collettiva, sappiamo meglio come difenderci e abbiamo una percezione del pericolo superiore rispetto a un anno fa, quando eravamo terrorizzati ma inconsapevoli dei meccanismi del contagio. E poi le epidemie lavorano sempre sul terreno della suscettibilità degli individui, che non è infinito: alcuni si sono già ammalati, altri appartengono a quel 30% della popolazione che ha di suo difese immunitarie in grado di tenere lontano il virus, altri ancora sono già stati vaccinati. Ogni ondata ha di fronte a sé un minore potenziale di vittime. L'immunità della popolazione verso la malattia sta aumentando gradualmente: al terzo giro, chi ancora non si è ammalato ha meno possibilità di contagiarsi rispetto alla prima ondata».

E allora perché siamo rientrati in lockdown: masochismo?

«Le dimensioni di questa ondata sono già definite abbastanza bene e si può prevedere uno svolgimento non catastrofico. Purtroppo il governo e gli scienziati che lo consigliano decidono in base al cosiddetto Rt, ossia l'indice di riproduzione, un valore che racconta una realtà vecchia di dieci giorni; ed è da 10 giorni appunto che la crescita sta calando».

Non si può sostituire l'Rt come indice calcolatore?

«In parte lo stanno già facendo, con l'introduzione del parametro dei 250 casi ogni centomila abitanti in una settimana per entrare in zona rossa, ma il punto è un altro: bisogna finirla di ragionare in termini di regioni, i dati vanno analizzati su base provinciale, o anche su realtà più piccole. Guardi il caso Lombardia, ci sono situazioni totalmente differenti: Brescia ha avuto per molte settimane livelli di contagio intollerabili ed era da chiudere, altre province, più occidentali, no».

Si finisce sempre a parlare di Lombardia

«Perché è la regione di gran lunga più popolosa. Ma insistere nel dire che è la realtà più colpita è una vergogna comunicativa: la Lombardia ha più contagi in numero assoluto ma non sempre in relazione agli abitanti».

C'è uno studio americano, pubblicato dalla rivista accademica Science Nature, che sostiene che le chiusure totali non servano

«Ho letto quello studio: è stato strumentalizzato in chiave negazionista. In realtà il messaggio forte dell'analisi è che il Covid è destinato verosimilmente nei prossimi anni a perdere virulenza e diventare una malattia endemica più lieve, come il raffreddore».

Quindi non ci libereremo mai del Covid?

«Continuerà a esistere ma sotto forma di una malattia meno importante, con un'immunizzazione naturale e acquisita per le forme più gravi».

C'è un altro studio, dell'università di Edimburgo, che sostiene che il lockdown sia controproducente perché poi, quando viene il momento di riaprire, il Paese si ritrova con una vasta percentuale di popolazione rimasta vulnerabile, cosa che non accadrebbe se il virus si facesse circolare...

«I tentativi all'inglese di sviluppare un'immunità di gregge sono falliti. È vero che la circolazione del virus crea immunità, ma è ancora presto per lasciarlo libero. Ci arriveremo».

Professore, da oggi mezza Italia è in zona rossa e l'altra metà è comunque semichiusa: cosa ne pensa?

«Senza entrare in polemica su quel che poteva essere fatto in termini di tracciamento, tamponi e misure preventive, penso che si potrebbe migliorare la strategia per fronteggiare il virus. Non sempre ha senso prendere provvedimenti validi per regioni con cinque o addirittura dieci milioni di abitanti. Bisogna avere come riferimento territori più piccoli e agire su di essi: le province, ma anche realtà minori, perché più restringi i territori, meglio li monitori e più accorci i tempi di clausura. Brescia è fuori controllo da un mese e ancora oggi è stata trattata come Milano e Pavia, dove la terza ondata è molto meno violenta».

Perché non si impara dagli errori?

«Perché c'è troppa lentezza negli indicatori e nella catena di comando. Se si rimpiccioliscono i territori si riesce anche meglio a sensibilizzare la popolazione e orientarla verso comportamenti virtuosi. Pensi al caso della prima zona rossa di Codogno o a quella di Medicina. I focolai oggi sono tanti, ma la curva del contagio è sempre la somma di piccole curve locali che possono essere seguite a più corto raggio, dobbiamo adeguarci noi alla realtà e non viceversa, perché il virus non fa quel che vogliamo».

Insomma, secondo lei stiamo chiudendo tutto in maniera un po' troppo grossolana?

«Spiace dirlo in questo modo, ma il lavoro avrebbe potuto e dovuto essere più raffinato. E poi ammettiamolo, non si può chiudere tutto: ha dei costi economici e sociali insostenibili. Con la nostra pagina Facebook, "Pillole di ottimismo" sono in contatto ogni giorno con migliaia di persone e le assicuro che l'allarme sociale è alto».

A proposito di ottimismo, mi dica una cosa positiva

«In estate ne saremo fuori in gran parte e, grazie ai vaccini, il prossimo ottobre non sarà l'anticamera dell'inferno come lo è stato quello scorso. Dovremo usare ancora le mascherine nei luoghi pubblici, ma il futuro è dalla nostra parte, anche per la tendenza del virus a mutare».

Ma come, le varianti non sono una maledizione?

«Guardi che il Covid continua a variare fin dall'inizio. Quello che si è sviluppato in Italia, a Codogno, non è uguale al virus che ha colpito Wuhan, dove tutto ha avuto origine. Anche l'influenza varia di continuo e probabilmente il Covid è destinato a diventare simile a un'influenza, anzi forse addirittura a un semplice raffreddore».

Ma quanti morti ci vorranno nel frattempo?

«Se ci vacciniamo tutti, sempre meno».

Non la fa troppo facile?

«Da medico ho il dovere di essere vicino alle persone angosciate e trasmettere empatia a chi non riesce più a dormire di notte per le preoccupazioni. Penso che dovrebbero usarne un poco anche la stampa e le istituzioni, mitigando un approccio spinto troppo verso la drammatizzazione, che alla fine va a braccetto con la disinformazione».

Feltri: “Non sanno vaccinarci e ci trattano come bambini. Draghi e Conte due carcerieri”. Alessandra Danieli sabato 13 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Sferzante, come di consueto, Vittorio Feltri. Che non le manda a dire al professor Draghi. Scettico fin dall’esordio del governissimo di presunta "unità nazionale" il direttore di Libero affida a Twitter le sue amare riflessioni sulle nuove restrizioni che fanno ripiombare l’Italia nel confinamento di un anno fa. “Siccome non sono capaci di comprare vaccini e di iniettarceli ci trattano come bambini dell’asilo e ci tengono segregati nel girello”.  È il primo cinguettìo di Feltri. Poco dopo un nuovo attacco. Che mette alla berlina il ‘fantomatico’ nuovo passo del premier. Sul quale la grande stampa ha ricamato per giorni e giorni.  “Vi prego amici di aiutarmi a capire che differenza c’è nella sostanza tra Conte e Draghi. Entrambi sono agenti carcerari“. Alla vigilia del temuto decreto sulle zone rosse dalle colonne del suo giornale era stato esplicito. “Aspettiamo l’ennesima condanna alla solita pena detentiva basata su un concetto grossolano. Diciamo pure poco intelligente, massì, scemo. Siccome aumentano i morti di Covid, il governo automaticamente, sull’onda del reiterato esempio di Conte, ferma l’Italia”. Morale: invece di fermare il virus, ferma gli italiani. “Se questa è una soluzione , io sono Einaudi. Tra l’altro proprio oggi pubblichiamo uno studio da cui si evince che paralizzare i cittadini e le loro attività professionali non serve a nulla. Se andiamo avanti con questi metodi arriveremo a un punto drammatico. O moriremo di Corona oppure di fame. Giacché chi non lavora non mangia e a forza di tirare la cinghia tirerà anche le cuoia”. Alle inutili chiusure si aggiunge il flop drammatico della campagna vaccinale. Altro che immunità di gregge. “Il problema è noto”, scrive Feltri senza tanti giri di parole. “O ti vaccini o campi provvisoriamente col terrore di ammalarti. Ma questo dato incontestabile non turba il governo. Il quale se ne infischia di provvedere ad acquistare dosi sul libero mercato. Alcune regioni si sono date una svegliata e qualcosa di buono stanno combinando, facendo iniezioni a tutto spiano. Altre, non so perché, promettono di fare miracoli e in realtà fanno schifo”. La Lombardia non è da meno. Lo dico per esperienza personale – aggiunge il direttore di Libero – mia moglie aspetta da oltre venti giorni un cenno. Ma nessuno le fornisce una informazione. Siamo a livello del Congo. Una certa fretta si riscontra solo se si tratta di paralizzare le città. Impedendo alla popolazione di circolare. E ora l’esecutivo si accinge ancora una volta a violare la Costituzione. “Noi non vogliamo puntare la pistola alla tempia di Draghi. Perché non disponiamo di armi da fuoco. Ma non riscontriamo un cambiamento di musica a Palazzo Chigi. È sempre il consueto requiem.

Giorgia Meloni, la foto con cui travolge Mario Draghi: "Italiani esausti, da lui ci saremmo aspettati un cambio di passo". Libero Quotidiano il 12 marzo 2021. Giorgia Meloni unica voce all'opposizione. Sfornate le ultime restrizioni per rallentare la pandemia, la leader di Fratelli d'Italia ci va giù pesante. Poche infatti le differenze con il governo precedente, criticato a lungo per i suoi dpcm. "Da Mario Draghi - cinguetta al vetriolo la Meloni - ci saremmo aspettati un deciso cambio di passo rispetto a Conte, ma le nuove misure restrittive decise oggi sono in perfetta continuità con la strategia fallimentare adottata dall’inizio dell’emergenza Covid". Finita qui? Neanche per sogno. La leader di FdI non lascia passare nulla: "Il Governo continua a chiudere attività come ristoranti e palestre invece di potenziare trasporto pubblico, impedisce di andare a scuola anziché mettere in sicurezza anziani e persone fragili, non investe come dovrebbe su assistenza domiciliare e terapie nella fase precoce". E infine: "Gli italiani sono esausti di sacrifici che non portano a nulla e non ne possono più di un governo incapace di assumersi le proprie responsabilità". Uno sfogo che arriva dopo la bocciatura dell'emendamento presentato da Fratelli d'Italia in Aula per riaprire palestre, piscine e scuole di danza. Per l'occasione Lega e Forza Italia si sono astenute, mandando su tutte le furie Daniela Santanchè. Ospite a L'Aria Che Tira, la senatrice di FdI non ci è andata per il sottile quando si è parlano di alleati del centrodestra: "Salvini e Berlusconi si sono astenuti perché non vogliono assumersi le loro responsabilità". Insomma, il partito della Meloni non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro. E guerra sia.

Giancarlo Giorgetti e Carfagna, retroscena Cdm: "Gente esasperata", la rivolta contro Draghi e Speranza. Cartabia e Lamorgese d'accordo. Libero Quotidiano il 13 marzo 2021. Il premier Mario Draghi ascolta l'ala chiusurista della sua maggioranza, incarnata dal ministro della Salute Roberto Speranza, e si apre la prima crepa politica nel governo. Il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto che di fatto richiude l'Italia fino a Pasqua (almeno) è stato agitato dalla protesta composta ma ferma del centrodestra. "Presidente, la gente è esasperata. Giusto tenere in considerazione i dati sanitari preoccupanti, ma bisogna fare i conti anche con altri fattori", è stata la prima affermazione uscita dalla bocca di Giancarlo Giorgetti, numero 2 della Lega e ministro dello Sviluppo economico, una volta acceso il microfono. È stato lui, secondo un retroscena di Repubblica, a riassumere il malcontento comune di Forza Italia. "Non siamo d'accordo con questa impostazione eccessivamente rigorosa sugli spostamenti personali in zona rossa", ha sottolineato ancora Giorgetti, spalleggiato dal collega di partito e governo Massimo Garavaglia. Esprimono la linea di Matteo Salvini e della stragrande maggioranza del ceto produttivo, dalle Partite Iva ai negozianti, dai piccoli imprenditori alle grandi imprese, soprattutto al Nord. Al coro si aggiunge Mara Carfagna, big di Forza Italia e ministra per il Sud: "Si potrebbe valutare la possibilità di consentire anche in zona rossa la visita una volta al giorno per due persone da un amico o parente. Come avvenuto a Natale e Capodanno e come è già previsto per Pasqua. Sarebbe una sorta di conforto sociale". Le mani tese e i suggerimenti di "paracadute" dei ministri del centrodestra trovano l'appoggio della ministra della Giustizia Marta Cartabia e di quella degli Interni, Luciana Lamorgese. Contro di loro però si alza il muro della sinistra, quella che aveva diretto i giochi durante il Conte 2. "La situazione è drammatica, non possiamo permetterci alcuna concessione, non ora", ribattono Speranza e Dario Franceschini, ministro Pd dei Beni culturali. E alla fine ancora una volta è questa linea ad avere la meglio, con Draghi che decide per le chiusure per non mettere a rischio la campagna di vaccinazione, considerata la vera priorità di questa prima fase. Di riaperture si parlerà, si spera, dal 6 aprile, il giorno dopo Pasquetta.

UNA NUOVA FIGURACCIA PER “GIUSEPPI” CONTE: “DECISIONI ILLEGITTIME DURANTE L’EMERGENZA”. Il Corriere del Giorno il 10 Agosto 2021. La sentenza del Tar del Lazio “stabilisce che non è stata fatta alcuna valutazione di impatto preventivo. È stata una decisione illegittima, fatta senza valutare i pro e i contro della scelta”. Un obbligo che, si precisa nel dispositivo di sentenza, è stato imposto “senza fornire alcun supporto a sostegno di tale determinazione”. La prima sezione del Tar del Lazio, presieduta da Antonino Savo Amodio, ha stabilito che il Dpcm del 14 gennaio 2021, che prevedeva l’obbligo di mascherine a scuola per i bambini sotto i 12 anni, è illegittimo ai soli fini risarcitori. La sentenza è stata promulgata dopo il ricorso dai genitori di una bambina di 9 anni che, all’epoca dei fatti, frequentava la scuola primaria in Alto Adige. Con l’assistenza degli avvocati Linda Corrias e Francesco Scifo, la coppia si è opposta all’obbligo previsto dal Dpcm a firma di Giuseppe Conte. Il decreto firmato dall’ ex-presidente del Consiglio, che è stato uno degli ultimi del governo Conte, prevedeva che la mascherina dovesse essere indossata a scuola, anche al banco, dai bambini tra i 6 e gli 11 anni. Nel ricorso si legge che i ricorrenti “lamentano che l’imposizione dell’obbligo di indossare la mascherina, per tutto il tempo delle lezioni ‘in presenza’, sia immotivata e sia viziata da difetto di istruttoria in quanto adottata in contrasto con le indicazioni fornite dal Comitato tecnico Scientifico e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”. Un obbligo che, si precisa nel dispositivo di sentenza, è stato imposto “senza fornire alcun supporto a sostegno di tale determinazione”. I due genitori che hanno presentato il ricorso contro Conte hanno definito come “sproporzionata e irragionevole” la decisione che era stata adottata dal governo Conte, evidenziando “che non sia stata adottata alcuna misura al fine di garantire che un minore, pur privo di patologie conclamate, possa essere esonerato dall’uso della mascherina in classe ove risenta di cali di ossigenazione o di altri disturbi o difficoltà”. Scifo, uno dei due legali dei genitori ha espresso la sua soddisfazione per la sentenza del Tar del Lazio, per il risultato: “Stabilisce che non è stata fatta alcuna valutazione di impatto preventivo. È stata una decisione illegittima, fatta senza valutare i pro e i contro della scelta”. L’avvocato ha aggiunto: “La sentenza è importantissima, perché permette il risarcimento dei danni per un obbligo che è abusivo, quello di portare le mascherine al chiuso senza che sia stata fatta prima alcuna prescrizione o valutazione medica”. La conseguenza della decisione del Tar del Lazio è una causa legale che verrà intentata contro l’ex premier: “Agiremo contro Conte e i suoi ministri ai sensi dell’articolo 28 della Costituzione per responsabilità personale, con volontà di dolo”.

La decisione della Corte. La Consulta “assolve” Conte e i suoi Dpcm: “Legittimi per il contrasto al Covid”. de Il Riformista il Fabio Calcagni de Il Riformista il 23 Settembre 2021. La Consulta boccia le prime censure ai Dpcm, i Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, firmati dall’ex premier Giuseppe Conte per le misure di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica provocata dall’epidemia di Coronavirus. La Corte costituzionale ha esaminato oggi le questioni sollevate dal Giudice di pace di Frosinone sulla legittimità costituzionale dei decreti legge n. 6 e n. 19 del 2020 sull’adozione dei Dpcm ‘anti Covid’. Nel caso concreto, un cittadino aveva proposto opposizione contro la sanzione amministrativa di 400 euro inflittagli per essere uscito dall’abitazione durante il lockdown dell’aprile 2020, in violazione del divieto stabilito dal Dl e poi dal Dpcm. Secondo il Giudice di pace, i due decreti legge avrebbero delegato al Presidente del Consiglio una funzione legislativa e perciò sarebbero in contrasto con gli articoli 76, 77 e 78 della Costituzione. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto inammissibili le censure al Dl n. 6, perché non applicabile al caso concreto. Ha poi giudicato non fondate le questioni relative al Dl n. 19, poiché al Presidente del Consiglio non è stata attribuita altro che la funzione attuativa del decreto legge, da esercitare mediante atti di natura amministrativa. 

LA REAZIONE DI CONTE – Ovviamente soddisfatto l’ex presidente del Consiglio Conte, ora leader del Movimento 5 Stelle. Impegnato in un punto stampa a Roma prima del comizio a villa Lazzaroni con Virginia Raggi, Conte ha spiegato che “le notizie che arrivano dalla Consulta ci confortano, sul fatto che siano state respinte le censure contro il nostro operato e i Dpcm. Ma, lo dico da giurista, quando si tratta di mettere in sicurezza il Paese nulla deve fermare chi ha una responsabilità di governare il Paese”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La sentenza che inchioda Conte. “Dpcm illegittimo”, così il giudice assolve una coppia per l’autocertificazione falsa. Fabio Calcagni su Il Riformista l'11 Marzo 2021. Incuranti delle normative in materia di Covid una coppia di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, decide di uscire di casa nonostante la zona rossa. Siamo al 13 marzo 2020, prima volta che il Paese ‘assaggia’ le restrizioni di questo tipo, e i due per poter uscire di casa compilano le autocertificazioni indicando dei motivi falsi. Scrivono che la donna deva fare delle analisi e vuole essere accompagnata, ma non è così. I carabinieri li fermano, scoprono il ‘trucco’ e li denunciano, con uomo e donna che finiscono dunque sotto processo. Ma come si legge nella sentenza pubblicata dal sito Cassazione.net, il 27 gennaio scorso il Tribunale di Reggio Emilia li ha assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Una sentenza che farà sicuramente discutere per le motivazioni utilizzate dal giudice Emilia Dario De Luca, che ha dichiarato “l’illegittimità” del Dpcm dell’8 marzo 2020, il primo firmato dall’ex premier Giuseppe Conte, che dava la possibilità di uscire di casa solo “per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, spostamenti per motivi di salute”. Per il giudice, infatti, “in forza di tale decreto, ciascun imputato è stato "costretto" a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese e dunque illegittima“. Inoltre “siccome è costituzionalmente illegittima, va dunque disapplicata, la norma giuridica contenuta nel Dpcm che imponeva la compilazione e sottoscrizione della autocertificazione” e proprio per questo “il falso ideologico contenuto in tale atto è, necessariamente, innocuo“. Secondo il giudice di Reggio Emilia infatti il Dpcm, un atto amministrativo, non può imporre l’obbligo di permanenza domiciliare, neanche in presenza di un’emergenza sanitaria. L’obbligo di permanenza domiciliare infatti è una sanzione penale che può essere decisa dal magistrato per singole persone “per alcuni reati, e soltanto all’esito del giudizio”. Nel motivare l’assoluzione della coppia il giudice ricorda come la  Costituzionale stabilisce garanzie molto forti a tutela della libertà di movimento, citando in tal caso l’esempio del Daspo nei confronti dei tifosi violenti, che impedisce a questi di recarsi allo stadio durante le partite, una misura che “richiede una convalida del giudice in termini ristrettissimi”. La pensa diversamente il professor Enzo Balboni, ordinario di diritto Costituzionale all’Università Cattolica di Milano, che a LaPresse spiega cosa succederà nelle prossime settimane dopo la sentenza di Reggio Emilia. “Adesso si andrà davanti alla Corte Costituzionale – dice – la presidenza del Consiglio dei Ministri si costituirà in giudizio e vediamo la Corte cosa deciderà. Se dovessi scommettere qualcosa, scommetterei sul fatto che il Dpcm alla fine verrà considerato legittimo”. “A mio avviso – sottolinea il professor Balboni – a che cosa è ‘appeso’ il Dpcm in tema costituzionale è un problema che è stato risolto. Un appiglio di cui il governo si fa garante c’è”.”Siamo solo noi in tutta Europa che ci inventiamo le autocertificazioni fasulle per uscire di casa – conclude Balboni – . Se l’autodisciplina non c’è, deve darla chi ha il potere e il dovere di farlo. La gente comprenderà e non credo farà ricorso in massa contro le sanzioni ricevute”.

(ANSA il 25 marzo 2021) Finito a processo con l'accusa di falso per aver mentito nel dichiarare nell'autocertificazione che stava tornando a casa dal lavoro, durante un controllo a Milano nel marzo dello scorso anno in pieno lockdown da emergenza Covid, un 24enne è stato assolto. E ciò perché "un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge" e, anche se ci fosse, sarebbe "in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo", previsto dalla Costituzione. Lo ha deciso, accogliendo la richiesta della Procura di Milano di assoluzione "perché il fatto non sussiste", il gup Alessandra Del Corvo con rito abbreviato. Per il giudice, si legge nella sentenza, "è evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di "dire la verità" sui fatti oggetto dell'autodichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica" sul punto. Il giovane, difeso dall'avvocato Maria Erika Chiusolo, fermato per un controllo alla stazione Cadorna il 14 marzo, aveva dichiarato di lavorare in un negozio e che in quel momento stava rientrando a casa. Una decina di giorni dopo, però, un agente per verificare se avesse detto la verità aveva mandato una email al titolare del negozio, il quale aveva risposto dicendo che il 24enne quel giorno non era di turno. Per il giudice non solo mancano una norma specifica sull'obbligo di verità nelle autocertificazioni da emergenza Covid e pure una legge che preveda l'obbligo di fare autocertificazione in questi casi, ma è anche incostituzionale sanzionare penalmente "le false dichiarazioni" di chi ha scelto "legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative".

Una sentenza inchioda i Dpcm: violare zona rossa non è reato. Il giudice smonta i dpcm di Conte: "Incostituzionali". Una coppia dichiara il falso nell'autocertificazione e viene assolta. Giuseppe De Lorenzo - Gio, 11/03/2021 - su Il Giornale. Infrangere la zona rossa in barba ad ogni Dpcm e scrivere una bugia nell’autocertificazione non è reato. Almeno secondo il Tribunale di Reggio Emilia che, “in nome del popolo italiano”, ha emesso una sentenza storica destinata a far discutere. Una coppia in pieno lockdown era uscita di casa senza un valido motivo e, fermata dai carabinieri, aveva presentato un autocertificazione poi risultata farlocca. Denunciati per falso ideologico in atto pubblico, sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato” e perché il Dpcm di Conte era “illegittimo”. I fatti risalgono al primo lockdown nazionale. Il 13 marzo 2020 la coppia di imputati viene fermata dai carabinieri di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, senza un buon motivo per starsene in giro. Alla richiesta dell’autocertificazione, i due dichiarano che la donna era andata a sottoporsi ad esami clinici e l’uomo l’aveva accompagnata. Tutto falso. I militari si rivolgono all’Ospedale di Correggio e scoprono che la donna quel giorno non ha fatto alcun accesso in corsia. Immediata scatta la denuncia e la richiesta da parte del pm di un decreto penale di condanna, poi rigettato dal Gip. Per il giudice Dario De Luca, infatti, è acclarata “l’indiscutibile illegittimità del Dpcm dell’8 marzo 2020”, come pure di “tutti quelli successivamente emanati dal Capo del governo”, quando questi prevedono il divieto di muoversi in città. “Tale disposizione - scrive il magistrato - stabilendo un divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della propria abitazione, con limitate e specifiche eccezioni, configura un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare. Tuttavia, nel nostro ordinamento giuridico, l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal Giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio". Può verificarsi anche nei casi custodia cautelare, certo, ma comunque deve essere disposta da un giudice. Non da un dpcm. I decreti anti-Covid sono allora incostituzionali? Sì, almeno secondo la toga. Lo si evince dal’articolo 13 della Costituzione, il quale vieta proprio le limitazioni alle libertà personali, se non con “atto motivato dall’autorità giudiziaria”. “Primo corollario di tale principio costituzionale - aggiunge il magistrato - è che un dpcm non può disporre alcuna limitazione della libertà personale, trattandosi di fonte meramente regolamentare di rango secondario e non già di un atto normativo avente forza di legge”. A ben vedere, secondo De Luca, neppure una legge (o un decreto legge) potrebbe rinchiudere in casa "una pluralità indeterminata di cittadini”: l'obbligo può essere imposto solo ad uno specifico soggetto e solo previa autorizzazione del giudice, non certo con una norma generale. Va detto però che diversi giuristi ritengono la legittimità dei dpcm si fondi sull’articolo 16 della Carta, secondo cui la libertà di movimento può essere ridotta dalla legge per motivi “di sanità o di sicurezza”. In sostanza, sostengono alcuni, le prescrizioni dei vari dpcm anti-Covid sarebbero una limitazione della libertà di circolazione e non della libertà personale, dunque pienamente legittima e costituzionale. Differenza minima, eppure sostanziale. Il giudice De Luca, però, ribadisce che “la libertà di circolazione riguarda i limiti di accesso a determinati luoghi, come ad esempio l’affermato divieto di accedere ad alcune zone circoscritte che sarebbero infette, ma giammai può comportare un obbligo di permanenza domiciliare”. Inoltre, "quando il divieto di spostamento è assoluto", come nel caso del dpcm, "in cui si prevede che il cittadino non può recarsi in nessun luogo al di fuori della propria abitazione", allora è "indiscutibile che si versi in chiara e illegittima limitazione della libertà personale”. Una libertà che l'autorità amministrativa non può in alcun modo precludere. Neppure il presidente del Consiglio. Di conseguenza, senza neppure ricorrere alla Corte Costituzionale (non essendo il dpcm una legge), il giudice ha "disapplicato" il decreto risultato incostituzionale. Se era illegittima la norma che prescriveva l’obbligo di rimanere in casa, “incompatibile con lo stato di diritto” era anche l’autocertificazione che i cittadini sono stati costretti a compilare. Dunque, sebbene sia vero che i due imputati emiliani hanno commesso un falso ideologico, la loro condotta non è tuttavia punibile perché “integra un falso inutile”. Non essendoci nessun obbligo a compilare l'autocertificazione, poiché il dpcm che lo prevede va disapplicato, “il falso ideologico contenuto in tale atto è necessariamente innocuo”. Tradotto: proscioglimento per gli imputati. E prossima bagarre giuridica in arrivo.

Perché dichiarare il falso nell’autocertificazione non è reato. Lanotiziagiornale.it il 29/3/2021. Non è obbligatorio dire la verità nell’autocertificazione o modulo autodichiarazione per gli spostamenti Covid-19 che bisogna compilare per giustificare l’uscita per ragioni di lavoro, salute o necessità. E ciò perché “un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge”. E, anche se ci fosse, sarebbe “in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo”, previsto dalla Costituzione. Lo ha deciso, accogliendo la richiesta della Procura di Milano di assoluzione “perché il fatto non sussiste”, il gup Alessandra Del Corvo con rito abbreviato. Ma questa è la terza sentenza in cui chi è stato mandato a processo per aver dichiarato il falso nell’autocertificazione finisce assolto. Trattandosi di un’autocertificazione, disciplinata dal Dpr n. 445 del 2000, la falsità delle dichiarazioni ivi contenute sembrava poter essere punita dall’art. 483 c.p., che sanziona chi attesti al pubblico ufficiale «fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità». Invece i giudici sono stati in altri due casi di parere contrario. Un gip di Milano ha assolto un imprenditore che dichiarava di recarsi presso un fornitore e poi da un cliente. I controlli avevano dimostrato che dal cliente l’imprenditore era andato prima, ma il gip, nel rigettare la richiesta di decreto penale di condanna, affermava che sono estranei all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. dichiarazioni che, come quelle “sotto processo”, non riguardano fatti del passato, di cui può essere attestata la verità ma mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi. La seconda vicenda riguarda due persone che compilavano l’autocertificazione dichiarando di essersi recate una a sottoporsi ad esami clinici, l’altra ad accompagnarla. Una verifica presso l’ospedale mostrava la falsità del dato. Anche qui il Gip non accoglieva la richiesta di decreto penale. Secondo il magistrato i Dpcm 8 marzo 2020 e 9 marzo 2020 nonché «tutti quelli successivamente emanati dal Capo del Governo» sono affetti da «indiscutibile illegittimità» proprio nella parte in cui introducono un divieto di spostamento salvo che per «comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute». Poi c’è il terzo caso. Il giovane, difeso dall’avvocato Maria Erika Chiusolo, fermato per un controllo alla stazione Cadorna il 14 marzo, aveva dichiarato di lavorare in un negozio. In quel momento stava rientrando a casa. Una decina di giorni dopo, però, un agente per verificare se avesse detto la verità aveva mandato una email al titolare del negozio. Il quale aveva risposto dicendo che il 24enne quel giorno non era di turno. Per il giudice non solo mancano una norma specifica sull’obbligo di verità nelle autocertificazioni da emergenza Covid e pure una legge che preveda l’obbligo di fare autocertificazione in questi casi. Ma è anche incostituzionale sanzionare penalmente “le false dichiarazioni” di chi ha scelto “legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative”. Per il giudice, si legge nella sentenza, “è evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di "dire la verità sui fatti oggetto dell’autodichiarazione sottoscritta. Proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica” sul punto.

I medici voglion chiuder tutto: "Il Piemonte in zona rossa". I medici piemontesi lanciano un appello al governo per mandare immediatamente la loro regione in zona rossa a causa degli alti contagi. Francesca Galici - Mer, 10/03/2021 - su Il Giornale. Il Piemonte è una di quelle regioni che rischia il passaggio in zona rossa ma la cabina di regia ancora deve prendere una decisione. In ogni caso, se cambiamento sarà, non avverrà prima di lunedì, secondo quanto deciso dal neonato governo Draghi. Tuttavia, la situazione nella regione è molto grave, al punto che l'Ordine dei medici di Torino si è esposto per richiedere a gran voce che il Piemonte passi immediatamente nella zona di massima restrizione per arginare i contagi. "Come Ordine dei Medici di Torino riteniamo invece che la zona rossa debba partire immediatamente: aspettare ancora altri giorni prima di procedere con nuove misure, che in ogni caso dovranno essere adottate, non ha alcuna logica né dal punto di vista sanitario né dal punto di vista economico e sociale", spiegano i medici piemontesi, preoccupati per l'aggravarsi dei contagi nella regione. Gli esperti, infatti, sottolineano che "la situazione epidemiologica attuale in Piemonte vede un costante aumento, giorno dopo giorno, dei contagi e dei ricoveri per Covid-19, con il concreto rischio di saturazione dei reparti ospedalieri". La situazione degli ospedali è quella che desta maggiore preoccupazione nei medici, memori di quanto accaduto nel corso della prima ondata esattamente un anno fa: "Il pericolo maggiore è infatti che la situazione di qui alla prossima settimana possa aggravarsi ulteriormente causando, di conseguenza, un più marcato aumento dei contagi, dei pazienti ricoverati e purtroppo dei decessi. Ma non solo: una chiusura tardiva, oltre a essere meno efficace rischia anche di rivelarsi più lunga e quindi meno sopportabile per le attività economiche e per le ripercussioni sotto il profilo sociale e psicologico". L'allarme dei medici del Piemonte di basa su alcune stime, secondo le quali "l'incidenza di persone positive in Piemonte, che al 7 marzo era di 277 ogni 100.000 abitanti, potrebbe raddoppiare entro le prossime due settimane a parità di condizioni". Per questa ragione è necessario intervenire subito, anche perché, spiegano i medici piemontesi, "è demenziale che il Governo assuma decisioni sulla base di rilevazioni risalenti a 10 giorni prima, utilizzando un sistema farraginoso che non tiene conto di tutti i dati già a disposizione e delle proiezioni possibili. Intervenire quando la situazione è ormai fuori controllo non serve". Questa mattina anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio si è espresso nella direzione tracciata dall'Ordine dei medici di Torino: "Sulla eventualità di nuovi provvedimenti restrittivi attendiamo di capire quali saranno le indicazioni del governo che ha chiesto al CTS una valutazione sullo stato di salute di tutto il Paese. Qualsiasi cosa decidano però ce lo dicano in fretta, in modo che la gente possa organizzare la propria vita".

Il populismo va bene se lo usa Mattarella. Max Del Papa, 10 marzo 2021 su Nicolaporro.it. La scenetta di Mattarella che va in ospedale a farsi vaccinare “dopo avere atteso il suo turno” va ascritta al classico populismo progressista. Difatti l’hanno esaltata i giornali d’ordine e di regime. Non è da queste cose che si misura la dignità della democrazia: trattasi con tutta evidenza di pura propaganda, il capo dello Stato, “dopo avere aspettato il suo turno come qualunque altro cittadino” avrebbe potuto far venire un infermiere al Quirinale senza spesa e senza chiasso mediatico.

Basta con “l’uno vale uno”. Ma c’era da dare l’esempio, c’era da offrire l’immagine icastica del Presidente che, la mascherina in faccia, si fa immunizzare. La democrazia paternalista, ammonitrice. Ma i privilegi, reali, restano ed è normale sia così. Un capo di Stato non è come gli altri, le sue responsabilità, il suo potere, sono enormi, la pressione anche: cosa c’è di strano se vive al Quirinale, se gode della tenuta di Castelporziano? È un fatto di rappresentanza, di immanenza e di potenza delle istituzioni e solo gli sciocchi possono contestarlo al grido “uno vale uno”, formula ipocrita come nessuna, subito tradita dai suoi apostoli. La democrazia evoluta non pretende l’eguaglianza di facciata, pauperistica ma meccanismi di controllo del potere e dei suoi privilegi. Per esempio, la possibilità di contestare un lockdown che viene escluso a parole, col gioco delle formule, ma ribadito nei fatti con altre parole ed altre trovate, le zone colorate rinforzate, le serrate del fine settimana, le regioni formalmente aperte ma “come se” fossero impedite.

No Paura Day, arriva la censura. La democrazia ha anche a che fare con la tutela delle minoranze, vale a dire la possibilità per queste ultime di esprimersi, di manifestare pur con le cautele del caso: a Cesena, sede del No Paura Day dove da 14 sabati si radunano cittadini scettici verso l’ossessione sanitaria, il Pd è riuscito a bloccare la prossima riunione, pubblica, all’aperto, col pretesto della sicurezza. In realtà la sinistra cesenate non aspettava che di impedire questo dissenso poco organizzato, molto spontaneista che stava sul gozzo all’ortodossia locale visto che chiamava a parlare medici, scienziati, commentatori non allineati. “Ora basta!” tuona su Facebook il Pd cesenate “le regole valgono per tutti!”. Per tutti, salvo le dovute eccezioni fra le quali: magistrati che giudicano Salvini (e si fanno aprire appositamente il ristorante), Sardine trasmigranti in funzione di frondismo al partito, guitti e istrioni al Festival di Sanremo: su questi ed altri casi il Pd non trova niente da eccepire, né a Cesena né altrove. Il legalismo come strumento di censura, come clava contro i dissidenti. Dicono gli organizzatori del No Paura Day: quattro mesi che ci riuniamo e neanche un contagiato di Covid. E non siamo negazionisti, non contestiamo il virus quanto le strategie finora adottate, la chiusura ossessiva che non ha salvato nessuno e ha condannato, in forme diverse, 400 mila attività e spinto due milioni di persone alla miseria. Tanto è bastato per bollarli come negazionisti, fascisti, sovranisti, stragisti. Fino a qualche sabato fa anche leghisti, ma per il momento quest’ultimo stigma è stato accantonato. Gente comune ai sabati No Paura Day, mascherine il giusto, freddo boia e nessuna escandescenza: interventi pacati, articolati, a volte demagogici, altrimenti più concreti.

Rivoluzione draghesca cercasi. Ma al Pd la voce degli scontenti e disperati stride, l’espansione della povertà non gli interessa, primum vivere e trovare candidati per le amministrative d’autunno e in quest’ottica la paralisi sine die del Paese è ottima anche perché l’unica opzione disponibile. Arriva il cambio di passo? Come no, sta arrivando: Draghi annuncia di tenere nella massima considerazione la Cgil barricadera di Landini e quanto alla burocrazia disperante ha pronta la soluzione: più soldi, più assunzioni, più garanzie “in cambio” dice “di maggiore efficacia”. Che cambio di passo! La rivoluzione draghesca si legge come segue: privilegi subito, a patto che non venga intaccato il tradizionale blocco elettorale e di potere, la maggiore efficacia a babbo morto. Come da settant’anni a questa parte.

Chiaro che al Pd cesenate non piaccia si vadano a dire queste cose in piazza. Nel nome del regime salvifico, delle regole uguali per tutti, ci mancherebbe. Max Del Papa, 10 marzo 2021

Un weekend di controlli e multe a tappeto. Dai viaggi allo sport, i chiarimenti al decreto. Da oggi divieti, transenne e posti di blocco. Solo a Milano 2.492 controlli. Chiara Giannini - Lun, 15/03/2021 - su Il Giornale. Forze dell'ordine impegnate lo scorso weekend nei controlli anti assembramenti. Le verifiche sono iniziate sabato mattina e sono proseguite ieri. A Roma nelle vie del centro città, nelle aree individuate, sono state piazzate transenne al fine di creare un corridoio per il traffico pedonale in transito nella zona di piazza del Popolo e in quella del Pincio e per un eventuale contingentamento dell'afflusso pedonale nell'area del Tridente. Le persone controllate sono oltre 2 mila, 94 gli esercizi commerciali, 79 i veicoli. Mentre le sanzioni amministrative emesse per il mancato rispetto della normativa anti Covid sono state 9. Da segnalare che ieri nella Capitale i maggiori assembramenti si sono verificati in via del Corso. Anche a Milano super lavoro per le Forze dell'ordine con 2.492 persone identificate e 47 sanzionate. Le verifiche, oltre al centro cittadino, soprattutto nella zona del Duomo, hanno riguardato anche le stazioni ferroviarie, con le persone in partenza prima della chiusura in zona rossa. Ma anche le strade di grande comunicazione hanno visto controlli a tappeto. Da oggi scattano numerosi divieti e qualcuno potrebbe aver deciso di scappare, soprattutto in Toscana, che è ancora zona arancione. In tutte le città italiane gli agenti hanno avuto il loro bel da fare. Da oggi saranno rafforzate le misure di contenimento in tutta Italia, anche con posti di blocco e verifiche delle autocertificazioni, visto che ci si potrà muovere solo per motivi di lavoro, salute o reale necessità. Chi trasgredirà a quanto previsto dal nuovo Dpcm emesso dal governo rischierà multe salatissime. Intanto il governo ha definito le regole per il lockdown. Nei giorni 3, 4 e 5 aprile sarà consentito una sola volta al giorno, spostarsi verso un'altra abitazione privata abitata della stessa Regione, tra le ore 5.00 e le 22.00. Vietati fino al 2 aprile e nella giornata del 6 aprile far visita a amici e parenti. Possibile andare a messa nella chiesa più vicina. In auto per i non conviventi è consentita «la presenza del solo guidatore nella parte anteriore della vettura e di due passeggeri al massimo per ciascuna fila di sedili posteriori, con obbligo per tutti i passeggeri di indossare la mascherina. Nell'area rossa si può fare sport «solo nel proprio comune dalle 5.00 alle 22.00 mantenendo la distanza interpersonale di due metri». Per chi lavora in una Regione ed è residente in un'altra e il partner lavora in una terza Regione «si potrà spostarsi per raggiungere il primo soltanto se ha la residenza o il domicilio nel Comune di destinazione o se in quel Comune c'è l'abitazione solitamente utilizzata dalla coppia». Gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l'altro genitore «oppure per condurli presso di sé sono consentiti anche tra Regioni e tra aree differenti».

Tutte le multe per chi non rispetta le norme anti-Covid. Tutti i cittadini che non rispettano le regole anti-Covid vanno incontro a delle sanzioni. Ecco quali sono. Redazione Money.it - Mar, 02/03/2021 - su Il Giornale. Tutti i cittadini che non rispettano le regole anti-Covid vanno incontro a delle sanzioni che possono essere ridotte nel caso in cui vengano pagate nei termini previsti dalla legge (entro 5 giorni dal momento in cui è stata commissionata). Money.it ha riassunto tutte le multe per chi non rispetta la norme anti-Covid. La prima regola da rispettare per contrastare la diffusione del virus è quella di indossare la mascherina nei luoghi pubblici all’aperto e al chiuso: per i trasgressori sono previste multe da 280 a 560 euro. Gli stessi importi si applicano anche per coloro che non rispettano il divieto di assembramento o il corretto distanziamento sociale di almeno un metro dalle altre persone o di almeno due metri nel momento in cui si svolga attività sportiva all’aperto (un metro in caso di attività motoria). Per coloro che, invece, non rispettano l’isolamento domiciliare, in caso di temperatura corporea superiore a 37.5° C, è prevista una sanzione ai sensi dell’articolo 452 del Codice penale. Anche chi non rispetta il divieto di organizzazione di manifestazioni pubbliche, anche in forma statica, va incontro a una multa da 280 a 560 euro. Stessa cifra per la sanzione che spetta a coloro che organizzano feste nei luoghi al chiuso o all’aperto, sagre, feste civili o religiose con più di 30 invitati. Infine, la sanzione amministrativa fino a 560 euro si applica anche a coloro che svolgono fiere o congressi in presenza. Alle suddette sanzioni occorre aggiungere le multe previste per coloro che non rispettano gli orari di coprifuoco e per chi infrange il divieto di spostamento tra Regioni.

Fabrizio Caccia per il "Corriere della Sera" il 2 marzo 2021. Ad aprile dell' anno scorso, in pieno lockdown nazionale, le forze dell' ordine controllarono quasi 8 milioni di persone (7.771.348) e ne multarono più di 250 mila (255.876, è il numero esatto). Un anno dopo, febbraio di quest' anno, nell' Italia a tre fasce, le cifre calano vertiginosamente: le persone controllate, secondo il Viminale, sono state in un mese meno di 3 milioni (2.763.754) e i multati appena 30 mila (30.182 per la precisione). Eppure abbiamo ancora negli occhi l' ultimo sabato di follia alla Darsena di Milano, i party clandestini scoperti in centro a Roma con decine di persone assembrate dentro gli appartamenti eppoi la folla spensierata sul lungomare di Napoli e le passeggiate gomito a gomito di Torino: cosa sta succedendo? A tutti ora è concesso tutto? «Non è così, l' impegno delle forze dell' ordine è addirittura maggiore - eccepisce il prefetto di Roma, Matteo Piantedosi -. Rispetto a un anno fa, nella Capitale, il numero degli uomini sul territorio è rimasto immutato. È cambiata piuttosto la filosofia, sono cambiati gli assetti operativi. Il calo dei numeri non è sintomo di un disimpegno. Un esempio: durante il lockdown del 2020 le persone venivano fermate e identificate. Adesso, nei weekend, noi gestiamo decine di migliaia di persone senza fermarle. Quando apriamo e chiudiamo via del Corso perché è affollata, tutti quei cittadini non finiscono nella statistica ma sono comunque numeri importanti». Sono cambiati gli assetti, dice il prefetto Piantedosi: durante il lockdown c' erano posti di blocco ovunque nelle città deserte. Ora invece le città sono in movimento: esagerare con i posti di blocco significherebbe mandarle in tilt, creare ingorghi pazzeschi. Le maglie, quindi, non si sono affatto allargate, dicono al ministero dell' Interno. Nell' ultimo fine settimana, anzi, s' è registrato un record di multe in tutta Italia. Da venerdì 26 febbraio a domenica 28 ci sono state 4.634 persone sanzionate per non aver rispettato le norme anti-Covid: è il record dall' inizio dell' anno. Sarà. Ma certo i numeri dell' anno scorso dicono altro: a marzo 2020 (il 9 iniziò il lockdown) le persone controllate in Italia furono quasi 4 milioni (3.882.000) e fioccarono 150 mila (144.557) tra sanzioni e denunce. Durante la seconda ondata del virus, è cambiata la musica: appena 2 milioni e 300 mila persone controllate a novembre 2020; 2 milioni e 400 mila a dicembre. «Una differenza invece c' è ed è netta - dice Maurizio Fiasco, sociologo della sicurezza pubblica -. Anche i controlli oggi risentono di un clima che è cambiato. Durante il lockdown ci fu una straordinaria reazione di comunità, era la gente stessa che avvertiva il dovere di rispettare le regole, il poliziotto era percepito come uno di noi nella guerra contro il virus. Nessuno alla vista di una pattuglia si sarebbe mai sognato di cambiare strada. Come invece accade adesso. E lo dimostrano i party clandestini, le scene della Darsena di Milano, le liti tra i virologi, tra lo Stato e le Regioni. Alla fine si è come indebolito il messaggio, quel noi comune che funzionava da collante. E i controlli pure si diradano perché faticano essi stessi a trovare un senso».

Quanto ci costano le chiusure a oltranza. Fabio Dragoni il 29 Marzo 2021 su Nicola Porro.it. “Se sia pensabile o impensabile la chiusura dipende esclusivamente dai dati che vediamo”. Mario Draghi risponde indirettamente ed in maniera irridente a Matteo Salvini parlando in conferenza stampa a proposito di chiusure. Ma visto che è soprattutto di economia che Draghi si intende, è su questa che vorremmo riflettere quando si parla di chiusure. E visto che è ai dati che ci si affida, vorremmo vederli spiegati bene. Noi – nel nostro piccolo – spieghiamo un anno di pandemia vista coi dati dell’Istat. Abbiamo scoperto di avere il virus in casa il 22 febbraio 2020. Il predecessore Giuseppe Conte apparve quella domenica in tv più di una decina di volte. Impossibile non incrociarlo facendo zapping. Tutta colpa di Codogno e Vo Euganeo, ricorderete tutti. All’inizio le zone rosse sembravano essere limitate a questi due comuni. Dopo due tre giorni l’intera Lombardia e tutto il Veneto. Il motore della nostra economia. Dall’8 marzo, Festa della Donna, l’incubo diventa nazionale. In quel primo quarto dell’anno, l’Italia registrerà un Pil di 407 miliardi di euro. 24 miliardi in meno rispetto al primo trimestre del 2019, quando il Pil italiano si fermò a quota 431 miliardi. Considerato che l’incubo parte il 22 febbraio possiamo rapportare questo crollo del reddito ad appena 38 giorni. Sono grosso modo 641 milioni di Pil in meno ogni giorno. Ed il peggio doveva ancora arrivare. Avevamo sperimentato un lockdown duro ma ancora per poche settimane. Il secondo quarto del 2020 è stato veramente terribile. 870 milioni di reddito in meno ogni giorno. In quel trimestre l’Italia ha totalizzato un Pil di 354 miliardi contro i circa 432 miliardi del secondo trimestre del 2019. Mediamente prima del Covid il nostro reddito trimestrale oscillava – come vedete e come vedrete – intorno a 430-432 miliardi. Poi arriva il dato del terzo trimestre. L’estate “pazza” a sentire i soliti virologi da salotto che non curano un paziente che uno. Pazza “un par di palle” verrebbe da dire. In quell’estate abbiamo avuto un Pil di 410 miliardi circa contro i soliti 432 del terzo trimestre di un anno prima. Per intendersi “soltanto” -240 milioni ogni giorno. Infine, dopo il lockdown duro di primavera e la clausura morbida dell’estate arrivano le chiusure “striscianti” del quarto trimestre. Ristoranti aperti (forse) a pranzo ma dipende dal colore. Ristoranti chiusi comunque a cena. Indipendentemente dal colore. Follie su follie. Gialli, arancioni, arancioni rafforzati e rossi. I colori con cui il governo Conte allegramente condannava alla miseria una parte del Paese senza aver messo a disposizione un protocollo di cura decente per i malati di (o con il) Covid. -313 milioni di Pil ogni giorno. Dai “soliti” 431 miliardi del quarto trimestre del 2019 ai 402 dell’ultimo quarto del 2020. Insomma, mediamente nel 2020 abbiamo perso quasi 500 milioni al giorno. A tanto ammonta il reddito giornaliero bruciato. Fra lockdown morbidi, duri e striscianti. Ecco, vorremmo che si parlasse di questi dati. Le nostre imprese non vogliono elemosina. Ma semplicemente lavorare. Non è difficile da comprendere. Fabio Dragoni, 29 marzo 2021

Si può andare all'estero ma non fuori la regione: la "follia" delle vacanze. In un nota il Viminale ha chiarito che sono consentiti gli spostamenti, anche tra Regioni, per raggiungere un aeroporto per andare in vacanza. Federalberghi all’attacco. Gabriele Laganà - Lun, 29/03/2021 - su Il Giornale. Anche la Pasqua 2021 sarà celebrata e vissuta sotto il segno di forti limitazioni per limitare i contagi di coronavirus. Eppure non tutto è perduto. Perché chi deve andare all’estero, anche per una semplice vacanza, ne avrà la possibilità. Il viaggiatore, infatti, potrà raggiungere l’aeroporto anche se si trova in una Regione arancione o rossa. È stato il ministero dell’Interno a confermarlo nelle scorse con una nota protocollata. Una buona notizia? Solo in parte. È vero che questa decisione può rappresentare un primo segnale che attesta un ritorno, seppur lento, alla normalità. Ma, al contempo, ha scatenato un mare di polemiche. Perché c’è chi ha fatto notare che questa scelta crea una sorta di disparità tra il sistema di ospitalità italiano, duramente colpito da restrizioni e divieti nel corso dell’ultimo anno, e quello straniero. Tra i primi a far sentire la sua voce sulla delicata questione degli spostamenti per effettuare una vacanza all'estero è stato Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, che non ha risparmiato critiche al governo. "Gli alberghi e tutto il sistema dell’ospitalità italiana sono fermi da mesi, a causa del divieto di spostarsi da una regione all’altra. Non comprendiamo come sia possibile autorizzare i viaggi oltre confine e invece impedire quelli in Italia", ha protestato Bocca in una intervista al Corriere della Sera. Lo stesso Bocca ha evidenziato quanto sia contraddittoria la situazione: "Non mi posso muovere dal mio Comune, ma posso volare alle Canarie: è assurdo, mentre l’85% degli alberghi italiani è costretto a restare chiuso". Il presidente di Federalberghi ha annunciato di aver ricevuto, solo tra sabato e domenica, centinaia di telefonate di albergatori arrabbiati per la disparità di trattamento e preoccupati per il loro futuro. "Si sentono presi in giro. Se ci sono delle regole da rispettare si rispettano, ma poi se queste valgono solo per alcuni, non possiamo accettarlo", ha spiegato Bocca evidenziando come da un lato si chiudono gli italiani in casa “ma poi li facciamo andare in tutto il mondo: così si ammazza il turismo italiano. Sembra che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra". Lo stesso Bocca ha ricordato che gli albergatori fossero pronti a riaprire per Pasqua. Molti avevano già riaperto, "come il Gritti di Venezia ad esempio. Poi è arrivato il nuovo decreto sulla zona rossa durante le vacanze, con il divieto di circolazione tra le regioni e siamo dovuti ritornare indietro". Secondo il presidente di Federalberghi si poteva percorrere un’altra strada, così da dare un primo segnale di ripartenza: "Nelle città d’arte, dove non arrivano turisti da un anno, si poteva pensare di lasciare andare gli italiani. Invece, sono fermi in casa. Oppure possono andarsene liberamente all’estero, o perfino in crociera". Questa disparità di trattamento sul tema spostamenti e vacanza proprio non piace a Bocca che ha sottolineato come il nostro turismo subirà altri gravi danni dal fatto che gli italiani non possono muoversi nel nostro Paese ma sono liberi di andare all’estero praticamente senza restrizioni. "Basta un tampone alla partenza e al rientro", ha evidenziato il presidente di Federalberghi che ha ammesso di aver pensato, al momento della proclamazione della zona rossa per Pasqua, che fosse prevista almeno la quarantena per chi va all’estero. Per Bocca, così facendo "gli altri Paesi ne approfittano. Sembra che la Spagna ci dica “venite da noi”, così come la Grecia dove da mesi si stanno organizzando per l’estate". Un esempio concreto è rappresentato dalle migliaia di turisti tedeschi che si stanno riversando alle Baleari. Una situazione che potrebbe replicarsi in estate. Il tutto a danno del nostro settore turistico. Bocca ha, poi, espresso amarezza per le prospettive future ancora poco chiare in merito alle vacanze degli italiani. "Siamo ancora appesi alle zone colorate e non sappiamo come organizzarci, non c’è alcuna prospettiva, anzi, per ora si parla solo di un aprile senza zone gialle, quindi ancora con il blocco tra le Regioni", ha spiegato il presidente di Federalberghi che ha ricordato come, nel frattempo, il turismo, nazionale e internazionale si organizza "perché è adesso che si pianifica" la vacanza estiva. "Ma senza alcuna indicazione certa- ha proseguito- i turisti vanno altrove: stiamo regalando turisti all’estero". Federalberghi ha un piano per ripartire in tutta sicurezza. Tra le misure vi era quella dei tamponi negli alberghi da fare all’arrivo e alla partenza. Ma la proposta è stata bocciata. "Ci hanno detto no e ci hanno chiuso, sembra che non si rendano conto di cosa stiamo rischiando", ha proseguito Bocca che ha snocciolato alcuni dati preoccupanti sulla crisi del settore alberghiero: "Abbiamo l’85% degli alberghi chiusi; i più piccoli e chi era in affitto non riapriranno più. Se non si riapre almeno a maggio, molti altri non riusciranno a salvarsi". E per salvare la situazione ed evitare chiusure a catene i ristori non bastano. "Dodicimila euro per due milioni di euro persi possono aiutare?", ha infine commentato Bocca. In merito alla questione netta è la presa di posizione di senatore Roberto Calderoli, vice presidente del Senato e parlamentare della Lega. "Le disposizioni normative attualmente vigore prevedono che nessuno, se non per i soliti ben noti comprovati motivi, durante il periodo di Pasqua possa abbandonare il proprio Comune di residenza. Eppure grazie a disposizioni e interpretazioni provenienti dai ministeri degli Interni e degli Esteri qualcuno prevede che addirittura si possa uscire dalla propria Regione, nonostante le zone rosse, per recarsi in aeroporto per andare in vacanza in luoghi esteri che sono stati predefiniti", ha ricordato Calderoli che poi si è chiesto: “Qualcuno vuole spiegarmi la ratio che consente di derogare alle regole basilari per andare in vacanza all’estero, e conseguentemente per portare soldi all’estero, senza consentire che lo stesso possa accadere sul territorio nazionale? Qualcuno vuole spiegarmi perché un cittadino potrebbe andare a Ibiza o Formentera e non andare in un’altra Regione a poche decine di chilometri da casa, dando tra l’altro anche un ristoro vero ad una località turistica nostrana?". "Queste sono proprio cose che non comprendo", ha aggiunto il senatore della Lega che ha spiegato come si possano accettare "misure restrittive aventi una finalità preventiva rispetto alla diffusione del virus, ma devono essere applicate ad ogni livello e devono valere anche per coloro che vogliono andare all’estero". "Oppure- ha concluso- in alternativa dobbiamo consentirlo anche a casa nostra…". La situazione, però, sembra non essere destinata a cambiare. Ecco le regole in vigore fino al prossimo 30 aprile sugli spostamenti.

Raggiungere l’aeroporto. Lo scorso 3 marzo l’Astoi, l’Associazione dei tour operator italiani, si è rivolta al Viminale per sapere se fosse consentito andare in aeroporto "in caso di viaggi per turismo verso destinazioni estere non interdette". Va ricordato che nelle Regioni arancioni è vietato uscire dal proprio Comune di residenza se non per lavoro, necessità e urgenza mentre in quelle rosse il divieto riguarda addirittura l’uscita dalla propria abitazione. Attraverso una nota, dal gabinetto del ministro Luciana Lamorgese è stato chiarito che "sono giustificati gli spostamenti finalizzati a raggiungere il luogo di partenza di questo tipo di viaggi che, in quanto generalmente consentiti, non possono subire compressioni o limitazioni al proprio svolgimento". Quindi è consentito muoversi ma bisogna essere in possesso dell’autocertificazione. In base alle regole attuali si può andare per una vacanza nei seguenti Stati (elencati in ordine alfabetico): Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca (incluse Isole Faer Oer e Groenlandia), Estonia, Finlandia, Francia, (inclusi Guadalupa, Martinica, Guyana, Riunione, Mayotte mentre sono esclusi altri territori situati al di fuori del Vecchio Continente), Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi (esclusi territori situati al di fuori del continente europeo), Polonia, Portogallo (incluse Azzorre e Madeira), Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (inclusi territori nel continente africano), Svezia, Ungheria, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera, Andorra, Principato di Monaco. In ogni caso devono essere rispettate le restrizioni locali.

Obblighi al rientro. Al ritorno in Italia dalla vacanza, invece, nella maggior parte dei casi è obbligatorio sottoporsi al tampone. Ma sono previsti anche altri obblighi per il viaggiatore che rientra nel nostro Paese. Chi torna dall’Austria, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti deve sottoporsi alla quarantena di 14 giorni. Isolamento fiduciario al ritorno in Italia è previsto anche per chi va in Australia, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Ruanda, Singapore, Thailandia. È, invece, vietato andare negli altri Stati non inclusi in queste liste per motivi di turismo.

Viaggiare per turismo in Italia. Nel nostro Paese ci sono forti limitazioni agli spostamenti. Non è consentito, infatti, muoversi tra le Regioni fino al 30 aprile se non per motivi di lavoro, salute e necessità. Per di più chi si trova in zona arancione non può uscire dal proprio Comune di residenza. Peggio va a chi vive in una Regione classificata come rossa. In questo caso è vietato uscire dalla propria abitazione. Quindi altro che vacanza in Italia.

Le visite a parenti ed amici. Piccole novità in vista della Pasqua. Dal 3 al 5 aprile tutta Italia sarà zona rossa ma saranno consentite visite a parenti ed amici, massimo in due adulti e minori di 14 anni. Rientro nelle proprie case entro le 22, quando scatterà il coprifuoco.

Andare nelle seconde case. È consentito andare nelle seconde case, anche se si trovano in zona rossa. Ma ciò vale solo per il nucleo familiare, purché la casa non sia abitata da altri. Ma in questo ambito ci sono regole che varano da Regione e Regione. In Campania e in Puglia, ad esempio, il divieto vale anche per i residenti nella Regione. In Toscana e Valle d’Aosta non possono entrare i non residenti. In Alto Adige è vietato andare nella seconda casa se non si è residenti mentre in Sardegna possono entrare soltanto i residenti ma chi arriva deve esibire un tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti o il certificato di avvenuta vaccinazione anti Covid.

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 29 marzo 2021. Chi deve andare all' estero per turismo può raggiungere l' aeroporto anche se si trova in una regione arancione o rossa. È stato il ministero dell' Interno a confermarlo con una nota protocollata e in vista delle vacanze pasquali esplode la polemica. «Gli alberghi e tutto il sistema dell' ospitalità italiana sono fermi da mesi, a causa del divieto di spostarsi da una regione all' altra. Non comprendiamo come sia possibile autorizzare i viaggi oltre confine e invece impedire quelli in Italia», protesta Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi. Ecco dunque le regole in vigore fino al 30 aprile. Il 3 marzo l' Astoi, associazione dei tour operator italiani, si è rivolta al Viminale per sapere se - sulla base delle restrizioni imposte dal Dpcm del 2 marzo - era consentito andare in aeroporto «in caso di viaggi per turismo verso destinazioni estere non interdette». Nelle regioni arancioni è infatti vietato uscire dal proprio Comune di residenza se non per lavoro, necessità e urgenza e nelle regioni rosse lo stesso divieto riguarda l' uscita dalla propria abitazione. Con una nota del gabinetto della ministra Luciana Lamorgese è stato chiarito che «sono giustificati gli spostamenti finalizzati a raggiungere il luogo di partenza di questo tipo di viaggi che, in quanto generalmente consentiti, non possono subire compressioni o limitazioni al proprio svolgimento». È dunque consentito muoversi purché «muniti di autocertificazione». Si può andare per turismo in Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca (incluse isole Faroe e Groenlandia), Estonia, Finlandia, Francia, (inclusi Guadalupa, Martinica, Guyana, Riunione, Mayotte ed esclusi altri territori situati al di fuori del continente europeo), Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi (esclusi territori situati al di fuori del continente europeo), Polonia, Portogallo (incluse Azzorre e Madeira), Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (inclusi territori nel continente africano), Svezia, Ungheria, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera, Andorra, Principato di Monaco ma rispettando le restrizioni locali e al ritorno in Italia nella maggior parte dei casi è obbligatorio sottoporsi al tampone. Chi rientra dall' Austria, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti deve sottoporsi alla quarantena di 14 giorni. Isolamento fiduciario al ritorno in Italia è stato stabilito anche per chi va in Australia, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Ruanda, Singapore, Tailandia. È vietato andare negli altri Stati non inclusi in queste liste per motivi di turismo, ma poiché il ritorno presso la propria abitazione è sempre consentito molti aggirano l' impedimento con motivazioni diverse e poi rientrano in Italia sottoponendosi alla quarantena. In Italia non è invece consentito muoversi tra le regioni fino al 30 aprile se non per motivi di lavoro, salute e necessità. Ma ci sono ulteriori limitazioni perché chi si trova in zona arancione non può uscire dal proprio Comune di residenza, mentre chi è in zona rossa non può uscire dalla propria abitazione. L'unica eccezione riguarda le visite a parenti e amici massimo in due adulti e minori di 14 anni, ma con rientro entro le 22. Dal 3 al 5 aprile tutta Italia sarà in zona rossa, vietato dunque uscire dalla propria abitazione se non per motivi di lavoro, salute, urgenza. Unica eccezione sono le visite a parenti e amici massimo in due adulti e minori di 14 anni, ma anche in questo caso è obbligatorio fare rientro presso la propria abitazione. Si può andare invece nelle seconde case - anche se si trovano in zona rossa - ma solo il nucleo familiare, dimostrando di averne titolo prima del 14 gennaio 2021 e purché la casa non sia abitata da altri. In Alto Adige è vietato andare nella seconda casa se non si è residenti. In Campania e in Puglia il divieto vale anche per i residenti nella regione. In Toscana non possono entrare i non residenti così come in Valle d' Aosta. In Sardegna possono entrare soltanto i residenti e comunque si deve esibire un tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti o il certificato di avvenuta vaccinazione anti Covid. In Sicilia si può entrare con un tampone negativo effettuato 48 ore prima dell' arrivo.

Claudia Voltattorni per il “Corriere della Sera” il 29 marzo 2021. «Non mi posso muovere dal mio Comune, ma posso volare alle Canarie: è assurdo, mentre l' 85% degli alberghi italiani è costretto a restare chiuso». Tra sabato e domenica, Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, ha ricevuto centinaia di telefonate di albergatori preoccupati e arrabbiati.

Presidente, cosa le hanno detto gli imprenditori?

«Si sentono presi in giro. Se ci sono delle regole da rispettare si rispettano, ma poi se queste valgono solo per alcuni, non possiamo accettarlo. Da un lato, chiudiamo gli italiani in casa, ma poi li facciamo andare in tutto il mondo: così si ammazza il turismo italiano. Sembra che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra».

Gli albergatori erano pronti a riaprire per Pasqua?

«Sì, molti avevano già riaperto, come il Gritti di Venezia ad esempio. Poi è arrivato il nuovo decreto sulla zona rossa durante le vacanze, con il divieto di circolazione tra le regioni e siamo dovuti ritornare indietro. Nelle città d' arte, dove non arrivano turisti da un anno, si poteva pensare di lasciare andare gli italiani. Invece, sono fermi in casa. Oppure possono andarsene liberamente all' estero, o perfino in crociera».

All' estero si può andare senza restrizioni?

«Certo, basta un tampone alla partenza e al rientro. Quando abbiamo visto la zona rossa per Pasqua, pensavamo che almeno per l' estero ci fosse la quarantena, invece basta un tampone. E gli altri Paesi ne approfittano. Sembra che la Spagna ci dica "venite da noi", così come la Grecia dove da mesi si stanno organizzando per l' estate».

Alle Baleari sono già arrivati migliaia di turisti tedeschi, succederà lo stesso in estate?

«Temiamo di sì. Basti pensare che la Grecia quest' anno è la prima destinazione del mercato statunitense e già non si trovano alloggi e barche. Ma loro sono partiti in tempo, hanno creato le isole "Covid free" e dal 14 maggio chiedono l' obbligo di vaccino o tampone per chi arriva».

E in Italia? Come saranno le vacanze italiane?

«Non lo sappiamo ancora, siamo ancora appesi alle zone colorate e non sappiamo come organizzarci, non c' è alcuna prospettiva, anzi, per ora si parla solo di un aprile senza zone gialle, quindi ancora con il blocco tra le regioni. Ma nel frattempo, il turismo, nazionale e internazionale si organizza, perché è adesso che si pianifica la villeggiatura estiva. Ma senza alcuna indicazione certa, i turisti vanno altrove: stiamo regalando turisti all' estero».

Federalberghi ha un piano per ripartire in tutta sicurezza?

«Avevamo proposto tamponi negli alberghi, da fare all' arrivo e alla partenza: ci hanno detto no e ci hanno chiuso, sembra che non si rendano conto di cosa stiamo rischiando».

In che condizioni è ora il settore alberghiero?

«Abbiamo l' 85% degli alberghi chiusi; i più piccoli e chi era in affitto non riapriranno più. Se non si riapre almeno a maggio, molti altri non riusciranno a salvarsi».

I ristori non aiutano?

«Dodicimila euro per due milioni di euro persi possono aiutare?».

Dl Pasqua: limitazioni alle visite per amici e parenti. Italia tutta in zona rossa tranne le regioni con Rt virtuoso in zona bianca: per il Paese è la seconda Pasqua in lockdown. Francesca Galici - Ven, 12/03/2021 - su Il Giornale. Il decreto legge firmato dal Consiglio dei ministri e valido a partire dal 15 marzo e fino al 6 aprile porta tutta l'Italia in zona arancione e rossa, eccezion fatta per la Sardegna che al momento rimane in zona bianca. Le nuove misure hanno stabilito nuovi parametri molto più stringenti per lo slittamento di fascia per cercare di contenere l'impatto della terza ondata. A tal proposito, sono state previste misure ancora più restrittive per il periodo di Pasqua, quando tutto il Paese, tranne le zone bianche, saranno rosse. Al pari di quanto accaduto per il periodo natalizio, il governo ha dato indicazioni in merito agli spostamenti possibili in zona arancione e in zona rossa, con alcune deroghe proprio per il periodo festivo.

Gli spostamenti in zona arancione.

Dal 15 marzo al 6 aprile, nelle regioni che si collocano in zona arancione, è possibile lo spostamento all'interno del territorio comunale ma non sarà possibile uscire dai confini. Per quanto concerne le visite ad amici e parenti, in queste regioni è consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, una volta al giorno, nell'arco temporale compreso tra le 5 e le 22. Permane, dunque, il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino successivo.

Le visite sono consentite in un numero massimo di due persone oltre a quelle già conviventi, a meno che non ci si sposti con minori di 14 anni oppure con soggetti conviventi disabili e/o non autosufficienti. In quel caso non viene considerato il numero massimo.

Gli spostamenti in zona rossa

Con il nuovo decreto legge, che riprende le indicazioni fornite dal dpcm già in vigore, nelle regioni che ricadono nella zona rossa non è consentito nessun tipo di spostamento verso altre abitazioni private, nemmeno entro l'orario del coprifuoco e nel numero massimo previsto. In queste regioni ogni spostamento dev'essere giustificato da un comprovato motivo di necessità.

Gli spostamenti a Pasqua

Il 3,4 e 5 aprile 2021, che corrispondono ai giorni del weekend di Pasqua, l'intero territorio nazionale sarà zona rossa. Faranno eccezione solamente le regioni che nella rilevazione precedente avranno i numeri da zona bianca, quindi è lecito supporre che solo la Sardegna sarà esclusa da questo provvedimento. Tuttavia, benché ci sarà la stretta totale del Paese in zona rossa, il Consiglio dei ministri ha acconsentito a una deroga per permettere gli spostamenti previsti normalmente all'interno della zona arancione, nei limiti dei confini comunali. A Pasqua, quindi, si potrà andare a trovare i parenti entro i limiti dei confini comunali, purché non si superino le due unità in più rispetto a quelle residenti, al netto dei minori di 14 e delle persone disabili e/o non autosufficienti conviventi con chi fa visita.

Pasqua in zona rossa: le regole per spostamenti, messe e visite ai parenti. Notizie.it il 13/03/2021. Spostamenti, bar e ristoranti, messe e visite: le regole della zona rossa in vigore durante le vacanza di Pasqua. Il decreto in vigore dal 15 marzo al 6 aprile approvato dal Consiglio dei Ministri contiene regole specifiche volte a limitare i contatti durante le vacanze di Pasqua: il 3, 4 e 5 aprile in tutta Italia – ad eccezione delle regioni bianche – sarà infatti in vigore la zona rossa.

Le regole per la Pasqua in zona rossa

Come già accaduto durante le vacanze di Natale, anche i territori con parametri da zona gialla o arancione finiranno in lockdown e dovranno rispettare le misure più stringenti: di seguito i dettagli.

Visite a parenti e amici

Il decreto chiarisce che sabato 3, domenica 4 e lunedì 5 aprile sarà consentito spostarsi all’interno della propria regione per recarsi in un’abitazione privata di parenti o amici. Ci si potrà però muovere solo una volta al giorno, dalle 5 alle 22, in massimo due (esclusi figli minori di 14 anni e soggetti non autosufficienti) oltre alle persone già conviventi nella dimora in cui si è diretti.

Messe

Le chiese rimarranno aperte anche in zona rossa, dunque sarà possibile recarsi a messa purché nel luogo di culto vicino a casa. In base all’ultimo decreto “l’accesso individuale ai luoghi di culto si deve svolgere in modo da evitare assembramenti” e durante la permanenza all’interno si dovrà rispettare una distanza interpersonale pari ad almeno un metro laterale e frontale.

Spostamenti

Durante le suddette giornate sarà vietato ogni spostamento non comprovato da esigenze di salute, lavoro o necessità (tra queste ultime rientrano le visite a parenti o amici). Gli italiani dovranno quindi rinunciare ai viaggi per turismo.

Bar e ristoranti

In occasione della festività bar e ristoranti dovranno rimanere chiusi e potranno effettuare soltanto asporto e consegne a domicilio. Rimane vietato consumare cibi e bevande nei pressi dei locali come stabilito dal Dpcm firmato da Draghi il 2 marzo.

Decreto Draghi: spostamenti, lavoro e scuola in zona rossa. Le Faq. Valentina Mericio su Notizie.it il 14/03/2021. Dagli spostamenti, alla scuola, all’apertura dei pubblici esercizi. Sono molte le regole da rispettare in zona rossa. Tutti chi più chi meno ci saremo chiesti in queste ultime ore cosa fare o quando è possibile spostarsi verso una determinata destinazione senza incappare in una sanzione. A poche ore dall’entrata di buona parte dell’Italia in zona rossa tante sono le domande così come altrettante sono le risposte. Dagli spostamenti passando per la scuola o ancora il lavoro sono molti dettagli a cui bisognerà fare attenzione a partire da lunedì 15 marzo. Cosa si potrà fare e non si potrà fare in zona rossa? Ci si potrà spostare da un comune ad un altro? Ci si potrà recare in chiesa o fare sport? Per chi studia cosa cambia? Queste sono alcune delle domande che ci saremo posti almeno una volta. I dubbi tuttavia sono tanti per cui sarà fondamentale in questi giorni mantenere massima l’attenzione. Ecco quali sono le casistiche principali.

Lavoro

Il datore di lavoro è tenuto a fornire la strumentazione atta alla prestazione lavorativa?

Sia che si tratti di un contesto pubblico o privato, il datore di lavoro non può fornire la strumentazione necessaria allo svolgimento della prestazione lavorativa agile. Ciònonostante le faq del Governo specificano che: “Il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure organizzative e gestionali atte ad agevolare lo svolgimento delle prestazioni lavorative in modalità agile”.

Scuola

In che modalità si svolgono le attività in Università?

Le faq del Governo su questo punto sono molto chiare. Le attività scolastiche si svolgono di norma in modalità a distanza anche se determinate attività didattiche o curriculari potranno svolgersi in presenza fermo restando tuttavia che quest’ultime “dovranno svolgersi nel rispetto dei protocolli, specificamente dedicati alle università”.

Rimangono altresì attive anche le biblioteche universitarie che potranno erogare i servizi agli studenti “laddove previsto dai piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari predisposti dai singoli atenei, sentito il Comitato universitario regionale” e naturalmente nel pieno rispetto delle norme vigenti.

Per chi svolge tirocini e laboratorio?

Risposta analoga a quella relativa alle biblioteche. Chi svolge un tirocinio curriculare o un’attività di laboratorio può continuare a svolgerlo anche in questo caso “laddove previste dai piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari predisposti dai singoli atenei, sentito il Comitato universitario regionale”.

Eventi, cerimonie e riunione

Musei e luoghi di cultura eccezione fatta per le biblioteche rimangono chiuse. Unica eccezione la possibilità di utilizzare lo spazio ad esempio di un teatro allo scopo di: “trasmettere in streaming o di utilizzare gli spazi come ambienti per riprese cinematografiche e audiovisive, nel rispetto delle misure di sicurezza previste per tali attività”.

Posso andare a messa?

Secondo le faq del Governo sarà possibile partecipare alle funzioni religiose. Consentite inoltre le tumulazioni e le sepolture: “rispettando la distanza interpersonale di un metro tra le persone che vi assistono ed evitando ogni forma di assembramento”.

Gli spostamenti consentiti

Si potrà fare visita a parenti o amici?

Le visite a parenti autosufficienti o ad amici e verso “abitazioni private abitate diverse dalla propria non dovuti a motivi di lavoro, necessità o salute”, non saranno permessi fino al 2 aprile e nella giornata del 6 aprile. Sarà invece consentito nelle giornate dal 3 al 5 aprile una volta al giorno e nella fascia dalle 5 alle 22. Ci si potranno inoltre spostare due persone più i figli minori fino a 14 anni.

Saranno invece consentiti sempre gli spostamenti per lavoro, necessità o salute.

Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” il 14 marzo 2021.

IN QUALI DATE SCATTANO LE ULTERIORI RESTRIZIONI PER CONTENERE I CONTAGI?

Il nuovo decreto per contenere i contagi da Covid-19 sarà in vigore da domani 15 marzo fino al 6 aprile. Il governo ha deciso di inasprire le regole, facendo scattare la zona arancione anche per le regioni gialle dal 15 marzo al 2 aprile e nella giornata del 6 aprile. Quindi ristoranti e bar chiusi (tranne che per asporto e consegna) e divieto di uscire dal proprio comune. Il 3, 4 e 5 aprile, sull'intero territorio nazionale (tranne regioni «bianche») si applicano le misure della zona rossa. Oltre alla chiusura di bar e ristoranti e alla serrata di molti negozi, ci sono limitazioni severe agli spostamenti. Dal 15 marzo al 6 aprile i presidenti delle Regioni possono applicare le misure della zona rossa nelle province in cui i contagi superano i 25o casi a settimana ogni 100 mila abitanti e nelle aree dove la circolazione delle varianti «determina alto rischio di diffusione o induce malattia grave».

A PASQUA È CONSENTITO ANDARE A TROVARE GLI AMICI E I PARENTI ?

Come nel 2020, quando l'esplosione del virus impose il lockdown nazionale, anche la Pasqua del 2021 sarà blindata. A causa della corsa del Covid-19 e delle sue varianti non sarà possibile onorare il proverbio «Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi». Gli incontri dovranno essere contingentati e non si vedranno le classiche tavolate al ristorante. Il nuovo decreto dice che nei giorni 3, 4 e 5 aprile l'Italia intera è in zona rossa (tranne le regioni «bianche», come attualmente la sola Sardegna). Ci si può spostare soltanto per le «comprovate esigenze», ma è stata conservata la deroga che era in vigore durante le festività natalizie: una sola volta al giorno due adulti e minori di 14 anni possono fare visita ad amici o parenti all'interno della regione. Al comma 4 dell'articolo 1 è scritto che lo spostamento deve avvenire tra le 5 e le 22 e che si può andare «verso una sola abitazione privata abitata».

CHI SI TROVA IN ZONA ROSSA PUÒ USCIRE DAL COMUNE PER FARE ATTIVITÀ MOTORIA?

In zona rossa è consentito svolgere l'attività sportiva solo nell'ambito del territorio del proprio comune, dalle 5 alle 22, in forma individuale e all'aperto, a distanza di 2 metri. È tuttavia possibile, nello svolgimento di un'attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bici), entrare in un altro comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all'attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il comune di partenza. «Le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere e centri termali sono sospese», salvo che per le attività riabilitative o terapeutiche e gli allenamenti degli atleti che devono partecipare a competizioni ed eventi riconosciuti di rilevanza nazionale con provvedimento del Coni o del Cip. Sospese anche le attività sportive di base e l'attività motoria presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, all'aperto e al chiuso.

QUALI SONO I DIVIETI E LE DEROGHE PER GLI SPOSTAMENTI?

Resta in vigore il divieto di spostamento tra le regioni. Dal 15 marzo al 6 aprile tutte le regioni (tranne quelle «bianche») sono sottoposte alle restrizioni della fascia arancione, che non consente di uscire dal comune. «È vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori in zona arancione salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità, ovvero per motivi di salute». In zona rossa non solo è vietato uscire ed entrare ma non ci si può spostare nemmeno all'interno del comune, se non per «comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità, ovvero per motivi di salute». Il coprifuoco è sempre in vigore, dalle 22 alle 5 del giorno successivo. Anche per il resto della giornata è fortemente raccomandato non spostarsi, con mezzi pubblici o privati, se non per validi motivi o situazioni di necessità: come fare la spesa o recarsi nei negozi aperti.

QUALI TIPI DI NEGOZI RESTANO APERTI NELLE DIVERSE FASCE?

In fascia arancione e rossa bar e ristoranti sono chiusi al pubblico. Resta consentita solo la ristorazione con consegna a domicilio e l'asporto, fino alle 22. Consumare sul posto o nelle adiacenze del locale è vietato. Per i bar invece l'asporto è consentito solo fino alle ore 18. In fascia arancione tutti i negozi sono aperti, mentre i centri commerciali sono chiusi nei giorni festivi e prefestivi (tranne edicole, farmacie, tabaccai presenti all'interno). In fascia rossa «sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità». Sulla base dei codici Ateco non possono lavorare i negozi di abbigliamento, di calzature e le gioiellerie. Chiusi anche parrucchieri, barbieri e centri estetici. «Indipendentemente dalla tipologia di attività svolta» sono chiusi anche i mercati, salvo le attività di vendita di alimentari, prodotti agricoli e florovivaistici. 

Da "corriere.it" il 12 marzo 2021. Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto per il contenimento dei contagi da Covid 19 che sostituisce l’ultimo Dpcm. Ecco tutto quello che si può fare e quello che, invece, è vietato.

Le date del decreto. Il decreto legge è in vigore il 15 marzo al 6 aprile 2021. «Nei giorni 3, 4 e 5 aprile 2021, sull’intero territorio nazionale, ad eccezione delle Regioni i cui territori si collocano in zona bianca, si applicano le misure stabilite per la zona rossa».

Le fasce di colore e il nuovo parametro. Dal 15 marzo al 2 aprile e il 6 aprile tutte le regioni saranno almeno in zona arancione.

I governatori «possono disporre l’applicazione delle misure stabilite per la zona rossa nelle Province per due motivi:

- Dove «l’incidenza cumulativa settimanale dei contagi è superiore a 250 casi ogni 100.000 abitanti»

- Nelle aree «in cui la circolazione di varianti di Sars-Cov-2 determina alto rischio di diffusività o induce malattia grave».

Gli spostamenti. Confini regionali

Rimane il divieto di spostamento tra le regioni. Si può uscire dalla propria regione di residenza soltanto per motivi di lavoro, salute e urgenza, con il modulo di autocertificazione.

Coprifuoco. Dalle ore 22 alle 5 del giorno successivo «sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. È in ogni caso fortemente raccomandato, per la restante parte della giornata, di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi».

Fascia arancione

- «È vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori in zona arancione salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute».

- Sono «consentiti gli spostamenti strettamente necessari ad assicurare lo svolgimento della didattica in presenza nei limiti in cui la stessa è consentita».

- È consentito «il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza».

- Il transito «sui territori in zona arancione è consentito qualora necessario a raggiungere ulteriori territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti o nei casi in cui gli spostamenti sono consentiti ai sensi del decreto». 

- «È vietato ogni spostamento con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi e non disponibili in tale comune».

Fascia rossa

- « È vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori in zona rossa nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute».

- È consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

- Il transito «sui territori in zona rossa è consentito qualora necessario a raggiungere ulteriori territori non soggetti a restrizioni negli spostamenti o nei casi in cui gli spostamenti sono consentiti ai sensi del presente decreto».

Parenti e amici

Fascia arancione

«Dal 15 marzo al 2 aprile 2021 e nella giornata del 6 aprile 2021, nelle Regioni nelle quali si applicano le misure stabilite per la zona arancione, è consentito, in ambito comunale, lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 5 e le ore 22, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi». 

Fascia rossa

«Dal 15 marzo al 2 aprile 2021 e nella giornata del 6 aprile 2021, nelle Regioni nelle quali si applicano le misure stabilite per la zona rossa non è consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 5 e le ore 22, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi». 

Bar e ristoranti

Fascia arancione

Bar e ristoranti sono chiusi.

- Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio.

- Fino alle 22 è consentita la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze per ristoranti, enoteche.

- Per i bar l’asporto è consentito esclusivamente fino alle ore 18,00. 

Fascia rossa

Bar e ristoranti sono chiusi.

- Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio.

- Fino alle 22 è consentita la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze per ristoranti, enoteche.

- Per i bar l’asporto è consentito esclusivamente fino alle ore 18,00. 

Seconde case

Come previsto dalle Faq del governo si può andare nelle seconde case se si trovano in fascia bianca, gialla, arancione e rossa.

- Nelle seconde case può andare soltanto il nucleo familiare e solo se la casa non è abitata da altri. Bisogna dimostrare di essere proprietari o affittuari da una data antecedente il 14 gennaio 2021». 

Negozi e centri commerciali

Fascia arancione

I negozi sono aperti, i centri commerciali sono aperti dal lunedì al venerdì, chiusi i giorni festivi e prefestivi.

Fascia rossa

- «Sono sospese le attività commerciali al dettaglio, fatta eccezione per le attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità».

- Sulla base dei codici Ateco rimangono chiusi negozi di abbigliamento, calzature e gioiellerie.

- Sono chiusi, indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, i mercati, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari, prodotti agricoli e florovivaistici.

- Restano aperte le edicole, i tabaccai, le farmacie e le parafarmacie. 

Parrucchieri e centri estetici

Fascia arancione

I parrucchieri, i barbieri e i centri estetici sono aperti.

Fascia rossa

I parrucchieri, i barbieri e i centri estetici sono aperti. 

Pasqua e le deroghe

Per Pasqua tutta Italia entra in zona rossa. Secondo il decreto «il 3, 4 e 5 aprile 2021, sull’intero territorio nazionale, ad eccezione delle Regioni i cui territori si collocano in zona bianca, si applicano le misure stabilite per la zona rossa».

Parenti e amici

Nei giorni «3, 4 e 5 aprile 2021, è consentito, in ambito comunale, lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 5 e le ore 22, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi».

Le nuove zone rosse e arancioni, ecco le regole: si può andare nella seconda casa anche se in un'altra regione. La Repubblica il 13 marzo 2021. Da lunedì le nuove disposizioni: nelle aree di lockdown si potrà fare visita in casa d'altri soltanto a Pasqua, chiusi parrucchieri e centri estetici. Passeggiate consentite solo vicino all'abitazione. Possibile il ricongiungimento tra partner e spostarsi verso le secondo case. Da lunedì scattano le nuove regole per cercare di fermare la crescita dei contagi in aumento da sei settimane. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati e delle indicazioni della Cabina di Regia, ha firmato le nuove ordinanze che saranno in vigore da lunedì 15 marzo, per una durata di 15 giorni. Passano in area rossa le Regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Veneto e la Provincia autonoma di Trento che si aggiungono a Campania e Molise che restano in area rossa. Tutte le altre Regioni saranno in area arancione. È in corso una verifica sui dati della Basilicata. La sola Sardegna resta in area bianca. Bolzano passa in area arancione alla luce dei dati aggiornati relativi all'incidenza. Cambiano, rispetto ai provvedimenti del lockdown presi a Natale, alcune disposizioni nelle zone rosse, dove sarà vietato andare a fare visita ad amici e parenti, tranne nei giorni di Pasqua, cioè il 3, 4 e 5 aprile. In zona arancione ristoranti e bar chiusi al pubblico, possibili soltanto asporto e servizio a domicilio. Ecco nel dettaglio le misure.

In zona arancione

Le scuole sono aperte?

Sì. Dagli asili alle scuole medie tutti gli alunni vanno regolarmente in aula mentre nelle scuole superiori è prevista la didattica in presenza a rotazione degli alunni in una percentuale tra il 50 e il 75 per cento e per gli altri la Dad. A seconda delle situazioni di contagio, però, i governatori possono decidere limitazioni nei Comuni o nelle province dove l’incidenza del contagio dovesse superare i 250 casi ogni 100.000 abitanti o in caso di improvvisi focolai e chiudere le scuole.

È possibile andare a pranzo fuori?

No, bar e ristoranti chiudono al pubblico. Possono rimanere aperti solo per effettuare servizio a domicilio o per l’asporto, in questo caso fino alle 22, tranne che per gli esercizi senza cucina che dalle 18 in poi non possono più vendere per asporto. È comunque vietato consumare nei pressi del locale. 

Si può andare a fare visita a parenti o amici?

È consentito, una sola volta al giorno, tra le 5 e le 22, spostarsi ( al massimo due persone con al seguito bambini sotto i 14 anni o persone disabili in affidamento) verso una sola abitazione e andare a trovare chi vi abita. Ma soltanto all’interno del proprio comune visto che nelle zone arancioni non è possibile uscire dal territorio comunale. Nei tre giorni festivi e prefestivi, dalla vigilia di Pasqua a Pasquetta compresa, lo spostamento per far visita ad amici e parenti, alle stesse condizioni, sarà consentito all’interno della regione. 

Quali sono gli spostamenti consentiti?

Nel proprio comune ci si può muovere liberamente, per andare fuori invece occorre un’autocertificazione per motivi di lavoro, di studio, di salute o di necessità. 

È possibile andare nelle seconde case?

Sì, le seconde case sono intese come abitazione in cui si può fare rientro sempre, dentro e fuori regione anche se questa si trova in zona rossa, unicamente al proprio nucleo familiare e se non sono abitate da altre persone. Bisogna essere proprietari o affittuari della casa in data precedente al 15 gennaio scorso e sono esclusi gli affitti brevi.

Dove è possibile praticare sport?

Dovunque, all’interno del proprio comune, anche in parchi e giardini ma sempre all’aperto e in forma individuale mantenendo la distanza di due metri da altre persone. Anche in circoli e centri sportivi all’aperto. Restano chiuse palestre e piscine. 

I negozi sono aperti?

Sì, i negozi sono tutti aperti con i consueti orari, tranne nel fine settimana quando sono chiusi i centri commerciali e le gallerie e sono invece disponibili gli alimentari e i negozi di generi di prima necessità. I musei e le mostre sono aperti? No,restano chiusi come cinema, teatri e luoghi culturali.

In zona rossa

Le scuole sono aperte?

No, a differenza di quanto accadeva fino a qualche tempo fa, in zona rossa sono chiuse tutte le scuole di ogni ordine e grado, anche quelle dell’infanzia e tutte le lezioni sono in Dad, tranne che per i ragazzi con disabilità. 

Bar e ristoranti sono aperti?

Come in zona arancione, bar e ristoranti restano chiusi. Possono solo lavorare con il servizio a domicilio o con l’asporto fino alle 18 tranne che per i locali senza cucina. Possono invece continuare a vendere in asporto dopo quell’ora le enoteche e i negozi di bibite. 

Si può uscire da casa liberamente?

No, in zona rossa, per qualsiasi spostamento è necessaria l’autocertificazione che attesti che ci si sta muovendo solo per ragioni di lavoro, di salute o di necessità. Ed è sempre consentito il ritorno alla propria residenza, domicilio o abitazione.

È consentito uscire da casa per andare a trovare i familiari?

No, nessuna visita è consentita se non a persone non autosufficienti che necessitano di aiuto o assistenza e in questo caso può andare un adulto al massimo con due minorenni. Il divieto però cade nei giorni, 3,4 e 5 aprile quando è consentito andare ( al massimo in due con due bambini sotto i 14 anni) a trovare amici e familiari in una abitazione, una sola volta al giorno, spostandosi anche all’interno della propria regione. 

Si può andare nelle seconde case?

Lo spostamento verso una seconda casa di cui si ha la proprietà o l’affitto lungo da prima del 15 gennaio è sempre consentito, insieme al nucleo familiare. Si possono raggiungere le seconde case, anche in un'altra Regione e anche in zona rossa. Ci sono però alcune regioni che hanno emesso ordinanze che lo vietano espressamente. Lo possono fare però solo coloro che abbiano un titolo per provare la proprietà (possono esibire copia o autocertificarlo) e a condizione che la casa di destinazione non sia abitata da persone non appartenenti al nucleo familiare del proprietario. 

Due partner che lavorano in città diverse possono ricongiungersi?

Sì, sempre, possono ritrovarsi nella casa in cui vivono abitualmente quando sono insieme. 

Quali sport si possono praticare?

L’attività motoria, dunque la semplice passeggiata, può essere fatta solo nei pressi della propria abitazione mentre l’attività sportiva all’interno del proprio comune. Ma sempre da soli e all’aperto mantenendo una distanza di due metri da altre persone. Chiusi circoli e centri sportivi anche all’aperto. 

I parrucchieri e i centri estetici sono aperti?

No, diversamente da prima, in zona rossa, parrucchieri, barbieri e centri estetici devono rimanere chiusi. E chiusi sono anche tutti i negozi tranne gli alimentari, le farmacie, le edicole, le librerie, le tabaccherie, i negozi di casalinghi, le profumerie, cosmetica, ferramenta, negozi di informatica, meccanici, lavanderie o per la cura degli animali. E tutti i servizi essenziali per la casa e per la cura della persona.

Sport al parco sì, ma solo vicino a casa: le regole dell'Italia in rosso. Viola Giannoli. La Repubblica il 14 marzo 2021. Domande e risposte su cosa si può fare, e cosa è vietato, nel Paese che dal 15 marzo rafforza le misure anti Covid: dalle scuole chiuse agli spostamenti da un comune all'altro. Ecco cosa bisogna sapere nell'Italia in semi lockdown.

Si può uscire di casa?

In zona arancione ci si può muovere liberamente nel proprio comune o, se si vive in un paese con meno di 5 mila abitanti, verso un altro centro che non sia capoluogo di provincia, entro un raggio di 30 km. Altrimenti l’autocertificazione è obbligatoria per motivare la necessità. In zona rossa si può uscire di casa solo per lavoro (tra questi rientra il dog sitting, ma non le guide turistiche) o urgenza: buttare la spazzatura, fare la spesa.

In zona rossa si può andare a fare una passeggiata?

Sì, ma vicino a casa, da soli o con minori e persone non autosufficienti.

Si può andare da parenti e amici?

In zona arancione sì, ma solo all’interno del proprio comune, una sola volta al giorno tra le 5 e le 22 in massimo due persone più under 14 o disabili. In zona rossa no. Ma il 3, il 4 e il 5 aprile per le feste di Pasqua è concessa ovunque una sola visita ad amici e parenti all’interno della stessa regione e sempre in due al massimo.

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Ci si può ricongiungere col proprio partner se si lavora in due comuni o regioni diverse?

Sì, se il luogo scelto per vedersi coincide con la residenza o il domicilio in cui si convive.

Si possono portare i figli dai nonni per motivi di lavoro?

Sì, ma resta sconsigliato perché gli anziani sono i più fragili.

Le scuole sono aperte?

In zona rossa no. Lezioni in classe solo per gli alunni con disabilità o bisogni educativi speciali, per gli altri Dad. In zona arancione didattica a distanza alle superiori a rotazione al 50 o al 75%.

Bar e ristoranti sono aperti?

Sì, ma solo per l’asporto dalle 5 alle 22. Così anche pasticcerie e gelaterie. Dalle 18 in poi la vendita è vietata ai locali senza cucina. Via libera a oltranza alle consegne a domicilio. In hotel, per i soli clienti che hanno una stanza, è consentita la consumazione. Aperti i bar di ospedali e aeroporti e gli autogrill.

Si può usare il bagno nei bar?

No, salvo casi di assoluta necessità (non meglio precisati).

I negozi sono aperti?

Dipende. In zona arancione sì, ma nel weekend chiudono centri commerciali e mercati non alimentari. In zona rossa aperti solo i negozi che vendono prodotti essenziali: supermercati, farmacie, tabaccai, benzinai, librerie, edicole, profumerie, negozi di intimo, elettronica, articoli sportivi, vestiti per bambini, giochi. Chi chiude può consegnare a domicilio. Fermi pure barbieri, parrucchieri, estetisti.

I parchi e i giardini sono aperti?

Sì, salvo ordinanze locali. I bimbi possono usare scivoli e altalene.

I musei sono aperti?

No, né in zona arancione né rossa.

Si possono fare riunioni di condominio?

Sì, ma è fortemente consigliata la modalità a distanza.

Che sport si possono praticare?

Tutti quelli all’aperto, individuali, senza contatto, a due metri di distanza da altri. Non c’è obbligo di mascherina. In zona arancione sono aperti circoli e centri sportivi. In zona rossa l’attività sportiva va svolta sotto casa o nel parco più vicino.

Si può fare sport in un altro comune?

In zona arancione sì, se ad esempio nel proprio comune mancano campi da tennis. In bici o di corsa, si può sconfinare di comune, ma sempre facendo sport e tornando poi al punto di partenza. In zona rossa si può praticare attività sportiva solo nel proprio comune.

Si può raggiungere la seconda casa?

Sì, anche in un’altra regione, purché già di proprietà o affittata prima del 14 gennaio. Ci si può andare solo con il proprio nucleo familiare. A proposito di case: per comprare, vendere o visitare un immobile da acquistare ci si può spostare anche in un altro comune.

Regole e divieti del nuovo Dpcm. Nuovo Dpcm Draghi in vigore da oggi: le regole su spostamenti, scuola, sport, seconde case. Carmine Di Niro su Il Riformista il 6 Marzo 2021. È entrato in vigore dalla mezzanotte di oggi, 6 marzo, il primo Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Mario Draghi che fissano le regole e i divieti in tutta Italia, che cambiano in base alla fascia di rischio della propria Regione.  Anche il Dpcm Draghi, che resterà in vigore fino al 6 aprile prossimo, compresa dunque la Pasqua, prevede la divisione in colori: dalla bianca alla gialla, passando all’arancione e rossa. Novità di questi giorni è la ‘creazione’ di una zona arancione scuro decisa però direttamente da sindaci e presidente di Regione a livello locale in cui si vietano gli spostamenti in seconde case e si chiudono le scuole.

SCUOLA –  La campanella resterà silente nelle zone rosse e in quelle gialle e arancioni con incidenza su 100.000 abitanti in 7 giorni pari o superiore a 250 casi. La misura è disposta dai presidenti di Regione e province autonome, anche di ambito comunale. 

COPRIFUOCO E MASCHERINE – Restano invariate le misure rispetto ai precedenti Dpcm. È obbligatorio indossare la mascherina nel luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in quelli all’aperto, tranne se è garantita in maniera continuativa la condizione di isolamento da persone non conviventi. Quando al coprifuoco, resta in vigore dalle 22 alle 5 del giorno seguente e in quelle ore “sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute”.

SPOSTAMENTI TRA REGIONI E SECONDE CASE – Con un primo decreto il governo Draghi ha vietato fino al 27 marzo gli spostamenti tra Regioni, anche se queste si trovano in zona gialla o bianca: ci si può muovere solo per motivi di lavoro, salute e urgenza, con il modulo di autocertificazione. Si può andare nelle seconde case, ma soltanto se si trovano in fascia gialla o arancione. A spostarsi può essere solo il nucleo familiare: si deve dimostrare inoltre di essere proprietari o affittuari da una data antecedente il 14 gennaio 2021.

VISITE – Resta per zona gialla e arancione la possibilità di fare visita a parenti amici, ma solo “in due adulti e minori di 14 una sola volta al giorno dalle 22 alle 5”. Una possibilità vietata invece in zona rossa. 

BAR E ASPORTO – In zona gialla bar e ristoranti possono restare aperti fino alle 18. Da quell’orario in poi è consentito l’asporto, fino al coprifuoco delle 22, e la consegna a domicilio, senza limiti di orario. In tutte le zone è stato eliminato il divieto di asporto dopo le ore 18 solo per gli esercizi di commercio al dettaglio di bevande, comprese le enoteche (ma senza degustazione): da questi si potranno acquistare bevande alcoliche e analcoliche ‘da asporto’, senza consumo sul posto, fino alle 22. Dopo le 18 per bar e simili (senza cucina) resta sempre il divieto dell’asporto dopo le 18. Dunque gli alcolici possono essere acquistati per l’asporto dopo le 18 ma non dai bar.

MOSTRE, MUSEI, CINEMA E TEATRI – In zona gialla l’ingresso in musei e luoghi di cultura è possibile “dal lunedì al venerdì, con esclusione dei giorni festivi, a condizione che detti istituti e luoghi, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, nonché dei flussi di visitatori (più o meno di 100.000 l’anno), garantiscano modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone e da consentire che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro”. Dal prossimo 27 marzo sarà possibile l’ingresso anche il sabato e nei giorni festivi, ma con obbligo di prenotazione con almeno un giorno di anticipo. Sempre dal 27 marzo e in fascia gialla riaprono gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, live-club ma “esclusivamente con posti a sedere preassegnati e distanziati e a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale, sia per gli spettatori che non siano abitualmente conviventi. La capienza consentita non può essere superiore al 25 per cento di quella massima autorizzata e, comunque, il numero massimo di spettatori non può essere superiore a 400 per spettacoli all’aperto e a 200 per spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala”.

PARRUCCHIERI E BARBIERI – Novità rispetto al precedente Dpcm è che barbieri e parrucchieri resteranno chiusi in zona rossa. 

SPORT – Resta il divieto di apertura per palestre e piscine. In zona gialla e arancione resta consentito svolgere attività sportiva o motoria all’aperto “purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività”. Diversa la situazione in rossa dove è consentita l’attività motoria solo in prossimità della propria abitazione sempre nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie.

CENTRI COMMERCIALI – I centri commerciali sono chiusi nelle giornate festive prefestive in tutta Italia, a prescindere dal colore della Regione. In zona rossa, inoltre, sono chiusi i mercati, “salvo le attività di vendita di soli generi alimentari, prodotti agricoli e florovivaistici”.

DISCOTECHE E FESTE – Discoteche ancora chiuse in tutta Italia, così come le feste restano vietate anche in fascia bianca. 

EMERITOCRAZIA. Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 3 marzo 2021. Non so voi, ma io sono seriamente preoccupato per l'emerito Sabino Cassese, scomparso dai radar da alcuni giorni: più o meno da quando, dopo l'annuncio "Mai più Dpcm, solo decreti", si è saputo che Draghi stava per firmare il primo Dpcm, che conferma e anzi inasprisce l'ultimo di Conte. Sappiamo bene quali atroci sintomi provochi ciascun Dpcm al fisico del pur arzillo Cassese: arrossamenti cutanei, orticarie, eczemi, bolle, piaghe da decubito. Tant'è che si sospettava che quel diavolo di Conte ne sfornasse a getto continuo per farlo soffrire. […] Ora però il governo Draghi - buono per definizione perché non è presieduto da Conte e recluta protégé di Cassese come se piovesse (da Mattarella jr. alla Cartabia) - ha un'ottima occasione per rimediare. Come? "Condividendo dati e valutazioni con la conferenza Stato-regioni, preparando insieme le decisioni e monitorando congiuntamente la loro esecuzione". Proprio come faceva Conte all'insaputa di Cassese. […] proprio quando servirebbe un Cassese con la consueta grinta per avviare anche Draghi alla colonia penale anzi in Siberia per abuso e usurpazione di poteri, l'Emerito scompare. Si chiami dunque Chi l'ha visto?, si mobiliti il soccorso alpino, si sciolgano i cani da valanga. O almeno un altro generale degli Alpini.

Tommaso Rodano per il "Fatto quotidiano" il 3 marzo 2021. Orrore! Il Dpcm di Draghi somiglia terribilmente al Dpcm di Conte. Non solo è lo stesso strumento normativo - anche se tacciono le legioni di politici e giuristi in ansia per la tenuta democratica - ma sono proprio spiccicati: stessi colori, stessi paragrafi, stesse formulazioni, stesse parole, contenuti quasi identici. […] L'ultimo Dpcm contiano del 14 gennaio 2021 era di 29 pagine suddivise in 14 articoli più 25 allegati. Il primo Dpcm del governo dei migliori è di 38 pagine, però divise in 57 articoli molto più snelli, con meno commi, suddivisi a loro volta in 7 capi riassuntivi. Per adesso la rivoluzione draghiana è una riorganizzazione degli spazi all' interno di un documento in pdf. […]

Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 3 marzo 2021. Obbligo di mascherina e di mantenere la distanza, divieto di assembramento, coprifuoco dalle 22 alle 5: nel Dpcm firmato da Mario Draghi non cambiano le misure per il contenimento da Covid-19 in vigore dal 6 marzo al 6 aprile. Arriva una stretta decisa nelle zone rosse e non vengono previsti allentamenti per i locali pubblici la sera e per le piscine e le palestre, ancora chiuse senza una prospettiva di riapertura. Ma una deroga c’è e riguarda l’asporto delle bevande da enoteche e vinerie che in tutta Italia sarà consentito fino alle 22. La programmazione del governo prevede regole valide per un mese, anche se per i cinema e teatri si apre uno spiraglio fissato al 27 marzo. Quel giorno, se la curva epidemiologica lo consentirà, le sale potranno infatti essere riaperte al pubblico. Saranno ancora vietate le feste e chiuse le sale giochi e le discoteche anche in zona bianca, l’isola felice dove — con 50 nuovi contagi settimana ogni 100.000 abitanti per 21 giorni — ripartono le altre attività con mascherina e distanziamento. Sull’eventuale coprifuoco — che può anche essere abolito — deciderà invece un «tavolo tecnico».

Spostamenti. «Fino al 27 marzo 2021, sull’intero territorio nazionale è vietato ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome, salvi gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione».È anche « vietato ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori in zona arancione e rossa» salvo che «comprovate esigenze». Per chi abita in zona arancione «è vietato ogni spostamento in un comune diverso». Per chi abita in zona rossa «sono vietati gli spostamenti».

Bar e ristoranti. La novità contenuta nel Dpcm prevede in tutta Italia «l’asporto fino alle 22 dalle enoteche o esercizi di commercio al dettaglio di bevande». Rimane «vietato il consumo sul posto». Le attività di «bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie sono consentite dalle 5 alle 18» in zona gialla. A tavola solo in 4 «salvo che siano tutti conviventi». Dopo le ore 18 «è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico». È «sempre consentita la consegna a domicilio» e «fino alle 22 la ristorazione con asporto», con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze. Per i bar «l’asporto è consentito esclusivamente fino alle ore 18». In zona arancione e rossa bar e ristoranti sono chiusi.

Attività. In zona gialla e in zona arancione i negozi sono aperti. Nelle «giornate festive e prefestive sono chiusi gli esercizi commerciali presenti all’interno dei mercati e dei centri commerciali, gallerie commerciali, parchi commerciali ed altre strutture ad essi assimilabili, a eccezione di farmacie, parafarmacie, presidi sanitari, lavanderie e tintorie, punti vendita di generi alimentari, di prodotti agricoli e florovivaistici, tabacchi, edicole e librerie». In zona rossa sono chiusi i negozi di abbigliamento, calzature e gioiellerie. Chiusi «i mercati, salvo la vendita di soli generi alimentari, prodotti agricoli e florovivaistici». In zona rossa sono chiusi parrucchieri, barbieri e centri estetici».

Visite. Chi vive in zona gialla «può andare dalle 5 alle 22 a casa di amici e parenti una sola volta al giorno, nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, portando con sé minori di 14 anni, persone disabili o non autosufficienti conviventi», rimanendo all’interno della regione di residenza. Chi vive in zona arancione può andare a far visita a parenti e amici in due e con minori di 14 anni, soltanto rimanendo all’interno del proprio comune di residenza. Le visite a parenti e amici sono vietate in zona rossa. «È fortemente raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per esigenze lavorative o situazioni di necessità e urgenza».

I luoghi di vacanza. Si può andare nelle seconde case se si trovano in zona gialla e arancione. Può andare nella seconda casa «il nucleo convivente, ma solo se la casa è disabitata». Bisogna dimostrare di averne avuto titolo (proprietà o affitto) da una data antecedente al 14 gennaio 2021». Non si può andare nella seconda casa con amici e parenti. È vietato andare nelle seconde case se si trovano in zona rossa. Chi vive in zona rossa non può andare nelle seconde case anche se si trovano in fascia bianca, gialla o arancione perché ha il divieto di spostamento. Alcune ordinanze locali vietano lo spostamento nelle seconde case a chi vive in arancione scuro e l’ingresso a chi giunge da un’altra zona.

Sport e palestre. Sono «sospese le attività di palestre, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali». Sono invece consentite «l’attività sportiva di base e l’attività motoria in genere svolte all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati», ma «nel rispetto delle norme di distanziamento interpersonale e senza alcun assembramento». In zona arancione è consentita l’attività motoria e sportiva. In zona rossa le attività «anche se svolte nei centri sportivi all’aperto, sono sospese». È consentito «svolgere individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione con obbligo di mascherina e attività sportiva esclusivamente all’aperto e in forma individuale».

Cinema e teatri. In zona gialla «a decorrere dal 27 marzo 2021, gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, live-club e in altri locali o spazi anche all’aperto sono svolti esclusivamente con posti a sedere preassegnati e distanziati e a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale, sia per gli spettatori che non siano abitualmente conviventi». Secondo le nuove regole «la capienza consentita non può essere superiore al 25 per cento di quella massima autorizzata e, comunque, il numero massimo di spettatori non può essere superiore a 400 per spettacoli all’aperto e a 200 per spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala».

Musei e gallerie. In zona gialla «sono aperti al pubblico i musei e gli altri istituti e luoghi della cultura dal lunedì al venerdì, con esclusione dei giorni festivi, a condizione che detti istituti e luoghi, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, nonché dei flussi di visitatori (più o meno di 100.000 l’anno), garantiscano modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone e da consentire che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro». «Dal 27 marzo 2021, il sabato e i giorni festivi, nei musei e negli altri luoghi il servizio è assicurato a condizione che l’ingresso sia stato prenotato on line o telefonicamente con almeno un giorno di anticipo».

Viaggi dall'estero. Chi torna dall’estero «all’atto dell’imbarco deve presentare la certificazione di essersi sottoposto, nelle 48 ore antecedenti ad un test molecolare o antigenico, effettuato per mezzo di tampone e risultato negativo». Chi torna da Stati Uniti, Austria, Brasile, Regno Unito e Irlanda del nord è obbligato a sottoporsi «nelle 48 ore antecedenti all’ingresso nel territorio nazionale, ad un test molecolare o antigenico, effettuato per mezzo di tampone e risultato negativo». La quarantena per chi torna da questi Paesi rimane obbligatoria. A chi è stato in Brasile nei 14 giorni precedenti «è consentito l’ingresso in Italia anche per raggiungere domicilio, abitazione o residenza dei figli minori».

Draghi copia Conte: marzo blindato. Dpcm, le novità: divieto di uscire con febbre a 37.5 e barbieri chiusi in zona rossa. Redazione su Il Riformista il 26 Febbraio 2021. Parrucchieri e barbieri chiusi in zona rossa e il divieto di lasciare il proprio domicilio i soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5°). Sono le poche, sostanziali, novità del nuovo Dpcm che entrerà in vigore da sabato 6 marzo e sarà valido fino a martedì 6 aprile, due giorni dopo la domenica di Pasqua. Per il resto confermate le chiusure di palestre, piscine e impianti sciistici (che di fatto riapriranno direttamente a dicembre 2021). L’esecutivo guidato da Mario Draghi conferma la linea della prudenza, in continuità con il governo precedente guidato da Giuseppe Conte, con l’unica differenza di comunicare le decisioni prese agli italiani con qualche giorno di anticipo (dovrebbe essere firmato lunedì primo marzo, cinque giorni prima dell’entrata in vigore). Una linea del rigore dettata dall’aumento costante dei contagi e l’allarme degli scienziati sulle varianti, troppo veloci nella trasmissione del virus tra i giovani. Il testo del decreto, nella serata di venerdì 26 febbraio, è arrivato sul tavolo della Conferenza delle Regioni e degli enti locali, che lo esamineranno per poi consegnare le proprie osservazioni all’esecutivo entro sabato mattina. Intanto i ministri Gelmini e Bianchi, titolari degli Affari regionali e dell’Istruzione, hanno portato all’attenzione della cabina di Regia di palazzo Chigi la richiesta, avanzata dai governatori, di affidare proprio agli scienziati una valutazione del rischio varianti nelle scuole di ogni ordine e grado. SCUOLE APERTE – La linea del governo, e soprattutto di Draghi, è quella di mantenere aperte le scuole (oggi c’è stato l’annuncio del governatore campano Vincenzo De Luca della chiusura degli istituti a partire da lunedì primo marzo) e non riconsegnare gli alunni alla Dad. La scuola resta dunque in presenza per gli alunni dell’infanzia, delle elementari e delle medie mentre per quelli delle superiori la didattica e’ in presenza almeno al 50% e fino ad un massimo del 75%. Il percorso sembra ancora molto incidentato tra l’incognita varianti e un piano vaccinale da far ripartire.

MUSEI, TEATRI E CINEMA APERTI DAL 27 – Un’altra novità  è rappresentata a fine mese, dal 27 marzo, dall’apertura di cinema, teatri e sale da concerto, che dovranno seguire precise condizioni per contrastare anti-Covid 19. Il servizio di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura sarà assicurato, dal lunedì al venerdì, con esclusione dei giorni festivi, a condizione che detti istituti e luoghi, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, nonché dei flussi di visitatori (piu’ o meno di 100.000 l’anno), garantiscano modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone e da consentire che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro. Il sabato e i giorni festivi il servizio è assicurato a condizione che l’ingresso sia stato prenotato on line o telefonicamente con almeno un giorno di anticipo.

STOP BARBIERI ZONA ROSSA – Nelle zone rosse, invece, serrande abbassate per barbieri e i parrucchieri, che invece restavano aperti con il precedente provvedimento.

A CASA CON FEBBRE – “I soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5 ) devono rimanere presso il proprio domicilio, contattando il proprio medico curante” si legge nella bozza.

CAMBI DI COLORE A PARTIRE DAL LUNEDì – Cambia il metodo di comunicazione con gli eventuali cambi di fascia che saranno attivi dal lunedì (e non dalla domenica come la scorsa settimana), per salvare i ricavi dei weekend delle attività commerciali. Restano chiuse palestre, piscine, centri benessere e termali, tranne quelli che rientrano nei livelli essenziali di assistenza. Confermato il coprifuoco dalle 22 . Regolata invece dal decreto Covid la mobilità tra regioni che resta vietata come la visita a parenti – concessa durante il periodo natalizio – per chi vive in zona rossa.

TAVOLO PER REVISIONE PARAMETRI – “Al fine di dare attuazione agli indirizzi forniti dalle Camere” “con decreto del Ministro della salute è istituito presso il medesimo Ministero un tavolo tecnico di confronto, composto da rappresentanti del Ministero della salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Regioni e delle Province autonome su designazione del Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nonché da un rappresentante del Ministro per gli affari regionali e le autonomie, con il compito di procedere all’eventuale revisione o aggiornamento dei parametri per la valutazione del rischio epidemiologico individuati dal decreto del Ministro della salute 30 aprile 2020”.E’ quanto si legge nella bozza del nuovo Dpcm che LaPresse ha potuto visionare.

Visite, spostamenti, zone rosse: ecco il primo decreto di Draghi. La decisione del Cdm: in zona rossa vietate anche le visite a parenti e amici. Questa possibilità resta solo per chi si trova in fascia gialla o arancione. Valentina Dardari - Lun, 22/02/2021 - su Il Giornale. Nella mattinata di oggi, lunedì 22 febbraio, il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto Covid. Prorogato il divieto, in scadenza giovedì 25 febbraio, di spostarsi da una regione all’altra almeno fino al prossimo 27 marzo. Per chi si trova in fascia gialla o arancione resterà in vigore fino a venerdì 5 marzo il decreto che rende possibile spostarsi, una sola volta nelle 24 ore, per raggiungere un'altra abitazione privata abitata, tra le 5 e le 22, ovvero non in orario di coprifuoco. A spostarsi potranno essere al massimo due persone, con “minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e con persone disabili o non autosufficienti conviventi”. Questa deroga perde però potere nelle zone rosse, nelle quali infatti sarà anche vietato fare visita a parenti e amici. Gli spostamenti oltre i confini regionali saranno possibili con autocertificazione solo per comprovate necessità lavorative, di salute o situazioni di emergenza. Il ritorno alla propria abitazione o residenza o domicilio sarà sempre consentito.

Da “il Messaggero” l'1 febbraio 2021. Aumentano la tensione e la frustrazione in Europa contro le restrizioni anti coronavirus. In diverse capitali, migliaia di no-vax e negazionisti hanno sfidato i divieti per protestare contro quelle che ritengono norme troppo oppressive e limitanti della libertà personale.

BELGIO. Ieri a Bruxelles, dove è stato introdotto il coprifuoco notturno e disposta la chiusura di bar e ristoranti, erano in programma due manifestazioni, vietate dalle autorità per i rischi legati all' aggressività delle nuove varianti del Covid. Centinaia di persone, rispondendo agli appelli sui social, si sono date appuntamento alla stazione centrale e alla gare du Nord. Ad attenderle c' era un vasto schieramento di agenti in assetto anti-sommossa, che ha sgomberato le piazze ed eseguito numerosi fermi: 488. Tra loro anche ultrà di calcio, venuti in città armati di coltelli e bengala. Un altro raduno è stato disperso all' Atomium.

OLANDA. Nella vicina Olanda ci sono stati cortei in diverse città, tra cui Amsterdam, nella centrale Museumplein. La polizia ha rimandato a casa circa 600 persone e ne ha arrestate una trentina. Niente di paragonabile alla guerriglia dei giorni scorsi in tutte le grandi città e in centri minori.

AUSTRIA. Più pesante la situazione a Vienna, dove si sono verificati scontri con la polizia in tenuta antisommossa durante una manifestazione, non autorizzata, dell' estrema destra. Erano circa cinquemila nella piazza del centro, vicina agli uffici del cancelliere Kurz e del presidente Van der Bellen. Le autorità avevano vietato numerose proteste programmate per lo scorso fine settimana, inclusa quella del Partito della Libertà, sottolineando come nella maggior parte dei casi i manifestanti non rispettassero le regole sul distanziamento sociale. Il 26 dicembre l' Austria è entrata nel suo terzo lockdown nazionale, con negozi non essenziali e molte altre attività chiuse. Ieri la polizia ha impedito al corteo, composto anche da neonazisti, di sfilare per i viali del Ring ed ha fermato diverse persone. L' ultradestra del Fpoe aveva promosso la protesta, definendo il terzo lockdown imposto dal governo dei popolari e dei verdi «scandaloso».

UNGHERIA. A Budapest la polizia ha disperso la folla a una manifestazione, dove i lavoratori del settore dell' ospitalità, uno dei più in difficoltà del paese, hanno invocato la disobbedienza civile e un ripensamento delle restrizioni durante il lockdown. All' iniziativa hanno preso parte anche proprietari e lavoratori dei ristoratori. Nella capitale ungherese almeno 100 locali hanno annunciato che riapriranno, nonostante il governo abbia minacciato multe salate.

Seneca insegna: la vita va vissuta non solo protetta. Seneca ha una vita favolosa, politico, scrittore, filosofo e soprattutto maestro di Nerone. Nicola Porro, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. A qualcuno potrà apparire ridicolo, anche perché chi scrive queste note nella Biblioteca liberale non ha certo la presunzione di essere colto. La lettura è fatta alla rinfusa: non esattamente il primo libro che capita, ma il primo liberale sì. E allora Seneca che c'entra? Niente. Ma l'arte di vivere e le sue sagge Lettere a Lucilio (la mia versione è quella mitica della Bur) non possono, diavolo, essere fonte di ispirazione solo per i Baci Perugina. Seneca ha una vita favolosa, politico, scrittore, filosofo e soprattutto maestro di Nerone. Quest'ultimo lo condannerà poi al «suicidio» che, narra la leggenda, sarà faticoso e dunque epico. E proprio da Seneca ci dobbiamo sentir dire: «Fa che io non fugga la morte e intanto non mi sfugga vanamente la vita. Confortami di fronte alle difficoltà, di fronte all'inevitabile, allunga la brevità del mio tempo, insegnandomi che il bene della vita non consiste nella sua durata, ma nell'uso che se ne fa, e può avvenire, anzi molto spesso avviene, che proprio chi sia vissuto a lungo sia vissuto poco». Vabbè Seneca ce l'ha con i ricconi patrizi del suo tempo, dediti all'ozio, senza passioni e letture, sfruttatori di schiavi che non considerano uomini; gli stessi che lo hanno prima idolatrato e poi esiliato. «La verità - diceva Euripode - ha un linguaggio semplice e non bisogna complicarlo». E la verità è che oggi noi viviamo «fuggendo la morte» che potrebbe portarci il virus, e nel frattempo bruciamo la nostra vita. E vale per tutte le età. Per i più anziani, per i quali un anno di vita a novant'anni ha un valore relativo altissimo, e per i più giovani che pensano, a buon ragione, che ciò che perdono non gli ritornerà più indietro. E nessuno parla un linguaggio semplice di verità: chi stiamo proteggendo? A quale prezzo? Chi ne paga le conseguenze più gravi? E ancora, sono tutti davvero disposti a fuggire dalla vita, per scansare la morte? Certo non ci prendete troppo sul serio. Seneca si prende sul serio. Detesta addirittura perdere tempo negli spettacoli di metà pomeriggio, perché li considera volgari, è un saggio. Odia Epicuro e lo cita ad ogni lettera per un motivo molto semplice e bellissimo: «ho infatti l'abitudine di passare in campo altrui, ma come esploratore, non come disertore».

C'è qualcuno là fuori nel giornale unico del virus e nel pensiero unico della pandemia, che abbia mai fatto un'esplorazione nel campo di chi pensa che la vita vada vissuta e non solo protetta?

Il lockdown senza fine, ovvero come abituarsi al golpe permanente. Il Dubbio il 29 gennaio 2021. L’atto d’accusa del penalista francese Arié Alimi, autore del libro-pamphet “Le Coup d’état d’urgence”. «Hanno manomesso la democrazia e distrutto lo Stato di diritto, sostituendo il soggetto giuridico con il soggetto- virus». Sono parole pesantissime quelle di Arié Alimi, avvocato penalista francese, militante della Ligue des droits de l’homme (Ldh) e autore del pamphlet Le Coup d’état d’urgence – Surveillance, répression et liberté. Alimi lancia un atto d’accusa nei confronti del potere politico e giudiziario e delle misure di contrasto della pandemia da coronavirus che, da quasi 12 mesi, hanno portato alla sospensione di fatto della democrazia, permettendo di instaurare in tutta la Francia una specie di «Stato di polizia». Lo testimoniano le decine di clienti che ha difeso nell’ultimo anno, persone rimaste vittime di abusi e violenze da parte delle forze dell’ordine, quasi sempre poveri, immigrati, senza tetto, sgomberati a colpi di manganello dai ripari di fortuna dei sobborghi metropolitani, additati come “untori”, trattati peggio di pericolosi terroristi. Un’emergenza sanitaria che ha permesso di realizzare in sordina un “colpo di Stato permanente” parafrasando la definizione che François Mitterrand diede delle istituzioni golliste della Quinta Repubblica ( salvo poi approfittarne in pieno quando divenne lui il presidente). E la Francia nell’ultimo decennio è stata un laboratorio della repressione e della legislazione d’emergenza, la sua polizia troppe volte protagonista di violazioni e abusi di potere. Secondo Alimi la stretta autoritaria che sta vivendo il suo paese viene da lontano, almeno dai provvedimenti antiterrorismo che hanno seguito gli attacchi da parte dei jihadisti affiliati ad al Qaeda o all’Isis. Gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, al Bataclan, sul lungomare di Nizza oltre a lasciare dietro di loro una lunga scia di sangue hanno avuto l’effetto collaterale di sfibrare le garanzie e le libertà democratiche con l’implicito consenso da parte dei cittadini storditi e impauriti. E la ferocia con cui le forze di sicurezza transalpine hanno inscenato la caccia all’uomo è stata direttamente proporzionale alla loro incapacità nell’individuare in tempo i veri responsabili degli attacch, quasi sempre individui già noti ai servizi di intelligence d’oltralpe: «Nel 2015 ho assistito una quindicina di persone colpite dalle misure dello stato d’emergenza proclamato dal presidente socialista Hollande. Erano tutti musulmani praticanti, estranei a qualsiasi gruppo radicale: sono stati intercettati, perquisiti, hanno subito blitz notturni con la porta sfondata a colpi di ariete, malmenati davanti ai propri figli, messi agli arresti domiciliari. Nessuno di loro è stato poi condannato per reati associati al terrorismo, semplicemente perché si trattava di fermi e arresti illegali compiuti senza lo straccio di una prova. I risarcimenti invece sono stati simbolici se non inesistenti», scrive Alimi. Che denuncia l’indifferenza e la sciatteria con cui i media parlano di questi abusi: «Quando vengono mostrate le immagini di un uomo che viene arrestato con brutalità e trascinato via in manette il condizionamento mediatico e sociale ce lo fanno percepire come qualcuno che merita quel trattamento. È molto difficile provare empatia, sentire il dolore, le sofferenze, il trauma di qualcuno sbattuto in prima pagina come fosse un mostro». L’obbligo di rimanere confinati nel proprio domicilio ha riguardato migliaia di sospetti durante le inchieste sugli attentati jihadisti, di solito il confinamento è di 12 ore, dalle 8 di sera alle otto del mattino con obbligo diurno di firma al commissariato più vicino. Alimi è convinto che tra quel sistema di confinamento temporaneo riservato ad alcune categorie specifiche della popolazione e l’odierno lockdown ci sia una chiara continuità, non necessariamente una strategia voluta ma un rapporto oggettivo: «In pochi lo hanno fatto notare, ma c’è una stretta relazione giuridica e politica tra l’ondata di arresti domiciliari del 2015 e l’odierno lockdown. La legge sullo stato d’emergenza sanitario come quella sullo stato d’emergenza anti terrorismo è stata prorogata dal governo in modo indefinito, di decreto in decreto, hanno seguito lo stesso metodo». Dispositivi giuridici speciali che, oltre ad alterare il diritto comune, diventano strumenti di sospensione permanente delle libertà individuali e collettive. Il ragionamento di Alimi tocca poi il cuore filosofico- giuridico del problema, il rapporto tra gli individui e lo Stato, tra la necessità e la libertà: «Il meccanismo essenziale del passaggio dallo stato ordinario a quello emergenziale riguarda il cambiamento della nozione di individuo; nel diritto comune siamo soggetti giuridici, abbiamo protezioni e garanzie, abbiamo diritto a rimanere in silenzio, a consultare il nostro fascicolo a disporre di un avvocato quando finiamo sotto accusa. Con lo scoppio della pandemia e il confinamento generalizzato di tutta la popolazione il soggetto giuridico, che è una finzonie atta a difenderci dalla macchina dello Stato, diventa improvvisamente un soggetto biologico passibile di contagiarsi e di contagiare tutti gli altri, un “soggetto- virus”. Quest’ultimo non dispone più di alcun diritto è una vera e propria preda dell’onnipotenza dello Stato, spogliato delle sue prerogative democratiche elementari, della propria intimità, del proprio habeas corpus». Il presupposto della stretta securitaria è la protezione della popolazione da un nemico letale e impalpabile come il Sars cov- 2 che da un anno flagella il pianeta e colpisce più o meno tutte le democrazie mondiali. Ma in Francia più che altrove le conseguenze di questa fuga in avanti ( o piuttosto di ritorno all’indietro) dello Stato di diritto rischiano di diventare un corredo fisso della vita civile, di venire incorporate dai nostri ordinamenti e dalla stessa opinione pubblica. La psicologia si massa si adatta in fretta al nuovo quadro emergenziale, che, come sottolinea Alimi, prende in esame i comportamenti e le stesse intenzioni, una semplice passeggiata nei pressi della propria abitazione è così associata a un attentato alla salute collettiva, il divieto di assembramento si estende concettualmente all’attività politica di base, una manifestazione di protesta garantita dalla costituzione può in questo modo venire liquidata come un’adunata sediziosa e trattata come tale. «È un movimento a macchia d’olio che progressivamente invade tutti gli spazi democratici; sei anni fa si è iniziato a colpire i musulmani e qualche piccolo gruppo di militanti politici, con le misure di confinamento domiciliare, si è proseguito nel 2018 contro migliaia di partecipanti alle manifestazioni dei gillet gialli è infine si è arrivati a questo stato d’emergenza sanitario che ora si applica a tutti i cittadini residenti in Francia. Il confinamento generale come modello di governo sta facendo a pezzi lo Stato di diritto e molto poche sono le voci di protesta»

Con questa pandemia anche la nostra Costituzione è stata indebolita…Alessandro Parrotta su Il Dubbio il 28 gennaio 2021. Con la sentenza del 18 novembre 2020, n. 278, la Corte Costituzionale ha ritenuto infondate le questioni di illegittimità costituzionale sollevate a più battute in ordine alla sospensione dei termini di prescrizione così come disposta dall’art. 83, comma 4, del Decreto Legge n. 18 del 2020. Nelle sue intenzioni il decreto, volendo far fronte alla crisi pandemica in atto, ha deciso di congelare tutte le attività del settore Giustizia, disponendo la sospensione dei processi dal 9 marzo us all’ 11 maggio del 2020. L’effetto freezer andava applicandosi, ancorché in forza di una legge intervenuta a posteriori, anche a fatti antecedenti la data di entrata in vigore del decreto, con un evidente vulnus del principio di legalità penale. In particolare, la pronuncia nel respingere le censure elevate, ammette la sospensione in utilizzando quale “Cavallo di Troia” l’art. 159 c. p. p., per il quale «il corso della prescrizione» rimane sospeso «ogni qualvolta la sospensione del procedimento o del processo penale sia imposta da una particolare disposizione di legge». Secondo la Consulta, infatti, l’art. 159 c. p. p. consentirebbe al Dpcm 18/ 2020 e 23/ 2020 di eludere il principio di legalità, rectius rispettarlo, perché giustificato dal comma 1 del summenzionato articolo. Si legge infatti nella sentenza che l’art. 159 c. p. p. «rispetta il principio di legalità di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., avendo un contenuto sufficientemente preciso e determinato, aperto all’integrazione di altre più specifiche disposizioni di legge, le quali devono comunque rispettare – come si dirà infra al punto 14 – il principio della ragionevole durata del processo ( art. 111, secondo comma, Cost.) e quello di ragionevolezza e proporzionalità ( art. 3, primo comma, Cost.)». Ed è in questo frangente che entra in campo la ragionevole durata del processo che non verrebbe minacciata da una semplice sospensione di pochi mesi. Parimenti rispettato il principio di ragionevolezza, dal momento che la norma interverrebbe per far fronte ad una situazione emergenziale del tutto imprevedibile, singolare e per certi versi traumaticamente ingravescente, che pone in risalto la tutela di un interesse altrettanto meritevole di protezione: la salvaguardia della salute pubblica. Infine il provvedimento è stato giudicato proporzionale – ai sensi dell’art. 3 Cost. – in quanto il congelamento di tutti i termini procedimentali comporta un equilibrio di tutti gli interessi in gioco. Infatti la stasi procedimentale è valida per tutte quante le parti del procedimento: «la pubblica accusa, la persona offesa costituita parte civile e l’imputato. Come l’azione penale e la pretesa risarcitoria hanno un temporaneo arresto, così anche, per preservare l’equilibrio della tutela dei valori in gioco, è sospeso il termine di prescrizione del reato per l’indagato o l’imputato». Tuttavia in merito a quest’ultimo aspetto va sottolineato che, se da un lato è vero come, almeno proceduralmente, è rispettato l’equilibrio e parità delle parti, non è altrettanto vero che simile bilanciamento intervenga in toto anche dal lato più propriamente sostanziale. La Corte Costituzionale, infatti, omette di evidenziare che il tempo nel quale l’imputato è costretto a trovarsi in virtù della sua condizione, viene inevitabilmente prolungato per scelte, sì condivisibili, ma non giustificabili, dal punto di vista giuridico- sostanziale. La Consulta, insomma, nel rilevare la sussistenza del criterio di “proporzionalità”, non si pone nell’ottica di chi vede il giorno del proprio giudizio sempre più lontano. La criticità era già stata sollevata da chi scrive allorquando si parlò del venir meno dell’istituto della prescrizione con l’effetto a catena del “fine processo mai”. Vi è di più. Ad un occhio allenato non può sfuggire che tale sentenza risulta confliggente con le stesse pronunce della Corte, in particolare con la cd. sentenza “Taricco”, allorquando la Consulta affermava con forza che la prescrizione, quale principio di carattere sia procedurale, ma soprattutto sostanziale, non può soffrire eccezioni. Un Giano Bifronte che guarda al passato ed al futuro quindi? La prescrizione, in allora, veniva incasellata tra tutta una serie di garanzie, tra cui la tassatività, irretroattività, garanzie che oggi parrebbero venir meno. Ne consegue che, l’art. 159 c. p. p., pur essendo stato ritenuto idoneo ad aprire le porte del sistema nei suddetti termini, non è di per sé solo sufficiente, essendo stato il decreto valutato, in subordine, alla luce di ulteriori principi. D’altra parte, è corretto evidenziarlo, il precedente sì creato ha di fatto scalfito quello che fino alla sentenza “Taricco” era uno dei supremi principi dell’ordinamento, ponendo in luce la verità che, ogni principio, anche quelli più elevati nella gerarchia costituzionale, possono venire meno avanti a situazioni di necessità. La pandemia, insomma, ha cancellato la certezza che principi immutabili siano tali, ponendo in luce l’evidenza che anche i presidi più inscalfibili possono essere declassati qualora ve ne siano altri – come la tutela della salute collettiva – sottoposti a rischio. L’esigenza di tutelare il bene primario della salute costringe a realizzare un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali, nessuno dei quali può essere assoluto e inderogabile. Evidente appare il piegarsi del dogma ad esigenze di carattere pragmatico, mettendo a rischio quell’immutabilità di cui la Costituzione da sempre gode, o dovrebbe godere, quale tutela dei diritti di tutti. Ammettere infatti una flessibilizzazione della Carta costituzionale per renderla più accomodante alle esigenze della realtà storica, se da un lato comporta una più agevole capacità di affrontare le emergenze, dall’altra rende il testo costituzionale meno forte a mantenere il ruolo per cui è stato creato che è la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto in stagioni di emergenza. A parere di chi scrive, la Consulta pur entrando nettamente in conflitto con il principio di legalità ex art. 25 Cost. e creando per certi versi il precedente di retroattività della legge penale, non apporta eccessivi cambiamenti interni al sistema: è pacifico ritenere che la Consulta sia perfettamente consapevole delle motivazioni e della loro portata e, anzi, è assolutamente probabile la Corte sia solamente mossa da ragioni di estrema necessità, quale la battaglia al Covid- 19 che porta, con lo sforzo di tutti, una tutela rafforzata a salvaguardia degli interessi di salute del Paese.

Le incertezze popolano la nostra vita. La pandemia ci ha condannato ad un’inguaribile Limbo. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 28 Gennaio 2021. Vi è un luogo di sospiri che fanno tremare l’aria eterna. Un dolore insopportabile per l’eternità, non provocato da pene fisiche, ma insostenibile nell’animo. Un malanimo che sale da una folla addolorata «d’infanti e di femmine e di viri». Gente che «sanza speme vive in disio» e che staziona nel luogo più buio della Divina Commedia, gente di molto valore «che ’n quel Limbo eran sospesi». Il Limbo, dal latino limbus “orlo, bordo”; di più non sappiamo di questa parola di origine sconosciuta. Un bordo, un margine, un orlo, un limite. Un al di qua e un al di là del fiume Acheronte, le acque destinate per l’eternità a separare il mondo dei vivi dagli inferi. Una soglia che ha rappresentato, in tutte le culture del mondo occidentale, la transizione dalla vita alla morte, il primo viaggio senza ritorno verso l’Oltretomba. Il termine e il luogo non li ha coniati Dante, anche se all’inizio del Trecento il Limbo era stato inventato da poco. Questo inferno più mite, maturato a partire dall’espressione limbus inferni usata dai teologi occidentali alla fine del XII secolo, racconta il «destino dell’umanità non battezzata ma innocente: un’umanità il cui statuto divenne così residuale» come scrive Chiara Franceschini nella sua imponente e documentata Storia del limbo, da Agostino a Lutero. La teologia scolastica concettualizza il limbo dei padri (limbus patrum) e il limbo dei bambini (limbus puerorum). Il limbo non fu una invenzione da poco, perché aiutava a risolvere la difficoltà secolare del mondo cristiano di decifrare l’anomalia della morte senza battesimo, dai neonati innocenti alla «gente di molto valore», dai profeti dell’Antico Testamento ai grandi dell’antichità. In un sol colpo rasserenava la nevrosi ossessiva dei credenti che finalmente trovavano una risposta a interrogativi insormontabili (che poi tali sono rimasti) sulla storicità della figura di Cristo. Che fine avrebbero fatto tutti quelli che per motivi geo-anagrafici non avevano avuto occasione di essere cristiani? Un dubbio lancinante nella logica consequenziale dei credenti. Inferno, purgatorio o paradiso? Nessuno dei tre, ma un quarto aldilà, dove collocare i buoni non-cristiani, non-battezzati, morti dopo una vita esemplare, tanto da non dannarsi, ma senza il requisito irrinunciabile per aspirare al Paradiso. Una collocazione geniale che sistemava in un colpo solo passato e presente e incentivava in maniera formidabile quel rimedio rappresentato dal battesimo in minore età. Da allora, consenzienti e non consenzienti, ci si iscrive appena possibile all’anagrafe dei beati. La questione, in realtà, viene da lontano e non è una prerogativa della teologia medievale. Lo stesso Virgilio, che rimane pur sempre l’intellettuale di riferimento, sul Limbo fa da apripista e descrive bene l’infelice condizione dei bambini nell’Ade nel sesto libro dell’Eneide. Enea, accompagnato dalla Sibilla, supera il fiume Stige e ode il lamento di quei neonati che una funesta sorte ha portato alla tomba. Il “limine primo” virgiliano è una regione speciale dell’Oltretomba dove sono sistemati i bambini, quando «un nero giorno li strappò, privi della dolce vita e, rapiti dalla poppa, li sommerse con morte acerba». Insomma il Limbo non lo ha inventato Dante, ma sono le sue parole a configurare il concetto che ce ne siamo fatti. Non vi è dubbio che il modo in cui usiamo questa parola è condizionato in maniera decisiva dai versi nel IV canto dell’Inferno della Divina Commedia. Una immagine ben consolidata nel senso comune e nella consapevolezza collettiva, durata ben sette secoli, fino allo sfratto dei giusti dal nobile castello sulle rive dell’Acheronte decretato dal documento papale di Benedetto XVI del gennaio 2007 che lascia cadere quella che è sempre stata soltanto “un’ipotesi teologica”, dopo il rapporto di 41 pagine della Commissione teologica internazionale dal titolo La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo. Un “problema pastorale urgente” perché i casi sono “in aumento” e riguardano anche le “vittime di aborti”. La tramandata immagine di un luogo dove i non battezzati vivono per l’eternità, privati della comunione con Dio, inaridisce il cuore: «la Grazia ha priorità sul peccato». La chiesa spera addirittura in una soluzione più comprensiva, perché un quarto aldilà riflette una «visione eccessivamente restrittiva della salvezza». Comunque non è facile privarsene del tutto, perché si tratta pur sempre di «motivi di speranza nella preghiera, e non di elementi di certezza». La chiesa dunque lo abolisce, ma non lo sostituisce. Il Limbo è stato escluso dalle verità di fede, ma non esce definitivamente di scena e continua a dar forma al nostro immaginario. La visione del «primo cerchio che l’abisso cigne» rimane potente e soprattutto indimenticabile. Non tanto la descrizione del luogo e delle sue caratteristiche, quanto la situazione dei suoi ospiti. Dante coraggiosamente si schiera a favore della salvezza dei pagani e degli infedeli disinteressati vissuti anche dopo il sacrificio di Cristo. Relega al margine i bambini e pone al centro i non cristiani virtuosi. Ma tralasciamo i tanti particolari che hanno eccitato il voyeurismo dei lettori sulla passerella di celebrità che stazionano ai confini del mondo dei morti e occupiamoci della loro condizione interiore rileggendo i versi di Dante. «Per tai difetti, non per altro rio,/ semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio/ Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,/ però che gente di molto valore/conobbi che ’n quel Limbo eran sospesi». La rappresentazione dantesca non descrive una condizione fisica, di dolore, ma psichica, di attesa. La chiave sta proprio nell’aggettivo “sospeso”, parola ripetuta nella Commedia sempre per le anime del Limbo, e che rimane risolutiva nel nostro modo di immaginarlo. Una sospensione atemporale, una incertezza permanente, un’attesa irrimediabilmente perduta. Una aspettativa sfiduciata della futilità di ogni speranza. Forse lo stoicismo degli antichi ci aiuta a comprendere il malessere di questa disperazione perché, come scrive Seneca, «i mali incerti sono quelli che ci tormentano di più». Le incertezze delle anime dei giusti che popolano il Limbo ci sono vicine e comprensibili; avvertiamo nei loro lamenti e nei loro sospiri qualcosa di molto terreno e di molto umano. Sentiamo l’insicurezza delle anime dei giusti vicina alla nostra inquietudine e nessuno è riuscito a spiegarlo meglio di Blaise Pascal: «Sempre in balia dell’incertezza, spinto da un estremo all’altro, l’uomo sente la sua nullità, la sua disperazione, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua debolezza e salgono immediatamente dal profondo del suo cuore la noia, la melanconia, la tristezza, il cattivo umore, l’irritazione, la disperazione». È questa l’immagine del Limbo che sopravvive nella contemporaneità, l’età dell’instabilità in cui tutte le verità vacillano e tutte le certezze si incrinano, l’epoca di «limbes insondés de la tristesse» nelle parole di Baudelaire che voleva intitolare proprio Les limbes la sua raccolta di “fiori del male”. Siamo noi «color che son sospesi» nel limbo dell’incertezza, alla ricerca di una felicità stabile che – come ha scritto il teorico della società liquida Zygmunt Bauman che proprio all’età dell’incertezza ha dedicato uno dei suoi saggi più belli – «sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarsi a esso». E oggi più che mai sospiriamo malinconici, vinti da speranze vane e desideri insoddisfatti, prigionieri di un mondo sospeso e in attesa di un futuro fosco. Il nostro limbo assomiglia sempre di più alla descrizione della voragine infernale dantesca: «Oscura e profonda era e nebulosa, tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa». Nel nostro «nobile castello sette volte cerchiato d’alte mura» ha «un bel fiumicello» e «un prato di fresca verdura», ma fuori l’orizzonte è avvolto da una fitta nebbia, sempre più impenetrabile. Il lamento sale dai nostri smartphone e si diffonde nell’etere: la pandemia ci ha inchiodato in una condizione impotente e “sanza speme”, ha condannato un’intera generazione a un’inguaribile e languida forma di depressione. A proposito di stati depressivi, non è un caso che proprio ad apertura del testo più celebre della psicanalisi, Sigmund Freud elegga Virgilio a tutore del suo viaggio nella psiche umana, ponendo a esergo de L’interpretazione dei sogni un verso dell’Eneide: «Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo»: «Se non potrò piegare gli dei celesti, muoverò l’Acheronte». Il messaggio è chiaro. Il Limbo esiste ancora ed è affollatissimo. Solo che dall’epoca di Dante si è spostato il fiume, dall’aldilà dei morti all’al di qua dei vivi. I lamenti e i sospiri provengono da noi, il Limbo è casa nostra.

Il circo folle delle chiusure. Vien da pensare che forse questo è davvero il virus più pazzo del mondo. Anzi, forse a essere diventati pazzi siamo proprio noi, almeno a cercar di inseguire questo caleidoscopio di colori con cui il governa cerca di vestire i nostri arresti domiciliari. Giannino Della Frattina, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Vien da pensare che forse questo è davvero il virus più pazzo del mondo. Anzi, forse a essere diventati pazzi siamo proprio noi, almeno a cercar di inseguire questo caleidoscopio di colori con cui il governa cerca di vestire i nostri arresti domiciliari e le troppe lingue diverse parlate dai Palazzi del potere: politico, economico e giudiziario a cui sembra essersi aggiunto oggi anche quello scientifico. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere per i troppi morti che continuano a rendere così lugubre il bollettino di fine giornata e i nostri pensieri. E così succede che il sindaco filo Pd di Milano Giuseppe Sala aggredisca alle spalle il governatore leghista Attilio Fontana che vorrebbe difendere i lombardi da una «zona rossa» imposta da Roma con i dati di quindici giorni prima. Cosa che pare evidentemente assurda. L'accusa è di aver chiuso le scuole chiedendo ora di aprire le strade, a cominciare da quelle dello shopping. Potrebbe essere anche vero, se non fosse che la prima a voler suonare la campanella delle superiore è proprio la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina che fa parte di un governo a guida 5Stelle e di cui quel Pd che tanto ama Sala (essendone riamato) è evidentemente il socio di maggioranza. Ma non basta, perché a chiedere a Regione Lombardia di riaprire le scuole è stato anche un atto ufficiale come la sentenza pronunciata dal Tar giusto tre giorni fa per imporre a Fontana di rimandare i ragazzi in classe. E così un governo che chiede con un suo ministro di riaprire le scuole, appoggiato per di più dalla pronuncia delle toghe, impone con un decreto del suo primo tra i ministri la chiusura dell'intera regione. Mentre il sindaco della principale città di Lombardia rimprovera il suo governatore di aver chiuso le scuole e allo stesso tempo di voler aprire i negozi. In tutto questo, tanto per non farci mancare niente, un altro fiore all'occhiello del Pd come Giorgio Gori, il sindaco di una città che è appena stata nell'occhio del ciclone e della pandemia e che ha gridato per settimane alla mancata istituzione per tempo della «zona rossa», oggi vorrebbe invece chiedere una deroga e tenerla aperta. Una specie di lasciapassare, la richiesta di privilegi da piccola città Stato che non potranno che generare proseliti fra altri sindaci desiderosi di mettersi in buona luce con i loro concittadini contestando il governo. In tutto questo continuano le campane a morto battute dai virologi, le nuove virostar che in diretta tivù a ogni ora del giorno danno ai politici degli incapaci e ordinano come ricetta le chiusure il più totale possibile. Tante voci diverse e nessuna soluzione. Per una situazione grave e che di sicuro non è semplice, ma a cui questa gran Babele non fa certo bene.

Michele Boldrin fa a pezzi Selvaggia Lucarelli: "Moralista dei miei stivali, feccia venduta al potere". Libero Quotidiano il 17 gennaio 2021. Crisi di nervi per Selvaggia Lucarelli, che perde il suo aplomb, ammesso che esista, con Michele Boldrin, il celebre economista. Tutto nasce perché la blogger alza come al solito il ditino, lo punta contro gli italiani che si "permettono" di uscire di casa e riempire i negozi in uno dei pochi giorni in cui possono farlo (ieri, sabato 16 gennaio): "Oggi a Milano supermercati, strade, i pochi negozi aperti strapieni di gente. Strapieni", scandisce la Lucarelli, con evidente indignazione nei confronti del popolino che mette il becco fuori dalle quattro mura. Ed ecco che a quel punto entra in campo Boldrin, che la infilza: "A occhio e croce c'eri anche tu. Perché non sei rimasta chiusa a casa? Moralista dei miei stivali". Dunque la blogger replica: "Vivo accanto ad uno dei grandi centri commerciali all'aperto di Milano, genio". E dopo la risposta, ecco che la sincera democratica Selvaggia blocca Boldrin. Il quale né da conto sempre su Twitter: "La moralista ipocrita non ama sentirselo dire. Feccia venduta al potere", scrive a corredo dello screenshot che mostra il blocco. Un massacro.

Fiorenza Sarzanini e Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 16 gennaio 2021.

Andare nelle seconde case, anche se si trovano fuori dalla propria regione, non è più vietato. A stabilirlo è il nuovo Dpcm in vigore da oggi che elimina l' impedimento introdotto durante le festività natalizie. Il provvedimento firmato dal presidente del consiglio Giuseppe Conte per limitare il contagio da Covid-19, impone nuove regole e restrizioni ma consente gli spostamenti verso le abitazioni purché limitate al nucleo familiare. Rimangono chiuse palestre e piscine, serrati anche cinema e teatri. Confermato il coprifuoco dalle 22 alle 5, l' obbligo di mascherina all' aperto e al chiuso e quello di mantenere il distanziamento. Ecco tutto quello che si potrà e non si potrà fare fino al prossimo 5 marzo.

1 Perché si può andare nelle seconde case?

Nel decreto sulle festività natalizie era stabilito che «è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra Regione». Nel nuovo Dpcm si dice invece che «è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione», senza la specifica esclusione relativa alle seconde case. Palazzo Chigi conferma che per «abitazione si intende dunque anche una seconda dimora, anche in affitto» che si trovi in una regione in fascia gialla, arancione o rossa. L' unico limite riguarda il fatto che potrà spostarsi soltanto il nucleo familiare. Si potrà poi rientrare nella residenza o nel domicilio in qualsiasi momento.

2 Si può andare a fare una gita in un' altra regione?

No, lo spostamento tra regioni rimane vietato fino al 15 febbraio. Oltre al trasferimento nelle seconde case i motivi per spostarsi sono quelli di lavoro, necessità e urgenza.

3 Si può andare a trovare amici e parenti?

Anche se si vive in una regione gialla si può andare solo da persone che si trovano nel proprio Comune. Ma soltanto «una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le 5 e le 22, e nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi».

4 La regola delle due persone vale per tutti gli spostamenti in auto?

Sì, a meno che non si tratti di persone conviventi.

5 Si può uscire dai piccoli Comuni?

Rimane la deroga sugli «spostamenti dai Comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a trenta chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia».

6 Quando entrano in vigore le ordinanze che cambiano colore alle regioni?

L' ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza entra in vigore alla mezzanotte del 17 gennaio, quindi da domenica scattano i divieti e le restrizioni previsti dalle varie fasce.

7 Quali sono le regole della fascia arancione?

Gli spostamenti sono liberi dalle 5 alle 22 ma è vietato uscire dal proprio Comune. I negozi sono tutti aperti fino alle 22. Aperti anche parrucchieri e centri estetici. I bar e i ristoranti sono chiusi, consentita la consegna a domicilio.

8 Quali sono le regole della fascia rossa?

Gli spostamenti sono vietati se non per motivi di lavoro, urgenza e salute. Sono aperti i supermercati, le farmacie, le edicole e i tabaccai e tutti i negozi ad esclusione di vendita al dettaglio di abbigliamento, calzature, gioielli. I parrucchieri sono aperti, i centri estetici sono chiusi. Si può fare attività motoria e attività sportiva all' aperto ma individualmente.

9 È consentito l' asporto da bar e ristoranti?

Dai ristoranti è sempre consentito, dai bar è consentito soltanto fino alle 18. In tutti i casi rimane il divieto di consumare cibi e bevande nelle vicinanze dei locali pubblici.

10 Si può andare a cena negli alberghi?

La ristorazione negli alberghi e nelle altre strutture ricettive è «consentita senza limiti di orario limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati».

11 Quando si può andare a visitare mostre e musei?

«Dal lunedì al venerdì, con esclusione dei giorni festivi, a condizione che detti istituti e luoghi, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei locali aperti al pubblico, nonché dei flussi di visitatori (più o meno di 100.000 l' anno), garantiscano modalità di fruizione contingentata o comunque tali da evitare assembramenti di persone e da consentire che i visitatori possano rispettare la distanza tra loro di almeno un metro».

12 Quando riaprono gli impianti da sci?

Gli impianti potranno riaprire «a partire dal 15 febbraio 2021», ma soltanto dopo l' approvazione delle linee guida delle Regioni validate dagli esperti del Comitato tecnico-scientifico.

Zona Arancione: Chiuso per Covid? La buona sorte per evitare le multe. Per chi infrange il divieto può scattare la multa da 400 a 1000 euro. Ma ognuno fa quello che vuole.

Dipende, però, tutto da chi ti ferma: Controlli mancanti o interpretazioni estensive della norma.

E le chiamano Regole della zona arancione. Cosa si può fare? Tutto!

Il cittadino ligio al dovere si chiede: come mai, nonostante le regole del confinamento il Covid dilaga?

Bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie sono chiusi al pubblico tutto il giorno e sono in funzione soltanto per l’asporto e la consegna a domicilio. Per quanto riguarda le visite in casa, fino al 5 marzo, sono consentiti due invitati al massimo.

Le regole della zona arancione consentono di muoversi liberamente all’interno del comune, senza motivazioni particolari e senza obbligo di autocertificazione, nei limiti del coprifuoco, come in guerra. Il coprifuoco dalle 22.00 alle 5.00, confermato nel decreto legge in vigore dal 16 gennaio. Chi ha necessità di uscire durante il coprifuoco deve compilare il modulo di autocertificazione dichiarando uno dei motivi consentiti, ovvero salute, comprovate esigenze di lavoro e altri motivi di necessità.

Esigenze valide anche per uscire dal comune in qualunque orario: serve un motivo di salute, lavoro e necessità.

Sul concetto di necessità c'è da scrivere un trattato, così come permesso dai nostri governanti.

Spostamenti liberi all’interno del comune. Per uscire di casa, passeggiare, fare jogging e recarsi negli esercizi commerciali aperti nel Comune non ci sono limitazioni e non è richiesta l’autocertificazione. Mascherina sempre obbligatoria e assembramenti sempre vietati, al chiuso e all’aperto.

Si può fare la spesa in un altro comune se non è possibile reperire i beni di prima necessità o per motivi di convenienza economica.

Già. Per il sentire comune: UNA OFFERTA ECONOMICA NON SI NEGA A NESSUNO. ANCHE SE LA SPESA NON VALE L'IMPRESA DEL TRAGITTO.

Faq del Governo: Posso fare la spesa in un comune diverso da quello in cui abito? 

Gli spostamenti verso Comuni diversi da quello in cui si abita sono vietati, salvo che per specifiche esigenze o necessità. Fare la spesa rientra sempre fra le cause giustificative degli spostamenti. Laddove quindi il proprio Comune non disponga di punti vendita o nel caso in cui un Comune contiguo al proprio presenti una disponibilità, anche in termini di maggiore convenienza economica, di punti vendita necessari alle proprie esigenze, lo spostamento è consentito, entro tali limiti, che dovranno essere autocertificati.

Ergo. Spostamenti consentiti presso il Comune confinante che abbia almeno un punto vendita con prodotti maggiormente convenienti. Punto vendita e prodotto indicati nell'autocertificazione per la comparazione, in caso di controllo, con i prodotti locali. 

Il governo ha confermato la deroga per gli spostamenti tra piccoli comuni fino a 5mila abitanti; questi sono consentiti nel raggio di 30 km, ma senza poter raggiungere i capoluoghi di provincia.

Seconde case in zona arancione. E' ammesso il rientro presso la seconda casa ubicata in un’altra Regione se la persona che si sposta (da sola o con il nucleo familiare) può provare di avere effettivamente avuto un titolo per recarsi nello stesso immobile prima del 14 gennaio 2021.

Quando serve l’autocertificazione in zona arancione. Isabella Policarpio il 22 Gennaio 2021 su Money.it 

Ricapitolando, in zona arancione l’autocertificazione serve in queste ipotesi:

uscire durante il coprifuoco (22.00-5.00) per motivi di salute, lavoro, necessità/urgenza

uscire dai confini del comune, sempre per uno dei motivi previsti dal Ministero (salute, comprovate esigenze lavorative, necessità) e per raggiungere la seconda casa, se ne ha diritto

raggiungere un’altra regione per i motivi indicati nel modulo e per tornare al luogo di abitazione, residenza e domicilio

Chi non ha il modulo con sé può chiederlo direttamente alle Forze dell’ordine durante i controlli a campione e compilarlo in loco.

Bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie

Ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie sono chiusi al pubblico h24 ma è sempre consentito il servizio di asporto fino alle 22.00 (fino alle 18.00 per le bevande) e la consegna a domicilio senza limitazioni orarie.

Sono aperte mense e catering su base contrattuale e i ristoranti all’interno degli alberghi (soltanto per gli ospiti della struttura).

Sempre aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nelle aree di servizio in autostrada, ospedali e aeroporti.

Palestre, teatri e cinema

In tutta Italia ed anche in zona arancione restano chiusi palestre, piscine, cinema, teatri, gallerie d’arte, musei, sale gioco/scommesse e bingo.

Visite a congiunti e parenti non conviventi

Dal 16 gennaio al 5 marzo 2021 per le visite in casa altrui c’è il tetto massimo di due invitati, al netto di figli under 14 e persone disabili/non autosufficienti con loro conviventi. 

Centri commerciali e negozi

Librerie, negozi al dettaglio e di abbigliamento (sia per adulti che per bambini) sono aperti normalmente mentre chiudono i centri commerciali di sabato e domenica. Al loro interno restano aperti soltanto supermercati, farmacie, parafarmacie e tabacchi.

Parrucchiere ed estetista

Parrucchieri, barbieri e centri estetici sono aperti.

Jogging, passeggiate e attività motoria: regole in zona arancione

Si può fare attività fisica e motoria anche lontano da casa senza oltrepassare i confini del comune di residenza.

L’attività fisica/motoria deve essere svolta in maniera individuale e nel rispetto della distanza di sicurezza. La mascherina è obbligatoria per la camminata veloce ma non per la corsa.

Il governo ammette una deroga per le attività che non sono disponibili sul territorio: in tal caso si può uscire dal comune, ma lo spostamento deve essere finalizzato esclusivamente allo svolgimento di sport o escursioni. Ad esempio si può andare in un altro comune per ciaspolate e sci alpinismo.

Si può andare a messa

Le chiese sono aperte e si può andare a messa. Gli ingressi sono contingentati e durante la liturgia è obbligatoria la mascherina.

Assemblee di condominio

Si possono fare le riunioni di condominio ma è consigliabile procedere in teleassemblea, ovvero in videoconferenza. Se ciò non fosse possibile, durante la riunione di condominio si deve rispettare il metro di distanza e indossare la mascherina.

Trasporti pubblici

La capienza sui mezzi di trasporto pubblico è ridotta al 50% ad eccezione di quelli adibiti al trasporto scolastico.

·          Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

I pazienti riuscivano così a ottenere il Green Pass. Fingeva di vaccinare i no vax, arrestato medico: “Agiva per ideologia”. Roberta Davi su Il Riformista il 31 Dicembre 2021. Fingeva di vaccinare dei pazienti no vax, in modo che potessero ottenere il Green Pass. Un medico di medicina generale è così finito agli arresti domiciliari e dovrà ora rispondere di falso, peculato, truffa al Servizio Sanitario nazionale e omissione di atti d’ufficio. Attivo nelle zone di Abetone Cutigliano, Marliana e San Marcello Pistoiese, in provincia di Pistoia, come pubblico ufficiale vaccinatore avrebbe falsamente attestato l’avvenuta vaccinazione contro il Covid-19 nei confronti di varie persone residenti in diverse province della Toscana. Oltre a Pistoia, anche Prato, Lucca, Pisa e Firenze. Tra i suoi pazienti due minorenni.

L’indagine

Sono ben 19 le persone indagate nell’inchiesta della Procura di Pistoia, condotta dai carabinieri di Prato e dai Nas di Firenze. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’uomo non avrebbe agito per soldi o per ottenere dei favori, bensì per motivazioni personali, essendo fermamente convinto che il vaccino contro il Covid-19 sia inutile. L’indagine è partita dalla segnalazione di una madre, preoccupata che il figlio potesse contrarre il Covid-19 dato che era stato falsamente vaccinato dal medico. Le dichiarazioni della donna hanno quindi confermato i sospetti dei Nas. Da alcuni controlli effettuati, infatti, erano già emerse anomalie nelle registrazioni delle vaccinazioni da parte del dottore. Elementi, che insieme alla testimonianza arrivata ai Carabinieri, hanno permesso di avviare determinate verifiche sul suo operato. Il medico di base è indagato anche per le ipotesi di peculato, perché gettava via le dosi di vaccino nonostante non fossero stati in realtà utilizzati; di truffa al Servizio sanitario nazionale e di omissioni di atti d’ufficio. È sospettato infatti di aver percepito indennità aggiuntive per ogni vaccinazione falsamente registrata e di non aver prescritto i tamponi ai propri pazienti presumibilmente malati di Covid. Sequestrate false certificazioni Green pass sulla piattaforma del sistema sanitario della Regione.

“Un tradimento della fiducia di un’intera comunità”

“È una vergogna, un tradimento della fiducia di un’intera comunità.” Matteo Biffoni, sindaco di Prato, ha usato parole molto dure per condannare l’operato del medico arrestato. “A oggi in Toscana sono 7.558 le donne e gli uomini morti per Covid, in queste ore il Paese è quasi paralizzato da casi di positività e quarantene, sono due anni che attendiamo la vaccinazione di massa per poter tornare alla normalità e qualcuno crede di poter fare il furbo. È inaccettabile. E tanto più è inaccettabile sia stato innanzitutto un medico“.

Biffoni ha poi ringraziato i carabinieri di Prato e la Procura di Pistoia: “Li ringrazio per il lavoro svolto a partire dalla denuncia di una mamma. E ringrazio ancora una volta i medici, il personale sanitario e i volontari che anche nei giorni di festa stanno lavorando per garantire la somministrazione del vaccino. Se un medico non crede nella scienza può cambiare mestiere, la salute e il futuro delle nostre comunità non possono venire messe a rischio da chi delinque”.

  (ANSA il 21 dicembre 2021) - Indagine della Polizia di Stato su falsi vaccini ai no vax a Palermo. Gli agenti della Digos di Palermo hanno eseguito un decreto di fermo nei confronti di tre persone, indagate per corruzione propria antecedente, falso ideologico in atto pubblico e peculato. I fermati sono Filippo Accetta, leader locale del movimento No Vax e protagonista anche di alcune manifestazioni nazionali, Giuseppe Tomasino e Anna Maria Lo Brano, un'infermiera che lavora all'ospedale Civico e faceva finta di inoculare i vaccini nell'hub della Fiera del Mediterraneo. L'infermiera che lavorava nell'hub vaccinale della Fiera del Mediterraneo di Palermo avrebbe incassato 100 euro per ogni finto vaccino anti covid. Tra i falsi vaccinati, oltre al leader dei No vax Filippo Accetta e all'amico Giuseppe Tomasino, anche due parenti di quest'ultimo. Gli agenti della Digos sono risaliti ai tre grazie a intercettazioni telefoniche ed ambientali e riprese video nel centro di vaccinazione, che hanno permesso di accertare che l'infermiera avrebbe effettuato altre otto false vaccinazioni, tra cui un'altra infermiera che operava presso la Fiera del Mediterraneo ed un poliziotto della questura di Palermo. Sono stati infine sequestrati i dati informatici inseriti presso la "Piattaforma nazionale digitai green certificate" del Ministero della Salute - con conseguente sospensione e blocco della loro operatività dei Green Pass di tutti i soggetti che hanno effettuato i falsi vaccini.

(ANSA il 21 dicembre 2021) - L'infermiera dell'hub vaccinale di Palermo Anna Maria Lo Brano, fermata oggi dalla Polizia di Stato nell'ambito dell'indagine sui falsi vaccinati, agiva sempre nello stesso modo come ricostruito grazie alle immagini dei sistemi di videosorveglianza. Dopo avere svuotato il siero contenuto nella siringa, già precedentemente preparata, in una garza in cotone, inseriva l'ago nel braccio del finto vaccinato senza iniettare alcunché e senza muovere lo stantuffo della siringa. La truffa è evidente, basta guardare le immagine registrate nel corso delle indagini. Gli agenti per giorni hanno intercettato la donna accertando contatti tra l'infermiera e chi si sottoponeva al finto vaccino, disposto a sborsare cento euro pur di ottenere il Green pass. Le indagini svolte hanno escluso il coinvolgimento dei medici che lavorano al centro vaccinale e dei funzionari responsabili.

Palermo, i prezzi delle finte vaccinazioni: fino a 450 euro per ottenere la certificazione. Riccardo Lo Verso su Il Corriere della Sera il 21 dicembre 2021. L’indagine partita da un controllo al porto di Palermo ha portato al fermo di un’infermiera, del leader del movimento no vax palermitano e di un suo amico. Scoperti una decina di casi: ma si sospetta un giro molto più ampio. Il grande bluff è stato smascherato grazie alle telecamere dei poliziotti della Digos di Palermo. Finte vaccinazioni anti Covid in cambio di soldi. Poco prima dell’iniezione l’infermiera svuotava il contenuto della siringa su una garza. L’infermiera si chiama Maria Lo Brano. Lavora all’ospedale Civico, il più grande della città, ma faceva gli straordinari all’Hub vaccinale allestito alla Fiera del Mediterraneo. Adesso è in stato di fermo assieme a Filippo Accetta, leader palermitano del movimento ‘no vax’, e ad un amico di quest’ultimo, Giuseppe Tomasino. Sono indagati per falso e corruzione. Sarebbero stati loro a pagare per la messinscena. Fino a 450 euro per fare finta di essersi vaccinati, ottenere la certificazione e scaricare il green pass. Anche una collega di Lo Brano e un poliziotto avrebbero approfittato dei favori dell’infermiera che risponde pure di peculato: si sarebbe appropriata di un bene dello Stato, i vaccini.

L’indagine è partita da un controllo al porto di Palermo. Accetta, in compagnia dei figli, lo scorso settembre mostrò dei referti «alterati» di tampone negativo. L’obiettivo della Procura era scovare chi li avesse falsificati e i telefonini sono finiti sotto intercettazione. Gli indagati sono stati seguiti passo dopo passo il giorno in cui andarono a vaccinarsi. Saltarono il passaggio dell’anamnesi e andarono dritti dall’infermiera. Non c’era motivo di conoscere eventuali patologie pregresse. Cosa accadde si è scoperto dalla voce dei protagonisti. Accetta e Tomasino parlavano del vaccino visto «buttare nella bambagia» e «altri 400 euro» che non intendevano pagare per la seconda dose. I poliziotti, d’intesa coni vertici della struttura sanitaria, hanno deciso di accendere le telecamere. Non è stato complicato stabilire dove piazzarle, visto che il telefono dell’infermiera ha iniziato ad essere bollente.

«Ci vediamo al corridoio C» , diceva a persone a cui dava del tu. Le telecamere hanno registrato una decina di finte vaccinazioni. E potrebbero non essere le uniche. L’assessore regionale alla Salute Ruggero Razza ha annunciato il licenziamento dell’infermiera. Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e l’aggiunto Sergio Demontis spiegano che le indagini «hanno permesso di escludere, allo stato, il coinvolgimento dei medici operanti all’interno del centro vaccinale e dei funzionari responsabili dello stesso». Renato Costa, commissario per l’emergenza Covid a Palermo, che alla Fiera del Mediterraneo ha il suo quartier generale, ribadisce di aver fornito «tutto il supporto possibile agli investigatori. Con gli arresti di oggi - aggiunge - si chiude un capitolo triste, e insieme, sconcertante. In questa vicenda, tutti i lavoratori della Fiera del Mediterraneo ci sentiamo traditi e danneggiati».

Le indagini, però, vanno avanti. I numeri potrebbero essere molto più ampi dei casi finora scoperti. Si guarda soprattutto alla figura di Accetta, leader del movimento no vax che voleva candidarsi con la Lega alle prossime elezioni comunali di Palermo. Scendeva in piazza in giro per d’Italia. Invitata il popolo ad aprire gli occhi contro io vaccini perché, diceva, «dobbiamo solo resistere, la verità verrà a galla». Sui social postò un video in cui fingeva di vaccinarsi con una boccetta di un prodotto per il corpo della Johnson & Johnson. Solo che, secondo l’accusa, ad un certo punto la finzione sarebbe stata al centro di un patto corruttivo.  

Riccardo Lo Verso per il "Corriere della Sera" il 22 dicembre 2021. L'appuntamento per la seconda dose era fissato nelle prossime ore. Anche stavolta, dicono gli investigatori, sarebbe stata una messinscena, con la siringa svuotata del vaccino anti Covid un istante prima dell'iniezione. Filippo Accetta, 52 anni, non si presenterà. Da ieri è in stato di fermo, assieme ad un amico, Giuseppe Tomasino, 48 anni, e ad Anna Maria Lo Brano, un'infermiera, pure lei 52enne, che in cambio di soldi avrebbe organizzato il bluff dei vaccini nell'hub della Fiera del Mediterraneo a Palermo. La Procura contesta agli indagati i reati di corruzione, falso e peculato per quel bene dello Stato, il vaccino, gettato via. Dieci i casi finora accertati, ma c'è il sospetto che siano di più. Si guarda soprattutto ad Accetta, che con la sua presenza in piazza e sui social si è cucito addosso il ruolo di capopopolo palermitano dei no vax. Potrebbe avere suggerito ad altre persone di rivolgersi all'infermiera, dipendente dell'ospedale Civico, il più grande della città, che faceva lo straordinario alla Fiera. In più avrebbe incassato cifre comprese fra 100 e 450 euro per svuotare la siringa in una garza prima dell'iniezione. L'indagine è partita da un controllo al porto di Palermo. Accetta lo scorso settembre mostrò un referto «alterato» di negatività al tampone ed è finito sotto intercettazione. «La dottoressa vi aspetta qua», diceva Accetta ai figli il 10 novembre scorso. I poliziotti della Digos li hanno pedinati. Tomasino, che nella vita fa il commerciante di detersivi, spiegava: «Però vedi che io nella bambagia ce l'ho visto buttare...». «Pure a me», confermava Accetta. Il bruciore al braccio avvertito da suo figlio era dettato dal «panico». Gli indagati parlavano degli «altri 400 euro» che servivano per la seconda dose, dopo che Accetta ne aveva già sborsati 450. «Ci vediamo al corridoio C», diceva Lo Brano ad altre persone a telefono. Si era sparsa la voce. All'altro capo della cornetta c'era gente disposta a tutto pur di non vaccinarsi e ottenere il green pass. Come «un padre di famiglia» che ha «pagato 450 euro per tre». O come la madre di una ragazza che «è in ansia, è andata fuori di testa». Le telecamere della Digos, d'intesa con i vertici dell'hub, hanno registrato le finte vaccinazioni, comprese quelle di un poliziotto e di una collega dell'infermiera. L'assessore regionale alla Salute Ruggero Razza ha avviato le procedure per il licenziamento. Gli investigatori, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Sergio Demontis, scavano nella rete di relazioni di Accetta, venditore ambulante di prodotti tipici della cucina siciliana. «Quelli come noi non mollano mai», ripeteva su Facebook prima di manifestare in giro per l'Italia contro governo, vaccini e green pass. In passato è stato leader di un gruppo di precari negli anni in cui Palermo veniva messa a ferro e a fuoco per avere la stabilizzazione. Di recente ha pensato di trasformare il seguito social in consenso elettorale. Voleva candidarsi alle prossime comunali con la Lega. In rete circolano ancora le sue foto con Matteo Salvini, incontrato ad una cena elettorale. Ma i rapporti con il Carroccio sono interrotti da qualche mese, e Accetta ha smesso di parlare della candidatura. «Nessuno gliel'ha mai prospettata e con Salvini non c'è stato nulla di più di un selfie in mezzo a centinaia di persone in occasione di una tappa a Palermo», dicono dallo staff del leader leghista. Accetta è tornato a sparare contro «i vaccini che non fermano i contagi». C'è un video su TikTok in cui finge di vaccinarsi con un prodotto per il corpo della Johnson & Johnson. In maggio, durante la trasmissione «Dritto e rovescio» su Rete 4, raccontava in lacrime la sua disastrosa condizione economica dopo 15 mesi di stop forzato dell'attività per le restrizioni anti Covid. 

Palermo, giro di false vaccinazioni alla Fiera: 3 arresti. In manette il leader No Vax Filippo Accetta e un’infermiera. “400 euro per una finta dose”. Salvo Palazzolo su La Repubblica il 21 dicembre 2021.  Una telecamera piazzata dalla Digos nell’hub ha svelato il raggiro, la polizia ha documentato diversi casi. La procura dispone il fermo d’urgenza. Il questore di Palermo, Laricchia: "Siamo entrati nelle trame oscure dei No Vax". Tra i fruitori del servizio illecito anche un poliziotto e un'infermiera. Un’infermiera infedele scaricava il vaccino su una garza, e poi faceva finta di iniettare la dose. I poliziotti della Digos di Palermo l’hanno smascherata grazie ad una telecamera piazzata nell’Hub della Fiera e ad alcune intercettazioni. A lei si era rivolto uno dei leader del movimento No Vax, Filippo Accetta, molto vicino alla Lega tanto da partecipare a una cena con Salvini all'inizio di agosto. In manette è finito anche un amico di Accetta, Giuseppe Tomasino, commerciante di detersivi. Questa notte, i tre sono stati arrestati. L'infermiera si chiama Anna Maria Lo Brano, lavora all'ospedale Civico. Il procuratore Francesco Lo Voi e l’aggiunto Sergio Demontis hanno disposto un provvedimento di fermo urgente, per bloccare il prosieguo dell'attività illecita. L’inchiesta condotta dal sostituto Felice De Benedittis ha scoperto una decina di false vaccinazioni, ma c’è il sospetto che il sistema fosse più ampio. Un sistema ben oliato da un giro di soldi, 400 euro per ogni falsa vaccinazione. Dice il questore di Palermo Leopoldo Laricchia: "Siamo entrati nelle trame oscure e fraudolente di quei No Vax irriducibili che non esitano a violare la legge, anche commettendo reati odiosi come la corruzione. Tra i fruitori del servizio illecito purtroppo siamo incappati in un poliziotto della questura di Palermo. Dopo la discovery odierna delle indagini per il rispetto del segreto istruttorio, saranno immediatamente avviati i provvedimenti sanzionatori previsti dalle norme disciplinari e la sospensione dal servizio e dallo stipendio disposta dalle recenti norme sull'obbligo vaccinale per le forze di polizia". Fra i fruitori della falsa vaccinazione, anche un’infermiera che lavora all'Hub.

Le accuse

Nel provvedimento, vengono contestate a vario titolo le accuse di corruzione, peculato e falso. Sarebbero stati costruiti ad arte anche dei green pass. Un’inchiesta complessa, che si è avvalsa della collaborazione dei vertici della struttura commissariale per l’emergenza Covid, diretta da Renato Costa. "Le indagini svolte - dice un comunicato firmato dal procuratore capo Francesco Lo Voi - hanno permesso di escludere, allo stato, il coinvolgimento nelle condotte per cui si procede, dei medici operanti all'interno del centro vaccinale e dei funzionari responsabili dello stesso".

In una nota, anche Costa ribadisce di aver fornito con i suoi più stretti collaboratori "tutto il supporto possibile agli investigatori. Con gli arresti di oggi - commenta - si chiude un capitolo triste, e insieme, sconcertante. In questa vicenda, tutti i lavoratori della Fiera del Mediterraneo ci sentiamo traditi e danneggiati".

Filippo Accetta, leader dei "No vax" Nella notte, la polizia ha fatto anche perquisizioni, alla ricerca di riscontri a quanto è emerso nel corso delle intercettazioni. Sono stati sequestrati telefonini e computer, lì ci sarebbe la prova di una fitta rete di relazioni, l'inchiesta promette sviluppi.

Il leader "No Vax"

La Digos diretta da Giovanni Pampillona vuole approfondire soprattutto la posizione di Filippo Accetta, già leader dei disoccupati, poi degli ambulanti: negli ultimi mesi era diventato uno dei più attivi leader del movimento "No Vax". Soprattutto attraverso le sue dirette Facebook e in tante manifestazioni in giro per l’Italia: “Non mollate, bisogna resistere – aveva scritto ieri in un post – che a giorni ne sentiremo delle belle, la verità è vicina credetemi, la gente come noi non molla”. Ma non immaginava che ad essere molto vicina era la verità che nascondeva, quella sulla sua falsa vaccinazione. E continuava ad arringare il Web: “Popolo sveglia, apritevi gli occhi, come ve lo devo dire… non basta con gli adulti, ora pure con i bambini se la prendono, dobbiamo solo resistere, la verità verrà a galla”.

Qualcuno lo aveva attaccato per le sue frasi spesso sgrammaticate, Filippo Accetta aveva replicato a muso duro con una citazione, “di autore anonimo” precisava lui: “Non mi preoccupa un errore grammaticale se il pensiero è intelligente…un congiuntivo lo si può sempre correggere, un idiota no”. E si preparava all’ennesima diretta, con i toni del santone: “Fratelli e sorelle”. Una cosa giusta però l’aveva scritta: “Il bene vince sempre”. La Digos lo stava già intercettando.

Covid, effetto metropoli: ecco perché Milano è l'epicentro dei contagi. E tra 15 giorni ci sarà il picco. Alessandra Corica su La Repubblica il 30 dicembre 2021. La provincia cresce al ritmo di oltre 10 mila nuove diagnosi. L’infettivologa della Statale, Antonella D'Arminio Monforte: “Guardiamo  a Londra per capire l’evoluzione”. Un'incidenza settimanale che, a ieri sera, era sopra i 1.500 casi ogni 100 mila abitanti. E 54.253 diagnosi registrate dal 22 dicembre a ieri nell'area metropolitana, con un Rt che, secondo l'ultimo report dell'Ats di corso Italia, ieri per il solo Comune di Milano era a quota 2.36. Segno che il virus corre veloce, velocissimo. Eccola, la Milano epicentro della nuova ondata da contagi di Covid-19 in Lombardia: ieri oltre un terzo delle nuove diagnosi notificate nella regione facevano riferimento all'area metropolitana, che ha contato 13.650

Sara Bettoni per il Corriere della Sera il 29 dicembre 2021. Mai così tanti positivi in Lombardia in un solo giorno: quasi 29 mila, un terzo degli infetti emersi ieri in Italia a fronte di una popolazione che è un sesto di quella nazionale. Sono 150 mila i cittadini in quarantena perché contagiati, senza contare gli isolati in quanto contatti stretti. In tutto, almeno 600 mila persone. Già si vedono le prime ripercussioni sui servizi, con Trenord costretta a cancellare alcune corse per mancanza di personale e Atm, la società di trasporti milanese, che guarda con preoccupazione la ripresa di gennaio.

Numeri altissimi di contagi, per la corsa del virus ma anche per il record di tamponi effettuati. Sono oltre 224 mila i test registrati ieri, che hanno causato code chilometriche negli ospedali e nelle farmacie. Molti, moltissimi non hanno sintomi o ne hanno pochi. Merito del vaccino che protegge dalla malattia grave, spiegano i medici, e che permette di limitare la pressione sugli ospedali, pur in risalita. 

«Se fossimo tutti immunizzati, avremmo una situazione molto tranquilla in reparto» sintetizza Andrea Gori, direttore di Malattie infettive al Policlinico di Milano. «Le percentuali dei ricoverati sono superiori tra chi non è protetto - ricorda il presidente della Regione Attilio Fontana ai microfoni di Rai Radio Uno -. In Lombardia abbiamo il dieci per cento di non vaccinati, ma i non immunizzati in ospedale sono il 55 per cento. Questo chiarisce come la vaccinazione sia fondamentale».

Sono state raggiunte le soglie d'occupazione delle terapie intensive (193 pazienti), dei ricoveri ordinari (1.698) e dell'incidenza di contagi settimanale. Dati tuttavia molto più bassi rispetto alle precedenti ondate, quando si è arrivati ad assistere fino a 12 mila malati. «Siamo al limite tra la zona bianca e la zona gialla» ammette Fontana. Il passaggio non comporterebbe restrizioni significative per i cittadini, già da ora obbligati alla mascherina all'aperto. Si guarda con attenzione a quello che succede in corsia. «Vediamo due epidemie diverse - dice ancora Gori -. I vaccinati normalmente hanno sintomi molto modesti, i non vaccinati invece corrono più rischi».

Circa 8,5 milioni di lombardi hanno detto sì al vaccino, il 58 per cento di chi ha diritto ha già ricevuto la terza dose. Basterà a evitare di mandare in tilt i reparti? «Solo una piccola quota degli immunizzati viene ricoverata. Ma se le infezioni aumentano di molto, anche il secondo numero cresce» spiega Gori. «Il 3 per cento degli attuali infettati finirà in reparto - secondo Stefano Centanni, pneumologo dell'Asst Santi Paolo e Carlo di Milano -. Servono collaborazione con i medici di famiglia e strutture per assistere i malati lievi. Solo così potremo occuparci anche degli "altri" pazienti. E ai cittadini chiediamo di usare la mascherina e di vaccinarsi: la differenza si vede».

Cesare Giuzzi per il Corriere della Sera il 29 dicembre 2021.

La Lombardia ha segnato il record di nuovi contagi: 28.795, quasi 5 mila a Milano città. Stiamo affondando, dottor Bertolaso? 

«Evitiamo di farci travolgere dai numeri. I dati vanno analizzati sulla base di quello che conosciamo oggi del virus. Stiamo attenti anche a come comunichiamo. Chi vive in prima linea, negli ospedali, ha una fotografia del virus molto diversa rispetto a un anno fa». 

E cosa sappiamo? 

«Omicron è più contagiosa e questo spiega un numero così alto. Ma è meno letale, tra i vaccinati con tre dosi poi la sintomatologia è molto diversa da Delta. Il parametro dei positivi è ingannevole. Per questo nonostante il record cambia poco, per fortuna».  

Cosa dobbiamo fare? 

«I vaccini funzionano, rendono gestibile il contagio e anche la malattia tra coloro che hanno completato le tre dosi. La chiave sta qui. Accelerare sempre di più sulla campagna vaccinale. In Lombardia siamo quasi al 60 per cento di terze dosi, dobbiamo accelerare ancora». 

Guido Bertolaso è il consulente di Regione Lombardia per la campagna vaccinale. Dal suo osservatorio racconta una realtà diversa rispetto alle scene di isteria collettiva viste a Milano, con polizia e carabinieri intervenuti per calmare gli animi tra chi è in fila per i tamponi e l'assalto ai test degli ultimi giorni. 

Dottor Bertolaso, Milano e la Lombardia sono l'epicentro dell'ondata di Omicron?  

«Il sistema sta reggendo bene, mi creda. I numeri sono seri, ma in qualche modo viziati da un lavoro straordinario che si sta facendo sulla ricerca del virus».

Quale?

«Dal 20 al 27 dicembre, la Lombardia ha fatto 270 mila tamponi molecolari e 830 mila antigenici. Un milione di test. Nel resto d'Italia sono 4 milioni. Quindi il rapporto è di un milione contro quattro. Significa che qui c'è più attività diagnostica, più controllo e più indagine del virus. Ricordiamoci che la Lombardia seppure per poco è ancora in zona bianca, la pressione sugli ospedali è più bassa rispetto ad altre aree d'Italia».  

Ad esempio?

«I reparti non sono chiusi, si fanno gli ambulatori, gli interventi. Un anno fa tutto era molto diverso». 

Omicron è davvero meno letale? 

«Abbiamo uno studio con l'Università Bicocca: su 540 casi testati solo 14 hanno richiesto il ricovero ospedaliero. La curva di incidenza è massima tra i non vaccinati o tra chi non ha completato la terza dose. E tra i bambini fino a 10 anni che poi sono quelli che portano il virus a casa. Dobbiamo aumentare i vaccini tra bambini e adolescenti. Oggi è vaccinato solo il 10% dei bambini, ma rispetto al dato nazionale siamo al 30%».  

Ritardi, tempi di attesa lunghissimi per le prenotazioni, code chilometriche. Il sistema dei tamponi è in tilt? 

«La task force regionale ha fissato delle priorità. Sappiamo chi è più fragile, chi rischia di più, chi viene colpito in modo più serio. Conosciamo il virus e abbiamo imparato a comprendere come si muove la nuova variante. La priorità va data a chi non ha completato il ciclo vaccinale e a chi ha sintomi. Un vaccinato con tre dosi, anche se entra in contatto con un positivo, ha poche probabilità di sviluppare la malattia e in forma lieve. Dobbiamo considerarlo». 

Quindi basta assalti ai tamponi? 

«I vaccinati con tre dosi non devono essere testati se non hanno sintomi. Il contact tracing deve avere la precedenza per i non vaccinati, i più fragili o chi non ha completato il ciclo. Se eliminiamo dalle code chi non ha l'urgenza di essere testato, perché ha tre dosi, perché non ha sintomi o solo per il green pass, allora riduciamo la pressione anche sui tamponi. Al netto che sono stati aumentati i centri e le linee vaccinali». 

Ma non è un liberi tutti? Non c'è il rischio di avere positivi in giro che non si sottopongono al tampone? 

«Chi ha effettuato le tre dosi è meno "pericoloso" per sé e per gli altri. Bisogna pensare a una contagiosità mitigata che dobbiamo governare».  

In che senso? 

«Omicron è seria ma non provoca quello che abbiamo visto l'anno scorso. La situazione da un punto di vista epidemiologico va gestita grazie alle tante conoscenze che abbiamo adesso. E occorre considerare le conseguenze sanitarie, economiche e sociali». 

Lei è favorevole a una revisione delle quarantene, quindi? 

«Chi ha tre dosi di vaccino, a mio parere, può evitare la quarantena se non ha sintomi. Deve aumentare l'autocontrollo della temperatura e le precauzioni sanitarie, ma se non ci sono sintomi anche in caso di contatto stretto non ha senso isolarlo dal mondo».  

Crede che il Cts sposerà questa linea?

«Penso che ci saranno cambiamenti. Magari più graduali in vista della ripresa del 10 gennaio, ma sono necessari». 

Realisticamente cosa dobbiamo aspettarci a Milano e in Lombardia? 

«Se aumentiamo le vaccinazioni, unica arma per ridurre gli effetti del virus, considerati anche i casi immunizzati e asintomatici, in due mesi saremo completamente fuori da Omicron». 

Graziella Melina per “il Messaggero” il 17 dicembre 2021. Mentre le Regioni si adeguano ai nuovi colori assegnati dal governo, negli ospedali si cerca di trovare un punto di equilibrio tra i ricoveri, sempre crescenti, e le risorse disponibili. La situazione è complicata ovunque, e così alla fine si è costretti ad una sorta di gioco ad incastri, che funziona solo se i medici danno una maggiore disponibilità di turni, a volte con la promessa di incentivi economici, e se il numero dei posti letto, laddove possibile, viene aumentato. In alternativa, pur di evitare maggiori restrizioni, si decide di riconvertire interi reparti da destinare ai pazienti Covid. In ogni caso, a farne le spese, oltre ai medici che devono sostenere un maggiore carico di lavoro, come sempre sono poi i pazienti non Covid, costretti a vedersi rimandare interventi programmati da mesi perché le sale operatorie sono state ridotte e i medici e gli infermieri spesso sono impegnati a somministrare vaccini o a effettuare tamponi. Da Nord a Sud, in sostanza, la priorità ce l'hanno i pazienti Covid, spesso non vaccinati. Tutti gli altri, con patologie non gravi, dovranno attendere che si liberi un posto. In Veneto, Luciano Flor, direttore generale della Sanità regionale, ha stabilito che se necessario si dovranno sospendere le attività giornaliere e settimanali di intervento medico programmato. «La situazione dal nostro punto di vista è preoccupante - ammette Massimiliano Dalsasso, presidente dell'Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani Emergenza Area Critica (Aaroi-Emac) del Veneto - Abbiamo una quantità di contagi molto elevata. Un discreto numero di posti delle terapie intensive vengono occupati dai pazienti Covid e questo inevitabilmente va a impattare con l'organizzazione sia degli interventi critici che di quelli programmati. Bisogna trovare le combinazioni giuste per curare i pazienti fragili e quelli che non sono urgenti. Le sale operatorie e le terapie intensive sono in altissima pressione». Anche in Alto Adige l'andamento dell'epidemia preoccupa. Andrea Brasola, responsabile provinciale dell'Aaroi-Emac, lavora al servizio di anestesia e rianimazione dell'ospedale di Bolzano: «Da lunedì scorso abbiamo registrato circa il 25 per cento in meno di attività operatoria programmata - racconta Brasola - Questo in parte è dovuto alla riduzione delle sale operatorie e in parte alla diminuzione del personale che è stato impiegato per curare i pazienti Covid». Ma a complicare la situazione ci sono poi altre incognite, che nulla hanno a che fare con il Covid. «Considerando che in Alto Adige è iniziata la stagione turistica - mette in guardia Brasola - se la pressione per gli interventi dovuti ai traumi è forte, si farà fatica a collocare nei reparti ospedalieri tutti i pazienti che ne hanno bisogno, anche perché è stato ridotto il numero dei professionisti che si occupa delle aree ad intensità di cura normale». Senza contare poi che la richiesta di ferie degli operatori sanitari renderà ancora più difficoltoso garantire ovunque le cure. «Ormai andiamo verso la riduzione delle attività prenatalizie e di inizio anno, che consente lo spostamento degli interventi programmati - ammette Marco Chiarello, presidente regionale Aaroi Emac - Le liste di attesa per le operazioni non urgenti, ma già definite, possono arrivare a sei mesi. La maggioranza di questi ritardi è senz' altro dovuta alla pandemia, ma poi ci portiamo dietro anche diversi interventi precedenti ancora da recuperare». Difficile, però, smaltire le liste di attesa se nel frattempo non si risolve il problema della carenza dei medici. «Nel 2015 - ricorda Emanuele Scarpuzza, presidente dell'Aaroi - Emac della Sicilia - con il decreto ministeriale firmato dall'allora ministro Beatrice Lorenzin, è stato deciso di ridurre la disponibilità delle cure ospedaliere a 3 posti letto per acuti per mille abitanti. Quindi, alcuni reparti sono stati cancellati e il personale non è mai stato incrementato in ragione di una potenziale emergenza, tanto che durante la pandemia abbiamo fatto ricorso agli specializzandi. Ma se il numero dei ricoveri continua ad aumentare la situazione sarà difficile da gestire».

Dagospia il 15 dicembre 2021. EVITARE O RITARDARE LA ZONA GIALLA, AUMENTANO LA DOTAZIONE DEGLI OSPEDALI, SOPRATTUTTO IN TERAPIA INTENSIVA: LO HANNO GIÀ FATTO LOMBARDIA, FRIULI E TRENTINO, E ORA SI PREPARA ANCHE IL LAZIO - PECCATO CHE STIANO SOLO SPOSTANDO I LETTI DAI REPARTI DESTINATI ALLA CURA DEI PAZIENTI NON COVID. E A RIMANERE SCOPERTI FINISCONO PER ESSERE I MALATI COMUNI...

Paolo Russo per "La Stampa" il 15 dicembre 2021. Lentamente, ma il tasso di occupazione dei letti ospedalieri riservati ai pazienti Covid cresce e minaccia di portare mezza Italia in giallo già per Natale. Il prossimo lunedì, salvo improbabili inversioni di rotta della pandemia, Liguria e Trentino andranno a far compagnia a Friuli Venezia Giulia e Alto Adige, che nella fascia delle prime restrizioni ci sono già. Ma a sfiorare la prima soglia di sicurezza dei letti occupati sono anche Lombardia, Lazio e Veneto, con quest'ultima che ha il 13,3% dei posti presi in terapia intensiva, dove il limite per non tingersi di giallo sarebbe il 10%, mentre sfiora di due soli decimali, con il 14,8%, l'asticella fissata per i reparti ordinari. Lombardia e Lazio potrebbero invece aggiungersi al quintetto proprio nell'antivigilia di Natale, visto che il monitoraggio settimanale che decreta i passaggi di colore la prossima settimana verrà anticipato di un giorno a giovedì 23 dicembre.

Il rischio restrizioni

Ma anche se le regioni si dicono per la linea del rigore, all'atto pratico nessuno vuol poi rovinare vacanze e incassi natalizi con maggiori restrizioni, che a parte l'obbligo di mascherina all'aperto, ricomprendono anche la riduzione al 50% della capienza di cinema, teatri, sale da concerto e stadi. Tutti luoghi di svago solitamente presi d'assalto durante le feste di fine anno. E così nelle tabelle sui letti ospedalieri che quotidianamente aggiorna Agenas da un po' di tempo si assiste ad una specie di miracolo, quello che quotidianamente vede i ricoverati Covid aumentare e il tasso di occupazione dei letti, almeno momentaneamente, scendere. Per un motivo molto semplice: le regioni per evitare o solo ritardare la retrocessione in zona gialla aumentano la dotazione dei loro letti, soprattutto quelli delle terapie intensive. Lo hanno già fatto Lombardia, Friuli e Trentino, si accinge a farlo ora anche il Lazio, che a breve sarà probabilmente seguito da altre regioni. Tutto bene si dirà. Ma i medici, tanto quelli che lavorano in reparto che i camici bianchi delle terapie intensive e dei pronto soccorso non ci stanno, perché sostengono che quei letti non sono in più, ma vengono solo spostati dai reparti destinati alla cura dei pazienti non Covid e quelli dei positivi al virus. E siccome la coperta è corta, anche per le carenze in pianta organica di medici e infermieri, a rimanere scoperti finiscono per essere i malati comuni. «I pronto soccorso sono in una morsa, stritolati dai contagi in aumento, mentre dall'altro lato non diminuisce come l'anno passato la pressione esercitata da anziani e fragili per le complicanze da mali di stagione», spiega Fabio De Iaco, presidente della società scientifica della medicina di emergenza e urgenza, Simeu. «Il risultato - denuncia - sono gli anziani lasciati anche 4 giorni sulle barelle, che ci facciamo in quattro per assistere, ma che come dimostrano gli studi clinici, con la permanenza eccessiva nei pronto soccorso vedono poi peggiorare il loro quadro clinico e allungarsi i tempi di degenza». I camici bianchi sono già in rivolta nel Lazio, dove si è deciso un aumento considerevole dei posti letto, 322 in più per i ricoveri ordinari e 83 in terapia intensiva, che porterebbero il totale rispettivamente a 1.265 e 229 letti. «Sarebbe il colpo di grazia per i pronto soccorso - spiega il primario di un ospedalone romano - e il prezzo finirebbero per pagarlo i pazienti non positivi al virus, che rischiano di rimanere ancora più a lungo parcheggiati in barella». «È un momento difficile - gli fa eco Vincenzo Bua, direttore del pronto soccorso dell'ospedale Maggiore di Bologna - vedo arrivare la mattina i colleghi con le facce stravolte perché a differenza di un anno fa ci sono due emergenze in una che provocano un effetto domino: i ricoveri Covid aumentano e i reparti di medicina interna vengono riconvertiti per i positivi; a quel punto i pronto soccorso si ingolfano perché non riescono a trasferire i pazienti in reparto; si cercano allora letti negli ospedali della provincia, che devono ridurre a loro volta l'attività chirurgica, come già accaduto a Bentivoglio e Budrio». E se i reparti ordinari sono messi male nelle terapie intensive va peggio. Perché qui è anche vero che da prima della pandemia ad oggi i letti sono passati da 5.179 a 9.054, più altri 793 attivabili, ma il personale scarseggia come prima, medici e infermieri specializzati per lavorare dove l'intensità di cura è al massimo sul mercato non ce ne sono.

Pochi specialisti

I numeri del sindacato dei camici bianchi ospedalieri Anaao parlano chiaro: calcolando che nelle terapie intensive serve un infermiere ogni due letti e un medico specializzato ogni sei, al massimo otto, si sarebbero dovuti assumere almeno 6mila infermieri e 2.500 anestesisti rianimatori. Merce rara sul mercato sanitario. E così, spiega De Iaco, «si fa ricorso agli anestesisti pagati a gettone per le prestazioni aggiuntive». Che si traducono in turni massacranti, magari non spezzati dal giusto riposo che serve per non commettere errori con pazienti in pericolo di vita. Ma anche così le terapie intensive cominciano a non reggere più. Non a caso ieri il Veneto ha annunciato che «là dove necessario», sospenderà tutte le attività chirurgiche che prevedono un successivo ricovero in terapia intensiva. E parliamo di interventi programmabili tipo trapianto di valvola cardiaca, o per aneurisma. Situazioni già vissute prima dell'era dei vaccini, che ci si augurava di non vedere più. 

Francesco Moscatelli per "la Stampa" il 26 novembre 2021. Centesimo su 101 Comuni della provincia di Padova. Maglia nera, quasi nerissima, con una percentuale di cittadini «non vaccinati-non prenotati», come vengono definiti i No-Vax nel lessico neutrale dei funzionari sanitari, pari al 18,7%, ovvero 557 persone sulle 2.975 vaccinabili (e su 3.277 residenti). Quattro punti in più della media Veneta, quasi sei rispetto al resto d'Italia. «All'opposto il dato sull'incidenza di casi positivi è di 213,16 su 100 mila abitanti, il diciottesimo del territorio padovano» conferma il dottor Piero Realdon, coordinatore della Ulss 6 Euganea. Il paradosso di Vo' è tutto in questi numeri. L'avamposto della battaglia contro il Covid, la comunità che il 21 febbraio del 2020 subì lo choc di finire in zona rossa circondata dall'esercito e che poche ore dopo pianse la prima vittima italiana del coronavirus, il pensionato di 78 anni Adriano Trevisan, è precipitata in fondo alle classifiche delle località virtuose nell'affrontare la nuova ondata. Il crollo di un simbolo. Al di là delle percentuali. «Hanno sperimentato il fuoco nemico eppure...Bisognerebbe fare un'analisi sociologica più che clinica. Anzi, forse ci vorrebbe un antropologo» azzarda Realdon. Davanti al ristobar «Locanda al sole», dove tutto è iniziato, i giorni dei tamponi di massa e degli studi scientifici del microbiologo Andrea Crisanti sembrano lontani. «Siamo nauseati da tutta questa storia» taglia corto un signore, prima di infilarsi in auto. Dentro il locale all'ora di pranzo non c'è nessuno. Sopra il tavolo dove ogni giorno si trovavano per una partita a carte Trevisan e Renato Turetta, anche lui morto a causa del Covid, c'è una fotografia scattata nello stesso punto con la dedica «In ricordo di nostri amizi dea brìscola». A poche decine di metri c'è la farmacia del dottor Giuliano Martini, che è anche il sindaco. «Comunque siamo sopra l'80% di vaccinati - chiarisce il primo cittadino, fermandosi per un caffè nel retro del negozio -. E per fortuna pur facendo tanti tamponi trovo pochi positivi: lunedì e martedì nessuno, mercoledì soltanto uno su 75 test. Per provare a migliorare le cose a metà dicembre faremo anche un Vax Day: in un Comune vicino ha funzionato». La relativamente bassa percentuale di vaccinati non è l'unico paradosso di Vo'. Ce n'è un altro, che forse spiega un po' anche il primo. Nonostante i camici bianchi siano i primi influencer, soprattutto nelle realtà più piccole, e in queste settimane ci sia bisogno di loro per spronare anche i più riluttanti a vaccinarsi, a metà novembre uno dei tre medici di Vo' ha lasciato il suo incarico. Da tempo non nascondeva il suo scetticismo sulle misure decise dal governo, scrivendo su Facebook che «chi ha deciso l'obbligatorietà del Green Pass ai matrimoni è senza cervello», e pure sul vaccino, ironizzando sempre sui social: «Dato che non è sperimentale modificano il bugiardino con nuovi effetti collaterali». «Frasi inopportune» spiega il presidente dell'Ordine dei medici di Padova Domenico Crisarà. Una possibile violazione deontologica su cui l'Ordine ha già preso una decisione, che nei prossimi giorni verrà comunicata al diretto interessato. Rischia una sospensione fino a cinque mesi. I due medici rimasti, in compenso, fanno gli straordinari. Nel suo ambulatorio di viale Rimembranza alle 13 il dottor Luca Rossetto, si prepara a un altro pomeriggio di iniezioni booster. «I vaccini sono una nota dolente - conferma-. Ovviamente ci si aspetterebbe che in un Comune segnato da questa esperienza ci sia una sensibilità particolare e non il contrario. Io ai vaccini ci ho sempre creduto e sono soddisfatto di aver convinto l'85% dei miei pazienti. Con questa nuova ondata di variante Delta ho già contato 25 infettati, e fra questi c'erano venti non vaccinati. Ora spero negli effetti del Super Green Pass». All'uscita del paese c'è la rotonda con l'ulivo piantato in memoria di tutte le vittime della pandemia e la targa con la citazione di Ugo Foscolo: «Un uomo non muore mai se c'è qualcuno che lo ricorda». Proprio da lì parte la strada per Vo' Vecchio, dove ha sede l'impresa edile della famiglia Trevisan. Vladimiro, il figlio di Adriano, ha poca voglia di parlare. Si limita a una considerazione: «Vaccinarsi è l'unica soluzione per saltar fuori da questa situazione. Se mio padre avesse avuto la possibilità di vaccinarsi l'avrebbe fatto e forse oggi sarebbe ancora qua».

Il trucco delle regioni sui posti letto per non finire in zona gialla e arancione. Violetto Gorrasi, Giornalista, il 7 novembre 2021 su  today.it. Il governo Draghi ha dato un ruolo di primo piano al tasso di occupazione degli ospedali per stabilire i colori delle regioni. Ecco perché il conteggio dei numeri per evitare misure restrittive va preso con molta cautela. Il governo Draghi ha affidato un ruolo di primissimo piano al tasso di occupazione degli ospedali - ossia al rapporto tra ricoverati e posti letto disponibili nelle strutture - per stabilire i colori delle regioni, insieme all'incidenza settimanale dei contagi su 100mila abitanti. Il meccanismo di conteggio dei posti letto attraverso cui si "fotografa" la situazione di pressione sugli ospedali e si determina il cambio di colore di una regione, però, è fallace. Va preso con molta cautela, può ingannare. La possibilità data alle regioni di mettere nel calderone parte dei posti letto potenzialmente attivabili in caso di emergenza, anche se non c'è personale ospedaliero specializzato realmente disponibile in terapia intensiva, può essere l'escamotage per evitare misure più restrittive. In soldoni: aumentare i posti di rianimazione o di area medica disponibili, ma disponibili a volte solo sulla carta, permette di rimanere più a lungo al di sotto delle soglie critiche stabilite dal governo, per non finire in zona gialla, arancione o rossa.

I numeri dei posti letto "sballati" per non finire in zona gialla e arancione

Un trucco? Una furbata? Fatto sta che ci risiamo. Il problema, già noto e denunciato nei mesi scorsi, torna al centro dell'attenzione in questi giorni con l'aumento dei casi di coronavirus in Italia. Anche se per ora tutte le regioni sono in fascia bianca, alcune aree rischiano di finire in zona gialla nelle prossime settimane, con nuove restrizioni per contenere l'aumento dei contagi. Ecco perché si torna a parlare del sistema a colori, introdotto poco più di un anno fa. Al momento sono due le regioni messe peggio: il Friuli-Venezia Giulia (intensive 14% e reparti ordinari 13%) e la provincia autonoma di Bolzano (intensive 9% e reparti ordinari 14%).

Andiamo con ordine, ripassando in breve le regole per il cambio di colore, con le modifiche introdotte dal governo Draghi con un decreto legge a luglio. Sono tre gli indicatori che sanciscono il cambio di fascia di rischio Covid, con soglie precise, e devono verificarsi contemporaneamente:

l'incidenza settimanale dei contagi ogni 100mila abitanti;

la percentuale di posti letto in terapia intensiva occupati da pazienti positivi al coronavirus;

la percentuale di posti letto occupati nei reparti in area medica, ossia quelli di malattie infettive, medicina generale e pneumologia. Una regione passa in zona gialla se ha un'incidenza settimanale di oltre 50 contagi ogni 100mila abitanti, un'occupazione delle terapie intensive superiore al 10% e quella negli altri reparti superiore al 15%. Per entrare in zona arancione bisogna invece avere un'incidenza settimanale di oltre 150 contagi ogni 100mila abitanti, un'occupazione delle terapie intensive superiore al 20% e quella negli altri reparti superiore al 30%. Infine, si finisce in zona rossa se l'incidenza è di oltre 150 contagi ogni 100mila abitanti, se l'occupazione delle terapie intensive è superiore al 30% e quella degli altri reparti superiore al 40%.

Le soglie da superare per il cambio di colore. Fonte: Vittorio Nicoletta

Il limite del sistema a colori, con il problema dei dati sull'occupazione degli ospedali, è noto da tempo. In sostanza, gli unici dati pubblici sui ricoveri sono quelli aggiornati dall'Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che ogni giorno dà conto dei posti letto presenti, occupati e attivabili. Ma il decreto che ha modificato i criteri per i cambi di colore non prevede l'utilizzo di questi numeri. La cabina di regia di Roma non usa i posti letto come indicati su Agenas, ma quelli comunicati direttamente dalle regioni/province autonome. Secondo il decreto legge Covid 105 del luglio 2021, i posti letto notificati direttamente "a Roma" dalle regioni, e usati la settimana precedente, non dovrebbero cambiare per almeno un mese.

Queste regole, certamente non ferree ma interpretabili, rischiano di "incoraggiare" le regioni a far rientrare tra i posti di terapia intensiva attivi anche quelli potenzialmente attivabili in caso di emergenza, includendo anche i semi intensivi. Ciò, per giunta, a volte avviene senza che ci sia una valutazione razionale del personale ospedaliero specializzato realmente disponibile in terapia intensiva. In teoria basta "attaccare" un ventilatore a un letto già disponibile - senza preoccuparsi di avere un numero sufficiente di anestesisti-rianimatori o operatori socio-sanitari - per aumentare di un'unità i posti in terapia intensiva.

Nel caso dei ricoveri di pazienti non gravi, una regione può riconvertire sulla carta i posti al momento dedicati ad altre specializzazioni in posti letto disponibili per pazienti Covid-19 in area medica. Il risultato non cambia: aumentando il numero dei posti letto a disposizione, scende l'indicatore della pressione sui reparti e non si finisce nella fascia di rischio più elevata.

Il caso del Friuli-Venezia Giulia

Il caso del genere più recente è quello del Friuli-Venezia Giulia, il territorio italiano al momento con i dati più critici sui ricoveri ospedalieri e per questo a rischio zona gialla. In regione risulta un tasso di occupazione da pazienti positivi di tutti i posti letto in terapia intensiva del 14.3% (25 posti letto occupati su 175 posti letto totali). Secondo AaroiEmac (Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani emergenza area critica), i posti in rianimazione reali sarebbero però circa 90 e non 175, perché la regione conteggia anche i posti letto attivabili e quelli di semi intensiva, senza peraltro menzionare il personale disponibile.

Un'interpretazione, non una regola

Come fa notare su Twitter Vittorio Nicoletta, dottorando in sistemi decisionali e analisi dei dati all'Università Laval in Canada, "il monitoraggio del ministero della Salute si porta dietro questi problemi da sempre. È stato ripetuto innumerevoli volte". Calcolare l'occupazione dei posti letto negli ospedali anche su quelli convertiti o futuribili vanifica il fine della norma. Perché se lo scopo principale delle misure è quello di evitare il sovraccarico delle strutture, convertire i posti letto per non finire in zona gialla e arancione impedisce all'ospedale di funzionare come dovrebbe. E rende il sistema del cambio colore più simile a un'interpretazione che a una regola.

Michele Serra per “la Repubblica” il 23 novembre 2021. C'è chi rischia la pelle per fare il reporter su un fronte di guerra. Molti giornalisti e fotografi (pagati sempre peggio, tra l'altro) lo fanno. Ma rischiare la propria incolumità per seguire una manifestazione No Vax, ha senso? Me lo sono chiesto dopo l'ennesimo pestaggio di una giornalista (Selvaggia Lucarelli: solidarietà a lei) aggredita da un energumeno in una piazza No Vax. E non è una domanda retorica: è una domanda funzionale, riguarda lo scopo stesso dell'informazione, che è cercare di capire meglio la realtà, i problemi, i conflitti. La guerra si può raccontare. Il suo orribile farsi ha comunque una logica, ragioni economiche, religiose, ideologiche, politiche, tribali armano gli uomini. Mettere a fuoco quelle ragioni serve a capire per quali cause migliaia di persone uccidono e muoiono. Se la guerra è uno dei motori della storia - e purtroppo lo è - bisogna guardarla in faccia. Dunque scapicollarsi in Afghanistan, in Crimea, nel Corno d'Africa, nel Kurdistan, è un rischio che vale la pena correre. Ma andare al Circo Massimo per sentirsi sputare e insultare da alcuni ossessi, e poi colpire al volto da uno di costoro, a che serve? Le frasi urlate sono le stesse ripetute all'infinito sui social, la dittatura sanitaria e bla-bla, le sappiamo già a memoria, niente di utile, di nuovo, di specialmente efferato o specialmente demente può essere aggiunto. Per cogliere che cosa muove nel profondo il fenomeno No Vax, e per dimostrare ascolto e rispetto ai suoi infelici attori, non servono giornalisti, servono psichiatri e psicologi. Un esercito di psichiatri e psicologi. Così almeno la dittatura sanitaria, tanto evocata, avrebbe una sua evidenza.

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 23 novembre 2021. Nel giornalismo ci sono le storie vere, ci sono le storie false e poi ci sono le storie a cui, personalmente, io non credo neanche quando sono vere. Selvaggia Lucarelli ha preso una testata da un No vax e può darsi che solidarizzare sia obbligatorio: nessuno mi impedirà di notare, però, che capitano tutte a lei. Non credo all'alibi che fosse irriconoscibile, dubito che non l'avessero notata dopo che si era messa a fare tremila domande. Non è una giornalista professionista e difetta di esperienza, ma nel provocare incidenti ha veri doni di natura. Ma a interessarmi, ora, è la tendenza di certi colleghi a diventare una notizia non avendone trovate altre: nei contesti a rischio, un tempo, si inviavano cronisti strutturati che prendevano le botte come un incidente professionale, da nascondere, non da ostentare: oggi, se c'è un'aggressione senza conseguenze, magari con immagini - ci sono sempre - nelle redazioni brindano a champagne. Accade perché c'è un pubblico interessato tantopiù ai personaggi nazionalpopolari, lo so: ma ricordo il vecchio mestiere dove il miglior cronista era chi spariva dietro le sue cronache. La Lucarelli, da sola, è andata a una manifestazione di quattromila invasati, ha cercato di intervistarli quasi tutti e forse non hanno riconosciuto tanto la sua faccia mascherata, ma le sue note (e percepibili) ansie di passare inosservata. 

Michele Marangon per il “Corriere della Sera” il 23 novembre 2021. Si chiama Roberto Di Blasio ed è un maestro di pugilato della provincia di Roma l'autore dell'aggressione alla giornalista Selvaggia Lucarelli, colpita dall'uomo durante la manifestazione no green pass sabato scorso. La giornalista ha reso nota la sua identità pubblicando una breve clip dell'aggressione che si è consumata al Circo Massimo. Qui si vede il manifestante colpire la telecamera di Lucarelli con la testa, non prima di averle intimato di abbandonare il luogo della protesta. La giornalista ha poi scritto nome e cognome dell'aggressore pubblicando un'altra foto sui social dove Di Blasio è immortalato in palestra con i suoi giovani allievi di boxe. «Pubblico il loro nomi e i loro messaggi perché queste persone sono scollegate dalla realtà. Voglio fargli provare per 24 quello che si prova. Un bagno di realtà», ha spiegato Lucarelli ai microfoni della Rai raccogliendo tantissima solidarietà dopo l'attacco subito. Di Blasio, 60enne di Manziana, Comune a nord di Roma, gestisce una palestra nella cittadina dell'hinterland, la «Olimpic romans boxe» da lui fondata. Un passato da sportivo, imprenditore e commerciante, l'uomo è un attivista no vax che ha partecipato a molte manifestazioni di protesta. Già l'anno scorso si era reso protagonista di una violazione sanzionata dai carabinieri della stazione di Manziana: il 60enne, che a marzo 2020 aveva contratto il Covid, aveva violato la quarantena per andare a fare la spesa ed era stato pizzicato fuori casa dai militari dopo una segnalazione. Attivista politico a livello comunale, l'ex pugile si era anche candidato in una lista civica di Manziana nel 2017 e nelle precedenti elezioni del 2012. Nel suo curriculum professionale figurano la gestione di una impresa edile e di un negozio di abbigliamento, mentre a livello sportivo diviene maestro federale per aprire, nel 2009, la palestra. Nei confronti del 60enne Lucarelli ha annunciato querela, anche se lui si sarebbe scusato per l'insano gesto: non l'unico che si è consumato nella stessa giornata a opera dei manifestanti. Ha fatto il giro del web, scatenando un moto di grande solidarietà, l'assalto subito da Isabella Massaccesi, titolare del bar «075» in via dei Cerchi, a ridosso del Circo Massimo, compiuto da un gruppetto di facinorosi che si sono rifiutati di mostrare il green pass. Uno di loro si sarebbe anche abbassato i pantaloni come insulto sessista verso la titolare del locale.

Ai cortei “de sinistra” il virus non c’è, il rischio contagi nemmeno. Cirinnà in piazza a Roma con i trans. Hoara Borselli il 20 novembre 2021 su Il Secolo s'Italia. È passata una settimana da quando è arrivata dal Viminale la direttiva firmata dalla Lamorgese sulla stretta per le manifestazioni e i cortei No Vax e No Green Pass. Finché durerà lo stato di emergenza, in “specifiche aree urbane sensibili, di particolare interesse per l’ordinato svolgimento della vita della comunità”, non si potranno fare manifestazioni.

La stretta vale solo per i cortei No vax?

Da ricordare bene anche questa data: fino al 31 dicembre, alcune zone come il quadrilatero della moda a Milano o piazza del Popolo a Roma, saranno chiuse alle manifestazioni di ogni tipo. Questi passaggi, condivisibili o meno, seguono una linea che demarca una netta presa di posizione verso i cortei rei di aver causato un’accelerazione dei contagi. Un significativo ’Fermi tutti’: in questi spazi non ci si può più muovere, non si può manifestare. Tutto apparentemente chiaro e semplice.

L’annuncio di Monica Cirinnà

Il paradosso antitetico però, il precedente che fa riflettere, lo lancia dalle sue pagine social la senatrice Monica Cirinnà che annuncia la sua presenza Sabato 20 Novembre ad un corteo: ‘Sarò in piazza, a Roma, per la Trans Freedom March, organizzata nel TDOR, il giorno in cui si ricordano le vittime dell’odio fondato sull’identità di genere. A tre settimane da quel vergognoso applauso in Senato, le persone trans scenderanno in piazza, a Roma e altrove, per chiedere riconoscimento e protezione… Un esercizio di partecipazione politica e di consapevolezza civile. Per tutte e tutti noi. A domani!’ .

Il motto: “Mi rivolto, dunque siamo”

Il tutto pubblicizzato con il cartello del manifesto il cui claim è ‘Mi RIVOLTO dunque SIAMO’. Lo stesso significato della parola “rivolta” è ribellione collettiva, anche violenta, contro il potere costituito, ovvero volontà di rottura, rifiuto di un assetto morale, di un sistema culturale. Un focus comunicativo per nulla azzeccato con ciò che rappresentano oggi le manifestazioni e i loro presunti pericoli. Il climax totale di questa esegesi informativa della Cirinnà raggiunge l’apice con la fotografia della cartina in cui si svolgerà il raduno pubblico. Partenza e arrivo di un percorso in movimento per le vie centrali della Capitale.

Sei untore solo se manifesti contro il governo

Se si devono fare le cose scorrette viene da pensare, allora vanno fatte bene. È palese in questo senso che in merito alle nuove regole adottate dal Viminale per le manifestazioni, il messaggio della senatrice dem accoglie due pesi e due misure verso chi manifesta e soprattutto se si tratta di piazze a favore della sinistra. Qui nasce l’incongruenza, se ci si ritrova in piazza per manifestare contro i provvedimenti del governo si diventa temibili untori, se la piazza diventa il luogo per contestare ciò che è accaduto al Ddl Zan o battaglie lgbt il peccato originale viene cancellato e si diventa democratici responsabili e in/coerenti.

Il sottosegretario Sibilia aveva detto: dal 10 novembre basta cortei

Fa ancora di più riflettere questo illogico e curioso paradigma perché lo stesso sottosegretario dell’Interno M5s Carlo Sibilia aveva annunciato: “Da domani 10 novembre saranno vietati i cortei, e questo vale per tutte le manifestazioni non solo per quelle No Vax.

Siamo a 15 settimane di fila di cortei con situazioni che sfociano nella cronaca di ogni giorno, creando problemi alla sicurezza pubblica. Mi auguro siano misure momentanee e circoscritte”.

Alla fine di tutto ciò che emerge in maniera lampante è che per le manifestazioni del fronte progressista, a prescindere dalla legittimità dei loro valori e credenze che nessuno vuole discutere, non esistono rischi di assembramento o contagio del virus mentre per tutte le altre nascono limitazioni e divieti a prescindere. Paradossi democratici.

Rinaldo Frignani per "Il Messaggero" il 10 novembre 2021. Piazza Fontana a Milano, così come la zona del Duomo e di Brera. Piazza del Popolo a Roma, Santa Croce e Santa Maria Novella a Firenze, piazza Unità d'Italia a Trieste - e gran parte del centro -, il lungomare di Napoli, con piazza Dante e piazza del Plebiscito. Ma anche piazza Maggiore a Bologna, piazza del Ferrarese a Bari e piazza Sant'Oronzo a Lecce, piazza Garibaldi a Cagliari e piazza Verdi a Palermo. È solo una parte della mappa dei luoghi dove saranno vietate manifestazioni pubbliche, come raccomandato nei giorni scorsi dal Viminale. Niente cortei e sit-in spostati in altre aree valutate volta per volta per evitare blocchi della circolazione e rischio di impennata dei contagi, come si è visto nelle ultime settimane soprattutto a Milano e Trieste, e prima ancora a Roma. In attesa di una circolare del ministero dell'Interno, i prefetti hanno comunque già iniziato a pianificare, in accordo con i sindaci, una serie di provvedimenti che possano venire incontro anche alle esigenze e alle richieste dei commercianti. «In una fase ancora difficile della pandemia, è più che mai necessario che prevalga la responsabilità e la ragionevolezza da parte di tutti», spiega il presidente della Confcommercio Carlo Sangalli, soddisfatto dalla decisione del Viminale «di riportare nel perimetro della legalità le proteste contro il green pass: manifestare per le proprie idee è giusto e doveroso - aggiunge - ma nel rispetto dei diritti e della libertà di tutti. Diritto e libertà di vivere la propria città, e delle imprese di poter lavorare. In particolare quelle del commercio, dei servizi e del turismo che più di tutte hanno pagato un prezzo durissimo alla crisi sanitaria». Le linee guida sarebbero proprio quelle già tracciate dall'ordinanza d'inizio novembre del prefetto di Trieste Valerio Valenti, con la quale fino al prossimo 31 dicembre sono vietate manifestazioni pubbliche in tutto il centro. Un primo passo al quale si potrebbero adeguare nelle prossime ore anche altri prefetti in tutto il territorio nazionale anche sull'onda della preoccupazione per quanto accade ad esempio a Milano da 16 settimane consecutive con manifestazioni itineranti dei no green pass, culminate in ripetuti scontri con le forze dell'ordine, ma anche in blocchi della circolazione, che sono avvenuti negli ultimi tempi anche a Genova e Firenze. Come del resto a Roma, dove il discorso blocco cortei e sit-in rimane per ora interlocutorio, con la possibilità del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di spostare - e in casi limite vietare - iniziative di protesta dal centro in zone non molto distanti, come San Giovanni e Bocca della Verità (Circo Massimo), nel caso di incompatibilità con situazioni legate sia alle necessità dei cittadini sia alle misure anti-assembramento. I punti chiave di un'eventuale circolare, e comunque delle decisioni che i prefetti prenderanno nelle prossime ore a partire da oggi, sono legate al divieto di manifestare vicino a obiettivi sensibili e sedi istituzionali, nei centri storici, nelle zone dedicate allo shopping, in particolare nel periodo natalizio, in aree a forte richiamo turistico e anche in determinati orari della giornata, per evitare di congestionare la circolazione stradale. La parola d'ordine è nessun divieto di protestare, ma allo stesso tempo creare meno disagi possibili alla cittadinanza e a chi lavora. Ma la Capitale, quantomeno per una questione di spazi, è un caso unico, con un ventaglio di scelte alternative che le altre città non hanno. Da qui, per cominciare, le misure prese con ordinanze dai sindaci di Verona e Padova per l'obbligo delle protezioni per i partecipanti ai sit-in. Al vaglio a Trento la possibilità di non concedere più piazza Dante per le proteste dei no green pass e dei no vax, come anche piazza della Vittoria a Genova, dove le associazioni come Libera Piazza Genova hanno annunciato una mobilitazione in caso di divieto di manifestare. La stessa presa di posizione dei gruppi organizzati di Milano e Trieste, mentre quelli di Torino sono rimasti più cauti e disponibili ad accettare location alternative.

Andrea Siravo e Monica Serra per “la Stampa” il 14 novembre 2021. Circondati in gruppi. Accerchiati da polizia e carabinieri in tenuta antisommossa che hanno blindato piazza Duomo e spento ogni tentativo di protesta. Complice la pioggia, tra i fischi e le urla, la prova di forza annunciata dalla Questura per il primo sabato dal 24 luglio ha impedito il corteo contro il Green Pass a Milano. Uno per uno, i più violenti sono stati bloccati. Il bilancio della serata è stato di due fermati, due denunciati e una trentina di attivisti identificati, mentre un agente della Digos è rimasto lievemente contuso. Molto più numerosi, in almeno cinquemila, i militanti si erano radunati alle 15 davanti all'Arco della Pace, per la manifestazione promossa da Children's Health Defense, in cui ha preso la parola il leader negazionista Robert F.Kennedy Jr., terzogenito di Bob e nipote di JFK, che per le sue posizioni è stato disconosciuto dalla famiglia. No Vax, Boh Vax (cioè gli scettici) e no Green Pass, con figli e passeggini al seguito, hanno accolto con un lungo applauso l'arrivo dell'avvocato 67enne promotore di battaglie ambientaliste. Sotto al palco c'erano anche l'ex dirigente Rai Carlo Freccero e Gian Marco Capitani, leader del movimento «Primum non nocere» che il mese scorso a Bologna aveva insultato la senatrice a vita Liliana Segre, per poi scusarsi il giorno dopo. «Il Green Pass è un colpo di stato ed è lo strumento che usano per negare i vostri diritti», ha tuonato Kennedy Jr. davanti alla folla. «Non è una misura sanitaria ma uno strumento di controllo dei vostri movimenti e dei vostri conti correnti». E ancora: «Se il Green Pass è una misura sanitaria perché non viene emesso dal ministero della Salute, ma dal ministero delle Finanze. Credono che siamo stupidi?», ha incitato la folla che intanto scandiva i soliti cori: «Libertà, libertà» e «La gente come noi non molla mai». Poi Kennedy Jr. ha virato sui vaccini: «Non sono contrario a tutti, solo a quelli cattivi» come quelli anti-Covid. «Dicono che evitano la trasmissione e fermano la pandemia, ma non è vero. Quindi a cosa serve essere tutti vaccinati?». Ha concluso e si è allontanato a bordo di un van nero, mentre la piazza era ancora gremita di sostenitori. Quando il presidio stava per terminare, blindati e cordoni della polizia avevano già circondato l'intera area, lasciando l'unica via d'uscita verso parco Sempione. Così oltre un migliaio di No Vax, in gruppi più o meno grandi, ha provato a raggiungere piazza Fontana, come nei precedenti sedici sabati di mobilitazione. All'ingresso però, c'erano già decine gli agenti in tenuta antisommossa che l'avevano chiusa e che, per tutta la serata, hanno continuato a isolare i nuclei di militanti al loro arrivo. Di fatto la protesta è stata così spezzettata in piccoli tronconi, a partire da via Dante. E ogni tentativo di alzare i toni o unirsi in corteo, mescolandosi tra i passanti e i turisti che passeggiavano in centro, è stato sedato sul nascere da poliziotti e carabinieri che hanno «limitato i danni» a negozi e commercianti della sola piazza Duomo, «facendo rispettare - sottolineano da via Fatebenefratelli - le linee guida del Viminale». Anche nelle altre piazze d'Italia, dopo la stretta del ministro Luciana Lamorgese, la mobilitazione è stata un flop. A Roma, al Circo Massimo, sono arrivati in poche centinaia, molti meno di quelli previsti. Accompagnata dal coro «giù le mani dai bambini», una «bambina simbolo» è stata fatta salire sul palco. Circa tremila si sono incontrati a Torino, in Piazza Castello, l'unico luogo del centro non interdetto alle manifestazioni perché «connotato da una maggiore valenza simbolica per la comunità». Tra loro anche una delegazione di alcune decine di No Tav. A Novara ha preso di nuovo la parola Giusy Pace, l'infermiera finita nella bufera per la trovata dei manifestanti di travestirsi da deportati nei lager, quindici giorni fa. Dopo una settimana di polemiche, degli oltre mille No Vax previsti, a Gorizia se ne sono presentati 250. L'unico corteo si è tenuto a Genova, dove circa 500 manifestanti sotto la pioggia battente si sono incontrati davanti al palazzo della Regione e sono riusciti a spaccare il centro città, per poi sciogliersi in piazza della Vittoria.

L'aria che tira, Pietro Senaldi oltre i No Green pass. "Cortei vietati? Sì, anche alla Cgil". Libero Quotidiano il 10 novembre 2021. Bene la stretta sulle manifestazioni di piazza di no vax e No green pass, ma non basta. Pietro Senaldi, in collegamento con Myrta Merlino a L'Aria che tira su La7, punta il dito anche su chi è abituato a scendere in piazza a sinistra: "Devono essere vietati tutti i cortei, anche quelli della Cgil". Matteo Salvini, sottolinea la Merlino, sembra essersi riallineato con Confindustria e i commercianti: "Dopo aver sostenuto Puzzer, ha capito che una buona base dei suoi elettori è contrario alle manifestazioni di piazza...". "Sì ma tutte le manifestazioni", sottolinea ancora il condirettore di Libero. Misure estreme, dunque, sono comprensibili vista la situazione, anche se non tutto è concesso a un governo.  "Noi come Libero siamo stati sostenitori fin da subito del vaccino, ma per esempio non sono d'accordo con Singapore. Se mi levi le cure (ai non vaccinati per scelta, ndr) allora mi devi anche restituire le tasse. Se vuoi fare una cosa del genere devi prenderti la responsabilità di mettere l'obbligo vaccinale. Io non capisco perché l'Italia che è all'avanguardia di tante cose non possa essere all'avanguardia anche su questo". 

"In pochi secondi mi hanno aggredita così": il racconto del medico vittima dei No pass. Valentina Dardari il 25 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il medico è stato aggredito a bordo di un vagone della metro sul quale viaggiavano anche dei manifestanti. Sono sette i ricercati a Roma e provincia. Venerdì scorso, a Roma, una dottoressa è stata aggredita e picchiata da alcuni No pass mentre si trovava a bordo di un vagone della metro. L’aggressione è avvenuta verso le 19 del 22 ottobre. “Mi sono presentata come medico per dare informazioni corrette, stavano parlando del Covid ripetendo concetti fuori da ogni logica, non ho avuto il tempo di fare nulla. In una manciata di secondi sono stata aggredita. Nessuno mi ha difesa, ora ho paura” ha raccontato il medico. Gli aggressori stavano viaggiando sul suo stesso vagone. Tutto ha avuto inizio quando altri passeggeri hanno chiesto al gruppo di indossare le mascherine. Al loro rifiuto ha preso corpo una violenta discussione che ha coinvolto diversi pendolari. Come riportato da Il Messaggero, le persone contrarie alle mascherine hanno ribattuto: “Questa è una dittatura sanitaria, il virus non esiste. Siete servi dello stato”. A quel punto la dottoressa, 37 anni, non è riuscita a lasciar correre ed è intervenuta nel violento dibattito, ma una componente del gruppeto le si è subito rivolta contro. Anche una volta scesi dal convoglio la lite è proseguita sulla banchina della stazione San Paolo, facendosi sempre più violenta. Una delle componenti del gruppo ha infatti sferrato una testata alla dottoressa facendola cadere al suolo. Quando è arrivato un altro treno il gruppetto è salito facendo perdere le proprie tracce.

Intanto è già partita la caccia ai sette aggressori, sulle loro tracce si sono messi gli agenti aiutati dalle immagini, consegnate ieri al dirigente Roberto Cioppa, riprese dalle telecamere di sorveglianza presenti sia nelle stazioni che sul treno della linea B, dalla stazione San Paolo alla Laurentina. Le indagini sono state affidate ai poliziotti del distretto Cristoforo Colombo. Secondo una prima ricostruzione il gruppo aveva preso parte poco prima alla manifestazione No vax al Circo Massimo, con indosso gilet gialli e bandiere italiane. Gli agenti hanno precisato che “molto dipenderà dalla qualità delle immagini”. Hanno però aggiunto: “Abbiamo più di un indizio per risalire alla loro identità. Le ricerche si allungano anche fuori dalla città. Molti partecipanti ai cortei di sabato non erano di Roma quindi non è escluso che il gruppo sia arrivato da un'altra regione. Non escludiamo nulla”. In mano alle forze dell’ordine anche un video girato da una dei pendolari con il suo telefono, presente alla lite, che ha dichiarato: “Ho avuto paura ecco perché non sono intervenuta”. I periti sono già al lavoro per analizzare i fotogrammi che hanno in mano. Quella tragica sera è stata la stessa dottoressa, vittima dell’aggressione, a chiamare il 112 per essere aiutata. Gli agenti hanno quindi mandato immediatamente un’ambulanza sul posto e, una volta arrivata, il personale sanitario del 118 ha disposto il trasporto della donna al Cto della Garbatella in codice arancione. La dottoressa è stata quindi medicata e dimessa con una prognosi di 20 giorni e la conferma di una contusione al setto nasale. Nei prossimi giorni la vittima, che per il momento non ha ancora sporto denuncia, verrà ascoltata presso il commissariato Colombo di via Giovanni Maria Percoto. Il medico ha più volte ribadito:“Durante la discussione nessuno è intervenuto, nessuno mi ha difesa”. In una nota, l'Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D'Amato, ha espresso la sua solidarietà alla professionista:“Una vile aggressione nei confronti di una professionista colpevole di aver espresso la propria opinione. Spero che le autorità facciano presto piena luce sugli aggressori”.Segui già la pagina di Roma de ilGiornale.it?

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it l'11 ottobre 2021. "Enrico lascia stare: Roma è cosa loro. Fanno di tutto per attaccarti. Lascia stare". Dai microfoni di Radio Radio, l'emittente romano che ha lanciato Enrico Michetti, questa mattina è partito l'appello alla resa. A lanciarlo Ilario Di Giovambattista, patron di Radio Radio e da sempre sponsor del candidato di centrodestra. Durante la trasmissione Accarezzami l'anima, uno spazio mattutino che prima era occupato da Michetti, Di Giovambattista si è rivolto a Michetti. Gli ha consigliato di gettare subito la spugna. Perché tutto complotta contro il tribuno.

Da radioradio.it l'11 ottobre 2021. Che l’Italia sia uno dei Paesi occidentali con il sistema mediatico più orientato verso gli organi politici è fattuale, risaputo e anche teorizzato a livello accademico. Mai, però, si sarebbe potuto immaginare un incollamento tale da giustificare un vero e proprio accanimento nei confronti di un candidato avverso a gran parte della stampa nostrana. È quello che vede travolto in queste ore il professor Enrico Michetti, passato dall’essere proveniente dalla “destra, destra, destra, forse neofascista” (Gruber, Otto e Mezzo, La7) ad aver pronunciato “frasi antisemite” in un articolo risalente al febbraio 2020 (Andrea Carugati, Il Manifesto), fino all’essere “pilotato da Radio Radio, l’emittente dei No Vax” (Lorenzo D’Albergo, la Repubblica). In verità già prima della sua discesa in campo, alle prime voci di candidatura, l’esperto amministrativista era stato oggetto della propaganda di quotidiani, tv, radio. “La Corte dei Conti indaga sulla Fondazione di Michetti, il professore che Meloni vorrebbe candidato sindaco di Roma”, titolava il Fatto Quotidiano nella fasi calde della scelta da parte del centrodestra. E come non dimenticare la farsa instaurata sul saluto romano più igienico, che “in una delle sue trasmissioni a Radio Radio il possibile candidato di Fratelli d’Italia a sindaco di Roma ha rivalutato in tempo di Covid” (Marina de Ghantuz Cubbe, la Repubblica/Roma). Così il “tribuno della Radio” (altra definizione che voleva essere dispregiativa) è stato bersagliato negli ultimi mesi. Sul costante attacco che verosimilmente si consumerà fino al ballottaggio del 17 e 18 ottobre è intervenuto in diretta il direttore Ilario Di Giovambattista a “Accarezzami l’Anima”. Ecco le sue parole. “Io sono molto preoccupato perché in questa campagna elettorale io ho avuto la conferma di quello che già pensavo: in Italia c’è una stampa della quale mi vergogno. Io vorrei raccontarvi quello che è successo ieri, credo che ormai le cose siano abbastanza chiare. Guardate il titolo di Repubblica di oggi: "l’uomo nero contro le città". Io sono molto preoccupato perché Roma deve essere cosa loro. Roma è cosa loro, nessuno può azzardarsi da persone perbene a entrare in un agone politico. Siamo a una settimana dal voto e per fortuna non hanno trovato nei confronti di Michetti che negli ultimi 30 anni ha aiutato soprattutto i sindaci di sinistra. Vi giuro: io ho paura. Ho paura perché se i cittadini si informano attraverso la stampa, attraverso i mainstream, purtroppo siamo un Paese truffato. È una stampa truffatrice, una stampa della quale mi vergogno. Non c’è niente di deontologico nella stampa italiana, si salvano in pochi, ma veramente in pochi. Sono tutti sotto un padrone, soprattutto politico. Non vedo l’ora che finisca questa settimana, perché tanto ho capito come la stanno mandando. Ho capito come la stanno indirizzando. Anche la manifestazione di Piazza del Popolo: erano tutti fascisti vero? Se decine di migliaia di persone sono tutte fasciste allora si dovrebbero interrogare i nostri capi. Sanno bene che non è così. Sanno bene a un certo punto è successo qualcosa, forse li hanno chiamati loro. Non ci possiamo permettere di parlare di niente, di niente, zero. Io ho capito come vogliono mandarle le elezioni, fossi il professor Michetti mi ritiro. Io sto invitando ufficialmente il professor Michetti a farli vincere così. Enrico ritirati, non sono degni di te. Dammi retta, è cosa loro, ti distruggono. Io sono spaventato. E chiedo veramente a Enrico Michetti: Enrico ritirati, falli vincere. Roma è cosa loro, se non vincono questa volta vanno fuori di testa. Se la sono già venduta, già spartita. È inutile. È tutto apparecchiato. È tutto fatto. Però di mezzo ci sono i cittadini. L’unica speranza sono i cittadini, ma se i cittadini si informano attraverso questa stampa corrotta è la fine. Ecco perché in Italia tante cose non vanno, perché hanno creato un sistema. Il sistema politico-giornalistico è una delle cose più marce, più schifose del nostro Paese. Non voglio avere proprio niente a che fare con questa feccia”.

Vittorio Sgarbi, "a Giorgia Meloni lo avevo detto": complotto prima del ballottaggio? Una inquietante teoria. Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. "L’ho già detto a Giorgia Meloni all’indomani del primo turno: vedrai, faranno qualsiasi cosa per etichettare Enrico Michetti come neofascista. E i fatti mi hanno dato ragione. Tutto è partito da quella che io chiamo la “congiura di Fanpage”. Si è usato un infiltrato clandestino alla ricerca di un reato che non c’è. E gli effetti si sono visti. La verità è che siamo di fronte a una profonda violazione delle regole democratiche da parte dell’informazione e di certa politica. Come non pensare alla Gruber che ha definito Michetti come un neofascista davanti a Calenda che ha cercato addirittura di correggerla?”. Così Vittorio Sgarbi parla del prossimo ballottaggio di Roma e delle conseguenze politiche nate dopo il voto delle amministrative del 3 e 4 ottobre. "Nello spostare il tiro sul fantasma del fascismo che non c’è, evitando di parlare delle migliaia di persone che hanno manifestato liberamente per un sacrosanto diritto di libertà. C’erano sì Fiore e Castellino, ma è anche vero che non si manganellano le persone civili, non si fa sanguinare chi ha idee diverse", spiega Sgarbi puntando il dito sull'informazione. "La gente non capirà che il pericolo fascista non esiste. Per quanto riguarda Michetti, tutti gli elettori che lo hanno votato al primo turno, devono tornare a votare, questo è il mio invito. Devono capire che la pressione mediatica che stiamo subendo sta facendo diventare santo il governo e fascista la gente che scende in piazza", chiarisce in una intervista al Giornale. Sulla manifestazione di Landini per la democrazia e per il lavoro, contro i fascismi, annunciata a Roma il 16 ottobre, raccomta che "farà un’interrogazione parlamentare perché non è accettabile che si faccia politica col sindacato nel giorno di silenzio elettorale. Landini non è un corpo apolitico, ma attraverso il sindacato fa politica e non può farla il giorno del silenzio elettorale, condizionando le urne. La facciano piuttosto il 18, il 19, non il 16. È un’azione chiaramente contro la Meloni". Infine un consiglio al candidato sindaco di Roma Enrico Michetti. "Da soli né io né lui abbiamo la possibilità di potere fare un comizio in piazza dicendo che non è vero che siamo fascisti. Ma ormai Gruber, Fanpage e Landini, i tre finti democratici, hanno imposto un taglio eversivo alla comunicazione. Spero ora che vadano a votare quelli che vengono chiamati fascisti senza esserlo e che siano più numerosi di quelli che vengono chiamati al voto contro i fascisti inesistenti. Ripeto, il rischio fascista non c’è. C’è un rischio eversivo da parte dell’informazione", conclude Sgarbi. 

Quarta Repubblica, il sospetto di Sallusti sugli scontri a Roma: "Qualcuno ha lasciato che accadesse". Libero Quotidiano il 12 ottobre 2021. I sospetti su quanto accaduto nella giornata di sabato 9 ottobre a Roma sono tanti. In particolare ci si interroga come tutto ciò sia stato possibile. A chiederselo anche Alessandro Sallusti, ospite di Quarta Repubblica su Rete 4. "La cosa è talmente strana che o il Paese è in mano ad un branco di incapaci o qualcuno dentro lo Stato ha lasciato che accadesse. È evidente che questo fa gioco alla sinistra". In piazza, con il pretesto di protestare contro il Green pass anche Roberto Fiore e Giuliano Castellino, leader di Forza Nuova. I due sono stati arrestati, ma com'è possibile che potessero manifestare indisturbati? Una domanda che si è posto lo stesso Matteo Salvini, da giorni con Giorgia Meloni attaccato su tutti i fronti. "Ho fatto il ministro dell'Interno e qualunque cosa accadesse era colpa mia – ha detto Salvini sui suoi canali social – Ora, mi domando: se questo estremista di destra era tranquillamente in piazza del Popolo, con il microfono in mano e davanti a migliaia di persone, chi lo ha permesso? Chi non lo ha impedito? L'attuale ministro dell'Interno ha fatto tutto quello che poteva, ha fatto tutto quello che doveva?". Il leader della Lega punta il dito contro Luciana Lamorgese, ministro dell'Interno: "Non prevedere le necessarie misure di sicurezza e non prevenire gli incidenti, anche gravi, significa che è la persona sbagliata, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato". Non solo, perché a indignare maggiormente il direttore di Libero è anche l'uscita di Beppe Provenzano. Il vicesegretario del Partito democratico ha detto che Fratelli d'Italia "è fuori dall'area democratica e repubblicana". Parole fortissime che hanno scatenato la polemica: "Quello che è più inquietante è che il vice segretario del Pd ha buttato lì che forse si dovrebbe chiudere Fratelli d'Italia". E infine: "Stasera hai dimostrato che chi di dovere doveva sapere cosa succedeva e non ha fatto nulla". 

Dentro il Matrix di Giorgia Meloni. Mauro Munafò su L'Espresso l'11 ottobre 2021. Le prese di distanza dalle manifestazioni romane, con molti distinguo, non hanno trovato alcuno spazio sui social solitamente così aggiornati della leader di Fratelli d’Italia. Per un motivo molto chiaro. La leader di Fratelli d’Italia ha fatto finta di condannare le violenze fasciste della manifestazione no Green pass a Roma tirando fuori dal cilindro la frase: «È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco. Nel senso che non so quale fosse la matrice di questa manifestazione, sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto. Il punto è che è violenza, è squadrismo e questa roba va combattuta sempre». L’ironia sulla matrice che Meloni non conosce, in effetti difficile da rilevare tra saluti romani e canti contro i sindacati “boia”, rischia di oscurare un altro interessante fenomeno. Ovvero come dentro la bolla meloniana e i suoi canali ufficiali sia stata del tutto nascosta questa storia e questa presa di distanza. Ennesima dimostrazione dell’ambiguità utilizzata da Meloni per non perdere il consenso delle frange estreme della destra nazionale. Ma andiamo nel dettaglio. Sui canali ufficiali di Giorgia Meloni, al momento in cui scriviamo e a due giorni dagli eventi di cui parliamo, non è comparso nessun messaggio o video dedicato a condannare le manifestazioni romani. Nelle ultime 48 ore i social media manager di Meloni hanno però trovato il modo di parlare di partite Iva, mazzette in Sicilia, della destra presentabile, di Brumotti e della partecipazione della leader di Fratelli d’Italia all’evento di Vox in Spagna. Non si tratta quindi di una dimenticanza ma di una scelta precisa per non scontentare i fan. E allora quella “condanna” che è servita a fare i titoli sui giornali, da dove arriva? È la risposta alle domande fatte dai giornalisti domenica mattina e di cui non c’è traccia sui canali social di Meloni, di solito sempre pronti a immortalare ogni uscita della politica. Di più, l’unico segno “ufficiale” di queste frasi arriva da una pagina interna del sito di Giorgia Meloni: con un breve comunicato che non è stato neppure messo sulla sua homepage. E che comunque, in un momento in cui la comunicazione politica passa interamente dai social, non avrebbe visto nessuno. Ripescando un vecchio adagio della professione giornalistica: se vuoi nascondere una notizia non devi censurarla ma pubblicarla in piccolo in qualche pagina secondaria. Più che di matrice quindi, qua siamo di fronte a un vero e proprio “Matrix” di Giorgia Meloni. La sua realtà parallela.

Mirella Serri per "la Stampa" l'11 ottobre 2021. L'attacco dell'altroieri da parte di sedicenti no Green Pass alla sede centrale della Cgil voleva colpire un ganglio vitale dello Stato democratico, la rappresentanza sindacale dei lavoratori. Ricorda molto le aggressioni delle squadracce fasciste contro le Camere del lavoro, le Case del popolo e le leghe durante il "biennio nero" 1921-22. Però secondo la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, si tratta «sicuramente di violenza e squadrismo, ma la matrice non la conosco»: un modo furbetto per evitare di dire che siamo di fronte a un rigurgito di fascismo. Da qualche tempo questa politica dello struzzo è sempre più ricorrente fra gli esponenti della destra. La verifichiamo sia in circostanze gravissime, come l'attacco al cuore dello Stato dei giorni scorsi, che in episodi apparentemente minori ma rivelatori della presenza di un nocciolo duro di neofascismo nelle pieghe delle due principali formazioni della destra. Cosa testimonia, ad esempio, il boom di voti ricevuti nella Capitale da Rachele Mussolini junior, candidata alle comunali per il partito della Meloni? Il fatto che la giovane Mussolini, con un cognome così evocativo, abbia fatto il pieno di preferenze non si deve prendere sottogamba. Come ha scritto ieri il direttore de "la Stampa", l'onda nera che ha invaso le piazze italiane affonda le sue radici nell'"album di famiglia". E la nipote di Rachele Guidi, moglie di Mussolini, agli occhi dei suoi elettori ha rappresentato proprio questo nero album. Da una parte c'è il cognome del Duce, che i più fanatici militanti di destra rivalutano per tutto il suo operato, incluse le leggi razziali. Ma dall'altra c'è anche il nome di nonna Rachele che piace ai meno estremisti fra gli estremisti perché è ricco di storia fascista. Molti italiani, non solo i romani, associano la consorte del capo del fascismo all'immagine di una casalinga fedele e icona della memoria del dittatore, a una donna lontana dall'agone politico, timida e discreta. Ma questo ritratto le corrisponde? Oppure è una mistificazione dei cultori del passato che non passa, così come, ad esempio, le recenti esternazioni su quell'Arnaldo Mussolini presentato come il fratello mite e buono del Duce. Alla domanda su cosa pensasse del fascismo, Rachele junior ha glissato: «È una storia troppo lunga». Ma di fronte anche a quello che è accaduto sabato, la storia non è troppo lunga e va al più presto riportata alla luce. Quando il leghista Claudio Durigon propose di intitolare il parco comunale di Latina ad Arnaldo Mussolini, si fece finta di dimenticare chi fosse veramente costui. Non solo un fascista tra i tanti: aveva intascato le maxi-tangenti pagate dalla Sinclair Oil per assicurarsi il monopolio delle ricerche petrolifere in tutta Italia. Giacomo Matteotti, per coincidenza, venne assassinato mentre era in procinto di denunciare la corruzione del fratello del Duce. La stessa volontaria dimenticanza del passato si ripete con la storia di nonna Rachele: anche lei, proprio come Arnaldo, fu molto attiva negli affari di famiglia e del regime di cui con passione sostenne anche tutte le violenze. Rachele senior fu anche cinica e feroce nei confronti degli antifascisti e perfino dei fascisti: prima della seduta del Gran Consiglio che destituì il Duce, gli suggerì di incarcerare tutti i gerarchi che ne facevano parte. Caldeggiò inoltre la condanna a morte di Galeazzo Ciano per il "tradimento". La vita di Rachele, incluso il periodo della Rsi, è stata parte integrante della più cruenta storia del fascismo e rientra in quell'album di famiglia che le componenti nostalgiche di Fratelli d'Italia e della Lega fingono di ignorare dando il loro voto a Rachele Mussolini junior, un nome e un cognome che sono una garanzia per i nostalgici del Ventennio.

Otto e Mezzo, "matrice cercasi": Gruber a senso unico sin dal titolo, plotone schierato contro Giorgia Meloni. Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. “Matrice neofascista cercasi”, è il titolo scelto da Lilli Gruber per la puntata di Otto e Mezzo di lunedì 11 ottobre. Un chiaro riferimento alle prime dichiarazioni di Giorgia Meloni dopo la notizia delle violenze fasciste e squadriste verificatesi a Roma, tra l’assalto ai blindati della polizia e soprattutto alla sede della Cgil. La Gruber ha scelto un parterre di ospiti tutt’altro che casuale per affrontare l’argomento, a partire da Tomaso Montanari - che con la leader di Fratelli d’Italia ha delle “storie tese” passate - e da Paolo Mieli. “Non c’è neanche un dubbio sulla matrice - ha dichiarato il giornalista del Corriere della Sera - erano lì presenti i leader di Forza Nuova a guidare l’assalto. Casomai si dovrebbero distinguere le cose, non riduciamo tutta la questione dei no-green pass ai neofascisti. È accaduta una cosa deprecabile, non c’è alcun dubbio che la matrice sia quella”. Inoltre Mieli si è detto stupito dalla difficoltà che fanno Lega e Fratelli d’Italia a prendere le distanze e a condannare fermamente le violenze fasciste: “Possibile che non ce ne sia uno che dica basta, bisogna fare una guerra senza quartiere e sbatterli fuori? A me non interessa nulla, lo dico per loro: cosa devono aspettare? Un assalto ad una sede della Lega?”.

Da huffingtonpost.it l'11 ottobre 2021. Solleva un polverone la dichiarazione del vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano, contro Fratelli d’Italia e la sua leader Giorgia Meloni. “Ieri Meloni aveva un’occasione: tagliare i ponti con il mondo vicino al neofascismo, anche in FdI. Ma non l’ha fatto. Il luogo scelto (il palco neofranchista di Vox) e le parole usate sulla matrice perpetuano l’ambiguità che la pone fuori dall’arco democratico e repubblicano” ha detto l’ex ministro del Sud. “In questo modo Fdi si sta sottraendo all’unità delle forze democratiche e repubblicane contro i neofascisti che attaccano lo Stato. Un evidente passo indietro rispetto a Fiuggi”. Parole a cui replica Giorgia Meloni su Facebook: “Il vicesegretario del partito ’democratico’ vorrebbe sciogliere il primo partito italiano (oltre che l’unica opposizione al governo). Un partito a cui fanno riferimento milioni di cittadini italiani che confidano e credono nelle nostre idee e proposte. Spero che Letta prenda subito le distanze da queste gravissime affermazioni che rivelano la vera intenzione della sinistra: fare fuori Fratelli d’Italia” afferma la leader di FdI. “O forse i toni da regime totalitario usati dal suo vice rappresentano la linea del Pd? Aspettiamo risposte”. Diversi gli esponenti di Fratelli d’Italia che si scagliano contro Provenzano. “Il presidente del Consiglio Draghi e tutti i partiti che appoggiano il suo governo condannino immediatamente le parole di chi sembra essere più vicino alle censure imposte dalle dittature di sinistra che non alle posizioni di libertà cui si ispira Fratelli d’Italia” dichiara il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida. E Giuseppe Provenzano chiarisce: “Una batteria di attacchi nei miei confronti da Fdi. Chiariamo. Nessuno si sogna di dire che Fdi è fuori dall’arco parlamentare o che vada sciolta. Ma con l’ambiguità nel condannare matrice fascista si sottrae all’unità necessaria forze dem. Sostengano di sciogliere Forza Nuova”.

Dagospia il 13 ottobre 2021. Da “La Zanzara - Radio24”. Vittorio Feltri esordisce così come consigliere comunale a Milano.  A La Zanzara dice: “Non mi sono votato, mi hanno dato due lenzuolate e non ho un capito un cavolo di quello che c’era scritto. Penso di aver votato Sala. Il nome Feltri non l’ho scritto”. “In Consiglio comunale andrò qualche giorno, poi me ne vado. Negli ultimi quarant’anni non ho mai visto un consiglio comunale”. “Gay Pride? Dovrebbe chiamarsi Froci Pride, però facciano quello che vogliono, a me di quello che fanno i froci non interessa nulla”. “Gay è parola inglese, omosessuale è un termine medico, preferisco chiamarli froci o culattoni”. “Il fascismo? E’ morto nel ‘45, non è un pericolo, non ho mai conosciuto un fascista in vita mia”. “Il fascismo? L’unica cosa buona che ha fatto è farsi uccidere. E’ riuscito a fare una guerra assurda, per soggiacere agli ordini di Hitler. Ma fu una piccola cosa rispetto al comunismo, che ha fatto molti più morti e molti più danni. Mussolini era alla guida di una nazione di poveracci, mentre il comunismo uccise molte più persone”. “I novax? Sono degli imbecilli, dei cretini. Rischiano di ammalarsi e morire, non hanno capito un cazzo”.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 15 ottobre 2021. In Italia c'è un nuovo nemico che eccita gli animi di una fetta di popolazione: il Green pass, un documento necessario alle persone per certificare di aver ricevuto il vaccino anticovid. Chi non lo può esibire perché non si è immunizzato non può frequentare locali pubblici né recarsi al lavoro, in quanto rischia di infettare i propri simili. Da notare che in Italia l'ottantacinque per cento dei cittadini si è fatto iniettare le dosi salvifiche, pertanto coloro che non si sono avvantaggiati dell'antidoto costituiscono una netta minoranza. Essi per essere autorizzati a circolare liberamente in ogni luogo debbono sottoporsi ogni 48 ore al tampone che dimostri l'assenza della malattia. Questa è la legge e non mi sembra un abuso di autoritarismo: è un'espressione concreta di buon senso. Ma i non vaccinati protestano vibratamente perché pretendono che il succitato tampone sia gratuito. E minacciano scioperi che limiterebbero le attività economiche. I portuali in particolare dichiarano dies sere pronti a incrociare le braccia. Se realizzassero il loro intento rischierebbero di non ricevere la paga per la durata della loro assenza dal lavoro. Il che non mi pare una buona idea. Indubbiamente doversi pagare il tampone ogni 48 ore non è divertente: da questo punto di vista capisco il loro cattivo umore. Tuttavia a costoro consiglio di farsi vaccinare (operazione che avviene gratis) il che consentirebbe di ottenere immediatamente il famoso Green pass e di non avere più problemi per svolgere ogni attività, senza dover sborsare quattrini allo scopo di sottoporsi al periodico tampone. Ci vuole tanto per afferrare questo concetto elementare? Il vaccino non è lesivo come un colpo di pistola alla nuca. Si tratta di una punturina innocua che garantisce di non finire all'ospedale o peggio al cimitero. Forza ragazzi, datevi una mossa e che sia finita questa storia assurda. Il costo del vaccino è a carico dello Stato e non grava sulle vostre tasche. È già un bel vantaggio. Chiedere con prepotenza che anche i tamponi siano a spese dell'amministrazione pubblica è un atto di insopportabile arroganza. Significa costringere il governo a recuperare i capitali necessari tramite un aumento delle tasse, che gravano poi sul bilancio della comunità, la quale ovviamente si arrabbia. È assurdo pensare che per accontentare gli avversari del Green pass si debba forzosamente incidere in modo negativo sui cittadini che con disciplina si sono fatti immunizzare secondo le regole imposte saggiamente da Palazzo Chigi. Cari ribelli, mettetevi in testa che la battaglia contro il virus non è una partita di bocce: chi perde non versa una bottiglia di vino, ma la vita, e pure voi col vostro atteggiamento neghittoso vi predisponete alla vita, ma a quella eterna. Le vostre scelte scellerate sono oltretutto illogiche.

FABIO MARTINI per la Stampa il 13 ottobre 2021. Gianfranco Fini da quattro anni si è chiuso nel silenzio. Non un intervento pubblico e non un’intervista, ma il protagonista della più importante svolta nella storia della destra italiana non ha smesso di pensare politicamente, di consigliare, di parlare con gli amici di un tempo. E anche se ripete a tutti che lui si limita ad «osservare» e per questo non si esprimerà pubblicamente su Giorgia Meloni, però Fini ha confidato a più d’uno i suoi pensieri su quel che si muove in queste ore a destra: «Come la penso? La penso esattamente come la pensavo ai tempi della svolta di Fiuggi a proposito del fascismo e dell’antifascismo come momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che erano stati conculcati». E Fini non dimentica l’asprezza degli scontri che lo divisero dagli oltranzisti e dai nostalgici, nello storico congresso di scioglimento dell’ Msi a Fiuggi nel 1995 e anche dopo: «Non a caso ero considerato in quegli ambienti il traditore per antonomasia!». In effetti la rottura della destra missina e post-missina non solo con i terroristi neri ma anche con i picchiatori e i movimenti violenti, 25-30 anni fa, è stata così radicale e memorabile da indurre Fini, nelle sue chiacchierate di questi giorni con gli amici di un tempo, a ragionare sul possibile scioglimento di Forza Nuova. Ieri scherzava sulla «fake news» che attribuiva proprio a lui la sottoscrizione di una mozione Change.org che chiede un intervento risolutivo contro l’organizzazione neo-fascista, ma l’ex leader di Alleanza nazionale confida che condividerebbe un eventuale provvedimento di questo tipo. Da ex presidente della Camera, Fini si sente di obiettare su alcuni strumenti per raggiungere l’obiettivo: «Trovo paradossale che sia il Parlamento in quanto tale ad assumere l’iniziativa con una mozione che peraltro non ho letto. In realtà il Parlamento può al massimo chiedere al governo di sciogliere quelle formazioni». Naturalmente Fini conosce la diatriba che divide giuristi e costituzionalisti sulla potestà repressiva, se la competenza spetti all’esecutivo o alla magistratura dopo apposita sentenza, ma sul punto l’ex capo di Alleanza nazionale non sembra aver dubbi: «In realtà i governo può intervenire subito, ope legis, anche senza un’iniziativa parlamentare. È già accaduto nel passato, sia pure in circostanze diverse, nei confronti di Ordine Nuovo e di Avanguardia nazionale». Ma c’è una storia, soffocata nel ricordo, che parla più di ogni altra circa i riflessi politici prodotti dalla rottura che Fini portò a termine col mondo che si muoveva anni fa alla destra dell’Msi-An. Ne parla lui stesso in questi giorni: «Nel gennaio del 1995, al congresso di Fiuggi, io fui agevolato da Rauti e Pisanò che si portarono dietro tutti coloro che avevano avversato la nascita di An e la sua carta d’intenti». Ma nei mesi successivi si consumò qualcosa di più grande di una banale scissione. E si produsse un evento elettorale, da allora rimosso da tutti, a destra e a sinistra. Dopo la svolta “anti-fascista” di Fiuggi e la nascita di An, Pino Rauti che per decenni era stato il principale ideologo del movimentismo di estrema destra, e Giorgio Pisanò, repubblichino mai pentito, ri-rifondarono la Fiamma missina e nella primavera del 1996 proprio i “neo-fascisti” furono decisivi in 49 collegi marginali per fare perdere il centro-destra. Disse Rauti: «Se Prodi ha vinto, lo deve a noi…». E in effetti, per quanto a sinistra possa apparire non subito comprensibile, la reticenza di Giorgia Meloni a prendere le distanze dai picchiatori di Forza Nuova in quanto neo-fascisti, in qualche modo è fuori linea anche rispetto a Giorgio Almirante. Il repubblichino capo storico della destra post-fascista italiana, tra 1978 e 1979 si incontrò in modo segretissimo col segretario del Pci Enrico Berlinguer e sinché i due furono vivi non se ne seppe nulla ma - come racconta Federico Gennaccari, editore e storico della destra missina - «i due leader pur così diversi colsero il rischio di una deriva terroristica di aree giovanili da loro oramai lontane ma che in qualche modo appartenevano ai rispettivi album di famiglia. E si scambiarono informazioni e pareri sulla pericolosa deriva in corso».

Giorgia Meloni, la menzogna di Giulia Cortese: "Eccola a casa, dietro di lei la foto di Mussolini". Ma è tutto falso. Libero Quotidiano il 13 ottobre 2021. La macchina del fango per minare la tornate elettorale non si ferma qui. La giornalista Giulia Cortese ha deciso di sferrare l'ultimo attacco a Giorgia Meloni. Peccato però che si tratti una notizia falsa. La Cortese ha infatti pubblicato un frame di un video in cui alle spalle della leader di Fratelli d'Italia, collegata da casa, appare una foto di Benito Mussolini. A corredo il commento: "Dietro c'è la sua matrice preferita". Il riferimento è alle parole pronunciate dalla Meloni dopo l'assalto alla sede della Cgil da parte di alcuni estremisti. Premettendo di condannare tutti gli atti di violenza, la leader ha ammesso di non sapere di che "matrice" fossero. Da qui il livore della sinistra. Ma la Meloni non ci sta e sotto alla foto diffusa dalla giornalista ha replicato: "Reputo che questa foto falsificata, pubblicata da una giornalista iscritta all’ordine, sia di una gravità unica. Ho già dato mandato al mio avvocato per procedere legalmente contro questa ignobile mistificazione. A questo è arrivato certo giornalismo di sinistra?!". Una risposta che ha scatenato la diretta interessata, già impegnata a cancellare il post: "Ho rimosso la foto, anche se non è molto lontana dalla realtà. Comunque cara Giorgia Meloni, la gogna mediatica che hai creato sulla tua pagina Facebook contro di me ti qualifica per quello che sei: una donnetta", ha scritto la giornalista. Ma se la Meloni non ha risposto all'ultimo attacco, ecco che ci ha pensato per lei Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia: "Invece di chiedere scusa continua a insultare?".

Incontri, guerriglia, devastazione: così i neofascisti si sono presi le piazze no vax per fare pressioni su Fratelli d’Italia. I carabinieri del Ros hanno segnalato decine di eventi gestiti e amplificati da Forza Nuova e CasaPound. E il medico no green pass Pasquale Bacco racconta come Salvini e soprattutto la Meloni e il suo partito li abbiano sostenuti: «Erano i politici a procurarci le risorse per le nostre iniziative». Antonio Fraschilla e Carlo Tecce su L'Espresso il 15 ottobre 2021. C’è un anno e mezzo di rapporti pericolosi fra movimenti cittadini contro il vaccino e il certificato verde, teppisti fascisti in cerca di ribalta, partiti assetati di voti, per spiegarsi le vergogne di sabato nove ottobre e cercare di capire quel che potrebbe accadere. L’assalto alla sede del sindacato Cgil, la capitale d’Italia in ostaggio degli estremisti di Forza nuova ma anche gli scenari futuri, vista la galassia composita che agita il movimento contro il green pass. Con immagini che rischiano di ripetersi nei prossimi grandi appuntamenti pubblici nella Capitale e non solo che vedono il loro culmine nel G20 in programma a fine mese. Ci sono somiglianze col passato, secondo gli inquirenti che ripescano la stagione dei cattivi maestri e di chi giocava con le piazze: perché oggi come ieri chi manifesta è trascinato dalle rivendicazioni più disparate. E spetta alla politica, alla Lega di Matteo Salvini e a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, evitare che il passato si ripeta. L’estrema destra di oggi è già pronta a prendersela questa piazza, a partire proprio da Forza nuova che da almeno un anno e mezzo lavora per animare la protesta e acciuffare il potere. 

LA STRATEGIA NERA

Quello che è accaduto a Roma non è la conseguenza del caso, ma l’arrivo di un percorso che Roberto Fiore e Giuliano Castellino, che hanno preso le redini di Forza nuova da Roma in giù dopo la frattura interna con le sedi del Nord e dei cosiddetti “scissionisti” guidate da Giustino D’Uva e dalla Rete dei patrioti, hanno pianificato da tempo. Cavalcare il risentimento scatenato dalla pandemia. Infiltrarsi nei gruppi sui social che veicolano il malcontento non più intercettato dalla Lega e soltanto in parte da Fdi. I carabinieri del Ros da oltre un anno seguono le azioni di Forza nuova, soprattutto, ma anche di CasaPound che pesca nello stesso bacino pur avendo forti contrasti con il movimento di Fiore e Castellino. E hanno registrato un aumento costante della tensione dall’aprile dello scorso anno fino ai fatti di Roma. Andati via gli scissionisti della Rete dei patrioti, che non hanno condiviso le scelte dei leader storici di Forza nuova di ritornare movimentisti abbandonando la possibilità di presentarsi al voto, Fiore ha cominciato a fomentare la protesta. All’inizio con scarsi risultati: la prima manifestazione legata al Covid-19, quella dei No Mask il 20 aprile 2020, registra una ridotta partecipazione, anche se in molte piazze da Roma a Napoli e Palermo i Ros segnalano una forte presenza di uomini di Forza nuova e in parte di CasaPound. Fiore e i suoi si insinuano allora nelle chat con più iscritti che crescono su Telegram dall’estate del 2020 in poi. Non a caso in ottobre i carabinieri, con le loro antenne puntate sui movimenti di estrema destra, analizzano altre azioni: il 24 ottobre a piazza del Popolo una prima manifestazione contro le mascherine e le imposizioni del governo sul Covid-19, dove si salda un nuovo asse tra Forza nuova con settori degli ultras della Lazio e della Roma, gli scontri poi ci saranno a viale Flaminio; il 25 ottobre a una protesta contro le mascherine che vede tra i partecipanti sempre i movimenti di estrema destra e una bottiglia incendiaria viene lanciata contro i carabinieri; il 27 ottobre nel quartiere Prati ci sono tafferugli tra polizia ed esponenti di Forza nuova e CasaPound; il 28 ottobre la stessa scena si ripete a Ostia dove però, precisano i Ros, si segnalano anche insulti e minacce tra Forza nuova e CasaPound come due squadre che giocano nello stesso campo ma da avversari. Il 31 ottobre altra manifestazione, quella delle «mascherine tricolore», e anche qui forte presenza di esponenti dei due movimenti di estrema destra. Fiore per recuperare risorse dopo l’uscita degli scissionisti crea una sigla, Area, dove confluiscono una serie di gruppetti di destra extra parlamentare: Gruppo San Giovanni casa dei patrioti, Comunità Evita Peron, Comunità Avanguardia, Comitato di solidarietà nazionale, Comunità militante Castelli Romani, solo per citarne alcuni. Poi entra in gioco il secondo pilastro della strategia della tensione: manipolare le chat di Telegram. Tra quelle che i carabinieri indicano come manipolate anche da esponenti di destra ci sono Guerrieri per la libertà (40mila iscritti), No green pass adesso basta (18mila), Generazione popolare fuoco che avanza (4mila). Dopo la fiammata dell’ottobre del 2020 la tensione viene contenuta, fino al maggio del 2021 quando si riaccendono le proteste dei commercianti sotto la sigla «io apro». Fiore e Castellino provano anche qui a incunearsi, cercando lo scontro con le forze dell’ordine, come nella manifestazione organizzata dai commercianti tra la Bocca della Verità e piazza Venezia. Ma non ci riescono e Castellino rimprovera i promotori della manifestazione perché non hanno avallato gli incidenti con la polizia. I due leader di Forza Nuova non demordono e, passata l’estate, eccoli a settembre ritornare in azione. Il primo settembre chiamano tutti alla protesta davanti alle stazioni ferroviarie e alle sedi delle Regioni, ma la partecipazione è bassissima. I Ros si appuntano numerosi atti dimostrativi contro vaccini e green pass: il 6 settembre Forza nuova partecipa alla manifestazione lanciata su Telegram dai «no Green pass» e da piazza del Popolo provano a rompere il blocco e dirigersi in piena notte verso piazza Montecitorio. La tensione aumenta. Il 14 settembre va a fuoco un gazebo di una farmacia a Trastevere dove si facevano tamponi, il 16 settembre un altro gazebo viene distrutto in via Taranto, zona San Giovanni. Il 18 settembre in piazza Santi Apostoli si trovano a guidare le proteste non solo esponenti di Forza nuova, ma anche gli scissionisti di Rete dei patrioti guidati da D’Uva e i militanti di CasaPound, con Castellino che critica le altre due fazioni perché a suo dire istituzionalizzate, avendo chiesto perfino l’autorizzazione alla Questura per questa manifestazione. Il 25 settembre Castellino partecipa invece alle proteste contro il Green pass di piazza San Giovanni. Ogni sabato nelle vie del centro di Roma, registrano i Ros, Forza nuova organizza piccoli cortei. CasaPound non lascia le piazze a Forza nuova, ma preferisce camuffarsi. Il movimento guidato da Luca Marsella punta ancora alla via istituzionale, cioè quella elettorale, tant’è che alcuni esponenti di CasaPound vengono candidati a Roma nelle liste a sostegno di Enrico Michetti e soprattutto con la Lega, partito che con la guida di Matteo Salvini ha sempre dialogato intensamente con questa area della destra estrema: nel XIII municipio si candida Simone Montagna, militante di CasaPound, come nell’XI municipio nelle liste della Lega compare Alessandro Calvo, altro attivista del movimento. La strategia di Forza nuova, che ha sempre avuto invece un dialogo forte con Fratelli d’Italia, è adesso più aggressiva. Impadronirsi delle piazze per avere una merce di scambio con i partiti di destra. Anzi, con il partito di destra: Fratelli d’Italia. 

LA MATRICE

Arriviamo al 9 ottobre. Il dottore in attesa di sospensione Pasquale Mario Bacco, salernitano di origine, una candidatura alla Camera con CasaPound e autore del libro “Strage di Stato” assieme all’ex sottosegretario all’Interno nel governo Prodi I eletto con la lista Dini, e ormai ex magistrato, Angelo Giorgianni, con la prefazione del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, non c’era in piazza del Popolo. Bacco avvertiva una strana sensazione. Le premesse per una guerriglia. Perché mai, in un anno e mezzo di messaggi, telefonate e incontri, quelli di Forza nuova si erano così esposti. Il capo Roberto Fiore e il suo vice Giuliano Castellino gli avevano offerto un ruolo al vertice di Forza nuova. Un volto spendibile, un medico, per raccogliere più consenso tra i no vax. Bacco ci ha meditato su fra un convegno, un comizio e un intervento con i negazionisti della pandemia come la deputata ex grillina Sara Cunial. Aveva conosciuto Matteo Salvini alla Camera e poi Giorgia Meloni. E aveva ricevuto un insistente corteggiamento, che lo lusingava, e certo come si fa a esserne immuni, non c’è un vaccino per la vanità, alle carezze politiche del deputato e coordinatore pugliese di Fdi Marcello Gemmato: candidature, programmi, successo. C’era la fatica. Due eventi al giorno, il palco di qua, il treno di là, una volta ospite dei salviniani, un’altra dei meloniani: «I partiti di destra ci hanno cresciuto, ci hanno fornito il supporto necessario per avere le autorizzazioni e sobbarcarci le spese. Fdi più di ogni altro». Se lo contendevano il dottor Bacco che contestava la pandemia e i provvedimenti del governo e poi col magistrato Giorgianni fondava l’Organizzazione mondiale per la vita. L’internazionale dei complottisti ben ramificata in Sudamerica e poi sparpagliata fra Oman, Cipro, Malta, Germania, Francia, Spagna e l’Europa mitteleuropea: «Fdi ci aveva proposto di andare al Parlamento europeo a parlare di vaccini», sussurra con il tono di chi sa che rischia di esagerare. Salvini e Meloni erano incuriositi dalla capacità di aggregazione, dalla massa creatasi dal nulla.

Finché col tempo l'interesse è «scemato», l’avvento di Mario Draghi ha normalizzato la Lega e ammorbidito le sembianze di Fratelli d’Italia, la campagna elettorale volgeva alla fine, i no mascherine e no vaccini forse erano diventati più dannosi che utili, e sono subentrati quelli di Forza nuova. Bacco non si è stupito. Sin dal primo momento erano in strada fra la gente un po’ incazzata e un po’ negazionista, lì accanto ai salviniani e ai meloniani senza poterli facilmente distinguere. Però Bacco ha notato per piazza del Popolo un attivismo eccessivo di Castellino che comunica quello che Fiore fa intendere. Avevano preparato il pulpito tricolore, studiato il percorso e spedito gli inviti sui gruppi: «Se Fiore si è fatto riprendere a volto scoperto c’è un motivo. Ho contezza di contatti fra esponenti di Forza nuova e Fratelli d’Italia». Giorgianni si è scambiato il microfono con Castellino, Bacco ha assistito da lontano alla «presa» della Cgil: «È uno schifo. Noi non c’entriamo nulla con la violenza. Siamo diventati dei pagliacci». «Ragazzi mai vista una cosa del genere. Ci hanno messo sotto con i blindati. Corpi a corpi di mezz’ora. Entrati dentro. Siamo ancora sotto assedio!», ha scritto Castellino con un selfie a suggellare l’impresa inviato a tutta la sua rubrica. La prova di forza di Fiore e sodali serviva a mettere pressione, a dimostrare agli amici di Fdi che quel «popolo», migliaia di elettori orfani di rappresentanza, è ormai roba di Fn e che se lo rivogliono, devono riprenderselo e rispolverare gli antichi compromessi. La timida reazione di Giorgia Meloni, che ha impiegato tre giorni per dissociarsi e condannare senza perifrasi, testimonia le profonde ambiguità di Fratelli d’Italia e le sue inquietanti contiguità con quel giro. Che l’inquisito e sorvegliato Castellino fosse il gestore della manifestazione, come illustrato dai fatti, lo sapeva chiunque e a chiunque, pure agli agenti della Digos, aveva annunciato la volontà di condurre il corteo non autorizzato verso la sede della Cgil (non potendo avvicinarsi a Palazzo Chigi). Queste certezze producono due annotazioni: la prima che i responsabili dell’ordine pubblico hanno sottovalutato gravemente la vicenda, la seconda che bloccati Castellino e soci si smantella la parte più violenta. E ciò rassicura gli apparati di sicurezza alla vigilia di altre manifestazioni di protesta per il green pass e dall’arrivo a Roma dei grandi della Terra per il G20. Nel governo, però, c’è il timore che il G20 possa attrarre i no mascherine e no vaccini stranieri, produrre un effetto emulazione, trasformare il vertice nel santuario mondiale dei negazionisti. Forza nuova è molto romana, ma Fiore ha aderenze nei gruppi di ispirazione fascista d’Europa. La prevenzione con l’intelligence è determinante. Il comportamento dei partiti di destra è fondamentale. In quello spazio elettorale e ideologico diversamente presidiato si tiene da anni un duello fra CasaPound e Forza nuova che riflette il duello fra Salvini e Meloni. Dalla pandemia i duelli si svolgono nell’ampio e oscuro terreno dei negazionisti. O i partiti rimuovono ogni pulsione fascistoide o ne verranno travolti.

"Vi dico io la verità sul fascismo... Cosa penso di Landini". Marta Moriconi il 16 Ottobre 2021 su Il Giornale. Guerriglia, scontri, l’assalto alla sede della Cgil. E la singolare manifestazione di oggi con Landini in pieno silenzio elettorale. Parla Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista. Guerriglia, scontri, l’assalto alla sede della Cgil. E la singolare manifestazione di oggi, sabato 16 ottobre, con Landini in pieno silenzio elettorale. IlGiornale.it ne parla con Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista.

Lei è stato il primo a parlare di strategia della tensione, concetto ripetuto in Aula dalla Meloni dopo le risposte disarmanti del ministro Lamorgese. Perché?

“Quando ci sono delle violenze di questo genere, che sono da condannare con forza perché molto gravi, cerco sempre anche di interpretare e comprendere i fatti. Poi, in seconda battuta, mi domando a chi giovi un assalto squadristico oggi. Iniziamo da come sia potuto accadere che un gruppo ampio di persone si sia staccato da una manifestazione a piazza del Popolo e abbia proceduto per chilometri a piedi e per tre quarti d’ora minimo, alla presenza delle Forze dell’Ordine in campo. Mi domando come è possibile che non siano stati fermati prima dagli agenti in tenuta antisommossa. Ed è ridicola, appunto, la difesa del ministro dell’Interno Lamorgese che ha spiegato di non averli bloccati perché altrimenti avrebbero fatto ancora peggio. Ma cosa vuol dire? Mi pare fossero anche disarmati, non avevano chiavi inglesi, bombe molotov o altri strumenti lesivi. Ma che gli facevamo prendere il Parlamento?”.

A chi giova tutta questa faccenda?

“Provo a fare un elenco. Rafforza il governo, ma soprattutto dà fiato a un sindacato concertativo che era moribondo. Poi, dà corpo ai sindacati di base che lunedì facevano una manifestazione contro il governo, contro quei lavoratori licenziati col green pass. E non ultimo dà una stretta a tutte le manifestazioni. Noi stessi che il 30 ottobre avremmo dovuto avere una manifestazione nel centro di Roma, siamo stati spostati in piazza San Giovanni”.

Però se è vero che tutte le manifestazioni subiranno dei restringimenti, come è successo alla sua, non pare che questo accadrà a quella antifascista di sabato di Landini e dei sindacati uniti però…

“E’ una sinistra questa, responsabile di non aver difeso i lavoratori. Mentre la destra fa sempre il suo lavoro, la sinistra non l’ha più fatto. Io oggi non scenderò con loro. Non mi riconosco e sono rimasto colpito dall’immagine di Draghi che ha messo la mano sulla spalla a Landini da un gradino più in alto. I presidenti degli Stati Uniti mettono sempre la mano sulla spalla dei Capi di Stato che incontrano, è un segno di comando. E se permetti questo vuol dire che ti senti dominato, protetto da tipi del genere. Basta andare a vedere la foto di Obama e Raul Castro e come il secondo gli levi in maniera rapida la mano che si avvicinava”.

Oggi il fascismo cos’è?

“Mi rifaccio alle parole di Gian Carlo Pajetta: noi abbiamo chiuso i conti col fascismo il 25 aprile 1945. Oggi l’antifascismo è essere anticapitalisti. Tutto il resto sono due cretini, che vanno condannati, che fanno il saluto romano”.

Ma quanto guadagnerà il Pd da questa faccenda? Pensiamo al ballottaggio di Roma per esempio...

“Gualtieri è l’altra faccia della stessa medaglia. E il suo partito è il più conseguente a questo meccanismo. E’ logico che il Pd gode e godrà di questa situazione. Questa vicenda ha un indubbio peso a favore loro. La domanda è sempre la stessa: a chi giova? Facile la risposta”. Marta Moriconi

 Massimo Cacciari contro la sinistra: "Allarme-fascismo? Realistico come un'astronave in un buco nero". Libero Quotidiano il 15 ottobre 2021. "Il pericolo "fascista" è realistico come l’entrata di un’astronave in un buco nero": Massimo Cacciari smonta l'allarmismo che si è diffuso dopo la protesta No-Green pass a Roma, poi degenerata con l'assalto alla sede della Cgil e con scontri violenti tra polizia e manifestanti. Per il filosofo, è sbagliato paragonare i due momenti storici: "Le condizioni storiche, sociali, culturali di quel caratteristico fenomeno totalitario non hanno alcun remoto riscontro nella realtà attuale di nessun Paese". Basti pensare che un secolo fa, scrive Cacciari su La Stampa, il fascismo trovò l’appoggio di settori decisivi dell’industria, della finanza e di importanti apparati dello Stato. Cosa che adesso non avviene. Secondo il filosofo, "i movimenti  che si richiamano a quella tragedia sono farse, per quanto dolorose, che nulla politicamente potranno mai contare". Cacciari ha spiegato anche che "decenni di stati d'emergenza" certo non favoriscono un regime democratico. Allo stesso tempo però ha scritto: "Più difficile è tener salda quell’idea di democrazia, più diventa necessario. E, per carità, tranquilli: nessun fascismo sarà comunque nei nostri destini". Il pericolo che tutti rischiano di correre oggi è un altro, stando all'analisi fornita dal filosofo. "Il pericolo che cresce quotidianamente è tutto un altro: che la persona scompaia fagocitata dalle paure, dalle avarizie, dalle invidie, dai risentimenti dell’individuo, in cerca affannosamente di chi lo rassicuri, lo protegga, lo consoli", ha sottolineato Cacciari". Ed è qui che entra in gioco la politica: "Se le forze e le culture politiche si divideranno nella rappresentanza di queste pulsioni, 'specializzandosi' ciascuna nel rassicurare intorno a questo o quell’altro 'pericolo', affidandosi a mezzi anch’essi sempre più di emergenza, invece di individuarne e affrontarne le cause strutturali, dove finiremo nessuno lo sa o può dirlo". In ogni caso, non si finirebbe comunque in un regime fascista: "Certo sarà un regime che assolutamente nulla ha a che fare con i mantra democratici che continuiamo a ripetere, pietoso velo del naufragio che ha subito fino a oggi ogni tentativo di riforma del nostro sistema istituzionale e del rapporto tra le sue funzioni e i suoi poteri".

La sinistra prova il blitz: vogliono abolire la Meloni. Laura Cesaretti il 12 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'aiutino a Giorgia Meloni, messa in serio imbarazzo dalle prodezze neofasciste di Roma, arriva da dove meno te lo aspetti. Addirittura dal Nazareno. L'aiutino a Giorgia Meloni, messa in serio imbarazzo dalle prodezze neofasciste di Roma, arriva da dove meno te lo aspetti. Addirittura dal Nazareno: è infatti il vicesegretario del Pd Peppe Provenzano che, proprio mentre i Fratelli d'Italia si dibattevano faticosamente tra la condanna per le violenze di Roma e la solidarietà ai novax/nopass antigovernativi, inciampa in un clamoroso incidente politico via Twitter. Offrendo così generosamente ai meloniani l'ambito ruolo di vittime della sinistra neo-stalinista. Provenzano, che nel Pd rappresenta la sinistra dura e pura, se la prende con Meloni che da Madrid (dove è corsa ad arringare in uno spagnolo maccheronico la platea dei nostalgici franchisti di Vox) ha dichiarato di non conoscere la matrice di Forza Nuova, e accusa: «Il luogo scelto e le parole usate sulla matrice perpetuano l'ambiguità che la pone fuori dall'arco democratico e repubblicano». Bum: sul vice di Enrico Letta che mette FdI fuori dal consesso democratico si scatena la tempesta. E siccome nel frattempo il Pd sta raccogliendo le firme su una mozione che chiede lo scioglimento di Forza Nuova, il gruppetto fascista che ha assaltato Cgil e ospedali spaccando bottiglie in testa agli infermieri, quelli di Fdi fanno la sintesi: Provenzano vuole sciogliere anche noi. «Spero che Letta prenda subito le distanze da queste gravissime affermazioni che rivelano la vera intenzione della sinistra: fare fuori Fratelli d'Italia», tuona Meloni. «O forse i toni da regime totalitario usati dal suo vice rappresentano la linea del Pd? Aspettiamo risposte». Meloni si affretta ad assicurare che lei condanna «ogni violenza di gruppi fascisti». E che il suo partito «non ha rapporti con Fn», e invita il Pd a manifestazioni e azioni comuni contro ogni violenza». Le fa subito eco il capogruppo meloniano Francesco Lollobrigida: «Non è certo il vice segretario del Pd che può concedere patenti di ingresso nel perimetro repubblicano. I suoi toni somigliano più a quelli dei regimi comunisti, in cui affonda le sue radici il Pd, che non a quelli del civile e rispettoso confronto parlamentare». Seguono a ruota tutti i parlamentari di Fdi, chi chiedendo le dimissioni di Provenzano, chi ingiungendo a Letta e persino a Mario Draghi e Sergio Mattarella di pronunciarsi, chi chiamando il vicesegretario Pd «stalinista». Con Meloni si schiera Matteo Salvini: «Il vice-segretario del Pd taccia ed eviti di dire idiozie, non è certo lui che può dare patenti di democrazia a nessuno. Fascismo e comunismo per fortuna sono stati sconfitti dalla Storia, e non ritorneranno». I dem devono correre ai ripari: a Provenzano viene chiesto di mettere una pezza al pasticcio combinato, con un ulteriore tweet che però non riesce col buco. L'ex ministro del Mezzogiorno («E meno male che adesso c'è la Carfagna», lo punge Matteo Renzi) assicura: «Nessuno si sogna di dire che FdI è fuori dall'arco parlamentare (in effetti aveva detto fuori dall'arco democratico e repubblicano, ndr) o che vada sciolto, ma con l'ambiguità nel condannare la matrice fascista si sottrae all'unità necessaria delle forze democratiche». Letta ribadisce il «gravissimo errore» della Meloni nel non condannare lo «squadrismo» dei no vax e la invita a sottoscrivere la mozione contro l'organizzazione neofascista, mentre dal nazareno si accusa la leader Fdi di «falsificare la realtà rifugiandosi nel vittimismo: il Pd non ha chiesto di sciogliere il suo partito ma Fn». Laura Cesaretti 

Giorgia Meloni contro Beppe Provenzano: "Vuole sciogliere FdI per legge? Ecco che roba è la sinistra". Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. L'assalto alla Cgil e le manifestazioni estremiste a Roma di sabato? Tutta colpa di Giorgia Meloni. Questo il pensiero di Beppe Provenzano. L'ex ministro del Partito democratico si scaglia contro Fratelli d'Italia in un post su Twitter intriso di livore: "Ieri Meloni aveva un'occasione: tagliare i ponti con il mondo vicino al neofascismo, anche in Fdi. Ma non l'ha fatto. Il luogo scelto (il palco neofranchista di Vox) e le parole usate sulla matrice perpetuano l'ambiguità che la pone fuori dall'arco democratico e repubblicano". Peccato però che la Meloni abbia denunciato "la violenza e lo squadrismo" andato in scena, ricordando che "questa roba va combattuta sempre" per poi precisare di non conoscere la matrice. E in effetti non è l'unica. Alla protesta partecipavano più di diecimila persone, molte addirittura scampate ai controlli. Dura condanna anche da parte del capogruppo alla Camera di FdI, Francesco Lollobrigida: "Il governo può sciogliere le organizzazioni eversive. Draghi prenda provvedimenti". Da qui la replica della Meloni alla provocazione del dem: "Il vicesegretario del partito 'democratico' vorrebbe sciogliere il primo partito italiano (oltre che l’unica opposizione al governo). Un partito a cui fanno riferimento milioni di cittadini italiani che confidano e credono nelle nostre idee e proposte". Messaggio indirizzato a Enrico Letta: "Prenda subito le distanze da queste gravissime affermazioni che rivelano la vera intenzione della sinistra: fare fuori Fratelli d’Italia. O forse i toni da regime totalitario usati dal suo vice rappresentano la linea del Pd? Aspettiamo risposte". Solo in parte Provenzano ha raddrizzato il tiro chiarendo quanto scritto: "Significa semplicemente che in questo modo Fdi si sta sottraendo all'unità delle forze democratiche e repubblicane contro i neofascisti che attaccano lo Stato. Un evidente passo indietro rispetto a Fiuggi. Tutto qui". Ma la proposta rimane ugualmente grave".

"Nemmeno il Pci si sognò di metter fuori legge il Msi". Fabrizio Boschi il 12 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'intervista al direttore del Riformista Piero Sansonetti. Secondo l'ex ministro per il Sud nel governo Conte II, Giuseppe Provenzano, oggi vicesegretario del Pd, Giorgia Meloni sarebbe «fuori dall'arco democratico e repubblicano». Sentiamo cosa ne pensa l'antifascista direttore del Riformista, Piero Sansonetti. 

Direttore, cosa gli è preso a Provenzano?

«Credo abbia avuto un colpo di caldo fuori stagione. Non si capisce di che parli».

Come se la spiega?

«Deve aver sentito parlare dei partiti facenti parti dell'arco costituzionale. Ma senza studiare la storia: oggi i partiti che hanno partecipato alla Costituzione non ci sono più. Perciò sono tutti fuori. Forse solo il Psi di Nencini si può definire partito costituzionale. Gli altri son nati dopo».

È preoccupante?

«Fa pensare a manovre autoritarie».

Addirittura.

«Dire che la Meloni è fuori dall'arco democratico è una manovra autoritaria che riduce la democrazia in regime. Ricordo a questo ragazzo che nella storia italiana i partiti sono stati cancellati solo da quei fascisti che lui tanto odia. Ci provò Scelba ma senza riuscirci. E ora lui cosa vorrebbe fare? Riprendere questa bella tradizione?».

Lo conosce?

«No, cosa è ministro?»

No, non più, ora è vice segretario del Pd.

«E Letta non ha detto niente? Questo sì che è preoccupante. Figuriamoci che una cosa del genere non l'hanno mai pensata nemmeno i comunisti. Il terribile e feroce Pci non ha mai chiesto di mettere fuori legge l'Msi che certamente era molto più legato al fascismo di Fdi. Persino Potere operaio, che Provenzano nemmeno saprà cos'è, era contrario. Solo Lotta continua lo gridava. Ed eravamo negli anni Settanta, quando Provenzano nemmeno era nato, in un clima ben diverso dal nostro».

Allora a cosa attribuisce le sue parole?

«Al decadimento della nostra classe politica che denota una totale assenza di preparazione che poi è la caratteristica di questo Parlamento, dal M5s in poi. Tutto è inquinato da un personale politico con capacità di ragionare ridotte e con una cultura politica assente. Si salvano solo poche decine di persone».

E di chi vuole cancellare Forza Nuova cosa ne pensa?

«Un'altra idiozia. Se ogni volta che ci sono incidenti mettiamo fuori legge coloro che partecipano alle manifestazioni allora metteremo fuori legge tutti. E i militanti di sinistra sono quelli che farebbero fuori per primi. Non ha nessun senso a meno che non si voglia creare un regime. Io sono anche contrario ai reati di apologia, figuriamoci».

Cioè?

«Sono reati di opinione e nessun pensiero per me andrebbe punito, punire i pensieri è ignobile. Penso ci sia qualcosa di fascista nel proibire i pensieri. Tutte le azioni repressive sono fasciste».

E della Meloni a Vox cosa ne pensa?

«Lei può andare dove gli pare. Il problema è che questi vogliono fare i partigiani perché non riescono a fare nient'altro e confondono la politica con la raccolta di figurine Panini».

Da repubblica.it l'11 ottobre 2021. "Vogliamo fare una cosa seria? Tutto il Parlamento si unisca per approvare un documento contro ogni genere di violenza e per sciogliere tutte le realtà che portano avanti la violenza, non è che la violenza dei centri sociali lo è meno". Replica così Matteo Salvini al segretario del Pd, Enrico Letta, dopo che i dem hanno presentato alla Camera questa mattina una mozione per chiedere lo scioglimento di Forza Nuova e di tutti gli altri movimenti dichiaratamente fascisti. Una richiesta nata dopo gli scontri di sabato scorso a Roma durante la manifestazione non autorizzata dei No Green pass a cui hanno preso parte molti esponenti di FN e durante la quale la sede nazionale della Cgil è stata devastata. Intanto, su richiesta della Procura di Roma la Polizia Postale ha notificato un provvedimento di sequestro del sito internet del movimento di estrema destra Forza Nuova. L'attività rientra nell'indagine avviata dai pm della Capitale  e relativa anche agli scontri avvenuti sabato nel centro della Capitale e che ha portato all'arresto di 12 persone. Il reato per cui si è proceduto è quello di istigazione a delinquere aggravato dall'utilizzo di strumenti informatici o telematici. 

Mattarella: "Molto turbati, non preoccupati"

E proprio rispetto a quanto accaduto durante la manifestazione nella Capitale, il Capo dello Stato Sergio Mattarella a Berlino rispondendo a una domanda del presidente Frank-Walter Steinmeier ha sottolineato che "il turbamento è stato forte, la preoccupazione no. Si è trattato infatti di fenomeni limitati che hanno suscitato una fortissima reazione dell'opinione pubblica".

Il no di Forza Italia

Ma il leader della Lega non è l'unico a non appoggiare la mozione del Pd. Oltre al no di Fratelli d'Italia, oggi arriva anche quello di Forza Italia. E fonti della Lega fanno sapere che il centrodestra "condanna le violenze senza se e senza ma ed è pronto a votare una mozione per chiedere interventi contro tutte le realtà eversive, non solo quelle evidenziate dalla sinistra". Questo, riferiscono dal Carroccio, è quanto sarebbe emerso "da alcuni colloqui telefonici tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni". Mentre l'azzurro Elio Vito si dichiara disponibile a firmare la mozione del Pd, il resto del partito di Silvio Berlusconi si dice contrario. "I fatti di sabato scorso, le aggressioni alle forze dell'ordine, l'assalto alla Cgil, sono stati condannati da tutte le forze politiche. Non ci possono essere ambiguità contro la violenza e contro chi usa una manifestazione di piazza per secondi fini", chiariscono in una nota i capigruppo di Forza Italia alla Camera e al Senato, Roberto Occhiuto e Anna Maria Bernini. "Ma non esistono totalitarismi buoni e totalitarismi cattivi - proseguono - e per questo motivo non è possibile per i nostri gruppi firmare o sostenere la mozione presentata dal Pd". Per, da FI si dicono aperti ad altre soluzioni. "Proprio per superare le divisioni - dicono - proponiamo di lavorare ad una mozione unitaria contro tutti i totalitarismi, nessuno escluso".

Conte: "M5S in prima fila contro Forza Nuova"

Dai grillini arriva invece il sostegno alla proposta dei dem. "Il Movimento 5 Stelle aderisce e rilancia le iniziative volte allo scioglimento di Forza Nuova e delle altre sigle della galassia eversiva neofascista", assicura il leader Giuseppe Conte. "Saremo in prima fila per tutte le iniziative parlamentari che muoveranno in tal senso - aggiunge - Siamo però consapevoli che non basterà questo, così come sappiamo che ignorare le proteste di piazza - quelle legittime e pacifiche - non aiuta a lavorare al bene del Paese". Per questo, Conte in un post su Facebook invita ad "ascoltare la rabbia di chi guarda al futuro con angoscia e preoccupazione".

La mozione di LeU

Come il Pd, anche Liberi e Uguali ha scelto di presentare, ma al Senato, un analoga mozione per chiedere lo scioglimento di Forza Nuova.  " Dopo gli assalti squadristi di sabato e la delirante rivendicazione di FN che promette di proseguire su quella strada non si può più essere tolleranti.  Bisogna agire, far rispettare la Costituzione e le leggi, sciogliere i gruppi fascisti", sottolinea la capogruppo di LeU al Senato, Loredana De Petris. Che poi dice: "Anche FdI, se fosse onesta e coerente, dovrebbe votare a favore della mozione. Invece Giorgia Meloni prosegue con la tattica dell'ambiguità, senza mai nominare i fascisti perché sa che da quelle aree le arrivano voti, ma fingendo di voler invece combattere la violenza per non inimicarsi altre fasce del suo elettorato".

Claudio Del Frate per corriere.it l'11 ottobre 2021. La mozione presentata in Parlamento che chiede lo scioglimento di Forza Nuova (che di conseguenza diventerebbe una organizzazione fuorilegge) può essere attivata grazie alla legge Scelba del 20 giugno 1952. Quest’ultima dava attuazione pratica alla dodicesima disposizione transitoria e finale della Costituzione che vieta in Italia la ricostituzione del partito fascista (il testo recita: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista».) La legge Scelba, in questo senso, è stata applicata poche volte in Italia; per sciogliere un movimento ritenuto epigono del fascismo è necessario un decreto del ministero dell’Interno, oppure una sentenza della magistratura. E proprio la magistratura, in serata, ha rotto gli indugi: la polizia postale, su ordine del tribunale di Roma, ha sequestrato e oscurato il sito di Forza Nuova. Il reato per cui si procede è istigazione a delinquere. Tornando alla possibilità di sciogliere Forza Nuova il primo articolo della legge stabilisce che «si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista». I fatti accaduti sabato a Roma sembrano rientrare in pieno dentro questo perimetro. Di più: senza il bisogno di attendere gli assalti alla Cgil, a Palazzo Chigi, al Policlinico Umberto I, Forza Nuova non ha mai fatto mistero della sua inclinazione per i metodi violenti. La valutazione, comunque, e il relativo decreto di messa al bando della formazione di Roberto Fiore e Giuliano Castellino toccherà al Viminale. In Italia sono pochissimi i precedenti di applicazione della legge Scelba in relazione al tentativo di resuscitare il partito fascista; l’ostacolo giuridico è sempre quello che divide la legittima manifestazione del libero pensiero in politica dall’azione eversiva. Nel novembre del 1973 i dirigenti di Ordine Nuovo, fuoriusciti dal Msi, vengono condannati per ricostituzione del partito nazionale fascista e l’organizzazione viene sciolta per decreto. Nel giugno del 1976 stessa sorte tocca ad Avanguardia Nazionale. Non incorrerà invece nelle sanzioni della legge la formazione di Giorgio Pisanò «Fascismo e libertà», che potrà anche presentarsi alle elezioni ostentando sul simbolo un fascio littorio. La ricomparsa di una estrema destra eversiva è un problema che non riguarda solo l’Italia; in Germania nel gennaio 2020 è stato messo fuorilegge il gruppo neonazista Combat 18, di dichiarate simpatie hitleriane; Berlino ha varato una serie di leggi che inaspriscono ogni richiamo al nazismo (compreso l’uso del saluto romano in pubblico) dopo l’uccisione da parte di terroristi di estrema destra del politico della Cdu Walter Lübcke. In Grecia la formazione di estrema destra Alba Dorata è stata dichiarata fuorilegge da una sentenza della Corte d’appello di Atene che ha condannato i suoi leader a pesanti pene. Alba Dorata era arrivata a sfiorare il 10% dei consensi alle elezioni politiche. Stesso copione in Francia, dove il governo ha dichiarato illegale il gruppo di estrema destra Generation Identitaire nel marzo del 2021 per i suoi messaggi fortemente razzisti.  

Da liberoquotidiano.it il 13 ottobre 2021. Sciogliere Forza Nuova? Si può, in punta di diritto. Parola di Piercamillo Davigo, che ospite di Giovanni Floris a DiMartedì su La7 ascolta imperturbabile il "curriculum" dei due leader del movimento di estrema destra, Giuliano Castellino e Roberto Fiore, coinvolti nelle violenze di piazza dei No Green pass sabato scorso a Roma concluse con l'occupazione della sede della Cgil. "Castellino, capo romano di FN, è stato condannato a 5 anni e 6 mesi in primo grado per aggressione a due giornalisti - ricorda Floris -, a 4 anni in primo grado per aggressione e resistenza a poliziotti e rinviato a giudizio per truffa da un milione di euro al Sistema sanitario nazionale. Fiore invece, fondatore, è stato condannato negli anni 80 per associazione sovversiva e banda armata, latitante a Londra è tornato in Italia una volta prescritti quei reati". "Questo implica qualcosa per le sorti di queste persone", chiede Floris. "La recidiva vale solo per condanne passate in giudicato. In piazza sabato non c'è stata premeditazione ma organizzazione di reato in corso". Secondo molti commentatori Castellino, già oggetto di Daspo, poteva essere fermato: "Il Viminale però non è onnisciente, non ha la sfera di cristallo ed è anche molto difficile programmare l'ordine pubblico perché c'è il rischio di creare incidenti anche più gravi", spiega l'ex pm di Mani Pulite ed ex membro del Csm, difendendo Luciana Lamorgese. Sul reato di apologia di fascismo, sottolinea ancora Davigo, bisogna distinguere perché "la ricostituzione del Partito fascista (proibita dalla Costituzione, ndr) è nei fatti cosa abbastanza complicata". Diverso il discorso su Forza Nuova. "Lo scioglimento è possibile con una legge o un decreto del presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri".

Lo scioglimento dei partiti e la legge. La legge Scelba va usata solo per tentati golpe. Beniamino Caravita su Il Riformista il 13 Ottobre 2021. I partiti politici, nell’ordinamento italiano, sono tutelati a livello costituzionale, genericamente attraverso l’articolo 18, che tutela la libertà di associazione, più specificamente ai sensi dell’art. 49, che riguarda la libertà dei cittadini di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Una disposizione costituzionale, collocata fra quelle finali e transitorie, prevede il divieto di ricostituzione del partito fascista, in evidente collegamento storico, istituzionale, finalistico con la genesi della Costituzione italiana, con il valore della Resistenza, con il giudizio che – anche attraverso il referendum del 1946– il popolo italiano diede del ventennio fascista. In attuazione della disposizione costituzionale fu approvata nel 1952 una apposita legge, la cosiddetta “Legge Scelba” dal nome dell’allora ministro degli Interni, che prevede, se ricorrono determinati presupposti, lo scioglimento di un partito qualora si sia di fronte alla ricostituzione del partito fascista. Titolare del potere di scioglimento è il ministro degli Interni, sentito il Consiglio dei ministri, sulla base di una sentenza di cui non è richiesto passaggio in giudicato ovvero, nel caso ricorrano gli estremi dell’art. 77 Cost., vale a dire un caso straordinario di necessità e urgenza, il Governo, con un evidente spostamento del livello di responsabilità politica. Sotto il profilo materiale, l’art. 1 della legge Scelba prevede che «si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista». Da un punto di vista rigorosamente giuridico, nessun dubbio può essere nutrito sul fatto che si tratta di disposizioni di stretta interpretazione, incidendo su fondamentali diritti di libertà. Ne derivano tre ordini di conseguenze. In primo luogo, quale che sia il giudizio politico, la disposizione non può essere applicata per colpire movimenti di ispirazione egualmente totalitaria e autoritaria, caratterizzati dalla denigrazione delle istituzioni democratiche e da prassi violente, ma di ispirazione e matrice diverse da quella fascista. In secondo luogo, deve essere accertata in maniera rigorosa l’esistenza di quei presupposti materiali (qui soccorrono le tre decisioni giudiziarie già intervenute: il caso di Ordine Nuovo, sciolto nel 1973, quello di Avanguardia Nazionale, sciolta nel 1976, e quello più recente del Fronte nazionale, sciolto nel 2000). Se si provvede direttamente con decreto legge, deve sussistere il caso straordinario di necessità e urgenza, accertato secondo i criteri più severi, non secondo le blande valutazioni a cui finora ci ha abituato in materia la Corte costituzionale e che hanno permesso la sostanziale emarginazione della produzione legislativa parlamentare. Occorre cioè che il governo, il presidente della Repubblica, in sede di emanazione, e poi comunque il Parlamento in sede di conversione del decreto legge, si assumano la responsabilità politica e giuridica di affermare che il pericolo costituito da Forza Nuova non è, almeno hic et nunc, affrontabile con gli ordinari strumenti preventivi e repressivi che l’ordinamento mette a disposizione. Fermo rimanendo che i presupposti materiali possono esistere (e allora viene da chiedersi perché nessuno abbia agito prima in tal senso), e impregiudicata rimanendo la risposta sull’opportunità politica di una simile iniziativa governativa, la questione giuridica che va posta è: siamo veramente sull’orlo di una situazione che, per giustificare un intervento extra ordinem, dovrebbe apparire paragonabile ad una sorta di colpo di stato o di guerra civile? Beniamino Caravita

Francesco Bechis per formiche.net il 13 ottobre 2021. Non chiamatela eversione. Luca Ricolfi non ci sta: sciogliere Forza Nuova e le altre organizzazioni estremiste che fomentano il malcontento di piazza contro il green pass e i vaccini è un precedente pericoloso, dice a Formiche.net il sociologo, professore ordinario di Analisi dei dati all’Università di Torino.  

Ricolfi, se non è eversione cos’è?

Parlare di eversione è una forzatura. La violenza di piazza è un fenomeno endemico in Italia e non ha targa politica. Destra, sinistra, anarchici, centri sociali, Casapound. E i no-Tav in Val di Susa, dove li mettiamo?  

Sulle chat di chi ha organizzato il caos a Roma si parlava di assalto al Parlamento. Questo non è eversivo?

Prendiamo la legge. Un atto è eversivo se determina un rischio concreto per le istituzioni democratiche. Non vedo questo rischio oggi. Ma le faccio un esempio dall’estero.

Prego.

In Germania esiste un partito neonazista, l’Npd. Ha perfino ottenuto un milione di voti, ora ne ha cento, duecentomila. Il Bundestag ha chiesto di scioglierlo, la Corte Costituzionale ha risposto di no, perché non pone un pericolo per l’ordine democratico. Se poi in Italia vogliamo proibire qualsiasi manifestazione di violenza con lo scioglimento, benissimo. Purché si dica apertamente.

L’assalto al Congresso americano di gennaio non è un monito anche per l’Italia?

Certo, ma il paragone regge poco. In quel caso si sarebbe dovuto sciogliere il Partito repubblicano, perché i manifestanti, piaccia o meno, erano sostenitori di Trump. Un esito evidentemente paradossale.

Però il problema rimane. Il vicesegretario del Pd Provenzano in un tweet ha detto che Fratelli d’Italia rischia di finire fuori dall’“arco democratico e repubblicano”. È un’esagerazione?

È preoccupante, molto. Giorgia Meloni ha dato una lettura di questo tweet: vogliono sciogliere Fdi, come a suo tempo volevano sciogliere l’Msi. Io ci vedo un passaggio ancora più pericoloso. 

Sarebbe?

Qui non si propone di sciogliere un partito, ma di escluderlo dalla dialettica democratica. Un boicottaggio in piena regola da qualsiasi posizione di potere. C’è una lottizzazione del potere fra i partiti e si decide di lasciare fuori l’unica opposizione esistente. 

Si chiama conventio ad excludendum. Per vent’anni l’hanno fatto con i comunisti e nessuno si è scandalizzato…

Attenzione. I comunisti erano esclusi dal governo centrale, non dal “sottogoverno”. Per decenni hanno concordato riforme, riempito posti di potere, seggi in Rai. Insomma, hanno partecipato senza problemi al banchetto del potere economico italiano.

Va bene, ma qui stiamo aggirando un punto. La destra italiana fatica a fare i conti con il suo passato? Da Lega e Fdi ci potrebbe essere una parola in più su queste frange?

Sì, siamo tutti d’accordo. Ma farei una distinzione. Salvini non ha problemi a fare i conti con la propria storia, la Lega di Bossi era antifascista. Quando nel 1994 fu proposto l’accordo con Berlusconi, tanti tentennavano perché rifiutavano di allearsi al Sud con Alleanza nazionale. Il problema, semmai, è che alcune frange estremiste, come Casapound, vedono nella Lega uno sbocco.

Come se ne esce?

Semplice. Salvini e Meloni devono dire ad alta voce: “Noi i vostri voti non li vogliamo”. Possibilmente prima, non dopo, che queste persone mettano a ferro e fuoco Roma. Potrebbero evitarsi un’analisi del sangue da parte della sinistra, che ha una certa allergia a fare i conti con il passato. 

A che si riferisce?

Qualcuno chiede alla sinistra di fare i conti? No. E sa perché? Perché in Italia nessuno chiede ai post-comunisti di rinnegare il comunismo. I fascisti sono considerati per i loro comportamenti, i comunisti per le loro intenzioni. Ha mai sentito chiedere a Marco Rizzo di condannare i crimini dell’Urss o della Cina? 

Quella piazza a Roma gridava no-pass e anche no-vax. Sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio scrive che il governo non può usare il green-pass per sopprimere l’articolo 1 della Costituzione, il diritto al lavoro. Lei che idea si è fatto?

Premessa: sono vaccinato, favorevole al vaccino e ritengo il green pass uno strumento utile. E sì, a questo giro sono d’accordo con Travaglio. Non si può arrivare al punto di togliere il lavoro a chi non vuole vaccinarsi. 

C’è chi risponde: quindi chi si vaccina sta dalla parte del torto?

Non è questione di torto o ragione ma di garanzie costituzionali. C’è una via d’uscita: i tamponi gratuiti. In altri Paesi lo hanno fatto.

Che ricadono sui contribuenti italiani, tutti.

Giusto così. C’è una ragione perché questo vaccino deve cadere sulle spalle dello Stato. A differenza di altri vaccini nel passato, è stato sperimentato per soli dieci mesi, sia pure su miliardi di persone. 

Quindi?

Quindi un trattamento sanitario del genere non si può imporre. Se fossimo sicuri, non dovremmo firmare un nulla osta ammettendo che non conosciamo gli effetti di lungo periodo. C’è il calcolo del rischio statistico, e da statistico sono il primo a farvi affidamento. Ma chi ha paura non può essere tagliato fuori dalla vita sociale.

"Sciogliere Fn, minaccia fascista". Ma Mattarella smentisce i dem: solo casi isolati. Fabrizio De Feo il 12/10/2021 su Il Giornale. Con il ballottaggio alle porte la temperatura dello scontro politico si mantiene alta. Il desiderio di polarizzare e riaccendere antiche contrapposizioni è palpabile. La frontiera del confronto diventa lo scioglimento di Forza Nuova e delle formazioni dell'estrema destra, con il Pd che presenta una mozione in tal senso. Emergenza democratica alle porte, insomma. Il tutto nel giorno in cui a Milano scattano le contestazioni contro la Cgil da parte dei Cobas e si scopre che decine di manifestanti fermati sabato sono riconducibili al mondo degli anarchici. Una realtà, insomma, più complessa di come è stata raccontata. E che Sergio Mattarella analizza senza incorrere in allarmismi fuori misura: «Il turbamento è stato forte, la preoccupazione no. Si è trattato infatti di fenomeni limitati che hanno suscitato una fortissima reazione dell'opinione pubblica». Ma la sinistra tira dritto e la mozione per sciogliere Forza Nuova e «tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista» arriva in Parlamento. I parlamentari di M5s, Iv e Leu sottoscrivono in blocco. E il segretario dem Enrico Letta chiama tutti i partiti all'unità e lancia un appello perché lo scioglimento di Forza Nuova «sia vissuto come un gesto unitario e non di parte. Dopo i gravi fatti di sabato tutti si riconoscano in una decisione che rende attuale e viva la Costituzione», azzarda. Sullo sfondo si muove anche l'inchiesta romana. La polizia postale sequestra e oscura il sito internet di Forza nuova. Il reato ipotizzato è quello di istigazione a delinquere aggravato dall'utilizzo di strumenti informatici. Si muovono anche i leader di centrodestra. «Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico con Meloni e Salvini» fa sapere una nota. «Al centro della conversazione la condanna per le violenze perpetrate a Roma come a Milano, di ogni colore, a danno del sindacato e delle forze dell'ordine e la necessità di una posizione - unitaria - del centrodestra in vista dei prossimi appuntamenti parlamentari e dei ballottaggi». E Salvini non ha problemi nel far sapere che «se ci sono movimenti che portano avanti le loro idee con la violenza, vanno chiusi a chiave. Come a Roma ne hanno arrestati di cosiddetta destra, a Milano di cosiddetta sinistra. Per me pari sono». Sulla mozione, invece, il centrodestra invita a evitare «strumentalizzazioni politiche» e fa sapere di non poterla votare. Forza Italia con Roberto Occhiuto e Anna Maria Bernini sottolinea che «non esistono totalitarismi buoni e cattivi, e per questo non è possibile sostenere la mozione del Pd. Ma proprio per dare un forte segnale di unità tutti i gruppi lavorino a una mozione contro tutti i totalitarismi». Giovanni Donzelli di Fdi, intervenendo a «Domani è un altro giorno», non si tira certo indietro rispetto alla matrice fascista. «Certo, chiunque attenti alla democrazia è contro di noi. Questi odiano più noi del Pd...». Donzelli poi fa notare il pericolo di far votare lo scioglimento di una forza politica. «In un sistema democratico esistono equilibri istituzionali importantissimi. Pensare di far votare il Parlamento è una deriva autoritaria gravissima. Lo scioglimento spetta normalmente alla magistratura e in casi di emergenza al governo».

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" l'11 ottobre 2021. È un mondo parcellizzato, quello dell'estremismo nero italiano. Tanti piccoli reucci e nessun vero re. Una condizione che porta turbolenza all'interno della galassia neofascista. L'obiettivo dei vari movimenti è riuscire ad acquisire la leadership. Ma questa condizione, nel frattempo, crea grande instabilità. Quindi conflitto e violenza. Ecco, allora, che serve mostrare i muscoli nelle manifestazioni per imporsi definitivamente sugli altri gruppi. E allora quale migliore vetrina se non le proteste contro il vaccino e il green pass. Ma tutto questo, però, non è sufficiente. In un mondo globalizzato non basta solo conquistare il neofascismo in Italia. Bisogna intessere alleanze con l'estremismo di destra europeo. L'internazionale nera. Ma se nel nostro Paese Forza Nuova fa vedere il volto aggressivo, al contrario, in Europa cerca partnership, appoggi e forse anche soldi, come emerge da una recente inchiesta dei carabinieri del Ros. «C'è una competizione nell'estrema destra tra Forza Nuova e Casapound per affermarsi come movimento egemone della galassia neofascista. Negli ultimi anni Cp aveva preso nettamente il sopravvento. Allora Fn, per riconquistare il terreno perso, ha iniziato a compiere una serie di atti violenti. L'assalto di ieri alla Cgil rappresenta il punto massimo di questa strategia. Un'azione su cui imprimere un inconfondibile marchio fascista per riprendere quota all'interno di quel mondo». A fotografare con lucidità l'attuale situazione è Francesco Caporale, magistrato esperto e scrupoloso, oggi in pensione, che ha ricoperto dal 2016 fino all'estate del 2021 la carica di procuratore aggiunto dell'antiterrorismo a Roma. «Questa escalation di violenza in capo ai forzanovisti - sottolinea Caporale - dura ormai da tre anni, il mio ufficio la stava monitorando». Occorre, però, capire in quale contesto si muovano gli uomini e le donne di Roberto Fiore, il segretario di Fn e Giuliano Castellino, il leader romano. «Quest' ultimo - spiega un investigatore al Messaggero - è diventato il frontman del partito perché Fiore ha troppi problemi con la giustizia, rischierebbe parecchio. Castellino, oggi, rischia meno. Non vengono contestati reati particolarmente pesanti. La cabina di regia è però sempre in mano a Fiore». Dalle carte dell'inchiesta dei carabinieri del Ros emerge la rete internazionale di contatti del movimento. Fiore viaggia per l'Europa, arriva fino al Medio Oriente, in Siria. A novembre del 2014 vuole organizzare una conferenza a Damasco in piena guerra civile. Un incontro con «le comunità mediorientali che sto riorganizzando come Aliance for Peace and Freedom», dice il segretario di Forza Nuova a un militante di Fn in una conversazione intercettata dai militari dell'Arma. Poi, a gennaio del 2015, Fiore vola in Grecia per far sentire la sua vicinanza al leader di Alba Dorata Nikolaos Michaloliakos, rinchiuso in carcere perché accusato di appartenere a un'organizzazione criminale. Un incontro talmente positivo che un forzanovista (intercettato dai Ros) sostiene che ora i vertici del partito di estrema destra greco «vogliono bene a Forza Nuova». Assieme a Fiore ad Atene, a trovare Michaloliakos, annotano gli investigatori, sarebbe andato anche un altro pezzo da novanta del neofascismo europeo. L'eurodeputato Udo Voigt eletto con il partito Nazionaldemocratico di Germania, nel 2012 condannato per sedizione a 10 mesi per aver lodato in un comizio le Waffen-SS. Ma non sono solo i forzanovisti a viaggiare in giro per l'Europa. Anche altri camerati vengono a Roma per suggellare alleanze. È il caso dei neofascisti polacchi arrivati nella Capitale a settembre del 2014 per far visita ai forzanovisti. L'incontro, si legge nelle carte della procura, avviene nell'allora sede romana del partito in via Amulio. Anche la questione russa e i nuovi equilibri europei suscitano l'attenzione del gruppo di estrema destra. Un militante di Fn, in una conversazione discute dei «rapporti crescenti del leader di Fn Fiore con altri politici russi». Ma «Salvini ci ha fregato i contatti con la Russia», si rammaricano gli uomini di Fiore al cellulare, »era il cavallo nostro». La necessità di intessere rapporti «di tipo economico/commerciale - sottolineano gli inquirenti - in particolare per la produzione di vino», risultava vitale per i nuovi scenari creatisi in Crimea. Il conflitto ucraino veniva inquadrato «meramente in chiave utilitaristica» con l'unico obiettivo di sfruttare la precaria situazione governativa e incunearsi nei centri di potere per ricavarne benefici economici. Sempre nel 2014 con un esponente di Fn, parlando dell'imminente viaggio in Crimea insieme a Fiore per un incontro col ministro dell'Agricoltura dice che andrà «per fare una cosa coi russi, per cercare di prendere la cittadinanza del nuovo governo della Crimea: il governatore è un amico di amici».

Tagadà, Roberto Castelli contro la sinistra: "Si indignano per Roma. Ma nemmeno una parola sul brigatista eletto". Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. "Insopportabile quello che sta accadendo in questi giorni perché è venuto alla luce il doppiopesismo della sinistra": l'ex senatore della Lega Nord, Roberto Castelli, ha commentato così le violenze e l'assalto alla sede nazionale della Cgil da parte dei no green pass sabato scorso. A tal proposito, ospite di Tiziana Panella a Tagadà su La7, ha ricordato un episodio ben preciso: "Voglio ricordare questo: alla Camera un po' di anni fa venne eletto con i voti della sinistra un brigatista. Ora tutti quelli che si stracciano le vesti - giustamente, perché non si devastano le sedi delle organizzazioni, siano essi partiti o altro - non mi pare che si stracciarono le vesti in quel caso, quando venne eletto un ex brigatista". Per Castelli, quindi, non bisogna fare due pesi e due misure. Quello dell'ex brigatista, inoltre, pare non sia stato nemmeno l'unico caso in cui è venuta fuori questa disparità di giudizio: "Io ricordo mille manifestazioni in cui sono stati devastati i centri urbani dalla sinistra, ricordo gli attacchi alle sedi della Lega per cui la sinistra non ha mai mosso un dito". Ecco perché poi alla fine del suo intervento, l'ex senatore leghista ha fatto un appello accorato a tutte le parti: "Per favore cerchiamo di condannare tutti i fascismi, tutti i totalitarismi e tutti gli squadrismi, non solo quelli che fanno comodo soprattutto a cinque giorni dalle elezioni". 

Da Hitler all’assalto alla Cgil: cos’hanno in testa? Chi sono i nuovi fascisti: vecchi, irrazionali e depressi. Franco "Bifo" Berardi su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. Per gentile concessione delle Edizioni Tlon e dell’autore, anticipiamo qui di seguito ampi stralci della postfazione a “Come si cura il nazi”, saggio di Franco «Bifo» Berardi, ormai diventato un classico, che torna in libreria in versione aggiornata per la stessa casa editrice

Quando scrissi questo libretto, nel 1992, stavano emergendo due processi sulla scena del mondo: il primo era la proliferazione della rete digitale destinata nel medio periodo a mutare nel profondo l’economia e le forme di vita. Il secondo era la ricomparsa di una belva che per mancanza di concetti migliori definivamo fascista, e si era ripresentata nel continente europeo, in un Paese un tempo chiamato Iugoslavia, e si delineava all’orizzonte delle subculture anche in Gran Bretagna e perfino in Italia, che col fascismo credevamo avesse chiuso i conti per sempre. In apparenza i due fenomeni erano eterogenei, del tutto indipendenti. Ma non lo erano affatto a uno sguardo più attento, e a me interessava proprio l’interdipendenza che lavorava nel profondo della cultura, della psicologia sociale, della psicopatia di massa. A questa relazione fra i due processi allora emergenti è dedicato in gran parte questo libretto. Oggi che entrambe le tendenze si sono pienamente sviluppate, la loro interdipendenza appare più visibile. Nelle sue varie forme, spesso contraddittorie, l’ondata neo-reazionaria ha preso uno spazio centrale con il fiorire dei movimenti razzisti, nazionalisti, suprematisti che hanno avuto il loro punto più alto nella vittoria di Trump alle elezioni del 2016, ma non sono certo finiti con la sconfitta dell’uomo arancione nel 2020. Ma le manifestazioni di questa ondata neo-reazionaria sono talmente diverse, sorprendenti e assurde che spesso rischiamo di confondere le diverse figure del dramma, e di usare parole vecchie per parlare di fenomeni nuovi. Il movimento trumpista, ad esempio, ha dato vita a enunciazioni talmente assurde e a manifestazioni talmente demenziali che spesso si può supporre di trovarsi di fronte a messe in scena rituali, a grottesche rappresentazioni di consapevole disprezzo per la ragione. Ma proprio questa enigmatica sfida alla ragione è uno dei caratteri salienti di un movimento che esprime la progressiva (e forse irreversibile) discesa nella demenza di larga parte della società. Riconoscere il carattere demente e grottesco delle enunciazioni e delle azioni del movimento neo-reazionario non significa affatto sottovalutarne la pericolosità. Al contrario, dobbiamo capire che la demenza non è affatto un fenomeno marginale e provvisorio, ma è probabilmente un carattere destinato a espandersi poiché l’umanità sperimenta l’impotenza della Ragione di fronte agli effetti devastanti della Ragione medesima. La potenza della ragione umana ha generato mostri spaventosi come la bomba atomica, e quindi ci sentiamo umiliati dai prodotti della nostra stessa potenza, a tal punto che l’abbandono della ragione sembra essere la sola via d’uscita. Ai tempi in cui scrivevo questo libretto mi chiedevo come curare il nazi. Dunque consideravo il riemergere della belva come un effetto psicopatologico, e non ho alcuna ragione di ripensarci. I trumpisti col berrettino rosso e le corna da bisonte sono essenzialmente degli idioti, come lo sono i leghisti con lo spadone indignati per l’invasione dei marocchini, come lo sono i popolani inglesi che riaffermano l’orgoglio imperiale britannico barcollando di ritorno dal pub. Ma non possiamo considerare irrilevante la moltiplicazione del numero di idioti, perché anche le folle che marciavano nelle notti tedesche del 1933 erano folle di idioti. Forse piuttosto che di idioti dovremmo parlare di sonnambuli, come nella scena iniziale e in quella finale del film di Ingmar Bergman L’uovo del serpente: una folla di persone normalissime in bianco e nero cammina per strada, ma il loro incedere si fa sempre più barcollante e automatico, come se la folla metropolitana perdesse coscienza del suo esistere medesimo, trasformata in una folla di zombie. Il serpente è il capitalismo, e il suo uovo si schiude per generare la violenza di folle che hanno perduto il senso della propria esistenza, che non sono più capaci di percepire la collettività solidale né la singolarità della persona, e quindi si trasformano in indifferenziato “popolo”, in nazione, corpo collettivo solo capace di riconoscersi in un’origine, in una identità, in un’appartenenza, che per lo più è solo immaginaria, mitologica. Dunque non mi allontano dall’intuizione che ebbi nel 1992, ma adesso è tempo di mettere in chiaro alcune questioni terminologiche e concettuali che trent’anni fa erano difficili da focalizzare. Dobbiamo davvero definire “nazisti” o “fascisti” gli attori inconsapevoli della tragica farsa che si sta svolgendo in larga parte del mondo? La farsa del nazionalismo che ritorna, del razzismo che si incarognisce, la farsa delle retoriche militaresche e patriottarde? E inoltre: cosa è stato davvero il nazismo nella sua versione storica, e che rapporto c’è stato in passato tra nazismo e fascismo, e in che misura quel rapporto si ripresenta oggi? La sconfitta militare tedesca nel 1918 e l’impoverimento sociale conseguente generarono un sentimento di impotenza che nella Germania del primo dopoguerra prese la forma dell’odio contro coloro che erano considerati traditori della nazione (ebrei, comunisti) e che l’avevano consegnata all’umiliazione di Versailles. Dall’umiliazione collettiva emerse un Führer capace di riaffermare il destino del popolo tedesco: sottomettere il continente ed eliminare la malattia razziale e ideologica dal corpo sano della nazione. Similmente in Italia la convinzione di essere stati privati di una vittoria conquistata sui campi di battaglia alimentò l’ascesa di Mussolini. Non importa che la vittoria italiana fosse una menzogna assoluta, perché l’Italia era entrata in guerra con un tradimento delle alleanze preesistenti, e aveva accumulato una disfatta dopo l’altra. Come non importa che il mito tedesco della pugnalata alle spalle fosse una menzogna per nascondere il fallimento della vecchia classe militare prussiana. Non conta niente la storia, quando le folle si eccitano per la mitologia. Ma allora il problema è: in quale orizzonte si delinea la mitologia? Quale soggettività sociale esprime la mitologia? La soggettività sociale che esprime la mitologia del nazionalismo aggressivo nel XX secolo è quella di una popolazione prevalentemente giovane, e di nazioni emergenti nella scena dell’imperialismo occidentale. Germania, Italia, e, non dimentichiamolo, il Giappone, avevano questo in comune: erano nazioni giovani che ambivano ad affermare la propria potenza con la conquista militare e l’espansione imperialistica, come la Francia, e la Gran Bretagna avevano fatto nei secoli precedenti. Le folle che seguirono il duce italiano e il Führer tedesco, per parte loro, erano composte da giovani reduci, disoccupati, aspiranti conquistatori che credevano in un futuro garantito dall’esuberanza fisica e mentale di un popolo giovane. La follia del fascismo novecentesco era una follia euforica, esuberante. L’identitarismo aggressivo del XXI secolo, al contrario, è espressione di un mondo declinante, di popolazioni senescenti. Perciò nel movimento neoreazionario del XXI secolo emerge l’espressione di una demenza senile, di una depressione psichica senza speranze eroiche, ma piuttosto sordida, rancorosa, ossessionata dall’impotenza politica e dall’impotenza sessuale. La tesi del mio libretto di trent’anni fa appare dunque in qualche misura confermata: all’origine delle varie forme di identitarismo aggressivo ci sta la sofferenza. Ma i caratteri della sofferenza psichica non sono gli stessi oggi rispetto al Novecento. Questi caratteri sono mutati perché l’Occidente è entrato nel suo declino irreversibile, e perché l’esaurimento si disegna come prospettiva generale del pianeta: esaurimento delle risorse, esaurimento delle possibilità di espansione economica, esaurimento dell’energia psichica. Questa è solo la prima parte della storia. Poi c’è la seconda, che nel mio libretto d’antan manca completamente e che ora emerge invece con brutale chiarezza. Di che sto parlando? Sto parlando del fatto che l’esperienza che abbiamo fatto nei primi decenni del XXI secolo ci obbliga a rivedere la periodizzazione del secolo passato. Siamo stati abituati a pensare che nel Novecento si sia svolta una battaglia gigantesca nella quale si distinguono tre attori principali: il comunismo, il fascismo e la democrazia. Questa visione della storia novecentesca è legittima, se ci poniamo dal punto di vista degli anni Sessanta, del trentennio glorioso in cui borghesia e classe operaia realizzarono un’alleanza progressiva. Ma da quando, nel 1973, un colpo di Stato nazista venne ordito contro il presidente cileno Salvador Allende con la collaborazione attiva del segretario di Stato degli Stati Uniti, e con la consulenza scientifica degli economisti della scuola di Chicago, da quando quel colpo di Stato spianò la strada all’affermazione dapprima locale, poi occidentale, poi globale dell’assolutismo capitalistico, autoproclamatosi democrazia liberale, le cose hanno cominciato a presentarsi sotto un’altra luce. Nella nuova luce a me pare di vedere che gli attori non sono mai stati tre, ma sempre due: il dominio assoluto del capitale (in forme democratico-liberali o in forme nazional-suprematiste) è il primo attore, il secondo è l’autonomia egualitaria della società, il movimento del lavoro contro lo sfruttamento. Certo, è vero che il nazismo e la democrazia liberale si scontrarono tra loro nella più cruenta delle guerre, ed è vero che dalla seconda guerra mondiale in poi la democrazia liberale ha dovuto incorporare forme economiche e culturali del socialismo. Certo, i trent’anni dell’alleanza socialdemocratica tra capitale progressivo e movimento sindacale e politico dei lavoratori sono stati una parentesi lunga di contenimento degli istinti animali del capitalismo. Ma non era che una parentesi, appunto, e non appena il capitale ha intravisto il pericolo di un diffondersi del potere operaio, e dell’autonomia sociale egualitaria, il suo istinto si è manifestato nella sola maniera in cui si poteva manifestare: ristabilendo il patto di acciaio con il nazismo. Il contrasto fra democrazia liberale e sovranismo aggressivo, che sembra fortissimo negli anni della presidenza Trump, non è in effetti che una messa in scena piuttosto labile. Certamente gli elettori di Trump o di Salvini si sentono umiliati dalla violenza economica del capitale assolutistico finanziario. Ma non vi è alcuna strategia di fuoriuscita dal capitalismo nel sovranismo delle destre, e infatti coloro che abusivamente si definiscono come “populisti” una volta al governo perseguono politiche di totale dipendenza dal capitale finanziario, di riduzione delle tasse per i ricchi, di piena mano libera sulla forza lavoro. Credo che non si sia mai tentata un’analisi spregiudicata di ciò che accomuna profondamente nazismo e neoliberismo, parola edulcorata ed equivoca con cui si intende l’assolutismo del capitale. Il cosiddetto “neoliberismo” infatti afferma che la dinamica economica è autonoma dalla regola giuridica, perché la legge della selezione naturale non può essere contenuta da nessuna volontà politica. Naturalmente in questa pretesa arrogante c’è un nucleo di verità scientifica che la sinistra ha generalmente sottovalutato, e prende nome di darwinismo sociale. Ma proprio in questo nucleo di verità scientifica, riducibile alla formula “nell’evoluzione naturale prevale il più forte, o meglio il più adatto all’ambiente”, si trova la ragione di un’alleanza obiettiva tra neoliberismo e pulsione nazista mai definitivamente cancellata. Come negare la verità dell’assunto evoluzionista, che in fondo è un puro e semplice truismo, una verità auto-evidente? L’ovvia constatazione che il più forte vince, viene tradotto in una strategia politica per effetto di un paralogismo, di una dimenticanza, o di una menzogna. Si omette semplicemente il fatto che la civiltà umana si fonda proprio nello spazio aperto dal salto dalla natura alla sfera della cultura. E si omette il fatto che Darwin non ha mai preteso di estendere il suo modello esplicativo alla società umana. E infatti la civiltà umana si trova in estremo pericolo nel momento attuale, dopo quaranta anni di dominio neoliberale, di devastazione sistematica dell’ambiente planetario, di impoverimento sociale e decadimento delle infrastrutture della vita pubblica. In questa situazione di estremo pericolo per la civiltà umana stessa, nel momento in cui la dimensione della libertà politica scompare nelle maglie sempre più strette dell’automatismo tecnico e dell’assolutismo capitalistico, ecco emergere di nuovo la soggettività rabbiosa, un tempo euforica e oggi depressa, un tempo isterica e oggi demente che solo a prezzo di una imprecisione (perdonabile) possiamo chiamare “fascismo”. Si rimodula quindi anche la relazione tra fascismo e nazismo. Già nel XX secolo il nazismo fu la manifestazione organizzata di una volontà di potenza suprematista, l’espressione di una cultura che si considerava superiore per ragioni storiche, etniche, ma anche per ragioni culturali, e tecniche. Il nazismo, come il cosiddetto “neoliberismo”, sono espressione dell’arroganza dei vincitori. Il fascismo novecentesco aveva un carattere diverso, perché era espressione, talora petulante talora rabbiosa, di una cultura considerata inferiore (gli italiani e i mediterranei in generale occupavano una posizione intermedia tra la razza eletta e i popoli decisamente inferiori, nell’immaginario razzista del Terzo Reich). La potenza tecnica ed economica del Paese di Mussolini non era paragonabile alla potenza dei Paesi “demoplutocratici”, e neppure della Germania di Krupp e di Thyssen. Allo stesso modo nel movimento neoreazionario del XXI secolo si deve distinguere il nazismo dei vincitori, che si incarna particolarmente nella cultura del ceto tecno-finanziario, dal Fascismo dei perdenti. Razzismo e xenofobia si manifestano in maniere diverse nella cultura dei vincenti nazi-liberisti e in quella dei perdenti sovranisti e fascistoidi. Per questi ultimi è volontà di esclusione, di respingimento se non di sterminio, mentre nuove ondate di migrazione sono continuamente suscitate dalle guerre, dalla miseria, dai disastri ambientali provocati dal colonialismo passato e presente. I vincenti nazi-liberali vedono di buon occhio le migrazioni, purché i migranti non pretendano di istallarsi nei quartieri alti, e accettino le condizioni di lavoro che vengono loro imposte dai tolleranti liberal à la Benetton. Per i fascistoidi identitari delle periferie i migranti sono un fattore di concorrenza sul lavoro e un pericolo quotidiano. La classe dirigente democratico-liberale predica la tolleranza ma costruisce alloggi per migranti nelle periferie povere, non certo ai Parioli o in via Montenapoleone. Per questo il razzismo attecchisce tra i miserabili delle periferie, mentre ai quartieri alti si tratta con cortesia la serva filippina. Il razzismo non è un cattivo sentimento dei maleducati rasati a zero che si ritrovano negli stadi a gridare slogan dementi, ma qualcosa di molto più profondo e di molto più organico: esso si radica nella storia di secoli di colonizzazione, sottomissione schiavistica, estrazione delle risorse dei Paesi colonizzati. E quella storia non è affatto conclusa. Non è possibile emanciparsi dal razzismo fin quando non si riconosce che la miseria dei Paesi del Sud è il prodotto dello sfruttamento bianco, e che questa miseria continuerà a provocare miseria, disperazione, emigrazione fin quando non saranno state rimosse le conseguenze del colonialismo e dell’estrattivismo. Ma rimuovere quelle conseguenze non sarà possibile fin quando l’assolutismo del capitale continuerà a essere la forma generale dell’economia del mondo. Forse dunque non sarà possibile mai. Trent’anni fa mi chiedevo come sia possibile curare il nazi. Ora mi sembra di dover dire che è stato il nazi a curare noi, per guarirci dell’infezione che ci rendeva umani. Al punto che se un tempo pensavamo che non avremmo accettato di convivere con il fascismo, ora siamo tentati di chiederci se il fascismo vorrà convivere con noi. Franco "Bifo" Berardi

Nessuna di queste decisioni è mai servita ad arginare il neofascismo. Scioglimento di Forza Nuova, i precedenti: da Ordine Nuovo a Avanguardia Nazionale e Fronte Nazionale. David Romoli su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. La settimana prossima le Camere discuteranno e voteranno le mozioni che chiedono al governo di sciogliere Forza Nuova, il gruppo neofascista più attivo e soprattutto più vistoso nelle manifestazioni No Vax e No Green Pass, indicato come artefice dell’assalto alla sede della Cgil. Alla Camera c’è una sola mozione, presentata dal Pd e sottoscritta da tutti. Al Senato, dove il Pd ha presentato la sua mozione in anticipo rendendo così impossibile concordare il testo con gli altri affini ce ne sono quattro, sostanzialmente identiche nel dispositivo, anche se quella di LeU, firmata anche da Liliana Segre, estende la richiesta di scioglimento ad altre due organizzazioni, Casapound e Lealtà Azione. Alcuni dei firmatari delle mozioni avrebbero preferito tempi più rapidi. Il governo ha preferito rallentare, alla ricerca di una via d’uscita dal dilemma in cui lo porrebbe l’approvazione. Lo scioglimento di formazioni neofasciste, ai sensi della legge Scelba del 1952 che, dando attuazione alla disposizione costituzionale transitoria, punisce la ricostituzione del Partito fascista, è stato già disposto tre volte nella storia repubblicana: contro Ordine nuovo nel 1973, contro Avanguardia nazionale nel 1976 e contro il Fronte nazionale nel 2000. In tutti i casi, però, i governi si erano mossi dopo una sentenza della magistratura che, sia pure solo in primo grado, aveva emesso condanne per violazione della legge Scelba e, nel caso del Fronte nazionale, della legge Mancino del 1993, che ha reso fattispecie di reato anche la propaganda razzista. Stavolta invece si chiede al governo di procedere per decreto anche in assenza di una sentenza. La legge Scelba lo consente, ma solo in casi di straordinaria necessità e urgenza. Draghi esita, comprensibilmente, a considerare eccezionalmente urgente lo scioglimento di una formazione minore, ancorché rumorosa, di estrema destra. In realtà l’allora ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, uno degli “uomini forti” della Dc, più volte ministro della Difesa, rivendicò nel 1974 il merito di aver deciso lo scioglimento di Ordine nuovo, un anno prima, prescindendo dalla magistratura: «Fu un atto politico: perché i giudici discutevano se la sentenza del Tribunale, non essendo definitiva, fosse sufficiente presupposto dell’atto governativo». La sentenza contro il Movimento politico Ordine nuovo era stata emessa il 21 novembre 1973. Era la prima volta che la legge Scelba veniva applicata a un’intera organizzazione. Fu una sentenza molto pesante: 30 condanne, 10 assoluzioni, 2 posizioni stralciate tra cui quella di Sandro Saccucci, che fu condannato più tardi. Il leader di On, Clemente Graziani, fu condannato a 5 anni e mezzo e si rese latitante, come tutti gli altri leader condannati. Due giorni dopo il ministro Taviani, sentito il consiglio dei ministri, firmò l’ordine di scioglimento. Aldo Moro non partecipò alla riunione, in segno di protesta contro la decisione che, a suo parere, somigliava più ai provvedimenti della giustizia fascista che di quella antifascista.

Il Movimento politico Ordine nuovo era nato nel dicembre 1969, dopo lo scioglimento del Centro studi Ordine nuovo fondato 13 anni prima da Pino Rauti. Dopo l’ascesa di Almirante alla segreteria del Msi Rauti era rientrato nel partito con molti altri dirigenti e militanti. Graziani aveva dato vita al Movimento politico. La divisione era però più profonda. Rauti, in nome dell’anticomunismo, aveva aderito alla politica atlantista mettendo da parte l’antiamericanismo delle origini e, come avrebbe lui stesso ammesso decenni più tardi, si era schierato a favore di un eventuale colpo di Stato militare. Graziani e il Movimento ritenevano che un colpo di Stato sarebbe stato “controrivoluzionario”. Per questo Ordine nuovo non aderì al tentativo di golpe organizzato nel dicembre 1970 da Junio Valerio Borghese. L’inchiesta su On era iniziata nel gennaio 1971, condotta dal magistrato Vittorio Occorsio. Al processo gli imputati, difesi da uno dei principali avvocati della destra italiana, Nicola Madia, si rifiutarono di rispondere, consegnando invece una memoria difensiva: “Processo alle idee”. Non era un titolo eccessivo. L’atto di accusa si basava sulla somiglianza tra citazioni dell’età del fascismo o spezzoni di discorsi di Mussolini e documenti e volantini di On. Le violenze materiali contestate, nel clima dell’epoca, erano insignificanti. Un pestaggio, una manifestazione di fronte a una sezione del Pci, una sassaiola contro la sede nazionale della Dc in piazza del Gesù, a Roma. Un secondo processo si svolse a partire dal 1974 a Roma. Lo scioglimento, nonostante Graziani sperasse di poter proseguire l’attività di On in clandestinità, mise fine alla lunga parabola del principale gruppo della destra radicale in Italia. Alcuni dei militanti scelsero la via delle armi e tra questi Pierluigi Concutelli, che nel 1976 uccise il pm che aveva guidato all’accusa nei processi contro On, Vittorio Occorsio. Di certo l’esplosione e la frammentazione di un gruppo che, nonostante l’aura di sinistra leggenda, aveva in realtà responsabilità penali molto minori di quanto non ci si immagini oggi, impresse una spinta drastica verso la militarizzazione della destra radicale negli anni ‘70.

Nel 1976 fu il turno di Avanguardia nazionale, il secondo gruppo per importanza della destra extraparlamentare. Era il prodotto di una scissione di On. I giovani che non si accontentavano del ruolo di Centro studi e volevano passare all’azione fondarono nel 1959 Avanguardia nazionale giovanile. Sciolta nel ‘66, l’organizzazione si formò di nuovo nel 1970, guidata da Adriano Tilgher. Molto più coinvolta di On nelle battaglie di strada, presente in forza a Reggio Calabria nei mesi della più lunga rivolta urbana della storia recente, colonna del partito del golpe e la vera truppa del tentato colpo di Stato Borghese, probabilmente legata all’Ufficio affari riservati del Viminale, An era nel ‘76 ridotta all’osso. Pochi dirigenti, pochissimi militanti. La condanna per violazione della legge Scelba arrivò nel giugno 1976. Il fondatore, Delle Chiaie, era da anni all’estero, prima in Spagna, poi nel Cile di Pinochet. Furono condannati a pene minori di quelle chieste dall’accusa 30 imputati su 64 indagati. Un giorno prima del decreto di scioglimento, Tilgher anticipò la decisione del governo sciogliendo lui il gruppo.

Passarono 24 anni prima che venisse sciolto un terzo gruppo con poche decine di militanti, il Fronte nazionale ispirato da Franco Freda (che nonostante la mitologia non aveva mai fatto parte di On). In questo caso la condanna e il successivo decreto di scioglimento furono dovuti a violazione della legge Mancino. Nessuna di queste decisioni è mai servita ad arginare il neofascismo. I decreti degli anni ‘70, al contrario, ebbero un ruolo notevole nel determinare a fine decennio l’esplosione del terrorismo nero, in particolare dei Nar. Non perché tra questi gruppi e quelli della generazione precedente ci fossero nessi diretti ma perché il clima che si era creato era ormai quello della contrapposizione estrema e poi armata con lo Stato. David Romoli

 "Questo è un plotone contro la Meloni". Crosetto lascia lo studio di Formigli. Marco Leardi il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'imprenditore ha lasciato la trasmissione di La7 in aperta polemica. "Quando tutti sparano su persone che non possono difendersi, non è giornalismo né democrazia", ha detto prima di abbandonare la diretta 

"Questo è un plotone di esecuzione nei confronti di Giorgia Meloni e del centrodestra". Così, ieri sera Guido Crosetto ha deciso di abbandonare lo studio di Piazzapulita, dove da più di un'ora si stava discutendo della controversa inchiesta di Fanpage su Fratelli d’Italia e Lega. Nello studio di La7, i toni del confronto e dei servizi trasmessi erano palesemente monocordi, ostili ai suddetti partiti e ai loro leader. Dunque – arrivato il momento di prendere la parola – l’imprenditore ed ex sottosegretario alla Difesa ha preferito andarsene in aperta polemica con l'impostazione del talk show. "Io ascolto da un’ora la trasmissione. Man mano che la sentivo andare avanti mi chiedevo: 'Che cosa ci faccio qua? '. Perché io ho una grandissima stima nei confronti del giornalismo, ancora più della politica con la p maiuscola e della democrazia. E penso che la democrazia si fondi sul confronto, non sui plotoni d’esecuzione. Quando vedo dei plotoni d’esecuzione dico che sarebbe giusto che si difendessero le persone che poi vengono uccise", ha dichiarato Crosetto, unico ospite in studio a prendere le difese di Giorgia Meloni e del centrodestra. Davanti a lui, la sardina Mattia Santori (ora tra le fila del Pd) e il vicesegretario dem Giuseppe Provenzano, che nei giorni scorsi aveva addirittura definito la leader di Fratelli d’Italia "fuori dall’arco democratico". Poco prima, in apertura di trasmissione, aveva preso la parola pure Romano Prodi. Incalzato dal conduttore Corrado Formigli, che lo invitava a spiegare meglio la propria contestazione, Crosetto ha aggiunto: "Il plotone d’esecuzione è quello che è stato sinora la trasmissione, nei confronti di Giorgia Meloni e dell’intero centrodestra (…) Io sono inadatto nel recitare il ruolo di foglia di fico e faccio l’unica cosa che può fare una persona che si sente inadatta. La saluto, mi scuso e me e vado". A quel punto, l’imprenditore si è alzato dal tavolo della discussione e si è incamminato verso l'uscita dello studio. Trattenuto con fastidio dal padrone di casa, che gli rinfacciava di aver voluto fare una "uscita di scena teatrale", Crosetto ha tenuto il punto. E ha ribadito: "Quando tutti sparano su persone che non possono difendersi, non è giornalismo né democrazia, secondo me". Poco più tardi, mentre in diretta su La7 proseguiva la discussione, l’ex sottosegretario alla Difesa è tornato a motivare il suo gesto con un tweet. "Non dividetevi, come al solito, tra squadre di tifosi per commentare il mio gesto. Non ha nulla di politico. È altro. Riguarda il modo di fare le cose. Anche di contrapporsi. Mi è costato molto farlo e ho deciso 5 minuti prima di alzarmi. Mi scuso con Piazzapulita", ha scritto.

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista. 

PiazzaPulita, Guido Crosetto abbandona lo studio: "Plotone d'esecuzione contro Meloni, me ne vado". Libero Quotidiano il 15 ottobre 2021. Guido Crosetto inaspettatamente abbandona lo studio di PiazzaPulita durante la diretta del programma su La7 del 14 ottobre per protesta: "Cosa ci faccio qui? Non è giornalismo. Ho sbagliato io a venire qui da libero cittadino e libero pensatore. Secondo me la trasmissione è stata un plotone d'esecuzione nei confronti di Giorgia Meloni e del centrodestra. Non voglio fare la foglia di fico.". Quindi, rivolto a Corrado Formigli: "La saluto, mi scuso e me ne vado". Il fondatore di Fratelli d'Italia, che ha detto addio alla politica tre anni fa e oggi fa l'imprenditore, si è irritato per la puntata dedicata in parte ancora all'inchiesta di Fanpage sulle vicende legate alla campagna elettorale delle comunali di Milano e alla condotta di esponenti del centrodestra, compreso l'europarlamentare di Fdi Carlo Fidanza. "Sono inadatto e me ne vado". "Mi sembra una scena teatrale, mi dispiace, non mi pare sia accaduto nulla di grave. Abbiamo invitato Giorgia Meloni fino all'ultimo momento. Non rincorro gli ospiti", ribatte Formigli. Quindi interviene Alessandro Sallusti: "Si sta facendo passare Fratelli d'Italia come un partito di corrotti. Un marziano, se avesse visto la trasmissione, avrebbe pensato che Fratelli d'Italia è un covo di briganti e di corrotti. Il problema è far passare il primo partito di questo paese come una banda di disperati", chiosa il direttore di Libero. Crosetto torna poi sulla questione con un post pubblicato sul suo profilo Twitter: "Non dividetevi, come al solito, tra squadre di tifosi per commentare il mio gesto. Non ha nulla di politico. È altro. Riguarda il modo di fare le cose. Anche di contrapporsi. Mi è costato molto farlo e ho deciso 5 minuti prima di alzarmi. Mi scuso con Piazzapulita".

"Ho lasciato gli studi di Piazza Pulita: plotone di esecuzione contro la Meloni". Fabrizio De Feo il 16 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il j'accuse del cofondatore di Fdi: "Stavano costruendo un teorema in tv". «Credo che la democrazia si fondi sul confronto e non sui plotoni di esecuzione. Qui ho visto un plotone di esecuzione nei confronti di Giorgia Meloni e del centrodestra. Ho lasciato la politica perché mi sentivo al di sopra di questo modo becero di farla. Mi sento inadatto a fare la foglia di fico. Per questo faccio l'unica cosa che può fare una persona quando si sente inadatta: la saluto, mi scuso e me ne vado». Con questo j'accuse Guido Crosetto, fondatore di Fdi giovedì ha abbandonato gli studi di Piazza Pulit a La7.

Come è maturata la sua decisione?

«Ho ascoltato per mezz'ora il monologo di Corrado Formigli e del direttore Cancellato sulla risposta data da Giorgia Meloni all'inchiesta di Fanpage. A quel punto è stata data la parola a Lilli Gruber che indossava le vesti di arbitro del bene e del male, per arrivare poi alle conclusioni di Prodi. Nel mirino c'era un unico obiettivo: Giorgia Meloni, tirata in ballo per fatti in cui evidentemente non c'entra nulla. Mentre aspettavo non potevo fare a meno di pensare che mi trovavo di fronte a una impostazione inaccettabile per chiunque, per Conte, Letta o Renzi. La trasmissione non stava facendo informazione corretta ed imparziale ma stava semplicemente costruendo un teorema».

Quale sarebbe stata l'impostazione giusta?

«Io credo che il conduttore debba fare l'arbitro tra due interlocutori, non diventare parte in causa».

Non sarebbe stato più giusto controbattere a quelle tesi?

«Dopo un'ora, in 3 minuti? Non ho nulla contro Corrado Formigli, sono stato suo ospite e certo non perdo il rispetto per lui. Ma ritengo si possa portare civiltà anche in un dibattito politico. Giorgia Meloni fino a pochi mesi fa veniva descritta come la faccia buona del sovranismo, ora visti i sondaggi è diventata una Mussolini in gonnella o un Hitler in sedicesimo. Con queste iperboli la si espone al rischio che qualche pazzo possa sceglierla come obiettivo, lei che, in un Paese in cui hanno scorte e tutele anche quelli che si spediscono da soli un proiettile, non ha mai voluto la scorta».

Lei fa politica da molti anni, sa bene che l'evocazione del fascismo è uno spartito consueto da circa 28 anni.

«Ho visto anch'io il titolo di un giornale del 1993 su Berlusconi fascista. Sì, la riesumazione del pericolo nero è un classico pre-elettorale, ma francamente applicarlo a una donna di 44 anni che da anni ha un atteggiamento molto fermo verso qualunque forma di nostalgismo è un po' deprimente. Conosciamo bene queste artiglierie sperimentate per distruggere, ma non è detto che sia scontato abituarcisi e fare finta che sia tutto normale. Gli avversari di Giorgia Meloni dovrebbero cercare di combatterla sui contenuti, non cercando di delegittimare lei».

C'è un elemento di autocritica che si sente di fare rispetto alle prese di posizione di Fratelli d'Italia di queste settimane?

«I movimenti di destra esistono così come i loro tentativi di usare Fdi come veicolo. L'attenzione è alta, a volte si può fare meglio, a volte peggio, ma pensare che i leader di partito possano avere responsabilità per episodi o atteggiamenti che avvengono in periferia è lunare. Qualche giorno fa è stato eletto un consigliere circoscrizionale della lista Manfredi a Napoli che sul suo profilo Facebook ha riferimenti al Ventennio. Nessuno, giustamente, ne ha chiesto conto a Manfredi o a Letta. Se fosse stato di Fdi avrebbero avuto lo stesso atteggiamento con la Meloni? Questa comunicazione è il modo per tenere ferma la democrazia. La sinistra preferisce vincere spaventando il proprio elettorato piuttosto che confrontarsi sulle idee». Fabrizio De Feo

Che vergogna il bullismo televisivo. Davide Bartoccini il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. Nell'epoca in cui viviamo, il bullismo si combatte a scuola ma si insegna in televisione. E nessuno, professore, politico o giornalista, darebbe la vita - come Voltaire - per permettere a chi che sia di contraddirlo. Non so quando sia iniziato né perché. Non so come gli editori lo consentano, né perché i conduttori televisivi, nella maggior parte dei casi giornalisti fin troppo navigati sempre appellatisi alla democrazia e alle più buone maniere, lo esercitino senza pudore; ma finiamo sempre più spesso con l'assistere a imbarazzanti siparietti che sfociano nel "bullismo televisivo" che scandisce quest'epoca. E francamente è vergognoso. Fa bene dunque un Guido Crosetto, che giovedì si è riconfermato un sobrissimo gentiluomo, ad abbandonare un talk televisivo dove il copione scritto dagli autori poteva e doveva avere un solo epilogo: mettere nell'angolo l'unico contraddittorio presente in studio, sapendo che l'altrettanto gentiluomo, sempre sobrio e rispettoso nei toni, Alessandro Sallusti, non si sarebbe messo a fare la fronda dell'ultimo dei mohicani. Destrorso chi scrive? Ma per favore. Difensore di Giorgia Meloni, detrattore dei giornalisti che in "tre anni di barbe finte", come hanno scritto sul Riformista, hanno "svelato" le malefatte del Barone Nero? Ma per carità. Non è una questione di "vittimismo da camerati", come scherzano sui social. È una questione di coerenza e onestà intellettuale: non si possono continuamente camuffare da talk televisivi delle trasmissione disegnate per "moralizzare" metodicamente la propria audiance. Alle lunghe i non maoisti sono costretti a cambiare canale. Le altre emittenti, per bilanciare le forze, a costruire gli stessi siparietti al contrario, e chiunque abbia conservato un po' di buon gusto, a spegnere il televisore e ad aprire un libro. Questo j'accuse potrà apparire banale, anche fuori tempo, perché è da anni che si consumano queste pantomime. Ma la pandemia che ci ha costretti a guardare più televisione del necessario, e tutto il dibattito tra vaccinisti coatti e no-vax da protesi di complotto, sembrerebbe aver alzato il livello di spocchia di un'ampia schiera di conduttori e ospiti che in virtù delle loro competenza - chi gliele nega per carità - vogliono apparire senza essere contraddetti come dei narratori onniscienti e non come quello che dovrebbero in vero essere: moderatori e interlocutori accreditati. Chi viene chiamato in una trasmissione, in presenza o in collegamento esterno, dovrebbe essere in primis ascoltato, e poi rispettato, anche dovesse abbandonarsi al delirio. Senza dover ripetere l'immancabile "Non mi interrompa perché io non l'ho interrotta" che ormai occupa metà nel minutaggio delle trasmissioni. E senza che il conduttore s'innalzi a paladino della lotta alle fake news: se ti colleghi con un terrapiattista, quello a domanda risponderà che la "terra è piatta". Risibile? Non obietto. Ma neppure si può deriderlo in diretta. Altrimenti è un evidente caso di bullismo. E noi siamo tutti contrari al bullismo no? Facciamo corsi per estirpare il problema nelle scuole e poi lo consentiamo in televisione tra gli adulti con lauree, cattedre e ministeri? Eh no. Così non va. Oggi per esempio, giornata di fuoco per l'opinionismo data l'entrata in vigore nel Green pass per i lavoratori di tutti i settori, ho sentito un ospite del quale non ricordo il nome, che derideva a microfono aperto un camionista che aveva detto di chiamarsi Sirio, e che non si è vaccinato per scelta. Gli diceva ghignando: "Sirio, ma che vivi su una stella?" E poi rincarava con una doppia dose di classismo: "Si vede che sei uno scienziato". Gli altri del "plotone d'esecuzione opinionistico", come siamo ormai abituati a vedere, scuotevano la testa ad intervalli regolari scambiandosi battute ed encomi. Ecco, se non è bullismo questo. Chissà dov'è finito quello spirito voltariano del "Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirlo". Forse nei vecchi palinsesti. Nelle vecchie trasmissioni. Nell'epoca del tubocatodico e dei telecomandi Mivar dello zapping fantozziano. Tempi più civilizzati.

Davide Bartoccini. Romano, classe '87, sono appassionato di storia fin dalla tenera età. Ma sebbene io viva nel passato, scrivo tutti giorni per ilGiornale.it e InsideOver, dove mi occupo di analisi militari, notizie dall’estero e pensieri politicamente scorretti. Ho collaborato con il Foglio e sto lavorando a un romanzo che credo sentirete nomina

Giorgia Meloni, fango di Repubblica: "Gli effetti del sabato fascista", ai limiti della legge. Libero Quotidiano il 14 ottobre 2021. Secondo Repubblica il “sabato fascista” della scorsa settimana a Roma starebbe frenando l’ascesa di Giorgia Meloni. Tesi però che viene mezzo smentita da Repubblica stessa, dato che riporta il sondaggio Swg realizzato per il TgLa7 di lunedì, dal quale è emersa ben altra realtà: ovvero che Fratelli d’Italia - nonostante l’inchiesta di FanPage e i più recenti fatti romani - è ancora il primo partito nazionale al 21 per cento, con un punto di vantaggio sulla Lega e sul Pd. “Qualsiasi cosa faccia - avrebbe ironizzato la Meloni con la sua cerchia - qualsiasi cosa io tocchi diventa fascismo. Sono una specie di Re Mida mussoliniano”. Una battuta per sdrammatizzare un momento pesante a livello personale e di partito, con gli attacchi che piovono costanti da tutte le direzioni, in particolare da sinistra. Quando ha visto il sondaggio Swg, la leader di Fdi sarebbe rimasta piacevolmente sorpresa e avrebbe confidato ai suoi che “con la campagna di delegittimazione che ci hanno fatto mi aspettavo un tracollo. Evidentemente la gente non è così stupida come pensa la sinistra”. “Prima Berlusconi, poi Salvini e infine Meloni… curiosamente diventa sempre impresentabile chi è in testa”, sarebbe stato il senso del discorso della leader di Fdi. Ora però arrivano i ballottaggi, e soprattutto quello di Roma è molto importante per la Meloni: per questo ha attaccato in aula la ministra Lamorgese, avvertendo una “strategia della tensione” per condurre alla sconfitta il suo candidato, Enrico Michetti. In ogni caso Giorgia sarebbe convinta di non essere davanti a un bivio: una volta passata la tempesta, e anche in caso di sconfitta a Roma, sarà ancora artefice del suo destino politico.

Alessia Morani, vergogna senza precedenti: "Una molotov alla Cgil e la Meloni..." Libero Quotidiano il 14 ottobre 2021. Alessia Morani tocca il fondo. La deputata del Partito democratico con un tweet affianca il nome di Giorgia Meloni a una notizia di cronaca. "Queste immagini arrivano da Jesi. Pare abbiano piazzato una molotov alla sede della Cgil. Aspettiamo di capire cosa è accaduto ma credo che i distinguo di questi giorni e le accuse della Meloni al Viminale siano molto gravi. Il clima è preoccupante e serve responsabilità". Un cinguettio che manda la leader di Fratelli d'Italia su tutte le furie. Ed ecco la replica: "Cosa ne pensa Letta di questo modo indegno di fare propaganda da parte del suo partito?". Semplice: il leader dem non ha ancora proferito parola, mentre la Morani rincara invece la dose: "Ribadisco: le accuse della Meloni nei confronti del Viminale sono gravissime. Mi auguro che prima o poi comprenda la responsabilità che ha nei confronti del Paese".  Insomma, una vera e propria guerra contro la leader di FdI. Giusto qualche giorno fa Beppe Provenzano, altro esponente del Pd, aveva detto che la Meloni è fuori dall'area democratica. Una frase che ha fatto pensare a FdI a un chiaro suggerimento di sciogliere il partito. "Il che - aveva commentato la Meloni - a norma di legge significa che anche noi, primo partito italiano, andremmo sciolti. Magari con il voto a maggioranza di Pd e 5Stelle in parlamento, capito? Il primo partito italiano va sciolto perché lo ha deciso il Pd, questo è il gioco".

Manifestazione dei sindacati a San Giovanni: selfie, Bella ciao e operai in tuta tra Letta e Di Maio. «Su questo palco c’era Berlinguer».  Fabrizio Roncone su Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2021. Nella piazza blindata, striscioni e bandiere arcobaleno: prove generali di un «Ulivo Bis». Lo sguardo scorre sulla folla. Massiccia, forte ma non nervosa, e però consapevole, ostinata, questo sì. Nel cielo limpido centinaia di palloncini (rossi, verdi e azzurri, come i colori dei tre sindacati) galleggiano allegramente su una scena piena di striscioni e bandiere arcobaleno, pugni chiusi e Bella Ciao, Resistenza, i metalmeccanici sono venuti con la tuta, i disoccupati con i loro cartelli, le mamme con i bambini, i giovani accanto agli anziani che raccontano di quando lassù c’era Enrico Berlinguer, molta tenerezza, molta luce. Piazza San Giovanni: un pomeriggio di antifascismo martellante, vivo, attuale; in dissolvenza, da qualche parte nella mente e nel cuore di tutti, le immagini delle squadracce nere, del canagliume che, sette giorni fa, esattamente a quest’ora, assaltò la sede della Cgil, indifesa. Nel dubbio, nonostante il Viminale stavolta abbia organizzato le cose per bene, agenti e carabinieri in quantità, e i blindati, e gli elicotteri che volano bassi, è tornato a schierarsi anche il leggendario servizio d’ordine della Fiom.

Transenne. Sottopalco. Capire chi c’è. 

Ecco Enrico Letta. Il segretario del Pd arriva a piedi e cerca subito Maurizio Landini. Fotografi e cameraman, eccitati, in semicerchio: tra i due un abbraccio lungo, sinceramente affettuoso; poi si aggiunge Pier Luigi Bersani, dicendo una cosa nell’orecchio di Landini. («Anche negli anni Settanta, in una stagione ben più dura di questa, era il sindacato che toglieva tutti dall’imbarazzo delle bandiere. E infatti, in alcune manifestazioni, c’era sempre una certa destra liberale, costituzionale — riflette Bersani — Mi chiedo allora dove sia quella attuale. Lo sanno o no che questa è una Repubblica fondata sull’antifascismo?»).

Arrivano pizzette calde e pasticcini nel gazebo della Cisl. I compagni della Cgil, più sobri, vanno di pizza con la mortadella. Arrivano anche i sindaci di Palermo e di Firenze, Leoluca Orlando e Dario Nardella. Vigili urbani in alta uniforme con i gonfaloni della Campania, dell’Emilia-Romagna, della Puglia («Michele Emiliano non è potuto venire, ma è qui con il cuore», dice un tipo in ghingheri come un generale napoleonico). Gira voce che laggiù ci sia Massimo D’Alema. Molto intervistata Susanna Camusso. Sergio Cofferati, noto anche come «il Cinese» (che parlò davanti a un milione di lavoratori): «Osservo la risposta democratica che mi aspettavo».

Sugli appunti, dopo mezz’ora, c’è scritto: Pd al completo, visti i ministri Franceschini e Orlando, cercare di parlare con Orlando, Franceschini tanto non ti dirà niente, molto a suo agio — in quest’atmosfera operaista/militante — il vice-segretario Provenzano, Nicola Zingaretti è con l’assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato (ricordare che è merito suo se, da queste parti, ad un certo punto, ci siamo vaccinati tutti con ordine e rapidità), non dimenticarsi di citare Valeria Fedeli, sottolineare la lucidità e la rara sobrietà politica di Walter Verini che, essendo tesoriere del partito, potrebbe anche tirarsela. 

Nessuno degna Carlo Calenda, grande assente, di mezza parola. Calenda s’è sfilato dicendo che in questa piazza unitaria non si fa solo antifascismo, ma politica. Ruvido: però, forse, un po’ ci ha preso. 

Prove di Ulivo bis, di Unione bis? Fate voi. Ci sono pezzi di Italia Viva (Nobili, Migliore, Bellanova: chissà cos’ha in testa Renzi), ci sono il verde Angelo Bonelli e Roberto Speranza, seguito da tutta la complessa truppa sinistrorsa. Da Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, a Stefano Fassina. Nichi Vendola semplifica il dubbio: «Come si traduce, politicamente, la potenza di questa piazza?».

Vendola va via incrociando Roberto Gualtieri, che per diventare sindaco di Roma deve giocarsela al ballottaggio con Enrico Michetti (il quale si conferma un personaggione: ignorando il divieto assoluto di Meloni e Salvini, aveva espresso il desiderio di venire. «Scusate: ma quale occasione migliore per dimostrare che sono davvero antifascista?»; l’hanno incenerito con due sguardi). Gualtieri invece è venuto ma resta muto, rispetta le regole, mette su una smorfia fissa, tra rammarico e ironia. Fotografo: «A Gualtié, te lo dico: pare che te fa male un dente…».

Poi, all’improvviso, sotto la Basilica, compare un corteo di auto blu. Al centro, un grosso suv blindato. Vetri neri. Guardie del corpo. 

Stupore. Curiosità. Chi sarà? 

Una della Uil: «È Draghi!». Cameraman: «Ma no! Draghi ha solo due macchine di scorta. Questo sembra Biden». «Escluso — fa un delegato Cisl — Biden mica è a Roma». 

Lo sportello del suv, dopo lunghi minuti, finalmente si apre. E compare la testa di Luigi Di Maio. 

«E meno male che nun te piaceveno le auto blu!», gli grida una signora con i capelli ricci aggrappata alle transenne. Di Maio la ignora e incede nel mischione dei fotografi, nel groviglio di microfoni e telecamere (intanto, dall’ultima auto, è sceso Alfonso Bonafede, ignorato da tutti). 

Un tipo forzuto dello staff soffia a Di Maio: guarda che c’è pure Conte. I due si osservano da lontano. Gelo? Gelo. Segue foto di gruppo con Paola Taverna (solito meraviglioso fotografo: «Aho’, e mica v’hanno condannato a morte!»). 

Enrico Letta capisce che l’aria s’è fatta appiccicosa, si fa aprire le transenne e va a mischiarsi con la folla (dove trova le due capogruppo di Camera e Senato, Serracchiani e Malpezzi). Grida di evviva, selfie, pacche sulle spalle, accoglienza notevole. 

Intanto Landini sta per cominciare il suo intervento. Tra gli alberi, tirano su uno striscione: «Noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile del 1945».

Rinaldo Frignani per corriere.it il 16 ottobre 2021. «C’è da progettare un futuro che applichi i principi fondamentali della nostra Costituzione». Così sabato mattina il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, nel corso del corteo per le strade dell’Esquilino che ha portato i manifestanti dell’iniziativa di solidarietà alla Cgil al sit-in nazionale dei sindacati in piazza San Giovanni a Roma. «Libertà, diritti, pluralismo, libera informazione e lavoro», le richieste della piazza sulla quale sventolano le bandiere dei tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil tra palloncini rossi, verdi e blu. Il lungo applauso alla richiesta di «sciogliere le forze neofasciste». «Siamo in piazza per ribadire la forza della democrazia nel nostro Paese, la voglia di cambiare e la forza della Costituzione. Silenzio elettorale? Credo che i fascisti che hanno assaltato la Cgil non si sono posti li problema se erano in campagna elettorale o meno - aggiunge Landini -. Questa è una manifestazione per la democrazia nel nostro Paese quindi di tutti e non di parte. Tutto il mondo ha capito quello che è successo, che non bisogna abbassare la guardia. Ringrazio Lamorgese per il lavoro compiuto e le forze di polizia per quello che hanno fatto». Tanti i temi abbracciati da Landini, non ultimo, il caso Regeni: «Vogliamo la verità». «Mai più fascismi» lo slogan scelto per chiedere lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste. L’appuntamento con Cgil, Cisl e Uil a partire dalle 14 in piazza San Giovanni, ma con un prologo: un corteo partito da piazzale dell’Esquilino alle 12.30. Flussi da tutta Italia a bordo di 800 pullman, 10 treni speciali e qualche volo dalle isole. La stima finale secondo gli stessi sindacati è di 200 mila persone in piazza, mentre per la Questura i partecipanti sono circa 50 mila. Di sicuro c’è che ci sono tantissimi pensionati, con bandiere e palloncini delle sigle delle tre categorie Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp: sotto il palco, le «pantere grigie» sono il gruppo più nutrito. All’indomani dell’obbligo di presentazione del Green Pass sul luogo di lavoro, e alla vigilia del secondo turno delle elezioni amministrative nella Capitale e in altre grandi città,i sindacati richiamano l’attenzione sull’attacco «squadrista» alla sede della Cgil ritenuto una sfida a tutto il sindacato confederale, al mondo del lavoro e alla democrazia: mercoledì 20 ottobre è attesa l’apertura della discussione in Senato sulle mozioni proposte da Pd, Leu, M5s e Italia viva per lo scioglimento di Forza Nuova e dei gruppi neofascisti. «Una grande festa democratica senza colore politico» per Giuseppe Conte, presidente del M5s. «Una grande risposta di popolo per sottolineare i valori costituzionali» il commento a distanza di Luigi Di Maio, ministro degli Esteri ed esponente del M5s. «In questa piazza c’è la nuova Resistenza — afferma il segretario generale della Uil Bombardieri —. La Resistenza è quella che ha combattuto il fascismo; vogliamo riaffermare i valori della democrazia, della partecipazione e il rifiuto della violenza». Per il segretario della Confederazione europea dei sindacati, Luca Visentini, l’impegno è «per ottenere la sospensione dei brevetti a livello internazionale e per l’aumento della capacità tecnologica e di produzione dei vaccini in Europa e nel mondo». E ancora: «Ai fascisti del nuovo millennio diciamo che non passeranno. Noi li fermeremo». Intento condiviso anche da Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl: «L’Italia riparte con il lavoro», con «le riforme e gli investimenti concertati. Un campo largo di responsabilità che produca risultati concreti e prosciughi gli stagni in cui si abbeverano le `bestie´ degli estremismi». E Sbarra affonda la stoccata sui vaccini: «Cosa si aspetta a renderli obbligatori? Grave che il governo e il Parlamento non l’abbiamo ancora fatto per mera convenienza politica. È grave che per non affrontare queste contraddizioni si siano scaricati i conflitti sul mondo del lavoro». Nella folla anche il candidato sindaco di Roma del centrosinistra, Roberto Gualtieri, rispettoso del silenzio elettorale. Sotto il palco anche il ministro della Salute, Roberto Speranza e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. E Massimo D’Alema: «La violenza fascista non è una forma qualsiasi di violenza, ma è una violenza di impronta totalitaria messa al bando dalla Costituzione e che nasce dal rifiuto del totalitarismo fascista». Il segretario del Pd, Enrico Letta, abbraccia il segretario della Cgil, Maurizio Landini. Per lui in regalo una maglietta con la scritta «La matrice dell’Europa è antifascista», realizzata dall’associazione EuropaNow. «Studenti antifascisti - lavoro, reddito, istruzione e diritti contro ogni fascismo» la scritta sullo striscione di Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e Link. «Da tutta Italia siamo arrivati a Roma per una manifestazione urgente e necessaria: sciogliere le organizzazioni neofasciste e chiuderne le sedi è oggi una priorità» dicono gli studenti. Tra la folla, diverse magliette blu con scritto: «Vaccinato dal 25 aprile 1945». Tante e diverse le bandiere, tra cui quelle dell’Anpi e di Legambiente. «L’antifascismo è il vaccino per una forte e robusta costituzione», si legge su un cartello di un manifestante firmato «Cgil Bari». Presenti anche le realtà arcobaleno, insieme al movimento Disability Pride. Presidiato il centro storico di Roma durante tutta la manifestazione. Sorvegliati dalle forze dell’ordine, non solo i palazzi istituzionali, ma anche alcuni obiettivi ritenuti sensibili come cantieri edili che si trovano nell’area, palazzi occupati e sedi dei sindacati. Sotto la lente, inoltre, la sede di CasaPound.

“Bella Ciao” e pugni chiusi: a piazza San Giovanni la passerella di sinistra beffa il silenzio elettorale. Eleonora Guerra sabato 16 Ottobre 2021 su Il Secolo d'Italia. Pugni chiusi, Avanti popolo, bandiere rosse e l’immancabile Bella Ciao, che ha chiuso il comizio. Pardon, la manifestazione. A piazza San Giovanni oggi ha fatto sfoggio di sé tutto l’armamentario tipico della sinistra più a sinistra, ma a sentire gli organizzatori in piazza c’era «l’Italia». Si badi bene, però, non un’Italia qualsiasi, ma «l’Italia migliore» come non ha mancato di rivendicare la capogruppo di Leu al Senato, Loredana De Petris. Insomma, tutto come da copione, compreso l’immancabile vizio della sinistra di mettersi su un piedistallo, che in questo caso aveva la forma di un palco. Il palco antifascista. Gli organizzatori hanno parlato prima di 100mila, poi di 200mila partecipanti. La Questura ha nettamente ridimensionato il dato a 60mila. Si tratta comunque di un numero di tutto rispetto, ma abbastanza per sostenere, come ha fatto il leader della Cgil, Maurizio Landini, che «tutta Italia vuole cambiare questo Paese»? Il leader Cgil non si è limitato a dire che «tutta Italia vuole chiudere con la violenza», ma anche che «vogliamo essere protagonisti del cambiamento economico. Tutto il governo assuma questa sfida e apra una fase di cambiamento sociale del Paese». Insomma, va bene l’antifascismo, va bene il ripudio della violenza, va bene la solidarietà, ma perché farsi sfuggire l’occasione di mettere in chiaro che qua si rivendicano anche i temi prettamente legati all’agenda politica? D’altra parte che si trattasse di un’occasione politica imperdibile era evidente fin dalle premesse, ovvero dalla scelta di fissare la manifestazione in pieno silenzio elettorale. Lo svolgimento è stato all’altezza delle aspettative. A piazza San Giovanni hanno fatto passerella tutti i big della sinistra, affiancati dagli aspiranti sindaci, un Roberto Gualtieri molto fotografato in testa. Per il Pd c’erano, tra gli altri, Enrico Letta, Andrea Orlando e Dario Franceschini. Per Articolo 1, Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Per la sinistra Nicola Fratoianni e Nichi Vendola. Per Italia Viva Teresa Bellanova. Per il M5S Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. «È una bella festa senza colore politico nel nome della democrazia», ha sostenuto Conte. Sipario e sigla di chiusura, sulle note di Bella ciao.

Fascismo e quota 100. Da anni la Fiom scrive il programma con cui la destra poi vince le elezioni. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 16 Ottobre 2021. La Fiom ha pubblicato una piattaforma politica in cui è vaga su tutto tranne nell’anticipare le pensioni e condannare la globalizzazione. Non stupisce. Lega e Fratelli d’Italia usano le stesse parole gridate dalla sinistra sociale: lotta alle multinazionali, alle banche e alla (qualunque cosa significhi) finanza. Per la manifestazione “Mai più fascismi”, convocata per oggi a Roma da CGIL, CISL e UIL, come risposta all’invasione squadristica della sede del maggiore sindacato italiano, la FIOM ha predisposto una piattaforma (come si dice in sindacalese), che partendo dalla condanna «di ogni forma di fascismo e di violenza» e dalla richiesta «dello scioglimento immediato di tutte le organizzazioni di matrice neo-fascista e neo-nazista», arriva a chiedere di «ridurre l’età pensionabile, introducendo elementi di flessibilità in uscita (41 anni di contribuzione o 62 anni di età anagrafica)», passando per tutto il repertorio di evocazioni (precariato, progressività fiscale, sanità pubblica…), che descrivono l’immaginario ideologico e sentimentale di sindacati da anni in crisi di ruolo e di identità. Però su tutto, fuorché sulle pensioni, si rimane nel vago. Insomma, lo scioglimento di Forza Nuova e la sostituzione di quota 100 con quota 41 sono le sole due precise richieste antifasciste dei metalmeccanici della CGIL. Manca nella piattaforma della FIOM il riferimento testuale al liberismo, che da quelle parti non si ha troppi scrupoli a rubricare come una versione economica evoluta del produttivismo fascista. È comunque decisamente chiaro che nel mirino c’è quell’idea di società che, nelle analisi del mondo sindacale e della CGIL in particolare, è considerata la matrice dei rigurgiti reazionari dell’Occidente, sia nel senso del modello di riferimento (il capitalismo globalizzato come universalizzazione del “sistema Pinochet”), sia nel senso della causa della frustrazione e del disagio sociale, destinato a capitolare nell’illusione fascista. Purtroppo, la discussione sul fascismo in Italia è condannata a confrontarsi con gli obblighi e i divieti, di un antifascismo da guerra fredda anni ‘50 o da autunno caldo anni ‘60. L’idea conformistica del fascismo come regime dei padroni e dei fascisti come mazzieri del Capitale impedisce di vederne la seduzione sempre ricorrente, soprattutto in forme più subdole, pervasive, strutturalmente interclassistiche e potenzialmente maggioritarie della violenza di piazza di infime minoranze, che hanno più parentele con la criminalità organizzata e con le curve ultrà che con il fascismo del Ventennio, inteso come regime, come sistema di consenso e come vera e propria ideologia nazionale. Nessuno (o pochi e quasi tutti silenti) nel mondo sindacale sembra rendersi conto che non tanto nelle organizzazioni dichiaratamente neo-fasciste, come Forza Nuova, ma in quelle della destra ultra-fascista, a partire dai primi due partiti italiani, Lega e FdI, l’aggregazione del consenso è fatta sulle stesse parole d’ordine sterilmente gridate dalla sinistra sociale negli ultimi decenni: guerra alla globalizzazione, lotta alle multinazionali, alle banche e alla (qualunque cosa significhi) finanza, protezionismo e pensionismo, antagonismo nazionalista sulle regole di bilancio e di mercato imposte dai trattati Ue. Possibile che nessuno abbia visto che proprio su quota 100 Salvini ha resuscitato e nazionalizzato il territorialismo leghista e che il «fermiamo il mondo, vogliamo scendere», biascicato dal sindacato italiano confederale (anche qui con pochissime eccezioni), è, questo sì, il canone retorico di quella destra nazionalista, che, in senso proprio, cioè storico e ideologico, è più fascista delle bande di picchiatori sottoproletarizzati e ampiamente manovrabili di Forza Nuova? Tanti auguri, allora, a chi pensa di combattere il fascismo contemporaneo con la legge Scelba e con un nazionalismo economico leftist.

La Cgil dei furbetti: pensioni antifasciste e spot di piazza per il ballottaggio coi leader giallorossi. Lodovica Bulian e Tiziana Paolocci il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. I sindacati in corteo a Roma: 50 mila persone. Landini: "Grande festa senza colore politico" ma con lui sfila tutto il centrosinistra. E dicono no a Quota 100. Salvini: "Campagna elettorale inseguendo i fascisti che non ci sono". Dall'antifascismo alle pensioni. Tutto nella stessa piazza, alla vigilia del voto dei ballottaggi, sotto lo slogan «Mai più contro i fascismi». Il motivo per cui Carlo Calenda, leader di Azione, aveva deciso di annullare la sua presenza ieri a San Giovanni («Doveva essere una manifestazione in difesa della democrazia, è diventata una questione di lotta politica, fatta tra l'altro il giorno prima delle elezioni durante il silenzio elettorale»), si è plasticamente manifestato sul palco nelle parole del segretario generale Maurizio Landini. «C'è da progettare un futuro che applichi i principi fondamentali della nostra Costituzione. Silenzio elettorale? Credo che i fascisti che hanno assaltato la Cgil non si sono posti il problema se erano in campagna elettorale o meno. Questa è una manifestazione per la democrazia nel nostro Paese quindi di tutti e non di parte. Tutto il mondo ha capito quello che è successo, che non bisogna abbassare la guardia». Tra i cori antifascisti Landini rilancia i temi della piattaforma sindacale, invoca il superamento di Quota cento, misura bandiera della Lega, e incalza il governo: «Bisogna rinnovare i contratti salariali pubblici e privati, ma anche varare una riforma del fisco, delle pensioni e degli ammortizzatori sociali. La riforma del fisco deve avere un effetto chiaro: la lotta all'evasione fiscale deve aumentare il netto in busta paga e delle pensioni». Con lui in piazza molti esponenti del centrosinistra e del governo, dal segretario del Pd, Enrico Letta, al leader del M5s Giuseppe Conte con il ministro Luigi Di Maio e il ministro dem Andrea Orlando. «È una grande festa democratica senza colore politico», dice il leader dei cinque stelle. Ma dal palco c'è spazio anche per un comizio dei sindacati contro le delocalizzazioni delle imprese, contro i condoni che sono «uno schiaffo» a tutti quelli che pagano le tasse, per poi passare agli incidenti sul lavoro e alla neonata Ita: per i sindacati è «inaccettabile» che non applichi il contratto nazionale. Una lista programmatica indirizzata all'esecutivo Draghi. Eppure Landini rivendica: «Non è una piazza di parte. È una manifestazione che difende la democrazia di tutti». Una risposta indirizzata al leader della Lega Matteo Salvini che accusava la manifestazione di violare il silenzio elettorale alla vigilia dei ballottaggi: «A Roma la sinistra fa campagna elettorale inseguendo fascisti che, per fortuna, non ci sono più». In piazza a rispondere al richiamo di Cgil, Cisl e Uil dopo l'assalto di sabato scorso alla sede del sindacato da parte di Forza Nuova, hanno risposto 50mila persone secondo la questura, 200mila invece secondo gli organizzatori. Nessuno scontro, né si verificano le temute infiltrazioni di estremisti. Una festa colorata, con canti, striscioni e un cielo di palloncini, lontana dalle premesse dei giorni precedenti, che già vedevano piazza San Giovanni trasformata in campo di battaglia nella Capitale. Questa volta era invece blindata dal dispositivo di sicurezza messo in campo dal Viminale per scongiurare le violenze di sabato scorso. Un corteo partito da piazzale dell'Esquilino alle 12.30, con un esercito di lavoratori, molti addetti del settore scuola giunti da ogni parte d'Italia a bordo di 800 pullman, 10 treni speciali e qualche volo dalle isole ha raggiunto piazza San Giovanni alle 14. Tantissimi i pensionati, che sollevavano cartelloni con scritto «l'antifascismo è il vaccino per una forte e robusta costituzione» e «Zero morti sul lavoro». Non sono mancati anche questa volta i nostalgici con le magliette rosse con la faccia di Che Guevara. E mentre i segretari parlavano dal palco, nella folla tutti a discutere dell'appuntamento di mercoledì prossimo quando si aprirà in Senato la discussione sulle mozioni proposte da Pd, Leu, M5s e Italia viva per lo scioglimento di Forza Nuova e dei gruppi neofascisti. «L'Italia riparte solo con il lavoro le riforme e gli investimenti concertati - dice Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl, che chiede il vaccino obbligatorio per tutti -. Un campo largo di responsabilità che produca risultati concreti e prosciughi gli stagni in cui si abbeverano le bestie degli estremismi». Lodovica Bulian e Tiziana Paolocci

Vittorio Sgarbi contro il corteo Cgil: "Ridicola passerella. C'era anche Di Maio, che passa la vita a schivare il lavoro". Libero Quotidiano il 16 ottobre 2021. "Triste che la CGIL si sia prestata a squallida strumentalizzazione alla vigila del ballottaggio di Roma. Ridicola passerella politica che con il lavoro non ha nulla a che fare. C’era anche Luigi Di Maio, uno che ha passato la sua vita a schivarlo, il lavoro". Questo il tweet di Vittorio Sgarbi a proposito della manifestazione indetta dalla Cgil dopo l'assalto alla sede del sindacato da parte di alcuni appartenenti a Forza Nuova. Per Sgarbi è inaccettabile che una manifestazione si svolga alla vigilia del voto politico sul sindaco di Roma, concetto ribadito più volte negli ultimi giorni. Si strumentalizza, secondo il critico d'arte, per dare contro a Fratelli d’Italia in vista del ballottaggio tra Enrico Michetti e Roberto Gualtieri. E non perde, ovviamente e sempre Sgarbi, l'occasione per attaccare uno dei suo0i bersagli preferiti: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, presente alla manifestazione indetta dalla Cgil. Vittorio Sgarbi è candidato nella Lista Civica Michetti come assessore alla Cultura e questo sarà il suo ruolo in caso di vittoria del centrodestra al ballottaggio. Ma alla vigilia del voto ha voluto dire il suo punto di vista sulla questione. Una questione per lui politica e ha deciso di attaccare la Cgil. Le polemiche certo non mancheranno.

Corteo Cgil, Matteo Salvini all'attacco: "Mentre in Europa scorre il sangue del terrorismo, inseguono fascisti inesistenti". Libero Quotidiano il 16 ottobre 2021. La manifestazione antifascista organizzata dalla Cgil a Roma non ha alcun senso secondo Matteo Salvini, che su Twitter ha commentato: "Mentre in Europa scorre il sangue per mano del terrorismo islamico, unico reale pericolo di questi tempi, a Roma la sinistra fa campagna elettorale (nel giorno del silenzio) inseguendo fascisti che, per fortuna, non ci sono più". Il riferimento è ai due episodi che sono successi nei giorni scorsi in Europa. Il primo in Norvegia, dove un uomo armato di arco e frecce ha ucciso 5 persone, pare dopo essersi convertito all'Islam. Il secondo episodio invece riguarda l'uccisione di un deputato nel Regno Unito, un omicidio probabilmente legato all’estremismo islamico. La manifestazione di questo pomeriggio a Roma, comunque, è stata organizzata in risposta all'assalto di una settimana fa alla sede della Cgil, nel bel mezzo di una protesta contro il Green pass. Continuando a commentare sui social, il leader della Lega ha citato Leonardo Sciascia: "Il più bell'esemplare di fascista in cui ci si possa imbattere oggi…è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è". Già prima dell'inizio della manifestazione, comunque, il segretario del Carroccio aveva aveva fatto sapere che la Lega non avrebbe presenziato oggi, così come Fratelli d'Italia. Salvini ha motivato la sua assenza spiegando di non voler violare il silenzio elettorale, in vista dei ballottaggi di domani e dopodomani.

La "Reductio ad Hitlerum": l'abitudine ridicola di "fascistizzare" l'interlocutore per ogni cosa. Andrea Cionci Libero Quotidiano il 16 ottobre 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

“Reductio ad Hitlerum”: con questa curiosa ed efficace espressione latina viene definita l’abitudine ridicola di nazificare o fascistizzare qualsiasi interlocutore non allineato alle proprie idee. Ciò che colpisce è come la sinistra, nella sua spirale di declino cognitivo ormai senza ritorno, non riesca a esercitare ormai più alcun controllo su questo piede di porco dialettico che, pure, usato cum grano salis, a volte ha dimostrato la sua efficacia. Uno esprime un parere contrario, magari appena venato di un approccio al reale meno zuccherosamente emotivo, un filo più pragmatico, un poco più orientato verso un equilibrato sistema diritti/doveri, diventa automaticamente un membro del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, ruolo d'onore, camicia bruna, stivali e pugnaletto al fianco. Di converso, a destra, non ci sono cascati. Quando Berlusconi indulgeva un po’ troppo nel definire i piddini come “comunisti”, da sinistra lo spernacchiavano: “Eh, sì, noi comunisti mangiamo i bambini”. E infatti, poi, la battuta è caduta in disuso e nessuno ha seguito il Cavaliere per questa china pericolosa. Invece, dall’altra parte, la fascio-psicosi si dimostra sempre viva, tanto da aver fatto creare numerosi “meme” che circolano sui social. Quello più noto raffigura Sigmund Freud con la scritta: “Riguardo a questi “fascisti”, li vede spesso? Sono nella stanza qui con noi, adesso?”. Ma ancor più surreale è che, con l’abuso della Reductio, i sinistri stanno facendo del Nazifascismo … un’”icona del libero pensiero”. Uno dei tanti paradossi del Mondo alla Rovescia in cui siamo immersi. Non si rendono conto, infatti, che loro stessi, negli ultimi anni, hanno sposato il più cupo e tetragono pensiero unico: ormai schiacciati su un politically correct vittoriano, sono divenuti le Sturmtruppen della Ue, i secondini di un conformismo piccolo-medio borghese asfissiante. Al motto di "FEDEZ HA SEMPRE RAGIONE", qui censurano, là bloccano, lì confinano o mettono fuori legge, riscrivono il linguaggio, questo si dice, questo no: ci manca solo l’olio di ricino.  E poi “nazificano” chiunque osi protestare. Ovvio che, per un banale meccanismo psicologico, avvenga il ribaltamento di cui sopra. E così, il tale si compra il vino con Hitler sull’etichetta e lo porta alle grigliate, con matte risate; un altro, si mette il bustino del Duce in ufficio e l’edicolante smercia a pacchi i calendari col Crapùn. Anche le grandi aziende sfruttano la “boccata d’ossigeno” inconscia che offre – oggi - la premiata ditta nero-bruna. Persino giornaloni come il Corriere ci danno dentro con le collane di libri dedicate ai due dittatori perché, si sa, se metti Hitler o Mussolini in copertina vendi 10 volte di più. Il cinema, non ne parliamo: lo scorso anno, nelle sale, otto film a tema olocaustico per la Settimana della Memoria. Dagli e dagli, nell’inconscio collettivo i ruoli si invertono, ma a sinistra non ci arrivano. Il senso della misura non fa parte del loro Rna, oggi meno che mai. E’ il “Murgia effect”. Ricordate quando la nostra critica letteraria preferita elaborò il test su “Quanto sei fascista”? Ovunque gente che si disperava per aver raggiunto un punteggio troppo basso, dopo aver risposto a quiz tipo: “Credi che l’immigrazione sia un tantino fuori controllo?”. La sensazione è che gli elettori siano completamente immunizzati alla Reductio, un po’ come avviene per i soliti provvedimenti giudiziari a 16 ore dal voto. Gli unici a subirla ancora un poco sono i politici meloniani. Tranquillizzatevi, la soluzione è a portata di mano: risata pronta e una bella lingua del Negus Menelicche. 

Corteo Cgil, Giorgia Meloni all'attacco: "Manifestazione contro i fascismi, ma c'è la bandiera dell'Urss". Libero Quotidiano il 17 ottobre 2021. Per Maurizio Landini era "la piazza di tutti". Per Massimo D'Alema, che l'ha buttata direttamente in polemica politica, gli assenti "hanno perso una bella occasione". Si sta parlando del corteo di ieri, sabato 16 ottobre, a Roma, la manifestazione di solidarietà alla Cgil e "contro ogni fascismo" organizzata dopo gli scontri del weekend precedente e dopo l'assalto alla sede del sindacato. Eppure, quella piazza, "di tutti", non è affatto sembrata. E non solo per chi sfilava, ossia tutti tranne le forze di centrodestra, Forza Italia compresa. Ma anche per "come" si sfilava: la colonna sonora, incessante e invariabile, era Bella Ciao. E ancora una volta, non è tutto. Già, perché una plastica dimostrazione relativa al fatto che quella piazza non fosse di tutti arriva direttamente da Giorgia Meloni, che sui suoi profili social rilancia quanto segue. Una foto di una bandiera dell'Urss, rossa e con falce e martello, che dominava nella piazza. Insomma, il simbolo di uno dei regimi più violenti, totalitari e omicidi che la storia dell'uomo conosca. Alla faccia della manifestazione "apartitica" e della piazza di tutti. A corredo della foto rilanciata su Instagram, la Meloni ha scritto: "Nella manifestazione contro tutti i fascismi e gli estremismi sventola la bandiera dell'Unione Sovietica, ovvero uno dei regimi più sanguinari della storia dell'umanità. Alè". Niente da aggiungere.

Giorgia, lezione di antifascismo sulla Shoah. Fabrizio De Feo il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. La leader Fdi: "L'antisemitismo è un abominio". Ma evita la passerella. È una presa di posizione forte, non equivocabile e non manipolabile, quella che Giorgia Meloni prende in occasione della ricorrenza del rastrellamento nel Ghetto Ebraico di Roma. Un messaggio inviato per ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, la distanza di Fratelli d'Italia dall'antisemitismo e l'amicizia verso la Comunità ebraica. «Il rastrellamento del ghetto di Roma a opera della furia nazifascista è una profonda ferita per ogni italiano. Un abominio che si è abbattuto sulla Comunità Ebraica più antica d'Europa e che per questo ha toccato le nostre stesse radici» scrive la leader di FdI in un messaggio. Giorgia Meloni avrebbe voluto fare anche di più. Qualche giorno fa, infatti, durante la conferenza stampa al Jerusalem prayer Breakfast a Roma prima si era detta «contenta di partecipare» a questo evento «come romana e cattolica, qui risiede la più antica comunità ebraica dell'occidente». E ricordando la «terribile deportazione dei 1259 ebrei del ghetto a opera della follia nazi-fascista», aveva annunciato che sarebbe stata presente alla deposizione della corona di fiori in ricordo delle vittime del rastrellamento nazifascista del 16 ottobre 1943 del Ghetto di Roma, «rappresentando la vicinanza e l'amicizia di Fratelli d'Italia e dei Conservatori europei di ECR alla comunità ebraica romana e italiana in questa terribile ricorrenza di dolore per l'intera comunità nazionale». Insieme a Giorgia Meloni avrebbero dovuto partecipare il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il capogruppo a Montecitorio Francesco Lollobrigida e Giovanbattista Fazzolari. Una telefonata tra Giorgia Meloni e Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica Romana ha poi fatto scattare un rinvio. «La visita è stata rinviata per questioni di opportunità nell'imminenza del voto, non ci sono altri temi, sarà riprogrammata», la spiegazione di Dureghello. A determinare il rinvio una doppia vigilia: quella del ballottaggio a Roma, ma anche il rinnovo del Consiglio dell'Unione delle Comunità Ebraiche in programma oggi, con liste e candidati in lizza per i 20 seggi di spettanza della Comunità di Roma. Di fronte allo stop la leader di Fratelli d'Italia aveva commentato: «Il rastrellamento del ghetto di Roma a opera della furia nazifascista è una profonda ferita per ogni italiano. Un abominio che si è abbattuto sulla Comunità Ebraica più antica d'Europa e che per questo ha toccato le nostre stesse radici. Il virus dell'antisemitismo non è stato ancora debellato e ribadiamo il nostro impegno per combatterlo senza reticenze e in ogni forma, vecchia e nuova, nella quale si manifesta». I rapporti di FdI con la Comunità Ebraica romana in realtà sono ottimi, così come sono ottimi quelli con l'ambasciata di Israele, alla luce delle posizioni fortemente filo-israeliane del partito. La vicinanza di Giorgia Meloni, d'altra parte, è di antica data. Parecchi anni fa, in veste di ministro della Gioventù visitò il Museo Yad Vashem a Gerusalemme e scrisse: «C'è sempre un'alternativa all'odio, alla sopraffazione, alla violenza e alla guerra. Nostro dovere, ovunque e per sempre, è costruire». Fabrizio De Feo

"Antisemitismo? L'ho subìto da sinistra". Alberto Giannoni il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il portavoce della sinagoga di Milano: "Inutile sciogliere le sigle come Fn". Milano. Davide Romano, lei è portavoce della sinagoga Beth Shlomo ed è stato assessore alla Cultura della Comunità di Milano, cosa pensa di questo «allarme fascismo» che torna a essere agitato dopo l'assalto di estrema destra alla Cgil di Roma?

«Penso che in questo momento la situazione sociale sia problematica. Che sfoci in violenza è grave, la violenza va fermata in modo rapido ed efficiente, che sia di destra o di sinistra è meno rilevante.

Il suo mondo è molto attento a questa minaccia. Sta dicendo che non è rilevante ciò che sono quei gruppi ma ciò che fanno.

«Dico che non mi interessa la battaglia simbolica. Mi interessa che le persone violente vengano fermate, isolate, eventualmente punite per quel che fanno. Poi certo, io provo odio per fascisti e nazisti, per quel che hanno fatto ai miei nonni e bisnonni, ma se penso a mente fredda dico: facciamo ciò che è utile, non per istinto o partito preso. Se li chiudo cosa succede?».

Cosa succede secondo lei?

«Magari andiamo a letto tranquilli se sciolgono una sigla, ma se cambia nome o i militanti si aggregano ad altre siamo punto e a capo. Forse la priorità è un canale preferenziale e veloce per perseguire i fatti di violenza politica».

Meglio far emergere le realtà estremiste?

«Le forze dell'ordine, dicono che è meglio sapere chi si ha di fonte. Se finiscono in clandestinità non sai dove sono, dov'è la sede. Anni fa non c'erano social, oggi esistono canali irraggiungibili. Mi interessano risultati concreti e non si ottengono facendo scomparire le sigle».

La rassicura di più una realtà polverizzata?

«Sono ben contento che l'estrema destra sia divisa in mille gruppi. Invece potrebbe esserci un'eterogenesi dei fini, magari i militanti di Forza Nuova vanno su altre formazioni rafforzandole. Parafrasando Andreotti, meglio avere venti gruppi dello 0,1% che uno del 2».

Parlarne tanto è utile?

«La sinistra è forte su questo tema e insiste pensando che sia sentito da tutti in Italia. Non so, è stato molto usato».

Una destra integrata nelle istituzioni è un bene? Fdi?

«A Fini, all'epoca della svolta l'intero ebraismo strinse la mano. Ma non voglio parlare di politica. Posso dire che il Pdl di Berlusconi era una cosa, Fdi un'altra. Dentro Fdi ci sono personalità democratiche e amiche di Israele e delle comunità, ma anche frange più inquietanti. Meloni dovrebbe accelerare le pulizie, è interesse suo e del Paese. Di Salvini, tutto si può dire tranne che non sia amico di Israele».

Comunque, l'antisemitismo non è solo di destra.

«Se devo essere sincero, io nella mia vita sono stato aggredito sempre dai centri sociali, gente di sinistra o estrema sinistra. Parlo di Milano. Alla fine degli anni Ottanta da qualche fascista, poi tutti gli attacchi, al Gay pride con la bandiera israeliana o al 25 aprile con la Brigata ebraica, sono arrivati da sinistra».

Un sondaggio, due anni fa, ha rilevato che l'antisemitismo alberga più nell'elettorato di sinistra e «grillino».

«Non mi sorprende. Nelle istituzioni no, ma sui social, dietro certi svarioni su Israele tipici di una certa sinistra ci sono stereotipi sulla Shoah. Mi dispiace ma è così». Alberto Giannoni

Giovanni Orsina smaschera la sinistra: "No green pass? Ma quale fascismo, il vero obiettivo è il Quirinale". Libero Quotidiano il 15 ottobre 2021. "Devastare la sede della Cgil a Roma è stato un atto di teppismo che va punito con la massima durezza": Giovanni Orsina, professore e storico della Luiss-Guido Carli, ha commentato così la protesta di sabato scorso nella Capitale. Secondo lui, è sbagliato mettere sullo stesso piano la manifestazione di una settimana fa e il fascismo del secolo scorso: "I livelli di violenza attuali non sono in alcun modo comparabili con quelli del primo dopoguerra". Orsina, intervistato da Italia Oggi, ha poi definito "ridicolo" qualsiasi paragone di questo tipo. "Enfatizzare il pericolo fascista è una strategia storica della sinistra italiana, utilizzata dal Partito comunista per rilegittimarsi ed egemonizzare lo schieramento progressista e poi, dopo il 1989, necessaria a ricompattare un centro sinistra diviso e rissoso": questa l'analisi fatta dallo storico. Secondo lui, comunque, tutto questo avrà effetti modesti sul ballottaggio dei prossimi giorni. Gli effetti potranno vedersi più avanti, quando arriverà il momento di eleggere il futuro capo dello Stato dopo Sergio Mattarella: "Dietro c'è una partita più grossa. Mettere in mora Salvini e Meloni sulla base dell'antifascismo è un modo per indebolirli, magari isolarli, nella partita del Quirinale". Sull'imposizione del Green pass da parte del governo in molti settori della vita quotidiana, quello del lavoro in primis, Orsina ha detto di comprendere la misura ma solo fino a un certo punto: "Continuo a chiedermi se, visti i livelli di vaccinazione spontanea raggiunti in Italia, fosse davvero necessario rendere il pass obbligatorio. Ossia sottoporre a un'ulteriore fonte di irritazione uno spirito pubblico piuttosto precario".

Gli insulti alla Segre? Sputati dal No Vax di sinistra. Francesco Curridori il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. Gian Marco Capitani, esponente del movimento novax "Primum non nocere", ha attaccato duramente la senatrice Liliana Segre. Un feroce antisemita, dire? E, invece, no... È un anti-fa. “La Segre dovrebbe sparire”. La senatrice a vita, superstite della Shoah, è stata vittima degli insulti che un novax gli ha rivolto dal palco di una manifestazione contro il green-pass. Immediatamente è arrivata la condanna unanime dal mondo della politica per le offese che il novax Gian Marco Capitani, le ha rivolto. L'esponente del movimento "Primum non nocere" ha definito Liliana Segre "una donna che ricopre un seggio che non dovrebbe avere perché porta vergogna alla sua storia, che dovrebbe sparire da dove è", salvo poi pentirsi e fare mea culpa. Ma chi è Capitani? La sinistra si è lanciata nelle solite accuse di fascismo, ma il novax in questione è un 'kompagno' a tutti gli effetti. Il movimento “Primum non nocere”, infatti, sui social si descrive come un gruppo “formato esclusivamente per segnalare gli effetti collaterali dei farmaci e delle terapie comunemente usati, all'interno del quadro scientifico” eppure, come fa notare il quotidiano Libero, è un gruppo dichiaratamente antifascista e di sinistra. Tra gli slogan"El pueblo unido jamás será vencido", mentre Capitani, lo scorso 25 aprile si trovava in piazza ad arringare la folla contro il governatore Stefano Bonaccini con argomentazioni dichiaratamente novax. Capitani, infatti, è un analista programmatore che proviene dalla “rossa Bologna” dove si è laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni all'Alma Mater. Ieri, in una lettera aperta, affidata all'Ansa, si è scusato con la Segre precisando: "Non sono un razzista non ho mai negato la Shoah e di certo non sono antisemita”. E ha aggiunto: “Ho provato ad interloquire con Lei nella certezza di poter trovare ascolto e mi son ritrovato giudicato per una singola parola. Nell'ultimo anno e mezzo non si contano le frasi violente e le istigazioni alla violenza espresse nei confronti di chi ha una diversa opinione sulla campagna di vaccinazione di massa in corso. A reti unificate, 24 ore su 24, si è scatenata un'autentica campagna d'odio che, temo, abbia fatto molto male al Paese" . Capitani si dice dispiaciuto di non essersi espresso “in modo più appropriato", ma ha ribadito che “la sua opinione è semplicemente legata al ruolo di presidenza della commissione per il contrasto dell'intolleranza da Lei ricoperto. In quel ruolo ritengo che Lei abbia il dovere di esprimersi contro ogni violenza, anche se è rivolta a chi non la pensa come Lei". 

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia

L'altra faccia della protesta: sindacalisti e centri sociali, ecco i No Pass di sinistra in concorrenza coi fascisti. Matteo Pucciarelli su La Repubblica il 18 ottobre 2021. La discussione attorno al lasciapassare verde accende gli animi e finisce per dividere una realtà già per propria natura assai incline alla frantumazione. Per dirla con le parole di Luciano Muhlbauer, una vita nei movimenti a partire dalla Pantera, questa storia del Green Pass "produce spaccature trasversali e una polarizzazione inutile, anche nel nostro mondo". Cioè a sinistra, in quella più radicale: dai sindacati di base fino ai centri sociali. La discussione attorno al lasciapassare accende gli animi e finisce per dividere una realtà già per propria natura assai incline alla frantumazione.

Volevano assaltare la Cgil a Milano: 40 anarchici denunciati. Letta ammetterà la matrice comunista? Lucio Meo domenica 17 Ottobre 2021 su Il Secolo d'Italia. Green pass e violenza, gli anarchici sono in prima fila e nessuno lo dice. A Milano volevano assaltare la Cgil E’ di due persone arrestate e otto denunciate per interruzione di servizio pubblico, violenza privata, istigazione a disobbedire alle leggi e per manifestazione non preavvisata il bilancio dell’attività della polizia di Milano, che ieri ha bloccato in più occasioni il corteo dei 10mila no Green pass iniziato alle 17.30 e finito dopo più di cinque ore in piazzale Loreto. Si tratta di anarchici, provenienti dai centri sociali. La matrice “comunista” e di sinistra è evidente, senza alcuna responsabilità del Pd, ovviamente. Ma se è stati chiesto a Fratelli d’Italia e alla Meloni di condannare, con un esplicito riferimento alla violenza fascista, gli assalti alla Cgil dell’altro sabato, Enrico Letta e gli altri leader del centrosinistra faranno altrettanto con le violenze di Milano. La manifestazione, senza preavviso, ha attraversato il centro della città tentando, senza riuscirci, di avvicinarsi alla stazione, alla Regione Lombardia, alla sede del Corriere della Sera e alla Cgil. Degli oltre 100 manifestanti identificati, la polizia sta valutando la posizione di circa 40 persone aderenti all’area anarchica milanese e varesina per il deferimento all’autorità giudiziaria. Dell’inchiesta su quanto accaduto durante il corteo No Green pass si occupa il capo del Pool antiterrorismo della Procura di Milano, Alberto Nobili, il quale ha elogiato le Forze dell’ordine per la loro capacità, come accade da settimane, di “gestire il disordine”, ovvero di riuscire a contenere cortei variegati e senza una guida precisa.  Il pm milanese ha più volte sottolineato come in questi cortei vi sia il rischio di infiltrazioni di estremisti di destra e anarchici e ieri, in alcune circostanze, sono stati questi ultimi a cercare di prenderne la testa, inutilmente. “Con decisione, ma allo stesso tempo senza arrivare a scontri aperti, le Forze dell’ordine sono riuscite a tenere sotto controllo migliaia di persone”, ha spiegato il magistrato.

I partiti litigano sulla piazza della Cgil. Ancora tensione nel giorno del voto. Il centrodestra sulla manifestazione: violato il silenzio elettorale. Il centrosinistra replica: occasione per tutti, sbagliato disertarla. Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 17 ottobre 2021. La certezza è che, comunque vada il voto, se ne tornerà a parlare. Perché la manifestazione dei sindacati di San Giovanni ha spaccato il mondo politico: da una parte il centrosinistra, che ha trovato doveroso partecipare e incalza gli avversari: «Nessuno doveva sottrarsi — spiega la capogruppo alla Camera del Pd, Debora Serracchiani — era un momento di unità»; dall’altra l’intero centrodestra che ha disertato un appuntamento «strumentale» e «in violazione del silenzio elettorale». Facile immaginare che da oggi il centrodestra, soprattutto per Roma, chiamerà in causa la manifestazione come fattore distorsivo, sia in caso di sconfitta sia di vittoria. Ha già attaccato ieri Giorgia Meloni: «Nella manifestazione contro tutti i fascismi e gli estremismi sventola la bandiera dell’Unione Sovietica, ovvero uno dei regimi più sanguinari della storia dell’umanità. Ale’», il commento su Facebook a una foto di San Giovanni. E poi, al seggio, ha aggiunto che «votare è importantissimo», i politici «sono lo specchio della società che rappresentano: ce n’è di buoni e di cattivi, bisogna saper scegliere» ma sulla manifestazione è stata definitiva: «Mica sono come il Pd che viola il silenzio elettorale». «C’è un regime totalitario (ancora al potere in certi Paesi) che ha lasciato dietro sé morte e povertà. È lo stesso che tra pugni chiusi e bandiere rosse veniva omaggiato in piazza ieri. Per chi non volesse rinunciare alla memoria, si chiama comunismo?», ha aggiunto per FdI Daniela Santanché.Se il candidato Enrico Michetti ha scelto un polemico no comment («Noi rispettiamo la legge sempre»), e Salvini ieri non è intervenuto dopo aver censurato duramente il giorno prima la manifestazione, è Licia Ronzulli a dar voce all’irritazione di Forza Italia: «Abbiamo scelto di non andare in piazza a Roma con chi nel corso di una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, si vuole arrogare il diritto di dividere l’Italia tra buoni e cattivi, tolleranti e intolleranti, fingendo che gli estremismi siano solo di una parte». E dunque a una «inopportuna passerella abbiamo preferito essere sui territori, tra i nostri elettori e tra i cittadini». «Purtroppo —chiosa Fabrizio Cicchitto — la manifestazione dei sindacati si è tradotta in una sostanziale rottura del giorno del silenzio elettorale e in una manifestazione politica a favore del centrosinistra». Accuse respinte da sinistra. Enrico Letta, su Twitter, pubblica una sua foto al seggio e si limita a un «Buon voto a tutti. Viva la democrazia». Ma è la capogruppo Pd Serracchiani a replicare: «È stata la piazza dei lavoratori, della democrazia, dei valori costituzionali. Una piazza di tutti gli italiani, così come chiesto e voluto dai sindacati, per dare una risposta popolare e democratica all’assalto fascista alla Cgil. Una risposta di unità a cui nessuno avrebbe dovuto sottrarsi», è la contro accusa. Condivisa da Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana: «C’era un popolo pieno di dignità. Antifascista. Perché antifascista è il cuore dell’Italia».

Alla faccia della par condicio: la Cgil ha stracciato le regole. Analisti concordi: "Manifestazione per influenzare il voto". Cardini: "In piazza c'era un'oligarchia". Domenico Di Sanzo su Il Giornale il 18/10/2021. La materia è scivolosa. E se molti costituzionalisti sono convinti che la manifestazione di sabato organizzata dai sindacati non abbia violato - almeno formalmente - la legge sul silenzio elettorale, la politica e l'opinione pubblica sono divise sull'opportunità di convocare un grande evento in cui non sono mancate le coloriture identitarie nel giorno precedente l'apertura dei seggi per i ballottaggi in alcune delle principali città italiane. Compresa Roma, la sfida regina di questo turno. Teatro, a Piazza San Giovanni della sfilata della triplice sindacale e del centrosinistra al gran completo. Dal segretario del Pd Enrico Letta al presidente del M5s Giuseppe Conte. La chiamata a raccolta nel segno dell'antifascismo ha finito per provocare divisioni. Con il centrodestra che ha parlato di «manifestazione di parte» e ha stigmatizzato la violazione del silenzio elettorale e delle leggi sulla par condicio, particolarmente severe prima delle elezioni. Basti pensare alle polemiche, al primo turno, sulla mancata messa in onda da parte della Rai del film Hammamet su Bettino Craxi, ufficialmente per un cambiamento del palinsesto, secondo il figlio del leader socialista Bobo, invece lo sbianchettamento sarebbe stato dovuto alla sua candidatura al consiglio comunale di Roma a sostegno di Gualtieri. Surreale la discussione sulla trasmissione di Rai1 È sempre mezzogiorno condotta da Antonella Clerici. Nella puntata del cooking show del 4 ottobre è stato fatto ascoltare uno spezzone di una canzone di Pippo Franco e si sono registrati risentimenti perché il comico era candidato a Roma con il centrodestra. Per Lorenzo Pregliasco, analista politico e fondatore di You Trend, tutto parte dagli eventi violenti di sabato 9 ottobre, con l'assalto alla Cgil della frangia violenta dei No Pass guidata dai neofascisti di Forza Nuova. «Secondo me - dice al Giornale - sono gli eventi di due sabati fa ad aver avuto come conseguenza potenziale un compattamento del centrosinistra in vista dei ballottaggi, con effetti che potrebbero essere più favorevoli al centrosinistra che al centrodestra». E sulla manifestazione di sabato sottolinea: «In piazza c'erano molti politici di centrosinistra e nel manifesto della Cgil erano presenti temi dell'agenda politica del sindacato come ad esempio l'età pensionabile», riflette. Alessandro Campi, politologo e direttore dell'Istituto di Politica, va oltre e ci spiega che «un sindacato come la Cgil invece di ergersi a paladino dell'antifascismo e custode della democrazia dovrebbe interrogarsi sullo sfilacciamento del suo rapporto con i lavoratori». Molti settori del lavoro «non si sentono rappresentati dai sindacati e con le trasformazioni in atto rischiano di diventare disoccupati anche gli stessi sindacalisti oltre ai lavoratori che dovrebbero rappresentare». Franco Cardini, storico e medievalista, non ha dubbi. Con il Giornale parla di «una manifestazione di potere da parte di un'oligarchia». «È ovvio che la manifestazione della Cgil a poche ore dall'apertura delle urne serva anche a raccogliere dei voti per il ballottaggio - continua lo studioso - soprattutto in questi tempi in cui il colpo d'occhio di una piazza piena può influenzare le elezioni, sta di fatto che sabato lì c'era più che altro il paese legale, completamente scollato dal paese reale».

Fotografie dal passato: i soliti comunisti in piazza. Andrea Indini il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. Alla manifestazione della Cgil i soliti gesti nostalgici: da Bella ciao al pugno chiuso. E i volti in piazza ricordano una sinistra ancorata al passato comunista. Come se il tempo non fosse mai trascorso. Di colpo ieri pomeriggio, mentre Maurizio Landini arringava i 60mila in piazza, è stato come essere catapultati nel passato. Eccola lì la sinistra, radunata sotto il vessillo dell'intramontabile brand dell'antifascismo. Eccola lì, in piazza San Giovanni ("La stessa di Enrico Berlinguer...", fanno presente in molti), a infrangere il silenzio elettorale (loro possono) e tirare la volata a Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio. I volti sono sempre gli stessi, forse un po' più stanchi, ma comunque i medesimi che calcavano quella stessa piazza e quegli stessi slogan decenni fa. Le foto sbiadite di ieri ci riportano, tutto d'un botto, indietro nel tempo: esattamente come durante i corti del primo maggio e del 25 aprile, rivive uno stanco rito nostalgico che non troverebbe più spazio nell'Italia di oggi se non servisse a dare ossigeno a una parte politica fiaccata dal Partito democratico di Enrico Letta e compagni. L'impatto è una marea rossa. Rosso Cgil, rosso comunista. Ma qua e là, a guardar bene, oltre alle bandiere del sindacato, spuntano anche i drappi russi, non della Russia di Vladimir Putin ma della sanguinaria Unione sovietica, quella dei gulag e delle purghe. Sfondo rosso con la falce e il martello incasellati nell'angolo in alto a destra. Nessuno tra i "democratici" presenti in piazza sembra notare la macabra ironia. Giorgia Meloni sì. "Nella manifestazione contro tutti i fascismi - annota - sventolava la bandiera di uno dei regimi più sanguinari della storia dell'umanità". Forse Landini non l'ha vista, esattamente come non ha visto tutto quello che di stonato c'è stato alla manifestazione indetta dopo l'assalto dei no pass alla sede della Cgil a Roma. "Questa piazza rappresenta tutta l'Italia che vuole cambiare questo Paese e chiudere la storia con la violenza politica", tuona il segretario del sindacato che, in quanto a slogan, sembra rimasto ai tempi in cui incitava allo sciopero le tute blu della Fiom. Quello che Landini sembra non vedere è il vero volto della piazza. Ieri, al suo fianco, non c'era certo "l'Italia che vuole cambiare", ma chi è drammaticamente rimasto ancorato a un passato che non ha saputo evolversi. La rappresentazione plastica di questa nostalgia sta nei gesti e nei volti che spuntano tra i palloncini colorati della Triplice e le bandiere dell'Anpi. A guardarli, mentre si stringono in onore dei fotografi, tornano in mente i tempi dell'Ulivo di Romano Prodi. Ci sono un po' tutti. Immortalato mentre abbraccia Susanna Camusso, troviamo Pier Luigi Bersani. E poi, poco più in là, c'è Massimo D'Alema. I due, il premier mancato e l'ex premier, entrambi rottamati dall'ondata renziana che travolse il Pd, tornano a sentirsi a casa e a spendere buone parole per Gualtieri. "L'Italia siamo noi", recita un cartellone sbandierato con forza da un manifestante. "Bisogna bandire la violenza da qualsiasi iniziativa politica", fa eco un altro ex Cgil, il "Cinese" Sergio Cofferati. Accanto ai big del presente (vedi Letta, Zingaretti e Franceschini) e del passato, sfilano a proprio agio gli outsider che hanno risposto alla chiamata alle armi di Landini. C'è la truppa pentastellata: Giuseppe Conte, teorico del fallimentare matrimonio tra Pd e Movimento 5 Stelle, i ministri Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede e la vice presidente del Senato Paola Taverna. "È una grande festa democratica senza colore politico", dice l'avvocato del popolo che in questi giorni, proprio a causa delle nozze coi dem, deve tenere a bada i mal di pancia della base grillina. Le dichiarazioni, tutte di maniera, sembrano fatte con lo stampino. "Oggi non c'è alcuna bandiera, è pretestuoso definirla una piazza elettorale", si accoda pure la sardina Mattia Santori che una decina di giorni fa, in piena campagna elettorale per il Comune di Bologna, aveva sugellato il patto con la sinistra dei salotti andando a pranzo a casa Prodi. Ieri pomeriggio la manifestazione si è conclusa sulle note di Bella ciao. Qua e là molti pugni chiusi puntati verso il cielo terso di Roma. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Tutto come sempre. La solita sinistra ancorata al passato e ai suoi fantasmi. 

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leaders 

"È pericolosa la nostalgia degli anni Settanta. Ora stiamo tutti all'erta se no ci scappa il morto". Luigi Mascheroni il 18 Ottobre 2021 su Il Giornale. Quanti sabati e domenica di fila sono, ormai, che la gente va in piazza? Giornate di cortei, manifestazioni, scontri con la polizia, assalti a sedi politiche, città bloccate, feriti... Qualcuno ha evocato gli anni Settanta. Quanti sabati e domenica di fila sono, ormai, che la gente va in piazza? Giornate di cortei, manifestazioni, scontri con la polizia, assalti a sedi politiche, città bloccate, feriti... Qualcuno ha evocato gli anni Settanta, uno dei momenti più tragici della storia recente del Paese. C'è chi magari ne ha nostalgia, altri giustamente paura. Come Pierluigi Battista, scrittore, giornalista e attento osservatore della realtà politica, che nel suo nuovo romanzo «La casa di Roma» (La nave di Teseo) - presentato qui al Salone del Libro di Torino con un grande successo di pubblico è come se ci mettesse in guardia su alcune insidiose analogie. Nel romanzo - storia di una famiglia romana che lungo tre generazioni attraversa il Novecento, dal fascismo a oggi - un intero capitolo è dedicato a due cugini, schierati politicamente su fronti contrapposti, i quali precipitano dentro l'uragano ideologico di disordini e scontri di piazza che esploderà nell'omicidio di Mikis Mantakas, lo studente e militante del Fronte universitario d'azione nazionale, il Fuan, abbattuto da due proiettili davanti alla sezione del Msi di via Ottaviano a Roma era il 28 febbraio 1975 - nel corso degli scontri di strada nei giorni del processo agli imputati accusati del rogo di Primavalle.

Pierluigi Battista: «La casa di Roma» racconta di quello che potrebbe succedere ancora.

«Speriamo di no. Ma sento in giro una insidiosa nostalgia di quei terribili anni 70, una stagione infernale di antifascismo militante, di attacchi a sedi di partiti, di demonizzazione dell'avversario politico che diventa il nemico da annientare, o da escludere dal dibattito pubblico. Dimenticandosi che quegli anni, che qualcuno oggi rimpiange, furono il decennio che ha battuto ogni record degli omicidi politici, e non solo sul piano delle stragi e del terrorismo, nero o rosso che fosse, ma sul piano della vita quotidiana: aggressioni, spranghe, agguati, macchine incendiate, cariche della polizia, morti in strada. Un perenne scontro tra fascismo e antifascismo di bassa intensità ma sanguinoso. Attenzione a evocare spettri... Stiamo parlando di un momento tragico della nostra storia, scherzare è pericoloso».

Può scapparci il morto.

«Certo. Io non voglio fare facili similitudini. Dico solo: stiamo attenti. Negli anni 70 mettere fuori legge piccoli movimenti politici come Avanguardia nazionale o Ordine Nuovo non fu per niente utile. Non ricadiamo nello stesso errore. Prendere un'idea malata e cacciarla dentro il recinto infetto dell'illegalità sarà foriero di ulteriori violenze. Se Giuliano Castellino e Roberto Fiore commettono un crimine, come l'assalto alla sede della Cgil, devono essere arrestati e rispondere di quell'atto. Ma sciogliere il loro movimento porterebbe pericolosamente indietro l'orologio della Storia. E metto in chiaro le cose: io non ho alcuna simpatia per Forza Nuova, anzi mi hanno portato a processo per averli definiti cialtroni. Ma un conto è perseguire un reato, un altro voler cancellare una forza politica, piccola o grande che sia».

L'impressione è che si voglia demonizzare Forza Nuova per colpire meglio Fratelli d'Italia e Giorgia Meloni, che hanno grandi consensi, collegando strumentalmente le due cose.

«E riecco gli anni Settanta. Lo ripeto: attenzione, attenzione, attenzione. In quella stagione gli estremisti di sinistra gridavano: Msi fuorilegge, a morte la Dc che lo protegge. Volevano mettere fuori gioco l'Msi imbrattando di fascismo anche la Democrazia cristiana, che era il loro vero avversario. Anzi: il nemico, cioè il Male assoluto. Tutto ritorna».

È ritornata anche un'espressione che volevamo dimenticare: «strategia della tensione».

«Sì, ma usata malamente, come se dietro gli scontri di piazza e le proteste ci fosse una regia occulta, un qualcuno che ha deciso nell'ombra come manovrare a suo piacimento il Paese. Quell'espressione è la radice di tutti i complottismi, è l'idea paranoica degli anni 70 che ci fosse un filo segreto che collega tutto e tutti, da piazza Fontana alle Br, in un unico disegno eversivo pensato da oscuri burattinai. Un'idea completamente sbagliata allora come è sbagliata oggi. E allora come oggi non c'era e non c'è una strategia, ma una forte tensione sì: una paura e un'inquietudine diffuse. Io non sono preoccupato di una possibile regia, che non c'è, ma del clima di violenza che si diffonde, e del ritorno di quel fantasma creato negli anni 70 che si chiama neofascismo: è da allora che il nemico da azzerare lo si chiama fascista. Così non si fa altro che radicalizzare lo scontro. Ma poi: proprio quella sinistra che vuole essere inclusiva con tutti chiede di cancellare qualcuno? L'avversario non va cacciato in un ghetto, ma costituzionalizzato».

Quello della costituzionalizzazione degli estremismi è un discorso vecchio, e irrisolto

«Infatti. E comunque, sia chiaro: ciò vale per la sinistra come per la destra. È altrettanto sbagliato voler chiudere i centri sociali, come a volte chiedono Salvini e Meloni. Compito della politica è ricomprendere le ali estreme, non di buttarle in galera. Non si deve chiudere niente! Che democrazia è quella che accetta di vedere sparire i centri sociali o anarchici o neofascisti? E poi è irresponsabile: il rischio è che esploda una guerra civile».

Qualcuno dice che è irresponsabile anche come si è gestita la protesta contro il green pass. Chi c'è dentro o dietro questo movimento?

«Dietro direi nessuno. Dentro c'è un po' tutto: per me è un calderone in cui ribollono - pericolosamente tante cose: neofascisti, anarco-insurrezionalisti, estremismi di destra come di sinistra. Solo che la sinistra, con il solito doppiopesismo che la contraddistingue, tende a ingigantire i primi e dimenticare i secondi. Preferisce l'unidirezionalità: più semplice e più utile. E poi dentro il movimento che dice no al green pass ci sono anche rabbie e paure che vanno a toccare nodi delicatissimi del diritto al lavoro. Attenzione: quando si dice che un'azienda che ha meno di 15 lavoratori può sostituire chi non ha il green pass, si sta dicendo che può licenziare. Io sono graniticamente a favore del green pass, ma non sottovaluto la forte fiammata di tensione sociale cui stiamo assistendo e in cui convergono risentimenti, rancori, crisi economica, posti di lavoro perduti, dolore e lo sciacallaggio dei politici che in tutto questo ci nuotano come pesci...».

Quale sarà l'effetto di tutte queste giornate di manifestazioni e scontri?

«Non lo so. Ma mi ha molto colpito una cosa nelle rivolte delle scorse settimane: che accanto ai gruppi diciamo militarizzati che cercavano lo scontro con la polizia ci fossero anche persone non inquadrate in precisi movimenti politici, ma che non indietreggiavano quando i poliziotti caricavano, e dicevano: Uccideteci tutti!. Ho paura di quello che cova sotto la cenere. E dico di stare all'erta».

In quel capitolo del suo romanzo La casa di Roma racconta proprio questo: come si iniziò con i cortei, poi si arrivò agli scontri, poi le spranghe, poi alle molotov e le pistolettate

«Infatti. E in tutto questo il terrorismo non c'entra. Qui non stiamo parlando di Br ma del movimento del 77, cioè di qualcosa che alimentò una violenza endemica diffusa che mise in ginocchio il Paese. E rischiare tutto questo - lo dico alla Sinistra - per uno strumentale gioco politico e mettere in difficoltà un partito, sto parlando di Fratelli d'Italia, che comunque ha un importante consenso popolare, è una cosa da pazzi. E pericolosa».

Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi

L'antifascismo corrotto dalla sinistra. Fiamma Nirenstein il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'antifascismo è una battaglia sacrosanta, le leggi che ci conservano la democrazia contro i cosiddetti «rigurgiti» (che strana espressione) sono la cassaforte che ne proteggono l'universalità. L'antifascismo, però, deve appunto essere propagato e protetto in nome della democrazia, tutta. Invece non funziona così quando l'antifascismo diventa «militante». In quest'ottica, il nemico è stato storicamente di destra. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la sinistra ha avuto buon gioco a lavare i suoi crimini e i suoi errori tingendo solo di «nero» le acque della violazione dei diritti umani. La battaglia antifascista e l'esaltazione dell'epopea partigiana si sono sviluppate lasciando che al sogno della libertà si sovrapponesse quello di una società socialista o comunista. L'antifascismo ha così perso la sua universalità, ed è stato un peccato. Una parte della Resistenza, quella cattolica di Dossetti, Gorrieri, Tina Anselmi e dei preti fuggiti in montagna, è stata cancellata dalla figura del partigiano rosso. Inoltre, per la narrazione antifascista la vittoria russa sui tedeschi è stata mitizzata nonostante il comunismo mostrasse sin dal principio molte somiglianze con il totalitarismo di destra: ipernazionalismo, militarismo, glorificazione e uso della violenza, feticizzazione della giovinezza, della mascolinità, del culto del leader, della massa obbediente, gerarchica e militarizzata, e anche razzismo e odio antisemita. Il doppio standard è da sempre una caratteristica dell'antifascismo militante. La Brigata Ebraica, che in un miracolo di eroismo, in piena Shoah, portò dei giovani «palestinesi» ebrei a combattere sul nostro suolo contro i nazifascisti, è stata sconfessata e vilipesa nelle manifestazioni Anpi perché Israele non è gradita a sinistra. Non erano antifascisti? E non era invece nazi-fascista il muftì Haj Amin Al Husseini che con Hitler progettava lo sterminio degli ebrei? Quanti sono stati tacciati di fascismo solo perché non di sinistra? Il lavoro di bonifica dell'unità nazionale intorno alla Resistenza è stato valoroso, ma il termine antifascista deve prescindere dall'appartenenza politica, perché la genesi della Repubblica Italiana deve diventare finalmente patrimonio comune. Ma quanto è duro mandare giù questo rospo quando le radici culturali affondano nel terreno comune, acquisito, politicamente stratificato, del socialismo. La cosa vale per l'Europa intera, ambigua e ammiccante: dici democrazia, ma alludi a un'utopia socialista, almeno sospirata. Molte delle difficoltà della Ue, infatti, risiedono nel sogno palingenetico post bellico, quando l'antifascismo caricò a bordo il sogno socialista invece di fare i conti con la soggettività dei Paesi europei. Perché anche «nazione» può non essere una parolaccia, se non ha mire oppressive ed espansive. Occorre deporre sul serio le ideologie del Novecento per restare antifascisti veri. Cioè, amanti della democrazia. Fiamma Nirenstein

Anche l'Anpi soffia sul fuoco: "FdI ha cultura fascista". Giuseppe De Lorenzo il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale. I partigiani si schierano con Provenzano per mettere fuori Meloni dall'arco democratico: "Giusto il paragone con Msi fuori dall'arco costituzionale". In fondo c’era da aspettarselo. La sparata di Peppe Provenzano su Fdi e l’”arco democratico e repubblicano” non poteva che trovare l’appoggio dell’Anpi. Scontato. Non poteva essere altrimenti: la fantomatica lotta al fascismo, oggi che il fascismo rimane solo negli incubi di certi ossessionati, si traduce nella guerra a Fratelli d’Italia, colpevole di conservare nel cuore del proprio simbolo la fiamma ardente del Movimento Sociale Italiano. E l'Anpi su questo è sempre in prima fila. “Provenzano si è riferito a un presupposto politico degli anni ’70 - ha detto Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Associazione dei partigiani all'agenzia AdnKronos- quando si parlava dell’arco costituzionale riferendosi a tutti i partiti ad eccezione del Movimento Sociale Italiano”. Una “metafora” corretta perché “la cultura fascista è talmente incistata in Fratelli d'Italia che il simbolo è lo stesso dell'Msi, la fiamma tricolore, segno di una scelta consapevole di continuità politica”. Per carità, per Pagliarulo i contesti sono diversi (deo gratias), ma il discorso non cambia. Se il Msi era da tagliare fuori, lo è oggi anche FdI. E Fiuggi? E An? E il partito di destra che ha governato il Paese segnando un decennio? Cosa facciamo: li buttiamo nel water e tiriamo lo sciacquone antifascista, per far tornare la lotta destra-sinistra all’età degli anni di Piombo? Evidentemente sì. Sono però almeno tre gli errori commessi dall’Anpi. Primo. Nel passato con “arco costituzionale” ci si riferiva ai quei partiti che avevano eletto deputati alla Costituente e che dunque avevano partecipato alla scrittura della Carta. Il Msi, per ovvi motivi, venne escluso da questo consesso, anche se neppure il Pci si sognò mai di chiudere il partito di Almirante. Tutto questo, comunque, con FdI non c'entra un bel nulla: anche il Pd, che alla scrittura della Costituzione non ha partecipato, sarebbe tecnicamente “fuori dall’arco costituzionale”. Chiaro? Secondo strafalcione: Provenzano ha utilizzato termini differenti e ben più gravi. Il piddino ha infatti posto FdI fuori dall’arco “democratico e repubblicano”, che è molto peggio. Intanto perché non ha motivazioni storiche. E poi perché “democratico” e “repubblicano” FdI lo è sicuramente, checché ne dica Provenzano. Primo: partecipa alle elezioni legittimamente, come richiede “democrazia”. Secondo: non ha mire monarchiche né tantomeno dittatoriali. È così difficile da accettare? Il terzo errore dell’Anpi è quello di imputare a FdI l’eredità del Msi prima e di An poi. Senza dubbio vi è continuità ideale. E quindi? La paura che il Movimento Sociale tentasse di instaurare una nuova dittatura fascista poteva esistere nei primi anni della neonata Repubblica, non oggi. Chiediamo forse ai romani di dichiararsi anti-papisti per paura che torni lo Stato Pontificio? O ai francesi di firmare un documento anti-napoleonico? Suvvia. Rivendicare la fiamma che arde nel proprio simbolo significa collegarsi idealmente ad un comune sentire. Non significa essere “fascisti” o avere una “cultura fascista”. Significa riconoscersi in una comunità, in una cultura politica che è cresciuta nel Msi, è maturata in An ed è diventata oggi Fratelli d’Italia. Si può essere di destra, senza per questo diventare automaticamente delle squadracce nere fasciste. In fondo l’ultimo segretario del Msi fu Massimo Fini, che è stato terza carica dello Stato. Nessuno oggi potrebbe dire che An, che pure nel simbolo faceva ardere la stessa fiamma, sia stata una minaccia per la democrazia o la repubblica. O no? Anche perché, se applicassimo lo stesso metro, dovremmo dire che “la cultura” dell’Anpi è “incistata” dalle violenze del triangolo della morte emiliano. O che si pone in continuità con le stragi partigiane. È così? Ovviamente no. Allo stesso modo, Bersani può tranquillamente dire nel 2021 che il comunismo significhi ancora per lui “uguaglianza come uguale dignità”. Qualcuno gli fa mai notare che il “comunismo” significa Gulag, Stalin, Praga, Budapest e le foibe di Tito? No. Perché una cosa è la storia, un’altra le idee. Che crescono, si modificano, evolvono. Senza necessarie abiure totali. Meloni, peraltro, ha già condannato tutto il condannabile sul fascismo. Senza ambiguità.

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vela), un'inchiesta sulle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo. Poi nel 2020 insieme ad  

"La scuola progressista genera disuguaglianza. Sanzioni ai docenti che attestano il falso". Gabriele Barberis il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. "Ecco il vero danno scolastico". Il saggio del sociologo e della scrittrice Paola Mastrocola. Torna in campo il sociologo Luca Ricolfi, mente lucida e voce critica dell'area liberal-progressista. Con la moglie Paola Mastrocola (scrittrice, premio Campiello 2004 ed ex docente) ha appena scritto il libro «Il danno scolastico» che denuncia le gravi responsabilità della sinistra sullo scadimento dell'istruzione pubblica.

Professor Ricolfi, un saggio sulla scuola progressista come macchina della disuguaglianza. Scusi la provocazione, ma dove sarebbe la novità?

«Forse non è una novità per lei, ma forse non sa che la stragrande maggioranza dei miei colleghi sociologi non ha mai riconosciuto né analizzato l'impatto della qualità dell'istruzione sulla diseguaglianza. In questo libro noi dimostriamo, credo per la prima volta, che più la scuola abbassa il livello, più si allarga il divario fra le chance di promozione sociale dei ceti bassi e quelle dei ceti alti: la scuola senza qualità è un regalo ai ricchi. E la dispersione scolastica, su cui da decenni ci si straccia le vesti, è anche un effetto non voluto dell'abbassamento».

I danni dell'«istruzione democratica» sono il fardello finale del Sessantotto o ci sono responsabilità più recenti da parte di una sinistra ideologica?

«Sì, ci sono responsabilità posteriori al '68, ma ce ne sono anche di anteriori, prima fra tutte la istituzione della scuola media unica (1962), con la progressiva eliminazione del latino e il costante annacquamento dei programmi. Per non parlare dei danni del donmilanismo (Lettera a una professoressa è del 1967), un'ideologia che avrebbe avuto un senso negli anni '50, ma che alla fine dei '60, quando si diffuse, era divenuta del largamente inattuale e profondamente anti-popolare».

E le responsabilità successive al Sessantotto?

«Sono innumerevoli, a tutti i livelli. A partire dalla liberalizzazione degli accessi (1969), passando per la soppressione della figura del maestro unico alle elementari (1990), fino alle grandi riforme della fine degli anni '90 nella scuola e nell'università, con la trasformazione delle scuole in pseudo-aziende e delle università in esamifici: il capolavoro del ministro Berlinguer».

Lei elenca casi concreti di totale ignoranza o scarsa capacità di comprensione da parte di studenti universitari preparati male. Prevede una classe dirigente nazionale fatta da figure incompetenti e inadeguate?

«Più che prevederla, la osservo. L'abbassamento è iniziato quasi 60 anni fa, e quindi ha avuto tutto il tempo di produrre un ricambio completo di classe dirigente. Direi che lo spartiacque è negli anni '70: chi è nato dopo non ha più usufruito di un'istruzione decente, semplicemente perché la maggior parte di coloro che avrebbero potuto impartirgliela era uscito di scena, e la maggior parte dei nuovi docenti avevano un livello di preparazione decisamente meno soddisfacente. Naturalmente non mancano le eccezioni (pessimi docenti di ieri, ottimi docenti di oggi), ma il trend è quello che è: chiaro e inesorabile».

Vogliamo parlare anche di docenti non all'altezza, se non imbarazzanti in certi casi? Anche loro sono passati attraverso le maglie larghe dell'egualitarismo?

«Il problema non è solo l'egualitarismo, o meglio l'egualitarismo malinteso che ha dominato la scena per mezzo secolo. Il punto cruciale, quello che rende i problemi dell'istruzione maledettamente complicati (e probabilmente irrisolvibili), è che la maggior parte delle famiglie e degli studenti hanno oggi altre priorità, e nuove scale di valori: la priorità numero 1 è il consumo, e la sciatteria non è considerata un difetto. Bastano queste due circostanze, che ogni docente trova bell'e fatte davanti a sé, a ostacolare enormemente il lavoro di chi prova a insegnare qualcosa».

Le riforme Moratti e Gelmini, varate durante i governi di centrodestra, hanno tentato di correggere storture ideologiche del passato. Come ne giudica gli effetti ad anni di distanza?

«Direi che, se ci hanno provato, hanno fallito completamente. Ma a mio parere non ci hanno provato granché, probabilmente perché condividevano un punto centrale delle mode degli anni '90: l'idea che la scuola vada pensata come un'azienda, di cui va valutata l'efficienza, e i cui azionisti di maggioranza sono le famiglie. Su questo punto cruciale vedo poche differenze fra destra e sinistra».

Se lei fosse il ministro dell'Istruzione quale provvedimento adotterebbe d'urgenza?

«Come sociologo, penso che dovremmo avere il coraggio di ammettere che ci sono problemi sociali non risolvibili. O meglio, ormai non più risolvibili perché si è lasciato passare troppo tempo. Quindi non ho proposte, tutt'al più provocazioni per far capire qual è il problema.

Una provocazione?

«Beh, un'idea ce l'avrei. Così come si parla di responsabilità civile dei giudici, si dovrebbe introdurre il principio di responsabilità certificativa (si può dire così?) del docente: se attesti che un allievo possiede certe conoscenze e competenze, ma lui ne risulta evidentemente sprovvisto, tu docente ne rispondi, come un perito che è responsabile della perizia che firma. Basterebbe questo a frenare lo scandalo più grave della scuola e dell'università, ossia il rilascio di certificati che attestano il falso».

Doppia domanda come analista politico. Dove sfocerà la tensione politica sul green pass? Se Draghi diventerà presidente della Repubblica, si immagina un'Italia che torna alle urne tra pochi mesi al culmine di un clima di odio?

«Alla fine credo che il governo dovrà concedere qualcosa a chi non vuole né vaccinarsi, né accollarsi, per poter lavorare, 100-150 euro al mese di spesa per i tamponi. Quanto a Draghi presidente della Repubblica, la conseguente andata alle urne a primavera mi pare difficilmente evitabile. Però mi chiedo: siamo sicuri che votare nel 2022 sarebbe un male peggiore che andare alle urne nel 2023? In fondo prima o poi al voto dovremo andare. E sarebbe anche ora, visto che è da 13 anni che non riusciamo più a scegliere i nostri governanti».

Chiudiamo con la giustizia. Le continue invasioni di campo della magistratura condizionano la politica. Anche per lei sarebbe positivo il pieno ritorno dell'immunità costituzionale per i parlamentari per frenare lo strapotere delle procure?

«Anche in questo caso, come in quello della scuola, bisognerebbe prendere atto che una soluzione soddisfacente non esiste, e che siamo costretti a scegliere fra due mali. Nel 1993 il male maggiore era, o sembrava, il vizietto del Parlamento di negare in automatico l'autorizzazione a procedere. Dopo quasi trent'anni, il male maggiore è, o sembra, il protagonismo dei Pm, che ora si accanisce anche nei confronti dei sindaci. Di qui, per noi liberali e garantisti, il paradosso: la magistratura è caduta così in basso che siamo tentati di invocare l'immunità per un ceto politico che sappiamo essere il peggiore di sempre».

Gabriele Barberis Caporedattore Politica, Il Giornale

Orlando Sacchelli per ilgiornale.it il 14 ottobre 2021. Milano, 25 aprile 2016. Al campo X del cimitero Maggiore si ritrovano alcune centinaia di persone per commemorare i caduti della Repubblica sociale italiana. Lo fanno ogni anno. A un certo punto, alla chiamata del "presente", fanno il saluto romano. Alcuni vengono identificati e indagati, sulla base di quanto prevede la Legge Mancino, per apologia del fascismo. Ora, a distanza di cinque anni, la Cassazione scrive la parola fine e annulla la condanna dei quattro imputati, tra cui il presidente dell'associazione Lealtà Azione, Stefano Del Miglio. Nel processo di primo grado gli imputati furono tutti assolti, con la riqualificazione del fatto in articolo 5 della legge Scelba. Ma la procura si oppose e ricorse in appello, con la V sezione penale che riqualificò il fatto riportando l'articolo 2 della legge Mancino: gli imputati furono condannati a due mesi e 10 giorni di carcere. La sentenza fu impugnata e si è arrivati davanti ai giudici della Cassazione. All'udienza del 12 ottobre, discussa davanti alla I sezione penale, il procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso proposto dalla difesa e la conferma della sentenza di appello. La suprema corte però ha riconosciuto le ragioni esposte dalla difesa, annullando senza rinvio la sentenza di appello perché "il fatto non sussiste". "Siamo soddisfatti del risultato ottenuto all'udienza del 12 ottobre - commenta all'Adnkronos l'avvocato Antonio Radaelli -. Attendiamo il deposito delle motivazioni per capire l'iter logico della Suprema Corte di Cassazione. Resta il punto che compiere il saluto romano in ambito commemorativo, proprio come è accaduto in questo caso, non è reato".

La sinistra non è di sinistra. Pietrangelo Buttafuoco su Il Quotidiano del Sud il 12 Ottobre 2021. «Se sindacati, partiti (di sinistra?), pseudo-intellettuali e giornaloni si fossero scagliati contro l’abolizione dell’articolo 18, lo sblocco dei licenziamenti, le delocalizzazioni, i salari da fame e la trasformazione della FIAT in una multinazionale di diritto olandese controllata dai francesi come oggi si stanno scagliando contro il ‘presunto’ ritorno del fascismo, beh, l’Italia sarebbe un paese migliore». Così parla Alessandro Di Battista – sempre diretto – e il suo ragionamento non fa una grinza, non fa una grinza, non fa una grinza. A riprova che la sinistra non è di sinistra (è solo radical, e moralista).

La galassia comunista che incita a "insorgere". Ma nessuno s'indigna. Dai Carc ai leninisti, tutti contro il green pass. Ieri incendiata l'immagine di Draghi.  Paolo Bracalini il 12/10/2021 su Il Giornale. Sul fronte dei disordini sociali e dei cortei violenti la sinistra estrema non ha nulla da invidiare a Forza Nuova e affini, anzi. Nelle manifestazioni no green pass erano infatti presenti anche i centri sociali, anche se il protagonismo del gruppetto di Fn ha dirottato l'attenzione e fatto passare l'idea che il mondo no vax e no green pass sia animato solo della destra estrema. Non è così, anzi in generale tra i movimenti che vedono nel «banchiere» Mario Draghi uno strumento delle élite finanziarie per chissà realizzare in Italia chissà quale piano occulto (il «grande reset» è l'ultima fantasticheria di questi ambienti), la sinistra radicale è presente in forze. Giusto ieri un gruppo di studenti antagonisti durante il corteo dei sindacati di base a Torino ha dato fuoco a una gigantografia del premier Draghi, mentre a Milano cori e insulti contro la Cgil e Landini «servi dei padroni». La matrice ideologica è opposta (là il neofascismo, qui il marxismo-leninismo) ma con esiti identici e spesso anche slogan identici (entrambi parlano di «lavoratori» e «popolo» oppressi dai «poteri forti»). Le organizzazioni che si richiamano esplicitamente alla lotta di classe leninista e alla resistenza contro il «governo capitalista italiano» sono svariate. Il «Partito Marxista-Leninista Italiano» con sede a Firenze, ad esempio, sostiene che «il governo del banchiere massone Draghi, al servizio del regime capitalista neofascista, deve ritirare immediatamente il decreto sul green pass perché le lavoratrici e i lavoratori che sono contrari non possono e non devono essere sospesi dal lavoro e privati del salario». Il partito, che pubblica un settimanale dal titolo Il Bolscevico (foto di Mao), a settembre ha organizzato una commemorazione per il 45 anni dalla scomparsa di Mao, per riflettere sugli insegnamenti sulla «lotta di classe per il socialismo». Nei suoi manifesti Draghi viene rappresentato come un drago con i simboli di Bce, euro e massoneria, mentre gli ebrei di Israele sono «criminali nazisti sionisti» che vanno fermati con la resistenza palestinese fino alla vittoria» (foto di un palestinese a volto coperto che lancia una pietra con una fionda). Poi ci sono il «Partito dei Carc» (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), sede a Milano, il cui obiettivo è «insorgere», che significa - spiegano - costruire un fronte per cacciare Draghi e imporre un governo che sia espressione delle masse popolari organizzate». Anche i Carc sono no-pass, la loro tesi è che i fascisti sono stati infiltrati dal governo per screditare il movimento popolare contro il green pass, «imposto da Draghi e da Confindustria». I Carc negli anni scorsi sono stati protagonisti di scontri e vicende giudiziarie, insieme al «Nuovo Partito Comunista Italiano», che invita i compagni rivoluzionari a «violare la legalità borghese», cioè a commettere reati, sull'esempio di Mimmo Lucano. Con toni un po' meno minacciosi, anche altre due organizzazioni di estrema sinistra, «Rete Comunista» e «Partito di Alternativa Comunista» a lottare contro il governo Draghi e i suoi mandanti, e contro il green pass, uno strumento creato «per tutelare gli interessi economici della borghesia». Idee e posizioni, come si vede, speculari a quelle di Forza Nuova. E spesso, come per i centri sociali e i movimenti antagonisti, altrettanto violente.

Gli apprendisti stregoni. Tutti uniti contro i fascisti, ma parliamo anche di un altro paio di cosette tra noi. Francesco Cundari su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. In troppi hanno attizzato il fuoco, rilanciando e legittimando posizioni completamente infondate, notizie semplicemente false e teorie politiche deliranti. Una volta spento l’incendio, bisognerà discuterne molto seriamente. L’assalto di sabato alla sede della Cgil, invasa e devastata da fascisti e no vax provenienti dal corteo contro il green pass, e il tentativo di fare lo stesso con il Parlamento, sventato in extremis dalle forze dell’ordine, rappresentano quanto di più vicino all’attacco del 6 gennaio al Congresso americano sia capitato in Italia, almeno finora. Dietro il paradossale connubio di movimenti di estrema destra e parole d’ordine anarco-libertarie s’intravede un sommovimento profondo che non tocca soltanto il nostro Paese. Dietro i neofascisti che gridano slogan contro la dittatura (sanitaria, s’intende), dietro gli squadristi che hanno devastato la sede della Cgil – e che in piazza gridavano «Libertà! Libertà!» – non è difficile vedere lo stesso magma che in Francia alimenta le proteste di piazza in cui Emmanuel Macron viene paragonato a Hitler e le misure anti-Covid al nazismo, raccogliendo il consueto impasto di estrema destra, gilet gialli e ultrasinistra populista (Jean-Luc Mélenchon, il massimo esponente di quella che potremmo definire la linea giallorossa d’Oltralpe, si è schierato contro il green pass con parole analoghe a quelle usate qui da Giorgio Agamben e Massimo Cacciari). Per non parlare degli Stati Uniti, dove la presa di Donald Trump sul Partito repubblicano è ancora fortissima, i no vax numerosissimi e aggressivi, e la situazione assai più pericolosa di quanto possa sembrare a prima vista. Il rischio di un cortocircuito tra crisi sanitaria e crisi sociale è alto ovunque, e l’Italia non fa eccezione, come denuncia proprio l’inatteso richiamo delle manifestazioni di sabato e la violenza che da quelle dimostrazioni si è sprigionata. Si tratta di episodi gravi, in se stessi e per quello che promettono per il futuro, in vista del 15 ottobre, data in cui entrerà in vigore l’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro. È dunque altamente auspicabile una presa di coscienza generale del pericolo, anzitutto da parte delle forze politiche, ma anche dei mezzi di comunicazione e di tutti coloro che hanno una qualche influenza sul dibattito pubblico. C’è bisogno della più larga unità e della massima fermezza, ed è giusto subordinare a questa priorità ogni altra esigenza. Compresa quella di chiarire un paio di cose, che prima o poi andranno chiarite comunque, ai tanti che finora hanno giocato sul filo dell’ambiguità, per non dire di peggio, rilanciando e legittimando posizioni completamente infondate, notizie semplicemente false e teorie politiche deliranti, offrendo ai propalatori di una simile spazzatura tribune autorevoli e spazi assolutamente ingiustificati. In troppi hanno contribuito irresponsabilmente ad attizzare il fuoco, e bisognerà discuterne a fondo, perché una simile tendenza mette in luce una fragilità strutturale della democrazia italiana, o perlomeno del nostro dibattito pubblico. Adesso, però, occorre pensare a spegnere l’incendio, che fortunatamente, nonostante tutto, appare ancora relativamente circoscritto. Delle sue origini parleremo poi. Ma presto o tardi ne dovremo parlare. Eccome se ne dovremo parlare.

"Una protesta pacifica infiltrata da utili idioti. Le teste rasate usate: si scredita il dissenso". Luigi Mascheroni l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il filosofo del "pensare altrimenti": "Dire No al pass non è né di destra né di sinistra, il movimento è a-politico. Ora si limiteranno le manifestazioni". Diego Fusaro, filosofo del «pensare altrimenti», né di destra né di sinistra, lo ha scritto in modo chiaro nel suo nuovo libro, Golpe globale. Capitalismo terapeutico e grande reset (Piemme): l'emergenza è diventata un metodo di governo, che sfrutta la paura del contagio per ristrutturare società, economia e politica mentre è la sua tesi - diritti e libertà fondamentali vengono sospesi.

Diego Fusaro, cosa è successo ieri a Roma?

«È successo che sono scesi in pazza moltissimi italiani in forma pacifica e democratica: uomini, donne, famiglie, anziani e lavoratori che vogliono dire no all'infame tessera verde chiamarla green pass è già legittimarla e poi, puntualmente, è arrivato un gruppo di scalmanati con la testa rasata che ha usato una violenza oscena e inqualificabile che, a sua volta, ha giustificato una violenza di ritorno da parte del potere. E così sono stati etichettati come violenti tutti quelli che hanno manifestato, quando invece così non è».

Perché dice puntualmente?

«Perché accade sempre così: movimenti di protesta pacifici e democratici vengono infiltrati da gruppi di utili idioti che il potere usa di volta in volta per creare una tensione per citare la celebre strategia - che non ha nulla a che vedere con i pacifici manifestanti che in maniera democratica si oppongono a un provvedimento che reputano illegittimo».

Quindi ieri un movimento moderato di piazza è stato inficiato da un una minoranza di teste calde.

«Una modalità prefetta per screditare il dissenso».

È possibile che gli opposti estremismi, a destra e sinistra, si saldino nella protesta contro il green pass?

«Non ho elementi per dirlo. Ciò almeno non avviene nelle piazze Non finora. Quello che so invece è che dire No al green pass non è né di destra né di sinistra né di centro. È una protesta che non ha matrici ideologiche e davvero trasversale - tanto è vero che ci sono anche pezzi dell'estrema destra e dell'estrema sinistra invece favorevoli al green pass - che tiene dentro tutte le anime della politica, da quella socialista a quella liberale Al di là delle teste rasate che vanno in piazza e dei filosofi di sinistra che stanno nei talk show o sui social, è un movimento a-ideologico che riguarda gente comune che non accetta l'esproprio dei diritti costituzionali. Che poi qualcuno voglia capitalizzare politicamente il dissenso, questo va da sé».

Ci sono delle colpe in quello che è successo ieri? Qualcuno ha soffiato sul fuoco?

«No, non credo. Chi doveva vigilare ha fatto quello che doveva fare. La gente che era in piazza era gente tranquilla, fino a che è arrivato qualcuno che mi è sembrato organizzato - col compito di rovinare la protesta pacifica. Le colpe non sono né delle forze ordine né dei manifestanti, ma di qualcun altro».

Cosa succederà ora?

«Temo che adesso ci sarà un inasprimento nel modo di trattare chi si oppone alla famigerata infame tessera verde. Si limiteranno spazi e modi di aggregazione e raggruppamento, si generalizzerà dicendo che tutti sono facinoroso e violenti E così chi ha organizzato devastazioni e assalti di ieri avrà raggiunto lo scopo. Screditare chi va in piazza e criminalizzare la protesta in quanto tale. Io resto fermamente convinto che occorra opporsi, in maniera pacifica e democratica, alla tessera verde della discriminazione e del controllo totalitario delle esistenze».

Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021). 

Gli sfascisti. Francesco Maria Del Vigo l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Più che fascisti chiamiamoli sfascisti, i delinquenti che hanno devastato Roma. Perché sabato in piazza non c'era solo qualche vecchio arnese dell'estrema destra. Più che fascisti chiamiamoli sfascisti, i delinquenti che hanno devastato Roma. Perché sabato in piazza non c'era solo qualche vecchio arnese dell'estrema destra. Capiamo che la sinistra, a corto di idee, abbia la necessità elettorale di trovare un nemico a tutti i costi, se possibile il «nemico assoluto», cioè quel fascismo morto e sepolto più di settant'anni fa. Tra pochi giorni si tornerà alle urne e, crollato l'impianto accusatorio del caso Morisi e finita l'eco delle inchieste giornalistiche su Fidanza e Fdi, c'era bisogno di resuscitare il cadavere delle camicie nere per colpire anche tutta la destra, che con testoni del Duce, fez e labari non ha nulla a che spartire. L'assist lo offrono gli imbecilli squadristi che hanno assaltato le camionette della polizia, devastato la sede della Cgil e assediato il cuore della Capitale in nome di non si sa quale libertà. Probabilmente quella di essere criminali. Un attacco al cuore dello Stato e delle istituzioni che deve essere punito con il massimo rigore, non solo con i sacrosanti arresti del giorno dopo, ma possibilmente con un'opera di intelligence e prevenzione. Però sabato nelle piazze, oltre a Forza Nuova, c'erano le frange più violente degli ultras, la galassia dei vari «No» a tutto - ovviamente a partire dai vaccini e dal green pass - e c'erano anche gli anarchici. Perché i delinquenti tra loro si attraggono, sono la manovalanza della violenza a ogni costo, quelli che appena c'è un'occasione scendono in strada per spaccare tutto. A Milano, su cinquanta fermati, la metà proveniva dalla galassia dei centri sociali. Anche se è brutto dirlo e qualcuno fa finta di non saperlo. Perché la sinistra chic ama flirtare con le ali più estreme e quando la «meglio gioventù» si trastulla devastando i centri urbani, c'è sempre un clima di tolleranza, riecheggia lo stomachevole ritornello di «compagni che sbagliano». Come se la violenza rossa fosse un po' meno violenta. Ecco, la fermezza bipartisan con la quale sono stati condannati gli scontri di Roma ci piacerebbe vederla sempre, di fronte a ogni atto di violenza. Noi, da queste colonne, abbiamo sempre chiesto il massimo della severità per chi devasta le città: che sia di destra o di sinistra. E continueremo a farlo.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

Mario Ajello per "il Messaggero" l'11 ottobre 2021.  

Guido Crosetto, qual è il significato di queste piazze e di queste violenze?

«Da una parte c'è il legittimo diritto di ognuno di noi a protestare o comunque a manifestare il proprio pensiero. Questo le Costituzioni democratiche lo concedono anche a un solo cittadino su 60 milioni. Quando i cittadini che protestano sono decine di migliaia, e nel caso di non possessori di Green pass parliamo di milioni di persone, uno Stato il problema deve porselo e affrontarlo con serietà ed equilibrio».

Sta dicendo che non si deve semplificare e considerare tutti violenti?

«Per fortuna, non sono tutti violenti. I violenti sono quelli che utilizzano ogni manifestazione legittima di protesta, per auto-promuoversi, distruggendo le città e smontando con le loro violenze qualunque ragione, anche sbagliata, delle manifestazioni». 

Sta naturalmente parlando di Forza Nuova?

«Ma certo. Non è la prima volta che questi nazi-fascisti (di cui non capisco come possano essere liberi i capi, visto che hanno la proibizione di uscire di casa) approfittano per prendersi visibilità mediatica e politica. E non mi stupirei che guadagnassero pure. Mi sono sempre chiesto come facciano a sostenersi queste organizzazioni estremiste. E come mai le loro violenze molto spesso hanno come risultato solo quello di annullare il messaggio di alcune manifestazioni».

Sta dicendo che c'è qualcuno che li paga?

«Non lo so, ma non mi stupirebbe». 

Quelli che legittimamente protestano finiscono per essere strumentalizzati dai peggiori?

«Purtroppo, sì. Vengono strumentalizzati e purtroppo tacitati. Tra quei 10mila in piazza penso ci siano persone di destra, di sinistra, di centro, apartitici, apolitici, astensionisti. C'è di tutto». 

Un mondo di non rappresentati che si sente vittima dei violenti?

«E' un mondo che non trova interlocuzioni con le istituzioni. Quando una democrazia perde la capacità di discutere e di confrontarsi con un pezzo del Paese, fa un passo indietro e lascia spazio a quelli che, come Forza Nuova, vogliono minare e distruggere la democrazia». 

I 5 stelle, quando erano forti, dicevano: noi siamo l'argine alla rabbia sociale. Senza di noi sarà solo violenza. Non c'è il rischio che sia così?

«Il tema è che l'argine alla rabbia sociale deve essere lo Stato, devono essere le Istituzioni. E' lo Stato che deve avere meccanismi di dialogo, di convincimento, di approccio con chiunque, anzi quelli di cui non capisce le ragioni. Chi pensa che si possano cavalcare movimenti di protesta, solo per incalanarli in un voto a un partito e in violenza, gioca contro lo Stato e contro ognuno di noi. I partiti non devono assecondare le proteste ma devono ascoltarle e proporre soluzioni alle tematiche sollevate. E semmai aiutare lo Stato a riprendere un dialogo interrotto. Mi è sempre sembrata superficiale l'auto-descrizione di M5S come argine. Basti vedere dove è finito l'argine».

Salvini e Meloni però vengono accusati di fomentare sotto sotto queste piazze. 

«Questo è un altro modo per alimentare, per motivi politici, fratture tra partiti che diventano ferite nel corpo dello Stato. I partiti hanno il dovere di rappresentare nelle istituzioni tutte le istanze sociali, se queste hanno una legittimità, tutte. Questa consapevolezza, pare mancare. Fratelli d'Italia e Lega non sono mai stati partiti No Vax. Hanno però posto questioni, sollevato dubbi su alcune scelte politiche riguardanti la lotta alla pandemia. Ad esempio sul Green pass non hanno attaccato lo strumento, ma l'estensione di questo strumento ad alcuni ambiti, come il lavoro, che portano a conseguenze molto dure. Ricordo inoltre che le questioni sul Green pass che questi partiti pongono al governo provocano spaccature anche al loro stesso interno. Lega ed Fdi hanno loro stesse un fortissimo dibattito interno, molto duro, tra chi sostiene scelte rigoriste vicine alle posizioni del governo e chi invece cita le posizioni anti Green pass di pensatori di sinistra come Cacciari, Agamben e Barbero». 

Guai a minimizzare però gli attacchi squadristi?

«Mai. Vanno condannati con durezza. Dopo queste orrende vicende, anche chi guardava a quella piazza con rispetto, anche se non la condivideva, oggi non ne può neanche parlare. Io mi preoccupo se qualcuno, che ha sempre rispettato le idee di tutti, comincia ad avere paura di esprimere le proprie. A me ad esempio capita sui social. Per non aver assecondato una lettura sulla Meloni in tivvù, subisco attacchi come se fossi un fascista. Ed invece sono da sempre un cattolico liberal democratico, da tempo fuori dalla politica».

Lei è Giorgia. Non è fascista, la Meloni, ma nemmeno antifascista. Così le prende da tutti ed è colpa sua. Mario Lavia su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. La leader di FdI, frastornata da accuse di cui si sente vittima, condanna una generica zuppa di “ismi” ma non serve: in Italia esiste un problema specifico, storico, concreto. Fini lo sanò in An e ora rampolla di nuovo tra gli eredi del Msi. Proviamo a fare lo sforzo di entrare nella testa di Giorgia Meloni, nella psicologia di una giovane donna che improvvisamente rischia di passare dalle stelle alle stalle per qualcosa che non riesce ad afferrare, a capire, e che vive queste ore con un certo sgomento oscurato solo dal suo arrogante sbuffare. Fascismo? Quale fascismo? Che c’entro io, che non ero nemmeno nata eccetera eccetera?

Lei probabilmente si sente come un pesce finito nella rete di un complotto che non può che essere stato ordito, nell’ordine: dai poteri forti; dalla sinistra; dai giornali; dalla tecnocrazia europea. Tutto un armamentario tecnicamente reazionario: torna l’Europa cattiva, hanno ragione polacchi e ungheresi. Lei è la vittima. «Sono Giorgia», ricordate? Sembra tanto tempo fa, stava prevalendo nei sondaggi, vendeva tante copie del suo libretto, giusto? Ed eccoli là, da Fanpage a Ursula von der Leyen me la stanno facendo pagare: dopo Matteo Salvini (che starà godendo) adesso tocca a me – si dirà nel suo flusso di coscienza – certo i gravi fatti di Roma vanno condannati, senza dubbio, quella non è gente “nostra”, i Fiore e i Castellino anzi ci odiano, dunque che volete da noi? E poi si fa presto a dire fascisti, ma io non so quale fosse «la matrice» degli squadristi che hanno assaltato la Cgil, ho preso le distanze, che altro volete da me… Già chissà a chi gli può venire in mente di sfondare il portone della Cgil, un bel rebus, Giorgia, ma perché ieri non sei andata da Landini invece che dai franchisti di Vox? Appare chiaro che Meloni non ha capito la situazione. Vede la strumentalizzazione anche laddove c’è persino una indiretta sollecitazione a venir fuori una volta per tutte dalla melma della Storia. Non è capace di intendere che i conti con il passato bisogna farli non solo per mondarsi di certe sozzure ma che la chiarezza è un’opportunità per disegnare per sé e la propria parte un nuovo inizio. Non ha la forza d’animo né la passione intellettuale per cogliere che la politica è anche dolore, fatica, dialettica. Altrimenti non farebbe di tutto per impedire che il passato diventi il fantasma che la innervosisce tanto. E inciampa di continuo: non lo sapeva che Enrico Michetti scriveva frasi antisemite? Scriveva il filosofo marxista György Lukács: «I burocrati settari obiettano: non si deve rivangare il passato, ma soltanto rappresentare il presente; il passato è passato, già del tutto superato, scomparso dall’oggi». Ce l’aveva con i sovietici del post-destalinizzazione, ma la frase ben si attaglia alla destra italiana di oggi: «Non ero nata», che c’entro col fascismo? È una risposta burocratica, se non sciocca, che ignora che la Storia è un rapporto tra il passato e il presente. Che il passato va elaborato, come il vissuto personale, e non rimosso come fa lei, perché altrimenti i nodi prima o poi vengono al pettine. Ecco perché la sua intervista al Corriere della Sera è intrinsecamente debolissima, perché non fa conto di quel rapporto, non prende in considerazione che certi germi di ieri – un po’ come la variante Delta – si rinnovellano, forse non spariscono mai. Ecco, dovrebbero essere questi germi l’oggetto del discorso della leader dei Fratelli d’Italia più che l’aggiunta, che pare fatta tanto per farla, del fascismo tra le cose brutte. FdI tolga la fiamma missina dal simbolo, o compia comunque un atto forte di rottura. Perché non lo fa? Perché in certi quartieri di Roma, in alcuni posti del Sud, in diverse zone disagiate del Paese, non si rinuncia al voto nostalgico, maschio, tosto. Meglio non strappare quei fili. Peccato, perché così non diventerà mai grande, Giorgia Meloni, che non ce la proprio a impersonare una destra moderna. È un discorso che lei non sente perché Giorgia pensa che i brutti “sogni neri” siano finiti. Infatti ancora ieri, sulle squadracce romane, è tornata con quella sua vaghezza infastidita: «È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco, sarà fascista, non sarà fascista, non è questo il punto». E così ci risiamo. Fascismo, nazismo, comunismo, totalitarismo: stessa zuppa. Non comprendendo, al di là delle evidenti lacune storiche, che in Italia esiste un problema specifico, storico, concreto, che si chiama fascismo. Gianfranco Fini, alla fine, aveva compreso che questo era il punto e che non si poteva più girare intorno. «Anche io ero in An», dice Giorgia. Vero, ma lei a Gerusalemme a dire che il fascismo è il male assoluto non ci è mai andata. Né si ricorda una qualche sua elaborazione a sostegno della svolta finiana, probabilmente vissuta come mossa tattica, marketing politico, nulla più, tanto è vero che lei non seguì la vicenda di Futuro e libertà ma restò con Silvio Berlusconi in attesa di rifare prima o poi un Msi 2.0. Non capendo che «la storia non ha nascondigli», soprattutto la propria storia. Giorgia Meloni, se andasse al governo, farebbe molti pasticci ma certo non abolirebbe le libertà democratiche. Non è questo il punto. Il punto è che lei è estranea all’antifascismo – probabilmente considera la Resistenza una roba dei comunisti per nulla edificante – e dunque al valore fondante della Costituzione. È questo che le impedisce da stare al di qua della barricata contro i neofascisti per i quali prova soprattutto un’enorme animosità perché le rendono impervia la strada verso il governo, e solo questo. Non è fascista, Giorgia, e nemmeno antifascista. Nel mezzo, le prende da entrambi i fronti, ed è solo colpa sua. 

Il cortocircuito delle idiozie. L’appropriazione culturale del neofascismo sull’umana scemenza no vax.

Guia Soncini su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. C’è una parte della popolazione che non capisce un cazzo di niente. Neppure l’istruzione obbligatoria ha risolto questo problema, figuriamoci se lo risolve l’uso delle stigmatizzazioni sciatte (“fascisti!”) che usiamo per fare delle analisi sociologiche che rientrino in una storia su Instagram. La didascalia della foto in apertura della prima pagina di Repubblica, ieri, diceva: «Il momento in cui NoVax e neofascisti irrompono nella sede nazionale della Cgil». Di spalle, si vedono un po’ di bomber neri (il 1985 non è mai finito), pochi passamontagna, alcune teste rasate, un paio di bandiere tricolore. Nella parte bassa della foto, in primo piano, si vedono soprattutto tre cellulari. Tre persone – due uomini e una donna, perdonate la binarietà – che, mentre noi indichiamo il fascismo, pensano alla storia da postare su Instagram. Nell’ipotesi improbabile in cui una dittatura d’ottant’anni fa costituisse un pericolo imminente nelle democrazie occidentali del Ventunesimo secolo, il presente avrebbe già trovato l’antidoto: scriversi «antifa» nelle bio sui social. Non mi meraviglierei se tra quelli che hanno devastato alcune strade di Roma sabato ci fossero alcuni di coloro che sui social si definiscono «antifa»: per loro la dittatura è fargli il vaccino gratis, mica fare i teppisti (e in effetti i teppisti, in dittatura, finiscono in galera, mica nelle storie di Instagram). “Fascismo” è una parola confortevole. È comoda per mettere una distanza – loro sono fascisti, noi no – e per evitare di pensare. Per evitare di fare un’analisi del presente invece d’impigrirsi a liquidare qualunque teppista come nostalgico d’un’ideologia che neppure ha vissuto, durante la quale neppure era nato. Un’ideologia che, per inciso, l’avrebbe preso a coppini (eufemismo) se a una regola imposta dallo Stato, fosse stata una mascherina o un lasciapassare, avesse risposto con dei capricci da cinquenne. Sì, lo so che hanno assaltato la Cgil, facendo subito commentare ai social di sinistra: «E perché non Confindustria?». Forse perché sta due ore di strada più a Sud, in quell’ingorgo cinghialesco che è il traffico romano? È solo un’ipotesi, per carità. E lo so che, tra gli assalitori d’un’istituzione di sinistra, c’erano dei capetti neofascisti: ma non sarà che sono semplicemente andati ad appropriarsi d’una scemenza (malcontento, bisognerebbe dire: “scemenza” è troppo diretto) che esisteva a prescindere da loro? Quella del neofascismo nei confronti dell’umana scemenza non sarà appropriazione culturale? Dice eh, ma erano violenti, la violenza è fascista. Mah, mi sembra che gli esseri umani fossero violenti da un bel po’ prima che venisse immaginato il fascismo e abbiano continuato a esserlo quando il fascismo è finito (sì, lo so che secondo voi non è mai finito perché non siete disposti a rinunciare a una categoria così comoda per stigmatizzare chiunque non la pensi come voi: fascisti, radical chic, populisti – una volta svuotate di senso, le categorie sono comode come vecchi cashmere slabbrati). Forse “lassismo” è uno slogan più adatto. Sono quasi due anni che facciamo – parlo a nome della maggioranza – tutte le cose richieste dalla logica, dal buonsenso, dallo Stato. Ci mettiamo la mascherina, stiamo a casa, compriamo l’amuchina, ci vacciniamo, urliamo dentro le mascherine all’ufficio postale e dalla manicure perché tra distanziamento e plexiglas e mascherine è come esser diventati tutti sordomuti (che è una frase abilista, ma ora non cambiamo settore di scemenza sennò ci perdiamo). Sono quasi due anni che quotidianamente c’è qualche notizia di gente che – con continuità caratteriale, come prima parcheggiava in seconda fila «solo due minuti» – concede a sé stessa deroghe. Falsifica certificazioni verdi, si affolla ad aperitivi, tiene la mascherina abbassata perché si sente soffocare: scegliete voi la cialtronata del giorno. A quel punto la cittadinanza si divide in minoranza isterica che urla «si metta quella cazzo di mascherina» (sì, ogni tanto anch’io: bisogna pur sfogarsi); e maggioranza lassista che sospira «eh, ma la gente è stanca». Ma stanca di cosa? I manuali di autoaiuto non dicono che per acquisire una nuova abitudine ci vogliono tre settimane? Non dovrebbe ormai essere un automatismo, mettersi quella cazzo di mascherina su quel cazzo di naso? Non hai preso l’abitudine, se quest’anno e mezzo l’hai passato a rimuginare che la mascherina è una vessazione, il vaccino è un sopruso, la dittatura sanitaria no pasará. Non al fascismo, hai aderito, ma all’assai più contemporanea dittatura del vittimismo, che usa l’eccezione – sia essa costituita da un infinitesimale numero d’intersessuali o di allergici al vaccino – per spacciare per vessazione qualunque ovvietà, da «i mammiferi appartengono a uno dei due generi sessuali» a «se c’è una malattia mortale e un vaccino che la previene, ci si vaccina»; e a quel punto, se vessazione è, la ribellione violenta è non solo consentita ma plaudita. L’altro giorno il governatore del Veneto, Zaia, ha detto che l’obbligo della certificazione verde sarà un casino perché solo in Veneto ci sono 590mila non vaccinati in età lavorativa, e non si riesce a fare a tutti loro il tampone ogni due giorni. Ricopio dall’intervista di Concetto Vecchio: «Non si tratta di contestare il Green Pass, bensì di guardare in faccia la realtà: gran parte di questi 590mila probabilmente non si vaccineranno mai». Zaia non lo dice, perché i politici non possono permettersi il lusso di dire che l’elettorato è scemo, ma la questione quella è. C’è un’ampia parte dell’umanità che non capisce un cazzo di niente, è un problema che non s’è risolto con l’istruzione obbligatoria, figuriamoci se si risolve con stigmatizzazioni sciatte quali “fascismo”. E invece siamo qui, a chiederci se Cacciari abbia preso le distanze dalla manifestazione degenerata, Giorgia Meloni dalle leggi razziali, Muhammad Ali dagli attentati alle Torri Gemelle. Siamo come quelli che stavano sulla prima pagina di Repubblica ieri: alla ricerca di analisi sociologiche che rientrino in quindici secondi di storia Instagram.

Sinistra e Cgil si mobilitano. "Ora Forza Nuova va sciolta". Pasquale Napolitano l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il sindacato lancia un corteo antifascista per sabato prossimo. Pd e M5s: è un partito contro la Costituzione. In piazza sabato 16 ottobre e scioglimento di Forza Nuova: sono due richieste che partono dall'assemblea generale della Cgil convocata ieri in risposta all'assalto avvenuto contro la sede di Roma del sindacato dai manifestanti del corteo no green pass. Al presidio in Corso Italia a Roma fanno tappa tutti i leader dei partiti: Nicola Zingaretti ed Enrico Letta (Pd), Giuseppe Conte (M5S), Teresa Bellanova ed Ettore Rosato (Italia Viva), Francesco Lollobrigida (Fdi), i candidati sindaco di Roma Roberto Gualtieri ed Enrico Michetti, l'ex presidente della Camera Laura Boldrini. Tra bandiere rosse e cori antifascisti, centinaia di dimostranti manifestano intonando «Bella Ciao». Il clima è quello dei grandi raduni. Ad aprire la manifestazione, l'intervento del segretario generale della Cgil Maurizio Landini: «Ci attaccano perché siamo sulla strada giusta ma noi non ci fermeremo. Da domani all'apertura, alla ripresa del lavoro, in ogni città in ogni condominio dobbiamo riprenderci la parola senza paura. Tutte le formazioni che si rifanno al fascismo vanno sciolte, e questo è il momento di dirlo con chiarezza. Sabato 16 abbiamo deciso, insieme a Cisl e Uil, che è giunto il momento di organizzare una manifestazione nazionale antifascista e democratica: il titolo sarà Mai più fascismi». L'appuntamento è per sabato 16 ottobre: tutti in piazza alla vigilia del voto per i ballottaggi. Il leader della Cgil chiede uno scatto in più: «È molto importante che le forze politiche oggi qui ci siano, la difesa della democrazia e della Costituzione è centrale. Mi auguro che tutti siano coerenti con la loro presenza qui davanti». L'ex presidente del Consiglio Conte annuncia l'adesione del M5s alla manifestazione di sabato e chiama in ballo i partiti di destra: «Auspico che anche Salvini e Meloni partecipino». Poi si unisce alla richiesta di scioglimento per Forza Nuova: «Non possiamo accettare che nel nostro paese ci siano aggressioni di questo tipo. Quindi su Forza Nuova è una valutazione che affidiamo alla magistratura ma anche io ritengo che ci siano le condizioni per lo scioglimento. È evidente che ci sia una volontà deliberata di condurre attacchi squadristi e questo non lo possiamo accettare». Letta fa tappa nel pomeriggio al presidio e avverte: «Esiste un fermento e cova un malessere fortissimo. Credo che bisogna alzare la guardia, ed essere netti sulla questione dello scioglimento Forza Nuova. Le immagini sono chiare, non ci sono molti dubbi. Presenteremo una mozione, poi sono altri i meccanismi che portano allo scioglimento. Ma la Costituzione è chiarissima, non ci sono dubbi che Forza Nuova debba essere sciolta». La presidente del Pd Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, il paese dell'Appennino bolognese colpito dal grande eccidio nazifascista alla fine della Seconda Guerra Mondiale, lancia su Change.org una petizione per sciogliere organizzazioni e partiti neofascisti. «I fatti di Roma sono solamente l'ultima goccia. È ora i dire basta alla violenza squadrista e fascista. Un basta definitivo. È ora, come già richiesto dall'Anpi nell'appello Mai più fascismi, di sciogliere Forza Nuova, CasaPound, Lealtà Azione, Fiamma Tricolore e tutti i partiti e movimenti che si rifanno alle idee e alle pratiche del fascismo» - rilancia Cuppi. Per Fratelli d'Italia arrivano Francesco Lollobrigida ed Enrico Michetti. «Sono andato a Corso Italia perchè noi condanniamo ogni forma di violenza politica, specie quando colpisce i lavoratori e le loro rappresentanze» spiega il capogruppo Fdi alla Camera dei deputati. Pasquale Napolitano

Forza Nuova? Perché con la destra non c'entra niente: anzi, ne è nemica. Andrea Morigi su Libero Quotidiano l'11 ottobre 2021. Sono vent' anni o giù di lì che Forza Nuova si presenta alle elezioni andando sì a pescare consensi negli ambienti di destra, ma in alternativa alla destra. Sono gli avversari e i concorrenti di Fratelli d'Italia, come lo sono stati di Alleanza Nazionale e lo furono del Msi. Non contigui e nemmeno ramificazioni dello stesso albero. Soltanto che, ai tempi di Giorgio Almirante, non accadeva mai di assistere a superamenti a destra. Al massimo vi fu la sfortunata scissione a sinistra, cioè centrista, di Democrazia Nazionale. Qui però, destra sembra ormai un termine improprio. "Le destre", come le chiamano i nostalgici della Resistenza, semplicemente non esistono. Semmai quella che si è radunata sabato in piazza del Popolo a Roma è un'organizzazione antisistema, "oltre la destra e la sinistra", che non accetta etichette sebbene affondi le sue radici politico-culturali nella cosiddetta "autonomia nera", da sempre estranea al "partito", giudicato borghese e compromissorio. Sono realtà nemiche l'una dell'altra, con obiettivi politici diversi e un atteggiamento opposto nei confronti delle istituzioni democratiche. Mancano loro infatti un terreno e un nemico comune, paragonabili a quelli che condivide la sinistra quando va in piazza il 25 aprile per festeggiare la Liberazione. A meno che s' intenda l'opposizione al gender, al ddl Zan e all'aborto come un tema unificante, ma a quel punto occorrerebbe includere nel fronte reazionario anche il Sommo Pontefice. Le frange neofasciste tuttavia si pongono fuori dalla Chiesa, in opposizione al Concilio Vaticano II. Forza Nuova, comunque, non gradisce nemmeno la definizione di "fascista" e forse non sarà soltanto per ottenere lauti risarcimenti se i loro dirigenti hanno querelato - vincendo in giudizio - gli organi d'informazione che hanno osato definirli tali. La genealogia è un'altra. È l'area che, almeno a partire dalla pubblicazione nel 1969 del manualetto La disintegrazione del sistema di Franco Giorgio Freda, teorizza l'unificazione fra movimenti rivoluzionari, dopo essersi alimentata dell'antiamericanismo dei reduci della Repubblica Sociale Italiana e perfino dell'opposizione alla Nato del primo Msi. Da quelle parti e a quell'epoca, i cosiddetti nazimaoisti ammirano Ernesto Che Guevara e i vietcong, perché sono nemici giurati degli Stati Uniti tanto quanto i "camerati" che hanno combattuto contro le truppe alleate durante la Seconda Guerra mondiale. Qualche riferimento nazionalbolscevico o al fascismo immenso e rosso, in fondo, conferisce anche un'atmosfera romantica all'ideale totalitario del patto Molotov-Ribbentrop. Il trasbordo ideologico si può dire pienamente compiuto nel 1979, quando vede la luce il numero zero del periodico Terza Posizione, che saluta il trionfo della rivoluzione khomeinista in Iran. "Né Usa né Urss!", slogan da Paesi non allineati, cessa così di inneggiare all'Europa Nazione e acquista da quel momento una sinistra e cupa deriva verso il fondamentalismo islamico. Forza Nuova, in realtà, subisce già dalle sue origini l'influenza di un tradizionalismo cattolico che vede nelle gesta dei combattenti maroniti un esempio di testimonianza cristiana, salvo poi trovare negli anni un punto di contatto anche con Hezbollah, il partito sciita libanese. Anche questi ultimi, del resto, salutano col braccio teso. Come i militanti che si ritrovano a Predappio alla tomba di Benito Mussolini, senza trascurarne il passato socialista.

"Quali prove vogliono ancora contro il fascismo". Meloni, gioco sporco a sinistra: fin dove si spingono, persecuzione? Alberto Busacca su Libero Quotidiano il 10 ottobre 2021. Le avevano chiesto di dire parole chiare sul fascismo. E ieri, sul Corriere della Sera, Giorgia Meloni le ha dette. «Nel dna di Fratelli d'Italia», ha spiegato, «non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite. Non c'è posto per nulla di tutto questo. Nel nostro dna c'è il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro». E ancora, se non fosse stata abbastanza netta: «I nostalgici del fascismo non ci servono: sono solo utili idioti della sinistra, che li usa per mobilitare il proprio elettorato». Insomma, piacciano o meno le sue dichiarazioni, non si può dire che Giorgia sia stata vaga o non abbia voluto affrontare la questione. Quindi? Archiviamo le polemiche di queste settimane sul pericolo fascista e torniamo ad occuparci di quello che succede nel ventunesimo secolo? Ovviamente no. Perché la sinistra non è soddisfatta. E chiede ulteriori prove...

UN CRIMINE

«Anche oggi», attacca Andrea De Maria, deputato del Partito democratico e già sindaco di Marzabotto, «Giorgia Meloni fa finta di non capire: nella sua intervista non c'è alcuna condanna del fascismo né l'intenzione di chiudere con quel mondo che ancora si ispira agli orrori del Ventennio. C'è invece la presunzione di mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo. Come se non conoscesse la storia del nostro Paese e il ruolo dei comunisti italiani per la conquista della libertà e la costruzione della democrazia. Per una che vorrebbe guidare il Paese non solo è ormai tardi ma è ancora davvero troppo poco». Anche i Cinque Stelle, poi si sentono in diritto di chiedere alla Meloni ulteriori prove di democraticità. «Sul fascismo», sostiene Mario Perantoni, deputato M5S e presidente della commissione Giustizia della Camera, «ha detto parole definitive un uomo che lo aveva subito, Sandro Pertini. Spiegò che il fascismo non è un'opinione ma un crimine. In commissione Giustizia abbiamo avviato l'iter della proposta di legge contro l'uso di simboli e immagini che possano propagandare le idee nazifasciste: è un testo di iniziativa popolare sostenuto dal sindaco di Sant' Anna di Stazzema Maurizio Verona al quale personalmente tengo molto e che credo debba essere condiviso da ogni forza democratica». E poi: «La leader di Fdi, impegnata in questi giorni a prendere le distanze da personaggi e vicende raccontate nel video di Fanpage, è disposta, in concreto, a sostenere questa proposta?».

LA COSTITUZIONE

E non poteva mancare la solita Anpi. «La Meloni afferma che l'Anpi chiede lo scioglimento di Fratelli d'Italia», dice l'associazione dei partigiani. «È falso. L'Anpi chiede lo scioglimento di Lealtà Azione, Forza Nuova, CasaPound. Dato che lei, folgorata sulla via di Damasco, anzi di Fanpage, nega qualsiasi nostalgia del Ventennio e si erge a baluardo democratico, perché non propone lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste come previsto dalla Costituzione?». Insomma, la fondatrice di Fdi, oltre prendere le distanze dal fascismo, dovrebbe anche esaltare il ruolo storico del Partito comunista, sottoscrivere una legge contro la propaganda fascista e pure chiedere lo scioglimento dei gruppi di estrema destra. Ed è probabile che non basterebbe ancora...

Meloni: “Noi fascisti? Nel dna di Fdi c’è il rifiuto per ogni regime”. In un'intervista al Corriere della Sera, Giorgia Meloni rifiuta l'accostamento con le ideologie "fasciste, razziste e antisemite". E su Lavarini dice...Il Dubbio il 9 ottobre 2021. Nel dna di Fratelli d’Italia “non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite“, c’è “il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro. E non c’è niente nella mia vita, come nella storia della destra che rappresento, di cui mi debba vergognare o per cui debba chiedere scusa. Tantomeno a chi i conti con il proprio passato, a differenza di noi, non li ha mai fatti e non ha la dignità per darmi lezioni”. Lo dice in un’intervista al Corriere della Sera Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. «Il “pericolo nero”, guarda caso, arriva sempre in prossimità di una campagna elettorale…» aggiunge, parlando dell’inchiesta di Fanpage, sottolineando però che la più arrabbiata per quelle immagini è lei, che ha “allontanato soggetti ambigui, chiesto ai miei dirigenti la massima severità su ogni rappresentazione folkloristica e imbecille, anche con circolari ad hoc”. Perché “i nostalgici del fascismo non ci servono: sono solo utili idioti della sinistra, che li usa per mobilitare il proprio elettorato”. Immaginare «che Fratelli d’Italia possa essere influenzato o peggio manovrato da gruppi di estrema destra è ridicolo e falso”. Meloni ricorda che certi nostalgici il partito li ha sempre cacciati, “a partire da Jonghi Lavarini, ora “lo faremo ancora di più”. La colpa di Fidanza “è aver frequentato una persona come Jonghi Lavarini che con noi non ha niente a che fare per ragioni di campagna elettorale. Un errore molto grave, infatti adesso è sospeso. Poi vedremo cosa verrà fuori da un’inchiesta a tratti surreale”. Fdi è il primo partito in Italia “perché non guardiamo indietro ma avanti, ai problemi veri degli italiani, le tasse, la casa, il lavoro, la povertà”. Nella battaglia politica, la leader di Fratelli d’Italia difende anche scelte come quella della candidatura di Rachele Mussolini: “È una persona preparatissima, competente, consigliera uscente che è stata rieletta perché ha fatto bene e non la discrimino per il nome che porta”.

Guerriglia. La fatwa in Tv contro la consigliera di FdI. Per il "ducetto" Formigli, Rachele Mussolini è apologia del fascismo solo per il cognome…Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Ottobre 2021. Sono rimasto di pietra, l’altra sera, quando ho sentito Corrado Formigli, su La 7, annientare Rachele Mussolini – in contumacia – e contestarle, in sostanza, il diritto di presentarsi alle elezioni con quel cognome. Ha fatto bene Guido Crosetto (che ha idee politiche, spesso, molto lontane dalle mie) a indignarsi e ad alzare la voce. Formigli ha reagito all’intervento di Crosetto togliendogli la parola con l’aria… (posso dirlo?) con l’aria del ducetto che il potere ce l’ha e non lo cede a nessuno. Io non conosco neppure alla lontana Rachele Mussolini. So che è una signora che fa politica da molti anni, che è di destra, che si presenta alle elezioni e le vince. E mi hanno abituato a pensare che chi vince le elezioni è bravo, e che se gli elettori lo votano lui è democraticamente legittimato. Non ha bisogno del timbro di Formigli e neppure del timbro del mio amico Bersani. Dove me le hanno insegnate queste cose? Nel Pci. Circa 50 anni fa me le spiegò Luigi Petroselli, che era il capo della federazione romana del partito e del quale l’altro giorno abbiamo celebrato i quarant’anni dalla morte, che avvenne a Botteghe Oscure, mentre scendeva dal palchetto dopo aver pronunciato – nella solenne seduta del Comitato centrale – un intervento critico verso il segretario. Che era Berlinguer. Rachele Mussolini è accusata di tre cose. La prima è di portare il nome che porta. La seconda è di non avere abiurato. La terza è di avere detto che lei non festeggia il 25 aprile. Accusare una persona per il nome che porta, dal mio punto di vista di vecchio antifascista, è una manifestazione di fascismo. Tra qualche riga provo a spiegare cosa intendo per antifascismo. Chiedere a una persona di abiurare, chiedere a chiunque qualunque tipo di abiura, per me è ripetizione delle idee e dei metodi della Santa Inquisizione. È una richiesta oscena, che getta discredito e vergogna su chi la avanza. Sul 25 aprile ci sono due cose da dire. La prima è che Rachele Mussolini ha dichiarato in questi giorni di avere sbagliato a postare (due anni fa) quella foto nella quale mostrava un cartello con su scritto che il 25 aprile lei festeggia solo San Marco. Ma a me questo non interessa. Per me chiunque è legittimato a festeggiare o no le feste di Stato. Legittimato e libero. Non so se la capite questa parola: li-be-ro. Io da ragazzo non festeggiavo il 4 novembre, festa della vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale. Non perché io fossi, o sia, anti italiano o filoaustriaco, ma perché sono – e sono libero di esserlo – antimilitarista. E vi dico le verità: se il 25 aprile fosse una festa per ricordare la fucilazione di mio nonno, il papà di mio padre (in realtà Mussolini fu fucilato il 28 aprile e poi appeso per i piedi a Milano, in piazzale Loreto, il giorno dopo, e però è il 25 aprile il giorno nel quale si celebra e si festeggia la sua morte) io in nessun caso la festeggerei, a prescindere dalle mie idee politiche. Democrazia, liberalità, modernità, onestà – butto giù a caso un po’ di parole perché non è che io abbia capito bene quali siano i nuovi valori della politica di oggi – chiedono ai nipoti di sputare sul corpo dei propri genitori o nonni prima di essere ammessi in società? Beh, ma allora perché ce l’avevate con Pol Pot? Io tutti gli anni festeggio il 25 aprile. Lo festeggio, e penso che sia una grande festa, proprio perché so che è legittimo non festeggiarlo. Se fosse una festa obbligatoria, per me, non sarebbe più il 25 aprile. Sarebbe un rito sciocco. Infine Formigli ha detto che aveva invitato Giorgia Meloni per chiederle se era pronta a ripetere la frase attribuita a Gianfranco Fini una quindicina di anni fa, e cioè “il fascismo è il male assoluto”. Io penso che non ci sia niente di male a credere che il fascismo sia il male assoluto – forse sarebbe meglio dire che l’olocausto, del quale il fascismo fu complice, è stato il male assoluto – ma a me non sembra normale che un conduttore televisivo pensi di poter convocare nello studio televisivo il capo di un partito (forse, addirittura, del primo partito) per umiliarlo e costringerlo a piegarsi ai suoi diktat. A questo punto è ridotta la politica? È l’ancella di conduttori televisivi rudi e sceriffi? Delle nuove guardie? Ommammamia. Questi atteggiamenti, e anche il fatto che non facciano indignare nessuno, a me fanno paura. Sì, mi fanno paura perché il vero rischio fascismo, per me, è esattamente questo. Tutti sanno che il pericolo non è né Borghese, né questo nuovo personaggio che mi pare si chiami Jonghi Lavarini. Non è Casapound, né Forza Nuova, né l’incombere della tradizione del vecchio regime. I rischi sono tre: antisemitismo, razzismo e autoritarismo. Quando penso a un antifascismo serio e moderno penso esattamente a questo. A un ordine di idee e di lotte contro l’antisemitismo, il razzismo e l’autoritarismo. Dove sono queste tre malattie? In vastissime zone del populismo italiano. L’antisemitismo, purtroppo, è diffuso, sotterraneo e terribile. Vive e prospera a destra e anche a sinistra. Anche il razzismo (che comunque non va confuso con la xenofobia, che è anche questa una malattia della politica moderna, ma diversa dal razzismo) è diffuso a destra e a sinistra, soprattutto a destra. L’autoritarismo, che spesso si confonde e si salda col giustizialismo, è forte in tutto lo schieramento politico, e, misurato a spanne, è più diffuso a sinistra e dilaga tra i 5 Stelle dove è quasi l’ideologia dominante. Bene, se le cose stanno così, lo dico francamente, antifascismo vuol dire opporsi al formiglismo. Che è un costume diffusissimo nel giornalismo italiano. Prepotente, maschilista, narciso e sopraffattore.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Solo i regimi sciolgono i partiti. Sciogliere Forza Nuova è un’idea cretina, tentazione autoritaria e illiberale. Piero Sansonetti su Il Riformista il 12 Ottobre 2021. La legge Scelba è del 1952. Prevede il reato di apologia di fascismo. Probabilmente era stata immaginata per poi permettere un secondo passo e la messa fuorilegge del Msi, partito neofascista fondato nel 1947 da Giorgio Almirante e Arturo Michelini. Pochi mesi dopo la legge Scelba nacque l’idea della nuova legge elettorale – che la sinistra ribattezzò “legge truffa” – la quale doveva servire a consegnare il 65 per cento dei seggi parlamentari ai partiti che – dichiarandosi alleati – avessero ottenuto più del 50 per cento dei voti alle elezioni. La Dc disponeva nel 1952 del 48 per cento dei voti e il successo della legge truffa era quasi assicurato, e avrebbe ridotto in modo evidentissimo la forza parlamentare delle opposizioni. In particolare del Psi e del Pci. Che si opposero fieramente, insieme al Msi. La legge fu approvata, dopo una feroce battaglia parlamentare, dopo l’ostruzionismo e lotte persino fisiche tra Dc e sinistre. Ma alle successive elezioni il blocco centrista prese solo il 49,9 per cento dei voti, il premio di maggioranza non scattò, De Gasperi fu travolto, la legge cancellata. E nessuno più pensò l’idea balzana di sciogliere il Msi. Poi, negli anni settanta, la questione tornò a porsi. Lotta Continua, nei cortei, gridava lo slogan “Emme esse i / fuorilegge/ a morte la Diccì / che lo protegge”. Però il Pci si oppose sempre a questa linea. Il Pci – dico – quello ancora legato stretto stretto a tutte le sue tradizioni e litanie comuniste. Però il Pci era un partito politico. Faceva politica. Era guidato da dirigenti colti, preparati, esperti. Nel Pci si capiva quali conseguenze devastanti poteva avere lo scioglimento del Msi. Specialmente per le opposizioni, che sarebbero finite tutte sotto tiro e minacciate. Ma anche – in generale – per la tenuta della democrazia. Il Pci ci teneva molto alla saldezza della democrazia, perché era l’acqua nella quale nuotava. Del resto si sapeva benissimo che la stessa legge Scelba, varata per colpire il Msi, apriva la prospettiva di iniziative legislative contro il Pci, se non anche contro il Psi. Mario Scelba, ministro dell’Interno, era l’espressione della parte più reazionaria della Democrazia cristiana. Ho scritto queste cose perché mi pare che l’idea di sciogliere Forza Nuova sia una assoluta idiozia. È chiaro che non è possibile nessun paragone tra Forza Nuova e il Msi anni 50. Forza Nuova è un gruppetto, il Msi era un partito strutturato e popolare. Ed era anche – nessuno credo che lo possa negare – un partito abbastanza nettamente fascista. Il problema sta nella natura del provvedimento, a prescindere dal bersaglio. Sciogliere un partito, un gruppo, un’organizzazione, per motivi ideologici è una stupidaggine gigantesca, che porta all’immagine della democrazia una ferita molto più grande della modestia del gesto. E che apre varchi pericolosissimi. Se oggi si scioglie Forza Nuova niente esclude che tra qualche mese o tra qualche anno qualcuno chieda lo scioglimento di organizzazioni di sinistra. Anche più forti e radicate di Forza Nuova. Riducendo sempre di più i margini del possibile dissenso politico. Oltretutto alle richieste di scioglimento di Forza Nuova – che sembrano un po’ ripetizioni quasi automatiche di slogan e atteggiamenti di 30 anni fa – si accompagna la folle idea del vicesegretario del Pd di mettere il partito di Giorgia Meloni (che forse oggi, secondo i sondaggi, è il più grande partito italiano) fuori dall’arco democratico e repubblicano. Siamo al diapason della tentazione autoritaria e illiberale. Io mi auguro che Letta intervenga in fretta. Può restare vicesegretario del Partito democratico una persona che chiede di prendere a frustate la nostra democrazia?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

A destra ferve il dibattito per appurare quale sia la matrice di tutte le stronzate che fanno. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 13 ottobre 2021. Rampelli si autosmentisce, La Russa denuncia una strategia della tensione e Meloni rivendica in spagnolo il suo essere italiana. Ma se in piazza i neonazi protestano contro la dittatura e invocano una nuova Norimberga, forse la causa non è così chiara nemmeno a loro. Scoccata l’ora delle decisioni irrevocabili, poco dopo pranzo, Fabio Rampelli ha annunciato ieri la scelta di votare la mozione che chiede lo scioglimento di Forza Nuova – ma no, che avete capito? Mica quella del centrosinistra. A chi ha l’ingrato compito di raccontare o commentare la politica italiana, ormai, conviene partire dalle precisazioni. Ecco dunque la precisazione di Rampelli, vicepresidente della Camera e dirigente di primo piano di Fratelli d’Italia: «Il voto favorevole di Fratelli d’Italia cui mi riferivo in un’intervista radiofonica è sulla mozione unitaria proposta dal centrodestra che, partendo dall’assalto alla sede della Cgil, chiede la condanna di ogni forma di totalitarismo e auspica lo scioglimento di tutte le formazioni eversive che utilizzano la violenza come strumento di lotta politica. Quindi non riguarda Forza Nuova, ma tutti i soggetti che utilizzano i suoi stessi metodi». Avendo riportato, preventivamente, il testo integrale della precisazione, mi permetto di sottolineare quello che mi pare il passaggio-chiave: «Non riguarda Forza Nuova». Ricapitolando, siccome sabato scorso esponenti di Forza Nuova hanno guidato un assalto alla sede della Cgil, devastandone gli uffici, per poi tentare di attaccare anche Palazzo Chigi e il Parlamento, il centrodestra ha ritenuto giusto presentare una mozione che condanna «ogni forma di totalitarismo» e auspica «lo scioglimento di tutte le formazioni eversive che utilizzano la violenza come strumento di lotta politica». Ma perché – si chiederanno a questo punto i miei piccoli lettori – c’erano forse altri partiti, movimenti, associazioni culturali o circoli ricreativi, a parte Forza Nuova, a dare l’assalto alla Cgil? No, nessun altro. Fermamente intenzionato a spezzare le reni alla logica, sempre ieri, Rampelli dichiara inoltre all’Huffington post: «Per coincidenza astrale, questi fatti accadono solo sotto elezioni. Ne deduco che Forza Nuova ha un’alleanza di ferro con il Partito democratico». Coincidenza astrale o congiunzione casuale che sia, l’affermazione sembra riecheggiare la teoria di Ignazio La Russa, altro autorevolissimo esponente di Fratelli d’Italia, riportata due giorni fa dal Corriere della sera, circa la reale motivazione per cui, fino alla settimana scorsa, né l’attuale esecutivo né i precedenti si sarebbero preoccupati di sciogliere partiti e movimenti neofascisti: «Delle due l’una: non avevano le motivazioni per scioglierli o hanno preferito tenerli lì, magari come strumenti utili per la strategia della tensione?».

L’ipotesi che nessuno lo abbia fatto prima semplicemente perché fino alla settimana scorsa nessuno aveva assaltato la sede della Cgil, evidentemente, non ha sfiorato né La Russa né Rampelli nemmeno per un attimo. Eppure, considerando da dove erano partiti, l’intero dibattito potrebbe sembrare persino un passo avanti. La prima dichiarazione a caldo di Giorgia Meloni, che di Fratelli d’Italia è la leader, cominciava infatti con le parole: «È sicuramente violenza e squadrismo, poi la matrice non la conosco». E pensare che sarebbe bastato cercare la parola «squadrismo» su un buon dizionario. D’altronde, nel momento in cui faceva queste dichiarazioni, Meloni si trovava nel contesto non troppo adatto di una manifestazione di Vox, il partito neofranchista spagnolo, impegnata a ripetere dal palco, in perfetto castigliano, perché si sente orgogliosamente italiana. Riciclando per l’occasione la traduzione letterale del suo cavallo di battaglia: «Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy italiana, soy cristiana…». In pratica, una via di mezzo tra un comizio di Giorgio Almirante e un balletto su Tik Tok. Nonché la conferma del fatto che, se mai un giorno lontano rivivremo la tragedia di una dittatura fascista, al posto dei cinegiornali Luce ci sarà Striscia la notizia. E questa sarà la sigla. Del resto, stiamo parlando del partito che ha candidato a sindaco di Roma un signore, Enrico Michetti, che l’anno scorso, non settant’anni fa, a proposito dell’Olocausto, scriveva: «Mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta. Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta». Una frase talmente vergognosa che ha spinto Guido Crosetto, fondatore di Fratelli d’Italia, a twittare subito (pur senza alcun diretto riferimento a Michetti, beninteso): «Il ricordo della Shoah non può e non deve essere patrimonio degli ebrei ma di tutti ed ognuno. Perché la Shoah è l’emblema del male, il male ontologico, come direbbe Heidegger, l’essenza categoriale del male. Ed il male si combatte tutti uniti, senza dubbi, senza divisioni». Forse però un dubbio sarebbe stato meglio farselo venire, considerato che Martin Heidegger, oltre che un grande filosofo, era un nazista convinto. Ma queste ormai sono sottigliezze cui non fa più caso nessuno. Alla manifestazione dei no green pass, non so se l’avete notato, esponenti di un partito neofascista hanno sfilato per protestare contro la «dittatura sanitaria» e gridando «libertà! libertà!», prima di assaltare la sede della Cgil e dopo che il magistrato Angelo Giorgianni, dal palco, aveva invocato contro il governo nientemeno che un nuovo «processo di Norimberga». E quelli, con le loro belle svastiche tatuate sul braccio, ad applaudire a più non posso. Forse allora aveva ragione la mujer italiana, madre y cristiana di cui sopra: la matrice non è poi così chiara. Nemmeno agli autori. D’altra parte, parafrasando Altan, a chi di noi non capita di domandarsi, almeno ogni tanto, quale sia la matrice di tutte le stronzate che fa? 

Dagospia il 12 ottobre 2021. Da radioradio.it. L’autunno caldo sembra essere arrivato, ma a una certa corrente politico-mediatica non fa di certo piacere. Cittadini, lavoratori, persone di ogni fascia sociale scendono in piazza contro imposizioni e restrizioni del Governo Draghi, Green Pass in primis. Le proteste che vanno avanti da questa estate fanno sempre più rumore, anche se il grido di rabbia del popolo resta inascoltato a causa di un ristretto gruppo di estremisti infiltrati tra i manifestanti. Quello di sabato scorso partito da Piazza del Popolo a Roma è stato solo l’ultimo atto di una rivolta di migliaia di persone diventata presto una rappresaglia di altra natura. Il risultato, ancora una volta, è stato riaccendere l’allarme eterno di un ritorno del fascismo. Tra chi ritiene sbagliato ridurre a ciò la portata delle recenti sommosse c’è anche il giornalista Massimo Fini, che ne ha parlato ai microfoni di Francesco Vergovich a Un Giorno Speciale. Queste le sue parole. 

 “Questa è una democrazia malata”

“Ogni idea in democrazia ha diritto di esistere a meno che non si faccia valere con la violenza. Sarebbe riduttivo pensare che non ci sia un malcontento e una diffidenza nei confronti della democrazia. Lo dice il 48% di astensione. Non posso pensare che siano tutti degli eversivi. I partiti dovrebbero ragionare sul dato dell’astensione e sulla diffidenza di molti sul sistema democratico-partitocratico. Questo sistema è malato, una partitocrazia. Si sbaglierebbe se si dicesse che è solo un fenomeno fascista, ma è qualcosa di più diffuso. Molti cittadini non si sentono più rappresentanti. Sono contrario allo scioglimento di Forza Nuova, ogni idea deve poter esistere purché non si faccia valere con la violenza. Quelli che hanno assaltato la CGIL o la Polizia devono andare in prigione. La stampa racconta malissimo. Il dato più impressionante era l’astensione, hanno perso tutti“. 

“È stato creato un clima di terrore”

“Per quanto riguarda l’epidemia hanno fatto un terrorismo costante e continuo. Se ogni giorni ti parlano dell’epidemia e dei morti, hai una reazione di rigetto. È stato creato un clima di terrore. La stampa ha assecondato il peggiore allarmismo. Sull’Afghanistan hanno detto solo balle per esempio. C’è una miopia della classe politica e della stampa che spesso è a servizio della prima invece di svolgere una funzione di critica. L’uso sistematico del termine fascismo è controproducente. Se tu ogni giorno ne parli ha un effetto contrapposto, sono strumentalizzazioni“.

“Il cittadino si irrita di fronte a ciò che è subdolo”

“Puoi fare una legge per l’obbligo del vaccino, ma non puoi non proibire formalmente la scelta opposta e poi renderlo obbligatorio, questo irrita moltissimo. Dovevano avere il coraggio di dire che il vaccino era obbligatorio per legge. Il cittadino si irrita di fronte a ciò che è subdolo, a ciò che è fatto in modo subdolo. Il farlo in forma obliqua lo rende iniquo“.

Altro che minaccia fascista: ecco cosa interessa davvero agli italiani. Francesca Galici il 13 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'ultima rilevazione social ha evidenziato il solco tra i Palazzi e il popolo, preoccupato per il suo futuro in vista dell'introduzione del Green pass per i lavoratori. Il weekend di scontri nelle principali città italiana ha inevitabilmente influenzato il dibattito settimanale. La politica e i cittadini si sono confrontati su diversi temi legati a quanto è accaduto a Roma e a Milano e Socialcom ha restituito una fotografia fedele del sentimento del Paese attraverso il flusso delle discussioni social che, ormai, può essere considerato uno specchio affidabile del cosiddetto Paese reale. Le rilevazioni Socialcom hanno messo in evidenza come ci sia ormai una grande distanza tra i temi affrontati dal Paese reale e quelli che, invece, vengono spinti da una certa politica, che continua a muoversi sull'onda della propaganda ideologica, cieca davanti ai veri problemi degli italiani che riguardano soprattutto il lavoro. Al centro del dibattito nazionalpopolare c'è soprattutto il Green pass e ogni altro argomento, anche gli scontri, sono a questo correlato. Tra il 1 e l'11 ottobre, in Italia, "sono state oltre 1,53 milioni le conversazioni in rete sul tema, che hanno prodotto 7,26 milioni di interazioni". Numeri importanti che hanno raggiunto il picco il 10 ottobre, giorno successivo all'assalto alla Cgil e agli scontri, con 872mila pubblicazioni. È vero che le immagini di Roma in stato di guerriglia urbana hanno colpito l'opinione pubblica ma sono state le preoccupazioni per la possibile perdita del posto di lavoro e la conseguente sospensione del salario a catalizzare maggiormente l'attenzione. Il Paese reale è più interessato a capire come farà a mantenere le proprie famiglie piuttosto che a una ipotetica minaccia fascista, argomento che da sinistra viene sostenuto fin dai momenti immediatamente successivi allo scontro. Ma la percezione dei cittadini in questo momento è un'altra ed è alienata dalla preoccupazione per il proprio futuro lavorativo. Non c'è connessione tra le due posizioni e lo certifica anche il report Socialcom: "I termini legati al mondo del lavoro sono utilizzati con più frequenza rispetto al termine 'fascista'. Segno che gli italiani percepiscono con maggior preoccupazione il pericolo della perdita dell’impiego, o del salario, piuttosto che una minaccia estremista". Nella classifica dei termini correlati al macro argomento "Green pass", nei primi tre posti per numero di interazioni si trovano, in quest'ordine: "vaccinare", "15 ottobre", "vaccino". Seguiti da "entrare", "Italia", "vivere", "lavorare". Il termine "fascista" è scivolato al 14esimo posto.

E proprio questa distanza è alla base di un'altra importante rilevazione effettuata da Socialcom. Tutti i politici hanno subìto un contraccolpo nel sentiment ma, come si legge nel report, "a sorprendere più di tutti è il crollo del sentimento positivo nei confronti di Maurizio Landini, leader della Cgil". In particolare, in sole 48 ore il sentimento negativo verso Landini è passato dal 50% dell’8 ottobre al 91,21% del 10 ottobre. E questo nonostante l'assalto alla sede romana del sindacato di cui Landini è segretario. Socialcom fornisce un'ipotesi per giustificare questo calo, correlato a quello di Enrico Letta: "È presumibile ipotizzare che gli utenti abbiano giudicato affrettate le conclusioni dei due relative alla matrice degli atti di violenza".

Francesca Galici

Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

No pass, disoccupati, complottisti, centri sociali: le (molte) anime della protesta. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 14 ottobre 2021. Non solo estremisti di destra o sinistra: c’è anche chi è in povertà, chi teme il futuro, precari, rider e pensionati. Il sociologo Domenico De Masi: ci sono cinque milioni di poveri assoluti e sette di poveri relativi, una insicurezza che tracima. Come i sanfedisti d’un tempo lontano, anche i ribelli del green pass possono pensare che lassù qualcuno li ami. Carlo Maria Viganò, dopo aver tuonato in videomessaggio contro «la tirannide globale» ed essersi spinto, crocefisso al collo, a sostenere che «i camion di Bergamo contenevano poche bare» e che ai medici d’ospedale era stato «vietato di somministrare cure» anti Covid, ha benedetto i diecimila di piazza del Popolo invitandoli a recitare il Padre Nostro prima della pugna. La predica complottista del controverso monsignore ostile a Bergoglio è stata poi oscurata dall’assalto di Castellino, Fiore e dei camerati di Forza nuova contro la sede della Cgil. E tuttavia sarebbe miope derubricare a folclore antilluminista da un lato o a rigurgito neofascista dall’altro il magma ribollente che da sabato scorso a sabato prossimo ha unito e unirà, in decine di sit-in e marce, sindacati di base e antagonisti, disoccupati e camalli, camionisti, mamme spaventate e pensionati indigenti, rider e insegnanti, contro il lavoro povero, l’esclusione dalla ripresa, la precarietà, le scorie di un anno e mezzo di reclusione collettiva: un mix di rivendicazioni per un nuovo autunno caldo al quale l’obbligo di passaporto sanitario sembra fare da collante e casus belli. Siano centomila come i manifestanti delle quaranta piazze di sabato scorso o il milione in sciopero lunedì secondo le sigle di base o, ancora, siano quelli che già domani si sono dati nuovi appuntamenti di battaglia, i disagiati di questa stagione ribollente si muovono veloci e si autoconvocano sui social (quarantuno le chat e i canali Telegram censiti a settembre dagli analisti di «Baia.Tech», con circa duecentomila partecipanti). Fatte salve le buone ragioni per sciogliere un’organizzazione che pare ricadere in pieno nelle previsioni della legge Scelba, le manifestazioni successive, da Milano a Trieste, da Torino a Napoli e in mezza Italia, dicono molto altro. «Al netto della violenza, la tensione sociale e le preoccupazioni per lavoro e condizioni di vita sono oggettive», ammette Valeria Fedeli, senatrice pd dalla lunga militanza sindacale: «È un passaggio anche drammatico, con scadenze come lo stop al blocco dei licenziamenti a fine mese e la necessità di riformare gli ammortizzatori sociali. La responsabilità delle organizzazioni confederali è aumentata, le associazioni minoritarie cercano di sfruttare la situazione a loro vantaggio». Le ricorda il clima del ’77? «Con una differenza, però: stavolta abbiamo risorse di sostegno che dobbiamo fare arrivare, effettivamente, alla gente. Politica e sindacato devono controllare che avvenga».

Un carico di rancore

La sfilata di Milano sotto la Camera del Lavoro, con Cobas, Usb, neocomunisti e centri sociali che hanno strillato «i fascisti siete voi!» ai militanti della Cgil, in cordone a difesa della loro sede, ha impressionato per il carico di rancore in giornate (dopo il sabato egemonizzato da Forza nuova a Roma) che avrebbero dovuto portare solidarietà nella sinistra: pia illusione. Ai microfoni di Radio Radio (l’emittente romana cara al candidato del centrodestra capitolino Enrico Michetti), il segretario comunista Marco Rizzo (stalinista mai davvero pentito), dopo aver bastonato il Pd come «geneticamente mutato» e il green pass quale «misura discriminatoria», s’è avventurato a intravedere una «nuova strategia della tensione» (teoria peraltro rilanciata ieri alla Camera da Giorgia Meloni) che avrebbe «permesso» l’aggressione alla Cgil di Roma: «La polizia aveva tutti gli strumenti per fermare quel gruppo di persone. O hanno lasciato fare o qualcosa di peggio. Dopo quell’episodio si rafforza il governo e vengono criminalizzati i movimenti di opposizione. Si stringe sulle manifestazioni e i cortei d’autunno. Questo governo vuole la divisione del popolo perché così non si vedono 60 milioni di cartelle esattoriali che arriveranno, non si vedono le nuove norme sulla Green economy con un aumento delle bollette dell’energia». Se radicalismi di destra e sinistra s’incrociano nel complottismo, teorie di sapore antico si mescolano e si moltiplicano, oggi, tramite i moderni strumenti del mondo globale. Su Telegram i legali del Movimento Libera Scelta indottrinano chi, fra i tre milioni e passa di lavoratori sprovvisti di green pass, voglia tenere duro e chiamano allo sciopero generale per domani: «Non presentatevi al lavoro e impugnate la sanzione, il governo non ha dimostrato la persistenza dell’epidemia, si viola l’articolo 13 della Costituzione». L’avvocata Linda Corrias, citando Gandhi, invita anche «alla preghiera e al digiuno, che necessitano di dedizione e pertanto di astensione dal lavoro per essere in pienezza di grazia: questo l’informazione di regime non ve lo dirà mai».

Veri dolori e assurde paranoie

E mentre rimbalzano di post in post locandine sulle manifestazioni di domani (a Messina in piazza Antonello ore 10, a Roma in Santi Apostoli con la pasionaria Sara Cunial), Hard Lock si chiede se «qualcosa di concreto si organizzerà anche a Napoli» (dove sbucano gli immancabili neoborbonici), Michele impreca perché «le ore passano e tra poco resterò senza lavoro, Paese gestito da parassiti velenosi», si minacciano blocchi a porti, trasporti e rifornimenti, Gianluca è convinto che «ricattano i giovani con la discoteca e li spingono a vaccinarsi», e Angelo scolpisce il suo aforisma: «Non ci sono più i giovani d’una volta!». È questo insondabile minestrone di pubblico e privato, veri dolori e assurde paranoie a complicare le analisi. Perché se è ovvio che vadano presi molto sul serio gli 800 (su 950) portuali triestini i quali (cantilenando «Draghi in miniera/Bonomi in fonderia/questa la cura per l’economia») minacciano di fermare lo scalo, o i loro compagni di Genova che già hanno fermato Voltri non tanto per il green pass quanto per il contratto integrativo, una vertigine coglie chi si imbatta nella teoria del «transumanesimo» di cui Draghi sarebbe apostolo («fautore del benessere di tutti gli esseri senzienti, siano questi umani, intelligenze artificiali, animali o eventuali extraterrestri...») o nelle «rivelazioni» sulla soluzione fisiologica inoculata a Speranza in luogo del vaccino e sulla letalità dei vaccini medesimi (un caso su due su un campione di... dieci) propugnata da una dottoressa altoatesina assai contrita. Per una testa balenga di «Io Apro» finito in copertina per essersi filmato durante l’incursione nella Cgil, «si sfonda! si sfonda!», ci sono tanti gestori di bistrot, bar e ristoranti piegati da diciotto mesi di provvedimenti ballerini. Per un violento, cento violentati.

Autobiografia della nazione. Fascisti, imbecilli e il medesimo disegno populista di Meloni, Salvini e Grillo. Christian Rocca su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. La battaglia contro la violenza politica è urgente e necessaria. Va bene fermare i responsabili, ma non si possono trascurare le evidenti pulsioni antidemocratiche dentro le istituzioni. Resta un mistero perché i leader delle tre forze parlamentari meno repubblicane non se ne rendano conto. Sono complici o solo incapaci? I fascisti e gli imbecilli ci sono, ci sono sempre stati, adorano farsi notare, anche se raramente sono stati così visibili e rumorosi come nell’era dell’ingegnerizzazione algoritmica della stupidità di massa. I fascisti e gli imbecilli si fanno sentire sia in remoto sia in presenza, all’assalto della Cgil, nei cortei no mask, no vax, no greenpass e contro la casta, ma anche in televisione e in tre delle quattro forze politiche maggiori del paese. In termini di adesione ai principi fascisti e dell’imbecillità, non c’è alcuna differenza tra le piazze grilline e quelle dei forconi, tra i seguaci del generale Pappalardo e i neo, ex, post camerati della Meloni, tra i baluba di Pontida e i patrioti del Barone nero, tra i vaffanculo di Casaleggio e i gilet gialli di Di Maio, tra i seguaci di Orbán e quelli di Vox, tra i mozzorecchi di Bonafede e i giustizialisti quotidiani, tra i talk show complici dell’incenerimento del dibattito pubblico e gli intellettuali e i politici illusi di poter romanizzare i barbari. Si tratta del medesimo disegno populista a insaputa degli stessi protagonisti, alimentato dagli agenti internazionali del caos, facilitato dal declino americano e semplificato da una classe dirigente politica mediocre e senza scrupoli.

Negli anni Ottanta, Marco Pannella ha aperto i microfoni di Radio Radicale a chiunque avesse voglia di dire qualcosa e il risultato è stato Radio Parolaccia, una versione impresentabile dello Speaker’s corner di Hyde Park. Alla radio non sentimmo soltanto dei logorroici fuori di testa parlare di qualsiasi cosa, ma anche i portatori patologici di rabbia e risentimento, di spinte autoritarie e di nostalgie del Ventennio. Con la rivoluzione giudiziaria del 1993 e con l’idea che il sospetto fosse l’anticamera della verità, quella rabbia e quel risentimento sono diventati opinione corrente e siamo entrati nella fase embrionale dell’attuale stagione populista e antipolitica. In questi ultimi dieci anni di populismo ne abbiamo viste di ogni tipo, come neanche in un film dell’orrore, con personaggi improbabili assurti a statisti e con neo, ex e post fascisti risuscitati ma non come ai tempi in cui Berlusconi li aveva «sdoganati» dopo averli ripuliti facendogli rinnegare il fascismo, abbandonare i simboli nostalgici e omaggiare la cultura e la tradizione politica e religiosa ebraica. Adesso non c’è più bisogno di trucco e parrucco, la destra ha perso quella sottilissima patina liberale e conservatrice, libertaria in alcuni casi, ed è tornata nazionalista, reazionaria e autoritaria. La fiamma tricolore ha ripreso a scaldare i cuori e le spranghe dei militanti, lo sputtanamento è diventata la regola principale della politica e altre dottrine manganellatrici digitali si sono aggiunte a metodi più oliati e tradizionali. Giusto chiedere adesso lo scioglimento di Forza Nuova e di Casa Pound per il  tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, anche se non c’era bisogno di aspettare l’inizio di ottobre del 2021 per accorgersene. Ma non si possono considerare diversi o legittimi quei partiti presenti in Parlamento che invocano Mussolini, che si radunano con i saluti romani, che ammiccano alla marcia su Roma, che millantano di essere pronti ad aprire il Parlamento come una scatoletta del tonno, che diffondono fake news dei Savi di Trump e di Putin, che schierano la navi militari per impedire di salvare i naufraghi in mare, che si fanno dettare gli interessi nazionali da regimi autoritari non alleati, che invocano soluzioni liberticide, che pensano di lucrare politicamente sull’emergenza sanitaria, che parteggiano per il disfacimento delle istituzioni europee, che professano il superamento della democrazia rappresentativa. La battaglia contro i vecchi e i nuovi fascismi è urgente e necessaria. È una battaglia globale e non solo italiana, la vittoria di Joe Biden è stata una condizione necessaria ma non sufficiente e non basta scrivere «antifa» nella bio di Twitter per depotenziare le spinte fasciste.

Sciogliere tutte le organizzazioni antidemocratiche di vecchio e nuovo conio è auspicabile ma non è possibile, va bene cominciare con quelle più violente, ma sarebbe sufficiente intanto non legittimare chi democratico non è ed evitare che i gruppi neo fascisti si possano infiltrare nelle proteste contro i green pass per manipolare i fessi e amplificare le proprie adunate. Resta un grande mistero perché Giorgia Meloni continui ad ammiccare ai nostalgici del Duce e a omaggiare i nemici strategici dell’Italia e dell’Europa, così come perché i grillini non prendano le distanze dai no Vax e dagli antisemiti che hanno portato in Parlamento e perché Matteo Salvini non colga l’occasione di Draghi al governo per trasformare il centrodestra in una coalizione europea, presentabile, votabile. 

Una spiegazione è che si trovino a loro agio a riscrivere in eterno l’autobiografia fascista della nazione, un’altra è che siano semplicemente delle schiappe.  

I vigilanti dell’antifascismo sono come gli stalker. E la loro vittima è Giorgia Meloni. Annalisa Terranova mercoledì 6 Ottobre 2021 su Il Secolo d’Italia. Gli animi sono sovreccitati. Un po’ troppo. La sinistra crede che la destra sia già liquidata. I talk show si stanno attrezzando per la caccia al nostalgico. Ora hanno trovato un consigliere circoscrizionale di FdI a Torino che in un messaggio privato ringrazia i “camerati” che lo hanno sostenuto in campagna elettorale. Sono cose gravi, cose che allarmano, cose che devono mobilitare le coscienze. Poi ci sono quelli della redazione di Fanpage che pensano di meritare il Pulitzer. E quelli che sui social vanno facendo loro complimenti da una settimana. Sono veri ghostbusters, acchiappafantasmi, dovrebbero fare un film su questi eroi del bene. In questo impazzimento generale, occhio, possono rimproverarti di tutto. Tipo: hai votato Rachele Mussolini. Che brutto segnale. Il Paese si preoccupa, il Paese non lo meritava. Dice: ma scusate era in lista, era candidabile, era tutto ok, non è mica un reato darle la preferenza. E no caro elettore: prima di votarla dovevi dire che eri antifascista. Che so al presidente del seggio, oppure scriverlo sulla scheda, una notarella a margine: scusate, voto Rachele Mussolini ma sono antifascista eh, tranquilli. Dice: ma prima di lei è stata votata e rivotata Alessandra Mussolini. Non fa niente. Alessandra ora è una “pentita”. C’è del fascismo strisciante, signori. Occorre denunciarlo. La Meloni non lo denuncia, vergogna.  Ma chi lo dice? Lo dice un certo Andrea Scanzi. Ma anche Enrico Letta, quello che crede di avere l’Italia in pugno ed è diventato più querulo di un cardellino. E allora bisogna fare molta attenzione, perché i vigilanti dell’antifascismo sono sempre in agguato, proprio come gli stalker che non mollano la vittima un secondo. Ogni segnale, anche il più innocente, rientra nel pacchetto “fascista perfetto”. Pure se ti vesti di nero. Il look è importante. Il nero evoca lo squadrismo, non sia mai. Tutto è ormai sotto il loro controllo. Sono pervasivi, sono maestri del lessico. Meloni dice che non c’è posto per i nazisti nel suo partito? Mica basta eh. Deve dire non c’è posto per i fa-sci-sti. Se dice che è contro ogni regime totalitario vuol dire che si rifugia in un artificio dialettico. Dice: ma nella Costituzione non c’è l’obbligo di dichiararsi antifascisti. Ma stiamo scherzando? I vigilanti antifascisti non ti consentono questa osservazione. Bisogna perpetuare gli schemi del 1945 perché altrimenti la sinistra che fine fa? A che serve? Chi se la fila più? Va bene, allora condanniamo il fascismo e finalmente storicizziamo il periodo. Non l’ha già fatto Alleanza nazionale a Fiuggi? Ma siamo matti? Non si può fare. Il fascismo è eterno. Lo dice Umberto Eco. E poi certi riti di purificazione vanno ripetuti nel tempo. Tutte le “religioni” lo impongono, e quella antifascista non fa eccezione.

Dice: ma allora siete ossessionati dal fascismo. E no, non si è mai abbastanza adoratori della religione dell’antifascismo. Mica lo si fa per fanatismo, ma per essere buoni cittadini. E chi non vuole aderire a questa religione? Lasciamo stare, per loro “a Piazzale Loreto c’è sempre posto”. Dice: ma fior di storici hanno confutato la tesi crociana del fascismo come “malattia morale” degli italiani. Storici? E chi sono? Noi si guarda ai topic trend, ai troll di Putin. E’ così che la Bestia ti azzanna…Ma non si potrebbe guardare avanti? Lasciarsi alle spalle il passato? Consegnare gli odi della guerra civile alla storia? No, mica si può. E perché? Eppure lo disse un comunista, uno che si chiamava Luciano Violante. Siamo impazziti? E Saviano poi cosa scrive sui social? E Jonghi Lavarini, lo vuoi lasciare lì a ricostituire il partito fascista senza battere ciglio? I vigilanti antifascisti non ti mollano un secondo. Ti spiano i messaggi su whatsapp, già è tanto che non pretendano di guardarti in biblioteca. Ascoltano come parli, che sport fai, cosa ordini dal menu, osservano i like che hai messo sui social, e magari te ne è scappato uno a un post della cugina di tuo cognato che dava ragione a Salvini. E magari sei passato una volta nella vita vicino a Predappio. O ti sei fatto un selfie al Foro Italico (ex Foro Mussolini). E allora non c’è scampo. Il fascismo è un’infezione che ritorna come un herpes e i guardiani lo devono segnalare al primo sintomo. Guai a distrarsi. Lo fanno per tutti noi. Per renderci più democratici, per renderci migliori. Loro sono i detentori del tampone ideologico che scova il contagio. Non c’è obiezione che tenga. Lo stalking politico ti insegue ovunque. Siamo tutti sotto sorveglianza.

Antonio Rapisarda per “Libero Quotidiano” il 12 ottobre 2021. «È impossibile che Beppe, nato a Milena, abbia fatto un errore così enorme...».

E invece Peppe Provenzano, vice di Letta, lo ha detto eccome: vuole Giorgia Meloni fuori dall'arco repubblicano...

 «Uno come lui, formato alla scuola del Pci siciliano, un allievo di Emanuele Macaluso - il comunista che fece in Sicilia il governo col Msi - non può conoscere l'odio politico. Due sono le cose: o lo ha rovinato Roma o non è stato lui ad aver scritto tale follia. Ma il suo fake...».

Pietrangelo Buttafuoco, quando si parla dei suoi compatrioti di Sicilia, adotta la moratoria della polemica. Li affonda, quando il caso lo richiede, con l'ironia. La stessa cosa capita quando la fiction della politica lo costringe ad intervenire su un tema che reputa lunare come il procurato allarme chiamato "onda nera".

Prima l'inchiesta sulla fantomatica "lobby sovranista". Poi la tirata di giacchetta dopo l'assalto alla sede della Cgil, ad opera di facinorosi che nulla hanno a che fare con FdI. E mancano ancora cinque giorni al ballottaggio...

«Strategia della tensione, per tutta questa settimana saremo negli anni '70... Detto ciò, se al posto di Giorgia Meloni ci fosse Gianfranco Rotondi al 20%, in contrapposizione alla sinistra, Fanpage e Formigli avrebbero di certo approntato un reportage con un infiltrato mettendo insieme la lobby dei pedofili della Chiesa, le tangenti della neo-Dc, la Mafia e le organizzazioni clandestine inneggianti a Sbardella o a Salvo Lima...».

Si è capito che il "metodo Fanpage" non ti piace...

«No, anzi, mi piace. Peccato sprecarlo per così poco. Sarebbe stato utile un infiltrato sulla rotta della Via della Seta alle calcagna di Romano Prodi a Pechino: un bel Watergate. Così invece fa ridere: troppo olio per un cavolo...».

Che poi fa sorridere che con tutti questi presunti "neri" in azione sia sempre la sinistra ad occupare i ' posti di governo senza vincere un'elezione.

«Premessa. È perfettamente inutile vincere le elezioni se non sei nelle condizioni di poter comandare. Dal dopoguerra a oggi c'è un unico sistema di potere: che è quello guelfo. In assenza di ghibellini, i guelfi hanno preso tutte le parti in commedia: ereditando un sistema di potere che è figlio dei due fondamentali partiti, il Pci e la Dc, con un'unica metodologia, che è quella gesuitica. Ora non c'è dubbio che per fare carriera una signorina di buona famiglia debba avere la tessera del Pd: questa gli consente di avere carriere in tutti gli ambiti a prescindere da qualunque sia il risultato elettorale».

Diciamo poi che questa cospirazione sembra una copia venuta male de "Vogliamo i colonnelli" di Monicelli...

«Non Monicelli, Renzo Arbore piuttosto. Il Barone Nero su cui Formigli mobilita l'allarme nero altro non è che la prosecuzione di Catenacci in altro canale radio».

Catenacci?

«Era il personaggio interpretato da Giorgio Bracardi in Alto Gradimento, la trasmissione di Renzo Arbore. Il Barone Nero di oggi, invece, prende notorietà grazie ai microfoni de La Zanzara di Cruciani. Soltanto la malafede e la raffinata furbizia può costruire un capitolo del giornalismo su personaggi simili. Altrimenti l'ultimo Nobel lo avrebbero già dato a loro». 

Il punto è che il pueblo unido nelle redazioni sembra essersi messo in testa un obiettivo: spegnere la Fiamma. Fare del 20% di FdI una caricatura.

«Il metodo è sempre quello: o ridicolizzi o criminalizzi. Accadde col Psi di Bettino Craxi. E il berlusconismo naturalmente: c'erano le donne che venivano considerate alla stregua di puttane; il partito di plastica; "il banana" e "al Tappone". Sono cose che abbiamo già visto. È Karl Mark ad avere dato un indirizzo e un metodo: calunniate, calunniate, calunniate, qualcosa resterà. Ma poi soprattutto è una capacità di distrazione rispetto ai fatti veri».

 Si aggrappano a un saluto romano, fatto come sfottò...

«Ti confesso che chi mi ha insegnato come si fa perfettamente è Eugenio Scalfari. Ora, con questa logica da cancel culture che succede, che lo tolgono dalla gerenza del suo giornale e invece che Fondatore di Repubblica diventa Fondatore dell'Impero? C'è anche molto provincialismo in queste cose. È un'applicazione psicotica della cancel culture».

Come si risponde a questa campagna nevrotica?

«Avendo una struttura d'industria editoriale davvero autorevole, professionale e incisiva. Quelli parlano di saluti romani? E tu parlagli invece dello scandalo delle mascherine di Arcuri - cosa loro - e dei traffici in seno alla magistratura, sempre cosa loro, delle lottizzazioni in Rai, cosissima loro...».

Dimenticavo. Non si contano le esortazioni a Giorgia Meloni da parte dei soliti noti: devi fare come Fini. Ossia, per dirla con la critica di Tarchi, rinnegare senza elaborare...

«Ha ragione Tarchi ma questa formulazione retorica - devi fare, devi fare - è l'estremo collante della malafede italiana. Finirà quando Meloni non diventerà più "pericolosa" per il sistema di potere. L'argomento disarmante è quello che ha usato lei stessa: Rachele Mussolini che prende i voti è pericolosa. Alessandra Mussolini, la sorella, che invece è a favore del ddl Zan è meravigliosa. Nel frattempo ti buttano nel '900 con l'aiuto dell'arbitro: perché sanno che quando tu subirai fallo - grazie agli utili idioti sempre presenti - l'arbitro chiuderà un occhio sì, ma per l'altro». 

Questa caccia alle streghe durerà fino alle Politiche. Cosa deve fare la destra per scansare la trappola?

«Misurarsi con la realtà. Come dice sempre Giancarlo Giorgetti "quando sei all'opposizione devi approfittarne per studiare e per farti trovare pronto". L'unica cosa da fare è quella di avere una prospettiva... uscire fuori dalla pesca delle occasioni». 

FdI al 20% non sembra frutto del caso.

«È il 20% di Giorgia Meloni, non di FdI. La vera scommessa è costruire un progetto politico, non un partito». 

La sinistra, invece, continuerà a sperare politicamente - come scrivesti più di dieci anni fa - di cavasela con un "fascista"...

«Tutti quelli che fanno professione d'antifascismo in assenza di fascismo, oggi - compresi tanti degli attuali vertici di potere - hanno l'aria e la faccia di quelli che, ieri, in presenza di fascismo, se ne sarebbero stati in orbace, fascistissimi. E già li vedi: gli scrittori sinceramente democratici reclutati nei Littoriali, gli attori dell'impegno al seguito di Vittorio Mussolini, il Corriere della Sera in camicia nera e con Otto e Mezzo - ogni sera - a segnare l'ora del destino»!

Il solito vizietto della sinistra: l'allarme fascismo scatta alla vigilia di ogni elezione. Francesco Giubilei il 13 Ottobre 2021 su Il Giornale. ​A volte ritornano. O, per meglio dire, ci sono parole d'ordine e una retorica che non è mai scomparsa ma semmai sopita in attesa di essere utilizzata alla miglior occasione che, guarda caso, coincide con l'avvicinarsi di importanti scadenze elettorali. A volte ritornano. O, per meglio dire, ci sono parole d'ordine e una retorica che non è mai scomparsa ma semmai sopita in attesa di essere utilizzata alla miglior occasione che, guarda caso, coincide con l'avvicinarsi di importanti scadenze elettorali. Siano elezioni politiche, regionali o amministrative, le accuse della sinistra al centrodestra di essere fascista o di strizzare l'occhio al fascismo, tornano in auge e le elezioni di questi giorni non sono da meno. Poco importa se la coalizione di centrodestra non abbia nulla a che fare e abbia preso le distanze in modo netto dall'attacco alla Cgil e da Forza Nuova, la retorica della destra fascista è dura a morire ed è funzionale agli scopi politici della sinistra. D'altro canto, come sottolinea la trasmissione Quarta Repubblica, le tempistiche degli ultimi giorni sono quantomeno sospette: a poche ore dal voto è uscita l'inchiesta di Fanpage, la settimana successiva è stata mandata in onda la seconda puntata fino ai fatti di Roma in cui c'è stata un'evidente falla nella sicurezza. Il pericolo fascista evocato da più parti torna con cadenza ciclica nonostante i leader del centrodestra si siano espressi con chiarezza contro ogni forma di estremismo e violenza. Basta scorrere le cronache degli ultimi trent'anni per rendersi conto di come lo spauracchio fascista sia utilizzato dalla sinistra con finalità politiche ed elettorali. Vale la pena rileggere la prima pagina de l'Unità del 12 settembre 2003 che titola a carattere cubitali «Berlusconi come Mussolini». Sin dalla sua discesa in campo, Berlusconi si è dovuto difendere dalle accuse di fascismo nonostante la sua estrazione liberale, in particolare per l'alleanza con An. Così, mentre Gustavo Zagrebelsky nel 1994 affermava «c'è il rischio di un nuovo regime», Berlusconi rispondeva «Fascismo? L'ho già condannato, i pericoli sono altri». Una condanna non sufficiente visto che nel 2009 il vicedirettore de l'Unità firmava un editoriale dal titolo emblematico: «Il fascista di Arcore». Nonostante la svolta di Fiuggi e la lezione di Pinuccio Tatarella di allargare la destra fondando Alleanza Nazionale, Giorgio Bocca, intervistato su l'Unità, bollava il nuovo partito come composto da «veri fascisti». A poco sono servite le parole di Gianfranco Fini nel 2003 sul «fascismo male assoluto» che fecero tanto discutere e, se oggi Fini è riabilitato dalla sinistra per attaccare gli attuali leader del centrodestra, al tempo le accuse ad An di essere un partito neofascista erano quotidiane. Più o meno lo stesso che accade a Fdi nonostante Giorgia Meloni, già nel 2016, alla domanda di Lucia Annunziata «lei è fascista?», avesse risposto: «Io sono di destra. Sono nata nel 1977, quindi mai stata fascista». Non è andata meglio alla Lega e, se le dichiarazioni contro Salvini si sprecano, già nel 2005, l'allora parlamentare socialista Ugo Intini, intervistato su l'Unità, affermava: «gli estremismi di Pontida sono di tutto il Polo» aggiungendo «il fascismo leghista è sottovalutato». Gli attacchi peggiori a Salvini avvengono proprio nelle settimane precedenti le elezioni come nel caso delle europee del 2019 quando Furio Colombo dichiarava: «Salvini fascista, ma nega come facevano i mafiosi», stessa accusa rivolta dal fotografo Oliviero Toscani, mentre a inizio 2019 lo storico Luciano Canfora a l'Espresso sosteneva «Matteo Salvini alimenta la mentalità fascista». Ma c'è chi, come lo scrittore Claudio Gatti, si è spinto oltre intitolando un suo libro I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega. Un modus operandi utilizzato anche in occasione delle elezioni del 2018 e testimoniato da un articolo di Annalisa Camilli del 5 febbraio 2018 su Internazionale intitolato «Da Fermo a Macerata, la vera emergenza è il fascismo». Come se non bastassero i media nostrani, anche il New York Times, a poche settimane dalle politiche, denunciava il rischio di «antieuropeismo e ritorno al fascismo». Ripercorrendo questi episodi, viene da chiedersi se non esista un altro problema nel nostro paese: una sinistra incapace di accettare un confronto democratico con il centrodestra senza dover in ogni occasione attualizzare un clima da guerra civile polarizzando il dibattito e accusando di fascismo anche chi non ha nulla a che fare con violenti ed estremisti e, pur riconoscendosi nei valori democratici, non si definisce di sinistra.